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Con la cultura non si mangia

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N° 1

Noi nel partito ci entreremo con il lanciafiamme, subito dopo i ballottaggi

Matteo Renzi

Adoro l’odore del napalm dopo le elezioni editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012


Da non saltare a cura della

C

11 GIUGNO 2016 pag. 2

Redazione

ultura Commestibile continua a interrogarsi sul rapporto tra città e opere d’arte. Stavolta è il professor Francesco Gurrieri a rispodere alla domande delle redazione. Si è ripreso a discutere di spostare la statua del Giambologna “Il Ratto delle Sabine” all’interno della Galleria degli Uffizi e di sostituirla, sotto la Loggia dei Lanzi, con una copia. Lei come vede questa idea di “proteggere” gli originali in un museo e di sostituirli con una copia? Non è una novità! È una stanca ripetizione di un film già girato, visto e valutato dalla critica. Già negli anni ‘90 ci fu un civilissimo “scontro” con Antonio Paolucci (allora soprintendente) sul Persèo: il risultato fu uno sconcertante compromesso. Rimase in essere il capolavoro del Cellini, fu rimosso il basamento poi ricollocato con le copie bronzee delle nicchie! I gruppi scultorei si proteggono con una “manutenzione programmata” e continuativa. Lontano dalle ambizioni dei museologi, in genere insensibili al depauperamento artistico degli spazi urbani e interessati quasi esclusivamente al loro “carniere” museale. Non pensa che questo sistema consegnerà certamente ai posteri delle opere d’arte meglio conservate ma priverà i cittadini dell’oggi e del domani di quell’aura speciale che hanno le città, ed in particolare Firenze, ed in particolare la Loggia dei Lanzi, dove la storia e l’arte dialogano quotidianamente con i cittadini? Ripeto: il “restauro” fa evento e sull’evento cresce l’autostima e la popolarità dell’operatore ! La “manutenzione” è un lavoro più umile e meno clamoroso : non comporta interviste e riprese televisive; spesso non ha nemmeno sponsor.. È una deformazione culturale ancora troppo radicata . Ci vorranno ancora decenni per una gestione più corretta e più “pubblicistica” del patrimonio culturale . Il cosiddetto “senso proprietario” del testo artistico o del museo che si dirige è una piaga molto italiana, in via di guarigione ma non ancora risarcita. Non crede che estendere questo concetto comporti il rischio che la città di Firenze diventi solo un luogo di musei e di visite ai luoghi preposti alla visione e perda quella consisten-

Un’opera compiuta non consente addizioni se non per accrescere il carniere dei museologi

za di città d’arte che presuppone la vita normale dei propri cittadini in un contesto storico e artistico? Ma questo è già successo! Firenze come struttura urbana - storica ed

artistica - è già in gran parte perduta. Il cuore del centro, da piazza Signoria a piazza San Giovanni è già un compatto grande “restaurant en pleine air”…

Le opere d’arte hanno “diritto”ad invecchiare o devono essere conservate quali reliquie laiche come in qualche modo preconizzava Walter Benjamin?


Da non saltare

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Il tema benjaminiano era forse un po’ diverso e si colloca in altra prospettiva: si riferiva al ruolo che avrebbe avuto la “riproducibilità” nella diffusione e nella conoscenza . Tutto invecchia e degrada col tempo, ma a noi la responsabilità di impiegare tutti i farmaci - cioè tutte le tecnologie più avanzate - per contenere l’invecchiamento. Nella Loggia dei Lanzi convivono quattrocento anni di storia dell’arte. Nel passato non c’erano troppe polemiche ad affiancare un’opera contemporanea (di allora) con un’opera di trecento anni precedente. Oggi si polemizza per le opere d’arte contemporanea in piazza della Signoria. Quale è la sua opinione al riguardo? Non è proprio vero: le polemiche non sono mai mancate: né con gli amministratori (gonfalonieri o granduchi che fossero), né fra artisti. Il fatto è che, per incultura, non si riesce ad accedere a quel concetto che Cesare Brandi spiegò molto bene: all’idea di “opera compiuta” che non consente addizioni. Piazza SS. Annunziata è un’opera compiuta e così lo è Piazza Signoria. È l’esibizionismo di amministratori e critici che ha bisogno di far parlare di sé . Il valore dell’opera non ha alcuna importanza in questi eventi di puro “marketing”. Del resto, è largamente provato come ogni valutazione preventiva di una ragionevole contenuta commissione critica dà solo fastidio. Nell’esporre l’opera d’arte contemporanea in luoghi altamente simbolici come Piazza della Signoria a Firenze prevale il confronto fra opere d’arte di secoli diversi e quindi un confronto fra il presente e il passato dell’arte o la voglia di trovare una location d’eccezione che valorizzi essa stessa l’opera d’arte contemporanea, quasi indipendentemente dal valore e dal giudizio critico che si dà di quell’opera o di quelle opere. È di tutta evidenza che non si tratti di “confronto”: Giambologna o Cellini non hanno certo bisogno di confrontarsi con Koons, Hirst e omologhi. Si vive “liquidamente” l’improvvisazione e il pressappochismo, tutto qua. Non crede che sarebbe più opportuno proporre location distribuite che interessino anche altri luoghi della città? Ad esempio quando Folon regalò le sue statue alla Città di Firenze ci fu chi propose di sistemarle

Intervista a Francesco Gurrieri tutte nel nuovo parco a Novoli. Ma poi prevalse il rapporto con la città storica e oggi sono collocate nel giardino delle Rose. Cosa pensa su questo argomento? Occorrerebbe una programmazione , oggi aborrita da chi vuol gestire fulmineamente la “cosa pubblica” (e la città ): almeno, i Futuristi avevano un “manifesto” reso pubblico, condivisibile o meno. Folon, col suo “Uomo

con l’ombrello” è anche fuori dal centro storico. Perché non ci sono opere d’arte contemporanea alle Piagge o a San Bartolo a Cintoia? Sono gli artisti che non vogliono? Sono i curatori? Nessuno ci ha seriamente mai pensato? Giusta riflessione: si proponga un “progetto” ragionevolmente sistematico di qualificazione di alcuni spazi periferici. Non è

Francesco Gurrieri con Alessandro Mendini

così difficile. Qualcuno, oggi, si meraviglia della proposta di Renzo Piano di “rammendare” le periferie, ma si tratta di un concetto non certo nuovo, discusso e approfondito già negli anni ‘70, ripreso dall’Ancsa (Associazione Nazionale Centri Storico Artistici), a cui non si è dato seguito. Si ricomincia sempre da pagina bianca, si è persa ogni memoria culturale.


riunione

di famiglia

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Le Sorelle Marx Lorenzo Zambini, candidato sindaco per il PD a Sesto Fiorentino mandato al ballottaggio da una lista di sinistra, sembra proprio un bravo ragazzo. Alto, dinoccolato, occhialino intellettuale, sempre educato, te lo immagini aiutare le vecchiette ad attraversare alle strisce pedonali. E in questo senso è andata la sua campagna elettorale per il primo turno: basso profilo, tante iniziative, molti big nazionali a supportarlo. Persino il presidente del consiglio ha deciso di chiudere la campagna elettorale a Sesto anche se si votava a Roma, Napoli e Milano. Un ragazzo mite, la cui mitezza ha forse impedito di chiedere direttamente o di far chiedere a quel che resta del PD a Sesto alla ex sindaca (defenestrata dalla sua stessa maggioranza) di stargli un po’ meno accanto. Sara Biagiotti appare infatti in ogni foto

Zambini fermo e isolato

accanto a Zambini come un Paolini qualunque. Una presenza evidentemente ingombrante, che non è stata solo fotografica a giudicare dal programma e dagli slogan di Zambini candidato. Risultato prevedibile: Zambini è al ballottaggio seppure in testa rispetto al candidato della sinistra, ma con un risultato del PD

I Cugini Engels

La Stilista di Lenin

Non sapendo cosa più inventare di nuovo a Firenze, ecco l’ennesima griffe Luisaviaroma che in occasione della 90° edizione di Pitti Immagine, che organizza nientepopodimeno che una cena di gala (per beneficenza). Che trovata geniale!! Ma per essere più originali, non potendo più giocarsi il jolly della cena su Ponte Vecchio dopo quella della Ferrari, quelli della Luisa un ponte se lo costruiscono posticcio ad hoc. Così l’installazione consentirà ai 250 fortunati commensali (che pagheranno 1.000 € cadauno a favore dei profughi) di cenare a pelo d’acqua sul “The Bridge of Love”, nove zatteroni che sostengono altrettanti cubi ricoperti di tulle bianco che resteranno per tutte le giornate di Pitti. Il menù sarà perfettamente inserito nell’ambiente: frittata di zanzare d’Arno, peposo di pantegane e spiedini di nutrie; in alternativa, grigliata di carpe gialle d’Arno. Sarà il Presidente Giani, ça va sans dire, ad illustrare agli ospiti la toponomastica delle spallette dell’Arno.

Il mio plauso oggi alla giunta fiorentina che sta tentando di trasformare il crollo di alcune centinaia di metri di Lungarno a due passi da Uffizi e Ponte Vecchio in un happening mondano. Tra i vari eventi è per ora mancato solo il concerto di Nardella al violino per gli operai sostituito invece con un più sobrio sporzionamento di brioches. Evento a cui il sindaco si è presentato in completo scuro, cravatta e camicia bianca, invece che col solito maglioncino che riserva alle occasioni semiufficiali. Ma l’evento clou è stata la riapertura del bypass che ha riportato l’acqua, dopo dieci giorni, in tutte le case della zona. Un’impresa dipinta sui giornali al pari del tunnel del San Gottardo, magnificata per la velocità e la perizia ingegneristica. Una normalissima bretella di tubi fuori terra trasformata in passerella e alla cui inaugurazione la vicesindaca Giachi si è presentata in vestito nero, tacco da 10 e trucco da aperitivo elegante. Un abbigliamento che solo ai più retrò può apparire fuori luogo nelle foto in cui Giachi maneggia una grossa valvola per far zampillare l’acqua pura dai rubinetti dei cittadini festanti.

Il ponte Pipe Club dell’amore

in quella che era Sestograd decisamente insoddisfacente e qualcosa più di una sensazione che, a differenza del suo avversario, non molti consensi in più arriveranno al secondo turno. Occorre un cambio di passo avrà quindi pensato Zambini coi suoi spin doctor ed ecco quindi che termina così il primo post di rin-

graziamento e di impostazione della campagna per il secondo turno: “Fra due settimane si torna a votare e siamo convinti che il nostro obiettivo sarà spiegare perché rappresentiamo il cambiamento di una città da troppo tempo ferma e isolata”. E qui i casi sono due o Falchi ha hackerato il profilo di Zambini oppure quella città troppo ferma (Zambini era vicesindaco con Biagiotti) e isolata non lo sarà certo a causa dei suoi avversari. Insomma abbiamo paura che al bravo ragazzo, la deriva movimentista giovi ancora meno della presenza della ex sindaca in ogni foto. Infine, ci sia concesso di chiederci: se Zambini che chiude la campagna elettorale con Renzi considera Sesto isolata, per il ballottaggio punta direttamente a Obama?


