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Con la cultura non si mangia

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N° 1

Lasciamoci affascinare da questo racconto intriso di intelligenza, bellezza, amore, coraggio Dario Nardella

La dinastia degli infermieri editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012


Da non saltare

di

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Enrico Fink

Bob Dylan è il padre del mio paese.” Con queste parole Bruce Springsteen inizia su Facebook il suo post di congratulazioni a Dylan per quel premio Nobel a cui lo stesso Dylan, mentre scrivo, non ha ancora reagito in alcun modo (né è chiaro se mai lo farà, conoscendolo). Facebook è una esplosione di commenti, l’occasione è ghiotta per esprimere pareri (a volte anche molto poco) autorevoli sull’opportunità o meno del premio al re dei songwriters. Ma è indubbio che per molti come per Bruce, Dylan rappresenti molto di più che un autore o un musicista; il creatore di un immaginario, il disegnatore della soggettiva non di una ma di molte successive generazioni. Tra i vari giudizi che oggi si rincorrono su carta e su web, torna spesso (ultimi in ordine di tempo fra quelli che ho letto io, un profondo articolo del grande Brunetto Salvarani, che rimbalza fra vari siti web; e un pezzo di Andrea Colombo sul Manifesto) l’immagine del Dylan “ragazzo ebreo”, ancorato pur fra mille trasformazioni alle sue “origini”. La prova ne sarebbe non la sua foto con i tefillin per il bar mitz-

Yasher Koach, jewish boy

vah di suo figlio (molto di moda, nei post su Facebook); non il suo periodo di fascinazione per il mondo chassidico (anche questo, come tutti i “periodi” di Dylan, un poco leggendario e molto poco chiaro), o il suo rapporto con Israele (questo no; non molti amano postare “Neighborhood Bully”, da “Infidels”, in cui difende Israele a spada tratta e con la sua potenza d’immagine e parola). No, la prova provata della sua ebraicità sta nell’immaginario biblico presente con quasi continuità nella sua produzione. Eppure, mi permetto di dire che questa è forse la caratteristica meno ebraica di Dylan. In realtà Salvarani lo dice nel suo articolo, che anche rispetto all’ebraismo Dylan (parentesi cristiana a parte) è un dropout, e che la Bibbia pare “più un riferimento culturale che pietra d’angolo personale.” Ed è indubbiamente vero quello che nota Andrea Colombo sul Manifesto, che Dylan è molto attaccato all’immaginario apocalittico – che, incidentalmente, non è proprio un immaginario ebraico; oppure all’immaginario messianico, questo sì patrimonio dei profeti del Tanàkh, la Bibbia del canone ebraico. Ma ammettiamolo, Dylan non usa certo solo (o anche solo prevalente-


Da non saltare

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mente) immagini prese dai testi sacri, né c’è bisogno di Dylan per scoprire la forza delle immagini bibliche. Per citare una citazione posta nel retro di copertina di un libro sul cinema che amo molto, André dice ad Alex in “Alice in Wonderland” di Paul Mazursky: “Se vuoi fare un film, leggiti la Bibbia. Ogni pagina è un film bell’e fatto.” Lo sanno André ed Alex, lo sanno tutti. Ma non solo. In realtà, usare storie e citazioni da quello che i Cristiani chiamano “Antico Testamento” non è qualcosa di così automaticamente ebraico, anzi. Prendete invece un Leonard Cohen, molto più legato all’ebraismo vivo e contemporaneo, per leggere testi influenzati, quelli sì, da letture ebraiche, dal mondo della preghiera, dalla lettura dei testi antichi attraverso la lente del pensiero rabbinico, di quello che i Maesti chiamano la “Torà orale”. Di questo c’è poca traccia in Dylan, forse qualcosa da Infidels in poi, ma appunto tracce, gemme incastonate qua e là insieme ad altri gioielli di altre

Il rapporto tra Bob Dylan e l’ebraismo mille ispirazioni. C’è, a mio modo di vedere, qualcosa di molto ebraico in Dylan. Ma non fa parte del suo cantare le sue “origini”. Anzi. Sta nel distanziarsene. Sta nello stesso nome che porta, un nome scelto, abbandonando il molto più caratterizzato “Zimmerman”. Sta nell’accento marcatamente da campagna americana, a volte sforzatamente del Sud, con cui si presentava nella New York dei suoi esordi. Sta nel suo nascondimento che diventa creazione di un mondo, creazione di una musica e di un linguaggio; in

realtà, sta nelle parole che Springsteen ha postato su Facebook: nell’essere “padre” del suo paese. Nell’essere stato, insieme a tanti del mondo ebraico americano, capace di dare forma e colore alla “Terra Promessa” d’oltreoceano. Un po’ come gli ebrei che, abbandonando il Vecchio Mondo per l’America, e poi i quartieri ebraici dell’est per trasferirsi a ovest e fondare Hollywood, contribuirono a creare l’immagine di un America che non esisteva ancora, e in cui l’America piano piano si è specchiata fino a riconoscersi. Un po’ anche come quei tanti

ebrei americani suoi contemporanei che nella Lower East Side degli anni ‘60 stavano al cuore del folk revival, quel movimento che più che riscoprire una “tradizione americana” di difficile definizione, se la inventava: la definiva, la investigava, la risuonava, la trasmetteva e faceva sì che, di lì in poi, la nuova America ci si riconoscesse. Generazioni di emigranti e figli e nipoti di emigranti, figli e nipoti di un popolo in emigrazione perenne, in esilio antico, talmente innamorati dell’idea stessa di poter avere una nuova casa, da immaginarla come in un sogno, da disegnarla e saperle dare vita. Dylan non ci tiene certo; e se lo sentisse dire, probabilmente si infurierebbe. Ma nel suo essere descrittore-creatore-padre dell’universo (non solo) della canzone americana, ha percorso una parabola quella sì, molto ebraica. Yasher Koach, Jewish boy. Yasher Koach: espressione ebraica in uso fra gli ebrei americani per congratularsi con chi ha svolto un ruolo nel rito in sinagoga.


riunione

di famiglia

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Le Sorelle Marx

Miss Eugenio

I Cugini Engels

Lodevole fiction

Stanco di subire l’onta del rivale Nardella ospite fisso dei red carpet, il prode Eugenio Giani sta preparando la controffensiva mediatica, dopo la serie tv I Medici ecco pronto il soggetto de “I Giani”, una serie lodevole di cui noi siamo riusciti a leggere in esclusiva il progetto. La storia si svolge a Firenze, e racconta le vicissitudini di Eugenio il Vecchio fondatore della dinastia e dell’uso della fascia. Tra inaugurazioni, rinfreschi e tagli di nastri la storia ci

porta a conoscere tutti le società sportive e culturali della città, dove nasce la dinastia gianesca. Si passa quindi a raccontare la storia di Eugenio il Magnifico, patrono delle Arti e della sua lotta con Riccardo da Barberino per l’egemonia delle mostre a Palazzo Panciatichi. E poi via via di rinfresco in rinfresco. Un colossal praticamente in cui solo la spesa in fasce (tricolori, regionali, granducali) farà impallidire le superproduzioni americane.

Lo Zio di Trotzky

Una faccia per il cinema

Alla fiera della vanità e dell’ovvietà anche il nostro Eugenio Giani non ha potuto far mancare il suo prezioso contributo. Dopo aver premiato, stretto mano e incensato con buffet e pregevoli iniziative praticamente ogni toscano che abbia avuto l’onore di mezza riga sui giornali o di una comparsata anche in un documentario sulle lumache della Lucchesia, non poteva non toccare alla Miss Italia 2016, Rachele Risaliti. Ed eccolo il nostro Eugenio, immortalato contornato dalla Rachele & colleghe nell’immancabile foto-ricordo. Ma soprattutto Eugenio non ha mancato di sottolineare l’emozionante incontro con parole intense, ispirate e memorabili. Nell’affibbiare alla Rachele una bella targa ricordo, Giani ha usato parole davvero inaspettate: il premio è “per aver rappresentato una bella immagine della Toscana, attraverso il suo successo nel concorso” di bellezza. Ma dai, chi l’avrebbe mai detto? Ma come, ci domandiamo, non conclude con l’inno renziano per antonomasia, “la bellezza salverà il mondo”? Ma Eugenio è un generoso e ha voluto condividere questa strabiliante trovata con il consigliere regionale Nicola Ciolini (renziano Pd, of course)

che “all’indomani del successo di Rachele Risaliti è venuto da me e mi ha detto ‘’una pratese Miss Italia merita un nostro riconoscimento, visto che il Consiglio riconosce i valori in ogni campo, dall’arte alla cultura, allo spettacolo’’. E Giani non ha mancato di aderire a questa solenne scemenza del consigliere, pratese ça va sans dire. Ma Eugenio ci ha messo del suo: “Siamo qui per riconoscere a Rachele Risaliti il merito di aver riportato la corona di Miss Italia nella nostra regione dopo venti anni. Riconosciamo anche l’’autorevolezza, la credibilità di questo concorso, molto selettivo, e il calore popolare che sempre lo circonda”. Va da sé che se vinceva una di Senigallia, il concorso non sarebbe stato così autorevole. La Rachele reginetta di bellezza ha ovviamente ricambiato le strepitose parole gianiane con altrettanti indimenticabili parole: “essere qui a ricevere questo premio è una grande emozione. Ringrazio il presidente e tutto il Consiglio regionale per il riconoscimento, questa di Miss Italia è una grande occasione, che si traduce anche in una grande fatica e responsabilità”. Ma … la pace nel mondo, dove la mettiamo?

