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redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.culturacommestibile.com www.facebook.com/cultura.commestibile direttore redazione progetto grafico simone siliani gianni biagi, sara chiarello, emiliano bacci aldo frangioni, rosaclelia ganzerli, michele morrocchi, sara nocentini, barbara setti

Con la cultura non si mangia

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N° 1 Fate presto: la Tav è un progetto nazionale delle Ferrovie. Se si risolvono i problemi con la giustizia, le imprese hanno il dovere di andare avanti. I soldi dei cittadini sono stati già impegnati, è bene che l’opera sia conclusa Dario Nardella aprile 2014

Il progetto dell’Alta Velocità che Ferrovie ha voluto fare in tutti i modi, oggi ancor più di ieri, appare inspiegabile: è un grande spreco di denaro pubblico, perché stiamo parlando di un miliardo e mezzo di euro per risparmiare due minuti Nardella Dario giugno 2016

Lo smemorato di Torre del Greco editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012


Da non saltare

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Pistoia

Barbara Setti e Simone Siliani twitter @Barbara_Setti s.siliani@tin.it di

L

o scorso 25 gennaio Pistoia ha vinto la candidatura a Capitale italiana della Cultura per l’anno 2017. Molti si sono stupiti del fatto che una “cittadina di provincia”, in una regione che vede alcune delle città blockbuster del turismo culturale internazionale, fosse stata in grado di sbaragliare avversarie più blasonate. In realtà stupisce che ci si stupisca: sono, infatti, le città “minori” che negli ultimi anni hanno avuto la migliore performance in termini di rinnovamento dell’offerta culturale e, dunque, anche di attrazione di turismo culturale (ammesso e non concesso che questo costituisca l’obiettivo primario di un nuovo investimento in cultura). Basti pensare a Brescia o, ovviamente, a Matera. Il dossier con il quale Pistoia si è aggiudicata la

capitale nomina è di particolare interesse proprio perché non punta su eventi spettacolari, bensì sulla rete di infrastrutture culturali di qualità e sul rafforzamento di alcuni eventi annuali di grande richiamo. Pistoia ha investito su alcuni progetti culturali di alta qualità, accuratamente predisposti e gestiti in economia dalle sue istituzioni culturali, in primis dalle sue biblioteche e dai suoi musei. I progetti sono improntati alla durata dei servizi e al loro miglioramento nel tempo, senza alcuna concessione all’eventismo mordi e fuggi. Gli investimenti più significativi, frutto di una scrupolosa

ricognizione, sono concentrati sulla rigenerazione e riqualificazione urbane: i 76.000 mq dell’antico Ospedale del Ceppo, le Mura urbane, i percorsi ciclopedonali immersi nel verde del centro storico, lo sviluppo di Palazzo Fabroni museo dell’arte moderna e contemporanea, destinati a garantire la valorizzazione dei beni culturali, la coesione sociale ed efficienti servizi turistico-culturali. Ci sarà, naturalmente, una grande mostra, dedicata a Marino Marini e gli storici festival, come quello sulla Antropologia “Dialoghi sull’uomo”, la rassegna sulle trasformazioni urbane

“Leggere la Città”, il Pistoia Blues Festival. L’Associazione Teatrale Pistoiese ha previsto una serie di spettacoli dal vivo, con tutte le primarie compagnie italiane, incursioni nella danza, le esperienze internazionali del Funaro. Abbiamo parlato di questo progetto con Giuseppe Gherpelli, uno dei più importanti e riconosciuti esperti di valorizzazione di beni culturali del paese, che ha collaborato alla definizione e presentazione del dossier per la candidatura. Gherpelli è attualmente direttore della Fondazione I Teatri di Reggio Emilia; è stato city manager di Pompei per il MIBACT (19982001), direttore della Direzione Cultura del Comune di Firenze (2005-2009); ha insegnato in molte facoltà italiane materie legate al management dei beni culturali, da Firenze alla Bocconi di Milano, da Catania a


Da non saltare

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Novara, da Ferrara a Roma. Come è stata costruita la candidatura di Pistoia a capitale italiana della cultura 2017? Presumo che all’origine della decisione di partecipare al bando del Mibact vi sia soprattutto la scelta dell’Amministrazione Comunale di Pistoia di considerare la cultura come asse centrale delle scelte politiche locali. Ciò ha creato i presupposti perché la candidatura non fosse letta come un’occasione, per quanto importante, per dare lustro alla città, ma piuttosto come uno stimolo per mettere meglio a punto strategie e programmi già in larga misura elaborati. Su un tracciato di cui danno prova le scelte dichiarate e compiute dal Comune, si è generata poi una ricerca finalizzata ad “alimentare nuove forme di ascolto, per condividere percorsi di riflessione, per dare vita a nuovi modelli di produzione culturale”. Tutto ciò è stato reso possibile dalla pronta adesione all’ipotesi di candidare la città da parte della Regione Toscana, dell’Amministrazione Provinciale, della Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, dalla Diocesi di Pistoia, dalla Camera di Commercio, dalla Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia. Le volontà comuni di dare vita ad un progetto di vaste proporzioni si colgono con chiarezza nel dossier presentato, specialmente dove si afferma che “la città sa che un progetto di questa portata si nutre di entusiasmo, si avvale della spontaneità insita nella partecipazione, si giova della bellezza in cui può realizzarsi e del divertimento che può accompagnarlo nella sua realizzazione”. Quali sono gli asset fondamentali della candidatura? Direi che si possono così sintetizzare: promozione della cultura e dei saperi come condizione della cittadinanza e leva della crescita civile e sociale della comunità pistoiese, nella convinzione che solo una comunità responsabilmente orientata a fare valere il ruolo decisivo della cultura nell’innescare tutte le forme di sviluppo può davvero porsi l’obiettivo di affermare la città come primario “bene comune”; individuazione della città come spazio pubblico

Intervista a Giuseppe Gerphelli, animatore della candidatura per Pistoia, capitale italiana della cultura 2017

destinato all’esercizio diffuso della democrazia; investimenti significativi e innovativi sull’economia verde e su uno stile di vita ecosostenibile. Quali sono stati gli elementi, a tuo avviso, vincenti rispetto alla selezione compiuta dalla giuria nei confronti delle altre città candidate? La coerenza progettuale, il rigore metodologico delle scelte, il rapporto fra gli obiettivi e le risorse impiegate, l’affidabilità dell’impianto economico e organizzativo, ma, soprattutto, credo, il fascino, discreto e non ambiguo, di una vera città. Quali sono i punti, gli snodi culturali (fisici e immateriali), su cui si innerva la proposta in città? Specialmente tre: la rigenerazione e la riqualificazione delle aree urbane, intese come premesse di più ampi progetti di integrazione tra politiche sociali e sviluppo economico, capaci di dare vita a nuovi bacini occupazionali nei settori della cooperazione sociale a servizio del welfare di comunità, della innovazione tecnologica a sostegno di una green economy che valorizzi le risorse tipicamente pistoiesi del verde dei vivai, della produzione ferrotranviaria, della filiera agricolo-forestale; la ridefinizione più generale dei rapporti tra città e cultura, dalla ridislocazione fisica delle principali funzioni culturali in connessione con i processi di riqualificazione e rigenerazione della città storica, a partire dall’area dell’antico presidio ospedaliero del Ceppo,

al ripensamento radicale delle forme organizzative dell’offerta culturale per assicurarne una più estesa e qualificata fruizione, in particolare da parte delle giovani generazioni, dall’infanzia fino alle soglie della maturità; una mirata qualificazione delle vocazioni turistiche, che punti sulla qualità dell’ambiente, sulla valorizzazione del patrimonio artistico, sulla cultura enogastronomica locale. Su cosa punta il programma di iniziative e interventi che avete predisposto? Un primo gruppo di progetti rientra fra gli impegni che i Promotori hanno assunto presentando il dossier, e riguarda interventi tesi alla riqualificazione di intere aree cittadine restituite a spazio pubblico, grazie all’estensione della ZTL e alla pedonalizzazione di piazze storiche, a progetti di arredo urbano e recupero di aree a verde, alla realizzazione e nuova progettazione di piste ciclabili. Un secondo gruppo di progetti concerne il restauro di parte del patrimonio monumentale pistoiese (San Pier Maggiore, Sant’Jacopo in Castellare, la Saletta Gramsci, San Salvatore, fra gli altri). Un terzo gruppo di progetti prevede realizzazioni di nuovi parchi urbani (Ferrovia Porrettana), ricollocazioni o revisioni di importanti istituti culturali (il Centro di Documentazione Michelucci, che costituirà il cuore della Casa della Città, un Urban center di nuova generazione, il

