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Con la cultura non si mangia

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N° 1

“Ieri sono passata per via Nazionale e nelle stradine intorno c’erano montagne di sacchetti neri fuori dalle porte dei ristoranti: in un momento di allerta terrorismo non si può lasciare in strada una montagna di sacchetti dove potrebbe nascondersi una bomba” Paola Muraro, assessore all’ambiente di Roma

Bombe sporche editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012


Da non saltare

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Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

Viviamo un momento eccezionale per la fotografia, perché il mondo dell’arte la accoglie come mai prima d’ora, ed i fotografi considerano la galleria o il libro come il luogo naturale per il proprio lavoro”. Così esordisce Charlotte Cotton, storica inglese di arte e fotografia nel suo libro del 2004 “The Photography as Contemporary Art”, pubblicato anche in Italia (Einaudi 2010). In effetti il momento in cui il mondo dell’arte comincia ad interessarsi alla fotografia è precedente, e coincide con il momento in cui il mondo della fotografia cessa di interessarsi alla pittura. Ovvero, se preferiamo, con il momento in cui anche lo stesso mondo dell’arte comincia a disinteressarsi della pittura in quanto tale. In un alternarsi di apparenti contraddizioni, la fotografia si pone al centro della scena come uno strano oggetto, difficilmente definibile sia sul piano filosofico che su quello semiotico ed estetico, ed è questa sua difficoltà di interpretazione ad affascinare quegli artisti che considerano chiuso il ciclo della pittura e cercano nuovi strumenti espressivi. Dal punto di vista filosofico la fotografia non è né un’arte del tempo né un’arte dello spazio, ma riassume in sé ambedue le caratteristiche. Dal punto di vista semiologico è un segno (legisegno dicente) ma anche un testo, sembra un’icona ma funziona come un indice, mentre dal punto di vista estetico sembra un quadro, ma funziona come un ready-made. Di fronte al fenomeno della fotografia gli artisti contemporanei adottano stili e comportamenti diversi, in funzione del loro vissuto, delle loro motivazioni e delle loro esigenze espressive. Molti artisti esauriscono la propria attività nell’esplorazione del mezzo tecnico, della flessibilità dei materiali, dei cromatismi, delle geometrie, perfino dei supporti fisici dell’immagine, operando ancora più da pittori che da fotografi. Altri passano dall’immagine fotografica spesso anonima che documenta un’azione artistica, all’immagine fotografica intesa essa stessa come oggetto artistico, ovvero passano all’azione artistica vista quasi esclusivamente come occasione per la realizzazione di immagini

Fra arte e fotografia


Da non saltare

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fotografiche, che rimangono il vero risultato tangibile dell’azione artistica stessa. A tale scopo programmano e costruiscono eventi e messe in scena potenzialmente adatti alla realizzazione delle immagini fotografiche desiderate. Al limite di questa tendenza ricreano delle immagini simili a quelle che hanno storicamente condizionato il nostro passato, immagini storiche riviste e reinterpretate, ora in chiave dissacratoria, ora in chiave simbolica o celebrativa. Al contrario di queste tendenze, si realizzano immagini povere di contenuti visivi qualificanti, dei veri e propri punti di vista perfettamente calibrati sul concetto di vuoto e di assenza. Quando questa assenza viene compensata da presenze accidentali, costituite da persone o da cose, queste vengono messe al centro dell’immagine con lo scopo evidente di suggerire altro, non in chiave meccanicamente simbolica, ma evocativa di potenzialità espressive latenti che l’osservatore è tenuto a sviluppare per proprio conto. Altri artisti privilegiano fotograficamente la propria intimità, mettendo a nudo spaccati della propria esistenza, e realizzando grazie alla registrazione fotografica quella unità fra vita ed arte che da sempre è il massimo desiderio di chi pratica l’arte per se stessa. Ma a fronte degli artisti fotografi autobiografici ed autoreferenziali, un numero maggiore di artisti esplicitano, attraverso la scelta dei temi e dei momenti della ripresa, il loro rapporto con il mondo, nella ricostruzione attraverso le immagini di tipo “non giornalistico” degli eventi quotidiani, dai più banali ai più drammatici. Attraverso la selezione visiva il mondo viene destrutturato e rimontato in chiave individuale, quasi un invito al pubblico a mettere in atto processi analoghi, allo scopo di sovvertire la percezione del reale così come viene imposta dai media, uno stimolo alla autodeterminazione del racconto del mondo mediante meccanismi autonomi di elaborazione soggettiva. Attraverso questi processi gli artisti fotografi accorciano, magari inconsapevolmente, la distanza che hanno voluto intenzionalmente frapporre fra se stessi ed i fotografi artisti della generazione che li ha preceduti.


riunione

di famiglia

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Le Sorelle Marx La notorietà del presidente Eugenio Giani ormai non conosce limiti culturali e geografici, travalica i confini continentali dell’Occidente per diffondersi nei quattro angoli della terra, compresa la penisola arabica. Nei giorni scorsi il Nostro ha ricevuto la visita della delegazione di uno dei sette Emirati Uniti, quello di Fujairah, guidata da Sharif Habib Al Awadhi, detto al-Brontoladhi. La discussione, oltre i convenevoli di rito, era fiacca perché gli emissari dell’emiro non sembravano particolarmente interessati alla storia di Fiorenza negli ultimi 8 secoli in 2 minuti che il Nostro stava loro ammannendo. A questo punto il Nostro Eugenio d’Arabia ha calato il suo asso nella manica: il calcio! Allora si sono animati gli occhi di al-Brontoladhi perché la squadra del Fujairah è appena salito in serie A. Pare addirittura

Eugenio d’Arabia

I Cugini Engels

Martirologio urbanistico Elenco - non esaustivo - degli architetti che hanno progettato per Firenze, partecipando a concorsi e selezioni pubbliche e private, negli ultimi anni senza vedere realizzate le loro opere. Gae Aulenti (Impianto di Termovalorizzazione di Case Passerini a Sesto Fiorentino) Sir Norman Foster (Stazione AV Circondaria della linea ferroviaria veloce Milano- Napoli) Vittorio Savi-Christophe Girot-Marco Casamonti (Piano urbanistico esecutivo di Castello) Arata Isozaki (Uscita della Nuova Galleria degli Uffizi) Jean Nouvel (Albergo in viale Belfiore) Tommaso Bertini (Nuova sede dell’Urban Center a Novoli) Zaha Hadid- Carme PinosOdile Decq (Edifici residenziali area est ex Fiat a Novoli) Bruna&Mellano-Alessandro Bucci-Ipostudio-Mauro Galantino-Werner Tscholl-Alfonso Cendron-Alberto Ferlenga- Archea- Cristofani&Lelli (Edifici residenziali area ovest ex Fiat a Novoli) Bruno Zevi e Alberto Breschi (Stazione AV Belfiore della linea ferroviaria veloce Milano-Na-