11 GIUGNO 2016 pag. 5 Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

I

l setaccio della storia è piuttosto selettivo, lascia passare verso il pubblico relativamente pochi eventi e pochi personaggi, e ne trattiene per sé la maggior parte, secondo un criterio difficilmente comprensibile. Così accade, ad esempio, che tutti conoscano il nome e l’opera di Edward Sheriff Curtis (1868-1952), un esploratore ed etnologo statunitense, noto soprattutto per essere il fotografo degli “indiani” d’America, l’uomo che ha dedicato il proprio impegno a documentare fra la fine dell’Ottocento ed i primi del Novecento quanto era rimasto delle grandi tribù dei nativi americani, ridotti da oltre un milione di individui a meno di quarantamila, e giungendo a mettere in posa i suoi personaggi nella ricostruzione di scene, rituali e cerimonie che all’epoca non erano ormai più attuali. La pubblicazione della sua opera, articolata in venti volumi con cadenza annuale, inizia nel 1907 e si conclude nel 1926, comprende 4.000 pagine di testimonianze e 1.500 immagini selezionate fra le oltre 50.000 scattate, ed è considerata una delle pietre miliari della storia della fotografia. Alla stessa epoca e nella stessa parte del mondo un altro fotografo americano meno conosciuto, Adam Clark Vroman (1856-1916), dedica anch’egli alcuni anni della sua vita alla documentazione del paesaggio e degli abitanti autoctoni del sud della California, con meno pretese di completezza, con un raggio di azione più ridotto, ma con un forse maggiore approfondimento dei temi trattati, e soprattutto con una maggiore onestà nei confronti dei suoi personaggi. Nativo dell’Illinois, Vroman lavora fino dal 1874 per le ferrovie, e nel 1892 si trasferisce a Pasadena in California, dove inizia la sua campagna fotografica. Nel 1894 fonda con un socio la libreria e casa editrice indipendente “Vroman’s bookstore”, la più antica della California ed ancora in vita oggi, per la pubblicazione e la diffusione delle sue stampe fotografiche, realizzate in genere su raffinate carte al platino. Per

Adam Clark Vroman

Fotografo degli indiani dieci anni Vroman vive in stretto contatto con le popolazioni Hopi, ma anche con gli Zuni ed i Navajos della vicina Arizona, ritraendone i volti, le figure, i villaggi, la vita quotidiana, le tradizioni e l’artigianato, già all’epoca l’unica forma, insieme alla pastorizia, di sostentamento economico di popoli una volta fieri ed indipendenti, poi confinati nei limiti delle riserve. Contrariamente alle immagini di Curtis, le immagini di Vroman non intendono evocare un mondo scomparso, ma la realtà del momento, senza abbellimenti e finzioni, ma anche senza alcun tipo di commiserazione. I suoi personaggi non vengono neppure

fotografati in pose statiche di stampo scultoreo, come molti dei personaggi di Curtis, ma si pongono davanti alla fotocamera con una naturalezza di tipo spontaneo, la stessa che si può trovare nei personaggi di August Sander. Vroman frequenta gli abitanti del pueblo Oraibi e del pueblo Tewa, incontra e fotografa Nampeyo (Serpente che non morde) intenta a realizzare i suoi oggetti di artigianato, cesti e vasi, riesumando le antiche tecniche di lavorazione e di decorazione del suo popolo, fiera sostenitrice delle tradizioni Hopi e propugnatrice di un’arte che trasmette alle sue figlie e nipoti. Accanto alla attività di fotografo ed editore, Vroman, considerato un vero esperto di cultura indiana, scrive libri e tiene conferenze sull’argomento, dedicandosi a questo compito fino agli ultimi anni.


11 GIUGNO 2016 pag. 6 Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

I

n occasione del semestre europeo in Slovacchia e della IX Edizione del Festival Dolce Vitaj, Bratislava festeggia l’Arte italiana con una grande e importante mostra dedicata alla nostra contemporaneità. Novantotto artisti arricchiranno le sale della Galleria Civica proponendo uno spaccato su quello che l’Arte italiana del XX e XXI secolo è stata, continua e continuerà a essere, fra continuità e discontinuità, fra ricerche collettive e monologhi espressivi, fra Gruppi, Scuole e autonomie esistenziali. Un percorso cronologico, generazionale e teoretico di sessant’anni di operatività artistica, fruibile in tutte le sfaccettature dell’estetica contemporanea: dalla tela alla scultura; dalla fotografia alla musica; dalle installazioni alla multidisciplinarietà degli esiti espressivi di un mezzo secolo denso di complessità e di labirinti interpretativi, dove il godimento privato ha lasciato spazio alla polemica e alla dissacrazione, per poi rimettere l’accento sul carattere immaginifico della tecnica, della manualità e dell’idea originale e inedita, capace di suscitare nello spettatore il senso di una meraviglia senza tempo. Se da una parte le avanguardie storiche avevano posto il problema dell’astrazione e l’esperienza informale aveva reso possibile il superamento della rappresentazione del reale, nell’era postbellica l’artista si trovò costretto a infrangere lo specchio della mimesis in virtù di una maggiore coerenza con la dinamica del mondo moderno, interrogandosi sui postulati fondamentali dell’arte e ricercando potenzialità e risposte a quesiti che prima d’allora non erano mai stati posti. Nel corso degli anni Settanta il polimorfismo che definiva la tensione polemica del decennio precedente tese ad affievolirsi e si affermò gradualmente un bisogno nuovo di comunicazione. Negli anni Ottanta qualcosa mutò rispetto alla delegittimazione delle dimensioni progettuali del passato: dell’avanguardia storica non rimase traccia, le ideologie svanirono nell’oblio e il ritorno canonico alla pittura fu chiaro e volutamente determinato a giungere alla constatazione che l’Arte stava tornando alla manualità, alla gioia del colore e della tecnica pittorica, ossia alla riscoperta delle proprie radici e dei propri fondamenti.

Arte italiana in mostra a Bratislava

A sinistra Sandro Chia Senza titolo, 1989 A destra Guglielmo Achille Cavellini Tutti frutti, 1968

Con il tempo la sperimentazione sulle potenzialità dell’immagine si è espressa nella direzione della multimedialità e dell’intermedialità, chiamando in causa strumenti e pratiche estranee al Sistema artistico. Arti e discipline continuano, ciononostante, a dialogare ininterrottamente e a influenzarsi a vicenda, con la consapevolezza di restituire all’idea d’immagine il suo valore puro, nitido e incontaminato, nonostante il crescente individualismo e una spiccata introspezione solipsistica che l’Arte di oggi sembra vivere ormai priva di progettualità collettive, ma colma di riflessioni e tendenze personali

che travalicano la Storia e tendono a fare del “mestiere” artistico un insieme pulviscolare di scoperte, valutazioni e ricerche. Artisti in mostra: Andrea Abati, Vincenzo Accame, Vincenzo Agnetti, Paolo Albani, Aurelio Amendola, Franco Angeli, Enrico Baj, Nanni Balestrini, Roberto Barni, Vittore Baroni, Gianfranco Baruchello, Massimo Barzagli, Carlo Belloli, Mirella Bentivoglio, Maurizio Berlincioni, Lapo Binazzi, Alighiero Boetti, Achille Bonito Oliva, Antonino Bove, Umberto Buscioni, Sylvano Bussotti, Carlo Cantini, Myriam Cappelletti, Giancarlo Cardini, Ugo Carrega,

Luciano Caruso, Roberto Casati, Antonio Catelani, Guglielmo Achille Cavellini, Sandro Chia, Giuseppe Chiari, Fabrizio Clerici, Claudio Costa, Roberto Crippa, Enzo Cucchi, Jakob De Chirico, Paolo della Bella, Fabio De Poli, Giuseppe Desiato, Corrado D’Ottavi, Giovanni Fontana, Kiki Franceschi, Claudio Francia, Aldo Frangioni, Fabrizio Garghetti, Carlo Gianni, Federica Gonnelli,

Pietro Grossi, Carlo Guaita, Carlo Guarienti, Emilio Isgrò, Marilede Izzo, Marco Lanza, Ketty La Rocca, Daniele Lombardi, Arrigo Lora-Totino, Roberto Malquori, Lucia Marcucci, Mario Mariotti, Gino Marotta, Paolo Masi, Albert Mayr, Fernando Melani, Gianni Melotti, Alessandro Mencarelli, Manuela Menici, Eugenio Miccini, Enzo Minarelli, Alberto Moretti, Zoran Music, Massimo Nannucci |Maurizio Nannucci, Martino Oberto, Athos Ongaro, Luciano Ori, Liviano Orologio, Mimmo Paladino, Virginia Panichi, Michele Perfetti, Gianni Pettena, Lamberto Pignotti, Michelangelo Pistoletto, Alessandro Poli, Renato Ranaldi, Mimmo Rotella, Gianni Ruffi, Sarenco, Mario Schifano, Gianni Emilio Simonetti, Giuseppe Spagnulo, Adriano Spatola, Luigi Tola, Franco Vaccari, Adriano Veldorale, Piero Vignozzi, Emilio Villa, Rodolfo Vitone, William Xerra


11 GIUGNO 2016 pag. 7 Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it di

gula con la sua etichetta Real World. Successivamente ha costruito un percorso artistico molto vario, collaborando con musicisti molto diversi.  Uno di questi è il celebre sassofonista norvegese Jan Garbarek, insieme al quale ha composto “Evening Land”, il lungo brano che chiude Visible World (Ecm, 1996). Il libro non si limita a parlare di lei, ma disegna un

panorama dei maggiori musicisti sami contemporanei, tutti sostanzialmente ignoti in Italia, Prendendo spunto da questo percorso Hilder ricostruisce la storia del popolo sami e la sua lunga lotta contro l’assimilazione culturale. Evidenzia il ruolo che la musica ha svolto in questa battaglia non violenta ma molto decisa. Al tempo stesso, sottolinea il ruolo importante che la minoranza artica ha svolto all’interno del movimento indigeno internazionale, promuovendo varie iniziative e partecipando attivamente a quelle organizzate dall’Onu. In questo modo hanno partecipato al lungo cammino diplomatico che nel 2007 sarebbe sfociato nell’approvazione della Dichiarazione universale dei diritti dei popoli indigeni. Il libro sottolinea che queste comunità si sono dimostrate in grado di confrontarsi con la modernità senza dover rinunciare alla propria identità. Al contrario, sono la chiave moderna attraverso la quale trovano espressione le rivendicazioni culturali di molti popoli non riconosciuti.

vite ormai spezzate dall’aids, dalle droghe, dalle “eresie”, era quella prospettiva dell’istinto, del limite foucaultiano da stuprare, ad offrire una dimensione squarciata del Divenire, era in quella riesumazione che andava consumandosi la nostra angoscia di spettatori, nell’impietoso raffronto con la marcescenza del nostro presente, deprivato, appunto, di quella prospettiva, o d’una prospettiva tout court che non sia occlusa dall’immanenza del tecnologico. “Sono solo passati pochi decenni!”, continuavo a ripetermi durante il monologo. Da spettatore ho vissuto il dramma della prospettiva sottratta, nel tempo breve, sospirando per quella cornice boccaccesca evocata da Porpora, canovaccio che racchiudeva (anche) la mia visione panteistica, ed alimentava la tensione iconoclasta nell’alveo di una dialettica della forma da violare. In questo senso il “coming out” di Porpora Marcasciano diventa patri-

monio universale, verbo asessuato, urlo possente che si consacra nella violazione della legge, delle norme, di ogni costumanza. L’enorme dildo affonda nella dualità delle labbra, della vulva aperta e pulsante, divarica i lembi della necessità storico-marxista, mortificando la dottrina in funzione di una sacralità del corpo fisico. Come dice Porpora: “da quella ‘grande’ storia che ci ha sempre estromessi prendo le dovute distanze, non è stata fatta in mio nome. E allora metto in scena me stessa la ‘mia’ storia, la ‘mia’ più grande opera d’arte!”. È la sostanza contemplata già nello scenario politico che va a farsi fottere tramite lo sberleffo, l’indecenza, la parata, e il contesto dicotomico-manicheo, che costringeva all’urgenza dello sfogo, della “follia solare” come necessità espressiva e non procrastinabile è il reale proscenio, il piccolo tiranno di Castaneda che spinge al delirio e induce ad osare. “Nel ’73 smisi di vergognarmi”, dice Porpora; noi nel 2016 continuiamo a vivere nell’onta di un presente vigliacco.