giardino di Palazzo Fabroni). Fra le iniziative culturali, si può citare la grande mostra “Marino Marini. Passioni visive”, le mostre e il convegno dedicati al gesuita Ippolito Desideri, antesignano del dialogo interreligioso, le edizioni speciali del Festival del Blues, della rassegna Leggere la città, del Festival di Antropologia “Dialoghi sull’uomo”. Tutte le istituzioni culturali pistoiesi, poi, dalle Biblioteche ai Musei agli Archivi, l’Associazione Teatrale Pistoiese svilupperanno ancor più le loro già ragguardevoli attività. Cosa rimarrà, dopo l’anno 2017, di questa esperienza di capitale della cultura a Pistoia, in termini di investimenti, strutture culturali, ecc.? La quasi totalità degli eventi, dei progetti, delle iniziative previste per il 2017 è stata concepita in funzione di un itinerario che si proietta nel futuro. Se, come credo, il programma andrà in porto, l’offerta culturale della città sarà decisamente più ricca ed organizzata in tutte le sue parti. Quali sono i rapporti con il territorio circostante (penso ovviamente a Firenze, ma anche a Prato, alla vicina montagna o alla piana verso Lucca)? Lo sforzo che si sta compiendo in questi mesi sulla montagna e sulla piana sembra destinato a dare buoni frutti, ancora molto è il cammino da fare nei confronti di Prato (anche se il rapporto Palazzo Fabroni/ Museo Pecci promette bene) e soprattutto nei confronti di Firenze. Mi auguro che il ritardo in questa direzione venga presto colmato. Quali effetti vi immaginate o vi proponete in termini di ricadute economiche e turistiche di questo anno di capitale della cultura? Gli investimenti in conto capitale previsti dal programma assommano a oltre 15 milioni di euro, mentre le spese operative contano su un budget di circa 6 milioni di euro. C’è fiducia sulla risposta che darà il turismo culturale, sul cui indotto si sta lavorando per adeguare l’offerta alla domanda, che dovrebbe consentire alla città un meritato riposizionamento nel panorama regionale e nazionale.


riunione

di famiglia

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Le Sorelle Marx Che strano personaggio questo Eugenio Giani, presidente del Consiglio Regionale della Toscana! Festeggia (letteralmente) il suo primo anno di presidente dell’Assemblea legislativa regionale elencando le feste che, sotto la sua illuminata presidenza, il Consiglio ha istituito e ripristinato. Ecco il suo imprescindibile post: Oggi 25 giugno e’ esattamente un anno dalla prima riunione del nuovo Consiglio Regionale della Toscana, quindi della mia elezione a Presidente! Sono contento perché il bilancio di un anno lo sento positivo. Ottimo lavoro sul l’identità della Toscana con il successo delle più di 80 iniziative riferite alla stagione di Pietro

La fatica delle feste Leopoldo ed alla abrogazione della pena di morte. Ripresa di iniziativa per valorizzare il 25 marzo (capodanno toscano), 27 aprile (indipendenza Toscana del 1859), 13 luglio (costituzione Toscana moderna nel 1970) 27 agosto (giornata degli Etruschi). Ad oggi ho visitato in forma istituzionale 112 Comuni su 279 e... tanto lavoro per promuovere e valorizzare l’Assemblea della Toscana !! Ricapitolando, celebrazioni, ricorrenze, feste (con annesso buffet) e visite pastorali. Non sembri un paradosso il dichiarare

tutta questa mole di festività, “tanto lavoro”: bisogna sapere con quanto impegno Eugenio pianifica inaugurazioni, feste & festoni,

discorsi d’occasione, piume e paillettes, buffet, gonfaloni e fasce bianco-rosse, Pegasi volanti, italici inni, cerimonie, selfie e fuochi d’artificio! E, insomma, è lavoro e fatica, lacrime e sangue, mica brigidini (che il Nostro precisa essere dolci tipici di Lamporecchio, il cui nome deriva dalle brigidine, monache di un convento di Pistoia devote di Santa Brigida che, verso la metà del XVI secolo inventarono questi biscotti). Prossimo passo trasformare la vecchia e decrepita dizione di Assemblea Legislativa in Assemblea Festeggiativa. Pregevole iniziativa.

I Cugini Engels

Il socialismo in un solo padule Doppio sdoganamento per Enrico Rossi. Il governatore della Toscana sta per dare alle stampe un nuovo volume, in uscita il prossimo sette luglio, impegnativo sin dal titolo: Rivoluzione socialista. Nel titolo il primo sdoganamento. La parola socialista per un comunista pisano come Rossi è stata per anni il nome del nemico. Craxi l’antesignano di tutti i “cattivi” che la sinistra

ex PCI ha messo a spauracchio per il proprio popolo e, spesso, ad alibi delle proprie mancanze. Il secondo sdoganamento, persino più ambizioso del primo, riguarda la grafica del volume, che si intuisce dall’immagine apparsa su facebook per pubblicizzarlo: campo rosso e lettere in giallo vivo e bianco. Insomma in pratica un manifesto del PMLI. Riferimento diretto ai colori

della bandiera sovietica o cinese. Ignoriamo invece i contenuti del libro ma, leggendo gli ultimi post del governatore, notiamo come Rossi si sia spesso rifatto all’americano Sanders e al britannico Corbyn. Sconfitto dalla Clinton il primo, sfiduciato dai deputato labour il secondo: non proprio un gran viatico per la sfida alla segreteria del PD da parte di Rossi, diciamo.

Cultura commestibile, una nuova avventura Martedì scorso Cultura Commestivile ha mosso un piccolo grande passo in avanti. Una cena-concerto alla Casa del Popolo di Ponte a Mensola ha tenuto a battesimo la nascita dell’associazione che darà la “testa” alla nostra rivista. Le “gambe” invece saranno fornite da Maschietto Editore, casa editrice fiorentina che ha deciso di condividere in prima persona l’avventura di Cuco dopo esserrne stata una fedele compagna di viaggio con i libri “Dentro Firenze” e “Il nuovo tram di Firenze”. Ma anche tutti i lettori potranno sostenere Cuco diventando soci dell’Associazione e partecipando ai prossimi eventi (ovviamente tutti lodevoli iniziative...) che accompagneranno questa nuova vita della rivista. La redazione


2 LUGLIO 2016 pag. 5 Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

A

ccanto ai generi tipicamente surrealisti, come la scrittura automatica ed il disegno automatico, viene tenuta in gran conto fino dagli anni Venti anche la fotografia, arte automatica per definizione. Tuttavia la fotografia surrealista si basa su di un equivoco, che ne inibisce in un certo senso la possibilità di sviluppo e di crescita. La maggior parte dei fotografi “surrealisti” si limitano infatti alla pratica della doppia esposizione e del fotomontaggio, tecniche usate ed abusate, non solo negli anni Venti e Trenta, ma anche nei decenni successivi. Vengono arruolati nelle file surrealiste dei fotografi che giocano con le immagini, ma che non sono surrealisti, avendo invece i piedi ben piantati nella realtà. Il vero spirito del surrealismo in fotografia non consiste nella sovrapposizione “voluta” e perfino “studiata” di due o più immagini, e neppure nell’accostamento di immagini ritagliate provenienti da fonti diverse. Viene invece definito, in sintesi, dalla famosa frase di Isidore Ducasse (Lautréamont): “Incontro fortuito su di un tavolo di dissezione di una macchina da cucire e di un ombrello”. Ovvero l’accostamento “fortuito”, cioè casuale, mai programmato, organizzato, cercato o costruito, fra oggetti di natura diversa ed incompatibile, in un contesto del tutto avulso dalla natura degli oggetti stessi. Accostamento da cui nascono significati ed interpretazioni assolutamente imprevedibili e non banali. Si tratta esattamente di quello che cercano i buoni fotografi, attimi irripetibili in cui oggetti o personaggi avulsi dal contesto irrompono in una realtà precostituita sconquassandone i codici di lettura ed aprendo nuove strade interpretative. Fra i pochi fotografi che, coscientemente od inconsciamente, fanno della fotografia surrealista, vi è il berlinese dell’est Bernd Heyden (1940-1984). Dopo la separazione dei genitori nel 1946 Bernd rimane con la madre nel quartiere di Prenzlauer-Berg, abbandona la scuola a quattordici anni e vive facendo diversi lavori fino a diventare, nel 1962, l’autista del rettore della Accademia di Belle Arti ed Arti Applicate di Berlino-Weissensee e nel 1963 l’autista personale del dirigente del settore delle Arti

