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Se uno vuole continuare la nostra razza, se vogliamo dirla così, è chiaro che in Italia bisogna iniziare a dare un sostegno concreto alle mamme e alle famiglie. Altrimenti si rischia l’estinzione tra un po’ in Italia Patrizia Prestipino, membro della direzione nazionale del PD e responsabile del dipartimento del PD per la difesa degli animali,

Con la cultura non si mangia Giulio Tremonti (apocrifo)

Maschietto Editore


NY City, 1969

La prima

immagine Scenetta familiare in un interno! Un bellissimo bambino, dal volto molto tenero e bello e decisamente già piuttosto grande per la sua tenera età. Mi è stato presentato con grande piacere e una punta di giustificato orgoglio dal padre Robert che avevo conosciuto una sera a casa di amici comuni. In quella occasione abbiamo conversato a lungo del più e del meno e quando ha cominciato a parlarmi del suo piccolo mi sono incuriosito e gli ho chiesto se era disponibile a farmi andare un giorno a casa sua per scattare qualche foto. Mi ha detto di si, gli dato il numero di telefono della famiglia che mi ospitava a New York e così, quando mi ha chiamato, mi sono precipitato a casa sua per mantenere la promessa.

dall’archivio di Maurizio Berlincioni


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Riunione di famiglia La doccia di Virginia Le Sorelle Marx

Avere la faccia come il culo Lo Zio di Trotzky

Ransie, la yacuza e il trionfo del vero amore I Cugini Engels 

Con questo numero Cuco si prende un po’ di vacanza. Ma torniamo... a settembre siamo di nuovo qui

In questo numero Il silenzio di Cassandra di Simone Siliani

Leon Levinstein il fotografo solitario di Danilo Cecchi

Svincolato di Laura Monaldi

Tutti i colori di Burano di Andrea Caneschi

Barocco fiammingo di Alessandro Michelucci

Birth of Venus di Claudio Cosma

L’efebo, il quotidiano e l’otium romano di Annamaria M. Piccinini

I re del Rione Sanità di Anna Lanzetta

L’arco dei Rossi. Dietro le quinte del Vasariano di M. Cristina François

La manifattura Ginori e il suo popolo di statue di Luisa Moradei

Mappe di percezione di Andrea Ponsi

e Massimo Cavezzali, Paolo Marini Lido Contemori, Laura Monaldi , Simonetta Zanuncoli...

premio letterario

PRIMA EDIZIONE 2017

Direttore Simone Siliani

Il racconto Il “picciòlo” del fontana Ovvero prima che nascesse il turismo del vino è a pagina 16 Redazione Gianni Biagi, Sara Chiarello, Aldo Frangioni, Vittoria Maschietto, Michele Morrocchi, Sara Nocentini, Barbara Setti

Editore Maschietto Editore via del Rosso Fiorentino, 2/D - 50142 Firenze tel/fax +39 055 701111

Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012

Progetto Grafico Emiliano Bacci

redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.culturacommestibile.com www.facebook.com/cultura.commestibile


di Simone Siliani Quando Cassandra, discesa dal carro su cui l’ha tradotta – muta – Agamennone dopo il saccheggio di Troia, riprende la parola nella tragedia di Eschilo, ingaggia un fitto colloquio con il Corifeo e vaticina la morte sua e di Agamennone per mano di Clitennestra. È uno scandalo, di cui nel palazzo non si può parlare: “Taci! - Le ordina il Corifeo – Queste infauste parole di malaugurio non devi più esporre”. Ma per Cassandra non vi è alternativa al prendere parola e dire la verità: “È impossibile poterle tacere”. E così decreta la sua fine. La condanna di Cassandra è la necessità di prendere parte e parola, di dire la verità, per quanto scomoda e inopportuna possa essere. Il nuovo libro di Tomaso Montanari tratta questo tema fondamentale per ogni democrazia: il rapporto fra intellettuali e potere nell’Italia di oggi (“Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità”, i Ricci Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2017). Nella condizione di Cassandra, Montanari vede la metafora dell’intellettuale e da qui svolge una riflessione intensa su uno dei problemi più delicati dei regimi politici, da Platone ad oggi. È un libro piccolo che pone domande enormi, denso eppure con il pregio della chiarezza; un libro che chiunque abbia a cuore la salute della nostra democrazia dovrebbe leggere, anche chi non condivide di Montanari le passioni politiche. Non di un intellettuale qualsiasi discute Montanari, bensì dell’intellettuale pubblico, di colui che prende parte attiva nel dibattito e nel confronto politici, che prende parte ma non partito. Come Cassandra, intellettuale engagé, ma non completamente consacrato al culto della divinità politica; chierico ma non monaco, cioè coinvolto senza essere assoldato nella vita pubblica, eppure dedito alla scienza che però non considera religione cui dedicare sacerdozio eterno. È su questo crinale difficile e mai stabile che si colloca la sua riflessione e, comunque la si pensi, è un tema decisivo e ineludibile per le democrazie mature. È il tema del rapporto fra i regimi politici e il pensiero critico, per niente risolto neppure nelle democrazie che dovrebbero tenerlo in massima considerazione, diremmo, per loro natura. Ma così non è; non solo nella torsione “esecutiva” che ha assunto il regime democratico in Italia e in altri paesi occidentali, ma più in generale perché ciò che viene in discussione è il rapporto fra l’intellettuale e il potere (che va concentrandosi anche nelle moderne democrazie e, per altri versi, allontanandosi dai centri sottoposti al controllo della sovranità popolare per annidarsi in luoghi più opachi). Il pamphlet di Montanari ruota attorno al dilem-

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Il silenzio di Cassandra

ma: dire la verità (la parrēsia di Focault, uno dei punti di riferimento di questo saggio) obbliga l’intellettuale ad impegnarsi nella costruzione della polis, ma allo stesso tempo gli impone di dire dei no al potere e quindi lo allontana dalla politica. Certo, sembra che oggi la politica si risolva sempre di più nell’essere partigiana, alla quale l’intellettuale non può giurare fedeltà perdendo non solo la sua libertà/dovere di dire la verità, ma in fondo anche la sua identità costitutiva. Il saggio si dipana a partire dalla vicenda del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 su cui, al di là della galleria di intellettuali schierati sul fronte del Sì e criticati dall’autore, mi pare rilevante la riflessione che Montanari svolge a partire dal Montesquieu de Lo spirito delle leggi: “La libertà politica vi è soltanto quando non si abusa del potere: ma è una esperienza eterna che qualunque uomo che ha un certo potere è portato ad abusarne; va avanti finché non trova dei limiti... Persino la virtù ha bisogno di limiti. Perché non si possa abusare del potere bisogna che … il potere arresti il potere”. In definitiva, la Costituzione è quel potere costituito

che limita il potere. Poi, quanto del potere costituente sia in essa confluita (cioè si sia costituito) è questione aperta e determina quanto ampio sia il margine del Parlamento per modificare la Costituzione e quali siano i limiti (appunto) di questo potere. Ma, certamente, è perlomeno problematico che a proporre una modifica che intendeva allentare i limiti al potere esecutivo e ampliava il suo raggio d’azione legislativo fosse il capo dell’esecutivo, che sulla riforma ha messo in gioco il suo stesso potere. Questa è la verità che gli intellettuali del ”non si può” hanno proclamato, cantando fuori dal coro e contro i propri interessi. Il dovere della critica, del pensiero critico, è stato ciò a cui molti intellettuali hanno rinunciato, tradendo così il proprio ruolo in questa e in ben più gravi occasioni, accettando lo status quo come l’unica realtà possibile: Cassandra muta sul carro del vincitore. Ma se in Eschilo Cassandra ad un certo punto rompe quel silenzio e torna a pronunciare il vaticinio, la verità, Montanari analizza l’acquiescenza degli intellettuali moderni al potere: dai giornali alle università, sono troppi quelli che rinunciano a svolgere la funzione propria di sviluppo del pensiero critico per accettare quella di costruzione del consenso attorno al potere, di senso di appartenenza. Non è un fatto nuovo nella storia anche recente dei regimi politici assolutisti (il ruolo degli intellettuali durante il Ventennio fascista è rilevante al proposito ed è stato ampiamente studiato); lo è un po’ di più per i regimi democratici. Il passo successivo è quello di spingere gli intellettuali fuori dalla politica (a meno che non siano i super-esperti a cui delegare in esclusiva la trattazione di materie così apparentemente complesse da non meritare l’attenzione e l’interesse del pubblico – fra tutte l’economia e la finanza – così da consentire liberamente al potere di fare i propri giochi): “la politica ai politici, gli intellettuali studino” è diventato il leit motiv di questi ultimi tempi. Anche di Montanari sento spesso dire: “si occupi di arte e di cultura e lasci perdere la politica” (salvo poi censurarlo quando di questa si occupa come nel caso della ricerca della Battaglia di Anghiari in


Palazzo Vecchio o della biblioteca dell’Istituto italiano di studi filosofici di Napoli o, ancora, del Colosseo a Roma). Il punto evidentemente non è la materia, bensì il metodo critico. Montanari rivendica non solo il diritto, ma finanche il dovere dell’intellettuale di occuparsi e impegnarsi nella vita politica, seppure con le modalità e le forme che gli sono proprie. E’ questo è un patrimonio che dovrebbe essere sacro e caro a tutti, anche ai politici; anche per quelli che dedicano a Pier Paolo Pasolini la propria scuola di formazione politica. Se Pasolini avesse seguito l’invito di Franceschini a Saviano, cioè a non intervenire nella vicenda del ruolo di Maria Elena Boschi nell’affaire Banca Etruria in quanto non competente, la nostra vita culturale e politica sarebbe più povera. Ma forse è questo quello che il potere politico vuole: un mondo degli studi e della ricerca al proprio servizio o almeno silente, chiuso nei propri horti coclusi. In questo senso è illuminante il capitolo che Montanari dedica all’università (Facoltà di conformismo). Qui dovrebbe far riflettere tutti la dichiarazione del neo presidente del CNR (nominato, appunto, dal governo, Renzi in questo caso), il fisico Massimo Inguscio, secondo il quale “il dovere nostro è di fare andare avanti l’Italia. Quindi, di fare sinergie, mettere insieme le forze. Senza pensare a principi etici”. Quindi si deve desumere che Inguscio non si porrebbe inutili problemi etici se il CNR e l’Università fossero chiamati da un governo domani a lavorare ad un nuovo sistema d’arma nucleare. O, forse, non si sarebbe posto problemi etici nel 1938 ad espellere colleghi ebrei dall’Università o non se li porrà domani se un governo gli chiedesse di non assegnare cattedra o ricerche a colleghi che non fossero italiani doc. Invece Montanari, seguendo E.W.Said (Dire la verità. Gli intellettuali e il potere, Feltrinelli, Milano, 1995) e F.Bertoni (Universitaly. La cultura in scatola, Laterza, Roma-Bari, 2016) ritiene che il ruolo dell’università sia proprio quella di sviluppare il senso critico, la decostruzione dei meccanismi ideologici del potere, la libertà e la dignità della ricerca e il dovere di parlare, di mettere in discussione lo stesso sapere universitario, condividere e redistribuire la conoscenza. E’ la stessa funzione che Martha C.Nussbaum assegna agli studi umanistici nel suo libro Not for Profit: why Democracy needs the Humanities (Princeton University Press, 2010): sono questi studi che sono finalizzati a sviluppare il metodo e il pensiero critici e dunque la loro progressiva marginalizzazione (almeno nel mondo anglosassone) è una minaccia per la democrazia che di questi si nutre. Da questo depauperamento discendono tutte le ulteriori (nefande) conseguenze: la cultura che diventa funzionale

al mercato e i suoi fruitori che diventano clienti, l’eventismo che prende il sopravvento sulla comprensione della storia e della cultura, la mercificazione gabellata per democratizzazione (tutti così possono accedere... ma a cosa?), il passato trasformato in un grande parco divertimenti (il Medioevo fantasy o le Disneyland del Rinascimento), la marginalizzazione di quei rami della cultura che non fanno cassetta o spettacolo (biblioteche, archivi, ecc.). E’ la vittoria dell’eterno presente, della retorica sulla creatività e la bellezza, sulla formazione storica e sul metodo critico. I numi tutelari cui fa ricorso Montanari son M.Bloch (Apologia della storia, o Mestiere di storico, Einaudi, Torino, 1998), E.Panofsky (Il significato nelle arti visive, Einaudi, Torino, 1962) e il don Milani delle Esperienze pastorali e di Lettera a una professoressa, ma temo inutilmente per i più che forse questi autori non sentono più neppure nelle aule universitarie. Dunque, qual è la posizione dell’intellettuale in questa situazione? Impegno diretto in politica o chiusura nella torre d’avorio? Montanari rivendica, anche in questo caso, accezioni più profonde, vere, tanto della politica che della torre d’avorio. Il coraggio della verità: osservare e dare l’allarme (E.Panofsky nel suo attualissimo In difesa della torre d’avorio, del 1957 ma ripubblicato di recente da il Mulino) è fare politica; vedere nella notte più chiaramente di altri il pericolo che si approssima (C.L.Ragghianti, Profilo della critica d’arte in Italia, Vallecchi, Firenze, 1973); la ricerca della verità e la sua proclamazione è fare politica (H.Arendt, Verità e politica, 1967). Certo, resta una insanabile inimicizia fra verità e potere: al verità “è odiata dai tiranni, che giustamente temono la concorrenza di una forza coercitiva che non possono monopolizzare, e gode di uno status piuttosto precario agli occhi dei governi che si basano sul consenso (H.Arendt). Esiste un’altra politica, dice Montanari, che è la ricerca della verità. Che però, aggiungo io, non è mai conclusa, non perché non esista la verità, ma perché ad ogni verità raggiunta si scopre un’altra verità da ricercare. Michel Foucault, ne “Il coraggio della verità”, chiarisce di cosa parla dicendo parrēsia come modalità del dire-il-vero: non stiamo parlando del discorso etimologico sulla verità (cioè su sulle strutture proprie dei discorsi che si propongono e vengono percepiti come veri), bensì delle modalità con le quali il soggetto, dicendo la verità (direi quindi dicendo la sua verità), si rappresenta, si manifesta. Siamo dunque nell’ambito dei rapporti fra i soggetti (gli intellettuali, diremmo con Montanari) e la verità, e in particolare, dei discorsi veri che il soggetto elabora su se stesso. Ma dire il vero su se stesso implica la presenza

dell’altro, che ascolta, domanda e parla lui stesso: ecco perché il soggetto “intellettuale attivo” non può non affrontare il dialogo con l’altro, che è anche il politico così come il non intellettuale o l’intellettuale di altra cultura, se intende davvero affrontare il un discorso di verità. Dunque, Montanari delinea la figura di un intellettuale compromesso con la politica ma che non “appartiene” ad un partito organizzato, cioè “a una concrezione di potere chiamata inevitabilmente a servirsi della propaganda, per persuadere. Tutte cose difficilmente compatibili con la libertà della critica e la ricerca della verità”. Ma qui restano per me sospese due domande, che il libro di Montanari non risolve, forse un’altra verità da raggiungere. Se i partiti politici (oggi?) sono così incompatibili con la ricerca della verità e con la libertà della critica, come la mettiamo con l’articolo 49 della nostra Costituzione che vede in essi il luogo in cui Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente ... per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale? Certo, quel testo nasce in una temperie storica completamente diversa e quei partiti erano quelli che avevano liberato l’Italia dal nazi-fascismo (osando dire una verità che ben pochi intellettuali avevano proclamato), ma non era meno forte in essi la ragion di partito; non erano meno ideologici di quelli di oggi e dunque poco inclini a sentirsi dire verità scomode. Eppure, con tante contraddizioni e sofferenze, seppero accogliere il contributo degli intellettuali, talvolta anche il loro pensiero critico. Va bene, oggi non è più così, ma allora cosa facciamo? Cambiamo la Costituzione in questo punto? Potrebbe essere allargata la platea dei luoghi attraverso i quali i cittadini si associano liberamente per contribuire a determinare la politica nazionale e al contempo ai partiti dovrebbero essere imposti strumenti di organizzazione interni effettivamente democratici, inverando così il dettato lasciato muto della Costituzione? Ma è il secondo quesito che più mi inquieta. Montanari conclude che “Non è possibile entrare nella politica attiva continuando a cercare la verità”. Ma, allora, dovrei rassegnarmi a concludere che la politica attiva è inesorabilmente votata al soliloquio del potere? E, comunque, resta drammaticamente aperto il problema del mezzo attraverso il quale l’allarme dato dalla sentinella nella torre d’avorio si trasforma in azione e organizzazione che cambia lo stato delle cose presenti. Sì, concordo con Montanari: vedere nella notte è politica; dire la verità vuol dire fare politica. Ma, se non accetto di tentare di cambiare gli strumenti della politica, come posso pensare che la luce squarci il velo della notte e la verità di affermi?