Mostrando seri limiti nel mestiere per il quale è stato eletto, Dario Nardella ha imboccato la via di Hollywood, scoprendo una vocazione istintiva per il cinema. Così, dopo aver fatto la comparsa nel film di Ricky Cunningham, “Inferno”, ha provato con “i Medici”, che secondo quanto il Nostro ha dichiarato “assomiglia tanto a un progetto cinematografico”. Cosa avrà voluto dire con questa apodittica e altisonante frase da critico cinematografico di periferia, non è dato saperlo. Aveva provato, il sindaco star, a farsi scritturare presentandosi nel novembre 2015 sul set della fiction, ma pare che non avessero bisogno di un violinista. Un po’ deluso dal cortese rifiuto del regista, Nardella ha ripiegato su una bella cerimonia per la preview della serie, durante la quale ha pronunciato parole che rimarranno scolpite nella memoria di noi tutti: “Lasciamoci affascinare da questo racconto intriso di intelligenza, bellezza, amore, coraggio”. Tutte doti che, per la verità, non paiono trovarsi nella serie tv, dove piuttosto la storia dei Medici sembra intrisa di intrighi, fornicazioni, crimini e avidità. Ma questo non sarebbe neppure il peggio, che invece si tocca con la superficialità del racconto, gli errori marchiani nell’ambientazione storica, le bestialità della sceneggiatura e l’incongruità del commento

musicale. Sempre l’indimenticabile Nardella ha citato il simbolo mediceo con lepre e tartaruga, farfugliando (al quinto brindisi della serata) che “è giusto correre ma senza rinunciare alla riflessione, all’approfondimento”. Ma Nardella non ha perso la speranza di rientrare nel cast della fiction: solo così, infatti, si può spiegare il suo augurio “che il progetto della Rai sui Medici continui con la seconda parte della storia della famiglia”.


22 OTTOBRE 2016 pag. 5 Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

F

ra gli autori contemporanei che non si lasciano incantare dalla seduzione della fotografia concettuale priva o quasi di qualsiasi oggetto visuale, né dalla fotografia creativa priva o quasi di qualsiasi definizione (sia perché confusa nella mancanza del dettaglio, sia perché non esattamente definibile), e che continuano imperterriti ed in controtendenza a preferire dei temi concreti, benché non inediti, e dei contenuti sociali, anche a rischio di cadere in facili schematizzazioni, un esempio notevole è quello dell’australiana Claire Martin (1980). Nel 2007 Claire, laureata in scienza delle comunicazioni alla Edith Cowan University, Western Australia, decide, seguendo gli esempi illustri, e da sempre presenti nella storia della fotografia, di rivolgere la propria attenzione verso quegli strati della popolazione che vengono definiti, di volta in volta, “disagiati”, “emarginati”, “meno fortunati”, “svantaggiati”, e così via commiserando. Ma lo sguardo di Claire è tutto fuorché commiserevole. Per il suo primo lavoro fotografico come free-lance Claire sceglie la città di Vancouver, dichiarata come “la più vivibile al mondo”, e decide di frequentare il quartiere Downtown East Side, o DTES, il più infimo della città, dove gli abitanti vivono al di sotto della soglia della povertà. Al margine della città più vivibile del mondo, come al margine di ogni altra città, grande o piccola, Claire trova, come prevedibile, degrado, miseria, malattie, droga, prostituzione, disperazione, sporcizia, e tutto ciò che da sempre accompagna quelle frange della popolazione inurbata che sono tagliate fuori, per scelta o per sbaglio, da ogni meccanismo di “crescita”. Tuttavia le immagini di Claire non indulgono sullo spettacolo della miseria, intesa come un tema astratto da sfruttare in chiave emozionale, ma il suo sguardo si rivolge verso le persone che abitano e sopravvivono nell’Est Side, mettendo in primo piano la loro individualità, il loro essere persone, con tutti i loro

Claire Martin

Fotoreporter ostinata difetti e le loro problematiche. Il secondo lavoro di Claire la porta nel 2009 in California, a Slab City, nel deserto di Sonora, dove una base militare dismessa del corpo dei marines è diventata il rifugio di una umanità varia, fatta di squatter, gente senza fissa dimora, disadattati in genere, persone spezzate e disperate, ma anche fieri difensori della propria libertà individuale, che si raggruppano formando una vera e propria comunità, gli “slabbers”. Nella città del deserto, come nella downtown canadese, lo sguardo di Claire indaga i volti, i gesti, le espressioni, al di là della semplice descrizione o presa d’atto di una situazione di estremo disagio, realizzando un’opera che va al di là del documento, per diventare opera di fotografia antropologica. Le sue immagini di Downtown East Side e di Slab City le meritano l’assegnazione nel 2010 del premio Inge Morath, istituito nel 2002 dalla Fondazione Magnum nell’anno della scomparsa della grande fotografa, e riservato alle giovani donne fotografe. Ovviamente la vicenda umana e professionale di Claire Martin non si ferma dopo il riconoscimento ottenuto. Sempre alla ricerca di situazioni critiche, e di esistenze al limite della semplice sussistenza, fra il 2010 ed il 2011 Claire è ad Haiti, fra i sopravvissuti al terremoto. Poiché la fotografia può rappresentare il mondo, può raccontare e perfino costruire il mondo, ma non può assolutamente cambiarlo, le situazioni fotografate da Claire continuano ad esistere, nelle Downtown come nelle Slab City di tutto il mondo. La condizione di Haiti oggi è di nuovo sotto gli occhi di tutti, dopo il passaggio dell’uragano Matthew, e forse altri fotografi accorreranno a fotografare ciò che l’uragano ha risparmiato, proseguendo caparbiamente quella sorta di impegno nel fotografare, nonostante tutto, temi concreti dal contenuto sociale, pur senza l’illusione di cambiare alcunché. Inutilmente, forse, ma forse sempre meglio che realizzare fotografie prive di un oggetto visuale o immagini mentali prive di qualsiasi definizione.


22 OTTOBRE 2016 pag. 6 Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

L

’Archivio della Voce dei Poeti, fondato nel 2010 dall’Associazione culturale MultiMedia91 e dall’arguta intuizione di Alessandra Borsetti Venier, raccoglie, conserva e valorizza il materiale sonoro delle più importanti esperienze poetiche internazionali del Novecento e dell’attuale contemporaneità letteraria. Attualmente sono presenti sono presenti più di 370 autori, 170 poeti lineari e 200 multimediali e oltre 530 audioclip in formato digitale. Unico nel suo genere, l’Archivio preserva l’oralità della poesia lineare e multimediale, decantate in tutta la loro forza comunicativa dagli stessi autori, con l’intento di mantenere nel tempo la memoria di voci che altrimenti cadrebbero nell’oblio e con l’obiettivo di mettere in luce la presenza dell’autore al di là dell’opera d’arte in sé, poiché suono significa presenza. Non a caso è opinione comune che solo il poeta possa dare la giusta intonazione e ritmicità ai testi scritti di suo pungo e la poesia contemporanea si avvicina sempre più alla dimensione performativa. Si tratta certamente della riscoperta letteraria, in cui il godimento privato della lettura si arricchisce della possibilità di assaporare il timbro vocale originario che ha dato vita a tutti quei versi poetici capaci di meravigliare e coinvolgere. L’Archivio è un luogo dinamico e propositivo che unisce il passato al presente, l’arte alla poesia, in nome della cultura e dell’appassionamento ricreativo. Anche quest’anno l’Archivio della Voce dei poeti propone la rassegna internazionale Voc/ azioni, la quinta manifestazione poetica aperta alle diverse modalità espressive del suono, della scrittura, del video e alle teorie della polipoesia. Giovedì 27 ottobre presso la Sala delle Conferenze della Biblioteca delle Oblate di Firenze, sarà possibile ascoltare la voce dei poeti Gabriela Mistral, Rosaria Lo Russo, Vladimir Majakovskij e Lamberto Pignotti, con la partecipazione di Grazia Asta direttore Biblioteca delle Oblate Firenze, Alessandra Borsetti Venier presidente Archivio della

Enzo Minarelli Voce dei Poeti, Giuliana Occupati responsabile della sezione lineare dell’Archivio, Marco Simonelli poeta, Liliana Ugolini responsabile della sezione multimediale dell’Archivio, Massimo Mori poeta intermediale.

