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redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.culturacommestibile.com www.facebook.com/cultura.commestibile direttore simone siliani

redazione gianni biagi, sara chiarello, aldo frangioni, rosaclelia ganzerli, michele morrocchi, barbara setti

progetto grafico emiliano bacci

Con la cultura non si mangia

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N° 1

L’immaginazione al potere editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012


Da non saltare di

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Téchne

T

échne è una associazione che si è costituita nel dicembre 2014. La sua attività è rivolta alla organizzazone di iniziative che hanno l’obiettivo di creare un dialogo tra le realtà produttive e industriali - in tutte le loro componenti: operai, dirigenti, imprenditori - e il mondo della cultura. Téchne mira a superare la grande frattura che esiste nel nostro paese tra cultura accademica e sistema produttivo, tra imprenditori, lavoratori, intellettuali. E quindi a connettere settori sociali rimasti incongruentemente separati tra loro. 1. Fino alla metà dell’Ottocento le città europee potevano essere considerate delle opere d’arte dal momento che erano state pensate per essere tali. Ma già un secolo dopo avevano in gran parte perduto questo carattere: molti dei quartieri sorti dopo la metà del Novecento, infatti, galleggiavano in un “deserto del senso”, spesso ospitavano i lavoratori delle fabbriche, o i nuovi inurbati del basso ceto impiegatizio o del terziario residuale. Erano zone dormitorio, con pochi servizi essenziali e senza alcun decoro. In quegli stessi decenni nelle città stavano sorgendo anche grandi stazioni ferroviarie, tranviarie, metropolitane e aeroportuali. Esse funzionavano come nodi, strutture di transito, sistemi di smistamento degli uomini. Anch’esse avevano la caratteristica di essere prive di qualche valore. Marc Augé le definì non-lieux, non-luoghi. Un non luogo – diceva – è un mondo promesso alla individualità solitaria, al passaggio, al provvisorio e all’effimero; non ha carattere identitario, non consente una reciprocità di rapporti che si sviluppano sulla base di un sentimento di comune appartenenza e non fornisce consapevolezza delle proprie radici a chi lo abita. Oggi noi viviamo – o sopportiamo di vivere - in molti altri non-luoghi. Gli shopping mall, ad esempio, o le catene alberghiere, i villaggi turistici, le stazioni di rifornimento delle autostrade. Essi però non sono solo delle macchine omologanti che funzionano al cento per cento,

perché succede che al loro interno si ricompongono spesso delle relazioni, e vi prendono corpo quelle che Michel de Certeau chiamava le “astuzie millenarie dell’invenzione del quotidiano”. Se li osserviamo in questa prospettiva, dunque, possiamo dire che un luogo e un non-luogo rappresentano delle polarità sfuggenti: perché il primo non viene mai completamente cancellato e il secondo non si compie mai totalmente. Ma ci sono ormai anche dei non-luoghi che in questi ultimi anni si sono trasformati in qualcosa di diverso perché al loro interno sono state enucleate delle isole supersignificanti, delle partizioni cellulari che conferiscono a chi vi può accedere uno status sociale particolare. Il caso della stazione di Santa Maria Novella è, in questo senso, emblematico. Al suo interno, dopo la privatizzazione – fatto che ha peraltro interessato le principali stazioni ferroviarie storiche italiane, con la nascita delle “Grandi Stazioni spa” sono sorte strutture in grado di oggettivare la contrapposizione tra dominati e dominanti, tra ricchi e poveri, tra chi detiene cioè uno status di potere (come viaggiante di lusso) e le moltitudini disordinate e insignificanti di pendolari meno significativi. Facciamo qualche esempio: in luogo dei locali per le docce – l’antico “diurno” - trova ora sistemazione un supermarket di libri; nella sala d’attesa di seconda classe, è allocata una sala riservata ai passeggeri dotati di tessera esclusiva; il posto di polizia è stato marginalizzato per far spazio ad un bar. Nell’androne dei biglietti, senza aria condizionata e riscaldamento, sono state sistemate le vecchie poltrone della sala d’attesa di seconda classe, ma private dell’imbottitura e ridotte al solo scheletro di metallo. Al posto di uno sportello bancario ci sono ora uno smercio di cioccolata e uno di profumi. Su uno dei lati della stazione, in luogo degli uffici dei dirigenti di movimento, ha aperto un negozio di jeans. E dov’era la cappella – spostata

Ripensare i non luoghi in cui viviamo


Da non saltare

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nella lontana zona dei binari tronchi - è stato ricavato un deposito di acque e bevande. Così a Santa Maria Novella, trasformata in “non-luogo supersignificante”, la popolazione più debole è stata posta ai margini, ed è sempre più mal tollerata e privata di ogni minimo comfort: perfino i servizi igienici non sono più nella sua disponibilità, se non dietro cospicuo pagamento. 2. Altrove la marginalizzazione delle fasce sociali più deboli, un dato assai caratteristico degli ultimi decenni, è stata il prodotto di dinamiche diverse. Prendiamo il caso di un distretto industriale toscano importante, quello del Terrafino di Empoli. Un’area vasta che sorge ai margini tra Empoli e Ponte a Elsa, di poco più di 5 km quadrati, dove hanno sede 172 aziende. Quello del Terrafino è un paesaggio industriale come ce ne sono tanti. E come molti di questi non ha un carattere unitario, né un qualche legame forte con il resto della città di Empoli. Il Terrafino è un aggregato del tutto disomogeneo rispetto al resto dell’abitato empolese, un luogo separato, chiuso in se stesso, cintato da un vallo stradale dalla parte che dà verso la città e invece slabbrato verso quella che si volge verso la campagna dove compone un vero e proprio sprawlscape. Con al suo interno una estrema proliferazione di segnaletiche, cartelli stradali e insegne pubblicitarie che presuppongono una comprensione del mondo grafica, basata sui marchi e sulle insegne che sostituiscono interamente altri tipi di conoscenza dello spazio e di orientamento, legati, per esempio alla forma del costruito, alle prospettive, alle presenze arboree etc. Il moltiplicarsi dei nomi e delle insegne è infatti un segno del disagio verso un modo di occupare lo spazio multiforme, sfuggente, restio all’inquadramento classificatorio dei tipi e delle definizioni che determina uno spaesamento. Ora, se la Stazione di Santa Maria Novella ha realizzato la distinzione sociale mediante la enucleazione all’interno del suo perimetro, di luccicanti isole di lusso precluse alla popolazione

Il Terrafino di Empoli da reinventare

ordinaria; qui è invece invalso un principio di distinzione del tutto diverso. Ha funzionato cioè una periferizzazione basata essenzialmente sulla privazione del bello. Tornano alla mente le parole di Adriano Olivetti: “certamente esiste ovunque in Europa – scrisse in un suo intervento del lontano 1956 - una grande vocazione e capacità artistica, ma questa sembra avulsa dalla vita delle Comunità nazionali, giacché la comprensione artistica sembra essere il privilegio di una piccola classe”. Ed infatti quasi nessuna area industria-

le - luoghi dove il grosso della popolazione trascorre la vita - è stata mai pensata con l’intento di conferire ad essa valori diversi da quelli meramente legati alla sua funzione produttiva (ma l’Ivrea di Olivetti si segnala come episodio eccezionalmente in controtendenza). Anzi è stato di solito fatto valere il principio opposto: quello della privazione di ogni contenuto estetico. Con un effetto correlato: inserito in quadri ambientali scadenti è andato in scarsa considerazione anche il valore sociale del lavoro e dell’industria. La vita di chi lavora in una zona industriale si

è trovata dunque ad essere separata dalla bellezza, pur essendo spesso implicata in processi di produzione oggettuali che di essa si ammantano. Questo è quello che è accaduto con la nascita dalla fine degli anni Sessanta del distretto industriale del Terrafino di Empoli. Ma in questo caso – e ciò spiega perché intendiamo farne oggetto di una riflessione e magari di qualche proposta operativa – siamo in presenza di qualcosa di molto peculiare. Siccome un distretto industriale è costituito da un gran numero di piccole imprese specializzate, raggruppate in una stessa località, al suo interno si sviluppano peculiari rapporti economici. Infatti il raggrupparsi stabilmente degli operatori di solito implica l’appartenenza dei medesimi ad uno stesso ambiente culturale; ad un ambiente cioè caratterizzato da valori, linguaggi, significati, e soprattutto, da regole implicite di comportamento – consuetudini – comuni. Il Terrafino di Empoli ha infatti un aspetto multiforme: per un verso è una unità territoriale e sociale con una precisa fisionomia culturale, dall’altro ci si mostra come un ambiente spaesante. Potremo dire che esso è un non-luogo entro il quale le astuzie del quotidiano hanno agito in modo tale da correggere – o meglio enucleare – alcuni spazi di forte carattere identitario. A partire da quanto detto è forse possibile ripensare questo insieme umano-territoriale-industriale. C’è un punto: se il lavoro costituisce uno spazio condiviso, un luogo di socializzazione, di scambio e di confronto, come rendere evidente questo spazio pubblico? Come dare un senso a questo spazio industriale? A partire da questo interrogativo che il giorno 12 maggio alle ore 17 in via Volontari della Libertà,15 a Terrafino di Empoli nello Spazio Arte del gruppo industriale Ciemmeci, si ritroveranno intellettuali, storici, architetti, storici dell’arte, antropologi, amministratori e anche molti operai delle fabbriche, per cominciare a discutere di questi temi, per dare un senso ai luoghi in cui molti di noi vivono.


riunione

di famiglia

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Le Sorelle Marx “La bella tartaruga che cosa mangerà?” si chiedeva Bruno Lauzi tanti anni fa, noi invece ci chiediamo cosa diavolo ci faccia un’enorme testuggine dorata in piazza della Signoria. Il sindaco Nardella parla di nuova sfida di Firenze all’arte contemporanea, a noi pare l’ennesima sfida al buongusto ad a un’idea davvero sensata di inserire opere d’arte contemporanea in contesti storici. Dopo il vaso fuori scala di Koons, l’enorme animale di Jan Fabre che vengono a esporsi a Firenze e ad acquistare valore per sé e per le altre opere dei due artisti in una operazione che alla città di Firenze lascia molto poco, almeno rispetto a quanto guadagno ne traggono gli artisti e i loro galleristi. Mentre immaginiamo che all’arrivo della tartaruga seguirà sicuramente un concerto in suo onore, dove il sindaco troverà il modo di suonare il violino, ci chiediamo se la scelta dell’oro, per entrambe le opere, sia frutto di un qualche ragionamento, di una consulenza estetica di Cavalli, o un voluto richiamo al kitsch; un atto geniale che nessuno di noi ha capito.

