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Numero

15 aprile 2017

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«Non sono un maniaco dell’immagine, cerco solo di essere professionale» Silvio Berlusconi

Con la cultura non si mangia Giulio Tremonti (apocrifo)

Pasqua di Resurrezione Maschietto Editore


NY City, Agosto 1969

La prima

immagine Sul palco improvvisato di questo teatrino di strada si avvicendavano vari personaggi, tra cui militari improbabili e giovani che strisciavano per terra cercando di evitare un sicuro pericolo. In questa zona la vita quotidiana era piuttosto dura e difficile e questi giovani erano costretti a crescere davvero in fretta. L’energia che sprizzava da questo teatrino mordi e fuggi era molto contagiosa.

dall’archivio di Maurizio Berlincioni


Numero

15 aprile 2017

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Riunione di famiglia Giani Dante’s tourist guide Le Sorelle Marx

La vera madre di tutte le bombe Lo Zio di Trotzky

Il Kit del buon patriota europeo I Cugini Engels

In questo numero Guerra di civiltà di Roberto Barzanti

L’amor di sé viene prima di Giovanna Leoni

Storia di un uomo che vive nel tempo racconto di Carlo Cuppini

A green journey Botanical gardens di Claudio Cosma

La quiete dopo la tempesta di Alessandro Michelucci

La lunga pista di Susanna Cressati

La vergine e la femme fatale di Cristina Pucci

Biophilia di Paolo Marini

Scritto sul corpo di Laura Monaldi

Il sindacato di Grillo di Michele Morrocchi

Anoressia e body art di Danilo Cecchi

e Mariangela Arvanas, Remo Fattorini, Massimo Cavezzali, Lido Contemori, Michele Rescio, Sara Chiarello, Abner Rossi, Simone Siliani...

Che cos’è lo Stato islamico? di Barbara Palla

Direttore Simone Siliani

Redazione Gianni Biagi, Sara Chiarello, Aldo Frangioni, Vittoria Maschietto, Michele Morrocchi, Sara Nocentini, Barbara Setti

Editore Maschietto Editore via del Rosso Fiorentino, 2/D - 50142 Firenze tel/fax +39 055 701111

Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012

Venghino signori, venghino premio letterario

PRIMA EDIZIONE 2017

Mandate i vostri racconti

redazione@maschiettoeditore.com

Progetto Grafico Emiliano Bacci

redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.culturacommestibile.com www.facebook.com/cultura.commestibile


di Roberto Barzanti Raccomandare l’interdisciplinarità è d’obbligo da un bel po’ di tempo. Ma un conto – come si sa – è declamare principi d’impostazione, tutt’altra faccenda osservarli e metterli fruttuosamente in pratica. In questo volume di Giulio Cianferotti, docente di Storia delle codificazioni moderne nel Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Siena – 1914. Le Università italiane e la Germania (pp. 192, il Mulino, Bologna 2016) – le ottiche dalle quale il tema viene analizzate sono così varie da originare davvero un esempio di storiografia giuridica aperta ad una funzionale gamma di apporti, sapientemente raccordati con l’asse del discorso fondamentale. Si configurano così pagine che dell’anno fatale 1914 tracciano un quadro dettagliato, ma tutt’altro che chiuso entro l’ambito delle lacerazioni accademiche. Le Università del resto non potevano non riflettere l’atmosfera che le circondava, impulsi e relazioni con un’Europa sull’orlo della tragedia. L’esplosione dell’immane conflitto e l’entrata in guerra del maggio 1915 dell’Italia mettono in crisi il mito del modello humboldtiano che tanto aveva influito sulla strutturazione delle discipline e sulle metodologie di ricerca come sulla strumentazione didattica. La tragedia della guerra compromette per varie vie una concezione che collegava ricerca scientifica e tensione docente alla formazione delle élites degli Stati nazionali, alimentando una rete di rapporti ispirata ad uno spirito comunitario di solido impianto. «Tra gli intellettuali ed i movimenti culturali d’anteguerra – scrive l’autore – si diffuse il tema dell’ ‘apocalisse culturale’, assieme uno stato d’animo e un convincimento che accomunava molti e si fondava sul rifiuto del mondo attuale, la percezione di una sua prossima fine e l’attesa della guerra quale rivelazione di un modo nuovo» (p.15). Prende quota in una fase inquietante di attesa il grande dibattito tra Kultur e Zivilisation, tra Cultura e Civilizzazione. Che Cianferotti riassume in termini di secca efficacia: «Da una parte, dunque, la cultura tedesca che accomunava alla cultura moralità e mi-

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Guerra di civiltà litarismo, e dall’altra, ad essa contrapposta, la civilizzazione, l’illuminismo, la civiltà antieroica, la democrazia e ‘la corruzione e il disordine dell’imborghesimento’». Le pagini terribili che campeggiano in questo acceso dissidio sono le Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann uscite nel

1918. A dire il vero la traduzione esatta sarebbe Considerazioni di un non politico, come chiarì l’accanita disputa che si scatenò quanto le Betrachtungen eines Unpolitischen uscirono in Italia (presso De Donato nel 1967). Perché il termine “impolitico” nella nostra lingua designa chi non ci sa


fare in politica e ci si trova a disagio o punta a scavalcarne furbescamente la logica, mentre le riflessioni manniane sono di persona che guarda dal di sopra, con distacco alla politica in quanto tale, anch’essa partecipe della futile e aborrita civilizzazione. Il cosiddetto “metodo tedesco” era «espressione – osserva l’autore – della vecchia cultura positivistica e portatore del modello epistemologico positivistico che, dopo essere stati dominanti assieme alla filosofia positiva nel secondo Ottocento, avevano subito la ‘rivolta contro il positivismo’ della crisi di fine secolo, quando si era proclamata la ‘faillite de la science’» (p. 81). Così lo scontro politico acuisce la critica ad un metodo che aveva regnato in ogni settore contribuendo a strutturare i percorsi di studio, in primo luogo nelle Università. Non ovunque e non dappertutto con la stessa intensità. Sussistono e giganteggiano personalità che del metodo tedesco serbarono la lezione profonda. La logica distruttiva delle armi e i nazionalismi che esaltò non demoliscono la complessità della ricerca e la variegata eredità europea. La Normale di Pisa, ad esempio, ma anche per molti aspetti la Firenze di Pasquale Villari e di Gianfranco Contini, conservarono un legame non incidentale con il retroterra germanico. Basti pensare per la filologia a Giorgio Pasquali – che aveva studiato a Göttingen – o a Delio Cantimori nella storiografia. Santi Romano

nel diritto riveste un ruolo eminente, se non costitutivo, inscindibile dal retroterra germanico della sua formazione. La fondazione a Firenze (nel 1897) dell’Istituto tedesco di storia dell’arte non è certo episodio minore di un rapporto di eccezionale fecondità. Filologia e storia di Pasquali è un manifesto di rigoroso storicismo che non rinuncia all’ideologia della Weltliteratur. Resta il fatto che la gran massa degli intellettuali italiani, accettando la soluzione bellica, prepararono il terreno al regime fascista e ferirono morte le aspirazioni universalistiche che avevano avuto ragguardevole fortuna. Una rassegna impietosa di questa agghiacciante catena di liquidazioni e di abiure registrate in Italia tra 1914 e 1918 è Convertirsi alla guerra di Mario Isnenghi (Donzelli, Roma 2015): e non sconsigliato leggerlo dopo aver chiuso i capitoli fitti di nomi e fatti proposti da Cianferotti. Le Università non sono più le uniche fucine del sapere. Altre agenzie si profilano all’orizzonte. La nazionalizzazione delle masse trionfa biecamente. Il grande storico Beloch internato a Siena (p. 154) frequentava la Biblioteca Comunale degli Intronati e Ranuccio Bianchi Bandinelli, allora nemmeno diciottenne, lo accompagnava volentieri, dopo la mattinata di studio trascorsa nell’aulica sala di lettura, alla sua residenza senese scandalizzando non poco i benpensanti e sfoggiando un

perfetto tedesco. Nel registro dei fruitori della Biblioteca stanno accanto, il 12 gennaio 1918, le firme dei Beloch e di Ranuccio. Non si tratta di un curioso aneddoto. Dalla tragedia della guerra sorge l’idea dello «Stato economico che diventa protagonista e regolatore del mercato» (p. 168). Il bilancio di quella svolta tragica che avvia il “secolo breve” è certo meno unilaterale di quanto si creda. E i mutamenti provocati, al di là dei contraccolpi negli ordinamenti didattici e nella metodologie della ricerca scientifica, furono consistenti e duraturi anche se mutarono di segno. Senza voler cedere a fuorvianti anacronismi, non è azzardato notare, a margine di un volume di ampio respiro e seriamente storicista, che il duro confronto tra “eserciti intellettuali” parallelo al dilagare del conflitto non si è dissolto, anche se si esprime per altre vie. Magari nella divaricazione tra rigore e flessibilità attribuita oggi alla fragile Europa monetaria. O nelle accuse rivolte alla Germania e alla rigidità dell’ordoliberismo, alla base più di quanto si tenda ad ammettere dell’esigente e severo impianto economico sancito nel ’92 a Maastricht per un’Unione Europea davvero poco unita. Quasi che la guerra proseguisse in altri modi, con un imperioso linguaggio cifrato e nell’offensiva occulta del finanza-capitalismo.

Il rapporto tra le università italiane e la Germania sullo sfondo della Grande Guerra

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Le Sorelle Marx

Giani Dante’s tourist guide

Dialogo fra due signore fiorentine doc. “Come stai Leda?” “Stai bonina, Bice, una giornata d’inferno!” “Oh che hai fatto? Stai male? Che c’hai i dolori?” “Macché, Bice, ho passato una giornata all’inferno, e per dire il vero anche in purgatorio e in paradiso, ma alla rovescia di’ povero Alighieri. Son stata alla “Passeggiata con Dante”, guidati da ‘i Giani: 35 lapidi a ogni cantuccio di strada di Firenze e per ogni lapide un pippone di 20 minuti in cui Eugenio c’ha ammorbato con le date della vita di’ Sommo Poeta. Gl’erano tutte lapidi di’ 1907, non si leggeva nulla, sicché ‘i Giani s’è inventato un monte di cose. Guarda, credimi, non ne potevo più: non so se mi fanno più male i piedi o le orecchie!” “Ma vien via, Leda, e l’è tutta curtura! Pensa

I Cugini Engels

Il Kit del buon patriota europeo

Vi ricordate i pullman o i treni speciali delle manifestazioni della vostra gioventù? Quelli in cui al massimo lasciavi un contributo e poi ci pensava il Partito. Quello con la P maiuscola. Dimenticateli, perché la nuova frontiera delle manifestazioni politiche è il business. Non poteva che arrivare da Milano, (e dove altrimenti?) la novità del marketing politico del decennio. Infatti il PD milanese ha mandato un tweet con il Kit tutto blu. Alla modica cifra di 6 € il buon militante piddino potrà agghindarsi in blu per il prossimo corteo del 25 Aprile, in modo da dimostrare cromaticamente il suo essere “patriota europeo”. Dicevamo che per “soli” sei euro il militante piddino sarà dotato di cappellino, bandiera ma comprensiva di asta, e pettorina. Il tutto blu, che il rosso non è più di moda. Nemmeno quando si festeggia, per di più a Milano, la Liberazione dal nazifascismo. Suggeriamo a questo punto al Pd milanese però di non fermarsi al kit cromatico ma di proporre al

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poi che onore: ‘i Giani come guida turistica! ‘un capita mica tutti i giorni” “Eh no, cara Bice, ‘i problema è proprio questo: la vuole rifare ogni mese! Quello è malato! Pensa, alla fine della visita c’ha voluto fare un selfie tutti insieme sotto la statua di Dante in piazza S.Croce. Altro che pregevole iniziativa; una tortura!”

militante il kit bio, con il lunch del militante magari preparato dall’amico Farinetti di Eataly. Per militare con stile e al passo coi tempi (bui).