N

el corso degli ultimi vent’anni le espressioni musicali dei popoli indigeni sono uscite dalla marginalità. Basti pensare al successo di gruppi rock tuareg come Tinariwen e Tartit; ad aborigeni australiani come Geoffrey Gurrumul; a sami (lapponi) come Mari Boine (inizialmente nota come Mari Boine Persen). Questo fenomeno è stato facilitato dal contemporaneo rilievo internazionale che i problemi dei popoli indigeni hanno guadagnato negli ultimi decenni del secolo scorso. Anche l’affermazione planetaria della world music ha dato visibilità alle musiche indigene, stimolando un forte interesse accademico nei loro confronti. Questo non ha prodotto solamente saggi d’interesse generale, ma anche opere relative a contesti specifici, come Musique touarègue: Du symbolisme po-litique à une singularisation esthétique (L’Harmattan, 2012) di Anouck Genthon. Un altro segno di questo interesse è Sámi Musical

Francesco Cusa info@francescocusa.it di

Reduce dalla visione di questo monologo all’Oratorio San Filippo Neri di Bologna, ho deciso di scrivere due righe, così da fermare alcune mie suggestioni. Vado subito al cuore della mia recensione: Porpora Marcasciano si racconta “frociamente”, come lei stessa ama ripetere al numeroso pubblico che affolla la chiesa, e il suo è un monologo lento, ritmato e scandito con verace accento partenopeo. È un racconto che procede inesorabilmente, giacché ogni parola è una rasoiata che pesa sulle nostre anime, come il piombo di quegli anni, e che segna le trame della nostre vite poco colorate di allora, consegnate alla memoria dal bianco e nero delle nostre tv coi pulsantoni. È dunque narrazione che rievoca i ricordi del nostro recente passato, di Valle Giulia, del sequestro Moro, delle lotte studentesche viste dal punto di vista delle battaglie gay e trans degli anni Settanta.La recitazione ha come intermezzo delle immagini d’epoca, delle foto, prese anche del repertorio personale della Marcasciano, e si procede nell’affabulazione che

Armonie boreali Performance and the Politics of Indigeneity in Northern Europe (Rowman & Littlefield, 2014), scritto dall’etnomusicologo tedesco Thomas Hilder. Nel libro occupa un ruolo centrale la cantante Mari Boine, che compare sulla copertina. Lappone della Norvegia, l’artista ha guadagnato fama mondiale grazie a Peter Gabriel, che nel 1990 ha pubblicato il cd Gula

Il sogno o l’utopia interseca le vicende della storia (la contestazione a Lama, Pasolini) con quelle del vissuto personale, dell’“AntoloGaia”, come ama definirla lei stessa. Il bello di tutto questo affresco sta nel limite prossimo, nelle contiguità che accomunano le “eccentriche” battaglie del movimento gay dei Settanta alle nostre urgenze sociali, alle aspettative tradite che paiono ancor più frantumarsi in quella rievocazione bucolica fatta di danze, culi nudi, partecipazione collettiva, musiche e cortei, restituita dalla roca voce del racconto di Porpora e dai filmati che appaiono sideralmente distanti. Era il teatro del “Living”, di Julian Beck a fare da contrappunto al canto di quelle


11 GIUGNO 2016 pag. 8 Sara Nocentini saranocentini@hotmail.com di

L

a Scuola di Musica di Fiesole da oltre quaranta anni costituisce un punto di riferimento di rilievo nazionale e internazionale nella formazione dei giovani talenti musicali. Fondata nel 1974 dal violista Piero Farulli, può vantare oggi circa 1300 iscritti, 7 orchestre e oltre 100 docenti. Abbiamo incontrato il Sovrintendente Lorenzo Cinatti, recentemente confermato alla guida della scuola, per chiedergli quali siano le linee di indirizzo per i prossimi quattro anni. “La musica è un dono che va portato a tutti – osserva Cinatti ricordando le parole del fondatore della Scuola – nella convinzione che il cittadino musicale sia un cittadino più completo e consapevole. I nostri bambini entrano subito in contatto con uno strumento, imparano a suonarlo, a suonare insieme e, attraverso la musica dunque, a stare insieme”. Divertimento e serietà, gioco e formazione si intrecianacciano facendo della musica uno strumento di costruzione di socialità e cittadinanza, portando avanti un’intuizione che Piero Farulli aveva avuto molti anni fa e che la Scuola continua ad elaborare. “Nel prossimo futuro creeremo un apposito dipartimento per la ricerca e la progettazione. L’obiettivo è quello di continuare a migliorare il nostro metodo di insegnamento, con un approccio interdisciplinare che coinvolga perfino le neuroscienze, per comprendere al meglio quali effetti abbia la pratica musciale sulle capacità congnitive dell’individuo”. Un fronte di ricerca sperimentale che affianca il lavoro quotidiano della scuola che, proprio nell’ottica di esaltare la funzione sociale dell’educazione musicale, si propone non solo di formare giovani talenti, ma anche di coltivare e diffondere un’ampia cultura musciale. “Negli ultimi anni la Scuola – spiega Cinatti – è stata capace di collegarsi con molte istituzioni sviluppando interessanti collaborazioni, come, ad esempio, quella con i tre Teatri della Costa (Verdi di Pisa, Goldoni di Livorno e Puccini di Lucca) mettendo a disposizione la nostra

Il futuro della musica (a Fiesole)

orchestra giovanile per la loro attività di formazione vocale. Auspichiamo di rafforzare questo tipo di collaborazioni anche con altre strutture, tra cui il Maggio Musicale Fiorentino, con il quale a questo proposito è in corso la sottoscrizione di un protocollo di intesa. La nostra attività di formazione del pubblico e diffusione di una maggiore sensibilità per la musica classica si è sviluppata negli ultimi anni con l’obiettivo di raffrozare di

il Sistema Nazionale delle Orchestre e contribuire ad aumentare il numero dei nuclei orchestrali. Ci siamo rivolti principlamente alle periferie della città: le Piagge, dove da alcuni anni portiamo avanti un progetto che coinvolge ormai circa 60 bambini e bambine e, dallo scorso anno, Sorgane. Cerchiamo di utilizzare gli spazi scolastici disponibili, proponendo attività in orario scolastico ed extra socialstico, coinvolgiamo piccoli e adulti, favorendo, attra-

verso la musica, la condivisione di spazi, di regole, momenti di socalità. Un ottimo antidoto contro emarginazione ed esclusione sociale”. L’anno scolastico è ormai terminato e chiediamo anche a Cinatti quale offerta proponga la Scuola di Musica di Fiesole per il periodo estivo. “I centri estivi musicali sono un’occasione formativa ricca di gioco e divertimento in cui i bambini e le bambine possono prendere confidenza con strumenti diversi e assecondare la loro curiosità. Alcuni degli iscritti frequentano già la scuola, altri vengono occasionalmente, ma con piacere registriamo che spesso queste settimane risvegliano l’interesse dei piccoli e delle famiglie per la formazione musicale, che poi prosegue nella nostra scuola o in altre strutture”. Per maggiori informazioni http://www.scuolamusicafiesole.it/it/didattica/corsi-di-base-e-pre-accademici/corsi-estivi/ centri-musicali-estivi

ni-elettori danno segni di insofferenza verso un’Europa che non cresce, che non dà lavoro ai disoccupati, che non offre prospettive ai giovani, che accoglie gli immigrati in modo disorganizzato e sempre in emergenza, senza politiche degne di questo nome, incapace a contrastare quel terrorismo che colpisce al cuore le sue città. Ebbene in tutti i Paesi di questa Europa cosi fatta si profila o la sfiducia verso le sue istituzioni o la protesta che premia i partiti populisti, antieuropei e di estrema destra. Le prossime scadenze saranno decisive: il referendum Brexit in Gran Bretagna e le elezioni in Spagna a fine giugno, il voto amministrativo in Italia con a seguire il referendum costituzionale, poi le elezioni in Germania e Francia, saranno la cartina di tornasole per misurare la febbre all’antico continente. Ma potrebbe e dovrebbe essere

l’occasione per girare pagina e cambiare politiche, favorendo una maggiore flessibilità della spesa pubblica, allentando i cordoni delle politiche di austerità e del rigore che, come dimostrano i fatti, hanno inflitto ai cittadini pesanti sacrifici, prodotto profondi guasti sociali, senza risanare un bel niente. Ridare fiato all’economia, alla domanda interna dei diversi Paesi, mettendo un po’ di soldi in più nelle buste paga, rilanciando gli investimenti e l’occupazione: sono le scelte che servono per invertire l’attuale tendenza, per rispondere alle aspettative dei cittadini, riaccendere la fiducia, battere l’astensionismo e il disinteresse, emarginando le forze più estremiste e populiste. Solo se l’Europa svolta in questa direzione potremo guardare alle prossime scadenze elettorali con un certo ottimismo, altrimenti il rischio è che l’onda di protesta ci travolga. Preparandoci un futuro peggiore del passato.