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Le Sorelle La doccia Marx

di Virginia

Il Pd romano ha ormai deciso: a sfidare Virginia Raggi alle prossime elezioni comunali non sarà il grigio Orfini (nientedimenoche presidente del partito) o qualche mostro sacro dei Democratici (da Veltroni a Giovanna Melandri, passando per Zingaretti), bensì Gloria Guida. Sì, avete capito bene: l’attrice e showgirl, moglie di Johnny Dorelli. A far compiere al partito di Renzi una scelta così osé (e al contempo agé), è stata la necessità di reagire alla campagna scatenata dalla sindaca Virgina Raggi sull’acqua. La Virginia ha dismesso i panni della dolce e

I Cugini Engels

“Pronto Paul, allora ci vediamo stasera a fare aperitivo e poi si va allo Yab a scatenarci un po’?” “Ah, Ransie... ehm, scusa ma ho un gran mal di testa: sai oggi ho lavorato tanto... forse non ce la faccio... facciamo un’altra volta?” “Ma Paul, mi sono liberato di quello sfigato di Aron Minnit proprio per uscire con te... dai, uno spritzino e due giri di pista da ballo e poi si va a riposare...” “No, Ransie, proprio non riesco a bere... ho la nausea... e poi domani ho una giornata di lavoro pesante... la prossima volta. Ciao” Ransie resta perplessa: “Bonifazi che rinuncia all’aperitivo? Ma poi, riesce a pronunciare la parola lavoro senza essere assalito da conati di vomito. Qui gatta ci cova. Vado a pedinarlo” E, infatti, scopre Paul Bonifazi con la fascinosa Mary Lisa Thompson, sua compagna di scuola, che man nella mano si fanno un Rqaqat jibneh, l’aperitivo arabo, al Caffè Cibè di Campi Bisenzio. Le monta una rabbia indicibile e pensa a 29 LUGLIO 2017

bagno!” Allora, Renzi che è un fine stratega, ha pensato: “Chi posso contrapporre alla sindaca che non abbia rivali in termini di acqua?” Qualche suo consigliere ha suggerito Erasmo d’Angelis, ma è stato subito passato per le armi dal Capo vista la performance non proprio eccellente di Erasmo alla guida de l’Unità. Ha risolto tutto Renzi con un colpo di genio, durante la lettura della sua rivista di riferimento, “Oggi” che ha pubblicato una intervista a Gloria Guida che titolava così: “Nella vita ho commesso due

Ransie, la yacuza e il trionfo del vero amore 4a puntata

Riassunto delle puntate precedenti: Ransie riesce, con una magia, a convincere Aron Miniit, primogenito di D’Alem Satan, a lasciare l’incarico di capo delle guardie di Matteon Renzie e tornare nel Regno Supremo del padre. Già pregusta l’aperitivo con Paul Bonifazi, di cui è follemente innamorata, ma...

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remissiva fatina per indossare quelli aggressive del centravanti di sfondamento e ha attaccato a testa bassa proprio sull’acqua, impartendo consigli (non richiesti) a destra ma soprattutto a manca: “bisogna controllare e risparmiare l’acqua. Ai romani dico: fate la doccia anziché il

come vendicarsi di Paul Bonifazi. Decide di fare la spia al padre di Mary, l’abnorme e pericoloso capo della yacuza Thomas Manciul Thompson. Lo trova al desco mentre, madido di sudore, sta ingaggiando un corpo a corpo con mezzo cinghiale in umido e uno spiedone di salsicce di maiale e pancetta arrosto. “Ehi, Manciul, lo sai dove è quella santerellina della tua figlioletta Mary Lisa in questo momento? Sta amoreggiando con Paul Bonifazi, mentre sorseggiano un aperitivo arabo a Campi Bisenzio!”. A Manciul va di traverso un boccone di cinghiale, diventa rosso paonazzo: “Un che, arabo? Ma stiamo scherzando??? Io li bombardo questi terroristi islamici con salsicce di maiale maremmano! Gli mando i cacciabombardieri della Nato! Maledetto jiadista!”. Chiama i suoi scagnozzi e li invia a Campi a prendersi cura. Ma Ransie è troppo innamorata di Paul Bonifazi. Decide allora di chiedere soccorso a suo padre, il vampiro Borsi Parrini. “Pronto papino? Ho bisogno del tuo aiuto, urgentemente”. “Senti Ransie, ora non posso: sto calcolando i resti con metodo d’Hondt dei collegi elettorali del sistema elettorale neozelandese, per applicarlo con correzione maggioritaria alla portoghese in Italia: sentiamoci più tardi” “No, papino, ho bisogno di te, ora! Quel ciccione di Manciul sta andando a far accoppare il mio

errori: troppe ‘docce’ e rinunciare alla carriera”. Infatti, al giornalista che richiamava la sua attività di attrice in film soft-porno degli anni ‘70 dicendole “Nei film lei si lavava spesso...”, la Gloria ha risposto: “La doccia era una sorta di faro illuminante. Appunto, ed ero pulitissima! E stranamente quel tipo di scene erano le uniche che dovevo sempre ripetere”. Renzi, scarpe grosse e cervello fino, ha subito capito e chiamato la Guida: “Pronto Gloria? Sono Matteo! Come chi? Renzi! Volevo proporti di girare girare un film, con doccia, naturalmente. No, no Gloria, non t’inquietare: lo so che sei una signora seria e non ti sto prendendo in giro. Ti voglio candidare al Comune di Roma per asfaltare la Raggi: facciamo un video promozionale con te sotto la doccia mentre dichiari: “non fidarti di Virginia: di docce ne so più di lei. Vota Guida”. Si vince sicuro! Grande! Figo, vedrai che... No, dai, non mi mandare a quel...”. Click. Paul Bonifazi: ti prego, pensaci tu...” “Ransie, davvero non ce la faccio: se perdo anche queste elezioni Matteon Renzie mi manda a dirigere il traffico a Monculi sopr’Empoli. Però ti dico come devi fare: vai da Paul, dagli un morsetto e trasformalo in qualcosa di davvero ripugnante, così gli uomini di Manciul lo lasceranno in pace. Poi lo rimordi e lo trasformi nell’uomo dei tuoi più reconditi desideri, così lui ti sarà grato e magari sarà un po’ meglio di quel cialtrone che era nei panni di Paul Bonifazi. A quel punto, ne sono certo, ti chiederà in sposa”. “Va bene, papino... però, uffa eh... te non fai mai nulla per me... anzi, non fai mai nulla in assoluto” Tuttavia Ransie vola a Campi, si avventa su Paul Bonifazi e lo morde sul collo, appena in tempo per trasformarsi nell’essere più ripugnante agli occhi degli uomini della yacuza: Ronnie Bersi, il secondogenito di D’Alem Satan. Gli scagnozzi di Manciul prendono sotto la loro protezione Mary Lisa Thompson e la riportano a casa. Ma, a quel punto, Paul Bonifazi trasformato in Ronnie Bersi è disperato: in questa veste, Matteon lo prenderà a calci nel sedere e lo licenzierà e a lui toccherà, forse, per la prima volta in vita sua, lavorare. Ma Ransie lo apostrofa: “Senti Paul, posso cambiare queste tue sembianze se tu prometti di sposarmi: ti renderò l’uomo più affascinante del mondo, ma devi firmare questo contratto di matrimonio, perché della tua parola soltanto non mi fido”. Piuttosto che andare a lavorare, Paul Bonifazi firma il contratto e offre il collo a Ransie. Questa lo addenta e, colpo di scena, Paul si trasforma in un vero adone: Aron Minnit. In forza del contratto, si prepara il matrimonio fra il figlio del sovrano del Regno Supremo e la figlia del vampiro Boris Parrini. E vissero tutti felici e contenti.


Lo Zio di Trotzky

Nel migliore dei Lidi possibili

Avere la faccia come il culo

disegno di Lido Contemori didascalia di Aldo Frangioni

La macchina romana del Raggi-o della sete

Segnali di fumo di Remo Fattorini I cattivi esempi di una politica capace di trasformare una riforma in una tegola per i toscani. È il caso dei consorzi di bonifica. Una riforma approvata dalla Regione nel lontano 2012 ed entrata in vigore di recente, tanto che in queste settimane l’80% dei cittadini stanno ricevendo il bollettino per pagare il contributo. Peccato che nessuno ne conosca ragioni, origini e finalità. Il tutto accade senza alcuna informazione preventiva sui perché di questa riforma; né su cosa fanno, come funzionano e a cosa servono questi consorzi. Risultato: i toscani sono chiamati a pagare un tributo al buio, sulla fiducia, che come sappiamo è ridotta ormai ai minimi termini. Senza sapere se tutto questo porterà qualche vantaggio rispetto al passato. Tutto è così anacronistico da apparire inverosimile nell’epoca della comunicazione 4.0. Invece è accaduto. E non si può certo dire che è mancato il tempo. Dall’approvazione della legge alla sua entrata in vigore sono trascorsi ben 5 anni, un’eternità. Qualcu-

no, all’ultimo tuffo deve essersene accorto e ha cercato di rimediare, facendo peggio che meglio. Fatto sta che pochi giorni fa anch’io ho ricevuto la missiva del Consorzio con allegato due comunicazioni, illeggibili e incomprensibili, tanto da suscitare dubbi e rabbia. Dubbi, perché sembrano scritte apposta per non far capire motivi e ragioni del contributo. Rabbia, perché lunghissime e stampate con un carattere microscopico, in cui si tenta di dire tutto senza far capire nulla. Un bell’esempio di bad news, di incapacità a comunicare. È bastata una piccola indagine di approfondimento per capire quello che né il Consorzio, né la Regione hanno saputo o voluto farci sapere. Questa riforma è giusta e utile. E vi spiego perché ho deciso di pagare. La pagherò perché in cambio avremo torrenti e fiumi più sicuri. Avremo più manutenzione preventiva e più controlli. Avremo alvei e argini più puliti. Attività tanto più necessarie oggi a seguito delle mutazioni climatiche e della scarsa manutenzione del territorio, collinare e montano. La pagherò perché saranno controllati 39mila km di argini: il 30% in più rispetto al passato. Perché il 75% di quello che pagheremo è destinato ai lavori, il 24% alla gestione e solo l’1% agli organi di governo. Di più, questa riforma ha ridotto il numero dei Consorzi da 26 a 6 e ha aumentato la platea dei contribuenti, facendo pagare tutti coloro che traggono benefici da questa attività. Ci voleva tanto a dirlo e a farlo sapere per tempo?

Una delle responsabilità più gravi che la Storia imputerà a Matteo Renzi (se mai essa si dovesse occupare di lui) è quella di aver legittimato e assurto a gruppo dirigente figure di personaggi di infimo livello etico e culturale. Presenzialisti, superficiali, spudorati, maniaci dei social, “sfaccendati” (secondo la definizione che proverbialmente il governatore De Luca definì Di Maio). Come tale Gennaro Campanile, assessore al Bilancio e Patrimonio del Comune di Senigallia che, essendo presente a tutti gli eventi che si svolgono nella cittadina (con tanto di foto, selfie, video, post e tweet), non ha potuto esimersi da sedere (è il caso di dirlo!) nella giuria del concorso “Miss B Side”, la gara del culo più bello. Non pago di questo scivolone, non ha resistito a pubblicare sul suo profilo Facebook i video promozionali di questa pregevole iniziativa. Il Campanile, a seguito delle polemiche, si è scusato (“Se con uno dei miei live di domenica...avessi offeso qualcuno chiedo umilmente scusa. Non era mia intenzione farlo. Tutto quello che posto lo faccio solo perché mi piace condividere con voi, momenti positivi e belli che la nostra meravigliosa città e le nostre associazioni ci regalano quotidianamente. Ho tolto comunque tutti i video. Perdonatemi,se potete”). Ma l’occasione ci ha permesso di conoscere questo sconosciuto eroe dell’epopea democratica che, quanto a presenzialismo, può competere con il nostro Eugenio Giani, ma pur sempre di periferia. Imperdibile la sua disco performance in mare del 19 luglio. Indimenticabile la replica di Campanile ai suoi critici: “All’evento ero con mia moglie e mia figlia di 16 anni. Mi sto laureando in teologia, e lo stesso papa Francesco non vuole una Chiesa in attesa ma una Chiesa che evangelizza, che esce e che sceglie il protagonismo di giovani come quelli che animano questi eventi”. Anticipando così la prossima enciclica di papa Francesco, “Evangelizantibus virtute blandeque coruscant”.

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Atti

di Laura Monaldi Operare nel mondo dell’Arte significa addentrarsi in un labirinto di linguaggi e di materiali dal quale è impossibile uscire se non attraverso i dettami della sperimentazione e dell’emozionante esperienza della contaminazione, in quanto sintesi ideativa e ideologica di ciò che l’universo estetico può offrire nel complesso sistema tecnologico e multimediale dell’attualità. Linguaggi e materiali si sono moltiplicati nel corso del tempo giungendo a livelli esponenziali e consentendo all’artista contemporaneo la possibilità di non chiudersi ai confini della tradizione ma di progredire con la Storia, donando al proprio presente non solo opere d’arte ma dei veri e propri atti comunicativi. Negli assemblaggi di Daniela Billi v’è una spiccata tensione a fare dell’Arte un fulcro di prospettive tridimensionali, in cui colori, oggetti e forme si sostituiscono delicatamente e con sensibilità alla pennellata, creando giochi cromatici inaspettati e inattesi, in cui la curiosità cede il posto alla meraviglia e allo stupore, senza soluzione di continuità, al fine di contemplare ogni singolo dettaglio, con uno sguardo che dall’universale passa al particolare e viceversa senza alcun vincolo né costrizione nella percezione visiva. Per Daniela Billi assemblare significa creare, lasciando spazio alla casualità e alla genialità di un’artista capace di scegliere accuratamente e con sapienza i materiali che andranno ad arricchire l’opera d’arte, donandole un’aura di autenticità e originalità, fuori dagli schemi e dalla consuetudine. Nell’armonia

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tridimensionali delle parti l’atto assemblativo si qualifica come una complicità enigmatica fra il supporto e il linguaggio/materiale artistico che, unendosi fra loro indissolubilmente, creano una dialettica poetica, in grado di sfiorare a tratti il concetto di design e di moda ma evocando al contempo l’idea di espressività e intenzionalità che sono proprie dell’Arte Contemporanea. Gli assemblaggi di Daniela Billi nascono di fatto da oggetti quotidiani o da lavori pittorici, sui quali lavora immettendo un vasto assortimento di minuterie, capaci di dare vita e poesia a una prassi estetica tesa da sempre all’emozione e al surreale. Allo stesso modo anche le pennellate materiche e decise delle tele dell’artista, nascono dall’esigenza di infondere all’atto creativo una gestualità sempre più marcata e concreta, in virtù dell’emozione che ne è fondamento e del senso espressivo che l’artista riscopre opera dopo opera.

