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Con la cultura non si mangia

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N° 1

È una bambolina che fa no no no no, è così carina ma fa no no no no

Ho visto Virginia Raggi affacciata al balcone del Campidoglio, una bambolina imbambolata, mi sono intenerito… Vincenzo De Luca Governatore della Campania imitando “I Quelli”

editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012


Da non saltare

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Redazione Cultura Commestibile

C

ontinua il dibattito intorno alla città e l’arte. Stavolta Cuco ne parla con Gianni Pozzi, docente di Storia dell’arte contemporanea e di Economia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Si è ripreso a discutere di spostare la statua del Giambologna “Il Ratto delle Sabine” all’interno della Galleria degli Uffizi e di sostituirla, sotto la Loggia dei Lanzi, con una copia. Lei come vede questa idea di “proteggere” gli originali in un museo e di sostituirli con una copia? Non conosco abbastanza i problemi del restauro. Registro solo che una discussione analoga riguardò il Perseo del Cellini e poi la Giuditta di Donatello e poi altri casi ancora e ancora… Assisto, abbastanza tristemente, a questo instaurarsi di una città di copie, assai straniante. Alcune sono copie ormai storiche e si sono moltiplicate, come replicanti: si pensi al David michelangiolesco uno e trino. In altri casi copie e originali convivono fianco a fianco in un inquietante paesaggio postmoderno, fatto apposta per i selfie dei turisti… Mi viene da pensare che il restauro non dovrebbe essere questo: la cura dei denti, se sistematica, non comporta l’estrazione, che è trauma non

Koons e Fabre:

provate a lasciare un segno a Cintoia cura. Lo stesso credo dovrebbe valere per le opere d’arte all’aperto… E poi, se le condizioni ambientali sono così drammatiche per bronzi e marmi non lo saranno anche per edifici, patrimonio arboreo e – ultimo ma non meno importante – per i cittadini? Si dovrà arrivare a un intero mondo di replicanti? Forse sarebbe meglio intervenire sulla situazione ambientale… Non pensa che questo sistema consegnerà ai posteri delle opere d’arte meglio conservate ma priverà i cittadini dell’oggi e del domani di quell’aura speciale che hanno le città, ed in particolare Firenze, ed in particolare la Loggia dei Lanzi, dove la storia e l’arte dialogano quotidianamente con i cittadini? Walter Benjamin, uno che proprio all’aura dell’opera d’arte dedicò un celeberrimo

saggio alla metà degli anni ‘30, osservava che un’opera riprodotta “diventa in misura sempre maggiore la riproduzone di un’opera d’arte predisposta alla riproducibilità”… Lui pensava al cinema, nato già in assenza di un originale, ma si può adattare al nostro caso: secondo la logica dei nostri restauratori anche le copie delle opere d’arte prima o poi dovranno essere sostituite con altre copie. Il David di Piazza Signoria è ormai un pezzo ottocentesco: tra un po’ si dovrà salvarlo, museificando anche quello, e poi quello che lo sostituirà… È una spirale senza fine. Lo so che è paradossale ma ci sembravano già paradossali i reportage di Umberto Eco da Las Vegas di piramidi, sfingi, ponti di Rialto, tutte copie ovviamente, che ne costituivano il paesaggio urbano… Così, anche

i “centri storici” che i cinesi costruiscono un po’ dovunque, dopo aver distrutto i centri storici veri, ci lasciano interdetti e ci diciamo che da noi questo non accadrà mai. Forse noi non li distruggeremo, non vedo all’orizzonte né un Mao né una Rivoluzione culturale, ma intanto li stiamo già sottraendo alla vita dei cittadini, museificandoli e sostituendoli con copie… Il rischio è che la città di Firenze diventi solo un luogo di musei e di visite ai luoghi preposti alla visione e perda quella consistenza di città d’arte che presuppone la vita normale dei propri cittadini in un contesto storico e artistico… Forse l’ha già perduta… La vita delle città, dei cittadini – che ancora ci sono – sembra non interessare chi la guida. Prenda il caso di due piazze storiche, Piazza del Carmine e il Piazzale


Da non saltare

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Michelangelo. Se ne è magnificata ovunque la loro pedonalizzazione. Ma che pedonalizzazione è? Un quadrato ricavato al centro, libero ma circondato da auto. E vuoto. Per farci che? Niente. Una cosa ridicola, una operazione che serve solo ai comunicati ufficiali… Come le piste ciclabili: i bollettini pubblici elencano trionfalmente i km di piste realizzati. In teoria dovrebbero servire a privilegiare la bici rispetto alle auto, queste nostre piste però privilegiano la bici… rispetto ai pedoni! È clamoroso! Sui viali di circonvallazione, sui Lungarni (Ferrucci e Cellini in particolare) la pista è stata realizzata semplicemente verniciando di rosso il marciapiede e sfrattando di fatto i pedoni! Lo stesso sul viale Galilei, verso il Piazzale Michelangelo, ed era una delle passeggiate più belle... Per i pedoni rimane, quando va bene, una striscia stretta lungo la quale camminare in fila indiana, senza sporgersi possibilmente per non essere travolti. È folle. Nella Loggia dei Lanzi convivono quattrocento anni di storia dell’arte. Nel passato non c’erano troppe polemiche ad affiancare un’opera contemporanea (di allora) con un’opera di trecento anni precedente. Oggi si polemizza per le opere d’arte contemporanea in piazza della Signoria. Quale è la sua opinione al riguardo? Le polemiche in realtà ci sono sempre state e quando non sono sterili sono un segno positivo, identitario. La collocazione di una statua, o il suo spostamento erano un fatto di popolo, coinvolgevano tutti: perché lì si creava o si modificava la città attraverso i suoi spazi più simbolici. Certo, intervenivano in pochi, letterati, artisti, i cittadini non scrivevano certo ai giornali, che non c’erano, ma la discussione sì, quella c’era e anche accesa alle volte. Il problema che riguarda l’oggi però è un altro ed è quello di una politica culturale che non dovrebbe essere solo esornativa. Io apprezzo molto artisti come Gormley, Koons o Fabre ma vorrei venissero invitati non a fare passerella, come si dice, col rinascimento sullo sfondo, ma a lasciare un segno. Oggi, ovunque, ci si muove con residenze d’artista, con artisti chiamati

Intervista a Gianni Pozzi sull’uso della Città dell’Arte

a soggiornare in un luogo e intervenirci su. A San Gimignano e nel senese “Arte all’arte” - e prima ancora a Volpaia, con Pistoia proprio questa è stata la grande idea: invitare gli artisti a lasciare un segno, a trasformare qualcosa… Se si crede che l’arte abbia un senso è questo: cambiare il mondo, almeno un po’. Altrimenti avremo un passato che si è stratificato e ha costruito le città e un presente che si limita a mettersi in posa. Nell’esporre l’opera d’arte contemporanea in luoghi altamente simbolici come Piazza della Signoria a Firenze prevale il confronto fra opere d’arte di secoli diversi e quindi un confronto fra il presente e il passato dell’arte o la voglia di trovare una location d’eccezione che valorizzi essa stessa l’opera d’arte contemporanea, quasi indipendentemente dal valore e dal giudizio critico che si dà di quell’opera o di quelle opere. Non è un confronto: quelli – gli artisti dei secoli passati – creavano spazi con le loro opere, una piazza, una cupola, un palazzo/ corridoio come gli Uffizi. Questi espongono soltanto le loro opere per pochi mesi, il tempo di un selfie… sono operazio-

ni che non servono alla città, servono agli artisti, forse alle gallerie che li rappresentano… Non crede che sarebbe più opportuno proporre location distribuite che interessino anche altri luoghi della città? Ad esempio quando Folon regalò le sue statue alla Città di Firenze ci fu chi propose di sistemarle tutte nel nuovo parco a Novoli. Ma poi prevalse il rapporto con la città storica e oggi sono collocate nel giardino delle Rose. Cosa pensa su questo argomento? Folon al giardino delle Rose lo trovo un obbrobrio di cui quel luogo meraviglioso non aveva certo bisogno. Quanto al resto, io ricordo la polemica per la grande opera di Pistoletto, Dietro Front, che ora è a Porta Romana, ci furono addirittura sollevazioni di quartieri che non la volevano. E ricordo infuocati dibatti dove ci si chiedeva perché invece di considerare le opere d’arte come dei soprammobili da spostare qua e là non si invitano gli artisti a un intervento vero? A progettare, cambiare gli spazi urbani. In fondo viviamo in una città dove questo è sempre stato fatto, gli artisti dipingevano quadri ma progettavano anche piazze,

strade, ponti, fortezze… in molte parti del mondo lo fanno ancora. A Napoli gli artisti hanno contribuito a realizzare una metropolitana d’eccezione, a Torino un Parco d’Arte Vivente là dove era una malinconia periferia inquinata… Perchè non ci sono opere d’arte contemporanea alle Piagge o a San Bartolo a Cintoia? Sono gli artisti che non vogliono? Sono i curatori? Nessuno ci ha seriamente mai pensato? Per questi motivi, lo abbiamo appena detto. La logica dell’artista invitato a fare passerella non prevede sfondi come La Piagge o San Bartolo a Cintoia, ma solo le vedute standard, piazza Signoria, Piazzale Michelangelo, Belvedere… un accumulo di segni là dove invece la storia ha consegnato qualcosa di definitivo, che non ha alcun bisogno di aggiunte. Ma la vera sfida – è ovvio - sarebbe questa, per l’artista come per l’amministrazione che lo incarica: Le Piagge o San Bartolo a Cintoia… Ma vorrei aggiungere una riflessione più generale: perché le amministrazioni, Comune, Regione, Provincia, promuovono l’arte direttamente? Il loro compito, io credo, sarebbe quello di creare e collegare centri di ricerca e luoghi dello studio, produzione e innovazione, non quello di farsi mecenate in prima persona. La Fondazione Strozzi, Museo Novecento, Museo Marini, Strozzina, Pecci, Schermo dell’arte, Università, Accademia, quando riescono a collegarsi possono realizzare grandi cose e avere la giusta visibilità. Il problema è favorire questa collaborazione. Lo ha sottolineato recentemente Patrizia Asproni, nuovo presidente del Marini ma lo aveva già fatto presente Daniel Soutif, direttore del Pecci nei primi anni 2000. I referenti di queste strutture invece, Comuni, Provincia o Consiglio regionale, ambiscono a fare da sé e producono talvolta macerie: Palazzo Medici Riccardi ridotto a circolo dopolavoristico per dilettanti allo sbaraglio, il dirimpettaio Palazzo Panciatichi ancora peggio: basta vedere quel che è stato esposto per le scale a dimostrazione di tanta attività. Guardare per credere…


riunione

di famiglia

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Le Sorelle Marx In una ridda di falconieri, balestrieri, personaggi in costume d’epoca, giocolieri, danzatori, dame e cavalieri si è svolta anche quest’anno la pregevole iniziativa denominata “La Notte d’Isabella” in quel di Cerreto Guidi, borgo toscano peraltro sede di una delle più importanti ville medicee, da poco entrate nella lista dei beni patrimonio dell’umanità UNESCO (senza che nessuno si sognasse di aprirvi vicino un McDonald’s). Dice il sito di Cerreto che “Il centro storico tornerà indietro nel tempo a Luglio 1576, in un clima di festa per l’arrivo dell’amata Isabella, figlia prediletta di Cosimo I, per raggiungere il suo sposo nella villa medicea”. Per la verità in quel torrido luglio del 1576 il clima da quelle parti doveva essere ben poco festoso, giacché si consumò lì un uxoricidio ad opera di Paolo Giordano I Orsini, duca di Bracciano, membro del potente clan degli Orsini, e marito (assai distratto, nonché anziano) della bella Isabella, che