Remo Fattorini

Segnali di fumo In Europa tira una brutta aria. A Vienna solo per un soffio Van der Bellen ha prevalso su Hofer, l’esponente dell’estrema destra antieuropea e xenofoba. Ma i partiti populisti avanzano (o sono dati in crescita) in tutta Europa. Dalla Svezia alla Danimarca, dalla Finlandia all’Olanda, dalla gran Bretagna alla Germania, dalla Polonia all’Austria, dalla Francia al Belgio fino all’Ungheria, alla Slovacchia e a Cipro, per finire con l’Italia: i partiti populisti stanno crescendo e il loro peso politico sembra destinato a crescere. E la grande finanza internazionale ci avvisa: se l’Europa sceglie l’instabilità – ci fanno sapere attraverso le pagine de “Il Sole 24 Ore” - siamo pronti a fare retromarcia, a dirottare gli investimenti verso altri lidi, riducendo la nostra esposizione in Europa. Dall’altra parte anche i cittadi-


11 GIUGNO 2016 pag. 9 Dino Castrovilli f.castrovilli@virgilio.it di

J

an Fabre torna a Firenze - c’era già stato nel 2010 a Fabbrica Europa con una performance che prevedeva uccelli vivi, poi sostituiti, a seguito di proteste, da animali finti - e questa volta lo fa da signore assoluto (non può certo fargli ombra la mostra-bluff in corso a Palazzo Strozzi, che annuncia un allettante excursus sull’arte contemporanea e finisce presto sul più bello, un enorme e meraviglioso Roy Lichtenstein): il sindaco Nardella non gli ha consegnato solo le chiavi della città ma anche tre degli spazi più suggestivi e attraenti di Firenze: piazza della Signoria, Palazzo Vecchio e il Forte di Belvedere. “Spiritual guards”, questo il titolo della mostra, rimanda direttamente alla funzione dell’arte come intesa e perseguita da sempre da Fabre: immanenza di una dimensione ultraterrena, ricerca continua e difesa della bellezza contro la secolarizzazione. Un percorso caratterizzato da una determinazione e una coerenza assolute: Fabre, partito dal nulla se non con intuizioni geniali e una grandissima voglia di “fare” (sarà un caso se l’anagramma di fabre è faber, ovvero “artefice”?) è davvero un artista totale, non solo per aver creato anche spettacoli teatrali, coreografie, performance, video ma soprattutto per aver fuso la sua vita (complice anche una insonnia stupefacente, non si è risparmiato nessun eccesso) con la sua arte. Lo documentano in maniera inoppugnabile le sue opere e quello straordinario “Giornale notturno” che Jan Fabre ha “tenuto” dal 1978 al 1991 e su cui torneremo. La “difesa spirituale” allestita da Fabre si dipana da due sculture indiscutibilmente suggestive poste in piazza della Signoria: l’enorme tartaruga guidata dallo stesso artista (Alla ricerca dell’utopia), dislocazione pensata come contrappunto al monumento equestre a Cosimo I, e una versione (l’altra è al Forte di Belvedere) dell’uomo che misura le nuvole, innalzato sull’Arengario di palazzo Vecchio, tra le copie del David e della Giuditta di Donatello. Nel percorso museale di Palazzo Vecchio (quindi, a differenza dell’ingresso al Forte, biglietto a pagamento), in particolare nel Quartiere di Eleonora e nelle Sale dell’Udienza

Jan Fabre non scandalizza (quasi) più

ora misura le nuvole lassù e Gigli, altre opere, tra cui un grande mappamondo (2,50 m. di diametro) rivestito interamente di scarabei dal carapace cangiante, la cui forma e dimensione sono state ispirate proprio dal celebre globo conservato nella Sala delle mappe geografiche, opera cinquecentesca di Ignazio Danti e un teschio, anche questo costituito da scarabei coloratissimi, che stringe in bocca uno scoiattolino (imbalsamato?). E qui veniamo al “lato oscuro” di Fabre, il suo contestatissimo utilizzo di animali (che lui dice di amare, vantando anche una discendenza da un altro Fabre, un celeberrimo entomologo) vivi (memorabile il lancio di gattini vivi nel corso di una performance ad Anversa, con tentativo di linciaggio da parte dei presenti): anche stavolta gli

animalisti hanno promosso una petizione ed una manifestazione, in programma sabato 18 giugno in piazza della Signoria, per chiedere la rimozione delle statue. L’allestimento al Forte di Belvedere è costituito da due schieramenti scultorei formati da sette scarabei bronzei - gli scarabei come simbolo del passaggio tra la dimensione terrena e la vita eterna - posizionati nei punti di vedetta del Forte e da una serie di autoritratti dell’artista a figura intera, che popolano i bastioni all’esterno della palazzina. Il palcoscenico giusto – la fortezza costruita come “difesa” di Firenze dall’esterno e dei Medici dall’interno – per un “esercito” di opere in cui spiccano l’altra versione dell’uomo che misura le nuvole e una statua dell’artista che con

una sola mano regge una grande croce, entrambe rivolti a Firenze e al cielo. A percorso compiuto emerge l’impressione che il Fabre che si può ammirare questa estate a Firenze (non bisogna dimenticare che ben due autoritratti dell’artista belga, nato ad Anversa nel 1958, sono dal 2012 nel prestigioso Corridoio Vasariano) testimoni la sua perfetta sintonia con i canoni contemporanei della bellezza. Fabre non evoca (più?) conflitti, non testimonia tensioni o tormenti. Ambisce piuttosto all’apice del bello contemporaneo, per farne un neo–classico del secondo millennio. Non si può né si deve fargliene una colpa. Le superfici dorate e lucide, le forme armoniose ed iperealistiche, la staticità solenne, sembrano guardare più all’estetica dominante (nell’architettura, nel design, nella moda), che non ad un dialogo con i capolavori rinascimentali fiorentini. Dal cui confronto – e bisogna dare atto all’artista di non essersi certo posto l’obiettivo di eguagliarli – escono naturalmente sconfitti: basta sollevare lo sguardo ai soffitti, anche quelli con dorature, di Palazzo Vecchio per rendersi conto di una differenza, e diversità, incolmabile. E questo rimanda alla questione “Firenze e il contemporaneo”, che il Sindaco Nardella e Sergio Risaliti (direttore artistico della mostra, curata da Joanna De Vos e Melania Rossi) danno già per risolta (“Firenze è tornata ad essere capitale dell’arte contemporanea e laboratorio di creatività…, rischiando anche confronti arditi tra le opere di oggi e quelle del nostro medioevo e del Rinascimento. Era necessario e urgente, per uscire da quella condizione di torpore culturale e auto celebrativo, legato al glorioso passato”, ha detto il sindaco all’inaugurazione) mentre così non ci sembra, convinti come siamo che Firenze debba investire di più e meglio su quello che è il suo autentico patrimonio artistico, lasciando ad altri luoghi e istituzioni (magari senza ripercorrere la parabola del Pecci di Prato) il compito di progettare e realizzare l’offerta di contemporaneo. A Firenze, di contemporaneo, lasciamoci le fioriere che delimitano Palazzo Vecchio: sono di plastica, nonostante a 20 km ci sia Impruneta, capitale di un cotto che tutto il mondo ci invidia.


11 GIUGNO 2016 pag. 10 Giovanni Pianosi giovanni.pianosi@gmail.com di

I

n una pagina di Combray, parlando del vento che, secondo il Narratore ancora ragazzino, caratterizzava quella cittadina, Proust scrive: Chaque année, le jour de notre arrivée, pour sentir que j’étais bien à Combray, je montais le retrouver qui courait dans les sayons et me faisait courir à sa suite. Frase che si può tradurre così: Ogni anno, il giorno del nostro arrivo, per sentirmi davvero a Combray salivo a ritrovarlo mentre correva nei solchi e m’invitava a rincorrerlo. Tutti i traduttori italiani, compresi Natalia Ginzburg e Giovanni Raboni, vale a dire i massimi, hanno tradotto “sayons” con “solchi” e la cosa ha una sua fondata motivazione perché così facendo si dà senso alla frase che altrimenti non l’avrebbe. Infatti “sayon” non significa “solco” ma indica, invece, qualcosa di completamente diverso che non rimanda ai solchi neppure metaforicamente e che non ha alcun senso nella frase di Proust. Denomina, infatti, la casacca usata ai tempi delle guerre di Cesare in Gallia dai soldati di entrambi gli schieramenti. E, successivamente, “sayon” ha indicato la tunica dei cavalieri medioevali, l’abito del boia, la veste indossata dai membri delle confraternite durante le processioni e cose del genere. E allora? Non potendo rassegnarmi facilmente ad ammettere una svista di Proust (Proust non sbaglia mai!) ho cercato il soccorso del Web alla disperata ricerca di una soluzione ma non avendo concluso nulla ho dovuto ammettere, sia pure in via ipotetica, una svista da parte di Proust. Ma come ha fatto Proust a confondere un solco con un abito militare? Forse si è trattato di un lapsus, magari facilitato dalla quasi omofonia tra “sayon” e “sillon”(che vuol proprio dire “solco”) ma, si sa, i lapsus, come inequivocabilmente indica il loro stesso nome, sono terreno scivoloso: ne sapeva qualcosa, e ne ha magistralmente scritto, un medico viennese contemporaneo di Proust, Sigmund Freud. I solchi richiamano il lavoro dei

Di un possibile lapsus

proustiano

campi, la vita agreste, e anche ad escludere atmosfere esageratamente bucoliche, a prima vista si tratta di qualcosa di opposto alla guerra. Cincinnato, sconfitti i nemici di Roma, torna al suo campicello a tracciare solchi con l’aratro; Ambrogio Lorenzetti dipinge un’opulenta campagna ben lavorata come esempio degli effetti del buon governo e sulla parete di fronte, come effetto del cattivo governo, mostra la stessa campagna devastata dalla guerra. Ma che non sia sempre così, a noi italiani, l’ha insegnato un maestro elementare, quel sanguigno romagnolo infaticabile coniatore di slogan che, ai suoi tempi, fece scrivere su tutti i muri d’Italia: “È l’aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende”, a suggerire che il legame tra solchi e spade può non essere occasionale né così innocente. Ma c’è di più: sui colli fatali di Roma (per usare il lessico del già

ricordato maestro elementare, sanguigno romagnolo, eccetera), lo stesso mito fondativo dell’Urbe è basato sull’intimo e necessario rapporto tra un solco – quello tracciato da Romolo e provocatoriamente scavalcato da Remo – e la spada con cui Romolo spegne la vita di Remo. In Francia si compie un decisivo passo in avanti: il solco non si limita più a richiedere la protezione della spada o a rappresentare il pretesto perché venga sguainata. Messa da parte ogni timidezza, nel cuore di quello straordinario evento che fu la Rivoluzione francese, il solco diventa nientemeno che un avido bevitore di sangue. Il testo ultraretorico e decisamente grandguignolesco della Marsigliese – al confronto, quello di Fratelli d’Italia appare sobrio e giudizioso – ha costretto milioni di miti campagnoli francesi (gente che dai solchi sa cavare ottimi prodotti) a cantare a

squarciagola: Aux armes,citoyens formez vos bataillons, marchons, marchons! Qu’un sang impur abreuve nos sillons! Che un sangue impuro abbeveri i nostri solchi: addirittura! Aiuto, il conte Dracula si aggira per le campagne francesi. Non credo che siano stati pensieri del genere a far incorrere Proust nel lapsus che gli ha fatto scrivere “sayons” al posto di “sillons”. Non lo credo perché la nota psicologica di fondo delle pagine in cui questo ipotetico lapsus compare è quella di una malinconica dolcezza. Il Narratore sta ricordando la sua infanzia, ma non quella tragica di quando si sentiva abbandonato dalla mamma bensì quella dei suoi entusiasmi svelati dall’amore per i biancospini. In questo clima, il sangue che abbevera i solchi non ce lo vedo proprio. E allora, forse, non resta che riandare ad altre pagine della Recherche segnate da analoghe atmosfere, magari per qualche aspetto un po’ malinconiche ma complessivamente serene e, soprattutto, aperte alla speranza; e mi sono venute in mente quelle dedicate alla grande amicizia del Narratore per Saint-Loup, quelle, in particolare, in cui si reca a Doncières, dove l’amico presta il servizio militare, e ne condivide le giornate prendendo parte, sia pure da osservatore, alle esercitazioni, alle discussioni, alle minute incombenze quotidiane di quel singolare mondo chiuso che è la vita militare. Lì, tra le divise dei soldati (qualcosa di analogo ai “sayons”), il Narratore si trova bene come da piccolo stava bene correndo tra i “sillons” a Combray. Né va sottaciuto che in quell’assaggio di vita militare accanto a Saint-Loup non gli dispiace affatto, anzi manifestamente lo attrae, l’amicizia virile che osserva con curiosità, e cui in parte s’associa, in quell’ambiente necessariamente tutto maschile che non può non avere punti di vicinanza, se non anche di sovrapposizione, con l’universo dell’omosessualità, ancora sconosciuto al ragazzino che correva lungo i “sayons/ sillons” di Combray inseguendo il vento.


