Page 1

redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.culturacommestibile.com www.facebook.com/cultura.commestibile direttore redazione progetto grafico simone siliani gianni biagi, sara chiarello, emiliano bacci aldo frangioni, rosaclelia ganzerli, michele morrocchi, sara nocentini, barbara setti

Con la cultura non si mangia

79 246

N° 1

Partigiano 1: Per andare a conquistare Palazzo Vecchio si passa dal Corridoio Vasariano Partigiano 2: Ma non ci sono le uscite di sicurezza! Partigiano 1: Vai tranquillo che è più sicuro delle spallette del ponte di Santa Trinità. Dai diari del comandante Potente, aggiornati a luglio 2016

Un corridoio sicuro solo per i partigiani editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012


Da non saltare

16 LUGLIO 2016 pag. 2

Simone Siliani s.siliani@tin.it di

S

i può fare. Ce lo dimostra l’esperienza appena iniziata della Tavola Valdese con il Governo Italiano, che in questa intervista ci racconta Alessandro Sansone, responsabile appunto per i Valdesi dell’unico serio e umanitario approccio alla questione dei rifugiati: contrariamente a quanto dichiarato nei vertici europei (che hanno delegato, dietro lauto pagamento, la gestione della questione alla ben poco umanitaria Turchia), è possibile realizzare dei corridoi umanitari che conducano in sicurezza i profughi mediorientali e africani ammassati nei campi in Libano sulle nostre coste. Come dimostra questa esperienza, questo è l’unico modo per evitare che la conta dei morti annegati nel canale di Sicilia continui vertiginosamente ad aumentare, per togliere il lavoro agli scafisti, per portare persone che hanno diritto allo status di rifugiato in salvo, con costi molto bassi. Come funziona questo esperimento che avete appena iniziato? L’iniziativa dei corridoi umanitari è nata da un’idea che abbiamo avuto all’interno della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia - che riunisce le chiese protestanti riformate, la chiesa Valdese, la chiesa Battista, la chiesa Luterana, l’Esercito della Salvezza e la chiesa Metodista.

Si può fare Questa idea, che si è confrontata ecumenicamente con la Comunità di S.Egidio, è stata una presa di posizione politica e poi una prassi, che abbiamo proposto al Governo attraverso le normative che già esistono di accoglienza di profughi per ragioni umanitarie nel nostro paese: l’apertura di corridoi che consentano di andare direttamente nei luoghi di provenienza a prendere le persone per portarle in Italia. L’accordo che abbiamo fatto con il Governo alla fine del 2015 ha comportato diversi mesi di trattative riguarda mille persone, quindi una goccia nel mare, fino alla fine del 2017. Queste persone dovrebbero provenire dai campi profughi in Libano e quindi tendenzialmente siriani, dai campi in Marocco e dai campi in Etiopia. Attualmente il Governo ha dato l’autorizzazione solo a far arrivare persone che provengono dai campi in Libano, per ragioni essenzialmente politiche: dal Libano arrivano i siriani che sono i profughi che danno i minori problemi che che hanno comunque l’obiettivo di tornare prima o poi nel loro paese. Mentre dall’Etiopia e dal

Marocco arrivano i subsahariani che sono migranti di altro tipo. Allo stato sono arrivati i primi 200 profughi. Attraverso questo iniziativa stiamo dando un esempio di come si potrebbe salvare tante vite umane e si potrebbe anche gestire al meglio l’accoglienza in Italia. Queste persone vengono direttamente individuate nei campi in Libano dagli operatori della Comunità di S.Egidio; vengono poi segnalate ai Ministeri dell’Interno e degli Esteri per ottenere il visto. Sono individuate con criteri di vulnerabilità: si tratta per lo più di famiglie allargate, al cui interno vi sono bambini o anziani in difficoltà che non potrebbero affrontare un viaggi di altro tipo. Oltre ad evitare molti decessi, questa iniziativa consente di evitare di spendere molti soldi: il trasferimento di una persona da un campo profughi in Libano in Italia costa molto meno di quanto quella persona paga al trafficante di esseri umani. Oltre a sottrarre alla mafia, non solo quella italiana, il business del traffico di esseri umani, queste persone arrivano in completa sicurezza e arrivate in Italia, sono accolte

in modo programmato e non emergenziale, sono già registrate dal punto di vista anagrafico. Attualmente tutto questo non ha costi a carico dello Stato, perché siamo noi a sostenere i costi. Alcuni costi sono abbattuti, grazie alla collaborazione di Alitalia. Gli unici costi, molto contenuti, sono quelli degli operatori in Libano e quelli dell’accoglienza in Italia. L’accordo prevedeva inizialmente che le persone una volta in Italia erano accolte a carico nostro per tre mesi, poi si è passati a sei mesi, perché poi queste persone entrano nel circuito ordinario dell’accoglienza istituzionale. Tutti i costi sono sopportati dall’8x1000 della Chiesa Valdese e dalla raccolta fondi da parte della Comunità di S.Egidio. Noi crediamo fortemente a questa iniziativa, che sotto molti aspetti è una iniziativa di rottura, che si oppone all’idea che questi problemi si risolvano erigendo muri. Noi non diciamo che si devono aprire le frontiere indiscriminatamente a chiunque, ma sosteniamo che – a fronte di queste persone in difficoltà – se tutti gli Stati dell’Unione Europea


Da non saltare

16 LUGLIO 2016 pag. 3

facessero cose di questo tipo, il problema si potrebbe affrontare in modo più corretto ed efficiente. È notizia di pochi giorni fa che la Chiesa Cattolica polacca ha chiesto informazioni su questo progetto che loro vorrebbero replicare. Ci possiamo immaginare che questa esperienza possa costituire, una volta che sia stata realizzata in numeri significativi, una parte di una strategia che il nostro paese può proporre all’Europa? Io credo che il Governo italiano si sia mosso correttamente e con convinzione verso questo tipo di approccio: all’arrivo dei primi due gruppi di profughi, c’erano il Ministro Gentiloni e il Ministro Alfano ad accoglierli. Certamente si stanno muovendo a livello europeo le comunità ecclesiastiche, le varie chiese evangeliche riformate e protestanti in Europa, in Germania e in altri paesi dove sono più presenti. Questo ha un significato importante. Bisogna vedere se poi si riesce a trasformare tutto ciò in proposta politica. È interessante che questo progetto sia nato da una piccola realtà come le Chiese Evangeliche in Italia (in Italia tutti i protestanti non sono più di 30.000 persone), in collaborazione a livello ecumenico con S.Egidio. Occorre anche sottolineare che anche le prese di posizione del Papa sono importanti anche rispetto alla questione dei corridoi umanitari. Tutto sta nell’avere una forza politica che dal basso riesce a far comprendere ai governanti che forse investire in questa direzione ci porterebbe sicuramente a risparmiare soldi, ad evitare la morte di tante persone e ad accoglierle in modo dignitoso. Ultimamente stiamo tentando di costituire dei comitati in alcune realtà territoriali in cui siamo presenti (anche a Firenze) per sostenere questa iniziativa, a cui partecipano realtà associative laiche e religiose, che chiedano alle istituzioni locali di sostenere, politicamente, questa iniziativa. Che tipo di difficoltà avete dovuto affrontare con il Governo in questo progetto? Ad esempio, l’accoglienza diffusa, anche in famiglie, che la Regione Toscana ha proposto, ha avuto una buona risposta fra la cittadinanza, ma anche tante difficoltà e problemi da parte del

Intervista a Alessandro Sansone responsabile del progetto della Tavola Valdese sui corridoi umanitari per i profughi