Lo Zio di Trotzky

La vera madre di tutte le bombe

Chi pensasse che la “madre di tutte le bombe” Trump l’abbia sganciata sull’Afghanistan, si sbaglierebbe di grosso: the Donald, la vera super-bomba la sta per sganciare sulla Corea. Ma, fortunatamente, non si tratta della Moab: «Massive ordnance air blast» o «Mother of all bombs», bensì il senatore Antonio Razzi. Così, infatti, il Razzi (nomen omen) ha dichiarato alla trasmissione radiofonica su RadioUnoRai, Un giorno da pecora: “Trump mi aveva promesso che avrebbe aperto un dialogo con la Corea del Nord, non è vero che loro cercano guai… Sono sicuramente disposto a sacrificarmi e a fare lo scudo umano, per il bene del mondo!”. Pronto, addirittura, a farsi “un selfie con Kim-Jong Un, se me lo chiede...”. D’altra parte si sa che secondo il Razzi la Corea del Nord è il paese modello per sicurezza e democrazia: “Non ho assolutamente paura di andare lì, nessuno ti ruba niente”, e nel maggio 2016 sull’Huffington Post l’aveva definita “Più democratica dell’Italia di Renzi”. Anche se, proseguiva “I congressi sono importanti e almeno il Pd ogni tre-quattro anni li fa”, facendo presagire una sua candidatura alla segreteria del Pd al prossimo giro, quando rottamato anche Orlando, non si troverà un solo iscritto disposto a candidarsi alle primarie per sfidare Renzi. Razzi, già all’epoca aveva posto le basi per il suo ruolo diplomatico di mediatore tra l’Italia e la Corea del Nord: “Io mi adoperei perché loro mi vogliono bene. Da quando c’è Kim, tra l’altro, vengono i giocatori coreani in Italia. E poi non è quel regime cattivo che tutti pensano, una volta si diceva che i comunisti mangiavano i bambini e invece non era così. A proposito voglio rifondare il Pci, il Partito coreano italiano, bisognerebbe proprio pensarci”. Così, dopo un ampio giro dal Pci al Pds, ai Ds, al Pd e al PdR, eccoci tornati al Via!


Nel migliore dei Lidi possibili disegno di Lido Contemori didascalia di Aldo Frangioni

L’ospite non gradito

Segnali di fumo di Remo Fattorini Si dice che l’Italia sia il paese dei fannulloni. Niente di più falso. È solo uno dei tanti luoghi comuni, lontani dalla realtà. Il monte ore dei lavoratori italiani è di gran lunga superiore a quello dei paesi economicamente più forti. Da noi si lavorano 1.752 ore, addirittura qualche ora in più rispetto al paese dei super-lavoratori, il Giappone, dove “sgobbano” solo 1.745 ore. Tornando all’Europa si scopre che quasi ovunque lavorano meno che da noi: gli spagnoli 1.666 ore, gli svizzeri 1.619, i francesi se la cavano con 1.479 e i tedeschi fanno ancora

meglio, si fermano a 1.393 ore. Di fatto nel paese dei cosiddetti fannulloni si lavora 359 ore in più della locomotiva d’Europa. Tradotto in soldoni: gli italiani rispetto ai colleghi tedeschi lavorano ben 15 giorni in più all’anno! Non sono pochi. E pensare che in Giappone si sta già sperimentando la settimana di soli 4 giorni insieme alle ferie “illimitate”, quelle tanto per capirsi che si prendono a piacimento, a condizione che l’assenza non danneggi il lavoro. Una flessibilità possibile grazie anche alle tecnologie che permettono di tenere sotto controllo il proprio lavoro anche stando in spiaggia o in montagna o semplicemente a casa propria. L’attenzione è concentrata sui risultati e non più sul tempo che si trascorre in ufficio. Della questione ne ha recentemente parlato il settimanale tedesco Die Zeit, notando un fatto curioso: nei paesi dove si lavora di meno l’economia va meglio. Non solo, in quasi tutti i paesi europei i lavoratori, rispetto all’Italia, hanno un doppio beneficio: lavorano meno

ore e guadagnano di più. Basti fare un confronto degli stipendi per rendersi conto che noi italiani siamo i peggio pagati d’Europa, in particolare per i salari d’ingresso. Il nostro stipendio lordo mensile è di 2mila euro, quello francese di 2.400, nel Regno Unito di 2.590, in Germania di 2.609 e quello olandese di 2.700 euro. Ultimi per i salari d’ingresso, ma all’undicesimo posto (sui 27 Paesi dell’Ue) per i salari intermedi e, addirittura, al primo posto per quelli dei capitani d’impresa. I cosiddetti Ceo da noi guadagnano ben 957 euro l’ora. Un record nei paesi Ocse. Tanto per fare qualche esempio, in Svezia si fermano a 709 e in Svizzera a 659 euro. Forse, tra le priorità del nostro paese, insieme alla legge elettorale e alla riforma della Costituzione, metterei anche la questione della distribuzione della ricchezza e, magari, se davvero vogliamo cambiare verso, ci sarebbe anche il tema della produttività e dell’organizzazione del lavoro. Ma questo è un altro discorso.

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di Laura Monaldi La Poesia Visiva al femminile sbarca a Vilnius in una imperdibile mostra alla Galleria nazionale d’Arte della Lituania, curata da Benedetta Carpi de Resmini e da Kreivyte, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e l’Ambasciata italiana. L’esposizione presenta il lavoro delle artiste più rappresentative della scena artistica italiana e lituana, analizzate secondo una visione sincronica e critica, in grado di comprendere da vicino le origini dell’arte al femminile. MAGMA: Writing in bodies. Italy and Lithuania from 1965 to nowadays è una retrospettiva completa ed esaustiva sulla condizione della donna nei due paesi negli ultimi sessant’anni, attraverso il corpo e le parole di coloro che hanno fatto dell’Arte un’eccezionale arma comunicativa in nome dell’emancipazione e della conquista di genere. Il paradigmatico titolo del progetto che fa da sfondo al concetto espositivo, chiaro omaggio a Romana Loda che nel 1977 curò un omonimo catalogo, mette in luce la forza silente, dinamica e corrosiva dell’Arte al femminile degli ultimi decenni: un’Arte che è andata di pari passo al progresso della tecnica e della scienza, fornendo un utile strumento espressivo, capace di giungere direttamente alle coscienze collettive, creando morali ed etiche nuove e idonee alla nuova realtà sociale che si stava creando; un’Arte che ha dato voce all’ingiusto silenzio in cui la dimensione femminile era stata relegata da decenni. Italia e Lituania pongono analogie e ritmi interpretativi che il pubblico potrà assaporare in un incontro/confronto inedito e fuori dalla normale concezione museale, che in seguito potrà essere ammirato presso l’Istituto Centrale per la Grafica. Le artiste italiane che esporranno nelle due sedi di Vilnius e di Roma sono Mirella Bentivoglio, Tomaso Binga, Irma Blank, Diane Bond, Amelia Etlinger, Chiara Fumai, Nicole Gravier, Elisabetta Gutt, Maria Lai, Ketty La Rocca, Lucia Marcucci, Verita Monselles, Elisa Montessori, Anna Oberto, Anna Paci, Cloti Ricciardi, Susanne Santoro, Patrizia Vicinelli e Simona Weller. Con loro dialogheranno le artiste lituane: Jurga Barilaite, Egle Bogdaniene, Violeta Bubelytè, Egle Budvytyté, Coolturistes, Coro Collective, Laura Garbstiene, Karla Gruodis, Kristina Inciuraitè, Egle Kuckaite, Lina Lapelyte, Griede Liliene, Aurejia Maknyte, Paulina Pukyte, Eglè Rakauskaitè, Eglè Ridikaitè, Marija Terese Rozanskait, Laisvyde Salciuté ed Egle Vertelkaite.

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Sopra Ketty La Rocca, Appendice per una supplica, 1971, sotto Lucia Marcucci, “Che stupenda…”, 1972 Courtesy Collezione Carlo Palli, Prato

Scritto sul corpo


Musica

di Alessandro Michelucci Completamente ristabilito dopo il tumore alla gola che lo ha aveva colpito nel 2014, Ryuichi Sakamoto aveva già pubblicato alcune colonne sonore (The Revenant e Nagasaki: Memories of My Son). Ma il CD appena uscito, async (Milan Records, 2017) ha un significato particolare, perché è il primo lavoro solista che realizza dopo quella esperienza. Il precedente, Out of Noise, risale ormai al 2009. Il nuovo lavoro esprime il ritrovamento di una piena fiducia in se stesso dopo la malattia. Questo spiega perché l’artista ne è particolarmente orgoglioso. Si tratta di un’opera personale e intima, ma priva di qualsiasi compiacimento estetico. Per celebrare questo “ritorno alla vita” il musicista ha coinvolto alcuni dei musicisti che avevano già collaborato on lui. Primo fra tutti David Sylvian, amico fin dai tempi di “Fordidden Colours”, composta insieme nel 1983. La voce recitante del musicista inglese compare in “Life, Life”, una poesia di Arseny Tarkovsky, padre del celebre regista russo. Non si tratta di un riferimento occasionale: l’intero disco è concepito come la colonna sonora di un film di Tarkovsky “che non esiste”, ha detto lo stesso Sakamoto. Ma in un certo senso il film esiste, perché è quello che racconta il suo ritorno alla vita normale. Un altro ospite di rilievo è Christian Fen-

Maestro

La quiete dopo la tempesta nesz, che suona la chitarra in “Andata”. Il musicista austriaco ha collaborato più volte con Sakamoto, insieme al quale ha realizzato tre lavori: Sala Santa Cecilia (2004), Cendre (20079 e Flumina (2011). In “Solari”, melodica e minimalista, il piano è accompagnato da un sottofondo elettronico su cui si inseriscono gli archi. “Ubi” ha una struttura simile, ma in questo caso la strumentazione elettronica prende il sopravvento nella parte finale. Nei pezzi dominati dal piano riemergono certi influssi di Debussy, peraltro noti, dato che il compositore francese è sempre stato

fra i preferiti di Sakamoto. In brani come “Garden” e “Stakra” riaffiora la vena sperimentale del compositore. Questo disco rappresenta il ritorno definitivo di Sakamoto sulla scena musicale. Ora il compositore guarda al futuro con rinnovato slancio, mentre la malattia è un ricordo sempre più lontano. Capace di spaziare dalla sperimentazione elettronica alla samba, dalla musica classica alle colonne sonore, conservando sempre un legame con la cultura nipponica, questo grande compositore ha ancora molto da esprimere.