poli) Gian Franco Di Pietro- Teresa Gobbò (Piano urbanistico esecutivo di Castello 1989) Gabor Aczel- Michael Weiss-Christian Scaller e Helmut Theodor-Vinicio Somigli,Sergio Sozzi,Ugo Sanseverino,Antonella Cortesi,Piero Paoli,Bianca Ballestrero,Pierluigi Nervi-RobertoMaestroe Walter Di Salvo-Francisco Edoardo e Sanin Restripo-Adolfo Natalini, Alessandro Chimenti,Augusto Mazzini,Francesco Re,Odoardo Reali,Giancarlo Rossi,Salvatore Romano-Franco Landini,Sergio Agostinelli,Francesco Barbagli,Augusto Cagnardi,Luigi Cerri,Vittorio Gregotti,Riccardo Roda-Sture Koinberg e Forshed Kjell-Bernd Stanzel,Kurt Puchinger,Werner Rosinak (Concorso “Un’idea per le Murate” Ammessi al secondo grado mai svolto) Luigi Airaldi-Giuseppe Samonà-Loris Macci- Carlo Aymonino e Aldo Rossi- Emilio Battisti- Augusto Cagnardi- Italo Castore- James Stirling (Concorso per l’Area Direzionale di Firenze) Una prece.

che, in conseguenza del fausto incontro, siano in corso trattative fra Corvino e al-Brontoladhi per l’approdo alla Fiorentina di Ahmed Murad Ali, promettente attaccante del Dibba Al-Fujairah. Ha commentato Eugenio d’Arabia: “L’ho sempre sostenuto: il calcio unisce i popoli! In questi giorni ho fatto da Cicerone alla delegazione degli Emirati Arabi guidata da Sharif Habib Al Awadhi dell’Emirato di Fujairah per promuovere la #Toscana e le nostre grandi bellezze. E come sempre, si è finito per parlare di calcio, della Fiorentina e della loro squadra, il Fujairah”. La cerimonia si è conclusa con il tradizionale scambio di omaggi: la maglia rosso-bianca del Fujairah per Eugenio d’Arabia e una fascia bianco-rossa (con Pegaso) della Toscana per al-Brontoladhi. Alla fine buffet con bomboloni fiorentini e basbousa arabi: pregevole iniziativa.

Lo Zio di Trotzky

La droga di Adinolfi

Nel surreale dibattito che ha seguito la calendarizzazione del dibattito parlamentare sulla legalizzazione della cannabis non manca la presa di posizione di Mario Adinolfi, che dunque non perde l’occasione per ampliare la riflessione, per allargare l’orizzonte e darci una considerazione sulle sue aspirazioni umane. Ecco cosa ha consegnato a twitter il 23 luglio scorso: “Avrei voluto essere il ribelle di una società bigotta, ma in una società di

troie e rottinculo l’unica ribellione possibile è essere bigotti”. Non voglio entrare nel merito dell’affermazione di Adinolfi ma rivolgermi qui a tutti gli scettici sulla liberalizzazione delle droghe leggere. A tutti quelli che, in buona fede, sono sinceramente preoccupati per gli effetti che le droghe hanno sulla salute e sulla psiche dei nostri ragazzi. Ecco a tutti loro oggi mi sento di dire soltanto una cosa: Adinolfi non si droga.


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È mancato nella mattina di giovedì 28 luglio all’età di 83 anni il Maestro Antonio Possenti. Solo qualche giorno fa, presso la bellissima Fortezza di Mont’Alfonso a Castelnuovo Garfagnana (Lu) è stata inaugurata la sua tanto attesa mostra personale dedicata all’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, ma Antonio Possenti non aveva potuto partecipare per i problemi di salute che lo affliggevano da tempo. Nato a Lucca l’11 gennaio 1933, Possenti ha fatto del viaggio la sua principale passione, tornando sempre nella sua amatissima città, in quella Piazza Anfiteatro dove ha sempre mantenuto lo studio. Influenzato dall’incontro con Marc Chagall in Costa Azzurra nel 1957, nel corso della sua lunghissima carriera ha esposto nelle principali gallerie di tutto il mondo. 

Tutte le immagini courtesy Collezione Carlo Palli, Prato

Antonio Possenti con Franco Ristori Marco Palamidessi marco.palamidessi@email.it di

N

on so quante volte in questi anni abbia immaginato una giornata simile, e proprio oggi è quel bruttissimo giorno tanto simile al vero da essere surreale, tanto disarmante come la telefonata che me lo ha annunciato. Difficile a credersi, figuriamoci a dirsi. Mi solleva il fatto, perchè un fatto è, che i veri artisti come Lui non muoiano mai, perchè i veri artisti vanno a essere se stessi da un’altra parte, in quell’Altrove e Altri luoghi che fanno parte della sua ultima mostra. Mi rendo conto di

Antonio verso Altri luoghi

quanto sia vano e fiacco anche il sollievo, goccia amara interrotta nella gola. Come tutti devo trovare quel forzato coraggio di abbandonarmi a tutte le emozioni che verranno in questo dolorosissimo momento. Alla Bellezza, come al più grande dolore, si addice solo il silenzio. Non ci sono parole, e chi ha fatto delle parole la propria vita, come chi ha fatto della pittura la propria anima, sa bene quanto sia difficile esprimersi davanti a tutto questo. Siamo tutti diminuiti,

ma felici di averlo conosciuto, mentre vediamo l’Arte con il braccio listato di nero. Di sicuro piangerò quella parte di me che in Lui è sepolta. Più prego, e più mi sembra che le preghiere siano tutto quello che non siamo riusciti a dire: con Antonio ho parlato un’infinità, è impossibile non farne tesoro, e non esiste nè rimorso nè rimpianto, una cosa non fatta o non detta. Il Maestro è sempre stato di tutti, come l’Anfiteatro, la Torre Guinigi e l’Arcangelo Michele: sorrideva

quando lo dicevo, contraddicendomi come sempre e come solo Lui sapeva fare. Stavo scrivendo il mio libro su di Lui, una goccia in quel mare di parole che la sua arte meravigliosa ha fatto versare. La più grande amarezza è che Lui non lo leggerà. Immagino la sua sedia vuota, i colori ancora freschi, i quadri non ancora finiti, i rinoceronti che lo aspettano, e quell’ultimo naufragio che non volendo ci sta facendo vivere. Siamo tutti sulla spiaggia che gli facciamo ciao