Governo, almeno inizialmente. rapporto con il Ministero è stato lungo, faticoso e difficile; ma il risultato infine è stato positivo. Noi avevamo fatto un progetto sul Mediterraneo, che istituiva con delle persone un osservatorio a Lampedusa, dal quale è venuta fuori questa idea dei corridoi umanitari. Che peraltro è perfettamente compatibile con il progetto di accoglienza diffusa della Regione Toscana. La Chiesa Valdese, infatti, per realizzare l’accoglienza di questi profughi, ha affittato dei piccoli appartamenti per massimo 4-5 persone: noi non crediamo assolutamente nei grandi centri di accoglienza. Ci siamo trovati in Piemonte lo scorso anno a dover gestire un centro della Regione in un piccolo paese con 60 profughi: dopo 8-9 mesi siamo riusciti a farla chiudere e a passare ad una accoglienza più diffusa in piccole unità abitative. Anche l’utilizzo dell’accoglienza nelle famiglie mi sembra un ottimo strumento per qualificare l’accoglienza, sempre con la collaborazione delle associazioni del territorio per non gravare completamente sulle famiglie. Quale relazione avete costruito con i paesi di origine? Abbiamo rapporti con le istituzioni libanesi e quindi con molte

difficoltà nel primo periodo a gestire i flussi. Naturalmente non è tutto rose e fiori: queste sono persone che sono state sradicate dalla loro terra; alcuni vengono qui e si trovano bene mentre altri avevano diverse aspettative. Ecco, parliamo di loro, i profughi: che tipo di persone sono? Almeno quelle che ho conosciuto io, si tratta di famiglie in cui ci sono bambini, giovani e anziani. Il livello culturale è abbastanza alto. E quasi tutti vogliono tornare in Siria. Alcuni di questi ragazzi hanno dovuto interrompere gli studi. Uno di questi faceva Fisica all’Università e non vede l’ora di riprendere i suoi studi, che attualmente non può riprendere qui. Si stanno dando da fare per imparare la lingua, per comunicare. Noi abbiamo i mediatori culturali che parlano l’arabo e per il resto ci si arrangia con inglese e francese. Il problema è che l’accordo del Governo per ora funziona solo verso i siriani, che non hanno un progetto migratorio stabile a differenza degli altri che vengono dall’Africa. Molti dei profughi attualmente arrivati hanno rapporti con altri connazionali in vari paesi europei. Purtroppo, fino a quando non entrano nel circuito istituzionale della richiesta del permesso di soggiorno non pos-

sono fare molte attività e questo è un problema; tanto meno lavorare. Noi abbiamo per esempio, due appartamenti vicino ad una casa colonica, nei quali i profughi ospiti si sono subito integrati nelle attività agricole (come ad esempio la cura dell’oliveto che è una attività fortemente presente in Siria). Ovviamente noi ci siamo assunti i costi dell’assicurazione. La nostra speranza è che nel futuro si possa costituire una struttura che possa dare lavoro a queste persone. E quindi attivare la formazione professionale. Molti di loro hanno già una professione e competenze talvolta anche troppo elevate rispetto a quelle per cui vengono utilizzati. Se questa nostra iniziativa fosse abbracciata dalle istituzioni, come anche le Regioni, questo progetto potrebbe prendere il volo. Infatti uno dei problemi, di solito, è che anche nelle migliori sperimentazioni non c’è collaborazione e integrazione fra diversi progetti e attività; invece credo che sarebbe importante veder collaborare i diversi soggetti protagonisti dell’accoglienza. Questo consentirebbe di dare delle risposte vere a numeri consistenti di persone e con una qualità dell’accoglienza senz’altro qualitativamente superiore.


riunione

di famiglia

16 LUGLIO 2016 pag. 4

Le Sorelle Marx Come è noto la statistica non misura tutti i fattori che concorrono a realizzare un determinato indice, ne sceglie alcuni e sulla base di rigorosi calcoli ottiene delle medie e delle tendenze. Per questo motivo molto spesso si hanno discrepanze molto forti per esempio su occupazione, ripresa, inflazione… Non sono pochi per esempio gli indici, sbandierati spesso dal governo in carica, che mostrano un Paese in ripartenza che però collidono con la situazione del figlio del vicino che non trova lavoro o al massimo lo pagano a voucher. Tutta colpa del paniere, cioè del campione preso a misura. Ecco, uno dei motivi per cui i più ottimisti continuano a parlare di ripresa potrebbe essere l’utilizzo come bene campione delle copie del Davide. Settore di nicchia certo ma che a Firenze vede realizzare almeno una copia l’anno della scultura michelangiolesca. In plastica, marmo o di qualsivoglia materiale, ogni tanto una copia del David spunta incomprensi-

I Cugini Engels Non si sono ancora svolti i funerali delle vittime, la procura di Trani (per la prima volta competente effettivamente per territorio) indaga, l’accertamento della verità richiederà tempo ma il solerte Cantone, capo indiscusso dell’autorità anticorruzione, ha già trovato il colpevole. La corruzione appunto. È il male atavico del Paese ha dichiarato il magistrato e dunque se due treni si scontrano è colpa della corruzione. A parte che tacere in taluni casi sarebbe meglio verrebbe da pensare: tutto il potere all’anticorruzione quindi, ennesimo ente (speriamo non inutile) che il nuove codice degli appalti pone a sorta di grande fratello delle amministrazioni pubbliche, sancendo di fatto e per legge che lo Stato nelle sue propaggini è corrotto e deve essere sorvegliato, in una sorta di versione amministrativa della psicopolizia di Minority Report di Dick. D’altra parte Cantone non è nuovo a apodittiche uscite da cinegiornale luce ricordate quella su Expo? “Milano capitale morale, Roma

Ancora un altro David

bilmente in città o a giro per il mondo. Il vulcanico ex assessore Da Empoli, tra una riflessione e l’altra sulle spiagge di Miami, creò addirittura un sito, una sorta di caccia al tesoro delle copie del

David sparse per il mondo. Come molte delle trovate del Da Empoli ebbe vita breve ed effimera. Ieri l’ultima, per il momento, copia è stata distesa in piazza della Repubblica e lì giacerà fino al

21 luglio. L’ennesima copia di noi stessi, incapaci da uscire, per il nostro centro storico, dalla riproduzione del nostro passato a consumo o dal mero “appoggiare” dorate opere contemporanee.

Cantone, i treni e la corruzione

non ha gli anticorpi”. Peccato che finita la tregua di Bruti Liberati e piazzato Sala a Palazzo Marino, le inchieste sulla corruzione a Expo sono ripartite.