La voce dei poeti


22 OTTOBRE 2016 pag. 7 Simone Siliani s.siliani@tin.it di

È

il più laico, passionale, non etereo, anzi corporeo, di tutti i testi della Bibbia, ebraica e cristiana, questo Cantico dei Cantici: otto capitoli contenenti poemi d’amore in forma dialogica tra un uomo (“Salomone”) e una donna (“Sulammita”), entrati a far parte del canone della Bibbia tardivamente nonostante risalisse probabilmente al X secolo a.C., sulla scorta di una vera volontà popolare. Forse per queste sua caratteristiche, Virgilio Sieni ha messo in scena, al Teatro della Pergola di Firenze, un allestimento completamente nuovo e, per quanto ci riguarda, più forte, ardente, del suo Cantico dei Cantici. Sei danzatori, sei entità corporali che, come un impetuoso maremoto che cresce alimentandosi di se stesso per poi pacificarsi, definiscono uno spazio altrimenti vuoto. L’oscurità si ritira progressivamente a mano a mano che il moto ondoso dei corpi si rafforza sospinto dal contrabbasso di Daniele Michele Morrocchi michele@morrocchi.it di

Prima di dedicarsi alla rivoluzione socialista, il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, aveva ripreso un’idea molto interessante di una macro area politico istituzionale dell’Italia di mezzo; una prospettiva che apriva il programma del PD fiorentino per le amministrative del 2009 (programma che a dire il vero il candidato sindaco di quel partito si è poi curato di non applicare in larga parte e stravolgere nel resto). L’idea del programma di allora e della tesi di Rossi era che la Toscana (e dunque Firenze) potevano essere punto di riferimento politico e amministrativo di un’area geografica che comprendesse almeno Umbria e Marche. Se quest’idea ha un senso, e naturalmente per chi scrive ne ha molto, non può che averlo con un ruolo determinante e trainante del centro urbano più importante, cioè di Firenze. Su come influiscano le capitali nello sviluppo dell’area geografica su cui esse insistono credo che esista una bibliografia sterminata e non penso convenga soffermarsi. Dunque se Italia

Il cantico di Sieni

La battaglia politica che Rossi dovrebbe fare di mezzo ha da essere, Firenze diventa il centro determinante, l’elemento imprescindibile. Sulla base di questo ragionamento si capiva anche il cambiamento di atteggiamento della Regione Toscana per esempio sullo sviluppo aeroportuale della Regione e dello scalo fiorentino

in particolare. Solo in un’ottica di “concorrenza” tra macro aree (Italia di mezzo vs. Italia Padana) acquista senso sviluppare Peretola invece di investire su Bologna che con la TAV è persino più “vicino” di Pisa, dal capoluogo toscano. C’era quindi un possibile disegno coerente che si spera si mantenga,

Roncato; la foglia d’oro che indica soltanto un luogo senza confini, barriere, delimita senza costringere il racconto tersicoreo, come il racconto biblico ricco di sfumature sensuali e immagini erotiche. E’ un canto di festa, come è la vita che si genera e la presenza corporea che spinge ai margini l’oscurità, questo Cantico di Virgilio Sieni. Un canto sacro eppure lirico ed eterodosso: il più sublime dei Canti proprio perché lontano dai canoni teologici del teatro. Esattamente come inusuale è il biblico Cantico dei Cantici, eppure tanto sacro da essere uno degli otto rotoli (Meghillot) che si legge nella festa più importante, la pasqua. Il Rabbi El’azar ben ‘Azaryà disse: Così tutti gli Scritti sono santi ma il Cantico dei Cantici è il Santo dei Santi poiché è tutto quanto timore del Cielo ed accettazione del giogo del Suo Regno e del Suo amore. Giogo d’amore è davvero la cifra della coreografia di Virgilio Sieni: al quale né danzatori né pubblico può sottrarsi.

da parte dell’amministrazione regionale, anche per la stazione dell’alta velocità fiorentina. La decisione di Ferrovie di procedere alla cancellazione della stazione Foster condannano infatti Firenze alla marginalità, e l’idea dell’Italia di Mezzo all’oblio. Si tratterebbe di rinunciare non ad un segno architettonico (anche se la rinuncia sarebbe già così molto pesante) ma ad un disegno politico, ad un’idea di sviluppo. Per di più non sulla base di una mutata opinione, di un risultato elettorale ma di una scelta di un soggetto economico. Per questi motivi, per il primato della politica di cui tante volte si è fatto paladino il presidente Rossi, mi auguro che la Regione Toscana si batta perché la scelta di mantenere una stazione dell’alta velocità a Firenze sia confermata. Ancora più senso avrebbe tale battaglia da parte del Comune di Firenze ma in questo senso la posizione del suo sindaco appare, incomprensibilmente, rinunciataria sin dalle prime indiscrezioni uscite (per l’appunto proprio dallo stesso sindaco) quest’estate.


22 OTTOBRE 2016 pag. 8 Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it di

L’abbraccio del serpente

M

olte mail su “L’abbraccio del serpente” del giovanissimo colombiano Ciro Guerra nella lista di cinefili di cui faccio parte, entusiasmo e dolore per il forzato scarso pubblico per una pellicola di cotanto pregio, osannata a Cannes e candidata all’Oscar per il film straniero, discussioni poi sulla distribuzione dei film, sulle difficoltà che la permeano e rimpianto e recriminazioni per tutti coloro che mai lo avrebbero potuto vedere. Ovvio che appena lo programmano allo Stensen, Santo Stensen Salvatore dei film di difficile distribuzione, di grande qualità, dei documentari, dei premiati ai festival non acquistati da nessuno, mi precipito a vederlo. Bello. Molto particolare. Un bianco e nero affascinante che ti colpisce in apertura con, il per me repellente, parto di un serpente e che ci permette poi di provare ad entrare in un mondo,la foresta amazzonica, dal fascino straordinario e al tempo stesso di grande, spaventoso, mistero, un mondo che ha perduto in maniera irreparabile molte sue peculiari conoscenze e che, però, malgrado gli uomini e la loro connaturata furia distruttrice, tenta in parte di sopravvivere e, magari come il serpente, riprodursi. Il film mette in scena, intrecciandole, due spedizioni in Amazzonia, quella dell’etnologo tedesco Theodor Koch-Grunberg del 1909 e quella, di alcuni decenni dopo, del botanico americano Richard Evans Schultes. Il regista racconta che ha avuto un budget tale da permettergli di restare in Amazzonia solo 7 settimane e che ha investito del tempo nel cercare di farsi accettare dagli indios, cui ha mostrato il film in anteprima e che è stato molto soddisfatto dal loro avere chiesto una immediata seconda proiezione. Varie le idee interessanti oltre il bel guazzabuglio di lingue ed idiomi, la prima avere mantenuto in ambedue le spedizioni la stessa persona come guida ed accompagnatore. Karamakate è uno splendido e fiero sciamano nella prima spedizione, unico sopravvissuto della sua etnia ed unico detentore di una cultura millenaria ormai non più tramandabile, che mostra a noi, ignari di tutto, quali conoscenze

Massimo Cavezzali cavezzalicartoons@hotmail.com di

Scavezzacollo

e rispetto delle regole del mondo animale e vegetale lo hanno preservato per secoli e secoli, accetta di accompagnare il tedesco molto malato solo perché spera di trovare qualcuno dei suoi sopravvissuto allo sterminio attuato dai signori del caucciù. Ormai vecchio, nella seconda spedizione, non ha più memoria, pensa di essere un chullaquaqui, una specie di replicante inutile privo di anima, emozioni e ricordi, accetta ancora il ruolo di accompagnatore per tentare di ricostruire in sè qualche percorso e filo. Tutti e due gli esploratori cercavano la Yakruna, pianta bellissima e ”miracolosa” in grado di regalare i sogni e per il tedesco la guarigione, visto che era molto malato (è morto realmente di malaria nella foresta). La vera pianta con cui gli indios preparavano il caapi, bevanda per rituali sciamanici, contiene principi attivi allucinogeni si direbbe ora. Karamakate nomina moltissime regole non scritte usate nei secoli per rispettare la natura circostante,”non si pescano pesci prima delle piogge”, non si può mangiare questo o quello in determinate stagioni..” si scopre la distruzione operata per sfruttare il caucciù e il legno, ci si imbatte in un frate folle che picchia i piccoli indios letteralmente rapiti per convertirli. Nel secondo viaggio essi, adulti, sono del tutto alienati dalla realtà, succubi di un bianco psicotico che si crede Dio. Vengono eliminati dal nostro vecchio challaquaqui, che era stato, un tempo,rapito dai frati. Il regista ha detto di essere stato ringraziato dagli indios che hanno visto il film per avere posto l’attenzione sui guasti orrendi del violento proselitismo cattolico. Karamakate distrugge ogni pianta di yakruna che trova. Che eroi quegli esploratori….che mondo difficile e inaccogliente abbiamo visto. Che distruzioni e fatiche per chi vi era nato abbiamo provocato, noi a loro confronto tutti chullaquaqui, uomini inutili colà.


