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progetto grafico emiliano bacci

Con la cultura non si mangia

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N° 1

“È solo una stupida villetta con uno sputo di giardino, ma sarà la prima cosa che comprerò, quando sarò ricco”

Manuel Agnelli- Afterhours Ritorno a casa

Manuel, devi ancora pagare il mutuo? editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012


Da non saltare

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Coordinamento Apuano

Un Manifesto per le Alpi Apuane

O

ggi, sabato 14 maggio 2016 a Pietrasanta si svolgono gli Stati Generali delle Alpi Apuane, evento nazionale in cui tutte le associazioni ambientaliste del nostro Paese e tutti i comitati locali sorti a tutela dello straordinario patrimonio ambientale e paesaggistico apuano, si sono chiamati a raccolta. Obiettivo dichiarato quello di proporre (attraverso la sottoscrizione di un Manifesto) un futuro diverso e più sostenibile per questo territorio così fragile e, a suo modo, unico al mondo. Pubblichiamo il Manifesto per le Alpi Apuane che costituisce la base dell’iniziativa di Pietrasanta. Siamo in uno dei comprensori più fragili e, al tempo stesso, più belli del nostro Paese. Le Apuane, dette Alpi per il loro aspetto aspro e accidentato, che le fa assomigliare così tanto alla catena montuosa più importante del nostro continente, si sviluppano parallelamente al Tirreno per una sessantina di chilometri, da nord/ovest a sud/est, tra i bacini del Magra e del Serchio. Guglie ripidissime, antri, circhi glaciali, grotte, solchi ruvidamente incisi dalla potenza dell’acqua; e ancora, toponimi che ci parlano di un’antropologia locale profondamente segnata dall’attività estrattiva e, in particolare, dalla monocoltura del marmo. Un luogo di frontiera, impervio, eppure straordinariamente ricco di valori, di tradizioni, di identità, di cultura. Per questo, quando al culmine della lotta in difesa del Piano Paesaggistico della Toscana, tra il 2014 e il 2015, le associazioni ambientaliste, i comitati, i cittadini, hanno compreso che sulla tutela delle Apuane si sarebbe consumata una delle battaglie decisive e paradigmatiche della tenuta del Piano, tutti assieme abbiamo deciso di costruire una nuova, grande alleanza. L’unità è sempre superiore al conflitto – ci ricorda in modo convincente Papa Francesco nella sua enciclica Laudato Si’. Per questo, ciascuno di noi ha deciso di rinunciare a qualcosa della propria storia e della propria identità associativa, per rafforzare la causa comune. Per questo, è nata ormai un anno fa l’eccezionale esperienza che va sotto il nome di Coordinamento Apuano (luogo d’incontro, di condivisione e di elaborazione politica in cui convergono le maggiori associazioni ambientaliste nazionali – Legam-

biente, Italia Nostra, WWF, CAI, FAI – e la Rete dei Comitati a difesa del Territorio, coi suoi vivaci nodi Social di Salviamo le Apuane e Salviamo le Alpi Apuane). Per questo, infine, sei mesi fa, quando abbiamo capito che avremmo dovuto presidiare e difendere costantemente gli esiti dell’approvazione del “Piano Marson”, attraverso la sua effettiva messa in opera e attuazione sui territori, abbiamo indetto gli Stati Generali delle Alpi Apuane, per il prossimo quattordici maggio. Un appuntamento in cui invitare, senza remore né timidezze, tutti gli attori sociali e tutti gli osservatori della vicenda apuana. La battaglia che stiamo conducendo non può più essere, infatti, confinata nell’angusto spazio delle vertenze locali. Questa è e non potrà che essere, d’ora in avanti, una grande questione nazionale. I sintomi della distruzione Tutto, sulle Apuane, ci parla di marmo. Dal Carrione all’Altissimo, dal basamento divorato del Sagro, fino alle tristi lapidi che ci ricordano le stragi nazifasciste dell’estate 1944. Quello che non è pacifico ammettere, anche a noi stessi, è come sia stata possibile un’accelerazione tanto distruttiva del prelievo dell’oro bianco. Un prelievo che ha sostentato placidamente le popolazioni locali sin dall’epoca romana, e che ha trovato, potremmo dire per inerzia, un equilibrio suo proprio fino almeno agli anni Sessanta del secolo scorso. Poi, la rivoluzione dei trasporti su gomma e l’avvento del filo diamantato e delle tagliatrici a catena nell’estrazione, hanno decuplicato la pressione sui già fragili habitat apuani. Le cifre sono impressionanti. Sul comparto insiste, infatti, una cava ogni

tre chilometri quadrati e questa densità cresce a sette cave per kmq nella sola area di Carrara. Sono quasi 600 in tutto, di cui 150 attive, un centinaio delle quali nel solo bacino carrarese. Se all’epoca dei Malaspina (1750) si cavavano circa 5 mila tonnellate/anno di materiale, oggi le quantità annue prelevate assommano a circa 5 milioni (!) di tonnellate. Negli ultimi cinquant’anni, in altri termini, si è cavato quanto non si era riusciti a fare nei precedenti duemila! E i segni della devastazione non sono solo quantitativi. I dati ufficiali di Assindustria ci parlano, infatti, di percentuali di prelievo per blocchi che si attestano stabilmente sul 25%. Il resto è detrito, scaglie, polveri di marmo e terre di cava. A Carrara peraltro il dato scende al 21% di blocchi, con cave che nell’ultimo decennio non hanno prodotto che detriti. In parole povere, un modello neocoloniale, a dir poco predatorio, che ha alimentato il business internazionale del carbonato di calcio, impiegato come sbiancante nell’industria dei materiali edili e della cosmesi (dentifrici in primis). Come si comprende bene dalla crudezza di questi dati, nulla che possa evocare gli scenari emotivamente rassicuranti del distretto dello “Statuario Michelangelo” né, tanto meno, quelli della filiera corta. Elia Pegollo, uno dei padri dell’ambientalismo apuano, qualche tempo fa, ebbe a dire giustamente: “qui da noi, muoiono e scompaiono prima i luoghi dei ricordi …” Come dargli torto se si guarda, ad esempio, al destino della vetta delle Cervaiole, letteralmente capitozzata dall’omonima attività di cava. Le ferite al paesaggio apuano non

si limitano tuttavia alla skyline dei crinali; si estendono, invece, a macchia d’olio in ogni area sottostante i fronti di cava. Sono i cosiddetti ravaneti, vere e proprie discariche a cielo aperto, costituite dalle terre e dai detriti tracimati dal piano di escavazione. In passato, quando non era ancora arrivato il filo diamantato a tagliare come il burro il marmo, i ravaneti erano fatti essenzialmente di scaglie e col tempo si stabilizzavano. Quasi ri-naturalizzandosi come petraie, permeabili all’acqua e, quindi, spugne utili ad una ricarica efficiente e fluida delle falde idriche. Oggi, invece, le sofisticatissime tecniche di taglio creano come scarto primario una micidiale miscela di polveri fini: la marmettola. Vere e proprie nuvole di pulviscolo bianco che, assieme alle terre di cava, s’insinuano ovunque. In ogni interstizio, in ogni anfratto, impermeabilizzando i ravaneti, rendendoli suscettibili a frane, creando torbide lattiginose nei torrenti, aggravando il rischio idrogeologico nei centri abitati e, con la penetrazione nel sistema carsico, inquinando le sorgenti. Infine, peggiorando la qualità dell’aria, già compromessa dall’intenso viavai di mezzi pesanti che portano il materiale dalla montagna alla costa, solo in parte attutito dall’apertura della nuova Strada dei Marmi. Un’eredità naturale e culturale unica al mondo Non dobbiamo dimenticare, tuttavia, l’unicità di questo territorio. Uno scrigno prezioso, capace di contenere da solo oltre il 50% della biodiversità regionale. Una stazione meteo/climatica singolare, con dati pluviometrici imponenti e uno sviluppo di habitat che vanno dalla macchia mediterranea alla


Da non saltare

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faggeta di alta montagna, fino a praterie primarie e secondarie di eccezionale rilievo ecologico, ricche di endemismi botanici al centro di studi e pubblicazioni dei più autorevoli ricercatori del mondo. Ancora, un’area carsica tra le più importanti d’Europa. Grotte, antri, doline, solchi, inghiottitoi, abissi, per un sistema che conta oltre mille siti d’interesse geologico. L’Antro del Corchia, tra questi, vanta dei veri e propri primati planetari: 70 km di sviluppo complessivo, 1200 metri di dislivello altimetrico, 1800 metri di estensione longitudinale, per una profondità massima di 805 metri. Su queste vette vivono, tra le altre specie, l’aquila reale, il falco pellegrino, il biancone e il gracchio corallino, che col suo inconfondibile becco rosso è diventato il simbolo del Parco. Già, perché tutta questa ricchezza naturalistica, dal 1985 sarebbe sotto la speciale giurisdizione del Parco Regionale delle Alpi Apuane, recentemente insignito del titolo di Geoparco Globale della rete Unesco (2011-2015) e riconosciuto dalla Rete europea Natura 2000 come un eccezionale insieme di habitat tutelati da svariati SIC e da una ZPS addirittura più estesa dei confini del Parco. Usiamo il condizionale in questo caso, non solo e non tanto perché l’Ente Parco in 15 anni è riuscito a fatica ad approvare un Piano, concepito nel ‘98 e già superato, tanto che dovrà subito adeguarsi alla nuova LR 30/2015, quanto per l’enorme criticità rappresentata dalle sue “aree contigue di cava”. Un unicum giuridico, nel suo genere. Un ossimoro, per altri versi, che permette alle aziende di cavare in aree intercluse nel Parco, come se il Parco e quell’esteso sistema di SIC/ZPS non esistessero. Ebbene, il Coordinamento Apuano si pone oggi l’obiettivo politico di cassare l’incongruenza statutaria, andando alla progressiva chiusura di queste 70 cave e alla conseguente inevitabile sostituzione dei vertici dirigenziali del Parco. Vertici che, in questi anni, ci sia concessa questa franchezza, si sono distinti più per la progettazione pilota di frantoi industriali nel cuore della montagna, che per la solerzia nella conservazione della natura. Parafrasando l’ottimo Maurizio Maggiani, il tempo del cavatore dalle braccia forti, col volto arso dal sole, che sognava mentre lavorava,