Daniela Billi


Musica

Maestro

Barocco fiammingo

di Alessandro Michelucci Nel linguaggio comune il carillon è una scatola che racchiude un congegno capace di riprodurre motivi musicali orecchiabili. Ma questa è soltanto una derivazione del carillon originario, costituito da una batteria di campane, spesso installato sulla torre campanaria di una chiesa o di un municipio. Utilizzato fin dal 600, il carillon ebbe il massimo sviluppo nel quindicesimo secolo, diffondendosi soprattutto nei territori neerlandoni (gli odierni Belgio e Olanda). Lo confermano fra l’altro le torri campanarie di Brugge e Malines. Più noto anche col termine tedesco di glockenspiel, lo strumento è stato utilizzato da molti compositori contemporanei, fra i quali Olivier Messiaen (Turangalîla-Symphonie, 1946-48), Neil Ardley (A Symphony Of Amaranths, 1972) e Mike Oldield (Tubular Bells, 1973). Naturalmente era inevitabile che anche alcuni musicisti belgi e olandesi conservassero un forte interesse per questo strumento. Un interesse tuttora ben vivo, come dimostra il giovane quintetto fiammingo WÖR, che ha realizzato il CD Back in the 1780s. Il titolo allude al periodo – la seconda metà del Settecento – in cui furono redatti i sei manoscritti che il gruppo ha riarrangiato per l’occasione. I documenti provengono da Anversa, Bruxelles, Gent ed altre città fiamminghe. La strumentazione è interamente acustica: chitarra, cornamusa, vari tipi di fisarmonica, sassofoni e violino. “Imperiael” ha un ritmo brioso che richiama certa musica irlandese, mentre “Macelotte Zerezo & Le marchand de Smirne” è un pezzo di grande atmosfera. Spicca anche la melodia suadente di “March”. Il disco chiude in bellezza con la melanconica “De boerevreught”, dominata dalle note lente e struggenti della cornamusa. Ogni brano è arrangiato con gusto ed eseguito con notevole perizia tecnica. Prodotto dal chitarrista inglese Ian Stephenson, il disco segna il debutto del gruppo, ma i musicisti che lo compongono non sono

degli esordienti. Bert Ruymbeek (fisarmonica) e Naomi Vercauteren (violino) suonano nel trio che prende il nome dalla violinista. Pieterjan Van Kerckhoven (fisarmoniche e sax) e Jeroen Knapen (chitarra) fanno parte anche del quartetto Surpluz. Nel frattempo la formazione ha subito alcuni cambiamenti: Naomi è stata sostituita

da Jeroen Goegebuer, mentre il chitarrista Jonas Scheys è subentrato a Jeroen Knapen. Il secondo CD dovrebbe uscire presto. Back in the 1780s conferma ulteriormente, se mai ce ne fosse bisogno, che la musica riesce a parlare al cuore anche dopo molti secoli.

SCavez zacollo disegno di Massimo Cavezzali

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di Andrea Ponsi Prosegue la pubblicazione di una serie di brevi racconti di Andrea Ponsi tratti da una raccolta uscita negli Stati Uniti dal titolo Florence-a Map of Perceptions(University of Virginia Press, 2010). Gli scritti, affiancati a disegni ed acquarelli dell’autore, si concentrano sugli aspetti percettivi e sensoriali del paesaggio urbano alternando riflessioni estemporanee di tipo diaristico a considerazioni più generali sulla struttura fisica e concettuale della città.

in questo caso é più universale, mutevole, divisa in frammenti variabili: é quella composta da tutti quei corpi che ora, come me, stanno qui seduti a riposare, pregare, pensare. L’abside é la nostra cornice. Ma, a sua volta, con le altre due absidi, anche essa é racchiusa e protetta dalla cupola centrale. La cupola stessa non sormonta una figura concreta. L’oggetto della sua protezione é infatti l’intera comunità urbana. Anzi, alta sull’orizzonte della città, ne trascende i suoi stessi confini e diventa l’architettonica ogiva a cornice e protezione dell’intera regione.

La stazione

Arcetri

Si dice che la stazione di Firenze, vista di pianta, sembri un fascio (fascista). Forse è vero, ma la realtà è che essa rappresenta ancora oggi un’iniezione di modernità nel centro antico della città. E’un grande muro, analogo a un palazzo Pitti moderno, una grande piazza coperta, analoga alle tante del centro, una cascata di vetro che rispecchia quella antica, al di là del piazzale, dell’abside di Santa Maria Novella. E’un edificio semplice e chiaro, monumentale ma non retorico, pacato ma non statico, alto su un basamento ma non dominante. E’ un segno intelligente, autentico per il suo tempo, resistente alle intemperie delle mode, funzionale nella vita quotidiana, un segno amico, silenzioso abbastanza da sentirlo complice, originale abbastanza da sentirlo maestro. Il Duomo

Sono entrato nel duomo. Ho traversato in lunghezza la navata centrale e mi sono seduto su una panca davanti all’altare nell’abside a destra. Qui ho guardato le vetrate colorate. Tracciate con linee di piombo, le figure dei santi sono tutte inquadrate da disegni di piccole stanze, microspazi stretti intorno ai loro corpi, quasi secondi abiti di architettura. Sotto ogni vetrata vi sono degli affreschi. Anche qui le figure dipinte sono circondate da stanze e architetture che fanno loro da cornice. Sotto l’affresco centrale vi é l’altare. Sull’altare é posto un modello in miniatura di un tabernacolo gotico. All’interno, di nuovo, la figura del santo. Ora guardo i pilastri. Architettura reale, non virtuale, dell’edificio. Sui pilastri maggiori si staccano come bassorilievi alcune edicole: piccoli tempietti classici aggettanti su mensole. Nei tempietti tra le colonne, protetti dal timpano , le figure - statue. Ogni nicchia, ogni ogiva, ogni edicola contiene dunque un corpo e ogni corpo qui dipinto o scolpito é chiuso e difeso dalla sua architettura. Allargo lo sguardo per abbracciare lo spazio dell’abside. Non c’è la presenza di una figura centrale inquadrata dall’abside stessa. La figura

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Giunti alla fine del rettifilo in salita del Poggio Imperiale, a sinistra, oltre un campo di ulivi, tra i cipressi appaiono le cupole dell’osservatorio di Arcetri. Come pianeti in un cielo terrestre, una

sfera minore orbita accanto a una cupola bianca più grande. Più indietro spunta un frammento dell’inclinato disco a parabola. Arcetri é un monastero celeste che di notte, quando i telescopi sono puntati sugli astri, diviene il tetto supremo, la terrazza più alta della città. Da lassù sono solo un lontano riverbero le luci del mondo distratto.

Mappe di percezione

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di Annamaria M. Piccinini La mostra in corso al Museo Archeologico di Vetulonia “L’arte di vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei” è di un’importanza storico-scientifica pari solo alla bellezza dei reperti.-.in primis la statua dell’”Efebo di Via dell’Abbondanza”, e alla piacevolezza del tema. Rifacendosi idealmente all’‘Arte del vivere’ di Seneca, l’esposizione esibisce un set di oggetti legati alla vita quotidiana di una cittadina romana del I sec. .-.Pompei, appunto.-.abitata da una società ‘borghese’ benestante. Gli arredi riguardano una casa privata per così dire tipica, idealmente ricostruita grazie a una serie di scavi di dimore più o meno contestuali, che vanno da Pompei a Stabia a Ercolano. Si sono esposti oggetti riguardanti la cucina, l’alimentazione, la toilette, l’illuminazione degli ambienti, e strumenti musicali per i luoghi dell’otium, come il giardino e un vero e proprio l’angolo della musica. Nella casa ideale di area pompeiana non mancano pareti dipinte in vari stili, secondo l’epoca, qui mostrati sotto forma di ‘quadretti’ , incorniciati in epoca bor-

L’efebo, il quotidiano e l’otium romano

bonica e addirittura sculture, come appunto l’ “Efebo”. E’ questa magnifica scultura, di perfezione quasi fidiana, esibita dall’antico, ricco proprietario come un lampoforo, l’episodio centrale della mostra. Riportato alla luce nel 1925 da Amedeo Maiuri, la statua bronzea, a grandezza naturale, databile fra il 20 e il 10 a. C. , si rivelò subito di grande qualità. La casa dove si trovava la statua al momento dell’eruzione, era in ristrutturazione:e per questo la scultura era stata protetta da un telo che aveva lasciato le sue tracce sul corpo dell’Efebo. nonostante le fratture e parti staccate , come l’avambraccio e il candelabro che l’Efebo reggeva. La statua ,per la bellezza del volto, la raffinata acconciatura, l’intima spiritualità che ispira,

fa supporre una copia romana di un’opera greca di influenza fidiaca, riadattata dalle officine pompeiane ad uso, appunto, di porta lampada. In ordine di interesse artistico vanno posti i frammenti pittorici esibiti in mostra, tutti, come il resto, provenienti dal Museo Archeologico di Napoli. Poterli vedere qui, in una cittadina marginale della Maremma, per quanto illustre, è uno dei grandi meriti della mostra stessa e dell’intelligenza degli organizzatori nella prospettiva, mai abbastanza perseguita, di decentrare la fruibilità del nostro patrimonio artistico. La maggior parte di questi frammenti, incorniciati e talora assemblati secondo il gusto settecentesco, si riferiscono alla pittura pompeiana ed ercolana dell’età di Augusto, fino alla distruzione della città nel 79. E’ uno stile definito ‘ornamentale’ e ‘fantastico’.in cui prevalgono nature morte e splendide figure femminili, come le Menadi, di cui , ad esempio “La figura volante su fondo rosso” . Si coniugano con gli arredi culinari gli affreschi di nature morte di terra e di mare: pesci, cacciagione e frutti; come pure le architetture e le scenografie, specie di giardini o luoghi di otium , come abbiamo detto. Le vetrine degli arredi, spesso commoventi per la loro riconoscibilità, sono, dopo la grande scultura dell’Efebo, l’attrazione più viva della mostra. Candelabri estensibili, lucerne a olio dai manici figurati, ‘patere’ di bronzo che possiamo chiamare tranquillamente padelle; pentole, imbuti e stadere, come se ne potevano vedere fino a qualche anno fa nei mercatini di frutta e verdura, che formano un corredo completo da cucina in bronzo e in terracotta decorata; oltre ai più noti e importanti oggetti da banchetto, come anfore e vetri; o gli oggetti da usarsi alle terme, come striglie e depilatori. Infine, l’angolo della musica , con al centro una statua di “Apollo con lira”, contiene una collezione assai suggestiva di strumenti musicali: un flauto di rara bellezza in argento e avorio, lungo 50 cm. con un complesso sistema modulare a rotazione. Cembali e sistri che denotano una cultura musicale rituale di provenienza orientale, soprattutto egiziana .

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Leon Levinstein il fotografo solitario

di Danilo Cecchi Il mio maestro sosteneva che esistono solo due tipi di fotografia, quella costruita e quella trovata. Ne dovrebbe conseguire che esistono due soli tipi di fotografi, quelli di studio e quelli di strada, e se i fotografi di studio spesso invadono le strade, trasformandole in studi en plein air, difficilmente i fotografi di strada invadono gli studi. Una delle differenze fondamentali fra i fotografi di studio e quelli di strada è che i primi lavorano in équipe con elettricisti, costumisti, truccatori, arredatori, e così via collaborando, mentre i fotografi di strada sono, solitamente, dei solitari. Dei solitari erano sicuramente Atget e Cartier-Bresson, tanto per citarne un paio fra i più noti, ma il più solitario fra i fotografi di strada (non c’è nessun senso dispregiativo nel termine “fotografia di strada”, anche se oggi si preferisce il termine “street photography”), è stato forse l’americano Leon Levinstein (1910-1988), attivo soprattutto a New York fra il 1950 ed il 1980. Levinstein si trasferisce a New York nel primo dopoguerra, appena congedato dall’esercito, e qui comincia a lavorare come grafico, professione che non abbandona neppure quando, dopo avere acquistato una fotocamera di seconda mano, comincia ad ottenere dei prestigiosi riconoscimenti come fotografo. Dopo avere studiato fotografia con Sid Grossman alla Photo League alla fine degli anni Quaranta, ottiene la pubblicazione di una sua immagine sull’Annuario di U.S. Camera del 1951, e di due sue immagini sull’Annuario dell’anno successivo. Nel 1956 viene incluso fra i sei principali fotografi dell’anno, accanto a Richard Avedon, Wynn Bullock, William Eugene Smith, Brett Weston, ed al fotografo di architettura George Everard Kidder Smith. Le sue immagini vengono pubblicate su cinque Annuari di Popular Photography, e nel 1952 si aggiudica il primo premio di duemila dollari del concorso internazionale indetto dalla stessa rivista. Nonostante questi successi, Levinstein non è tentato dal professionismo, fotografa solo la sera e nei suoi giorni liberi, non pubblica libri, ed espone poco, soprattutto presso la Limelight Gallery del Greenwich Village, la prima galleria americana ad esporre e vendere immagini fotografiche. Solo nel 1975 riceve una borsa di studio della Fondazione Guggenheim per “fotografare il più ampio spettro della scena americana, come la mia esperienza e la visione permetterà”. Levinstein è altrettanto solitario come persona, oltre che come fotografo. Non si sposa, ha pochi amici, è uno spirito indipen-

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dente che conduce la sua esistenza in estrema solitudine, e questo suo modo di vivere condiziona il suo modo di fotografare. La fotografia, che esercita in maniera diretta, dissacrante, critica, cruda, a tratti aggressiva ed irrispettosa, sembra essere il suo unico modo di confrontarsi con le altre persone, mettendone in risalto i tratti più grotteschi, caratteristici, caricaturali, gli atteggiamenti più insoliti, ridicoli, innaturali. Fotografa allo stesso modo i rappresentanti della borghesia come quelli della classe operaia, i ricchi ed i miserabili, le donne e gli uomini, gli ubriachi e le prostitute, i giovani ed i vecchi, i drogati e gli omosessuali, spostandosi da un quartiere all’altro, senza fare preferenze, senza appuntare la sua attenzione su temi, luoghi o momenti particolari. Alla base del suo comportamento verso gli altri non c’è tuttavia né invidia, né risentimento, né cattiveria. Guarda e ritrae le persone per quello che sono, in maniera personale ma oggettiva, mettendo in risalto le caratteristiche fisiche, insistendo sul volto, quando vi legge i segni di un’esperienza o di un’emozione, oppure omettendolo

drasticamente, quando non è significativo. La sua critica sociale è fondamentalmente antiborghese, e risente dello spirito della “beat generation”, ma è filtrata attraverso una riflessione individuale che gli permette di superare schemi e pregiudizi, confrontandosi a tu per tu con ognuno dei suoi personaggi. Del suo lavoro ha detto: “Una cosa che ho sempre cercato di fare, se possibile, è non parlare mai a bassa voce o lievemente. Credo che nessun fotografo dovrebbe farlo. Si dovrebbe parlare forte e chiaro. E questo è il modo in cui io cerco di prendere le mie foto “. “Nelle mie fotografie voglio guardare la vita, le cose banali, come se avessi appena svoltato un angolo e gli andassi incontro per la prima volta.” “Una buona fotografia rivelerà allo spettatore quanto poco i nostri occhi ci permettono di vedere. La maggior parte delle persone vedono solo quello che hanno sempre visto e quello che si aspettano di vedere. Al contrario un fotografo, se è bravo, vedrà tutto”.