SCavez zacollo

disegno di Massimo Cavezzali

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Il mondo

senza

gli atomi illustrazioni di Aldo Frangioni

di Carlo Cuppini Storia di un uomo che vive nel tempo della Dittatura del Mondo. Il regime impone a tutti i cittadini di credersi liberi. Non solo: è obbligatorio praticarla, questa libertà, o quanto meno inscenarla. Lo impone una legge dello Stato, che discende direttamente dal primo articolo della Costituzione, approvata dal popolo tramite plebiscito. Ogni infrazione è perseguita e sanzionata con severità. Perché ciò che ognuno desidera per sé corrisponde a ciò che alla Dittatura conviene imporre a ciascuno. Qualche filosofo con lo stipendio fisso continua a domandarsi se abbia più peso la prima o la seconda parte dell’assunto. Come che sia, le cose sono ordinate in questo modo e peraltro sembrano funzionare benissimo; prova ne sia il fatto che da molti anni non si registrano rivolte, manifestazioni, tumulti. E anche i delitti sono in netto calo. Quest’uomo – che ha una casa, un lavoro, una moglie bella e sensibile e due figlie brave e simpatiche – coltiva una passione insana e al limite della legalità: nel tempo libero va costruendo una città in miniatura. Con metodo, con pazienza, nel chiuso di una stanza dove non permette a nessuno di entrare, assembla i pezzi di un grande plastico che riproduce con esattezza la città in cui vive. Il modello è preciso in ogni dettaglio, compresi gli interni degli edifici, come lui li conosce o li immagina. C’è anche l’appartamento modesto in cui l’uomo vive con la moglie e le figlie, con dentro non solo tutti gli oggetti realmente presenti in casa – dal mobilio alle tazzine da caffè – ma anche i simulacri piccolissimi dei quattro abitanti, oltre al cane Joyce. Niente di male in tutto questo. Ebbene, quel lui stesso miniaturizzato – che l’uomo spia avidamente attraverso i vetri di minuscole finestre illuminate – quel lui stesso che sta seduto su una poltrona foderata con un tessuto verde a fantasie floreali, quel lui stesso rappresentato non è affatto libero, non si sente tale

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Storia di un uomo che vive nel tempo

Foto di

Pasquale Comegna

né, soprattutto, intende esserlo. Per questo motivo, se fosse una persona reale, sarebbe considerato un criminale meritevole della pena capitale. Invece è solo un pupazzo microscopico, alto appena quattro millimetri, e non è soggetto ad alcuna legge. Oltre a tutto, lui è il solo a conoscere il segreto del suo minimale alter ego. L’uomo lancia sguardi fugaci a quel se stesso rimpicciolito, cerca nel suo doppio un incoraggiamento mentre pone le fondamenta di un grattacielo che sorge qualche isolato più in là. Ogni volta che si mette al lavoro, quasi si commuove nel contemplare la spregiudicatezza di un se stesso sottratto all’obbligo della libertà. Quel piccolo io, se fosse reale, sarebbe l’ingranaggio incompatibile in grado di fare saltare il sistema. Quasi sente l’ebbrezza pericolosa di un sentimento di libertà ulteriore, impensabile. Intanto i grandi bonsai – querce, ulivi e aceri – che l’uomo ha posto tra gli edifici a intervallare i volumi geometrici dei fabbricati umani, bevono con instancabile costanza dalle radici e sembrano vanificare con la loro stessa presenza il tentativo del potere di pronunciare l’ultima parola su ogni cosa.

Il sole basso all’orizzonte


di Mariangela Arnavas L’ultimo film di Aki Kaurismaki si apre sulla stiva di una nave in cui da un mucchio di carbone emergono due occhi, un volto, un corpo; sono gli occhi di Khaled, immigrato siriano, approdato per caso nel porto di Helsinki, più precisamente per sfuggire ad un pestaggio di naziskin e non è invece un caso che, per chiedere dove poter fare una doccia, si rivolga ad un cantante di strada finlandese; l’istinto gli fa riconoscere dove e a chi è possibile chiedere aiuto. Fin dall’inizio della storia nel volto, ma soprattutto negli occhi di Khaled si può leggere tutto: sofferenza, angoscia, paura, determinazione, intelligenza, speranza e soprattutto dignità, quella che non si trova affatto nei membri del tribunale che respingono la sua domanda d’asilo, affermando, mentre infuriano i bombardamenti che hanno distrutto anche la casa e quasi tutta la famiglia di Khaled, che può essere rimpatriato perché non ci sono pericoli ad Aleppo. La vicenda di Khaled corre parallela a quella di Winkstrom, anziano finlandese ex venditore di camicie, che abbandona la casa familiare e la moglie silenziosamente e con determinazione (anche lui), giocandosi il resto della vita in una notte di poker; con il ricavato della vincita acquisterà uno sgangherato ristorante, la Pinta d’oro, nel quale i

Lo sguardo di Aki

due personaggi finiranno per incontrarsi. Qualcuno ha scritto che Kaurismaki vede la solidarietà come evoluzione naturale della solitudine ed effettivamente in questo film l’incontro tra le diverse solitudini sembra costituire la porta che si apre sulla speranza; il

pensiero va, seppure in contesto molto diverso, al Cleant Eastwood di Gran Torino, all’amicizia che si instaura tra il vecchio bianco americano rimasto solo e gli adolescenti immigrati vicini di casa. Il film scorre fluido, a tratti illuminato da un’ironia malinconica e leggera, soprattutto nelle vicende del multiforme e improbabile ristorante, attraversato da una musica affettuosa e confortante, sempre dal vivo; la tonalità è asciutta, il sentire che pure c’è e si manifesta, non lascia mai spazio al sentimentalismo e il finale è aperto, non un irrealistico happy end , ma un finale con speranza, appunto. È durissimo, invece, lo sguardo sull’ipocrisia e l’ottuso egoismo dello stato finlandese ma non solo, come quello sulla bestialità dei naziskin aggressori di Khaled. Kaurismaki dice che vorrebbe cambiare il mondo cominciando da quest’Europa, insensibile e ottusamente egoista, che non sa accogliere i migranti in fuga dalla guerra e dalla miseria, ma e’ consapevole che non sarà un film che potrà farlo, “Jean Renoir, con La grande illusione voleva fermare la Seconda guerra mondiale, ovviamente non c’è riuscito”, spiega ai giornalisti, però “capire serve sempre; oggi sono loro i rifugiati, domani potremmo essere noi”. Non si può che essere d’accordo e goderci intanto il bellissimo cinema di Kaurismaki.

Firenze suona rock di Sara Chiarello “Cercheremo di essere all’altezza degli standard europei e mondiali in termini di accoglienza e qualità”. Con queste parole ieri Alessandro Bellucci, presidente de Le Nozze di Figaro, organizzatore insieme al Comune e a Live Nation dell’Estate di grande musica live alle Cascine di Firenze, ha annunciato in conferenza stampa quella che sarà una delle estati più calde per il rock a Firenze. Già 180 mila i biglietti venduti (solo il 15% in Toscana, 100 mila dall’Italia e 10 mila dall’estero), per le otto giornate di eventi che si terranno da giugno a luglio nella Visarno Arena, all’interno dell’Ippodromo del Visarno. In programma il concerto dei Radiohead, James Blake e Junun (che apriranno il 14 giugno), il festival Firenze Rocks, a firma Live Nation, la stessa società che per dieci anni ha realizzato il festival di Imola (il 23 giugno Aerosmith,

Placebo, Deaf Havana - 24 giugno Eddie Vedder, The Cranberries, Glen Hansard – 25 giugno System Of A Down e Prophets Of Rage). E ancora: l’evento Decibel Open Air 2017 (1 luglio) e i concerti del Firenze Summer Festival, ovvero The XX (8 luglio), Jamiroquai, (11 luglio), Arcade Fire (18 luglio). La stima della ricaduta economica sulla città è sui venti milioni di euro. “Lavoreranno al festival 400 persone, per un totale di 50.000 ore”, prosegue Bellucci, mentre Ringo di Virgin Radio racconta che molti saranno i concerti che andranno in diretta sulla radio. Le Cascine non saranno solo il luogo che incornicerà il grande palco: l’area sarà pedonalizzata e allestita con un villaggio accoglienza, in cui dalle ore 12 fino a fine concerto ogni giorno ci saranno vari eventi, e ci sarà posto per il relax, il barber shop, l’assistenza medica con un presidio medico avanzato, e una parte dedicata all’enogastronomia, con specialità toscane,

etniche, piatti vegani, vegetariani e per celiaci. I biglietti per Firenze Summer Festival e Firenze Rocks sono in prevendita su www.ticketone.it (tel. 892.101) e circuito Box Office. Per Decibel Open Air 2017 su www.diyticket.it. Sono ancora disponibili biglietti per tutte le serate. Per restare informati sulle ultimissime novità è possibile scaricare l’App Firenze Rocks.

11 15 APRILE 2017


di Giovanna Leoni Il dolore dell’autrice investe il lettore a ogni pagina, ogni riga di questo libro. La scelta delle parole, lo stile scarno e diretto, l’assenza di edulcorazioni e abbellimenti a posteriori della realtà: tutto punta all’essenzialità. Teresa Ciabatti sembra voler accentuare solo i lati negativi, ambigui, oscuri; non si concede perdono o clemenza, è lucida e spietata. Non si dà pace, non trova requie: scava nel passato suo e delle sua famiglia, indaga, ricostruisce, immagina. Cerca una colpa, un peccato originario, qualcosa o qualcuno a cui dare la responsabilità della sua infelicità cronica. Teresa ha bisogno di sentirsi migliore di chi le ha fatto del male in passato, per legittimare la sua sofferenza presente. Si insinua in lei però il dubbio: davvero le cose sono andate così? O le ha distorte per farle aderire ai suoi ricordi? “Chi è migliore? Colui che sopravvive al dolore, e io lo sono, io sono qui, sopravvissuta al buio del passato (era così buio?), al gorgo di un’infanzia infelice (ma poi: era così infelice? Sii onesta, Teresa Ciabatti…). Io sono una sopravvissuta, e voi no.” D’altra parte: importa davvero com’è la realtà? Siamo il risultato della nostra percezione del mondo, non del mondo in sé. Viviamo esperienze, non oggetti. Non conta come sono accadute le cose, ma solo come hanno inciso su di noi, in che modo le abbiamo assorbite. Teresa si descrive così: “Non so prendermi cura di nessuno, ho iniziali slanci di sentimento che subito muoiono lasciando le persone spiazzate: che ti ho fatto?” Ha paura delle relazioni, dell’impegno, della continuità. Paura della serenità. Quella che può dare un rapporto equilibrato con se stessi e con gli altri. E allora meglio fuggire, andarsene prima di essere ferita, prevenire l’abbandono. Come quello di sua madre, che per un anno intero scomparve, ibernata in un sonno indotto. La bella addormentata in carne e ossa, solo che non era una fiaba. Fu per decisione del padre, il Primario Lorenzo Ciabatti, che Teresa - e suo fratello gemello Gianni - furono privati della madre per 12 mesi; doveva curarsi dalla depressione, era la diagnosi indiscutibile di quel padre divinità, monarca assoluto del piccolo mondo di Orbetello. Osannato, adulato, temuto, servito: quest’uomo chi era davvero? Teresa se lo chiede da adulta: troppi fantasmi le impediscono di vivere nel qui e ora. Il Prof. Ciabatti era un massone, implicato in affari poco o per nulla leciti, avaro di denaro e amore, manipolatore, burattinaio che giocava con le vite degli altri, anche dei più stretti