9 punti per far rinascere le montagne di marmo consapevole del fatto che col suo lavoro ben fatto avrebbe dato vita e sostanza alla sua stessa utopia, quel tempo, dicevamo, è finito. Oggi, sulla montagna apuana, l’occupazione giovanile è in caduta libera, le statistiche sulle ludopatie delle fasce sociali più esposte alla crisi sono tra le più alte d’Italia. La progressiva perdita d’identità di questi luoghi, che si associa a un’imperdonabile perdita di umanità nelle relazioni, ha creato spaesamento. Che poi, a ben vedere, è esattamente l’antipode etico del paesaggio. Negazione inconscia e profonda del valore identitario del proprio patrimonio territoriale. I tesori geo/naturalistici, culturali, antropologici che abbiamo poc’anzi descritto non possono perciò essere dissociati da un grande progetto di rinascita civile delle Apuane. Per questo, per la sua unicità planetaria, occorre tutelare il paesaggio apuano. Per questo va finalmente regolata l’attività estrattiva, indirizzandola sui marmi di eccellenza, che sono la vera “materia prima” per una effettiva filiera corta nelle lavorazioni. Per questo, ancora, occorre bonificare e riqualificare i siti estrattivi abbandonati e i ravaneti, stabilizzando i versanti e dando finalmente corpo ad un’azione di effettiva prevenzione del rischio idrogeologico, così severo a queste latitudini da aver determinato 15 eventi calamitosi in cinquant’anni. Per questo, infine, vanno contrastati con ogni mezzo lo spopolamento dei borghi montani e i progressivi processi di abbandono delle attività agrosilvopastorali, attraverso l’incentivazione di un’ospitalità diffusa e la promozione di relazioni più solide tra le aree interne (lunigianesi e garfagnine) e la città lineare costiera. Per una “rinascita” delle Alpi Apuane Un altro effetto indotto dalla monocoltura del marmo è la desertificazione economica e l’impedimento di ogni altra forma di sviluppo locale (dall’agricoltura alla pastorizia, dall’artigianato al turismo). D’altra parte, dati della Camera del Lavoro provinciale di Massa Carrara del 2014 c’indicano in 2.000 gli addetti attuali (tra

diretto e indotto) del settore estrattivo. Mentre erano oltre 10.000 solo quaranta anni fa. Un incessante e irreversibile calo occupazionale, assolutamente disaccoppiato con quella crescente rapacità del prelievo, che abbiamo già descritto. Per questo, è venuto il momento d’invertire la rotta. Per questo, è venuto il momento di dire basta. La nostra è e vuole essere anche una rivendicazione sindacale, che guarda alla dignità e alla sicurezza dei lavoratori, che hanno pagato fin qui un tributo di sangue troppo alto sull’altare dei profitti delle multinazionali del marmo. Per questo, occorre ripartire dalla centralità dei valori umani e dalle enormi potenzialità che ci suggerisce l’eredità culturale del territorio apuano. Dalle sue competenze, dai suoi saperi, dalle sue vocazioni più intime. Non vogliamo qui postulare improbabili ritorni all’Arcadia. Si tratta, invece, di “liberare” ogni possibile traccia di energia creativa che è latente nel tessuto socio/ economico locale. Cercando di riconoscere, rivitalizzare, gestire le relazioni della comunità apuana, mobilitandone le migliori risorse ( individuali e collettive ) in vista di un effettivo sviluppo locale. Non mancano certo dei documenti di riferimento in questa fase, pur convulsa, della storia del nostro Paese: la Convenzione Europea del Paesaggio (2000), la Convenzione di Faro (2005), il Manifesto Strategico degli Ecomusei Italiani (2015). Pertanto, nella piena consapevolezza che nel distretto apuano vadano oggi preliminarmente riaffermate quelle elementari condizioni di legalità e sostenibilità dell’attività estrattiva, che dovranno sostanziarsi nella progressiva chiusura delle cave intercluse nel Parco e in un “contingentamento” ragionevole e complessivo del prelievo della risorsa lapidea, suggeriamo di seguito un pacchetto di possibili azioni per una effettiva rinascita delle Alpi Apuane: 1. Riconoscere i territori e i paesaggi delle Alpi Apuane come beni comuni, sulla scorta delle direttive correlate ai tre ambiti apuani del Piano Paesaggistico della Regione

Toscana, di cui condividiamo filosofia e impianto prescrittivo. 2. Promuovere in modo capillare e organizzato la conoscenza dei valori identitari del territorio apuano, anche sulla base delle attività del nascente Ecomuseo delle Alpi Apuane, che ha anche funzioni di Osservatorio locale del paesaggio. 3. Incentivare il ritorno alla montagna, e, quindi, la promozione di tutte quelle attività agrosilvopastorali che alimentano la filiera enogastronomica, oltre alle produzioni locali biologiche e di alta qualità. 4. Restituire centralità ad un Parco Regionale completamente “rinnovato” nella dirigenza, riaffermando limpidamente le sue funzioni statutarie di conservazione della natura e di promozione dello sviluppo sostenibile locale. 5. Sviluppare il turismo sostenibile e la fruizione dei territori apuani, in stretta sinergia col distretto costiero, decongestionando e destagionalizzando i flussi dalla conurbazione balneare a vantaggio dell’ospitalità diffusa in quota. 6. Porre le basi conoscitive e procedurali, di concerto con le amministrazioni locali, per favorire l’autoproduzione energetica da fonti rinnovabili (geotermia a bassa entalpia, biomasse, microeolico, fotovoltaico, etc.). 7. Favorire la ricerca e l’innovazione, attraverso il rafforzamento delle relazioni con tutti i poli universitari della Toscana (Università di Firenze, di Siena e di Pisa, Scuola Normale Superiore e Scuola Superiore Sant’Anna). 8. Creare un tavolo di crisi con tutti gli attori del comparto estrattivo, Sindacati in testa, per condividere e ottimizzare gli effetti sociali di una diversa e più sostenibile modalità di prelievo della risorsa lapidea. 9. Creare i presupposti giuridici e socio/economici per una economia circolare, che sappia intercettare l’enorme mole di materiale di scarto del distretto marmifero, ai fini di un suo virtuoso riciclo nell’industria edile e del restauro. Il Coordinamento Apuano, nel presentare queste linee comuni di azione, fa sua la filosofia di quell’antico proverbio cinese, che recita: “Quando gli indico il cielo con un dito, lo sciocco guarda il dito” e su questa suggestione, che è innanzitutto morale, chiama tutti a guardare il cielo e a immaginare le Alpi Apuane finalmente libere dalla distruzione e dall’umiliazione.


riunione

di famiglia

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Le Sorelle Marx Scene di ordinario controllo sulla tramvia Firenze-Scandicci. “Buongiorno signorina, biglietto prego”. “Sì, ho fatto quello elettronico; mi scusi, finisco di mandare questo messaggino. Caro Matteo, perché non mi consideri più? Mi hai mandato su nel Benelux e ti ringrazio, ma poi mi hai dimenticato: cosa ho fatto di male? Posso ancora dare molto alla nostra rivoluz...”. “Scusi signorina, ma io dovrei fare il controllo. Ho anche altre cose da fare. Il biglietto me lo fa vedere o no?”. “Uffa, ma scusi sto scrivendo a Matteo, un momento di pazienza!”.

Ultima fermata: Bruxelles “Guardi, a me quello che si scrive con il suo fidanzato non interessa: devo fare il mio lavoro e controllare il biglietto. Per favore...”. “Va bene, che noia! Guardi, ho mandato l’sms per ricevere il biglietto online... ecco, aspetti un attimo che lo cerco sull’iphone...”. “Veramente l’sms dovrebbe essere mandato prima di salire a bordo e controllare se è arrivato, sennò si fa troppo i furbetti qui”. “No, ma come? Non vorrà mica dubitare di me, vero? Ho anche scritto un post sul mio facebook. Guardi qui: Oggi, incredibilmente, come tutti gli esseri umani normali, sono

sulla tramvia. #vadointram”. “Senta signorina, a me de’ su’ post, facebook tweet ‘un me ne può fregare di meno: se c’ha ‘i biglietto bene, sennò le fo’ la multa. Senza tanti discorsi”. “Ma che insolente. Guardi io devo andare a Bruxelles...”. “Signorina, qui su ‘i tramme si va al massimo a Villa Costanza. Via Bruxelles a Firenze ‘un c’è: che mi vole prendere in giro? Favorisca ‘i biglietto!”. “No, non ha capito: io devo andare a Bruxelles, la capitale del Belgio, dove hanno sede le istituzioni europee... non so se mi spiego”.

“Signorina, lei si spiega benissimo: non ha il biglietto, sicché la mi dà un documento, io le fo’ ‘i verbale e festa finita”. “Ma io il biglietto volevo farlo, poi ho dovuto fare urgentemente un tweet su #matteoricordatidime, e mi è passato di mente. Ma ho annunciato su facebook che andavo in tramvia quindi vuol dire che lo avevo fatto!”. “Oh signorina, qui ‘un siamo mica nel governo Renzi: ‘un basta annunciarle su facebook le cose, bisogna farle! Via, la mi dia un documento: ma davvero, non me lo annunci!”. “Ecco qua: Simona Bonafè, nata a Varese il 12 luglio 1973, residente a Scandicci...”.