Lo Zio di Trotzky Come altro leggere la pregevole iniziativa del Presidente del Consiglio Regionale Eugenio Giani che lo ha portato, nel suo eterno pellegrinaggio toscano, nelle terre di Reggello alla Villa di Sammezzano, se non come un’aperta sfida politica al premier Matteo Renzi? Ecco qui, con il fatidico ditone, indicare gli stucchi colorati di significato esoterico, rappresentanti le decorazioni del palazzo dello Scia’ di Persia a Teheran. Si aprono le ostilità con il leader maximo sul piano culturale: dalla sua portaerei facebookiana Eugenio, impartisce una bella lezioncina a Renzi: #matteorenzi va in Iran, ma la cultura persiana Ferdinando Panciatichi l’aveva trapiantata già dalla metà dell’800 a due passi dalla sua Rignano!! Il parla-come-mangi di questo post è: “caro Matteo, non sei all’altezza del ruolo che ricopri! Te ne vai in Iran ad omaggiare la Guida suprema Ali Khamenei e non mi hai portato con te? Avrei potuto stupire il barbuto islamico sfoggiando le mie conoscenze della storia toscana. Quanto meno invi-

Tartarughe dorate Bobo

Lo scià di Persia

talo a vedere la Villa di Sammezzano, così gli faccio io a guida alla Guida suprema! Già, ma te – che

sei il provincialotto di Rignano – non sai nemmeno dov’è la Villa di Sammezzano!”.

I Cugini Engels

Spade e armature Firenze è scossa e si sente violata

nel profondo, nelle viscere della sua identità storica: furto e ricettazione di armature e spade del Calcio Storico. In verità è materiale del museo “Stibbert” dato in deposito al Comune che però ne ha fatto uso capione. A Palazzo Vecchio i telefoni sono bollenti. “Pronto Andrea? Sono Dario. Mi spieghi che cacchio succede con quei delinquenti del Calcio Storico?” “No dai, Dario: son ragazzi un po’ esuberanti, ma delinquenti no”. “Oh grullo, non dicevo dei calcianti, che pure non sono delle mammolette: mi riferivo ai furti di armature e spade nel magazzino di Novoli. Mi ha telefonato il Colle tutto inferocito!” “Ma come Dario, anche Mattarella si è interessato alla vicenda?” “Madonnina santa, Andrea: meno male che ti ho fatto fare solo l’assessore allo sport sennò chissà che danni mi combinavi! Colle, Enrico Colle, il presidente del museo Stibbert, proprietario delle armature e delle spade; non il Colle del presidente della Repubblica! Ma sei proprio sodo, eh!” “Ah, ecco, mi pareva. Ma guarda Dario che è tutto un equivoco, un terribile equivoco...” “Equivoco una mazza, Andrea! Qui c’è un’indagine dei carabinieri, ne parlano i giornali e lo sai che a me fa venire le bolle che i giornali non mi incensino un giorno sì e l’altro pure. Come la mettiamo?” “No, davvero, è un equivoco: in realtà le armature le abbiamo prestate a Giani per fare le sue cerimonie con la fascia di Presidente del Consiglio Regionale e per fare un suo book fotografico”. “Ma sei cretino veramente? Quante volte te l’ho detto che Giani se lo deve dimenticare Palazzo Vecchio!!! Ora te, caro assessorino dei miei corbelli, tu prendi un’auto dei vigili, vai a sirene spiegate a Palazzo Panciatichi e requisisci tutte le armature, spade, scudi, elmi e altri cimeli che trovi e me li riporti di corsa qui, mentre io convoco una bella conferenza stampa. Se non sei qui fra un’ora, ti tolgo la delega e ti mando a fare il consigliere delegato ai cani randagi e alla rificolona del quartiere 3, così ti passa la voglia di fare da sponda a quel zuzzerellone di Giani!” “Va bene, vai Dario: parto subito! Alla grande! Evvai, almeno oggi ho qualcosa da fare”.


16 APRILE 2016 pag. 5 Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

O

ggi la tecnologia ci permette di stampare direttamente qualunque file di immagine in qualunque formato e su qualunque tipo di superficie, carta comune, carta fine-art, cartone, plastica, metallo, ceramica, plexiglass, vetro, specchi e così via. Ai tempi della fotografia chimica l’immagine veniva invece raccolta su di uno strato di gelatina spalmato su una superficie trasparente (vetro o celluloide) e trasferita, per contatto o per ingrandimento, su un altro strato di gelatina spalmato su una superficie trasparente oppure opaca, in questo caso generalmente carta o cartoncino leggero. Questo sottile strato di gelatina, o emulsione, una volta sviluppato e fissato, costituiva la vera e propria “struttura” dell’immagine, in senso fisico e non in senso linguistico, e poteva essere persino distaccato, con molta cautela, dal sottostante supporto rigido, presentandosi come un finissimo e delicatissimo fazzoletto di carta velina trasparente contenente l’immagine, monocromatica o colorata. L’operazione permetteva poi il trasferimento dell’immagine su superfici diverse. Nel caso della fotografia tricromatica, molto di moda prima della nascita delle pellicole a colori, questa tecnica permetteva ad esempio la ricostruzione delle immagini a colori, sovrapponendo, a registro e con estrema precisione e perizia, tre diverse emulsioni, ognuna monocromatica e contenente la stessa immagine, ma riprodotta in uno solo dei tre colori di base. Oltre a questi impieghi “tecnici” l’emulsione distaccata, data la sua intrinseca leggerezza e fragilità, si presta anche altri tipi di intervento manuale, può essere facilmente deformata, sovrapposta, spiegazzata, ritagliata o graffiata, il tutto in maniera più o meno fantasiosa e più o meno “creativa”. Molti fotografi dell’epoca chimica si sono divertiti usando le “emulsioni” distaccate per creare delle opere originali, facendo fluttuare i bordi ed il centro dell’immagine come se fossero dei lenzuoli stesi al vento. Se l’emulsione distaccata è quella di una immagine negativa, una

Foto-Graffia

volta modificata e “riposizionata” sul vetro, può essere stampata in molte copie, ma se si tratta di una immagine positiva, una volta modificata e “riposizionata” sulla carta, diventa un esemplare unico e non riproducibile. Fra i numerosi fotografi, ed i meno numerosi artisti che hanno utilizzato la tecnica della “emulsione distaccata” a fini creativi, il céco Michal Maku (1963 - ) ha realizzato nel 1990 una serie di autoritratti in cui il volto viene “cancellato” mediante tagli, strappi o graffi operati direttamente sulla emulsione. In altre opere sono l’intera testa o altre parti del corpo che vengono “frammentate” e disperse all’interno del quadro. Operazioni simili potrebbero essere realizzate anche su copie cartacee, graffiando o tagliando lo strato superficiale dell’emulsione e rimuovendolo dal supporto sottostante, mettendo a nudo la carta bianca, ma con risultati visivamente assai più grossolani. Per sottolineare la tecnica impiegata, Macku ha chiamato questo gruppo di opere “gellages”, per far capire anche ai non addetti ai lavori che l’intervento è stato operato direttamente sulla gelatina (gelée). Cancellare (in francese effacer) diventa in inglese “to erase” ma anche “to efface”, mentre “to deface” significa deturpare. La cancellazione del volto (il suo stesso volto) nelle opere di Macku è chiaramente una operazione di stampo concettuale, e diventa un momento “artistico”, di natura completamente diversa dagli “effacement” o “defacement” messi in atto da Bellocq sulle negative dei ritratti delle prostitute di Storyville (vedi Cuco n. 107) per garantirne e conservare l’anonimato, e dagli “effacement” messi in atto sulle foto di gruppo o su quelle del matrimonio dopo litigi o separazioni, per dispetto e per dimenticare il volto non più amato. Sui motivi profondi della scelta volutamente provocatoria ed autolesionista (ma solo in immagine) di Macko si potrebbe disquisire a lungo, ma sarebbe forse materia più da psicoanalista che da fotografo. Il fotografo preferisce fermarsi sulla superficie (sensibile) deformata piuttosto che addentrarsi nelle deformazioni dell’animo umano.