Il sottile surrealismo di Berndt Heyden Applicate. Nel 1965 comincia ad interessarsi di fotografia e nel 1967 entra nel “Club dei giovani fotografi” di Arno Fischer. La sua carriera fotografica è controversa, accanto ai riconoscimenti si accumulano le critiche, nel 1972 riceve una medaglia di bronzo e nel 1978 viene accettato nella associazione degli artisti della DDR, ma come professionista non supera mai la qualifica di assistente, mentre realizza la maggior parte delle sue immagini come fotografo indipendente. Le sue immagini vengono scattate quasi tutte nel quartiere di Prenzlauer-Berg, e non vengono accettate dalla critica ufficiale che le bolla invece come “Müllkastenfotograf”, fotografia pattumiera. Le sue immagini infatti non rappresentano, come vorrebbero i critici ed i funzionari della DDR, né le conquiste del socialismo né il benessere della classe operaia, ma piuttosto la grigia monotonia del socialismo reale, una realtà dimessa e sottotono che egli interpreta con un sottile spirito surrealista, con una innata capacità di vedere oltre lo schermo opaco delle cose, con un pizzico di ironia ed una critica garbata. Nel contesto urbano grigio e monotono irrompono personaggi dalle caratteristiche inusuali, l’uomo con un pannello di lamiera sulla testa, il bambino che finge di sparare al televisore in mezzo alla strada, gli spazzacamino in abito da lavoro, il tipo in costume ottocentesco, la bambina con l’abito di raso, l’uomo con la fisarmonica che guarda in alto, i macellai con i quarti di vitello sulle spalle, i bambini attorno ad un carretto, altri bambini fuori e dentro una vecchia auto, l’anziana che mangia al tavolo rotondo sul marciapiede, la bambina accanto ad una enorme testa di gesso, e così via, in accostamenti sempre meno prevedibili, sempre più spiazzanti, sempre più simbolici di una surrealtà celata sotto il grigio della realtà quotidiana. Incompreso in vita, Bernd Heyden muore giovane, stroncato dal troppo alcool ingerito negli ultimi anni. Ad oltre vent’anni dalla sua morte viene riscoperto e vengono pubblicati alcuni fotolibri che celebrano la sua opera, come “Berlin Ecke Prenzlauer” del 2008, “Auf der Rennbahn” del 2009 e per finire “Idylle in grau” del 2015. E tutto questo è veramente un poco surreale


2 LUGLIO 2016 pag. 6 Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

I

l design è un’attività insolita e interessante, a metà strada fra l’Arte e il disegno industriale, fra il senso della progettazione, della realizzazione e la produzione in serie: l’oggetto inconsueto che si pone al pubblico in tutta la sua riproducibilità, nonché l’arredo che diviene bellezza e contemporaneità oltre l’immaginazione e i confini della moda. Per Roberto Casati progettare è una laboriosità eclettica e creativa che parte dall’intuizione artistica per superare i limiti del Sistema museale e porsi apertamente nella vita quotidiana di tutti i giorni, per una fruibilità continua e costante. Dal bozzetto, alla delicata scelta dei materiali fino alla realizzazione vera e propria, il design è per l’artista la creazione di un’opera d’arte capace di impressionare e mettere in luce l’importanza dell’artigianalità nel vasto campo dell’espressione contemporanea, poiché anche l’oggetto industriale porta in sé lo spirito di una genialità che dalla mano si potenzia con la tecnica industriale verso la perfezione. Linee eleganti e sinuose, cromatismi forti e metallizzati, concetti ancestrali che ritornano in una veste nuova ed inedita, sono i cardini di una prassi inarrestabile che si configura come una ricerca sul presente e oltre il tempo, sull’idea di oggetto e di opera d’arte, sull’ambiguità delle definizioni nella complessità odierna. L’uovo, simbolo della vita, con le sue forme armoniche e avvolgenti è la fonte d’ispirazione del designer contemporaneo che intuisce il filo sottile e labile che divide la progettazione di oggetti d’uso dall’Arte vera e tangibile, nella convinzione che anche una poltrona può rappresentare una creatività artistica originale, inedita e capace di porsi oltre la riproducibilità della tecnica. L’uovo simbolo della vita, della nascita e della rinascita, della continua evoluzione del pensiero umano è alla base delle opere di Roberto Casati che con abilità è riuscito a creare una vasta gamma di manufatti, le cui potenzialità sfidano l’interpretazione, la resa e l’uso finalizzato al quotidiano. Nascono in

Questione Roberto Casati

questo senso la lampada Kos, la poltrona Atargatis, e Kabinart, i pannelli artistici in ferro zincato e i mattoni modulari: opere che sanciscono la versatilità della creazione e della creazioni artistica, oggetti d’uso quotidiano che meravigliano per l’armonio-

sità e la sensualità delle forme, produzioni di un designer che vede nel mercato industriale un potenziale estetico da cogliere e perpetuare oltre le crisi dell’attualità, in nome dell’amore e della passione per l’Arte e la creazione in sé.

di design

Venere, 2016 Polittico in ferro zincato stampato a colori composto da 9 pezzi e applicato su tavola con calamite cm. 30x30 cadauno (totale cm. 90x90) su tavola cm. 120x120 Sotto a sinistra Oro d’Atargatis, 2014 Polistileni e resine con lampada a led h. cm. 160 Ø cm. 120 A destra Kos, 2015 Lampada in ceramica lavorata a mano h. cm. 35 Ø cm. 27 Courtesy Collezione Carlo Palli, Prato


2 LUGLIO 2016 pag. 7 Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it di

C

rossing the Bridge, il bel documentario di Fatih Akin sulla scena musicale istanbuliota, si chiude con una canzone struggente intitolata “Istanbul Hatirasi” (Ricordo di Istanbul). La interpreta Sezen Aksu, una cantautrice turca molto nota in patria, che molti giornalisti definiscono Turkish pop diva. Attenzione però a non farsi ingannare da questa etichetta: Sezen Aksu non è una cantante leggera tout court, ma sta ai nostri sanremesi come un piatto di Fabio Picchi sta a un Big Mac. La sua carriera, che copre ormai quasi mezzo secolo, è ricca di scelte che mettono in luce una grande ricchezza artistica e umana. Nata nel 1954 a Sarayköy (Turchia sudoccidentale) col nome di Sezen Fatma Yildirim, ha appena tre anni quando la sua famiglia si trasferisce a Smirne. Interessata fin da piccola alla musica e alla pittura, comincia a comporre le prime canzoni: è la prima donna turca che scrive sia la musica che i testi. Nel 1975 debutta col singolo “Haydi şansım” (Orsù, Fortuna mia)

di

Francesco Vossilla

Nelle fonti classiche sulla scultura greca si ricordano artisti capaci di mantenere una forza monumentale, una qualità eroica, anche in piccole opere di marmo o di bronzo, nate magari per l’apprezzamento di signori o eruditi antichi all’interno delle loro dimore. Così, nel grande e nel piccolo, Valentino Moradei Gabbrielli si pone alla larga da ogni piacevolezza troppo esibita, come anche dalla volgarità del sorprendente e del concettoso. Frequentando l’uomo e il suo studio mi pare che Moradei voglia lavorare in tutta serenità, quasi che i rumori della città e della politica non sovrastino i suoi disegni, privati o pubblici che siano. Sto parlando di concentrazione, se vogliamo di sintesi, di controllo se non di paura di strafare, di straparlare. Difficilmente l’ho trovato fuori del suo stesso territorio: uno spazio mentale che lo porta forse a un certo isolamento.

compositore appartenente alla minoranza armena della Turchia. Questo rapporto termina tragicamente nel 1996, quando il musicista muore in un incidente aereo. A lui la cantante dedica l’album Düş bahçeleri (Universal, 1996). Negli anni successivi il suo legame col cinema si fa sempre più stretto: compone varie colonne sonore, compare e canta in Osmanlı cumhuriyeti (La repubblica ottomana, 2008), diretto da Gani Müjde. Molte delle sue canzoni vengono inserite da Ferzan Ozpetek nei suoi

solo, ma difende i diritti delle minoranze e non esita a cantare in kurdo scatenando la rabbia dei militari quando questi sono ancora i mastini del nazionalismo più intollerante. La canzone “Güvercin” (Colomba), che fa parte del CD Deniz Yıldızı (2008) è dedicata a Hrant Dink, il giornalista armeno ucciso nel 2007 da un giovane nazionalista turco. Sezen Aksu collabora con molti artisti, dal pianista jazz turco Fahir Atakoglu a Goran Bregovic, col quale realizza The Wedding and the Funeral

film, come Cuore sacro (2005) e Magnifica presenza (2012). Donna coraggiosa e sensibile, Sezen Aksu manifesta un forte interesse per i temi sociali e politici. Appoggia iniziative in difesa degli orfani e degli animali, contro la discriminazione delle donne e degli omosessuali. Nel 2013 si schiera con i dimostranti del Parco Gezi, che manifestano nel centro di Istanbul contro la corruzione del governo. Non

(1999). La sua collaborazione più recente è quella con Marcello Rota, nipote del celebre compositore caro a Fellini. Il frutto è il CD strumentale The Royal Philharmonic Orchestra plays Sezen Aksu (2016), dove Rota dirige la celebre orchestra britannica in alcuni brani dell’artista turca. Un disco molto interessante al quale dedicheremo presto lo spazio che merita.

