Issuu on Google+

redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.culturacommestibile.com www.facebook.com/cultura.commestibile direttore redazione progetto grafico simone siliani gianni biagi, sara chiarello, emiliano bacci aldo frangioni, rosaclelia ganzerli, michele morrocchi, sara nocentini, barbara setti

Con la cultura non si mangia

83 250

N° 1 “Ho sbagliato a leggere la mail” “Come se presentassi 20 esposti contro Renzi, lo iscrivessero al registro degli indagatipoi VERREI in questa piazza e URLEREI Renzi è indagato”

Luigi Di Maio

L’analfabeta editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012


Da non saltare

di

10 SETTEMBRE 2016 pag. 2

Giuliano Scabia danilo.c@leonet.it

C

aro Bobo (e sua rara tribù): ecco alcuni pensieri che mi sono nati in seguito a certe tue osservazioni, tempo fa, e guardando la cavalcata dei tuoi cavalieri nella valle del riciclo e smaltimento a Peccioli: c’è tanto mugugno in giro: come quando l’auctorits sta per dissolversi: smarrimento: sfiducia e abbandono delle regole (lo smarrimento ben espresso anche l’altra sera a Monticchiello, nello spettacolo di quest’anno): allora: (il punto 1 è di cose fiorentine, in apparenza piccole) 1. Il vigile educatore: Quand’ero ragazzo a Padova i vigili ci inseguivano e rimproveravano se andavamo in bici sul marciapiedi, o portavamo qualcuno in canna; una volta uno di loro è salito fino al terzo piano da mia mamma e davanti a lei mi ha fatto la ramanzina: a Firenze oggi rari vigili in giro: e biciclette senza regola (io vado solo a piedi o in bicicletta). Ma bisogna rispettare le regole: la bicicletta è un veicolo, come le moto: la nostra parrucchiera investita da un contromanista ha avuto il braccio rotto. Inoltre, nella zona che frequento, Sant’Ambrogio, via Ghibellina, via delle Conce, rare sono le

8 pensieri per Bobo strisce visibili, con tanti anziani di Montedomini, e ragazzi della scuola, e autobus, e poco rispetto. A me sembra che il sindaco e i vigili in questa zona siano molto negligenti: perché non segnalano che mancano le strisce? se i vigili, oltre che multatori, diventassero educatori… Boboli: se un residente vuole entrare a Boboli, lo può fare da una sola entrata, in via Romana. Perché? I residenti, magari anziani, sono bestie inferiori rispetto alle bestie turistiche? Perché dal 2010 non si può passare (i residenti) dal giardino Bardini a Boboli? I residenti che si accorgono di

questo, votano per un altro partito e così ciao Comune. Sono piccole cose. Per esempio adesso l’ottanta per cento non mette la freccia: il figlio di un nostro amico è stato macellato da quattro giovanotti allegri che hanno svoltato di colpo senza mettere la freccia. Il crollo della freccia mi sembra emblematico del crollo morale degli italiani di questi anni, già ben visibile ai tempi di Enrico Berlinguer: mancanza totale di etica interna e di rispetto di sé e degli altri; tante prediche di morale, senza essere morali. 2. Spot

Tutto va a spot, per vendere anche quello che non c’è. Ma lo spot si spegne presto, lascia catastrofi, e paschi ignudi. Non si potrebbe, per quei farabutti, rimettere in piazza la berlina? (una volta bene accertate le responsabilità e le colpe, perché troppo spesso la magistratura ha fatto spot, pur di finire sul giornale): chi di spot vive prima o poi di spot muore.

3. Immondizie Possibile che i tedeschi, gli svedesi, gli svizzeri e altri abbiano i termovalorizzatori (magari nel centro di Vienna) e noi no? Non potrebbero gli urlanti chiacchie-


Da non saltare

10 SETTEMBRE 2016 pag. 3

roni imparare da Peccioli, da Bagno di Romagna, da Vienna e Zurigo eccetera? per quattro voti non si può arrivare agli estremi di Napoli, Roma, Palermo, Campania e presto Firenze, se non si smette di essere ignoranti e cretini; la sinistra non deve essere ignorante e cretina, altrimenti sparisce. 4. Il veleno nell’aria Ci rendiamo conto che col gas della nostra macchina in un quarto d’ora ci si suicida? ma che specie siamo diventati, che corriamo per produrre un veleno micidiale, il monossido di carbonio? A me sembra che siamo più mammalucchi e grandoni di quei cretini dell’Isola di Pasqua. Il paradosso di Casaleggio, trent’anni a chi va in macchina, è anche un urlo di verità. O gente veloce e matta, che a ogni passo produci veleno (anch’io, le rare volte che guido; ma Guilìn, Cina, 7 milioni di abitanti, tutti i motorini erano elettrici), sei forse una specie velenosa? 5. I flussi Un amico da sempre comunista (forse ancora oggi) mi dice al telefono: ormai i turisti li odio (nel paese dove abita, sul Garda, per via è impossibile muoversi a causa della folla). Ecco, troppi topi in luogo ristretto diventano Lucifero. Bisogna regolare i flussi. De Seta, in Venezia Moby Dick, l’ha detto: per evitare l’odio, bisogna non solo regolare i flussi ma cambiare la cultura delle guide turistiche, che prima di tutto devono portare a conoscere altri popoli, altra gente, l’anima degli altri, e non solo i monumenti. I monumenti sono roba di ieri, meraviglie, ma qui ci sono io, ci sei tu, la Bruna. Invece di cento pullman, cinquanta; invece di cento barconi, a Venezia, cinquanta, per non maciullare gli abitanti, non farsi odiare, e convivere meglio tra turisti. Il turismo è meraviglioso, ma sta prendendo la piega delle deportazioni di massa: c’è bisogno di una rivoluzione del turismo. 6. I margini Se il margine sta male, il centro si ammalerà. Scoprono adesso il problema delle periferie, ma quando noi nel Manifesto di

Ivrea abbiamo messo il decentramento come uno dei cardini, intendevamo non il portare spettacoli dimezzati e degradati in periferia, ma fare con la gente, faticare in quelle desolazioni. 7. La politica Bisogna tornare al cursus: che chi fa politica sia sapiente; se fa il ministro dell’agricoltura, che sappia cos’è un campo, un

pomodoro, una mela di frigo o una di ramo, un bosco. Io so che sarei un pessimo politico; conosco persone che sono nate per la politica, e nei tempi lontani mi ricordo che sia il Partito Comunista che la Democrazia Cristiana costruivano i loro quadri facendo molto studiare (e non sono mancati tuttavia gli errori e le catastrofi).

La risposta di Bobo

8. Il mostro A Firenze, in entrata da nord, giace, mostruosa, la Scuola Marescialli dei Carabinieri: chi l’ha voluta? chi l’ha progettata? E intanto accanto a Ponte Vecchio il palazzo della Scuola Militare va in rovina, e tanti che hanno conosciuto Firenze e l’hanno amata formandosi là, ne parlano ancora come di un dono ricevuto. In futuro invece, là, fra ferrovia e autostrada e pista di aerei, il mostro li ospiterà, odiosamente. Allora, non si potrebbe chiedere a qualcuno (americani? Isis? russi? Boko Haram? al Nusra?) di raderla al suolo, quella moabidickessa? eh, Bobo? eh, Bruna? Magari lasciando che vi si asserraglino, in ultima vergognosa difesa, tutti coloro che hanno voluto, finanziato e costruito quel crimine contro il più bel paesaggio del mondo. Giuliano Scabia, l’11 agosto, aspettando le stelle cadenti


riunione

di famiglia

10 SETTEMBRE 2016 pag. 4

Le Sorelle Marx C’è grande tumulto al Consiglio Regionale della Toscana in questi giorni. Il Presidentissimo Giani è, inspiegabilmente, assente e, fatta salva una breve apparizione alla premiazione del Festival del Gelato al Piazzale Michelangelo (vincitore il gusto al Mandarino Tardivo, subito ribattezzato Giani il Tardivo), langue anche il suo pirotecnico presenzialismo sul territorio. Ma nella Gian caverna, sotto monte Ceceri, fervono invece i preparativi per la grande “Azione Parallela” che proietterà Eugenio nell’empireo della politica mondiale: le Olimpiadi a Firenze. “Paolo, Alessandro, presto dobbiamo

Giani alle Olimpiadi fissare i sopralluoghi per misurare il Pala Maliseti di Prato per la ginnastica artistica. Poi bisogna tagliare il prato alle Cascine per l’hockey. Domani voglio andare alla Meloria per provare il percorso del nuoto di fondo”. “A proposito Eugenio – richiama all’ordine Alessandro l’uomo delle istituzioni – il 13 e 14 settembre ci sarebbe seduta del Consiglio Regionale con all’ordine del giorno una importante variazione di bilancio e...”. “Senti Alessandro, a queste minchiate vacci tu e manda a presiedere i due vice presidenti, così si guadagna-

I Cugini Engels

Lo Star Trek del Pd “Data astrale 27500 dal diario di bordo del capitano Kirk…” “Oh Francesco ma cosa blateri? In fondo ti ho fatto tesoriere del PD ricordatene!” “ Ma no Matteo ho trovato il modo di rimettere in pari i conti del Pd!” “Ma che ci frega dei conti del PD, però dimmi magari tiriamo su un po’ di soldi per la fondazione Open” “Hai letto che la Festa dell’Unità di Bologna ha chiamato il capitano Kirk di Star Trek per farlo incontrare i fans a 150 euro?” “ Sì ho letto, mi pareva una mezza cazz…” “Ma no è geniale, ti spiego…” “Sentiamo”. “Allora, giriamo una nuova serie

di Star Trek ambientata nel PD, anzi l’Enterprise la chiamiamo PDprise. Tu sei il capitano Kirk, naturalmente” “Mi pare giusto”, “il dottor Spock lo fa Del Rio che ci assomiglia, Lotti fa Sulo e la Serracchiani l’ufficiale nera con le poppone. A quelli della minoranza facciamo fare quelli con la tuta rossa che muoiono sempre e il Nardella fa il dottor McCoy. Se ci stesse Grillo gli facciamo fare il Klingon….” “Boh mi pare un’altra mezza… ma prova a sentire Guelfo alla Rai se ce la producono” “E’ una grande idea capo, una grande idea. Lunga vita e prosperità!”

