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redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.culturacommestibile.com www.facebook.com/cultura.commestibile direttore simone siliani

redazione gianni biagi, sara chiarello, aldo frangioni, rosaclelia ganzerli, michele morrocchi, barbara setti

progetto grafico emiliano bacci

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N° 1

Il cavaliere oscuro

Non mi sento pugnalato da Meloni e Salvini. Berlusconi è come Batman, ha la corazza di kevlar Silvio Berlusconi

editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012

Con la cultura non si mangia


Da non saltare di

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Daniele Gardenti

B

runo Campanella ha un legame storico con Firenze: dopo la maturità classica conseguita a Bari, si è trasferito a Firenze per diplomarsi in composizione e direzione d’orchestra al conservatorio “Luigi Cherubini” di Firenze. Ha poi studiato composizione con Nino Rota e Luigi Dallapiccola, direzione d’orchestra con Hans Swarowsky e Thomas Schippers. In questi giorni dirige “L’italiana in Algeri” di Gioacchino Rossini al Teatro dell’Opera di Firenze, con la regia di Joan Font. Lo ha intervistato per Cultura Commestibile Daniele Gardenti. Cominciamo con la storia del tuo rapporto nel tempo con Rossini. Quello che noi chiamiamo papà Rossini: abbiamo zio Donizetti, fratellastro Bellini. Bellini è il meno simpatico anche nella vita. Io non riesco a dividere la vita di un compositore da quella che è la sua musica, la sua arte, la sua creazione. La vita che ha condotto Bellini non è eccessivamente trasparente. Rossini è veramente papà Rossini in tutti i sensi, anche dal punto di vista dello stile che ha improntato ad un post classicismo altrettanto “classico”, senza allontanarsene: per questo motivo tante volte le musiche di Rossini vengono accomunate a quelle di Mozart. In realtà c’è in Rossini una ricerca del classico che esula dagli esperimenti fatti da Donizetti e poi da Bellini che addirittura considera la voce come unico punto d’attacco della musica; per cui Bellini ha a volte accompagnamenti abbastanza semplici, inani, quasi da pianoforte non da orchestra e in realtà è la voce che carpisce tutto il frutto belliniano. Donizetti è riuscito ad introdurre alcuni accompagnamenti che verranno poi ripresi da Verdi, quindi in realtà è quasi proiettato in un’epoca successiva, quasi nella seconda metà dell’ottocento. Non si sa che in realtà molte volte Donizetti si rifà a Mercadante del quale il ricordo è quasi scomparso e che meriterebbe ricordato molto molto di più. Rossini invece è il Classico, anche dal punto di vista della orchestrazione, infatti la si può ritrovare pari pari anche in alcune orchestrazioni di Beethoven per esempio, di Mozart naturalmente. Senza dimenticare che Rossini

Campanella e papà Rossini L’italiana in Algeri - Marianna Pizzolato © Michele Borzoni - TerraProject - Contrasto

scrive: “forte” “fortissimo” fff eccetera, ma bisogna ricordare che in realtà gli strumenti all’epoca di Rossini erano molto meno sonori di quello che sono oggi. Per cui quando scriveva ff o fff o a tutta forza, come spesso sottolinea, era in realtà una strumentazione che non superava la vocalità di chi stava cantando in quel momento. I loro forti fortissimi erano poco più di un ronzio di zanzara. Un mezzo forte di oggi ma nemmeno, un “mezzo piano” di oggi. Rossini sapeva scrivere, molte volte si dice che Rossini scriva troppo forte per le voci, invece non è vero perché doveva adeguarsi agli strumenti dell’epoca, che appunto non avevano tutta questa forza. Per questo bisogna che il direttore d’orchestra si limiti e esca dalle sue manifestazioni di forti e fortissimi, dicendo: Rossini le ha scritte per la sua epoca, per i suoi strumenti, ma in realtà fate mezzo forte, fate mezzo piano l’importante è che l’orchestra non soverchi mai la voce e che passi con molta facilità. Questa tua idea l’hai portata avanti? Hai suscitato contrasti? Certo anche con le orchestre: loro leggono forte e fortissimo e giustamente lo fanno. Ogni volta mi tocca spiegare: attenzione non è con gli strumenti del tempo che stiamo suonando oggi. Dobbiamo limitarci e far sì ché le voci passino, quindi suonate sempre un grado sotto quello che sta facendo la voce in quel momento. Naturalmente è un mio compito durante le prove di sala. Come sapete prima ci sono le prove di sala al pianoforte, in un secondo momento ci sono le prove d’assieme con l’orchestra, nel mezzo ci

sono le letture d’ orchestra, in cui il direttore legge pedissequamente senza le voci quello che l’orchestra dovrebbe suonare, avvertendo della forza di suono.Dico: se ascoltate le voci davvero, vuol dire che è la giusta misura, se invece le voci risultano quasi sommerse dal nostro suono vuol dire che dovete abbassare i suoni indipendentemente da quello che è scritto sulla partitura rossiniana. Tornando al paragone che hai fatto con Verdi, com’è che hai privilegiato Rossini rispetto a lui, nostro maggiore operista? Non dimentichiamo che la prima parte della vita di Verdi è ancora belcanto per belcanto intendendo quello rossiniano, donizettiano, belliniano, quindi opere come Il Trovatore, la Traviata, come Il Rigoletto, sono assolutamente ancora opere di belcanto. E’ soltanto in un secondo momento che Verdi incomincia a orchestrare e pensare in maniera differente. Trattando il primo Verdi come si tratta il belcanto rossiniano ecc, non si può dimenticare che Rossini è stato il capostipite di tutta questa maniera di suonare, di comporre e di orchestrare. Una cosa simpatica che di solito non si sa è che appunto Bellini che non è un grande orchestratore ( orchestra pensando soprattutto al pianoforte facendo degli accompagnamenti abbastanza ovvi che si potrebbero eseguire sull’arpeggio pianistico) una volta fu invitato a Parigi dove Rossini era osannato da tutti ed era suo il Teatro des Italiens, Opèra des Italiens che adesso è diventata l’Opèra Comique, ed è per questo che Boulevard des Italiens si chiama così, in onore a Rossini e al

suo Teatro. Con molta generosità aveva invitato molti dei compositori italiani a Parigi a presentare le loro opere, tra cui anche Bellini che gli portò i suoi Puritani, e Rossini vide la prima orchestrazione belliniana e vedendone la povertà, la riscrisse completamente: Ecco perché i Puritani hanno un’ottima orchestrazione mentre di solito l’orchestrazione di Bellini non è eccellente. Mettendo il primo Verdi nell’ambito del belcanto, si può interpretare alla stessa maniera. Diverso è il Verdi secondo, non propriamente wagneriano, ma Otello e il Falstaff risentono della temperie che in Europa andava ormai dilagando di armonie sempre più’ frastagliate e sempre meno vincolate al sistema solare come lo intendiamo ancora oggi. Ora veniamo invece al mondo contemporaneo: mi è capitato di incontrare Philip Glass che mi disse che si ispirava a Rossini per le sue composizioni. Cosa ne pensi del Minimalismo? Pensi che ci sia un sensato collegamento? Mi lascia un po’ perplesso che Philip Glass si sia ispirato a Rossini, mi risulta nuovo francamente. Una cosa c’è da dire: Rossini è sempre attualissimo, anche perché per esempio, oggi si sente sempre di più nella musica il bisogno predominante del ritmo, caratteristica che in realtà non è tanto chiara in Donizetti e Bellini mentre in Rossini sì. Prendiamo qualsiasi opera di Rossini: il ritmo è quasi uno dei sintomi rossiniani più eclatanti. E questo perché in effetti Rossini amava molto appunto il senso del ritmo: questo lo avvicina molto oggi al jazz, Per