Eugenio e Isabella

gli fu data in sposa nel 1553 a soli undici anni. Pare che Paolo non avesse gradito la vicinanza che si era creata fra suo cugino Troilo Orsini e Isabella e i ripetuti allegri convegni amorosi di Isabella con altri uomini, cosicché il 14 luglio 1576 nella villa di Cerreto pensò bene di strangolare la moglie, anche se la versione ufficiale data da Paolo Orsini diceva che, dopo aver chiesto perdono dei suoi peccati, Isabella

morì per un malore mentre si stava lavando i capelli. Insomma, la vera notte di Isabella non fu tanto felice come invece quella che si celebra ogni anno nella moderna Cerreto Guidi. Durante questa pregevole iniziativa Isabella de’ Medici viene presentata ad un’alta autorità che, forse, in qualche modo, intende rappresentare la continuità del potere mediceo in terra toscana. E chi altri poteva essere se non il nostro amatissimo

e stimatissimo presidente del Consiglio Regionale, Eugenio Giani? Ecco, dunque, Eugenio nostro ricevere gli omaggi della bella Isabella, “rimanendo favorevolmente impressionato dalla realtà cerretese” (ci dicono le cronache). Ma se c’è una cosa che ad Eugenio non fa difetto è la conoscenza delle storielle del passato e forse conscio della delicata situazione di oltre 4 secoli prima, ha fatto una visita insolitamente rapida, senza buffet e senza fascia regionale, con un laconico comunicato: “È un territorio ricco che merita essere conosciuto e valorizzato. Non mancherò di tornare per approfondire i contatti con questa realtà”. E se n’è tornato di corsa a Firenze, memore della brutta fine che fu fatta fare a Troilo giustiziato da un sicario di Francesco I nel 1577, tale Ambrogio Tremazzi per soli 300 scudi. Pregevole iniziativa.

periodi si siano fatte significative scoperte in merito. Ma il punto non è questo. Il punto è che la soluzione di una coppia di nuovi binari è la sola che garantisca, ora e soprattutto nel futuro, la completa autonomia e non interferenza fra le diverse tipologie di trasporto. In sostanza è l’unica che garantisca che i ritardi, o le esigenze, di una tipologia di trasporto (quello nazionale ad esempio) non ricadano su un’altra tipologia di trasporto (quello metropolitano e pendolare ad esempio). Ed è l’unica che garantisca la completa autonomia gestionale delle due tipologie di trasporto, magari gestite in un prossimo futuro, da due diverse e autonome aziende in concorrenza fra di loro. Perché il problema da risolvere non è mai stato solo migliorare la capacità del nodo di Firenze ma soprattutto fare coesistere sullo stesso nodo diverse tipologie di trasporto. Ora la soluzione per migliorare l’intelligenza del sistema di controllo dei binari, e migliorare conseguentemente la capacità dei binari di superficie, può forse risolvere in parte il primo problema (ma mi permetto di avanzare qualche dubbio anche perché qualsiasi tecnologia non arriverà mai al

raddoppio di capacità garantito da nuovi binari), ma non risolve, anzi aggrava, il secondo. Infatti l’Ente gestore delle infrastrutture (in Italia Rfi del gruppo Fs) avrebbe tutte le carte in mano per giocare la partita della gestione delle tracce (il tempo che utilizza il treno per transitare in un dato tratto di linea) sia per i treni pendolari sia per quelli veloci. Sarà possibile in questa situazione un regime di vera concorrenza? Se si intenderà percorrere questa strada sarà possibile, anche per il servizio ferroviario regionale e metropolitano, avere una soluzione come quella che è stata garantita dalla gara della Regione Toscana per il trasporto pubblico su gomma dove si sono confrontate due diverse ipotesi di trasporto presentate da due diverse aziende? E allora non sarebbe consigliabile affidare la gestione delle infrastrutture ferroviarie, e conseguentemente delle tracce, a un organismo indipendente (o direttamente al ministero dei Trasporti) che valuti la convenienza per i cittadini delle diverse proposte di servizio? Considerazioni che dovrebbero bastare per consigliare molta prudenza nelle valutazioni sulle ipotesi di

modifica del progetto del nodo di Firenze. Senza considerare gli aspetti che riguardano il complessivo sistema dei trasporti a rete della città che è stato pensato, progettato, e in parte realizzato, avendo a riferimento la stazione di Foster in viale Belfiore, l’unica localizzazione che garantisca l’interconnessione diretta con tutte le provenienze in ferrovia da Pisa-Empoli, Pistoia-Prato e Arezzo-Valdarno (con il servizio passante per Pistoia). Senza considerare che la linea 2 della tranvia (in costruzione) vede nell’interconnessione con la stazione Foster il suo elemento centrale. Senza considerare gli aspetti legati alla gestione di un difficile contenzioso con l’impresa appaltatrice che avrebbe un costo per le casse pubbliche paragonabile a quello delle opere da completare, ma senza avere realizzato niente. E senza considerare infine l’ulteriore figuraccia dello Stato, complessivamente inteso, nei confronti dei vincitori dei concorsi di Architettura. Dopo Isozaki, anche Foster, e magari la compianta Gae Aulenti (progettista dell’impianto di termovalorizzazione di Case Passerini). Pubblicato sul Corriere Fiorentino del 7 luglio

Addio tunnel Tav? Le ragioni per non ripensarci

Gianni Biagi g.biagi@libero.it di

Caro direttore, dal Piano Regolatore di Detti del 1962 ad oggi tutti gli atti di pianificazione e di programmazione del governo, della Regione Toscana e del Comune di Firenze hanno previsto, per la soluzione del nodo ferroviario di Firenze, due nuovi binari in sotterranea. Questa è sempre stata la soluzione per risolvere in modo definitivo il complicato nodo fiorentino. Le proposte venivano di volta in volta dal ministero dei Lavori Pubblici, dalle Ferrovie, dalla Regione, dal Comune e, nel progetto in costruzione, da tutti questi Enti (oltre il ministero dei Trasporti e dell’Ambiente) nell’ambito delle Conferenze dei Servizi del 1999 e del 2003. Possibile fosse solo una scelta dettata dalle logiche del profitto per il profitto e dalla voglia delle grandi opere? Certo la tecnologia ha fatto passi da gigante, e sembra possibile aumentare in modo significativo la capacità delle linee esistenti (cioè il numero di treni che, in un dato periodo di tempo, possono passare sullo stesso binario mantenendo standard di sicurezza), anche se non mi sembra che negli ultimi


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Longtemps, longtemps, longtemps Après que les poètes ont disparu  Leurs chansons courent encore dans les rues… Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

L

e parole della nota canzone di Charles Trenet si prestano bene ad illustrare il rapporto del fotografo Paul Almàsy (1906-2003) con la città di Parigi. In realtà Parigi è sempre stata molto generosa con i suoi fotografi, anche e soprattutto con quelli che non vi sono nati, ma che la hanno scelta come città preferita e come residenza, almeno a partire da una certo momento. Paul (Pàl) Almàsy nasce a Budapest, e dopo avere scoperto la propria vocazione per il giornalismo, professione che comincia a svolgere fino dal 1925, inizia nel 1935 a corredare i propri articoli con le fotografie scattate da lui stesso. Nel suo vagabondare fra le diverse città europee, Almàsy approda per la prima volta a Parigi nel 1934, per stabilirvisi a partire dal 1938, e poi nel dopoguerra dal 1946, prendendo la nazionalità francese solo più tardi, nel 1956, lo stesso anno in cui entra a far parte della associazione “Gens d’images” fondata due anni prima da Albert Plecy, il redattore capo di “Point de vue - Images du monde”. Nei decenni successivi Almàsy inizia a viaggiare fra Asia ed Africa, realizzando dei reportages memorabili, e ricevendo incarichi ufficiali da parte di diversi governi, ma anche da organizzazioni non governative, come Unesco, Unicef, Oms (Who), Fao, e l’Ufficio Internazionale del Lavoro, collaborando attivamente con riviste come “Terre d’images”, ma anche come “World Health”. Nei suoi spostamenti compie per cinque volte il giro del mondo, visitando tutti i paesi, ad eccezione della Mongolia. Sono notevoli i suoi lavori realizzati fra gli eschimesi nelle regioni artiche, dall’Alaska al Canada, fino a Capo Horn, sulla malnutrizione nell’Africa Centrale, ed a Tokyo nei primi anni Sessanta, ma fra i suoi meriti più grandi vi è quello di avere costruito un imponente archivio fotografico del mondo, organizzato per paese,

Paul Almasy Ode a Parigi

ed all’interno di ogni paese in base alle principali tematiche. Dal punto di vista della sua poetica, dichiara che “in quanto fotografo il mio principale interesse è per la gente e per la “condizione umana”, che cerco di ritrarre senza nessuna concessione. Qualunque cosa accada, rimango fermamente ancorato alla realtà, non sacrifico la verità a vantaggio della qualità tecnica. Un fotogiornalista ha qualcosa dello storico, ed uno storico non mente mai.” Nel corso della sua lunghissima carriera pubblica diversi fotolibri e riceve numerosi riconoscimenti ed onorificenze, con una breve parentesi come docente universitario. Dal punto di vista estetico, si preoccupa della “lettura della scrittura iconica”, modo in cui egli definisce la fotografia di informazione, elaborando la “teoria della gerarchia delle componenti”, oggi comunemente accettata, e sottolinea la relazione fra “il descritto ed il suggerito”, le due funzioni fondamentali della fotografia. Nonostante l’ampiezza del suo archivio, costituito da oltre 120.000 immagini scattate in ogni angolo del mondo, quelle che rimangono nell’immaginario collettivo a definire il suo lavoro e la sua personalità sono gli scatti realizzati, fra un viaggio e l’altro, nella sua Parigi. Immagini senza tempo che, anche ad anni di distanza dalla scomparsa del loro autore, corrono e correranno ancora a lungo per le strade ….