Il Fratello di Malevich

Incredibile Firenze

Dopo l’autentica minchiata di Magnificent in Sala d’Arme, con capolavori dell’arte ridotti a macchiette a servizio di un racconto ridicolo rafforzato dalla voce di un pisano doc, oggi la nostra sfortunata città può vantare una mostra virtuale che è una vera e unica puttanata, dove anche il meno smaliziato degli avventori potrà farsi delle grasse risate grazie a una sequenza ininterrotta di banalità e di effetti “spettacolari” degni di un paese sottosviluppato mentalmente e tecnologicamente. La presenza di attori (per i quali il termine cane sarebbe un complimento) porta il livello ad una tale demenzialita

che rasenta la genialità del male. Tutto questo è Incredible Florence nella Chiesa di Santo Stefano al Ponte gestita dalla Curia Fiorentina. Chiesa e Comune a Firenze possono vantare di aver aperto insieme una porta, peccato sia la porta sbagliata e che trascina nella melma una grande opportunità, che altri stanno cogliendo con grande intelligenza e purezza di sguardo, nel campo della ricerca e della divulgazione con l’utilizzo delle immagini digitali. Anche stavolta l’occasionismo ha colpito! Tutti organizzano mostre virtuali e Firenze può essere e meno? La mia risposta la conoscete già.

no la pagnotta anche loro. Io ho da fare cose più importanti. Ho un’idea grandiosa: candidiamo il Calcio in Costume a disciplina olimpica, così quella è una medaglia d’oro sicura per Firenze! E ovviamente io sarò nominato sindaco di Fiorenza sul campo!” “Ma Eugenio – obietta il pragmatico Paolo – le Olimpiadi saranno nel 2028...” “E allora? Meglio tardi che mai. Nel frattempo faccio il presidente della Regione, il presidente del Coni, il presidente del Calcio Storico,,,”. “Ah, Eugenio, a proposito: ha telefonato Dario Nardella chiedendo se

può scrivere e suonare con il violino l’inno delle Olimpiadi fiorentine” “Ah, eccolo, l’omuncolo! Prima mi fa le scarpe e fa il sindaco (questa me la sono legata al dito) e ora vorrebbe saltare sopra il mio carro olimpionico. Col cavolo che lo faccio suonare. Anche perché ho già pensato alla cerimonia d’inaugurazione, con gli sbandieratori, le chiarine e musicisti di fama mondiale, ma tutti fiorentini: Franco Simone che canta Spadaro, Riccardo Del Turco con un omaggio a , poi gran finale con Narciso Parigi, Riccardo Fogli (anche se è di Pontedera e non vorrei fare troppo onore a Rossi...), Irene Grandi, Marco Masini e Paolo Vallesi. Pregevole iniziativa!”

Lo Zio di Trotzky

Francischiello, Tentenna e Isosaki Incontro di quelli storici, con “notiziona” finale, in settimana a Firenze fra Francischiello di Barbone (al secolo Franceschini Dario, Ministro della cultura), Re Tentenna II (alias Nardella Dario, sindaco di Fiorenza) e il cancelliere prussiano Eike von Schmidt (direttore degli Uffizi). Dopo un po’ di convenevoli e di pour parler, un consigliere di Francischiello ha suggerito le parole “Loggia Isozaki”. “Oh poffarbacco – ha esclamato Francischiello, che si sa essere di carattere pio ma entusiasta – che novità è mai questa? O non abbiamo già la Loggia dei Lanzi?”. Il Re Tentenna lo ha, con un po’ di incertezza, informato: “No Dario, sarebbe quella loggetta che avevano deliberato di fare 18 anni fa per l’uscita degli Uffizi. Ma sai, poi ‘un si fece, la si tenne... Era bella eh, però non ci convinceva molto... Imponente e innovativa, ma forse un po’ datata... Non so... Mah...”. Francischiello di rimando: “Ma chi è che si è permesso di bloccare un’opera sì bella e coraggiosa? Chi fu l’infingardo? Io lo spianerò perché Traditi egualmente, egualmente spogliati, risorgeremo allo stesso tempo dalle nostre sventure; ché mai ha durato lungamente l’opera della iniquità, né sono eterne le usurpazioni.!!! [cit.]” E qui interviene, con piglio teutonico il von Schmidt: “Chi afere osato tale oltraggio, tofrà pagare

tanti talleri ad architetto nipponico e fare conti con giustizia! Anche assumere responsapilità di fronte a Florentinum e Italianishe Volk!” Nardello Tentenna, timidamente: “Ma... veramente... è stato Lui... Sai Dario, non gli piaceva... Non che avesse niente contro la contemporaneità, ma sai com’è... Poi i cantieri sotto Palazzo Vecchio avrebbero fatto polvere, proprio sotto la sua terrazza...” Francischiello, riportato a più miti consigli, ha la trovata geniale: “Ah beh, se lo dice Lui. Sai che facciamo, Dario? Diciamo che stiamo approfondendo l’argomento, ma rassicuriamo tutti che presto, forse, semmai, decideremo. Che ne dici?” Nardello gongolante: “Grande Dario! E’ il metodo giusto. Ha funzionato bene anche per la Foster” Si risveglia l’animo satirico di Domenico Carbone che di Re Tentenna cantò le glorie: Or lo ninnava Dario, or Matteino; Ma l’uno in fretta, l’altro adagino, E il re diceva: in fretta, adagio Bravo, Matteino; benone, Biagio. Ciondola, dondola, Che cosa amena, Dondola, ciondola, È l’altalena. Un po’ più celere, Meno ...., di più.... Ciondola, dondola, E su e giù.


10 SETTEMBRE 2016 pag. 5

Addio Marc Riboud

Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

S

i è spento il 30 agosto scorso a Parigi Marc Riboud (19232016), sognatore distratto e silenzioso, grande osservatore della vita e dell’umanità, diventato fotografo nel 1953 dopo avere rinunciato a diventare ingegnere. Marc Riboud viene ammesso nel 1953 nella Magnum, ne diventa membro nel 1955, vice-presidente per l’Europa dal 1959 al 1973, presidente nel 1975/1976, e si dimette da socio nel 1979, per riguadagnare la propria indipendenza, rimanendo in buoni rapporti e diventando contributor esterno. Per conto dell’agenzia passa un anno a Londra nel 1954, per “imparare l’inglese”, poi un anno in India nel 1955, e soggiorna a lungo in Cina nel 1957. Prosegue con i servizi nei diversi paesi del mondo, fra cui nel 1958 Indonesia e Giappone, ma anche Alaska, Stati Uniti e Messico. Nel 1960 passa tre mesi in Unione Sovietica, nel 1961 è in Africa Nera, nel 1962 in Algeria prima della liberazione, nel maggio del 1968 è a Parigi. Fra il 1968 ed il 1969 si trova in Vietnam, ed è uno fra i pochi fotografi occidentali ammessi nel Nord del paese. Nel 1971 è in India e nel nascente Bangladesh, nel 1973 negli USA e nel 1979 nell’Iran della rivoluzione di Khomeini. Negli anni Ottanta continua a fotografare in Francia ed in Europa, ma i suoi viaggi continuano a portarlo in Oriente, privilegiando la Cambogia e soprattutto la Cina, dove torna regolarmente fra il 1992 ed il 2003, e dove si reca un’ultima volta nel 2010 per una esposizione al Museo delle Belle Arti di Shanghai. L’opera di Marc Riboud, oltre alle innumerevoli pubblicazioni su giornali e riviste, viene raccolta in numerosi fotolibri, oltre una quindicina, a partire da “Donne del Giappone” del 1959, e fra i quali “Le tre bandiere della Cina” del 1966 e “Volto del Nord Vietnam” del 1970, per concludersi con quelli dedicati ai luoghi da lui più amati, le montagne di “Huang Shan” del 1989 ed “Angkor - Serenità buddista” del 1992. Nonostante i suoi viaggi, lunghi e numerosi, Marc Riboud non si è mai considerato un viaggiatore, uno che viaggia, semmai uno che si limita a passeggiare, e nonostante i suoi lunghi soggiorni nei paesi stranieri, non si è mai sentito

