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Con la cultura non si mangia

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N° 1

Andiamo un po’ in vacanza, ma torniamo a settembre con qualche novità “Da grande voglio fare la popstar. ... perché voglio avere la massima libertà di esprimermi. Perché voglio vivere di questo. Fare musica finché ne avrò la forza, a costo di salire sul palco anche a ottant’anni” Edoardo “Edo” Ferragamo

Vissi d’arte

editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012


Da non saltare

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di Andrea Bacci, Gianni Biagi e Aldo Frangioni danilo.c@leonet.it

Foto di Francesco Ventura

T

orniamo sul nuovo Museo degli Innocenti, stavolta ne parliamo con Carlo Terpolilli di Ipostudio, il progettista. Gianni Biagi La visita al museo inizia da uno spazio che prima non esisteva. Il sistema delle due porte che oggi si mostrano sulla piazza non esisteva. Come è stato possibile questo intervento? L’idea nasce come idea base (e vincente) per il concorso di architettura che fu bandito dall’istituto degli Innocenti nel 2008. Due nuove porte, una per l’ingresso al museo degli Innocenti l’altra per tutte le altre attività e funzioni che l’Istituto svolge ancora oggi sul tema dell’infanzia. Tutte e due che ristabilissero una relazione organica e razionale con la piazza della Santissima Annunziata e dunque con la città. Il nuovo ingresso al museo è stato ricavato ” scavando” al disotto della scala ottocentesca, ovvero demolendo le fondazioni della stessa, ripristinando l’ingresso originario dalla piazza al seminterrato. Il secondo ingresso è stato ricavato aprendo una porta dove prima c’era una finestra. Una finestra doppia che illuminava sia gli ambienti sottostanti che quelli al piano. Una finestra, fatta per “simmetria”, e disegnata con paraste e timpano come una porta. L’idea delle due porte nasce con la finalità di realizzare sia la separazione dei flussi (quelli della visita al museo e quelli quotidiani di coloro che usano e vivono i servizi e le strutture dell’Istituto), sia garantire una completa accessibilità, attraverso l’abbattimento delle barriere architettoniche per tutti, non ultimo il passaggio delle carrozzine dei bambini che si recano ogni mattina agli asili. Vale la pena ricordare che il bando di Concorso poneva due questioni, realizzare il nuovo Museo degli Innocenti, e rendere accessibile non solo il museo ma tutto l’istituto risolvendo un “paradosso”: l’edificio destinato ai più deboli era di fatto inaccessibile alle persone disabili poichè l’ingresso stava posto sotto il loggiato del Brunelleschi e quindi sopra il “podium”. Un’oggettiva barriera architettonica che negava la fruizione alle quattro funzioni principali che si svolgono, e si dovevano continuare a svolgere nella grande fabbrica brunelleschiana.

Una questione di convivenza In questo edificio, infatti convivono l’architettura (l’edificio è museo di se stesso e l’architettura deve essere fruita) , l’arte (le opere d’arte in mostra nel museo), l’istituzione (l’Istituto continua a svolgere ancora oggi la sua funzione) e la vita quotidiana (nell’edificio si trovano ancora oggi funzioni pubbliche come scuole, attività culturali e luoghi di incontro). Per inciso queste quattro funzione sono diventate di fatto i quattro temi a fondamento dello stesso Museo: il visitatore verra accompagnato ad esplorare e a conoscere l’architettura, le opere d’arte, la storia dell’Istituzione e la vita quotidiana. Due porte oggi si affacciano sulla piazza a garantire questa nuova apertura in totale continuità con la “ fabbrica ” a cui Brunelleschi ha dato l’imprinting. Un edificio vivo, non un monumento vuoto e morto, che continua ad evolversi come ha sempre ha fatto nei secoli,

sempre con la volontà di continuare a fare quello che ha sempre fatto: occuparsi dei bambini e delle bambine. Per spiegare meglio il senso del progetto bisogna comprendere meglio cos’è lo Spedale degli Innocenti e quell’imprinting originario. L’edificio concepito da Brunelleschi rappresenta una totale innovazione sul piano funzionale. Si potrebbe dire che è un edificio “razionale”. Un tema nuovo, all’epoca, per l’architettura come quello di un “ospedale”, viene interpretato con un impianto tipologico completamente nuovo, senza gerarchie nella organizzazione degli spazi, un approccio laico, con una grande loggia urbana. Un impianto a pettine dove la loggia e la successiva galleria superiore del Della Luna sono la dorsale su cui allineare gli ambienti chiusi e aperti. Un’architettura civile. Brunelleschi

realizza nell’interrato, non solo le fondamenta dell’edificio e i servizi, ma riprendendo in pieno la tradizione delle cultura architettonica romana, il luogo della separazione dei flussi tra quelli di servizio, cucina, lavanderia, depositi per le vettovaglie e i flussi quotidiani della vita al piano superiore quello della chiesa, dell’abituro ed altro. Questo edificio è il risultato virtuoso della convergenza di interessi: la risoluzione di un problema di welfare attraverso un rapporto fra pubblico e privato (il Consiglio del Popolo incarica l’Arte della Seta di risolvere il problema dopo la donazione di un mecenate), e l’architettura (per la progettazione viene chiamato il più famoso architetto operante in città). Una summa degli elementi che hanno costituito il “rinascimento fiorentino”. Carichi di questa interpretazione, per poter esplicitare la nostra azione progettuale in totale coerenza e


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rispetto con la continuità del senso delle fabbrica, occorreva individuare con attenzione il luogo fisico dell’edificio che consentisse l’intervento. La soluzione è stata trovata nel lato sud del corpo dell’edificio, reinventando lo spazio dove il Morozzi (Soprintendente ai beni architettonici e storici nel periodo a cavallo dell’alluvione del 1966) aveva tentato e pensato di inserire un ascensore. L’intervento di Morozzi fu concepito come una serie di interventi che “ripristinavano”, secondo la lettura dell’epoca, alcuni ambienti attraverso la demolizione e la ricostruzione. Un esempio per tutti è il “Cortile delle Donne” che era quasi scomparso. L’ascensore e la scala di servizio previsto dal progetto del Morozzi non furono mai realizzati e questo spazio rimase non finito, quasi compromesso, occupato da solai e tamponamenti che si era addensati nel tempo senza una logica coerente Demolendo tutto ciò abbiamo inventato uno spazio verticale che attraversa tutto il corpo della fabbrica, dove abbiamo collocato sia le scale nuove sia l’ascensore per mettere in collegamento tutti i piani dell’edificio. Questo nuovo spazio, concepito come un androne, trova relazione diretta con la piazza Santissima Annunziata. Dalla seconda porta si entra dunque in un vestibolo che distribuisce tutte le funzioni presenti nel complesso architettonico attraverso una nuova portineria e bookshop, portando le funzioni in diretto contatto con la città, al piano di calpestio dei cittadini, senza la “mediazione” del “podium.”. L’altro intervento progettuale è stato quello di ripristinare il luogo, il vestibolo, che dalla piazza conduceva ai servizi sotterranei dello Spedale per rendere oggi usufruibile e disponibile tutti i circa 1600 mq di superficie, non solo per la parte storica del museo, ma anche mostre temporanee, incontri, workshop. L’attuale vestibolo era il luogo occupato dalle fondamenta dell’intervento edilizio di metà ottocento realizzate per sostenere la scala che portava, e ancora oggi porta, dal Cortile delle Donne alla galleria sopra la loggia. Per realizzare e ripristinare il vestibolo di accesso al museo e all’interrato abbiamo demolito le fondamenta e sospesa la scala in modo tale da liberare lo spazio sottostante.

Intervista a Carlo Terpolilli, progettista del nuovo Museo degli Innocenti

Foto di Maurizio Berlincioni

Aldo Frangioni L’edificio è praticamente inalterato salvo gli interventi fatti da Morozzi nella seconda metà del secolo scorso. L’intervento di Morozzi è un intervento quasi di ricostruzione e di “invenzione”. Lo scopo era quello di riportare l’edificio all’originale quattrocentesco. Presunto, aggiungerei, originale quattrocentesco. D’altra parte il restauro è un intervento che ha per forza elementi ideologici. Perché il restauro architettonico si avvale si di competenze tecnico-scientifiche, ma è progetto architettonico a tutti gli effetti e dunque legato alle scelte culturali del suo tempo. Aldo Frangioni Per tornare all’oggi le porte esterne sono di ottone dorato. Che è destinato ad imbrunirsi nel tempo? Queste porte esterne sono fatte di “Bronzo architettonico” che è un ottone bronzato e dunque destinato ad imbrunirsi. La volontà progettuale è stata proprio quella di lasciar lavorare il tempo e affidare agli agenti esterni la trasformazione. La questione di come disegnare le due porte si è posta fin da subito, cioè fin da quando si progettò l’idea della doppia apertura. Queste hanno un carattere completamente diverso l’una dall’altra. Una di esse si apre in un vestibolo verticale mentre l’altra da accesso

al museo. Si è quindi cercato di valorizzare questa novità delle porte evitando di utilizzare materiali e tipologie ordinarie. Ecco il motivo di questa sorta di “macchineria teatrale”. Una soluzione che vuole rendere l’idea dell’accoglienza attraverso il dinamismo della apertura. Non una porta normale perché eccezionale era l’ingresso per qualcuno. La “rota” stessa altro non era che una macchina. Una delle due porte addirittura si “estende” verso la piazza per dare il senso di accogliere, ma nello stesso tempo di segnalare in modo evidente che il tema centrale del progetto è “la trasformazione”. Una trasformazione reversibile. Segnalare rispettosamente l’intervento contemporaneo in modo non dissimile da ciò che è stato fatto nel seicento all’apertura della nuova finestra ferrata: un piccolo monumento, un edicola con tanto di scalea e affresco per dare importanza e valore a quel particolare modo di entrare in una casa accogliente. Gianni Biagi Le due porte sono quindi l’affermazione del ruolo del progetto? L’idea di base è proprio questa di affermare il progetto contemporaneo nell’antico attraverso strutture leggere, riconoscibili e trasformabili. E contemporanea-