di M. Cristina François Prima di passare sotto l’antico arco del Corridoio Vasariano che, in questo punto della Piazza S. Felicita, da sempre è chiamato “Arco dei Rossi”, occorre segnalare che il pilastro del ‘Corridore’ che si immette in angolo nel corpo della Chiesa fu tutto ricostruito e pure “rinzoccolato” nel 1874 [A.S.P.S.F., Ms.384, ric.151]. Nel suo zoccolo, sulla destra, è uno “scansarote di ferro fuso”, murato nel 1868 [Ms.379] per proteggere gli scalini del portico dalle “rote” dei carri. Poco più oltre, sempre sotto il cavalcavia granducale, in angolo, uno “scartoccio di ferro” ivi collocato nel 1882 [Ms.389, ric.31] per il decoro dell’edificio sacro al posto della muratura del 1601 “per ovviare alle grandissime sporcizie che si facevano in quelli biscanti” [Ms.720, c.68v]. Stando sotto l’Arco dei Rossi e alzando ora lo sguardo, vediamo una moderna Madonna con Bambino entro un’edicola. Fu posta in questa sede in sostituzione del capolavoro quattrocentesco in terracotta policroma raffigurante sempre una Madonna col Bambino, trasferito in sagrestia dove è conservato. La scultura in terracotta è stata attribuita da Giancarlo Gentilini a Luca Della Robbia. Il critico parla di lavoro giovanile anteriore alla fase delle opere invetriate, cioè agli anni ’30 del Quattrocento. La Madonna ricorda “rilievi mariani di tipo ghibertiano”. La terracotta proviene dalla ‘Schola de’ Cherici’ annessa alla Chiesa e Monastero di S. Felicita. Risulta dai documenti dell’Archivio di S. Felicita da me reperiti che questo gruppo scultoreo si trovava dentro una nicchia stellata - sotto il portico della ‘Schola’ [cfr. “Cultura commestibile” n.226, p.13] - almeno fin dal 1569. Apprendiamo inoltre dalle stesse carte d’Archivio che nel 1814 la nicchia stellata della Madonna venne tamponata e l’opera fu spostata sotto “l’Arco dei Rossi”, entro una nuova nicchia nel 1815: dunque, la nicchia-tabernacolo di Piazza dei Rossi non risale al XVIII sec., come erroneamente è stato sostenuto. In occasione della traslazione della scultura si trasformò questa Madonna col Bambino da “Mater Dei” a “Regina Cœli”, scurendo il blu del suo manto su cui furono dipinte delle stelle. Questa Vergine, lasciando la ‘Schola’ di cui era Patrona, passò sotto la tutela della ‘Compagnia del SS.mo Sacramento’ di S. Felicita. Nel 1880, durante la pulitura della nicchia-tabernacolo l’opera si spezzò in due e venne riparata con una “aggrappatura a grappe di ferro” ancor oggi

L’arco dei Rossi. Dietro le quinte del Vasariano ben visibili sul retro, che la rendono particolarmente fragile e sensibile a eventuali, quanto sconsigliabili, movimentazioni per mostre. Da questa collocazione sotto l’arco del Corridoio Vasariano la Madonna verrà spostata nella sagrestia di S. Felicita nel 1982 dal Sovrintendente Umberto Baldini. In quella circostanza il Bambino fu liberato dal perizoma posticcio che nascondeva l’ “ostensio humanitatis”. Se l’anulare sinistro della mano della Madre di Dio presenta un foro è perché albergava l’anello della “Sponsa Christi”. Lasciata la sagrestia di S. Felicita, ritornati sotto “l’Arco dei Rossi”, sul muro della Chiesa, a destra, ci appare una porta timpanata, sormontata dallo stemma Guicciardini. La porta ci racconta che dietro di lei si apriva l’accesso al Coretto degli Operai dell’Opera (di cui un Guicciardini fu sempre il primo rappresentante). Prima del 1767, anno in cui per i Lorena si cominciò la costruzione dell’intra muros di raccordo fra Vasariano, Palco granducale e Chiesa, quella porta, architettonicamente diversa, costituiva una sorta di uscita “di sicurezza” dei Granduchi Medicei alla base di una scala a chiocciola, ancora in situ, che comunicava col loro Palco. Sulla Piazza

omonima, dalle finestre del loro palazzo, i Rossi potevano seguire le processioni delle Compagnie che dalla Costa S. Giorgio dove avevano le loro sedi - oltrepassavano “l’Arco dei Rossi” per giungere in Piazza S. Felicita: quella dei Battuti, dei Fanciulli di S. Antonio, del SS.mo Sacramento di S. Felicita, di San Girolamo della Notte e della B. Vergine dell’Impruneta con i loro Flagellanti. I Rossi potevano pure seguire, dall’ultimo piano, la movimentazione della Corte Lorenese che si svolgeva anch’essa come una processione all’interno del lungo corridoio rettilineo intra muros per scendere in Chiesa tramite uno scalone: i Granduchi lasciavano il Corridoio Vasariano in quel punto dove troneggiava una stufa lorenese in ceramica e, attraverso un’apertura oggi tamponata, iniziavano il percorso intra muros, le cui pareti color “verde Lorena” erano profilate superiormente da una “listra” a rilievo color pompeiano che creava una semplice riquadratura sottolineata appena più sotto da un’altra filettatura del medesimo colore. La tipologia del soffitto a sesto ribassato del corridoio dell’intra muros era ripresa nella dolce curva del soffitto del pianerottolo da dove prende avvio lo scalone di discesa verso la Chiesa. Il pavimento era in mattoni di cotto ancora esistenti. La porta del corridoio, sobria ed elegante, ha mantenuto la sua bicromia riquadrata, dai pallidi toni settecenteschi. Le finestre su Piazza dei Rossi, furono risistemate insieme ai davanzali nel 1873 secondo il gusto e i colori più severi dell’epoca [Ms.384, ric.151], ma certamente gli infissi originali furono dei colori della porta che ancora li conserva. Di quanto detto ci sono rimaste tracce materiali. Mi auguro, con questo excursus documentario, di contribuire, presso i responsabili dell’attuale gestione che se ne stanno concettualmente e materialmente occupando in funzione di uno spazio espositivo, a un’idea di restauro che non cancelli con forme, colori e materiali non pertinenti la stratificazione storica e culturale di questi spazi.

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di Andrea Caneschi Avevo già costeggiato Burano più volte, correndo la Vogalonga con il Dragon Boat, ma non avevo mai avuto occasione di sbarcare e passeggiare per il paese, famoso per la produzione dei merletti e per le caratteristiche casette colorate che animano i canali. In questo soggiorno dedicato alle isole arriviamo finalmente a Burano da turisti. E’ una mattinata calda e quando il vaporetto attracca, non ci sentiamo di seguire il flusso pedonale che già si indirizza verso il percorso turistico. Ci allontaniamo invece a sinistra, cercando una via diversa per uscire dalla piacevole piazzetta alberata che si apre sul pontile di attracco. Superiamo uno Street Food affollato di turisti già intenti a gustare cartocci di pesce fritto, e ci avviamo per una viuzza stretta tra due case, che lascia intravedere poco più avanti uno slargo e il profilo tondeggiante di una torre di mattoni, un po’ contrastante in realtà con i colori diffusi che ci aspettiamo di incontrare. Appena usciamo dal vicolo e lo sguardo si apre nello slargo tra la torre – probabilmente un manufatto industriale recente, forse un serbatoio d’acqua – e le casette circostanti, la piazzetta si anima dei colori pastello stesi a coprire le facciate a vista delle case in una disarmonia di colori che sorprende ma non respinge l’osservatore. Le case che delimitano lo slargo sono piccole, ad un piano, due al massimo, addossate le une alle altre, tutte in fila con l’impressione di una grande precisione, con un modulo costruttivo modesto, ma tutte con una loro forte individualità definita dalla varietà dei colori, che le distinguono una dall’altra. Colori pastello, qualche volta rossi o gialli accesi, sempre “una casa, un colore”, ed è evidente lo sforzo di chi le abita di rinforzare la singola identità con interventi cromatici rispettosi. Le tende che scendono sulle porte di ingresso riprendono spesso il colore “di casa”, aggiustandolo con la ricerca di accostamenti che non contraddicono l’ordine stabilito. I portoncini, di dimensione e fatture consoni a quelle piccole casette di pescatori e artigiani, riprendono anch’essi spesso la tinta di casa, come gli infissi delle piccole finestre che si aprono in facciata. Persino i fiori nelle fioriere dei davanzali fanno intuire lo sforzo di mantenere quell’identità colorata che distingue una casa dalle adiacenti. Poco più avanti sbocchiamo su uno dei tre canali che uniscono le isolette su cui è cresciuto il paese, ed essendo noi ancora ai margini, in una parte più distante dai flussi

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Tutti i colori di Burano

turistici, lo spazio è tutto nostro, rarissimi i passanti, perché l’ora già calda trattiene in casa i residenti che non sono fuori al lavoro. Il canale poco più avanti sbocca in laguna e ci permette di ammirare la doppia fila di case, che lo fiancheggiano con le strette calli che stiamo percorrendo, come una striscia colorata che si riversa in mare dopo l’ultimo ponte di mattoni veneziani. Attraversiamo il canale su quell’ultimo ponte, quasi in faccia alla laguna, e costeggiandolo a ritroso dalla parte in ombra, ci dirigiamo verso il centro del paese. Piccoli portici che si aprono su interni domestici colorati, o su spiazzi a bordo mare, ci accompagnano mentre raggiungiamo la grande piazza della chiesa del paese, con il suo campanile pericolosamente pendente. Intorno pastelli rosa, verdi, azzurri,

Foto di

Pasquale Comegna

rossi, che si inseguono e si scambiano, ma mai si affiancano uguali tra loro, ogni casa un colore e un mistero, perché né la storia né i miti locali ci chiariscono la ragione di questo curioso abbellimento. Forse il colore di casa è stato davvero in passato un segno distintivo delle famiglie dell’isola, o forse l’opacità dei banchi di nebbia, che spesso gravano in modo pesante in questa zona della laguna, ha stimolato la fantasia dei pescatori a dipingere le proprie case come fari a cui dirigersi per il ritorno dal mare. Insomma, quanto San Servolo evoca ancora separazione e isolamento, murata dentro la sua storia, al contrario Burano con le sue casette e i suoi canali ci racconta il senso di appartenenza ad una comunità che nel tempo ha saputo colorarsi viva e vitale.

Mitoraj a Pompei


di Claudio Cosma Il mio approccio ai lavori d’arte è narrativo, non critico. Cerco la loro storia, costruisco un racconto dagli indizi che posso trarre da loro, osservandoli e confrontandoli con quanto sono venuto selezionando e inventariando nella mia memoria. Un lavoro d’arte è sostanzialmente quello che ci ricorda e quello che contribuisce a formare nuovi sedimenti ai quali attingere. L’opera di cui scrivo è di Imhathai Suwatthanasilp, artista thailandese nata a Bangkok e si intitola: “Birth of Venus” ed è del 2008. Per me che sono fiorentino naturalmente evoca il quadro di Botticelli dallo stesso titolo e non si possono non notare, osservandolo, le varie componenti in comune, come l’acqua, la conchiglia e i capelli. Nell’opera della artista Thai questi elementi sono presi e trasferiti senza cambiamenti, per quello che sono semplicemente, ma con una capacità evocativa molto forte, l’acqua rappresenta il mare, questo aspetto simbolico è rafforzato dalla conoscenza del mito greco che volle Venere/Afrodite nata dalla schiuma del mare e sospinta su una conchiglia da Zefiro su una spiaggia. Anche la conchiglia evoca il mare, ma in questo caso gli appartiene anche una valenza generatrice con la similitudine sessuale propria delle conchiglie che ricordano il sesso femminile, che qui sostituisce la fecondazione ad opera della schiuma del mito. Ora Venere è ancora allo stato embrionale e l’artista la rappresenta sotto forma di un arabesco librato in una danza ascensionale verso la luce la cui coda si parte proprio dall’interno della conchiglia. Questo ghirigoro che a tratti sembra prendere le sembianze di una farfalla notturna è fatto di capelli umani, quelli dell’artista, si dice. I capelli intrecciati sono un merletto esilissimo ed elegante che fa pensare alla tessitura ed al ricamo, quelle arti femminili fatte di piccoli gesti cadenzati che permettevano, una volta, attraverso la composizione e l’uso domestico dei corredi da sposa, una vita piena di conforto, ritmata nel sonno e sulla tavola da piaceri ormai scomparsi fatti di lenzuola di lino, di tovagliette da tè, di cifre ricamate, tende di sottili cotoni. Gli abissi dai quali sorse Venere non sono bui come immaginavo e come devono essere quelli marini, ma chiari, luminosi e l’acqua sembra di sorgente, più a ricordare una fiaba per bambini, infatti l’artista prevede che l’opera sia allestita con una luce che parta dal basso, quasi ad accelerarne l’emersione. L’emersione, tuttavia, non avviene, è impedita dall’immobilità dell’acqua e cristallizzata dentro il recipiente di vetro che la contiene. E’ una provetta e l’episodio rimane, come un esperimento scientifico od una ampolla conservata in un museo di storia naturale, fer-

Birth of Venus

mo nel momento nel quale si è costruito. Non sapremo se l’embrione di Afrodite si svilupperà fino alla completezza pervadendo il mondo della sua bellezza o vagherà, persa di sè, come una diatomea o un plancton ancestrale. L’acqua nella quale è immersa la fluttuante flessuosa figura composta di capelli gioca un effetto ingrandente e distorcente, facendo pensare che all’interno del vaso vitreo l’immagine possa essere, paradossalmente, vista al microscopio, assecondando l’effetto di trovarsi al cospetto di un qualcosa di stravagante che debba essere identificato. Qualcosa di piccolissimo in grado

di riprodursi dalle sue stesse cellule. La componete scientifica che pure gli attiene, però, non compromette la poesia che emana dall’opera e rimango affascinato dal chiarore luminoso che riduce i capelli al tratto di un disegno fatto con l’inchiostro di china, ad un essere testimoni di un evento nella forma antecedente e primordiale dove il mito e il dipinto di Botticelli sono una esemplificazione successiva. Tutto nel quadro appare seducente e al contrario nella scultura dell’artista Thai, niente lo è. La metamorfosi si compie fuori dall’opera, nella nostra testa che colma e connette e trasforma le parti mancanti. Il mare si trasforma nel liquido amniotico di un concepimento soprannaturale restituendo ai capelli recisi la stessa vita di quando crescevano sulla testa di Imhathai Suwatthanasilp, e così per l’eternità.

