Page 1

redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.culturacommestibile.com www.facebook.com/cultura.commestibile direttore simone siliani

redazione gianni biagi, sara chiarello, aldo frangioni, rosaclelia ganzerli, michele morrocchi, barbara setti

progetto grafico emiliano bacci

Con la cultura non si mangia

69 236

N° 1

Il culto dell’impersonalità editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012


Da non saltare di

6 MAGGIO 2016 pag. 2

Antonio Natali

Henry Moore, Reclining Figure - Left, 1979, acquaforte e acquatinta 3 colori

Il Bisonte” è Maria Luigia Guaita. L’ha fortemente voluto, l’ha fondato, l’ha guidato, l’ha sorretto nei momenti difficili, l’ha dotato sempre di docenti d’alta professionalità, ha sempre aspirato che ne fossero partecipi i più grandi artisti, ha voluto che fosse scuola di formazione di giovani desiderosi d’esprimersi nel linguaggio poetico dell’incisione, ma che nel contempo fosse luogo di vitalità intellettuale. “Il Bisonte” è stato la vita stessa di Maria Luigia. E l’immagine del bisonte è icona lirica del segno impresso sulle carte scelte per la stampa; ma è anche emblema veridico della stessa personalità di Maria Luigia: donna di passo forte, capace giustappunto anche d’assalti a testa bassa quando ce ne fosse bisogno. Parlare dunque del “Bisonte” è parlare di Maria Luigia. Ma è sempre arduo ragionare d’una persona per rammentarne la fisionomia interiore e la disposizione culturale, giacché quasi per forza si finisce per offrire brani semmai d’autobiografia, che risultano antipatici a chi ascolta; come se, invece d’illustrare i caratteri della persona che s’intende ricordare, si scegliesse egocentricamente d’esibire se stessi. E però, nel caso di Maria Luigia, donna passionale e possessiva, è davvero difficile dire di lei cose che prescindano da un rapporto personale stretto. Sicché comincerò usando proprio la prima persona singolare. Ho conosciuto Maria Luigia nel 1981; e non fu un incontro gradevole. S’inaugurava a Palazzo Vecchio la celebrazione del quarto centenario degli Uffizi come Galleria. E Luciano Berti, allora Direttore oltre che Soprintendente, a buon diritto dichiarava la sua soddisfazione nel presentare la mostra (da lui voluta) di cento autoritratti donati al museo fiorentino proprio per quella ricorrenza speciale. Per Berti erano stati fin allora tempi turbolenti, perché a lui era toccato valutare l’opportunità d’acquisire a una Galleria storica come gli Uffizi opere d’artisti contemporanei (o, per

È lei che ha preso Rauschenberg? meglio dire, viventi; ch’è anche peggio). E non era stato, quello, un compito agevole (né lo è mai per chi n’abbia preso il posto). Qualsiasi decisione assumesse e qualsiasi cosa facesse, sempre qualcuno si levava a dire il contrario. E, la maggior parte delle volte, con la veemenza ch’è tipica degli artisti. Con spirito lungimirante (pazienza grande) Berti andò avanti e riuscì a raccogliere già in quel 1981 tante creazioni d’artefici celebrati. Fu in un giorno di dicembre, che, nel Salone dei Cinquecento, Maria Luigia m’affrontò: “È lei che ha preso Rauschenberg nella raccolta degli autoritratti e ha trovato da ridire su Margheri? Lo dirò in televisione!”. Non mi dette modo di risponderle che le cose non erano andate come lei aveva descritto in una sintesi estrema; né di manifestarle il mio apprezzamento per l’espressione di Rodolfo Margheri, maestro indimenticato al “Bisonte”. Però, essendo maremmano anche nel temperamento, risposi secco: “Giuri che lo farà davvero. Gliene sarò grato”. Qualche tempo dopo, per via di un’esportazione d’opere del “Bisonte” a una mostra all’estero, l’ufficio competente della Soprintendenza m’inviò a fare la solita visita di riscontro nelle stanze di via San Niccolò, per verificare la pertinenza della documentazione

presentata coi lavori che dovevano uscire dai confini dello Stato. In quell’occasione, inattesa, m’apparve lei, ch’era nel suo studio sul retro. E subito, non avendomi riconosciuto, si mise a discutere con me delle formule linguistiche contemporanee, con un piglio che mi lasciò presagire la sua certezza di trovarsi davanti al solito storico dell’arte incapace d’accettare gli eloqui moderni dei pittori. Siccome così non era, dopo poco s’addolcì e quasi divenne amabile. Quando però mi fece qualche complimento in più, le dissi che già c’eravamo conosciuti in altra e diversa circostanza. Che immediatamente le descrissi. Ovviamente non si scusò affatto. Anzi mi disse – senza di nuovo darmi il tempo d’una spiegazione – che quella parte me l’ero meritata. Non di meno si chinò per aprire il primo cassetto d’un mobile ch’era lì, e mi dette un piccolo nudo litografato di Aldo Salvadori. E fu la sua maniera per farsi perdonare. Sarebbero passati diversi anni prima che c’incontrassimo di nuovo. Quando avvenne, trovai una donna pur sempre decisa e volitiva, ma – almeno con me – con tratti di tenerezza. E da allora principiò una relazione che oggi rimpiango di cuore, perché è raro avere a che fare con un intellettuale che si dia senza risparmio e nel contempo sia sincero fino alla ruvidezza.

Maria Luigia non era imparziale. Come tutte le persone appassionate, aveva una sua peculiare visione; e quella secondava, incurante di tutto. Era dunque generosa con chi – a suo giudizio – lo meritasse, e aspra con chi invece non le andasse a genio. Scorbutica, e talora perfino scostante, ammirava però chi le teneva testa, magari dandole risposte anche crude. Quelli che accettavano le spigolosità del suo carattere, considerandole il rovescio ineluttabile d’una medaglia ch’era nella sua interezza assai preziosa, poterono realizzare con lei (spesso grazie a lei) imprese importanti. Non era, Maria Luigia, una donna che il potere, la politica, gli avversari, riuscissero a intimorire. E in tempi di conformismo (quali son quelli che ci sono toccati) avere accanto una persona non convenzionale e pronta a battersi per un’idea non è un dono di poco peso. Lo sperimentammo, per esempio, in occasione di due mostre che Maria Luigia volle ospitare nei locali del suo ‘Bisonte’. Quell’esposizioni – composte d’opere tutte su carta (disegni, incisioni, foto) – avevano un titolo ch’era sbocciato dal malessere covato da molti di noi nel rapporto con Firenze. L’eredità immeritata: era scritto in epigrafe nel primo dei due piccoli cataloghi. Sul secondo sarebbe stato aggiunto soltanto un numero: il 2. L’eredità immeritata. 2, cioè. Come a dare il segno d’una volontà d’insistere nelle denunce di risoluzioni e atteggiamenti incompatibili col patrimonio di cultura gratuitamente pervenutoci. Le accuse che si muovevano non erano lievi. C’era dunque il rischio dell’impopolarità per chi avesse promosso i due eventi. Senza dire delle spese di cui c’era da farsi carico. Altri, al posto di Maria Luigia, (mi par di sentirli) avrebbero elogiato l’iniziativa, si sarebbero profusi in complimenti, per poi principiare a nicchiare e infine defilarsi. Lei no. Concesse le stanze, finanziò i cataloghi, dispose l’allestimento, si assunse insomma tutti gli oneri che accadimenti di questo tipo comportano; aggiungendo in entrambi i casi, di suo pugno, un’introduzione,


Da non saltare

6 MAGGIO 2016 pag. 3

che con fermezza corroborava le tesi sottese alle mostre. Riporto un brano desunto dal testo pubblicato sul catalogo che faceva di corredo all’esposizione, perché lo ricordo pienamente condiviso da Maria Luigia. Si diceva, in quelle righe, della bellezza di Firenze a guardarla dall’alto. Ma – dopo una descrizione incantata della città, osservata dalla scalinata di San Miniato al Monte – si diceva anche dell’avvilito sconcerto che subentra scendendo dal colle e avviandosi per le strade intorno al fiume: “[...] di là dall’ondeggiare di teste d’innumeri gruppi frettolosi s’intravede il presente – si legge in quel preambolo –; il povero contributo (quando di contributo si possa parlare) dell’attuale generazione; che poi è la nostra; e nessuno può chiamarsi fuori, giacché di tutti sono le colpe, e non soltanto di chi governa (come si è soliti pensa-re per sgravarsi la coscienza). Tanto più uno conta – e non solo sul piano politico – tanto maggiore sarà la responsabilità che gli pertiene. Responsabilità che ricade anche su chi tace: per cecità, per disinteresse, per quieto vivere, per pigrizia per rassegnazione o per servilismo”. Ovviamente, a queste parole nessuno si risentì, giacché le sabbie mobili del silenzio sono la risposta migliore per una coscienza che non è pulita. Ci fu semmai l’assenso compiaciuto di chi, non essendo parte del governo cittadino, si ritenne immune dalle mancanze e dagli errori rimarcati; e invece quelle considerazioni amare riguardavano e riguardano tutti noi che a Firenze si vive, e non abbiamo nozione chiara di quanto il passato sia stato con noi generoso. Maria Luigia amava Firenze e si buttò (come solo può fare uno spirito giovane) in quelle imprese che miravano a sollecitare, da un lato una cura premurosa per i beni giuntici in eredità, dall’altro una vitalità culturale pertinente alla nostra stagione. Dicevamo allora, con Maria Luigia, che forse gli occhi nostri erano velati dal pessimismo; e però avevamo entrambi una sensazione che tutt’oggi m’inquieta. E cioè che, ogniqualvolta si prospetti un intervento di

Le opere della Stamperia il Bisonte di Maria Luigi Guaita in mostra a Pontassieve

Dall’alto Graham Sutherland, Insetti notturni, 1967, litografia 3 colori Primo Conti, Cocomeraia, 1964, litografia 9 colori Pablo Picasso, Ritratto di donna, 1961, litografia.