mente affrontare anche problemi strutturali di non poco conto che risolvessero la trasformazione permanente. Ad esempio al di sopra del soffitto curvo di ingresso al museo, si trova la scala introdotta nell’ottocento con accesso dal Cortile delle Donne. E proprio al di sopra del banco di accettazione del museo si trova la statua di San Giovanni (posizionata sul primo pianerottolo per chi sale dal Cortile delle Donne) che pesa da sola 5 quintali. Per sostenere tutto questo abbiamo realizzato una complessa struttura portante con importanti interventi di sottofondazione. Avremmo fatto prima a demolire la scala ottocentesca ( come progettò lo stesso arch. Morozzi) che è il vero elemento spurio del sistema esistente. Ma ormai anch’essa è storicizzata. Questa scala serviva per collegare il piano terra con la galleria sopra il loggiato in modo diretto ed era propedeutica al nascente museo. Una pinacoteca particolare che espone però solo le opere d’arte raccolte e dedicate all’Istituto. È con l’idea progettuale proposta dal bando nel nuovo secolo che si comincia a pensare a fare un museo che parli anche dell’Istituzione “Spedale degli Innocenti”. È questa una delle particolarità di questo museo. Dall’ingresso al Museo si accede alla parte che racconta la storia dell’Istituto, oltre che alla sede per le mostre temporanee. In tutti sotterranei si è realizzato un intervento di grande complessità per garantire sia il passaggio dei servizi e degli impianti (una pannellatura di doppio cartongesso “riveste” l’intero perimetro del sotterraneo per nascondere impianti elettrici, di sicurezza e illuminazione) sia l’agibilità ai fini della sicurezza e dell’antincendio. La storia dell’Istituzione è raccontata da alcuni grandi busti delle figure emblematiche dell’Istituto ma anche attraverso la visione (con immagini) dei documenti dell’archivio e con l’esposizione di alcuni dei monili, i cosidetti segni di riconoscimento, che venivano lasciati nelle fasce dei bambini che venivano affidati all’Istituto per poterli poi, eventualmente, riconoscere. Aldo Frangioni Questa parte del museo è una novità pensata, e realizzata, dal progetto? È quindi parte integrante delle novità introdotte dal progetto? Come progettisti abbiamo dato


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corpo a un’idea che stava nelle richieste del bando. Esisteva un progetto museologico aggiornato continuamente dall’unità di progetto guidata da Stefano Filipponi. A noi è toccato fare il progetto museografico. Le modalità di realizzazione, la natura e la consistenza fisica dell’allestimento sono frutto del nostro progetto. Ad esempio l’idea per l’esposizione dei segni di riconoscimento è nata guardando un mobile d’archivio in legno di famiglia dove ci sono queste piccole cassette che si “estraggono” dal mobile. In questo modo si esalta la “scoperta” e si concentra l’attenzione sul singolo oggetto che si “estrae”, mentre la classica esposizione in teche non avrebbe garantito quest’effetto di attenzione e di scoperta. Ancora una volta la trasformazione e la mutazione come strumento strategico di progetto. Noi abbiamo dato forma alle indicazioni del bando, ma la dimensione degli spazi destinati ad ogni singola parte del museo era preventivamente definita dal bando stesso e decisa dalla commitenza. Aldo Frangioni È per questo che sembra prevalere la parte espositiva ed artistica, oltre naturalmente quella architettonica, ma non la parte storica. Certo. Il cuore di questo museo è secondo noi nell’interrato. Ma la dimensione degli spazi ha condizionato le scelte progettuali. Aldo Frangioni Possiamo dire che i due elementi significativi del progetto sono le due porte esterne, con la grande scala di accesso ai diversi piani, e questo spazio sotterraneo. La scala principale è una struttura portante in acciaio rivestita in pietra di matraia che è stata calata dall’alto a sezioni intere di rampa, ancorata alle pareti perimetrali con elementi che sono stati collocati in posizione, in modo tale da non essere visibili. la scala è isolata nel vano e apparentemente sospesa . Andrea Bacci Questo garantisce un notevole senso di leggerezza complessiva alla struttura. Una sensazione ricercata in effetti. Come abbiamo cercato di garantire una sensazione di raccoglimento per la visione delle opere nella grande galleria dove sono esposte le opere d’arte del museo. Abbiamo fatto diverse prove e il risultato che vediamo è arrivato dopo molti tentativi. Il punto era

Foto di Maurizio Berlincioni

come allestire le molte opere che il museo possiede (in parte acquisite, in gran parte donate e tutte restaurate per l’occasione) garantendo una visione specifica e diretta di ognuna di esse, pur in un contesto

unitario. Le opere hanno infatti un rapporto organico con il museo e sono esposte in ordine cronologico. Il numero delle opere era sovrabbondante rispetto agli spazi delle pareti della galleria, e inoltre

Foto di Maurizio Berlincioni

non esistevano impianti adeguati. Con questo allestimento abbiamo aumentato lo spazio espositivo e abbiamo garantito il passaggio degli impianti in una struttura autonoma rispetto alle mura del Brunelleschi, creando di fatto quasi delle “stanze” pur mantenendo il valore unitario della galleria. Le opere sono esposte come su pagine di un libro che camminando puoi sfogliare. Queste grandi “pagine” sono sostenute da travi, e da un traliccio ancorato al muro principale della galleria, senza gravare sulle volte sottostanti. In parallelo alle travi passano tutti gli impianti necessari al funzionamento del museo. Quindi anche in questo caso, una soluzione tecnica e architettonica nello stesso tempo. Ognuna delle “pagine” può muoversi su cardini in modo da poter variare le caratteristiche dell’allestimento. Ancora un volta chiarezza di impostazione, leggerezza, reversibilità e trasformazione degli spazi. Il tutto volto ad assecondare ed esaltare la asimmetria strutturale della galleria. Andrea Bacci Questo sistema consente anche di focalizzare l’attenzione su una singola opera in modo migliore rispetto alla esposizione a parete lineare. Al di fuori di questo contesto c’è solo la Maddalena e le opere che hanno una doppia faccia di lettura. In questo allestimento abbiamo anche introdotto alcune importanti novità come ad esempio la natura e le caratteristiche dell’illuminazione, che può variare di “colore” e quindi adattarsi alle diverse tipologie di opere, attraverso un controllo remoto via wifi. In fondo alla galleria, come sfondo della galleria stessa , è collocata l’aula dove è esposta una delle opere principali in dotazione al Museo, l’Adorazione dei Magi di Domenico Ghirlandaio a conclusione quasi simbolica del percorso. A conclusione vorrei esprimere un sentimento di gratitudine per collaborazione costante avuta con la committenza, con gli storici dell’arte e con la Soprintendenza. Senza collaborazione fra le istituzioni e i progettisti è più difficile innovare. Gianni Biagi Percorso che ora continua con l’allestimento provvisorio dei tondi di Andrea della Robbia, in attesa della loro ricollocazione sulla facciata del loggiato del Brunelleschi.


riunione

di famiglia

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Le Sorelle Marx Si sa, il nostro Eugenio Giani è uomo d’ordine e non poteva non essere il primo a rispondere all’appello del caro leader e a costituire un suo Comitato per il Sì al referendum costituzionale del prossimo autunno. Tuttavia il Nostro ha voluto dare, diciamo così, una sua impronta originale, un tocco di classe a questa pregevole iniziativa altrimenti standard. Così ha denominato il suo Comitato “SPQF”, Senatus Populusque Florentinus, ricordando che “nella Sala de’ Duegento di Palazzo Vecchio, la sala delle decisioni, da almeno 5 secoli c’è un capitello con il marchio Spqf. Questo perché la signoria fiorentina

Sono Pazzi Questi Fiorentini volle riprendere un capitello di epoca romana e dimostrare come Firenze, che nell’età di Diocleziano era il luogo dove aveva luogo il governatorato della regione Tuscia e Umbria, era capoluogo di una regione più vasta di oggi ed aveva un proprio Senato”. Ha chiamato a farne parte i suoi amici più fidati, altri cultori della materia, storici dilettanti del dialetto fiorentino del Duecento, otto calcianti del Calcio Storico (2 per ogni colore), gli sbandieratori, Stenterello (la nota maschera fiorentina), un paio di lampredottai, qualche rappresentante di antiche nobili famiglie

I Cugini Engels

Se 13 vi sembran pochi Indefesso e indifendibile Dario Parrini da Vinci, segretario regionale del PD toscano, dopo aver perso la maggior parte delle amministrazioni al voto da quando ricopre tale carica, ha risposto alle richieste di dimissioni arrivategli da tutte le parti dopo il tracollo delle ultime elezioni semplicemente parlando d’altro. Era infatti più di un mese che il segretario parlava, sulla sua pagina facebook, di tutto tranne che di politica pur non perdendo lo stile nozionistico e logorroico che lo contraddistingue. Quindi dopo aver saccheggiato wikipedia sulle vite dei tennisti celebri (probabilmente tradurre Blair, l’altro passatempo del segretario, non era molto indicato in questo momento) questa settimana si è presentato alla festa regionale de l’Unità e ha annunziato la svolta politica per rimettere in carreggiata un partito democratico piuttosto soffe-

Bobo

rente. Lui, naturalmente, resta saldo in sella così come il suo vice Mazzeo ma in compenso saranno affiancati da un “esecutivo ristretto”. Talmente ristretto che sono in 11 con 2 invitati permanenti. Al che viene da chiedersi in quanti sarebbero stati se invece che ristretto il segretario avesse dato vita ad un organismo allargato. Ma oltre al numero va guardata la composizione. Un sapiente bilancino di territori, correnti e potentati. Segretari dai territori, europarlamentari, consiglieri regionali, l’immancabile Bruzzesi, il presidente della regione, persino il presidente dell’ANCI, in segreteria da invitato permanente proprio in quanto tale. Ci sono tutti tranne uno: il presidente del consiglio regionale, l’immancabile Eugenio Giani, il che ci fa emettere già un primo giudizio sull’organismo parriniano: non sarà una lodevole iniziativa.

fiorentine, studiosi di araldica e toponomastica, i discendenti dei Medici, quella gialla dei Teletubbies, un attore di vernacolo e un poeta in ottava rima. Ogni giovedì sera questa allegra brigata si ritrova attorno a qualche fiasco di Chianti, un buffet alle frattaglie e ascolta il loro leader concionare sulle meravigliose sorti progressive della Grande Riforma. Ma, come Ulrich ne L’uomo senza qualità, anche il Nostro Eugenio si trova ancora alla ricerca di un personale senso da dare alla vita e alla realtà in generale, una sua collocazione nella società e per questo costruisce

una sua “Azione parallela”, sotto le mentite spoglie del Comitato per il Sì: un gruppo in realtà impegnato a studiare i più adeguati preparativi per celebrare i 30 anni di permanenza di Giani in una qualche istituzione politica., con l’obiettivo di perpetuarlo per sempre in un qualche ruolo, con l’occhio rivolto al nuovo Senato della riforma Renzi: “Visto che la riforma costituzionale che andremo ad approvare è una riforma che prevede la costituzione di un Senato delle comunita’, in qualche modo … io vorrei esserci. Il Senato sarà la più bella novità delle riforme”. Parafrasando Asterix: Spqf - Sono Pazzi Questi Fiorentini.