11 GIUGNO 2016 pag. 11

Per quale Europa?

Paolo Marini p.marini@inwind.it di

C

’è un referendum che agita e agiterà molti italiani: si scontrano già ‘innovatori’ e ‘conservatori’, i sostenitori del restyling costituzionale e i tutori della Costituzione-più-bella-del-mondo, quelli che invocano un futuro progressivo e coloro che lo dipingono autoritario. Eppure non è in gioco una innovazione sistematica, un grande cambiamento. Per quanto possa suonare provocatorio, è il referendum del 23 giugno quello che può mutare la prospettiva di noi tutti, sebbene vi parteciperanno (soltanto) gli elettori britannici e anche se i ‘no’ alla permanenza nell’UE non dovessero prevalere. Sto leggendo proprio in questi giorni il “Mondo di ieri” di Stefan Zweig, il cui sottotitolo è “ricordi di un europeo”: nativo di Vienna, fece di Berlino, Parigi e Londra alcune importanti tappe del proprio viaggio intellettuale ed esistenziale, al punto che quelle capitali appaiono quasi, nella memoria, il cortile di casa. Esiste una parte identitaria comune ai popoli europei, che impinge in grandi eredità della storia (la filosofia greca, il diritto romano, la religione cristiana, la civiltà rinascimentale) e perviene ad una modernità per lo più costruita sul “rapporto dialettico tra razionalità e individualismo/soggettività” che ha prodotto “fondamentali innovazioni scientifico-tecniche, economiche, politiche e culturali” (da “La società europea” di A. Cavalli/A. Martinelli). Il concetto di Europa non è prerogativa di coloro che la esigono politicamente unita; mentre è accettabile che si definisca ‘europeista’ chi sostiene l’unità politica dell’Europa, non può denigrarsi come anti-europeo colui che rifiuta quella visione dell’Europa che aspira all’unità dei pianificatori. All’opposto, è plausibile che un amante della civiltà europea non possa fare a meno di volerne preservare le distinzioni, le varietà, le innumerevoli tradizioni e culture. La questione dell’unità europea, o meglio, di quale Europa è e sarà vieppiù aperta e impregiudicata, nei fatti. È veramente realistica e desiderabile l’idea o l’utopia della reductio ad unum? Torna utile il pensiero di Pascal Salin, quando si legge

ne “La tirannia fiscale” che “la difesa dell’armonizzazione si basa (…) sulla pericolosa opinione per cui la concorrenza è ingiusta o impossibile se le ‘condizioni di concorrenza’ non sono armonizzate. Il merito della concorrenza, al contrario, è proprio quello che gli individui non producono alle stesse condizioni. Armonizzando si uccide lo scambio ed anche i benefici dovuti alla specializzazione”. È nelle differenze e nella competizione che i singoli e le comunità innovano, crescono, si contaminano e progrediscono. L’ideale unitario sembra incaricato di appiattire, di deprimere questa

ricchezza. Non ha torto chi ha parlato di “Unione Sovietica Europea”, un’entità che allo stesso tempo striglia l’Italia sul ‘cioccolato puro’ e resta afasica (un’espressione geografica, avrebbe sentenziato il Metternich) quando c’è da levare una voce nei delicati affari internazionali. È tutta una contraddizione che pare avere un’unica solida base: sé stessa, un intrico di norme e di burocrazie, di potere e di hybris. E c’è di più: l’Unione Europea è una istituzione umana e come tale non è irreversibile. Non c’è un destino che impone ad alcune centinaia di milioni di individui

di rimanere ad nutum sotto il suo ombrello ambivalente, non c’è un punto alto della storia donde non si possa recedere. Se qualcuno crede ancora nelle fiabe, è opportuno che (ri)legga il Karl Popper di “Miseria dello storicismo”. Il problema è, come sempre: qual è il prezzo da pagare per tornare indietro ovvero per andare oltre? È l’argomento che si doveva ragionevolmente porre, qualche tempo fa, dinanzi al referendum scozzese. I sovra-Stati, proprio come gli Stati, sono istituzioni sociali: debbono potersi modellare nel tempo in un inesausto processo di scomposizione e ri-composizione, senza tabù, senza violenze, nel rispetto di un grande principio liberale, che è superiore a qualunque carta costituzionale: l’autodeterminazione degli individui, delle comunità, dei popoli. Non è, per fare un esempio, paradossale o bizzarro che nel nostro stesso ordinamento giuridico nazionale coesistano una legge sul divorzio, così come le norme sul recesso e lo scioglimento delle società commerciali, e l’art. 5 della Costituzione (“la Repubblica, una e indivisibile, ...”). Come si può negare ai gruppi sociali quel diritto che si riconosce agli individui?

Lido Contemori lidoconte@alice.it di

La libertà di scrittura è l’indipendenza della deIl migliore stra e della sinistra da quello che scrive la testa dei Lidi possibili Disegno di Lido Contemori  Didascalia di Aldo Frangioni


11 GIUGNO 2016 pag. 12

Narrazione a puntate con finale a sorpresa Capitolo 11 Fuggire

Matteo Rimi lo.stato@libero.it di

D

a quel languido tramonto tropicale dai violacei riflessi spostò la sua attenzione su suoi piedi che vide poggiati sopra un pontile di legno, lambito da sotto da una risacca calma e silenziosa. Alzato di nuovo lo sguardo, si trovò di fronte un uomo dalla pelle imbrunita dal sole, vestito di un bianco grezzo, sporco di chilometri. Non vecchio, mostrava però i segni di molte vite tutte racchiuse nell’esistenza di rughe agli angoli di occhi stretti dal sole e dai calcoli. Annotava su di una cartella merce sconosciuta che veniva scaricata, un collo alla volta, da molti uomini di colore da una barca di legno ormeggiata sul pontile, verso una destinazione sconosciuta alle sue spalle. Cominciò a credere che la sua eterea guida avesse fallito in questo nuovo “trasferimento” e lo avesse posto di fronte ad un qualsiasi affarista europeo, di quelli che anAndrea Caneschi can_an@libero.it di

Intorno a noi alcune migliaia di persone si preparano ai trenta chilometri di questa Vogalonga non competitiva attraverso la laguna di Venezia, che impegnerà gli equipaggi secondo la preparazione di ciascuno e la voglia di misurarsi con gli altri e con se stessi. La nostra barca è un Dragone di 12 metri con un equipaggio di venti vogatori, destri e sinistri, seduti due a due sulle apposite panche ed è guidato da un timoniere, ritto a poppa, che manovra un lungo timone fissato lateralmente; in gara l’equipaggio è completato da un tamburino, seduto a poppa, che con il ritmo del suo tamburo trasmette il ritmo e le variazioni della voga richieste dal capovoga al resto dell’equipaggio. Vogare insieme in questo tipo di barca è ovviamente una necessità assoluta per ottimizzare lo sforzo di ciascuno, e in gara serve concentrazione per garantire una voga efficiente e mantenere quella sincronia che permette alla barca di scorrere velocemente sull’acqua. Ma la Vogalonga non è una competizione e ci permettiamo di guardarci intorno ogni tanto, tenendo tuttavia un ritmo che ci porta avanti a cercare acqua libera e a districarci

davano in Africa a cercar fortuna. Tutt’altro che un poeta, insomma. Non sbagli di molto, intervenne subito l’intruso nella sua testa senza dargli il tempo di credere in un qualche allentamento tra le spire della sua morsa: quest’uomo cercò, sì, fortuna in Africa ma ciò da cui scappava veramente era l’Inferno di un’Europa che gli stava stretta e di un dono, il mio, che gli aveva fatto vivere gran parte della sua giovane vita fino ad allora come un reietto, un vagabondo, un selvaggio perduto nelle grandi città civilizzate. Si può fuggire dalla poesia e diventare tutt’altro, ma essa, se pura in te, riassorbirà prima o poi tutto il tuo essere. Anche se ti chiami Rimbaud e se hai già affermato di “non pensarci più”! In quel momento l’uomo sembrò proprio puntare gli occhi su di lui, cosa che fino a quel momento

avrebbe creduto fosse impossibile, o, forse, sull’orizzonte la cui vista presumibilmente non copriva al mercante e poeta: la mano con in pugno la matita sospesa nel vuoto, emise un sospiro profondo come trattenuto per molto tempo che si dispose in versi. È ritrovata. Che cosa? L’Eternità. È il mare andato via col sole. Anima sentinella, mormoriamo la confessione della notte così nulla e del giorno di fuoco. Non appena l’altro ebbe terminato la sua invocazione, tutto cominciò a comprimersi intorno al ragazzo, ad accartocciarsi fino a scomparire. L’oceano sembrò prosciugarsi all’istante, presagio di un eventuale, futuro cataclisma. Il poeta,

I Vecchi e il Mare

La traversata

dal grosso delle imbarcazioni. Nonostante le previsioni meteo non eccellenti, il sole continua a scaldarci imperterrito mentre sfiliamo tra le barche, al ritmo della nostra voga, prendendo il largo dalla città e allontanandoci verso le isole che costeggeremo lungo il percorso. A metà gara superiamo Burano, salutati dagli applausi degli spettatori radunati lungo le rive. Più avanti, dopo un lungo tratto di laguna vasto ed aperto, entriamo con un ampio giro nel Canal Grande di Murano. Grande tifo ed applausi, la cittadina è animata, molto frequentata dai

turisti, e i ponti e le banchine sono piene di curiosi che partecipano a modo loro con urla di incoraggiamento ed applausi. Uscendo da Murano è ormai in vista Venezia, che abbiamo aggirato e che riscopriremo attraverso Cannaregio per ritornare al Canal Grande, attraversare Rialto e completare il giro davanti a San Marco, da dove eravamo partiti poco più di due ore prima. Ma prima di rallentare la voga per goderci lo spettacolo di Venezia che saluta le barche che sfilano, ricompensando la fatica degli equipaggi con l’entusiasmo dei

il pontile, la barca, la merce ed i braccianti: tutto si stava cancellando per l’azione di un’ipotetica cimosa su di un’immensa lavagna, abbandonandolo circondato da rocce e polvere, in una terra inospitale e dimenticata. Ci siamo, tuonò il Re Poeta. (continua a Fiesole) LO STATO

econdo sdella Poesia

LO STATO DELLA POESIA presenta IL RE POETA Narrazione a puntate con finale a sorpresa Capitolo 4 – L’incontro Io sono il Re Poeta, padrone di tutto ma non possiedo niente. Sono stato generato dal primo sospiro dell’uomo che ha alzato gli occhi al cielo per osservare ciò che non poteva vedere e da allora mi muovo con lui, nel saliscendi della sua coscienza animalesca. Sono stato messo a guardia dell’invenzione più grande, che gli ha permesso di elevarsi dal resto e porsi ad arbitro di questa realtà: la parola. Non sempre il mio lavoro è stato facile, dato che questo dono, appannaggio di tutti gli esseri umani, viene usato in modo inconsapevole della sua immane forza dai più ed anche fin troppo consciamente del potere che da essa scaturisce per convincere gli altri e piegarne la volontà da una piccola, despota minoranza. Per questo, nello stesso istante in cui è nata la parola è scaturita la poesia ed i suoi fragili, a volte inconsci, custodi: i poeti, miei indifesi alleati. Proprio loro molto spesso mi tradirono per elogiare i potenti o la convinzione di turno ma, le volte che per proteggerla e proteggermi, se ne sono dissociati schierandosi contro di questi ne hanno pagato un prezzo ancora più caro, fatto di esilio ed emarginazione o, ancor peggio per chi del trasmettere aveva fatto sua ragione di vita, indifferenza. Ed oggi che per la comunicazione di massa in molti ne fanno abuso ogni giorno, mi è difficile distinguere tra questi i miei reali compagni di battaglia e per tal motivo ho dovuto intensificare la mia ricerca, concentrandomi anche su chi, come te, potrebbe non diventare mai poeta e rischiare di lasciare essiccare invano la propria vena ma è comunque roso da un subdolo tarlo che non ha nome né scopo se non quello di darti chiara consapevolezza dell’inutilità di tanto scambio tra gli uomini, che ha intasato l’aria di parole inutili perché usate, a mo’ di ornamenti, per impreziosire la loro inefficace facciata. So quindi che non crederai alla mia esistenza ma certo non potrai fare a meno di sapere, sapere che la realtà non è solo ciò che vediamo ma una fitta trama di livelli più o meno tangibili che da sempre i poeti cercano di sdipanare. Non combattere allora usando il tuo inefficace realismo, abbandonati a ciò che hai sempre saputo ma mai avuto il coraggio di ammettere e credimi. Mi seguirai? (continua)