22 OTTOBRE 2016 pag. 9 Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it di

I

n Gran Bretagna, accanto alla cultura maggioritaria anglofona, sono ancora ben vive quelle celtiche: cornica, gallese, irlandese, manx e scozzese. La loro vivacità è documentata da varie iniziative. Esistono alcune televisioni, in particolare la gallese Sianel Pedwar Cymru, meglio nota come S4C. Il Celtic Media Festival propone un panorama di quanto viene realizzato in vari campi (cinema, nuovi media, radio e televisione). La Cornovaglia offre il Cornish Film Festival. Sul fronte culturale troviamo varie pubblicazioni di tipo storico, politico e linguistico. Si tratta di iniziative che godono di un seguito notevole, ma soprattutto a livello locale, mentre sono poco note all’estero. L’espressione della cultura celtica che gode di rilievo internazionale, al contrario, è la musica folk. Si tratta di un bagaglio che non influenza soltanto gli artisti gallesi, irlandesi o scozzesi, ma anche quelli inglesi. Uno di loro è Jim Causley. Questo musicista è originario del Devon, la regione sudoccidentale confinante con la Cornovaglia, dove la cultura inglese si intreccia con quella celtica. Causley appartiene all’ultima generazione dei musicisti folk inglesi, quelli nati

di

Francesco Gurrieri

Non è un caso che Stefano Lanuzza sia uno dei maggiori autori di “Stampa Alternativa”. Fisiologicamente avverso a tutto ciò che c’è di omologato e di rassicurante nell’espressione letteraria e artistica, esprime al meglio la sua trasgressione (nel senso di violazione, infrazione della “norma”) quando opera – come in questa sua mostra – come artista. Infatti, Lanuzza, come il suo maestro Ferruccio Masini (prematuramente scomparso), ama la pittura fino a farne, come in questi ultimi tempi, la maggior ragione del suo impegno di intellettuale. Nella Galleria del Caffè Letterario “Le Murate”, si son potute vedere le sue “Neofigurazioni / Somiglianti al proprio ritratto”: una galleria di personaggi noti e meno noti, fiorentini e... anche no. Scrittori, poeti, drammatur-

Ritorno in Dumnonia

nei primi anni Ottanta: artisti come Bella Hardy, Jim Moray e sua sorella Jackie Oates, che ormai godono di un successo consolidato.  Nato a Exeter nel 1980, Causley ha suonato a lungo in pubblico prima di registrare il suo primo CD, Fruits of the Earth (Wild Goose Records, 2005). Con questo si è imposto velocemente, dopodiché ha cominciato a collaborare coi nomi più prestigiosi del folk inglese. Dopo vari CD solisti e altri nati dalle collaborazioni ha inciso Cyprus Well (Folk Police Recor-

dings, 2013), dove ha musicato alcune poesie del poeta cornico Charles Causley, suo lontano parente. In questo modo ha voluto riaffermare il proprio legame con la cultura celtica. Cantante, fisarmonicista e pianista, Jim ha pubblicato recentemente il suo ultimo CD, Forgotten Kingdom. Si tratta del primo lavoro che contiene esclusivamente brani originali. Il “regno dimenticato” al quale allude il titolo è Dumnonia, una compagine territoriale esistita fra il terzo e il nono secolo d.C. A questo regno, che occupava

Neofigurazioni

ghi, filosofi con i quali l’Autore intrattiene rapporti di amicizia o di affinità elettive. Le immagini, di piccola o media dimen-

sione, realizzate con acrilici e tecniche miste (trasgressive anche queste) si leggevano nella singolare Galleria dalle pareti

l’attuale Cornovaglia, il Devon e parte del Somerset, Causley aveva già dedicato un CD precedente, intitolato appunto Dumnonia (2011). Il brano iniziale del nuovo disco, “Gabbro Bowl/The Peninsula Prayer”, sottolinea il forte legame che unisce la Cornovaglia e il Devon al fiume Tamar. La chitarra di Luke Drinkwater e il violino di Jackie Oates dominano in “Summers End”. “Rewind”, inclusa originariamente in Fruits of the Earth, viene proposta in un nuovo arrangiamento, con la chitarra di James Dumbelton che fornisce un morbido tappeto sonoro alla fisarmonica. “The Pastoria”, con Causley al piano, è un accorato inno alla campagna. Un vasto gruppo di ospiti, fra i quali Becki Driscoll, Seth Lakeman e il duo Show of Hands, garantisce la varietà timbrica che percorre il disco. Opera articolata e matura, Forgotten Kingdom conferma che il folk inglese sta vivendo una stagione felice. Non soltanto grazie ai giovani: il 4 novembre uscirà Lodestar, il nuovo disco di Shirley Collins. La leggenda vivente del folk inglese è tornata in sala d’incisione dopo 38 anni.

color rosso pompeiano che ben si prestava alla cromìa di fondo dei ritratti (nero, rosso, oro). Fra i cinquanta ritratti presenti ricordiamo, davvero stimolanti, quelli di Massimo Mori, di Sergio Givone, di Marco Fagioli; e del suo amato Céline. Dalla nota di accompagnamento alla mostra, ov’è ragionevole immaginare sintetizzato il pensiero del Lanuzza, riprendo quanto da me condiviso: “Le elaborazioni grafico-pittoriche riescono a cogliere il nascosto, il sottostante, il non evidente, quanto si muove sotto il razionale”. Insomma una ritrattistica personalissima e trasgressiva questa di Lanuzza, che ci riporta ai suoi testi letterari, assolutamente antiaccademici che, in un sol colpo, ci tolgono dalla periferia del “sistema dell’arte”, ormai condotto dai social-media e dal mercato.


22 OTTOBRE 2016 pag. 10 Simone Siliani s.siliani@tin.it di

T

orna ad uscire, in formato elettronico, una rivista unica nell’affollato panorama editoriale italiano: La causa dei popoli, dedicata ai problemi delle minoranze. La rivista aveva già pubblicato alcuni numeri fra il 2001 e il 2005, ma oggi la rivista esce in formato rinnovato, sulla spinta di un nuovo interesse e di una crescita oggettiva di problematiche che, se erroneamente 15 anni fa potevano sembrare marginali, oggi non possono certo essere ignorate. Infatti, il numero appena uscito si concentra sulle minoranze in Turchia (https:// issuu.com/lacausadeipopoli/ docs/la_causa_dei_popoli_1e2), oggi il tema dei temi, perché è lì in quell’area del pianeta che si giocano le sorti della pace e della guerra, del futuro di una possibile convivenza fra tanti popoli, autoctoni o migrati, oppure di un conflitto senza fine e senza vincitori. La rivista è pubblicata dal Centro di documentazione sui popoli minacciati, una storica realtà associativa, politica e culturale, di Firenze, nata nel 1993 e che da allora si fa carico di documentare, divulgare, discutere le problematiche di popoli che non trovano mai l’attenzione di una cultura e di una politica distratte ed effimere. Il Centro è il primo archivio italiano interamente dedicato ai problemi delle minoranze, dei popoli indigeni e delle nazioni senza stato. Raccoglie migliaia di pubblicazioni – riviste, libri, tesi universitarie, film – in varie lingue: italiano, inglese, spagnolo, francese, tedesco, turco, catalano, romeno, svedese, friulano, etc. ed è ospitato nel Circolo “Vie Nuove” a Firenze (una storica Casa del Popolo, nomen omen). La causa dei popoli colma una lacuna editoriale: nonostante

l’importanza di popoli e culture oggi risaltati agli onori delle cronache del mondo globale in cui viviamo, in Italia non esistono pubblicazioni specificamente dedicate ai problemi delle minoranze, dei popoli indigeni e delle nazioni senza Stato. Esiste, invece, una copiosa letteratura su Stati senza popoli e anche di “nazioni” senza cultura (la retorica padana degli anni passati ne è un fulgido esempio), ma questi sono epifenomeni di un sistema di informazione

ufficiale, mainstream, destinato a sgonfiarsi via via che le dinamiche della globalizzazione si fanno più intense e integrate. Per questo La causa dei popoli non si propone di essere una rivista etnologica per addetti ai lavori, ma inserisce questi temi nella realtà politica odierna coniugando divulgazione e serietà scientifica. Per questo la rivista ospita articoli anche su forme espressive sempre più attente a questi problemi, come il cinema, i fumetti, la musica.