30 LUGLIO 2016 pag. 6 Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com

Addio Antonio

di

U

n altro grande protagonista dell’Arte toscana e internazionale ha lasciato un vuoto incolmabile in questo presente ricco di delusioni e di amarezze. Antonio Possenti si è spento all’età di 83 anni nella sua amata Lucca, patria di grandi personaggi. Una vita vissuta per l’Arte e per quel difficile mestiere di pittore che molti rincorrono nell’utopia e nella speranza; una vita dedita alla creazione e alla narrazione, fra ironie e proteste, fra paure e incanti, fra mondi illusori e paesaggi fantastici. Nelle tele del Maestro vive con chiarezza la volontà di esprimere tutto se stesso e la propria vena creativa, a tratti istintuale e ad altri razionale. Animali, personaggi e contesti paesaggistici mobilitano un insieme di happening a cui è impossibile non partecipare, nei quali è necessario lasciarsi andare, sognare e meravigliarsi in una contemplazione estatica che gode la bellezza del momento. Nel caos cromatico e avvolgente prendono vita storie che stregano e ammaliano lo spettatore: bizzarrie e situazioni affollano una prassi artistica fluida e trasparente, originale e al contempo aristocratica, vicino e lontana da una favola quotidiana che sembra tanto reale da sublimare il vero e il concreto della materia vivente. In questo universo di alterazioni e caricature l’esistenza si riduce all’essenziale, in virtù di una bellezza senza tempo che si insinua nell’alfabeto personale di un’artista che ha aperto la strada a un’Arte capace di catturare la fantasia e di inserirla tangibilmente nel contemporaneo senza soluzioni formali, retoriche e astratte, ma con una semplicità che non lascia scampo. Antonio Possenti ha giocato nell’ambiguo campo del rovescio e dell’apparenza, nella dimensione labile dell’incerto, nel deforme, nell’onirico e là dove colore e disegno dominano stati di conoscenza sempre nuovi. Nell’assurdità dell’esistenza contemporanea l’artista si è fatto portavoce di una visione stupefacente con espedienti innovativi, privi di schemi precostituiti. Le vicende dominanti sono restie alla classificazione e all’ordine: tutto rimanda a tutto e niente è uguale

La grandezza

Tutte le immagini courtesy Collezione Carlo Palli, Prato

di un

maestro

a se stesso, come una spirale prosastica che trascende i propri limiti e i propri confini. Antonio Possenti ha saputo scavare nelle memorie dell’uomo di oggi, nella sua Storia e nella sua vita, analizzando e fantasticando, creando e intuendo senza freni e senza chiudersi in termini riduttivi. Qui sta la grandezza del Maestro, l’immensa sensibilità di un artista senza tempo, originale, indimenticabile e inimitabile.


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Armonie alsaziane

Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it di

una riscoperta che si è manifestata a più riprese. A Strasburgo è nata l’Association Marie Jaëll. Sempre in Francia, ma stavolta a Lione, è stato pubblicato il libro Marie Jaëll, un cerveau de philosophe et des doigts d’artiste, a cura di Laurent Hurpeau (Symétrie, 2004). Cora Irsen, una valida pianista tedesca, sta realizzando l’integrale delle sue composizioni per piano (ha già pubblicato tre dei quattro CD previsti). In questo fermento si inserisce a pieno titolo la pubblicazione di cui si diceva sopra. Si tratta di una scelta antologica intelligente, nella quale si alternano brani per piano e composizioni orchestrali eseguite da varie formazioni. In vari casi si tratta di prime registrazioni assolute. Fra gli autori dei testi spiccano la compositrice Florence Launay e Alban Ramaut, musicologo noto per i suoi studi sul romanticismo francese. Il volume contiene anche due brevi testi della musicista in questione. Meritano una lode sincera la cura editoriale e l’alto livello musicologico. Eseguiti da musicisti di ottimo livello, i dischi trovano nei testi il necessario complemento. La musica ha bisogno di essere spiegata e contestualizzata, anziché ridursi a un ammasso informe di suoni che vengono “scaricati” e inghiottiti dalle orecchie.

I

musicisti dimenticati o trascurati sono tanti. Se poi si tratta di donne, il numero raggiunge cifre altissime: in questo caso sono poche quelle che vengono ricordate. Fortunatamente ci sono diverse iniziative editoriali, piccole ma agguerrite, che svolgono un’opera preziosissima divulgando il vasto panorama musicale femminile. Una di queste è Palazzetto Bru Zane, un centro culturale dedito alla musica romantica francese, che ha sede nell’omonima villa veneziana. Recentemente questa casa editrice ha pubblicato un’elegante confezione dedicata alla compositrice alsaziana Marie Jaëll. Il volume con testo bilingue (francese e inglese) contiene tre CD. Ma trattandosi di una musicista poco nota in Italia è necessaria una digressione biografica. Marie Trautmann nasce nel 1846 a Steinseltz. Il padre è il sindaco del paese alsaziano, che durante la vita della musicista diventerà tedesco (1871) e poi ancora francese (1919). Sostenuta dalla madre, appassionata di musica, la piccola Marie comincia a prendere lezioni di piano a sei anni. Ne ha appena nove quando suona in pubblico per la prima volta. Quindi inizia un’attività concertistica regolare che la porta anche all’estero. Nel 1866, mentre studia al Conservatorio di Parigi, sposa Alfred Jaëll, già affermato come pianista. Molto più vecchio di lei, il marito è stato un allievo di Chopin.  I due cominciano a suonare insieme, alternando interpretazioni di Beethoven, Liszt e Schumann a composizioni originali. Dopo la morte del marito, avvenuta nel 1881, la compositrice comincia a studiare con Liszt. Il grande musicista ungherese manifesta apertamente la propria ammirazione per lei: “[Marie Jaëll] ha il cervello di un filosofo e le mani di un’artista”. In effetti il suo impegno non rimane limitato alla musica tout court, ma investe anche la pedagogia e la tecnica pianistica. L’artista muore a Parigi nel 1925 lasciando una ricca varietà di composizioni: brani per piano, per orchestra, musica da camera, melodie… Negli ultimi vent’anni la compositrice alsaziana è stata oggetto di