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esempio se senti alcune cose di Gershwin, non puoi dimenticare Rossini, ha un senso del ritmo che li avvicina l’uno all’altro. Rossini naturalmente non conosceva nulla di jazz, né lo poteva sapere, però se senti L’Italiana in Algeri, in particolare il finale del primo atto, che diceva Stendhal è una follia organizzata, è soltanto puro ritmo, in realtà nelle parole non c’è alcun significato, sono dei puri suoni: cra cra cra, bum bum bum, din din din, che però sono dei suoni organizzati in maniera tale da tirar fuori puro ritmo. Per cui questo fa di Rossini qualcosa di estremamente moderno di estremamente attuale. Allora parliamo dell’Italiana in Algeri. Ne avrai parlato mille volte in questi giorni naturalmente, raccontaci di come è andata adesso che hai già fatto la prima. L’ho eseguita molte volte: ricordo in particolare quella che ho diretto con la regia di Sherman a Parigi. Non è che fosse un regista che amassi molto, perché era sempre un po’ truculento, però alcune cose erano molto ben trovate: per esempio: quando Isabella affonda con la sua nave e quindi viene presa dai pirati del Bey e portata a Algeri, in realtà il pubblico legge benissimo che questa grande nave affondata ha sulla fiancata il nome Titanic! A partire da questa battuta tutto segue una certa linea: anche il balletto del terzo atto su I Pappataci va a dormir, non lo riuscivo a dirigere perché le risate del pubblico sommergevano ogni suono. Ed era una gioia dirigere in tale atmosfera. Laddove in questa regia non è che avvenga molto. Mi rendo conto che la regia sarebbe ottima se portata in un piccolo teatro da camera: la regia si basa soprattutto sulle espressioni del volto, piccole cose che vanno viste da vicino, all’epoca infatti le facevano in piccoli teatri; la Pergola sarebbe stato un teatro adattissimo a questa esecuzione, e non soltanto per questa, anche per la Cenerentola, Il Barbiere di Siviglia, tutte quelle opere che hanno davvero bisogno di una visuale vicina, di una presenza del pubblico da un lato e dei cantanti dall’altra parte. Mentre un grande teatro come questo dell’Opera di Firenze è dispersivo, con questo proscenio che non si capisce quale funzione abbia perché i cantanti non lo possono usare in quanto

non è possibile arrivarci con le luci: uno spazio non utilizzabile. Inoltre crea un’ulteriore distanza tra esecutori e direttore. Pensiamo alla gamma di teatri che ci sono sulla linea ferroviaria Bologna Milano: Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma. Sono tutti teatri rimasti come all’epoca di edificazione, hanno subito solo alcuni rifacimenti esterni, ma non hanno intaccato la sostanza della struttura, cioè sono piccoli teatri che permettono una vicinanza di pubblico e di cantanti, quindi di immediatezza, di facilità di ascolto. Tu che hai lavorato molto all’estero e hai un metro di paragone: si può definire declino quello degli Enti lirici italiani? All’estero si percepisce la stessa difficoltà in cui versano oggi i nostri teatri? In questo senso sono un fenomeno puramente italiano. Alla Bastiglia e a Palais Garnier a Parigi, i due teatri maggiori della città, vedi Londra con il Covent Garden, vedi Vienna con la Stadts Oper (in realtà a Vienna non sono i viennesi a andare all’opera, ma i turisti) ci sono sempre i teatri strapieni c’è un grande amore verso l’opera. In Italia vieppiù sta mancando. Io pensavo tanti anni fa quando vedevo le vecchine andare a teatro e pensavo che avremmo avuto un ricambio di giovani: devo dire che non c’è stato. Pensavo con l’esempio viennese vicino, non potrebbe un teatro come quello fiorentino essere messo al lavoro continuo di opere per i turisti, visto che Firenze è una città a grande vocazione turistica? Non soltanto Firenze, tutti i teatri potrebbero avere la produttività di quelli stranieri, naturalmente a basso costo. Ma ci vorrebbe un repertorio: cioè le orchestre dovrebbero avere come a Vienna, delle parti in archivio sempre pronte con tutto quanto appuntato sopra. Ad esempio a Vienna se fai una nuova produzione, tu direttore d’orchestra hai il diritto/dovere di mettere sulle parti i segni che vuoi; accelerando, rallentando ecc. Però se riprendi una produzione già fatta, non puoi assolutamente toccare le parti e se tu ad esempio fai una cosa in 2 devi farla in 4 perché è ormai segnata in 4 e quindi l’orchestra se lo aspetta. Sono degli orchestrali splendidi, ma questo permette loro di leggere a prima vista senza

doversi impegnare a leggere qualcosa di nuovo rispetto a quanto già fatto. E questo permette naturalmente di avere una frequenza di esecuzione maggiore. Invece per noi è sempre come se fosse una produzione nuova: bisogna rifare tutte le letture d’orchestra, bisogna ricominciare da capo. Naturalmente non si può fare una sera dopo l’altra, ci vuole un certo tempo per fare queste prove, ma si può ottimizzare molto il lavoro. E allora dove andremo in Italia? La Lirica, dal punto di vista delle opere e della composizione delle opere è terminata nella prima parte del novecento, gli anni ‘50 e ‘60, i vari compositori hanno continuato a scrivere per l’opera, però sono esperimenti che possono o no andare a buon fine. Non dimentichiamo che per esempio la musica che noi conosciamo, il sistema tonale e anche una parte del sistema dodecafonico, si è sviluppata in secoli e secoli. Dalla caduta dell’impero romano, che si basava sulla musica greca, (della quale abbiamo perso quasi completamente l’idea; si basava ad esempio su semitoni, anzi su quarti di tono, che noi non sentiamo nemmeno oggi con il nostro orecchio abituato alla scala ben temperata, grazie a Bach ecc.), ci sono voluti secoli, attraverso vari esperimenti, per arrivare alla musica tonale. Esperimenti a volte che erano addirittura non pensati come tali: per esempio in chiesa quando cantavano le musiche religiose, automaticamente le donne cantavano una quinta sopra perché non erano cosi’ basse per cantare come gli uomini e i bambini magari cantavano un’ottava sopra. All’epoca questo era considerato scandaloso, brutto, invece è l’inizio del nostro sistema tonale. Alla quinta aggiungici una terza e hai già fatto l’accordo normale. Da li’ pian piano i primi esperimenti dell’epoca hanno portato appunto alla musica tonale come la conosciamo noi. Oggi ci sono tanti esperimenti: uno di questi andrà a buon fine e sarà il neuen Kurs il nuovo corso della musica come la conosceremo poi in seguito. Ma ancora non si vede, alcuni esperimenti sono interessanti, ma rimangono esperimenti secondo me. Qual è un progetto che ti piacerebbe realizzare? Adoro Il Don Giovanni, per me

è la più grande opera di Mozart, però lo vorrei fare alla luce di una coscienza presa dal Don Giovanni, perché se continuiamo a pensare, come sempre si pensa che Don Giovanni sia appunto colui che va dietro alle gonnelle e ogni conquista è una da aggiungere alla lista, non arriveremo mai a far un buon Don Giovanni. Il Don Giovanni secondo me è quello di Bernard Show uomo e superuomo. Don Giovanni è l’unico illuminato dell’umanità contemporanea che abbia il coraggio di superare le colonne d’Ercole del sapere. Don Giovanni è il sapere e ogni conquista è una conquista del sapere dell’uomo. Ecco perché quando Don Giovanni accetta l’ultima sfida di andare con il Commendatore all’inferno e quindi praticamente muore, in realtà si è spenta l’unica luce che aveva l’umanità. Ricordo una bellissima regia di Giancarlo Menotti di tanti anni fa del ‘69 credo, che quando Don Giovanni muore cioè va all’inferno, tutto il teatro viene acceso e nell’ultimo sestetto, devo dire non all’altezza del resto dell’opera, tutti coloro che rimangono dicono: e adesso che facciamo senza di lui? La compagnia si disgrega e ognuno ha una propria destinazione. Anche il livello musicale non è interessante, perché Mozart voleva dire che è finito colui che poteva darvi qualcosa, la musica diventa banalissima. Dicevo, il teatro si accende e coloro che sono rimasti sembra che additino il pubblico e dicano: Signori noi siamo rimasti senza la vera luce che è Don Giovanni. E quindi la musica si fa banale e si comprende perché c’è un finale sottotono rispetto alla grandezza dell’opera. Questo aspetto andrebbe saputo portare da una buona regia come fu quella di Menotti, insieme a una buona direzione. Io sottostavo ancora alla vecchia leggenda, ma in realtà verità, che Toscanini era arrivato a fare la prova generale e naturalmente tutto andava benissimo musicalmente, ma lui disse che non era ancora il Don Giovanni e si rifiuto’ di portarla alla prima. Se Toscanini ha detto che non era ancora pronto a fare il Don Giovanni, figurati io. Invece in realtà lo si può benissimo fare. Se trovassi però un’idea registica, quella musicale ce l’ho già, che supportasse quest’idea di Bernard Shaw, sarei completamente soddisfatto.