La regina del Bosforo sotto lo pseudonimo di Sezen Seley. Bella e volitiva, si impone all’attenzione del pubblico col primo LP, Allahaısmarladık (1977). Il successivo Serçe (Passero), pubblicato nel 1978, le vale il soprannome minik serçe (passerotto). Questo è anche il titolo del film di Atıf Yılmaz che la vede protagonista. Negli anni Ottanta ha inizio il suo intenso legame affettivo e artistico con Onno Tunç,

Fuori dal sorprendente e dal concettoso

Poggio Valicaia- Scandicci -Coppia

In ogni modo anche la bellezza spesso si cela per poi ri-tornare, essere richiamata dallo scultore e dalle persone: persone che ri-vedendola la prendono infine per necessaria, per pane da

mettere in tavola. Altri artisti con minore forza immaginativa e assai più incerta qualità tecnica hanno avuto una certa notorietà, la qual cosa ha permesso loro di mettere in atto progetti veramente monumentali. Ed invece per essi avrei visto meglio il più duro Moradei. Forse per nausea del mellifluo decadere della forma nell’arredamento, nel soprammobile sono finito a studiare la scultura italiana del Cinquecento, pur vivendo tra Italia, America e Asia ed apprezzando sinceramente tutte le variabili del contemporaneo. Tutte cose adattissime ai tempi sofisticati che viviamo, ma per me carenti di una qualità che mi pare non manchi al nostro Valentino. Ed ora sto parlando di nostalgia, di sforzo per trovare qualche cosa di rinnovabile ma di trascorso e farlo rivivere: non solo per sé ma anche per la moglie,

le figlie, gli amici, gli allievi e tutti coloro che amano l’arte. Non sono mai stato né artista né prete, due cose che richiedevano troppa nostalgia del bello e di Dio per fare il nuovo proprio ora, proprio qui. A volte mentre guardo quello che Moradei mette in campo e ascolto quello che dice lo trovo puntualmente, precisamente, nostalgico. Una fortuna per la sua capacità di visione...Gli si apre un vasto mondo di fantasie: da condurre fino in fondo o da mappare su carta. Bisogna sperare come lui che ci sia dato di tornare ad apprezzare la figura umana nella sua ombra artistica. Mi piacerebbe, anzi, trovare in qualche angolo della nostra città una statua vera, un monumento che alteri o manipoli lo spazio circostante, o meglio lo domini e lo popoli della stessa nostalgia del bello, dell’eroico, del significante.


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Cari spettatori vi scrivo di

Virginio Sieni

Virgilio Sieni, direttore artistico di Biennale Danza ha scritto questa lettera al pubblico che lo ha seguito nei quattro anni della sua direzione. È una riflessione a tutto tondo non solo sulla danza e sullo spettacolo dal vivo, ma sulla cultura più in generale. Cultura Commestibile la pubblica, con l’autorizzazione dell’autore, nella convinzione che possa aprire un dibattito serio su temi decisivi per la cultura in Italia

C

ari spettatori della Biennale Danza, vi scrivo questa lettera per provare a fare un primo bilancio a caldo di questi quattro anni di mia direzione artistica e per lanciare qualche proposta su come migliorare lo stato della danza in Italia. Ho disegnato, nella mia direzione, un festival internazionale incentrato sui concetti di frammentazione e di trasmissione. Per me è finita l’idea di festival come sequela di spettacoli serali. Il festival deve essere un tutt’uno di rappresentazione e di trasmissione, di formazione, intendendo quest’ultima come veicolo per rifondare la città secondo un processo di studio sui linguaggi del corpo e della danza in relazione con i luoghi. La trasmissione, appunto, non è soltanto quella del gesto dal maestro all’allievo, ma è anche un tentativo di rifondare la città aprendo la strada a una diver-

sa frequentazione e coscienza dei suoi luoghi. Ma attenzione: quelle realizzate in questi anni a Venezia non sono mai state semplicemente proposte di esperienze di danza in luoghi pubblici, ma vere e proprie pratiche dell’aperto, come diverso orizzonte umano di relazioni, e dell’invenzione utopica di Polis e agorà come dispositivo democratico, scaturente dall’incontro tra le arti del gesto, del corpo, della danza e i cittadini, dalla risonanza tra spazi all’aperto e al chiuso a costruire una geografia inedita partendo dalla frequentazione dei luoghi. Per realizzare tali propositi ho cercato, incontrato, portato a Venezia alcuni importanti maestri della coreografia internazionale, unitamente a numerosi coreografi e artisti internazionali e italiani, e ho cercato, sempre, di associarli a luoghi specifici perché potessero creare nel College opere originali in relazione anche con gruppi di giovani danzatori. Tutto ciò è stato progettato e realizzato per tornare a parlare di corpo in modo profondo, per sviluppare ricerche legate ai luoghi della città e non semplici eventi. Quest’anno abbiamo disegnato due poleis: una polis all’Arsenale e un’altra distesa in vari spazi della città di Venezia. Abbiamo inserito la formazione come momento essenziale che si chiudeva con una breve creazione e con l’esibizione in spazi al chiuso o nei campi. In questi ultimi la

danza appariva quasi all’improvviso, con strutture “leggere”, e dopo venti minuti scompariva senza lasciare tracce. Mi piacerebbe sviluppare questa idea in venti diverse città italiane che accettino di misurarsi con l’aperto del corpo, allo scopo di creare una geografia di aperture e osservatori nei centri storici e nelle periferie. Abbiamo introdotto percorsi per giovanissimi danzatori, tra i dieci e i sedici anni, provenienti dalle scuole di ballo. Li abbiamo messi in contatto con protagonisti della danza contemporanea, abbiamo fatto creare con loro spettacoli di notevole intensità. Molti di loro, dal 2012, sono cresciuti e manifestano il desiderio di continuare a cimentarsi con questi paesaggi. Dove potranno farlo in un Paese che non ha scuole per l’arte coreutica di oggi? In quest’ultima edizione siamo riusciti a realizzare un progetto che avevamo in mente dagli inizi dell’avventura veneziana. Ha preso la forma di Archeology, con un gruppo di lavoro composto di danzatori, sociologi e architetti, che ha percorso vari luoghi della città. È stato un lavoro che ha coinvolto molti cittadini, in una differente visione e esperienza degli spazi urbani. La grande novità in questi quattro anni, inoltre, è stata l’attenzione alla partecipazione dei cittadini, degli amatori, sempre in direzione di una

forte relazione, democratica, del corpo e della danza con i luoghi. Nel 2014, per esempio, abbiamo realizzato i ventisette quadri del Vangelo secondo Matteo. La partecipazione dei cittadini a esperienze di danza durante il festival è aumentata nelle differenti edizioni; gli amatori hanno chiesto sempre di più. Hanno riscoperto i loro corpi e hanno parlato di danza con entusiasmo con altri cittadini, estendendo il pubblico, andando a contagiare altri “spettatori attivi”. Anche quest’anno sono entrati nel lavoro dei College di vari coreografi. Qualcuno di loro addirittura vorrebbe coinvolgere esponenti politici per dare un futuro stabile a progetti di questo genere. Abbiamo creato in questi quattro anni una comunità di ricerca che comprende ormai più di una quindicina di coreografi italiani e stranieri che condividono alcuni principi. Ed è inutile sottolineare come sia importante sviluppare relazioni a livello internazionale di scambio e di studio tra coreografi. Come dovrebbe essere una questione urgente quella di far nascere da tutto questo lavorio un archivio della danza, un luogo di conservazione della memoria e di propulsione per nuove idee. E ora, dopo il bilancio, voglio avanzare alcune idee per migliorare la situazione del sistema-danza in Italia, intervenendo nel dibattito stimolato dal blog “La danza nella città”, scritto dal laboratorio sui social media