16 LUGLIO 2016 pag. 5 Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

C

osa accade quando un artista sceglie la fotocamera come strumento, anche temporaneo, di lavoro? Vi sono molte possibilità, ma se si tratta di un “vero” artista, di uno cioè che ha capito per davvero il senso dell’azione fotografica, non vi è che una risposta. Egli non pasticcia con i materiali sensibili, non gioca con sovraimpressioni o solarizzazioni, con sovraesposizioni, colori arbitrari o cross processing. Il vero artista scatta semplicemente delle fotografie, ovvero registra fotograficamente quello che vede. Perché il senso compiuto della fotografia non è, come sostiene Roland Barthes “ciò è stato”, ma “ciò è stato visto”, ovvero “qualcuno ha visto ciò che adesso ti viene mostrato”. E se chi “ha visto” è un artista, tanto meglio. Nel complesso rapporto fra artisti e fotocamere, una pietra miliare viene posta oltre mezzo secolo fa dal poliedrico artista statunitense Edward (Ed) Ruscha (nato nel 1937) con la pubblicazione del piccolo fotolibro “Twentysix Gasoline Stations”, il primo del suo genere pubblicato in America. Ed Ruscha non è un artista facilmente definibile, agli inizi del 1960 è già noto per i suoi dipinti, collage e fotografie, nel 1962 fa parte del gruppo di artisti storicamente considerati come i fondatori della Pop-Art con la celebre esposizione di Pasadena, ed il suo percorso artistico si snoda seguendo percorsi non lineari, complessi e contradditori, sia nella scelta delle tematiche che dei materiali impiegati. Ma quando utilizza la fotografia lo fa con un rigore ed una coerenza straordinaria, in base ad un preciso programma, in vista di un risultato previsto e voluto. Durante un suo soggiorno in Europa nel 1961 Ruscha rimane colpito da una serie di libri caratterizzati da “un aspetto non commerciale, una specie di progetto sobrio che comprende anche la tipografia, la rilegatura e tutto il resto”. Di ritorno a Los Angeles comincia a progettare il “suo” fotolibro, immaginato come un gioco di parole, a partire dal titolo, e lavorando sulla tipografia e l’impaginazione, ancora prima di scattare le foto. Ed Ruscha vive e lavora a Los Angeles, dove si è trasferito nel 1956 per motivi di studio, mentre la famiglia è

Le stazioni di servizio di Ed Ruscha rimasta ad Oklahoma City. Per visitare la madre percorre in auto la “route 66” ed è transitando su questa celebre strada che si ferma a fotografare le stazioni di servizio poste ai bordi. Scatta sessanta immagini in bianco e nero, e ne seleziona ventisei, che vengono incluse nel libro, accompagnate da una semplice didascalia che ne indica con precisione il nome, la località e lo stato di appartenenza.

La serie inizia dalla stazione di Bob, a Los Angeles (California) e termina con quella di Knox Less ad Oklahoma City (Oklahoma) passando per Arizona, New Mexico e Texas. Ogni pagina contiene generalmente una sola immagine, posta sulla destra con la didascalia sulla sinistra. Solo raramente due immagini vengono affiancate, e solo raramente l’immagine si allarga occupando le due pagine.

Solo tre immagini sono scattate di notte e solo una sembra essere stata ripresa dall’auto in movimento, mentre persone di passaggio o auto in sosta vengono raramente incluse nell’inquadratura. Il piccolo libro viene pubblicato in tre edizioni successive, assolutamente identiche, la prima nel 1962 con 400 esemplari numerati (cinquanta di questi sono anche firmati dall’autore), la seconda di 500 esemplari nel 1967 e la terza di 3.000 esemplari nel 1969. Del suo primo fotolibro, seguito da altri quattordici, con cadenza irregolare, fino al 1972, Ed Ruscha dice “Ho eliminato tutti i testi dai miei libri, voglio un materiale assolutamente neutro. Le mie immagini non hanno alcun interesse oltre a quello dei loro soggetti. Non è che una collezione di fatti, il mio libro è più che altro una collezione di ready-mades”. Per le sue caratteristiche anomale il libro non viene accettato dalla Biblioteca del Congresso, ma diventa ben presto un oggetto di culto, il primo libro “d’artista” americano, e suscita un certo dibattito sul suo effettivo significato. Per spiegarlo alcuni citano Walker Evans, altri Marcel Duchamp, anche perché l’ultima immagine è quella di una stazione della catena “Fina”, parola molto simile a “Fin”.


16 LUGLIO 2016 pag. 6 Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

I

l disegno è un linguaggio universale, comprensibile a tutti, diretto e globale che coinvolge la percezione intellettiva in ogni circostanza; è quella forma di comunicazione più vera e autentica che ha accompagnato l’esistenza dell’uomo fin dagli esordi dell’Arte rupestre e della vena espressiva che contraddistingue il genere umano in tutta la sua Storia. La purezza ancestrale del disegno affascina e si lascia leggere con una facilità impressionante: ogni linea, segno, colore, ombreggiatura appartengono a una riflessione aderente al tempo e allo spazio del vissuto, poiché lì si accentra il coraggio comunicativo dell’artista e dell’uomo che vuole lasciare un’impronta incisiva nell’animo di chi sa leggere oltre la figura priva di parola. Illustratore, disegnatore, pittore, scrittore, poeta, regista, paroliere, attore e cineasta francese, Roland Topor si è contraddistinto nel mondo del disegno come un creatore narrativo, caratterizzato da uno stile originale e trasgressivo, nonché umoristico, provocatorio e ribelle. Dalla pittura alla scultura, dal cinema alla musica, passando dalla televisione alla letteratura Topor si è legato indissolubilmente alle esperienze neoavanguardiste del Daidaismo, del Gruppo Cobra, di Fluxus, della Pop Art e della grande eredità dell’illustrazione ottocentesca, creando un genere di humor nero libero e svincolato dalle costrizioni quotidiane. Artista poliedrico ha saputo vedere al di là della percezione e del senso comune, analizzando qualsiasi evenienza, dalla più banale alla più manifesta, accogliendo in sé tutta la crudezza e la crudeltà del mondo. Nei suoi disegni, forti tratti oscuri, l’immaginario collettivo viene accantonato, in nome di un’ironia che provoca, critica e si pone agli occhi del lettore come dissacrante e beffarda. L’eccentricità diviene sperimentazione continua di nuove forme e nuove figure espressive, in cui sintetizzare il nichilismo moderno e il senso enigmatico dell’Arte, per decostruire le strutture e le sovrastrutture

Il lato oscuro di Roland Topor

In alto a sinistra Sous la ceinture, Xilografia; a destra Cena di mezzanotte, Xilografia Al centro La fuga, 1967 Penna su carta Courtesy Collezione Carlo Palli, Prato

di un Sistema chiuso e ciclico. Il disegno allora è il luogo privilegiato per la messa in evidenza dell’ignoto, dell’illusorio, dell’immaginifico, del senso primo e fondante del pensiero umano, capace di cogliere il tutto in ogni singolo particolare. I personaggi di Roland Topor appartengono a una dimensione sadica che continuamente dissimula il reale, in virtù di un’assurdità senza limiti, velando e disvelando l’immondo e il mostruoso. Aggressivi, crudeli e perturbanti vivono un’angoscia senza tempo, mostrando l’esistenza nascosta del doppio e della negatività. Roland Topor è riuscito, con amara consapevolezza, a raccontare le frustrazioni del contemporaneo e a rivelare nella quotidianità una costante irreale che sfiora l’irreale e mette in scena l’assurdità delle convenzioni.