riunione

di famiglia

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Le Sorelle Marx

L’annunciazione del Granduca

Noto per la sua morigerata umiltà, uomo notoriamente schivo, senza ambizioni di carriera, sempre all’ombra dei riflettori mediatici, il Presidente del Consiglio Regionale Eugenio Giani si è svegliato una mattina con l’idea di fare una cosa storica. “Farò una cosa storica”, si è detto ravviandosi l’argentea chioma, “che guarda al futuro e che lascerà di stucco quell’omuncolo di Nardella. Una cosa che lancerà Firenze nel futuro e me stesso alla sindacatura di Fiorenza. Proprio non capisco come quella carogna di Renzi abbia preferito uno nato in Campania a uno come me che sa tutto di Firenze. Ma io non mollo, eh no, caro Darietto dei miei stivali! Al prossimo giro ti metto all’uscio! E con questa invenzione, ti metto KO!”. Così, bello come il sole, gasatissimo, arriva in Palazzo Panciatichi (ops, pardon, del Pegaso), apre la porta della

segreteria e battendo il ritmo con il piede destro, declama: “Annunciazio’! Annunciazio’! Tu Marì Marì fai il figlio di Salvatore. Gabriele t’ha dato la

Bobo

I Cugini Engels

L’anima di Firenze Dopo “il Volo”, il trio di pischelli lirici che il nostro primo violino di Palazzo Vecchio ha accompagnato in una sgangherata performance in un liceo fiorentino, la vena pop del sindaco Nardella è inarrestabile: non c’è discorso, intervento, post che non si ispiri alla musica popolare. E, da buon neofita del genere, per Dario tutto è scoperta, tutto è nuovo. Così, anche i famosi Cugini di Campagna sono diventati per lui i ghost writer di riferimento. Anche quando tratta del suo argomento del momento, il cibo doc fiorentino. Così in un ispiratissimo post, parafrasando “Anima mia” dei Cugini di Campagna, ci informa che “Firenze è amata nel mondo perché ha un’anima e quest’anima va difesa ogni giorno anche da uno sfruttamento commerciale che snatura la città... Anche il cibo fa parte di un nostro patrimonio culturale da salvaguardare.”. Le foto ritraggono una

buona notizia. Annunciazio’! Annunciazio’!”. La segreteria è nello sconforto: “E’ impazzito! Chiamiamo il 118!”. “Ma no – risponde il Nostro – ho avuto

tavola imbandita di cibo toscanissimo per la firma con le categorie del commercio e dei ristoratori, in un profluvio di finocchiona, lampredotto, ribollita, vino Chianti e fagioli zolfini. I più informati ci raccontano di un finale con un coro etilico con Dario che – manco a dirlo - suonava la hit dei Cugini con il suo violino, mentre l’anima fiorentina, leggiadra e aulentissima, si elevava al cielo: Anima Mia torna a casa tua ti aspetterò dovessi odiare queste mura...

un’idea strepitosa: ora la metto subito su Facebook. Trema Nardella: ti farò vedere i sorci verdi”. Firenze, San Lorenzo, scale del chiostro. Annunciazione oggi restaurata. Momento di festa per un affresco trecentesco portata a nuova luce. A Firenze e in Toscana il Capodanno era fino al 1750, festeggiato il 25 marzo giorno del Annunciazione. Fu il granduca lorenese Francesco Stefano a interrompere questa tradizione per uniformarsi al 1 gennaio. Da quest’anno in Toscana riproporemo iniziative per ricordare il Capodanno dell’annunciazione!! #vivatoscana #toscana #vivafiorenza #firenze #eugeniogiani #annunciazione. “Son come il granduca! Fate largo a Eugenio I da Firenze! Facciamo questo grande Capodanno della Toscana e... pasticcini e fasce per tutti!” Pregevole iniziativa.

Lo Zio di Trotzky

Geni fiorentini

Correva l’anno 2007 e due geni assoluti della fiorentinità - Matteo Renzi, Presidente della Provincia di Firenze, Eugenio Giani, Assessore allo Sport e Tradizioni popolari del comune di Firenze – inaugurano all’interno della geniale manifestazione voluta da quel gran genio di Renzi dal titolo il “Genio Fiorentino”, una grande e finanche ingombrante opera dedicata ai geni di Firenze: opera di arte contemporanea “Silenzio: Ascoltate!” realizzata dall’artista Mario Ceroli. Una genialata! Ma così grande da occultare con la sua gravità la leggera e leggiadra statua di Folon, che infatti fu costretta a sloggiare. Ma che volete fare, questi erano i prodromi del Nuovo Rinascimento che attendeva la città di lì a poco. Almeno così proclamavano gli araldi del potere nuovo che s’avanzava. Ecco l’ufficio stampa della manifestazione renziana: “Il Genio Fiorentino 2007 apre le porte all’arte contemporanea, o

meglio, al Nuovo Rinascimento ... L’opera conterrà espliciti riferimenti ai “geni fiorentini”, ovvero alle personalità intrinsecamente legate alla straordinaria vicenda culturale del capoluogo toscano (Dante, Lorenzo il Magnifico, Botticelli, Benvenuto Cellini, Galilei ecc.) e rimarrà per sempre alla città di Firenze, arricchendo il suo patrimonio artistico.”. Così, nei cinque anni di governo Renzi, si celebra statuariamente la genialità fiorentina e si ferma la tramvia in virtù dello stop al passaggio dal Duomo. Ma proprio a causa di quello, oggi la tramvia deve passare dalla Fortezza da Basso e asfaltare la statua del Ceroli: c’è una sorta di giustizia divina o l’eterogenesi dei fini che porta una infrastruttura del futuro a sostituire una celebrazione del passato. Ma i geni del Ceroli si sposteranno a pochi metri, nella vasca: miracolo del genio, camminano sull’acqua.


26 MARZO 2016 pag. 5 Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

A

gli esordi della diffusione della fotografia, quando la tecnica è ancora limitata al dagherrotipo su lastra metallica, o si è da poco evoluta con i primi negativi su lastra di vetro umida, una delle figure più caratteristiche dell’epoca è quella del così detto fotografo “ambulante”. Paesi e città dell’Italia del Nord vengono sistematicamente visitati dai fotografi provenienti da Francia o Svizzera, Austria o Germania, che si trattengono pochi giorni o settimane, alloggiano presso camere in affitto che trasformano in camere oscure improvvisate, ed offrono i loro servizi a prezzi modici, garantendo la massima “verosimiglianza” dei ritratti eseguiti “con qualsiasi tempo”, in presenza od assenza del sole. Nello stesso tempo si improvvisano “maestri” ed organizzano dei brevi corsi per gli aspiranti fotografi locali, vendendo loro anche le attrezzature di base. Nei decenni che seguono ogni città, cittadina o paese, vede nascere uno o più studi fotografici, dove è possibile farsi fare il ritratto senza dover attendere il passaggio dell’ambulante. Ma non è sempre così, e molte zone rimangono comunque tagliate fuori dal “progresso”, anche quello fotografico. Così la figura del fotografo ambulante non scompare del tutto, ma si trasforma in qualcos’altro, come dimostra la storia di Leonilda Prato, nata nel 1875 in una vallata montana posta fra Piemonte e Liguria da una tessitrice e da un calzolaio, diventata suonatrice girovaga, ed infine fotografa. Leonilda si sposa giovanissima, poco più che ventenne, e contro il parere dei genitori, con Leopoldo, cantante (o piuttosto cantastorie) e suonatore di fisarmonica, bello ma povero, e comincia a viaggiare con lui per piazze e mercati, fra il Piemonte, la Lombardia e la Svizzera. Leonilda accompagna con la chitarra e con il canto il marito, gravemente malato agli occhi, quando un bel giorno incontra un fotografo austriaco che le insegna i rudimenti del mestiere e le cede quasi per niente la sua attrezzatura. La nuova professione non cambia