12 15 APRILE 2017

L’amor di sé viene prima famigliari. Incapace di slanci affettuosi, preoccupato solo di sé e della propria reputazione. Ipocrita. Malvagio. Bugiardo. Traditore. Eppure lei, Teresa, era la più amata. O almeno così si è sentita per una parte della sua infanzia. La prediletta di un padre speciale, che le concedeva tutto e la viziava, diventa una ragazza insofferente, nevrotica, instabile, con un rapporto distorto col cibo. Cos’è successo? In quale momento Teresa si è incrinata? Il confronto tra il mondo esterno e quello chiuso e artefatto della villa al mare, o dell’ospedale dove regna il padre, porta Teresa a ridimensionare l’onnipotenza, il suo essere unica e destinata a un fulgido futuro di soli successi. Incontra i primi fallimenti e i primi desideri

non esauriti, avverte lo scollamento tra la realtà e l’immaginazione, sente la delusione di scoprire lei e il padre “normali”. Come sopravvivere senza andare in pezzi? Teresa fa quello che può, si protegge, indossa una corazza che la tenga distante dall’abisso. Anche da adulta, con la figlia piccola ha timore, come se toccandola potesse romperla, rovinarla. Crede di non sapersi prendere cura, non è capace, non vuole, non se lo merita. Teresa manda in frantumi tutto ciò che tocca, persone e cose, meglio starle alla larga. Teresa è ancora la bambina svenuta nella piscina vuota della villa al mare; non è mai cresciuta. O forse sì, ma è solo un brutto sogno. Come si può amare qualcun altro se non si ama se stessi?


di Cristina Pucci Io inizierei da lui, Emanuele Bardazzi, collezionista straordinario di grafica fine Ottocento- inizio Novecento, dalla sua competenza di storico dell’arte e bibliofilo, dalla passione che lo ha guidato nel cercare e raccogliere, ed incorniciare, un grandissimo numero di opere d’arte grafica, un numero così grande da permettergli di organizzare, con, quasi esclusivamente, “cose” sue, ben due mostre a Sesto Fiorentino, una, nel 2014, dedicata a Max Klinger e quella, ora in corso fino al 28 maggio, dedicata a “La Vergine e la femme fatale. L’eterno femminino nell’immaginario grafico del Simbolismo e dell’Art Nouveau”. Non vi faccia sorridere il mio accenno alle cornici: esse sono tutte bellissime, per lo più d’epoca, alcune del tutto originali, qualcuna, non nata per essere cornice di quadro ma che so di specchio o testata di letto, è stata riadattata, altre ricostituite, assemblando pezzi originali e ricostruendo, uguali, le parti mancanti, da un artigiano sopraffino, che è anche pittore e che collabora con Bardazzi da tempo e che ha, già nel nome, poesia e manualità, Mario Stellabotte. La mostra entra nel Progetto “Alto-Basso” che, iniziato 7 anni fa, ospita in due luoghi fisicamente distanti, ma idealmente uniti, varie esposizioni, una parte delle opere vanno nello spazioso centro Antonio Berti, in piena Sesto e un’altra nel più raccolto e, direi più oscuro ed etereo, spazio “la Soffitta” , alla Casa del Popolo di Colonnata. Una esposizione davvero molto molto bella, di grandissima classe, accompagnata da uno splendido ed esaustivo catalogo, curato dal Bardazzi stesso, con due collaboratrici, colto e ricco di raffinate riflessioni e conoscenze, corredato da foto notevoli e note biografiche su tutti gli artisti presenti. Le circa 300 opere grafiche in mostra, incisioni, illustrazioni di libri e riviste, provenienti da vari paesi Europei, declinano il mito di “Son Altesse la femme” con creatività e fantasia, da un lato donne aggressive, sensuali, divoratrici, mantidi e vampire che dominano e schiavizzano, imprendibili e desiderate cortigiane, frequentate lontano dal sacro talamo, dall’altro Madonne, donne eteree, pallide, fragili, asessuate, da adorare senza mai aspirare a possederne la carnalità santificata. Modelli di questa sorta di artistica ossessione collettiva sono le eroine degli antichi miti, Regine, Sante, figure della tradizione religiosa, poetica e letteraria. Una sezione intera è dedicata a Salomè , crudele danzatrice dal fascino ambiguo. Io che amo molto

La vergine e la femme fatale l’arte di questo periodo, ho scoperto artisti di cui mai avevo sentitto parlare ed ammirato, con grande piacere, opere ignote di quelli che conoscevo. Ricordo, fra le scoperte, Georges de Feure, cui è dedicata una sezione molto ricca, le sue donne, spesso sospese su sfondi scuri e minacciosi, sono circondate ed accompagnate da fiori, a volte eleganti ed altezzose, hanno, per lo più, il volto allungato e il mento a punta, che conferisce loro una vaga nuance malignastra, nel loro non essere mai rappresentate come belle, anzi, coglierei

ironia e disincanto.Altra selezione numerosa quella dedicata a Felicien Rops, artista scandaloso, amato da Baudelaire di cui aveva illustrato il frontespizio del libro, pubblicato in Belgio, “Les Epaves”, che raccoglieva le liriche censurate ed eliminate dai Fleurs du Mal. Ci ragala immagini cupe, forti, oscene a volte, mortifere e pessimiste, di splendente fattura tutte. Ho molto ammirato la sezione dedicata a Mucha di cui apprezzo la dolcezza delle linee, la bellezzza dei volti, le decorazioni floreali e i colori delicati. Pur non amando particolarmente D’Annunzio, mi ha come emozionato vedere un suo libro del tempo in una vetrina, come fosse lì anche lui.

13 15 APRILE 2017


di Danilo Cecchi Alice Odilon nasce a Parigi nel 1959, ed all’età di sedici anni viene colpita da una grave forma di anoressia che altera il suo fisico minuto, rendendolo ancora più sottile e fragile. Da questa crisi devastante la giovane donna esce grazie alla fotografia ed attraverso la realizzazione di una serie di autoritratti, mentre prosegue i propri studi di arti plastiche e giornalismo. La rappresentazione del suo corpo nudo, emaciato, atteggiato in diverse posizioni, camuffato con mascheramenti, colorazioni ed addobbi di varia natura, da una parte le permette di ritrovare una propria identità e rappresenta un’ancora di sopravvivenza, dall’altra le offre l’opportunità di confrontarsi con il mondo esterno, di manifestarsi al pubblico e di esibire il proprio corpo come un’opera artistica, come il risultato di una grave crisi esistenziale, ed allo stesso tempo come il prodotto di una trasformazione cosciente e fortemente voluta. “Il dolore, il senso di colpa, la vergogna e la bassa autostima sono stati i miei compagni per tanti anni. Ora mi sento più forte e più felice. La mia fotografia è stata più forte della mia malattia”. Un primo riconoscimento alla sua opera è l’assegnazione nel 1982 del “Prix de Paris” durante la sua prima esposizione nel corso del “Mois de la Photo”, all’epoca in cui ancora nessuno parlava dell’anoressia, e tanto meno mostrava immagini simili. Da allora Alice non cessa di proporre le sue immagini in numerose esposizioni, singole o di gruppo, aggiudicandosi nel 1990 il premio “Villa Medicis Hors Les Murs”. Nelle sue immagini, in bilico fra realismo e surrealismo, fra documentarismo e concettualismo, è il corpo femminile ad imporsi, in un misto di equilibrio e tensione, inquietudine ed erotismo, ossessione e stupore, spesso accostato o circondato da oggetti fortemente simbolici, oggetti di morte o di vita, di angoscia o di liberazione. L’esistenza stessa di Alice si riversa nelle sue immagini, saldando in un tutto unico la vita e l’arte, l’essenza e la rappresentazione, la malattia e il cambiamento, la debolezza e la forza, il vissuto e l’espressione. Trasferitasi a Londra e diventata fotografa di moda e di pubblicità, con una spiccata sensibilità per i profumi, Alice si confronta con altre donne, indossatrici e modelle, e prosegue nella sua ricerca del senso nel corpo femminile, ritrovando in quei corpi magri e sottili il delirio della sua adolescenza. Alle immagini accoppia le parole, scrive dei racconti e pubblica dei libri, per tornare nel 2013 al suo

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Anoressia e body art tema dominante con il fotolibro “Haunting Anorexic Thoughts”, ovvero “Ossessionanti Anoressici Pensieri”.

“Dalla mia adolescenza fino ad oggi ho costruito il mio equilibrio mentale sulla creazione di immagini. All’inizio autoritratti, lasciando libero corso all’incosciente, al non detto, al respinto, all’incompreso, al provato inesprimibile, alla paura, al disgusto, all’orrore, alla confusione, alla coscienza. Lunghi anni in un corridoio nero. Ho camminato in questa corsia, era come un giro di pista in cui certamente c’era la morte al traguardo. Ero perduta in un mondo confuso e manipolatore, ho scelto la mia libertà contro la felicità. La libertà di vivere con la fotografia ed il cinema. Ed ho fatto quello che dovevo fare.”


di Susanna Cressati Per molti genitori cresciuti nel mito di Emilio Salgari (La tigre della Malesia), Rudyard Kipling (Capitani coraggiosi), Louisa May Alcot (Piccole donne), Ferenc Molnár (I ragazzi della via Paal), solo per ricordare pochi dei fortunatissimi titoli della letteratura per ragazzi di una volta, non è stato facile trovare per i propri figli, nati sulle soglie della rivoluzione digitale, libri che li invogliassero a leggere. Troppo distanti i due mondi (quello dei genitori e quello dei figli), troppo diverse le aspettative, le caratteristiche del linguaggio, il ritmo della vita che inesorabilmente diventa ritmo della narrazione. Risulta quindi sorprendente che Eraldo Affinati, scrittore e insegnante molto impegnato sul versante sociale, indichi tra questi preziosi “apriti sesamo”, tra le chiavi che aprono le porte magiche della lettura, “Il sergente nella neve”, un libro che appare (non si giudichi spietato l’aggettivo) quanto mai datato. Vi si parla di una guerra, la seconda guerra mondiale, che ai più giovani deve apparire lontana come quelle puniche, e per di più di una guerra perduta. Di soldati che combattono con il moschetto mentre oggi si usano i droni, che per spostarsi per le steppe russe gelate usano le gambe e non camion o aerei, che soffrono la fame e gli stenti della prigionia e che quando (in pochissimi su decine di migliaia) riescono a tornare, vengono segregati nei treni perché la gente non deve vederli, perché fanno schifo. Ma il curatore del “Meridiano” dedicato a Mario Rigoni Stern dice al Vieusseux, dove è intervenuto per il ciclo “Scrittori raccontano scrittori”, che proprio grazie alle pagine dolenti del sergente in fuga dalla sacca del Don nel terribile inverno del 1943, è riuscito a trascinare nel mondo dei libri proprio i ragazzi più ad esso lontani, i più riottosi, i più (apparentemente) indifferenti: i ragazzi difficili dell’istituto professionale. E questo a dispetto del fatto che “Il sergente” sia diventato negli anni una lettura molto “scolastica”. Eppure i motivi di questo successo sono meno strani di quanto non possa sembrare. Affinati ne indica alcuni. In primo luogo la capacità di trasmettere una esperienza. Una esperienza costruita e maturata nel fuoco di uno dei periodi più difficili della storia d’Italia. Mario Rigoni Stern nasce nel 1921 a Asiago, terra degli antichi guerrieri Cimbri. Di scuola ne fa poca, arriva alla terza Avviamento, la scuola media dei poveri, prima che nel 1962 arrivasse la Media unica. Ma Mario legge e leggendo cambia. “Tifone” di