a casa propria in nessun luogo, neppure nella stessa Francia. Nonostante la sua presenza nel corso di numerosi avvenimenti storici, non si è mai sentito un testimone, semmai un osservatore neutro. “Credersi portatori di una testimonianza è una fesseria, di per sé una foto non è più importante della frase detta da un qualsiasi passante. Noi fotografiamo solo dei dettagli, dei piccoli frammenti di mondo, e questo non comporta un giudizio, anche se l’accumulazione di questi dettagli sembra corrispondere ad un punto di vista. In nessun caso un dettaglio è la prova di una verità generale.” Nonostante i suoi trascorsi nei maquis durante la guerra, e nonostante le sue preferenze politiche, non si è mai sentito ideologicamente impegnato, semmai incuriosito. Aveva la grande curiosità di vedere da vicino quello che tutti com-

mentavano da lontano. Per lui “una fotografia è essenzialmente una reazione spontanea davanti ad una sorpresa, non è una cosa che si può analizzare. Anche se pensiamo prima di scattare una foto, e pensiamo molto poco quando scattiamo, dobbiamo pensare molto dopo averla scattata”. Rigoroso nella scelta dell’inquadratura e preciso nella composizione della scena inquadrata, ripeteva che “bisogna mostrare semplicemente quello che si scopre, cercando di ritrovare lo sguardo dell’infanzia, perché solo i bambini vedono veramente, senza idee preconcette. Il denominatore comune di tutte le mie foto è un approccio naturale, senza angolazioni strane, senza effetti tecnici o di luce. Occorre mantenere una certa distanza, ma nello stesso tempo una tenerezza visiva”. Allievo prediletto di Henri Cartier-Bresson se ne diversifica

per un maggiore coinvolgimento, per una maggiore emozione e per una maggiore attenzione ai personaggi fotografati. “Per me la simpatia aiuta a comprendere più dell’indifferenza, o di quella pretesa obiettività che viene sbandierata in tutte le occasioni, ma che di fatto non esiste, né in fotografia né altrove”. “Fotografare è un piccolo compito quotidiano, bisogna mantenere la propria curiosità e viverla come una passione. Io sono curioso di tutto ciò che mi è estraneo, proprio perché mi è estraneo. La mia scelta linguistica viene dalla mia timidezza, mi sento intimidito dalle persone che non conosco, e questo fa parte della mia natura”. Fino all’ultimo Marc Riboud è rimasto il bambino che era, un sognatore, distratto e silenzioso, ma sempre capace di sorprendersi e di vedere oltre la banalità del soggetto.


10 SETTEMBRE 2016 pag. 6 Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

S

ettembre si apre all’insegna dell’Arte e l’Archivio Carlo Palli, in viaggio 24 ore su 24, continua la sua attività promotrice con finissage d’eccezione. Il primo appuntamento è fissato per sabato 24 settembre presso il CAMEC di La Spezia, dove 466 “Vitamine” coloreranno un pomeriggio di eventi, installazioni e performance. Il progetto itinerante che ha coinvolto il mondo dell’Arte e della Cultura nella sua totalità e che ha toccato i maggiori musei e i più importanti spazi espositivi italiani termina la sua lunga corsa senza perdere alcuna scintilla “energetica”, rimanendo fine a se stesso e ricordando quanto sia importante considerare la creatività come uno slancio vitale, capace di accumunare artisti e personaggi provenienti da tutto il mondo e appartenenti alle discipline più disparate. “Vitamine” è una raccolta singolare; un modo diverso, curioso e originale di fruire le molteplici espressioni artistiche contemporanee; una visione a trecentosessanta gradi sulla modernità comunicativa e interpretativa; un tableau vivant di prospettive che dalla prassi artistica si sposta sul piano culturale, per rivalutare e far vivere la certezza che non esiste fine alla creazione, all’intenzionalità demiurgica e alla responsabilità etica degli artisti di essere portatori di una verità paradigmatica. Il secondo appuntamento si svolgerà presso la Galleria Civica di Bratislava il 28 settembre, in occasione del finissage della mostra “Viva Italia! Arte italiana del XX e XXI secolo” alla presenza del prestatore e della curatrice nonché del compositore Davide Pitis. Il tutto sarà corredato da un intervento musicale del maestro Nicola Bulfone al clarinetto e dalle incisive performance dell’artista Paolo Albani. Novantotto artisti arricchiranno le sale della Galleria Civica proponendo uno spaccato su quello che l’Arte italiana del XX e XXI secolo è stata, continua e continuerà a essere, fra continuità e discontinuità, fra ricerche collettive e monologhi espressivi, fra Gruppi, Scuole e autonomie esistenziali. Un

percorso cronologico, generazionale e teoretico di sessant’anni di operatività artistica, fruibile in tutte le sfaccettature dell’estetica contemporanea: dalla tela alla scultura; dalla fotografia alla musica; dalle installazioni alla multidisciplinarietà degli esiti espressivi di un mezzo secolo denso di complessità e di labirinti interpretativi, dove il godimento privato ha lasciato spazio alla polemica e alla dissacrazione, per poi rimettere l’accento sul carattere immaginifico della tecnica, della manualità e dell’idea originale e inedita, capace di suscitare nello spettatore il senso di una meraviglia senza tempo. Tempi eccezionali di finissage che apriranno le porte a molte altre importanti inaugurazioni.

Settembre tempo di finissage


10 SETTEMBRE 2016 pag. 7 di

Giuseppe Alberto Centauro

I

ntorno al dibattito sul restauro architettonico del Lungarno Torrigiani si stanno alimentando pericolosi equivoci sugli interventi da farsi che niente hanno a che vedere con il restauro del parapetto, della cosiddetta “spalletta”. Da questo punto di vista l’articolo del prof. Garzonio (cfr. La Nazione del 25 agosto 2016) è molto utile e le osservazioni fatte non sono affatto sbagliate nel contesto del restauro urbano, perché in questo si parla soprattutto della qualità delle malte e dei materiali che fanno parte del calcestruzzo di fondazione e quindi del consolidamento ottocentesco dell’argine. La maestria del lavoro allora eseguito è indiscutibile vista l’alta qualità del calcestruzzo storico; tuttavia va detto per non equivocare che l’apparecchio murario basamentale dell’arginatura e del colletto pensile del fiume ha seguito, assecondandolo – come ovvio che fosse - l’andamento curvilineo del fiume che in quel punto aveva formato una leggera ansa come ben rilevabile nella carte del Catasto Leopoldino. D’altronde, nell’Oltrarno, a partire dalla pescaia antistante la Torre di San Niccolò, insistevano opifici, impianti idraulici, con sistemazioni e canalizzazioni a se stanti, tutte opere che sono state smantellate al tempo di “Firenze Capitale” e quando si è realizzato il lungarno, lo stato dei luoghi era affatto diverso da oggi e da quello pre-Unitario. L’architettura moderna, post Unitaria, del Lungarno Torrigiani è dunque ben altra cosa! Queste fondazioni con gli apparecchi murari in pietra forte erano giustificate in un quadro di rifunzionalizzazione che allo stato attuale deve essere ben compreso. Questi interventi sono testimoni di un’ardita azione di riqualificazione urbana, ed anche per questo devono essere indubbiamente salvaguardati, laddove semmai con i numerosi micropali messi oggi in opera si rischia di comprometterne con forature e tagli l’originaria funzionalità. Detto questo il problema della

Cartografia georeferenziata di sovrapposizione fra il catasto pre Unitario (prima della realizzazione del lungarno) e lo stato attuale. Si noti come il fiume (parte colorata in azzurro) seguisse un andamento curvilineo che poi è stato modificato dalla costruzione del lungarno Torrigiani in epoca Unitaria. Per un migliore orientamento dell’area in evidenza l’edificato corrispondente a Palazzo Capponi delle Rovinate.