9 LUGLIO 2016 pag. 6 Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

N

el momento in cui la società è giunta a un livello di complessità tale da ridurre l’apparente disordine a una sintesi socioculturale riconoscibile e sedimentaria, l’Arte è entrata a far parte della megalopoli, confondendosi a essa e mimetizzandosi con le strutture urbane e soprattutto suburbane. È nella vastità civile che la creatività trova il proprio fondamento e il proprio punto di partenza, attraverso la moltiplicazione incontrollata delle intercomunicazioni e a un sistema sociale che richiede una specializzazione identitaria sempre più forte e più visibile. Nelle poetiche underground si presentano con energia e vigore cromatico messaggi di auto-affermazione, capaci di produrre un coinvolgimento emotivo universale: così il graffitismo impera come collettiva presa di posizione sulle nascente categorie di simbiosi, ibridazione e creolizzazione delle culture mondiali. Il graffito si caratterizza quindi per essere una forma di comunicazione pubblica e immediata che tenta

Arte

Rammellzee

un riscatto alla chiusura museale e si pone nella società in nome di una rivoluzione espressiva oltre il tempo e le modalità canoniche della prassi artistica per antonomasia. Sentimenti, emozioni, idee e ribellioni si accumulano sugli elementi

mentazione e alla scoperta della resa ignota, inconsueta e originale. Nelle sue opere l’energia metropolitana si appropria dei luoghi dello sviluppo della tecnica, dei cantieri e del degrado generale, in cui versa il mondo in tutti i suoi punti di vista.

tica di Rammellzee trova piena attuazione là dove l’occhio umano non vuole guardare, là dove la lettura è impossibilitata dalla decadenza agghiacciante, là dove la mente umana non vede altro che il nulla. Proprio lì Rammellzee agisce in nome

più evidenti dell’ambiente cosmopolita: un fenomeno di progresso e regresso culturale che al tempo stesso rinnega la bellezza nella sua concezione ancestrale e tuttavia ravviva la forza estetica del segno e del colore. In tal contesto Rammellzee rappresenta la traccia di una subcultura legata alla tradizione più colta dell’arte astratta, fatta di segni e simboli, perennemente tesa alla speri-

All’artista non rimane altro che riallacciare il rapporto perduto fra natura-cultura, reinventare la bellezza secondo la propria visione e fare del muro una fabbrica del reale e dell’inverosimile, poiché il mattone altro non è che una pagina bianca da scrivere e riscrivere, procedendo di pari passo allo sviluppo del pensiero umano. In questo tempo accelerato della vita e dell’esistenza l’intuizione este-

di un futurismo gotico, militante e memore della grande tradizione post-strutturalista, contro l’universalizzazione dei linguaggi. Un neo-amanuense pertanto dedito alla sperimentazione grafica del lettering e del segno in tutte le sue varianti: composizioni il cui forte e vivace cromatismo richiama l’incredibile e l’affascinante universo metalinguistico di una Babele senza tempo.

metropolitana

Rammellzee (Stephen Piccirello) The shot from under, 1983 Pittura spray e collage su cartone in Polittico di 4 pannelli cm 75x100 cadauno Courtesy Collezione Carlo Palli, Prato


9 LUGLIO 2016 pag. 7 Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it di

Pigna è ormai un paese pieno di vita, dove tutto parla di musica: si suona, si studia, si registra. Comincia il festival estivo Festivoce (1991) e viene creata l’etichetta discografica Casa (1997), mentre nel 2000 si inaugura l’auditorium progettato dall’architetto egiziano Hassan Fathy. Così lavorare il frassino, il noce e il ciliegio è la principale attività di Ugo, ma non l’unica: l’artigiano suona frequentemente con A Cumpagnia, uno dei gruppi tradizionali nati a Pigna. Negli anni successivi il liutaio corso si

afferma a livello internazionale e partecipa a varie iniziative del settore: da Cremona a Parigi, da Cagliari a Wensleydale (Yorkshire), dove parteciperà alla prima edizione di Medieval Music in the Dales (2-4 settembre 2016). I suoi strumenti vengono utilizzati da vari gruppi di musica antica, fra i quali Ensemble Peregrina (Sacer nidus, 2012) e Les Musiciens de Saint-Julien (The high road to Kilkenny: Gaelic songs and dances of the 17th & 18th centuries, 2016). Negli ultimi anni anche la Corsica soffre per la forte riduzione dei contributi pubblici alle attività culturali, ma la famiglia Casalonga e gli altri amici di Pigna stringono i denti e riescono ad andare avanti. Lo conferma la ventiseiesima edizione di Festivoce, che si svolgerà dal 10 al 13 luglio. Quest’anno, però, al festival si aggiunge una novità importante. Il 7 luglio è stato inaugurato il Museu Musica, un centro di ricerca sulla formazione musicale di ieri e di oggi, che propone una vasta collezione di strumenti e una banca data audiovisiva. Animata da una passione sincera e da competenza tecnica altrettanto grande, l’avventura di Pigna continua (www.centreculturelovoce.org).

milioni di persone a rischio povertà. In aumento, nel corso degli ultimi 6 anni, di oltre 2 milioni. Ancora un record: in Italia il rischio povertà è del 28,4%, superiore a quello della Spagna (27,3), del Regno Unito (24,8), della Germania (20,3) e della media Ue del 24,5. Conseguenza: da noi le diseguaglianze sono aumentate. Solo nell’ultimo anno gli operai (esistono ancora!) hanno avuto – ce lo dice sempre il Censis - un taglio della spesa familiare del 6,9%, gli imprenditori del 3,9 e i dirigenti dell’1,9. La conferma ci arriva anche dalle pagine del Corriere della Sera che pubblica la classifica sugli stipendi dei cittadini dell’Ue: l’Italia è in fondo. Guadagnano meno di noi solo in Portogallo, Slovenia, Malta e

Slovacchia. In tutti gli altri Pesi si guadagna di più. Il Corriere della Sera pubblica anche un’altra classifica, sugli stipendi dei nostri parlamentari: e finalmente siamo in testa. Il Corriere poi mette a confronto gli stipendi dei vari parlamentari con quello dei cittadini europei: e siamo ancora i primi. I nostri legislatori guadagnano più del doppio rispetto all’Austria, Slovenia e Slovacchia, due terzi in più della Germania e Francia e ben quattro volte rispetto alla Spagna. Il tema delle diseguaglianze è oggi quello più inaccettabile e insopportabile: la madre di tutte le ingiustizie. Da qui bisognerebbe partire per salvaguardare la coesione e ricostruire la fiducia verso politica e istituzioni. Ma non ne parla nessuno.

G

li strumenti musicali sono sempre stati oggetto d’interesse per le loro implicazioni storiche, per il loro funzionamento e per il fascino che possiedono. Molto meno esplorata, invece, rimane la figura dell’artigiano che li costruisce. Negli ultimi trent’anni, grazie al rinnovato interesse per la musica antica e allo scambio con le tradizioni extrauropee, molti artigiani hanno ricominciato a costruire strumenti medievali e rinascimentali: dal liuto alla spinetta, dalla cetra alla pandora. Nell’artigianato musicale, e in particolare nella liuteria, l’Italia vanta un ruolo importante, come conferma Gualtiero Nicolini nel suo monumentale volume Liutai in Italia. Violinmakers in Italy (Alberto Perdisa Editore, 2008). Nella vicina Corsica, dove il legame con la cultura italiana rimane molto vivo, sono attivi numerosi maestri liutai: Bernard Camurat a Vico, Matthieu Graziani e Christian Magdeleine a Bastia, Ugo Casalonga a Pigna. È appunto su quest’ultimo che vogliamo concentrare la nostra attenzione. Pigna è un piccolo paese della Balagna, la regione nordoccidentale. Chi ci arriva si trova davanti la piazza dove sorge una chiesa barocca del Settecento. Sulla sinistra, una costruzione bassa: è la casa dove vive e lavora Ugo Casalonga. L’artigiano corso non è nato qui, ma ad Ajaccio, nel 1964. In famiglia si è nutrito di stimoli artistici fin dall’inizio. Il padre Toni è pittore e scultore, mentre la madre Nicole canta e studia la polifonia isolana. Il fratello maggiore Jerome, diventerà musicista. Anche Ugo è affascinato dagli strumenti e imparerà a suonarne alcuni, ma soprattutto vuole costruirli. “A 16 volevo a tutti i costi una cetera (cetra corsa, ndr), ma ormai non c’era più nessuno che la costruiva… non avevo i mezzi per pagare un professionista, così ho avuto l’idea folle di costruirla da solo! E così è cominciato tutto…” racconta lui stesso. Ugo è ancora un bambino quando la sua famiglia si trasferisce a Pigna. Il paese è un borgo abbandonato, ma grazie alla

Il legno che canta cooperativa fondata da Toni si popolerà velocemente di attivitá artigianali. La musica guadagnerà presto un ruolo centrale. Ugo studia a Verona nell’atelier di Bartolomeo Formentelli, quindi nel 1991 torna a Pigna, dove apre il suo laboratorio di strumenti musicali (www.casa-liutaiu.com). Sulla porta si legge Casa-liutaiu, ma questo termine non va inteso in senso stretto, perché oltre agli strumenti a corda costruisce e ripara anche spinette, clavicembali e organetti.

di

Remo Fattorini

Segnali di fumo Un pallino fisso in testa. Nel giro degli ultimi 30 anni si sono ribaltate e cancellate le conquiste sulla distribuzione dei redditi consolidatesi nel trentennio precedente (dagli anni ’50 agli ’80). Bastano pochi dati: nei 15 Paesi Ocse più ricchi la quota dei salari (i redditi da lavoro sul Pil) è passata dal 68 al 58%. In Italia, dove i salari sono i più bassi d’Europa, ristagnano da oltre 15 anni e la quota salari è crollata al 53%. Siamo 5 punti sotto la media. Qualcuno ha fatto due conti e ci informa che non si tratta di noccioline ma di una perdita di ben 240 miliardi. Risultato: in Italia - e questo lo dice il Censis - ci sono oltre 17


9 LUGLIO 2016 pag. 8 Claudio Gherardini claudiogherardini@gmail.com di

I

domeni è ovunque e sta avvelenando le menti e i corpi di migliaia di bambini, donne e uomini. “Citizens -- without home land Hounded like sparrows on maps time Travelers without papers Deads without ashroud We are the victims of age--- each governor Sell us and take the price !!!!!” Il mio fraterno amico siriano Mohammad stamani mi ha scritto questo testo qui sopra. È un farmacista di 46 anni, molto professionale, in fuga con suo figlio di 19, tecnico programmatore digitale, scappati dagli artigli di Daesh che li avrebbe volentieri catturati per usare le loro professionalità e poi gettarli in una fossa. Si stanno sciogliendo negli hangar abbandonati delle periferie collassate della Grecia le ultime forze d’animo dei disperati. Oggi nel centro di concentramento per siriani e iracheni in fuga dalla guerra in località Oreocastro, vicino a Salonicco, gli “ospiti” hanno scassinato un magazzino interno a gestione militare, pieno di cibo, varie merci utili e abiti. Quando la polizia greca è intervenuta non c’era niente da recuperare. I rifugiati sostengono che molta della merce sottratta al magazzino fosse in verità sottratta a loro. Secondo Mohammad a Oreocastro molti degli aiuti che arrivano rimangono in mano delle autorità militari. Questa notte alle 2 circa Mohammad mi ha inviato questa foto allegata e questo nuovo testo nel suo inglese improbabile come il mio: “This is my eid in greece far from my family and sadenss stuck in greece 5 month in tent sleeping dreaming to be some where is eu safe far from war and i wake up i find my self sleep in this tent oh how is hurt me this not eid is when eu governmet look for us like human bcuz we not animals”. Lamentava che i farmacisti greci non sapessero l’esatta composizione di ogni singolo medicinale in vendita dato che lui li conosce tutti. Ha fatto da infermiere e da consulente a tante persone a Ido-

Idomeni è ovunque meni e ora nel terrificante hangar di Oreocastro dove l’ultima volta che sono stato, fuori perché gli estranei non entrano, a venti metri da dove mi trovavo, mentre stavo telefonando a Popolare Network, un ragazzo si è tagliato le vene. Ormai la sola soluzione per

Massimo Cavezzali cavezzalicartoons@hotmail.com di

queste decine di migliaia di disgraziati rimasti intrappolati in Grecia, è pagare i trafficanti. Da loro punto di vista non si vede altro. D’altra parte la gestione dei migranti rifugiati che sono milioni nel mondo è stata lasciata in mano alle mafie di tutte le aree