creatività (ancorché prestigioso) nel centro cittadino, i più si ribellano per il timore di un’ingerenza volgare dell’espressione odierna in un contesto così fortemente segnato dai secoli trascorsi (ed è un rischio reale); se invece se ne ipotizzi uno nella periferia, a ribellarsi sono quelli che ci abitano (e, qui pure, è difficile negare che le paure abbiano una loro giustificazione, soprattutto quando il nuovo è quello che oggi vediamo alla periferia di Firenze). Si constatava comunque che da noi l’espressione contemporanea sembra non avere diritto di cittadinanza. E s’avvertiva un deprimente disagio di fronte alla capacità degli stranieri di vivere il tempo lasciandovi impresse le orme del loro passaggio; mostrando così di non temere il giudizio né del presente né del futuro. Noi, invece, siamo fermi; paralizzati dal timore di non essere all’altezza del passato. E si potrebbe financo trovarsi d’accordo (quantunque su questo punto Maria Luigia avrebbe avuto da ridire) sulla necessità d’una pausa di riflessione (come si usa dire). Una pausa, però; non il letargo. Nessun dubbio che il passato vada rispettato. Ma bisogna intendersi. La conservazione del patrimonio è un atto dovuto. Non basta tuttavia conservare le opere come reliquie nelle teche. Non basta essere oculati nella loro tutela. Bisogna farle fruttare, come fa il buon amministratore del Vangelo. Farle ‘fruttare’, però, non secondo la moda odierna; sia chiaro. Di questi tempi si pensa soltanto a mandarne in giro per il mondo le più famose per raccattar denaro. Non è così che si fa. L’eredità va fatta “fruttare” nelle sue capacità altissime d’educazione di menti e anime nuove: menti e anime più mature, più aperte, più libere, e dunque meno conformistiche e più spregiudicate. Menti e anime che saranno, loro sì, finalmente desiderose di vivere il loro tempo; in grado d’accogliere gli esiti espressivi

contemporanei senza macchiare la tradizione più nobile; che avranno nel sangue, non in quanto figli, ma in quanto su di essa amorevolmente e intelligentemente formati. Se il rispetto non sarà consapevole e maturo, ognuno si sentirà autorizzato al dubbio che a regolare la politica culturale più che il rispetto, qui da noi, sia l’inerzia. E l’inerzia alla fine nuoce anche all’eredità ricchissima che c’è toccata. Maria Luigia ora la sua non può più dirla. Ma ha lasciato un compito preciso a chi s’è preso l’incarico gravoso di condurre innanzi i suoi auspicî. Lei per tempo pensò alla sua Fondazione, come a uno strumento che tenesse in vita quella scuola che aveva fondato e amato sopra ogni altra cosa. I giovani, su cui sempre riversò le attese e gli affetti suoi, seguiteranno a imparare l’arte dell’incisione nelle stanze di via del Giardino Serristori, mentre in quelle di via San Niccolò si continueranno a esporre i frutti di quelle fatiche. Stanze di quartiere popolare fiorentino. Su cui mi verrebbe di fermarmi con le parole di Piero Vignozzi, uno degli artisti che a Maria Luigia è stato legato. Rileggo le poche righe che Piero scrisse a mo’ d’introibo per una sua mostra allestita nella saletta di fianco alla chiesa di San Niccolò, che per qualche tempo ha fatto da appendice al ‘Bisonte’. Piero si rivolge a Maria Luigia in forma d’epistola e, inaugurando quel nuovo spazio, sente il bisogno di ripensarlo com’era un dì: “[...] siamo qui a questo sprone d’angolo che serra la via dell’Olmo a San Niccolò. Il resto che ci riguarda è all’interno, dove aveva mestiere d’idraulico il signor Cardini”. Il “resto”, per Vignozzi, non sono le persone, ma le cose. Le cose; con la loro capacità di serbare integri i ricordi. Come i torchi della scuola; o i mobili a cassetti lunghi e bassi, dove fra le veline riposano le carte incise da Maria Luigia. E, insieme alle carte, i suoi affetti. Il testo è tratto dal catalogo “Il Bisonte Stamperia d’arte e scuola di grafica” a cura di Adriano Bimbi e Antonio Natali, Polistampa, 2016


riunione

di famiglia

6 MAGGIO 2016 pag. 4

Le Sorelle Marx Quando Matteo Renzi torna a Firenze è sempre una festa; diremmo una sagra cittadina, come quella dei Sapori contadini di Borgo S.Lorenzo o del Crostino a S.Piero a Sieve. C’è un’atmosfera come quella che un tempo si avvertiva quando uno del paese, che aveva fatto fortuna al Totocalcio o l’attore famoso (che sono vere un po’ entrambe nel caso di Renzi), torna a far visita ai vecchi amici. Così è stato per la giornata di lunedì di Renzi al teatro Niccolini per lanciare la campagna referendaria d’autunno. Di prima mattina Renzi è andato da Toni, parrucchiere di fiducia. “Oh Matteo, m’è toccato aprire apposta per te: o ‘un tu potevi venire di martedì per lanciare ‘i referendum? Tanto ‘un bisogna mica andarci a votare, vero?”. Risponde a tono al Toni: “Vien via, Toni, così almeno tu lavori invece di stare a grattarti tutto ‘i giorno! Poi, non fare ‘i grullo: questa volta si vota e s’asfaltano un po’ di gufi e professoroni! Ah, fammi lo scontrino sennò Padoan mi rompe le scatole. E non mi dare più le carte da gioco con le donnine gnude che l’Agnese mi s’incazza!”. Poi, via di corsa al solito caffè di piazza Signoria. E lì è un tripudio di battute che solo Renato

Torna a casa Lassie

Fucini saprebbe adeguatamente narrare: “Oh Matteo, digli agli scarpai marchigiani di cacciare fuori i soldi e comprare un’attaccante bono! Saluta quella bella figliola della Boschi!...” e giù trivialità paesane à gogo. Giunto al Niccolini, il Renzi visibilmente toccato dal calore dell’accoglienza dei suoi supporter, ha salutato il capo della tifoseria con il bandierone del Pd, Matteo Casanovi, con una cameratesca pacchina sul collo. E poi via, verso il palco. Ma non senza prima sbeffeggiare Eugenio Giani

I Cugini Engels

63 governi en attendant Renzi Chissà come ci sarà rimasta male la ministra Boschi quando Renzi, nell’eccitazione del comizio al teatro Niccolini di Firenze, ha proclamato che il suo è il primo governo, di 63 che l’Italia ha avuto, a fare le riforme. Avrà pensato al suo modello Fanfani che di questi 63 ne ha guidati ben 5. Ma Renzi è così, nell’ansia da performer ogni volta deve rincarare la dose. Dai 100 punti ai 10.000 comitati per il sì in un crescendo rossiniano della comunicazione. Un enorme bisogno di comunicare, semplificare, numeri, cifre, ogni volta un dato, immediatamente dopo un altro, non importa di cosa si parli, l’importante è gettare numeri e progetti,

pochi si fermeranno a controllare, molti saranno già a raccogliere l’osso della prossima slide. 63 governi e nessuna riforma domani sarà sostituito da un altro roboante proclama, come già questo slogan sostituiva i minatori del Sulcis ricevuti con l’elmetto a Palazzo Chigi o i milioni di milioni stanziati dal CIPE convocato di domenica primo maggio. Ma si sa certe luci non si spengon mai a far vedere che Sua Eccellenza lavora sempre e comunque al bene del Paese. Lui solo dopo 63 che non han fatto niente. Ma il problema mica è lui o il suo staff che queste trovate confeziona a centinaia, è che nessuno urli dalla platea “posa i’fiasco!”

e la sua fascia di rappresentanza (“se non se la toglie, gli abolisco la Festa della Toscana”) e aver messo un cuscino petofono sulla sedia del suo compagno di escursioni scout Nicola Danti (con sghignazzo generale quando l’europarlamentare si è seduto: “salutaci Schulz!”). Ma è dal palco che Matteo ha dato il meglio di sé, con battute ironiche e sagaci aneddoti per tutti, come si conviene alla star che tornando al paesello, dall’alto della sua fortuna, si permette confidenze con i meno fortunati amici di sempre. “Allora, Dario,

Bobo

ti trovo in forma. Vero, ragazzi? Guardate qui come è ringalluzzito da quando fa il sindaco: bisognerebbe fargli l’antidoping!”. “Oh Stefania, tu che conosci i collegi fiorentini come le tue tasche, mettiti subito ad organizzarmi tre o quattrocento comitati per il Sì”. “Ovvia, ragazzi, si fa come quando s’è pedonalizzato il Duomo: piazza pulita!”. “La sapete l’ultima su Berlusconi? Non ve la racconto perché tanto il Parrini non la capisce!”. Alla fine del comizio, prima d’uscire, voleva prendere per le orecchie il governatore Rossi ma lui, originario del padule di Bientina e poco avvezzo a questo clima cameratesco, ha schivato il colpo. Renzi, lasciato il Niccolini, si invola verso Palazzo Vecchio per l’incontro con il premier giapponese Shinzo Abe. Dove ha faticato a dismettere gli abiti zuzzerelloni del comizio. Così, dalla terrazza di Saturno, ha mostrato al collega nipponico le meraviglie della città. “Vedi Shinzo, quello lì è piazzale Michelangelo: l’ho fatto io quando ero sindaco. Un po’ più in là si vede Rignano, dove sono nato io. E sotto c’è casa mia, a Pontassieve. Quella cupola grossa? Boh? Non lo so: son passato la settimana scorsa e non c’era”.


6 MAGGIO 2016 pag. 5 Gianni Biagi g.biagi@libero.it di

T

u hai curato l’esposizione di opere di artisti contemporanei in piazza della Signoria (penso a Koons ad esempio). In questo rapporto fra la piazza e l’opera contemporanea chi prevale? In sostanza nell’esporre l’opera d’arte contemporanea in luoghi altamente simbolici come Piazza della Signoria prevale il confronto fra opere d’arte di secoli diversi e quindi un confronto fra il presente e il passato dell’arte o la voglia di trovare una location d’eccezione che valorizzi essa stessa l’opera d’arte contemporanea, quasi indipendentemente dal valore e dal giudizio critico che si da di quell’opera o di quelle opere? Il progetto su piazza della Signoria è un progetto pensato e deciso insieme al Sindaco Dario Nardella, con il quale abbiamo condiviso anche le difficoltà del percorso intrapreso.Un percorso meditato che è stato preceduto, per quanto mi riguarda, da altre iniziative precedenti, episodi necessari a cementare il desiderio di contemporaneità in città, a spaccare il ghiaccio: dalla Croce di Paladino in Santa Croce fino all’esperienza di Quarter a Gavinana, dalla mostra Orizzonti al Forte Belvedere a Boom alla Manifattura Tabacchi. Un percorso di aggiornamento sul contemporaneo che mi vede impegnato da un paio di decenni almeno e che ho condotto avanzando su un doppio binario. Confrontandomi con i luoghi dell’archeologia industriale e della città contemporanea, e con spazi straordinari del nostro patrimonio storico-artistico. Firenze ha questa bellissima unicità, e può permettersi oggi di essere un grande laboratorio della contemporaneità, in dialettica con la storia e con il suo straordinario patrimonio artistico. Possiamo avviare un percorso di sperimentazione che possiamo far diventare universale e presentarlo al mondo come modello dialettico. Piazza Signoria assegna sicuramente un’aura speciale alle opere che vi sono esposte. Lo ha sempre fatto con tutte le opere che si sono installate in questa cornice. Uno spazio che ha anche natura teatrale, di palcoscenico, in cui l’arte si fa messa in scena per