La lunga pista

Joseph Conrad, divorato a quindici anni, accende la sua miccia. A diciassette anni si arruola negli alpini rocciatori-sciatori, diventa sottoufficiale, combatte su tre fronti, Francia, Albania, Russia. È un uomo integrale che fonde pensiero e azione. Cresciuto con il fascismo, appena mette piede sulla tradotta che lo avvicina al fronte comincia a capire l’assurdità dell’avventura bellica in cui si è catapultato volontariamente. Sta leggendo “Italia mia” di Giovanni Papini. Disgustato dal contrasto tra la realtà e la retorica patriottarda getta il libro dal finestrino. “Così – racconterà – sono diventato antifascista”. Nel corso della spedizione sul Don sente di essere dalla parte sbagliata, ma è soldato, ed è sergente, responsabile di uomini. Ha paura, cerca di vincerla (“Coraggio è superare la paura. Tutto il resto è cognac”). Uccide? “A Nikolaevka – dice asciutto - (una delle battaglie decisive per sfuggire all’accerchiamento russo delle truppe dell’ARMIR ndr.) mi feci largo con il fucile”. “Il momento culminante della mia vita – dirà in uno dei suoi tanti testi - non è stato quando ho vinto premi letterari, o ho scritto libri, ma quando la notte dal 15 al 16

gennaio ‘43 sono partito da qui sul Don con 70 alpini e ho camminato verso occidente per arrivare a casa, e sono riuscito a sganciarmi dal mio caposaldo senza perdere un uomo, e riuscire a partire dalla prima linea organizzando lo sganciamento, quello è stato il capolavoro della mia vita...» In un deserto di privazioni e di dolore non perde il senso della fratellanza e dell’amicizia. “Quando in certi momenti l’uomo si trova in condizioni particolari, anche nel corso della guerra – scriverà ancora - non si sente più un soldato con le armi per uccidere, si sente un fratello di quello che ha di fronte. Non è più un nemico contro un nemico, ma l’uomo con l’uomo, e allora cade quella veste di odio, e si rimane come nudi di fronte. Due poveri uomini: ma sì vivi, vivo anch’io; tu sta a casa tua ed io vado a casa mia. E questo penso sia il pensiero che ho voluto mettere nel mio libro. La conclusione di quella che è stata la mia esperienza”. “Per tanti anni – dice Affinati – Mario è stato frainteso, è stato presentato come un documentarista, un cronista. In realtà era un grande stilista”. La sua odissea ha il tono epico di “Guerra e pace”, l’impronta avventurosa dell’Anabasi. L’ alpigiano che entra nel salotto della letteratura senza chiedere permesso e a cui Vittorini riscrive pagine-chiave come quella, ormai celeberrima, sull’incontro con i russi nell’isba, introducendo “note di jazz in un coro alpino”, ha la forza narrativa di un Heinrich Böll, di un Norman Mailer e, dice Affinati, tutto il diritto di occupare un posto nel canone letterario del Novecento. Il lavoro letterario come ricucitura di una profonda lacerazione umana, del rapporto tra natura e storia, tra uomo e ambiente è proseguito poi con tutta la produzione di Rigoni Stern. Ma “Il sergente” è “Il sergente”, è la voce di un “salvato” che, come Primo Levi, parla a nome dei fratelli “sommersi”. Come per Albert Camus, anche per Rigoni Stern lo scrittore è abituato “a vivere nella solitudine del lavoro o nel rifugio dell’amicizia” e “non può mettersi al servizio di coloro che fanno la storia: è al servizio di quelli che la subiscono”. Firenze gli ha reso omaggio facendolo cittadino onorario, il Vieusseux conservando e valorizzando il suo carteggio con Enzo Siciliano sul tema della religiosità. I giovani “difficili” di Affinati concedendo ancora oggi la loro fiducia e la loro attenzione a un vecchio alpino, al sergente capace di indicare loro l’unica vera, personalissima “pista” tra il ghiaccio dell’esistenza, quella che li può, se vogliono, ricondurre “a bàita”.

15 15 APRILE 2017


A green journey Botanical Gardens di Claudio Cosma L’immagine riprodotta nel testo è la combinazione di due opere di Maurizio Nannucci, la copertina di un libro: A Green Journey. Botanical Gardens, del 1994 e una foto tratta dal libro stesso. La foto è un originale stampato in 20 copie, numerate e firmate, di cui questa è la numero 6. La foto fa parte di una cartella edita nel 2007 e contenente 8 opere dei membri che formano e gestiscono lo spazio “no profit” Base, di Firenze. La relazione fra le due opere è evidente, un oggetto costituito dal libro, la cui copertina è una riproduzione di un orto botanico e la foto che costituisce la prima immagine quando andiamo a sfogliarlo. Il libro, edito dal Centro Di in 1000 esemplari, ora esaurito, si presenta come un catalogo illustrato con 35 riproduzioni di orti botanici di tutto il mondo. La foto è stata scattata nell’Orto Botanico di Pisa, e rappresenta una vasca di Nelumbo Nucifera, nome scientifico del Fior di Loto. Ogni immagine riporta ed è abbinata ad una frase, quella che ci interessa è la seguente:”Time follows distance distance follows time / Where to look first”. Nel 1974 il Nannucci ha iniziato una ricerca di immagini tesa ha individuare un comune campo di riferimento nella definizione dei colori che i pantoni dei colori industriali non sono in grado di dare se non in modo approssimato. “Sessanta verdi naturali”, titolo di una cartella

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realizzata in 100 esemplari, concretizzò il risultato della sua indagine, dove ha identificato 60 tipi di verde naturale, appartenenti ad altrettante piante, fotografate a grandezza naturale ed elencate col proprio nome botanico. Quando noi comuni mortali indichiamo il colore verde, siamo partecipi, intuitivamente, degli innumerevoli tipi di questo colore esistenti e delle loro sfumature e del loro mostrarsi a secondo del tipo di luce che le illumina, ma ci è difficile esemplificarli anche sommariamente. Forse solo la poesia è in grado di dare definitezza ad una “nuance” che, chiara nei nostri cuori, si dissolve inesorabilmente quando cerchiamo di afferrarla e comunicarla. Mi viene in mente un modo di dire: “Chi di verde si veste, troppo di sua beltà si fida” o anche il “garofano verde” di Oscar Wilde, o scegliere l’inchiostro verde per la propria stilografica, per dare l’idea della complessità gregaria di chi si circonda di questo colore che designa sia la natura, sia il veleno, sia l’invidia. Nannucci percepisce, attraverso le immagini dei giardini botanici, autentici musei a cielo aperto, questa problematicità che fa parte del suo lavoro di artista e cerca, per esprimerne l’essenza, di incasellare, sistemare, ordinare il caos che il colore verde genera e anche tutti gli altri disordini esistenti, con particolare riferimento alla linguistica in una perpetua messa a nudo del linguaggio, a sua volta un “landscape” fatto di parole. Per percorrere la sua strada ha usato molti “medium”, ma il colore così inteso nelle esplorazioni

cromatiche dei verdi è sempre stato privilegiato e ne vediamo le sue numerose interpretazioni nei neon colorati dove la luce rimane un corollario del senso. Nei verdi dei fior di loto dell’Orto Botanico di Pisa si intuisce il lavoro compiuto nel passato e la volontà di superare l’estetica iniziale della “bella inquadratura” per immergersi, e noi con lui, nella ricchezza delle varietà dei toni e nelle inesauribili pieghe della parola. L’accostamento del libro e dalla foto è un mio personale, ma limitato, arbitrio, che tende ad evidenziare il modo omogeneo e costante nel quale questo artista fiorentino, nel corso del tempo, sviluppa il suo lavoro. La società Pantone, una azienda statunitense che occupandosi di catalogazione dei colori è arrivata a dare il suo nome a quelle spesse mazzette di cartoncini colorati, indispensabili quando vogliamo comprare una tinta di vernice per dipingere casa o cambiare tonalità di una tappezzeria, ogni anno seleziona, ma sarebbe meglio dire, crea un colore che sarà dominante nelle scelte di tanti oggetti che ci accompagneranno per un periodo lungo 12 mesi. Il colore del 2017 è un brillante tipo di verde, denominato Greenery, che dovrebbe infonderci una visione ottimistica della vita, più ecologica e direi botanica, rappresentato da una sfumatura che è una via di mezzo del verde della casacca di Peter Pan, così simile a quella di Robin Hood, e appunto, il verde pastello delle circolari e vellutate foglie dei nostri fior di loto.


Addio Totò, amico mio, fratello mio di Eduardo de Filippo «Erano più colorate le strade di Napoli, più ricche di bancarelle improvvisate di chioschi di acquaioli, più affollate di gente aperta al sorriso allora, quando alle dieci di mattina le attraversavo a passo lesto avevo quattordici anni per trovarmi puntuale al teatro Orfeo, un piccolo, tetro, e lurido locale periferico, dove, in un bugigattolo di camerino dalle pareti gonfie di umidità, per fare quattro chiacchiere tra uno spettacolo e l’altro, mi aspettava un mio compagno sedicenne che lavorava là…. Oggi è morto Totò. E io, quattordicenne di nuovo, a passo lento risalgo la via Chiaia, e giù per il Rettifilo, attraverso piazza Ferrovia. Entro per la porta del palcoscenico di quello sporco locale che a me pare bello e sontuoso, raggiungo il camerino, mi siedo e mentre aspetto ascolto a distanza la sua voce, le note della misera orchestrina che lo accompagna e l’uragano di applausi che parte da quella platea esigente e implacabile a ogni gesto, ogni salto, ogni contorsione, ogni ammiccamento del “guitto”. Do un’occhiata attorno; il fracchettino verde, striminzito, è lì appeso a un chiodo: accanto c’è quello nero. Quello rosso glielo vedrò indosso tra poco, quando avrà terminato il suo numero. I ridicoli cappellini… A bacchetta, a tondino… e nero, marrone, e grigio… sono tutti allineati sulla parete di fronte. ..Manca il tubino: lo vedrò tra poco. Il bastoncino di bambù non c’è: lo avrà portato in scena. E lì, sulla tavoletta del trucco? Cosa c’è in quel pacchetto fatto con la carta di giornale? È la merenda, pane e frittata. E la miserabile musica continua, e la sua voce diventa via via ansiosa di trasportare altrove quella orchestrina, di moltiplicarla. Dal bugigattolo dove mi trovo non mi è dato vederlo lavorare, ma di sentirlo e immaginarlo com’è, come io lo vedo come vorrei che lo vedessero gli altri. Non come una curiosità da teatro, ma come una luce che miracolosamente assume le fattezze di una creatura irreale che ha facoltà di rompere, spezzettare e far cadere a terra i suoi gesti e raccoglierli poi per ricomporli di nuovo, e assomigliare a tutti noi, e che va e viene, viene e va, e poi torna sulla Luna da dove è disceso.