Scavezzacollo

del pianeta che stanno determinando la sorte di intere popolazioni. Una altro amico siriano mi ha chiesto oggi se ci sono problemi al confine tra Italia e Austria, dato che hanno raccolto i soldi per pagare uno smuggler che lo porti in Italia con sua sorella. L’altra sorella è riuscita non so come a arrivare a Monaco di Baviera e li sta aspettando e non ho capito bene come e dove alloggi. Ci sono migliaia di minorenni a giro in Europa e ogni tanto in Grecia ne trovano uno e lo tengono in caserma per giorni prima che qualche autorità preposta se ne occupi. Poi ci sono quelli già comprati e magari rivenduti a pezzi. Mohammad era di buon umore ancora un mese e mezzo fa ma oggi non sa che pensare e vive di sola pasta. Tutti i giorni pasta e gli Arabi odiano la pasta. A Salonicco poi si è già arrivati oltre i quaranta gradi di temperatura. Non riesco a immaginare l’odore di un hangar con centinaia di persone ammassate con poca acqua e una doccia ogni tanto. Questa era la popolazione siriana bombardata dai MIG russi. Tutti mi hanno detto che erano aerei russi. Questi siriani avevano iniziato a sperare con quella che chiamano Rivoluzione, che iniziò 5 anni fa. Assad è un orribile fantoccio che ha massacrato il suo popolo e ovviamente piace molto allo Zar. Ora sono stati riportati allo stato animale. Questi disperati dato che sono arrivati in Grecia prima dell’osceno accordo con la Turchia, hanno il diritto di essere “ricollocati” in Paesi dell’Unione Europea, ma ci vorranno forse anni, vista la velocità del fantastico meccanismo di “accoglienza”. Intanto, a meno che abbia capito male, nessuno parla dei siriani ammassati al confine con la Turchia e che la Turchia non fa passare. Può darsi che mi sbagli ma dovrebbero essercene circa centocinquantamila, senza rifugio. Tra due fuochi, dietro Assad e i russi e davanti l’esercito turco.


P

9 LUGLIO 2016 pag. 9

artiamo, per una volta, dalla fine. Elvis Dona, il giovane albanese autore di questo breve ed appassionante libro autobiografico, lavora al bar di una casa del popolo, recentemente presa in gestione dall’Associazione di cui è socio, e che si occupa, tra le altre cose, di inserimento lavorativo di persone con problemi di salute mentale. Ma prima di arrivare a questo “lieto fine”, Elvis è passato attraverso un’esperienza di sofferenza, e anche di ingiustizia, che lo ha portato, appena quindicenne, a salire su un gommone abbandonando casa ed affetti, per arrivare in quell’Italia sognata, idealizzata ed amata, ma anche difficile e contraddittoria, dove incontra sia l’ostilità e la rigidità delle istituzioni, sia la disponibilità e l’accoglienza delle persone disposte a confrontarsi con chi arriva in cerca di fortuna e di futuro. E, dopo le iniziali difficoltà, Elvis sembra ambientarsi bene: frequenta la scuola d’arte che ha sempre sognato, trova una casa e un lavoro. Ma non tutto fila liscio, ed un grave lutto familiare innescherà una “caduta” personale, dalla quale saprà rialzarsi solo dopo aver vissuto l’esperienza della vita in strada ed attraversato l’inferno dell’Opg. È un racconto che si legge tutto di un fiato, quello di Elvis Dona, reso ancor più realistico dalla azzeccata scelta dell’editore di lasciare il testo nell’italiano un po’ albanesizzato con cui le pagine sono state scritte. Ed è un racconto scritto con un candore ed una sincerità disarmante, ma al tempo stesso con una profondità che il lettore non si aspetta, e di fronte alla quale ci si trova continuamente spiazzati, quasi increduli nel trovare, in mezzo alle drammatiche vicende raccontate, talvolta uno spunto ironico, talaltra una intima riflessione, o un giudizio approfondito e ragionato su aspetti della società italiana che sovente sfuggono anche a chi, in Italia, ci è sempre vissuto e ha avuto certe realtà costantemente sotto gli occhi. L’autore dice, in conclusione

L’altro Elvis

del libro, che il semplice fatto di averlo scritto gli è servito per imparare a conoscere se stesso e per liberarsi della sofferenza “incanalandola nelle strade giuste”. L’impressione che si ha leggendolo è che il valore del suo racconto stia in molto più di questo. Si percepisce immediatamente, fino dalle prime pagine, che siamo di fronte ad una testimonianza vera, appassionata, e toccante, di una esistenza in salita. Una lettura estremamente utile, per tutti, per capire un po’ meglio l’Italia di oggi, vista attraverso gli occhi di una persona che la raggiunge, in maniera rocambolesca, e si trova davanti difficoltà che annichilirebbero chiunque. Ed infine, molto istruttiva ed interessante è la parte finale del libro, nella quale Elvis racconta del suo incontro con i servizi di salute mentale, e della sua prolungata detenzione nel manicomio criminale di Montepulciano, che con grande intuizione e precisione definisce “una ferita per la società”. Un libro che, sotto tutti i profili, non lascia indifferenti.

Lido Contemori lidoconte@alice.it di

Il migliore dei Lidi possibili

Nuove e vecchie riforme scolastiche Disegno di Lido Contemori Didascalia di Aldo Frangioni


9 LUGLIO 2016 pag. 10 Paolo Marini p.marini@inwind.it di

È

una chiave progettuale e di lettura non nuova, sempre apprezzata e talora forse inevitabile, quella che vuole le mostre di pittura concepite a partire dalle collezioni e dai loro appassionati artefici prima che dagli artisti. Rispondono del resto a questo schema la mostra fiorentina al Palazzo Strozzi (dedicata alle collezioni Guggenheim di arte moderna) e quella romana al Chiostro del Bramante (con moltissime tele di macchiaioli e post-macchiaioli, tutte provenienti da collezioni private). Dal 2 luglio scorso si aggiunge la Fondazione Matteucci di Viareggio, ormai al suo sesto anno di vita e con un curriculum di eventi bene ispirati e di ottimo livello (in primis l’indimenticabile omaggio a Odoardo Borrani del 2012 e gli eventi dedicati a Moses Levy, nel 2014, e a Silvestro Lega, nel 2015), che ha deciso di proporre, con la mostra “Il tempo di Signorini e De Nittis, L’Ottocento aperto al mondo nelle Collezioni Borgiotti e

Roberto Giacinti rogiaci@tin.it di

A Firenze, dal 15 al 17 Luglio 2016, il Camet, Club Auto e Moto d’Epoca Toscano, organizza un concorso d’eleganza per automobili indimenticabili, in memoria di Franco Scaglione, un designer che con la sua matita ha fortemente influenzato il settore automobilistico. Nella splendida cornice di Piazza Pitti, un museo a cielo aperto potrà essere goduto da tutti coniugando il motorismo storico con il patrimonio artistico della Città anche tramite la fruizione dello spettacolo lirico de “La Traviata” di Giuseppe Verdi, diretta dal Maestro Zubin Mehta, il Sabato 16 Luglio, nel Cortile dell’Ammannati di Palazzo Pitti. L’evento sollecita il ricordo di quello che si tenne nel 1903 a Firenze, che insieme a Milano ed a Torino divideva allora la supremazia italiana in fatto di automobili circolanti (circa 150), dove fu organizzato appunto un Concorso di Eleganza. L’Automobile Club di Firenze allora denominato Club Auto-

Macchiaoli e italiani a Parigi

Piceni”, alcuni capolavori di De Nittis, Zandomeneghi e Boldini affiancati da quadri di Fattori, Lega, Signorini, Abbati, Sernesi e non pochi altri, accomunati dall’appartenenza alle collezioni del milanese Ernico Piceni (1901–1986) e del livornese Mario Borgiotti (1906–1977). I due, che vivevano a pochi passi di distanza l’uno dall’altro nella Milano del secondo dopoguer-

ra, erano egualmente immersi nel bel mondo della cultura del tempo e presi da una passione per la pittura; il primo indirizzandola sui cosiddetti ‘Italiani di Parigi’ (il trio Boldini-Zandomeneghi-De Nittis), il secondo – fors’anche per le origini – focalizzandola sui ‘suoi’ macchiaioli. Scrive Giuliano Matteucci, fondatore e direttore del Centro Matteucci per l’Arte Moderna:

“Diversi per carattere e temperamento - volitivo, passionale Borgiotti, riflessivo, colto ed esperto navigatore dell’universo letterario Piceni - sin dagli esordi rivelano preferenze ben distinte: se Borgiotti, in quanto egli stesso pittore, considera la tecnica uno degli elementi essenziali per la riuscita del quadro - ciò spiega la predilezione per un’arte creativa, nata da una profonda riflessione e da un moderno impiego del colore come quella, appunto, di Fattori, Abbati, Lega, Signorini – Piceni si mostra particolarmente sensibile alla nobiltà dell’ispirazione, all’eleganza, alla raffinatezza e alla vitalità della scena, meglio se d’impronta parigina”. Come nel caso dell’evento romano, molte delle opere esposte sono rimaste non concesse ad alcuna mostra - né altrimenti viste dal pubblico - fino ad oggi. Un ragione di più per non perdere l’occasione di visitare il Centro Matteucci, nell’estate versiliana o anche più tardi, dal momento che l’Ottocento... rimarrà aperto al mondo fino al 26 febbraio 2017.

L’ultimo modello di Florentia per la Regina

mobilistico Fiorentino, era stato fondato il 3 Febbraio del 1900 e si era dimostrato immediatamente uno dei più attivi del nostro Paese, organizzando a livello nazionale varie manifestazioni tra cui il Concorso d’ Eleganza per automobili, denominato “Corso dei Fiori”. La manifestazione si svolse nella Primavera di quell’anno, nel Parco delle Cascine che la nobiltà e la borghesia fiorentina raggiungeva, non più sulle carrozze o sui calesse, ma sul nuovo mezzo di locomozione, nuovo testimone

dell’agiatezza del proprietario. Fu chiamato Corso dei Fiori, allora molto di moda in Francia, perché in occasione della visita a Firenze del Re Vittorio Emanuele III e della Regina Margherita, giunti in città per presenziare alle manifestazioni di festeggiamento del Maggio Fiorentino, le 23 auto sfilarono in corteo davanti al Palco Reale addobbate di fiori dai proprietari delle automobili. Vinse l’automobile Florentia, di proprietà del Duca Leone Strozzi, Amministratore Unico della celebre marca automobilistica

fiorentina, il quale, con quella che oggi si direbbe una riuscita operazione di marketing, vendette alla stessa Regina Margherita, se pur a prezzo di favore, nell’occasione della sua visita a Firenze, l’ultimo modello di Florentia con carrozzeria Landaulett, vettura alla quale la Sovrana fu per lungo tempo molto affezionata e che veniva da Lei chiamata simpaticamente “Rondinella”. A Firenze l’Automobile Club locale continuò organizzando eventi maggiormente sportivi. Nel Giugno del 1948, il Presidente, On. Paganelli ed il Direttore Amos Pampaloni, organizzarono la prima edizione del Concorso d’Eleganza per Automobili, che si tenne nello splendido Giardino di Boboli ed infatti, in questo contesto prestigioso, saranno esposte per l’ammirazione della Città 25 automobili di valore inestimabile che segnano la storia dell’uomo e dell’automobile.