16 APRILE 2016 pag. 6 Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

S

e la commistione delle arti, tipica del secondo Novecento, ha permesso la nascita dell’Arte Totale, come visione universale del fare estetico e modalità pluridirezionale dei linguaggi artistici, quella di Antonio Catelani è una prassi paradigmatica che si basa su una doppia negazione: una formula che unisce e annulla i principi fondanti fra pittura e scultura, in una sintesi negativa che riabilita la ricerca personale tramite la duplicità del gesto artistico. Per l’artista decostruire significa porsi al di là e al di qua dei limiti disciplinari, vanificandoli e creando ciò che è impensabile e che solo la logica del possibile può concretizzare là dove ragione e immaginazione costituiscono un tutt’uno indissolubile. A partire dagli anni Ottanta le opere di Antonio Catelani rappresentano l’esperienza dell’impossibile, la ricerca di una forma indeterminata ma compiuta, il mutamento di un paradigma estetico che verte nella direzione articolata e complessa del dubbio creativo. La casualità, razionalmente decostruita, diviene autonomia espressiva e la provvisorietà una perfezione metalinguistica, che fa dell’opera d’arte un oggetto tridimensionale dai caratteri pittorici. Scultura e pittura si contraddicono in nome dell’alternativa alla Storia e al senso della raffigurazione astratta, concettuale e visiva. C’è nell’artista una visione positiva e fiduciosa nel cambiamento di prospettiva, poiché il reale può essere compreso solo attraverso punti di vista che travalicano la razionalità operante e imperante; c’è l’idea che

esista un collante fra il pensiero umano e la natura, da sempre misteriosa e indagabile. Antonio Catelani conosce e procede nella presa di posizione che il variare delle forme e delle strutture è il filo conduttore dell’esistenza delle cose del mondo e della vita di tutta l’umanità: un circolo vizioso del divenire, del passaggio dalla potenza all’atto, del

rivelarsi del sé e dell’altro da sé, nonché della metamorfosi incessante del tempo e dello spazio. Le sue opere/sculture non hanno un dritto e un rovescio, ma nascono da una precisa dichiarazione poetica che evidenzia la volontà di restituire all’arte il proprio status di accadimento estemporaneo. L’artista non riporta al grado zero solo il

Doppio Antonio No Catelani

linguaggio attraverso cui l’arte si esprime, ma tutta la creazione viene restituita al momento puro e originario. Struttura e semantica si qualificano per la propria indicibilità e incomunicabilità e si stagliano nello spazio visuale dell’osservatore come astrazioni ideative contemplabili da più angolazioni. Il fruitore non può far altro che prendere coscienza della mutevolezza stessa dell’opera, resa imprevedibile dalla duplice negazione in cui pittura e scultura si trovano. Quello di Antonio Catelani è un’inedita interrogazione sullo statuto dell’opera, sulla falsa fisicità della scultura, sulla debolezza della pittura e sull’instabilità dell’architettura. Contro ogni riduzione minimale, l’artista tende alla messa in opera di una dimensione dialettica colma di antinomie, il cui bipolarismo consolida il fondamento ontologico della messa in crisi delle logiche prestabilite dalla storia e dal tempo, in virtù di un’arte che sappia porsi oltre ogni limite.

Antonio Catelani Tipologia, 1988 Legno e cartone cm 135x244x40 Collezione Carlo Palli, Prato


16 APRILE 2016 pag. 7 Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it di

LP ufficiale (Affinity, Vertigo, 1970) Linda lascia il gruppo, che continua per breve tempo prima di sciogliersi. La cantante realizza quindi il suo unico CD da solista, Pieces of Me (Vertigo, 1971), dopodiché si trasferisce in Canada dove si laurea in arteterapia. Il lavoro in questo campo diventa la sua occupazione principale, ma Linda continua a cantare occasionalmente in alcuni club. Successivamente comincia a collaborare con Oli-

ver Whitehead, un chitarrista inglese emigrato in Canada. Nel 2015, dopo 44 anni di silenzio, Linda Hoyle registra un nuovo disco, The Fetch (Angel Air Records, 2015). Quasi tutti i brani sono firmati dalla cantante insieme ai due musicisti che hanno giocato un ruolo decisivo nella realizzazione del disco, Oliver Whitehead e Mo Foster. Quest’ultimo, già con lei come bassista degli Affinity, è stato il vero deus ex

machina dell’intera operazione. Accanto a loro ci sono diversi musicisti di rilievo, fra i quali il chitarrista Ray Russell e il batterista Gary Husband. Il disco non è un capolavoro, ma propone un jazz-rock di buona fattura capace di suscitare qualche emozione. Nel brano che intitola il disco spicca un tappeto ritmico incessante, mentre “Cut and Run” è una ballata intimistica. “It’s the World” è un pezzo di sapore rétro, quasi da saloon, col violino di Chris Haigh in evidenza. “Earth ad Stars” è liberamente ispiramente a “Dido’s Lament”, una canzone del Dido and Aeneas che Henry Purcell compose alla fine del Seicento. La bella copertina di Roger Dean, artista prediletto dai progsters degli anni Settanta, aggiunge un delizioso tono vintage. È improbabile che a questo nuovo disco ne seguano altri. La cantante stessa sembra volerlo dire con il pezzo finale, “Acknowledgements”, dove ringrazia i musicisti che l’hanno ispirata. In ogni caso è stato bello ritrovare questa cantante, che il 13 aprile ha compiuto 70 anni, e risentire la sua voce leggermente trasformata dall’età. Bentornata, Linda.

industriale negli anni 80 del secolo scorso. Oggi conta oltre 400.000 visitatori, 250 milioni di euro di fatturato, presenza da 160 paesi e oltre 1200 eventi in sei giorni. Questo “format” ( se di format si può parlare per una manifestazione senza organizzazione) è stato riproposto in varie modalità a Londra, New York, Parigi, Dubai, Miami e Pechino. Girovagando per le strade di questa policentrica Milano puoi imbatterti nel prototipo della sedia Cactus, progettata da Mario Bellini utilizzando i materiali degli air bump della Citroen C4 Cactus. Una sedia che, benchè realizzata in polimeri, ha la morbidezza di una poltrona. Sempre nello stesso luogo puoi vedere una riedizione della Mehari in versione elettrica, e

puoi insinuarti dentro il sottosuolo dove alcune aziende propongono oggettistica per la vita quotidiana, come lo spazzolino da denti tascabile con dentifricio incorporato della Banale.com progettato da Filippo Biagi. Oppure spostandoti nella China Town puoi incontrare Andrea Branzi che espone alla galleria Luisa Delle Piane le sue Voliere, piccole architetture di rete bianca abitate da canarini cantanti,

come presenze viventi, vivaci, parti mobili di un progetto di design. Scrive Branzi che “ ...in generale gli oggetti di design sono deserti, vuoti, muti, estranei alla vita e alla felicità misteriosa degli animali....i canarini dimostrano che noi non possiamo fare a meno del superfluo, della poesia e del canto degli uccelli”. Una settimana di idee, di suoni, di affari e di aziende giovani di speranze e di fatturato.

L

’attività musicale non può essere soltanto un lavoro o un passatempo: esiste anche una posizione intermedia. Si tratta di artisti che iniziano a dedicarsi alla musica da giovani, ma che poi se ne allontanano per motivi di vario tipo. Comunque non l’abbandonano: continuano a esibirsi occasionalmente, finché un vecchio amico rimasto nell’ambiente musicale li convince a fare un nuovo disco. A quel punto sono passati molti anni dall’esordio giovanile. È il caso di Vashti Bunyan, la cantautrice inglese che è riemersa con Lookaftering (Fat Cat Records, 2005) dopo 35 anni di silenzio. Qualcosa di simile è accaduto a Linda Hoyle. Probabilmente sono pochi, anche fra quelli che hanno più memoria e più anni, a ricordarsi di questa cantante inglese dotata di buone qualità vocali. Linda emerge come solista degli Affinity, un gruppo attivo fra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta. La sua sintesi di rock e jazz colpisce l’attenzione di Ronnie Scott, che li invita a esibirsi nel suo celebre jazz club londinese. Dopo il primo e unico

di John

Stammer

A giudicare dalla qualità, numero e localizzazione degli eventi che si tengono a Milano in questa settimana dedicata al design (Design Week dal 11 al 17 aprile), sembra quasi che il Salone del Mobile (in pieno svolgimento alla fiera di Rho) sia il pretesto per realizzare il FuoriSalone del Salone del Mobile. Le vie intorno a via Tortona nella zona dei Navigli, proprio alle spalle della fermata di Porta Genova, le vie della “China Town Milanese” intorno a via Giuseppe Giusti, la Triennale di Milano e le varie “Cascine”, le diverse porte della città quali Porta Romana, Porta Venezia, ecc.sono i luoghi deputati per la più grande manifestazione di Design del mondo. Il FuoriSalone non è una fiera, non ha un’organizzazione unica e centralizzata e non è patrocinata da istituzioni pubbliche. FuoriSalone inizia con iniziative spontanee di aziende che operavano nel campo dell’arredamento e del disegno

Bentornata Linda

Fuori salone


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Siria: alla ricerca di paesaggi perduti Annamaria Manetti Piccinini piccinini.manetti@gmail.com di

E

bla. La prima cosa che mi viene in mente della Siria di vent’anni fa, è una grande tenda ombrosa con un piccolo tavolo, due sedie, due bicchierini di the e una piacevole conversazione con un mio vecchio compagno di Università, ora insigne filologo, il prof.Alfonso Archi, interprete impareggiabile delle cosiddette “tavolette di Ebla”, in via di decodificazione per la prima volta. Mentre noi parlavamo passava ogni tanto qualche persona locale che faceva un cenno di sorridente saluto al professore. Quegli uomini tranquilli, con le loro tuniche bianche, erano gli aiutanti agli scavi del prof. Paolo Matthiae e colleghi, come Archi. Collaboratori preziosi, conoscitori del terreno, disciplinati e pazienti. Ricordo i bianchi “muretti” di Ebla, protetti con materiale speciale a scopo di conservazione, che definivano la vasta area archeologica sconfinante nel deserto, capace, ancora, di suscitare l’emozione e il rispetto di una “città-stato” regale, unica, millennaria e potente, di arcaica memoria perfino nelle storie bibliche, crocevia di carovane, di merci rare e preziose. Ma Ebla, per un turista italiano consapevole, era anche il segno di un rapporto speciale fra due paesi millenari che si ritrovavano nella comune memoria del passato e nella collaborazione del presente, nel segno di una comune umanità, fraterna e solidale, nonostante le differenze che la storia aveva accumulato. Questa era Ebla, almeno fino al 2015, quando tutto fu irrimediabilmente compromesso. Molto altro, anzi tutto, come diremo, è stato distrutto in Siria. Ma ad Ebla ci si sentiva a casa, si potevano incontrare amici degli amici e studenti: il sito archeologico era come se fosse sul nostro territorio, nel Sannio o in Etruria. Aleppo. Sicuramente ferita a

In alto resti di Aleppo dopo la guerra del Califfato, 2016 A fianco resti della antica città di Ebla, 3000 a.C. Sotto tavoletta di Ebla

morte, è una delle città più importanti, vitali e belle d’Oriente, testimonianza millenaria di civiltà: Aleppo. Uno dei delitti più sciagurati dei nostri giorni, contro la nostra stessa storia, per non parlare - è sottinteso dell’umanità. Aleppo nella memoria lontana di chi l’ha visitata, è profumo. Anzi profumi intensi e indefinibili del suo Suk, città nella città, che emanano dai sacchi aperti di macinati e granaglie, di pepe in grossi chicchi, di menta e di spezie più rare e svariate che si mescolano agli odori della

melassa dei narghilè fumati dai commercianti fuori dalla loro bottega, o del caffè e del the aromatico servito nei bicchierini di vetro verdastro. I rotoli di tessuti di seta e cotone fanno parete nelle botteghe, come le costole di libri in una libreria, con colori smaglianti, dal porpora, al turchese e al color zafferano in tutte le sue scalature che panneggiano anche l’ingresso dei negozi, un numero infinito, con merce di ogni specie, dai gioielli alle pile del ‘sapone di Aleppo’, fatto con olio d’oliva e olio di alloro, verde e profumato se fresco, gialliccio se invecchiato. I lampadari fantastici illuminano le strutture delle volte come fossero edifici romani. E poi, anche qui, lungo le vie d’accesso al suk stesso, caravanserragli con porticati, mura di cinta in marmi bianco-neri, piccole botteghe artigiane con manufatti all’interno, che guardiani tolleranti lasciano visitare. E anche qui odori intensi e dromedari accucciati.