16 LUGLIO 2016 pag. 7 Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it di

M

olti giornalisti musicali sono schiavi di un dogma che si sono imposti da soli: pensano che si possa parlare di un musicista soltanto quando realizza un CD. In questo modo trascurano molti artisti che non hanno pubblicato dischi a proprio nome, ma che non per questo sono semplici comprimari. In altre parole, musicisti di altissimo livello che meritano la massima attenzione. Uno di questi, anomalo fin dal nome, è Nicolao Valiensi. Ma soprattutto è inusuale lo strumento che suona, l’euphonium, detto anche flicorno baritono (o bombardino). Nato nel 1966 in Garfagnana (per la precisione a Camporgiano) ma da molti anni residente a Düsseldorf, l’artista ha maturato la propria esperienza suonando in un’ampia varietà di orchestre, fra le quali l’ORT, i Solisti Veneti e l’Orchestra Sinfonica della RAI. In questo modo ha sviluppato una grande versatilità. Oltre al bombardino suona il trombone, insegna, compone e dirige la Banda Metafisica, ensemble composto da una trentina di musicisti, fra i quali spiccano il sassofonista maremmano Piero

Garfagnino d’Europa Bronzi e il trombettista turco Gernot Bogumil. Nella banda suona anche sua moglie, la sassofonista olandese Wardy Hamburg. Questa cura anche un’interessante attività propria, come documenta il CD Undulations (Triton Records, 2004), realizzato insieme a Nageeb Gardizi, pianista afghano di

formazione classica. La banda rappresenta la dimensione ideale del musicista garfagnino, ma Valiensi suona anche da solo o come componente del Trio Sospirata, dove lo affiancano le percussioni di Carlo Rizzo e la fisarmonica cromatica di Fausto Beccalossi. Si tratta di due musicisti di rilievo sui quali

torneremo, dato che sarebbe ingiusto liquidarli con questa breve citazione. L’ensemble rimane fedele allo spirito bandistico ma al tempo stesso lo rilegge in modo originale, grazie all’inserimento di stimoli di vario tipo. Non solo jazzistici e contemporanei, ma ancora più inconsueti, come dimostra la recente collaborazione col quartetto polifonico corso A Cumpagnia. Terre connesse da legami storici e culturali, Corsica e Garfagnana trovano nella musica di Nicolao Valiensi un’espressione moderna e al tempo stesso antica. Questo sottolinea un dato centrale della sua filosofia musicale: “Se voglio posso suonare anche il jazz, ma non sarà mai la mia musica: io sono garfagnino ed europeo”. Con queste parole il musicista conferma che il legame con le proprie radici culturali si concilia perfettamente con quell’apertura internazionale che caratterizza ogni artista degno di questo nome. L’unico appunto che gli si può fare è quello di non aver ancora pubblicato un disco a proprio nome. Ma si tratta di un peccato veniale al quale forse rimedierà presto. Ce lo auguriamo vivamente.

Sergio Favilli sergio.favilli@libero.it di

I politici e gli imbonitori della Prima Repubblica dormivano sonni tranquilli : un giorno dicevano nero, il giorno appresso dicevano bianco, parlavano spesso a vanvera contraddicendosi un giorno si e l’altro pure incuranti di essere additati alla pubblica gogna e rassicurati dalla scarsa memoria degli elettori; c’era sempre un giornalista che aveva travisato, un cronista che aveva capito male, una smentita del tutto e del suo contrario. Oggi non è più così!! Videoconferenze, trasmissioni televisive, dirette streaming, social network, Leopolde teletrasmesse, insomma, oggi le dichiarazioni del “chiacchierone” di turno non sono più impresse nella nostra labile memoria ma in una chiavetta USB sempre disponibile per ricordarci le cose dette il giorno, la settimana od alcuni mesi prima

. E allora succede che qualcuno possa tranquillamente dire : - O pallino, un’ tu dovevi andar per scuole tutti i martedì? – O pallino, un’ tu dovevi ridurre al minimo le oltre 8000 municipalizzate e compartecipate pubbliche quasi sempre inutili? – O pallino, un’ tu dovevi abolire Equitalia? – O pallino, un’ tu dovevi ridurre la spesa pubblica facendo una lotta serrata agli sprechi? – O pallino, un’ tu dovevi rilanciare gli investimenti pubblici? - E, così cantando, si potrebbe sfondare i timpani al povero e ciarliero pallino che , in quanto a promesse, potrebbe tranquillamente capitanare l’Amerigo Vespucci!! Per noi toscani, anche per quelli nati dalle parti del Bombone , profetica frazione di Rignano sull’Arno, l’acronimo “pallino” può avere un doppio significato ben preciso : se c’è il coniglio arrosto i “pallini” sono i reni e da sempre sono ambiti dai più piccoli mentre se in

Disegno di Paolo della Bella

Mantenere le promesse è roba da codardi

forno abbiamo il pollo i “pallini” sono i fagioli del pollo, o meglio i coglioni del pennuto(a meno che non si tratti di un cappone). Dato che da noi non si è mai sentito dire “ un’ fare il rene” si può ben comprendere il vero, originale ed unico significato di “pallino” .

Se poi tutto questo promettere a vanvera distrugge la credibilità del beneamato “pallino” e permette ai vari populismi di turno di raccattare voti a destra e a manca, ricordiamo al nostro “pallino” un vecchio adagio toscano: - Mal voluto un’ è mai troppo!!-


16 LUGLIO 2016 pag. 8

Aldo Frangioni aldofrangioni@live.it a cura di

er la prima volta in molti anni di collaborazione artistica Marcantonio Lunardi e Ilaria Sabbatini espongono insieme. Lui viene dal cinema documentario e si è affermato come artista nel settore della videoarte. Lei ha sempre coltivato la fotografia ma è una storica che si occupa di religioni e viaggi. Le loro competenze così diverse sono confluite in un immaginario comune denso di tessiture simboliche. Insieme danno vita a metafore visive che rappresentano le loro rispettive ossessioni. In questa mostra dal titolo Corporal(Iter), mettono in scena il corpo proprio e altrui - attraverso un percorso multidisciplinare e molteplice che va dall’affermazione alla negazione. Mostrare per nascondere, nascondere per mostrare: è la filosofia di

Le efemeridi indicano anche la magnitudine delle stelle variabili la cui luminosità apparente cambia nel tempo. Questa variazione può dipendere da un effettivo cambiamento della luminosità emessa ma anche da un cambiamento nel quantitativo di radiazioni che raggiungono la terra. La prima mostra comune di Sabbatini e Lunardi rispecchia questa visione della realtà in cui i corpi e la loro immagine non sono semplicemente quello che appaiono ma diventano lo spunto per altri percorsi semantici, attraversano il visibile e si collocano oltre la materia. I percorsi di Corporal (Iter) mostrano la costrizione del corpo entro i parametri antropometrici, così come il suo annullamento pornografico attraverso una operazione di sottrazione dell’immagine. A una estrema esposizione dei corpi rappresentati anche nella loro nudità fa

Corporal(Iter). Questa prima esperienza condivisa viene accolta nello spazio del LUM, Laboratorio di Autoproduzione e Spazio Espositivo Indipendente, sotto la curatela di Nicol P. Claroni. Lunardi e Sabbatini rappresentano un sodalizio artistico dal momento in cui hanno iniziato a collaborare nell’elaborazione delle opere video di cui lui è ideatore e regista, lei direttrice della fotografia. La loro visione del corpo è lontanissima da tentazioni estetizzanti eppure nel loro lavoro individuale e collettivo l’aspetto estetico ha sempre un ruolo di grande importanza. Entrambi hanno fatto percorsi autonomi ma recentemente hanno costituito un collettivo dedicato alla fotografia sperimentale formalizzato sotto il nome di Ephemeris nel cui logo sono rappresentate le varie fasi lunari, le efemeridi appunto, a simboleggiare la ciclicità e le interazioni dei loro percorsi.

da contraltare la loro trasformazione in oggetti plastici simili a complementi d’arredo. Oltre la nudità si colloca infine la prima opera della una nuova serie Aura, presentata in anteprima al LUM, in cui Sabbatini interviene sulle immagini cliniche della propria tomografia cerebrale. La rappresentazione anatomica, colta durante un ricovero nel momento della sua temporanea amnesia, si trasforma in immagine poetica riempiendo simbolicamente i vuoti della sua memoria con frammenti delle sue opere fotografiche. A Corporal(Iter) sarà in proiezione anche l’ultima opera di Lunardi, The cage, appena presentata nell’edizione 2016 del Videoart Yearbook dell’Università di Bologna. Ilaria Sabbatini & Marcantonio Lunardi, Corporal(Iter) a cura di Nicol P. Claroni, LUM - Laboratorio di Autoproduzione e Spazio Espositivo Indipendente, via del Pavone n. 1, Lucca.