9 LUGLIO 2016 pag. 11 di

Sognando un’altra Islanda

Susanna Cressati

L

’Islanda ha cominciato ad esercitare il suo fascino su di me quando ero bambina. La zia viaggiatrice, di ritorno da quel lontano paese, raccontò una sua piccola disavventura. Benchè viaggiasse con un gruppo organizzato, era stata “dimenticata” per qualche ora in una zona di geyser e a poco a poco quella solitudine a cui era stata costretta in un ambiente naturale ostile e imprevedibile aveva alimentato in lei una forte inquietudine, perfino paura. Il suo racconto mi aveva suscitato tante fantasie ambientate di un mondo oscuro e inospitale. Poi l’Islanda è rimasta fuori dal mio orizzonte per moltissimi anni. Ci è ritornata di recente per una serie di motivi. L’ultimo in ordine di tempo, la vittoria della sua nazionale di calcio agli Europei di Francia sulla blasonata Inghilterra, lo ha reso sicuramente simpatico anche a chi ne conosceva a malapena l’esistenza. Se non altro per il fatto che questa squadra outsider è composta tutta da giocatori che non giocano affatto in Islanda, un paese che in tutto fa tanti abitanti quanti Firenze, forse meno, e i cui campi regolamentari di calcio riscaldati (grazie all’energia geotermica), sono 15, più 25 campi coperti più piccoli e 150 mini campi. In Italia questi impianti sportivi sono poco meno di 16.000. Poi la recente esplosione del turismo, che stimola la rinata voglia di visitare quella lontana contrada per molti versi ancora selvaggia. L’Islanda è terra di vulcani e di geotermia, l’interno consiste principalmente di un altopiano sabbioso desertico, montagne e ghiacciai, da cui molti fiumi glaciali scorrono verso il mare attraversando le pianure. È punteggiata da geyser spettacolari (non a caso la parola “geyser” deriva dall’islandese geysir che significa “sgorgare”), che attirano i turisti (a dispetto dei costi del soggiorno) così come le montagne e le cascate di ghiaccio, le aurore boreali, il volo instancabile delle pucinelle di mare. Insomma, sembra un viaggio con molti spunti di interesse. C’è la musica (Björk, i Sigur

Rós). E infine c’è la letteratura. Il grande innamoramento lo ha provocato in me la trilogia di Jón Kalman Stefánsson, “Paradiso e inferno”, “La tristezza degli angeli”, “Il cuore dell’uomo”, proposta da Iperborea. È un’ottima porta di ingresso in un paese dalla storia tormentata (è diventato indipendente nel 1944, tramite referendum) dove la scarsa popolazione ha dovuto far ricorso ad ogni energia, se non a un vero e proprio eroismo, per poter sopravvivere, prima dell’avvento delle moderne tecnologie, in un ambiente durissimo, dominato per lunghi mesi dal gelo e dal buio. “Paradiso e inferno”, ambientato come i volumi successivi nella seconda metà dell’800 porta con sé, a cascata, un altro suggerimento di lettura, quello del “Paradiso perduto”, il poema dato alle stampe nel 1667 da John Milton. Rileggo l’incipit: Della prima disobbedienza dell’uomo, e del frutto dell’albero proibito, il cui gusto fatale condusse  la morte nel mondo, e con ogni dolore la perdita  dell’Eden, fin quando non giunga più grande  un Uomo a risanarci riconquistando il seggio benedetto,  canta, Musa Celeste, che sopra la vetta segreta  dell’Oreb o del Sinai donasti ispirazione a quel pastore  che per primo insegnò alla stirpe eletta  come in principio sorsero i cieli e la terra dal Caos;  o se il colle di Sion maggiormente

ti aggrada, e il ruscello di Siloe che scorreva rapido  presso l’oracolo di Dio, da questi luoghi  offri, ti prego, aiuto al canto avventuroso  che in alto volo aspira a sollevarsi  sul Monte Aonio, e si propone cose  mai tentate in passato in prosa o in rima.  E soprattutto, o Spirito, che sempre preferisci  più d’ogni tempio un cuore saldo e puro,  poichè tu sai, istruiscimi; tu che fin dall’inizio  fosti presente e con ali possenti spalancate  come colomba covasti quell’abisso immane  e lo rendesti pregno: ciò che è in me oscuro illumina,  e ciò che è basso innalzalo e sostienilo;  che dalle vette di questo grande argomento  io possa confermare la Provvidenza Eterna,  e la giustezza delle vie divine rivelare agli uomini.  Un cuore saldo e puro, un canto avventuroso. Penso a queste parole quando poi leggo con meraviglia del giovane Bárður, pescatore di merluzzo, poeta, innamorato dei libri e delle parole in una Islanda poverissima ma non priva di cultura. Bárður è come stregato dal libro e dai versi che legge e rilegge: “Or scende la sera/, greve d’ombre/ su ciascuna cosa, /la scorta il silenzio/ e già s’acquatta/ la bestia in terra/ l’uccello nel nido /al riposo notturno”. E pensando

alla donna di cui si sta innamorando si ripete: “Nulla mi è delizia, tranne te”. Non può certo, Bárður, lasciare il libro nella baracca dei pescatori, corre a prenderlo e si imbarca per una battuta. Ma dimentica la cerata e va incontro con i versi di Milton sulle labbra alla morte per freddo. È anche questo l’Islanda, il paese di Bárður e del suo amico, il protagonista dell’intera trilogia che, attraverso epiche avventure ammantate di gelo, raccoglie il testimone del poeta pescatore. L’ultimo motivo di interesse per il paese dei geyser mi riporta nella contemporaneità. Ci fa da guida nel lato oscuro dell’Islanda il cinquantenne poliziotto di Reykjavík Erlendur Sveinsson, creato dal giornalista e scrittore Arnaldur Indriðason (gli islandesi hanno nomi impronunciabili, quelli femminili soprattutto). Erlendur è un sopravvissuto di una antica tempesta di neve nella quale ha perso la vita il fratellino. Fino a prima della guerra sopravvivere nelle isolatissime fattorie islandesi era una scommessa che in molti perdevano. Molti bambini morivano precocemente e se invece morivano i genitori i figli venivano redistribuiti nelle fattorie, lo stato pagava altre famiglie per il loro mantenimento, ma certo il destino dei piccoli non era sempre felice. Erlendur è divorziato da sempre e ha due figli, un alcolista e una drogata. Allegria di naufraghi. Insieme ai colleghi Elìmborg (donna) e Sigurður Óli (uomo) si aggira per una Reykjavík di case basse e ordinate, tra gente che abita nei seminterrati, in perenne lotta con le dipendenze da alcol e sostanze, o segnata per sempre da un oscuro passato, da esperienze infantili di violenza familiare. Anche il boom economico dei primi anni 2000, che fece assaggiare a qualche islandese (certo non a tutti) qualche ricco boccone, è disegnato con inquietudine. E a ragione, se si pensa alla rapidità con cui la bolla finanziaria, di origini non sempre “pulite”, si sgonfiò nel 2008. Una lettura aspra, spietata. Anche per l’Islanda il giallo si rivela un’ottima strada per conoscere realtà lontane e sfuggire al “rischio cartolina”.


9 LUGLIO 2016 pag. 12 Andrea Caneschi can_an@libero.it di

A

rrivare dalla parte del lago inferiore e scoprire il profilo medievale della città: le torri del castello, la massa imponente del palazzo ducale, i colori scuri dei mattoni e della pietra antica illuminati dal sole ancora basso e riflessi nelle acque del fiume. È un buon modo di iniziare la giornata, qui a Mantova, sul campo di gara del Campionato Italiano Dragon Boat, dove tra poco ci misureremo con altri coetanei robustamente attrezzati per la conquista del titolo nazionale di categoria nelle prove di velocità con lo Small Boat, il “draghino” a dieci vogatori. La giornata si annuncia splendida, luminosa e ancora piacevolmente fresca. Intorno grande animazione, equipaggi e pubblico, in una festa quasi intima di conoscenze e riconoscimenti in un circo ancora molto piccolo, che va crescendo di anno in anno. I giudici di gara ci stanno già chiamando e siamo pronti a imbarcarci sulla nostra voga, debitamente attrezzata con testa e coda scagliose come un vero drago di mare. Ci avviamo alla partenza, ricercando l’equilibrio giusto sul mezzo tipicamente instabile; proviamo il ritmo di gara, il tamburino ci lancia gli ultimi consigli. Proviamo una partenza da fermi, per ritrovare la concentrazione e la misura di potenza che ci permetterà di ottenere il meglio dallo sforzo iniziale, per muovere la massa inerte e renderla rapidamente pronta a trasformare la spinta della nostra voga nel più veloce scivolamento possibile sulla superficie dell’acqua, fino al traguardo. Il timoniere corregge la posizione della barca e ci mantiene al centro della nostra corsia. Siamo pronti sulla linea di partenza, allineati con i nostri avversari, tesi a cogliere il via con un improvviso e brutale strappo, rapido e ben coordinato, delle dieci pale affondate in acqua, e poi di seguito a rinforzare la spinta con una serie di palate rapide e crescenti nel ritmo, fino al passo di gara, allungati a prendere acqua più avanti possibile, per agganciarla e piantare la pagaia come fosse il palo a cui afferrarci per spingere oltre la barca. Con la coda dell’occhio scorgiamo le imbarcazioni che ci corrono accanto e lo sforzo per non distrarci a misurare il vantaggio, per non esaltarci anzitempo,

La cornice di Mantova

o deprimerci piuttosto del ritardo, non è meno necessario dello sforzo della voga: solo attenti e concentrati a comporre un unico disegno di ritmo e potenza riusciremo a vincere; e vinceremo solo laggiù, poche centinaia di metri più avanti, dove già possiamo indovinare

la linea dell’arrivo segnata dalle boe rosse al termine delle corsie di gara. Un ultimo sforzo che sospende il respiro, mentre il tamburino chiama la chiusura e ci forza a non lasciarci travolgere dalla fretta della vittoria o dalla paura della sconfitta per abbandonarci ad uno

Michele Morrocchi twitter @michemorr

La parola lavoro

di

Come siamo passati dal lavoro che nobilitava l’uomo a questi nostri tempi in cui la parola lavoro ha ormai assunto un valore se non negativo almeno pauroso? Questa è una delle domande che si fa Stefano Massini, drammaturgo e consulente artistico del Piccolo di Milano, dovendo descrivere la parola lavoro per un piccolo ma interessante volume edito da il Mulino. Massini non si sveste dei panni dell’uomo di teatro per affrontare il lavoro ma, anzi, sfrutta proprio questo punto di vista “laterale” per osservare il lavoro senza il tecnicismo dei professionisti. Un punto di vista che molto apprezza chi, come chi scrive, di lavoro si occupa di professione. Perché lo sguardo di Massini non indulge alla polemica politica, non si abbassa alla norma, al contratto; no Massini indaga il lavoro a partire dalla parola che lo definisce. Dal suo senso, dall’effetto che fa. Dal lavoro che era riscatto, realizzazione almeno sino alla generazione di mio padre al lavoro che è angoscia (di trovarlo, di non perderlo) o tutto ciò che si frappone al “tempo libero”, unico vero momento di realizzazione di se stesso. Massini riflette sulla

rappresentazione di noi, sulle nostre foto postate sui social e da questo collega come un filo invisibile prima ma evidentissimo poi il fatto che sempre più il lavoro dimentichi l’italiano (anche quando esso ha i termini adatti) per spostarsi sull’inglese. Effetto della globalizzazione certo, ma anche forse di una certa vergogna. Oltre naturalmente all’effetto cortina fumogena. Volete mettere quanto sia più comunicativo annunciare un jobsact piuttosto che un piano lavoro? Ma qui è il “tecnico” del lavoro a prendere il sopravvento, Massini, state sereni, non indulge in tutto ciò e anzi volge il proprio sguardo al futuro, al lavoro che va oltre la macchina e vede affacciarsi vere e proprie intelligenze artificiali. Un futuro tutt’altro che remoto, in cui ad essere minacciati non saranno soltanto operai ma anche gli “intellettuali”. Per tornare all’oggi la meccanizzazione e

spalettamento inutile e confuso incapace di trasformare la forza ordinata della voga in quell’ultimo e più veloce scivolamento in avanti, di pochi metri ormai, fino al traguardo, che forse taglieremo un attimo prima degli avversari. O forse no. l’informatizzazione del settore dei servizi, quello per capirsi che ha fatto da bacino per l’eccedenza di manodopera non specializzata espulsa dal mondo della produzione, sono dietro l’angolo e porranno a breve un problema per le nostre economie occidentali. Quelle che hanno delocalizzato la produzione, si sono raccontate che tutti avremmo potuto fare i “creativi”, gli ingegneri o i programmatori, ma che poi sfamano la larga parte di sé stesse, numericamente parlando, nei cosiddetti settori ad alta intensità di manodopera. Il lavoro quindi come rappresentazione degli incubi dei nostri giovani, così come era stato dei sogni dei nostri padri. È sempre Massini a venirci in soccorso rispetto a questo cambiamento, estraendo dalla valigia dei ricordi la schedina del totocalcio e cosa sognavano gli italiani compilando ogni settimana quella schedina e comparandola ai concorsi di oggi che già dal nome (uno per tutti “turisti per caso”) ci dicono che l’unico sogno rimasto è quello di fuggire dal lavoro. Stefano Massini, Lavoro,il Mulino, 2016.