Lido Contemori lidoconte@alice.it di

Il migliore dei Lidi possibili

Cime tempestose Disegno di Lido Contemori Didascalia di Aldo Frangioni


30 LUGLIO 2016 pag. 8 Simonetta Zanuccoli simonetta.zanuccoli@gmail.com di

N

Proust all’asta

Massimo Cavezzali cavezzalicartoons@hotmail.com di

Scavezzacollo

el maggio di quest’anno a Parigi è stata messa all’asta una parte dell’universo intimo di un grande scrittore, Marcel Proust. I 120 pezzi presentati, fotografie, lettere ai suoi amici e amanti, manoscritti, disegni... facevano parte della collezione privata della sua famiglia che, passando via via in eredità, è arrivata alla pronipote Patricia Mante-Proust che con la sua vendita ha ricavato 1,24 milioni di euro. Patricia aveva già collaborato insieme a Mireille Naturel ha scrivere il bel libro Marcel Proust: l’arche et la colombe, ma gli archivi inediti dello scrittore lì raccolti erano in realtà conosciuti perchè in gran parte conservati al musée Marcel Proust a Illiers-Combray. A l’asta di Sotheby invece, oltre a preziosissime ed inedite testimonianze letterarie come il testo A l’ombre des jeunes filles con le varianti scritte a mano da Proust che, non potendolo pubblicare nel 1914 a causa della guerra, ne aveva approfittato per correggere il testo (che poi vincerà il premio Goncourt nel 1919) e un’edizione originale di Dalla parte di Swann con una dedica autografa lunga 3 pagine al diplomatico Walter Berry, sono andati dispersi tra collezionisti di tutto il mondo pezzi della vita più segreta di Proust. Alcune di queste testimonianze sono innocenti come la lettera del 1893 all’amato e severo padre, Adrien Proust, medico di fama internazionale, che sognava per il figlio una carriera sicura e non riusciva a capire come la letteratura potesse essere un mestiere, nella quale Marcel, assicurava di stare preparando il concorso per gli Affari Esteri con alla fine una nota, forse ironica, che tutte le altre cose come le lettere e la filosofia sono una perdita di tempo. Altre, quelle che più chiaramente svelavano la sua omosessualità inaccettabile al tempo in una famiglia borghese, erano state da questa censurate e sempre mantenute nascoste. Come quelle al musicista Reynaldo Hahn che aveva incontrato nel salotto letterario di madame Lemarie. Reynaldo cantava una delle sue composizioni. Nasce così uno dei più

grandi amori di Proust. A lui lo scrittore legge per la prima volta Du cote de chez Swann. In una lettera di 6 pagine venduta al miglior offerente per 20.000 euro Marcel confessa a Reynaldo sei la persona che insieme a mia madre amo di più al mondo. Poi l’amore finisce ma resterà un forte legame fino alla morte e oltre...(le loro tombe sono vicine nel cimitero monumentale di Pére Lachaise). La nascita del nuovo amore con lo scrittore Lucien Daudet è testimoniata da una foto del 1896, nella quale si vede Lucien accanto a Marcel, sguardo languido e braccio sulla sua spalla, e a un loro amico, Robert de Flers. Il negativo fu distrutto dallo stesso Proust su insistenza dei genitori che ritenevano questa una testimonianza compromettente. La foto, l’unica copia, rimase tutta la vita accanto a Marcel, in seguito celata nella collezione privata della famiglia per poi essere esposta e venduta all’asta insieme ad alcune lettera della fitta corrispondenza amorosa tra i due compresa quella, ormai a fine relazione, dove un geloso Proust scriveva... mentre io ti amo molto meno, tu non mi ami affatto. Passeggiando per Parigi mi sono fermata davanti all’elegante vetrina di una nota libreria antiquaria. Al posto d’onore era esposta una di queste missive intime. Il testo manoscritto da Proust era anche stampato in un cartoncino accanto per renderlo più facilmente leggibile. Non l’ho letto e con tristezza mi sono allontanata dalla vetrina.


30 LUGLIO 2016 pag. 9 Barbara Setti e Simone Siliani twitter @Barbara_Setti s.siliani@tin.it di

S

i aprono, di tanto in tanto, nuovi musei a Firenze e, dunque, si rendono necessarie le nostre incursioni – come già facemmo per molti musei su queste pagine negli anni passati – per valutare il museo dal punto di vista del pubblico; il suo approccio, la sua persistenza nell’esperienza culturale e di visita, i suoi servizi, la sua narrazione. Non potevamo mancare di visitare il nuovo Museo degli Innocenti di piazza SS.Annunziata a Firenze. Intanto perché da tempo si attendeva la riapertura dopo i lunghi lavori di riallestimento e riorganizzazione. E poi, soprattutto, perché è davvero un pezzo di storia nobile, eppure forse non abbastanza conosciuta, della città. Si dirà altrove, in questa rivista, delle porte dorate con cui il museo si apre sulla piazza; noi qui ci curiamo dell’interno. L’inizio non è molto promettente: si scendono tre gradini e si entra in un piccolo ambiente – anonimo e standard nel suo grigiore – dove si erge subito, minaccioso, davanti al visitatore, il desk della biglietteria. Va beh, normale, si dirà, e per molti aspetti inevitabile. Ma il desk si presenta come un essere che vive di vita (o di fissità) propria perché gli schermi dei PC coprono gli esseri umani, costretti ad affacciarsi per individuare i visitatori. “Si comincia male”, pensano i nostri due snob visitatori. E rimane quella fastidiosa sensazione che spesso prende quando si entra nei nuovi musei, o anche nei nuovi siti di mostre: lindi, uniformi, con quella texture al pavimento e alle pareti tutta uguale, che fa molto spa di lusso. Ma quando si entra nella prima stanza le cose migliorano decisamente. Due video (necessarie le audioguide: costano 3 € in più sul costo contenuto del biglietto, 7 €; aspettiamo l’apertura completa del museo per vedere se verrà ritoccato) che raccontano la vicenda storica dell’Istituto nella Firenze medievale e poi su su nei secoli fino agli ultimi interventi ottocenteschi. Il video inquadra la vicenda dell’Istituto degli Innocenti nel più

Il racconto degli Innocenti

complesso e articolato sviluppo del sistema di assistenza sociale e sanitaria e di accoglienza e promozione dell’infanzia della Firenze medievale, rinascimentale e moderna. Questo è quello che volevamo vedere: un museo che ha una storia da raccontare e che la racconta senza timore perché sa che quella storia è più importante delle opere che espone (e qui vi sono anche quelle). Poteva essere l’ennesimo (e inutile) museo che espone e invece il Museo degli Innocenti è un museo che racconta, che narra una diversa storia - che non è meno importante di quella artistica – di Firenze. Finalmente. L’animazione, pur ben fatta, concede troppo a quella dei videogiochi (tanto che ti aspetti di trovarti, da un momento all’altro, in Assassin’s Creed) e anche la musica tende un po’ allo standard Microsoft. Ma quel che conta è l’impostazione, che a noi ha convinto. La storia si dipana attraverso pannelli diacronici, opere,

simboli e soprattutto la sala dei segni di riconoscimento: medagliette lasciate insieme ai bambini nella ruota dell’istituto (divise a metà, così che l’altra parte consentisse di ritrovare i genitori), piccoli oggetti contenute in cassettiere che permettono di essere osservate e ricondotte alla storia di ogni singolo bambino, con la sua data di consegna. Un deposito di storie di solidarietà, di povertà, di sofferenza, ma anche di sopravvivenza, di futuro che commuove. A questo si collegano fotografie (e supponiamo che l’archivio documentario e fotografico sia sterminato, tanto da consentire una rotazione o un arricchimento continuo di quanto esposto). Poi i video con le testimonianze degli ultimi “nocentini”: bellissimi, veri, commoventi, vivi! Alla fine di questo percorso storico i visitatori hanno la possibilità di dire la loro, di scrivere una loro storia sull’esperienza della visita: anche questo un segno di attenzione al visitatore, di interesse