P

L’ossessione del corpo


16 LUGLIO 2016 pag. 9 Simonetta Zanuccoli simonetta.zanuccoli@gmail.com di

C

i vuole sempre un momento di follia per costruire un destino scriveva Marguerite Yourcenar. Una verità che vale sia per gli uomini sia per i luoghi che essi abitano. A Parigi nei 3000 metri quadri della corte del magnifico giardino del Palais Royal, costruito dal cardinale Richelieu nel 1624, in seguito residenza del giovanissimo Luigi XIV e dal 1872 sede del Consiglio di Stato, incastonata dalle antiche mura, si sviluppa una specie di scacchiera gigante, Les deux plateaux, opera dell’artista francese Daniel Buren, fatta con 260 colonne ottagonali di marmo a strisce bianche e nere di altezze differenti. L’opera fu voluta dall’allora presidente Francois Mitterand e dal suo geniale ministro della cultura Jack Lang per valorizzare uno spazio da anni ridotto a parcheggio per le macchine dei funzionari statali. Il progetto dell’installazione di un’opera contemporanea così invasiva in un sito classificato storico suscitò violentissime polemiche, petizioni, dibattiti appassionati, interrogazioni parlamentari, articoli al vetriolo nei giornali e perfino un’azione legale da parte dell’Associazione per la tutela del Paesaggio e dell’Estetica della Francia. Le tavole di legno che recintavano l’area durante i lavori furono ricoperti di graffiti insultanti. L’opera fu definita “massacro, “saccheggio” del Palais Royal, “attentato all’estetica”.....Lo stesso artista Daniel Buren cercò di placare gli animi rilasciando numerose interviste sul significato del progetto e chiedendo di criticare l’opera solo dopo averla vista finita. Così fece lo scrittore Roger Peyrefitte, uno dei più violenti oppositori, che il giorno dopo essersi recato all’inaugurazione (1985) rilasciò le sue impressioni a Le Figaro (uno dei giornali più ostili al progetto) e con grande sorpresa dichiarò di esserne stato totalmente conquistato. E così fece pure il nuovo ministro della Cultura Francois Leòtard che durante la campagna elettorale, in opposizione al suo avversario Jack Lang, aveva promesso, se eletto, di demolire “il giorno dopo” Les deux plateaux, per poi, davanti l’opera

Il coraggio di osare di Jack Lang ricredersi tanto da affermare che essa contribuiva alla gloria di Parigi come il Louvre e la Tour Eiffel. Leòtard arrivò perfino a paragonare la scacchiera di Buren ad antiche rovine che emergevano dalla superficie racchiusa dal colonnato del Palais ben armonizzando con il classicismo di questo in un particolarissimo gioco di simmetrie... Oggi l’opera, con il suo forte e inatteso impatto visivo, è ammi-

rata e fotografata da migliaia di turisti. A pochi centinaia di metri dal Palais Royal, al centro del cortile Napoleon, l’immenso piazzale tra il lato nord del Louvre e i giardini delle Tuilleries, si erge, come un diamante in vetro alto 21 metri, la famosissima Pyramide dell’architetto cino-americano Leoh Ming Pei. Anche questa audacia architettonica, voluta dalla solita fantastica coppia,

Lido Contemori lidoconte@alice.it di

Il migliore dei Lidi possibili

Bancario italo-anglo-franco-tedesco (con madre americana e zii spagnoli e olandesi) addetto al trattamento dei Junk bond (titoli spazzatura) Disegno di Lido Contemori Didascalia di Aldo Frangioni

Mitterand e Jack Lang, che, con coraggiose opere pubbliche hanno in parte trasformato e arricchito Parigi (il museo d’Orsay, il parco della Villette, il Grand Arche alla Defense, l’Istituto del Mondo Arabo, l’Opera Bastille, la Biblioteca Nazionale....), prima di essere terminata in tempi record e inaugurata nel 1989 fu oggetto di feroci contestazioni. Sette associazioni per la tutela del Patrimonio insorsero perchè la Pyramide avrebbe impedito la magnifica vista del palazzo del Louvre dall’Arco di Trionfo. Le Figarò definì l’opera “gadget piramidal” e Le Monde “maison des mortes”. Si criticò il costo dell’operazione e la difficile manutenzione delle superfici inclinate di vetro (si suggerì anche, per risolvere questo problema, di far venire i componenti di una tribù d’irochesi, famosi per la loro agilità). Oggi la Pyramide insieme alla Gioconda è il simbolo del Louvre, il museo più visitato al mondo con quasi 9.000 persone l’anno. Ci vuole sempre un momento di follia... forse servirebbe anche alla nostra bella (addormentata) Firenze.


Un bell’horror

16 LUGLIO 2016 pag. 10 Francesco Cusa info@francescocusa.it di

It Follows” è uno degli horror più belli che abbia visto negli ultimi anni (utilizzo convenzionalmente la parola “horror” ma, come per “Shining”, il termine è riduttivo). Il regista David Robert Mitchell, alla sua seconda opera, riesce a catturare con delle sublimi e semplici trovate: una colonna sonora da urlo (utilizzo dei synth e atmosfere magiche da anni Settanta), e l’utilizzo del “2.35” che restituisce il senso di svuotamento della scena allo spettatore. Il tema del film è quello della possessione; tramite i rapporti sessuali è possibile trasferire al partner la “visione” di questi spettri che abitano il nostro mondo reale, i quali diventano poi parte del mondo materico minacciando le vite dei contaminati. Fin qui sembriamo essere su territori convenzionali e propri di certo cinema blockbuster-horror; invece “It Follows” è un prodotto che si distingue nettamente dal panorama. Innanzitutto per le sue atmosfere; fin dalle prime scene lo spettatore è proiettato all’interno di una dimensione aliena che investe il quotidiano dei “posseduti”. A sconcertare è questa ambientazione disturbante del contesto entro il quale vengono a muoversi i protagonisti, e David Robert Mitchell è abilissimo a seguire la lezioni dei grandi maestri come Lynch e Carpenter senza scimmiottarli, anzi, confezionando un prodotto davvero unico nel panorama (tali atmosfere mi hanno ricordato anche quelle di “Picnic a Hanging Rock” di Peter Weir). Mitchell insomma ricostruisce una sorta di Detroit metafisica, popolata da zombie, sorta di spettri in carne ed ossa, invisibili ai non posseduti, che talvolta irrompono nella scena con risultati davvero angoscianti (rimandiamo ai demoni lynchiani, per avere un’idea). Il sottobosco dell’opera è certamente di matrice antropologico-sociale: questo “contagio” è anche un riferimento all’aids, ma soprattutto, al disagio giovanile, alla solitudine del branco esorcizzata nella coagulazione dell’amplesso come paradossale via di fuga dal mondo oscuro, fuga che garantisce però la trasmissione del “virus” e dunque una sorta di epidemia in cui il mondo alieno, esterno, ultraterreno, popolato di