9 LUGLIO 2016 pag. 13 di

Mariangela Arnavas

V

eleggiando verso Itaca, tra piccole spiagge solitarie in mezzo alle rocce, mi accorgo con sgomento che sto per terminare l’unico libro che sono riuscita a infiltrare nello scarno bagaglio Ryanair e senza un libro da leggere mi sento perduta anche nel paradiso terrestre. Mi soccorre lo skipper, che è anche un caro amico e mi propone uno scambio tra il suo pocket book e il romanzo che ho appena terminato. Ho sempre avuto diffidenza verso i supporti elettronici di lettura. I libri mi piacciono anche come oggetti: le mie preferite sono sempre state le edizioni dei Meridiani; tanta scrittura in poco spazio, le pagine sottili, il nastrino di seta blu per tenere il segno. Ricordo che tanti anni fa in campeggio leggevo, appunto nei Meridiani, i “Racconti Italiani del Novecento”, con l’introduzione di Enzo Siciliano, e una signora mi chiese se ero molto religiosa perché mi vedeva sempre leggere la Bibbia! Ma la situazione era d’emergenza e quindi ho preso l’ebook e mi è capitato sott’occhio il libro di un autore, Alessandro Perissinotto, di cui avevo sentito parlar bene a Radio 3 nella rubrica Fahrenheit, di

Vicent Selva

Consigliere comunale di Esquerra Unida

Domenica 26 giugno, si sono tenute le nuove elezioni parlamentari in Spagna. Necessarie perché dopo le elezioni del 20 dicembre era impossibile per i partiti trovare un accordo per formare un governo di legislatura. Il risultato finale è stato che la destra conservatrice del Partido Popular di Mariano Rajoy, ha ottenuto la vittoria e migliorato i risultati del 20 dicembre, anche se ancora lontano dalla maggioranza assoluta (176) con 137 deputati. L’altro partito di destra, Ciudadanos, nel frattempo, ha avuto un risultato peggiore passando da 40 seggi a 32. Con questo risultato, il blocco di destra si avvicina alla maggioranza assoluta. La sinistra è stato la grande sconfitta di queste elezioni. Il partito socialista ha perso 5 seggi, mantenendone solo 85. Anche se questo è il peggior risultato della storia recente per il PSOE, il risultato è stato migliore del previsto. La grande sorpresa, però, è stato il risultato della coalizione Unidos Podemos, alleanza fra Podemos, Iz-

Il giudice

di Perissinotto

di solito affidabile, con un titolo che mi ha interessato subito, “Al mio giudice”. Il titolo mi ricordava uno dei miei romanzi preferiti “Lettera al mio giudice” di Simenon e mi sembrava un buon viatico. Comincio a leggere e non riesco più a staccarmi e mi succede molto di rado purtroppo ormai. Il supporto non è fastidioso e mi incastro con quello in posizioni anche parecchio scomode alla ricerca di un po’ d’ombra sulla barca con 37 gradi tondi appunto all’ombra, ma quando la lettura è buona, si sopporta tutto. Scopro da subito che il romanzo di Simenon è fonte d’ispirazione principale, l’autore lo dichiara e questo mi piace. E c’è un altro riferimento letterario che ci accomuna ovvero “Lo straniero” di Camus, anche se qui l’assassinio al centro della vicenda non è immotivato; al contrario è la vicenda che motiva il delitto a formare

la trama del romanzo. Che è un romanzo epistolare e anche qui i miei pregiudizi remavano contro: niente di più noioso dei romanzi epistolari, tanto frequenti nel ‘700, per di più un carteggio via mail e nella mia esperienza lavorativa avevo imparato a temere quelle terribili mail che arrivavano con tante altre concatenate, tanto che avevo sviluppato una tecnica di lettura selettiva che riduceva al minimo indispensabile le frasi lette. Ma qui la scrittura è forte e attraente, non lascia spazio alla noia, riesce anzi a rendere indispensabili anche i dettagli che di solito si saltano a piè pari in un carteggio, come gli account. Più volte ho dovuto scorrere indietro per rileggere l’oggetto, che l’autore riesce a rendere sinteticamente significativo in ogni mail. L’ho letto tutto d’un fiato e mi sono resa conto che l’essere riuscito ad elevare il linguaggio mail a buona

letteratura, faceva perdonare qualche incongruenza del carteggio tra l’assassino e la sua giudice, come la poco realistica grande disponibilità di lei al dialogo, come qualche eccesso nel cupio dissolvi del finale, che peraltro ha assonanze con il romanzo della Bartlett “Uomini nudi”, che però è stato pubblicato molto dopo. Se si aggiunge una lucida analisi della terribile crisi della classe media, anche in anticipo rispetto alla crisi economica recente, dato che il libro è uscito nel 2004, direi senz’altro un libro da non perdere, del tutto a prescindere dalle condizioni di lettura e dai propri pregiudizi.

quierda Unida e altre partiti regionali di sinistra, più sbilanciato a sinistra, con un progetto socialdemocratico classico, basato sulla riduzione delle disuguaglianze, la rigenerazione, la democrazia e la lotta alla corruzione. Unidos Podemos è risultata essere la terza forza politica, con 71 seggi e il 21% dei voti. È vero tuttavia che questo per la sinistra è stato il miglior risultato dal ritorno della democrazia in Spagna. Tradizionalmente, la Sinistra Unita (ex partito comunista, l’unica forza di sinistra, oltre al Psoe, con rappresentanza in Parlamento) difficilmente aveva superato qualche volta il 10% e 20 deputati. Quindi, da un punto di vista storico, il risultato per la sinistra è stato buono Ma i risultati sono sempre valutati secondo le aspettative e gli obiettivi da raggiungere. E queste aspettative, questa volta, non sono stati soddisfacenti per la sinistra di Unidos Podemos. Tutti i sondaggi avevano previsto che Unidos Podemos avrebbe

potuto superare il Partito Socialista, così che che per la prima volta i due giocatori principali nel Parlamento non sarebbero stati il Partito Popolare e il Partito Socialista, ma c’era una concreta possibilità di un’alleanza di sinistra per il governo del paese, con l’appoggio dei socialisti. L’altra opzione possibile - secondo i sondaggi - era che il Psoe, sempre come terza forza, consentisse alla destra del Ppe di formare un governo. Così come era accaduto in Grecia con il Pasok, ma questa sarebbe stata, probabilmente, la fine del Psoe. Tuttavia, i sondaggi sono stati smentiti dai voti e, anche se con poca differenza, il Partito Socialista è risultato il secondo più votato, ancora una volta. Al termine di una campagna elettorale, che - con l’apporto dei conservatori e dei socialdemocratici, basata sulla paura, sul collegamento presunto tra Podemos, il Venezuela e la Grecia a Tsipras - ha contribuito a mobilitare elettori della destra, spaventata da ciò che i mass media dicevano su Podemos, che al tempo stesso ignoravano i molti casi di

corruzione che avevano coinvolto il Partito Popolare negli ultimi anni. Un partito che dei giudici hanno dichiarato essere una vera “organizzazione criminale”. Un’altra chiave di lettura sta nella incapacità del Psoe di raggiungere un accordo con Podemos e Izquierda Unida dopo le elezioni il 20 dicembre, che con il supporto di alcuni nazionalisti di sinistra avrebbe permesso un governo progressista ponendo così fine alle politiche conservatrici e anti-sociali del Partito popolare. Tuttavia, il Pose aveva deciso di provare a formare un governo, senza guardare ai partiti di sinistra. Questo fatto probabilmente è stato un fattore di disincanto per una parte non piccola degli elettori di sinistra che, ora, hanno deciso di non votare. In breve, queste elezioni hanno troncato le possibilità di cambiamento e pare che il Partito Popolare governerà con il sostegno di Ciudadamos e forse con un voto favorevole o l’astensione dei Socialisti, consentendo a Rajoy di continuare a governare per altri quattro anni.

Podemos?


9 LUGLIO 2016 pag. 14 di

Sull’architettura alla Kollhoff, Krier, Natalini e vari altri

Francesco Ventura

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Dove non c’è continuità In che senso l’architettura che intende sottrarsi alla dottrina del modernismo è “falsa” (senza che ciò implichi che quella modernista sia “vera”). Non secondo l’argomento ingenuo del modernismo, per il quale l’avversaria imiterebbe le “colonne”, ossia il passato compiuto, che non può ritornare. A tale debole obiezione, viene facilmente risposto che ogni nuova colonna è diversa dalle precedenti e che l’attuale produzione di colonne si avvale di tutta la potenza della tecnica contemporanea. Non è dunque un ritorno al passato, non si tratta di copiare l’antico, ma di innovare in continuità con ciò che l’architettura da sempre è nella sua tettonica fondamentale. Ne è testimonianza il fatto che perfino nelle migliori opere dell’architettura modernista le leggi di tale tettonica sono rinvenibili, pur occultate dall’ideologia. Ma il punto è proprio questo: la tettonica sulla quale tale architettura intende fondarsi ed esibirsi ha un senso illusorio. La potenza tecnica, la cui crescita non ha più limiti di principio, consente ormai di produrre – fa notare a esempio Kollhoff – una colonna in un giorno. Cosa impensabile nel passato anche recente. Sì, certo, e dobbiamo aspettaci in futuro molto di più. Ma quella stessa potenza è in grado di polverizzare una colonna, del passato o del presente, in un batter d’occhio. Cosa un tempo inaudita. L’architettura di Speer è stata ridotta rapidamente in macerie, e non in magnifiche rovine come era stato progettato, dalla potenza delle bombe, pur non ancora atomiche. Il culto contemporaneo del patrimonio, con notevoli difficoltà, vorrebbe preservare dalla distruzione le rovine antiche, attribuendo a quelle colonne un valore che le attuali non possono vantare, tra l’altro, proprio perché non furono fatte in un giorno e avevano un significato – un fondamento – del tutto diverso, al quale è impossibile – in senso rigoroso, ossia filosofico – ritornare. Non c’è, né può esserci, continuità tettonica: quella tradizionale è infinitamente meno potente, se non se ne compie l’idonea falsificazione. L’architettura alla Kollhoff ha spazio, insieme a molti altri orientamenti differenti e opposti, perché il nostro tempo, diversamente dal

passato, è il tempo della libertà senza limiti. Perché può giovarsi di una potenza tecnica senza precedenti. Perché vi è una domanda di “illusione” – e dunque un mercato – laddove «L’immaginazione e le grandi illusioni onde gli antichi erano governati» (Leopardi) hanno perso credito. E perché il lato distruttivo della tecnica ha acuito l’angoscia: non potendo, la scienza probabilistico statistica che la guida, garantire alcuna sicurezza di durata al “paradiso in terra” che va realizzando. Platone pensava che si dovessero cacciare dalla Polis i poeti, perché “mentono molto”. Per lo stesso motivo, Leopardi pensava che fossero la salvezza, distogliendo, il poetare, lo sguardo da quella verità di ragione che è la “nullità”, caducità, contingenza, di tutte le cose. “Poesia” è qui da intendersi nel senso di poiesis (produzione), dunque anche di quella architettonica. Il che dovrebbe indurre a riflettere oltre entrambi i pensieri.