La causa dei popoli

E i popoli di cui parla non sono bizzarri e folkloristici resti del passato, ma attori vivi del presente che guardano al futuro. Alessandro Michelucci, collaboratore storico di Cultura Commestibile, ne è il direttore. Lo conosco da quasi trent’anni e posso dire di aver incontrato assai raramente una persona tanto solida nelle sue competenze, integra nel suo approccio umano a questi temi, intransigente per i valori e i diritti dei deboli. E’ importante questa dichiarazione perché spiega il tono della rivista che non è partigiana del separatismo e tanto meno della violenza dei popoli minacciati. Michelucci sa bene che dietro la rivendicazione dell’identità culturale può nascondersi la sete di dominio e la ferma intenzione di replicare le ingiustizie di cui ci si proclama vittime. Ha dato prova di questa consapevolezza con l’attenzione equilibrata alle vicende della ex-Jugoslavia, quando acriticamente e colpevolmente molti si schieravano per i serbi (in quanto custodi dell’ortodossia già comunista) o per i croati (in quanto epigoni dell’ortodossia cattolica) e comunque contro i bosniaci (in quanto portatori del disordine musulmano in Europa): Michelucci comprendeva bene che, invece, dietro tutto questo stavano ambizioni nazionalistiche che niente avevano a che vedere con la causa dei popoli, bensì con la sete di potere di individui e gruppi. “Il mosaico turco. Popoli e religioni fra il Bosforo e il Mar Nero” è il titolo programmatico del numero della rivista scaricabile gratuitamente online: la complessità del mondo in cui viviamo e dell’area geopolitica in questione ha bisogno di strumenti complessi (ma la rivista non è complicata), documentati e appassionati per essere almeno affrontata. Eluderla è invece tremendamente pericoloso.


22 OTTOBRE 2016 pag. 11 Andrea Caneschi can_an@libero.it di

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a Zanzadrago è una maratona che raduna ogni anno appassionati Dragonauti a cimentarsi nella discesa del Ticino, per un tratto di 18 chilometri tra Bereguardo e Pavia. Da Firenze partecipiamo con uno sperimentato equipaggio di ventuno vecchi ragazzi e ragazze, ostinati a non permettere agli anni accumulati di decidere come passare la domenica. L’imbarco è all’altezza di un fascinoso vecchio ponte di barche, dall’apparenza precaria ma del tutto funzionale: una larga passerella di legno e metallo distesa su scafi di legno, che per l’occasione sono quasi tutti adagiati sul greto per la scarsa portata d’acqua, in una giornata bellissima, ultima di tante che hanno asciugato il fiume fin quasi a mettere a rischio la prova. Sulla linea di partenza ci troviamo in sette equipaggi, con il salvagente indossato per un percorso che non esclude ribaltamenti. Al via scattiamo avanti, concentrati e tesi guadagnare la prima posizione e a trovare il ritmo che ci consentirà di resistere agli attacchi che non mancheranno. Accanto a noi già si profilano, annunciati dal suono ritmato dei tamburi che danno il tempo alla voga, due tra gli equipaggi più forti: a destra e a sinistra veniamo affiancati, quasi un abbordaggio, da due dragoni pieni di ragazzi che si attaccano ai nostri fianchi nello sforzo di superare per primi il passaggio d’acqua che vediamo ribollire più avanti, dove l’acqua che corre mostra la stretta via per evitare le secche ghiaiose emerse per la siccità. Giovani irrispettosi di ogni regola allungano le mani per afferrarsi ai bordi della nostra barca e spingersi più avanti, approfittando della nostra sorpresa e incuranti delle nostre sdegnate proteste. Voghiamo come possiamo, appena si apre uno spiraglio tra le imbarcazioni; volano insulti e minacce, ma alla fine il dragone che ci stringe da destra ci supera, impediti come siamo da ogni parte nella voga, e sfila lungo il nostro bordo mentre ancora siamo alle prese con i prepotenti a sinistra, che tuttavia passano anche loro approfittando del nostro disorientamento, impreparati come siamo a quell’assalto poco sportivo e molto competitivo. Ma la corrente del fiume e l’urto tra le imbarcazioni non favorisce le manovre così che

I pirati del Ticino

il secondo che ci supera arriva dritto sulla poppa del primo equipaggio, che si era appena liberato di noi, tanto da spingerlo di traverso sulla corrente: dovrà fare un largo giro per riprendere la corsa. Non ci resta che approfittare e spingere sulla voga per guadagnare l’acqua improvvisamente libera di fronte a noi: corriamo via sul fiume scintillante, sotto un cielo azzurro, circondati da rive verdi e ombrose che appena possiamo indovinare, concentrati come siamo sul ritmo di gara. E riprendono i duelli. I bresciani che ci avevano assaliti per primi, sono di nuovo sulla nostra scia e ben presto ci affiancano e nuovamente ci scambiamo ingiurie e colpi con le pagaie, che non trovando spazio in acqua, nel cozzo delle imbarcazioni, si agitano in aria per ricadere dove possono. Questa volta abbiamo però un bordo libero e possiamo rispondere al loro impeto con il nostro, che ci permette di riprendere il vantaggio sfruttando la corrente. Siamo forse ai primi cinque chilometri, ma già è chiaro che dovremo difendere duramente la

nostra corsa, da squadre molto aggressive e con il vantaggio dell’età. Ma non molliamo la sfida a tre che ci vede ancora vincenti in un testa a testa con i bresciani che si ripete per chilometri e offre un insolito spettacolo ai gitanti di questa bellissima domenica settembrina, sorpresi e coinvolti, e volentieri distratti dalla quiete del fiume assolato che al passaggio dei dragoni si riempie di urla di incitamento e applausi, mentre i tamburi rimbalzano i loro colpi da una barca all’altra in una cacofonia confusa e stimolante. Mancano ormai tre o quattro chilometri al traguardo e già ci sentiamo sicuri di completare la gara con un vivace finale a tre sulla linea dell’arrivo; teniamo ancora a distanza la stanchezza e manteniamo un ritmo sostenuto, con risorse che attingono ormai alla dimensione della volontà, più che a quella della pura forza fisica. Continuiamo a scontrarci con il dragone di Brescia, o piuttosto è quello che continua a scontrarsi con noi, con una perseveranza che denuncia una precisa tattica che ci disorienta e ci mette in difficoltà,

rompendo ritmo e concentrazione e rallentando la nostra corsa. E alla fine passano, sfilando lungo il nostro bordo da destra e prendendo quel più di vantaggio che ci costringe alla fine a rincorrerli, contando di rimanere in scia e giocare sulla linea dell’arrivo – ormai solo un paio di chilometri più avanti – le nostre risorse residue contro le loro. Ma non abbiamo il tempo per riorganizzare la nostra voga e agganciare la barca che ci precede di un paio di metri, perché all’improvviso il terzo equipaggio che era rimasto dietro di noi approfitta dello scontro con i bresciani e si fa sotto, speronandoci a poppa e spingendo così la nostra imbarcazione da dietro in balia della corrente del fiume, che prima la mette di traverso e poi la spinge su una secca affiorante. Abbiamo chiuso, è il pensiero di tutti, espresso dalla rabbia impotente delle nostre proteste, dal tentativo frenetico del nostro timoniere, che salta a terra e sospinge la barca fuori dalla secca, dalla nostra voga improvvisamente stanca e svuotata con cui riprendiamo la corsa. Non c’è più lunghezza di fiume per rientrare in gara, ormai in vista del traguardo che raggiungiamo rassegnati del nostro quinto posto, tuttavia sorpresi e soddisfatti della nostra prova, improvvisamente stremati dalla stanchezza fisica che ci assale, caduta la tensione della corsa. Sbarchiamo un po’ delusi sul greto del fiume, sconfitti da una realtà che siamo costretti a riconoscere: i pirati esistono ancora, sono sul Ticino!


22 OTTOBRE 2016 pag. 12 Simonetta Zanuccoli simonetta.zanuccoli@gmail.com di

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n tempi di sempre maggiore individualismo, di muri, di frontiere reali e mentali, quello che sto per raccontare è una piccola, importante realtà. A Parigi, in Avenue Daumesnil 181, all’interno della vecchia stazione di Reuilly, è aperto dal giugno 2015 Siga-Siga, chiamata anche la boutique sans argent (Il negozio senza soldi) che si basa sui principi, ormai abbastanza in disuso, di gratuità, riutilizzo e solidarietà. Fondato da un associazione, naturalmente, senza fini di lucro, il negozio promuove l’“economia del dono”. Qui tutto può essere lasciato e preso liberamente, senza baratto o transazione di soldi. Libri, vestiti, oggetti, giocattoli, piccoli elettrodomestici, cd, dischi..., cose ancora in buono stato ma che il proprietario non usa più e dimentica in qualche angolo nascosto della casa, riacquistano al Siga-Siga, per altre persone, il significato di utile, piacevole, desiderabile. Il concetto di Free Shop nacque in America alla fine degli anni 60 e si diffuse nel decennio successivo nel nord Europa, soprattutto in Germania dove ci sono oltre una sessantina di negozi del genere. Oltre a quello ambientale (evita inutili rifiuti), l’idea si fonda sull’obbiettivo di creare quella che viene definita un’ eco-cittadinanza, cioè una maggiore consapevolezza per il consumo e un migliore utilizzo solidale delle risorse. Per il negozio di Parigi, il primo in Francia dopo quello sperimentale a Mulhouse nel dipartimento dell’Alto Reno, oltre ai 20 volontari che ci lavorano, i costi del progetto vengono sostenuti dal finanziamento pubblico del Conseil Régional d’Ile-de-France e dal Comune del XII arrondissement che ha messo a disposizione gratuitamente alcuni locali della stazione di Reuilly. A più di un anno dalla sua apertura, attraverso il passaparola, gli articoli positivi sui maggiori quotidiani e i social, il negozio senza soldi è sempre pieno (un centinaio di visite al giorno) di un pubblico vario come età e categoria sociale. L’atmosfera è quella festosa di un mercatino delle pulci: un luogo di con-