Osceno e Tecnologico. I personaggi bevono bevande dolciastre e si imbottitiscono di psicofarmaci (anche qui l’ambiguità del farmaco come via di fuga e al contempo strumento di controllo di massa)…quando, improvvisamente, qualcosa prende a seguirli. E qui si palesa l’estro di Mitchell, vero regista dell’invisibile, maestro del fruscio, orditore di tranelli, mentre la sarabanda sonora e sintetica ripropone una sorta di Canto delle Moire in chiave post-moderna, che ricorda da presso quella iper tecnologica del recente “The Neon Demon”. Il Tremendo non necessita di castelli diroccati e case infestate; “It Follows” ha il grande pregio di rendere spettrale il quotidiano, misteriosa l’angoscia giovanile, predeterminato il disturbo psichico, e lo fa giocando su pochi fondamentali requisiti: uso consapevole della macchina da presa e descrizione di una gioventù che è già pronta all’avvento degli anni Ottanta, alla plastificazione del Reale. Un film lento ma inesorabile, che scandaglia il deserto dei luoghi, degli anfratti, la desolazione delle vite e dei rapporti. Da vedere assolutamente

orrore, tracima nel Reale, rompendo la sottile membrana che separa il “Terribile” dal mondo. Ma tutto questo non “spiega” o spiegherebbe un bel niente. Troppi i rimandi simbolici, eccessive e maniacali le cure dei dettagli, della manie, dei corpi, degli ambienti, dei luoghi, della case, per essere frutto di una mera scelta stilistica del regista. Non ci sono balzi sulla sedia, ma brividi freddi e raggelanti alla schiena, perché in ciascuno di noi vibra, nella remota, remotissima ombra dell’intimo, la fiammella nella notte, ad illuminare il niente che ci circonda. Ed è quando questo “niente” si

palesa, nelle sue più inconcepibili devianze, che siamo magicamente in sintonia con l’ancestrale, con la sacralità e tutto ciò che ne consegue, al di qua della rimozione e in contatto con le nostre nature più profonde, ctonie. Il tema è ancora una volta il Maligno. Dove può annidarsi, nel contemporaneo, la radice oscura, se non nel disagio interiore, nella presunta psicosi, nel dramma silente e borghese del benessere? Il film è ambientato negli anni Settanta, e il finale in piscina, con tutto il lancio di radioloni e tv in bianco e nero è una chiara metafora del compromesso diabolico tra

Michele Rescio mikirolla@gmail.com

Pezzi di piscispatu per l’estate

di

Lavare le patate sotto acqua corrente, pelarle, affettarle sottili con un coltello molto affilato o con il pelapatate e metterle in una ciotola d’acqua ghiacciata. Una volta che si sono affettate tutte, cambiare l’acqua e lasciarle ammollo. Sciacquare i tranci di pesce spada, togliere la pelle e ridurli a pezzetti di un paio di centimetri di lato. Lavare il rosmarino, selezionarne le foglie e tritarle finemente con la mezzaluna su un tagliere. Mettere in una padella un cucchiaio d’olio, metà spicchi d’aglio spellati e farli dorare su fiamma vivace. Unire lo spezzatino di pesce, le olive e farlo uniformemente colorire, quindi unire il vino bianco. Salare, pepare, unire un po’ di origano e cuocere coperto per 10 minuti a fiamma media, girando di tanto in tanto. Nel frattempo scolare le patate e asciugarle accuratamente in uno strofinaccio. Scaldare abbondante olio in una padella. Quando iniziano ad apparire le prime bollicine unire il restante aglio e il rosmarino tritato. Quando l’aglio

starà vivacemente sfrigolando unire le patate, immergendone poche alla volta e muovendole spesso con una paletta affinché non si attacchino tra loro. Togliere l’aglio se diventa troppo scuro. Quando si sono uniformemente dorate, scolarle accuratamente con un mestolo forato e passarle sulla carta da cucina per eliminare l’unto in eccesso. Trascorso il tempo di cottura del pesce, togliere il coperchio, alzare la fiamma e far asciugare il

fondo di cottura. Tenerlo coperto in caldo se le patate non sono ancora tutte fritte. Servire le patate assieme al pesce. Ingredienti: 400 g di patate a pasta gialla, 400 g di pesce spada in tranci, 1 rametto di rosmarino, 1 cucchiaio di olio extravergine di oliva, 4 spicchi di aglio, 100 ml di vino bianco secco, sale, pepe nero macinato al momento, origano, olio di semi di arachide per friggere, 150 g olive nere


È la musica, è la musica ribelle che ti vibra nelle ossa, che ti entra nella pelle che ti dice di uscire, che ti urla di cambiare di mollare le menate e di mettersi a lottare Eugenio Finardi, 1976

16 LUGLIO 2016 pag. 11 di

Susanna Cressati

D

opo Parigi e Barcellona in Europa, e dopo Roma e Venezia in Italia, l’editore Voland ha affidato a Riccardo Michelucci il compito di redigere una “Guida alla Firenze ribelle”. E Riccardo, valente giornalista, non si è fatto scappare l’occasione per comporre, grazie a una conoscenza profonda della città e a uno studio meticoloso della sua storia (vedi per ogni scheda i suggerimenti di lettura), un ritratto di Firenze inedito e fortemente in contrasto con l’immagine più diffusa (per altro evidente nei fatti) di città-vetrina offerta senza pudore ad un sempre più vorace turismo di massa, e con la nomea (anche questa in parte giustificata) di città conformista, congelata, come hanno dimostrato recenti ricerche, in una mobilità sociale ferma da secoli. Concepita e realizzata nel periodo del “renzismo” rampante, la guida ci conduce sotto questa duplice “pelle” per piazze, strade e vicoli che hanno visto battaglie e proteste, cortei e scontri, vite “fuori dal coro”, votate a progetti utopistici o a gesti di resistenza civile. E’ la Firenze anticonformista e critica, pacifista, anarchica, libertaria dove, in mezzo a forti contrasti, sono nati e si sono espressi nei secoli, dice Michelucci, fermenti di autonomia critica, di partecipazione popolare, di tolleranza e di progresso. Contraddizioni che, insieme a una ironia dissacrante, hanno finito per conferire alla città quel suo particolare ed ineliminabile “sapore” che ancora aleggia nei quartieri. E’ una storia dura, quella che racconta Michelucci nelle schede della guida. Una storia che, in epoca moderna, affonda le sue radici nella Resistenza, di cui la città è Medaglia d’oro. Nel silenzio del cimitero di Soffiano Michelucci fa risuonare i nomi dei partigiani fiorentini: Aligi Barducci, Bruno Fanciullacci, il comandante Gracco. E Alessandro Sinigaglia, Rocco Caraviello. Nomi ai quali il PCI dedicava, un tempo, le sue sezioni. Dopo la Resistenza, le lot-

te degli operai nella zona di Rifredi, l’avventura umana e spirituale dei “preti “scomodi”,

don Milani, padre Balducci, don Borghi, il social forum e la “Venere biomeccanica” degli

Quando Firenze era ribelle di

occupanti del Meccanotessile, Giorgio Conciani e la sua battaglia per l’aborto, la pazzia di Dino Campana e la storia di San Salvi manicomio aperto, il cinema Universale e la stanza segreta di Michelangelo. In questa città aperta camminano fianco a fianco pittori, comici, fornai ribelli e sindaci santi, professori e “pantere”. Insomma luoghi e personaggi eterogenei, ma legati da quello spirito ribelle che, urticante, abrasivo e rovescia-tavoli qual è, provoca scandalo ma che fa comunque parte del tasso di vitalità di una città, ne tiene viva l’anima anche nei tempi apparentemente meno conflittuali e imprime al suo carattere e alla sua storia svolte impreviste e a volte feconde. Con prefazione e postfazione affiancano l’autore due personaggi in tema: Alessandro Santoro, prete “in autogestione” nella periferia delle Piagge, e Ornella De Zordo del laboratorio “perUnaltracittà”. Simona Gallo ha redatto le mappe, Monica Falconi ha scattato le foto.