Lo Zio di Trotzky

I Cugini Engels

La pensione del sindaco Giani al Giro d’Italia Oggi ogni politico per esser tale deve aver un rapporto col proprio popolo, ancor di più se fa il sindaco e, complice l’elezione diretta, si sente investito del proprio potere proprio da quel popolo. Un’investitura che legittima lo scavalcare i cosiddetti corpi intermedi e a tenere con il proprio elettorato un rapporto diretto. Aggiungeteci i social e quello che otterrete sono primi cittadini (e interi staff) che passano ore sulla tastiera. Si badi bene la cosa ha aspetti assolutamente positivi, salvo qualche rischio. Come è accaduto per esempio al sindaco di Scandicci Fallani che ha pensato di cogliere l’occasione della busta arancione dell’INPS per dimostrare (sacrosantamente) che la sua lunga attività politica non gli frutterà alcuna pensione d’oro ma anzi. Peccato però che nella ricostruzione contributiva della vita lavorativa fatta dallo stesso sindaco si scopra, per sua stessa ammissione, che il suo attuale incarico di lavoro in uno studio professionale sia iniziato pochi giorni prima della sua messa in aspettativa per funzioni istituzionali come assessore nella scorsa giunta comunale. Uno stratagemma utilizzato anche dal premier Renzi, promosso dirigente dell’azienda di famiglia, pochi giorni dopo la candidatura blindatissima a Presidente della Provincia. In questo modo, una volta posti in aspettativa, i contributi figurativi degli eletti

sono a carico della collettività e non del datore di lavoro. Un meccanismo che ha garantito, garantisce e garantirà almeno una pensione (quasi mai d’oro) a tanti cittadini che si sono impegnati per la cosa pubblica, ma che rappresenta un’evidente stortura normativa, come i vitalizi. In tempi di moralismo da tastiera la cosa non è passata inosservata e anzi sta creando qualche polemica al sindaco e qualche imbarazzo al suo partito: capita se si pensa che le riforme da fare siano sempre quelle degli altri.

I Nipotini di Bakunin

Pagare in visibilità

“Guarda non c’è compenso ma la tua visibilità, da una cosa come questa, ne trarrà un gran beneficio”. Chissà quante volte al giorno, promoter, organizzatori di sagre e feste di partito, gestori di locali con angolo palco, presidenti di associazioni culturali, ma anche impresari e imprenditori vari usano questa frase con artisti, musicisti, grafici e creativi in genere. Una forma di economia dove il baratto si fa immateriale e il cambio merce impalpabile. Una piaga ben nota che mortifica fior di professionisti (gli artisti) e da’ la misura dello stato dell’economia della cultura del nostro paese. Un mercato anch’esso molto immateriale. Fin qui una triste realtà quotidiana, fino a quando a proporre, seppure ad artisti affermati, di lavorare gratis è il Ministro Franceschini, per la festa della musica. Insomma da oggi ogni organizzatore della sagra dell’anguilla si sentirà legittimato a proporre alla cover band di turno: “Suonate da noi, ci son migliaia di gente (sic) e vi fate una pubblicità che non immaginate nemmeno, ne guadagnerete di sicuro, fan così anche al Ministero”.

Come già Totò, anche il Nostro Eugenio Giani non si è fatto mancare l’emozione di partecipare al Giro d’Italia. Si ricorderà il film di Mario Mattioli del 1948 in cui Totò, nei panni del professor Casamandrei, innamoratosi di Doriana, partecipa al Giro perché solo vincendolo la sua amata gli si concederà in sposa. Pur di ottenere l’agognata meta Totò vende l’anima al diavolo (Filippo Cosmedin) e, tappa dopo tappa, l’outsider Totò si aggiudica la maglia rosa, ma la vittoria del Giro porterà, per il contratto firmato col sangue, a morte e dannazione. Tutto finisce bene: il professore si fidanza con Doriana e al demonio Cosmedin, pentito, viene data l’occasione di redimersi lavorando come domestico in casa della signora Casamandrei. Giani, si sa, ha ceduto l’anima al demone Matteo Renzin in cambio della sala di Clemente VII in Palazzo Vecchio, ma la condizione è che dovrà vincere il Giro d’Italia; salvo poi venir rottamato il giorno dopo. Ecco perché Eugenio teme di vincere il Giro, ma non può non metterci la faccia. Così al Palazzo Enel sul Lungarno Colombo a Firenze, alla mostra su Emilio Ciolli (ciclista fiorentino degli anni ‘60), si è fatto immortalare nel pannello del ciclista in maglia rosa. “Viva il ciclismo, primo grande sport popolare in Italia!! #vivatoscana”. Ma poi, pare abbia precisato al demone Renzin: “si fa per scherzare Matteo, eh: mica lo voglio fare davvero il sindaco di Firenze”. Pregevole iniziativa.


14 MAGGIO 2016 pag. 5 di

Marco Geddes

tistero, siano state restaurate e superbamente esposte, insieme alle porte, nel nuovo Museo dell’Opera. Capolavori che da studente ginnasiale “scoprivo” in piazza del Duomo con i miei compagni di classe, settimana dopo settimana, sotto la guida di un giovane supplente - allora queste erano le gite scolastiche - Mario Bucci, studioso delle sinopie delle Cimitero di Pisa, che aveva fortunatamente sostituito il titolare. Ora tutto ciò è accessibile ai turisti, per un tour di 48 ore di una serie di monumenti e mostra in Palazzo Strozzi, ma non a mio nipote, che avendo 13 anni deve pagare il biglietto intero, 15 € - come peraltro (credo unico museo al mondo!) residenti, studenti, insegnanti, anziani. Ma, in primo luogo, che non può – e non deve – transitare

L

a Tartaruga di Jan Fabre in piazza della Signoria? Ratto delle Sabine in un museo? Vi è un nesso fra i due quesiti? Forse si, almeno agli occhi di un cittadino, sprovveduto, come il sottoscritto, su tali problematiche… Mi pare che la questione che si pone, a ponte fra i due interrogativi, è: Perché si fa? Per chi si fa? Cioè per quale motivo un’opera viene collocata in uno spazio pubblico e cosa si intende offrire, lasciare, trasmettere alla città. Abbellire una piazza? Tributare un omaggio a personaggi illustri e che hanno reso un servizio alla città, come il Gattamelata di Donatello a Padova, o il più “modesto” Monumento equestre a Giovanni Acuto di Paolo Uccello. “Modesto” perché, malgrado voluto a Cosimo dei Medici, si dovette eseguire non in forma scultorea, ma dipinta, a riprova del valore, della forza simbolica delle opere, così che i cittadini di Firenze non avrebbero accettato una statua equestre, poiché allusiva a un Impero, una Signoria, e non a una Res publica! Oppure un’opera intende dare un diverso significato, una nuova identità ad un luogo? Ovvero ricordare i propri concittadini morti per la Patria, con i tanti – talora bellissimi, sempre commoventi - monumenti che identificano anche luoghi ormai quasi disabitati? Forse suggerire un confronto fra epoche e artisti, richiamare l’influenza dell’antico sul contemporaneo, farci comprendere le radici di un’opera che ci sorprende, o la cultura di un artista che innova in modo dirompente? Per questo si espone nello stesso contesto la Madonna della Misericordia di Piero della Francesca con la Silvana Cenni di Casorati, una scultura Africana con un’opera di Picasso, il ritratto di Innocenzo X di Diego Velasquez con l’urlante cardinale, dal volto straziante e deforme, di Francis Bacon. Veniamo quindi alla tartaruga o alle opere di Jeff Koons recentemente collocante, a turno, in piazza Signoria. Perché si fa? Perché in quel luogo?

Ho abbracciato il battistero,

ma…

il battistero non ha abbracciato Ma, mi pare che la risposta sia abbastanza ovvia. Si tratta di una location - mi si passi il termine, ma nel caso specifico mi pare idoneo – e la piazza è il luogo di spettacolarizzazione, di messa in scena, così che “di permanente c’è ben poco…” come affermava Sergio Risaliti nella sua intervista. Passate un po’ di tempo di fronte alla Tartaruga d’oro (opera che a me, confesso, piace…). Luogo di richiamo per i turisti, che concentrano su di essa, come è naturale, la loro attenzione, facendocisi fotografare di fronte. Avete mai visto qualcuno (mi pare neanche le guide turistiche…) che si soffermi, a pochi metri dall’opera di Fabre, ad osservare quel capolavoro del Giambologna che è la statua equestre di Cosimo dei Medici, su un piedistallo con magnifici bassorilievi, “ripresa” – a riprova della sua fama - nella analoga statua per Filippo III di Spagna in piazza Mayor a Madrid. Quindi la risposta è semplice: “si fanno operazioni che lasciano molto poco a Firenze rispetto

a quanto ne traggono gli artisti e i loro galleristi” (Le sorelle Marx, Cultura Commestibile, 16 aprile). Ed è naturale che sia così, perché anche la politica si è avviata, a livello mondiale ad essere “money”, e così – ricordava Guido Rossi sul Sole 24 Ore di domenica scorsa - segue il detto di Andy Warhol: “art is money”. Poi vi è l’attore principale – e spesso unico - delle scelte cittadine: il turista. Lo si fa per lui! Vengo all’altro tema: il trasferimento di opere d’arte, realizzate per essere pubblicamente viste, in un museo. Iniziativa che sottrae qualche cosa ai cittadini di quel luogo, che tuttavia deve essere – in molti casi – attuata per proteggerle e renderle quindi fruibili (ma non sfruttabili, il che è diverso) per il futuro. Si tratta di un equilibrio – fra fruizione dell’originale nel suo contesto all’esterno e protezione/restauro – su cui non ho le competenze di entrare e che va ricercato caso per caso. Io sono ben felice che statue e formelle del Duomo, del campanile di Giotto, del Bat-

me

per enormi spazi e trangugiare un insieme di capolavori e monumenti tutti di seguito, come può fare un turista (un invito però al mordi e fuggi turistico che si dice di voler contenere!), ma tornarci 5 – 10 volte in un anno! “Il successo di un museo – scriveva Georges-Henri Rivière - non si valuta in base al numero di visitatori che vi affluiscono, ma in base al numero di visitatori ai quali hai insegnato qualcosa. Non in base alla sua superficie, ma alla quantità di spazio che il pubblico avrà percorso traendone un vero beneficio”. Ho partecipato alla campagna per il restauro del mio Battistero: contributo, tramite Coop, sia mio che di altri familiari; cena, piacevole e dispendiosa, di sottoscrizione etc. Poi qualche mese fa sono andato per affacciarmi al Battistero e far vedere alla nipotina i mosaici… Non mi hanno fatto entrare. La campagna di restauro si titolava: “Ho abbracciato il Battistero”. Ma… il Battistero non ha abbracciato me!