2

Dove sta la continuità Del pensiero greco, cosa tiene fermo, portandolo a coerenza, il nostro tempo? Della piramide egizia il tempio greco è una rivoluzione. La prima configura uno spazio solido, compatto, impenetrabile, immobile, assolutamente inflessibile, ossia senza tempo. Il secondo detta una regola che ha la medesima inflessibilità, ma sotto la sua legge contempla il movimento, il libero passaggio dal dentro al fuori e viceversa, consentito ed espresso dal colonnato: “un muro con molte aperture” lo qualificava Leon Battista Alberti. È questa una metafora del significato radicale che i greci, con la nascita della razionalità filosofica, danno all’esperienza del variare di tutte le cose della realtà sensibile, che perciò è “divenire”: ossia ogni cosa oscilla tra l’essere e il niente, dal nulla esce temporaneamente e nel nulla ritorna definitivamente. Ma questo stesso pensiero, pone a dominio del divenire una realtà sovrasensibile,

immutabile, eterna. È in ultimo questa realtà, che mai fu e mai sarà preda del nulla, a produrre e governare il divenire secondo le sue regole. Una legge suprema che nessuna generazione e corruzione “naturale” e alcuna costruzione e distruzione “tecnica” possono mai violare. Da allora la razionalità speculativa ha svolto un intenso lavorio volto a condurre a coerenza i due lati del pensiero greco: il mutabile e l’immutabile. Il pensiero contemporaneo, a partire almeno da Leopardi (poi Nietzsche, Gentile, Heidegger, Severino e molti altri), ha raggiunto la seguente coerenza: se il divenire è un’evidenza, come i greci per la prima volta hanno semantizzato e come l’esperienza sembra attestare – e perciò noi siamo indubbiamente creatori – allora è impossibile che esista una qualsiasi realtà immutabile che lo crea e lo governa. Una tale realtà ridurrebbe il divenire e la creatività umana a mere apparenze. L’intera nostra esistenza, ogni nostro operare, con o senza consapevolezza del singolo, è oggi guidato dalla convinzione che il divenire è la totalità del reale e che non ci siano limiti di principio, ma solo contingenti, alla nostra capacità di creare e produrre ciò che vogliamo. Il significato di “colonna” ne può essere metafora. Il latino culmen (“sommità”), da cui deriverebbe, è analogo al senso che ha la parola greca episteme, solitamente tradotta con “scienza”, ma che propriamente indica quel sapere che “sta” (steme) “su” (epì), perché né uomini né déi possono smuoverlo, in quanto è conoscenza della realtà immutabile (Emanuele Severino, Tecnica e architettura, 2003). La figura architettonica della colonna, se è vestigia del passato ha valore di memoria, è patrimonio culturale, se è produzione attuale può al più valere come citazione dell’architettura d’altri tempi. Se con essa s’intende tornare al fondamento dell’architettura, allora è illusione, perché quel fondamento non c’è, non può esserci,

se il senso greco del divenire è un’evidenza. Per lungo tempo quel fondamento è stato solo una fede. Tuttavia, sia l’architettura alla Kollhoff, sia, all’opposto, quella alla Koolhaas, sono inevitabili conseguenze, per lo più inconsapevoli, del tramonto degli immutabili. Nell’atteggiamento di entrambe verso il senso del passato si può intravedere un fondamento comune, e a un tempo una reciproca incompatibilità. Nel pensiero degli ultimi due secoli, che ha portato a compimento la distruzione della metafisica e dell’episteme, è emerso che il più resistente degli immutabili è il senso del passato (in specie Nietzsche e Gentile, vedi Emanuele Lago, La volontà di potenza e il passato, 2005). Ed è anche il più insidioso, perché si annida nel divenire stesso, è un suo prodotto. Il passato è un immutabile in un duplice (e contrastante) senso. Da un lato, passato compiuto è il ciò-che-fu e adesso non-è-più e non può più ritornare. Il che implica che ciò che è passato sia definitivamente fuori dal dominio della nostra volontà di potenza. In altri termini, ciò che passa, ritornando per sempre nel niente, non lo si può più volere, decidere, deliberare, progettare. In questo senso è una dimensione che non può più divenire. Per cui il divenire non sarebbe più la totalità del reale. L’unica sua presenza è il ricordo. Ma il ricordo di qualcosa non è il qualcosa che è passato. Da un altro lato, se il divenire è inteso come sviluppo storico, successione concatenata di eventi, si ha che tutto ciò che è adesso non avrebbe potuto essere così come è senza ciò che prima è stato e adesso non-è-più. In tal modo il passato, in cui la storia consiste, è un presupposto, un dio che domina e toglie libertà all’attuale volontà progettante. Che è un altro modo di negare l’evidenza del divenire. La progettazione alla Kollhof e quella alla Koolhass possono essere interpretate, al livello puramente empirico, come sintomi dell’insofferenza nei confronti del senso immutabile del passato nelle sue due differenti dimensioni. L’una mostra di voler nuovamente trarre dal niente ciò che è passato riconducendolo nella progettualità attuale. L’altra mostra di voler che resti definitivamente nel nulla, perché non sia negata la libera progettualità attuale.


9 LUGLIO 2016 pag. 15 Annamaria Manetti Piccinini piccinini.manetti@gmail.com di

D

ue immagini, l’una opposta all’altra, sintetizzano per me il ricordo della Libia prima della attuale guerra civile, cioè nell’età di Gheddafi: l’Hotel Corinthia, da una parte; e un gruppo di uomini dispersi in mezzo al deserto, assetati, affamati, terrorizzati, dall’altra. Il “Corinthia”, hotel prestigiosissimo di Tripoli, sede di incontri internazionali, non è stato risparmiato negli ultimi conflitti della guerra civile: nel 2015, un attacco terroristico ha causato una decina di morti e la distruzione di parte dell’edificio con i suoi arredi, nonostante che al momento vi fossero installate l’ambasciata di Francia e del Qatar. Ospitata da amici in quell’hotel nel 2008, non posso non ammettere di essere stata affascinata da quel ‘sapore d’Oriente’, seppur di maniera. Ricordo camere da letto sontuosamente arredate, profumate dalla straripante abbondanza di fiori freschi, sparsi dovunque, perfino sul pavimento della sala da bagno. Buffet per i palati di ogni nazione del mondo. Non è questione di épater le bourgeois: è che, a suo modo, il Corinthia era un simbolo di un mondo e di un gusto. La miseria a Tripoli non si vedeva. Si vedevano molti poliziotti in giro e questo stupiva: le piazze erano belle e tranquille, con le loro grandi palme, giardini ed edifici imponenti, con tanta gente seduta sulle panchine, anche giovani uomini - e ci si domandava perché. Nella ricca capitale di Gheddafi erano disoccupati? Nella grande “Piazza Verde” -così allora era denominata- c’era lo straordinario museo della Jiamahirya, di cui ricordo, oltre alle collezioni archeologiche universalmente conosciute, in particolare le raccolte dei vetri: tanti vasi e ampolle, quasi fosforescenti, come bolle di sapone, soffiate nelle antiche forme. E poi rilievi di animali e di vita quotidiana provenienti dai centri indigeni dell’interno, come dalla città di Ghirza, pesantemente colpita e contesa negli ultimi scontri. Sembra che il museo, per ora, sia salvo. Ma non sarà esente, come tutti i siti archeologici del

Tripoli bel sol

paese, da ruberie, se conflitti imprevedibili continueranno. In città c’era ancora, ben riconoscibile, la presenza di edifici italiani anni Venti- Trenta, perfettamente conservati, razionali e lineari nella loro ‘modernismo’. Ovviamente non c’erano indicazioni che ricordassero quel lontano passato, per una inevitabile damnatio memoriae, anche se gli edifici risultavano tutt’ora utilizzati per importanti

Alla ricerca di paesaggi perduti

sedi di banche o simili, come lo stesso Museo di Tripoli. Comunque le tracce di questa architettura sono sparse dovunque, ed ogni tanto il visitatore si sorprende per la comparsa improvvisa di un edificio che ti riporta a casa, soprattutto a Roma, con alcuni eccellenti esemplari del razionalismo italiano, magari rimaneggiati, per utilità, o per un camuffamento in stile locale. Ma qualcosa è

sfuggito: per esempio la chiesa di San Francesco, dalla facciata un po’ dechirichiana e, all’interno, con curiosi affreschi in stile pseudo-giottesco: con ritratti, si dice, di personaggi dell’epoca. Anche a Tripoli la passeggiata nella medina (la città vecchia), è fra le occasioni più piacevoli. Il mercato è pieno di gioiellerie, con quell’oro troppo brillante, con collane a fitta cascata nelle vetrine, croce e delizia di neo-sposi che devono ottenere la moglie a peso d’oro, come mi spiegava un preoccupato, giovane Mustafà. Ma insomma merci abbondanti e molte donne impegnate in acquisti, chiaramente prematrimoniali, o per bambini e bambine vestiti in perfetto stile ‘Barbie’, anch’esse status symbol di famiglie benestanti e ben inserite. Ma nel primo passaggio su pista, nel deserto, verso sud ovest, la terribile scoperta: alcuni disperati, sdraiati per terra, che, alla vista di fuoristrada stranieri, alzavano le braccia debolmente con richiesta di aiuto. Avevano lasciato un loro camioncino sulla statale che attraversa il deserto, a chilometri di distanza, ed erano fuggiti perché avvistati - a loro dire- dalla polizia. Essendo clandestini che cercavano di raggiungere Tripoli, essere catturati dalla polizia era stato il loro terrore più grande: significava morte o prigione, nelle mani degli sgherri, liberi di esercitare su di loro torture e qualsiasi sopraffazione. Così si erano gettati nel deserto senza sostegno alcuno, senza neppure una bussola primordiale. La fortuna di un breve momento ha fatto sì che fossero riforniti d’acqua, di cibo e di poco denaro. Ma il ronzare di elicotteri in lontananza faceva prevedere, comunque, una sorte tragicamente segnata. Questo episodio parve allora legato a un fatto poco più che occasionale, di popolazioni poverissime che cercavano di arrivare a paesi dove si poteva sopravvivere. Nessuno avrebbe pensato che certe situazioni di estrema indigenza, quando fossero state intercettate da guerre sorrette da motivi di potere politico e fanatismo religioso, avrebbero determinato quelle drammatiche situazioni a cui stiamo assistendo oggi.