OMAGGIO AD ANTONIO BERTOLI

con la partecipazione di EOS SAXOPHONE PROJECT dir. Alda Dalle Lucche SCUOLA DI MUSICA DI FIESOLE

Con i poeti: Matteo Rimi Sergio Talenti Danilo Breschi Debora Pioli Stefano Busolin e le opere degli artisti fiesolani MARTEDÌ 14 GIUGNO 2016 ORE 19,30 TERRAZZA DEL TEATRO ROMANO FIESOLE Biblioteca di Fiesole

tantissimi spettatori che si affollano lungo i canali, i ponti, le fermate dei vaporetti e ci gridano la loro partecipazione, ci troviamo a confrontarci con un “draghino”, un equipaggio di dieci giovani ungheresi che, annunciato dal ritmo minaccioso del tamburo di bordo che dà il ritmo ai vogatori, si appresta a superarci. Non possiamo permetterlo, e quasi senza dirlo allunghiamo la voga. ”Testa in barca!”, ci urla il capitano, e cresce il ritmo delle palate per confrontarci con quel fratello minore impudente e irrispettoso, che pretende di approfittare del peso dei nostri anni per imporci la dura legge dell’età che ci consuma. Orgoglio e presunzione, ma accettiamo la sfida e la competizione si accende: corriamo affiancati per qualche chilometro, guadagnando e perdendo e riguadagnando quel metro che farà la differenza all’imbocco del canale di Cannaregio, dove i giovani si insinuano abilmente, lasciandoci il gusto di dire che abbiamo tuttavia ben resistito, “Bravi!”, ci ringrazia il capitano, con una nota incredula nella voce. La traversata è finita, non ci resta che aspettare e preparare la prossima, come fossimo eterni.


11 GIUGNO 2016 pag. 13 di

Marco Geddes da Filicaia

S

otto al sigla di Ttip si cela il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, il cui acronimo deriva dall’inglese Transatlantic Trade and Investment Partnership. Si tratta, come forse noto, ma solo da pochi mesi, anche a un (non vasto) pubblico, del Patto in discussione fra Usa e Unione Europea, che intende creare un’area di libero scambio fra le due sponde dell’Atlantico, dove si concentra il 47% del Pil e il 30% del commercio mondiale. La bozza di accordo è nota da pochi mesi, in misura assai parziale e frammentaria, poiché sebbene sia in elaborazione dal 2013 con trattative bilaterali, la questione è passata, anche nel dibattito politico, sotto soglia di percezione. Alle elezioni europee del 2014 di questo, non certo marginale, tema, non troverete traccia nei dibattiti, nei programmi, nelle esternazioni di nessuno dei principali contendenti, con l’eccezione del Movimento 5 Stelle e della Lista Tsipras. Come si suol dire “È la democrazia… bellezza!”. L’obiettivo, in estrema sintesi, è quello di smantellare le regole protezionistiche e gli standard produttivi che rendono più costosi e difficili le importazioni di beni e servizi realizzando così, a detta del neo ministro Carlo Candela – negoziatore di tale trattato in ambito europeo – la costruzione di un’area di mercato capace di imporre i propri standard, anche giuridici, al resto del mondo e in particolare alla Cina. La crescita del Pil, derivante dalla messa in atto del trattato, comporterà – a parere dei suoi sostenitori – una benefica ricaduta sulle popolazioni dei due continenti anche in termini di salute, in base alla storica correlazione crescita del Pil-speranza di vita. Tuttavia da tempo si sono avanzate rilevanti preoccupazioni e riserve – o esplicite contrarietà – a porzioni fondamentali del Ttip, da parte anche di associazioni sanitarie, esperti di sanità pubblica, associazioni professionali, cosicché un organismo abitualmente moderato, quale il Royal College of Physicians inglese, ha titolato recentemente il proprio editoriale: “Warning: Ttip could be hazardous to your health!”. Le ragioni

Ttip e salute per le quali chi si occupa di sanità pubblica guarda con grande preoccupazione questo Trattato sono molteplici e ben fondate, poiché i diritti, la protezione ambientale e sociale e quindi il bene salute sono considerati, nel contesto degli incontri bilaterali, come nei negoziati dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) totalmente fuori tema (in gergo: off topic), rispetto all’oggetto delle trattato. Eppure il risultato di tali trattative condizionerà in modo rilevante la nostra salute e i nostri sistemi sanitari. Fra gli obiettivi del Ttip vi è quello di armonizzare standard e norme in merito agli alimenti e all’agricoltura. L’armonizzazione in tale ambito consiste sostanzialmente in una deregolamentazione, come è comprovato da precedenti trattati fra gli Stati Uniti e altre nazioni del continente americano. Ad esempio il Nafta ha consentito la penetrazione in Messico delle multinazionali del soft drink e del fast food, con un enorme aumento di tali consumi e della prevalenza del diabete. Analogo problema in Cile, che ha introdotto una nuova normativa sull’etichettatura degli alimenti, volta ad evidenziarne il contenuto di grassi, sale e zucchero e i conseguenti rischi sanitari; anche tale normativa è stata impugnata in base al Tbt (Technical Barriers to Trade). Ulteriore elemento controverso è la rilevanza del Ttip sulle politiche ambientali il cui effetto sulla salute, in particolare in relazione ad un rialzo delle temperature a livello planetario, è rilevantissimo. L’utilizzo dei trattati di libero scambio da parte di imprese multinazionali non è certo tranquillizzante. Su tale base, ad esempio, lo Stato del Quebec è stato citato in giudizio, per violazione del Nafta,

per aver applicato una moratoria nella Fratturazione idraulica del suolo (franking). All’interno di questo scenario vi sono due ambiti ancor più direttamente connessi con i sistemi sanitari, su cui il Ttip interviene pesantemente: 1. alcuni fondamentali determinanti di salute e 2. l’accesso a farmaci e all’assistenza sanitaria. Consumi di tabacco e alcol È noto come le multinazionali si oppongono da tempo alle iniziative volte a contenere e scoraggiare i consumo di alcol e tabacco e, a tale proposito, utilizzano i diversi trattati per impedire l’applicazione di norme restrittive. Peraltro le multinazionali sono largamente presenti, in forme dirette e indirette, nel corso della trattativa sul Ttip, mentre il mondo scientifico e professionale - ma anche lo stesso Ministero della salute – ne è tenuto totalmente all’oscuro. Alcuni precedenti, in ambito internazionale, sono significativi. La Philpps Morris International, ad esempio, ha citato in giudizio l’Uruguay per l’apposizione di immagini shock sui pacchetti di sigarette e l’Australia per una legge sul confezionamento di pacchetti di sigarette che, al posto di loghi e colori, introduce avvertenze grafiche sui rischi da fumo. La Scozia, che ha introdotto un prezzo minimo delle bevande alcoliche per unità di alcol, ha subito l’opposizione della stessa Commissione europea, in base alla legge sugli scambi commerciali. Nell’ambito del Ttip il problema è aggravato dal fatto che tale accordo prevede un arbitrato di risoluzione delle controversie, che consente agli investitori di citare in giudizio, di fronte a tribunali internazionali privati i singoli

Stati, per riduzione del loro valore di investimento, mentre non è possibile per gli Stati citare le imprese! Accesso ai farmaci e all’assistenza sanitaria Come noto, specie negli ultimi anni, il tema dei farmaci innovativi (o, talora, pseudo tali) e del loro prezzo, ha richiamato l’attenzione sia dei governi che dell’opinione pubblica. Il caso del costo del farmaco per l’epatite C – elevatissimo negli Stati Uniti – o dei farmaci innovativi per il cancro (hanno fatto lievitare la spesa per tale categoria farmacologica, a livello mondiale, fino a 100 miliardi di dollari (2014) e con i nuovi farmaci si prevede un aumento di oltre un miliardo all’anno nel prossimo quadriennio) pongono problemi di bilancio ai governi o di incremento delle diseguaglianze di accesso fra cittadini. Il Ttip espande il monopolio dei brevetti riducendo così la disponibilità di farmaci generici sul mercato. Una clausola specifica riguarda poi i sistemi sanitari, con l’inclusione di fornitori di assistenza sanitaria privata. Tale disposizione è accompagnata da una specifica clausola anti-arretramento (rachet clause) che impedisce il ritorno allo Stato di servizi pubblici sanitari che siano stati privatizzati. Si tratta, in sostanza, di un attacco in piena regola ai sistemi sanitari nazionali! Queste norme controbilanciano ampiamente – in termini negativi – quelle iniziative utili previste dal Trattato, volte a promuovere una maggiore collaborazione fra istituzioni governative in ambito sanitario, come ad esempio le Agenzie del farmaco (Ema per l’Europa e Fda per Usa). In sostanza il Ttip presenta tre elementi inaccettabili: 1. La prevalenza degli interessi commerciali delle grandi corporazioni, rispetto alle volontà delle popolazioni e dei loro governi. 2. La negazione di un “principio di precauzione” per la sanità pubblica, in base al quale spetta ai produttori la responsabilità di dimostrare la sicurezza dei loro prodotti (e non al cittadino di dimostrare il danno una volta che l’ha subito!). 3. Il trasferimento di contenziosi ai tribunali privati, eliminando le competenze della magistratura (nazionale o internazionale) e delle stesse Corti Costituzionali.