14 MAGGIO 2016 pag. 6 Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

C

i sono fotografi che passano alla storia per l’eccezionalità delle loro testimonianze, altri per l’impegno civile e sociale dimostrato, altri ancora per l’originalità delle loro scelte linguistiche. Poi ci sono i fotografi che svolgono il loro lavoro in maniera del tutto normale, costante e ripetitiva, ma non anonima, accumulando immagini su immagini e traendo da questa attività professionale di che sfamare la propria famiglia, concedendosi anche qualche piccolo lusso e passando alla storia grazie all’entità dei loro archivi. Il fiorentino Mario Nunes Vais (1856-1932) non appartiene a nessuna di queste categorie, e pur avendo scattato nel corso della sua vita decine di migliaia di fotografie (stimate fra le sessanta e le settantamila), non ne ha mai sviluppate o stampate nessuna, lasciando queste operazioni ai laboratori della sua città, come Alvino, Bencini e Sansoni, o Salvini. Pur avendo realizzato migliaia di notevoli ritratti di tutti i principali protagonisti della vita politica, economica, artistica e culturale dell’epoca, egli non ha mai accettato una lira in cambio delle sue prestazioni, di livello più che professionale. Mario Nunes Vais, agente di cambio come il padre, svolge una attività lavorativa che gli permette di coltivare agevolmente la passione per la fotografia, in maniera del tutto distaccata, ma non per questo disimpegnata. Inizia ad occuparsi di fotografia attorno al 1885, quando le lastre alla gelatina secca preparate industrialmente liberano i fotografi dall’ingrato compito della preparazione delle lastre e permettono loro di agire in maniera molto più concentrata e priva di preoccupazioni di tipo tecnico. Dopo una prima fase in cui si dedica, come la maggior parte dei fotografi dilettanti, ai paesaggi ed alle scene di strada, specialmente in occasione di feste o manifestazioni pubbliche, passa con sempre maggiore decisione al ritratto, che diventa dall’inizio del nuovo secolo il tema dominante delle sue immagini. Non disponendo, per scelta, di una vera e propria sala di posa, accoglie gli amici ed i conoscenti in una stanza posta al piano terreno in Borgo Ognissanti, ma per comodità

Mario Nunes Vais

Fotografo aristocratico non disdegna di usufruire delle sale di posa degli studi fiorentini, come quello degli Alinari, con cui ha un ottimo rapporto, fino a diventare nel 1899 il loro direttore amministrativo, oppure affittando la terrazza della Società Fotografica Italiana, di cui è socio ed in cui ricopre per un certo periodo la carica di sindaco. Molto più tardi, a partire dal 1924, sistema per proprio conto una sala nella mansarda della sua nuova abitazione in un palazzo di Borgo Albizi. Farsi fotografare da Mario Nunes Vais diventa ben presto una moda, a cui il fotografo non si sottrae, ed oltre ai fiorentini, non vi è personaggio illustre che, passando da Firenze, non si fermi per farsi fare il ritratto da questo fotografo-artista che non ama neppure stampare le foto, figuriamoci se si dedica al ritocco. Davanti al suo obiettivo sfilano tutti, militari e politici, religiosi e scienziati, nobili ed intellettuali, ministri e principi regnanti, attori ed attrici, cantanti e musicisti, poeti e scrittori, pittori e scultori, giudici ed avvocati. L’elenco dei personaggi che si fanno ritrarre da Mario Nunes Vais e che hanno per lui parole di lode e di riconoscenza è sterminato, da Gabriele D’Annunzio ad Emma Gramatica, da Benedetto Croce a Lyda Borelli, da Leopoldo Fregoli ad Eleonora Duse. Praticamente non esiste personaggio pubblico che rinunci a farsi fare uno o più ritratti, come Filippo Turati ed Anna Kuliscioff in occasione del congresso socialista del 1908, o come il gruppo dei futuristi (Palazzeschi, Papini, Marinetti, Carrà e Boccioni) in occasione della mostra del 1913. La sua grande capacità di comunicazione gli permette di tessere rapporti di amicizia con tutti, ognuno si sente a proprio agio e si mette in mostra davanti a lui, in pose più o meno studiate o più o meno spontanee, sempre in sintonia con la personalità di ciascuno, senza costrizioni da parte del fotografo, che ama effettuare per ogni persona più di uno scatto, variando il punto di vista e l’inquadratura. Nel suo archivio sono moltissime le immagini degli stessi attori ed attrici, in abiti borghesi ma più spesso in differenti abiti di scena, quasi a mostrare i diversi volti della stessa multiforme personalità.


14 MAGGIO 2016 pag. 7 Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

S

e è vero che l’esperienza estetica si modifica in conseguenza degli eventi storici, molti estetologhi posero la questione dell’impensabilità dell’Arte dopo “Auschwitz”. Lo stesso Theodor Adorno, in Prismi sostenne che l’arte della nuova modernità doveva nascere dalla negazione del passato, addentrarsi nell’ignoto e doveva essere autonoma e avere lo sforzo etico di automotivarsi, attuando una nuova missione universale. Di conseguenza l’Arte del secondo dopoguerra non doveva configurarsi come mimesis, bensì manifestarsi negli aspetti plurimi e legittimi del linguaggio e dell’attività comunicativa: in tal senso l’Arte si fece politica, alterità e fenomenologia, negando e procedendo oltre l’esistente. Fernando Melani seppe coniugare la scoperta del linguaggio astratto alla riflessione teorica sulla materia, creando un’esperienza artistica singolare e chiusa in un individualismo che

Contro la parola Fernando Melani polemizzò e si confrontò con la pittura figurativa del primo Novecento. L’artista sperimentò la resa formale di vari materiali per definire l’Arte non come un fine, ma come un mezzo per fissare concretamente nuovi postulati universali e porsi contro la parola ormai in dissolvenza e incomunicabile. Nelle opere dell’artista v’è un’energia originaria che pulsa e prende vita nello spessore indicibile del mondo e del vissuto. Non a caso Fernando Melani conciliò le proprie istanze artistiche con una personale filosofia di vita, non solo abbracciando le correnti materialiste, ma anticipando il sentire comune di un’Arte diversa, in grado di abbracciare più linguaggi da quelli “poveri” a quelli “concettuali”, da quelli

Sopra Agesto, 1958, Tecnica mista su pannello, cm. 73,5x52 A sinistra Teatrino, 1976, Ferro zincato, colore solidificato cm. 60x56x56 Courtesy Collezione Carlo Palli, Prato

“minimali” a quelli marcatamente “pop”, vertendo nella direzione di un fare artistico teorico e intenzionale fuori dagli schemi precostituiti. Di fatto il comune denominatore degli artisti della generazione prebellica fu la presa di coscienza dell’indicibilità del vecchio linguaggio pittorico e la conseguente messa in luce di un’esigenza sperimentale affine e dissimile dalle avanguardie storiche: una rottura e uno scarto dalla norma più ponderato e più intellet-

tuale, più conscio e adeguato a una società in trasformazione. La pittura divenne supporto artistico là dove l’esistente si annullava in virtù dell’astrazione e della riflessione sulla materia, la quale prese vita e divenne un mezzo di comunicazione concreto e tangibile. Il Teatrino di Fernando Melani unisce il gesto artistico alla volontà di ‘mettere in scena’ un nuovo linguaggio e una nuova forma d’espressione più autentica, contro l’indicibilità del contemporaneo.


14 MAGGIO 2016 pag. 8 Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it

Ribelli dell’altra Europa

di

F

ra la metà degli anni Sessanta e la fine del decennio successivo Settanta si sono avvicendati il beat, la psichedelia e il rock progressivo, ciascuno dei quali ha vissuto la sua stagione d’oro. Non soltanto in Gran Bretagna, ma anche in altri paesi europei, come Francia, Germania e Italia. Poi, piano piano, Londra ha perso il monopolio, ma nonostante questo la divisione dell’Europa non ci ha permesso di conoscere i fermenti musicali del blocco sovietico. In altre parole, l’interesse per la cultura ungherese, croata o slovacca è stato soffocato nel nome dell’anticomunismo. Per fortuna non tutti si sono conformati a questa logica. Infatti esistono vari testi sulla musica rock dell’Europa comunista, soprattutto in inglese e in tedesco. Fra i più interessanti, quello di Timothy W. Ryback, Rock Around the Bloc: A History of Rock Music in Eastern Europe and the Soviet

Sandra Landi sandra.landi@hotmail.com di

Giovedì 14 aprile, Alessandro Vezzosi, direttore del Museo Ideale Leonardo Da Vinci e Agnese Sabato, storica, presidente dell’Associazione Internazionale Leonardo Da Vinci, hanno presentato i risultati di uno studio multidisciplinare per ricostruire la genealogia di Leonardo con l’identificazione dei discendenti viventi. Questa ricerca, ancora in corso, è iniziata teoricamente nel 1969 e concretamente nel 1973, con un metodo d’indagine globale e d’intreccio di dati eterogenei. Alle fonti bibliotecarie, archivistiche e catastali, sono state affiancate quelle relative ad abitazioni, chiese e cimiteri, ricorrendo, quando possibile, anche alle tradizioni e memorie personali. È stata verificata la continuità della discendenza diretta per linea maschile di un fratello di Leonardo, Domenico Matteo, fino ai giorni nostri. Sono state trovate molte famiglie omonime ed essenziale è stata la distinzione tra i “Da Vinci”, i “da Vinci” e poi i “Vinci” e la considerazione della discendenza femminile, prima esclusa. Nel 2008 i precedenti alberi genealogici erano stati aggiornati fino alla metà del Cinquecento,

Union, 1954-1988 (Oxford University Press, 1990) e il più recente Es brennt der Wald... Die Rockszene im Ostblock (Neues Leben, 2008), curato da Gerd Dehnel e Christian Hentschel. Da noi il tema non ha mai ricevuto grande attenzione, se si eccettuano articoli sporadici su giornali specializzati come Ciao 2001 e Gong.