La nuova piazza della Signoria

Seconda parte dell’ntervista a Sergio Risaliti

l’autocelebrazione del potere come ci ha insegnato Ludovico Zorzi, grande studioso di questi temi. Perchè piazza della Signoria è il luogo dove la scultura si mette al servizio del potere, sia esso repubblicano, oligarchico o autocratico. La piazza quindi come un luogo di spettacolarizzazione, di messa in scena attraverso i miti, le allegorie e le icone del potere politico che dichiara la sua potenza, ricchezza, forza, attraverso le opere (Ercole piuttosto che il David, Giuditta piuttosto che il Perseo). Di questo aspetto teatrale si è tenuto conto nell’allestimento delle opere d’arte contemporanea, prima con l’opera di Koons sull’arengario e ora con Fabre: con la sua grande tartaruga “Searching for utopia” nella piazza, e con “L’uomo che misura le nuvole” sulla “ringhiera”. Fabre ha captato questa natura spettacolare e teatrale della piazza, essendo lui grandissimo regista, avendo dichiarato più volte di prediligere e voler difendere il teatro tradizionale, cioè quel teatro che fa ancora uso del palcoscenico all’italiana, quel piano di rappresentazione e sublima-

zione che crea una distanza tra tempo dell’arte e dello spettatore. È per questo che abbiamo deciso di esporre le due sculture su basamenti, che riprendono e rispettano filologicamente gli altri basamenti della piazza. Il basamento come elemento teatrale, che diventa esso stesso un palcoscenico dentro quel magnifico e sublime palcoscenico che è Piazza Signoria. Penso che questo contribuisca alla dialettica tra l’arte contemporanea e il passato, e questa esposizione nello specifico, non è un gesto di provocazione, ma di grande riflessione e meditazione sul luogo dell’esposizione e sul suo significato. Una riflessione che innesca esperienze nuove in termini di lettura del contemporaneo e di rilettura del passato. Sono due le conseguenze più importanti di questo posizionamento, al di la della bellezza, della forza comunicativa immediata e dell’empatia di queste due opere. In particolare penso alla tartaruga che è un archetipo dell’umanità, essendo anche l’animale più antico sulla terra, perché attraversa tutte le culture, le religioni del nostro

pianeta. Ogni civiltà ha dato, infatti, un proprio significato alla tartaruga che ha assunto valori diversi e collegamenti diversi con gli astri, con il cielo, con la terra, con il mondo ctonio. Usando una metafora il “piano inclinato di piazza della Signoria” che attrae i visitatori verso l’angolo di ingresso al piazzale degli Uffizi , verso l’arengario e la Loggia dei Lanzi, ora si è spostato, ritrovando un equilibrio, dal momento in cui il posizionamento della statua interrompe questo flusso. In piazza non esiste più un solo punto di attrazione. È come se la città avesse improvvisamente scoperto che esistono più sistemi solari, più astri; non solo quello splendente del rinascimento, ma anche quello del contemporaneo. Sono cambiati i flussi dei visitatori, e questo per Firenze è un certamente un avvenimento. L’altro elemento su cui riflettere è l’interazione con il basamento. Il rapporto di familiarità, di interrelazione diretta che i visitatori e frequentatori della piazza hanno con il basamento . Non c’è distanza. Il basamento viene usato come


6 MAGGIO 2016 pag. 6

elemento utile anche per attività ordinarie, per immortalare la propria presenza vicino alla scultura. La cui dimensione fiabesca e gigantesca esalta l’empatia e scatena immaginazione e riattivazione archetipica. Su questo posizionamento dell’opera “Searching for utopia” c’è chi (Tomaso Montanari su La Repubblica) ha obiettato che l’opera è del 2003 e che quindi non è una scelta realizzata per questa “location”. Qual è il tuo punto di vista? Considero il prof. Montanari, di cui ho apprezzato certi studi su Bernini, in molti casi un polemista a prescindere. Dice cose, nello specifico, facilmente criticabili. Non voglio addentrarmi in un discorso molto complesso sulla teoria della critica, che investe non solo l’arte ma anche la letteratura del novecento, per ricordare come certa avanguardia ha trovato gusto e piacere nel decontestualizzare continuamente produzioni nate in altri momenti, in altri luoghi, per altre occasioni. La continua rigenerazione del testo nel teatro rappresenta, ad esempio, quello che intendo dire. Esiste un originale che viene continuamente reinterpretato, riletto e modificato in fasi successive. Uno dei metodi basilari del metodo duchampiano è poi quello della decontestualizzazione. Ma non è questa la sede per fare teoria artistica.Più semplicemnete credo che stia nella sensibilità di un artista decidere cosa e quale opera esporre in un determinato contesto. L’artista può decidere di esporre un’opera realizzata in epoca precedente, o inedita come è nel caso di “L’uomo che misura le nuvole”, che è un’opera originaria, nuova, realizzata per essere esposta la prima volta in questa occasione sull’Arengario, Per quanto riguarda la Tartaruga, ritengo che Fabre abbia tutto il diritto di affidarsi alla sua ispirazione e al rapporto antico che stabilisce o ha stabilito nel tempo con un luogo. L’artista ha deciso di utilizzare una grande scultura in modo pressochè “site specific”, volendo con questo generare nuove emozioni e nuove esperienze cognitive in rapporto al contesto. La Tartaruga di Fabre può tranquillamente fare il giro

del mondo ed essere esposta in ogni luogo del mondo. E riattivare ogni volta emozioni e conoscenze, profonde e diverse. Vorrei ora affrontare una questione che riguarda dove collocare le opere d’arte contemporanea. Parto da un esempio. Quando Folon regalò a Firenze le sue opere ci fu una discussione su dove collocarle. Ci fu chi propose (io ad esempio) di collocarle nel nascente parco nell’ex area Fiat a Novoli, e dedicare questo nuovo parco a Folon, creando anche un’interazione fra il progetto di un parco contemporaneo (realizzato su progetto del prof. Aimaro Oreglia D’Isola) e l’arte contemporanea. Le opere alla fine sono state collocate nel giardino delle Rose in diretto rapporto con la città storica, cosa che a Novoli non sarebbe stato possibile. Una bellissima installazione fra l’altro. Ma non è questo il punto. Il punto è quale rapporto si può instaurare fra l’arte contemporanea e la città intesa in senso complessivo. C’è un problema aperto nella modernità che è quello del monumento. Si potrebbe dire che questo grande iato lo ha prodotto Rodin quando propose di installare certe sue opere sul piano terra senza il basamento. Da allora l’artista contemporaneo si è cimentato con il

monumento in una dimensione sempre nuova e diversa. Sono venute meno, infatti, le ragioni del monumento tradizionale, che rappresentava i valori identitari con i quali si rappresentava una nazione, una regione, una città, un gruppo sociale e un’elite. La città contemporanea ha, anche per questo, perso una propria unica centralità (luogo contrassegnato dal monumento), e ha costruito volente o meno più centri. Esiste oggi una città policentrica. Gli artisti si confrontano in forme più o meno monumentali con questi nuovi spazi, siano essi supermercati piuttosto che stazioni ferroviarie. Ma questo riguarda le opere permanenti, anche se di permanente come sappiamo c’è ben poco. Altra cosa è immaginare alcuni luoghi, come poteva essere il parco di Novoli, oppure potremmo pensare anche alle Cascine, oppure come il giardino delle Rose (dove è estremamente piacevole incontrare queste sculture che creano una dimensione fiabesca che interagisce con la città che fa da sfondo come quinta straordinaria), dove pensare di installare opere d’arte contemporanea. E qui entra in azione la progettualità politica che dovrebbe avere un disegno di lungo periodo e fare

in modo che in un determinato luogo si possano raccogliere per un periodo di tempo lungo, all’interno di un chiaro percorso concettuale diverse creazioni contemporanee. Sarebbe un bellissimo progetto dove il buon governo della progettazione “effimera” delle mostre temporanee (ma che effimera non lo è perché produce arricchimento e conoscenza) avrebbe come ricaduta l’acquisizione di un’opera per incrementare una collezione all’aperto. Certo occorre un progetto, e una determinazione nel perseguire questo progetto, che travalichi il periodo ordinario di governo della città, ma che lascerebbe in eredità ai cittadini di Firenze un patrimonio culturale e di rappresentazione del contemporaneo che potrebbe, in un lasso di tempo storico, confrontarsi con il passato. E potrebbe contribuire ad una maggiore e migliore educazione al “bello contemporaneo”. Potrebbe influire poi sui flussi turistici della città. Ritengo che le sponsorizzazioni potrebbero essere utilizzate a sostenere l’organizzazione di mostre temporanee, mentre le risorse pubbliche dovrebbero essere destinate all’acquisizione di opere contemporanee oltreché alla mediazione culturale. Potrebbe valerne la pena.


6 MAGGIO 2016 pag. 7 Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

I

l genere fotografico noto come “street photography” si presenta fondamentalmente con due facce, quella rispettosa, derivata dalla cultura francese, ed europea per estensione, della “photographie humaniste”, attenta alle persone che vivono nella strada, e quella aggressiva che deriva da una certa cultura americana che, salvo vistose eccezioni, vede la strada come un elemento fine a se stesso, non come un teatro su cui si rappresenta la “comédie humaine”, ma come il trionfo del costruito e dell’artificiale, un fondale che le persone attraversano velocemente, non come dei protagonisti, ma come delle semplici comparse, il cui volto è spesso celato o ridotto ad una maschera. Roger Mayne (1926-2014) è uno dei pochi fotografi inglesi che si inseriscono nel solco “humaniste”. La sua attività inizia timidamente nei primi anni Cinquanta, per raggiungere la piena maturità nella realizzazione di un importante lavoro, svolto fra il 1956 ed il 1961 in Southam Street, a Notting Dale, nel quartiere londinese di North Kensington, proprio a fianco dell’attuale e più nota Notting Hill. La zona di Notting Dale, abitata in origine prevalentemente da zingari e guardiani di maiali, diventa oggetto a metà dell’Ottocento di massicci interventri di edilizia residenziale a buon mercato, e già alla fine del secolo viene definito come “il luogo irrimediabilmente più degradato di Londra”. Negli anni fra le due guerre diventa il rifugio degli immigrati più poveri e dei meno fortunati fra i membri della “working class”, nonostante gli alloggi fossero dichiarati come “non idonei alla abitazione umana”, con una densità abitativa per stanza quattro volte superiore alla media della città di Londra. La maggior parte delle abitazioni non hanno un bagno e l’elettricità vi arriva solo a metà degli anni Cinquanta. Questa situazione di estremo degrado permane fino alle grandi ristrutturazioni, con ampie demolizioni e ricostruzioni integrali, avvenute negli anni Settanta. È in questo contesto che Roger Mayne si trova ad operare, osservando e condividendo la vita dei gruppi di giovani ed adolescenti che passano in strada tutto

Roger Mayne

Street photography all’inglese il loro tempo, vagabondando, chiacchierando, scommettendo, litigando, ma anche ballando, scherzando e, specialmente i più piccoli, giocando. La scelta di una zona problematica come Southam Street sembra essere il riflesso della sua infanzia, altrettanto povera e difficile, e Roger Mayne coglie tutti i momenti della vita di strada con una sorta di complicità, scoprendo e trovando nella strada dei momenti di rara bellezza e di imprevista armonia, realizzando immagini lontane dalle immagini di “denuncia sociale” che imperverseranno nei decenni successivi ad opera di fotografi meno “coinvolti” ma sicuramente più cinici. Vicino ai giovani “teddy boys” che si raggruppano nelle bande del quartiere, affascinato dalla loro cultura urbana, completamente diversa da quella degli altri quartieri londinesi, ed altrettanto affascinato dalle loro compagne, le “teddy girls” che si distinguono per l’abbigliamento inconsueto e la disinvoltura delle loro abitudini. Ma quello che maggiormente interessa Mayne sono i giochi dei bambini e dei ragazzini di strada, il calcio, il cricket ed altri giochi improvvisati, in mezzo ad edifici diroccati ed a depositi di materiali abbandonati, con oggetti di recupero, ruote di bicicletta o spade di legno, facendo trionfare l’aspetto gioioso di fronte a quello drammatico. Al di là dei risvolti sociologici, le immagini di Mayne sono dei veri piccoli capolavori di composizione, intuizione e rappresentazione, legate alle contemporanee tendenze artistiche, piuttosto che ai rigidi canoni del fotogiornalismo dell’epoca. Naturalmente, oltre alle persone, Mayne fotografa anche l’ambiente, le interminabili file di case tutte uguali, le facciate consumate dal tempo e le allucinanti e grigie prospettive urbane, ma il suo rapporto privilegiato rimane quello con le persone che incontra e da cui riesce a farsi accettare senza resistenze. Dopo l’esperienza di Southam Street Mayne comincia a viaggiare e ad utilizzare il colore, passa lunghi periodi in estremo oriente, realizza nuovi servizi e pubblica dei fotolibri, espone in mostre collettive e personali, ma ancora oggi il suo nome è legato alla sua prima fondamentale esperienza maturata sulla strada, su quella particolare strada.