Leonilda Prato fotografa girovaga la vita della coppia, che alla attività musicale affianca quella fotografica, e non cambia, per il momento, neppure le loro abitudini. I figli, nel numero di quattro, vengono lasciati dopo ogni parto ai nonni, perché se ne prendano cura, mentre la fotografa ed il marito, ormai diventato cieco, continuano a muoversi fra paesi e villaggi seguendo il calendario dei mercati e delle feste paesane, allestendo alla fine dei loro spettacoli musicali una improvvisata sala di posa, quasi sempre all’aperto, con fondali arrangiati, e ritraendo uomini e donne, bambini e vecchi, coppie e piccoli gruppi familiari, restituendo anche agli abitanti delle vallate più sperdute e lontane dalla nascente “civiltà dell’immagine” la dignità di un ritratto fotografico, mettendoli alla pari con i rappresentanti della buona borghesia urbana che frequentano gli studi dei fotografi “à la page”. Leonilda continua a lavorare come fotografa girovaga anche dopo la morte del marito, affiancandovi altre attività temporanee e piccoli commerci. Nei primi decenni del nuovo secolo la tendenza degli studi fotografici è segnata da quel fenomeno noto come “fotografia artistica” o “pittorialismo fotografico”, fenomeno che si diffonde presso professionisti ed amatori, contagiando le esposizioni ed i “salon”, e che Leonilda probabilmente ignora del tutto, restando fedele alla rappresentazione diretta della realtà, dei volti che non necessitano di accorgimenti o abbellimenti per esprimere tutta la loro forza ed il loro carattere. Negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale, che vede la lotta partigiana attraversare le sue valli, Leonilda si offre per la realizzazione delle fototessere per i documenti utilizzati dai combattenti e dai clandestini, fornendo il suo piccolo contributo alla lotta di liberazione. La fotografa, ormai anziana, torna al paese natale dove si spegne nel 1958. La sua opera, composta da centinaia di lastre, non datate e non catalogate, viene riscoperta ed affidata all’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo, che cura la ristampa di oltre duemila immagini.


26 MARZO 2016 pag. 6 Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

N

el momento in cui l’Arte incontra il quotidiano per l’artista si aprono infinite possibilità sulla realizzazione formale e concreta del pensiero. Con Takako Saito l’opera d’arte entra nel mondo del gioco e dei piccoli accadimenti: «i miei lavori sono quasi tutti giocosi. Sono oggetti, disegni, libri con i quali si può giocare, partecipare e talvolta anche modificare l’opera. Ciò che mi interessa particolarmente è coinvolgere altre persone a interagire, completando così il mio lavoro. Mi interessa anche molto l’idea dello scambio, come nel gioco dei bambini: ‘Io ti do questo foglietto, tu che cosa mi dai?’ Si possono fare piccole opere insieme, si può disegnare sui vestiti, che senza la partecipazione del pubblico non sono completi». Solo compartecipazione del pubblico può completare il gioco d’artista, il divertissement creativo e la tangibilità dell’evento che si fa opera, in un dialogo comune e in un confronto diretto con le molteplici prospettive dell’attualità. La prassi artistica di Takako Saito si costruisce di volta in volta, mediante relazioni e contrapposizioni, fili diretti e opposizioni che non fanno altro che mettere in evidenza la forza espressiva della collaborazione e della relazione. L’indeterminazione spazio-temporale, il caso, la fantasia e l’ironia giocano un ruolo di prim’ordine nelle performance dell’artista fluxus che ha fatto della propria vena ideativa un punto di partenza per la creazione a più mani di lavori e risultanti dal forte impatto visivo e comunicativo. Creare e giocare artisticamente significa divertirsi con i linguaggi e i materiali a propria disposizione, senza badare alla tecnica o alle regole precostituite dell’accademismo. Operare esteticamente significa, dunque, manipolare il reale in nome delle libere associazioni del pensiero e dei meccanismi psicologici dell’inconscio. Per Takako Saito essere un’artista vuol dire lasciarsi andare alle direttive dell’istinto espressivo, sorridendo al mondo e alla vita stessa, perché la nascita di un’opera d’arte è la primavera dell’intelletto e dell’ingegno: armonia e vitalità allo stato puro.

Dall’alto Les jours de jeu, 1969 Tecnica mista e collage su carta cm 21x27 Game, 1976 Collage su masonite cm 70x100 Hello!, 1976 Tavola sagomata cm 71x97 Tutte le immagini Courtesy Collezione Carlo Palli, Prato

Il gioco di Takato Saito


26 MARZO 2016 pag. 7 Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it di

gaelico, a conferma di quel pluralismo culturale che ha spesso trovato espressione nel folk britannico. Le musiciste, tutte impegnate anche come cantanti, manifestano una perizia tecnica

esemplare. Chitarre e violini, arpa e harmonium indiano, flauto e piano tessono un tappeto sonoro coinvolgente. Il disco è stato concepito e registrato nella splendida cornice naturale dell’isola di Eigg (Ebridi), un tempo detta “l’isola delle donne forti”. Questa ambientazione insulare sottolinea il concetto di separazione. Realizzato con passione sincera, Songs of Separation conferma la fase felice e creativa che il folk britannico gode da diversi anni. Tanto è vero che le dieci musiciste meritano di essere seguite singolarmente. Al tempo stesso, il disco ribadisce una particolarità delle isole britanniche. Diversamente da molti paesi dell’area mediterranea, dove il maschilismo ha avuto profondi effetti sulla musica, in questo caso la donna ha sempre goduto di un ruolo paritario. Basti pensare a figure leggendarie come Shirley Collins e Norma Waterson. La figlia di quest’ultima è Eliza Carthy, che compare nel disco col suo violino. In altre parole, i vecchi alberi del folk britannico hanno dato buoni frutti.

mastica in una traversa di Via Pistoiese) che collegava la riva destra con Badia a Settimo; un po’ più a valle, in riva sinistra, tale Peino, temporibus illis, aveva costruito uno scalo e un punto di ristoro per i barcaioli: anche lui, con la quasi introvabile Via dello Scalo di Peino, è tramandato nella toponomastica cittadina. In prossimità dell’attuale Ponte all’Indiano, si trovava la nave di Petriolo, meglio conosciuta negli ultimi tempi come la “nave di Carlino”. Carlino (Gambacciani) era il nome del navalestro, il pilota,

la cui base semidiroccata è tuttora visibile lungo la Via dell’Argingrosso. La nave di Carlino era soprattutto utilizzata dagli ortolani di Legnaia e di San Bartolo a Cintoia che portavano la loro merce in riva destra, ma a Peretola si raccontava di ben altri viaggiatori: tre streghe di Petriolo si imbarcarono di nascosto per raggiungere il mausoleo dell’Indiano del quale si servirono come porta magica, stile “Stargate”, per raggiungere l’India e lanciare, per ignoti motivi, un maleficio su un discendente dello sfortunato principe morto a Firenze. Nella periferia opposta c’era la Nave di Rovezzano, anch’essa rimasta nella toponomastica cittadina, che collegava la zona di Bellariva con le prime propaggini di Bagno a Ripoli: ma ci sarà occasione di parlarne altrove.