In Italia il primo libro dedicato a questo tema è uscito soltanto da poco: si tratta di Rock oltre cortina: Beat, Prog e Psichedelia nei paesi del Blocco Comunista 1963-1978 (Tsunami, 2016). L’autore è Alessandro Pomponi, un giornalista e collezionista romano che da molti anni dedica un’attenzione meritoria al rock dell’Europa centrale e orientale. Questo libro è l’approdo coerente del suo impegno prezioso in questo campo. Il limite temporale ha un motivo preciso: l’autore analizza l’influenza che il rock anglossassone ebbe nell’Europa comunista ormai consolidata ma già segnata dal dissenso. In questo ambiente che aspirava alla libertà molti gruppi ungheresi, cechi e polacchi svolsero un ruolo di primo piano. Per questo furono osteggiati o perseguitati dal potere. Si trattava di fermenti importanti ma trascurati in Italia, dove molti

I Leonardi contemporanei

in base alle ricerche di Elisabetta Ulivi. Ora Sabato e Vezzosi hanno aggiunto oltre centocinquanta avi e discendenti ai circa centotrenta noti: dagli antenati in Spagna ai ben quarantuno oggi in vita. Per questi, le ricerche sul XX e XXI secolo sono state facilitate anche dalla collaborazione di uno dei discendenti viventi di Ser Piero, Giovanni Calosi, figlio di Dina Vinci, che le ha tenute segrete con Sabato e Vezzosi per nove anni. I due studiosi hanno precisato come, da un ramo parallelo ai Vinci, sia apparso anche il nome di Gianfranco Corsi, il Maestro Franco Zeffirelli: non per parentela, bensì per affinità, per un matrimonio nel 1794. L’individuazione di alcuni discendenti in linea diretta maschile consentirà di acquisire il DNA per un possibile e rigoroso confronto scientifico con reperti biologici di

antiche sepolture. Dal Museo Astronave al Museo Ideale Durante una delle prime iniziative del Museo Ideale a Vinci, lanciai come provocazione un divertissement dal titolo Museo Astronave, partendo da due acrostici: Metafora-Utopica-Solare-Emozione-Orchestrale oppure Mummia-Usata-Senza-Entusiasmo-Orchestrale? Essere fresco come una rosa o essere un pezzo da museo? Insomma museificare è mummificare, oppure museificare è reinventare? È sacralizzare, oppure o anche dissacrare? Ho sempre concepito un museo ideale, come luogo di conoscenza e di emozione predisposta, sorta di astronave, che dal passato al presente sia capace di proiettare nel futuro, ritenendo il mito di Gradiva sviluppato da Freud, ancor più attuale. L’impatto con un’opera d’arte è tensione dialogica e polemica, è liberarsi da un’idea dogmatica di verità e bellezza, stimolo alla produzione di pensieri attivi. E il pensiero attivo è leonardesco, perché come Leonardo sogna

ambienti politici che si dichiaravano alternativi sostenevano di fatto le dittature in questione. Fra tanti libri che si propongono invano come un’enciclopedia tascabile, eccone finalmente uno che non aspira alla completezza, ma sceglie un breve periodo storico esplorandolo con passione e competenza. Grazie al corredo fotografico scorrono davanti a noi centinaia di copertine, fotografie e altro materiale dell’epoca. Scavando con pazienza in questo giacimento ignoto scopriamo che questi gruppi, pur essendo legati al rock anglosassone, avevano anche influenze folk e classiche. Del resto, stiamo parlando dei paesi che ci hanno dato Bartók, Chopin, Janacek, Liszt, Smetana… Infine, l’autore merita un ringraziamento sincero, perché un libro come questo lo aspettavamo in tanti, da tanti anni. di volare. I pensieri attivi sono idea-azioni, piste di ricerca, avanzate con determinazione, come questa protrattasi per ben quarantatré anni. Durante la serata per la prima presentazione dei suoi risultati con i cittadini di Vinci e una larga rappresentanza della stampa internazionale, ci siamo domandati quale significato può assumere vivere in luoghi come questi, così ricchi di nobili tracce, dove il paesaggio non è solo fisicità, ma arte e cultura. Paesaggio di “poesia vivente”, lo avrebbe definito Andrea Zanzotto. Infatti Vezzosi e Sabato lo hanno assunto come documento per i loro studi, cercando quella verità che sta dentro: negli edifici, nelle strade e nelle tracce che lo costellano. Una rilevante importanza hanno avuto anche le testimonianze orali raccolte. Il ricordo è capace di trasformare la parola ricordata, in parola pensata, la parola pensata in parola agita, il passato in presente, pronto a diventare futuro. Così lo spazio dell’io diventa spazio del noi e la ricerca di due studiosi si fa pensiero attivo per un’intera cittadinanza e base per ulteriori ricerche nel mondo intero.


Bizzaria degli oggetti

14 MAGGIO 2016 pag. 9

dalla collezione di Rossano

Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it a cura di

Quadretto pubblicitario, piuttosto grande (40x50) degli anni’60 che promuove la Durban’s ed offre la riproduzione del quadro, degli anni ‘30 in realtà, “L’angolo del fumatore” di Gregorio Sciltian. Molti intrecci come si vede. Durban’s era una linea di prodotti per l’igiene orale e non solo, dentifricio, colluttori, spazzolini, ma anche saponette, prodotta dal gruppo Bonomi. Dirò di Anna Bonomi solo che inventò le vendite per posta dopo consultazione dell’apposito, famosissimo, catalogo “Postal Market”, meccanismo che può ritenersi l’antenato delle attuali tele-web vendite. Un baffuto e strampalato Carlo Dapporto, in un famoso Carosello, asseriva convinto “se volete avere successo procuratevi un sorriso Durban’s!” Per indicare qualcuno con un certo suasivo fascino divenne abituale dire “ha un sorriso Durban’s“,ovvio che il senso diveniva anche subito di grande ironia. Regista di molti di questi sketch fu Luciano Emmer, l’inventore di Carosello, che aveva, prima, girato vari film fra cui ‘Parigi è sempre Parigi’, ‘Le ragazze di Piazza di Spagna’ e ‘Terza liceo’, piacevoli storielle di gente comune dalla nuance neorealista e prime commedie all’italiana. Ed eccoci infine a Sciltian, pittore di ricca famiglia armena, nato con il secolo scorso, fuggito per la rivoluzione di ottobre, si dedica allo studio dei pittori classici in varie città europee, apre uno studio a Roma e poi si stabilisce a Milano. Famosissimo nell’epoca fascista, ritrasse con stile iperrealista gerarchi, attori e personaggi famosi. De Chirico lo definì “un burattinaio orientale e “un creatore di spettacoli dipinti”. La sua pittura recupera la tradizione caravaggesca e fiamminga e restituisce con perfezione lenticolare e fotografica persone, oggetti e situazioni che lo hanno ispirato. A Gardone Riviera possedeva una bella villa il cui acquisto, si narra, fu reso possibile dalla vendita di un solo quadro ”Bacco in osteria”(1936) che due gerarchi fascisti si contesero al rialzo fino a fargli raggiungere una cifra da capogiro. La vedova, nel 1988, ha donato 16 tele sue e molte opere della sua collezione privata al Vittoriale degli Italiani dove tuttora si trovano. Altre ricchezze gli giunsero con

la pubblicità, molti suoi quadri venivano riprodotti, pensate, sui tubetti del dentifricio Durban’s. Sulla lapide della sua tomba, cimitero Acattolico di Roma, si legge il suo amato aforisma “L’unico vero e supremo scopo dell’arte della pittura è stato e sarà sempre quello di ottenere l’illusione della realtà”. La recente mostra che lo ha omaggiato, riscoprendone la grandezza, Firenze, Villa Bardini, ha assunto come titolo “l’illusione della realtà”.