A proposito del restauro post traumatico del Lungarno Torrigiani risarcitura del parapetto terminale e quindi della sua corretta giacitura, pare di dover dire, è altra cosa! Tant’è vero che l’attuale muretto superiore con cimasa in pietra è stato alzato su quelle curvilinee fondazioni, tuttavia compensando la geometria della scarpa seguendo cioè un andamento rettilineo, a corroborare l’eventualità in discussione che il ripristino attuale non possa non prevedere una forma diversa da quella originaria. A mio avviso studiando con attenzione negli archivi, magari spogliando tra le carte dell’Ingegnere del Circondario che ha eseguito l’intervento ottocentesco, troveremo di certo le risposte progettuali ricercate. Tuttavia, non è di certo da escludere il fatto che i crolli recenti possono avere accentuato anche la giacitura del basamento, già

indebolito dai lavori idraulici recenti, che in ogni caso dovrà essere opportunamente rafforzato, accuratamente sarcito con malte compatibili come indica Garzonio. Il problema del restauro della spalletta resta comunque a se stante ed inalterato, necessitando con tutta evidenza la primaria necessità di riconferire la giusta geometria al parapetto che oltretutto – come ben sappiamo - è stato più volte ripreso e rifatto nel dopoguerra. Le ragioni addotte per presunti risparmi economici e di contenimento dei tempi di esecuzione non dovrebbero - a mio avviso - influire sulle ragioni inoppugnabili del restauro. Non ci sono in definitiva plausibili motivazioni per salvare la deformata accidentalmente assunta superiormente dalla spalletta che, al contrario, lasciata

nello stato attuale creerebbe un grave danno all’immagine della città, alla consolidata percezione del Lungarno in un punto sensibile del suo sviluppo. Per concludere, se è giusto mettere in sicurezza e restaurare il basamento storico del Lungarno Torrigiani, è altrettanto corretto assumere responsabilmente altre scelte nella messa in pristino della spalletta superiore che dovrà essere attentamente riprogettata nel rispetto della sua conformazione originaria, curandone l’impatto cromatico e materico, pur con sottili differenze, come si fa nelle integrazioni nelle composizioni pittoriche d’autore. La salvaguardia della qualità e dell’unitarietà della scena urbana fiorentina, Patrimonio Mondiale dell’Umanità, lo richiede sopra ogni altra cosa.


10 SETTEMBRE 2016 pag. 8 Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it di

Q

uando i giornali hanno riportato la notizia della morte di Toots Thielemans (22 agosto) molti si sono accorti di non conoscere questo grande musicista belga. Eppure il suono della sua armonica adorna Colazione con Tiffany, Sugarland Express, Un uomo da marciapiede e altri film famosi. Con lui hanno lavorato cantanti come Ray Charles, Mina ed Elias Regina; Bill Evans, Charlie Parker e altri jazzisti di grande rilievo; direttori d’orchestra come Quincy Jones e Benny Goodman. Ma uno dei suoi meriti più grandi rimane quello di aver dato rilievo a uno strumento che era sempre rimasto marginale: l’armonica a bocca. Nato a Bruxelles nel 1922, Jean Baptiste Thielemans si interessa alla musica fin da piccolo. Impara a suonare l’armonica cromatica. Più tardi conosce Django Reinhardt, il grande chitarrista rom, e decide di imparare a suonare anche il suo strumento. Nel 1946 assume il nome di Toots, quindi inizia a suonare professionalmente con la celebre orchestra di Benny Goodman. Successivamente emigra negli Stati Uniti e nel 1957 diventa cittadino americano. Negli stessi anni suona col pianista inglese George Shearing, quindi forma vari gruppi coi quali gira il mondo. Nel 1961 compone “Bluesette”, che poi diventerà un classico, dove suona la chitarra e fischia. Durante gli anni Settanta e Ottanta conferma la propria versatilità collaborando con i maggiori jazzisti dell’epoca: Dizzy Gillespie, Pat Metheny, Jaco Pastorius, Kenny Werner e molti altri. Ormai famoso e richiesto ovunque, Thielemans viene giustamente considerato un jazzista, anche se per lui il jazz non è mai un riferimento dogmatico, ma una cornice entro la quale si possono muovere gli stimoli più diversi. Per questo esplora le tradizioni musicali più diverse, lasciando in ognuna di queste la grazia e la potenza della sua armonica. Insieme al chitarrista giapponese Tsunehide Matsuki si addentra nel territorio del funk (Kaleidoscope, 1980). The Brasil Project (1992) è un disco dove il jazz si intreccia con la bossa nova e con altre sonorità

Fra una lacrima e un sorriso latine. Qui Toots affianca i massimi esponenti di questo ambiente: Chico Buarque de Hollanda, Gilberto Gil, Ivan Lins, Caetano Veloso. Chez Toots (1998) è un omaggio alla musica francese, con brani che spaziano da Trenet a Satie, da “La vie en rose” a “Ne me quitte pas”. Pur essendo emigrato negli Stati Uniti e lavorando a stretto contatto con musicisti americani, Thielemans è rimasto un musicista profondamente europeo. Lo di

dimostra la sua collaborazione con l’olandese Rogier van Otterloo, autore di varie colonne sonore. Come anche la musica scritta da lui stesso per il film svedese Dunderklumpen! (1974) e la sua presenza nella colonna sonora composta da Johan Hoogewijs per la serie televisiva belga Witse (2001–2007). Nel 2009 il National Endowment for the Arts gli conferisce il titolo di Jazz Master, il massimo riconoscimento americano per

i jazzisti. Prima di lui il jazz era stato generalmente associato a strumenti come chitarra, piano, sax e tromba, ma non certo all’armonica. Oggi non è più così, grazie a questo artista che con la sua armonica ha scritto una una pagina centrale della musica contemporanea. Un tranquillo signore europeo, sorridente e gentile, ma col fuoco della musica adentro. Un artista che suonava “fra una lacrima e un sorriso”, come diceva lui stesso.

sostenuto il settore, tanto da farne il 5° gruppo mondiale per km percorsi e passeggeri trasportati. Da noi invece si è andati avanti nell’incertezza, con poche idee e ancor meno risorse. Tant’è che oggi non abbiamo aziende in grado di competere a livello internazionale e l’Italia diventa terreno di conquista da parte di inglesi, tedeschi e francesi. E tutti quanti, a partire da chi ancora usa il mezzo pubblico, pronti ad augurarsi che il loro sbarco avvenga quanto prima. Stesso discorso vale anche per il turismo. Lo dico con cognizione di causa, essendo appena rientrato da un soggiorno in Normandia e Bretagna. E poi lo dicono i fatti: la Francia con i suoi 84 milioni di turisti all’anno è il paese che attrae più al mondo. Lì, tutto è più facile e più organizzato, dalle grandi alle piccole cose. Esiste un’offerta

vasta e su misura per tutte le tasche, i gusti, gli interessi, le passioni. Città, paesi e villaggi molto accoglienti, dalle strade e piazze fiorite alle toilette pubbliche funzionanti e pulite. Con piste ciclabili e percorsi trekking ben mantenuti. Ripeto: ovunque. Facile prenotare una camera a costi competitivi. Uffici del turismo efficienti e organizzati. Nei ristoranti non si paga il coperto e la caraffa d’acqua è gratis. Insieme alla carta dei vini ti portano anche quella per scegliere, se vuoi, l’acqua minerale: Ferrarelle, Perrier, Eviane e tante altre, tutte però molto care. Così si incentiva l’abitudine a consumare quella del rubinetto, a ridurre produzione e consumo di plastica, e dare a quella in bottiglia lo status di vera e propria bibita da consumarsi solo in certe occasioni. Viva la Francia. Ben detto.

Remo Fattorini

Segnali di fumo Viva la Francia. Così titolava l’editoriale di domenica del direttore del Corriere Fiorentino, Paolo Ermini. La ragione di tanto entusiasmo era legata alla speranza che la gestione del trasporto pubblico regionale passasse nelle mani dei transalpini, proprietari di AT (Autolinee Toscane). Scelta che in realtà la Regione ha già fatto. Ma le cui sorti sono legate all’esito del ricorso pendente presso il Tar. Sicuramente - ribadiva Ermini - sapranno fare di meglio. E in effetti è molto probabile. Hanno una lunga esperienza, gestiscono questi servizi in 15 Paesi del mondo, dagli Usa alla Cina. Da più di mezzo secolo i vari governi che si sono alternati all’Hôtel de Matignon hanno investito e


10 SETTEMBRE 2016 pag. 9 di

Remar contro

Francesco Gurrieri

I

n una bella mostra a due, nello scenario estivo di Pietrasanta, ormai collaudato come “Agorà dell’Arte”, Roberto Barni e Adolfo Natalini ci hanno regalato una bella occasione culturale e civile per riflettere sulle contraddizioni del nostro tempo. Da quando quella piazza (e gli spazi intorno) fu resa celebre dalle installazioni e dalle opere di Mitoraj, l’appuntamento con questa città è diventato un “must”, un doveroso appuntamento da non perdere. Questa volta è stata l’intelligente intuizione di un giovane gallerista, Marco Poggiali, a confezionare nel piccolo vano di via Garibaldi, questo “incontro”, anzi, questo “ritrovarsi” di due amici che, giovanissimi, con Umberto Buscioni e Gianni Ruffi, si riconducono alla “Scuola di Pistoia” che, presto, troverà un autonomo prestigioso spazio in Palazzo Fabroni a Pistoia (l’appuntamento è fra qualche mese, per l’aprirsi del 2017, anno di “Pistoia Città Europea della Cultura”). La coincidenza espositiva ha proposto un’opera di Barni - Remar contro – e una serie di lavori su carta (acquarelli e disegni) di Natalini. La prima, totalmente in bronzo patinato, è quella che dà il titolo e caratterizza l’evento: si tratta di due rematori, in calzoni lunghi e giacca (assai improbabili, nella realtà e già componenti della metafora) che remano in direzione opposta, condannati all’immobilità. La barca è poco più che una bagnarola d’accatto – lasciata plasticamente al grezzo -, i quattro remi a dare stabilità e definizione perimetrale all’opera. E’ il passato che rema contro il futuro; o anche due immagini dello stesso presente, decise e condannate all’immobilismo, a stritolare la nostra stagione. Barni ci ha abituati da tempo alle metafore (in ciò non lontano dal suo amico Ruffi); tutta la sua opera si caratterizza per questo suo “dialogo amaro e ironico” con la