6 MAGGIO 2016 pag. 8 Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

I

libri d’artista sono un oggetto di studio difficile da definire e da classificare per la loro duplice natura di essere al tempo stesso prodotto artistico e culturale, nonché frutto dell’impulso creativo e oggetto di speculazione estetica. Si tratta di un fenomeno ambiguo e sfuggente, nato in seno a una rivoluzione culturale che ha messo in luce l’esistenza di un nuovo rapporto fra l’artista, il pubblico e il manufatto editoriale. La stessa dicitura - ambigua e sfuggente - racchiude in sé una vasta moltitudine di prassi artistiche e di posizioni teoriche, indicando sia un nuovo modus operandi in forma di libro, sia uno spazio alternativo di esperienza attiva e di esplorazione soggettiva del presente. Il libro d’artista rappresenta di fatto il segno di una svolta storica: sviluppatosi sistematicamente a partire dalla stagione delle Neoavanguardie, ha aperto le porte verso la dimensione mediatica della speculazione e dell’autopromozione, facendo dell’Arte un veicolo comunicativo più vicino al lettore e più fruibile al pubblico, ove le arti si fondono nel miraggio della complessità culturale, divenendo un organismo artistico e letterario a se stante. Un’entità polimorfa e auto-significante che mantiene in sé gli elementi costituivi dell’opera d’arte e del prodotto culturale; un luogo formativo diverso da quello letterario, ma per eccellenza dedito alla comunicazione diretta che ha preso a prestito gli strumenti e le tecniche dell’editoria per farne un uso estetico nuovo e inedito; un mezzo e un supporto artistico alternativo, in grado di ampliare i principi espressivi; uno spazio riservato alla scrittura segnica, verbale e iconica; un fondamento teorico, in cui scritture e figurazioni sconvolgono il linguaggio canonico, mettendo in risalto il significante rispetto al messaggio stesso; il risultato di una precisa scelta estetica intrapresa dall’artista pagina per pagina: sono solo alcune delle possibili definizioni attribuibili all’oggetto in esame, troppo enigmatico per essere facilmente catalogato e posizionato in senso archivistico. Tuttavia, pur mantenendo in sé le caratteristiche proprie della letterarietà e dell’artisticità, il libro d’artista contemporaneo rimane un bene

Rigorosamente libri... d’artista

culturale di respiro storiografico, svincolato dai processi commerciali e spesso oggetto di una particolare attenzione collezionistica, poiché l’Arte è una passione visiva e intellettiva che solo i veri amanti possono comprendere. La mostra dei volumi, provenienti dall’Archivio Carlo Palli, in mostra alla Fondazione Banca del Monte di Lucca dal 7 maggio all’11 giugno, offre una spaccato sul valore del libro d’artista e sull’importanza del libro d’arte dalle neoavanguardie a oggi, come testimonianza storica e storiografica di come l’Arte sappia animare il mondo culturale, attraverso spinte creative che la parola letteraria da sola non sarebbe in grado di operare, poiché fra libro d’arte e libro d’artista esiste un confine sottile e labile, che solo lo scorrere del tempo e la critica futura potranno determinare con precisione. Proprio nella commistione di arti e discipline e nell’omogenea scelta di nomi e titoli è possibile riscoprire la qualità della tecnica estetica e dell’industria culturale, unite insieme per sondare i campi

del contemporaneo, nonostante la complessità attuale e la difficile catalogazione di tendenze e movimenti che ancora oggi operano in nome di una Cultura non satura di prospettive e possibilità. Maneggiare, contemplare, leggere e sfogliare un prodotto artistico - sia esso un libro d’arte, oggetto o d’artista - è un evento performativo dal grande impatto cognitivo, poiché la lettura estetica è un gioco di significati e linguaggi, è un gioco di realtà e paradossi, di sensi e non-sensi; è un gioco coscienzioso di sperimentazioni che cancellano e riscrivono la Storia dell’Arte nella consapevolezza che lo sforzo creativo e intellettivo è lo strumento migliore per lavorare sul presente e sul progresso. Elenco degli autori delle opere esposte: Vincenzo Agnetti, Luca Alinari, Oreste Amato, Alain Arias-Misson, Enrico Baj| John Baldessari, Lanfranco Baldi, Calogero Barba, Vittore Baroni, RobertBarry, Luciano Bartolini, Gianfranco Baruchello, Massimo Barzagli, MirellaBentiviglio,

Maurizio Berlincioni, Gianni Bertini, Joseph Beuys, JulienBlaine, Alighiero Boetti, Achille Bonito Oliva, Jean-François Bory, AntoninoBove, Gianni Broi, Umberto Buscioni, Sylvano Bussotti, John Cage, UgoCarrega, Luciano Caruso, Enrico Castellani, Guglielmo Achille Cavellini |César, Andrea Chiarantini, Giuseppe Chiari, Hans Clavin, FrancescoClemente, Giusi Coppini | Corneille, Claudio Costa, Guido Crepax, BettyDanon, Paolo Della Bella, Giuliano Della Casa, Ernesto M. De Melo e Castro| Fabio De Poli, Paul De Vree, Corrado D’Ottavi, Marcel Duchamp | EmilyJoe, Amelia Etlinger, Fabio Massimo Faggi, Alberto Faietti, Fernanda Fedi, Ian Hamilton Finlay - Gordon Huntly, Giovanni Fontana, Kiki Franceschi, AldoFrangioni, Ken Friedman, Jochen Gerz, Gino Gini, Al Hansen| GeoffreyHendricks, Dick Higgins, Emilio Isgrò, Isidore Isou, Allan Kaprow, TomasoKemeny, Alison Knowles, Jiří Kolář, Jannis Kounellis, Liliana Landi, KettyLa Rocca, Maurice Lemaitre, Alfonso Lentini, Daniele Lombardi, DarioLongo, Arrigo Lora-Totino, Luigi Mainolfi, Roberto Malquori, RenatoMambor, Man Ray, Elio Marchegiani, Lucia Marcucci, Mario Mariotti, Stelio Maria Martini, Paolo Masi, Mario Merz, Eugenio Miccini, Zoran Music, Maurizio Nannucci, Giulia Niccolai, Hermann Nitsch, Claes Oldenburg, YokoOno, Luigi Ontani, Luciano Ori, Claudio Parmiggiani | A.R. Penck, MichelePerfetti, Lamberto Pignotti, Alessandro Poli, Dieter Roth, Alain Roussel |Sarenco, Wim T. Schippers, Gianni Emilio Simonetti | Sol Lewitt, AdrianoSpatola, Franco Vaccari, Paul Vangelisti, Ben Vautier, Emilio Villa, RodolfoVitone, Wolf Vostell, Lawrence Weiner, La Monte Young - Jackson Mac Low


6 MAGGIO 2016 pag. 9 Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it di

C

ompie dieci anni l’etichetta romana Glacial Movements, fondata da Alessandro Tedeschi per realizzare un programma molto preciso e al tempo stesso molto particolare. Per capire di cosa si tratti basta pensare al nome: il termine movimenti glaciali ci invita a mettere da parte lo stereotipo che associa il ghiaccio e il freddo estremo a luoghi dove manca la vita. La realtà è diversa: la vita esiste anche qui, ma è meno visibile, non fa rumore, scorre a ritmi più lenti. La proiezione sonora di questa filosofia è una musica fatta di atmosfere, realizzata in prevalenza con strumenti elettronici. Chi ama le etichette può definirla musica ambientale (ambient music), concetto teorizzato da Erik Satie (1866-1925) ma volgarizzato molto più tardi da Brian Eno. Nel 1978, quando

di

Monica Innocenti

I fatti che leggerete sono veramente accaduti, i personaggi sono reali e niente è frutto di fantasia (anche se stenterete a crederlo). Anno domini 2016 - interno notte, una città di provincia della Toscana felix (Lucca). Incontro tra donne. Argomento della serata: riappropriarsi del proprio io femminino, definire il ruolo della donna nella società e “scoprire la Dea che c’è in te”. In attesa dell’inizio faccio conoscenza con una delle presenti e parliamo della divisione dei ruoli in famiglia. Dico che non ho mai fatto una lavatrice (la fa sempre mio marito), perché in casa nostra i ruoli predefiniti non esistono e li consideriamo un retaggio dei tempi passati. Il succo della risposta mi fa sbarrare gli occhi: “Infatti: al giorno d’oggi le lavatrici sono così complicate che serve un uomo per comprendere le istruzioni”. La relatrice fa il suo atteso ingresso. Il suo discorso sulle donne e per le donne fatto alle donne presenti comincia con un peana al ciclo femminile che, secondo lei, viene però descritto con termini sgradevoli tipo ...mestruazioni (o menarca che è invece solo la prima): quale potrebbe essere una definizione sufficientemente

passata sotto i ponti. Alessandro Tedeschi non condivide le parole di Eno, ma pensa che la musica debba contenere “un elemento, anche se infinitesimale, che rapisca e porti altrove”. Sorretto da una passione sincera, Tedeschi è riuscito a formare un catalogo di tutto rispetto, nel quale spiccano artisti come Aidan Baker, Machinefabriek, Philippe Petit e Rapoon. Fra le produzioni più recenti spicca The Storm of Silence, nato dalla collaborazione fra il giapponese Chihei Hatakeyama e il fiammingo Dirk Serries (fino al 2007 noto come Vidna Obmana). Entrambi musicisti prolifici, i due hanno una lunga discografia con numerose collaborazioni. Ghiaccio, quiete, silenzio: brani come “Hvit” e “Uvaer”

Ghiaccio vivo pubblicò Ambient 1 - Music for Airports, il musicista inglese scrisse che questa musica “deve essere capace di andare incontro a numerosi livelli di attenzione nell’ascolto senza esaltarne uno in particolare; deve essere tanto ignorabile quanto è interessante”. Ma da allora molta acqua è

traducono in modo prefetto la filosofia dell’etichetta. Apparentemente immobili, ma in realtà ricchi di variazioni come un organismo vivente. Il legame col mondo nordico viene sottolineato con titoli tratti dal norreno antico: “Hvit” (bianco), “Kulde” (freddo), “Fryst” (ghiacciato). La confezione, semplice e raffinata, è l’ideale complemento grafico della musica che racchiude. Prima di chiudere, bisogna sottolineare che Tedeschi non è soltanto il fondatore, ma che compone con lo pseudonimo di Netherworld (termine che richiama la mitica regione sotterranea presente in varie religioni). Nel suo CD Alchemy of Ice (Glacial Movements, 2013) ampi blocchi sonori raggiungono l’udito come folate di vento gelido. Ma ascoltando con la massima attenzione, possiamo sentire che anche qui pulsa la vita.