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premio letterario

I migliori 10

Il “picciòlo” del fontana Ovvero prima che nascesse PRIMA EDIZIONE 2017 il turismo del vino

di Fabrizio Vanni Tanto tantissimo tempo fa, quando ero giovane, la Garfagnana nelle carte, ma anche nel palato della gente normale, era classificata al di sopra del limite settentrionale della coltivazione della vite. Praticamente l’isoipsa, dopo aver girato su se stessa nelle creste alpine oltre i mille metri, proveniva da ovest, sopra i colli di Luni, dove c’è un vermentino da favola ancor oggi, scendeva il crinale della Versilia, dove ci piove tanto quanto in Garfagnana, ma lì il vento di maestrale asciuga subito le vigne, recuperava i colli lucchesi e Montecarlo, capitale medievale del vino di qualità, s’impuntava sul lato a bacìo del Montalbano, dove anzi a sud est giustamente i granduchi medicei incoronarono il Carmignano, e proseguiva per perdersi in estremo oriente da sopra Fiesole fino alla Rufina e al Casentino… La Garfagnana faceva quindi parte dell’énclave appenninica dove il vino non ci viene. Punto. Sono nato e vissuto in Garfagnana fino alla fine delle elementari. Il fatto è da rimarcare solo perché quell’isoipsa di cui dicevo non mi è per lungo tempo appartenuta, almeno fino alla piena maturità, quando mi sono accorto che persone che stimavo non amavano la Garfagnana, e non perché fosse priva di storia e vestigia preziose, ma perché non produceva vino. Preferivano addirittura la brumosa e piatta Padania, coi pochi resti di romanico rileccato e le città settecentesche, i cui coevi palazzi a Firenze si additano al ludibrio dei savi, ma che a cena ti imbandisce piatti di classe, accompagnati da caldi Baroli e onesti Santi Colombani, per non dover ricorrere alla variegata e scoppiettante molteplicità dell’Oltrepò pavese o della Franciacorta. Meno male, che almeno questa, tra le tante frustrazioni di un adolescente inurbato, me la sono risparmiata. Con la maturità poi, e con le variazioni climatiche intervenute nel frattempo, l’isoipsa si è spostata e l’énclave si è ridotta al punto che ora la Garfagnana produce onesti vini, degni di tal nome, e Fiattone e Tereglio stanno diventando i cru del domani, quando il Chianti sarà ormai desertico, e perfino la consorella Lunigiana, e il Pontremolese per giunta, riescono già ora a produrre un bianco fermo, di raccolta tardiva, ma di struttura inaspettatamente potente. Tie’, buco dell’ozono! Ti perdono solo perché ci hai fatto rientrare nella civiltà. Ma la storia che vi racconto precede queste svolte epocali e vede me, preadolescente vispo, solitario e

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curioso, il signor Fontana, un anziano vicino di casa di origine modenese, che si ostinava a farsi il vino da sé, anche se di regola era una ciofeca da delibare a boccuccia stretta, come l’intruglio prima dell’ecografia all’addome, e due zingare, secche, more e strinate dai lampi, come quasi tutte le zingare che si spostano a piedi, ma, come capirete tra un po’, stranamente poliglotte. La scena. Estate, pomeriggio. Io che inseguo lucertole nell’aia. Il Fontana che si riposa sulla panca davanti casa con il portone della stanza che fa da cantina, ripostiglio degli attrezzi e dispensa aperta. Arrivano dalla strada del colle le due zingare, con l’andatura strascicata di chi ha fatto figli fin dall’adolescenza. Si fermano all’ombra e la più anziana chiede al Fontana la carità. Mi avvicino perché la scena è sicuramente più interessante delle lucertole. Il Fontana, che si aspettava certamente la questua, va al sodo: “Mi dispiace, buone donne, io di soldi non ce ne ho, ma, se volete, vi posso offrire un bicchiere del mio vino. Fatto con le mie mani. Onesto.” Le due farfugliano qualcosa, stringendosi nelle spalle, come a dire “meglio che niente” e quindi vediamo il Fontana, che, speranzoso di aver trovato estimatrici dell’altro sesso, si affretta in cantina e spilla due bicchieri dalla botte, più vecchia di lui, come usava allora, porgendoli poi alle donne. Sia chiaro che quello che accade adesso si gioca in una manciata di secondi, ma per me restano una delle tante eternità che mi porterò fino alla tomba. Fate conto di essere in un film al rallentatore, con musica sempre più al rallentatore che si perde in un gracchiare da diskjockey. La più vecchia beve il suo. Sobbalza. Esclama: “Ma questo è picciolo!”. E fu la fine del mondo. Chi non è garfagnino da generazioni deve sapere che per picciòlo noi s’intende l’acquarello, ossia la risciacquatura delle vinacce, che un tempo si dava d’estate ai lavoratori a opera, perché non s’inciucchissero col bere e col caldo, e quindi faticosamente si guadagnassero la giornata senza disidratarsi. Che due zingare sapessero così bene le espressioni del garfagnino più stretto, e con tale proprietà di linguaggio, è uno dei tanti misteri irrisolti della mia esistenza. Saranno andate a opera? Saranno state finte zingare? Saranno state zingare da sempre stanziali? Non mi è dato di sapere. Non dissero: “Sa di muffa”. Non dissero: “E’ svanito”.

Dissero proprio, testuali parole, “Questo è picciòlo.” L’effetto fu dirompente. Il Fontana era una pasta d’uomo e, fuori di quella volta, non l’ho mai visto alterato. Generoso come tutti i “lombardi”, sapeva stare allo scherzo, ma quella volta fu troppo anche per lui. Cominciò a inveire, a bestemmiare, e, perdendo ogni ritegno, si avvicinò al forcone che stava poggiato nell’angolo tra le scale e la cantina. Oggi potrei dire: la cantina e il vino come metafora della virilità o qualche altra baggianata psicoanalitica. Allora però mi godevo la scena di tregenda con una partecipazione tutt’altro che estetizzante e tutt’altro che critica. Vista la mala parata, le due donne avevano posato i bicchieri ancora mezzi pieni sulla panca e se l’erano data a passo più sciolto e meno strascicato del solito, mentre il Fontana continuava il suo rosario con il forcone che andava avanti e indietro sopra la testa. Consummatum est in meno di un minuto. Questo episodio è entrato a far parte della mia personale epopea infantil-rurale, come fu il giorno dell’eclisse totale di sole, quando le galline e gli altri animali si zittirono del tutto al buio improvviso e il giorno dopo raccolsi un uovo di gallina che aveva sul guscio un serpentello in rilievo. O come quella volta che trovai un nido nascosto di gallina scappata alla Clelia, pieno di uova, una sola marcia, che mia madre mi costrinse a riconsegnare tutte alla Clelia, cosa che ritenni a lungo una vera ingiustizia degli adulti. Ma se mai dovessi cadere, un giorno, preda dell’Alzheimer o subire un ictus dirompente, che mi rincitrullisse ben più di quanto già non sono, fatemi davvero un favore. Sussurratemi all’orecchio la frase: “Ma questo è picciòlo!” e, se sarà rimasto un briciolo di umanità in questo vecchio ammasso di ciccia, credo che la cosa avrà ancora il suo bravo Nota biografica:

Fabrizio Vanni Pensionato. Laureato in Lettere e Filosofia cum laude col prof. Cesare Vasoli e in Scienze Politiche al Cesare Alfieri cum laude col prof. Luciano Cavalli. Già bibliotecario e poi giornalista addetto stampa di un ente pubblico fiorentino. Si occupa da molti anni di ricerche di geostoria e di simboli medievali. Le sue pubblicazioni non sottoposte a copyright sono sul sito academia.edu ad vocem Fabrizio Vanni.


di Luisa Moradei “Che bella cosa non sarebbe avere in porcellana bella e bianca…una serie di medaglioni, d’imperatori, di filosofi, le più belle statue come la Venere, il Fauno, l’Antinoo, il Laocoonte, modellate in picciolo!”. Così scriveva Francesco Algarotti, in lettera del 30 agosto 1739, a Carlo Ginori che nel 1737 aveva fondato a Doccia la sua manifattura di porcellana. Sulla base di questa considerazione il marchese Ginori intraprese una raccolta sistematica di tutte le forme presenti nelle botteghe appartenute agli scultori attivi dal tardo Rinascimento al Barocco, acquistò modelli degli scultori fiorentini contemporanei e commissionò riduzioni dalle più celebri statue antiche. Tutto questo per potersene poi servire nel creare i modelli della sua produzione in porcellana. Fabbricare statue a grandezza naturale e manufatti monumentali con un materiale tanto prezioso e fragile era un’impresa ardua e senza precedenti ma come attesta Salmon nel 1757 “Il Marchese Ginori, non pago di avere co’ suoi lavori esattamente emulati tutti quelli delle straniere fabbriche, s’impegnò nella difficilissima lavoratura delle Statue, e di assai dubbiosa riuscita”. Doccia divenne quindi un raffinatissimo centro produttivo che seppe utilizzare la porcellana, il cosiddetto “oro bianco”, per restituire nel bianco splendente sia le maggiori espressioni artistiche dell’arte fiorentina che le riproduzioni di sculture antiche ottenendo risultati che raggiunsero l’apice della congiunzione fra arte e attività produttive. Le più importanti sculture riferibili al primo periodo della Manifattura sono ora esposte al Bargello nella mostra La fabbrica della bellezza. La manifattura Ginori e il suo popolo di statue, curata da Tomaso Montanari e Dimitri Zikos, con la collaborazione di Cristiano Giometti e di Marino Marini. Oltre a presentare questo straordinario “popolo di statue” l’esposizione mette a confronto le opere in porcellana con quelle della collezione permanente del museo, presentate in versioni inedite di cera, terracotta o bronzo e servite come modello. Fra le opere esposte spicca per arditezza compositiva e leggerezza di volumi il Tempietto della gloria della Toscana, uno dei capolavori di Gaspero Bruschi, donato da Carlo Ginori all’Accademia Etrusca di Cortona. Realizzata fra il 1750-51 quest’opera si impone per i suoi 167 centimetri di altezza. Si tratta di uno straordinario e monumentale apparato effimero vivificato da un movimento tutto barocco che rimanda al Baldacchino beniniano; il progettato inizia-

le di questa “macchina superba” prevedeva addirittura l’appoggio su una base rotante che ne amplificasse l’effetto teatrale. La composizione è costituita da un impianto architettonico e da un apparato decorativo formato da pezzi di porcellana assemblati con una tecnica estremamente sofisticata. Quello che colpisce di questa opera, oltre naturalmente la felice soluzione estetica, è il programma iconografico che riassume e concentra le ambizioni artistiche e politiche del fondatore della Manifattura, coinvolto con alterne fortune nel governo del Granducato. Un’opera-manifesto, come l’ha definita Giometti, il cui significato

La manifattura Ginori e il suo popolo di statue

storico e politico è incentrato sul trionfo della dinastia medicea. Questa esaltazione dinastica viene tradotta nelle effigi riportate sulle 73 medaglie in porcellana bianca a fondo azzurro che riproducono la serie medicea in bronzo di Antonio Selvi e Bartolomeo Vaggelli e che costituiscono buona parte dell’assetto decorativo del Tempietto. Una leggiadra presenza di putti, volute e conchiglie alterna la narrazione figurativa della composizione che prende avvio dalla base ove siedono le quattro Virtù Cardinali, fondamento del governo mediceo e della prosperità da esso prodotta, e prosegue con la rappresentazione delle Parche, poste in equilibrio precario sulla sommità dei pilastri a indicare il periodo di incertezza seguito alla morte di Giangastone. La declinazione allegorica che esprime l’annientamento inesorabile degli effetti del governo precedente raggiunge il clou all’interno dell’edicola con il Tempo che rapisce la Bellezza, un gruppo le cui figure sono tratte da modelli in cera ripresi dal Foggini. Non mancano dichiarazioni personali in cui Ginori auspica l’arrivo di don Carlos di Borbone proponendo su una medaglia l’ innesto dell’Ibero sull’Arno, chiara allusione all’unione fra le due casate come soluzione alla instabile situazione politica. Ma l’epilogo della successione dinastica si formalizza con l’insediamento degli Asburgo-Lorena, annunciato dal Mercurio posto sulla sommità dell’edificio coronato da quattro leoni; la figura del Mercurio è tratta dall’omonimo del Giambologna di cui sono esposti il bronzetto e la cera, rispettivamente nella collezione del Bargello e in quella del Museo Ginori. Ai nuovi sovrani, immortalati nel medaglione a ritratto congiunto, sorretto dalla mano sinistra del Mercurio, è rivolto l’invito a governare con prudenza come indicato dallo specchio che il dio solleva con la destra. Il “messaggero” dell’auspicata rinascita con Francesco Stefano e Maria Teresa reca sotto il piede la scritta significativa POST FATA POTENTIOR SURGIT ETRURIA. Gli eventi politici che avevano condotto Ginori a Livorno sembravano però confinarlo ad un esilio labronico che non volgeva mai al termine e rendevano sempre più immotivato il proposito di donare la sua opera a Vienna. Per contro l’idea di inviare quella “macchina superba” all’Accademia Etrusca di Cortona si concretizzò nel 1756, in seguito alla sua nomina di locumone che per statuto era chiamato ad onorare la carica lasciando anche un dono all’istituzione.

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di Domenico Villano Tra documentari e film di finzione, grandi metafore e storie prese dall’attualità, il cinema ha cercato in ogni modo di raccontare e spiegare il mondo della finanza e le sue contraddizioni: la crisi, la speculazione, i paradisi fiscali, le folli bolle. Al rientro dalle bollenti spiagge della nostra penisola, i cittadini del capoluogo toscano avranno l’occasione di immergersi nel contraddittorio mondo della finanza assistendo alle proiezioni del Festival di Cinema e Finanza, organizzato dalla Fondazione Finanza Etica e dall’associazione “Gli Spostati”. La rassegna, dall’originale titolo “Non con i miei soldi”, consisterà in sei appuntamenti serali dal 27/08 al 01/09 presso la Limonaia di Villa Strozzi, a Firenze. Essa è inserita nell’ambito delle attività di promozione di un approccio critico al mondo della finanza promosse dalla Fondazione; ma è anche l’occasione per far conoscere la Fondazione alla cittadinanza ed avvicinare un pubblico più ampio a temi spesso vissuti come ostici e distanti. L’ingresso sarà gratuito ed ogni film sarà preceduto da un’introduzione da parte di un esperto e seguito da una discussione con il pubblico. Nelle serate di fine estate alla Limonaia saranno proiettate le più interessanti opere di ieri e di oggi dei più celebri registi che si sono cimentati nel raccontare il mondo della finanza con la loro macchina da presa. Aprirà le danze Furore, il capolavoro di John Ford del 1940, tratto dall’omonimo romanzo di John Steinbeck. Il film racconta la crisi del ‘29 attraverso le sfortunate vicende di una famiglia di agricoltori dell’Oklahoma costretta ad abbandonare le proprie terre in balia della speculazione bancaria e mettersi in viaggio alla volta della California alla disperata ricerca di un’occupazione. Lasciate le coste californiane, ci catapulteremo a Praga, primi anni 2000, nel pieno della trasformazione post-comunista, per riflettere sui nostri stili di vita. Czech Dream (Český sen) è un documentario del 2004 realizzato da due giovani registi, Vít Klusák e Filip Remunda; I due, studenti alla scuola di cinema FAMU della capitale boema, hanno realizzato il documentario come tesi di laurea. La loro telecamera riprende lo sviluppo di un’enorme beffa, architettata dai due ragazzi, culminata, dopo una massiccia campagna promozionale, nell’apertura di un falso ipermercato, chiamato appunto Český sen (sogno ceco). La folle corsa sui verdi prati di nonne e bambini verso l’Eldorado delle offerte promozionali, farà riflettere lo spettatore sulla nostra società del “benessere” basata su

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Al cinema, ma Non con i miei soldi

consumismo ed individualismo. L’immancabile documentario di Michael Moore, Capitalism: a love story, arriva con tutto il suo peso a trarre una considerazione ancora più generale sul mondo occidentale. La grande crisi finanziaria è per Moore il momento giusto per dire quello che in America non si può dire: che forse il capitalismo come lo intende quel paese non va proprio bene. Restando negli States facciamo un breve passo indietro nel tempo, tornando agli spensierati anni ‘80: Wall Street di Oliver Stone è un film che ha segnato un’epoca, raccontando le vicende di un giovane broker di umili origini, Bud Fox (C.Sheen), in combutta con lo speculatore Gordon Gekko, un Michael Douglas da Oscar. In Wall Street, Stone mette a nudo il sostrato valoriale e le “regole del gioco” del mondo della Finanza U.S.A., a pochi mesi dal primo grande tonfo della Borsa statunitense, nell’ottobre del 1987. Da una crisi all’altra, Inside Job (2010), è probabilmente l’opera più completa ed esaustiva in materia di crisi dei subprime, vincitrice di un premio Oscar per il miglior documentario. Il regista Charles Ferguson spiega con chiarezza e utilizza con

maestria gli strumenti del genere documentario e del racconto audiovisivo, per fare un disamina comprensibile della complessa e sfaccettata realtà finanziaria statunitense. Chiude la rassegna Piigs, un film a metà strada tra un documentario di denuncia e uno dei ritratti di vita delle classi subalterne di Ken Loach. Narrato da Claudio Santamaria e con interviste ad Erri De Luca, Noam Chomsky e Yanis Varoufakis, Piigs mette in luce le tragiche conseguenze sulla quotidianità dei cittadini della crisi economica europea. Realizzato da tre filmmaker dopo cinque anni di ricerche e due di riprese, Piigs è un’immersione senza precedenti e senza censure nei dogmi dell’austerità. Il documentario racconta anche le dirette conseguenze dei tagli a Roma, raccontando la storia di precarietà della Cooperativa sociale “Il Pungiglione” ad un passo dal fallimento, dopo anni dedicati all’assistenza di disabili e persone svantaggiate. Insomma, questo festival sarà l’occasione per immergersi nelle contraddizioni di un sistema finanziario che va cambiato, il primo passo per farlo è senza dubbio iniziare a conoscerlo. Non mancate!