Barni e Natalini insieme nel tentativo di ri-conoscere il nostro tempo

realtà: da “Le reti di Salomone” e i “Servi muti” della Fattoria di Celle (Collezione Gori) al “Continuo” (ancora con due figure su una scala a dondolo), da “Sadovasomaso” a “Impresa” e “Passi sull’Europa”, il messaggio di Roberto Barni, in definitiva, è uno strumento concettuale di analisi e lettura della realtà, così come è stata la semiologia per Umberto Eco o l’esistenzialismo ontologico e fenomenologico per Heidegger: una ricerca di verità nella complessa “fenomenologia dell’esistenza”. Dunque, importante questa scultura, questo tema di Barni, per la capacità di riportarci ad un ripensamento delle nozioni a fondamento della nostra civiltà occidentale; quasi a suggerirci – con Gianni Vattimo – che forse, il nostro pensiero non è più in grado di riconoscere valori oggettivi e validi ovunque; che forse, una nuova “pietas” (e siamo al pensiero debole) deve caratterizzare il percorso del nostro tempo. Adolfo Natalini è un architetto, anzi un architettore colto (per dirla col Vasari) e propone, in concomitanza, delle Architetture dipinte da me medesimo: disegni e acquarelli di suoi lavori, riguardati a distanza, secondo il tempo e i luoghi che li hanno contenuti. Si tratta di lavori realizzati in Italia o in Olanda o di immaginazioni metaforiche della stagione ormai storicizzata di “Superstudio”, del “monumento continuo” , che onorarono il design italiano degli anni Sessanta (ospitato in questi mesi proprio al Maxxi di Roma). Ma non c’è contraddizione fra i due linguaggi, proprio perché nel realismo architettonico di Natalini c’è sempre una cifra espressiva malinconica, cosciente della difficoltà di proporsi nel difficile dialogo col presente. Insomma, c’è da esser grati di questa occasione che corrisponde davvero ai due propositi ontologici dei due saperi: per l’arte, quello di portare il caos nell’appiattimento dell’ordine e quello dell’architettura di proporre ordine nel caos.


10 SETTEMBRE 2016 pag. 10 Simone Siliani s.siliani@tin.it di

A

che punto è la notte? Chiederemmo anche noi oggi con Macbeth quando ormai il delitto è compiuto e il potere ha perso la sua nobile funzione di servo del bene e dell’interesse collettivo per diventare fine a se stesso, teso solo a gonfiarsi di sé fino a deflagrare trascinando nel suo gorgo mortale ogni senso delle cose. La notte è giunta all’ora incerta che comincia a lottare col mattino, anche nella tragedia quotidiana del potere moderno come in quella shakespeariana. Ancora una volta Archivio Zeta ha messo, mirabilmente, in scena la tragedia del potere al cimitero germanico della Futa (dal 6 al 20 agosto) scegliendo il “Macbeth” di William Shakespeare. È forse questo il filo rosso che in tutti questi anni di lavoro sui testi tragici (da Eschilo a Sofocle, da Karl Kraus a Pasolini) Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni hanno tessuto in questo luogo di dolore e silenzio dove riposano 31.000 soldati dell’esercito tedesco che occupò l’Italia fino all’estate ‘44, lasciandovi una lunga scia di sangue, caricandosi tutti – reclute e ufficiali, adulti e ragazzi – di una tremenda colpa storica collettiva. Forse nessuna tragedia come questo complesso lavoro del bardo inglese trova in questo luogo il palcoscenico più naturale, dove la scena è parte sostanziale del significato del testo. E così, credo, si spiega la scelta di concentrarsi – fra le tante possibili chiavi di lettura – su quella relativa al dramma autodistruttivo del potere: il suo farsi tanto autoreferenziale da smarrire ogni senso se non quello di concrescere illimitatamente su se stesso. Macbeth diventa così la metafora di ogni potere di orni tempo, anche del nostro: “Così è nemico a me; ed a tal punto che ogni istante ch’ei vive per me è un colpo alle radici stesse della vita. Potrei spazzarlo via dalla mia vista a viso aperto, con il mio potere, e motivare un’azione siffatta sol perché l’ho voluta; ma non posso per via di certi amici che sono miei e suoi, del cui zelo io non posso privarmi e innanzi ai quali dovrò pur far finta di piangere la morte di colui ch’io stesso avrò procurato di abbattere”. Il potere, che è di

A che punto è la notte?

Macbeth alla Futa

per sé sconfinato, trova un limite soltanto nella propria convenienza. Tutto il dramma è calato in una “orrenda notte”; non v’è mai luce che squarci l’oscurità perché la tirannia – dice Macduff – ha rinsaldato le sue fondamenta, dal momento che nessuna virtù osa contrastarla. La tirannia ha conquistato, di frodo, il titolo di legittimità che nessuno osa più negargli. Nessuno sembra più avere la forza di riconquistare giustizia, di combattere un potere che si è fatto assoluto, tanto da avere conquista-

to anche il consenso del popolo. Anche i giusti, come Malcolm, hanno totalmente introiettato e assorbito l’arbitrio come essenza del potere, tanto da temere anche della propria integrità e capacità di gestirlo diversamente (con equità e magnanimità) una volta che lo avessero conquistato. In una messa in scena e in un lavoro sul testo straordinari come quelli operati dall’Archivio Zeta, dispiace che questo dialogo fra Macduff e Malcolm sia stato espunto perché solo in apparenza

esso attiene alla fragilità umana e al convincimento del timoroso Malcolm sulla necessità dell’impresa. In realtà è un dialogo intenso sul potere e, forse, sulla speranza o sul sacro timore di esercitarlo per la sua intrinseca capacità di corrompere e corrompersi. È un ben misero paese, dice Macduff, quello in cui le persone integre e rette temono che il solo contatto con il potere, con la politica, possa comprometterli e per questo se ne tengono lontani. Questa idea di un potere naturalmente corrotto indotta nei più è uno dei tanti trucchi, una trappola creata appositamente dal potere stesso per scoraggiare il cambiamento o per rendersi indomabile e, dunque, invincibile. L’antipolitica è, paradossalmente, indotta da chi detiene il potere. È un paese che rischia definitivamente di perdersi quello che, se ne duole Ross, non sa riconoscere se stesso. Nella sua follia, Lady Macbeth esprime con lucidità questa condizione di resa pubblica di fronte al potere: “che bisogno c’è d’aver paura che lo si scopra [il misfatto, il crimine], se non c’è nessuno che può chiedere conto a noi potenti?” Ma il dramma di Macbeth è anche il trascorrere del tempo sul palcoscenico della vita che, infine, farà giustizia anche su quel potere ormai troppo tronfio e sicuro di sé da non voler più neppure riconoscere che “il tempo striscia, un giorno dopo l’altro, a passetti, fino all’estrema sillaba del discorso assegnato”. Una breve candela che inevitabilmente si consuma, il potere, la vita stessa “è solo un’ombra che cammina, un povero attorello sussiegoso che si dimena sopra un palcoscenico per il tempo assegnato alla sua parte e poi di lui nessuno udrà più nulla: è un racconto narrato da un idiota, pieno di grida, strepiti, furori, del tutto privi di significato!” Per quanto impossibile, alla fine vi sarà sempre una foresta di Birman che si muoverà verso il colle di Dusiname e viene il tempo per l’ultima partita di ogni potere, per quanto grande e assoluto esso sia. Così anche noi potremo chiedere “a che punto è la notte?” e avvertire che la notte sta per soccombere al giorno che s’appresta.