N

egli ultimi anni il folk britannico ha partorito alcuni collettivi di grande interesse, come Darwin Song Project (2009), The Full English (2014, vedi n. 73) e The Elizabethan Session (2015, vedi n. 125), ai quali hanno partecipato gli artisti più validi nomi del panorama attuale. Quest’anno è uscito un altro lavoro di questo tipo, Songs of Separation (Navigator Records, 2016), dove compaiono dieci musiciste inglesi e scozzesi, fra le quali Hazel Askew, Kate Young, Karine Polwart e Jenny Hill. L’idea originaria è stata partorita da quest’ultima poco prima del referendum scozzese (2014), che avrebbe potuto concludersi con la secessione della regione britannica. Del resto il tema del disco è proprio la separazione, che viene esplorata nelle sue varie accezioni. In genere queste comportano la rottura di un legame: quello che ci lega alla famiglia, alla terra, al lavoro, al contesto sociale e politico, alla persona amata.

Fabrizio Pettinelli pettinellifabrizio@yahoo.it di

Quando iniziò l’espansione cittadina in Oltrarno si rese indispensabile realizzare nuovi attraversamenti del fiume; il Ponte Vecchio, ovviamente, era lì fin dai tempi dei romani e pare che già nel 124 d.C., quando l’imperatore Adriano ammodernò la Via Cassia, la primitiva passerella di legno fosse sostituita da un ponte in muratura: più volte spazzato via dalle piene dell’Arno, fu definitivamente ricostruito nel 1345, dopo la disastrosa esondazione del 1333 (come ricorda una lapide corrosa sul lato di Por Santa Maria: “Nel trentatre dopo il mille e trecento - il ponte cadde per diluvio d’acque - poi dodici anni, come al Comune piacque, - rifatto fu con questo adornamento”). Intorno al 1220 fu costruito il Ponte Nuovo, oggi Ponte alla Carraia, e, una ventina d’anni dopo, il Ponte di Rubaconte, oggi Ponte alle Grazie. Il Ponte a Santa Trinita fu costruito intorno al 1250: più volte distrutto, è stato

Agli amori perduti Il gruppo attinge volentieri alla tradizione (Echo Mocks the Corncrake, London Lights, Sad the Climbing), ma oltre la metà dei brani è originale. Alcuni sono cantati in inglese e altri in

Via Nave di Brozzi

Capitani coraggiosi

ricostruito “com’era e dov’era” nel 1958. Passarono molti secoli prima di arrivare, nel 1835, alla costruzione del Ponte Sospeso di San Ferdinando, che doveva diventare il Ponte a San Niccolò, e del Ponte Sospeso di San Leopoldo, oggi Ponte alla Vittoria. Prima della realizzazione dei Ponti da Verrazzano, dell’Indiano e di Varlungo (si parla degli anni ’70 del secolo scorso) i fiorentini del suburbio, per attraversare l’Arno, dovevano arrangiarsi e lo facevano egregiamente o con delle ardite passerelle (tipo quella che si trovava in corrispondenza dell’attuale ponte dell’Isolotto) o, soprattutto, con le “navi”, chiatte adatte al trasporto di persone e veicoli. Fra le altre c’erano la nave di Brozzi (rimasta nella topono-


bizzaria

degli oggetti

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Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it a cura di

E

d ecco un altro reperto che testimonia qualcosa che più non esiste e di cui è stato impossibile ricostruire ascesa, gloria e caduta. “Catalogo semestrale della ditta Wollen-Tuch. Autunno Inverno 1904-905”. L’immagine della sede che compare sul retro, insieme a quella della fabbrica e la loro collocazione in pieno centro a Milano, indicano che si trattava di una grandissima ed importante Manifattura. In una cartolina, unico altro reperto, in Internet, di questa ditta, sono addirittura quattro ed enormi, gli edifici che essa occupava. Ho coinvolto un amico milanese che ha ricercato nelle vie indicate queste costruzioni e nessuna di esse esiste ancora, sono state tutte sostituite da palazzi diversi più o meno grandi e dall’aspetto architettonico tipico di tempi più recenti. Il catalogo è bellissimo, offre ogni tipo di prodotto tessile, sia confezionato che in pezza, per uomo e donna, costumini per bambini, abiti per il clero, per il lutto, fustagni per cacciatori e ciclisti e ancora calzini e camicie, cotoni, lini, coperte, bellissime fiandre per tovaglie, asciugamani dalle lunghissime frange e altri manufatti per la casa. Le maglierie appaiono piuttosto pesanti, camiciolone di lana o di cotone felpato a maniche lunghe fanno pendant con mutandoni lunghi chiusi sul davanti da un vezzoso e minuscolo fiocchetto, quelle per signore hanno un garbo maggiore e sono decorate da bordini trinati e smerli. A inizio ‘900 le case erano meno riscaldate direi. Colli di camicie e polsini hanno la rigidità del gesso. In alcune pagine sono presenti piccoli rettangoli dei tessuti proposti. Abiti, camicette e gonne confezionate per signore d’antan sono un vero spettacolo... pare fossero di moda mantelline su ogni capo, cappotti e vestiti compresi, cappelli alti ed ingombranti, con grandissimi piumaggi, simili a quelli dei moschettieri. Nelle prime pagine vengono fornite dettagliate istruzioni per prendere le misure e per calcolare la stoffa occorrente in base a modelli e corporatura

Wollen-Tuch

dei clienti, prezzi e modalità per definire gli ordini. La realizzazione grafica della di

Remo Fattorini

Segnali di fumo La felicità non viene né da sola, né per caso. Lo dice l’agenzia dell’Onu che ha misurato l’indice di felicità di 157 Paesi. Lo ha fatto prendendo in esame sei fattori: il reddito pro-capite che deve essere dignitoso, le aspettative di vita in buona salute (quindi una buona sanità), la libertà nelle scelte di vita, l’assenza di corruzione, la qualità della vita e le buone relazioni, la generosità. E, per la prima volta, è stato inserito anche il criterio della diseguaglianza nella distribuzione del benessere. Su queste basi World Happiness Report

Dalla collezione di Rossano

copertina porta la firma di Cesare Fratino, acquerellista, grafico, pittore, architetto, e

scenografo per la Scala che raggiunse una certa fama negli anni 20 e 30 del ‘900. Nato a Milano trascorse un periodo a Roma dove dipinse molti scorci della città, una collezione di sue vedute romane ad acquerello si trova al Quirinale. “...dopo due anni di permanenza… abbandonò il posto considerati l’indifferenza e l’abbandono in cui veniva lasciata dalle autorità tale istituzione”....L’incuria romana viene da lontano.

ha stilato la classifica della felicità. Naturalmente i più felici sono i cittadini dei Paesi del Nord Europa, con la Danimarca al primo posto, seguita dalla Svizzera poi dall’Islanda e dalla Norvegia. Gli Usa sono al 13° posto, la Germania al 16°, il Regno Unito al 23°, la Francia al 32°, la Spagna al 37°. In fondo a questa speciale classifica troviamo l’Afghanistan, il Togo, la Siria e il Burundi. Sono ben 16 i Paesi africani nelle ultime 20 posizioni. Noi, l’Italia, siamo al 50° posto. Potremmo dire, né bene né male. Penso invece che non siamo messi affatto bene. C’è un abisso tra noi e il Nord Europa. L’Italia, insieme alla Spagna e alla Grecia, è tra i nove Paesi che, in questi ultimi anni, sono regrediti di più; quelli che hanno registrato la maggiore ri-

duzione dell’indice di felicità. Basti pensare che siamo stati superati persino dalla Malysia, dal Nicaragua e dall’Uzbekistan. In particolare, per quanto ci riguarda, il periodo nero si è registrato in concomitanza con il governo Monti che con le sue politiche del rigore ha aperto la strada ai tagli indifferenziati alla spesa che hanno colpito soprattutto chi stava peggio, creando squilibri e povertà. Abbiamo pagato il prezzo ad un approccio tutto centrato sul rigore finanziario che ha finito per peggiorare le condizioni di vita di tante famiglie. Privando le giovani generazioni di ogni prospettiva, a partire dal lavoro. E se - come si dice - la ricchezza non fa la felicità di sicuro disoccupazione e povertà rendono infelici.