di Simone Siliani Cosa c’è oltre (o nei dintorni) della Muraglia oggi? Da sempre, ma anche oggi che le dinamiche globali hanno aperto anche quest’ultima porta (quella di cui scrisse magistralmente Tiziano Terzani nel 1985 in “La porta proibita”), il mondo cinese ci appare sconosciuto e inconoscibile: non ne sappiamo decifrare o classificare il regime politico (cosa è? Un regime politico comunista o dittatoriale, basato su una economia iper-mercatista, poggiato su una cultura millenaria che forse sopravvive, ma sostenuto da uno sviluppo tecnologico accelerato... come lo definiremmo un sistema di tal guisa?) e non ne comprendiamo le dinamiche interne. Ma qualche eco di cosa stia accadendo nel continente cinese ci giunge sempre più di frequente dall’arte visiva contemporanea. Per certi versi è ovvio che sia così: l’arte è la più immediata delle forme di espressione e più di altre riesce a cogliere, con pluralità di tecniche e materiali, lo spirito del tempo e, al tempo stesso, è indicativa di una tendenza centrifuga, diremmo eversiva. Così a questa condizione non sfugge la mostra “Oltre le mura”, in corso a Firenze in Palazzo Medici Riccardi fino al 17 settembre, prodotta da MetaMorfosi e dallo Xi’An Art Musemu in collaborazione con Eawe Project e N!Studio Asia: una collettiva di opere di fotografia, pittura, scultura e installazioni di 23 di artisti contemporanei selezionati da Yang Chao, direttore del museo di arte contemporanea della città di Xi’An. Occorre subito chiarire che la mostra e gli artisti qui rappresentati non sono, come purtroppo sempre più spesso avviene, arte per turisti o costruite ad uso e consumo di un pubblico occidentale, presentandosi come forme e contenuti artistici “esotici”. No, qui c’è una profonda ricerca culturale sul tema della trasformazione e della continuità della società cinese contemporanea, che non ricerca prosceni internazionali eppure si sottrae al confomismo accademico (anche quando tratta il tema, sempre centrale, della calligrafia che viene svolto non come la celebrazione della forma suprema, ma statica e omologante, dell’arte cinese, ma come – paradossale – forma della diversità linguistica presente

Oltre le mura

ed emergente nella Cina di oggi, come in Wang Mengmeng). Cambiamento e continuità mi sembrano i due poli attorno ai quali si svolge la riflessione degli artisti in mostra. Da un lato i simboli della modernità cinese – Mao e la Lunga Marcia, la pianificazione sociale – e dall’altro quelli della caotica ed irrisolta Cina contemporanea con la critica del consumo (le fotografie di Xing Danwen e la scultura di Fu Qiang, che richiamano una tradizionale tensione contro lo spreco e per la parsimonia che affonda le sue radici nella cultura contadina cinese che fu esaltata dalla propaganda maoista). La trasformazione più evidente nella mostra sta proprio nella rottura del paradigma dell’omogeneità maoista che sfocia nell’esaltazione della moltitudine individuale: contrariamente a quanto vogliamo credere il continente cine-

se è quanto di più culturalmente variegato si possa immaginare. Ecco allora che la Lunga Marcia rappresentata nell’opera di Guo Yan, “Il tempo passa in silenzio”, forse l’opera più tragicamente poetica della mostra, si rappresenta nell’immenso fiume delle diversità che scorre e che rappresenta le contraddizioni e i contrasti individuali di cui è minata la società cinese contemporanea (i feti abbandonati della politica del figlio unico, l’invecchiamento della società cinese). Anche le foto del gruppo di Shaanxi e i lavori sarcastici di He Dan rappresentano questa esplosione dell’individualismo cinese con tutte le sue contraddizioni. La stessa opera di Song Qun, il lungo tavolo con le 300 ciotole raccolte nelle campagne dello Shaanxi, ognuna diversa perché “vissuta” da altrettanti individui, in fondo rompe il tabù dell’omogeneità: nella retorica occidentale sulla Cina cosa vi è di più omogeneo se non il cibo, costituito (erroneamente) solo dalla ciotola di riso? Ebbene Song Qun ci dice che, al contrario, dietro questa apparente omogeneità vi è il massimo del pluralismo, cioè l’individuo che intacca la tradizione con le due sofferenze, le sue paure, le sue impurità. Oggi sulla Cina incombe una nuova, e forse più devastante, forma di omologazione ed è quella data dalla finanza, dal denaro, dal modello di un’economia finanziarizzata che ingoia, digerisce e assorbe la modernità maoista (penso alla micro fotografia di Gu Chamgwei che rivela le qualità grafiche della banconota cinese con l’immagine di Mao o, meglio, all’opera di Zhou Zhonming che vede protagonisti gli uomini d’affari cinesi ritratti su codici a barre, fatture e registri contabili, simboli dell’onda omologatrice che avanza). Le città cinesi sono oggi il concentrato di questa molteplicità irregimentabile, che mescola insieme l’iper-tecnologismo della dimensione verticale dell’architettura attuale con un disegno urbano più di tipo occidentale: la memoria storica cerca disperatamente di resistere, come nell’opera di Liu Kecheng, “Illusory city”, collocata nel cortile di Michelozzo di Palazzo Medici Riccardi. E’ questa, forse, la cifra più drammatica della contemporaneità cinese: un titanico e sordo conflitto fra civiltà che si scontrano senza tregua che trasformano continuamente e producono nuove dimensioni artistiche.

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di Francesco Gurrieri Se n’è andato, pochi giorni fa, Valerio Zani. Col fratello maggiore Vittorio aveva rilevato la piccola gloriosa Libreria Editrice Fiorentina (nata nel 1902), facendone un fiore all’occhiello della cultura cattolica democratica a Firenze. La sala interna della libreria di via Ricasoli era la fucina nella quale si ritrovava l’intellighentzia della città: La Pira, Raffaello Torricelli, Meucci, Amerighi, Don Bensi, Pietro Parigi, Mario Gozzini. La massima notorietà della Lef fu raggiunta con le opere di Don Lorenzo Milani che suscitarono scandali e processi, e non pochi problemi alla curia fiorentina; opere e Autore oggi celebrati da papa Francesco. Non meno importanti furono i “Quaderni di Corea”, diretti da un altro apertissimo sacerdote che operava nel quartiere più povero e problematico di Livorno. Ciò per sottolineare come gli Zani furono protagonisti indiretti di quella fondamentale area – il “cattolicesimo democratico” - che contribuì in maniera determinante al rinnovamento del paese. Ma qui vogliamo ricordare Valerio e Vittorio Zani anche per la loro disponibilità e passione nell’aprire la Collana di Architettura (caratterizzati da una coperta di cartoncino grigio), ove scrissero Giovanni K. Koenig, Rodolfo Raspollini, Italo Gamberini, Pier Luigi Spadolini, Franco Borsi, Carlo Cresti e molti altri; ed anche per l’impegno a pubblicare la rivista di cultura architettonica “Necropoli” (1969-73).

di Sergio Favilli No, non è una nuova versione del film di Almodovar, è la farsa tragicomica scoppiata nella classe dirigente di Art. 1 MDP dopo che Pisapia, ad una festa dell’Unità, ha platealmente abbracciato la ministra Boschi!!! Scandalo a Sinistra!!! Il serpentello calabrese ha subito tuonato : - questo gesto fa storcere il naso al nostro popolo!! - Il vecchio Pasquino, da tempo immemorabile estimatore dell’ex sindaco di Milano ed oggi in vena, appunto, di pasquinate, ha testualmente riferito : - Giuliano non sa cosa vuole ! – Uno sconosciuto eurodeputato baffiniano ha invocato il divieto di abbracci per tutti i simpatizzanti di MDP, il nostro governatore Rossi, sempre disinteressato, invita Pisapia a stare molto attento ai simboli e a non andare in giro ad abbracciare chicchessia, tantomeno una renziana!!!! Ma decisamente la più arrabbiata di tutti è la Volpe Gelona, perenne ed ingombrante ombra del Gatto Bersano : ai due compari, già noti alle cronache, piace far notizia!!. La Volpe Gelona ultimamente è apparsa un po’ spelacchiata e talmente malmessa che non

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I fratelli Zani

Valerio Zani, la Libreria Editrice Fiorentina e la gratitudine della facoltà di architettura

Fu una stagione, forse l’unica, in cui l’editoria di architettura di Firenze fu competitiva con le più consolidate di Milano e Roma. Importante dunque ricordare Valerio Zani, coraggioso operatore che ha onorato l’editoria fiorentina. E un grazie a Giannozzo Pucci che, oggi, ne porta avanti l’eredità culturale.

Gli Abbracci spezzati se la fila più nessuno!! Va sempre in giro a vender terreni con presunte pentole piene di monete d’oro, ma nessuno più gli crede, e , come imbonitrice di gonzi, credo che abbia già fatto il suo tempo, figuriamoci se qualcuno l’abbraccia!!! Giammai!!!| In piena crisi di gelosia ha tuonato contro la ministra aretina blaterando sul combinato disposto che ha permesso a Pisapia quel caloroso gesto d’affetto!! L’evidenza

salta agl’occhi, la Boschi è piacente ed il paragone non è proponibile!! Alla Volpe Gelona, bionda e abbastanza in carne, non resta che trasferirsi definitivamente in Marocco, almeno al vecchio Gatto Bersano arriveranno un centinaio di cammelli in contropartita!!!Giuliano Pisapia, forte della sua lunga esperienza, ha pensato bene di prendere le distanze da questi soggetti ed ha disdetto gli incontri già prefissati. Cari compagni scissionisti raddrizzatevi il naso storto e state attenti alle compagnie non disinteressate, state attenti ai lupastri baffuti, state attenti ai gatti imbonitori, state attenti ai viscidi serpentelli, state attenti alle volpi rancorose, ne va della vostra credibilità!! Se poi, dopo ampie riflessioni, decidete di tornare a casa vostra (e nostra) sapete benissimo che al figliol prodigo si fa sempre gran festa, compreremo da Gatto Bersano un grasso cammello che, fatto frollare a modo, somiglia molto al maiale più grasso!!!!! Vi aspettiamo!!


di Aldo Frangioni Diversamente da molte opere artistiche, di questo e del precedente secolo, che si valorizzano decontestualizzandole dal luogo in cui sono nate, i lavori di David Styler trovano nella sua bottega il loro più naturale spazio per essere viste o meglio per essere “cercate”. Ma poiché volevamo presentare un altro dei numerosi artisti che vivono nel nostro comune, abbiamo dovuto “strappare” le sculture di David per mostrarle nella nostra piccola Galleria di Q 0,96. Ma consigliamo a tutti di passare dal suo laboratorio, anche per pochi minuti, per scoprire, nella gran camera delle meraviglie, le più diverse produzioni che, solo apparentemente, vi sono ammassate. All’inizio possiamo avere un po’ di spaesamento ma un attimo dopo si può andare alla ricerca dei più fantasiosi assemblaggi: molle che diventano capelli, sellini di bicicletta che sono delle teste di cane, cestelli di lavatrici che, uno sull’altro, sono rocchi di colonna traforata invece che scanalata, vi appariranno cucchiai diventati acciughe e tanti oggetti che hanno trovato nelle mani di Styler una nuova e diversa vita. E’ scontato pensare subito a Jean Tinguely lo scultore svizzero che mettendo insieme pezzi di ferro, ruote ed altri aggeggi, realizza le sue famose sculture come le fontane in movimento di Basilea o quella davanti al Centre Pompidou. Le sue ultime opere, sono dedicate al dramma dei migranti e dei tanti morti nel Mediterraneo. L’esposizione è un nostro piccolo segno di accoglienza ai numerosi giovani che vivono, qui e ora, anche a Fiesole, insieme a noi. Inquieto cittadino del mondo, David, guarda con sensibilità superiore a noi stanziali, al nuovo grande e drammatico tempo dei trasferimenti globali. Così ferri abbandonati, bulloni dispersi, pennelli gettati, legni non ritenuti utili neppure per il camino prendono la forma della disperazione dei fuggiaschi da guerre e carestie. Le sue opere sono tutte metamorfosi di oggetti abbandonati, di scarti che, ci dice l’artista, “la società dei consumi espelle senza averne sfruttato tutto il potenziale”. David vive da noi da molti anni e, come per tanti artisti giunti nel nostro comune, Fiesole è diventata per lui un porto, più che una piacevole residenza. Per arrivare a questo approdo Styler parte da Chheharta in India, per studiare a Firenze per poi andare in Inghilterra come scalpellino a restaurare un edificio del ‘700. Ma riparte ancora per ritrovarsi col granito, il basalto e l’olivo della Sardegna, ed infine, almeno per ora, ormeggia alla nostra “isola”.

Migranti e metamorfosi a Quadro 0,96 di oggetti

foto di Massimo Innocenti

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di Anna Lanzetta Visitare una città vuol dire entrare nelle sue viscere e sentirne palpitare il cuore. Sono sempre i luoghi meno noti a identificare una città e a metterne a nudo il folklore, la storia e in particolare le credenze. Se Napoli è conosciuta per le sue bellezze impareggiabili, è nei suoi luoghi più riposti che se ne colgono le pulsioni, quelle più ancestrali, più autentiche, più vere, ed è nel Rione Sanità che si sente pulsare il cuore della città, un angolo poco visitato ma che trasmette la propria identità con un susseguirsi di emozioni. Vivacità e confusione, degrado e abbandono si mescolano a un passato di storia e catturano il visitatore, ponendolo di fronte a una realtà diversa ma non meno interessante dei luoghi più rinomati. Il rione Sanità, cosìddetto perché salubre, sorse alla fine del XVI secolo in un vallone utilizzato già all’epoca greco-romana come luogo di sepoltura. Corrisponde a un’area ubicata a nord della città, che si estende dal Borgo dei Vergini fino alle falde della collina di Capodimonte, a pochi passi dal centro, in un luogo un tempo al di fuori delle mura che delimitavano la città, e collegato ad esso da Porta San Gennaro, santo ricordato dall’affresco. Per chi proviene da via Foria, la prima zona che si incontra prima di giungere nella Sanità vera e propria è il borgo dei Vergini, detto anche borgo barocco per lo stile predominante nelle sue architetture. I Vergini rappresentano il primo tratto del lungo vallone che scorre tra le alture della Stella, dei Miracoli, di Capodimonte e di Materdei. Il nome indicava una fratria religiosa greca dedita alla temperanza ed è legato a un racconto: Ocna innamorata del giovane Eunosto e da questi respinta, lo accusò di violenza provocandone la morte per mano dei fratelli ma saputa poi la verità, la ragazza si uccise, i fratelli furono incarcerati e il popolo innalzò un tempio in onore del giovane. Tutto il quartiere prende il nome dal santuario della Stella, così chiamato per un’icona che raffigura la Madonna con una stella sul capo. La Sanità è un luogo magico, ed è attraversando le sue strade strette e tortuose, che ripide corrono verso il centro della città, che l’interesse cresce a dismisura. Ogni chiesa e ogni palazzo si racconta attraverso le singolari architetture e con reperti, affreschi e mosaici che li adornano e che nel sottosuolo parlano di riti, di credenze e di consuetudini mai sopite. Palazzi maestosi come palazzo Sanfelice in via Arena della Sanità e palazzo dello Spagnolo ai Vergini testimoniano che inizialmente il luogo, diventato oggi una delle zone più popolari di Napoli, era destinato a importanti famiglie nobiliari e