10 SETTEMBRE 2016 pag. 11 Roberto Mosi mosi.firenze@gmail.com

in sequenza lunghi, brevi sordi, sonori, capaci di accogliere immagini accendere passioni.

di

I

l compleanno di Marcel Proust, a centoquarantacinque anni dalla nascita (10 luglio), è stato ricordato quest’anno dalle edizioni www.laRecherche.it, con un e-Book dedicato ai “Treni”. Nell’invito rivolto agli autori si affermava: “mentre il tempo aveva iniziato a correre a velocità via via più folle verso quella che ricorderemo come modernità, Proust si chiuse nella sua stanza. Quante volte Proust ha compulsato freneticamente gli orari dei treni immaginando così di poter raggiungere, se solo ne avesse avuto la volontà o la forza, la persona amata. E quante altre è salito su di una confortevole carrozza ferroviaria per lasciarsi trasportare verso i suoi sogni, i suoi desideri …” . Fra le diverse sezioni proposte intorno al tema, abbiamo scelto per il nostro contributo in versi – che riportiamo di seguito con il titolo “L’ansimare della locomotiva”, in ricordo della malattia, l’asma, che perseguitava lo scrittore francese – la sezione dedicata a “ Il viaggio del sogno negato: Firenze”, con il richiamo all’ultima parte del libro “Dalla parte di Swann”, dal titolo “Nomi di paesi: il nome”: “Per farli rinascere non ebbi che da pronunciare quei nomi: Balbec, Venezia, Firenze all’interno dei quali aveva finito per accumularsi il desiderio che mi avevano ispirato i luoghi che designavano”. I disegni sono di Enrico Guerrini. L’ansimare della locomotiva Flora, Fiore, Fiorenza il nome della città profuma suona dolce al centro d’incantevoli frasi musicali sussurrarlo rende felici nei tempi più grigi squarcia le visioni più cupe coagulate da tempeste invernali. Il nome inzuppato di sogni profuma di gigli, accende una calda luce al centro del futuro immaginato all’arrivo della primavera sul grigiore freddo di Parigi. Si lega all’arte nuova di Giotto, i disegni scanditi da raffinate architetture da figure vive di colori. Da Venezia il viaggio per conquistare la visione di Santa Maria del Fiore dopo un percorso di nomi

Il convoglio disegnato sulle rèclames lascia Santa Lucia alle cinque della sera, sarà a Firenze la mattina di Pasqua. Ansima la locomotiva come l’aria nel mio petto nella pianura fra campi di maggese e filari di viti.

Il viaggio del sogno negato: Firenze

Padova, un accento forte sulla prima sillaba per l’incontro sognato con la Cappella dell’Arena, la vertiginosa visione spaziale di Giotto. Bologna annuncia nell’acquoso nome la Maestà del Polittico per Santa Maria degli Angeli, la provvista dell’acqua per la locomotiva risonante del vapore bianco sbuffante dai cilindri, la faticosa salita alle gallerie nei monti, lo stridio delle ruote di ferro acceso di scintille di fuoco nella discesa alla valle dell’Arno. La locomotiva corre a briglie sciolte, sullo sfondo la maestà della Cupola, Santa Maria del Fiore, corolla divina fiorita fra lo splendore delle colline. I campi profumano di gigli anemoni ai piedi degli umili ulivi, sulle colline di Fiesole, del Pian dei Giullari, di San Miniato. Mi aspettano il Ponte Vecchio le sponde stracolme di giunchiglie narcisi e anemoni, la colazione con frutta e vino del Chianti, l’arte di Giotto, il Campanile gli affreschi di Santa Croce il Crocifisso di Ognissanti. Il futuro immaginato prende vita, la valigia pronta ai miei piedi, mi esalta, ansimo, l’oppressione dell’asma, sono leggero, brividi di febbre: la mongolfiera si alza, raggiunge la Cupola di Santa Maria del Fiore, si alza ancora, scompare Flora, Fiore, Fiorenza. Roberto Mosi, L’ansimare della locomotiva, in AA. VV. (a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani), Treni, www. laRecherche.it , n. 162, Roma 2016, pagg. 122-125


Bizzaria degli oggetti

10 SETTEMBRE 2016 pag. 12

La statuetta Lenci

dalla collezione di Rossano

A cura di Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it

E

finalmente Rossano è riuscito ad accaparrarsi una preziosa statuetta Lenci originale, con tanto di firma sul fondo, numerino progressivo e aletta, segno distintivo di un non meglio precisato realizzatore. Finora possedeva tre ceramiche, sempre bellissime e preziose, di due ditte, Essevi e CIA Manna, epigone di Lenci. La Lenci è stata una delle più importanti manifatture italiane, ebbe un successo enorme fra il 1927 ed il ‘40, ogni oggetto da essa prodotto è ambitissimo dai collezionisti, molti sono esposti nei Musei. Due parole sul nome, un acronimo Ludus Est Nobis Constanter Industria, inventato per onorare Elena Koenig detta Elenchen, storpiato familiarmente in Lenci, moglie di Enrico Scavini, fondatore, nel 1919 della omonima fabbrica di giocattoli, bambole, pupazzi, confezioni, articoli di vestiario...La scelta di campo pare sia stata conseguenza della morte per spagnola della loro figlioletta Gherda. Le bambole, costruite con morbido feltro, detto poi pannolenci, avevano espressioni curiose ed imbronciate e bellissimi abiti o all’ultimo grido della moda o ispirati a costumi regionali ed etnici e, dopo i primi successi, imitavano il sembiante dei divi del tempo, una, diffusissima, aveva il volto di Marlene Dietrich. Per far fronte alla sleale concorrenza che proponeva copie a basso costo, evidentemente opera di antenati degli attuali cinesi, nel 1927 la Lenci iniziò a produrre statuette ed oggetti in ceramica. Per questi lavori si avvalse della collaborazione, oltre che della stessa Elena, creativa a tutto tondo, di grandi artisti e valentissimi artigiani che diedero vita a leziose figurine di donne, animali, madonnine, bambini e piccoli gruppi familiari e oggetti d’uso di assoluta bellezza e rara perfezione la cui fama e diffusione furono esplosive. Riviste di arte e arredamento le pubblicavano, ricevevano premi a mostre e Fiere Internazionali, non c’era famiglia borghese, italiana e non solo, che non ne esponesse una nel proprio salotto. Le

signorine Lenci rispecchiano il gusto dell’epoca, sono abbigliate come le modelle di Vogue e della Gazette du Bon Ton, rivista francese che dettava

Francesca Oddo francesca.oddo@gmail.com di

Uno Scheggi inedito Appartiene alla serie “Intersuperficie curva dal rosso” il lavoro di Paolo Scheggi appena trovato e risalente ai primi anni Sessanta. L’opera, fino a questo momento sconosciuta e recentemente registrata dall’Associazione Paolo Scheggi di Milano, si trovava all’interno di una collezione danese privata. Oggetto di punta della mostra “Avantgarde Art 1960 + 1970”, in programma il 12 e il 13 settembre 2016 presso 12- Drouot di Parigi, il pezzo di Paolo Scheggi sarà messo all’asta da Bruun Rasmussen Auctioneers of Fine Art di Copenhagen dal 20 al 29 settembre 2016.

legge in fatto di stile, non rifuggono la seduttività,anzi, spesso mostrano gambe e seni, escono da sole, al caffé praticano sport la tuffatrice, sciano, leggono,

alcune mostrano nudità senza veli, come l’abissina di Vacchetti e, a volte, sono rappresentate con i loro adoratori inginocchiati, non senza un pizzico di ironia. A tutta questa fama però non corrispose altrettanta, stabile, fortuna economica e dopo la morte del marito, nel 1938, Elena mantenne per un po’ la direzione artistica della Ditta che finì per cedere a Pilade Garella, suo fedele ragioniere. Esiste ancora il marchio Lenci, proprietà portoghese e direzione artistica di un erede di quel Garella, propone, oltre che ceramiche, abbigliamento e gioielli. Negli ultimi anni molte mostre qua e là per l’Italia, una delle più belle L’avventura Lenci. Ceramiche d’arredo 1927/37 al Palazzo Madama di Torino, allego una foto che ne proviene.


10 SETTEMBRE 2016 pag. 13 di

Maria Grazia Melandri

I

l gioco dell’eco è il titolo della mostra che Margherita Levo Rosenberg ha scelto di esporre nella galleria Quadro 0,96 di Fiesole (sabato 10 alle 12); uno studio d’architettura magistralmente recuperato da una vecchia bottega di artigiani, in una splendida città toscana che domina dall’alto i tetti fiorentini e la cupola maestosa di Santa Maria del Fiore. Una città dove ogni passo potrebbe coincidere con l’orma del Beato Angelico come del Dannunzio; dove la storia e la memoria si respirano, non solo nei suoi cinque musei ma in ogni piccolo, singolo anfratto. In mostra un’installazione del 2011, composta di 12 pezzi, variamente assemblabili tra loro, a seconda dello spazio e della sua conformazione; .una peculiarità dell’opera di Levo Rosenberg degli ultimi anni, la flessibilità ambientale site specific . I singoli pezzi hanno l’aspetto di corpi bozzoluti, coperti da una fitta vegetazione. Sono ricavati da uno scheletro di rete metallica sul quale l’artista ha assemblato del materiale plastico – essenzialmente pellicole radiografiche vergini ed impressionate di corpi - sminuzzato in una miriade di frammenti tra i quali compaiono formazioni coniche colorate, immagini su acetato, protuberanze floreali, frammenti circolari di fotografie plastificate, ritratti di politici e personaggi più o meno conosciuti, frammenti di depliants pubblicitari, immagini di oggetti, paesaggi, versi della commedia dantesca, ready made che spaziano dai dischetti dei cd rom a pezzi di legno, bustine di thè... Le strutture tridimensionali sono attraversate da lunghi vitigni, che rimandano alla natura e ai ricordi dell’ infanzia della Levo Rosenberg, “cresciuta tra cielo e terra”, come lei stessa afferma, nella langa piemontese. Gli elementi, colorati nell’insieme dell’azzurro al verde al viola, cangianti e trasparenti delle pellicole radiografiche vergini, appaiono come vegetazioni improbabili, estetiche, dialoganti in un gioco di rimandi delle complessità del quotidiano, come racconta l’artista, in prima