9 LUGLIO 2016 pag. 16 Roberto Mosi mosi.firenze@gmail.com di

P

er l’ Antologia della casa editrice www.larecherche. it pubblicata il 10 luglio 2012 con il tema “Da Illiers a Cabourg” – sempre in occasione della ricorrenza della nascita di Proust – abbiamo composto il testo poetico “I campanili di Martinville”. È affascinante il modo in cui lo scrittore coglie i caratteri di questa parte della Francia, conosciuti nel corso dell’infanzia (si veda il libro “Dalla parte di Swann”), scanditi dall’imporsi dei campanili sul paesaggio, che Proust ammira e ama profondamente, influenzato anche dalle osservazioni della nonna. Suscita, in particolare, grande meraviglia l’apparire improvviso, al ritorno in carrozza da una passeggiata, dei due campanili di Martinville “sui quali batteva il sole al tramonto e che per il movimento della carrozza e le curve della strada sembravano cambiare di posto”. Questo episodio diventa anche il pretesto per mostrare nel protagonista–ragazzo l’urgenza di fissare sulla carta le piccole, grandi sorprese della vita di tutti i giorni ed è finalmente la rivelazione della sua capacità di scrivere: “La gallina ha fatto l’uovo!” Disegni di Enrico Guerrini. I campanili di Martinville I. Il campanile appare dal treno, un’unghia che graffia stridendo il cielo, intorno il gregge delle case. “Siamo arrivati!” Ah, la Francia dei campanili, delle cattedrali alte su ondeggianti pianure. “Cèleste, la mia opera è come una cattedrale”. Immagini animate di campanili, raccolte nei quartieri di Parigi, dall’automobile a Caen, sulle colline di Combray. II. Lo sguardo del ragazzo scruta i fianchi di pietra del campanile di Combray le finestre scandite, occhi di un viso regolare.

La gallina ha fatto l’uovo! “Salite sulla carrozza”. Corrono come il vento i cavalli del dottore sulla via del ritorno, dalla parte di Guermantes.

Alla svolta della strada i due campanili di Martinville si muovono, cambiano di posto, un terzo arriva da oltre la valle. Al girare della carrozza lasciano la posizione, si spingono l’uno accanto all’altro, si mettono in fila si dividono, fuggono.

“Ha un’aria naturale e distinta”, sorride la nonna seguendo lo slancio della guglia addolcita dagli ultimi raggi di sole.

centinaia di corvi partono infiniti voli, li riassorbono, sparisce il frullio delle ali.

La fuga delle pietre in alto in alto, due mani giunte nella preghiera, coronamento di ogni punto di vista della città.

III. “Non ho talento, pensa, non ho un’idea illuminante”. Marcel penetra l’impasto d’argilla, lo scompone. Cercano le mani, la mente.

Le pietre lanciano fuori

IV.

“Giganteschi, incombenti con tutta la loro altezza si gettarono davanti a noi, avemmo appena il tempo di fermarci davanti al portone”. Dalla collina di fronte scorge ancora le pareti assolate: si aprono, la corteccia si squarcia, appare quello che era nascosto. V. “Dottore, una matita, della carta”. L’urgenza del pensiero, delle parole: “Li rivedo come tre fiori sopra i campi, dipinti nel cielo”. “Sono anche le tre ragazze di una leggenda, abbandonate in un luogo solitario”. Si stringono l’una all’altra, una sola sagoma nera. Qualcosa si agita nella mente, un’idea, la riveste di parole, scrive sulla carta espressioni, forse, per un libro, da comunicare al mondo. “La gallina ha fatto l’uovo!” Marcel canta a cassetta accanto al cocchiere, un foglietto nelle tasche, le mani sporche d’argilla. Roberto Mosi, I campanili di Martinville, in AA. VV. (a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani), Da Illiers a Cabourg, www.laRecherche.it , n. 113, Roma 2012, pagg. 142-145.


in

giro

9 LUGLIO 2016 pag. 17

La Tancia di Michelangelo La Tancia, di Michelangelo Buonarroti il Giovane, è stata presentata il 6 luglio nel Cortile della Biblioteca Ernesto Ragionieri a Sesto Fiorentino da un gruppo di sei giovani attori formatisi alla Calenzano Teatro Formazione, attività formativa del Teatro delle Donne presso il Teatro Manzoni di Calenzano. La commedia fu scritta nel 1611 dal nipote dell’omonimo artista noto anche per aver curato e organizzato la collezione dello zio nel palazzo di via Ghibellina, oggi nota come “Casa Buonarroti” ed è stata diretta e riadattata da Gherardo Vitali Rosati. Nello spettacolo si troveranno quindi invariate alcune pagine del testo, in ottava rima, alternate a sequenze interamente riscritte, per rendere più fruibile il testo e per avvicinarlo – anche tematicamente – alla sensibilità dei nostri giorni. Commedia d’amore a lieto fine, la Tancia racconta la storia dei tanti pretendenti della protagonista, una “villana”: Ciapino e Cecco, anch’essi “villani”, e Pietro, un più altolocato “cittadino”. Se il padre vorrebbe far sposare la figlia al più ricco dei suoi pretendenti, la sorte aiuterà i giovani contadini. Di fondamentale importanza, nel testo di Buonarroti, erano le musiche. Allestita per la prima volta al cospetto del Granduca Cosimo II dei Medici, questa commedia rusticale nasceva infatti dall’incontro dei versi dell’autore con la musica di Francesca Caccini, detta “La Cecchina”. Michelangelo ebbe un’intensa relazione con la virtuosa di corte, testimoniata da una fitta corrispondenza epistolare. Fu lei a

Gli esordi di Primo Conti

mettere in musica molti dei suoi componimenti poetici, e con la Tancia il loro connubio raggiunse un livello considerato fra i massimi del teatro barocco, che infatti ebbe una discreta fortuna e fu ripresa per molti anni di seguito. Oggi, il musicista Tommaso Tarani si è basato su quelle melodie per comporre nuovi brani, dichiaratamente contemporanei ed eseguiti alla chitarra elettrica. A quattrocento anni di distanza dalla prima rappresentazione, La Tancia è stata proposta al Teatro delle Donne dall’Accademia della Crusca, nell’ambito di un più ampio progetto sullo sviluppo della lingua fiorentina. E il Teatro delle Donne ha accolto la sfida mettendo in campo le risorse formative del centro di drammaturgia. A Gherardo Vitali Rosati (docente e coordinatore del corso 2015/2016 della Scuola di Scrittura Teatrale) è stato affidato il riadattamento del testo e la regia, ai giovani attori formatisi alla Calenzano Teatro Formazione il ruolo di interpreti. Per discutere di questi temi, presentando il panorama originale in cui nasceva il testo e spiegandone le sue peculiarità, lo spettacolo, nella sua versione rivisitata, sarà introdotto da un intervento del Presidente dell’Accademia, prof. Claudio Marazzini. I primi vent’anni di attività artistica di Primo Conti, dal suo precoce esordio pittorico, attraverso il Futurismo fino ai capolavori della prima maturità dove al clima celebrativo del regime fascista e al ritorno all’ordine oppose intime e poetiche visioni. È questa la mostra “Primo Conti, un enfant prodige all’alba del Novecento. Dagli esordi agli anni Trenta”, curata da Nadia Marchioni che sarà esposta nelle sale del Palazzo Medi-ceo di Seravezza in Versilia, Patrimonio Mondiale Unesco, dal 9 luglio – inaugurazione ore 18 - al 2 ottobre 2016.

Sara Chiarello esse.chiarello@gmail.com di

Le novità dell’Ort

Salite a bordo e fidatevi: sarete trasportati in un viaggio nella musica lungo 300 anni. È questo il concetto espresso dalla grafica (una cartina metropolitana ipotetica, in cui le fermate sono chiamate come i compositori, o come strumenti musicali) e dal claim della trentaseiesima stagione dell’Orchestra della Toscana (ORT), che si svolgerà da ottobre a maggio 2017 in venti città, partendo dalla sua sede principale, il Teatro Verdi di Firenze. Nel programma ottanta concerti e ventidue produzioni, che valorizzeranno le eccellenza dell’orchestra, con direttori di lustro, quali l’australiano Daniel Smith, lo scozzese Garry Walker, il danese Thomas Dausgaard, il venezuelano Dietrich Paredes, il pianista-direttore Alexander Lonquich, e, per la prima volta con l’ORT, Roland Böer e Alejo Pérez. L’orchestra sarà arricchita da solisti di fama internazionale, tra cui Anna Fuse al flauto dolce, al violino Veronika Eberle e al pianoforte Saleem Ashkar. E tutto questo nonostante il taglio di 200.000 euro (ma i prezzi dei biglietti sono gli stessi di sei anni fa, da 11 euro a 65 euro per l’abbonamento). “Distribuire cultura sul territorio è il nostro compito”, dicono gli organizzatori, “perché vogliamo far crescere la sensibilità del pubblico, portan-

dolo anche in territori meno battuti. Presentiamo così un programma curioso, che da Vivaldi ad Antonioni abbraccia un vasto arco temporale, e che, accanto agli autori ed ai titoli più collaudati, mette insieme la musica del nostro tempo nelle sue varie accezioni”. Si parte dai capisaldi del repertorio sinfonico sette-ottocentesco, quelli che contribuiscono a creare l’identità di ascoltatori, perché proprio da queste pagine è scaturita, più o meno consapevolmente, la musica del presente, non solo quella comunemente definita ‘colta’. Perciò ecco Bach, Haydn, Mozart,gli autori che per primi hanno trattato la musica come narrazione, equiparando di fatto le loro composizioni a romanzi senza parole, con melodie differenziate in funzione dei personaggi. Poi le Sinfonie di Beethoven e il Concerto. n. 3 per pianoforte. Sono i pilastri della cultura europea post-Rivoluzione Francese. Poi Schubert, Mendelssohn, il quasi coetaneo Schumann, Brahms, Bruckner, il russo cosmopolita Čajkovskij. Per tre volte si ascolterà il direttore principale Daniele Rustioni, il primo appuntamento il 21 ottobre con le Variazioni su un tema di Paganini di Rachmaninov (con Benedetto Lupo, nome di eccellenza tra i pianisti italiani) e la Sinfonia Patetica di Čajkovskij. Con l’orchestra che si completa degli allievi del Conservatorio Cherubini di Firenze e dell’Istituto Franci di Siena. Cartellone completo su www.orchestradellatoscana.it.


L immagine ultima

9 LUGLIO 2016 pag. 18

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

Q

uesta era una scena abbastanza comune nel business district. All’ora di pranzo gli impiegati si riversavano per le strade vicine ai loro uffici e consumavano un quick lunch, in tempi decisamente contingentati, approfittando dell’occasione per scambiare quattro chiacchiere con gli altri colleghi di sventura. Nella Grande Mela tutto veniva fatto di corsa, i tempi erano molto ridotti e non si poteva sgarrare. Vi lascio immaginare quali fossero le mie considerazioni e i raffronti che facevo con i nostri ritmi mediterranei di allora. Nella mia ingenuità non mi rendevo assolutamente conto che anche per noi italiani, da sempre abituati al rituale del pasto consumato in famiglia, il destino era già irrimediabilmente segnato!

NY City, agosto 1969

Cultura commestibile 178  
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