L

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unedì 6 giugno si è tenuto presso la sede dell’Associazione Culturale Testimonianze di via Ghibellina, posta nel complesso delle Murate, l’incontro “Non siamo angeli. La risposta dei fiorentini all’emergenza del 1966”. L’evento si è svolto in occasione della “Festa delle Murate”, nell’ambito della quale è stata presentata la Mostra “Le radici della partecipazione. Dai Comitati di Quartiere ai Consigli di Quartiere, 19661976”. L’incontro era legato all’ultimo numero della rivista Testimonianze (un numero triplo, monografico, da acquistare anche online), dal significativo titolo “La Grande Alluvione”. Il volume, arricchito da un’ampia serie di immagini fotografiche, riporta le memorie dell’alluvione che travolse cinquanta anni fa Firenze e una gran parte della regione, raccoglie riflessioni e documenti degli esperti, i lavori degli studenti di alcune scuole superiori che hanno registrato dal vivo testimonianze dell’epoca. Il volume si sofferma sull’aiuto dei giovani (“gli angeli del fango”) che accorsero da ogni parte del mondo e dà ampio spazio, solidarietà che si manifestò in ogni angolo della città, a partire dalle case del popolo, dalle parrocchie, dai vari centri sociali. Un argomento questo che è stato ripreso più volte nel corso dell’incontro, per esprimere il valore della rete di solidarietà che prese forma in modo naturale (“Non siamo angeli”) e fu la risposta più evidente dei fiorentini all’emergenza, con forme di partecipazione che saranno poi alla base dei passaggi successivi nella vita sociale e politica della città. Particolare attenzione ha richiamato la proiezione del video realizzato da Paolo Fantacci su quei giorni dell’alluvione, che ha destato enorme meraviglia per la tragicità e la vivezza delle immagini, per la desolazione delle strade e delle piazze; un filmato “nuovo”, non conosciuto dalla maggior parte dei fiorentini, che rappresentò un mezzo efficace per far conoscere le condizioni di Firenze agli americani, nel corso della visita del sindaco Piero Bargellini negli Stati Uniti. Roberto Mosi, della Rivista Testimonianze, ha coordinato

Non siamo stati angeli

la tavola rotonda dell’incontro ed è intervenuto per ricordare come il Carcere delle Murate – trasformato ora in una parte viva di Firenze, un polo culturale e sociale, nella “città tenda” di cui parlava Giovanni Michelucci – fu al centro all’epoca dell’alluvione, di episodi quanto mai drammatici per la popolazione carceraria. Una serata dunque “indimenticabile” , ritmata dal canto e dalla chitarra di Chiara Riondino, dalla lettura delle memorie raccolte dai giovani studenti; nel corso della quale il pittore-scenografo Enrico Guerrini ha composto all’impronta un quadro evocativo dell’incontro, quadro donato a Testimonianze. Roberto Mosi ha manifestato in conclusione la soddisfazione della Rivista per la serata che ha confermato in pieno il valore del volume, uno strumento prezioso di conoscenza e di stimolo alla riflessione per i cittadini, ad iniziare dalle giovani generazioni.

Le architetture di  Pasquale Camegna

Ombre


11 GIUGNO 2016 pag. 15 Ruggero Stanga stanga@arcetri.astro.it di

U

n diametro di 39 metri, circa 1000 metri quadri di superficie, lo specchio principale del nuovo telescopio E-ELT, che comincerà ad osservare all’inizio della prossima decade. Un colosso di 2800 tonnellate. Non avrà uno specchio monolitico, sarà composto di 798 tasselli esagonali ciascuno di 1,4 metri di diametro, tenuti in posizione con sistemi meccanici raffinatissimi in modo da mantenere la forma corretta complessiva in qualunque direzione del cielo si osservi. Un costo per l’ESO (European Southern Observatory, un ente di ricerca europeo) che arriverà intorno al miliardo di euro, di cui già una bella fetta, 400 milioni, è stata prevista per aziende italiane che lavoreranno sul progetto. Un sistema integrato di correzione, le ottiche adattive, cancellerà gli effetti della turbolenza atmosferica sulle immagini dell’Universo (anche questo sistema con il fondamentale contributo di tecnologie e ditte italiane), come se E-ELT operasse dallo spazio, invece che dalla cima di un monte in Cile. Un grande salto dai 3 cm del cannocchiale di Galileo, e dai 10 m del più grande telescopio ora in funzione, il Grande Telescopio delle Canarie. Perché tutti questi sforzi, tutti questi denari? Beh, più grande è la superficie di raccolta, più sorgenti deboli si vedono; e più dettagli si possono scoprire su quelle sorgenti. Per esempio, sugli esopianeti, i pianeti scoperti fuori del sistema solare: pochi se ne vedono direttamente, la maggior parte si identifica dagli effetti che hanno sulla luce della stella intorno a cui orbitano; con un telescopio di 39 m se ne potranno vedere molti di più finalmente in maniera diretta, e analizzarne l’atmosfera, alla ricerca di indizi della presenza di vita. Già abbiamo alcune indicazioni: precursori di aminoacidi sono stati identificati nel mezzo interstellare, le nubi di gas e polvere che galleggiano fra le stelle; è di poco tempo fa la notizia che si è scoperta la glicina, l’amminoacido più semplice, sulla cometa P/67 Churyumov-Gerasimenko. Cercare di capire se il fenomeno vita è comune o no nella nostra Via Lattea: sembrava una domanda mal posta, indecidibile. Non lo sarà più. Su un altro versante, altre sorgenti deboli: le più remote galassie, agli albori dell’epoca in cui le galassie si sono formate. Un periodo interessante, alla fine dell’epoca buia, le Dark Ages. L’epoca buia, compresa fra quattrocentomila e 2-300 milioni di anni

Il prossimo grande fratello spaziale dopo il Big Bang, circa 13 miliardi di anni fa. Si chiama così perché non ci sono ancora galassie, né ci sono stelle. Niente, spazio vuoto. L’Universo è attraversato solo dalla radiazione del fondo cosmico; l’Universo si espande e la temperatura cala progressivamente da 4000 gradi a circa 200 gradi sotto lo zero. La materia nella forma di atomi di idrogeno ed elio comincia ad aggregarsi in nubi gassose, a partire da minime disuguaglianze della sua densità. Gli eventi che portano alla formazione delle galassie non sono ancora del tutto chiari. La galassia più antica che ora conosciamo è GN-z11. Se vogliamo una indicazione, sta nella direzione della costellazione dell’Orsa Maggiore, poco sopra l’attaccatura della coda al corpo, ben oltre le stelle dell’Orsa: la luce che osserviamo fu emessa solo 400 milioni di anni dopo il Big Bang, circa 13.4 miliardi di anni fa, alla fine delle Dark Ages. Ora la distanza di GN-z11 è di 32 miliardi di anni luce: l’Universo si è espanso di una dozzina di volte durante il viaggio della luce fino a noi: Edwin Hubble ha osservato nel 1929 che l’Universo si espande. Ma ora sappiamo, sono osservazioni del 1998, che si espande sempre più velocemente: lo spazio si dilata accelerando in virtù dell’energia del vuoto, la dark energy; sì, anche lo spazio fra gli atomi del tavolo, anche lo spazio fra la Terra ed il Sole. Ma le forze di tipo elettromagnetico che tengono insieme gli atomi del tavolo sono sufficienti ad equilibrare e a neutralizzare l’espansione accelerata perché sono forze molto più grandi; ed anche la forza gravitazionale fra il Sole e la Terra è sufficiente ad evitare che ci allontaniamo fra le stelle. Solo su distanze veramente enormi, alcune centinaia di milioni di anni luce, quando l’attrazione gravitazionale è diventata piccola, prevale l’accelerazione dell’Universo: queste sono le distanze fra i cluster di galassie, gruppi di galassie tenuti insieme dalla gravità. Che lo spazio si dilati è un fatto profondamente controintuitivo: nella nostra esperienza comune, lo spazio è un palcoscenico, non è un attore, come invece si dimostra in realtà; ma nella nostra esperienza di tutti i giorni non abbiamo a che fare con le distanze incommensurabili fra gli ammassi di galassie. Siccome tutto lo spazio si dilata, si dilata anche la lunghezza d’onda della luce che viaggia nello spazio; e non ci sono forze che possano neutralizzare la dilatazione della luce; poiché a lunghezze d’onda maggiori corrisponde

una luce più rossa, essa diventa sempre più arrossata man mano che viaggia nello spazio: si chiama spostamento verso il rosso di origine cosmologica, redshift cosmologico. E questo spostamento verso il rosso è la grandezza che riusciamo a misurare: il redshift z. Quanto più lontani sono gli oggetti che riusciamo ad osservare, tanto più indietro nel tempo li vediamo, perché la luce non si propaga istantaneamente; e tanto maggiore è il loro redshift, perché lo spazio ha avuto più tempo per dilatarsi. In GN-z11 le stelle si sono formate con un ritmo circa 20 volte più rapido di quanto succeda nella nostra galassia. Sono stella di prima generazione, composte solo da idrogeno ed elio. Sono stelle massicce, che evolvono in poche decine di milioni di anni fino allo stadio di supernova, quando esplodono rilasciando nello spazio gli elementi più complessi, fabbricati nelle reazioni nucleari, che hanno prodotto l’energia irraggiata durante la loro vita. Per confronto: anche la Via Lattea è una galassia antica, però le stelle più vecchie, oltre 13 miliardi di anni, sono già stelle di seconda generazione e risalgono all’ epoca successiva alle Dark Ages, mentre il disco è più giovane essendosi formato non prima di una decina di miliardi di anni fa. 5 miliardi di anni fa si è formato il Sole. È possibile che durante la vita della Via Lattea incontri con altre galassie abbiano portato stelle e gas nuovi oltre ai componenti originali. Ed ecco gli interrogativi: come hanno fatto le stelle a formarsi così presto dopo il Big Bang? Come hanno fatto le galassie a formarsi anche esse molto rapidamente? Quanto è importante nel processo e come è organizzata la materia oscura, quella componente dell’Universo che non si fa vedere, ma la cui esistenza è stata accertata dagli effetti gravitazionali che esercita sulla materia che si vede? In quell’Universo giovane, all’incirca 500 milioni di anni dopo il Big Bang, i modelli ci dicono che debbono essersi formati anche i primi nuclei dei buchi neri supermassicci, da qualche milione a qualche miliardo di masse pari a quella del Sole, che ormai siamo convinti esistano al centro di quasi tutte le galassie. Al centro della nostra Via Lattea, per esempio, c’è un buco nero con una massa di quattro milioni di masse solari. Ora, buchi neri con masse di qualche decina di volte la massa del Sole provengono, c’è ormai consenso generale, dal collasso di stelle molto grandi. Ma la questione è molto meno definita per i buchi neri supermassicci.

Vengono dall’aggregazione di tanti buchi neri stellari? Oppure vengono dal collasso diretto di grandi masse di gas che non sono nemmeno diventate stelle? Nella prima ipotesi, sembra che non ci sia stato abbastanza tempo per mettere insieme i buchi neri nelle galassie più antiche; per la seconda mancano riscontri osservativi. Come confrontiamo le idee sulla formazione con i dati di fatto? Lo studio dell’Universo si fa con modelli matematici. Le equazioni che descrivono il comportamento della materia vengono risolte usando programmi di calcolo, in dipendenza da parametri che vengono determinati dall’osservazione: il migliore accordo del modello con quanto si misura al telescopio definisce il più probabile valore dei parametri. Esistono procedure precise che consentono di valutare che cosa sia “il migliore accordo”. Così, le leggi della fisica note e le misure vanno a comporre il quadro dell’Universo che ci siamo costruiti. E anche in questo campo, ancora una volta la ricerca italiana ha prodotto risultati interessanti: Fabio Pacucci (Scuola Normale Superiore) spiega in un articolo il lavoro suo e di collaboratori fatto confrontando i dati effettivamente osservati con il suo modello di emissione da parte della regione immediatamente circostante buchi neri supermassicci, il cosiddetto anello di accrescimento che attraversa la materia scaldandosi ed emettendo radiazione prima di cadere nel buco nero: un paio di sorgenti comprese in un abbondante campione di galassie lontane sembra si comportino come prevede il modello di formazione da collasso diretto. Perché tutti questi condizionali? L’articolo è stato controllato prima della pubblicazione da esperti indipendenti, come di regola (la cosiddetta peer review), e quindi c’è un consenso sulla ragionevolezza del lavoro. Ma una rondine non fa primavera, e nemmeno due: occorre il confronto con altre sorgenti. Osservare galassie così lontane nel passato significa inevitabilmente osservare sorgenti lontane anche nello spazio, e quindi, comunque deboli: la superficie di raccolta del telescopio diventa un vantaggio notevole. All’origine della vita; all’origine delle prime stelle e delle prime galassie: la frontiera della ricerca in astrofisica, una sorta di ricerca delle nostre radici. Ancora qualcuno che pensa siano inutili quella ventina di centesimi che ogni anno per una decina di anni verranno prelevati dalle tasse dei cittadini europei per finanziare un telescopio come E-ELT?