Siga Siga boutique sans argent Le forme della memoria di

Pasquale Comegna



vivialità e di scambio, con gli scaffali, un tavolone di legno grezzo con tante sedie, un angolo bar per sorseggiare un the o un caffè magari lasciando una piccola offerta in aiuto a questo universo di buone intenzioni. Debora Fischkandl, che dirige il negozio, assicura che il gratuito non sollecita l’accaparrare: non si prende niente se non serve perché potrebbe essere utile ad altri. Debora afferma che la generosità è contagiosa, ma per i nuovi arrivati il grande cartello con la scritta “zero euro” mette un po’ in imbarazzo anziché tranquillizzare. Condizionati dall’idea che tutto ha un prezzo, non è facile passare a quella che il valore dell’oggetto, qui, è definito dalla solidarietà anziché dal denaro e che si può prendere liberamente ciò che è esposto. Donazione dopo donazione si cambia il mondo, come promette, con forse troppo ottimismo, il sito Freecycle, uno dei tanti sul web che propongono questo particolare tipo di economia circolare per cercare di contrastare il sempre maggiore individualismo e le frontiere reali e mentali.


22 OTTOBRE 2016 pag. 13 Cecilia Della Santa ceceliadellasanta@gmail.com di

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uesta settimana la molto annunciata fiction “Medici: Masters of Florence” è infine andata in onda su Rai1 con i primi due episodi. La grande aspettativa che la campagna pubblicitaria aveva suscitato negli spettatori sembra tuttavia essere stata delusa: già la sera stessa della messa in onda, il web pullulava di critiche di ogni genere. Non è qui che si deciderà se la fiction è avvincente o noiosa (lo riveleranno gli ascolti delle prossime puntate) ma un rapido excursus dei numerosi errori storici è senza dubbio significativo di un certo modo di fare televisione. La storia comincia con la sospetta morte di Giovanni di Bicci de’ Medici. I suoi due figli, Cosimo e Lorenzo, prendono il suo posto nella politica fiorentina e cercano di scoprire chi mai lo abbia assassinato. Tuttavia, la trama principale viene interrotta con frequenza da lunghi flashback ambientati vent’anni prima che vedono protagonista un giovane Cosimo dalle aspirazioni artistiche più che improbabili e con un inatteso disprezzo per il lavoro di famiglia. Gli anni trattati sarebbero quindi il 1409 e il 1429. Almeno in teoria, poiché lo scorrere del tempo è un po’ confuso e in queste due date sono stati presentati anche fatti accaduti in altri anni. Nel 1409, quando la famiglia Medici si reca al gran completo a Roma per assicurarsi l’elezione di un papa a loro favorevole, il fratello di Cosimo, Lorenzo, conclude tutti gli affari politici necessari. Peccato che, in tale data, non avesse che circa quattordici anni. Altro incontro “sovrannaturale” quello di Cosimo con Donatello passeggiando per la Città eterna. In realtà, l’artista era rientrato dal suo viaggio a Roma da ben cinque anni né vi aveva aperto bottega. Nel 1429 troviamo il figlio di Cosimo, Piero, e sua moglie Lucrezia, già sposati e in attesa di un figlio, quando invece non avevano che rispettivamente tredici e quattro anni. Così come manca all’appello il secondogenito di Cosimo, Giovanni. Ma il grande problema è la commissione della cupola del Duomo, tasto delicatissimo da trattare coi fiorentini, notoriamente puntigliosi campanilisti. Infatti, non fu per la sola volontà

Medici in famiglia

di Cosimo che Filippo Brunelleschi voltò la cupola. Nel 1418 l’Arte della Lana e l’Uffizio degli Operai di Santa Maria del Fiore bandirono un concorso per trovare chi fosse capace di completare il Duomo. Non ci fu propriamente un vincitore, ma, dopo varie vicissitudini, l’incarico venne affidato al Brunelleschi che iniziò i lavori della sua grandiosa opera nel 1420. Nel 1429 ‘la Grande Macchina’ non solo era già avviata, ma era anche a buon punto. Di conseguenza, sorprende vedere che, già nel primo minuto di puntata, quando viene mostrata una bellissima vista di Firenze, manca la cupola del Duomo, ma fa bella mostra di sé la cupola di Lido Contemori lidoconte@alice.it di

Il migliore dei Lidi possibili

Scontro frontale fra i fautori del SE e del MA

Disegno di Lido Contemori Didascalia di Aldo Frangioni

San Lorenzo, anch’esso cantiere affidato al Brunelleschi l’anno dopo l’assegnazione dell’incarico della cupola. Questo dettaglio ci porta a trattare la scelta delle ambientazioni. Molte scene che si sarebbero dovute svolgere a Firenze o a Roma, sono state invece girate in altre parti d’Italia. Su questo accorgimento, comune a molti set cinematografici, si potrebbe sorvolare se non fosse per la scelta di luoghi cinquecenteschi, famosi e quindi riconoscibili. La casa dei Medici a Firenze altro non è che palazzo Piccolomini di Pienza e la piazza del duomo della stessa città è stata trasformata in via Larga. Lo strano matrimonio

canonico fra Cosimo e Contessina ha come sfondo il duomo di Pienza, mentre la Curia pontificia vive felicemente a palazzo Farnese a Caprarola. Anche a Firenze si scorgono qua e là opere cinquecentesche o addirittura posteriori. A far scalpore ha contribuito anche la presenza in casa Medici e negli altri edifici di opere di artisti che ancora avevano da nascere (Perugino e Giulio Romano, tanto per citarne qualcuno) ed esterne all’ambiente fiorentino. Infine, per andare incontro al gusto di un pubblico più giovane, l’allegra moda quattrocentesca è stata in parte rivista, soprattutto per quanto riguarda gli uomini. La maggior parte degli attori, a meno che non siano ragazzini glabri, sfoggiano con orgoglio barbe folte e curate, quando invece era riguardo degli uomini radersi tutto il volto con minuzia. Quindi, sempre che non contassero sul famoso “purché se ne parli”, magari la postilla di fine episodio che, in caratteri minuscoli, ricordava trattarsi di un’opera di fantasia, sarebbe stato consigliabile collocarla bene in vista prima della sigla iniziale.


22 OTTOBRE 2016 pag. 14 Monica Innocenti innocentimonica7@gmail.com di

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ario Fo ci ha lasciato e mancherà a tutti, compresi coloro che non lo hanno mai amato o hanno rinunciato a tentare di comprenderlo. In ogni caso tutti conoscono il Dario Fo personaggio pubblico, il grande artista, il teatrante, il giullare che irrideva il potere, l’intellettuale premio Nobel, il combattente sempre in prima linea dove c’era da difendere diritti e dignità. Non tutti hanno potuto conoscerlo di persona; ho avuto questo privilegio qualche anno fa in Umbria, durante una full immersion teatrale durata sette giorni. Eravamo un bel gruppo, in maggioranza giovani, ma con alcune presenze di meno giovani che potevano farlo definire multigenerazionale; anche la provenienza era la più varia e toccava un po’ tutta Italia e diversi altri Paesi e, durante quell’indimenticabile settimana, abbiamo quotidianamente convissuto con Dario, con Franca Rame, con loro figlio Jacopo e con la nipote Mattea (degna erede del fascino e del carisma di famiglia). Per descrivere l’atmosfera nella quale eravamo immersi mi viene da usare (una volta tanto a proposito) un sostantivo abusato come magia; non c’erano né cellulari né tv, ma partecipazione, voglia di esprimersi (certe volte semplicemente ballando e cantando fino a notte fonda), spontaneità, un piacevole e caldo disordine e un’intesa tra tutti noi che era sgorgata naturale come acqua di fonte. Ricordo qualche componente del gruppo: Antonio Carnevale che portava avanti la tradizione della commedia dell’arte; Claudia Brovedani attrice teatrale ora impegnata in un lavoro su Shakespeare e le donne; Luca Ruperto, drammaturgo e regista oltre che una delle persone più vitali e simpatiche che abbia mai conosciuto; Giorgia Mazzucato detta Gigia che ci incantò con uno sketch basato sulle parole; Sabino Matera attore e presentatore di rara ironia; Marcella Giunti che propose i suoi esilaranti personaggi e tanti

altri che porterò per sempre tra i miei ricordi più belli (l’elenco sarebbe lunghissimo e dovrebbe comprendere le gentilissime ragazze che lavoravano al bar). C’era anche il rapporto straordinario tra Dario e Franca, che ci colpì e commosse tutti in modo profondo; osservare l’amore sconfinato che li univa, le tenerezze e le attenzioni che si scambiavano di continuo scaldava il cuore! Poi, naturalmente, c’era il teatro, le lezioni e (per chi lo voleva) le esibizioni quotidiane. Perché eravamo un bel gruppo e Dario Fo ne faceva parte; non si limitava a dare consigli e indicazioni (per quanto preziose), ma recitava e viveva insieme a noi; una presenza che ci accompagnava quotidianamente, una persona piena di umanità, capace di comunicare con uno sguardo: stargli vicino dava l’impressione che fascino e carisma prendessero forma e sostanza. Ogni volta che penso a quei giorni non posso fare a meno di ricordarli come un’esperienza indimenticabile! Questa è la mia piccola testimonianza, il mio amarcord con di

Ricordo

di una full immersion

con Fo Dario Fo e il titolo non è stato scelto a caso; Fo e Fellini sono state due delle menti più belle e brillanti che la cultura italiana ha espresso negli ultimi decenni:

li ho amati entrambi moltissimo e, dal punto di vista intellettuale, li ho sempre visti e pensati come due anime meravigliosamente affini.