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che ha seguito il festival. Una discussione che ha visto finora vari interventi. È necessario, secondo me, andare a proporre in Italia un percorso pubblico di formazione ai linguaggi del corpo e della danza in relazione al paesaggio e i beni culturali ossia con la ricchezza culturale del nostro Paese: pratiche nel territorio rivolte alla ricerca, la creatività, lo sviluppo e il lavoro. Il College della Biennale di Venezia è stato una specie di master: quello che manca, per la danza contemporanea, è una formazione di base condivisa e pubblica. Dopo il primo determinante slancio rappresentato dal riconoscimento dei primi centri di produzione per la danza, dobbiamo puntare adesso sulla formazione e la trasmissione per continuare a costruire, pubblico, artisti, compagnie in sinergia col le risorse sociali e culturali. Solo in questa maniera potrà veramente iniziare un cambiamento generale. Deve essere istituita per decreto una scuola (almeno una, per iniziare), in contatto con i Centri di produzione; l’attuale decreto ministeriale deve essere allargato con una parte dedicata alla formazione nei centri stessi ai quali deve essere inoltre indicato di costruire geografie di relazioni col territorio individuando e collaborando con luoghi e istituzioni. La danza necessita di tale prospettiva ricercando un pubblico il più ampio possibile. Che cosa significa fare formazione in un Centro di produzione? Vuol dire trasmettere un sapere coreografico. Da questo punto di vista ci vuole una rivoluzione vera e propria, legata alla partecipazione dei cittadini e a un’estensione dei compiti dei Centri. Il futuro Centro nazionale di formazione deve indicare iniziative anche rivolte ai cittadini, per rispondere al bisogno di danza, per incrementarlo. E qui bisogna essere chiari. Non tutti i soggetti possono fare tutto e ci vogliono controlli che impediscano usi non corretti dei fondi destinati alla formazione. Bisogna tornare a parlare di qualità e di bellezza: questi devono essere i criteri che guidano l’attività. Chi si avvicina alla danza, inoltre,

Il bilancio di Virginio Sieni dopo un anno di Biennale Danza

deve studiare in modo globale, anche a livello umanistico, sociologico, frequentando la letteratura, la filosofia, l’architettura, la storia dell’arte. Bisogna creare una consapevolezza del pubblico e della necessità di un nuovo pubblico. Il Centro di produzione non può essere una monade: deve legarsi a un territorio, alla sua storia, alla sua arte, alle sue relazioni sociali… La formazione deve creare anche una geografia dei luoghi, in relazione con i musei, i beni e i centri artistici, i luoghi di ricerca e di studio. Tutta questa attività attualmente non è prevista dal decreto ministeriale. Noi abbiamo sperimentato varie forme di intervento, come nei Cenacoli fiorentini, così come in tanti altri progetti internazionali e in Italia, costruendo con le massime istituzioni locali dei progetti sulla città. Luoghi, artisti, cittadini impegnati nell’edificazione di una nuova città e di “comunità del gesto”, come in questi giorni si può vedere dai risultati della Biennale Danza e dai progetti a Torino per la regia della Venaria

e Palazzo Te a Mantova. Molti cittadini grazie a questo modo di fare danza hanno riconosciuto o addirittura conosciuto per la prima volta la loro città. Un Centro di produzione deve essere un propulsore di energie, capace di creare vettori di azione nella città. Bisogna introdurre nel decreto una norma per cui tutti i teatri, di prosa, lirici, centri di danza, circuiti eccetera, possano produrre e ospitare spettacoli di danza, senza le attuali barriere e limitazioni. Bisogna costituire almeno una scuola di riferimento nazionale sui linguaggi del corpo e della danza in relazione ai beni culturali: in Italia ci sono una sessantina di Conservatori di musica e non c’è un luogo di formazione per l’arte coreutica di oggi. Bisogna accostare ai professionisti i cittadini e rafforzare l’idea dell’arte del corpo e della danza come dispositivo democratico in relazione ai luoghi. In un festival come nell’attività di programmazione di uno spazio non bastano gli spettacoli, di produzione e di ospitalità, gli

eventi: essi devono esserci, ma hanno senso se trovano risonanza in un contesto più largo. Un ultimo punto: è importante destinare fondi anche alla costituzione di archivi. Non per accumulare scaffali pieni di materiali morti o dormienti, ma perché la documentazione storica e archeologica della danza è un bene culturale fondamentale per il confronto e per la formazione, per trasmettere memoria alle nuove generazioni, per comparare quello che sarà con quello che è stato. L’archivio è traccia, raccoglie i gesti, mappa i luoghi, le esperienze attuate attraverso il corpo. Serve ad annotare, preservare, diffondere; per scoprire forme ricorrenti, quasi in senso warburghiano. Ha bisogno di propri fondi e di un proprio personale dedito ad approfondire questi aspetti della danza e a interrogarsi con quali materiali e tecniche diffonderli, ragionando su come la danza non sia disciplina distaccata, ma qualcosa di facente parte dei gesti dell’uomo e delle sue relazioni sociali in determinati luoghi.


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Tre voci: ciascuna con una pagina a disposizione per raccontare i propri disegni, in quello spirito ‘vasariano’, secondo cui, appunto, “il disegno è padre delle arti nostre” e dunque, per quanto ci riguarda, dell’Architettura. di

Alessandro Gioli

D

Armonie della mente isegno ciò che rimane della realtà davanti ai nostri occhi. Ricerco precise limpidezze. Geometrie astratte, armonie inutili ma consolatrici, misura di uno spazio abituale, costruito con elementi urbani nei cui rapporti trovo la mia anima anche se, mi dicono, sono cose antiche. Luoghi di città sospesi fra senso di familiarità e di estraneità; non hanno paesaggi intorno, non hanno confini, sono inclusivi di desideri e storie passate; come ogni architettura antica erano nella nostra mente senza che lo sapessimo. Disegno luoghi dell’altrove che vorrei raggiungere per vederli davanti a me; presenze dense, piene di case e di borghi, di cui rimangono sulla carta solo le tracce essenziali. Non ci sono abitanti e anche gli alberi sono senza foglie; aspettano in silenzio una primavera che tarda a tornare. Disegno ancora su carta con le matite colorate, ricordando la figurina della scatola dei pastelli di quando ero ragazzo, con Cimabue che guardava il giovane Giotto intento a disegnare una pecora su un sasso. di

Francesco Gurrieri

A

Progetti e xeroritratti ncora un appuntamento ‘grafico’ con due carissimi amici, Roberto e Sandro, a consegnare alla carta, pensieri, idee, testimonianze. È qualcosa che non ci leviamo di dosso, fa parte della nostra formazione (forse gli ultimi architetti col lapis e la penna in mano), di cui siamo fieri. Rischiamo di ripeterci, ma non importa: resta fondamentale affermare che il “disegno è un linguaggio universale e metastorico”. Il nostro testamento provvisorio. In questa occasione espongo pochi pannelli e alcuni xeroritratti, a cui tengo molto. Fra i primi a fare xeroritratti d’arte fu Bruno Munari. Ma la sua tecnica si caratterizzava per la sovrapposizione dinamica e la composizione-ricomposizione

Il disegno è padre delle arti nostre di ritratti fotografici. Altra cosa è il ritratto ‘xero’, ingrandito direttamente dall’originale e quindi prospettato come ‘multiplo’. I miei ‘xeroritratti’ sono quindi ingrandimenti del disegno originale: in questo senso, la ‘xero’ – sgranata nel segno – diventa opera a sé stante, che vive di vita autonoma, esaltando la cifra del tratto grafico distintiva del suo autore. di

Roberto Maestro

“Commento al catalogo dei miei disegni” Un tempo mi piaceva visitare altri paesi e le città che sapevo interessanti per il mio lavoro. Oggi sento molto meno il desiderio di viaggiare. Fortunatamente in questi ultimi tempi il piccolo mondo della mia città, della mia casa e dei posti dove mi trovo, per abitudine, a passare il tempo, mi sono apparsi come un rifugio contro tutte le malinconie. Cosa disegno ora? Il tavolo dove lavoro, la finestra dalla quale mi affaccio, il giardino di casa, le trattorie dove mi fermo a mangiare, le persone che mi capita di incontrare al bar. Qualunque sia il soggetto e il modo, un disegnatore come me finisce sempre per rappresentare se stesso. Quando avevo vent’anni scrissi una poesia che si intitolava “E se tornassi indietro”, che mi sembra abbia assunto un valore profetico. Scrivevo delle «care vecchie cose Massimo Cavezzali cavezzalicartoons@hotmail.com di

S cavez zacollo

imbecilli che, a lungo andare, sembrano poesia» e che ora mi sembrano meno imbecilli. E se anche a qualcuno apparissero tali, pazienza.