Remo Fattorini

Segnali di fumo Al primo posto da sempre loro: le strade e le autostrade. Poi, solo dopo e distanziate, le ferrovie. E’ così da sempre in questo Paese. Nell’ultimo decennio la gomma ha continuato a dominare: in soldoni tra il 2005 e il 2015 il 60% delle risorse sono andate al trasporto privato e solo il resto alle reti ferroviarie. Tant’è che, nello stesso periodo, sono state disabilitate – vedi Pendolaria2015 di Legambiente - 1.189 km di ferrovie. Scelte che parlano da sole: penalizzando l’uso del treno si incoraggia l’uso del mezzo privato. Eppure i dati ci dicono che ovunque si migliorano i servizi i viaggiatori aumentano. Vedi l’esperienza della tramvia di Firenze: previsti passeggeri per 6 milioni all’anno, che diventano 13 solo dopo 5 anni. Si scopre l’acqua calda: in tanti lasciano

l’auto in garage ogni volta che il trasporto pubblico diventa affidabile. Certo, se ancora oggi per percorrere i 100 km della Firenze-Viareggio occorrono circa due ore (un’ora e mezza per i 78 km tra Firenze e Lucca), è ovvio che salgono sul treno solo coloro che non hanno alternative più convenienti. Il tratto Pistoia Viareggio è a binario unico, così come fu realizzato 150 anni fa, nel 1859 dai Lorena. Tant’è che questa è la linea più lenta della Toscana. Utilizzata ogni giorno da 40mila pendolari, costretti a trascorrere circa 4 ore del loro tempo sul treno. Solo dopo 150 anni e grazie alla Regione Toscana che ha voluto e finanziato con 200 milioni il raddoppio della linea e l’eliminazione dei passaggi a livello (costo totale 450 milioni), si sono aperti i cantieri per realizzare il primo lotto tra Pistoia e Montecatini; il secondo, fino a Lucca, si completerà fra 5 anni. Se per modernizzare i 47 Km tra Pistoia e Lucca abbiamo dovuto aspettare 150 anni, fi-

guriamoci quanto tempo servirà per i restanti 640 chilometri di binario unico ancora attivi in Toscana. Ma soprattutto preoccupa che solo dopo il disastro ferroviario tra Corato e Andria con 47 morti e 50 feriti, il governo abbia deciso di destinare 1,8 miliardi alle ferrovie regionali. Ancora briciole rispetto al fabbisogno necessario per mettere in sicurezza e modernizzare le linee su cui ogni giorno viaggiano 5 milioni di pendolari. Ma quanto tempo servirà ancora per cambiare verso?


16 LUGLIO 2016 pag. 12 Serena Cenni serenacenni@virgilio.it di

A Natale, quando finivo gli anni, quando ero buona assai, ricevevo in dono dei lapis e parecchi quinterni di carta…”. Come non provare tenerezza (se paragonato alla prodigalità superflua di molti genitori moderni), per questo ricordo della poetessa-pittrice Maria Alinda Bonacci Brunamonti, nata a Perugia nel 1841? Eppure che gioia doveva essere per la bimba che era stata “buona assai” poter disporre di matite e fogli per disegnare il mondo, o meglio, la natura che la circondava! In particolare i fiori, quelli semplici, spontanei, che Maria Alinda osservava con amore e raccoglieva nei prati vicino a casa o in campagna, collezionandoli come era in uso, allora, tra le fanciulle, in un erbario oggi sfortunatamente perduto. Ma se l’erbario è andato perduto, non sono andati dispersi i preziosi album di riproduzioni dal vero di fiori spontanei, che l’artista aveva denominato Flora Umbra e aveva suddiviso, temporalmente, in due volumi (gennaio-maggio, giugno-luglio). Grazie a una pubblicazione del dicembre 1992 per le Edizioni dell’Arquata di Foligno, curata da Maria Raffaella Trabalza, e grazie alla passione per la botanica e l’ etnobotanica di Ezia Maria Pentericci, creatrice dell’Archivio Storico del Frutto e del Fiore, gli ospiti che erano presenti martedì 14 giugno alla Villa Il Palmerino, presso la sede della omonima Associazione Culturale, hanno potuto visionare una copia del volume Fiori di campo amici miei, dove sono riunite le 176 tavole di fiori dipinti da Maria Alinda fino agli anni Novanta dell’Ottocento. La sua è una pittura figurativa, da autodidatta, che accosta al dettaglio empirico quello scientifico, derivante sia dalla conoscenza dei Commentarii all’opera di Dioscoride del medico senese Pietro Andrea Mattioli (che, nel 1554, aveva dato alle stampe uno splendido volume di botanica corredato da centinaia di accuratissime illustrazioni), sia dalle tavole naturalistiche di Jacopo Ligozzi, entrambi ancora molto conosciuti nell’Ottocento. E, infatti, Maria Alinda annota con precisione, a margine di ogni composizione, i nomi latini dei fiori, mentre i luoghi e gli anni di produzione, che con altrettanta accuratezza indica, fanno pensare a un legame più in-

tenso con la propria sfera emotiva, fatta di sentimenti, di ricordi, di brevi gite al di fuori dei confini di Perugia, come Recanati, ad esempio, dove della campagna e del paesaggio immortala, con grande intensità pittorica, forme e colori. Sfogliando le tavole di Flora Umbra colpiscono il cromatismo caldo e la vivace energia di queste composizioni floreali che esulano dalla riproduzione perfetta, ma statica, di molte ‘nature morte’, e che mantengono - come ha fatto osservare Ezia Maria Pentericci – quello slancio vitale, quella bellezza e quella forza comunicativa come se i fiori non fossero stati recisi. Stupiscono gli accostamenti estrosi di questa pittrice-poetessa che non esita a offrire composizioni in cui affianca a semplici piante invernali di bosco, come il pungitopo e l’asparagina selvatica, il profumatissimo mughetto primaverile, oppure ai ranuncoli le orchidee spontanee, ai lupini i fiordalisi, abbinandoli a steli di graminacee, a rametti di menta o capelvenere raccolti nei

Flora Umbra un protoerbario ottocentesco fossetti d’acqua; come colpiscono le sfumature dei petali bianchi di vitalbe, giacinti, narcisi, rosacee, speronelle e convolvoli, che evidenziano la sua ricerca di raffinate connessioni al di fuori dei ritmi puramente stagionali. L’arte dei fiori - ammirati, raccolti, osservati e dipinti – accompagna e scandisce la vita di Maria Alinda, fino a quando una malattia invalidante non la colpisce proprio all’inizio del Novecento, impedendole di scrivere, dipingere e portandola alla morte nel 1903. Anticipatoria e struggente questa riflessione raccolta nelle sue Memorie che, emblematicamente, racchiude la sua poetica: “Chi per languida salute passa molte ore a imposte serrate in un tepore malsano, suol dire a una giovinetta visitatrice che torni dai prati: ‘Tu odori d’aria’, ossia, tu porti nei capelli, nelle vesti, nel respiro, un’indistinta frescura, un movimento d’atomi, una fragranza di pollini, una corrente vitale poco meno che una luce. Così vorrei si dicesse dell’arte quand’ella si presenta sotto forme d’un canto o d’una pittura: odora d’aria.