L’angolo Durban’s di

di

Remo Fattorini

Segnali di fumo

Ttip. Non è il nome di un ballo, ma l’acronimo di un accordo transatlantico, tra Europa e Stati Uniti sul commercio e gli investimenti. Un accordo tenuto “segreto”. Fino ad oggi non se ne è parlato. Le tratta-

tive si sono svolte solo a porte chiuse. Un accordo che, pare, piaccia tanto agli americani e ai vertici dell’Unione Europea. Un accordo che però - in base alle indiscrezioni trapelate – non piace affatto ai produttori e consumatori europei, italiani compresi. Tanto che pochi giorni fa, nell’indifferenza dei media, oltre 300 associazioni sono scese in piazza San Giovanni a Roma per dire “Stop al Ttip”. La cosa ci riguarda, eccome. Interessa sia i consumatori che i produttori di alimenti. Con il Ttip - dicono - si apre la via alle produzioni di bassa qualità. Ad esempio, si spalancherebbe le porte all’olio di oliva nordafricano, di modesta qualità. Per i nostri coltivatori sarebbe una rovina e poi - aggiungono - il Ttip non prevede la reciprocità. E ancora: un mercato unico abbasserebbe gli standard al livello Usa, mentre qui da noi siamo molto più avanti nella tutela dei consumatori. In Europa è vietata la sperimentazione dei cosmetici sugli animali, mentre

in Usa si può anche clonare. I benefici? Solo per le multinazionali, dice Slow Food, a danno dei piccoli produttori e senza il rispetto delle regole per la sicurezza alimentare. Insomma, per i coltivatori, allevatori, associazioni e sindacati, il Ttip non è un rischio ma una sciagura. Ora Italia ed Europa ci facciano sapere cosa prevede questo accordo, come stanno davvero le cose. Tanto per dire: da noi è proibito vendere alimenti fino a quando non viene provato che non sono dannosi per la salute; negli Usa invece accade il contrario: vengono proibiti solo dopo che hanno fatto danni alle persone. Questo accordo non deve cancellare, né ridurre le garanzie per i consumatori e l’Europa deve mantenere intatta la sovranità sulle normative sanitarie e ambientali. Facilitare gli scambi va benissimo, ma senza svendere i nostri valori, né la qualità dei nostri prodotti, né i diritti dei consumatori che vogliono continuare a sapere cosa mettono in tavola.


14 MAGGIO 2016 pag. 10 Simonetta Zanuccoli simonetta.zanuccoli@gmail.com di

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ualche mese fa in un articolo intitolato “La rivoluzione verde è in corso” apparso su Le Figaro si leggeva che in Francia (patria del foie gras) sono sempre di più i vegetariani e i vegani tanto che in molti dei ristoranti e bistrot più alla moda vengono proposti menù adatti insieme a quelli tradizionali. L’articolo sottolineava che la diffusione di questo regime alimentare è dovuta non solo alla moda ma anche e soprattutto al desiderio di andare verso un’alimentazione più etica e dieticamente corretta. Ormai infatti è noto che la zootecnica è responsabile del 14,5% delle emissioni di gas ad effetto serra. Sono poi in aumento le intolleranze alimentari e il piacere di ritornare alla stagionalità e all’origini del prodotto. Sembra un dibattito di estrema attualità e invece ho trovato nell’archivio storico dello stesso giornale, fondato nel 1826, alcuni articoli di fine 800 e inizi 900 pro e contro la dieta vegetariana, scritti con la stessa enfasi e gli stessi argomenti di quelli contemporanei. Mi è sembrato interessante riportarne alcuni brani. Il termine Vegetariano compare in un articolo de Le Figaro già nel 1888. Si capisce che l’autore è molto critico e con enfasi ironica scrive che il fine della Société Végétarienne de France, fondata per riformare l’alimentazione, “ha in realtà un fine più alto: il suo obbiettivo è infatti la rigenerazione dell’umanità. Secondo la dottrina di questi fanatici dei legumi un uomo che mangia solo spinaci diventerà presto superiore ai miserabili che cedono alla tentazione davanti ad uno stufato di manzo o a un pasticcio di beccacce”. L’articolo continua informandoci che i vegetariani francesi sono in numero molto minore dei loro vicini inglesi, tedeschi e svizzeri forse per i disagi che incontrano a sposarsi “con chi ha una religione alimentare differente”. Ma il caustico giornalista prevede che il problema possa essere in futuro facilmente risolto con l’apertura di agenzie matrimoniali per sole anime vegetariane in cerca. Ma già all’inizio del

A morte il foie gras Cresce il numero dei francesi vegetariani e vegani

Lido Contemori lidoconte@alice.it di

Il migliore dei Lidi possibili Canons des plumages pour nom de plume

Disegno di Lido Contemori 

Didascalia di Aldo Frangioni

900 l’atteggiamento sul tema di alcuni giornalisti de Le Figaro è più benevolo. Parisiette, specializzato in questioni mondane, scrive come questo movimento, che lui definisce una scelta di vita, cominci rapidamente a diffondersi in Francia. Molti medici ormai consigliano la dieta vegetariana e “alcuni praticanti si spingono fino al veganesimo e al rimedio più estremo di brevi periodi di digiuno assoluto”. Continua l’articolo del 1906 che questo regime alimentare sta reclutando i suoi seguaci soprattutto nell’altà società e nei circoli intellettuali mentre il popolo è più refrattario. Per loro è più difficile a rinunciare mangiare carne e pesce (raro lusso per l’epoca) per una dieta che considerano fatta solo “di erba e radici”. Ma, continua l’entusiasta giornalista, il popolo sbaglia a credere che il cibo vegetariano sia austero e privo di gusto perché anche chi segue questo tipo di dieta ama coltivare le gioie del palato e cita il famoso libro La cuisine vegétarienne scritto da Yvonne Saint-Briac nel 1896 che contiene 850 ricette e una lista di vini (essendo di origine vegetale sono consentiti) di accompagnamento che non possono non far gola ai veri buongustai dimostrando così come la dieta vegetariana possa essere varia e nutriente. In fondo, scrive Parisiette, “l’etimologia della parola è vegetare che in latino vuol dire crescere”. Il giornalista mondano stila una lista di nomi (ormai persi nel tempo) di donne dell’alta società che si sottopongono a questa dieta per conservare la loro bellezza ma anche di artisti come il principe Troubetskoy, soprannominato il Rodin russo, che non “mangia carne per meglio coltivare lo spirito e il suo ammirevole talento di scultore ne è la dimostrazione” o l’eroe di guerra, il generale Marchand, “che al suo ritorno dal Congo, nonostante appena sfuggito dalle febbri malariche, sorprese i suoi ex compagni d’Africa per il suo vigore e l’incredibile ringiovanimento”.


14 MAGGIO 2016 pag. 11

Lo yoga occidentale

Barbara Setti twitter @Barbara_Setti di

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a più comune immagine di David Swenson è di lui seduto, che parla al pubblico, con una gamba dietro alla testa. Questa immagine non mi è mai piaciuta, perché fa dello yoga una pratica circense e soprattutto perché banalizza la figura di David Swenson. Swenson rappresenta una delle figure storiche dello yoga occidentale, colui che, insieme a David Williams e Nancy Gilgoff, Chuck e Tim Miller, e Richard Freeman, hanno portato l’ashtanga yoga negli Stati Uniti, facendo conoscere il metodo introdotto da K. Pattabhi Jois (1915 – 2009). È il 1969 e David Swenson vive a Houston, in Texas. Suo fratello maggiore, che viaggiava tra il Texas e la California, scoprì lo yoga mentre faceva surf vicino alla spiaggia sotto l’ashram Self Realization Fellowship di Paramahamsa Yogananda. Tornò a Houston e cominciò a praticare con David, che aveva 13 anni. Non c’erano palestre, tappetini, abbigliamento per lo yoga. Erano due ragazzi, in costume da bagno Speedo, con i capelli lunghi, che praticavano nei parchi pubblici di Huston. Vedendoli fare il “saluto al sole” la gente cominciò ad additarli come adoratori del diavolo e furono spesso cacciati dai giardini dalla polizia. I capelli lunghi di David, che ora è un 60enne molto stempiato, dal sorriso dolcissimo e da un fisico longilineo ed elegante, furono fonte di grande problemi col preside del liceo, nonostante una arringa appassionata del padre avvocato, che citò tutti i grandi “capelloni della storia” (da Gesù a Mosè, da Einstein ai Padri Fondatori). Per sfuggire a questo ambiente conservatore e bigotto a 16 anni Swenson partì per la California, dove si iscrisse a una scuola molto più liberal, sotto la custodia di un 22enne messicano, gestore della topaia in cui abitava. È in California il suo incontro con l’ashtanga, in una vecchia chiesa sconsacrata. Per la prima volta nella sua vita vide qualcosa di nuovo, vide un insieme di persone che si muovevano all’unisono in un flusso costante

di movimento, sentì il suono del respiro. Gli insegnanti erano David Williams e Nancy Gilgoff, i primi a portare l’ashtanga e il suo Guruji negli Stati Uniti. Il primo giorno di lezione, dopo avere fatto i due cicli di saluto al sole (Surya Namaskara) e la sequenza finale “ero stanco, il mio corpo era caldo e quando mi sdraiai in Shavasana ho guardato in alto e ho visto una nuvola di vapore. Fu indimenticabile. Mi era accaduto qualcosa di speciale”. Non si tratta di visioni o di strano misticismo. Gli aspetti fondamentali dell’ashtanga yoga sono, tra gli altri, la respirazione (tecnica ujjayi) e il vinyasa, cioè il collegamento dinamico tra una postura (àsana) e l’altra. Per questo l’ashtanga è uno yoga in movimento, di connubio tra respirazione e movimento, quella che da Pattabhi Jois definiva una “ghirlanda di àsana”. Per quattro mesi studiò con Pattabhi Joys in California. Per Pattabhi, che arrivò negli USA a 60 anni con suo figlio Manju, 30enne, fu una splendida esperienza, accolto da giovani studenti pieni di energia e di entusiasmo, mentre in India nessuno voleva praticare yoga: “I giovani indiani volevano essere ingegneri, dottori, avvocati, e noi invece soltanto yogi.” Alla partenza di Williams e Gilgoff per Mysore, in India da Pattabhi Jois, Swenson andò a insegnare nella loro scuola alle Hawaii. Viveva delle scarsissime offerte degli studenti, in una palestra con tappeti presi dagli alberghi in ristrutturazione, con pareti costruite in legno o ricavate da zanzariere, il soffitto in plastica trasparente in una cit-