Poi, nota a tutto il mondo, la Cittadella di Aleppo, dall’indimenticabile solennità della porta d’accesso la cui scalinata era stata restaurata, all’epoca, a spese di un ricco mecenate. Ai grandi monumenti, in Siria, ci si abitua: della Moschea di Omayyade col minareto a pianta quadrata, così simile a un campanile cristiano, resta nella memoria, l’architettura superba nei grandi spazi ma anche la grande sobrietà dei decori così diversi dagli abbacinanti splendori delle mosche iraniane, o i barocchismi egizi, ad esempio. Qui, nel grande spazio e silenzio, sorprende la sobria sacralità dei Mihrab uno dei più spogli, e perciò suggestivi, che ricordi. Ma aldilà del monumento, a un visitatore resta impresso il grande senso di pace e di tranquillità che vi regna, per cui si capisce che la moschea è anche centro d’incontro, di fraternità e di misericordia perché, nei grandi cortili d’ingresso, intorno alle fontane per l’abluzione, poveri e meno poveri sostano come in un riparo sicuro. Almeno così può apparire ad un visitatore straniero, tanto che, talvolta, quando si leva il canto del muezzin, verrebbe fatto di rivolgere un pensiero deferente a quel dio unico e grande portatore di fratellanza fra gli uomini. Ma evidentemente tutto è illusione (come dice il Qoelet) e non riusciamo a capacitarsi che tutto ciò sia divenuto un campo di battaglia; che la vita rigogliosa del suk si sia risolto in una fiammata; e le infinite e raffinate piacevolezze degli hammam e dei grandi alberghi come il “Baron”, a cui il comune turista gettava un occhio invidioso, un cumolo di rovine. Ma, come dicevo, non solo i grandi edifici, ma i vicoli della città vecchia, le chiese e i piccoli caffè d’intorno, di ogni religione ed etnia - arabi, armeni, circassi, distinguibili, per uno straniero, solo da qualche particolare dell’abbigliamento - sono un’umanità distrutta e irripetibile.


16 APRILE 2016 pag. 9 Andrea Caneschi can_an@libero.it di

L

a città vecchia è un mix inestricabile di strette case vietnamite, alte, a tre piani almeno, con la bottega sotto e un corridoio stretto e buio che si affonda nella pancia della struttura, aprendosi sulle abitazioni interne, misere, essenziali, singole stanze che ospitano intere famiglie allargate; bagni in comune, pochi e malridotti, scale interne che portano ai piani superiori. Ogni tanto la nostra guida ci mostra ambienti più ampi – “vietnamiti ricchi”, ci dice – che hanno acquistato un’altra stanza ai salatissimi prezzi imposti dal mercato e si sono ingranditi, conquistando qualche comodità in più all’interno di questi formicai senza finestre, dove la luce arriva solo dalla facciata attraverso grandi finestroni e balconcini che occupano tutto il fronte dell’edificio. La vita in realtà si svolge sulla strada, dove ogni bottega rovescia la propria merce, e donne e uomini dalla periferia della città si dispongono dal mattino fino al tramonto con le loro povere merci sui marciapiedi, animando un mercato permanente e diffuso che si offre a noi turisti, ma soprattutto ai vietnamiti, che amano sedersi sulla strada su microscopiche seggioline di plastica su cui si arrotolano grazie ad articolazioni evidentemente ben oliate, sorseggiando thé, un caffè dal forte aroma di cacao, consumando piatti locali che improbabili cucine di strada preparano in diretta a qualsiasi ora e dappertutto in mezzo alla confusione e alla polvere del traffico, diffondendo profumi appetitosi che solo la necessaria prudenza igienica ci impedisce di verificare sul piatto. La cucina vietnamita, quella che assaggeremo nei locali di lusso per i turisti e per gli uomini di affari, avrà però gli stessi profumi, le stesse infinite combinazioni di gusto da un uso sapiente degli ortaggi, della frutta e delle spezie che la terra offre in grande quantità. C’è una socialità che colpisce, fatta di tanta gente che si affolla attorno agli infiniti lavori e lavoretti della giornata, ma senza mai correre, con tempi lenti, che lasciano spazio al fumo, all’attesa (il lavoro di attesa è probabilmente uno dei più diffusi: si fa la guardia a una bottega, si aspettano clienti, si

Good morning Vietnam Parte 2

Hanoi La città vecchia riposa seduti o semisdraiati sugli scooter parcheggiati dappertutto o in qualche angolo all’ombra delle piante che crescono, impolverate ma rigogliose, anche dal cemento). Il traffico stesso, qui ad Hanoi, scorre ininterrottamente,

ma con la lentezza necessaria a macchine e scooter ad insinuarsi nei varchi che si aprono, in equilibrio con gli enormi carichi di persone e di cose che muovono in giro. Verso l’ora del tramonto progressivamente il traffico si

gonfia oltremisura; fiumane di persone lasciano il lavoro e le postazioni sulla strada per ritornare con i loro mezzi a casa nella enorme periferia e poi, poco a poco, le strade si svuotano: quando ci muoviamo dall’albergo per la cena rimangono sparuti gruppi di persone intorno alle poche botteghe ancora aperte; tutti gli altri si sono ritirati nelle case, buie per lo più, poche finestre qua e là, fiocamente illuminate, ai margini delle grandi strade che attraversano la città da un capo all’altro. Secondo le zone, o inserite casualmente in questa povera architettura, quanto mai varia nei colori, nei decori, nella finitura dei balconi, compaiono villette francesi, fregi che riportano al periodo coloniale, ma anch’essi sciupati, rovinati dal passare del tempo e dall’incuria di un paese che per troppo tempo ha avuto altre priorità che non l’estetica delle città. Queste sono cresciute, nel giro di pochi anni, in una frenesia di inurbazione sospinta dallo sviluppo economico sostenuto che il paese mantiene da qualche anno, fino agli otto milioni di anime in Hanoi o a quindici come sapremo di Saigon, in un contesto in cui latitano regole di urbanistica e la città vecchia appare come un immenso alveare, non molti passi più avanti delle bidonville sudamericane, ma con uno sforzo di pulizia e di igiene che si legge nelle persone, nelle frotte di bambini e ragazzi che affollano verso il tramonto le strade uscendo dalle scuole, pubbliche e private, con le loro divise ordinate, con un aspetto curato e sano che contrasta favorevolmente con il disordine e la polvere che invade tutto.


16 APRILE 2016 pag. 10 Gianni Biagi g.biagi@libero.it di

N

on che sia una grande novità quella che ha proposto il direttore della Galleria degli Uffizi Eike Schmidt. E neppure molto originale. Nell’ambito dell’ipotesi di riorganizzazione della galleria il Direttore propone di “musealizzare” anche “Il Ratto delle Sabine”, la celebre statua che Jean de Boulogne realizzò intorno al 1575-1580 per la famiglia Medici e da allora collocata esattamente dove sta adesso sotto la Loggia dei Lanzi in Piazza della Signoria. Non è la prima volta che la questione si pone al dibattito della città e credo che questa proposta sia un errore. Per valutare se, e per quale motivo, ricoverare dentro un museo una statua pensata e realizzata per essere visibile da tutti i cittadini non possono valere solo ed esclusivamente le ragioni della conservazione. Non esistono solo le esigenze di conservare per i posteri. Esistono valutazioni riferibili al contesto entro cui l’opera è stata concepita e realizzata e in sostanza alla valenza simbolica, storica e culturale dell’opera. Ed esistono anche ragioni riferibili all’oggi e alla fruizione dell’opera artistica in un contesto contemporaneo. Per quanto attiene alla prima questione la statua del Giambologna (pseudonimo appunto di Jean de Boulogne) fu commissionata dai Medici per essere collocata proprio in quel posto in sostituzione della Giuditta e Oloferne di Donatello, nell’ambito della complessiva riorganizzazione della Loggia voluta verso la seconda metà del XVI secolo dal Granduca. E quindi tutto propende per manterne la collocazione. Ma è riguardo al secondo aspetto che occorre aprire la discussione. La vita, l’aurea, la “bellezza” delle città, in particolare di quelle definite “città d’arte”, è fatta dalla possibilità di passeggiare e trovarsi nella storia, non circondati dalle copie della storia. Certo non dobbiamo sottovalutare le esigenze della conservazione ma neppure sacralizzare l’opera d’arte e farla diventare una “reliquia” laica. Walter Benjamin docet. Con la nascita dei musei, e poi successivamente nell’ottocento, il rapporto fra conservazione,

Il ratto del Ratto

fruizione e godimento pubblico è stato irrimediabilmente modificato. L’ottocento è anche il tempo del romanticismo e del valore della”patina” delle opere d’arte, del loro trasformarsi nel tempo, mentre nel novecento si è andata affermando l’epoca dei restauri che ripuliscono tutto con la mania di riportare l’opera al suo aspetto originale. Che dire infatti del processo di “restituzione e di quasi invenzione” dell’originale romanico-gotico operato con pervicacia, con il beneplacito delle soprintendenLido Contemori lidoconte@alice.it di