sulla sua esperienza di visita e di comprensione della storia che il museo racconta. Un museo in divenire perché è in allestimento la parte Novecentesca, che promette di essere altrettanto interessante e coinvolgente di quella più antica. Al piano terra le meravigliose architetture brunelleschiane, i Cortili degli Uomini e delle Donne, capolavori della misura architettonica fiorentina, e a quello superiore le collezioni d’arte. Queste ultime in un allestimento sobrio ed elegante, che permette di apprezzare il contesto architettonico in cui si trovano, senza sovrapporvisi e annichilirlo, come talvolta succede in musei che hanno opere importanti da esporre. E qui ve ne sono alcune che da sole basterebbero a fare un importante museo d’arte di successo in molte parti del mondo, ma che a Firenze rischia di risultare un po’ marginale. Ma sarebbe un errore e basti citare i nomi di Sandro Botticelli, Domenico Ghirlandaio, Bartolomeo di Giovanni, Piero di Cosimo, Neri di Bicci, Luca e Andrea della Robbia e Giovanni del Biondo per rendersi conto che non siamo in un museo minore. Le famose formelle, i 10 Putti di Andrea Della Robbia che caratterizzano la facciata dello Spedale sono presentate, a campione, in un allestimento essenziale che però consente di apprezzarle da vicino, a seguito del restauro operato nei lunghi anni di allestimento del museo. Pregevoli le attività laboratoriali per i bambini, ça va sans dire; notevole l’apparato iconografico; il bookshop, ci auguriamo, in via di sviluppo giacché è ridotto all’essenziale e soprattutto limitato all’editoria per ragazzi. Menzione a sé merita il Caffè nel Verone quattrocentesco: con una vista così, potresti servire pane e acqua e nessuno si lamenterebbe; per questo è ancora più rimarchevole il discreto menù e gli arredi non dozzinali che si offrono. Per noi il voto è 8 ½ e un caldo consiglio a visitarlo... soprattutto ai fiorentini.


30 LUGLIO 2016 pag. 10 Roberto Mosi mosi.firenze@gmail.com

con il canto degli uccelli il tambureggiare del picchio il saliscendi degli scoiattoli. Il libro scivola dallo zaino, leggo ad alta voce Dalla parte di Swann.

di

Il Giardino Botanico di Monsieur Proust” è il titolo dell’Antologia pubblicata nel 2014 da www.laRecherche.it per il 143° anniversario della nascita (10 luglio 1871). Èun omaggio allo scrittore che pur segregato nella sua casa parigina per una terribile asma, rivela nelle pagine de La Recherche che va componendo, conoscenze e doti di abile giardiniere e di paesaggista innamorato della natura. Abbiamo partecipato all’Antologia con la poesia che segue, Il profumo del biancospino, pensando ai ricordi del Narratore:“Quando, al momento di lasciare la chiesa, mi inginocchiai davanti all’altare, tutt’a un tratto, rialzandomi, sentii che i biancospini esalavano un odore dolceamaro di mandorle” (“Dalla parte di Swann”). Il componimento porta il sottotitolo Il sentiero di Andrea: è il riferimento a un breve percorso aperto nel bosco di Monte Senario per ricordare un operario forestale deceduto in giovane età, fra alberi imponenti che sembrano avere la forma di giganti, macchie di biancospino, i resti di un’antica cisterna utilizzata una volta come ghiacciaia per rifornire di ghiaccio la città: un posto ideale per un “dialogo” con la natura e per fermarsi a leggere pagine de La Recherche. I disegni sono di Enrico Guerrini.. Il profumo del biancospino (Il sentiero di Andrea) Dalla parte del Convento mi aspettano Giganti folti di aeree chiome, catturano la luce del sole. “Che porti nello zaino?” chiede la voce cavernosa. “Leggerò nella radura del bosco Alla ricerca del tempo perduto”. Profumano di muschio di terra sospesa nell’aria. Proteggono giovani piante incolonnate sull’attenti in molteplici fila regolari. Ai margini del sentiero forme informi di ceppaie, antichi tagli cicatrizzati si innestano tra loro, riconquistano la vita. Cavalieri sfrontati nel profumo di una luce brillante hanno invaso i resti

Dalla parte della Città ai bordi del prato danzano leggiadre ballerine: il viola rugoso del prugnolo l’amorosa rosa selvatica il rosso dei papaveri. S’inchinano al biancospino. “Mi ricordo, nel mese di Maria ho preso ad amare il biancospino”. Suona incessante la voce della sorgente, fata amorosa e benigna. Acqua purissima il dono per il Convento, vita per il Sanatorio abitato dalla tubercolosi. Mi siedo, seguo il profilo delle colline interrotto dalla Cupola.

Proust e il profumo del biancospino della cava di pietre per il Convento sognato da Sette Giovani Nobili per le sette cime del Monte.

Giganti e Cavalieri si confondono ora ai lati del sentiero, lasciano spazio a immagini in movimento. Ascolto il silenzio intrecciato

Rende onore al passaggio la squadra dei cipressi schierata lungo sull’attenti, sullo sfondo la testa arcigna della Ghiacciaia. Emerge dalla terra, assediata da rovi: un occhio perfora le ciclopiche mura. “Dodici laghetti mi facevan corona, nelle notti d’inverno offrivano il ghiaccio da ingoiare. Dal mese di Maria un carro scendeva ogni notte in città carico di blocchi di ghiaccio, mazzi di biancospino sulla fronte dei cavalli”. Ho visto i cavalli entrare in città: il profumo amaro del biancospino risale la china del sentiero dalla profondità del tempo, incontra i personaggi ancora vivi del bosco nel Tempo Ritrovato. Roberto Mosi, Il profumo del biancospino (Il sentiero di Andrea), in AA. VV. (a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani), L’Orto Botanico di Monsieur Proust, www.laRecherche.it , n. 162, Roma 2014, pagg. 144148.