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I re del Rione Sanità

a facoltosi borghesi, perché salubre. Il Palazzo dello Spagnolo, uno dei principali esempi di barocco napoletano, fu costruito nel 1738 su progetto dell’architetto Ferdinando Sanfelice, per volere del marchese Nicola Moscati. Di grande impatto visivo sono la scala monumentale detta ad ali di falco e la scelta cromatica del giallo e del verde. Oltre alla bellezza delle strutture architettoniche di un barocco acceso ma nell’insieme raffinato, il luogo coinvolge per l’intensità della vita che in esso si svolge. Il mercato all’aperto è un richiamo con la ricca e varia mercanzia. L’occhio attento e curioso si sposta alacremente per seguire voci, richiami, frastuoni e fermarsi sulle specialità succulenti che accendono il gusto mentre l’orecchio si delizia al suono del dialetto o per meglio dire della lingua che trasforma ogni espressione in musica. Famosi i soprannomi, che si leggono o si ascoltano, l’architetto Sanfelice era detto “Lievat’ ‘a sott’”, “Togliti da sotto” per la leggerezza dei suoi progetti; poche parole ma poste ad arte, per indicare un pensiero di senso compiuto. Inoltrarsi nel cuore del Rione Sanità è come entrare in un altro mondo, che apparentemente nulla ha da condividere con il centro della città ma che ne rappresenta un aspetto fondamentale perché ne richiama le origini. Il luogo è cimiteriale. Ipogei ellenistici e catacombe paleocristiane come quelle di San Gennaro e di San Gaudioso riportano indietro nel tempo e parlano del culto dei morti., della pietà e della solidarietà dei napoletani. La Sanità è un quartiere che, grazie ai giovani, sta riscoprendo le proprie origini, per al-

lontanare da sé una nomea negativa che per troppo tempo l’ha segnato. La Chiesa è diventata il cardine di questo progetto non facile ma possibile vista la volontà e la passione con cui i giovani lavorano con competenza e responsabilità. La rinascita del Rione si deve infatti alla tenacia di un sacerdote che ha saputo circondarsi di giovani, la forza migliore del territorio. Padre Loffredo, nel libro Noi del Rione Sanità, racconta la volontà dei ragazzi che lo hanno seguito, ne elogia l’impegno ed è convinto che per riuscire nel progetto bisogna allontanare i figli dai malavitosi e creare un modello socio-economico alternativo a quello fondato sull’illegalità. I giovani che si sono organizzati in “cooperative”, tra cui “La Paranza”, forti della propria volontà e armati di cultura, loro strumento fondamentale, si impegnano nella riscoperta e valorizzazione dei tesori del proprio quartiere, per lungo tempo dimenticati. È grazie alla volontà di questi giovani e al loro impegno che il Rione si arricchisce sempre di nuove energie, diventando un centro di aggregazione per molti ragazzi, motivati ai diversi progetti, mirati al recupero, alla formazione, alla valorizzazione della cultura, strumenti capaci di combattere la dispersione scolastica, per un futuro diverso dal presente. È bellissimo vedere con quanto amore e con quanta passione i giovani lavorano, coinvolgendo con perizia i visitatori con visite guidate a luoghi per lunghi periodi abbandonati anche per le frane di fango che li avevano interamente ricoperti. Sono così ritornati alla luce luoghi dimenticati come le “Catacombe di San Gennaro”, antiche sepolture dei primi cristiani napoletani e dei vescovi della città e le “Catacom-


be di San Gaudioso”, in cui sono visibili rituali macabri e misteriosi che si dice ispirassero Totò per scrivere ‘A Livella. Nei cunicoli delle catacombe è infatti collocato un affresco di Giovanni Balducci raffigurante uno scheletro, che simboleggia la natura effimera della ricchezza che cessa di avere senso di fronte alla morte. Spazi enormi che occupano il sottosuolo delle chiese e ci riportano indietro ad una storia antica e affascinante che tra scheletri e colature, danno un’immagine palpabile di una realtà per troppo tempo ignorata ma affascinante dove spesso si sono mescolate realtà e fantasia. Grazie all’impegno di Padre Loffredo, dei giovani e delle associazioni di volontariato, culturali e sociali che si sono costituite in Rete, si stanno creando le premesse per organizzare condizioni di vita diverse con l’acquisizione del senso civico e della legalità. Ogni luogo parla dello spirito napoletano come “Il Cimitero delle Fontanelle” -‘O camposanto de’ Funtanelle situato in via Fontanelle. Un luogo di forte attrazione che custodisce una parte di storia fatta di dedizione e semplicità. Occupa enormi cavità tufacee e tra il sacro e il profano, riti e credenze, descrive il sentimento di pietà che il popolo napoletano ha sempre nutrito. Ospita i resti di chi non poteva permettersi una degna sepoltura, le vittime della grande peste del 1656, morti di altre epoche come quelli del colera del 1836 e di altre epidemie che hanno più volte colpito la città e nel tempo le ossa provenienti dalle cosiddette “terresante”, sepolture ipogee delle chiese che furono bonificate dopo l’arrivo dei francesi di Gioacchino Murat e quelle provenienti da altri scavi. Enorme è il numero di crani e di ossa che raccoglie,

risalenti a varie epoche e le molte leggende che vi si raccontano, danno vita al connubio tra il mondo dei vivi e quello dei morti, attraverso il sogno, come l’abitudine di adottare una “capuzzella”ossia un’anima “pezzentella”, un cranio che in cambio di sistemazione prometteva protezione. A chi si meravigliava un tempo di tali credenze, così si rivolgeva Matilde Serao:« Questo guazzabuglio di fede e di errore, di misticismo e di sensualità, questo culto esterno così pagano, questa idolatria, vi spaventano? Vi dolete di queste cose, degne dei selvaggi? E chi ha fatto nulla per la coscienza del popolo napoletano? Quali ammaestramenti, quali parole, quali esempi, si è pensato di dare a questa gente così espansiva, così facile a conquidere, così naturalmente entusiasta? In verità, dalla miseria profonda della sua vita reale, essa non ha avuto altro conforto che nelle illusioni della propria fantasia: e altro rifugio che in Dio ». Un luogo dove magia e mistero si mescolano per racconti apparentemente inverosimili ma che sono parte integrante di un popolo legato a valori ancestrali e a una religiosità palpabile testimoniata anche dai molti tabernacoli che si trovano in vari punti del rione. La storia del quartiere si legge e si costruisce attraverso le targhe, i luoghi, i simboli che ricordano personaggi illustri che un tempo lo popolavano: il principe della risata, Totò, nacque al 109 di via Santa Maria Antesaecula: «Sono nato nel Rione Sanità, il più famoso di Napoli.», così diceva e qui visse fino all’età di 24 anni, quando si trasferì a Roma con la famiglia. Grande cuore il suo, legato al territorio e all’indigenza degli abitanti, di notte usava, accompagnato dal suo autista, lasciare dei soldi sotto le porte delle famiglie più bisognose. La casa oggi appartiene a privati ma il luogo, benché spoglio, ricordando il grande Totò (che meriterebbe ben altro), suscita emozioni. In via Santa Teresa degli Scalzi, al 12, nacque Bernardo Celentano, pittore del XIX secolo e una lapide lo ricorda. Il Rione Sanità è ricordato dal cinema, dal teatro, dalla canzone. Eduardo de Filippo vi ambientò alcune delle sue commedie più famose: Il sindaco del Rione Sanità e Il cilindro. Vittorio de Sica girò qui L’oro di Napoli e qui girò una delle scene indimenticabili di Ieri oggi e domani dove si vede una Sophia Loren col pancione che percorre al contrario la Salita Cinesi. Salvatore di Giacomo fu ispirato dal codice d’onore che vigeva nei vicoli del Rione, quando scrisse Lo sfregio, storia di una donna che protegge il suo protettore-fidanzato camorrista che l’ha sfregiata con il rasoio: «Ha tagliata la faccia a Peppenella/ Gennariello de la Sanità;/ che rasulata! Mo la puverella/ mo proprio è stata a farse mmedecà./ Pò ll’hanno misa ‘int’

a na carruzzella,/ è ghiuta a ll’Ispezzione a dichiarà,/ e ‘o delicato, don Ciccio Pacella,/ll’ha ditto: -Iammo! Dì la verità./ Ch’è stato, nu rasulo, nu curtiello?/ Giura primma, llà sta nu crucefisso/ (e s’ha tuccato mpont’a lu cappiello)./ Dì, nun t’ammenacciava spisso spisso?/ Chi? – rispuost’essa – Chi? Gennariello!/ No!… V’o giuro, signò! Nun è stat’isso!». Il ponte, che sovrastando il rione Sanità, consente l’accesso al centro della città è stato intitolato a Maddalena Cerasuolo detta Lenuccia, perché lo salvò dalla rovina delle mine naziste durante le “Quattro giornate di Napoli”. Libero Bovio, autore di Reginella, abitò per un periodo di tempo in via Antonio Villari e Tina Pica in un palazzo di via Santa Teresa al numero 118. Nella Chiesa di Santa Maria dei Vergini fu battezzato Alfonso Maria de’Liguori: il più santo dei napoletani e il più napoletano dei santi, e questo solo per citarne alcuni. Nel settembre 1833, Giacomo Leopardi invitato da Antonio Ranieri si trasferì a Napoli e per un breve periodo alloggiò nella sua casa sita in vico Pero n. 2. In questa casa, ritornato dalla Villa delle Ginestre a Torre del Greco, il poeta morì il 14 giugno 1837. Oggi è visibile da via Santa Teresa una lapide che ricorda la casa in cui Leopardì visse e morì. Ho tracciato le linee essenziali di un quartiere che sta sgomitando con forza, e che grazie ai giovani, cerca di togliersi di dosso il pesante fardello che ha rischiato di schiacciarlo. Come sappiamo sono sempre i giovani a intervenire, a operare, a rimboccarsi le maniche per amore del proprio paese, del proprio territorio. I giovani vanno seguiti, i loro sforzi vanno sostenuti e incoraggiati con ogni mezzo. I giovani sono nel Rione Sanità esempi di vita, di impegno e di lavoro che tutti dovremmo sostenere e specialmente chi è deputato a tale compito. Dopo anni di abbandono, nel 2006 le Catacombe sono state affidate ai giovani della Cooperativa “La Paranza”, grazie all’intercessione dell’Arcidiocesi di Napoli e del Parroco della Basilica di Santa Maria della Sanità e in pochi anni sono diventate una delle principali attrazioni di Napoli, come io stessa ho potuto constatare nella visita al luogo, accompagnata da guide della “Paranza” che con competenza e dovizia di particolari, indice di una preparazione ampia e accurata di chi crede nel proprio lavoro e ama il luogo, sono stata resa partecipe della storia del territorio e della sua evoluzione. Un impegno da lodare, da ammirare, da considerare strumento di lavoro per chi il lavoro non ce l’ha ma che come questi giovani, esempio per noi tutti, credono in un futuro diverso. A loro il nostro plauso e tutto il sostegno possibile perché questi progetti possano sempre più proliferare.

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di Paolo Marini Davanti al mare di Nomellini quante idee abbiamo del mare? Grosso modo o perlomeno due. Il mare è elemento essenziale del paesaggio marino, è panorama, è visione d’insieme di esso stesso; e il mare è consistenza di acqua, è sembianze di colori, di luce, ed è movimento. Nel primo caso esso prende forma dal suo recipiente - che è la terra - ovvero dal suo limite - che sono di volta in volta i litorali, i promontori, le darsene; sulla tela il pittore può renderlo con poche pennellate - che sia in primo piano o, come spesso accade, ritratto sullo sfondo, una striscia all’orizzonte. Nel secondo caso, si fa fatica a trovargli una forma; qual è, infatti, la forma del mare, se si osserva nella sua essenza? Essa, semplicemente, pare non esserci/non è. Di più: mi sembra che l’indagine artistica ne presupponga un qualche movimento, per quanto minimo, e ciò rende tutto più complicato. Ecco che si fa arduo, il compito del pittore, se consiste nel ‘dare una forma’ a ciò che forma non ha. Il “Mare” di Plinio Nomellini (in questi giorni e fino al 5 novembre prossimo in mostra al Palazzo Mediceo di Seravezza, insieme a tante opere dell’artista, ed altresì rintracciabile nel catalogo della mostra dell’Editore Maschietto, al n. 68) è esempio della seconda accezione. Quando ho incontrato quest’opera – un bel ‘quadrato’ di circa 2X2 metri - ho avuto conferma che l’intera corrente divisionista meritasse il primato su tutte le concezioni/espressioni pittoriche. Poi ho desistito da questa affermazione, dettata dall’entusiasmo dell’incontro e come tale provvisoria. L’esperienza dimostra che l’arte non si pone come un caleidoscopio di idee/stili, messi in fila, lì, a bella posta per istruire graduatorie. L’arte è un fenomeno dello spirito, che si misura con il tempo e con la storia. In essi si manifesta e si declina di volta in volta, anche in ciascun artista, con soluzioni in parte nuove e inconfondibili, contribuendo ed anzi partecipando da protagonista alla cultura di un’epoca. Così, è facile prendere entusiasmi ma è più importante comprendere, cercare di cogliere le peculiarità e le distinzioni tra artisti/correnti artistiche, per stabilizzare le percezioni, le emozioni e i sentimenti entro una più ampia consapevolezza estetica. Vale la pena di sacrificare del tempo piuttosto che improvvisare, sul momento - per una pulsione quasi infantile -, improbabili classifiche. Una cosa è certa. La bellezza di questo “Mare” è completamente debitrice nei confronti

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La bellezza del mare della tecnica divisionista. Essa si nutre di una realtà interpretata con una particolare applicazione del colore (e della luce), tipica di quel genere di ricerca, e Nomellini la personalizza vieppiù con varietà/vivacità cromatica (utilizzando anche colori che solo apparentemente risultano ‘stranieri’), una costante della sua produzione. Ma è anche una bellezza di movimento, reso magistralmente: il mare – verosimilmente osservato dall’arenile - è còlto nell’istante in cui sta per montare una nuova onda, mentre contro muove (in primo piano) la precedente; è una fase breve, interstiziale, duplice, inondata di luce (che, associata allo sfondo scu-

ro e ai gabbiani che volano basso, fa intuire un cielo variabile, di tempesta), di epilogo e re-inizio, (idealmente) di sollievo e di ansia. Difficilmente avrebbe potuto rendersi tutta questa complessità – incluse le forme quasi-geometriche e ineffabili delle spume -, se non appunto con il tocco puntiforme. Il mare si è appropriato dell’intero spazio (se si eccettuano i citati gabbiani e i simulacri di vele, in alto, con lo sfondo) e si impone all’immediato cospetto dell’osservatore: talmente presente e immanente che, dopo averlo a lungo assaporato, si potrebbe riemergere dall’osservazione con un po’ di salmastro che ci è rimasto appiccicato addosso.


di Carol Berényi Figure in un interno - Una mostra di Oliviero Draghi In un torrido pomeriggio di fine luglio sono scesa dal treno alla stazione di Santa Maria Novella. Destinazione: la mostra di scultura di Oliviero Draghi, alla Galleria SACI in Via S.Antonino a Firenze. Non poco frastornata dal caldo e dalla confusione, poi sollevata dalla brevità del tragitto, pochi passi e sono quasi vis-à-vis con la celebra Cappella che da il nome alla stazione. Eccomi davanti al portone del numero 11, Palazzo dei Cartelloni (ovvero Palazzo Viviani)… Da qui in poi posso dire di essermi trasportata in uno stato d’animo completamente diverso, fuori dall’ordinario: Dall’elegante ingresso barocco s’intravede una grande sala bianca, e in fondo un apertura verso un giardino all’italiana. In questa sala bianca incontro le sculture di Oliviero Draghi e do uno sguardo rapido all’insieme: Mi trovo in presenza, mi pare, di guerrieri antichi alla mia sinistra, mentre alla mia destra ci sono gruppi di fanciulle e figure singole di tenera età, e con ciascuna di loro, un animale accompagnatore. Direttamente davanti a me, accanto all’ingresso al giardino, c’è una parete – da lì vedo spuntare delle teste…. Mi preparo ad un incontro ravvicinato, andando in senso antiorario. GUERRIERI Ora sto facendo la conoscenza di certi piccoli soldati corazzati – sono i “Guerrieri” dello scultore, pezzi sparsi di una fanteria e di una cavalleria di tempi lontani. Ho detto piccoli, ma potrebbero anche sembrare enormi questi guerrieri in bronzo. Per me sono figure archetipiche, spavaldi combattenti oppure cavalieri sbilenchi e stanchi di battaglie senza fine, duri come la loro materia stessa e insieme filiformi. Per fare il bronzo c’è voluta la cera persa, una costruzione a pezzettini. Come con i soldati di tutti tempi, l’armatura darà quella impressione di solidità, anche quando dentro si perdono i pezzi… Accompagnati da un sapiente gioco di luce, si trascinano dietro le loro stesse ombre, le grandissime ombre del passato. Sto facendo una riflessione anti-guerra? In realtà queste sculture mi lasciano con un senso di grande pace. HEADS Adesso sono davanti alla parete delle testine - è una festa di bambine. Sono bimbe dalle tinte tenue,catturate nelle loro varie espressioni, mimiche facciali e umori. Ci sono delle biondine, delle castane, delle bionde fragoline. Mi viene l’idea : che l’artista possa aver preso la propria figlioletta come modella/ musa? Ha scritto una mia amica, “…Sono come piccoli angeli che soffiano, ridono o s’imbronciano, ma [invece delle aureole] hanno delle trecce e che gli ornano il volto”. Se la donna è mobile, la faccia di una bambina lo è ancora di