Il migliore dei Lidi possibili

Incubi tatuati Disegno di Lido Contemori Didascalia di Aldo Frangioni

ze, nella seconda metà del secolo scorso in molte delle chiese della Toscana distruggendo l’impianto barocco post riforma? Certo per un’opera singola il discorso è diverso e più semplice che per l’architettura. Ma credo sarebbe utile discutere se valga la pena di vivere in un città di copie o se invece sia possibile studiare modalità che tengano insieme le esigenze di tutela e di conservazione con quelle di vivere in una città viva e originale. Quando si verificarono fenomeni di vandalismo ad alcune delle opere della

Loggia si decise, giustamente, di non chiuderla e farne solo un oggetto da vedere da fuori, ma di intensificare la vigilanza, per cui ancora oggi è possibile per tutti, fiorentini e turisti, sedersi e godersi il fresco, o il sole, e insieme godere delle opere del Giambologna, del Perseo del Cellini, o della statuaria romana, o del Ratto di Polissena di Pio Fedi. Non dobbiamo perdere questo punto di vista, Anzi io sarei per tentare di riportare per strada anche opere che sono nei musei. Come la Giuditta e Oloferne che dovrebbe ritrovare il suo posto sull’arengario di Palazzo Vecchio, togliendola dalla Sala dei Gigli dove è totalmente incongrua e vive ignorata da gran parte dei visitatori. Stessa sorte per il Puttino del Verrocchio nelle sale di Cosimo I. Riporre un’opera d’arte, realizzata per essere pubblicamente vista, in un museo è comunque sottrarre qualcosa ai cittadini di quel luogo. E forse è avviarsi verso l’indifferenza fra la copia e l’originale. E allora quale differenza vi sarà fra passeggiare a Firenze o nella sua copia nel deserto del Nevada? Solo le opere contenute nei musei.


16 APRILE 2016 pag. 11 Paolo Marini p.marini@inwind.it di

be permesso allo spettatore di ricorrere alla propria memoria e soggettività per interpretare quel che vedeva nei quadri” - come spiega Carter E. Foster, sempre nel catalogo. Edward Hopper è stato anche un grande disegnatore, i suoi disegni raccontano l’infinito lavoro che egli compiva per raggiungere un certo risultato. “Hopper partiva scrive Foster - dal particolare per arrivare al generale: i dettagli di

N

el 1968 il Whitney Museum di New York ereditava dalla moglie di Edward Hopper, morto appena un anno prima, una fortuna: oltre 3.000 opere (tra dipinti, disegni e incisioni) del maestro americano. Il quale aveva trasferito un po’ del proprio carattere schivo e riservato nel silenzio, negli spazi e nella solitudine che essudano dalle sue tele. Si è detto di lui: artista isolato, poiché legato ad un’arte realista, certamente “relittuale” (Luca Beatrice) nel Novecento, che è stato il secolo delle avanguardie e delle grandi, spesso violente o ‘vocianti’ innovazioni, anche in campo artistico. Mi attrae delle opere di Hopper, anzitutto, lo stile minimalista, essenziale, con cui ha reso immagini e soggetti tratti dalla vita quotidiana. Malgrado il realismo di partenza, un’atmosfera metafisica invariabilmente li pervade, al punto che quelle stesse cose quotidiane - come ha scritto Elena Pontiggia - “non sono più strumenti ovvi, ma segni misteriosi”. E ancor più mi avvincono quelle figure umane - come sospese tra sé stesse - chiuse in un isolamento, in un fermo-immagine che disvela la vocazione di fondo dell’artista: per una visione superiore, interessata a ciò che non muta, al noumeno, alla sostanza; piuttosto che alla introspezione, alla ricerca psicologica o, peggio, allo psicologismo. Fino al prossimo 24 luglio il Palazzo Fava o delle Esposizioni di Bologna ospita una selezione di opere prestate dal museo newyorchese, un ensemble articolato in sei sezioni diacroniche, per diffondere la conoscenza di questo artista ancora troppo ignorato, che ha solcato con impronta personalissima il proscenio dell’arte moderna. Qualcuno ha definito il suo modo di guardare la realtà “freddo ed essenziale, immediato e privo di giudizio” (ancora Luca Beatrice, nel catalogo della mostra). Rifletto su questo ritrarsi, non solo nella vita ma in un certo senso anche dalla tela, ovvero quel rapportarvisi egli stesso da spettatore, come ad un sublime escamotage per attivare un passo, un’emozione di più in chi si accosti alla sua opera: “entrare troppo nello specifico non avreb-

Il fantastico realismo relittuale di Hopper

In alto Soir Bleu, 1914, Whitney Museum of American Art, New York;Josephine N. Hopper Bequest 70.1208 © Heirs of Josephine N. Hopper, licensed by Whitney Museum, N.Y. Al centro Light at Two Lights, 1927, Whitney Museum of American Art, New York; Josephine N. Hopper Bequest © Heirs of Josephine N. Hopper, Licensed by Whitney Massimo Cavezzali cavezzalicartoons@hotmail.com di

S cavez zacollo

un luogo (...) diventavano spunto per evocarlo senza rappresentarlo”. Si vada dunque, si vada insomma alla mostra felsinea, a celebrare il post-impressionismo solidificato, il senso di apparente, volumetrica certezza, la discrezione di quest’arte, smisurata tanto da nascondere ogni possibile, ogni visibile traccia di autocompiacimento. Proprio in questo – mi pare - l’arte di Hopper ha più che da dire, semmai da insegnare, a ciascuno di noi, l’uomo che fa silenzio intorno a sé per dare voce alle cose, alla loro insondabile essenza: cifra esattamente opposta allo show, al circo Barnum cui consentiamo di assediare l’esistenza con il soverchiante baccano di ciò che non ha peso.


16 APRILE 2016 pag. 12 Riccardo Nicoletti r.nicoletti@gmail.com di

N

ella bellissima sala conferenze della Biblioteca delle Oblate, il 7 aprile, è stato presentato il volume “De Amicitia”, dedicato a Maria Cristina Landi e curato da Sandra Landi per le Edizioni Nicomp. Il libro rappresenta un progetto ambizioso, in quanto “Parlare di amicizia in un periodo storico così complesso, quando i sentimenti più antichi e genuini sembrano essere dimenticati, potrà apparire presuntuoso. Ma noi che scriviamo in questo libro che sfoglierete, crediamo nella necessità di una ridefinizione dell’etica pubblica e intendiamo sottolineare che c’è comunque chi crede nell’amicizia, in quel vincolo disinteressato che unisce le persone più aperte e sensibili.” [S. Landi] Il volume, che riporta in copertina un’ opera di Antonio Possenti, si compone di tre parti. Dopo alcune Riflessioni sul tema dell’amicizia, i contributi degli Artisti partecipanti sono stati organizzati in Narrazioni ed Emozioni, il tutto arricchito con opere visive. A Maria Cristina hanno dedicato la loro amicizia molti Artisti conosciuti e di chiara fama. Ricordiamo tra le poetesse Gladys Basagoitia, Ruth Cardenas Vettori, Stevka Smitran, Mariella Bettarini, Maria Pia Moschini, Vittoria Bartolucci, Liliana Ugolini e Caterina Trombetti. Tra le opere visive citiamo quelle di Kiki Franceschi, ESP. (Elena Salvini Pierallini), Giovanna Ugolini, Aldo Frangioni e Daniela Piegai. L’ affollato evento del 7 aprile è stato condotto da Aldo Frangioni e dalla curatrice del volume Sandra Landi, facendo alternare ai loro interventi alcune voci recitanti di molti degli Artisti presenti. Molti hanno anteposto ai propri interventi alcune parole in ricordo di Cristina; hanno elogiato il suo modo di fare, discreto ma efficiente, il suo modo di parlare, opportuno ed elegante, il suo sguardo sempre attento e sincero. Consentitemi di dedicare poche parole al personaggio a cui “De amicitia” è dedicato, ovvero mia Madre. Maria Cristina Landi è stata insegnante di materie letterarie, ha fatto parte del gruppo di lavoro per le Pari Opportunità Uomo-Donna della Direzione Regionale

De Amicitia per Maria Cristina Scolastica, è stata socia della Associazione Archivio per la memoria e la scrittura delle donne e di Griselda, associazione culturale di scuola di scrittura. Lettrice attenta e ricercatrice appassionata di letteratura femminile, dopo gli anni di insegnamento, ha pubblicato con Lucia Furiesi il testo di narrativa per le scuole medie superiori “Codici Femminili” (CEDAM, 1999), antologia di scrittrici italiane e straniere del nostro secolo. Per conto del Progetto Donna del Comune di Firenze, realizzò “Contrappunti” : il libro per leggere, pensare, scrivere, ricordare, sognare…, che rappresenta un’ apertura dell’ orizzonte sui frammenti della vita femminile, curato a quattro mani con Vincenza Fanizza e pubblicato da Morgana Edizioni. In occasione della Festa della Toscana del 30 novembre 2002 il Consiglio Provinciale di Firenze ha Sergio Favilli sergio.favilli@libero.it di