Cronaca di una serata per sole donne

poetica? A questo domanda non è riuscita a darsi una risposta. Resto perplessa e azzardo tra me e me: potrebbe andare “delicato fluido vermiglio che sgorga, in armonia col ciclo lunare, dalla fonte eterna della vita”? La relazione continua; ci sono ruoli definiti e non intercambiabili nella società, in quanto un ruolo tipicamente maschile (di comando o di alta responsabilità) affidato ad una donna, finisce inevitabilmente per snaturarla e mascolinizzarla. Ho citato Angela Merkel (che il noto femminista Berlusconi definì “culona intrombabile”); risposta: ti sembra femminile? E Hillary Clinton? Beh, una via di mezzo. La first lady americana invece

(notoriamente di bell’aspetto) è stata catalogata come l’eccezione che conferma la regola. Insorgo nella generale disapprovazione. Nel prosieguo la relatrice colloca le geishe (confuse tra l’altro con delle prostitute) in Cina e afferma che se un uomo tradisce la propria donna questa, invariabilmente e senza eccezioni, deve domandarsi cosa e dove ha sbagliato. Insorgo nella generale disapprovazione. Lo spunto per la serata era il libro di un “curandero” che viene fatto girare tra le donne presenti; confesso di non averlo letto e di non aver intenzione di farlo, anche perché l’uomo è stato accusato di violenza carnale su una ragazza durante le sue sedute da guaritore. La relatrice me lo conferma (ha visto anche il servizio relativo in una nota trasmissione tv), ma lo giustifica dicendo che, chi la conosceva, aveva definito la ragazza vittima piuttosto “strana”. Appunto! Insorgo nella generale disapprovazione. Ed ecco la degna conclusione: prende la parola una signora sulla settantina (forse la sua preoccupa-

zione principale durante le lotte per l’emancipazione femminile era coordinare il colore del maglione con quello dell’ombretto?) e racconta un tragico episodio di femminicidio accaduto nel suo paese; la morale del tutto è che se un uomo così bravo e lavoratore (lei lo conosceva bene) è arrivato ad uccidere, la moglie qualcosa di grave doveva pur aver commesso! Insorgo nella generale disapprovazione. In rapida successione: si era affermata l’inferiorità cerebrale delle donne, la naturale e giustificata remissività della loro natura e sdoganati stupro e femminicidio. Per fortuna si trattava di una serata tra donne e per le donne! Era davvero troppo; ho guardato il cellulare per sapere l’ora e la relatrice ne ha subito approfittato per chiedermi se era tardi e dovessi per caso andarmene. Le sorrido, saluto e me ne vado. Appena uscita lei si scusa con i suoi ospiti per la mia ingombrante presenza; me lo ha raccontato il giorno seguente quando ci siamo viste a pranzo, da buone amiche. Tutto come prima tra di noi: perché “semo donne e siam parenti e nun ce famo complimenti”!


6 MAGGIO 2016 pag. 10 Annamaria Manetti Piccinini piccinini.manetti@gmail.com di

D

ura Europos. Dal fittissimo, antropizzato reticolo di Aleppo, la mente si apre al ricordo di vaste estensioni, lunghi percorsi desertici incontro all’Eufrate, fiume magico, ombelico della nostra civiltà. Uno dei siti archeologici più suggestivi del medio Oriente, Dura Europos, città carovaniera e porto fluviale di primaria importanza, scoperto casualmente dagli Inglesi durante uno dei tanti scontri coloniali, fra la prima e la seconda guerra mondiale, conserva un sito particolarissimo proprio perché conservato per oltre due millenni sotto una terra desertica. Si vaga fra rovine di mattoni di fango che si confondono col colore del terreno, entrando ora in un cunicolo, ora sotto un’arcata semidistrutta. Ricordo che il custode raccontava orgoglioso che in questi canali furono sperimentati i primi ‘gas’ contro i Romani, a base di zolfo e altre sostanze tossiche, col risultato di farli morire soffocati. Invece qui intorno, ancora oggi, c’è vita. Lungo l’Eufrate si sono fermate alcune popolazioni seminomadi. Splendide donne, avvolte elegantemente in vesti coloratissime, ed uomini dall’aspetto regale, ci vengono incontro con i loro bellissimi bambini. Ci salutano con rispetto, con qualche welcome, accennando ad alcuni sedili di canne intrecciate. Sono, oltre che di una bellezza rara, tutti alti, dal carnato ambrato ed occhi luminosi, puliti nella persona e ordinati. Specie le donne hanno degli ornamenti bellissimi, orecchini pendenti, braccialetti, collane. Naturalmente ce li mostrano per venderli, ma senza insistenza: li mettono in mostra su un muricciolo, coperto da un panno porpora, e aspettano sorridenti. I gioielli sono di un metallo che assomiglia a un oro molto spento, lavorati a traforo. Sono fra la bigiotteria più bella che ho visto in Medio Oriente. Una volta realizzata qualche vendita, si siedono tranquilli disposti, se fosse possibile, alla conversazione pomeridiana, con qualche parola in inglese. Verrebbe voglia di restare lì, accanto a loro, lungo il fiume che scorre pacifico e solenne, in un eterno presente. Ci si sente piccoli e un po’ sciocchi di fronte a quell’umanità, forse di una saggezza che ci sovrasta… Mari. Verso sud, quasi ai confini

Siria: alla ricerca di paesaggi perduti

Parte 4

In alto due immagini del tempio di Bel a Dura Europos e della sua distruzione da parte dell’Isis. Sotto lo ziggurat di Mari

dell’Irak, in un percorso nella valle dell’Eufrate, con zone verdeggianti o semidesertiche, si giunge a Mari, poco conosciuta e non frequentata dal turismo. Della città che risale forse al IV millennio a.C. è stato scavato, fortunatamente, solo un primo livello. Le rovine sono dello stesso colore di quelle di Dura Europos, di mattoni di terra grigia. Sembrano ergersi in una solitudine assoluta. Senonché, da dietro quelle mura, ecco scappar fuori due ragazzini, poi un terzo, che si arrangiano a farsi capire. Sono i figli del custode del sito, che non abita ovviamente lì. Ma forse hanno visto da lontano arrivare la jeep e sono corsi, con la loro mercanzia di contrabbando. Si tratta di piccoli vetri di scavo, un paio di sottilissime ampolle, la cosa più bella, e anforette sbrecciate. Ma sebbene terrose s’indovina un colore azzurrino, cangiante. I ragazzi insistono, vorrebbero contrattare. Il prof. archeologo che ci accompagna tiene il punto, ma qualcuno di noi non resiste: si assenta come per un bisogno, il Prof. fa finta di non vedere. E poi i bambini sono evidentemente poverissimi. Insomma la solita opera buona... Lo sguardo spazia in un territorio immenso. Le rovine di Mari, via via che ci allontaniamo, appaiono come un paesaggio lunare: siamo ai confini dell’Irak e sembra d’essere ai confini del mondo. Ma le favole anche qui, in questo silenzio che fu magico, han lasciato posto alle distruzioni più sciagurate e gratuite delle nostre civilizzatissime nazioni.


6 MAGGIO 2016 pag. 11 di

Panstarrs, dalla Nube di Oort

Redazione Media Inaf

U

na cometa più unica che rara. Un pezzo dell’epoca della formazione della Terra ritorna dopo miliardi di anni. La cometa senza coda ci riporta dalla nube di Oort alcuni indizi sull’origine del Sistema solare. Rappresentazione artistica del singolare oggetto C/2014 S3 (PANSTARRS). Alcuni astronomi hanno trovato un oggetto raro, anzi unico, che sembra essere fatto di materiale delle zone interne del Sistema solare, risalente all’epoca della formazione della Terra, conservato per miliardi di anni nella Nube di Oort, molto lontano dal Sole. Le osservazioni ottenute con il VLT (Very Large Telescope) dell’ESO e con il telescopio CFHT (Canada France Hawaii Telescope) mostrano che C/2014 S3 (PANSTARRS) è il primo oggetto scoperto su un’orbita cometaria di lungo periodo che ha le caratteristiche di un asteroide incontaminato del Sistema solare interno. Potrebbe svelarci importanti indizi sulla formazione del Sistema solare. In un articolo, pubblicato oggi sulla rivista Science Advances, Karen Meech (dell’Institute for Astronomy dell’Università delle Hawaii) e i suoi colleghi concludono che PANSTARRS si è formata nelle zone interne del Sistema solare contemporaneamente alla Terra, ma è stata da lì espulsa in una fase precoce della formazione dei pianeti. Le osservazioni indicano che è un antico corpo roccioso, piuttosto che un asteroide contemporaneo che si è perso per strada. Come tale, è uno dei potenziali mattoni costitutivi dei pianeti rocciosi, come la Terra, che è stato espulso dalle zone interne del Sistema solare e conservato nei ghiacci della Nube di Oort per miliardi di anni. La nube di Oort è una vasta regione che circonda, come una gigantesca, spessa bolla di sapone, il Sole. Si stima che contenga milioni di milioni di corpi ghiacciati. Ogni tanto uno di questi corpi viene urtato e cade verso l’interno del Sistema solare, dove il calore del Sole lo trasforma in una cometa. Si pensa che questi corpi ghiacciati siano stati espulsi dalla regione dei pianeti giganti mentre questi si formavano, nelle prime epoche del Sistema solare. Karen Meech ha spiegato le inattese osservazioni: “Conoscevamo già molti asteroidi, ma questi sono stati arrostiti dalla loro vicinanza per

miliardi di anni al Sole. Questo è il primo asteroide ancora “crudo” che possiamo osservare: è stato conservato nel miglior freezer che esista”. C/2014 S3 è stata identificata in origine dal telescopio Pan-STARSS1come una cometa debolmente attiva, a poco più di due volte la distanza della Terra dal Sole. Il periodo orbitale attuale, molto lungo (di circa 860 anni) suggerisce che la sua origine sia nella Nube di Oort e che sia stato solo relativamente recente indirizzato verso un’orbita che lo porta più vicino al Sole. L’equipe ha subito capito che PANSTARRS era insolita, poiché non ha la caratteristica coda che la maggior parte delle comete a lungo periodo produce quando si avvicina così al Sole. Come risultato, è stata soprannominata la cometa Manx Lido Contemori lidoconte@alice.it di

Il migliore dei Lidi possibili

Sans cerveau mais avec papiers Disegno di Lido Contemori Didascalia di Aldo Frangioni

(o dell’Isola di Man), dal nome del gatto senza coda. A poche settimane dalla scoperta, l’equipe ha ottenuto spettri del debole oggetto con il VLT dell’ESO in Cile. Uno studio attento della luce riflessa da C/2014 S3 indica che è tipica degli asteroidi noti come tipo-S, di solito presenti nella fascia principale degli asteroidi. Non appare come una cometa tipica, che dovrebbe formarsi nelle zone esterne del Sistema solare ed essere ghiacciata invece che rocciosa. Sembra che il materiale sia stato solo scarsamente trasformato, indicando che è stato congelato per molto tempo. L’attività cometaria molto debole associata con PANSTARRS, consistente con la sublimazione di ghiaccio d’acqua, è circa un milione di volte minore di quella delle comete attive a

lungo periodo quando raggiungono distanze simili dal Sole. Gli autori hanno concluso che questo oggetto è probabilmente fatto da materiale nuovo del Sistema solare interno che è stato conservato nella Nube di Oort e ora sta ritornando verso il centro del nostro sistema planetario. Alcuni modelli teorici sono in grado di riprodurre la maggior parte delle strutture che vediamo nel Sistema solare. Una differenza importante che differenzia i risultati prodotti tra questi modelli riguarda proprio oggetti che compongono la Nube di Oort. Alcuni di essi prevedono rapporti molto diversi tra corpi rocciosi e corpi ghiacciati. Questa prima scoperta di un oggetto roccioso dalla Nube di Oort è perciò una verifica importante delle diverse previsioni avanzate dalle teorie proposte. Gli autori stimano che l’osservazione di 50-100 di queste comete Manx sia necessaria per distinguere tra gli attuali modelli, aprendo un nuovo filone nello studio delle origini del Sistema solare. Il co-autore Olivier Hainaut (ESO, Garching, Germania) ha detto: “Abbiamo trovato la prima cometa rocciosa e ne stiamo cercando altre. A seconda di quante ne troveremo sapremo se i pianeti giganti hanno danzato avanti e indietro nel Sistema solare quando erano giovani o se sono cresciuti quietamente senza spostarsi di molto”.