Da sinistra in senso orario Francesco Gurrieri - L’uomo che medita sulla sfera, Alessandro Gioli – Assedio Roberto Maestro - Giardino


2 LUGLIO 2016 pag. 11 Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it di

gita con i suoi. Il mondo in cui queste storie si svolgono è ricco di personaggi, riti e notizie, ad esempio, su come si svolgono le pire e su come si tramanda da secoli di padre in figlio questo lavoro e di come esso venga pagato, di come vi sia una specie di terribile gioco in cui vengono ingaggiati bambini, più o meno soli al mondo, che si tuffano nel Gange per raccogliere delle monete che vi vengono gettate, per far divertire gruppi di uomini, sporchi e con pochi denti, che scommettono ampie

N

on molti anni fa abbiamo fatto un viaggio in India, turistico, non di quelli per cercare se stessi, nei miei appunti, trasformati in pubblicazione con foto ricordo per chi c’era, troviamo Varanasi: l’orrore.... Il film di cui parlo e che consiglio di vedere perché bello ed interessante, si ambienta in quella terribile e sacra città, ora detta Benares, dove chi può va a morire e chi può va ad immergersi nelle acque, luride e purulente in cui galleggia ogni genere di rifiuto organico e non, del Sacro Gange, e dove, sui Ghat di una delle sue sponde, sempre chi può, fa organizzare la sua pira funebre, imbandita con molti legni, anche preziosi come il sandalo, per cui costosissima. Un luogo che appare regno della morte, vista come fine primo e non ultimo del vivere, della malattia, della religiosità estrema, dei santoni bislacchi e fanatici. Orbene..il film, opera prima del regista Neeraj Ghaywan si intitola Fra la terra e il cielo e si svolge in questa città, vi si intrecciano due storie e vi si dipanano le contraddizioni e i drammi dell’India, lo scontro fra tradizioni a volte più primordiali che antiche e la moderna attualità. Ora, anche là c’è Facebook, e ora, anche là, vi si avviano conoscenze fra maschi e femmine che per forza sfuggono al controllo delle madri e al vincolo, sempre molto sentito e difeso, dei matrimoni programmati dalle famiglie. Ovvio che anche là, e certo non da ora, ci sia curiosità per il sesso. Devi, una bella ragazza bruna, guarda un film porno e poi, dopo aver indossato, in un bagno pubblico molto scadente (tipico indiano), un sari da donna sposata, va ad incontrare un giovanotto conosciuto su FB. Meno ovvio che un tris di poliziotti orribili irrompa nella camera di albergo in cui essi contattano, dopo tanto web, i loro reali corpi. I tre in divisa procedono con violenza spudorata a maltrattarli, spaventarli e ricattarli con tale derealistica crudeltà che il ragazzo, per sfuggire la vergogna che potrebbe derivare dal diffondersi della notizia di ciò che ha fatto (per noi normalis-

Dalla Terra al Cielo

sima cosa), si chiude in bagno e si suicida. La corruzione della Polizia indiana e la inefficienza violenta del suo essere è una piaga ben nota. Devi, bella ed intelligente, viene denunciata al padre e questo pesantemente ricattato. Altra storia quella di un ragazzo, anch’esso bruno ed intelligente, figlio di una famiglia che gestisce le pire funebri al Ghat, casta infima quindi e questo non può mutare anche se studi e ti laurei e nemmeno se diventi ricco. Sempre grazie a FB contatta una ragazzina,

questa sì di famiglia ricca e casta elevata, si innamorano e romanticamente cercano di procedere per la strada, quasi impossibile, di sposarsi. La famiglia di lei non accetterà mai un intoccabile che vive ai Ghat, che sia ingegnere non significa nulla. Il loro destino però non va in una direzione vitale ed egli, chiamato di notte ad aiutare i suoi per l’arrivo di un gran numero di morti da bruciare, la trova cadavere, vittima di un incidente stradale che ha coinvolto l’intero pulman con cui era in

Lido Contemori lidoconte@alice.it di

Il migliore dei Lidi possibili

È l’aratro che traccia le parole ma è la rete web che le difende Disegno di Lido Contemori Didascalia di Aldo Frangioni

cifre su ognuno di loro, vince chi raccoglie più monete. È cosi che il padre di Devi, grazie al piccolo che lo aiuta al banco dove lavora, racimola una parte dei soldi per pagare il ricatto del poliziotto. I due protagonisti, si distaccano comunque dal loro mondo e grazie ai loro studi se ne vanno altrove a lavorare. La suggestiva fine li vede salire insieme su una barchetta che li porterà sull’altra riva del Gange, quella senza Ghat e pire. Ecco, speriamo nelle generazioni future per cambiare qualcosa.


2 LUGLIO 2016 pag. 12 Paolo Marini p.marini@inwind.it di

T

erminata la lettura de “Il mondo di ieri”, di Stefan Zweig, mi è accaduto qualcosa di insolito: una sorta di ‘afasia del pensiero’, dettata dall’incrocio simultaneo di troppe e troppo forti sollecitazioni con la pretesa di riordinarle tutte. Trascorsi un po’ di giorni nell’imbarazzo, ho preso una decisione che credo di buon senso: estrapolarne una per volta, con la casualità che si addice a un certo genere di esercizi. Così dal capitolo “Universitas vitae” (il titolo già mette sulla buona strada) ho preso questa: “Per me è rimasto sempre valido l’assioma di Emerson (presumibilmente Ralph Waldo Emerson, pensatore, scrittore e conferenziere americano del XIX° secolo, ndr), che i buoni libri sostituiscono la migliore università, e che si può diventare un ottimo storico, filosofo o giurista senza aver mai frequentato l’università e nemmeno il liceo.” Allora, bravo Emerson e bravo Zweig; non è tanto la proposta del risalente conflitto tra sapere pratico e sapere teorico ma soprattutto un ragionamento sui presupposti dell’acquisizione di un sapere. Processo sul quale già Michel de Montaigne nei suoi “Saggi” aveva scritto parole degne di memoria: “(...) occorre

Simone Siliani s.siliani@tin.it di

A leggere i suoi diari oggi, pubblicati nel 2002 per le Edizioni della Meridiana (Diari. Martirologio. 1970-1986), abbiamo l’immagine di Andrej Tarkovskij come di un grande poeta visivo e di un intellettuale europeo moderno: una lettura che avrebbe la dignità di un testo poetico, se non fossimo costretti ancora oggi negli schemi destrutturisti della poesia, anche nelle ultime pagine dolorose, quelle del suo trasferimento dalla Toscana a Parigi dove Tarkovskij morì nella notte fra il 28 e il 29 dicembre 1986. L’ultima nota di quei diari, vergata il 15 dicembre, testimonia l’indomita necessità di lavorare: “L’Amleto? Se ora potessi liberarmi 1. dai dolori alla schiena e poi 2. alle mani si potrebbe che mi sto ristabilendo dopo la chemioterapia. Ma adesso per ristabilirmi non ho le forze. Ecco qual è il problema. Il negativo è tagliato a caso, chissà

Il sapere contro il sistema del sapere non appiccicare il sapere all’anima, ma bisogna incorporarvelo; non bisogna innaffiarla, bisogna tingerla con esso; e se questo non la muta e non migliora la sua imperfetta condizione, certo vale molto meglio lasciarla così com’è”. Qual’è l’ingrediente fondamentale di questa incorporazione? Ce lo spiega il Don Milani delle “Esperienze pastorali”: “Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola e come faccio a averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter far scuola”. L’ingrediente-base, si sarà intuito, è l’uomo ed egli allude(va) forse al fatto che il ‘docente’ (termine quasi aulico per quella eccezionale scuola informale di vita che fu imbastita dal sacerdote nella parrocchia di San Donato a Calenzano e poi a Barbiana) deve essere arso da quel ‘sacro fuoco’ che nessuna tecnica o metodologia di insegnamento può trasferirgli. Lo stesso ragionamento vale per chi apprende: che cosa serve, prima e a prescindere da tutto? Semplicemente ci vogliono uomini pervasi da interesse, entusiasmo, curiosità! Si possono raggiungere

vette elevate di un sapere e di saggezza (quest’ultima stava primariamente a cuore a Montaigne, che la concepiva come consustanziale al sapere autentico) se si è sorretti da una profonda motivazione, quando si iniziano a comprendere i significati della conoscenza. Prosegue dunque Zweig: “Infinite volte nella vita pratica constatai che sovente gli antiquari se ne intendono di libri più che i professori, che i mercanti d’arte ne sanno più dei docenti, che una buona parte degli impulsi decisivi e delle scoperte, in tutti i campi, è venuta da studiosi isolati, non accademici”. Nella sua vita la circostanza della passione per il sapere ebbe conseguenze paradossali: apparendogli superfluo il “meccanismo universitario”, scelse (dovendo comunque laurearsi, come si conveniva ad un giovane di buona famiglia) non già la facoltà che più lo interessava, bensì quella che gli