L’improvvida uscita del Sindaco metropolitano, alias Nardella Dario, sull’obbligo di usare almeno il 70% di prodotti tipici toscani nei nuovi ristoranti fiorentini ha improvvisamente scatenato una tempesta culinaria anche nel Parlamento regionale. I rappresentanti del Movimento 5 Stelle hanno presentato una proposta di legge che rende obbligatorio almeno per un giorno alla settimana il menù vegetariano in tutte le mense pubbliche della Toscana possibilmente consumabile via web. La minoranza DEM del Consiglio Regionale, stimolata dalle telefonate di Cuperlo e Fassina , memori delle celebri feste dell’Unità, ha rilanciato l’idea di dare a merenda in tutte le scuole a tempo pieno il famoso gnocco fritto di gloriosa memoria. Fratelli d’Italia lanciano l’obbligo di inserire nei menù ospedalieri di fine

pubblicato la raccolta di poesie, da lei curata “Connessioni- Voci di donne dal mondo”: antologia di liriche di autrici contemporanee, in lingua originale e in italiano, per documentare il ruolo fondamentale delle donne come operatrici di pace e di solidarietà. Ha partecipato a manifestazioni, convegni, incontri, relativi alle politiche femminili. Nel 2005 è stata curatrice della raccolta di poesie sulla maternità “Mater”, primo testo della collana Gocce dell’Associazione culturale Griselda (Morgana Edizioni), al quale è seguito “Pater” nel 2007,

analoga raccolta dedicata alla figura del padre. Negli anni successivi ha organizzato, curato e presentato numerosi eventi artistici e letterari. La sincerità delle relazioni instaurate negli anni da Maria Cristina con gli Autori con cui lavorava, ha portato alla nascita di autentici affetti basati sulla reciproca stima, che sono andati oltre il tempo e che si sono ritrovati qui, con segni tangibili di amicizie ormai consolidate. Ho ricevuto in questa occasione sincere testimonianze del grande lavoro svolto da mia Madre in ambito letterario, ma non solo; l’impegno che lei metteva in tutto quello che faceva, la sua dedizione nel perseguire degli obiettivi e la professionalità con cui eseguiva i suoi lavori sono caratteristiche che la descrivono perfettamente. Parenti e Amici si sono riuniti adesso in una traccia immortale di tutto quello che Maria Cristina ha seminato, una raccolta di affetti e sentimenti che si riuniscono nella direzione che lei stessa aveva dato al suo lavoro di appassionata cultrice della poesie e delle lettere; tutto questo con l’impronta indelebile della vera amicizia, quella che non muore mai.

settimana il risotto al nero di seppia per onorare il compianto “sabato fascista” . Più sofferta è stata la scelta dei forzaitalioti toscani. Telefonando ad Arcore si son sentiti dire dal capo: “Caviale e champagne per tutti!!!!” La proposta è apparsa eccessiva anche a loro che l’hanno così tradotta: si dia a tutti gli adulti ed in tutte le mense una “entrè” a base di crostino con pasta d’acciughe con un gotto di vinello frizzante. Il Dott. Borghi, capogruppo leghista in Regione, ha pensato bene di proporre l’inserimento obbligatorio nei menù di tutti ristoranti toscani della casseula per favorire il turismo lombardo. I rappresentanti di SEL si sono autotassati per riempire la vasca della Fortezza da basso di un grande stufato di mele selvatiche per gettarci il suddetto Dott. Borghi, per promuovere degnamente un famosissimo piatto fiorentino.

In tutto questo baillame è intervenuto, come poteva non farlo, il Presidente del Consiglio regionale Eugenio Giani. Il Sor Eugenio, tolta la fascia bianca e rossa col Pegaso, ha indossato un gran grembiule tricolore e con mestolo e forchettone ha arringato i consiglieri regionali: - “Egregi colleghi, sono passati i tempi in cui si poteva affermare che la mortadella è comunista, il salame è socialista, il prosciutto cotto è democristiano ed il crudo è fascista, tempi superati!! Oggi si mangia il pecorino con il miele, si condisce gli spaghetti con il cacao, si mette la rucola anche nel cappuccino e la sana cucina toscana è andata a farsi friggere. In tutta questa confusione, in qualità di membro del CONI regionale, propongo di indire a Firenze nel 2017 le prime Olimpiadi della Pappardella e del Lampredotto che sicuramente contribuiranno ad esaltare il gastroturismo di tutta la Regione Toscana. Onore a merito!!!!!

La dieta


16 APRILE 2016 pag. 13 di

Claudio Bisio

S

trana storia intrecciata, quella di Sergio e mia. Vabbè, lui molto, molto, molto più anziano, però con alcuni punti di contatto. Ad esempio un passato da extraparlamentari (di sinistra, s’intende). Lui più sullo stalinismo, io più sul trotskismo. Poi lui, con ampia revisione, approda in seno al grande Partito (comunista, s’intende). Io resisto un po’ di più, anzi decisamente di più (Democrazia proletaria, per capirci). Ci si incontra nella raitre di Guglielmi. Lui mi volle e, diciamo così, è anche un po’ colpa sua se ho iniziato a fare televisione. Poi io Mai dire gol, le Iene, Zelig (su mediaset, guarda un po’) e lui Tango e l’Unità. Ma l’amicizia è rimasta, anzi, tra menti libere si è rinsaldata. Io comincio a gravitare in Toscana, nel Chianti, non lontano dalla Scandicci di Sergio e Bruna e la frequentazione aumenta. Io gli porto Pennac, lui mi porta Guccini. Paolo Hendel c’è sempre. E sono risate, bevute, mangiate, chiacchierate, discussioni sempre accese, su tutto. Mai giocare a Trivial se c’è Adriano Sofri nei dintorni, perché sai che perderai. E a nessuno di noi piace perdere. L’amico comune Fabio Picchi, sano ristoratore fiorentino (oggi si direbbe chef stellato) inventore con la mia amica e collega Maria Cassi del Teatro del Sale, un giorno mi vuole presentare un giovane di Rignano che ha appena vinto le primarie per il comune di Firenze contro l’apparato del Partito, quello di Sergio (nel frattempo non più comunista ma democratico… beh, meglio, visti i tempi). Sergio si infuria, non gli piace. Non ho mai capito perché, provate a chiederglielo voi. Il resto è quasi storia, anzi cronaca. Non so cosa abbia votato Sergio alle primarie del Pd. Se volete vi dico per chi ho votato io. Alle prime che contrapponevano Bersani a Renzi, ho votato Marino… (vietato ridere) Alle seconde, quelle che contrapponevano Renzi a Cuper-

Strani intrecci

Michele Rescio mikirolla@gmail.com di

Inizia a lavorare la ricetta del rotolo al cioccolato e crema di castagne tritando 200 grammi di cioccolato. Scioglilo a bagnomaria insieme a 200 grammi di panna e allo zucchero a velo. Quando è tutto ben amalgamato, lascia riposare in frigorifero fino al giorno successivo. In una casseruola sciogli a bagnomaria il burro con il resto del cioccolato, allontana dalla fiamma e lascialo diventare tiepido. Aggiungi i tuorli e le 2 farine mescolate insieme. Monta gli albumi a neve insieme allo zucchero e aggiungili al resto degli ingredienti. Prendi una tortiera rettangolare foderata con un foglio di carta da forno, stendi l’impasto e livellalo allo spessore di 1 centimetro. Cottura del rotolo al cioccolato e crema di castagne: Cuoci il rotolo in forno preriscaldato a 180° per 15-20 minuti circa. Sforna la pasta del dolce, sformala su di un telo umido e forma un rotolo. Monta la panna, aggiungi crema di castagne, cacao e marron glacé tritati e poi mettila a riposare in frigorifero. Quando la crema è ben soda, srotola la pasta, spalma la

Castagne e cioccolato in rotolo

farcitura e arrotola di nuovo. Decora allo stesso modo anche l’esterno e servi poi il rotolo al cioccolato e crema di castagne decorato con del ribes. Ricetta 1 cucchiaio cacao dolce, 10 marron glacé, 3 cucchiai zucchero velo, 100 g zucchero, 340 g crema di marroni, 400 g panna per dolci, 20 g farina di mandorle, 100 g burro, 270 g cioccolato fondente, 70 g farina, ribes rosso q.b., 7 albumi, 6 tuorli.

lo ho votato Civati (vietato piangere). Non so Sergio, ma provo a immaginare: Bersani e Cuperlo?!? Posso anche dire che alle recenti primarie per il sindaco di Milano non sono andato a votare (è la prima volta in vita mia, vorrà dire qualcosa?). Non capivo proprio le differenze tra Maiorino e la Balzani. Giuliano, vuoi spiegarcele tu?... Lascia stare, troppo tardi. Ora ha vinto Sala e non si discute. E chi dice che Sala e Parisi sono uguali mente sapendo di mentire. Provate a immaginare sul palco di un ipotetico Parisi vincitore: Salvini, Formigoni, Berlusconi, Moratti, La Russa, De Corato… mi fermo o vado avanti? Ricordando il doppio arcobaleno di piazza Duomo quando vinse Giuliano e tutta la Milano arancione era in festa, molta nostalgia e un po’ di scoramento mi viene. Ma poi leggo (in anteprima, che fortuna, grazie ancora amico Sergio!) “Alla ricerca della pecora Fassina” e mi torna tanto buonumore e un po’ di speranza. Mi sembra che con tutti gli incroci di questi decenni io e Sergio siamo arrivati a una stessa conclusione, quantomeno a una medesima sensibilità. Se non avessi un piede rotto e pulsante (ingessato e appeso) vorrei essere lì con voi e fare tante domande a Sergio, a Daria, a Giuliano, al pubblico… anche un po’ provocatorie. Vorrei chiedervi di Fassina, appunto, ma anche di Cofferati. E pure di Basilio Rizzo. Mi piacerebbe chiedervi cosa vuol dire essere di sinistra oggi, cosa vuol dire amministrare da sinistra una città come Milano, chiedere a Sergio se quel partito lì, che ha cambiato tanti nomi, gli piace ancora, è ancora il suo e se pensa davvero, come scrive nel suo bellissimo e divertentissimo libro, che Fassina, dopo avere fondato e successivamente sciolto il SI, il BE’, il MAH, il PERO’, alla fine fonderà il NO, un movimento di sinistra in cui nome e programma coincidono. Scusate, ora devo scappare perché mi sta squillando il telefono. “Ciao Matteo, dimmi…”