6 MAGGIO 2016 pag. 12 Paolo Marini p.marini@inwind.it di

A

ncora fino al prossimo 16 maggio, presso la Galleria-Libreria d’Arte “Babele” (a Firenze, via delle Belle Donne 41/r), si può visitare la mostra dal titolo “Il mare di Ulisse – Vagabondaggi mediterranei”, nella quale si espongono 25 opere del pittore fiorentino Patrizio Gervasoni. 12 di queste sono dipinti eseguiti con una tecnica - quella della tempera a uovo (segnatamente con il ‘rosso’, o tuorlo, a fungere da collante per i pigmenti) - che ebbe attorno al Quattrocento, essendo ben più antica, uno sviluppo prepotente. Non si sarà sempre trattato di uovo puro (per l’uso promiscuo di altri collanti, animali o vegetali) ma tale tecnica è stata utilizzata, per esempio, da Giotto nella Cappella degli Scrovegni; ed altresì per la “Primavera” del Botticelli, la leonardesca “Monna Lisa” e l’immenso “Giudizio universale” di Michelangelo. Capace di assicurare ai dipinti colori brillanti e resistenza nel tempo, giunge ai nostri giorni soprattutto grazie al “Libro dell’arte”, celebre trattato di pittura del colligiano Cennino Cennini (1370-1440 ca.). Ricorrervi tuttora, nel tempo presente, può assumere un valore simbolico. Perché, se l’arte di oggi “si fa con tutto” (dal titolo di un libro di Angela Vettese sull’arte contemporanea), l’applicazione, il (tornare a) prestare attenzione ad una tecnica che richiede manualità e pazienza, è quasi un contro-canto rispetto alla pressoché totale libertà-da-tutto che lo spirito contemporaneo ha trasformato in pensiero unico, monocultura. È un ribadire che ogni attività umana soggiace a delle regole, esige per lo più faticosi apprendistati, l’impiego di tempi lunghi rispetto a istanze o committenze che dettano termini da ready made. È anche l’idea che il metodo esige la sua parte e che un’opera non può consistere del solo messaggio (ammesso e non concesso che un ‘messaggio’ sempre vi si debba rintracciare). Con riferimento alla distinzione tra dimensione artigianale e poetica dell’arte (Paolo D’Angelo), è come se - malgrado l’imperversare da decenni di una

Il mare di Ulisse sorta di ‘movimento di liberazione dalla téchné’ – la prima potesse sempre riguadagnare, in poco più che un attimo, tutto il terreno che le è stato sottratto, una rivincita inattesa o forse la conferma che – all’ombra delle scintillanti avanguardie e delle loro suggestioni - non è mai tramontata. Tornando a Gervasoni, nelle tele che ho presenti la terra è sempre osservata dal mare; e resta lontana, anzitutto psicologicamente. Il mare è il centro, Massimo Cavezzali cavezzalicartoons@hotmail.com di

S cavez zacollo

il punto di vista dell’artista ed è tradotto in estese campiture che ne suggeriscono una peculiare fissità. È un mare protagonista/ non-protagonista, amato e anonimo, che guadagna la propria forma, la propria anima solo grazie alle lingue di terraferma e ai cieli. Sembra dirci che tutto si costruisce o prende vita in relazione a qualcos’altro. Anche se il senso del viaggio di Ulisse (abusata metafora della vita) si dice il viaggio stesso (e pertanto non ha bisogno della meta, da

cui i “vagabondaggi”), magari una meta c’è - per quanto nascosta - e per essa progredisce la vita. Non esiste al mondo qualcosa che valga in assoluto, per sé. Anche se è sgradevole affermarlo, il mare dà una falsa percezione, l’illusione di un infinito che in realtà abita nell’uomo. Come un corpo, anche il mare è un sistema di relazioni finito. È a partire dalla sua, come dalla propria finitezza, che l’uomo (e l’artista) impara a guardare oltre.


6 MAGGIO 2016 pag. 13 di

Anna Soldani

Metempsicosi dell’amanuense

P

rossimamente, il 13 maggio, alle ore 21,00 presso L’Officina di Profumo - Farmaceutica di Santa Maria Novella, via della Scala 16, si inaugura una mostra di Zabagli dal titolo “INK/inchiostro”. Franco Zabagli lavora presso il Gabinetto Vieusseux di Firenze, è uno studioso di letteratura italiana, e ha scritto saggi su Leopardi, Pascoli, Montale e Pasolini. Sono venuta a fargli visita per un’intervista, nella sua piccola casa piena di libri, ma anche di oggetti indicativi di un suo particolare gusto per l’arte orientale e l’arte etnica. Oggetti che hanno tutta l’aria di voler prendere, poco a poco, il posto dei libri. Caro Franco, questa sovrapposizione mi ricorda subito un altro interno fiorentino, contenitore particolare della bellezza, con i quadri di Cecco Bravo appoggiati in terra e accostati ai libri... Sicuramente vuoi riferirti al tuo Maestro, Luigi Baldacci, ai suoi quadri appesi davanti agli scaffali dei libri, libri certo numerosissimi ma che in casa sua quasi non si vedevano più. Però il mio collezionismo al confronto è un povero trovarobato, nulla di minimamente paragonabile a quello di Baldacci. Ho avuto il privilegio di poterlo frequentare abbastanza spesso nei suoi ultimi anni. Quei quadri che coprivano i libri mi sembravano il segno di come in lui il letterato, il grande studioso e critico letterario, a poco a poco avesse fatto sempre più spazio al conoscitore d’arte e al collezionista,  orientato su scelte estetiche diverse e lucidamente canalizzate. Il Seicento Fiorentino, senz’altro, ma anche l’arte etnica, le maschere e le sculture africane in particolare, quasi andando incontro a un’autenticità essenziale, tellurica, a forme archetipiche lontane dalla tradizione occidentale. Dunque, perché a un certo punto della tua vita, tu che di occupi professionalmente di letteratura e, soprattutto di filologia,  hai sentito l’esigenza di questa avventura nel mondo dell’estetica, come avrebbe detto appunto Luigi Baldacci? Che cosa ti ha spinto verso la dimensione della pittura?   Un insieme di motivi, non tutti ancora chiari neppure a me stesso, né cerco di chiarirli troppo per timore di perdere la spontaneità e il piacere dell’esecuzione. Il fatto principale è che ho studiato a lungo i mano-

scritti antichi, dove si ha sotto gli occhi il lavoro dell’amanuense, e ho studiato poi anche i manoscritti degli scrittori e dei poeti contemporanei. Mi è venuto naturale cominciare a fare attenzione ai manoscritti in sé, al loro aspetto puramente visivo e compositivo, al di là del testo che tramandano. Sono uno studioso abituato a operare con gli strumenti della filologia sui testi letterari, sia antichi che moderni. Ho studiato con Rosanna Bettarini, che insieme a Gianfranco Contini ha curato L’opera in versi di Montale, la prima edizione critica applicata all’opera di un poeta contemporaneo e vivente. Sono insomma le esperienze fatte in tutti quegli anni di studio che mi hanno portato a meditare sulla pagina scritta in sé, sul fascino puro dei segni.  Parallelamente ho preso a interessarmi anche all’arte orientale, all’estetica di culture in cui non si distingue fra il disegno e la parola scritta, perché la lingua non è alfabetica ma ideogrammatica. Ho cominciato a combinare la sensibilità visiva educata sui manoscritti antichi e sugli autografi moderni ai procedimenti della calligrafia orientale, ho fatto diversi corsi di calligrafia, e più che altro ho  cominciato a seguire il lavoro di altri artisti, soprattutto stranieri. La calligrafia in vari paesi del Nord Europa è molto vivace, con esiti ormai assimilati all’arte tout court. E comunque la scrittura è da tempo integrata nell’espressività della pittura contemporanea, pensiamo ad artisti come Cy Twombly, e in Italia a Schifano, a Giosetta Fioroni. La scrittura è il segno dell’istantaneità di un gesto, un aspetto che la lega alle modalità dell’action painting, che a sua volta ha una riconosciuta analogia con la calligrafia orientale.

E nella stessa pittura figurativa, non solo in quella moderna, possiamo trovare esempi in cui l’energia del gesto fa parte dello stile esecutivo. Ci sono degli artisti, per esempio De Pisis, in cui la velocità dell’esecuzione contribuisce di per sé al risultato, alla bellezza stessa del quadro. Montale, a proposito di De Pisis, parlava di pittura stenografica, e trovo bellissimo che abbia fatto ricorso proprio a una analogia legata alla scrittura per spiegare quel modo di dipingere. Parliamo un po’ di tecnica. Puoi dirmi quali sono gli strumenti che usi per dipingere, oppure questo è un tuo segreto? Figuriamoci. Nessun mistero da bottega alchemica. Adopero per lo più pennini e stilografiche a “pennino tagliato”. Ma da tempo tendo a usare in prevalenza la cola pen, una penna ideata alcuni anni fa da un calligrafo belga: si chiama così perché è stata costruita artigianalmente utilizzando l’alluminio delle lattine di Coca-Cola. Me ne sono costruite alcune io stesso, altre ne ho comprate in negozi specializzati all’estero o tramite internet. Sono penne che il gesto può controllare solo in parte, e che spesso conferiscono al segno una drammaticità imprevedibile. Oltre alla cola pen uso anche i cosiddetti “tiralinee”, utilizzati per il disegno da architetti e ingegneri prima che la tecnica digitale prendesse il sopravvento. E spesso uso anche il contagocce, per effetti ancor più imprevedibili di dropping e di macchia, ma anche per la stessa scrittura. E poi c’è anche tutto il lavoro sulla carta: tagliata, strappata, incollata… un gioco in cui ho riattivato certe dimenticate attitudini di quand’ero un bambino. Osservando i tuoi quadri si notano frammenti (lacerti?) di carte preziose. Non sempre. Uso carte da calligrafia, anche queste comprate presso fornitori specializzati, ma ci sono spesso anche carte che trovo sul marciapiede fuori dai negozi della città quando c’è la raccolta differenziata settimanale. Mi si può sorprendere talvolta mentre ho sottobraccio cartoni o carta velina che mi sono piaciuti, e che mi sembra di poter utilizzare prima o poi nei miei quadri. Tant’è vero che la mia mostra precedente, allestita alla Galleria “Immaginaria”, si chiamava appunto Papiers trouvés. Mario Francesconi, un grande artista che mi ha sempre fortemente

incoraggiato a intraprendere questa strada, mi ha insegnato a “trovare”, a riconoscere quello che vogliamo esprimere già nelle cose che ci capitano sotto gli occhi. Torniamo al contenuto dei tuoi lavori e al tuo percorso artistico. Hai tutta una vita segnata dallo studio e adesso affidi alla tela la memoria di letture studiate e assimilate negli anni. Anche la pittura è dunque per te una nuova occasione di studio e di ricerca? Sento una forte continuità con il mio lavoro di studioso e di filologo, ma certamente ho anche voluto, passando gli anni, liberarmi da quella sindrome di esattezza che la pratica della filologia comporta. Volevo sperimentare una scrittura che nascesse da un impulso liberatorio. Volevo, in qualche modo, “sporcarmi le mani”, aspiravo a sentirmi libero di imbrattare le pagine! L’ossessività di quel tuo gesto… In un’epoca in cui si sta perdendo la consuetudine alla scrittura materialmente eseguita, in cui tutti ormai scriviamo in maniera digitale ecc., ho sentito la nostalgia del gesto della scrittura e l’esigenza di continuare a praticarlo, sia pure diversamente. Non mi dispiacerebbe fare l’amanuense. In certi automatismi di quando lavoro ai miei quadri mi sembra proprio di riconoscere quello che doveva essere l’atteggiamento mentale di un antico amanuense. E la scrittura mi piace insomma in tutte le sue variazioni, anche quella di altre lingue, di altri alfabeti e di altre civiltà. E mi piace anche molto la scrittura che si trova per esempio nell’art brut e nell’arte dei folli. La discussione quindi si allarga ai surrealisti outsider di Jean Dubuffet, o a quei segni grafici, diventati Patrimonio dell’Umanità, incisi sui muri del manicomio di Volterra? Ma i folli non sono forse in contatto diretto con l’inconscio e la loro memoria personale non è forse più in contatto con la memoria emotiva? Sono espressioni artistiche che mi appassionano. Al contrario di quel che succede nella calligrafia orientale, in cui vige la ricerca del perfetto equilibrio fra il vuoto e il pieno, io mi accorgo invece di andare spesso verso il “tutto pieno”, mi sento spinto a riempire completamente la superficie che ho a disposizione. È, mi sembra, una disposizione tipica degli artisti folli, che tendono a percepire con ansia lo spazio vuoto. E anche a me succede così, almeno in questa fase.