Lo Zio di Trotzky

È nata una stella

È nata una stella, una Super Nova, nei cieli della musica: Edoardo Ferragamo, in arte Edo. Cultura Commestibile gli tributa la sua copertina perché siamo sicuri che ci darà grandi soddisfazioni in futuro. Ma fin da questi suoi inizi il ragazzo non scherza. Rampollo di buona famiglia, Edoardo ha deciso di intraprendere la difficile carriera di musicista, riconoscendo per sé stesso talento tanto strepitoso da minacciarci di rimanere sul palco fino ai suoi 80 anni! Possiamo immaginare che, come migliaia di altri ragazzi del sottoproletariato urbano si sarà sfinito in audizioni, invio di curriculum e di video girati in qualche cantina di periferia, avrà tirato avanti scroccando qualche pasto e letto da amici, squattrinato ma con tanta musica nuova in testa di regalare al mondo. Fino a quando, miracolosamente, è riuscito a produrre il suo primo singolo, One Day Closer, ed è stato un trionfo. A cui è seguito un video che ha avuto migliaia di visualizzazioni ed è stato celebrato anche sulle pagine di Repubblica e Vogue. La musica e le parole, diciamo così, non sono proprio travolgenti... anzi, diremmo abbastanza stereotipate. Il video poi è il festival del già visto: siamo nel deserto, lui e lei (Sandra Kubicka e David Filipiak) bellissimi, romantici, freschi come due rose, passeggiano con i loro cavalli, si amano in una tenda di lusso sbucata dal nulla e tutto sfuma in tramonti dorati e

cieli tersi: un mondo fantastico, easy, che certamente prima o poi toccherà a tutti provare. Ma questo è il life-style di Edo, stando a quello che racconta di Firenze in una lunga intervista al blog meetmeinitaly.com. La Firenze da cartolina: “Florence is a lovely place to grow up, especially in your teenage years and even as a kid. It is very safe”, la bistecca alla fiorentina e il lampredotto, la storia, l’architettura e l’arte, “un posto dove è bello crescere” (soprattutto se ti chiami Ferragamo). A Edo piace il modo di vivere fiorentino: “It’s very relaxed, the people are nice and I know everyone there”. E poi a lui piacciono i dettagli, come “il posto dove Dante passava tanto tempo a studiare” (che sarebbe dove?). Adora le vedute di Firenze: ovviamente da Piazzale Michelangelo ça va sans dire, ma udite udite, Edo vi rivela un posto ignoto ai più per la veduta su Firenze, un monastero in un posto chiamato Fiesole. “From there you can see Florence from a completely different angle, opposite from the typical view, and that is something very beautiful”. E per concludere questo festival dell’ovvio, ecco che Edo vi rivela, dalle colonne di Vogue il segreto del suo successo: “Noi siamo Ferragamo, siamo una famiglia e da sempre ci basiamo su dei valori e principi fondamentali: L’autenticità, la creatività, l’innovazione..”. Il prototipo del nuovo Renzi life-style: ne sentiremo ancora parlare.


6 AGOSTO 2016 pag. 6 Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

L

a fotografia francese del dopoguerra si organizza in maniera formale con la fondazione a Parigi nel 1946 da parte di quindici fotografi professionisti del famoso “Group des XV”, con lo scopo principale di difendere la loro professionalità dalla invadente egemonia della fotografia americana, egemonia che minaccia di far scomparire una tradizione fotografica lungamente maturata ed ancora ben radicata in Francia, nonostante il momento di grande difficoltà dovuto al passaggio della guerra. Pur nella diversità di stile e di personalità, il tratto che caratterizza molti degli aderenti al “Group des XV” è quell’interesse per la vita quotidiana, per gli avvenimenti sociali e per l’esistenza della gente che, al di là degli incarichi e degli interessi professionali, finisce per far gravitare il gruppo attorno a quella specificità della fotografia francese che verrà definita come “photographie humaniste”. Il “Group des XV” organizza una esposizione all’anno, fino al 1957, sempre in luoghi diversi, allo scopo di diffondere le proprie idee ed il proprio lavoro. Del gruppo originale, destinato ad ingrandirsi con l’arrivo di nuovi importanti personaggi, fanno parte nomi noti come Marcel Bovis, Jean Dieuzaide, Robert Doisneau, Daniel Masclet, Willy Ronis ed Emanuel Sougez. L’unica donna presente al momento della fondazione è Edith Gérin (19101997), originaria della Lorena, di padre francese e madre tedesca, arrivata ancora bambina a Parigi all’indomani del primo conflitto mondiale, e già attiva negli anni Trenta come giornalista. Nel corso di un lavoro in Algeria ha l’occasione di scattare le sue prime foto, ma è nel dopoguerra che riprende la fotocamera e comincia ad utilizzarla per descrivere il quartiere in cui abita, dapprima sulla “rive droite” e dopo il matrimonio sulla “rive gauche” ai bordi del quartiere latino. Il suo interesse si concentra sulle grandi trasformazioni del tessuto urbano e sui cambiamenti sociali che ne conseguono, temi che affronta in maniera non documentaria, ma piuttosto emotiva, privilegiando le scene d’ambien-

Edith Gerin e la photographie humaniste te in cui la figura umana appare spesso in controluce, sotto forma di una silhouette scura ed indefinita. Le sue immagini sono al centro di numerose esposizioni e vengono riprese dalla stampa periodica dell’epoca. Il lavoro non le permette di lasciare Parigi troppo spesso, e le sue vacanze la portano solo nei dintorni della città, dove incontra il paesaggio che diventa un altro dei suoi temi preferiti. Con le sue immagini vengono realizzati fra la fine degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta dei fotolibri dedicati a quelle zone o regioni della Francia da lei frequentate, da Fontainebleau a Seine-et-Marne fino alle Alpi ed alle “Terres cathares”. Una volta in pensione estende i suoi viaggi fotografici all’Europa mediterranea (Italia, Sicilia e Grecia) ed al Nord Africa (Egitto, Marocco ed Algeria) arrivando fino ad Israele. Negli

anni Novanta le sue fotografie parigine vengono riscoperte e rivalutate, e nascono nuovi libri fotografici come “Paris perdu” (1991),  “Je me souviens du 13e arrondissement” (1995),  “Paris des photographes” e “Les Parisiens” (1996). Pur essendo vicina ai rappresentanti della “photographie humaniste” Edith Gérin se ne distacca abbastanza nettamente, considerando il suo approccio alla realtà di tipo individuale, estetico e poetico, piuttosto che di tipo analitico o descrittivo. Questa sua posizione non impedisce che per la pubblicazione nel 2006 a cura della Bibliotheque Nationale de France del volume “Photographie humaniste” per la copertina venga scelta una delle sue immagini più note, anziché una immagine dei più famosi Izis, Boubat, Brassai, Doisneau, Ronis...


6 AGOSTO 2016 pag. 7 Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

Lanfranco Baldi

I

n una Firenze animata da spirito d’iniziativa e vivacità culturale, l’artista italiano non poteva non lasciarsi andare a tutto quello che il contemporaneo sembrava donare nella prospettiva della rivoluzione e del progresso. La fine della seconda guerra mondiale aveva rappresentato una profonda lacerazione storico-culturale, segnando un confine netto fra le esperienze artistiche del primo e del secondo Novecento. L’Arte stessa giunse a una nuova consapevolezza: il vuoto morale e ideologico lasciato dagli eventi bellici si trasformò in una spinta senza precedenti, tendendo alla ridefinizione dell’evento estetico e alla sua ricollocazione in una posizione di centralità nella nuova società. Il primo passo fu la riflessione sulle conquiste delle avanguardie storiche e, successivamente, la sperimentazione a tutto tondo su ogni tipologia di linguaggio, attraverso metodologie e strumenti intellettualmente più rigorosi rispetto al passato; le soluzioni formali si rinnovarono e si aprirono in modo autonomo sulla questione del come vedere la realtà e di come considerare l’uomo, i sentimenti e la storia in modo inedito; i nuovi mezzi di comunicazione diedero la possibilità di esprimersi oltre la pittura: tutta l’arte contemporanea rispose in maniera globale alle rinnovate esigenze della collettività e l’artista partecipò attivamente alla nuova epoca sociale, anche attraverso riviste e pubblicazioni che rinnovarono l’impegno e la militanza culturale. Fin dagli anni Cinquanta Lanfranco Baldi si è fatto portavoce della forza programmatica di una nuova modalità artistica, in grado di rivalutare il passato e rinunciare all’accademismo prebellico, in virtù della creazione di un’opera d’arte capace di affascinare e al contempo creare un linguaggio universale più aderente a una realtà in continuo divenire. A partire dall’Arte informale, dalle esperienze avanguardiste del gruppo Forma I, sperimentò l’Arte programmata e neoconcreta, si occupò di cinema, animazione e musica elettronica per configurarsi

Sopra Senza titolo, 1975 Collage su cartone cm 35,5x41 Sotto Senza titolo, 1978 Courtesy Collezione Carlo Palli, Prato

come un artista a tutto tondo, eclettico e idoneo alla lavorazione di qualsiasi tipo di materiale e di linguaggio, approdando alla concretezza e alla materialità. Nelle sue opere spicca l’arguta esigenza di richiamare alla mente l’insieme delle emozioni e delle sensazioni umane, di mettere in luce la necessità di una maggiore presa di posizione sui principi analitici della percezione, come se la visione dell’artista proseguisse oltre l’apparenza del reale e della natura, cogliendo da una parte le linee e le forme aniconiche e dall’altra tutte quelle sottili relazioni plastiche che si celano dietro i giochi di chiaro-scuro di una luce inconsueta e misteriosa, che rendono l’opera di Lanfranco Baldi unica e irripetibile.