I diari di Tarkovskij

perché, in molti punti...”. Puntini di sospensione; fine di quel martirologio che fu la sua vita e che ci ha lasciato degli assoluti capolavori cinematografici, ma per me soprattutto poetici. Nel trentesimo anniversario della sua scomparsa, Firenze torna a

Tarkovskij con la terza edizione di “Poesia nella città”, una rassegna iniziata il 1° luglio al Museo Novecento con “Spotlight on Tarkovskij”, lettura poetica anche della nuova edizione di “Scolpire il tempo” e proiezione del lungometraggio “Lo specchio”; e che si concluderà nei giorni 6 e 7 luglio all’ex-Carcere delle Murate con un percorso di immagini, danza, testi, musica, installazioni sonore e visive con le coreografie e danza di Angela Torriani Evangelisti e Stefano Maurizi al pianoforte. Il modo giusto per omaggiare un grande intellettuale del Novecento, segnato dal destino tragico, una vocazione alla comprensione del profondo dolore del suo tempo, ma che ha attraversato tutte le forme artistiche in cui questa ricerca poteva prendere corpo. In questo senso davvero

lasciava più tempo a disposizione per coltivare una segreta passione: l’universitas vitae, appunto. Era avido di conoscenza in ogni senso: non solo della poesia, della letteratura, ma del mondo, e di sé stesso. Non ci sono tradizione, metodi, programmi o istituzioni che tengano: nel rapporto con il sapere entra in gioco l’individuo, con tutto sé stesso. Non ha necessità di quel sistema che tende a trasformarlo in un suddito obbediente, - anziché in un libero cittadino – che lo chiude in un insieme di nozioni e di interpretazioni interessate circa il mondo e la storia, che deprime e non stimola la sua ansia di crescere. Non ha che da seguire la propria ‘fiamma’ interiore. Per tutto questo torno oggi ad affermare che in un ordinamento evoluto non possono sussistere barriere in ingresso ad un mestiere o ad una professione: il valore legale dei titoli di studio, dei diplomi e delle qualifiche, è orpello ingenuo, barbaro, obsoleto; tipico di una concezione burocratica del sapere, che in una società più libera e giusta - ma anche solo più efficiente - non ha diritto di cittadinanza. Da sempre essa esige bravi professionisti e bravi artigiani, più che professionisti muniti di laurea e artigiani con qualifica.

un intellettuale del Novecento, scevro dagli specialismi e dalle parzialità che caratterizzano gli “intellettuali” di oggi. La sua attrazione per la rappresentazione della tragedia moderna del vivere è confermata dalle prime pagine dei suoi Diari. Il 30 aprile 1970 si concentra sul suo progetto del Dostoevskij, ma dimostra di non essere solo un regista: “Certo, prima di tutto bisogna scrivere. Senza pensare ancora alla regia. Non ha molto senso portare sullo schermo l’opera di Dostoevskij. È proprio su di lui invece, su Dostoevskij che bisognerebbe fare un film. Sul suo carattere, sul suo Dio e sul suo diavolo. Sulla sua arte. … Ora bisogna leggere. … Dostoevskij potrebbe diventare la chiave di volta di tutto quello che vorrei fare nel cinema”. Nel senso della tragedia dell’uomo, quel suo programma Tarkovskij lo ha poi realizzato, senza fare quel film.


2 LUGLIO 2016 pag. 13 Simonetta Zanuccoli simonetta.zanuccoli@gmail.com di

S

i è aperta il 22 giugno al Centre Pompidou di Parigi quella che viene definita “una delle più vibranti e complete retrospettive” sulla Beat Generation, movimento letterario e artistico nato agli inizi degli anni 50 negli Stati Uniti. La mostra, divisa in 3 sezioni, New York, California e Parigi, con più di 500 opere, tra fotografie, disegni, quadri, manoscritti, musica, installazioni sonore, film e il dattiloscritto, mai presentato prima nel suo sviluppo integrale, del libro On the road lungo 36 metri che evoca la strada, è da gustare come un viaggio attraverso le mille deviazioni di questo primo movimento di contro-cultura giovanile, uno dei più importanti del XX secolo. Molte foto firmate da Robert Frank e Harold Chapman sono state scattate a Parigi all’interno del Beat Hotel in rue Gil-le-Coer, una tra le tante pensioncine a buon mercato distribuite nelle strette strade nella zona di Saint Michel. Lì, vero laboratorio di sogni, dalla fine degli anni 50 agli inizi dei 60 i giovani artisti accuditi dalla materna madame Rachou, la proprietaria dell’hotel, esploravano nuovi territori artistici e letterari in assoluta libertà con tecniche che abbattevano quelle tradizionali. Jack Kerouc, William Burroughs e Allen Ginsberg, compagni di università alla Columbia nel 1943 si ritrovano negli anni del dopoguerra a vivere a Manhattan ai margini di una società borghese, puritana, razzista, omofoba, alle prese con la guerra fredda e con la minaccia della bomba atomica del nemico russo, strattonata dal crescente consumismo e corrosa dalla paura del diverso. Per Kerouc e i suoi amici come per tanti altri giovani quel mondo era un mondo senza speranza. Il senso di disagio portò a rifiutare questo tipo di società e alla creazione spontaneamente di un movimento che coinvolse non solo artisti e scrittori ma anche tanti giovani tra i 18 e i 30 anni che miravano non a

La Beat Generation al Beaubourg

Le architetture di  Pasquale Comegna

cambiare ciò che li circondava ma a prenderne le distanze il più possibile. Il viaggio con mezzi di fortuna, un pulmino scassato riadattato, l’autostop, lo zaino, il sacco a pelo e pochi spiccioli in tasca, il misticismo orientale come ricerca di se stessi, i funghi allucinogi, l’lsd, l’hashish come mondi da scoprire, la musica per stare vicini, tutto era esperienza esistenziale di libertà....Era una generazione di pacifisti con tanti sogni e nessun interesse per il denaro. Ma anche i giovani invecchiano ed il passare degli anni porta inesorabilmente ad allontanarsi e poi a dimenticare i propri sogni. Alcuni on the road della vita piena di buche e incognite si sono tragicamente fermati, altri, i più, si sono conformati. Sono molti di loro, gli ex giovani idealisti della lontana beat generation che pochi giorni fa, il 23 giugno, hanno rifiutato il progetto di un mondo più solidale, pacifista e senza confini.

Valencia


2 LUGLIO 2016 pag. 14 Andrea Caneschi can_an@libero.it di

U

n pellegrinaggio laico, si potrebbe dire di questa incredibile e imprevedibile massa di persone che ci circonda, che è andata crescendo intorno a noi via via che ci avviciniamo all’inizio della passeggiata, qua sul lago di Iseo. Eravamo partiti da lontano, da uno dei parcheggi predisposti alla cintura più esterna del dispositivo di accoglienza. I resoconti sulla stampa della giornata di apertura suggerivano prudenza, anche se lì dove eravamo arrivati il traffico era modesto e il parcheggio semivuoto. Anche l’ora ormai avanzata nel mattino suggeriva di non rischiare oltre ad avvicinarsi al lago e ai parcheggi più vicini ad esso, che comunque si sarebbero riempiti nelle ore a seguire e avrebbero reso complicato o infernale il ritorno. Prendiamo dunque il bus predisposto dall’organizzazione, che si riempirà alla seconda e alla terza fermata, per arrivare ormai al completo a Sulzano, capolinea di tutte le navette e punto di partenza della passeggiata. I parcheggi sono già tutti pieni, le auto non circolano più, ma avanzare è problematico con le precedenze da dare al treno, ai bus che riprendono il loro giro, alle file di pedoni che si spostano verso il lago, curiosi di scoprire il passaggio sull’acqua, che già si indovina a distanza, una lunga  e sottile striscia gialla, variamente sfumata secondo il calpestio delle persone. Grande folla, ci sembra, ma siamo ormai al capolinea e ci avviamo verso l’ingresso, anche noi coinvolti da questa esperienza di massa. Una breve fila, causata dalle misure di sicurezza all’ingresso, e mettiamo finalmente i nostri piedi sull’acqua. Davanti a noi l’ampiezza verde azzurra del lago si allunga fino alla riva opposta, ben visibile, con il monte che incombe e chiude l’orizzonte, aiutando lo sguardo a concentrarsi sulla scintillante scia giallo arancio stesa sulla superficie dell’acqua, sotto ai nostri piedi. Il passo è sicuro, aiutato dalla solidità della struttura ancorata al fondo, ma l’effetto di galleggiamento si fa sentire, trasmettendo il movimento dell’acqua