Il gioco dell’eco

persona: “ ci sono mattine, quando esco dal lavoro di pronto soccorso” - è psichiatra in un grande ospedale metropolitano - “faccio la spesa al supermercato, ripenso ai casi, ai volti, alle storie della notte, salgo in auto, ascolto il notiziario in radio, mi fermo al semaforo, osservo un cartellone pubblicitario, e mi sembra di non sentire più la terra sotto i piedi, immersa in un mondo spezzettato e cangiante che mi dà le vertigini... forse per la stanchezza”. “E’ in questi momenti che prendono forma le mie opere, nello smarrimento, come quando, da bambina, facevo il gioco dell’eco e la voce che si propagava ripetutamente nell’etere, ad un certo punto non si comprendeva più da dove fosse partita” Dalla perdita di contatto della voce con la sua origine, dei piedi con la terra, del fare con il suo significare, dalla frequentazione quotidiana con quelle che l’artista definisce

“periferie della mente”, in un mondo che corre a velocità eccessiva, accompagnato da fosche premonizioni di catastrofi imminenti, dal viaggio straniante nei territori di una complessità che ha contagiato l’umanesimo e perduto di vista l’umano, sembra aver preso avvio il suo paziente e minuzioso lavoro di decostruzione e ricostruzione, integrazione di elementi dissonanti, che ha dato origine a queste opere nelle quali gli elementi naturali e culturali possono trovare una ricomposizione armonica, permettendo a Levo Rosenberg di convivere con le sue “incompossibilità”, termine utilizzato da Viana Conti, in un testo di presentazione dell’artista, già nel 1994. Niente di strano quindi che l’artista associ alle sue installazioni - ai suoi cicli di produzione brani poetici che ne dilatano il senso. Perché “per descrivere il mondo l’opera non basta, tanto meno

le parole! La strada all’imbocco è foresta incolta degli anni d’infanzia. M’inonda il profondo del bosco nel ciliegio sgomento a sesto acuto sul rovere della sponda opposta. L’avanzare violenta formiche scoiattoli impauriti e daini Piegano i ranuncoli gialli al roteare della gomma nera. L’aia petrosa vinta spinge avanti le lance d’un cedro fantasma Piantati negli occhi del viso commosso gli spettri dei rami dagli aghi di foglie .Qui sono nata nel biondo del grano Tra lampi e papaveri rossi nel blu di fiordalisi e nuvole di lucciole. Conosco ogni dosso ogni fenditura di pietra di terra, ogni acre lamento. Per prima cosa sono andata a cercare le rondini. Non ci sono più a rincorrere gli autunni delle partenze. Aspetteremo soli il numero imprecisato di stagioni che ci separano dal cielo. (“Il ritorno” Margherita Levo Rosenberg. Ponti, 2011)


10 SETTEMBRE 2016 pag. 14 The Duke’s grandchildren

I

musicisti del quartetto stanno per attaccare un pezzo, ma dal campanile della vicina collegiata di San Cristoforo comincia a suonare l’“ora di Barga”. E così si fermano un attimo prima di mescolare le note imperiose dei sax a quelle, notoriamente complesse e “creative”, delle campane locali. Un curioso dialogo sonoro, quello andato in scena il 24 agosto scorso a Barga, nel chiostro del Conservatorio Santa Elisabetta, nel bel mezzo del concerto dell’Arundo Donax saxophone quartet (Pietro Tonolo sax alto, Pasquale Laino sax soprano, Mario Raja sax tenore, Rossano Emili sax baritono). Concerto classico, elegante, piacevole, un tappeto sonoro ideale per la notte garfagnina, mentre lo sguardo è attratto dallo “stellato” che si diffonde in cielo e tutto intorno regna il silenzio, dominato dai boschi e dalla mole della “nuda Pania” ariostesca. La formula del Barga jazz festival (giunto in questo 2016 alla trentesima edizione, complimenti!) è presto detta: un centro storico di quelli che solo l’Appennino sa far nascere e crescere, un clima riposante adatto a chi fugge per qualche ora dall’afa cittadina o dalla calca della Versilia, ospitalità in antiche case-museo, dintorni sorprendenti per storia e natura e un programma musicale di qualità, che attrae un pubblico cosmopolita.

Festival Barga, formula “gita e jazz”

Per noi, da qualche tempo, la scoperta (tardiva) del jazz è anche un ritrovare luoghi noti e meno noti del nostro territorio. In questo caso la Garfagnana, dal Ponte del Diavolo a Borgo a Mozzano alla Grotta del Vento, dalla Fortezza Ariostesca al Romitorio di Calomini. Del resto il jazz predilige questi luoghi “appartati” dove però il coinvolgimento è più facile, dove puoi trovare i musicisti a prendere un aperitivo in piazzetta prima del concerto. Tutta Barga è coinvolta: si fa musica (street music, concerti, jam session) nelle piazzette del

centro, nel Teatro dei Differenti, nelle chiese, mentre la biblioteca comunale e la Civica scuola di musica ospitano conferenze, incontri, masterclass. Ogni anno un parallelo Concorso internazionale di arrangiamento e composizione per orchestra jazz sforna nuove proposte. Ospite d’onore del 2016 il pianista meranese Franco D’Andrea, impegnato in concerti e seminari. Restando ai soli concerti che abbiamo visto, la sera del 23 agosto, al Teatro dei Differenti, il “capitano di lungo corso” Bruno Tommaso ha guidato il suo Ensemble (Fabrizio Desideri clari-

netto/sax alto, Moraldo Marcheschi sax tenore, Rossano Emili sax baritono, Alessio Bianchi tromba, Nicolao Valiensi trombone, Luca Giovacchini chitarra, Mirco Capecchi contrabbasso, Daniele Paoletti batteria) in un concerto godibilissimo. Nel corso del quale ha tirato fuori una composizione originale e inquietante, dedicata ad una delle icone dell’antica cultura appenninica, il “Guerriero di Capestrano”, la scultura del VI secolo rinvenuta in territorio aquilano. Come una premonizione. La mattina dopo ci siamo svegliati con le immagini del terremoto di Amatrice.

Nel chiostro delle geometrie 3 Il 13 settembre ripartono in scanaincontemporanea2016”, sandro Raveggi, Santa Verdiana, piazza Ghiberti 27, a Firenze le attività del progetto “Nel chiostro delle geometrie 3”- Laboratorio sperimentale di teatro architettura, giunto alla sua terza edizione sotto la direzione artistica di Giancarlo Cauteruccio e la direzione scientifica del prof. Carlo Terpolilli. Un progetto innovativo che coniuga proposte artistiche e concreta attività formativa (Tearc acronimo di teatro/architettura http://www.dida.unifi.it/ vp-320-laboratorio-teatro-architettura.html”grazie alla collaborazione siglata tra la compagnia Teatro Studio Krypton e il Dida, realizzato col sostegno di “To-

progetto della Regione Toscana, Ente Cassa di risparmio di Firenze ed Estate Fiorentina 2016 del comune di Firenze. La seconda parte del progetto, che si dipana in diverse serate tra settembre e novembre, si aprirà il 13 settembre con “Territori e generazioni”, un confronto pubblico tra artisti di varie discipline che avrà luogo nel chiostro, coordinato da Pietro Gaglianò. Un incontro con azioni sul contemporaneo, osservato da alcuni testimoni d’eccellenza: Adolfo Natalini, Maurizio Nannucci, Paolo Iacuzzi e Alba Donati, a cui prenderanno parte i giovani artisti: Giovanni Bartolozzi, Ales-

Stefano Giuri, Matteo Coluccia, Silvia Coppola, Daniele Pitré, Andrea Falcone, Susanna Ilheme, Martina Belloni, Francesca Valeri, Maria Vittoria Feltre. Il 15 settembre sarà la volta di “Radicali liberi”, un particolare racconto performativo dell’artista e architetto Gianni Pettena che partendo dall’architettura radicale racconta i tempi contemporanei delle discipline artistiche,avvalendosi della sua esperienza densa di

internazionalità. Il 16 settembre il chiostro accoglierà il concerto/performance Imago – La musica scenica con il polistrumentista Gianfranco de Franco e l’ambientazione visiva di Massimo Bevilacqua. Tutte le attività sono a ingresso libero