Ora sono travolgenti gli applausi e le grida di entusiasmo di quel pubblico: il numero è finito. Un rumore di passi lenti e stanchi si avvicina, la porticina del bugigattolo viene spinta dall’esterno. Egli deve aprire e chiudere più volte le palpebre e sbatterle per liberarle dalle gocce di sudore che gli scorrono giù dalla fronte per potermi vedere e riconoscere, e finalmente dirmi: «Edua’, stai cca’! ” E un abbraccio fraterno che nel tenerci per un attimo avvinti ci dava la certezza di sentire reciprocamente un contatto di razza. E le quattro chiacchiere, quelle riguardavano noi due, le abbiamo fatte ancora per anni, fino a pochi giorni fa». pubblicato su Paese Sera in occasione della morte di Totò, il 15 aprile 1967

Spiriti di

materia

di Abner Rossi

Abner Rossi nasce a Firenze il 24 novembre del 1946. Autore e regista teatrale da circa quarant’anni ha al suo attivo diverse sceneggiature cinematografiche, opere teatrali e monologhi adottati da molte scuole di teatro come testi di studio e di esame nonché per le audizioni. Ha pubblicato tre libri di poesie e non ha mai partecipato, per scelta, a concorsi poetici. Ha scritto, collaborato e poi diretto G. Albertazzi, Omero Antonutti. Come dirigente dell’Arci di Firenze ha partecipato alla grande stagione della nascita della comicità toscana. Recentemente alcune sue poesie sono state pubblicate sulla Enciclopedia della Fondazione Mario Luzi,

Limen Con quelle linee di salita, quei riccioli di campi in fiore, quei muri a fresco a circondar le frutta. Le batterie di grilli esperti nei loro amorosi richiami. Oltre, una striscia di acqua, sogno e gioco che delimita le scorrerie, un confine amico, superato il quale non si torna.

17 15 APRILE 2017


di Michele Morrocchi La fine dell’intermediazione sindacale proposta dai grillini rischia di essere qualcosa di peggio dello slogan seppur minaccioso apparso sui quotidiani in queste settimane. È infatti apparso sul sacro blog il secondo punto del programma del lavoro del movimento cinque stelle, che non elimina l’intermediazione sindacale, ma la declina in modo grillino e di fatto la trasforma. Per sintetizzare il programma grillino non prevede la fine dei sindacati tout court ma la fine dei sindacati confederali. Il punto infatti messo alla votazione del blog è la possibilità da parte dei lavoratori di eleggere le proprie rappresentanze sindacali anche di al di fuori delle sigle che abbiano firmato accordi con la controparte datoriale (a livello nazionale, territoriale o aziendale). Di fatto questo significa legittimare e sdoganare il fenomeno delle sigle sindacali autonome (Cobas, Usb, ecc…) all’interno di fabbriche e luoghi di lavoro, indipendentemente dalla loro capacità negoziale ma soltanto in funzione della loro capacità di interdizione e di protesta. È evidente che il fenomeno Cobas non può oggi essere trattato col solo approccio “normativo” appellandosi all’art.19 dello Statuto dei Lavoratori e alle sue successive interpretazioni. Intanto perché questo approccio è stato smentito dalle stesse categorie sindacali confederali quando ad essere escluse dalle fabbriche erano loro stesse. È il caso della FIOM contro la Fiat di Marchionne che ha portato il tema in Corte Costituzione. La suprema corte infatti, dando ragione alla sigla di Landini, ha di fatto reso vana la modifica all’art.19 dello Statuto dei Lavoratori, voluta proprio anche dalle sigle sindacali con un referendum, per arginare il fenomeno delle sigle sindacali autonome. Vi è poi il tema dell’analisi concreta del fatto concreto, per dirla con il compagno Lenin, cioè del fatto che in interi settori o in alcune aree geografiche le forze sindacali autonome rappresentano l’unica controparte che si trova nei luoghi di lavoro. Penso ad esempio al settore della logistica nel nord Italia. Dunque il tema esiste ma la risposta grillina è una risposta possibile o che migliora le cose? La fine o la trasformazione della intermediazione sindacale non è un tema nuovo. Una larga parte delle associazioni datoriali hanno in questi anni, più o meno inconsciamente, teorizzato una riduzione se non un

18 15 APRILE 2017

Il sindacato di Grillo

azzeramento del fattore politico, generale, nelle trattative sindacali. L’accentuazione portata sulla contrattazione decentrata rispetto ai contratti collettivi nazionali ha, tra gli altri aspetti, anche quello di eliminare il generale rispetto al particulare dell’azienda o addirittura del singolo stabilimento. Non appaia strano che questo approccio non dispiaccia ad alcune delle sigle sindacali autonome che si professano all’arco opposto delle forze datoriali. Per scopi diversi anche le sigle autonome ambiscono alla fine della componente confederale della rappresentanza sindacale e alla gestione del conflitto nell’ambito aziendale o al massimo settoriale. Non sfugga poi che tale situazione ha responsabilità sindacali, naturalmente. Da un lato l’eccesso del ricorso ai tavoli politici da parte delle sigle confederali su molte, troppe vertenze aziendali (complici naturalmente le aziende che in questi anni, pur professandosi liberiste, non hanno lasciato cadere nessuna opportunità di socializzare le perdite), dall’altro lato una lentezza congenita nel comprendere e adattarsi alle mutate condizioni lavorative e sociali (in buona compagnia sia chiaro di tutto il Paese). La mossa dei cinque stelle dunque va in due direzioni, contrarie ma che tatticamente potrebbero convergere, come spesso accade a

quel movimento politico. Da un lato accreditarsi come soggetto rappresentativo delle istanze dei sindacati di base, pur non ponendosi con essi come “cinghia di trasmissione”; un semplice veicolo, un compagno di strada, del sindacalismo di base. Una possibilità rappresentata dalla presenza, sempre sul blog di Grillo a supporto del tema messo in votazione, di un video messaggio di Giorgio Cremaschi, ex Fiom uscito a sinistra dalla CGIL anche in disaccordo con il sindacato di Corso Italia proprio sui temi del rapporto col sindacalismo di base. Accanto a questo però, il tema sollevato dai grillini, strizza l’occhio a tutti quegli imprenditori convinti che un sindacato confederale debole sia preferibile all’attuale stato delle relazioni industriali e che la conflittualità del sindacalismo di base sia arginabile (o estinguibile) o comunque sia localizzata in settori marginali per le forze produttive del Paese. Il tema quindi chiederebbe qualcosa di più dell’attenzione ad un titolo ma l’apertura di una riflessione più ampia e complessa sul tema dei corpi intermedi come funzioni di base, mattoni, di una democrazia economica compiuta che supera il concetto basilare della rivendicazione puntuale per dare diritti e dignità generali ai lavoratori e alle imprese.


di Simonetta Zanuccoli Krystyna è arrivata a Parigi da Varsavia quasi vent’anni fa. In Polonia aveva studiato arte, musica e canto. A Parigi, lei che parla cinque lingue, ha trovato lavoro alla reception di un albergo vicino all’Opera. Krystyna ha sempre odiato quell’impiego, i grezzi proprietari, le colleghe pettegole, gli orari impossibili, lo stipendio minimo. Ma ha voluto vivere nel quartiere più esclusivo di Parigi, sia pur in un minuscolo monolocale di 14 mq, andare spesso al teatro riuscendo a trovare all’ultimo momento biglietti scontatissimi, permettersi il lusso di un abbonamento annuale ai musei. Pare che Krystyna abbia avuto un passato molto felice, e per me misterioso, che abbia sposato un italiano colto e ricco, che poteva permettersi viaggi e vacanze in barche da sogno. Ma l’italiano morì in un incidente di macchina, la famiglia di lui impugnò il testamento e, non si sa come, Krystyna si ritrovò senza un soldo. Da anni la incontro saltuariamente a Parigi. Parlare con lei è sempre stato faticoso perché l’argomento principale, anzi l’unico, era la sua vita solitaria e senza soddisfazioni, il lavoro umiliante, la casa minuscola....Vestita con grazia ma sempre uguale per non spendere, i capelli tinti in casa nerissimi o biondissimi, nessuno sapeva la sua età. Ieri sera Krystyna è venuta a cena a casa mia. Ero già da qualche giorno a Parigi ma non mi ero fatta sentire proprio per non ascoltare per l’ennesima volta il racconto, narrato con enfasi eccessiva, delle sue disgrazie e di tutti i sogni infranti. Quando ho aperto la porta mi è apparsa una Krystyna diversa: sorridente, quasi radiosa, un frivolo baschetto dal quale (finalmente, ho pensato) non uscivano quei fili stremati di capelli nerissimi o biondissimi. Ma sei bellissima! Sei innamorata? Era veramente molto bella, diversa appunto, ma la frase dopo averla detta rimaneva in attesa, come accade sempre, di un magari. Invece Krystyna mi ha risposto Sì , sono innamorata. A tavola, con voce tranquilla e non più sovraeccitata, mi ha raccontato la sua storia. Una bellissima storia vera talmente incredibile da sembrare la trama di un brutto romanzo. A novembre a Varsavia, dove era ritornata per qualche giorno per visitare la famiglia, aveva conosciuto a casa di amici un parigino che vive da quasi vent’anni in quella città. Philippe ha un buon lavoro che lo porta spesso a viaggiare, dei figli simpatici in Bretagna e dei teneri nipotini. E’ vedovo, ama l’arte e il teatro, è gentile e soprattutto si è innamorato follemente di Krystyna. A dicembre Krystyna è andata all’aereoporto

La storia vera di Krystyna, fra Parigi e Varsavia di Orly per incontrare Philippe in transito verso il Marocco. Lì si sono baciati per la prima volta. Il 2 gennaio Philippe è riuscito finalmente a venire a Parigi per due giorni. Nei 14 mq. ap-

pollaiati sui tetti e carichi dei mobili e dei tanti libri di Krystyna, per la prima volta fanno l’amore e promettono di sposarsi. Vivranno un po’ a Parigi e un po’ a Varsavia. In entrambe le città entrambi hanno amici. Parleranno un po’ in francese e un po’ in polacco. Lei, per la prima volta, mi ha detto di avere 61 anni, lui 62. Sono dello stesso segno zodiacale. Il 4 gennaio Philippe è partito e nello stesso giorno Krystyna è andata a fare quelle radiografie per tanto tempo rimandate nonostante dei dolori sempre più lancinanti. Dopo un’ora il responso. Terribile. Un tumore di 8 centimetri con una piccola metastasi. La felicità appena raggiunta sembra dissolversi come un sogno. Ma Philippe ormai non la lascerà andare via facilmente. La incoraggia, le telefona tutti i giorni, le dice ti amo, ti amo, ti amo, le dice che è la donna più bella del mondo. E Krystyna, senza capelli per la chemio e sempre più magra, è diventata veramente bella. Mi ha detto che sta combattendo per riuscire a vivere questa splendida storia. La chemio aiuta ma l’amore è la sua vera medicina. Il tumore, con una certa sorpresa dei medici, sta regredendo. Krystyna ha un permesso lungo per malattia, poi tra pochi mesi andrà in pensione. Quindi ormai non lavorerà più in quel posto che l’ha fatta tanto soffrire. Sarà libera di suonare il flauto quando vuole, di vivere sul mare della Bretagna con la sua nuova, numerosa famiglia, o a Parigi, o a Varsavia, o dappertutto. Le favole hanno sempre un lieto fine e anche per questa DEVE essere così.