tadina il cui nome, tradotto, era “sole implacabile”. Per sopravvivere, lavorava in un negozio di cibo naturale, gestito da un tossico. Al ritorno di Williams e Gilgolff dall’India, si fece prestare dei soldi e partì per Mysore, dove stette per 4 mesi, praticando tutti i giorni, insieme ad altri due studenti. Praticavano la 1° e la 2° serie al mattino, la 1°, 3° e la 4° nel pomeriggio. La prima serie dell’ashtanga è la base per tutte le successive. Ogni serie è costituita da una sequenza di àsana codificata, un flusso completo che lo studente memorizza e quindi può praticare anche per proprio conto. Le successive sono in sequenza di difficoltà, dalla seconda o intermedia, fino alla sesta. Soltanto un allievo di Pattabhi Jois (Sharath Rangaswamy Jois) è stato in grado di praticare tutte e sei le serie, finora. Al ritorno in Texas, Swenson ebbe una sorta di crollo. Non capiva il senso della pratica, cercava qualcosa che non riusciva a trovare. Scrisse al suo Guruji, ma non ebbe risposta. Incontrò gli Hare Krishna, si fece monaco e rimase con loro per 5 anni, fino a un’altra, definitiva crisi. Lasciò tutto, ricominciò con l’ashtanga e aprì una galleria d’arte. “Se sei riuscito a vendere il Bhagavad Gita a un cowboy in Texas, puoi vendere qualsiasi cosa a chiunque.” Tornò alle Hawaii nell’isola di Maui e ricominciò a praticare e insegnare con Nancy Gilgoff. Nel 1989 la Gilgoff portò Pattabhi Jois alle Hawaii. Swenson rincontrò il suo maestro sul tappetino, che aiutandolo con i piegamenti, “mi toccò e disse ”Ooooh, ecco David Swenson.”

Aveva un enorme sorriso, guance rosa e occhi brillanti.” Da lì in poi David Swenson è diventato lo Swenson che conosciamo. Un instancabile divulgatore dell’ashtanga, autore di un DVD sulla 1° e 2° serie che è diventato un vero classico. Il cui obiettivo è quello di rendere lo yoga divertente e accessibile per tutti. Rispetto a molti insegnanti di ashtanga yoga non è un narcisista che evidenzia il suo misticismo fino a palesarne tutta l’inautenticità. Non è un purista e consente l’avvicinamento alla pratica attraverso posizioni di preparazione o “forme abbreviate”. Non è un sadico che obbliga alle correzioni manuali. L’importante, per Swenson e l’ashtanga, è il respiro. “Tutto quello di cui hai bisogno è un po’ di spazio e il respiro”, dice. Ed ha un’eleganza e una leggiadria che lo rendono meraviglioso da vedere, oltre che da ascoltare. L’altra particolarità dell’ashtanga è che, nell’insegnamento tradizionale Mysore, è una pratica che si svolge in autonomia. Conoscendo la sequenza della serie, ogni studente pratica da solo. L’insegnante, che conosce ogni singolo studente e la sua pratica, si rivolge direttamente alla singola persona da vicino, a voce bassa, la classe è silenziosa. Questo tipo di pratica consente di concentrarsi, di ascoltare il ritmo del proprio respiro, invece di aspettare le istruzioni dell’insegnante. Gli studenti possono quindi approfondire un àsana o lavorare più a lungo su una postura che trovano impegnativa. Al neofita che guarda una classe Mysore può sembrare che ognuno faccia qualcosa di diverso. E in questo modo si riduce anche quella tendenza alla competizione e al confronto che, soprattutto nel mondo occidentale, si insinua in qualsiasi forma di esercizio di gruppo. Per rimanere solo con il respiro e la pratica. E, come dice Pattabhi Jois: 99% pratica, 1% teoria. O anche: “pratica e tutto verrà da sé”. David Swenson torna dopo 10 anni a Bologna, dal 13 al 22 maggio, per una settimana di workshop.


14 MAGGIO 2016 pag. 12 Claudio Cosma claudiocosma@hotmail.com

La sostenibile leggerezza dei muri

di

Quando le colle, i cotoni di vario spessore, le iute diverse, gli spaghi, semplici od annodati, con parvenza di vecchi rampicanti rappresi i primi e di recinzioni spinate i secondi, si saranno acclimatati, le vernici ad olio diversamente diluite avranno assunto la loro consistenza finale, allora dei due tempi, ne rimarrà uno soltanto, quello dell’opera finita, partecipe di entrambi. ... “E intanto fugge questo reo tempo e van con lui le torme delle cure onde meco egli si strugge”... Questi pochi versi di un sonetto del Foscolo riaffiorano dal mio passato di studente, suggeriti delle opere di Fred Charap, depositi complessi di memoria e sedimenti della storia sia personale sia universale. Fred Charap, Muri sospesi Installazioni, sculture, disegni Alla Fondazione Sensus, Firenze, viale Gramsci 42/a. Visitabile su appuntamento email dal 18 maggio al 30 settembre 2016

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adeau di Man Ray è uno dei primi oggetti dadaisti realizzati, un ferro da stiro al quale sono applicati 14 chiodi che ne modificano la funzione per la quale era stato costruito, facendolo diventare una opera d’arte. Con le dovute differenze, l’operazione che ho compiuto nell’allestire i muri di Charap, è irriverentemente analoga. La pesantezza dei manufatti artistici nella sembianza di pesanti e arcaici muri viene ribaltata con la semplice trovata di staccarli dal suolo, privandoli così della inerzia gravitazionale loro propria. Realmente questi muri si espandono in verticale come volessero costruire delle torri di vedetta, come volessero, babilonicamente, aspirare all’altezza verso il firmamento. Chi osserva questi muri non si trova impedito nel suo andare in avanti, non trova una barriera che impedisca il valicare una frontiera, di superare un confine, ma trova il suggerimento di guardare in alto, di dirigere il suo pensiero verso il cielo e sopratutto verso le stelle che della lontananza amplificano la prospettiva. Nessun orizzonte è precluso, se si desidera non cogliere il suggerimento implicito nelle porzioni di muro che costituiscono le snelle superfici di Charap, di meditare sulle altezze, si potrà facilmente aggirarle. Prima di farlo, però, sarà necessario concentrarsi su queste superfici, notare come queste siano posizionate sulle linee architettoniche dello spazio che le ospita, continuandole, modificandone la spazialità o chiudendole ricavandone spazi conclusi o ancora edificandone di nuovi. Quadri scultura usati per edificare nuovi spazi. Le superfici di questi muri che spesso hanno un fronte ed un retro, ma non uno spessore, sono trattate come fossero un conglomerato di materia, partecipe di elementi atmosferici che ne segnano, con l’aiuto del trascorrere del tempo, le strutture. Si tratta di apporti, sedimenti, concrezioni che rimandano ai due diversi tempi che le per-

corrono: quello della creazione artistica con i suoi specifici passaggi di trasformazione dovuti alle tecniche usate, il tempo necessario affinché i colori ad olio si secchino o si asciughino parzialmente per poter intervenire con strati successivi che non cedano reciprocamente parte della loro materia, come le velature dei pittori rinascimentali. Ed il secondo è il tempo descritto dalla narrazione e dalla rappresentazione. Quando il tempo è rispettato i materiali molteplici usati si uniscono per fare parte di una unica composizione, simile ad un magna che si solidifichi.


14 MAGGIO 2016 pag. 13 Sergio Favilli sergio.favilli@libero.it di

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ome certamente saprete l’Onorevole Di Maio, leader penta stellato e Presidente del Consiglio in pectore in caso di vittoria grillina alle prossime elezioni politiche, si è fatto un giretto a Londra per sondare gli umori che circolano nella capitale del Regno Unito, comunque debitamente accompagnato dall’On. Carlo Sibilia per il disbrigo delle formalità. Per primo ha fatto richiesta di essere ricevuto al celebre n° 10, ma Mr. Cameron ha fatto rispondere con un emblematico e britannico “sorry” . Date le affinità elettive con Beppe Grillo ha provato quindi a contattare mister Nigel Farage capo del partito destorso antieuropeo dell’UKIP ma anche lui ha declinato l’invito apportando la scusa che stava partendo per una missione diplomatica in Corea del Nord . Poiché l’ottimismo è una delle principali caratteristiche dell’On. Di Maio, incurante dell’incoerenza, ha chiesto a Sibilia di telefonare a Mr. Jeremy Corbyn, leader laburista Michele Rescio mikirolla@gmail.com di

Arance candite: 6 grosse arance biologiche, zucchero, acqua. Preparazione: si comincia con le arance candite. Incidete la buccia con un doppio taglio incrociato per il lungo e sbucciate. Eliminate le parti in eccesso e lavate bene in acqua corrente. Scaldate una pentola d’acqua abbondante, fate bollire le bucce e scolate. Ripetete l’operazione altre due volte. La terza, lasciate in ammollo per una notte. La mattina successiva scolate le bucce, pesatele e preparate una soluzione con acqua e la stessa quantità di zucchero delle arance. Immergete le bucce e cuocete a fiamma dolce fino a quando il liquido si sarà ritirato. Appoggiate le arance su una gratella per far scolare il liquido in eccesso. Dopo mezz’ora mettetele sulla carta da forno, tagliate a listarelle o a rondelle e spolverizzate con zucchero. Nel frattempo mettete in una bastardella la carne. Aggiungete la pancetta tagliata a pezzetti sottili, poi il parmigiano grattu-