16 APRILE 2016 pag. 14 Filippo Polenchi filippo.polenchi@gmail.com di

“Voglio pensare di aver scritto quanto più vicino all’osso che potevo. Con questo intendo dire che ho cercato di scavare fino alla fondamentale, irriducibile struttura della vita, e delle nostre vite in relazione a quelle degli altri”. Kent Haruf, 2014 avvero vogliamo credere a queste parole estreme di Haruf, a un Canto della pianura (pubblicato per la prima volta nel 1999 e ora conosciuto grazie alla giovane NNeditore) come scarnificata prosa dedicata ai più essenziali atomi del discorso? E di quale discorso si parla? Il romanzo è raccontato attraverso quattro sguardi principali e tre unici. Fra i focus ricorrenti: Tom Guthrie, professore del liceo di Holt in Colorado; Ike e Bobby, figli di Guthrie; Victoria Roubideaux, giovane allieva di Guthrie incinta e abbandonata da (quasi) tutti; i fratelli McPheron, burberi vaccari convinti dalla professoressa Maggie Jones a prendersi cura di Victoria. È evidente la ragnatela di rapporti e traiettorie che superano la casualità per disegnare una certa geometria, come un improvviso magnetismo del sangue: la necessità di richiamare strutture essenziali e quasi astratte. In qualche modo tutti gli scrittori perseguono una tessitura di linee, scarti linguistici e piccoli incendi percettivi – tanto che mi piacerebbe parlare proprio di un linguaggio delle forze – che si lega in modo necessario con la materia narrata. Nel caso del Canto della pianura è la stessa nota introduttiva del traduttore Fabio Cremonesi ad avvertirci del formalismo della vicenda. Il Plainsong, oltre a essere il titolo originale del romanzo, è anche un tipo di canto monodico, cantato a cappella e all’unisono. Un suo tipo celebre è il gregoriano. E certo il ritmo, i ritorni, i richiami, la circolarità e la persistenza di una voce monodica, che non si altera o scarta, ma corre omogenea dall’inizio alla fine, sono mimesi di una salmodia sacra. La sacralità, tuttavia, cova interrata, è nascosta in segni immanenti e allucinatori al tempo stesso: nella dissezione di un cavallo morto, ad esempio, le cui viscere raffreddano sul selciato – impassibile tirocinio al sangue, all’orrore anatomico per i giovani Ike e Bobby. A guardar meglio, inoltre, sembra

Terra opaca

D

di scorgere una ripetizione seriale di grappoli di brani che valgono come modulazioni del nucleo familiare, sebbene quasi sempre manchi un elemento per completare il quadro (la madre). Ad apertura si replica per due volte la serie Guthrie-Victoria-Ike&Bobby; si prosegue con due sezioni dei soli giovani – Victoria e i figli di Tom – eccetera. Più avanti, dopo l’ingresso in scena dei fratelli Attraverso uno specchio mentale e ideale il lavoro delle tre artiste conduce a una osservazione della realtà non come singole immagini ma come a una sovrapposizione di immagini, una specularità che si traduce in una molteplicità, in cui il visibile e il simbolico si mescolano e si confondono. La natura, intesa come ambiente nel quale viviamo, diventa il teatro in cui va in scena questo passaggio, questo attraversamento di luoghi fisici e mentali. Lontani dalla dimensione del sogno ma vicini all’immaginazione e alla fantasia. I dittici di Martina della Valle rispecchiano questo principio fondante, che quasi non ha parole di definizione, tanto è parte integrante della cultura giapponese. È infatti durante un viaggio in Giappone che della Valle entra in possesso di una scatola di negativi che contengono still life di ikebana. I segni del tempo e la poca cura nella conservazione, polvere, piccoli rami, frammenti di foglie, si mescolano ai negativi, dando quel senso di corrosione, di contaminazione che arricchisce invece di svilire. Il wabi-sabi di della Valle è privo di

McPheron (che parlano spessissimo della madre morta da tempo immemore), si avrà la formulazione di una famiglia allargata, o meglio, sghemba, composta dalla giovane partoriente Victoria, Guthrie, i fratelli Ike&Bobby e i vecchi McPheron, a loro volta fratelli. Ad ogni buon conto la ricerca è sempre orientata verso la madre, verso l’origine. La maternità è vissuta come fuga, come attesa, come speranza. Famiglia come interazione di persone (“delle nostre vite in relazione a quelle degli altri”), come incrocio di voci e possibile labirinto. Eppure dalle prospettive intrecciate non scaturisce alcun ritratto del mondo e della sua varietà. In ciò sta la decisiva differenza con William Faulkner, così spesso – e a torto – richiamato per Plainsong. Se prendiamo il Faulkner di Mentre morivo (1930), dove anche in quel caso una madre è al centro di tutto, le voci recitanti sono sempre interne al racconto, “in prima persona” insomma, e ciascuna di esse

Through the looking glass

è portatrice di una differenza che fa impazzire il mosaico. In Faulkner la ricomposizione, che pure esiste, va indagata su altri reperti. Qui, invece, le voci non spezzano, ma raddoppiano la sola voce narrante “esterna” e “in terza persona”. È un recitativo monotòno, piatto nonostante quello che accade sulla pagina. In altre parole in Canto della pianura si cercano frammenti di eternità in una terra ciclica, stagionale, ritornante. La gravidanza di Victoria, l’addomesticamento dei cavalli, le autopsie sulle bestie, i balli serali, l’apprendimento del sesso e della morte per i giovani Ike e Bobby hanno tutti lo stesso valore, sono tirocini che devono essere attraversati, necessarie stazioni di un destino. I personaggi che tenteranno di controvertere la sentenza del proprio fato sono destinati al fallimento. Nella sua opacità Haruf è inquietante: niente di quello che accade sotto il sole potrà mutare qualcosa sulla terra. Per questo scrittore, così intensamente americano e “metodista”, il senso del mondo dev’essere continuamente ripetuto e trattenuto, perché è così fragile che potrebbe evaporare. Come in una preghiera. definizione univoca come l’heimat di Baerbel Reinhard richiamato nella serie Punctum. Non c’è definizione per la parola heimat che, per la lingua tedesca, è legata ai concetti di casa, di luogo natale, ma anche di natura in senso lato, una natura non solo fisica ma anche dell’interiorità, collegata cioè a una dimensione emotiva. Il viaggio di Annabel Elgar segue quello dei frammenti lunari, letteralmente moon rocks che provengono dalle missioni Apollo 11 e 17. 270 moon rocks sono stati regalati ai governi di paesi stranieri dall’amministrazione Nixon, di questi, per circa 180 si sono perse le tracce, e molto probabilmente alimentano un mercato di collezionisti e ricercatori. Tanto che nel 1998 una legge federale USA nominata “operation lunar eclipse” è stata promulgata per prevenire la vendita illegale di rocce e residui di polvere. Annabel Elgar parte da qui per un viaggio fantastico in cui i moon rocks sono ritrovati, grazie alla ricostruzione di una serie di indizi e di una loro probabile presenza tra cassetti di collezionisti, uffici postali e assemblamenti di polvere di luna.


16 APRILE 2016 pag. 15 di

Monica Innocenti

Passeggiando in bicicletta (sul tetto del mondo)

H

o l’abitudine di dare almeno un’occhiata a gran parte delle trasmissioni televisive di maggior successo, in quanto le considero, in ogni caso, uno specchio degli anni in cui viviamo. Trovare in questi programmi storie o personaggi che, dal mio punto di vista, possano essere considerati davvero interessanti è un altro paio di maniche, ma a volte succede. Ciò che mi ha colpito di Keiichi Iwasaki, più che la divertente performance da artista di strada ad “Italia’s got talent” è stata la storia della sua vita. Chi non ha fantasticato almeno una volta di cambiare tutto, di rivoluzionare la propria esistenza da un giorno all’altro? Dopo averlo pensato Keiichi lo ha fatto davvero: ha inforcato una bicicletta ed è partito alla scoperta del mondo. In una pausa del suo viaggiare, ci ha raccontato qualcosa di sé. Com’era la sua vita in Giappone? E in breve, com’è la sua vita adesso? In Giappone ero un operaio: montavo condizionatori d’aria nella piccola azienda di mio padre. Nel 2002 ho deciso di partire e non mi sono più fermato per 14 anni: ho visitato 43 paesi. Quando ero in Nepal ho scalato l’Everest, poi ho navigato lungo il fiume Gange fino al mare e ho attraversato il Mar Caspio (il più grande

lago del mondo). C’è qualche tappa dei suoi viaggi alla quale è particolarmente affezionato? Tantissime! Forse il momento più speciale è stato arrivare sul tetto del mondo: quando ero in Nepal, nel 2005, ho scalato l’Everest. Sono partito dal livello del mare, mi sono preparato per un anno e alla fine, utilizzando solo le mie forze, sono arrivato in vetta: un’emozione che mi riesce difficile persino descrivere! Le sono capitate anche delle esperienze negative in questi anni? Due volte ho avuto paura di morire. La prima quando, mentre attraversavo il Tibet, fui morso da un cane; mi trovavo in un piccolo villaggio dove non c’erano medici o possibilità di ricevere soccorso e il rischio di contrarre la rabbia (che è una malattia potenzialmente mortale) era fortissimo ma, con un po’ di fortuna, riuscii ad arrivare in una città più grande.