26 MARZO 2016 pag. 9 di John

C

Stammer

ome sempre la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Perché è sicuramente giusta l’intenzione che sta dietro l’iniziativa del comune di Firenze di “combattere il degrado” nel quale versa una parte del centro storico della città. Non si può dubitare sul fatto che l’apertura indiscriminata di ristoranti, attività commerciali nel campo del cibo e dell’alimentazione possa produrre lo stravolgimento del tessuto economico e sociale e in definitiva del “genius loci”, e che le intenzioni dichiarate del provvedimento dell’amministrazione comunale cerchino di evitare questo stravolgimento. Ma la soluzione pensata è ingestibile sul piano amministrativo e giuridico, denota una mentalità sbagliata sul piano socio-culturale, e tende ad una eccessiva semplificazione del problema. Perché la questione non riguarda solo la somministrazione del cibo, nelle varie forme in cui si presenta, ma investe l’intero settore delle attività storiche della città e quindi attiene all’identità stessa del luogo. E necessita di risposte complesse e articolate. Ma le risposte complesse sono una cosa rara di questi tempi. Il comune ha pochi e spuntati strumenti se affronta la questione dal punto di vista del commercio. Come viene rimarcato da più parti, in ultimo da Duccio Traina “II compito è principalmente del legislatore nazionale, non dei Comuni né delle Regioni. A livello locale si può provare a dare una stretta, ma non in modo così radicale. Le norme sul decoro urbano, che regolano le dimensioni dei locali, le modalità di esposizione delle merci, l’allestimento delle vetrine, eccetera, vanno benissimo. Ma non si può sostenere in alcun modo che l’esercizio di nuove somministrazioni è incompatibile con il valore culturale di un’area pregiata della città ‘salvo deroghe’, che dovrebbero essere solo eccezioni, e sono sempre opinabili” E fu infatti il legislatore nazionale ad approvare le norme sulla liberalizzazione dell’apertura degli esercizi commerciali. Quindi la via maestra rimane quella di una modifica della norma nazionale, almeno per le città, o parti di esse, che sono dichiarate “patrimonio dell’umanità”. Una modifica normativa che consenta una diversa

Le cattive intenzioni

e più mirata articolazione delle competenze e delle autorizzazioni, e che tenga a riferimento le caratteristiche storico-culturali del luogo. Quindi una norma quadro generale entro la quale le amministrazioni locali possano agire in riferimento alle singole specificità. Ma le amministrazioni comunali non sono inermi, e in altri settori, in particolare in quello urbanistico e edilizio, hanno competenze specifiche sancite dalla Costituzione. E le competenze in questo settore possono essere incisive anche nella regolamentazione delle licenze commerciali intervenendo sulle caratteristiche dei luoghi in cui queste attività si devono insediare. Come è stato fatto nel 2005 per regolamentare il cambio di destinazione indiscriminato da attività commerciali e artigianali in abitazioni ai piano terra di alcune strade del centro (introducendo una misura minima di 50 mq per consentire tale cambio di destinazione) si potrebbero introdurre elementi di vincolo anche per le attività commerciali. Si potrebbe ad esempio imporre una dimensione minima (35-40 mq?) per poter aprire un nuovo esercizio commerciale, si potrebbe imporre che ogni esercizio commerciale abbia almeno un magazzino dove mantenere in buono stato di conservazione il bene da porre in vendita, si potrebbe obbligare tutti, anche gli esercizi commerciali al dettaglio, ad avere un locale wc adeguato, ecc... E si potrebbe costituire un’apposita squadra di controlli su questi specifici aspetti anche per gli esercizi esistenti che dovrebbero adeguarsi in almeno 3 anni ai nuovi parametri. Penso che sarebbero

norme sufficienti a garantire un esito adeguato agli obbiettivi che si vogliono raggiungere e sarebbero sicuramente legittime. Ma questo non sarebbe comunque sufficiente ad invertire la rotta del degrado. Servono infatti anche politiche pubbliche adeguate nel settore dei trasporti e della residenza per garantire accessibilità e fruibilità collettiva soprattutto a quelle fasce sociali che rischiano l’espulsione da parti sempre più ampie dei centri storici delle grandi città d’arte. Perché quanto sta accadendo nel centro storico di Firenze non è un fatto locale. Riguarda molte delle grandi città d’arte in Italia e in Europa. Per evitare che, come dice Regis Debray in “Contre Venise”, la città diventi simbolo di un’“Europa che esce dalla storia e si trasforma in un parco a tema di se stessa”. La citazione è dal libro di Giuliano Da Empoli “La sindrome di Meucci” che introduce anche un secondo tema che dovrebbe essere oggetto di politiche pubbliche adeguate. Dice Da Empoli “I bar, la notte, gli orari di apertura dei negozi: sembrano questioni futili ma sono centrali. E non c’è bisogno di avere diciotto anni per esserne convinti”. E continua citando George Steiner: “Tracciate la mappa dei caffè e otterrete uno dei tratti fondamentali della nozione di Europa”. E infine citando Ulf Hannerz (un antropologo che ha tratto conclusioni illiminanti dallo studio dei caffè di Vienna dei primi del novecento):” La città è un luogo dove si può trovare una cosa mentre se ne cerca un’altra “. Ecco quindi l’altro aspetto del problema. Uniformità e conformismo uccidono la città. La varietà e l’innovazione sono uno degli ele-

menti centrali che fanno attraente una città, non per i turisti, ma per i cittadini attuali e futuri. Analoghe considerazioni venivano svolte da Giandomenico Amendola nel libro “L’immaginazione tecnologica e la Città d’Arte:Firenze”. Dice Amendola. “È possibile rendere più bella una città che è considerata l’icona storica e mondiale della bellezza? Il filosofo tedesco George Simmel, nelle sue pagine su Firenze scritte circa un secolo fa, notava come- proprio per la sua natura di opera d’arte perfetta - Firenze non avesse futuro in quanto non riusciva ad immaginare altro che se stessa. Ogni tentativo di pensare il futuro riportava Firenze a ciò che era, in quanto è proprio la perfezione ad escludere ogni alternativa. Questa, concludeva con straordinaria preveggenza Simmel nel 1907, era la condanna di Firenze”. La soluzione a questa decadenza annunciata sta, sempre secondo Amendola, nella Immaginazione Tecnologica, cioè nella capacità di innovare, utilizzando le nuove tecnologie, per mantenere intatte proprio quelle qualità urbane (la comunanza di vicinato, la solidarietà del quartiere, la vita artigianale e commerciale, i servizi per i cittadini, ecc) che sono la base della qualità del luogo e costituiscono l’elemento centrale del “genius loci”. Quindi nuove possibilità, nuove opportunità, nuove capacità di relazione e di selezione dei luoghi, dei servizi, delle attività commerciali. In una parola “accoglienza”. Costruire muri, anche legali, non serve. Serve selezionare, ricercare la qualità e accogliere, facendo crescere i migliori. E, migliorando la vita quotidiana delle persone, salvaguardare l’unica vera insostituibile risorsa che ha la parte storica della città di Firenze: i fiorentini che ancora la abitano e senza i quali davvero Firenze sarebbe una città morta. Allora la domanda da porsi è questa: a chi si guarda quando si introduce una norma come quella sulla quantità di toscanità che c’è nel cibo che ci viene somministrato. Ai futuri, e attuali, cittadini di Firenze o ai turisti che la visiteranno nei prossimi mesi e anni? Perché la questione è cruciale.