Irripetibile


6 AGOSTO 2016 pag. 8 Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it di

È

possibile essere musicisti di nicchia senza restare nella marginalità? Certamente. È il caso di Rêverie, un gruppo milanese che ha pubblicato recentemente il suo nuovo CD, intitolato Gnos furlanis. Il timp dal sium. Questa è l’ultima tappa di una discografia scarna ma molto interessante, che include Duemila4 (2004), Shakespeare, la donna, il sogno (2008) e Revado (2012). Fondato nel 1996 dal polistrumentista Valerio Vado, l’ensemble si contraddistingue per due particolarità strettamente connesse fra loro. Anzitutto, l’interesse per la letteratura, che spazia da Shakespeare a Pasolini. A questo fa riscontro una varietà linguistica che si esprime in inglese e friulano, italiano ed esperanto. Questa scelta insolita porta una ventata di aria fresca in un panorama musicale segnato dall’onnipresenza dell’inglese. Nel caso di Rêverie, però, parlare di un generico interesse per la varietà linguistica sarebbe riduttivo, perché il gruppo manifesta anche uno spiccato interesse per l’esperanto. Tanto è vero che ha partecipato a varie initiative organizzate dalle associazioni esperantiste e inserito questa lingua nel CD Revado. Se non andiamo errati i musicisti che utilizzano la lingua ideata da Ludwig Zamenhof sono pochissimi e si concentrano nell’area nordeuropea (Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi). Per quanto riguarda l’Italia, oltre al gruppo in questione, ci viene in mente soltanto la simpatica Esperanto Folk Band di Livorno. Nel nuovo CD la formazione è un trio dove il fondatore è affiancato da Fanny Fortunati (voce, percussioni) e Alberto Sozzi (flauti, clarinetto, didjeridoo, tastiere e banjo). Come si vede, la formazione ridotta non incide sulla varietà strumentale. Il titolo significa “Notti friulane. Il tempo del sogno” e sottolinea le origini friulane di Vado. Ma allude anche al “tempo del sogno”, che nelle culture aborigene australiane è una dimensione spirituale fatta di simboli trasmessi dagli antenati. È l’omaggio inconsueto e sincero che una minoranza offre a un’altra, trascendendo le evidenti differenze storiche, culturali e

Sogno friulano geografiche. A questo scopo vengono utilizzate poesie di Pierpaolo Pasolini, Nadia Pauluzzo e altri autori friulani. “Cansoneta” contiene influenze del rock progressivo, mentre la dolce “Agânis” ricorda certi di

accenti del primo Mike Oldfield. “Il Vint” lambisce invece il minimalismo. “Scjarazula marazula” è un classico medievale friulano già ripreso a suo tempo da Angelo Branduardi e dai francesi Malicorne. Il riferimento alla cultura

friulana è ancora più esplicito nel titolo “Forum Iulii”, l’antico nome di Cividale che poi ha dato il nome all’intera regione. Spicca la bella voce di Fanny Fortunati, che provvede anche a dirigere il coro Policrome Khoròs. I suoi raffinati intrecci impreziosiscono ulteriormente questo lavoro ricco di sfumature e di umori speziati.

un po’ di velocità e di memoria a breve; se è vero che non ci ricordiamo dove abbiamo messo le chiavi di casa, che non ci ricordiamo i nomi propri di persona o i titoli dei film, é anche vero che riusciamo a fare più cose contemporaneamente, ad avere un’intensa vita di lavoro e sociale, ad usare tecnologie in costante evoluzione, a mantenere la calma, a distinguere le cose buone da quelle superflue, sappiamo sorvolare su quelle meno importanti per concentrarsi sulle più significative. E non c’é situazione davanti alla quale una persona di mezz’età non sappia cosa dire e cosa fare. Insomma le prestazioni del cervello in età matura sono state fino ad oggi sottovalutate e ora molti luoghi comuni vengono frantumati dalla realtà. Innegabile che in questi ultimi decenni abbia prevalso, in tutti i campi, una cultura giovanilistica. Abbiamo accettato che si classificasse la nostra vita in base al certificato

di nascita anziché sulle capacità; abbiamo accettato l’idea che corpo e cervello si indeboliscano nella mezz’età, che gli aspetti positivi dell’invecchiamento - penso alla maturità, all’esperienza, la competenza, l’equilibrio, ecc. - venissero declassati e poco considerati. Bene, ora basta. Non facciamoci più incantare dai falsi miti, riprendiamoci la vita e diamo valore al merito. I due concorrenti alla Casa Bianca, Hillary Clinton e Donald Trump, hanno rispettivamente 69 e 70 anni; la cancelliera tedesca Angela Merkel ha raggiunto i 62 anni ed é tallonata dal primo ministro inglese, Theresa May, con 60 anni. E anche l’età media dei premi Nobel è di 55 anni, tant’è che nel 2007 il Nobel per l’economia fu assegnato ad un “giovane” di 90 anni, Leonid Hurwics. E allora diciamolo, la vita comincia a 50 anni e gli anni migliori devono ancora venire. Buon viaggio a tutte le persone di mezz’età!

Remo Fattorini

Segnali di fumo Si dice che l’Italia è un paese di vecchi. Ed è vero, visto che da noi ci sono 161 anziani ogni 100 giovani. Fatto sta che con il 20% della popolazione ultrasessantacinquenne siamo il paese più vecchio d’Europa. Anziani si, e tanti, ma tutt’altro che vecchi bacucchi. Lo dico non per difesa d’ufficio, visto che con i miei 65 anni suonati appartengo alla categoria, ma dopo aver letto gli esiti di una ricerca scientifica avviata nel 1956 e che per oltre 40 anni ha monitorato l’abilità mentale di 6mila persone. I risultati sono incredibili: l’attività cognitiva del cervello dà il meglio di se nella cosiddetta mezz’età, tra i 40 e i 68 anni. Sia gli uomini che le donne sono al top in questa fascia d’età, il loro cervello funziona meglio rispetto a quando avevano 25 anni. Perché se é vero che perdiamo


6 AGOSTO 2016 pag. 9 Severino Saccardi s.saccardi@alice.it di

D

i Alessandro Margara, quando ancora, nei primissimi anni settanta, non lo conoscevo, sentii parlare da Lodovico Grassi, fondatore di “Testimonianze” e mio predecessore alla direzione della rivista. “È molto bravo, questo magistrato, Alessandro Margara” mi disse, una volta che l’aveva invitato a parlare nella sua scuola. Aveva ragione. Presto me ne resi conto. Bravo lo era, Alessandro Margara, e molto. Ha lasciato segni importanti nella storia del nostro Paese, ben oltre, per così dire, il settore delle sue strette competenze. Dove pure molto ha inciso. Con la riforma penitenziaria (la “legge Gozzini”, così denominata dal nome del parlamentare che ne fu presentatore e convinto sostenitore), delle cui linee di fondo fu notoriamente ispiratore. E anche, con un suo stile particolarissimo, in tutti i ruoli che ha ricoperto come magistrato e uomo di legge: a Ravenna e a Firenze, come giudice istruttore, a Bologna e ancora a Firenze, dove fu alla guida del tribunale di sorveglianza; dal 1997 al 1999, nel (troppo breve) periodo in cui è stato direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap); negli anni, recenti, in cui è stato Garante regionale per i diritti dei detenuti della Regione Toscana. Ma la sua non è mai stata un’impostazione, sia pure creativa e innovativa, di carattere specialistico o settoriale. Ha sempre dato al suo lavoro, al suo Emiliano Bacci emilianobacci@gmail.com di

Après nous, le déluge”. Così “Dopo la Tempesta” di Armando Punzo che ha festeggiato il 30esimo anno di VolterraTeatro resta poco. Frammenti di Shakespeare sparsi tra una selva di croci e una distesa di sabbia. I corpi dei detenuti attori si stagliano, statuari, statici in cerca di una guida, attingendo alle parole del Bardo, ma senza intravedere la città ideale, motore del Festival. Ci sono un po’ tutti, da Calibano a Desdemona, da Giulio Cesare a Macbeth, ognuno che racconta, ma nessuno che raccorda, presi dall’impossibilità dell’impresa. Tableaux vivants bellissimi