19 15 APRILE 2017


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Ristorante La Loggia premio letterario

Maschietto Editore

PRIMA EDIZIONE 2017

ultimi giorni per partecipare È bandita la prima edizione del concorso «Racconti Commestibili», la sfida letteraria lanciata da Cultura Commestibile e Maschietto Editore, in collaborazione con il Ristorante Caffetteria La Loggia. Il concorso è dedicato al tema del cibo, inteso in tutti i sensi letterali e figurati. Può partecipare chiunque, senza limiti di nazionalità e di età, inviando un solo racconto della lunghezza massima di 5000 battute entro il 15 aprile 2017 all’indirizzo email . La partecipazione è gratuita. La valutazione e selezione degli elaborati sarà affidata a due giurie: la prima, formata da redattori interni alla casa editrice e della rivista, individuerà la rosa dei 10 testi finalisti, La giuria tecnica, composta da Marco Vichi (scrittore), Francesco Mencacci (direttore della scuola Carver di scrittura creativa), Sandra Salvato (giornalista), selezionerà i tre racconti vincitori che saranno pubblicati sulle pagine di Cultura Commestibile. Al primo classificato sarà offerta una cena per due persone al Ristorante Caffetteria La Loggia. Il regolamento completo è scaricabile dal sito .

20 15 APRILE 2017


di Paolo Marini Novanta disegni di Arianna Fioratti Loreto sono in mostra alla Specola di Firenze fino al prossimo 18 giugno, sistemati a bella posta in una sorta di confronto, di dialogo - quasi di controcanto -, rispetto alla ricca collezione di questo antico museo, dove sono esposti oltre 5 mila animali. Si chiama “Biophilia” e si tratta di un evento affatto particolare che si presta a richiamare la curiosità e l’interesse di grandi e piccini. E’ un grande, un profondo amore, quello che deve aver mosso questa artista a realizzare i suoi disegni a penna e inchiostro che ritraggono, senza tralasciare il più piccolo dettaglio, innumerevoli specie di mammiferi, rettili, uccelli, anfibi, insetti, molluschi e perfino alghe e organismi unicellulari. Un amore che mi rimanda, in modo incoerente rispetto al tempo e alla storia, un po’ a Charles Darwin, un po’ a Rembrandt Bugatti; ma anche a Esopo o, per dire, a Trilussa e a quanti, tratteggiando e dando voce con la scrittura a specie/figure animali, hanno in realtà ritratto caratteri e tipologie umane. Un sentimento e una passione che si divide, dunque, tra l’arte, la scienza e la letteratura. Scrive, forse non a caso, il paleo-ecologo e naturalista Marco Masseti, nella introduzione al catalogo della mostra, che “nel caso di Arianna Fioratti Loreto, ci troviamo di fronte ad un universo animale composto da racconti grafici che ci parlano di specie diverse ed affascinanti, apparentemente ispirate alla realtà scientifica, ma non private del mistero delle favole antiche”. Un universo, uno ‘zoo’ – quello di Arianna che non ha confini, tanto meno geografici: vi si trovano parimenti il bufalo e la salamandra ma anche il varano di Komodo, il lama e la giraffa. Ho parlato di amore non per un omaggio/ aggancio formale al titolo stesso della mostra, ma perché questi disegni lo essudano, lo restituiscono in modo irrefutabile all’osservatore. E come l’artista afferma piacerle “l’idea di trovare la bellezza anche in animali che sono considerati brutti o pericolosi dalla maggior parte delle persone”, così conferma che anche questo amore - come ogni amore - nasce dalla conoscenza e consente di superare diffuse barriere, consolidati pregiudizi. Il senso del disegno – e dell’arte, in generale – è allora che esso può costituire una via insospettata, particolarmente efficace alla conoscenza del mondo fenomenico; nel caso di Arianna, quasi lascia indovinare una sorta di ‘carattere’, di pensiero imperscrutabile o intraducibile dell’animale, qualcosa della sua anima che l’artista può e sa cogliere nell’impresa, mai scontata, di fedelmente raffigurarlo.

Biophilia

21 15 APRILE 2017


di Francesco Cusa Accade, talvolta, che con pervicacia ci si costringa ad andare al cinema, forse per vincere il tedio della socialità sguaiata del sabato sera ed evitare gli scaracchi, le urla, le cogitazioni di comitive di forsennati. E così, reduce da vari viaggi, come un galeotto alla sua ora d’aria, mi trascino in multisala e propendo (ah, sciagura!) per “The Startup”, nulla sapendo, nulla sospettando, nulla immaginando. Un azzardo, un colpo di testa, una pazzia! Le prime immagini mostrano che di cinema italiano si tratta e vengo accolto da bracciate in piscina al rallentatore e bollicine e bollicione dorate, schiume e schiumazze: ok, ci stanno dei tizi che nuotano e fanno la gara. Il mio malessere si accentua in occasione dei primi dialoghi: non ci siamo. Vabbè stiamo parlando della storia vera di ‘sto Matteo Achilli, il giovane “startupper” (neologismo osceno) fondatore di “Egomnia” ecc. ecc.; ma la cosa conta davvero poco, giacché il mio animo è da subito ottenebrato dalle cacofonie musicali urlate da tal Ginevra e concepite dalle fervide menti dei maestri Pivio & Aldo De Scalzi. Fantastico. La recitazione dei protagonisti è al livello di un mix tra la recita parrocchiale e il teatro amatoriale della domenica pomeriggio, laddove queste ultime nobili attività sono da conside-

modesta. La solita parabola descrive le vicende del protagonista che trova “redenzione” nel prevedibile finalone targato Ferrovie dello Stato, dopo un “avventuroso” percorso che lo porterà a sradicarsi dalla Roma agreste e bucolica in direzione di una tentacolare e “lucignolesca” Milano. Insomma, siamo alla fresca tematica della dicotomia campagna-città: da non credersi. Ci sciroppiamo un’altra oretta di panegirico sulla Bocconi, con tanto di docente integerrimo che richiama all’ordine la truppa, e fra un susseguirsi di inquadrature da rotocalco, occhioni lacrimosi, capriccetti, musetti lunghi, faccine

Una Startup che non funziona rare preziosa maieutica corale rispetto alla imbarazzante supponenza di questa passerella di fichetti. D’Alatri mette su un baracchino da poco nel tentativo provinciale di scimmiottare il Fincher di “The Social Network”, utilizzando una narrazione pedante, peraltro mortificata dalla qualità dei dialoghi e da una sceneggiatura davvero

imbronciate, gare improvvisate di nuoto, bauscia stagionati e non, amplessi abbozzati, un pochetto di cosce e di tettine, la microstoriella dell’amichetto buono…che altro aggiungere? Forse che questa sbobba è ovviamente finanziata e prodotta dal ministero per i Beni artistici e culturali e che posso solo vergognarmi per l’obolo concesso a questa scialba operetta.

più grande, e lasciate che esca fuori dai bordi dalla tortiera; spennellate con olio e versateci sopra uno strato di carciofi e parmigiano. Create nel primo strato di ripieno delle piccole buche che riempirete con delle noci di burro e con le uova. Cospargete con un po’ di sale e di pepe e coprite il tutto con i restanti dischi di pasta cosparsi di olio. Prima di infornare a 180°, con forno già caldo, punzecchiate con una forchetta l’intera torta. Dopo un’ora la vostra torta pasqualina di carciofi sarà pronta da gustare. Ingredienti per la sfoglia:

1 kg di farina 4 cucchiai di olio Un pizzico di sale Acqua q.b. Per il ripieno: 10 carciofi 60 g Burro 500 g di ricotta 1 bicchiere di latte 6 uova ½ scalogno tritato 120 g di parmigiano a scaglie sale e pepe

La Torta pasqualina di Michele Rescio Mangiare è uno dei quattro scopi della vita… quali siano gli altri tre, nessuno l’ha mai saputo. Proverbio cinese Preparazione: Per preparare la base della torta pasqualina ai carciofi, iniziate con impastare la farina con i quattro cucchiai di olio. Aggiungete il sale e cercate di rendere l’impasto compatto versandoci dell’acqua. Dividete il composto in 7 parti: sei della stessa dimensione e uno più grande; ricopritele con un canovaccio umido e lasciatele riposare per 15 minuti circa. Iniziate così a preparare il ripieno: mondate i carciofi, lavateli e fateli lessare, poi scolateli e fateli insaporire passandoli in padella a fuoco medio con un soffritto di scalogno e olio. Prendete la ricotta e lavoratela aggiungendo un pizzico di sale e il latte. Stendete le parti di pasta che avete lasciato a riposare, fino a ottenere dieci dischi uguali e spennellateli con l’olio. Imburrate e infarinate una tortiera; adagiate quindi il primo disco di pasta, quello

22 15 APRILE 2017


Il 9 aprile alle ore 17.30 è stata inaugurata la mostra “Due memorie” dell’artista Resmi Al Kafaji, presso la Galleria ZetaEffe di Firenze, e sarà visibile fino al 12 maggio 2017. Saranno esposte in mostra una selezione delle opere recenti dell’artista Resmi Al Kafaij, realizzate con inchiostro e incisione su carta. Un percorso visivo che pone costantemente in relazione due condizioni estetiche che interagiscono come ragioni dialettiche, in quanto definizioni di due terre (quella originaria e quella adottiva dell’artista) che emergono nette, per mezzo della presenza del nero che si delinea  dal bianco della carta. Sono luoghi densi, costituiti da sovrapposizioni impercettibili di colore che indicano la stratificazione di un vissuto. Le opere nascono dalla memoria del presente e dal ricordo della terra nativa, le cui tracce permangono vivide nella loro trasposizione artistica. Inaugurazione a Urbino giovedì 13 aprile alle 13.30, del progetto nuovo progetto culturale dedicato a Giorgio Manganelli. A cura di Vittorio Sgarbi e Lietta Manganelli Nella Casa della Poesia (Via Vale rio n.1) e nel Collegio Raffaello (Piazza della Repubblica) sarà presentata un’ampia selezione di materiale legato al famoso scrittore, giornalista e critico d’arte. Opere di Nanni Balestrini, Paolo Beneforti, Paolo della Bella, Giuliano Grittini, Giuliana Maldini, Franco Nonnis, Gastone Novelli, Giovanna Sandri, Marisa Bello e Giuliano Spagnul. Parafrasando un famoso detto di Manganelli: «Non riesco a pensare ad una vita senza sogni, come mi è impossibile immaginare una moneta che abbia solo il diritto e sia priva del rovescio», potremmo affermare: «Non riesco a pensare ad una vita senza arte» e, trattandosi di Manganelli, «mi è impossibile immaginare una vita senza menzogna». Amore, quello per l’arte, assolutamente ricambiato: i suoi migliori amici erano pittori, gli unici veramente in grado di «vedere» e non semplicemente di «leggere» gli scritti del Manga, il più immaginifico degli scrittori. Per questo abbiamo voluto (o l’ha voluto il Manga, questo è tutto da definire) riunire tutte o almeno la maggior parte delle opere ispirate ai suoi libri (sempre che, trattandosi di lui, di libri si possa parlare). Opere dell’epoca e attuali. Opere di artisti che hanno letto Manganelli, e da allora non sono stati più gli stessi. Manganelli Finxit. Arte come menzogna Urbino l Casa della Poesia - Collegio Raffaello (13 aprile - 30 giugno 2017)