Draghi, guerrieri, testine e animali

più. Nel bel mezzo di questo coro di piccole donne, vedo spuntare una testa bianca, non dipinta, un uomo giovane barbuto e con lo sguardo di chi osserva molto attentamente. Chi sarà, se non lo scultore stesso? ANIMA/ANIMALI Sto percorrendo la terza tappa del mio viaggio. Sono ancora di fronte all’incanto dell’infanzia. Vedo bambine graziosissime e anche un bel bambino (possibile ritratto dell’artista da piccolo?)Ci sono ritratti a mezzo busto e figure piene. C’è un trio di sorelle, mi pare, e poi un altro trio ancora. Trio numero uno è di un’età più tenera, vestitini pastelli e leggeri, piedi nudi. Invece sono già delle ragazzine quelle sorelline del Trio due. In entrambi gruppi minuscoli uccellini si posano sulla testa o su una spalla di ciascuna bambina. Di fatti, tutte le figure di questa

parete sono dotate di un animale accompagnatore, uno spirito guida per l’anima di ciascuna. Così il fanciullo coronato da una graziosa volpina, la bambina che contempla la tartaruga tra le mani, un’altra colla ranocchia verde in testa, oppure l’altera signorina che guarda verso sinistra mentre il suo pappagallo punta verso destra…. Queste sculture mi lasciano addosso la stessa meraviglia che provo quando incontro gli animali in sogno. Uscendo dalla mostra, ho scritto nel libro degli ospiti: La spettatrice esce colma di una gioiosa calma. Per chi non ha fatto in tempo a vedersi questa mostra, consiglio perlomeno una visita in Via del Campuccio 10r, laboratorio/bottega/galleria culturale dove, insieme ad altri bravi artisti e artigiani, si possono vedere le sculture di Oliviero Draghi.

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di Simonetta Zanuccoli Nel mio girovagare curioso per Parigi attraverso questi brevi articoli settimanali non mi sono mai seduta in uno di quei piccoli bistrot galleggianti sulla Senna dove si può trovare, nel mezzo della laboriosa e trafficata Parigi, un tavolino tondo, un bicchiere di pastis ghiacciato e la quite del silenzio sul bordo dell’acqua. La Senna, ritratta centinaia di volte da pittori e fotografi, è da sempre il cuore della città. Ha definito i suoi contorni fin dall’inizio e oggi l’attraversa, dividendola in due, per 13 chilometri tra splendidi monumenti e nuove architetture. Il fiume, patrimonio sentimentale per chi ama Parigi, non è mai stato solo gioia per gli occhi, ma, come ai tempi antichi, rimane un’importante via di comunicazione nonostante la concorrenza di strade e ferrovie. Un articolo della fine del 1800 di un noto giornale francese trovato su internet, ci riporta alla vita laboriosa che si svolgeva sull’acqua e ai suoi margini, favorita anche dalla costruzioni all’inizio del secolo dei canali di Ourq, Saint Denis e Saint Martin. Le chiatte che trasportavano legnami, laterizi, ferro, cemento, pietre....(i 2 terzi del consumo di Parigi arrivava via fiume) apparivano enormi rispetto alla flottiglia di canoe e di piccole imbarcazioni da diporto e da pesca. Il traffico che scorreva silenzioso sulla corrente era così intenso da dover essere regolato, come quello delle strade, da una particolare sorveglianza chiamata Ispezione Generale della Navigazione e limitato da licenze obbligatorie il cui numero era verniciato in modo evidente sulle imbarcazioni. Questo traffico implicava anche un singolare mondo urbano che si muoveva ai suoi margini a tutte le ore del giorno e della notte: oltre ai barcaioli che spesso abitavano nelle stesse chiatte con tutta la famiglia, c’erano scaricatori, facchini, artigiani, lavandaie, portatori d’acqua (quella della Senna costituiva la metà del consumo dei parigini) e commercianti di tutti i tipi attratti dalla presenza della folla come, dal 1891, i bouquiste, i librai che, come oggi, vendevano nei loro carretti verdi vecchi libri, stampe e curiosità. La vita sul fiume non era solo lavoro ma anche svago con gli spettacoli acquatici, le giostre, i balli popolari, gli stabilimenti balneari divisi tra uomini e donne (il bagno nella Senna è vietato dal 1923) e i magnifici padiglioni effimeri come quelli costruiti per l’Esposizione Internazionale del 1900. Parigi ha sempre protetto il suo fiume. Oggi la diminuzione

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La Senna: antico e attuale cuore di Parigi dell’inquinamento ha permesso il ritorno di varie specie di pesci (trota, persico, luccio, anguilla...), di germani reali, folaghe, gabbiani e qualche raro martin pescatore. Alla ormai storica piscina Josephine Baker con il tetto apribile d’estate, si sono affiancati i recenti tre vasconi, i 5 isolotti con rigogliosi giardini galleggianti, i piccoli caffè su vecchi barconi, come quello dal quale sto scrivendo, e addirittura un albergo, l’Off, vicino alla gare d’Austerliz, costruito su un catamarano con le 54 camere come cabine di un’imbarcazione di lusso. Le sue rive (berges), dichiarate Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO sono animate da spiagge estive, aree picnic con comode sdraio e amache, attività sportive e giochi

per bambini. Nei prossimi mesi saranno piantati alberi di meli e peri all’ombra dei quali i passanti potranno raccogliere i frutti e mangiarli sul bordo dell’acqua. Nel 2016 è stato indetto un concorso a livello mondiale dal titolo Reinventare la Senna allo scopo di dare ulteriore vitalità al fiume al quale hanno già aderito 174 progetti. Il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, in una recente intervista, ha promesso che se Parigi sarà scelta per le Olimpiadi del 2024 (quella alla quale Roma ha rifiutato d’aderire) la Senna sarà oggetto di un grandioso intervento di disinquinamento permettendo così, oltre di ritornare a fare il bagno nelle sue acque, di svolgere in contesto senz’altro eccezionale e indimenticabile le gare di nuoto libero.


di Sara Chiarello La rivoluzione digitale nel cinema è una grande messa in scena. Certo il progresso non si può fermare, ma non possiamo sempre essere legati alla tecnica e agli automatismi”. Così il premio Oscar Vittorio Storaro, cinematographer, alias autore della fotografia nel cinema, oggi a Fiesole per ricevere il Premio Fiesole ai Maestri del Cinema questa sera al Teatro Romano di Fiesole. Il cinematographer romano è diventato “Maestro del Cinema” come prima di lui artisti del calibro di Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni, Orson Welles, Stanley Kubrick, Ingmar Bergman, Wim Wenders, Theo Anghelopoulos, Marco Bellocchio, Ken Loach, Nanni Moretti e Giuseppe Tornatore. Tra gli ultimi a ricevere il premio Terry Gilliam, Dario Argento, Stefania Sandrelli e Toni Servillo. Storaro durante l’incontro ha spiegato il perché si fa chiamare “cinematographer” invece che direttore della fotografia, come comunemente si utilizza nel mondo del cinema. “Sul set il direttore è uno solo, il regista, non ci sono altri direttori. Da un certo punto di vista la critica ha sempre pensato che la mia posizione sul “direttore della fotografia” era arrogante e presuntuosa. Invece è esattamente il contrario: l’unico direttore durante le riprese è il regista. Io sono l’autore della fotografia, il cinematographer”. “Il nostro ruolo nel cinema - ha spiegato Stora-

Il maestro della luce

Foto di Alessandro Botticelli

ro sull’argomento - è la gestione del linguaggio della luce, ed ha la stessa potenza delle parole in un romanzo e delle note in uno spartito musicale”. Storaro ha poi speso alcune parole sull’illuminazione del Battistero di Firenze. “Si, stiamo lavorando per illuminare l’interno del battistero con un’interpretazione che non si può spiegare ora. Sarà un lavoro che porteremo a termine solo quando sarà finito il restauro. Fu

Mostra in miniera

proprio Lucchesi, l’allora presidente dell’Opera, a chiamarmi. Ora stiamo andando avanti”. Tra le curiosità Storaro ha detto che a suo tempo rifiutò Kill Bill di Tarantino per “divergenze artistiche sul formato video”. Infine, il maestro romano, parlando dei suoi prossimi progetti ha dichiarato: “Sto lavorando con Woody Allen per il suo nuovo film, sarebbe il terzo che giro con lui”. Riccardo Bargellini, Claudio Beorchia, Giovanni Bianchini, Alberta Iera & Chiara Paulon, Manuela Mancioppi, Vincenzo Fiore Marrese, Cecco Ragni, David Scognamiglio, Stefano Serretta, Paola Tassetti, espongono le loro opere, fino al 22 settembre 2017 nel Museo delle Miniere di Montecatini Val di Cecina Corpus Mine è una mostra di arte contemporanea che si basa sulla rilettura di un luogo, la Miniera, affascinante e misteriosa oggi, luogo di produzione e di lavoro allora. La materia, cuprum, veniva estratta in un processo ripetitivo e impulsivo, macchina-motore di una produzione industriale. La materia stessa è oggetto e soggetto delle opere degli artisti che rivivono e rimettono in moto gli spazi della Miniera, prende così forma il Corpo della Miniera. Ogni artista si è messo a confronto con gli spazi tramite interventi che ne accentuano la dimensione suggestiva e arcana, sapienti equilibri tra luce e ombra, leggerezza e pesantezza. Linguaggi espressivi diversi ma complementari che affrontano ciò che la Miniera trapela ridefinendo la percezione e suggerendo prospettive diverse da cui osservare lo spazio.

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di Simone Siliani Razza padrona non cambia, diremmo parafrasando il titolo del saggio di Scalfari e Turani del 1974, pensando all’arroganza con cui Gianni Zonin quattro anni fa quando era presidente del CdA di Banca Popolare di Vicenza e il CdA di oggi (Mion-Viola) hanno trattato la vicenda della collezione delle opere d’arte del Seicento Fiorentino di proprietà di CariPrato, la banca acquistata dalla Popolare vicentina nel 2010. Si era nel luglio 2013 quando Zonin decise di non restituire a Prato (nel Palazzo degli Alberti, sede della banca pratese, dove erano esposte in modo permanente) tre opere di Filippo Lippi, Caravaggio e Giovanni Bellini che erano in prestito al museo Thiene e anzi manifestò la volontà di portare l’intera collezione a Vicenza, giacché la sua banca, acquisendo CariPrato, era entrata in possesso anche di quella collezione. Reagì il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi chiedendo a Zonin di ripensarci e, soprattutto, gli uffici fiorentini e regionali del Ministero per i Beni Culturali che - sulla scorta di un parere legale dell’Avvocatura – apposero un vincolo pertinenziale all’intera collezione, che cioè sanciva l’impossibilità di allontanare tutta o in parte la collezione dal territorio nel quale essa trova il suo senso e significato e la sua necessaria collocazione. A questa apposizione di vincolo ha resistito la presidenza della banca ricorrendo al TAR per impedire che vi sia un vincolo che leghi indissolubilmente quelle opere d’arte al territorio pratese. Nonostante le disavventure finanziarie della BPV, che ha dimostrato tutta la fragilità sua, del managment e del patron, l’arroganza di voler affermare il principio di proprietà su quello di significato culturale delle opere continua imperturbabile come se non vi fosse proprio niente da imparare dal quasi-crack finanziario, neppure un po’ di umiltà. O almeno un minimo di senso di riconoscenza verso il pubblico (in questo caso lo Stato italiano) che ha salvato la Banca Popolare di Vicenza con soldi del bilancio statale, cioè di noi cittadini. La lettera che quattro anni fa Enrico Rossi inviò a Zonin sollevava non solo una questione “burocratica”, cioè di vincolo pertinenziale, bensì una accezione più completa e corretta dell’opera d’arte e della sua funzione. Diceva Rossi a Zonin che i valori del territorio che si esprimono in termini di cultura materiale e immateriale non dovrebbero soccombere alle logiche degli assetti finanziari delle banche,

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Razza padrona che non cambia necessariamente mutevoli nella globalizzazione in cui viviamo. Nella sostanza, BPV – diceva Rossi - raccoglieva comunque il risparmio dei cittadini pratesi e forse sarebbe stata una buona strategia d’impresa per loro evitare di predare il patrimonio artistico del territorio nel quale pescavano, ma soprattutto quelle opere d’arte trovano il loro senso, il loro significato pieno nel territorio che le ha originate, che le ha concepite come prodotto della cultura di quella storia, di quei paesaggi, di quella gente, di quegli artisti; ed è lì che questo significato può essere integralmente compreso e, dunque, è lì e solo lì che quelle opere possono svolgere pienamente la propria funzione culturale. Non si è riflettuto abbastanza su questo aspetto della controversia e credo che sarebbe utile farlo non solo perché il conflitto giudiziario è ancora aperto (per quanto si sperava e si spera ancora che con la nuova dirigenza della banca sia possibile pervenire ad un accordo, secondo la pro-

posta avanzata dal Comune di Prato), ma perché questo è un tema attualissimo per i gestori di musei e collezioni d’arte che sono sollecitate a prestiti o al commercio delle opere stesse. Direi di più, questo è un tema decisivo per la fruizione dell’arte da parte delle persone, con riflessi sulla questione del turismo, dell’educazione artistica nei cittadini e negli studenti. In ogni caso vi è qui una lezione per il potere del denaro e della finanza, che pensa di essere onnipotente tanto da “possedere” e “delocalizzare” a piacimento l’arte che è invece di tutte le persone e di tutti i tempi, ma anche dei luoghi, della storia e del territorio che l’ha prodotta. Denaro e finanza sono, in realtà, fenomeni transeunti, anonimi e fragili. Non possono tutto, non vinceranno, non hanno domani se pretendono di imporre la propria teologia su ogni angolo del pianeta. La vicenda giudiziaria avrà il suo corso, speriamo incruento; ma quella culturale resta aperta.


PLINIO NOMELLINI Dal Divisionismo al Simbolismo verso la libertà del colore 14 luglio · 5 novembre 2017 14 LUGLIO · 3 SETTEMBRE lunedì · venerdì 17 - 23 | sabato · domenica 10.30 - 12.30 e 17 - 23 4 SETTEMBRE · 5 NOVEMBRE martedì · sabato 15 - 20 | domenica e festivi 10.30 - 20 Ultimo ingresso 30 minuti prima dell’orario di chiusura

Mostra realizzata da

Con il patrocinio di CITTÀ DI SERAVEZZA

TERRA MEDICEA - CITTÀ DEL MARMO

MEDAGLIA D’ARGENTO AL MERITO CIVILE

Catalogo

Maschietto Editore


Cultura commestibile 228  
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