Alessandro Margara

Un uomo di parola dire e al suo operare, una più vasta impronta di alto respiro culturale e civile. Come confermano i suoi rapporti con “Testimonianze”, con la “Fondazione Balducci” e, principalmente, con la “Fondazione Michelucci”. È quanto è stato ricordato alla cerimonia di commiato, nella Chiesa di Piazza Elia Dalla Costa. Oltreché capace e lungimirante, era un uomo buono e modesto, Alessandro Margara. Ma era anche determinato, combattivo, tenace e orgoglioso. Mi è stato ricordato un episodio di metà anni settanta in cui fu capace di rifiutare una medaglia al valor civile per il modo dialogante e intelligente con cui aveva saputo

affrontare una pericolosa rivolta carceraria. Motivo? Il mancato rispetto, da parte delle autorità di polizia, dell’impegno di non mettere tiratori con i fucili puntati sui tetti, come egli (dando la sua parola) aveva promesso ai detenuti. È stato un uomo, Margara, che, mettendo all’attenzione dell’opinione pubblica la “questione carcere” e prendendo sul serio, al riguardo, il dettato costituzionale, ha contribuito a cambiare la storia e la mentalità del nostro Paese. Una sorta, medaglie di riconoscimento a parte, di “eroe civile”. Ma non un “eroe” solitario. Prima, veniva citato il nome di Mario Gozzini. Ebbene, la vicenda

di Margara, oltreché per i suoi indiscussi meriti personali, non la si capisce se non la si inquadra nel contesto e nel clima culturale della “grande Firenze” che ha prodotto esperienze e percorsi, intellettuali e umani, come quelli dell’ “uomo di ferro” Mario Gozzini, che si è convertito in audace riformatore e umanizzatore del carcere, di Giovanni Michelucci (che sul rapporto fra “città-tenda” e “città-carcere” ha scritto pagine memorabili) e di Ernesto Balducci. Il quale, con la suggestione della “lunga marcia dei diritti umani” forniva la cornice culturale di riferimento di cui anche il tema della dignità delle persone detenute non poteva non essere parte. Sono cambiate non solo le norme (anche se la “questione carcere” resta, tuttora, una piaga dolente), ma anche il modo di pensare e di rapportarsi al tema dei diritti e delle pene, grazie al contributo di uomini come Alessandro Margara. Di lui e della sua opera riemergono, anche in momenti inaspettati, subitaneamente le tracce. Ricordo, alcuni anni fa, quando ero in visita al carcere di Porto Azzurro come consigliere regionale, nella solitudine di una cella, un detenuto che mi disse: “Noi abbiamo sbagliato, ma la società deve darci una possibilità”. Parole pacate e serene: l’uovo di Colombo, dal punto di vista della nostra Costituzione. Eppure, alcuni decenni fa, prima del lavoro tenace di Alessandro Margara e di Mario Gozzini, una dichiarazione simile sarebbe sembrata forse, addirittura, inconcepibile.

VolterraTeatro 2016, dopo la Tempesta da vedere tra i mattoni rossi del cortile del carcere, il cielo azzurro di Volterra e i muscoli tatuati. Complessi e troppi invece da capire i mille rimandi da Shakespeare a Dante. Quel che resta è la liberazione alla fine, con un bambino che entra, prima sbirciando e poi rompendo la staticità facendo rotolare una grossa sfera. Un altro masso di Sisifo consegnato a Punzo (un Prospero re assoluto senza nessun Calibano ribelle nell’isola-carcere) che può uscire di scena, togliendo le catene ai suoi personaggi (solo metaforicamente, si resta pur sempre dietro le sbarre).

Foto di Stefano Vaja


6 AGOSTO 2016 pag. 10 Barbara Setti e Simone Siliani twitter @Barbara_Setti s.siliani@tin.it di

B

lind Willie Johnson ha trovato casa e riposo, credo. È accaduto lo scorso 28 luglio al cimitero monumentale degli Allori di Firenze, il cimitero protestante dove riposano altri grandi artisti come Anna Banti, Arnold Böcklin, Leonardo Savioli, Harold Acton, Fredrick Stibbert, Hans-Joachim Staude. È stata una produzione di Nuovi Eventi Musicali, per la regia di Mario Setti, a convocare questo straordinario quanto negletto musicista degli anni ‘20 nel sud degli Stati Uniti: uno spettacolo straordinario di musiche, luci, corpi, tombe, pini, colori, aromi che ha portato pace e riposo a Blind Willie. Johnson ha vagato ramingo per tutta l’America, quella della Grande Depressione e poi quella della discriminazione razziale, di schiavi non più schiavi che, tuttavia, hanno vissuto nella povertà e nella segregazione. Ci sono tante cose che non sappiamo o di cui siamo incerti della sua vita: come sia diventato cieco, quante fossero le sue mogli, chi di loro cantasse nei suoi dischi, di cosa sia morto, perché fu respinto dall’ospedale nel settembre 1945 pochi giorni prima della sua morte, dove fosse la sua tomba perché era nel cimitero di Blanchette a Beaumont - dimenticato fino al 2009 - ma non fu mai trovata. Ma certamente abbiamo le sue 29 canzoni capolavoro, registrate alla Columbia Records fra il 1927 e il 1930 e la sua straordinaria invenzione, la slide guitar. Secondo un altro grande musicista cieco, Blind Willie McTell (1898–1959), la suonava con un anello di ottone; ma il bluesman Tom Shaw, intervistato nel 1972 da Guido van Rijn, disse che usava un coltello; ma l’unica fotografia esistente di Blind Willie lo ritrae mentre suona la slide guitar con un collo di bottiglia infilato sul mignolo della mano sinistra. E così, quest’uomo che si fece anche la prigione per aver suonato per strada chiedendo l’elemosina, ha cambiato la storia della musica; ha influenzato i grandi rockers moderni, che gli hanno reso omaggio seppur tardivamente. Ma nessuno, che io sappia, gli aveva trovato una casa e donato il riposo che merita. Lo hanno fatto i NEM, con Guido Masi alla chitarra, Kaos Ballet-

Blind Willie Johnson ha trovato riposo

to, le luci di Andrea Margarolo, l’imbrunire che ha forgiato i colori del cielo sul cimitero degli Allori, Dark was the Night, Cold was the ground, It’s nobody fault but mine, Jesus is coming soon che risuonavano rimbalzando fra le tombe e i pini. Se “Dark Was the Night” è stata spedita nello spazio sulla Voyager accanto al Quartetto per archi n.130 di Beethoven, è qui in questo cimitero di grandi fra gli umili che Blind Willie Johnson doveva trovare la sua casa e sono stati questi giovani artisti che gliel’hanno trovata. È il destino dei grandi musicisti quello di saper attraversare le generazioni, riemergere dall’oblio, colpire inaspettatamente il centro del bersaglio dell’arte, restituire senso all’espressione artistica. “Don’t Cry” è il titolo della rassegna di NEM entro cui si collocava questo omaggio a Blind Willie Johnson: titolo di origine evangelica (Luca 7,11, non piangere, donna, la morte di tuo figlio perché egli non è morto), che richiama la speranza in vece della disperazione. È ciò che fa la musica, anche nelle vite difficili, disperate come quella di Blind Willie Johnson. Così non era impossibile scorgerlo l’altra sera fra la tomba di Oriana Fallaci e quella di Anna Banti, ancora giovane, con la sua chitarra, cantare la speranza: La difficoltà sarà presto finita, la tristezza avrà una fine...”.


6 AGOSTO 2016 pag. 11 Roberto Mosi mosi.firenze@gmail.com

profumata Chevalier d’Orsay si avvicinava al letto per il bacio della buona notte.

di

Una Cena al Ritz” è il titolo dell’Antologia dedicata nel 2015 a Marcel Proust dalle edizioni www.laRecherche.it. Nella stessa Antologia si ricorda che egli fu, durante un periodo della sua vita, un habitué dell’Hôtel Ritz a Parigi, in place Vendôme, luogo prestigioso nel quale amava ricevere personalità del mondo letterario o aristocratici e far parlare, in grande confidenza, gli uomini e le donne che, in definitiva, avrebbero poi “abitato” la sua Opera. “Per questo le voci che parlano nella Recherche, grazie alla penna dello scrittore, appaiono reali ed autentiche”. In questa occasione la Redazione delle edizioni www. laRecherche.it propose di immaginare un incontro conviviale dei nostri giorni, con la partecipazione di personaggi della Recherche (come Albertine, Eltsir, Bergotte) o di personalità del mondo della cultura ( John Ruskin, Giovanni Raboni, Luchino Visconti). Da parte nostra abbiamo scelto Luchino Visconti, ammiratore di Proust, e nel componimento che segue, il regista italiano “ospite” alla cena all’Hotel Ritz parla, sul filo dei ricordi (ripresi dai suoi diari e dalle interviste), dell’ ”incontro” con l’opera lirica al Teatro della Scala e al Palazzo Visconti e del viaggio con la famiglia ogni anno verso le vacanze al mare, in Versilia: si aprono scene “preziose” che poi incontreremo in vari momenti della sua produzione (si veda Il Gattopardo, Morte a Venezia). I disegni sono di Enrico Guerrini. La rosa d’argento (Cena all’Hotel Ritz ) [Luchino Visconti si rivolge a Marcel Proust] Mi nutro di ricordi, visioni Milano cupa, triste e gaia spazio vitale, balli e operette aura di profumi aristocratici. Sono nato il due novembre alle otto di sera, un’ora dopo si alzava il sipario della Scala per la Traviata. Si nasceva a Palazzo Visconti dopo aver dato uno sguardo al programma della stagione della Scala. La sera in gran toilette

Un’apparizione, sentivo avvicinarsi il fruscio della gran gonna di seta m’investiva il dolce profumo. Le tiepide perle della lunga collana cadevano sulle guance mentre si chinava per un momento, su di me. Ricordi, immagini, odori sensazioni investivano i miei sensi, un’eco profonda persistente nella memoria. Le storie di Morte a Venezia erano state già vissute nella mia vita, in stagioni dal sapore di miele.

La cena di Proust all’Hotel Ritz con Visconti

Vedo mia madre sulla spiaggia legge un libro sotto la tenda, col vento volano i capelli si gonfia il vestito. (….) All’alba mi sono svegliato, gli invitati ancora ballavano nella sala del Palazzo ogni coppia una rosa d’argento. Le candele illuminano la sala gli specchi, gli Dei nel soffitto il sorriso del Gattopardo il ballo di Angelica e Tancredi. La sala guardaroba, il primo teatro, il lenzuolo per sipario travestimenti: dame in pelliccia di volpe, cappelli piumati. I pranzi, un rito per la famiglia i domestici in guanti bianchi, le lotte dei ragazzi sotto la tavola, mio padre, il sorriso del Gattopardo. I domestici aprono tovaglie sull’erba al “solito posto” nel viaggio per Forte dei Marmi, le provviste nelle ceste di paglia. Un’infanzia felice dalla parte dei Guermantes, dolci frutti sull’albero della vita, suoni immagini. Il tempo ritrovato. Roberto Mosi, La rosa d’argento(Cena all’Hotel Ritz), in AA. VV. (a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani), Cena al Ritz, www.laRecherche. it , n. 187, Roma 2015, pagg. 225-230.