26 MARZO 2016 pag. 10 Simone Siliani s.siliani@tin.it di

Q

uelli che... all’Expo non ci sono andati perché c’era troppa gente, oh yeh! Quelli che... all’Expo non hanno fatto in tempo ad andarci, oh yeh! Quelli che ...all’Expo “nemmeno morto” per coerenza, oh yeh! Quelli che l’Expo... “non ci risulta”, oh yeh! Ecco per tutti questi (come per chi scrive) può essere interessante “leggere” con gli occhi dell’immaginazione, sfogliando un bellissimo libro di immagini, di foto di Nigel Satō, edito da “il Glifo” (casa editrice rigorosamente digitale, alla sua prima – notevole – prova cartacea), “A Trip Expo Milano 2015”. Satō fotografo londinese classe 1975 e globe trotter fra Inghilterra, Italia e Giappone – ha visitato l’Expo milanese con animo. disincantato: voleva vedere se era una cosa seria. Che il tema fosse “nutrire il pianeta” è apparso immediatamente evidente a Nigel essere un dettaglio: il vero oggetto dell’Expo era lo spettacolo di se stesso, tema straordinario per un fotografo che voglia cogliere l’essenza con le istantanee di questo spettacolo. Nella sua introduzione Satō si dimostra consapevole di questo: “L?Expo è un piccolo mondo nel mondo, tutto fatto di bontà e di amicizia e di amore e di cooperazione, un piccolo mondo in cui non esistono né politica né guerre né ideologie né conflitti, ma solo la comune volontà di far tutto e far bene. Tutto bello tutto buono niente vero”. E, dunque, un grande, fantasmagorico, spettacolo, con i suoi attori, le sue quinte e i suoi effetti speciali. Così, Satō è salito su questo palcoscenico, è andato nel backstage, è sceso fra il pubblico, ha immortalato questo mondo a parte in straordinarie fotografie, come dice lui “con l’idea di non lasciarmi fuorviare né dalla favola ottimista, né dal pessimismo di colui che vuol vedere soltanto il falso connaturato alla favola ottimista. Ma invece mettere a fuoco mentalmente e con la mia macchina fotografica quello di bello e di riuscito che veramente ogni spettatore poteva vedere in quell’orizzonte pervaso di architetture studiatissime e di acco-

Quelli che... l’Expo stamenti casuali”. E ci è riuscito benissimo, mettendo in rilievo con scatti sapienti dei particolari punti di vista che, forse, hanno rovesciato il senso che allestitori e architetti volevano dare ad un certo padiglione (due enormi teste bianche “farisaiche” nel padiglione slovacco, per esempio); portando in primo piano dettagli straordinari; i visitatori quali parte delle architetture e gli allestimenti solitari vuoti di vita; riflessi e effetti moltiplicatori in specchi e lenti di un labirintico mondo artificiale; colori rutilanti e tenui, contrasti e panorami, artificiosi fuochi. Alla fine, anche … quelli che all’Expo io ci sono stato... scopriranno – ne sono certo – un altro mondo, un diverso spettacolo: forse riconosceranno il palcoscenico su cui sono stati inconsapevoli protagonisti o, forse, dubiteranno di essere mai passati da quelle parti. Comunque, un racconto per immagini di grande forza. Il libro si acquista solo online, dall’editore o via Amazon. Lido Contemori lidoconte@alice.it di

Il migliore dei Lidi possibili

Disegno di Lido Contemori Didascalia di Aldo Frangioni

Con la sua bicicletta Ray Tomlinson è partito per un viaggio che non prevede il ritorno


26 MARZO 2016 pag. 11 Paolo Marini p.marini@inwind.it di

O

ltre 100 opere d’arte risalenti agli anni dal 1920 al 1960 rimarranno esposte al Palazzo Strozzi di Firenze fino al prossimo 24 luglio per raccontare le collezioni Guggenheim e le avanguardie europee e americane. Sono presenti alcuni dei più bei nomi dell’arte del Novecento: da Pablo Picasso a Max Ernst, da Marcel Duchamp a Vasilij Kandinsky, da Paul Klee a Francis Bacon eppoi Man Ray, Roy Lichtenstein, Alexander Calder fino agli italiani Alberto Burri e Lucio Fontana (e la lista non è finita). I Guggenheim – Peggy e lo zio Solomon – furono non solo collezionisti, non solo fondatori di istituzioni museali ma anzitutto appassionati d’arte che seppero dettare o indicare – come spiega Cristina Acidini - i canoni estetici del Novecento, ciò che si sarebbe da lì in poi dovuto apprezzare. Non mera acquisizione e raccolta di opere d’arte fu la loro, bensì produzione/propagazione di cultura. Firenze accolse Peggy Guggenheim già nel 1949, quando Carlo Ludovico Ragghianti organizzò, con una selezione di opere della sua collezione, una mostra alla Strozzina; l’accoglienza, tuttavia, si mostrò diffidente. L’Italia era reduce dal Ventennio autarchico, non era pronta alla sfida. E Firenze, in particolare, era ancora probabilmente ferma ai canoni estetici fissati quattro-cinque secoli prima da Cosimo il Vecchio e Cosimo I dei Medici. E’ lecito, peraltro, supporre che almeno alcune delle opere in mostra possano a tutt’oggi suscitare freddezza, scetticismo - ove non addirittura rigetto. Ognuno ha diritto al proprio gusto ma è pur vero che la percezione e comprensione individuale possono cambiare, evolversi, allo stesso modo in cui l’arte muta i propri connotati. L’arte è (anche) il suo fondamento spirituale ed è proprio attraverso la lente spirituale che ognuno ha la possibilità di intercettarne i moventi e i significati, di capirla a fondo e di amarla. Kandinsky ha scritto (per l’appunto ne “Lo spirituale nell’arte”) che “più un movimento appare esteriormente ingiustificato, più pura, profonda e interiore è la sua azione”. Se così è, la rottura estetica imposta

dalle avanguardie del Novecento merita di essere vieppiù indagata e riscoperta. Schelling sosteneva che l’arte è opera di due attività affatto diverse tra loro, è l’unione di un aspetto cosciente e di un aspetto inconscio e chiamava il primo aspetto arte in senso stretto, il secondo poesia – come ci rammenta il filosofo Paolo D’Angelo (“Ars est celare artem”). Tutto questo serve ad affermare che la mostra fiorentina potrebbe rappresentare

una opportunità irripetibile per assimilare la lezione delle correnti artistiche del secolo scorso (astrattismo, surrealismo, ecc.) e per capire l’arte contemporanea, che è figlia dell’arte moderna. Sono nove le sale del percorso espositivo, alcune ‘monografiche’, altre ‘collettive’: partendo da quella dedicata ai Guggenheim e alle loro Collezioni, si prosegue con il Surrealismo, poi con Jackson Pollock; quindi si passa all’Espres-

sionismo astratto, all’Europa del dopoguerra, si approda a Venezia e al Palazzo Venier di Peggy Guggenheim, alla grande pittura americana e a Mark Rothko. La conclusione è con gli anni Sessanta e l’inizio di una nuova era, quella in cui proruppe la Pop Art con alla testa il genio di Andy Warhol. Il catalogo è incluso nell’eccezionalità dell’evento fiorentino, a richiamare con la densità dei contributi (di Tracey Bashkoff, Susan Davidson, Philip Rylands, Luca Massimo Barbero - curatore della mostra - e Ludovica Sebregondi), con le splendide immagini delle opere d’arte e delle fotografie esposte, una sorta di vita imperitura della mostra – ad uso e grazie all’interessamento di storici, ricercatori, cultori della materia contro il destino effimero cui ogni evento del genere si dice tradizionalmente condannato. Ne estraiamo alcuni versi del breve poema con cui Amy Greif fece ‘parlare’ nel 1939 la Collezione (di Solomon) Guggenheim e che possono prestar voce (anche) al compendio offerto da Palazzo Strozzi: “Siamo arte non-oggettiva, priva di senso e senza prospettiva; / siamo dipinti in rombi, cerchi e quadrati. / (…) / A cosa serve il sorgere del sole o della luna? / Perché non guardare il sorgere di un cubo marrone? / (…) / Ci vuole un’arte che abbia significato? ...”