11 GIUGNO 2016 pag. 16 Elda Torres eldatorres@gmail.com di

O

Foto&Foto

ggi viene presentato il catalogo Foto&Foto, al Caffè Letterario Le Murate a Firenze (Nardini Editore). Oltre duecento pagine di immagini, di cui la maggior parte a colori, presenta testi sul medium fotografico e le sue attuali tendenze. Riporta inoltre le interviste agli autori realizzate nel corso dei vernissage delle singole esposizioni che si sono tenute dal settembre 2014 ad aprile 2016.  Il volume mostra la grande ricchezza di talenti nel campo della ricerca fotografica del territorio toscano. Donne e uomini di varie generazioni, alcuni fotografi puri che esercitano solo la fotografia, altri artisti visivi che praticano tra i tanti mezzi espressivi anche la fotografia.  La collettiva, con gli autori presenti nel volume, riassume e segna la conclusione della Rassegna Foto&Foto durata quasi due anni. Iniziata nel settembre 2014 sin qui ha presentato 15 personali di autori per lo più toscani di origine o di elezione, o legati a Firenze da un rapporto privilegiato.  La collettiva e il volume ripercorrono le mostre già avvenute: Ritratti di Scrittori di Rino Bianchi, dedicata al ritratto, è un omaggio al Caffè Letterario Le Murate che ospita ogni Massimo Cavezzali cavezzalicartoons@hotmail.com di

S cavez zacollo

giorno incontri letterari.  Narrazione documentaristica nella serie degli anni ’70 Toscana scomparsa: il podere a mezzadria di Pier Nello Manoni.  Nel reportage Réalitées, Catherine De Zagon presenta immagini sulla vita quotidiana in Vietnam, paese in bilico tra tradizione e modernità. 

Parigi: uno sguardo umanista di Giovanni Nardini, è testimonianza di un filone sempre vivo nella sua inossidabile attualità.  Colore-luce-movimento di Carlo Lari, mostra i risultati ludico-estetici delle tecniche del mosso e dello sfumato.  Scenari-Sguardi Obliqui di Patrizio Pampaloni evidenzia lo sperimentalismo dell’autore. La serie Japan di Alessandro Nutini e Junko Ando riporta un Giappone sconosciuto, quello delle lavorazioni artigianali tradizionali.  La coppia Elena Salvini Pierallini-Pierangelo Pierallini con Visite di Foglie coniuga in modo diverso uno stesso tema.  Birgitta Heinrichs con Fotografare l’immateriale, presenta immagini sulle tracce di luce, di ombre, sul senso del tempo.  Acide Lacrime di Giacomo Saviozzi punta sull’effetto straniante di figure umane decontestualizzate.  Tratti di Claudio Gaiaschi, mostra ritratti sulle declinazioni della famiglia contemporanea. Nella serie Intimi Orti Gianni Caverni coniuga il tema dell’orto con lo spazio privato delle sue amicizie.  Dario Caiani con Epifànie mostra una selezione di serie diverse, accomunate dal gusto per le atmosfere.  Laura Viliani con Analogic Player espone lavori su forme astratte, frutto di un immaginario visionario.  Tra i giovanissimi selezionati per il ciclo espositivo dal titolo Proposte, Gaia Amorello, mostra Travel, un viaggio intimo alla ricerca della propria identità. La collettiva è visitabile fino alla fine luglio 2016, ore 10-24

ore 18.00


11 GIUGNO 2016 pag. 17 Claudio Gherardini claudiogherardini@gmail.com di

I

o credo che i fondatori dell’Unione Europea volessero una Patria Europea al posto dell’Europa delle patrie. Noi andiamo al contrario. Catalani e Fiamminghi, Scozzesi e Corsi, vorrebbero una loro piccola patria e giustamente il Premier Britannico Cameron ricorda che la Pace non è per sempre ma va coltivata come un eterno neonato, con estrema cura. Per Papa Francesco la terza guerra mondiale “a pezzi” è cominciata da un pezzo. Penso anche che noi europei siamo gli unici a aver avuto 70 anni di pace e prosperità. Gli altri lo sanno, che la pace non è “per sempre” e sono meno assopiti di noi.. Se scoperchiamo il vaso di pandora come abbiamo fatto in Iraq e Libia, alla Siria ci ha pensato il macellaro Assad e nei Balcani Slobodan Milosevic che a Belgrado in molti chiamavano “il maiale”, possiamo tranquillamente riprendere a massacrarci tra europei come abbiamo fatto per secoli e secoli. Fino a poco tempo fa. Oriana Fallaci pensava che esistessero radici cristiane in Europa da proteggere dall’Islam e dai suoi bambini di 4 anni o 9 mesi che arrivano, da soli, a invaderci. Se sono quelle ri/emergenti sarebbe stato meglio non averle affatto, queste radici. Nessuno ascolta Papa Francesco se non quando parla di famiglie etero e di aborto criminale. Praticamente ci ha scomunicati tutti e manco ce ne siamo accorti. Vogliono i crocefissi nei luoghi pubblici questi miserabili millantatori. Mentre scrivo questa nota stanno deportando altre migliaia di persone con una folla di bambini piccolissimi dalle ultime tre stazioni di servizio poco a sud di Idomeni. Il collasso dell’Europa va perfetto per gli sciacalli e l’accelerata data dall’esodo biblico e epocale di milioni di persone in fuga da guerre e miseria e anche da tanti dittatori minori, si fa per dire, offre grandi opportunità agli avvoltoi. Il mondo occidentale ha deciso di lasciare gestire il flusso delle vittime dei dittatori, dai macellai e dalle mafie trafficanti di uomini. Una soluzione geniale, come chiamare il diavolo a spegnere la propria casa in fiamme. Quelli che sopravvivono al viaggio

Idomeni

Sperare?

nelle mani di menti criminali passano ai campi di concentramento legali, in Grecia e in Italia, ma anche in Francia e altrove. Ma ora l’accordo è di farli rimanere in Turchia dove i bambini siriani lavorano nelle cantine buie per pochi centesimi al giorno con grande soddisfazione di Erdogan e banda. Un accordo che fa accapponare la pelle anche alla pila di cadaveri che sta sul fondo del canale di Sicilia. In Grecia avevano decine di complessi industriali collassati nelle periferie delle città impoverite che sembrano arabe al colpo d’occhio, come mi dice l’amico siriano. Salonicco, Alexandria, Oreocastro, Atene, Katerini. Aeroporti dismessi come a Kavala che si dice sia sotto il tacco militare più degli altri. Quale migliore occasione per riutilizzarli. Hangar sporchi ora pieni di tende oppure ampie aree asfaltate. I disgraziati litigano tra loro per avere la propria tenda

all’ombra ma non dentro l’hangar dove la puzza e il fracasso vanno avanti fino a notte fonda. Poi al mattino tutti dormono per ingannare la vita ma solo fino alle 12. Dalla foto di Kavala si capisce che non ci si può avvicinare e che siamo in una zona desertica a pochi chilometri da Policastro. Si vede la distesa sterminata di tendoni sull’asfalto di un piccolo campo di volo. Militare. I circa sessantamila che sono rimasti incastrati in Grecia sono più fortunati di quelli che arrivano sui barconi sulle coste siciliane e vengono recuperati dalla eroica (senza ironia) Marina Militare Italiana? Chi è più fortunato? Quali reati hanno commesso per essere chiusi in campi dai quali possono uscire per fare due passi e nei quale regna ordine e disciplina ma riescono comunque a entrare i trafficanti? Molti sono fuggiti verso Macedonia e Ungheria e Bulgaria e sono fermi ad altri confini. Hanno pagato somme ingenti e ora hanno

finito i soldi. Una madre con tre figli mi ha scritto chiedendomi mille euro, disperata e bloccata al confine nord dell’Ungheria. I guadagni dei trafficanti sono incalcolabili e forse è meglio così, non calcoliamoli. Occhio non vede, cuore non duole. D’altronde in Italia abbiamo 200 miliardi alle mafie e nessuno nemmeno ne parla. Le mafie comunque ringraziano per l’incarico assegnatigli. Portare i disperati fino alle coste e buttarli su qualcosa che galleggi per qualche ora. Poi se crepano chi se ne frega. Anzi ci sono centinaia di migliaia di italiani che gioiscono a ogni naufragio. Ma non tutti muoiono, e il quesito è: cosa ne facciamo di questa gente? Ingegneri, architetti, progettisti digitali, medici, farmacisti e una folla di persone più o meno istruite fuggite dalle bombe russe (almeno quelli che ho incontrato io) e dalla loro casa distrutta e dal rischio Daesh. I professionisti e i medici, una volta catturati sarebbero stati al servizio dei tagliagole e poi trucidati. Ci credevano davvero di poter arrivare in Europa....loro... pensavano cioè che esistessero gli europei e l’Europa.... Per mettere questi bambini in acqua di notte con il mare agitato per andare chissà dove, dovevano sperare proprio parecchio. A noi non interessano perché siamo indirizzati alla sterilizzazione riproduttiva e anche poi pensionistica. Brava gente che ha voglia di lavorare e pagare le tasse e le nostre pensioni creerebbe problemi anche ai più bronzei. Sui social le soluzioni si sprecano, masse di bavosi sanguinari riaprirebbero i forni. Tutta la varietà nazista è rappresentata. So che tanti siriani, a questo punto, sarebbero disposti persino a tornare sotto le bombe e allora mi viene in mente Zlatko Dizdarevic, giornalista di Sarajevo, che finito l’assedio disse: “Si stava meglio durante la guerra”. Almeno c’era una speranza. Quella che l’Europa intervenisse, ma invece lo fece Bill Clinton, che a Srebrenica lo scorso anno, 20 anni dopo, ci disse “Scusate il ritardo”... nell’intervento. Prevedere è impossibile, sperare? Mah...


L immagine ultima

11 GIUGNO 2016 pag. 18

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

S

iamo ancora nel quartiere italiano, anche se il cognome nella targa a sinistra sembra piuttosto tedesco! Questo anziano alla finestra è un classico: molte persone leggono il loro giornale sedute alla finestra nelle prime ore del mattino per evitare il caldo umido assolutamente atroce del primo pomeriggio. Ho sempre trovato le geometrie di questi edifici decisamente molto fotogeniche e quando mi è stato possible ho cercato di collezionare diverse immagini simili a questa. Ho pensato spesso di organizzarle in un lavoro compiuto, ma come spesso accade ai fotografi, in tutti questi anni non sono mai riuscito a portare avanti il progetto.

NY City, agosto 1969


Cultura commestibile 174