L’impaziente inglese

britannico e fervente europeista, per prendere comunque contatto con un leader inglese. L’On. Sibilia, essendo convinto dell’esistenza, ha pensato bene di chiedere a Peppa Pig una consulenza su come approcciare Mr. Corbyn ma non è riuscito a trovare il numero di telefono di Casa PIG. Voi direte: e allora che è successo??? Molto semplice, l’On. Sibilia (sì, quello che

voleva discutere in Parlamento una legge per consentire le nozze fra persone ed animali purchè consenzienti, si quello che non crede allo sbarco dell’uomo sulla luna) gli procura l’incontro con l’ambasciatore a Londra della Transilvania del Sud tal Nonkont Un Kaz, sconosciuto anche ai media, ma pur sempre ambasciatore accreditato a corte di Sua Maestà: l’incontro, svoltosi

Polpettone con arance candite giato, le 2 uova e la mollica di pane messa precedentemente a

inumidire con un po’ di latte. Infine grattugiate nel compo-

in un pub di Soho e durato 12 minuti, si è svolto in un clima molto disteso, disturbato solo dal fatto che Di Maio parlava in napoletano stretto, Sibilia traduceva in avellinese moderno e Sua Eccellenza Nonkont Un Kaz rispondeva in rumeno arcaico. I tabloid popolari londinesi sono andati a nozze nel raccontare l’intera permanenza a Londra del parlamentare italiano e si vocifera che anche a corte la novantenne Sovrana si sia sbellicata dalle risate: meglio di Mister Bean!!!!! Questo viaggio, però, non è stato inutile, i cittadini di Londra si sono subito interessati su chi fosse questo misterioso Onorevole Di Maio e saputolo vicino politicamente sia ai conservatori che a mister Farage, dopo circa dieci giorni hanno eletto mister Sadiq Khan, laburista e mussulmano, nuovo sindaco di Londra. Una volta tanto ci corre l’obbligo di dire: bravo On. Di Maio, seguiti così!!

sto la buccia delle due arance e aggiungete sale, pepe e noce moscata; in ultimo, l’uva passa strizzata messa prima a bagno in un po’ di acqua. Impastate e fate la forma di un polpettone. Spremete il succo delle due arance nella cocotte di ghisa, versate un tocco di burro e poi mettete la carne sigillandola a fuoco vivace. A quel punto aggiungete il brandy (1 bicchiere) e il succo delle arance (metà). Coprite e fate andare per 20 minuti. Di tanto in tanto versate altro succo sulla carne. Quando è pronta, impiattate con le arance candite. Ingredienti: 500 gr di macinato (manzo o vitello) 200 gr pancetta a pezzetti 100 gr parmigiano 2 uovo 4 fette di pane raffermo latte q.b. sale e pepe 1 bicchiere di brandy 2 arance, buccia e succo una manciata di uva passa olio extra vergine di oliva burro


14 MAGGIO 2016 pag. 14 Matteo Rimi lo.stato@libero.it

Narrazione a puntate con finale a sorpresa

i ritrovò nell’accecante alba di una strada. Gli occhi non ancora abituati, toccò all’udito capacitarsi della nuova realtà registrando nella sua spossata mente il rombo di auto che si avvicinavano, lo scricchiolio dei pneumatici sul manto stradale, lo stridere di freni elementari. Lo sblocco della serratura di portiere poco oliate liberò i suoni trattenuti fino ad allora negli abitacoli: preghiere biascicate e sommessi pianti sovrastati da ordini di voci che a stento, dietro ad una poco credibile autorità, celavano l’incertezza e - quasi - l’imbarazzo di carcerieri improvvisati. Cominciavano i suoni ad assumere forme, sagome scure di uomini in piedi con inequivocabili protesi alle estremità delle loro braccia a strattonare fragili figure che si piegavano ai colpi ed alle ingiurie: un ammasso informe di nera umanità che si insinuava nella vegetazione al bordo della strada. Tra quegli schiamazzi dai quali

Capitolo 7 Vigliaccheria

di

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con fatica distingueva voci di suoi simili, si fece più forte il tono di uomo inequivocabilmente terrorizzato, stremato, ma che non aveva perso una qualche potenza percepita subito da tutti gli altri, compresi gli aguzzini che caddero in un silenzio denudato in un istante di ogni fragile certezza. “Cos’è l’uomo senza libertà? Oh! Mariana dimmi Dimmi come posso amarti Se io non sono libero, dimmi Come posso offrirti il mio cuore Se lui non è a me?” Anche da così lontano, il ragazzo comprese che quell’ammutolirsi sarebbe potuto aleggiare per sempre, sentiva l’esitazione nel fiato dei carnefici, lo schiocco di labbra formulanti silenziose preghiere ed il vuoto lasciato

Testimonianze sull’alluvione del ‘66 Esce in questi giorni il volume straordinario (perché triplo, ma anche perché costituisce una riflessione a 360° sull’evento) di “Testimonianze” dedicato, nel 50° anniversario degli eventi del 1966 a Firenze e in Toscana, a La grande alluvione. Verrà presentato il prossimo 19 Maggio, alle 16,30, nel luogo-simbolo della Biblioteca Nazionale. L’incontro sarà aperto dai saluti del direttore della Biblioteca Nazionale, Luca Bellingeri, del vicesindaco Cristina Giachi, dell’assessore regionale all’ambiente, Federica Fratoni e di Mauro Perini (presidente di Water Right Foundation); interverranno poi i direttori dei quotidiani fiorentini: Sandro Bertuccelli (“La Repubblica”), Pierfrancesco de Robertis (“La Nazione”) e Paolo Ermini (“Corriere Fiorentino”) insieme a Luca Nannipieri (scrittore, animatore di S.O.S. Patrimonio artistico su Rai 1), coordinati da Piero Meucci (direttore di stamptoscana.it). Le conclusioni sono affidate a Giorgio

Federici (coordinatore di Toscana 2016) ed a Severino Saccardi (direttore di “Testimonianze”). Massimo Salvianti (di Arca Azzurra Teatro) leggerà brani del volume. Saranno anche proiettate le numerose immagini, usate per il volume, dell’alluvione del 1966 a Firenze e in Toscana.

dall’anima dell’uomo che, con quelle parole, aveva già preso commiato da tutto quanto. Ma gli assassini si servono di moniti agghiaccianti tanto quanto è infima la loro vigliaccheria e così spettò al ruggito disumano delle pistole strappare via la scena da un’estasi che non si addiceva alla miseria alla quale stava assistendo ed al sordo tonfo di corpi sull’erba tirare giù il sipario. Hai assistito all’esecuzione del poeta Federico Garcìa Lorca avvenuta all’inizio della dittatura franchista. Mai, fino a quel momento, le note intruse nella sua mente gli erano sembrate così salvifiche. Sì, un poeta giustiziato da una dittatura perché ritenuto “socialista, massone e maricòn”! Un poeta ucciso perché le sue parole facevano Massimo Cavezzali cavezzalicartoons@hotmail.com

paura: questo tocca troppo spesso ai miei indifesi alleati ancora oggi in angoli oscuri del mondo dove la prudente mano della civiltà si guarda bene di allungarsi. Eppure non sanno, questi stolti carnefici senza storia, che proprio così rendi la poesia potentissima, in grado di sopravvivere ad ogni effimera brama di potere. Non poteva che dare ragione all’eco che aveva appena finito di vibrare dentro di sé. Fu spinto, però, dall’irrefrenabile necessità di salutare quel corpo, di onorare quel sangue che stava esaurendo il proprio rossore e che da lì in poi sarebbe restato nero come l’inchiostro. Ma al posto del varco nella vegetazione dal quale era passato il gruppetto poco prima trovò una bianca porta che gli si aprì lentamente davanti.

di

Scavezzacollo


lectura

dantis

14 MAGGIO 2016 pag. 15

Disegni di Pam Testi di Aldo Frangioni

Ed egli a me, con fare disperato, ma col il pasto tutto nella bocca: quello che mordo gliè uno sciagurato,

un infame di falso leccapiedi A me non solo me fe’ l’orrendo atto tutto dirò, se tu me lo concedi.

erano poco più che adolescenti. Tutti ci carcerò dentro la torre al pari dei comuni delinquenti

intra denti tenendo una sua ciocca,. vescovo è, il traditor che vedi colui che ci rinchiuse nella rocca,

In Pisa fiducioso venni tratto e mi legò coi giovini parenti, loro nulla di mal aveano fatto

quel che lui fe’ io non poteo supporre, Ci trovammo senza nulla avere acqua o pane da poter disporre. Molti son quei che mutano bandiere, cambiano ruolo dentro la partita, mutan color per farsi benvolere questi vorrei con testa brostolita per vendicare questi miei bambini in eterno mangiar anco le dita voltagabbana per salir gradini un dì votan te l’altro i nemici siano guelfi oppure ghibellini attento pure te a quel che dici infami urlan che, per il digiuno, sfamato mi son degli infelici. Bugiardi senza amor alcuno hanno fatto girare questa voce ma confermarla non potè nessuno.

Canto XXXIII IX girone

Ugolino della Gherardesca narra della sua prigionia inchiavardato con i suoi cinque figli nella “ orribile torre” e della morte atroce per fame... ...poscia, più che ‘l dolor poté ‘l digiuno”.  Con questa enigmatica chiusa, Dante lascia aperte le più macabre interpretazioni.


L immagine ultima

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14 MAGGIO 2016 pag. 16

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

re sguardi che sono tutto un programma. Siamo all’interno di un Barber Shop tipicamente italiano al centro di Little Italy e lo si capisce subito dal clima che vi si respira. In primo piano a sinistra vediamo Ciro, il fondatore del negozio. Il suo aspetto e la sua posa mi fanno subito sentire a casa mia. il giovanissimo cliente sulla destra guarda Ciro con ammirazione ed affetto mentre il comandante in seconda, suo figlio ed erede, fissa il fotografo con l’aria serena e sicura di uno che sa il fatto suo ed è orgoglioso del proprio lavoro.

NY City, agosto 1969


Cultura commestibile 170