10 SETTEMBRE 2016 pag. 15 Giovanni Pianosi giovanni.pianosi@gmail.com di

G

iacomo Proustardi (per gli amici, Marcel) nacque a Recanati, sonnacchiosa cittadina dei dintorni di Chartres, che una cinta di mura isolava dal mondo anche grazie al rivestimento in sughero che attenuava qualunque voce proveniente dall’esterno. E dove le mura s’interrompevano, in corrispondenza dell’unica porta, oggi come ieri una fitta siepe “dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”, come scrisse il giovane Giacomo. In realtà, più ancora che per l’angustia fisica e soprattutto intellettuale del suo “natio borgo selvaggio”, il Nostro soffrì, fin dall’infanzia, per il calore che gli negò la madre – la marchesa Adelaide Antici – che l’educò con inflessibile rigore fino a rifiutargli il bacio della buonanotte che il piccolo attendeva solo, angosciato, al buio, nella sua cameretta. Dal padre, professore d’Igiene e vera autorità in materia, ma anche appassionato cultore delle lettere antiche e moderne, Giacomo si sentì al tempo stesso attratto e respinto; di qui, forse, originarono le sue continue oscillazioni tra desiderio di fuga e claustrofilia. E fortuna (per noi) che sia andata così. Altrimenti, se non si fosse sentito allo stretto in paese e nella casa natale, senza le sue angosce infantili, senza le incertezze e l’irresolutezza che l’accompagnarono per tutta la vita, Proustardi non ci avrebbe forse lasciato i suoi capolavori, a cominciare dalla Recherche. Eppure, i suoi esordi come scrittore non furono entusiasmanti, anche per ragioni extraletterarie: non piaceva il suo modo di vivere che, agli occhi dei più, sembrava ora eccessivamente austero e ritirato, ora troppo condizionato dal desiderio puerile di brillare nei salotti aristocratici dove, invece, appariva frivolo e inconcludente. Non fecero buona impressione le sue ripetute, adolescenziali infatuazioni per donne che non erano alla sua altezza, come Fanny Targioni Tozzetti, o il suo rimanere addirittura médusé dalla maestosa e altera bellezza, dalla raffinata eleganza di Marie-Joséphin-

Divertissement di fine estate

Giacomo Proustardi certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d’una campana; e nel tempo stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Triste quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione.”

e-Anatole-Louise-Élizabeth de Riquet de Caraman-Chimay, comtesse Greffulhe; così come non gli giovò l’immeritata fama di dilettante appioppatagli con arrogante sufficienza, tra gli altri, dai mostri sacri della Nouvelle Revue Française, di cui forse non si liberò mai del tutto. Nella sua straordinaria produzione letteraria, Giacomo Proustardi alternò l’italiano al francese esprimendo talora lo stesso pensiero, la stessa concezione della letteratura (e della vita?) nell’una e nell’altra lingua. Così, ad esempio, scriveva in Combray:

d’un chemin me faisaient arrêter par un plaisir particulier qu’ils me donnaient, et aussi parce qu’ils avaient l’air de cacher, au delà de ce que je voyais, quelque chose qu’ils invitaient à venir prendre et que malgré mes efforts je n’arrivais pas à découvrir. Comme je sentais que cela se trouvait en eux, je restais là, immobile, à regarder, à respirer, a tâcher d’aller avec ma pensée au delà de l’image et de l’odeur.”

“Alors, bien en dehors de toutes ces préoccupations littéraires et ne s’y rattachant en rien, tout d’un coup un toit, un reflet de soleil sur une pierre, l’odeur

“All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in

Ma già una novantina d’anni prima, il 30 novembre 1828, aveva scritto nel suo Zibaldone di pensieri:

E dire che, nonostante l’imponente ed eloquente mole d’indizi, qualcuno ancora dubita che sia mai esistito Giacomo Proustardi (per gli amici, Marcel). “Allora, assolutamente al di fuori di tali preoccupazioni letterarie e senza alcun rapporto con esse, all’improvviso un tetto, un riflesso di sole su una pietra, l’odore d’una strada mi facevano sostare per uno speciale piacere che ne traevo e anche perché sembravano nascondere, dietro ciò che vedevo, qualcosa che mi invitavano ad andare a prendere e che io, malgrado i miei sforzi, non riuscivo a scoprire. Poiché sentivo che quella tal cosa si trovava dentro di loro, rimanevo là immobile a guardare, a respirare, a sforzarmi di oltrepassare col pensiero l’immagine o l’odore.” (Traduzione di Giovanni Raboni)


10 SETTEMBRE 2016 pag. 16 Simonetta Zanuccoli simonetta.zanuccoli@gmail.com di

P

iù che scrivere sulle sue bellissime opere presentate per la prima volta a Parigi alla Maison Rouge, boulevard de la Bastille 10, fino al 18 settembre, vorrei raccontare la storia della vita del loro autore, Eugen Gabritschevsky che potrebbe sembrare la trama di un film. Eugen nasce nel 1893 a Mosca in una famiglia dell’alta borghesia. Il padre, batteriologo di fama internazionale, muore quando lui e i suoi quattro fratelli sono ancora adolescenti. La madre fa seguire privatamente l’educazione dei figli da una ventina di professori universitari e artisti (come il pittore Aleksei Mikhailovich, famoso all’epoca) che impartiscono loro lezioni di letteratura, di filosofia, di lingue (tutti i fratelli sono poliglotti) ma anche di piano, di violoncello, di danza. Eugen si dimostra subito molto dotato. I suoi disegni e pitture ricordano lo stile espressionista. E’ un giovane colto e brillante, frequenta i salotti letterari, mostre, ed è affascinato dall’avanguardia russa, dagli espressionisti tedeschi e dai fauves francesi. Frequenta con successo la facoltà di biologia a Mosca, poi, a seguito di una borsa di studio, prosegue le sue ricerche di post-dottorato alla Columbia University di New York sotto la direzione di Thomas Hunt Morgan (premio Nobel 1933). E’ appassionato di embriologia e anatomia microscopica. I suoi lavori di biologia sono ancora rilevanti nella comunità scientifica. Ritorna in Europa nel 1927 e, preceduto dalla sua nascente notorietà professionale, inizia a lavorare all’Istituto Pasteur di Parigi. Ma due anni dopo, forse a causa di un grande amore finito male e della morte della madre, accade la prima rottura nella vita in salita di Eugen. Una grave depressione con deliri di persecuzione che lo costringeranno ad interrompere le ricerche al Pasteur. Ricomincia a lavorare in Germania nel 1931 ma l’aggravarsi dei disturbi mentali rendono urgente il suo ricovero nell’ospedale psichiatrico Eglfing-Haar di Monaco dove

Una vita come un film

Eugen Gabritschevsky resterà fino alla morte nel 1979 a 86 anni. E così, per quasi cinquanta anni, chiuso nella

sua stanza, isolato dal mondo e dalla famiglia che si vergogna della sua malattia, lontano dal

suo passato di scienziato e sotto l’effetto di pericolosi farmaci sperimentali, Eugen s’immerge completamente nella pittura. Dipinge con tutti i mezzi, con le dita, con la spugna, con gli stracci, con i carboncini, con gli acquarelli.. e su i supporti che trova, carta lucida, lastre di raggi x, pagine patinate di riviste, calendari, ricevute, piegando, graffiando, strappando....Il risultato, quello che possiamo vedere nelle 250 opere in mostra alla Maison Rouge, è potente, misterioso, poetico. I colori sobri dagli accostamenti eleganti, il ritmo, le inquadrature ricordano le influenze della letteratura, della musica, del teatro del passato del giovane scienziato intellettuale. I molteplici micropersonaggi che oscillano tra strane creature metà piante metà uomini, gli animali mustruosi con la paura e la rassegnazione negli occhi, i grotteschi ritratti di teste deformi quasi sciolte, i ruderi di città e paesaggi fantasma riflettono un presente quasi insopportabile. Jean Dubuffet, artista, critico e fondatore dell’Art Brut, scopre l’sistenza di Eugen Gabritschevsky per caso, grazie all’amicizia con lo psichiatra Anton von Braunmulh che lo ha in cura. Rimane colpito da alcune foto e ne parla al proprietario della galleria Chave di Vence che subito si reca all’ospedale psichiatrico di Monaco per vederne la sterminata produzione. Compra 5000 pezzi, soprattutto quelli fatti prima del 1950, anno nel quale nuove cure avevano reso Eugen più tranquillo a scapito, secondo alcuni critici, della potenza della sua creatività. Li espone in tutto il mondo prima di venderne una parte a collezionisti privati come Max Ernst e cedere il resto a importanti musei come il Centre Pompidou. Annie Le Brum, critico d’arte, scrive di Gabritschevsky: è andato dove nessun altro era mai stato per raggiungere, anche a costo di perdersi, il punto in cui la vita rivela lo splendore terrificante delle sue infinite metamorfosi.


L immagine ultima

E

10 SETTEMBRE 2016 pag. 17

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

ccoci alla prima uscita dopo il periodo delle ferie estive, spero che tutti i lettori della rivista le abbiano trascorse nel modo migliore possibile. Qui siamo nuovamente al centro della Grande Mela, ad un incrocio colto in un momento di relativa tranquillità. Il semaforo è appena scattato, tutti si affrettano ad attraversare la strada e solo questa coppia si attarda sul marciapiede incuriosita da uno strano fotografo dalla barba rossa (all’epoca era ancora rossa!) che sta fissando proprio loro con un atteggiamento discreto e decisamente amichevole.

NY City, agosto 1969


Cultura commestibile 183