Miss Tic alla Butte aux Cailles

6 MAGGIO 2016 pag. 14 Simonetta Zanuccoli simonetta.zanuccoli@gmail.com di

delle silenziose stradine acciottolate, le basse case bianche con le porte colorate, i giardinetti fioriti, le piazzette, i tavolini sul marciapiede dei bistrot, le botteghe di brocante. Passeggiando ci si può fermare a visitare la chiesa di Sainte-Anne con le sue stupende vetrate colorate o la piscina art déco, una delle più antiche di Parigi, sotto la volta alta 17 metri di un edificio in stile gotico in mattoni rossi considerato monumento storico. La sua acqua arriva da un pozzo artesiano del XIX secolo profondo 620 metri. Passeggiando si può arrivare a quel piccolo gioiello che è la Cité Floreale, il minuscolo quartiere

con case bomboniera, piazzette e viuzze che portano il nome di fiori costruito su un grande stagno prosciugato. E soprattutto, passeggiando, si può godere come in un incredibile museo a cielo aperto, i tanti, bellissimi murales fatti da artisti famosi in questo genere di arte, che tra queste stradine hanno i loro atelier, come Jay, Jeff Spedy Graphito, Nemo e l’ormai famosissima Miss Tic. I suoi stencil di donne dalle silhoutte seducenti accompagnati da brevi frasi provocatorie o da giochi di parole bizzarri tappezzano tutta Parigi. Poetessa, artista, attrice, Miss Tic, capelli lunghi, occhiali da sole, lab-

bra rosse, maglione nero e tacchi altissimi assomiglia alle sue donne. Ormai è uscita dall’anonimato perché la sua fama nella capitale l’aveva resa troppo riconoscibile e soggetta a pesanti multe per danni a proprietà private. Oggi i suoi fogli dipinti attaccati sui muri di Parigi, tutti autorizzati, portano la sua firma in lettere rosse. Rimangono effimeri e gratuiti, ma le sue opere ormai sono esposte in fiere d’arte contemporanea in Francia e all’estero, il Victoria and Albert Museum di Londra ha comprato alcuni suoi lavori, nel 2000 un suo manifesto per la Fete de l’Humanité invase tutta la Francia e nel 2011 le fu commissionata una serie di francobolli per la giornata internazionale dei diritti della donna.... ma a Butte aux Cailles, il suo quartiere, i muri bianchi delle basse casette continuano a rimanere le pagine del suo diario intimo da riempire d’immagini e parole. Vi invito a sfogliarlo, un’esperienza dell’“altra” Parigi veramente indimenticabile.

gica, manifestando più simpatie che indignazioni (sorprendersi di questo dopo la recente messa a Catania, con chierichetto e fedeli a salutare con il saluto romano, è da sciocchi). Il cuore del “problema” è, a mio avviso, espresso dal fatto che l’Hitler di “Lui è tornato” dice molte cose giuste e condivisibili. In molti frangenti mi sono ritrovato a sorridere di gusto per questo paradossale gioco seduttivo, giacché l’orrore mediatico spesso supera, e di gran lunga, quello storico del tabù nazista, quantomeno nel triste scenario del nostro “tempo breve”, nella riproposizione impietosa del confronto tra il delirio di onnipotenza del tiranno e la soporifera vita di milioni di esseri parcheggiati davanti a un monitor. Di fronte alle conquiste delle tecnologia, come non essere in sintonia con l’indignazione di Hitler, col suo far notare quanto l’uso del mezzo televisivo sia prevalentemente teso alla fruizione di trasmissioni di cucina? (sublime la candid camera sulla ricette vegane dei due nazisti). Wnendt, a dispetto delle sue dichiarazioni di facciata, disegna un

percorso narrativo in cui tramite Hitler, il mondo brutale del secolo scorso viene declinato in una prospettiva paradossalmente più “antropica” rispetto a quella di questa società decadente del consumo. Pur nella sua evidente aberrazione, l’uomo-Hitler appare per lunghi tratti meno scisso dal disegno panteista, anche se certamente aderente alla logica del dominio dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura. Il che rappresenta un paradosso solo apparente, in quanto il raffronto tra il recente passato e il presente si palesa proprio secondo una prospettiva storica: da un lato la necessità di dissolvere il mito, la religione in chiave illuministica, “sadiana”, dall’altro l’inerzia, l’acquiescenza di una massa orwelliana priva di “coscienza”. Volendo esagerare, Wendt offre una prospettiva deleuziana nello scontro-incontro tra Hitler e il “mondo orwelliano”, ove il sadico tiranno domina pur se depotenziato dal masochismo della società dei consumi che finisce col fagocitare l’“imago” del nazista per mezzo del cortocircuito della riproducibilità seriale. L’icona di Hitler, la sua irruzione sul piano della nostra realtà, produce un processo di azzeramento della memoria storica nella collettività a seguito del suo proprio medesimo

“avvento”. Il film mostra l’atto progressivo del processo di depotenziamento del tabù nelle società di consumo. Tramite il “ready made”, il calco caricaturale denso di significati e magnetismo simbolico del tiranno sterminatore viene progressivamente a sbiadirsi e a perdere potenza, immerso com’è nel giogo mediatico del suo stesso “successo”. Non inganni il finale e il suo maldestro ripiegamento. Non c’è fiction in questa illimitata “mise en abyme”, ché altrimenti dovremmo considerare il cornetto inzuppato nel cappuccino dell’avventore come un non-fatto, un mero sogno di Nanni Loy. E invece è tutto “vero” nell’epoca della riproducibilità dell’opera d’arte, per parafrasare Benjamin. Il legame con Hitler non può e non deve essere reciso, e la sua morte non può darsi se non tramite un paradossale processo di inversione che prevede la liberazione del tabù nel riferimento storico contestuale. Nessuna legge può estirpare l’orrore. Hitler “muore” nella sua demistificazione, nel suo naturale processo di dissolvimento. La condanna viceversa cristallizza il tiranno, lo rende eterno, e finisce col realizzare il suo reale intento: la nuova mitizzazione. Questa la lezione che ho tratto dalla visione di questo film-esperimento, da vedere e rivedere più volte.

U

n consiglio a chi non è affamato solo di Tour Eiffel e Notre Dame per scoprire una Parigi insolita, un angolo nascosto tra i più magici e meno frequentati dai turisti, dove non ci sono monumenti o musei da visitare ma solo passeggiare, magari in una delle non rare giornate di sole: la Butte aux Cailles sulla rive gauche nel 13° arrondissement. Questa piccola collina (butte), miracolosamente rimasta lontana dai rumori e dalla frenesia della grande città, offre la piacevole sensazione di spaesamento di ritrovarsi improvvisamente in quel villaggio, un tempo alle porte di Parigi, che sorgeva tra i campi, lungo le sponde del fiume Biévre, con i tanti mulini, le piccole fabbriche di mattoni e l’attività di conciatura e di colorazione dei pellami. Oggi il fiume Biévre è interrato, i mulini sono scomparsi e le fabbriche sono state trasformate in atelier, ma rimane l’atmosfera romantica e un po’ bohemienne Francesco Cusa info@francescocusa.it di

Tratto dal bestseller dello scrittore Timur Vermes, “Lui è tornato” è il classico oggetto cult, un film che comincia a far discutere e ad incuriosire perché esplora le vicende di un personaggio considerato l’emblema del male, della rimozione occidentale. Si parla insomma del tabù di Hitler e quella di David Wnendt è operazione al contempo satirica e sconcertante, ironica e tragica, surreale e attuale, certamente una delle più ambigue (in senso buono) che io ricordi. Tralascerei di discutere dei dettagli del film, perché è esso stesso un “soggetto critico”, aperto polisemicamente alle interpretazioni più varie e antitetiche. Del resto non ho letto il libro, e dunque azzardo ipotesi che forse sono già del testo e non portato originale del film. Certamente Wnendt ha una geniale intuizione: quella di creare un soggetto filmico a metà tra la fiction e il documentario (molte scene sono delle vere e proprie “candid camera”), e il processo di identificazione con l’icona-attore-Hitler rivela molti aspetti interessanti proprio grazie a questo espediente. Tra questi ometto di analizzare i più scontati: su tutti il fatto che molta gente si accosti al personaggio in maniera nostal-

Lui


lectura

dantis

6 MAGGIO 2016 pag. 15

Disegni di Pam Testi di Aldo Frangioni

Di patria fedeltà v’erano i ladri, infilzati nell’acqua congelata, al freddo e al buio vidi riquadri

Qual motivo ti rode la budella, chiesi colpito da cotanta rabbia atto siffatto ogni pietà cancella.

la testa d’uno che facea abbuffata d’altro cranio ciucciando le cervella, con ingordigia da belva screanzata.

Quando me n’uscirò da questa gabbia, se giusto è codesto tuo rosicchio, conterò ai vivi quanto tu abbia

ragione di far come fa il picchio ma perché tu se’ così affamato? Come se fosse piatto di radicchio.

Canto XXXII IX Cerchio

Seconda parte del lago ghiacciato dove si trovano i traditori della patria. Dante impressionato dall’accanimento col quale un dannato azzanna il teschio, gli si rivolge ed il Conte Ugolino interrompe il “fiero pasto” e racconta la sua macabra storia. Dopo averla ascoltata Dante lancia l’invettiva contro Pisa “novella Tebe” e “vituperio della genti”.