16 LUGLIO 2016 pag. 13

Sabratha zona di guerra dell’Isis

Annamaria Manetti Piccinini piccinini.manetti@gmail.com di

L

e discese spericolate, sempre nel timore che le gip s’incaglino, si avvista, in lontananza, qualcosa che sembra davvero un miraggio perché non è solo vegetazione, ma un riflesso che brilla come uno specchio d’acqua, quale realmente è. Oltre alle grandi palme e palmizi di ogni specie si arriva così a quel miracolo in terra dei Laghi salati, una delle visioni più stupefacenti di tutto il Sahara. La vegetazione lacustre è fresca e leggera, sembrano laghi alpini circondati, invece che da

montagne, da colline di sabbia. Non si può sapere, con quello che è successo, e succede, nel Fezzan, teatro di guerre tribali che s’intrecciano con quelle dell’Isis, in ambigue alleanze e scontri, che cosa ne sia di quei laghi e laghetti ancora intatti. Il deserto non finisce mai di stupire. Per arrivare al campo fisso Dar Auis dove abbiamo dormito tre notti, si attraversa una valle lungo un’alta parete di roccia nera, decisamente impressionante. Ma lo stupore si accresce

Massimo Cavezzali cavezzalicartoons@hotmail.com

Scavezzacollo

a cittadina moderna dista appena 1 km e mezzo dal vastissimo sito archeologico - è presumibile che gli scontri avvenuti abbiano provocato danni anche alla parte limitrofa del sito . Ma essendo in zona di guerra, una guerra subdola e sporadica, non tutto è al momento controllabile, nonostante il traballante governo recentemente costituitosi. A Sabratha si tratta di grandi strutture ancora ben conservate, come il Foro, la Basilica Civile, la Basilica di Giustiniano e tanti impianti termali, alcuni anche piccoli, appartenenti ad abitazioni private, a pochi metri dal mare e perciò di grande suggestione. Il mare, dal meraviglioso azzurro intenso - “il mare colore del vino”, dell’espressione omerica - fa da fondale a Sabratha, come una grande scenografia teatrale. Il Tempio di Iside, ad esempio, con la pietra dalla tonalità lievemente aranciata, in posizione spettacolare sulla riva, è una delle immagini che catturano in modo indelebile. Ma c’è un aspetto particolare di Sabratha che fa sentire, più che altrove, il fascino - o la malinconia - legata allo scorrere del tempo: ed è il fatto che questo sito ha avuto come tre vite. Le sue rovine sono state, per secoli, visibili e forse non del tutto abbandonate ; e poi, per i venti provenienti dal deserto, ricoperte di sabbia, e quindi rese di nuovo invisibili, per altrettanti secoli . Successivamente, negli anni Venti del secolo scorso, Sabratha è stata riscoperta, riscavata e riportata alla luce. Il Teatro, il monumento più noto di tutto il sito, è stato interamente ricostruito negli anni Trenta con un’incredibile opera di restauro: più di cento colonne di marmo e granito, con capitelli di riuso di ogni fattura, e due grandi delfini ai lati del palcoscenico. Quasi un’affermazione di ‘romanità’ che avrebbe voluto essere contigua ed eterna. Laghi salati.Chi immaginasse il deserto come una distesa piana o appena mossa da dune e collinette, sarebbe smentito platealmente attraversando il deserto sud occidentale del Fezzan, vastissima regione, oggi arrivata alle cronache per i pozzi di petrolio sotto tiro dell’Isis. Dopo un viaggio che è tutta una gimkana su colline di sabbia, anche notevolmente alte,

di

quando sostiamo di fronte ad una scenografia di rocce giallastre in cui sono incisi decine di graffiti, assai ben rifiniti, rappresentanti figure di grandi animali, ed altri strani esseri tipo ‘gatti mammoni’. Purtroppo, da notizie ricavate dal sito dell’Unesco World Heritage, risulta che sia queste incisioni che alcune pitture dell’Acacus, di cui diremo, siano state volutamente colpite e danneggiate, addirittura strofinate e passate con acido. (si veda “Corriere della sera”, 11 marzo 2015)


in

giro a cura di

L

16 LUGLIO 2016 pag. 14

Aldo Frangioni

e opere dell’architetto, designer e pittore toscano Andrea Ponsi stanno per sbarcare a Giacarta: si inaugura infatti il 21 luglio l’esposizione “Florence: a Map of Perceptions”, ospitata dall’Istituto Italiano di Cultura nella sala polivalente. In mostra una serie di acquerelli, essenziali ma allo stesso tempo profondamente evocativi, che ritraggono paesaggi e strutture architettoniche di Firenze e accompagnano il pubblico in un viaggio ideale attraverso la citta’ medicea, dove luci e prospettive cambiano in continuazione ed e’ possibile ammirare splendide simmetrie e asimmetrie. In occasione dell’inaugurazione, Ponsi partecipera’ a una conversazione con l’architetto indonesiano Budi Pradono: un’occasione per scoprire il significato che i concetti di ‘arte’ e ‘architettura’ hanno per Ponsi nonche’ di capire l’influenza che Firenze ha avuto nel plasmare il suo personale linguaggio artistico. Particolare attenzione sara’ dedicata alla discussione del libro “Florence: a Map of Perceptions” che attraverso schizzi, acquerelli e note scritte, fornisce il punto di vista intimo e personale dell’artista su Firenze. La mostra e’ organizzata dall’Ambasciata d’Italia e dall’Istituto Italiano di Cultura di Giakarta, con il supporto di Budi Pradono Architects. Fino al 13 novembre 2016 si terrà la mostra “Magnum sul set. I grandi fotografi e il cinema”, a cura di Maurizio Vanni, organizzata dal Lu.C.C.A. – Lucca Center of Contemporary Art in collaborazione con MVIVA, e prodotta da Magnum Photos e Versicherungskammer Kulturstiftung (Monaco di Baviera). L’esposizione riunisce 116 fotografie di backstage realizzate sui set di dodici capolavori del cinema dai più grandi fotografi dell’agenzia Magnum: W. Eugene Smith, Inge Morath, Jean Gaumy, Burt Glinn, Erich Lessing, Dennis Stock, Eve Arnold, Cornell Capa, Henri Cartier-Bresson, Bruce David-

Spartiti di città

Andrea Ponsi a Jakarta

Magnum sul set son, Elliott Erwitt, Ernst Haas, Erich Hartmann, Nicolas Tikhomiroff, Bruce Davidson, David Hurn, Peter Marlow, Gueorgui Pinkhassov. Scatti che ci fanno riflettere sul rapporto tra realtà e finzione, tra verità e illusione, e tra quotidianità e sogno. “Quello dei fotografi Magnum – scrive il curatore Maurizio Vanni – è un lavoro che non ha niente a che vedere con la fotografia di scena, immagini prevedibili realizzate sul set a fini promozionali, ma è una vera e propria perlustrazione creativa

realizzata senza vincoli, con onestà intellettuale e libertà creativa, per raccontare il dietro le quinte non tanto del set cinematografico, ma dei personaggi che, di lì a poco, avrebbero fatto la storia del grande schermo”. Sotto gli occhi dei visitatori sfilerà una parata di grandi star tra cui Charlie Chaplin, Marilyn Monroe, John Wayne, Elizabeth Taylor, Katharine Hepburn, Gregory Peck, Charlton Heston, James Dean, Romi Schneider, Klaus Kinski, Dustin Hoffman, John Malkovich.


L immagine ultima

16 LUGLIO 2016 pag. 15

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

U

n momento di apparente relax nello scorrere frenetico del traffico nel Downtown. Quest’uomo, probabilmente uno dei molti business men che affollano sempre questa parte della città, ha appena fermato al volo uno dei tanti taxi che circolano in abbondanza nella zona. Bastava piazzarsi nel mezzo della strada e dopo pochissimi minuti si era sicuri di potersi comodamente sedere in una delle tante vetture che transitavano a ritmi decisamente molto sostenuti. La cosa che mi colpì di più all’epoca fu che la maggior patte di queste vetture erano, almeno per quelli che erano i nostri standard di allora, piuttosto malmesse e rumorose.

NY City, agosto 1969

Cultura commestibile 179  
Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you