Christo, the floating piers! al piede che avanza, che trova ora anticipato o appena mancante, solo per un attimo, l’appoggio su cui contava. Una breve sensazione vertiginosa che richiede di abituarsi al movimento e di sfidare sensazioni da mal di mare. L’effetto vivace dell’onda lunga prodotta da un battello, che si insinua sotto il

nostri passi, sperimentando con tutto il corpo la pur modesta variabilità dell’assetto. Avanzando, insieme a decine di persone che si muovono con noi, o che stanno rientrando avendo completato l’esplorazione, ci avviciniamo a Monte Isola, invasa nel borgo di Peschiera, primo approdo del pontile galleggiante, dalle

sono costruiti qui un piccolo ritiro, quasi una piccola fortezza come potremo vedere girandole attorno lungo l’anello giallo arancio che la circonda. Non una villa sull’isola, ma un’isola dentro la villa, tutta circondata da un solido muro di confine piantato nell’acqua, che lascia appena intravedere, immersi nel

tappeto giallo e lo percorre in lunghezza, raddoppia la particolarità dell’emozione, aggiungendo alla sensazione cenestesica del movimento ondulatorio la percezione visiva dell’onda arancione, sulla quale davvero stiamo camminando. L’eco di scoppi di risa e urla di sorpresa ci danno una misura di quanto l’esperienza ci coinvolga, mentre siamo sorpresi di misurare i

migliaia di persone in cammino che seguono il tappeto giallo, disteso anche sulla terraferma per guidare la folla dei visitatori al successivo passaggio sull’acqua: dritti verso la piccola isola, poco più di uno scoglio, su cui sorge la villa dei Beretta, quelli delle armi, che forse coscienti più di altri della pericolosità del mondo e forti dei guadagni di un mercato sempre florido, si

verde di un bosco rigoglioso, le pertinenze della signorile abitazione. Di nuovo verso l’isola grande – solerti agenti dell’organizzazione scoraggiano la sosta, cortesi ma fermi nell’impedire il formarsi di bivacchi che causerebbero rallentamenti e ulteriori code – attraverso un terzo braccio giallo che ci offre nuove prospettive del lago e della passeggiata, ora più rada, a causa del sole ormai a picco che consiglia di mettersi alla ricerca di punti di ristoro, distribuiti in quantità lungo il percorso dell’isola, ma comunque tutti pressati da code di persone ormai stanche e stordite dal caldo. Decidiamo di salire sul monte alla ricerca di fresco e di ristoro ma anche di prospettive dall’alto del cammino compiuto, di cui portiamo ancora dentro l’emozione più forte, lo stupore per il pensiero visionario che ha originato questa spettacolare opera(zione), sospesa sull’acqua tra arte e marketing.


2 LUGLIO 2016 pag. 15 Sara Nocentini saranocentini@hotmail.com di

N

elle scorse settimane un portale di cultura italiano ha ripreso i risultati di uno studio effettuato dall’Università dell’Arkansas nel 2014, contribuendo alla sua diffusione attraverso i social italiani. Lo studio, richiamato al fine di “provare” che l’arte rende i nostri figli persone migliori, è stato in realtà condotto da un gruppo di studiosi guidato da Jay P. Green, docente di riforme dell’istruzione, con l’obiettivo di dimostrare che le gite scolastiche nei luoghi d’arte hanno un grande valore nella formazione degli studenti. La ricerca (The education value of filed trips) si collocava nel contesto di una considerevole diminuzione delle gite scolastiche in alcuni musei americani, legata a vari fattori: scarsità di risorse economiche delle scuole, maggiore interesse per altre materie di studio, percezione della gita più come premio/divertimento che come ulteriore occasione di formazione. I risultati della sperimentazione sociale condotta su un campione di studenti sorteggiati per partecipare ad una visita al Crystal Bridges Museum of American Arts, abbinato ad un gruppo di controllo omogeneo che non ha partecipato alla visita, avrebbe infatti dimostrato che gli studenti abituati a frequentare istituzioni culturali, come musei e centri d’arte, non solo acquisiscono una maggiore predisposizione dal punto di vista artistico, una maggiore capacità di ricordarsi ciò che hanno appreso e a sviluppare curiosità per l’arte, ma mostrano – si dice – anche maggiori livelli di tolleranza, di empatia e sviluppano un pensiero critico competente. L’interpretazione proposta fa sorgere qualche perplessità circa il passaggio forse un po’ troppo ardito tra la capacità di entrare in relazione con un’opera d’arte (una tantum) e le qualità personali che da questo si possono sviluppare. Tuttavia, senza dubbio la formazione culturale in senso lato è parte centrale della formazione di una cittadinanza piena e appare del tutto condivisibile l’impostazione secondo la quale la cultura

Arte, esperienza, accessibilità artistica, intesa non solo come apprezzamento di un’opera, ma come acquisizione della sensibilità con la quale interrogare l’opera stessa, comprenderne il significato con diversi livelli di approfondimento e coltivazione di nuove curiosità, possa e debba essere sviluppata attraverso l’esperienza personale, guidata e accompagnata dalle adeguate competenze. In Italia si è giustamente criticata l’abolizione dell’insegnamento della storia dell’arte obbligatorio nelle scuole superiori, ma forse ancora troppo poco ci si

è concentrati su quali siano le concrete politiche ad oggi previste dalle varie amministrazioni pubbliche per fare in modo che questa “esperienza culturale”, capace di innescare un processo di formazione virtuoso, sia garantita a tutti i cittadini e le cittadine, a partire dalla scuola dell’obbligo. La gita scolastica, con alcune delle criticità rilevate anche dallo studio americano, sono e restano il veicolo principale per effettuare questo primo contatto con l’arte e lo sono soprattutto per tutti quei bambini e quelle

bambine che provengono da famiglie a bassa scolarizzazione e a basso reddito. Tuttavia, in rari casi ormai nella scuola pubblica italiana, queste esperienze sono a costo zero per le famiglie, tanto da riproporre purtroppo una barriera economica non trascurabile o il sacrificio di una scelta didattica molto efficace. Molto importanti, allo stesso tempo, come abbiamo già segnalato da Cultura Commestibile (nei numero 173 e 174) sono i progetti formativi estivi, sviluppati da alcuni istituti culturali di grande livello, che consentono non solo un approccio occasionale ad una disciplina o ad una forma artistica, ma lo spazio e il tempo di un approfondimento qualitativamente molto elevato. Tuttavia, i costi per l’accesso a queste proposte didattiche sono senza dubbio proibitivi, riproponendo una barriera economica che, ove non adeguatamente rimossa, rischia di fatto di aumentare le diseguaglianze nell’accesso al patrimonio artistico e culturale. Il tema può sembrare secondario in un momento di tagli e scarsità di risorse, ma non dovrebbe. Secondo il Rapporto Istat 2015, l’offerta culturale italiana viene fruita da un quinto o, nei casi migliori, un quarto delle persone che hanno più di sei anni. Solo per fare qualche esempio negli ultimi 12 mesi circa il 70% degli italiani non ha visitato un museo; l’88,2% non ha assistito ad uno spettacolo di musica classica; il 78,7% non è stata a teatro. Questo significa che sovvenzionare fondazioni e istituzioni culturali, senza porsi l’obiettivo primario di rimuovere le barriere economiche e culturali che impediscono una loro piena fruizione da parte della cittadinanza, rischia di far percepire la cultura come una sfera d’élite, producendo una grande ingiustizia sociale, rompendo di fatto quel vincolo vitale per la democrazia tra cittadinanza e fruizione dei beni comuni culturali e tradendo il più alto dei principi costituzionali che assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana.


L immagine ultima

2 LUGLIO 2016 pag. 16

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

S

corcio di un’Avenue in un primo pomeriggio decisamente molto caliginoso e soffocante. A quell’ora cominciavano già a circolare le prime auto dei pendolari, quelli che avevano iniziato il loro turno di lavoro molto presto al mattino e stavano rientrando alle loro case fuori dal cuore della città. Il traffico era ancora pigro e tranquillo, niente a che vedere con le scene drammatiche del “rush hour” del pomeriggio inoltrato. Non ho potuto trattenermi nella zona come avrei desiderato perché ero in compagnia di alcuni amici invitati anch’essi ad una bella cena in una zona decisamente lontana dal centro. Nessuno di noi voleva rischiare di rimanere intrappolato in una prevedibilissima e stressante bolgia dantesca.

NY City, agosto 1969

Cultura commestibile 177  
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