30 LUGLIO 2016 pag. 11 di

Matteo Polimeno

Feelings over facts” (sensazioni sui fatti). In quest’epoca di epigrammi chiamati tweets e di proposte legislative in forma di hashtags, questa è la sintesi della Convention del Partito Repubblicano svoltasi a Cleveland. Gli Stati Uniti stanno vivendo un’ondata di populismo conservatore nuova per la loro storia politica, ma ricca di eco degli anni della presidenza Nixon (su tutti il concetto di “Silent Majority”, ormai slogan principale dei Trump supporters), dove la realtà dei fatti lascia spazio ad un’immagine del mondo distorta dai sentimenti individuali. Paul Ryan, Speaker della House of Representatives e considerato (a torto ndr) un intellettuale tra i Repubblicani, ha sostenuto dal palco della convention che “l’economia si sente bloccata”. L’economia “si sente bloccata”, Mr. Speaker? Esattamente cosa vorrebbe dire? Ci sono metriche che consentono di misurare lo stato dell’economia di un Paese e, secondo ognuna di queste, l’economia Americana E’ in buona salute. Ancora, Newt Gingrich (Speaker della House durante il secondo mandato di Bill Clinton) ha affermato, durante un’intervista alla CNN, che “la gente sente che la criminalità violenta sia in crescita e quindi io, da buon politico, seguo i sentimenti della gente”. This is it, come si direbbe qui negli States (E questo è il punto, diremmo noi). Seguire i sentimenti della gente. In questa finzione travestita da realtà, i fatti passano in secondo piano, per lasciare il posto a ciò che le persone “pensano essere vero”. E qui veniamo alla “Scelta di Hillary”. Così come Meryl Streep ne “La scelta di Sophie” (film del 1982 diretto da Alan J. Pakula) dovette scegliere quale figlio salvare e quale lasciare morire, così Hillary Clinton la scorsa settimana ha dovuto scegliere se “lasciar vivere” l’ala, diremmo noi, “di sinistra” del Partito Democratico, che avrebbe portato alla scelta di Elizabeth Warren, senatrice dello Stato del Massachusetts molto vicina alle posizioni di Bernie Sanders, o se continuare

La scelta di Hillary

a guidare al centro della carreggiata dove, di norma, la strada non ha buche ed e più sicura. Barrare B. Hillary ha optato per Tim Kaine, ex governatore della Virginia (da sempre uno dei celeberrimi “Swing States”, cioe quegli Stati che cambiano colore da elezione a elezione e di

che sono chiave nella corsa alla presidenza), nonché centrista proprio come la ex-first lady. Politico esperto, calmo e competente. Hillary ha seguito una linea logica di pensiero, cercando di attirare il voto di quei moderati che temono lo spettro di una presidenza Trump. La

sua scelta sarebbe perfetta, se questa fosse la realtà e se stessimo giocando la classica partita politica. Ma non è così. Donald Trump, con l’aiuto del Tea Party e di Fox News, ha trasformato il Paese, ed il mondo intero, nel suo personale Reality Show, e quindi si gioca con le sue regole. La scelta di Hillary è giusta e condivisibile, ma una grossa fetta di America la “sente” totalmente sbagliata. Ha giocato sul sicuro in un momento in cui di sicuro sembra non esserci più niente, e la gente “sente” che sia il momento di rischiare. Ed Hillary non “se la è sentita”. Nel 2003 Stephen Colbert, celebre comico americano, inventò il concetto di “Truthiness” cioè una verità non supportata dai fatti, ma che viene considerata reale perché la gente “sente” che lo sia (Colbert inventò tale parola per farsi gioco delle politica estera dell’amministrazione Bush ndr). E questa sarà proprio la battaglia delle elezioni 2016: Truthiness vs Truth. La “truth” ha la ragione ed i fatti dalla sua, ma la “truthiness” si sente più forte. Chissà chi la spunterà.

30% dell’opera e già speso più di 700 milioni, oltre ad aver abbattuto 4 palazzi e una scuola facendo spostare famiglie e studenti, e provocato disagi e ferite a centinaia di famiglie che hanno subito di tutto, dai rumori alla polvere, dalle crepe alle cantine puntellate, fino a dover vendere sottocosto la propria casa, ebbene dopo aver fatto tutto sto casino arriva il ribaltone. Dai palazzi che contano ci fanno sapere: scusate abbiamo sbagliato, a Firenze niente nuova stazione e forse si può fare a meno anche del tunnel. E pazienza se ogni mese si spendono 2 milioni di soldi di tutti per tenere aperto due cantieri con 500 operai che traccheggiano. Pazienza se le ditte hanno già ordinato la copertura in vetro e acciaio per coprire la voragine dove avrebbe

dovuto nascere la Foster. Pazienza se il Comune ha appena dato via libera alla deroga ai limiti acustici in modo da prolungare l’attività fino alle 22 per la messa in opera della copertura hitech. Pazienza se il ribaltone costerà alla casse pubbliche salate penali. Insomma a Firenze idee ancora generiche e confuse hanno preso il sopravvento rispetto ad un progetto approvato dopo anni di discussioni e lunghi iter burocratici, già finanziato e realizzato per un terzo e provocato ferite alla città. Si è stoppato un progetto destinato a migliorare, una volta per tutte, la vita dei 200 mila pendolari che ogni giorno usano i treni regionali. Se oggi, nella città del Rinascimento, accade tutto questo, più di qualcuno statene certi si rigirerà nella tomba.

Remo Fattorini

Segnali di fumo A Firenze succede così. Succede che un giorno ti svegli e vieni a sapere che non si farà più la nuova stazione Foster, quella per i treni ad alta velocità e che anche il tunnel non sarà più quello, ma diverso e più corto. Son cose che accadono, per fortuna solo a Firenze. Non molto distante da noi, a solo mezz’ora di treno - a Bologna, tanto per dire - la stazione passante sotterranea, decisa e appaltata dopo quella di Firenze, è già finita e funzionante, con tutti i vantaggi per la connettività tra servizi ad alta velocità e quelli locali. Ma Firenze, com’è noto, non è Bologna. Da noi, dopo 25 anni dal via libera (il primo atto per realizzare queste opere risale al 1993), dopo aver approvato progetti, firmato contratti con relative penali, assegnato i lavori, aperto i cantieri, realizzato il


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Fiori invernali da New York a Siena

