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30 LUGLIO 2016 pag. 11 di

Matteo Polimeno

Feelings over facts” (sensazioni sui fatti). In quest’epoca di epigrammi chiamati tweets e di proposte legislative in forma di hashtags, questa è la sintesi della Convention del Partito Repubblicano svoltasi a Cleveland. Gli Stati Uniti stanno vivendo un’ondata di populismo conservatore nuova per la loro storia politica, ma ricca di eco degli anni della presidenza Nixon (su tutti il concetto di “Silent Majority”, ormai slogan principale dei Trump supporters), dove la realtà dei fatti lascia spazio ad un’immagine del mondo distorta dai sentimenti individuali. Paul Ryan, Speaker della House of Representatives e considerato (a torto ndr) un intellettuale tra i Repubblicani, ha sostenuto dal palco della convention che “l’economia si sente bloccata”. L’economia “si sente bloccata”, Mr. Speaker? Esattamente cosa vorrebbe dire? Ci sono metriche che consentono di misurare lo stato dell’economia di un Paese e, secondo ognuna di queste, l’economia Americana E’ in buona salute. Ancora, Newt Gingrich (Speaker della House durante il secondo mandato di Bill Clinton) ha affermato, durante un’intervista alla CNN, che “la gente sente che la criminalità violenta sia in crescita e quindi io, da buon politico, seguo i sentimenti della gente”. This is it, come si direbbe qui negli States (E questo è il punto, diremmo noi). Seguire i sentimenti della gente. In questa finzione travestita da realtà, i fatti passano in secondo piano, per lasciare il posto a ciò che le persone “pensano essere vero”. E qui veniamo alla “Scelta di Hillary”. Così come Meryl Streep ne “La scelta di Sophie” (film del 1982 diretto da Alan J. Pakula) dovette scegliere quale figlio salvare e quale lasciare morire, così Hillary Clinton la scorsa settimana ha dovuto scegliere se “lasciar vivere” l’ala, diremmo noi, “di sinistra” del Partito Democratico, che avrebbe portato alla scelta di Elizabeth Warren, senatrice dello Stato del Massachusetts molto vicina alle posizioni di Bernie Sanders, o se continuare

La scelta di Hillary

a guidare al centro della carreggiata dove, di norma, la strada non ha buche ed e più sicura. Barrare B. Hillary ha optato per Tim Kaine, ex governatore della Virginia (da sempre uno dei celeberrimi “Swing States”, cioe quegli Stati che cambiano colore da elezione a elezione e di

che sono chiave nella corsa alla presidenza), nonché centrista proprio come la ex-first lady. Politico esperto, calmo e competente. Hillary ha seguito una linea logica di pensiero, cercando di attirare il voto di quei moderati che temono lo spettro di una presidenza Trump. La

sua scelta sarebbe perfetta, se questa fosse la realtà e se stessimo giocando la classica partita politica. Ma non è così. Donald Trump, con l’aiuto del Tea Party e di Fox News, ha trasformato il Paese, ed il mondo intero, nel suo personale Reality Show, e quindi si gioca con le sue regole. La scelta di Hillary è giusta e condivisibile, ma una grossa fetta di America la “sente” totalmente sbagliata. Ha giocato sul sicuro in un momento in cui di sicuro sembra non esserci più niente, e la gente “sente” che sia il momento di rischiare. Ed Hillary non “se la è sentita”. Nel 2003 Stephen Colbert, celebre comico americano, inventò il concetto di “Truthiness” cioè una verità non supportata dai fatti, ma che viene considerata reale perché la gente “sente” che lo sia (Colbert inventò tale parola per farsi gioco delle politica estera dell’amministrazione Bush ndr). E questa sarà proprio la battaglia delle elezioni 2016: Truthiness vs Truth. La “truth” ha la ragione ed i fatti dalla sua, ma la “truthiness” si sente più forte. Chissà chi la spunterà.

30% dell’opera e già speso più di 700 milioni, oltre ad aver abbattuto 4 palazzi e una scuola facendo spostare famiglie e studenti, e provocato disagi e ferite a centinaia di famiglie che hanno subito di tutto, dai rumori alla polvere, dalle crepe alle cantine puntellate, fino a dover vendere sottocosto la propria casa, ebbene dopo aver fatto tutto sto casino arriva il ribaltone. Dai palazzi che contano ci fanno sapere: scusate abbiamo sbagliato, a Firenze niente nuova stazione e forse si può fare a meno anche del tunnel. E pazienza se ogni mese si spendono 2 milioni di soldi di tutti per tenere aperto due cantieri con 500 operai che traccheggiano. Pazienza se le ditte hanno già ordinato la copertura in vetro e acciaio per coprire la voragine dove avrebbe

dovuto nascere la Foster. Pazienza se il Comune ha appena dato via libera alla deroga ai limiti acustici in modo da prolungare l’attività fino alle 22 per la messa in opera della copertura hitech. Pazienza se il ribaltone costerà alla casse pubbliche salate penali. Insomma a Firenze idee ancora generiche e confuse hanno preso il sopravvento rispetto ad un progetto approvato dopo anni di discussioni e lunghi iter burocratici, già finanziato e realizzato per un terzo e provocato ferite alla città. Si è stoppato un progetto destinato a migliorare, una volta per tutte, la vita dei 200 mila pendolari che ogni giorno usano i treni regionali. Se oggi, nella città del Rinascimento, accade tutto questo, più di qualcuno statene certi si rigirerà nella tomba.

Remo Fattorini

Segnali di fumo A Firenze succede così. Succede che un giorno ti svegli e vieni a sapere che non si farà più la nuova stazione Foster, quella per i treni ad alta velocità e che anche il tunnel non sarà più quello, ma diverso e più corto. Son cose che accadono, per fortuna solo a Firenze. Non molto distante da noi, a solo mezz’ora di treno - a Bologna, tanto per dire - la stazione passante sotterranea, decisa e appaltata dopo quella di Firenze, è già finita e funzionante, con tutti i vantaggi per la connettività tra servizi ad alta velocità e quelli locali. Ma Firenze, com’è noto, non è Bologna. Da noi, dopo 25 anni dal via libera (il primo atto per realizzare queste opere risale al 1993), dopo aver approvato progetti, firmato contratti con relative penali, assegnato i lavori, aperto i cantieri, realizzato il

Cultura commestibile 181  
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