Fatto sta che delle 90 città monitorate ben 48 hanno superato di gran lunga il limite dei 35 giorni di sforamento, arrivando fino ai 115 di Frosinone o ai 101 di Milano o ai 99 di Torino. Si sfora anche in Toscana: in particolare a Prato, Lucca e Firenze. Qui negli ultimi 7 anni abbiamo sforato ben 5 volte, superato i limiti dell’ozono 4 anni su 5 e 9 su 9 per gli ossidi di azoto. Ce lo dice il rapporto “Mal d’Aria 2016” di Legambiente. Il bello è che questi limiti vengono superati sempre negli stessi luoghi, le stesse città che torneranno agli onori della cronaca anche quest’anno. Eppure le cause le conosciamo: inquinamento da traffico privato (che da noi resta la modalità più diffusa per muoversi anche in città) e le emissioni delle caldaie per il riscaldamento (che ancora per il 70% sono di vecchio tipo, nonostante il divieto di installar-

le dal settembre scorso e il bonus fiscale tra il 50 e il 65% della spesa). Conosciamo anche gli effetti: lo smog uccide 84mila italiani all’anno, tanti quanti sono gli abitanti di città come Como, Grosseto o Lucca. Togliendo in media 10 mesi di vita ad ognuno di noi. E non mancano neppure le soluzioni. Per avere meno auto in città servono più treni, più tram e metrò, un trasporto urbano più efficiente e più piste ciclabili, quelle vere in grado di garantire spostamenti sicuri. Per farlo basterebbe che il governo destinasse a questi obiettivi il 50% delle risorse del piano infrastrutture. Ma di fronte a questa emergenza, ormai cronica, a colpire è l’immobilismo della politica, dei sindaci e del governo che invece di realizzare un serio piano anti-smog preferisce pensare al faraonico ponte sullo stretto.

Remo Fattorini

Segnali di fumo Ci risiamo. Non è difficile prevedere che fra qualche settimana (appena smette di piovere e arriva un po’ più di freddo) scatterà l’allarme smog. Le centraline ci diranno che i livelli di inquinamento sforeranno i limiti anche quest’anno. Con buona pace dei nostri polmoni. Siamo al paradosso: tutti sappiamo tutto, ma non riusciamo a fare niente per cambiare le cose, anche quando di mezzo c’è la nostra salute. E allora assisteremo alla solita sinfonia: targhe alterne, blocchi del traffico, appelli ad abbassare le temperature nelle abitazioni e uffici. Tutte cose di cui abbiamo sperimentato l’inutilità, il cui rispetto è difficilmente controllabile e infatti ognuno continua a comportarsi come prima.


22 OTTOBRE 2016 pag. 15 di John

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Di nuovo al Pecci

Stammer

messaggi dalla “Fine del Mondo” sono chiari e emotivamente coinvolgenti. La mostra che inaugura il rinnovato Museo Pecci di Prato coinvolge il visitatore in una serie di emozioni che lo inducono, in alcuni momenti lo obbligano, a pensare e ripensare il modo con cui sta su questo pianeta. Una serie di opere, installazioni, perfomance e allestimenti che rappresentano un momento di riflessione collettiva. E la città di Prato, ma direi meglio la città della Toscana Centrale che si articola almeno fra Firenze e Pistoia, ha risposto con interesse e attenzione. Lo si è visto domenica 16 ottobre, nel giorno dedicato alla visita gratuita, con le lunghissime file di persone ordinatamente allineate in un lungo corteo, quasi immobile, che si dipartiva dalle abitazioni di viale della Repubblica e disegnava la nuova piazza del Museo. Ma lo si è visto anche nell’attenzione, nelle espressioni meravigliate, sconcertate, divertite, certe volte financo preoccupate, delle persone che percorrevano, guardavano, subivano le opere esposte. Il rinnovato Museo Pecci, il primo museo appositamente costruito per l’arte contemporanea in Italia, ha bene iniziato il suo nuovo e periglioso (ricordando le difficoltà del passato) cammino. Non altrettanto si può dire dell’ampliamento del museo, frutto del lavoro dell’architetto Maurice Nio di Rotterdam. L’opera di Nio, che raddoppia la superficie espositiva del museo, si colloca in un rapporto di “arroganza” nei confronti del “vecchio” edificio museale progettato agli inizi degli anni ‘80 del secolo scorso da Italo Gamberini, di fatto sottraendolo alla pubblica fruizione visiva di coloro che si approcciano al museo. Il progetto di Gamberini, con intento apertamente didascalico, era la concreta rappresentazione della “città fabbrica” quale era stata Prato nel suo momento di massima espansione economica e commerciale. Un edificio alto sulla piazza con le caratteristiche tipologiche tipiche della fabbrica (padiglio-

ni, shed, strutture in vista) che oggi è totalmente “oscurato” dal nuovo edificio. La scelta di “avvolgere” il vecchio edificio con il nuovo, senza ricercare nessun dialogo e nessuna forma di “collaborazione”, è simbolicamente rappresentata dalle difficoltà e dalla eterogeneità degli “attacchi” fra l’uno e l’altro e dalla incomprensibile organizzazione degli spazi fra i due edifici, che di fatto, almeno al momento dell’inaugurazione, sono utilizzati come discariche. Solo un nuovo, e ben organizzato, spazio al piano terra per la caffetteria, il desktop e una libreria, oltre che una discreta organizzazione dello spazio semicircolare al piano primo (ma non le caratteristiche costruttive con le lamiere ondulate di copertura in vista), rendono meno amara la constatazione di aver perso la vista, e la fruizione collettiva, di un elemento simbolico di un momento storico della città. Elemento simbolico di quella citta di Prato che, con la costruzione del Museo Luigi Pecci (dedicato al figlio di Enrico Pecci), decise di scommettere concretamente con il futuro, mentre nella vicina Firenze (come del resto ancora oggi) si continuava a discutere di come utilizzare il Meccanotessile della ex Galileo. La simbolica “antenna”, che svetta nel centro dell’ampliamento, speriamo che riesca ad avere la stessa valenza significante della “fabbrica della Cultura” di Gamberini.


22 OTTOBRE 2016 pag. 16

Un Pesce nel museo

Gianni Biagi g.biagi@libero.it di

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’odore penetrante del fiele avvolge e sconvolge le sensazioni di chi entra nella “sala dei sensi” allestita nel Museo Novecento di Firenze. La mostra di Gaetano Pesce nelle sale del museo fiorentino, ancorchè priva della sua opera principale (la Maestà Tradita) che sarà installata in piazza di Santa Maria Novella quando sarà possibile avere la presenza del Maestro (impedito da malanni a partecipare all’inaugurazione), colpisce i visitatori con sensazioni violente. Chi volesse è invitato a mangiare pane e fiele (la bile del fegato) come, afferma Pesce, fanno quotidianamente le donne. Perchè sono le donne il tema centrale della mostra del quasi ottantenne artista ( nato a La Spezia nel 1939) che in alcune sale del piano terra del Museo presenta opere “site specific” e disegni inediti. Gaetano Pesce artista, designer architetto presenta nella sala maggiore una serie delle sue famose poltrone “up” (poltrone gonfiabili con forme antro-

pomorfe femminili) “ognuna delle quali incatenata a terra con una palla di ferro, simbolo

Il silenzio dell’anima

La torre di Babele

Fino al 29 ottobre sarà possibile visitare la mostra inaugurale del progetto Students Show, l’iniziativa che da, agli artisti emergenti che hanno frequentato i workshop di stART_art projects, la possibilità di preparare la loro prima esposizione. Il progetto selezionato è Il silenzio dell’anima del giovane fotografo fiorentino Riccardo Svelto. A cura di stART_art projects e a Spela Zidar Dal 13 al 29 ottobre. L’Appartamento, Via Giraldi 11, Firenze