Luisa Moradei moradeiluisa@gmail.com di

È una sfida accostarsi alla bellezza vertiginosa di Siena” e Francesco Clemente, dopo l’esperienza del drappellone per il Palio dell’Assunta del 2012, rilancia la sfida con una raffinata mostra nel complesso museale di Santa Maria della Scala: Fiori d’inverno a New York. Solo dieci opere, di grande formato, selezionate dal curatore Max Seidel per un’esposizione specifica, concepita come un “concerto di musica da camera storico-artistica”. Le dieci tele inedite sono state realizzate a New York a partire dal 2010 e sono suddivise in due cicli distinti. La produzione artistica di Clemente è spesso cadenzata da una conformazione ciclica egli infatti esegue i suoi lavori in gruppi che considera “come delle costellazioni”. La serie che dà il titolo alla mostra è costituita da cinque opere che hanno impegnato l’artista dal 2010 al 2016 e la cui genesi prende spunto da un mazzo di fiori che la moglie Alba aveva portato a casa un giorno d’inverno. I fiori, vengono fotografati e poi proiettati sulla tela, l’elaborazione pittorica fa il resto: riduce la durezza dei contorni fotografici e restituisce la fluidità di osservazione, tutto questo però richiede una lunga gestazione. Ce ne parla in maniera pacata spiegando che il suo interesse non si rivolge all’immagine ipnotica, fissata e definitiva ma “all’immaginario dell’universo sempre nuovo; il mio modo di procedere non consiste nel ripetere sempre la stessa opera ma nel ricominciare ogni volta da zero”, da qui l’esigenza di variazioni sul tema che si traducono in quadri “via via sostituiti”. Con una dichiarazione spiritosa ed autoironica Clemente si definisce pittore “alla giornata” nel senso che spesso riesce a realizzare un lavoro in un giorno - ma precisa che l’esecuzione di questo ciclo si è protratta per diversi anni proprio per il carattere emblematico del tema, i fiori d’inverno: fiori che appaiono “in contrasto con l’andamento più ovvio delle stagioni”. Aggiunge che la scelta del tema è stata suggerita dalla sua età anagrafica e dal suo spirito, i fiori infatti “esemplificano il contrasto tra vitalità ed età che fa parte della nostra esperienza”. Questo ciclo rappresenta quindi

una sintesi giocata sui timbri di profondità e ravvicinamento che vanificano la necessità del fondo; i fiori si materializzano grazie a un colore denso e fluido insieme, comunque misterioso, frutto di un’accurata selezione di pigmenti di origine vegetale. Come spiega lo stesso Clemente, “la tecnica di queste opere non è la pittura ad olio, si tratta di pigmenti di colore ed altri materiali poco ortodossi, come l’ossido di rame, lo stesso che viene usato nei vigneti per

proteggere l’uva, oppure la terra di quercia, che è una tinta vegetale che veniva utilizzata per disegnare già nel Rinascimento”. Sono presenti in mostra anche le opere della serie intitolata “l’Albero della vita” che rappresenta la summa del linguaggio adottato dall’artista fin dai suoi esordi e che da un punto di vista iconografico attinge liberamente dalle fonti più svariate come la mitologia classica, la storia e la letteratura orientali e l’imma-

Le architetture di  Pasquale Comegna

Berlino

ginario contemporaneo. Un linguaggio variegato che si nutre e si sviluppa in particolare nelle tradizioni contemplative dell’India, dove l’artista vive per buona parte dell’anno, ma che al tempo stesso lascia l’osservatore libero di proiettarsi dove crede e di trovare nei simboli e negli ideogrammi personali riferimenti culturali. La mostra, promossa dal Comune di Siena e realizzata in collaborazione con Opera Gruppo-Civita, chiuderà il 2 ottobre.


30 LUGLIO 2016 pag. 13 Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it di

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i va a trovare degli amici e a vedere la casa in cui si sono sistemati per l’estate a Massa Marittima, si fanno inimmaginate conoscenze e si scopre una città gioiello, arroccata in cima ad un cocuzzolo protetta da bellissime ed integre mura scandite da antiche ed imponenti porte. La piazza principale, vasta e piena di vita, sia di giorno e soprattutto la sera (almeno nella calda stagione ) presenta un bel Duomo elegante la cui costruzione fu iniziata nel 1100, vicino ad esso un Campanile, alto e corposo, alleggerito da ampie bifore e trifore. La notte la luce che lo illumina dall’interno ne aumenta fascino e magia. Il travertino con cui sono costruiti diventa di un caldo colore aranciorosato al tramonto. Le due costruzioni, un po’ oblique rispetto alla piazza, sono in cima ad alte gradinate che, rialzandole, sembrano sottolinearne l’importanza e che si riempiono di festante umanità seduta che ascolta la musica offerta, la sera della nostra visita rock a tutta, ma anche classica e lirica. Il palazzo Comunale, nato dalla unione di due torrioni, è anch’esso spettacolare, così come gli altri edifici antichi, pieni di stemmi e vestigia che ne testimoniano l’antico lignaggio di cui tutta la città è disseminata. Fra i musei, quello archeologico propone una grande ed accurata sezione preistorica. Tutto a Massa Marittima appare come fiero della storia cui appartiene, le strette stradine sono ben accudite, decorate da negozi che mantengono, tutti, antichi muri di pietra o mattoni, antichi mobili e vetrate di legno, nemmeno una di quelle orribili soluzioni ipermoderne che si vedono in Firenze, bianco ovunque, luci abbaglianti ed incombenti, musica ossessiva. Un rigattiere di classe ci mostra, con consapevole competenza, alcuni oggetti bellissimi, colleziona fiammiferi, li conserva in un delizioso mobiletto con sottili cassetti, tipo quelli per caratteri

Alla scoperta di Massa Marittima

Il nuovo Il Portolano

tipografici. In questo luglio pioviggina, un alto ed anziano signore, sull’uscio di un negozio, ci invita a comprare almeno un ombrello... anche io devo vendere qualcosa... Inizia una conversazione curiosa ed umanamente interessante, quest’uomo ciarliero,dalla brillante loquela, saputo che eravamo fiorentini, ci declama una strofa ad hoc della poesia di Fucini Fratellanza degli italiani Tutti fratelli !.. s’è strillato tanto, Ma fin a qui s’è fatto di parole ; Lei di dov’è? “Lombardo, e me ne vanto” E lei? “Son Fiorentino, se Dio vole”... Prosegue raccontandoci la storia di suo padre,senza tessera fascista all’epoca e quindi disoccupato e costretto a cercar lavoro nelle miniere delle Colline Metallifere circostanti Massa e morto per la conseguente silicosi. Si dice felice di conoscere gente di fuori, le città nelle mura sono troppo chiuse . Ci accompagna a vedere il restauro di un negozio del figlio, un sottosuolo tutto in pietra e mattoni con il soffitto ad arco, sopra,da questo sorretta ,la strada, ad una parete in fondo è appesa un’insegna di vetro, fascistissima nei contenuti e bellissima. Vi racconterò poi un affresco, che risale al 1265 circa, che allieta una parete della grande Fonte dell’Abbondanza, ai tempi unico luogo per l’approvvigionamento idrico, titolato “L’albero della fecondità”, rappresenta un albero frondoso da cui pendono, come fossero frutti, vari e completi organi maschili in semierezione, sotto, gentil donzelle cercano di acchiapparne almeno uno. Scoperto per caso in tempi recenti,restaurato sapientemente, ha reso necessario svuotare la grande fontana per preservarlo dalla deleteria umidità. Superbi panorami fuori le mura: campi ordinati, pieni di colori e striature geometriche accompagnano lo sguardo fino al mare.