Bizzaria degli oggetti

6 AGOSTO 2016 pag. 12

Flamme Bleue

dalla collezione di Rossano

A cura di Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it

U

n po’ fuori stagione, me ne rendo conto, però l’oggetto è bellissimo e da un po’ sta sul mio desktop ed è quindi giunta l’ora di dirvi ciò, poco, che ho trovato. Cucina a petrolio, della ditta “Flamme Bleue”, dal colore della fiamma che produceva,nata come scalda ferri da stiro, e, giustamente, Rossano ne posa alcuni, vecchi e belli, della sua collezione sulle alette laterali, trasformata poi in “fornello” vero e proprio. La Società che aveva brevettato, nel 1899, Fornelli, Caloriferi e Scaldabagno a petrolio ne aveva l’esclusiva ed aveva vinto una medaglia alla Exposition Universelle del 1900, si chiamava Thuron-Vagnier. Di essa non si trova altra traccia che il catalogo, uscito nell’Aprile del 1909, con nuovi prodotti e prezzi aggiornati in cui compare il nostro modello, reperibile,ci informano, anche con montanti decorati con vernice nera e, volendo, anche ad alcool. Come in altre occasioni i cataloghi d’antan sono estremamente dettagliati, offrono pezzi di ricambio e particolari soluzioni, indicano i prezzi ed appaiono molto artistici, in quanto i prodotti sono mostrati con precisi disegni, erano, penso, anche autopromozionali, molti altri mezzi pubblicitari non c’erano. Sulla prima pagina, in basso, compare in rosso la scritta “Au Bon Marché” Maison Aristide Boucicaut Paris e qui si apre invece un mondo di storie. Questo signor Boucicaut è in pratica l’inventore dei Grandi Magazzini, nella prima sede del suo Marché, una merceria in cui lavorava, adotta un sistema moderno di esposizione delle merci con i cartellini con il prezzo, contenuto, ingresso e scelta libere, soddisfatti o rimborsati, la merce poteva essere cambiata, campagne promozionali e vere e proprie svendite di prodotti che interessavano soprattutto le donne, più che vendere merci intuisce che è necessario “vendere” il desiderio di comprarle! Il successo fu strepitoso,insieme ad un socio pensarono di ingrandirsi, si inoltrarono quindi nella costruzione di un enorme edificio, cui partecipò il non ancora così noto Gustave Eiffel. Inaugurarono la nuova sede nel 1869, essa esiste tutt’oggi con quasi lo stesso nome, “Le” invece che “Au Bon Marché”. La fortuna della formula, incrementata dalle

prime vendite da catalogo fu così eclatante che fu costruito, per accogliere clienti stranieri, l’Hotel Lutetia, la cui fama è giunta a noi in quanto divenne il punto di raccolta e riconoscimento dei reduci dai campi di sterminio. Morti lui e il figlio la vedova proseguì il loro lavoro, senza eredi però designò la Mariangela Arnavas doublemari53@gmail.com

Pubblica Assistenza Degli Ospedali di Parigi come esecutore testamentario imponendo la costruzione di un Ospedale, che ha preso il loro cognome, di un ospizio per lavoratori del Bon Marché nella villa di Parigi e così anche in quella nel paese natio, ove, ovvio, è stato eretto un bel monumento al genia-

le Aristide. Emile Zola frequentò e studiò a lungo questo grande magazzino e la sua organizzazione e si ispirò alla figura di Boucicaut per il personaggio principale del suo romanzo “Au Bonheur des Dames”, il cui titolo sembra sintetizzare stile e finalità del nostro acuto imprenditore.

curate da giovani volontari siciliani e non solo competenti e impegnati nel centro di soccorso dell’isola di Linosa. E lo stesso succede a Porto Palo , il capo più meridionale della Sicilia; in un porticciolo di pescherecci, appena attraccati, arriva dal largo un striscia di buste di plastica, che scomparirà dopo un’ ora , permettendo di raggiungere a nuoto la riva dove l’ acqua è così calda da sembrare un bagno termale e la sabbia è cosparsa di minuscole conchiglie rosa e rosse, delicate come petali. Si potrebbe parlare di contraddizioni, richiamando la terminologia della dialettica marxista d’origine hegeliana, ormai in disuso dagli anni della crollo dell’Unione Sovietica; tesi e antitesi che non lasciano, per ora, intravedere una sintesi. L’ospitalità degli abitanti è a tratti davvero elegante: arrivati dopo cena a Ustica , cerchiamo delle arance per la colazione, le vedo in un bar e chiedo di acquistarle al costo di una spremuta , ma il ragazzo si rifiuta e telefona alla madre per saper quanto le ha pagate al mercato per vendermele allo stesso prezzo senza guadagnarci nulla; il contadino da cui compriamo la frutta e la verdura a Pantelleria ci accompagna gratis in paese e poi al porto con il suo camioncino, caricandoci e scaricandoci tutte le scatole della spesa, comprese quelle del supermercato. Così, l’ “ultimo rais” di Favi-

gnana (i rais guidavano la cattura e la mattanza dei tonni) , anziano e ormai solo pescatore e contadino, ci cucina sulla sua barca, affiancata alla nostra, uno splendido pranzo di pesce, regalandoci il vino del suo podere.Ma nelle acque marine, così attraenti e luminose, si avvertono le tracce della disperazione e della morte che troppo spesso lo hanno attraversato, dalla mattanza dei tonni nelle camere della morte alle tante tragedie umane che hanno disseminato di relitti i fondali; dalle antiche battaglie delle guerre puniche , del Risorgimento e delle guerre mondiali all’aereo di Ustica, ai migranti stretti tra la miseria e la guerra in patria e le sofferenze, le umiliazioni, spesso la fine della vita in mare nel paese d’arrivo. Strade da percorrere per cercare di capire, per intravedere una sintesi che liberi questa terra e questo mare dal peso di tragedie secolari.

di

Mare incrociato La terra e il mare, navigando da Ustica verso Pantelleria in barca a vela, sembrano animate da due principi opposti ma strettamente intrecciati quasi fino alla fusione come nella rappresentazione dello yin e dello yang in movimento. Avvicinandosi a Pantelleria dal mare si vede una sequenza di costruzioni basse e mal assortite, alcune non finite e lasciate in degrado e l’ isola appare ostile, sgraziata ma quando si sale a piedi il promontorio di Scauri, la bellezza del mare e della terra toglie il fiato più della salita faticosa e nell’ interno la stessa mano dell’ uomo che ha sfregiato il paesaggio con le costruzioni disordinate e malmesse, ha dipinto i colori delle valli con coltivazioni ordinate a terrazze, con distese di viti rigogliose; un paesaggio di una dolcezza morbida ,come colorato con pastelli a cera. Allo stesso modo, ancorati in una bella baia, sempre a Pantelleria, ci accorgiamo con sgomento che sta arrivando da ovest una corrente che trasporta rifiuti in quantità, soprattutto buste di plastica, le stesse che mettono a rischio le tartarughe marine, che vengono poi


6 AGOSTO 2016 pag. 13 Monica Innocenti innocentimonica7@gmail.com di

I

l distretto dell’industria cartaria della piana lucchese è uno dei più importanti a livello internazionale e costituisce uno dei settori trainanti dell’economia locale. Ecco che la città di Lucca si propone come ideale palcoscenico di un appuntamento (giunto ormai all’ottava edizione) che rappresenta, con i suoi numerosi e variegati eventi (incontri, dibattiti, laboratori per bambini e ragazzi, una tre giorni dedicata al design e così via), una vera e propria “Festa della carta”. Cartasia 2016, Biennale Internazionale di Paper Art e Design promossa, sotto l’egida del Direttore artistico Emiliano Galigani, dall’Associazione Culturale Metropolis in collaborazione con Fondazione Arkad e Prismanet, si protrae (dopo l’inaugurazione a Palazzo Ducale del 31 luglio) fino al 10 settembre. Il tema di quest’anno è “Confini e prospettive”, a sottolineare il legame mai interrotto tra la manifestazione e la contemporaneità, sia dal punto di vista sociale che artistico. Alcuni numeri (che riguardano solo la parte che possiamo definire “artistica”) possono dare un’idea delle dimensioni e dell’importanza raggiunte da Cartasia: 400 gli artisti che hanno partecipato al bando di Cartasia 2016; 2000 metri quadri di spazi espositivi; 16 paper artist per la sezione indoor, 6 per la outdoor; 100 opere esposte a Palazzo Ducale; 400 km di carta (metro più metro meno) utilizzata per la realizzazione delle opere, con 660 persone coinvolte nell’allestimento delle mostre; 620 volontari selezionati per collaborare con l’organizzazione oltre gli studenti dell’istituto “Pertini” e “Passaglia” di Lucca impegnati anche nella realizzazione di materiale foto e video. Le sale monumentali e affrescate di Palazzo Ducale costituiscono la cornice ideale per la parte indoor della Mostra, dove si possono ammirare le opere di alcuni dei migliori paper artist

Figure di carta

del mondo (italiani, europei e statunitensi). Ognuno di loro riesce a stupire ed ammaliare il visitatore proponendo la propria particolare, affascinante, visione dei concetti di “confine” e “prospettiva” e dando vita ad un incantato universo di carta e cartone nel

quale convivono figure mitiche e oggetti della quotidianità, installazioni materiche, creazioni d’alta moda ed eteree visioni del corpo femminile. Da sabato 6 agosto (inaugurazione alle 17:30, in piazza S. Michele sotto il loggiato di Palazzo Pretorio), la mostra

si sdoppia, diventa outdoor e invade la città! In otto luoghi del centro storico, saranno ospitate delle enormi sculture realizzate in carta riciclata (oltre alla scacchiera più grande al mondo, naturalmente in cartone, che sarà teatro di un vero e proprio torneo di scacchi). I protagonisti principali di questa cartacea e pacifica presa di Lucca sono (in rigoroso ordine alfabetico): Stefano Baroni, Silvia Beltrami, Giulio Biazzi, Lucrezia Bieler, Blender, Eszter Bornemisza,, Florence Mc Ewin, Hans Meertens, Elisabetta Necchio, Gabriele Palandri, Vassilis Perros, Alice Steinmetz, Heike Schaefer, Laurence Vallières, Will Kurtz, Mykl Wells, Consuelo Zatta, Anastasia Zisi. Artisti straordinari, nomi noti per qualcuno, per molti potranno rappresentare una inaspettata e sorprendente scoperta. Per avere tutte le informazioni sulla manifestazione, il sito dedicato è: www.cartasia.it.