La Toscana del contemporaneo è data anche da un arcipelago di presenze che, su tutto il territorio regionale, da anni contribuiscono a diffondere una cultura estetica eterogenea, in connessione con la storia e il contesto, ma rigorosamente autonoma. Le gallerie d’arte contemporanea in Toscana definiscono un panorama ampio con identità e prospettive differenti, ora più rivolte ai maestri del Novecento ora più sperimentali, con una comune aspirazione al confronto, non sempre facile, con l’ecosistema culturale in cui operano. La Torre di Babele, a cura di Pietro Gaglianò, tratteggia una geografia di queste realtà, coinvolgendo più di venti gallerie toscane aderenti all’Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea (ANGAMC), e presentandole attraverso il lavoro di un singolo artista che ne rappresenta, sia pure in modo parziale, la storia e la vocazione. Il tema della torre di Babele che guida il disegno curatoriale della

inequivocabile di schiavitù e di limitazione della libertà”, con al centro della sala una up in

scala gigante rivestita, da abiti femminili di diverse forme e colori, che inneggia al valore della differenza e al rispetto per il corpo femminile. Nelle altre sale sono i disegni che si mostrano nella loro apparente semplicità come quello che rappresenta la serie di mobili “Tramonto a New York”. Una mostra inaugurata con la presenza dei curatori Vittorio Sgarbi e Sergio Risaliti dal Sindaco di Firenze Dario Nardella e che rimarrà aperta fino al giorno 8 di febbraio del 2017.

mostra non si riferisce tanto alla molteplicità del linguaggio, quanto all’azione, alla sfida, al superamento del limite, alla ricerca di una visione che muove la volontà umana nella vicenda biblica. Gli artisti presenti in mostra lavorano sullo spostamento del confine di cosa viene considerato possibile,

sulla narrazione di questo percorso, sulla dichiarazione di quel coraggio visionario che anima la genesi dell’arte, e oltre, arrivando a implicare lo spettatore. La Torre di Babele a cura di Pietro Gaglianò. Fino al 6 novembre Ex fabbrica Lucchesi, Piazza Macelli, Prato


22 OTTOBRE 2016 pag. 17

La Tav e Firenze

Gianni Biagi g.biagi@libero.it di

N

el 1994 le Ferrovie dello Stato presentarono alle comunità locali cinque ipotesi di soluzione per il nodo di Firenze. Tutte, con alcune insignificanti varianti di tracciato, prevedevano un tunnel passante la città da Campo di Marte a Castello (in alcuni casi sotto la collina, in altri più a ridosso della città) e la stazione dell’Alta Velocità a Campo di Marte. Le comunità locali (Comune di Firenze in primis, ma anche Regione Toscana e Provincia di Firenze) respinsero queste proposte con tre motivazioni fondamentali. Che la stazione AV a Campo di Marte era sbagliata urbanisticamente poichè lo sviluppo urbanistico della città era indirizzato a Nord Ovest (come è in parte successo con lo sviluppo dell’area ex Fiat di Novoli e nonostante lo stop “forzato” dell’area di Castello). Che con il tunnel passante la città non avrebbe potuto “controllare” le condizioni di esercizio della linea e quindi sarebbe stato possibile realizzare sempre più treni che non avessero fermate a Firenze. E infine che la cosidetta “centralità” della stazione di Santa Maria

Novella andava a farsi benedire. La soluzione che la comunità cittadina propose nell’ottobre del 1995 a Ferrovie è quella che poi è stata progettata, e in parte realizzata. Una stazione nell’area Belfiore - Macelli in sotterranea, in relazione diretta con il passante ferroviario, collegata a Santa Maria Novella con il tram (si era parlato anche di people mover ma non si era mai deciso chi ne dovesse pagare l’esercizio) e collegata con il servizio regionale e metropolitano attraverso la stazione di Circondaria, anch’essa di nuova ideazione, e da realizzare da parte di Ferrovie, proprio sopra la nuova stazione AV. Una

Il sogno di Rodolfo Siviero Il sogno di Rodolfo Siviero è contemporaneamente un percorso all’interno della casa-museo e un viaggio che si dipana sul filo della memoria e delle riflessioni del cosiddetto “007 dell’arte”. Il Teatro dell’Elce condensa in questa visita in forma di spettacolo il distillato di un lavoro di ricerca sulle principali pubblicazioni dedicate a Siviero e, in particolare, sui suoi diari inediti. Dal flusso di pensieri e parole di un’ombra “condannata all’insonnia eterna”, affiorano le immagini ricorrenti nelle riflessioni di Siviero: i tormenti di un giovane ambizioso, la leggerezza della passione amorosa, l’avversione al potere della burocrazia italiana, l’amore per le opere recuperate, l’attività clandestina e i resoconti sulla gigantesca opera di rapina dei nazisti a danno

del patrimonio artistico italiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Sabato 22 e sabato 29 ottobre 2016. Doppia replica: ore 11.00 e ore 15.30. Museo Casa Siviero Lungarno Serristori, 3 - Firenze Ingresso gratuito fino a esaurimento posti, max. 20 persone per replica. Dato il numero limitato di posti, si consiglia la prenotazione per email all’indirizzo info@teatrodellelce.it.

stazione, quella di Belfiore, che si trova al centro della direttrice Centro Storico – Novoli e che garantisce, attraverso la fermata di superficie a Circondaria, una perfetta accessibilità da tutte le linee ferroviarie afferenti al nodo di Firenze, e dalla tranvia. Una soluzione ottimale che garantisce le esigenze della città, e anche quelle di Ferrovie, attuando nel contempo un significativo potenziamento dei servizi regionali e metropolitani. Una soluzione che guarda alla Firenze del terzo millennio, capitale di un’area metropolitana larga e operosa che include (da un punto di vista del trasporto su ferro) Michele Rescio mikirolla@gmail.com di

La pagliata, in gergo romanesco pajata, è l’intestino del vitello che contiene il chimo, una sostanza lattiginosa. I rigatoni con la pajata hanno origine nella cucina tradizionale romana e in particolare nascono nello storico quartiere di Testaccio, dove aveva sede il mattatoio. Qui i lavoranti che ricevevano in paga anche gli scarti della macellazione (tra cui anche le interiora) hanno dato origine a questo piatto molto saporito come tutte le ricette di origine popolare. Preparazione: Prendete la pagliata già spellata dal macellaio e lavatela accuratamente. Tagliatela in pezzi lunghi circa 30 cm e poi legate le estremità con la pelle formando una piccola ciambella. Tritate finemente la cipolla e il sedano e metteteli a soffriggere nell’olio. Aggiungete la pagliata e fate cuocere per 10 minuti.

il Valdarno fiorentino e aretino, il Mugello, l’area pratese e pistoiese, l’empolese val d’Elsa, ma che guarda con attenzione anche ad Arezzo, a Pisa, a Lucca e Siena. Una soluzione che consente di costruire una dorsale su ferro del trasporto regionale e metropolitano capace di sostenere agevolmente un raddoppio della domanda di trasporto e conseguentemente un miglioramento delle condizioni ambientali (in particolare dell’inquinamento dell’aria) in tutta la città metropolitana. In questo senso i dati ambientali che emergono dal successo della prima linea della tranvia fiorentina sono sotto gli occhi di tutti. Non sembra che le condizioni che portarono a quella scelta siano cambiate. Anzi i dati relativi alla mobilità inducono a pensare che quelle condizioni sussistano ancora tutte. E allora la domanda “cui prodest” non può che avere una sola risposta. E in questa risposta non si trova l’interesse della città di Firenze e della Toscana Centrale. Sono fiducioso che le istituzioni locali saranno capaci di lavorare per il bene delle comunità che amministrano. Tratto dal Corriere fiorentino

La pajata del Testaccio

Aggiungete il vino e lasciate sfumare. Aggiungete quindi la passata di pomodoro, il sale e il peperoncino. Lasciate cuocere a fuoco dolce per circa 2 ore. Fate cuocere 500 g di rigatoni al dente e poi conditela con il sugo preparato. Mettete in cima a ogni piatto alcune ciambelline di pagliata e spolverate con il pecorino grattugiato.


L immagine ultima

22 OTTOBRE 2016 pag. 18

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

C

redo di non aver mai camminato tanto in vita mia quanto in questo mio primo soggiorno a New York. Passavo da una zona all’altra e da un quartiere all’altro alla ricerca costante di nuovi stimoli e nuovi incontri, sia con il paesaggio urbano che con le persone. Non ricordo chi l’ha detto, ma sono completamente d’accordo con chi dice che le fotografie si fanno con gli occhi ma anche che con i piedi. Qui siamo in un quartiere abitato principalmente da persone di religione ebraica. Ci sono tornato diverse volte ed ho scattato diverse immagini. Spesso mi sono fermato a parlare per strada con chi mi dava l’impressione di una certa curiosità nei miei confronti ed ho scoperto che molte delle persone con cui stavo parlando pensavano che anch’io fossi ebreo, sia per la mia fisionomia che per la barba folta ed i capelli rossi.

NY City, agosto 1969


Cultura commestibile 189