6 MAGGIO 2016 pag. 16 Simone Siliani s.siliani@tin.it di

L

a manifestazione del 7 maggio “Emergenza Cultura” sembra inverare l’intuizione di Piero Calamandrei che vedeva nella Costituzione il “programma politico”, in quel caso della Resistenza, oggi invece di una non solo perdurante inattuazione della carta costituzionale, ma addirittura di un suo “sovvertimento” da parte del governo italiano, almeno per ciò che attiene all’art.9. Scegliere come programma della manifestazione i cardini di quell’unicum nel costituzionalismo moderno che è inscritto nell’art.9 - tutela, lavoro, conoscenza – è qualcosa che va addirittura oltre il tema della cultura. O forse proprio perché riguarda la cultura tocca il nucleo stesso della nostra democrazia? Tanto per restare sui costituzionalisti, mi sembra di vedere qui il tentativo di dare consistenza a quella funzione di garanzia non giurisdizionale, che obbliga i cittadini (il popolo sovrano) ad agire ogni volta che i principi supremi costituzionali vengono messi in pericolo. Giuseppe Dossetti avrebbe voluto in Costituzione un articolo che dicesse che “La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino”. Noi sentiamo questo dovere. In questo caso a essere messo in dubbio è il diritto alla cultura: cioè il diritto ad avere gli strumenti per esercitare la sovranità. Gettare a mare la tutela e investire solo in supermusei trasformati in luna park e affidati a esperti di marketing significa trasformarci in clienti, consumatori, pubblico pagante. Noi vogliamo restare cittadini sovrani. La piattaforma della manifestazione è molto puntuale: sospensione dell’attuazione dello Sblocca Italia, della Legge Madia che ha subordinato gli uffici di tutela ai Prefetti e la stessa ‘riforma’ Franceschini tutta tesa ad una riorganizzazione interna del Ministero (fatta, peraltro, a puntate), fuori da una visione d’insieme, unitario e complessivo, del sistema cultura in Italia. E chiedete l’apertura di un vero dibattito, nel Paese

Intervista a Tomaso Montanari

Contro un disegno plebiscitario e nel Parlamento, sul futuro del territorio italiano, bene comune non rinnovabile. Che tipo di disegno complessivo prospettano tutti questi interventi normativi del governo? Un disegno plebiscitario (gli eletti dal popolo contro i soprintendenti: oggi. E domani contro i magistrati), e un disegno mercatista: di ultraliberismo di marca reaganiana fuori tempo massimo. Maniliberismo sul territorio: la tutela è un intralcio per il cemento. Il motto dello Sblocca Italia è “padroni in casa propria”. Un disegno da repubblica delle banane. Nella definizione della cultura come servizio pubblico essenziale, che sta alla base della manifestazione, come immagini il ruolo dei diversi attori? E, in particolare, quelli messi ai margini – a me sembra – dagli interventi normativi del governo, di

come le imprese produttive e qualificate del settore (e non quella che sfruttano semplicemente una rendita di posizione), oppure Regioni ed enti locali? La rete della conoscenza deve essere capillare: biblioteche di quartiere, piccoli teatri, musei-non-super: in questo senso gli enti locali sono fondamentali. Ma invece la riforma ammicca ai governi locali, dando loro la nomina dei membri dei consigli scientifici dei super musei: un progetto di lottizzazione in cui si scrive ricerca, ma si legge clientela. Il rapporto col privato, per ora, non cambia: rimangono i grandi squali delle concessioni. Anche se la fusione Arcus-Ales prefigura un cambiamento: in quale vera direzione è presto per dirlo. La manifestazione ha un impianto non solo di contestazione e di resistenza agli interventi che snaturano il sistema cultura, ma si apre proprio con una impostazione propositiva: l’introduzione dell’insegnamento

curricolare della storia dell’arte dal primo anno della scuola superiore, standard di funzionamento di biblioteche e archivi analoghi a quelli di altri paesi europei avanzati, i musei come fabbriche di sapere e non come disneyland dell’arte, la scuola formatrice di cittadini e non di consumatori, l’accesso di un nuova leva di giovani nei ranghi del Ministero per i Beni culturali (e suppongo non solo in quello ma anche nelle altre amministrazioni centrali e periferiche del sistema, nonché nelle imprese più dinamiche del settore) non come assunzione una tantum ma come investimento nelle risorse migliori del nostro paese. Quali sono le condizioni per cui un simile programma possa entrare effettivamente nell’agenda politica del paese? Una vera lotta all’evasione fiscale, e un finanziamento continuo e sicuro: e non a botte clamorose una tantum (un miliardo a un pugno di progetti). E poi una classe politica meno bestialmente rozza e ignorante di questa. Renzi & co confondono (sul serio, temo) la cultura e il marketing. Sono sempre stati clienti, non sanno cosa voglia dire essere cittadini. Senza sete personale di cultura, non si produce cultura, né si creano le condizioni perché essa si sviluppi.

del 956%, mentre in Francia solo del 37, in Inghilterra del 17 e in Germania del 10%. O in Italia siamo tutti pirati della strada oppure tartassare gli automobilisti è diventato un modo di rimpinguare le casse comunali. Visto che da Roma arrivano sempre meno soldi tanto vale trovarli sul posto, a chilometro zero. E infatti nel 2015 ne sono arrivati il 20% in più e per il 2016 si prevede un ulteriore crescita del 30%. Tradotto: a Firenze l’aumento delle entrate da multe sarà di 3,5 milioni, per un totale di 52,5 milioni. Ben oltre 4 milioni al mese. Tolleranza zero dice il sindaco del capoluogo regionale. Bene. Non saremo certo noi a difendere i trasgressori del codice. Pazienza se i vigili dovranno fare gli straordinari. Ad aiutarli ci sono gli autovelox che funzionano h24, non si distraggono mai e non prendono neppure il caffè al bar più vicino. Marchingegni istallati non sempre nei luoghi

più sensibili ma anche - e forse soprattutto - in quelli in cui ce ne sarebbe meno bisogno. Ma è proprio lì che rendono di più. Un solo esempio: sul ponte all’Indiano, careggiata a due corsie c’è il limite a 60 km/h e un autovelox che controlla, mentre sul viale 11 Agosto, in piena periferia con ben tre di corsie e senza interferenze, ma lì il limite è di 50 km/h. E naturalmente l’autovelox è indaffaratissimo. Ora, punire che sbaglia è giusto, ma multare chi viaggia a 60 all’ora sul viale 11 Agosto è e resta un furto, non serve ad educare al rispetto del codice, fa solo infuriare nei confronti di un’amministrazione che, per far quadrare i conti, ti vuole fregare a tutti i costi.

Remo Fattorini

Segnali di fumo Giratela come volete ma i fatti sono fatti e i numeri non sono un’opinione. Gli automobilisti si sa sono indisciplinati. Ma in Italia si è passato il segno e usano le multe come un bancomat. Firenze è al secondo posto in Italia, dopo Milano, per la quantità di multe emesse nell’anno: ogni fiorentino patentato, nel 2015, ha versato nelle casse comunali 145 euro. Milano guida la classifica con 170 euro a testa. In Toscana dopo Firenze c’è Pisa con 112 euro. Poi Pistoia con 94 euro seguita da Lucca con 65. Ultima Massa Carrara con 18 euro. Come si vede non tutti i toscani sono “indisciplinati” come i fiorentini. Ma in Italia, nel corso degli ultimi 3 anni, le contravvenzioni sono aumentate


6 MAGGIO 2016 pag. 17 Andrea Caneschi can_an@libero.it di

D

a Hanoi a Hue con un volo interno di poco più di un’ora. Tanti i cambiamenti: dal clima, finalmente caldo, piacevolmente caldo, alla nuova guida che ci attende alla uscita dell’aeroporto; dalla improvvisa ventata di modernità, che ci avvolge con le architetture rinnovate di una città duramente colpita dalla guerra, al traffico, che vede ormai prevalere numerose le auto private sul sempre vivace movimento delle due ruote. L’albergo che ci ospita a Hue è un concentrato di modernità ed eleganza: un’isola di lusso discreto, appartato nella periferia in mezzo ad un curatissimo bosco tropicale che lo isola dal rumore e dalla polvere della città. La guida lo descrive come più somigliante ad un centro Zen che ad un albergo. Apprezziamo molto l’offerta – per noi a prezzi di liquidazione – ma non possiamo nasconderci il disagio del confronto con certa realtà circostante. La cittadella imperiale di Hue – nostro primo obiettivo in questa sosta in città – è distesa lungo il Fiume dei Profumi; nata all’inizio dell’800 con l’intento della dinastia Nguyen di unificare il Nord e il Sud del paese, è una città nella città, racchiusa dentro diversi ordini di mura  come un esotica reggia costruita in più tempi, ma ordinata e conclusa a partire dal primo ‘800. Duramente bombardata durante la guerra, tanto da risultare distrutte oltre l’80% delle ricche e variegate strutture di cui la reggia si componeva, è oggetto dagli anni ‘90 del secolo scorso di importanti interventi di manutenzione e di ricostruzione. Si passeggia lungo viali alberati, raggiungendo ricchi edifici di rappresentanza e imponenti accessi fortificati, e visitando pagode affollate di statue della tradizione buddista e confuciana, che in tutto il Vietnam abbiamo visto risiedere serenamente insieme sotto gli stessi tetti arabescati alla cinese, delimitati da fantasiosi mascheroni colorati e da un bestiario sacro che le spiegazioni della guida non avvicinano di molto al nostro sguardo di occidentali ignoranti. Sulla rotta per Hoi An ci fermiamo

Good morning Vietnam Parte 4

Hue, Danang, Hoi An a Danang, il tempo di visitare un piccolo ma interessante museo di reperti archeologici e artistici del regno Champa (VIXIV secolo). Un modernissimo e imponente drago giallo le cui spire accompagnano il balzo

di un ponte sul fiume Han ci riconcilia con la tradizione e ci rappresenta bene il punto di passaggio tra il nord ex socialista e il sud di un già rodato capitalismo asiatico cui il potere comunista lascia briglie molto

allentate; una febbrile espansione economica è testimoniata dalla selva di gru in mezzo alle quali crescono modernissimi grattacieli dalle strutture avveniristiche. Alla fine dell’800 l’impaludarsi del fiume Thu Bon, su cui sorge la cittadina di Hoi An, a pochi chilometri da Danang, offriva a quest’ultima la possibilità di uno sviluppo che l’ha fatta diventare il più importante porto del Vietnam centrale; nello stesso tempo condannava alla decadenza e all’abbandono il fiorentissimo centro commerciale che fino ad allora era stato il porto di Hoi An, punto di incontro frequentatissimo delle rotte provenienti dall’oriente e dall’occidente indiano ed europeo. Grazie  a questo ritrarsi dalla modernità, la cittadina ha però mantenuto tutto il suo fascino dai secoli passati, con le eleganti architetture che testimoniano di antichi insediamenti commerciali cinesi e giapponesi o più recenti del colonialismo francese. Lo sviluppo del turismo l’ha rianimata ed abbellita, facendone una meta tra le più piacevoli del nostro viaggio. Turisti dovunque, in una splendida mattina luminosa, con il naso in aria nel settecentesco villaggio, lasciato quasi intatto dai secoli e dalle guerre. Le antiche case in legno scuro dei ricchi commercianti locali, oggi trasformate in musei, sono affollate di persone che si danno il cambio, rigorosamente instradate da giovanissime guide, a ricercare le vecchie atmosfere che rimangono nelle architetture degli ambienti e nelle suppellettili ancora visibili: musei all’aperto, forse troppo frequentati e consumati, che con difficoltà sostengono flussi per noi inattesi di persone curiose e  un po’ invadenti. Solo il buio restituisce atmosfera ed esotismo, con l’improvviso accendersi di migliaia di lanterne colorate, distribuite a riflettersi lungo il fiume e ad illuminare la passeggiata commerciale, dove le luci bianche delle vetrine moderne sembrano ritrarsi e lasciare spazio al fascino della luce calda e diffusa delle lanterne, mentre la passeggiata del pomeriggio si riposa nei ristoranti e nei locali accoglienti e numerosi.


L immagine ultima

6 MAGGIO 2016 pag. 18

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

N

on ricordo esattamente la location di questo scatto. Eravamo comunque vicini ad un incrocio con un piccolo parco frequentato principalmente da mamme e bambini. A metà mattinata il caldo afoso si faceva già sentire. Questo venditore di panini e bibite era un punto di aggregazione per tutti i passanti accaldati in cerca di un momento di relax. Ho notato che di tanto in tanto spostava il suo mezzo alla ricerca di una platea più ampia di possibili clienti. In pratica inseguiva i flussi dei passanti cercando di essere sempre nel posto giusto al momento giusto. Chiaramente questo non era uno di quei momenti!

NY City, agosto 1969

Cultura commestibile 169  
Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you