6 AGOSTO 2016 pag. 14

La terza via del Maggio

Sara Nocentini saranocentini123@tiscali.it di

L

a trasformazione degli enti lirici (statali) in Fondazioni Lirico Sinfoniche ha avuto inizio nel 1996, negli anni d’oro del pensiero unico, dell’esaltazione dello stato leggero e del salvifico ruolo dei privati, che avrebbero non solo contribuito ad arginare lo straripante debito pubblico del paese, ma avrebbero anche investito in un sistema culturale capace di rinnovare il prestigio dell’Italia nel mondo, rafforzandone l’attrattività turistica. Nel solco illuminante della “terza via” il Vice Presidente del Consiglio, nonché Ministro per i Beni culturali, Walter Veltroni, illustrava la sua riforma come alternativa tanto al modello americano (mercato e defiscalizzazione), quanto al modello francese (massiccio intervento pubblico). Quello che il ministro aveva in mente era un modello misto di vocazione pubblica e finanziamento privato. Dall’approvazione del decreto legge 367/1996, che trasformava “gli enti lirici di rilievo nazionale e gli altri enti concertistici” previsti dalla precedente normativa (L 800/67) sono trascorsi 20 anni. Un periodo sufficientemente lungo e tormentato da consentire ormai un giudizio profondamente critico sulla smania privatizzatrice di alcuni pilastri economici e culturali del nostro paese. Soffermandoci sulle Fondazioni liriche, più che di un processo di privatizzazione che avrebbe consentito di alleggerire il ruolo dello Stato, sveltito e dunque agevolato la gestione della cultura, si è assistito ad una patetica rincorsa del privato e del suo contributo alla cultura, accompagnato da un progressivo aumento dei deficit di bilancio delle Fondazioni. Secondo quanto riportato dal giornale digitale Linkiesta, su fonti della Corte dei Conti, tra il 2003 e il 2013, le fondazioni hanno perso più di 250 mln e hanno accumulato debiti per 328 mln di euro e sfiorano oggi i 400 mln. Il sistema delle Fondazioni ha pertanto comportato, da un lato, che lo Stato continuasse a foraggiare pesantemente il settore, attraverso strumenti che, però ne hanno diminuito in modo consistente il potere di indirizzo politico e di gestione e, dall’altro lato, una crescente esposizione debitoria nei confronti delle banche che ha portato in più casi a commissariamenti

e dolorose ristrutturazioni. Nel 2013, l’allora ministro Bray predispose una misura straordinaria che poggiava in estrema sintesi su quattro pilastri: necessità per le fondazioni liriche di predisporre un piano industriale che portasse al pareggio del conto economico entro il 2016, per non incorrere nella liquidazione coatta, apertura di un fondo di rotazione da cui attingere per la concessione di finanziamenti massimo trentennali per il risanamento delle posizioni debitorie, il via libera ad una riduzione (assistita) di personale e di stipendi e la trasformazione della figura del Sovrintendente nell’unico responsabile della gestione, accompagnato nella sua attività da un Consiglio di indirizzo nominato dai soci e presieduto di diritto dal Sindaco del Comune fondatore e da un Collegio di revisori di nomina statale. Qualche settimana fa, a pochi mesi dal termine del 2016, l’anno della verifica dei risultati del piano industriale triennale richiesto da Bray, all’interno della legge di conversione del decreto Enti locali, già approvato alla Camera e in discussione al Senato, è stato inserito un emendamento che rinvia ad un altro decreto del Governo di fissare i requisiti che al 31 dicembre 2018 le Fondazioni dovranno avere per poter mantenere lo status attuale (e la partecipazione statale). Le altre verranno invece “declassate” a teatri lirici, perdendo partecipazione, vigilanza e probabilmente una quota considerevole di contributo statale. Secondo le indiscrezioni sui requisiti previsti, ad eccezione della Scala di Milano e dell’Accademia Santa Cecilia di Roma, il rischio di perdere il prestigio di Fondazione lirico sinfonica è concreto per tutte le altre, lasciando alla tecnica (il raggiungimento di requisiti oggettivi) il compito di colmare

impropriamente le lacune della politica. Infatti, dopo venti anni dalla prima riforma del settore, vanificata nei fatti e mortificata nei propositi, sarebbe opportuno forse partire da una riflessione generale sull’intero settore lirico sinfonico e tentare una programmazione che oltre la competizione per il primato del campione nazionale possa consentire di non disperdere competenze, professionalità e patrimonio artistico costruito nei decenni, senza dimenticare però quella vocazione originaria dell’intervento pubblico nel settore in quanto attività di interesse generale, ridotta purtroppo oggi ad una fruizione di nicchia, per non dire elitaria. Ad aggravare il quadro già complicato, si è aggiunta una sentenza del TAR del Lazio, che avendo dichiarato illegittimo il cosiddetto “Decreto Nastasi” sul riordino del sistema dei teatri, avrebbe bloccato l’erogazione del Fondo Unico per lo Spettacolo (che per circa la metà viene destinato proprio alle Fondazioni lirico sinfoniche) se non fosse stato per un pronto intervento del Consiglio di Stato che ha comunque sbloccato l’erogazione dei fondi per l’annualità in corso. In questo contesto generale, delineato in breve sintesi, l’ottimismo del Sovrintendente Bianchi e del Sindaco Nardella sui risultati raggiunti e sul futuro del Maggio, appaiono a dir poco eccessivi. Questa eccellenza fiorentina, di cui dobbiamo parlare con orgoglio, come ha invitato a fare Dario Nardella ha visto un impegno di tutta la collettività per un investimento di oltre 150 milioni di euro per la realizzazione del nuovo teatro, non ancora completato e per il quale si ipotizzava poco tempo fa un fabbisogno di ulteriori 100 mln di euro. Negli anni del commissariamento il contributo statale è rimasto sostanzialmente costante intorno ai 14,5 mln, quello regionale è passato da 3,4 mln a 4 mln circa, pareggiando così quello comunale (con la sola eccezione del 2014, in cui il Comune ha versato solo 1,9 mln). Il contributo dei “privati” (che comprendono anche varie società per azioni a capitale pubblico) si aggira intorno ai due milioni all’anno, di cui circa la metà proviene dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze. Secondo il piano di risanamento richiesto da Bray, sono arrivati alla Fondazione ulteriori 27,8 milioni di euro, per

ristrutturate il debito con le banche ed è stato operato un pesante taglio del personale, che non ha eguali tra le altre fondazioni litiche (oltre cinquanta , tra le persone licenziate e successivamente riassorbite in Ales e i pensionamenti anticipati), confermando la tendenza già in atto, con strascichi legali e quasi a 30 reintegri, sui quali forse interverrà nuovamente Ales. A fronte di entrate sostanzialmente stabili, a cui si è aggiunta, di fatto nel 2015, l’erogazione straordinaria del Fondo Bray, il totale del debito della fondazione è passato da 37,5 mln del consuntivo 2012 ai 69,7 mln del consuntivo 2015. Bianchi stesso ha parlato di un “debito consolidato” al dicembre 2015 di 59 milioni di euro, mentre il valore della produzione, pur aumentato, si aggira intorno ai 38 milioni di euro. Per fare un paragone grossolano, si noti che il Teatro della Scala di Milano vanta un valore della produzione nel 2014 di 108 mln e un debito totale di 48 mln. Nel 2018, tuttavia, annuncia il Sovrintendente, la Fondazione avrà completato il suo risanamento, puntando sull’incremento delle entrate dalla bigliettazione e sulle sponsorizzazioni. Negli anni del commissariamento il numero di spettatori paganti per le tre attività principali della Fondazione (opera, concertistica e danza) sono effettivamente aumentati da meno di 120.000 a oltre 150.000 e gli incassi si aggirano per il 2015 intorno a 3,8 mln. Bianchi si propone di portare le entrate da bigliettazione (nelle quali probabilmente rientrerà anche la contaminazione di generi annunciata dallo stesso Bianchi citando concerti di Elio e le Storie Tese e Metha/Bollani, con qualche interrogativo sulla mission della Fondazione, ci sia consentito) a 4,5 mln. Obiettivo ambizioso, ma forse non impossibile. Più arduo sembra l’altro, l’aumento delle sponsorizzazioni, che Bianchi prevede a 5,5 mln, partendo però dai 60.000 euro dell’ultimo bilancio. Ma una domanda resta aperta: anche se il flusso corrente potrà in qualche modo stare in pareggio, come potranno essere reperite le risorse per quantomeno contenere il debito ingente e in continuo aumento? E quali speranze ha il più antico Festival dell’opera italiano di rimanere tra i campioni nazionali (con relativi fondi e partecipazione statale) con queste premesse?