30 LUGLIO 2016 pag. 14 Ines Romitti www.naturaprogetto.eu di

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alendo l’antico ripido percorso della via Vecchia Fiesolana che da San Domenico conduce a Fiesole, si incontra, davanti a villa Rondinelli, la targa “Largo Pietro Porcinai” qui apposta dai primi di giugno. Una testimonianza, un omaggio che il Comune, al termine del Convegno che con tre giornate di mostre, visite a giardini, ha voluto tributare al Maestro indiscusso la cui vita è legata fin dalla nascita alle immagini speciali che hanno ispirato la sua poetica. Per Porcinai il suo paesaggio è “assimilabile a un immenso giardino, ne possiede la logica e l’identità, per conservarlo bisogna coltivarlo e a questa finalità produttiva occorre dare un connotato che comprenda sia gli aspetti storico-culturali che estetici”. Il luogo dove nasce, villa Gamberaia, allora nel territorio fiesolano, assume un’importanza ricorrente e le geometrie assorbite nell’infanzia diventano il “vocabolario formale” nei paesaggi futuri. Così a villa Rondinelli, dove trova un nuovo spazio luminoso affacciato sul mondo, il legame con Fiesole lo porta dal 1954 alle trattative per acquisire quel luogo prestigioso dove nel 1957 vi trasferirà lo studio: un “laboratorio”, un luogo di cultura che esprime i valori paesaggistici del luogo. A villa il Martello a Maiano, dove dal 1972 manifesta una fantasia visionaria e scelte ecologiche Michele Rescio mikirolla@gmail.com di

Ponete dentro la tazza di un robot (o in una ciotola, se impastate a mano) la farina, il lievito, la vanillina, lo zucchero, il sale, il burro a temperatura ambiente e le 3 uova. Impastate il tutto aggiungendo tanto latte quanto ne servirà per ottenere un impasto piuttosto morbido ma lavorabile con le mani. Infarinatevi le mani e prelevate, con un cucchiaio o una spatola, un po’ d’impasto con il quale formerete delle palline grandi come una grossa noce (circa 25 g l’una) che adagerete su di una teglia foderata con carta forno, distanziandole di qualche cm di distanza l’una dall’altra. Procedete così fino a esaurimento dell’impasto (circa 28-30 palline). Infor-

Il Paesaggio come immenso giardino

ricercate, alle forme ondulate armoniosamente composte ben si salda la sua idea progettuale: “... tutta la proprietà è un giardino [...] l’oliveto, la vigna, gli alberi da frutto, ma si potrebbero aggiungere pecore e capre per fabbricare il ‘raviggiolo’...” Questi temi per la conservazione del paesaggio agrario a misura d’uomo, si suppongono ispirati a letture specifiche, in particolare di Herenfried Pfeiffer, noto per il

Manuale di orticultura biodinamica, che dagli anni ‘20 sviluppò metodi alternativi nell’agricoltura. Nel podere così organizzato, si inserisce magistralmente la piscina aperta sul panorama di Firenze. Non è la prima volta che si occupa di piscine, a cui dedicherà sempre una cura speciale. Nel 1939, Porcinai aveva dato una personale risposta alle leggi Bottai sulle bellezze storiche e naturali intervenendo in ambiti di

Finte pesche all’Alchermes nate le palline ottenute in forno già caldo a 180° per circa 15-20 minuti. L’impasto, che cuocendo non dovrà colorirsi. Nel frattempo preparate la crema pasticcera e fatela raffreddare. Quando le semisfere saranno cotte, estraetele dal forno e lasciatele raffreddare, poi prendete un cucchiaino e scavate leggermente al centro della parte piatta di ogni pezzo ottenendo un piccola conca. Mettete la crema dentro ad una tasca da pasticcere con bocchetta liscia e spremetela nella piccola conchetta al centro di ogni semisfera. Unite due semisfere sui loro lati piatti per formare una pesca. In una ciotolina versate l’alchermes rosso, mentre in un

piattino ponete un po’ di zucchero semolato. Immergete ed estraete velocemente le pesche dentro all’alchermes, fatele sgocciolare bene e passatele nello zucchero

pregio, come a villa Sparta, dove accosta ai “giardini a stanze” creati da Cecil Pinsent nel 1935, un’intima “stanza verde” con vasca e scorci sul paesaggio. Nel 1984, a villa Iris, il progetto della piscina, costituisce una delle sue ultime opere fiesolane, come a chiudere il cerchio iniziato tanti anni prima, dove giunge a questa creazione ariosa, mediazione tra la casa e l’oliveto, straordinariamente proiettata verso il paesaggio. Oggi in molti casi le opere di Porcinai vengono offuscate da interventi con arredi, materiali e piantagioni incongrui. In generale si pone il tema delicato della manutenzione e conservazione che a fronte della conoscenza, dovrebbe essere affrontato con rigore, rifacendosi al progetto originario, pur con le necessità odierne. lI patrimonio culturale delle sue opere nel Convegno Il paesaggio come immenso giardino, è stato il riferimento per gli interventi di Mariella Zoppi e Paolo Grossoni dell’Università di Firenze, di Alberto Giuntoli per la Società Toscana di Orticultura e mio personale qui sintetizzato che hanno supportato quelli di Marina Fresa, Luigi Latini e Franco Panzini dell’Associazione Pietro Porcinai costituitasi dal 2011 “con l’obiettivo di promuovere la conoscenza, la tutela e la valorizzazione del lavoro del paesaggista fiorentino”.

semolato, quindi poggiatele su di un piatto. Ponete le finte pesche in frigorifero per almeno un’ora, poi, al momento di servirle, decoratele con delle foglioline verdi di cialda, di zucchero o marzapane. Per circa 15 pesche Farina 500 g, zucchero 175 g, burro (a temperatura ambiente) 100 g, uova 3, lievito in polvere 1 bustina, latte circa 4 cucchiai, la scorza grattugiata di 1 limone, sale 1 pizzico. Per la crema pasticcera: Latte fresco 1/2 litro, uova 6, tuorli, zucchero 180 g, farina 40 g, la buccia grattugiata di 1 Per la ricopertura: Alchermes rosso q.b., Zucchero semolato q.b.


L immagine ultima

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30 LUGLIO 2016 pag. 15

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

iamo sempre allo stesso incrocio, sullo sfondo il grattacielo del Pan Am Building. Solito momento di momentanea relativa tranquillitĂ . Ricordo che mi colpĂŹ il volto assorto di questo signore con cravatta che si muoveva come quasi tutti con un passo veloce e deciso. Fu il suo volto assorto e i suoi occhi socchiusi che mi spinsero a fotografarlo. A volte, al momento dello scatto ci si chiede quali siano i pensieri che scorrono nella mente delle persone che si incontrano casualmente nel flusso continuo della vita quotidiana.

NY City, agosto 1969


Cultura commestibile 181