Le due memorie di Resmi Al Kafaji

Manganelli Finxit Arte come menzogna

Paolo della Bella - Sconclusione

23 15 APRILE 2017


di Simone Siliani Ho di Maurizio Bossi un nitido e cristallino ricordo di un uomo gentile e riservato, ma al contempo appassionato, negli anni in cui lo conobbi da assessore alla cultura di Firenze. Uno dei nostri primi incontri fu quando mi parlò della Biblioteca Orientale di Fosco Maraini che il Gabinetto Vieusseux aveva acquisito, ordinato e che si apprestava a rendere accessibile, celebrando il suo proprietario con una serie di iniziative sul rapporto fra Maraini e la cultura giapponese. Me ne parlò con quel misto di timidezza e felicità che era la sua cifra umana. Gli si accendevano gli occhi a poter portare lì nel tempio della cultura letteraria italiana moderna, una ventata d’Oriente attraverso uno degli intellettuali italiani più laterali ed eterodossi del Novecento. Hai ragione gli amici del Gabinetto Vieusseux a mettere al primo posto fra le caratteristiche della personalità di Maurizio Bossi nel titolo del convegno a lui dedicato (nel primo anniversario della scomparsa) il prossimo 21 aprile la curiosità. Non era Maurizio un intellettuale mainstream, di quelli che ripercorrono per una vita intera sentieri usati e battuti; preferiva decisamente quelli impervi e non tracciati. Ed è appunto la curiosità per l’ignoto la molla che fa scattare questa irresistibile attrazione per simili viaggi. Ma è questo, e solo questo, che definisce il territorio della cultura; non la posizione (alta o bassa), non le peraltro arbitrarie separazione in generi (scientifica, umanistica, ecc.), bensì la ricerca del libro non ancora scritto, del film non ancora girato, delle culture non ancora conosciute. E Maurizio era certamente un esploratore di queste terre sconosciute. Ma lo faceva con il rigore del metodo scientifico e della dedizione totale all’approfondimento che di addice all’intellettuale che non si fa distrarre da luci di varie ribaltare mediatiche, cui invece cedono troppi degli intellettuali d’oggi. Maurizio adempiva a questo compito intellettuale ritenuto ingiustamente oscuro (penso al lavoro sulle carte, le copialettere, i repertori), con passione e credo allegria. Sempre con quel tono dimesso, umile, gentile che a me ha ispirato una immediata simpatia. Vorrei dire che avremmo sempre più bisogno di questa tempra di intellettuali, di uomini: abbiamo fin troppi showman, istruzioni, gente che pensa che basti fare un po’ di spettacolo per fare cultura. Ma verrà ancora il tempo, lo so, in cui i Bossi torneranno ad essere apprezzati per il loro insostituibile è necessario contributo ad una società migliore, più umana e profonda.

24 15 APRILE 2017

La curiosità di Maurizio Bossi


di Barbara Palla Per ragioni di attualità si parla molto di Stato Islamico, in riferimento soprattutto alla forma parastatale insediatasi tra Iraq e Siria nel 2014, meglio nota come Daesh. Tuttavia unire insieme il sostantivo “Stato” e l’aggettivo “islamico” non è una cosa così facile e immediata come potrebbe sembrare. Per lungo tempo dotti, filosofi, studiosi si sono interrogati su quali fossero le caratteristiche principali per far sì che una forma di governo fosse realmente islamica. La questione, in realtà, è abbastanza complessa e non può semplicemente essere ridotta alla formula: uno Stato è islamico quando viene applicata la shari’a. Questa formula è riduttiva ma coglie un aspetto importante del problema, la definizione islamica dello Stato dipende effettivamente dal rapporto che intercorre tra la dimensione politica, siyasa, e la dimensione giuridica religiosa, shari’a. La politica come metodo di organizzazione della comunità dei fedeli consiste nell’applicazione della legge. La shari’a, però, è un insieme di dogmi, precetti, riti comunicati da Allah per mezzo della Rivelazione che ha la funzione di indicare una corretta via da seguire (il termine shari’a letteralmente significa “via, strada”), diventa normativa dopo essere stata interpretata. La legge islamica si compone, inoltre, di altri elementi come il fiqh (“discernimento”), il codice di applicazione effettiva della legge che ha la funzione di integrare i vuoti normativi della shari’a e il qanun, “canone”, una sorta di codice amministrativo di epoca ottomana. A questi si aggiunge, solo per i sunniti, la Sunna, la Tradizione del Profeta, l’insieme delle leggi desunte dal comportamento e dalle indicazioni di Maometto. In ogni caso, il diritto islamico ha delle caratteristiche particolari per cui a differenza di alcune correnti giuridiche sviluppate in Europa, come per esempio il giusnaturalismo, non prevede alcuna categoria aprioristica. Non sono previsti diritti svincolati da un controllo superiore, niente peraltro è giusto in sé ma è giusto in quanto Allah lo ha determinato. Da ciò deriva un forte determinismo, non vi è utopia ma solo la realizzazione di un ordine che è già stato indicato con delle norme che sono già state stabilite. Il tipo di ordine, però, non è indicato o definito in modo chiaro e univoco, deve essere interpretato. La prima forma di governo successiva alla Rivelazione è quella di Maometto e della comunità di primi fedeli. Per la vicinanza alla Rivelazione e per la presenza di Maometto stesso, questo primo governo era necessariamente rispettoso di tutte le leggi divine appena rivelate. Ma, se

venute a creare come risultato dell’incontro di diverse culture, anche non islamiche, e in relazione alla divisione interna tra musulmani sunniti e musulmani sciiti (per i quali bisognerebbe fare un discorso a parte). Negli ultimi decenni, sono nate nuove teorie che hanno riletto in chiave negativa la storia musulmana. Per esempio, c’è chi vede nell’epoca di Maometto l’unico governo effettivamente islamico mai esistito, dopo il quale vi è stata una lunga decadenza. Per realizzare l’ideale religioso-politico è dunque necessario riferirsi a quel modello preciso, di conseguenza l’aspirazione dell’uomo deve essere quella di restaurare quel governo e difenderlo dai suoi nemici o detrattori. In modo simile, le dottrine salafite predicano il ritorno necessario all’epoca dei Salaf per tornare sulla retta via. I Salaf sono gli “antichi”, ovvero Maometto e i suoi quattro successori, i Califfi Ben Guidati. L’epoca in cui essi sono vissuti è considerata una sorta di età aulica islamica in virtù della vicinanza alla Rivelazione e sono per questa la giusta via da imitare. Le precedenti non sono che alcune delle idee che si sono diffuse, anzi queste in particolare sono state contestate da altri pensatori che non credono che per realizzare l’ordine già prestabilito da Allah sia necessario guardare al passato, piuttosto propongono di integrare alcuni dei concetti nati dalla modernità con la religione e le sue leggi. La corrente islamista radicale, sviluppatasi solo nel XX secolo, fornisce oggi un’interpretazione molto ristretta di questo lungo discorso politi-

Che cos’è lo Stato islamico? da un lato la dimensione della shari’a era rispettata, mancavano alcuni elementi della siyasa. Nel Corano e nelle altre fonti del diritto, mancavano i criteri per individuare il successore di Maometto alla guida della comunità. L’individuazione di un khalifa (“califfo, vicario”) non è stata cosa facile. Si è venuta, inoltre, a creare un’ambiguità di fondo circa la figura del Califfo: il Califfo è vicario del Profeta o di Allah? È, perciò, una figura solamente politica incaricata di mantenere l’ordine e la protezione, il benessere, della comunità, o è anche una figura religiosa in quanto trae la propria legittimazione dal divino? Problemi di questo genere si sono ovviamente moltiplicati con l’estensione della religione a territori sempre più ampi e popolazioni diverse tra loro. Non c’è stata quindi una soluzione unica a questi dubbi ma diverse, in relazione alle tante interpretazioni che si sono

co-filosofico. Riduce molto la distanza tra siyasa e shari’a arrivando a proporre un nuova concezione dell’autorità che gira intorno al termine hukm. Questo in realtà sarebbe il termine usato nel Corano in riferimento al giudizio ultimo sulle azioni dell’uomo come prerogativa divina. Non avrebbe alcuna dimensione politica, ma lcuni membri della corrente radicale lo ha interpretato non tanto come “giudizio” ma come “potere” del divino sulle azioni dell’uomo, fornendo così la base per una islamizzazione del governo e quindi dello Stato. Da questa visione molto ristretta della politica derivano in conseguenza delle nozioni ristrette di altri concetti di ordine sociale, legale e religioso. Lo Stato Islamico per come si conosce oggi è, quindi, il frutto di una visione ristretta (molto ristretta) e radicale di come quell’ideale politico-religioso deve essere tradotto nella pratica.

25 15 APRILE 2017


Maschietto Editore

libri d’arte

Bernardo Buontalenti e la Grotta Grande di BoBoli Saggi di Cristina Acidini Alessandro Cecchi Carlo Cinelli Valentina Conticelli Carlo Francini Mino Gabriele Sergio Risaliti Francesco Vossilla Fotografie di Luca Stoppini

alla scoperta di una delle più sinGolari meraviGlie del tardo rinascimento nel cuore di firenze La Grotta Grande all’interno del Giardino di Boboli, al termine del Corridoio Vasariano che collega gli Uffizi a Palazzo Pitti, è una straordinaria opera del tardo Rinascimento fiorentino, progettata dal poliedrico artista, architetto e ‘designer’ Bernardo Buontalenti. I più autorevoli studiosi della materia trattano la storia di questa architettura unica, gli affreschi e le sculture che contiene (compresi i Prigioni di Michelangelo, oggi presenti in copia), le simbologie alchemiche e le allegorie sottese, le funzioni e i significati nascosti del monumento.

La seconda parte del volume è dedicata al viaggio fotografico compiuto da Luca Stoppini, art director di “Vogue Italia”. Dal viale di accesso fino all’ultimo anfratto, con sguardo libero e con straordinaria potenza iconografica, l’artista percorre le meraviglie della Grotta Grande, fissandole in prospettive vertiginose o in dettagli di grande sensualità, per restituirci l’originalità delle forme, i colori che mutano con il passare delle ore, tutte le sfumature di luce di un luogo meraviglioso e pieno di segreti, in continua metamorfosi. Il libro è disponibile in edizione in italiano e in edizione in inglese.

Maschietto Editore – Via del Rosso Fiorentino 2/D – 50142 Firenze Tel/fax +39 055 701111 – redazione@maschiettoeditore.com – www.maschiettoeditore.com

Cultura commestibile 213  
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