6 AGOSTO 2016 pag. 15 Simone Siliani s.siliani@tin.it di

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l Consiglio regionale della Toscana ha di recente esercitato il suo legittimo potere d’iniziativa per legiferare in materia di beni culturali, forte anche di un apposito fondo speciale – ottenuto a seguito di contrattazione con la Giunta regionale in sede di definizione del bilancio – per finanziamento di nuovi provvedimenti legislativi del Consiglio regionale. La legge di cui parliamo è la Legge regionale 1 agosto 2016, n. 46 Città murate della Toscana e si propone di valorizzare il patrimonio storico-architettonico costituito dalle fortificazioni murarie che delimitavano e difendevano i centri storici delle città toscane. La legge ha una chiara e riconoscibile impronta “gianiana”, cioè è stata voluta, scritta e sarà gestita dal presidente del Consiglio regionale Eugenio Giani. La paternità della legge appare evidente fin dal prolisso quanto inessenziale Preambolo che niente altro fa che esplicitare la ben nota passione del presidente per la storia fiorentina e toscana, narrato con incedere enciclopedico e didascalico. E fin qui niente da eccepire, per quanto un po’ più di sensibilità istituzionale non guasterebbe per un presidente di assemblea legislativa che la rappresenta nella sua interezza e complessità e la dirige, ma che perciò stesso dovrebbe servirla, quasi ritraendo la sua persona, e non servirsene per soddisfare le proprie passioni. Ma ciò che rende la legge sbagliata è il suo stesso impianto, sotto diversi profili. In primo luogo essa si presenta come una “leggina” manifesto di spesa, quasi un atto amministrativo appena elevato al rango di legge, completamente avulso da qualsiasi impianto programmatorio del settore, che invece dovrebbe essere la caratteristica della produzione legislativa regionale. Invece qui non vi è alcuna connessione con la normativa di settore, la Legge regionale 25 febbraio 2010, n. 21 Testo unico delle disposizioni in materia di beni, istituti e attività culturali, che è invece norma integrata con impianto eminentemente programmatorio, che

La via “gianiana” per i beni culturali

infatti non viene neppure citata nella “leggina” sulle città murate. Questo accentua il carattere occasionale e finanche vagamente clientelare della legge. Che tanto è avulsa dalle politiche strutturali della Regione sulla valorizzazione dei beni culturali che, infatti, è gestita interamente ed esclusivamente dall’assemblea legislativa, in particolare dal suo organo amministrativo, cioè l’Ufficio di Presidenza, presieduto naturalmente da Eugenio Giani, che “adotta gli indirizzi per l’emanazione del bando per la concessione dei contributi e approva “l’elenco delle domande ammissibili con relativo punteggio assegnato in base alla valutazione di qualità... e determina l’entità dei singoli contributi concessi”. Quest’organo – coadiuvato da una commissione tecnica per l’istruttoria delle domande – si presenta come il vero deus ex machina della legge, i cui effetti si riducono alla concessione di “contributi una tantum in conto capitale, a favore di Comuni che intendano realizzare interventi a sostegno della valorizzazione delle mura storiche, mediante il ripristino dell’accessibilità ai luoghi e la creazione di percorsi culturali”. Peraltro i contributi non potranno superare i 200.000 €, data l’esiguità del

fondo complessivo disponibile (800.000 €), che già di per sé denuncia la parzialità dell’intervento e la sua illogica inessenzialità. Ma questa “leggina”, pur nella sua marginalità dal punto di vista delle politiche culturali, è foriera di non pochi danni istituzionali. Prima di tutto tende a trasformare la vocazione legislativa e di alta programmazione dell’assemblea regionale, in gestione amministrativa spicciola. Il Consiglio Regionale può e deve legiferare (poi si può discutere nel merito se lo faccia bene o male), ma non esegue le leggi; per questo c’è la Giunta regionale che, per l’appunto, è l’organo “esecutivo” nel disegno istituzionale di una moderna democrazia. In secondo luogo, la legge disegna un esercizio della sua funzione esecutiva-gestionale in indifferente sovrapposizione con le politiche dell’organo esecutivo, la Giunta; con una potenziale concorrenza o conflittualità di indirizzi che vengono stabiliti in totale autonomia dai due organi, il Consiglio e la Giunta. In terzo luogo, la legge solleva aspettative che non potrà mai – se non in misura minima e comunque parziale – soddisfare e che verosimilmente resteranno frustrate data l’esiguità dei fondi disponibili: una

pessima abitudine delle politiche pubbliche da “prima Repubblica” di cui non sentiamo alcuna nostalgia. Non abbiamo dubbi che la legge consentirà di fare qualche bel comunicato stampa e qualche uscita sui media in cui si celebreranno gli esiti della “leggina”, così come certamente produrrà inaugurazioni e tagli di nastri, ma non è questo il modo di legiferare, né di concepire politiche pubbliche da parte di una assemblea legislativa di una Regione, peraltro importante nel settore come la Toscana. Noi crediamo che la valorizzazione del patrimonio storico-architettonico delle città storiche della Toscana sia un tema serio, che però non può trovare risposta in azioni spot come quelle preconizzate dalla legge. Occorre inserirla invece nell’ambito delle politiche integrate per l’intero patrimonio storico e paesaggistico toscano e non in una potenzialmente infinita parcellizzazione (perché, allora, non fare una “leggina” sui tabernacoli, o sulle pale d’altare, piuttosto che sui sentieri storici minori o sulle fonti storiche? E via così frammentando). È invece sbagliato procedere su questa strada per soddisfare le pur lodevoli passioni e le meno pregevoli ambizioni gestionali di un presidente di Consiglio regionale.


6 AGOSTO 2016 pag. 16 Franco Manescalchi novecentopoesia@gmail.com di

mangiarne per il gusto singolare. Quanto la ho poi cercata, la nostra pera Ducale…senza trovarne traccia in vivai e tantomeno in studi e cataloghi! Trovavo solo una pera invernina chiamata Del Duca o Volpina. Ma di ducale estiva, niente, solo una descrizjone del grande Giorgio Gallesio. E a quanti esperti lo domandassi, dettagliando, la risposta era sempre un vago “mi sembra”. Poi sulle pere agostane dipinte dal grande Bartolomeo Bimbi ho notato una pera simile alla mia, chiamata Cancelliera, detta così perché, come ci ricorda Targioni Tozzetti, prese il nome da chi la fece conoscere e la mise in uso (un cancelliere dei Medici). Altro nome del nostro frutto è Cosima, con evidente riferimento al Granduca Cosimo dei

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l mio podere, a Rovezzano, era un po’ un pomario della fattoria il Querceto. A partire dai margini dell’aia fino ai confini della terra coltivata gli alberi da frutto erano davvero numerosi: vicino all’aia il diospero e il giuggiolo, vere e proprie ghiottonerie a portata di mano, e poi sparse nel podere piante di susine: prugne, claudie, gocciola d’oro; di fichi dottati e neri; di pere cosce, gentili e zuccherine; di mandorle verdi (la catera che ha questo nome perché matura alla fine di aprile per Santa Caterina) , e poi albicocche, pesche. Fra i peschi, ce n’era uno di seme, piccolo e fronzuto, che maturava frutti rotondi e dolcissimi. L’ho ricercato per anni ed ho scoperto solo adesso essere stato… un pesco Lorenzino. Né mancava, poco oltre il cancello d’ingresso, un bel ciuffo di ribes, forse a simboleggiare l’antica nobiltà della cascina, mentre il grande gelso lungo il torrente Mensola testimoniava che in quel podere, fino all’800, si praticava la coltura del baco da seta e, in fondo al podere, accanto al bindolo dismesso, occhieggiava un nocciòlo ramificato. Tutta frutta ad albero o a cespuglio per uso domestico, non destinata alla vendita, come invece lo erano le verdure (cavoli, zucche, pomodori ed altri ortaggi). Le vigne erano disposte per filari lungo le viottole e le prode: si contavano filari di Trebbiano, Sangiovese, Canaiolo e, chissà per quale capriccio, una vite di uva Fragola ed una di Aleatico che era la mia prediletta. Quando i miei amici di città venivano a trovarmi era per loro una gioia staccare con le mani qualche frutto dal ramo, incantati. Come Giovanni Papini nel racconto San Martin alla Palma, incantato da sua madre che favoleggiava di un magnifico pomario. Lì, non era come in città: “Lassù, invece, nel felice San Martin la Palma, le ciliegie lustrine, le susine monache e claudie, le pere moscardelle, le roggie, le spine, le mele francesche e le lazzarole erano ancora attaccate

Gli alberi da frutto e il pero dimenticato agli alberi, tra le foglie vere, coi piccioli verdi, tutte fresche da potersi cogliere a volontà”. Poi, dal vero, il ragazzo Papini si trovò solo di fronte a un fico albo dai frutti non masticabili. Ma, tornando al nostro podere, l’albero di gran lunga privilegiato, era un pero estivo, maturava

alla fine di luglio e ai primi di agosto, che in famiglia veniva definito Ducale e che a maturazione i suoi frutti avevano la buccia di colore giallo ocra, come pure la polpa, da un dolcissimo sapore fruttato, quasi di melone, tanto che anche i contadini confinanti venivano a

Medici. Da qui Del duca o Ducale come si legge in alcune catalogazioni. Mentre la definizione corrente è Lardaia, derivante dalla fitta proliferazione, anche a ciuffi, dei frutti sui rami. A ultima conferma che la pera Lardaia e la nostra Ducale fossero la stessa cosa, ho trovato qualche documento anche fotografico, e un raro esemplare nel vivaio Belfiore a Lastra a Signa, dove a fine luglio mi sono recato. Era proprio lei, nel vivaio del Dott. Ugo Fiorini, che gentilmente mi ha accolto, la nostra mitizzata pera Ducale, chiamata più prosaicamente Lardaia, di cui si legge nel catalogo del Vivaio: “Varietà a frutto rotondo, giallo a maturazione, che avviene a fine luglio, molto buono prima dell’ammezzimento”. Solo che, per la stagione inclemente o altro, il frutto già cadeva al suolo prima di aver raggiunto l’ultimo stadio di maturazione. E il gusto, almeno per questa volta, non è rimasto soddisfatto.


L immagine ultima

6 AGOSTO 2016 pag. 17

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

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uesto poster in vetrina mi colpì subito per la sua originalità e per il suo senso dell’humour. “È stato Nixon” recitava il grande bottone rotondo sul vestito della ragazza clamorosamente incinta! Girando per la città mi era già capitato di vederne molti esposti nelle vetrine di numerosi negozi. Decisi di comprarlo ma al mio rientro in Italia mi resi conto che nella fretta mi ero purtroppo dimenticato di metterlo in valigiai. Nixon era stato eletto all’inizio di quell’anno ed era il 37° Presidente degli Stati Uniti. Fortemente anticomunista era stato anche vice presidente al fianco di Eisenhower. È stato l’unico presidente ad essere costretto dalla procedura di “impeachment” a lasciare il suo incarico a seguito del famoso scandalo del Watergate. Correva l’anno 1974

NY City, agosto 1969

Cultura commestibile 182  
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