Matteo Rimi lo.stato@libero.it

Narrazione a puntate con finale a sorpresa

di

S

embrava che tutte le sue parole fossero finite dentro quell’assurda visione e che con lo sfumarsi di questa sul bianco della parete regredente al suo stato originario anche loro se ne fossero andate. Ma non ebbe neanche il tempo di trovare qualche solido appiglio che ciò che di ancorato al reale restava seguì nel delirio il resto delle sue percezioni. Sentì come se il letto sul quale aveva cercato di scavare invano una nicchia avesse ceduto ad un tratto, rivelando un nero baratro dove iniziò a precipitare all’indietro, di testa, in una situazione che molto ricordava il sogno ricorrente che in tanti provano vividamente e che altro non sarebbe che la registrazione sulla corteccia del momento esatto del parto. Anche nel sogno la durata di questa caduta può variare, ma per lui cominciava a sembrare davvero

La seconda proprio nel momento più bello, sulla vetta del monte Everest. Avevo perso la strada per tornare al campo 4 a quota 8000m, ero da solo e la mia scorta di ossigeno era quasi terminata. Riuscii a ritrovare la strada per tornare al campo 4 quando quasi non ci speravo più! Quando e in che modo si è manifestata la voglia di vivere viaggiando? Era una sensazione latente oppure è qualcosa arrivato all’improvviso? Quando a 21 anni ho visitato un altro paese: l’ Australia. Fu un’esperienza sconvolgente che mi cambiò: compresi che ciò che intimamente desideravo era visitare altri paesi e conoscere culture nuove e diverse. Ed è quello che ho fatto a 28 anni. Ha mai nostalgia delle abitudini e della cultura giapponesi e quali sono le differenze più marcate con quelle europee in generale ed italiane in particolare? A volte mi mancano i miei genitori e gli amici di un tempo, ma al giorno d’oggi, grazie alla tecnologia è facile comunicare con loro. E se ho un attacco di vera nostalgia, basta salire su un aereo e 12 ore di volo mi portano in Giappone. Il problema senza soluzione è quello del cibo: in Europa è facile trovare un ristorante giapponese, ma è quasi impossibile gustare il vero Ramen! Le differenze tra culture sono

troppo; a tal punto che, se davvero fosse stata reale, a quest’ora avrebbe raggiunto il centro della Terra. Ma il calore che velocemente aumentava, la sensazione di ardore che cominciava a compromettere la sua pelle, il soffocamento che si sentiva alle vie respiratorie lo costrinse ad operare una correzione: non il centro della Terra, proprio l’Inferno! Esattamente – sentì nella sua testa e la sua folle velocità diminuì con delicatezza dando il tempo ad i suoi piedi di accorgersi del duro selciato sotto di loro ed aiutare il resto del corpo a ritrovare l’equilibrio. Una desolazione mai vista era intorno a lui, ma soprattutto mai provata: non era, infatti, lo squallore che lo circondava ad affligger-

Capitolo 5 La caduta

lo di più ma la netta sensazione di quanto fosse eterna, immutabile, la condanna a doverlo sopportare. Il poeta John Milton stabilisce nel suo Paradise Lost che è l’orgoglio il più grave peccato di Satana, ma nonostante tutto non può che lodare la tenacia del suo personaggio nell’affrontare la propria condanna: Lucifero rappresenta l’uomo costretto a combattere per la sua vita in mezzo a tanta miseria e la poesia dà forza a questa immagine, tanta da aver superato i secoli e da essere ancora di conforto ad i tuoi simili nelle ore più buie – : il coniugarsi estraneo tra i suoi pensieri cominciava a diventare familiare ma mentre una forza invisibile lo prese e sollevò progressivamente verso il buio là in alto, esso lasciò la parola ad un’altra voce, musi-

grandi (stile di vita e di lavoro, cibo, modo di pensare), ma il bello da scoprire è proprio questo! Sembra avere una particolare predilezione per l’Italia: quali sono le motivazioni di questo rapporto privilegiato col nostro Paese? Le bellezze dell’Italia sono uniche ovviamente, ma ciò che amo di più sono i rapporti tra le persone. Quelli familiari e di amicizia sono molto più stretti e persino il modo di salutare è diverso: in Italia sono baci e abbracci, quando la maggioranza dei giapponesi si saluta con un inchino, quasi a voler sottolineare il rispetto, ma anche la distanza. Ha mai preso in considerazione la possibilità di stabilirsi in un posto e magari crearsi una famiglia? Insomma, ha mai pensato ...di cambiare vita? Quando ero in Nepal sono stato vicino a sposarmi, ma i genitori di lei erano contrari e la mia voglia di viaggiare prepotente e la cosa non andò a buon fine. Ha dei programmi per il prossimo futuro? Mi piacerebbe andare in Africa e in Nord e Sud America, ma non riesco a fare programmi a lunga scadenza, perché il viaggio offre sempre sorprese e opportunità di conoscenza inaspettate. Il viaggio (e la voglia di scoprire) sembrano non finire mai: in bocca al lupo Keiichi! cale e graffiante allo stesso tempo, come quella di un attore che ha perso la flessuosità per il raschiare degli anni. Era il Diavolo che incitava i suoi: “Quindi perché lasciare gli amici fedeli, gli alleati e i partecipi di questa nostra perdita, giacere così attoniti sull’acque immemoriali, e non chiamarli con noi a condividere la loro sorte in questa dimora infelice, o a tentare con noi nuovamente, riprese le armi, ciò che ancora può essere riconquistato in cielo, o ciò che ancora di più può essere perduto nell’Inferno?” La voce si spense nei suoi orecchi ma fu come il materializzarsi di quelle pagine davanti ai suoi occhi ed in una parte della sua memoria da dove non se ne sarebbero più andate.  (continua)


lectura

dantis

16 APRILE 2016 pag. 16

Disegni di Pam Testi di Aldo Frangioni

Pieni di malattie, compreso i’ tifo, uniti al decimo giro dei falsari in un imbuto tal come lo scifo

Produttori dei più biechi inganni chi si fece passar per altra gente, e chi cambiò per veri falsi panni

si battevano come de’ sicari affetti dai più luridi malanni ognun col suo, secondo loro affari.

e fra color che io ricordo a mente un siculo vid’io furbo pischello facea ghinei a danno dell’ambiente

Canto XXX 9° cerchio 10a bolgia

I falsari si battono tra loro con ferocia, alcuni sono affetti da gravi malattie come quella che ha colpito uno dei “gemelli”.

cangiando, come fosse nu’ gemello, le parole della schiava sua amante con i potenti per farsi più bello.


16 APRILE 2016 pag. 17 di

Scultori in fattoria

Gioliana Uva

I

l due e tre aprile, nell’ambito della mostra mercato con cui la Fattoria di Maiano ha festeggiato la primavera, l’antico borgo ha fatto da cornice a 5 scultori che si sono esibiti nella realizzazione di un’opera di scultura con tronchi di cipresso provenienti dal bosco a ridosso della fattoria. Gli scultori: Francesco Battaglini, Roberto Coccoloni, Luca Mommarelli, Lorenzo Montagni e Giuseppe Procopio, in queste due giornate, hanno realizzato delle sculture lavorando con motoseghe, sgorbie e mazzuoli. Chi è arrivato ai cancelli della Fattoria si è trovato immerso in un via vai colorato di persone che giravano incuriosite da una bancarella all’altra, dove erano esposti prodotti artigianali di ogni tipo: gioielli, ceramiche, vestiti. Proseguendo nella passeggiata, tra cortili, loggiati e scale che portano alle terrazze panoramiche si poteva arrivare al bordo piscina. Qui, riparati sotto ampi gazebo dal caldo sole primaverile, gli scultori hanno avuto la possibilità svolgere il loro lavoro creativo, spaziando con lo sguardo sui prati verdi

e ben tenuti della fattoria, fino ai tetti rossi di Firenze che si intravedevano tra le colline. I bambini, in particolare, erano eccitati e felici dello spazio a loro disposizione e correvano da un luogo all’altro attirati ora dal raglio degli asinelli, ora dallo starnazzare delle oche o dal luccichio del laghetto o ancora dal rumore delle motoseghe degli artisti. Con i loro occhi curiosi hanno potuto vedere un tronco

di cipresso diventare, con tagli precisi e sapienti, sculture via via più definite. E così un ranocchio che esce da un tavolino, una giocoliera a braccia aperte che si destreggia con una palla, un viso di donna con i capelli al vento, un torso d’uomo e una figura umana, hanno pian piano preso forma sotto le mani degli artisti. E tra il profumo inebriante del cipresso tagliato, c’era chi si fermava ad osservare

gli scultori al lavoro, chi scattava foto, chi, più interessato, faceva ogni tipo di domanda sul lavoro dello scultore e sul tipo di legno usato e i bambini, dal soffice tappeto di trucioli che ricopriva il prato, sceglievano pezzetti di legno da portare via come un piccolo tesoro. Gli scultori hanno anche allestito una mostra delle opere rappresentative del loro lavoro nello spazio antistante la piscina. E così tra il verde dell’erba, l’azzurro della piscina e del cielo, si stagliavano figure in marmo, terracotta e legno come fossero elfi e ninfe appena usciti dal bosco. Una suggestiva mostra all’aria aperta che ha affascinato non solo gli appassionati di arte, ma anche i visitatori che hanno invaso la fattoria in queste due giornate. L’esperienza di questo simposio, che tanto persone ha richiamato, ci insegna quanto l’arte e la cultura siano trainanti per la riuscita anche economica di manifestazioni di questo tipo. Si auspica, quindi, che questa collaborazione tra arte e economia prosegua anche per il futuro.

UN AQUILONE IN VOLO PER IL KENYA SPETTACOLO DI ARTI a scopo di beneficenza

SABATO 16 APRILE 2016 – ORE 17:00 SEMINARIO VESCOVILE FIESOLE – Piazza Mino da Fiesole, 1 CANTO CORALE ALESSANDRI maestro, Paolo Mugnai tenore, Giuseppe Surace

MUSICA IT SOUNDED BETTER IN THE PRACTICE ROOM Sax e clarinetti dirige Andrea Tinacci

TESTI E LETTURE Matteo Rimi, Annalisa Gagnarli Leonardo Nozzoli, Danilo Breschi, Francesca Chiarotto

DANZA Stefania Biagioni Federico Bracci

IMMAGINI Mario Minarini

SCULTURE Valerio Mirannalti

INGRESSO A OFFERTA LIBERA

Giovedì 21 aprile,ore 21 Teatro Studio Mila Pieralli, Scandicci


L immagine ultima

16 APRILE 2016 pag. 18

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

S

iamo ancora nel quartiere italiano, in una piccola stradina laterale. Il clima che si respira è decisamente familiare. Se non fosse per la serratura e la forma del pomello della porta si potrebbe spacciare senza problemi questa immagine come scattata in qualche parte della provincia della nostra penisola. E invece no, qui siamo proprio nel cuore della Grande Mela dove i nostri compatrioti, almeno in quegli anni, continuavano imperterriti a portare avanti le loro abitudini secolari. Tre generazioni di italo americane si godono il sole sulla porta di casa. La madre non si vede, ma la somiglianza tra la nonna e la piccola non lascia alcun dubbio sul loro legame.

NY City, agosto 1969

Cultura commestibile 166  
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