Siamo le collezioni Guggenheim Massimo Cavezzali cavezzalicartoons@hotmail.com di

S cavez zacollo


26 MARZO 2016 pag. 12 Simone Siliani s.siliani@tin.it di

C

he strano questo mondo rovesciato del nuovo verso di origine renziana che ha preso corpo nella Fondazione del Maggio Musicale Fiorentino! È tutta una esaltazione dello stile manageriale del Soprintendente (già Commissario) che, con un mirabolante piano di risanamento che ha consentito di far affluire nelle casse esangui della Fondazione ben 33 milioni di euro provenienti dallo Stato, avrebbe rimesso in pareggio i conti della Fondazione stessa. Così, nel gennaio 2016 Bianchi annunciava che “il bilancio 2015 si chiude in pareggio, contro ogni previsione di gufi e contro-gufi della nostra città”. Non staremo qui a discutere se l’affermazione sia veritiera (a parte la fine metafora ornitologica), o in quale misura dipenda dall’apporto delle straordinarie risorse statali e non piuttosto un aggiustamento strutturale del bilancio, pagato con i 42 licenziamenti dell’11 maggio scorso. Vale invece riflettere sulla sentenza che il 21 marzo scorso ha pronunciato il Tribunale ordinario di Firenze sezione Lavoro che ha condannato la Fondazione del Maggio Musicale a reintegrare i primi 4 lavoratori ricorrenti contro il licenziamento, ad un indennizzo pari alla differenza di stipendio tra quanto percepivano in teatro e quanto percepivano all’Ales (l’azienda in house del Ministero in cui erano stati riassunti) e al pagamento delle spese processuali. Cosa dice nella sostanza questa sentenza? Che il managment della Fondazione (il Soprintendente Bianchi) e i vertici politici (il sindaco Nardella) che hanno firmato il provvedimento di licenziamento collettivo previsto dalla L.923/91, nell’ambito del piano di risanamento previsto dall’art.11 del DL 93/2012, hanno violato in più punti quanto stabilito nel loro stesso piano di risanamento. Infatti, il DL 93/2012 consente sì di rimodulare la dotazione organica del personale amministrativo e tecnico della Fondazione fino al 50% di quella in essere al 31.12.2012 (nella fattispecie 55 unità di personale), ma sulla base di un piano di risanamento che deve essere concordato con le organizzazioni sindacali e avere dei contenuti inderogabili. Nell’accordo con i sindacati del 15.7.2014 la Fondazione si diceva che “la risoluzione del rapporto di lavoro avverrà

Le stranezze del Maggio contestualmente e non prima del trasferimento ed assunzione del lavoratore presso Ales spa” e attraverso “risoluzione consensuale con rinuncia all’impugnazione della cessazione del rapporto di lavoro”. Ma, dice il giudice, la risoluzione consensuale non vi è stata e la Fondazione, prescindendo dagli accordi, ha proceduto unilateralmente al licenziamento. Inoltre, la legge 223/91 art.5 co.1 prevede che i criteri di scelta dei lavoratori da licenziare sia oggettiva: un principio di elementare giustizia che tende ad impedire che il datore di lavoro licenzi Tizio piuttosto che Caio per motivi soggettivi e che sottende decenni di lotte per i diritti dei lavoratori. Ma, i punteggi che la Fondazione ha attribuito per decidere chi licenziare, dice sempre il giudice, sono fondati su un “vago criterio dell’infungibilità delle mansioni” e “consisterebbe in un ‘premio della dirigenza’ in grado – da solo ed in assenza di concorso con gli altri criteri – di escludere dal novero dei lavoratori in esubero coloro che ne sono stati destinatari”. Un criterio, dunque, discrezionale e non verificabile, che il giudice definisce, nel concreto, tautologico: il ruolo di tizio sarebbe infungibile perché la sua mansione e professionalità non può essere Sergio Favilli sergio.favilli@libero.it di

Oggi vi svelerò un segreto!! Per noi ragazzi post-bellici nati nel Mercato Centrale,  per noi mercatini abituati a giocare a pallone sul sagrato lungo della chiesa di San Lorenzo e spesso braccati dal “pula” di turno,  usi a giocare a tappini sugli scalini della stessa chiesa ed a bivaccare nel chiostro di San Lorenzo ad un passo dalla famosa scala michelangiolesca, per noi che a metà degli anni 50 si andava a servir messa per  poi mangiare una pizzetta del Nuti offerta da Don Armando (Corsi), insomma, per noi ragazzi di metà anni 50 la statua di Giovanni delle Bande Nere è sempre stata un simbolo multifunzione : da bambini ci si andava a riempire le pistole a “schizzo” per gloriose battaglie, da adolescenti  ci si abbeverava dopo le fatiche di una partita a pallo-

svolta da altre risorse interne all’azienda. Non è possibile individuare ex ante i lavoratori che abbiano diritto al punteggio aggiuntivo con questa formula e neppure verificare ex post la sua corretta attuazione. La correttezza procedimentale è il presupposto di legittimità del licenziamento collettivo e non la giusta causa o il giustificato motivo: dunque, una legge che è stata fatta apposta per superare l’antiquato art.18 dello Statuto dei Lavoratori richiede che, almeno, chi vuole licenziare lo faccia seguendo delle procedure oggettive e verificabili, ma il managment della Fondazione del Maggio, cioè l’ex Commissario ora Soprintendente, non è stato capace neppure di seguire correttamente queste procedure. A fronte di questa conclamata incompetenza (se non vogliamo accedere ai dubbi sollevati a suo tempo dalla CGIL

Meledure

ne,  da giovanotti da poco maggiorenni si andava a prender   l’acqua per riempire i radiatori delle nostre prime auto!  Quel monumento era diventato nel tempo il nostro punto di riferimento tanto che era inevitabile affibbiargli un soprannome adeguato: MELEDURE !! Come chiamare un tizio che se ne sta lì seduto  da secoli ?? Ancora oggi a distanza di oltre cinquant’anni, quando ci si trova

circa la volontà del managment di selezionare ad personam i suoi iscritti quale personale in esubero, ché sarebbe violazione ben più grave di diritti fondamentali di uno Stato democratico), il Soprintendente Bianchi mica si è sognato tacere (magari facendo legittimamente ricorso) in quanto è messa in discussione la sua professionalità; no, ha preferito accusare sui media ricorrenti, difensori e giudici dicendo che con queste sentenze si rischia la liquidazione coatta della Fondazione. E’ incredibile, davvero! Nel caso il rischio concreto sussistesse, la logica suggerirebbe che la responsabilità si dovrebbe addossare al datore di lavoro che ha violato le procedure di legge. Peraltro provocando un danno anche erariale alla Fondazione che dovrà, non solo reintegrare i lavoratori, ma pagare anche l’indennizzo e i costi processuali. Quindi chi “mette a repentaglio” il Piano di risanamento non sono né i lavoratori né il giudice, ma il managment dell’azienda che si è, fin qui, rivelata incapace di attuare correttamente e secondo legge il Piano di risanamento che esso stesso ha predisposto e sottoscritto. Ma nel mondo rovesciato in cui viviamo questa lapalissiana considerazione logica deve essere considerata eversiva. in centro fra amici si fissa l’appuntamento sotto Meledure!! In virtù del prolungata affetto per la statua vorrei dare una dritta al nostro Sindaco metropolitano, menestrello-violinista che si è messo in testa di rilanciare tutta la nostra bella Firenze con le sue più autentiche tradizioni: se Nardella si apposta nottetempo sotto Meledure  sentirà, nel silenzio più assoluto, l’ultimo recondito pensiero di Giovanni : -  Ma chi sono quegl’intelligentoni che dopo aver speso migliaia di eure  per  ripulirmi da capo a piedi permettono che alle mie spalle si metta una orribile insegna coloratissima di un supermercato??Caro Sindaco, guardi di intervenire altrimenti il beneamato Meledure scenderà dal piedistallo e, ricordandosi di essere stato un valente capitano di Ventura, gli farà passare la voglia di suonare il violino.


26 MARZO 2016 pag. 13 Simonetta Zanuccoli simonetta.zanuccoli@gmail.com di

U

na specie di gigantesca lumaca si affaccia discretamente in avenue des Gobelins 73 a Parigi dietro una stretta facciata neoclassica, decorata nel 1896 dallo scultore Auguste Rodin per il Théatre des Gobelins, poi divenuto uno dei primi cinema della capitale e infine distrutto nel 2003. Nel terreno lasciato libero è stato costruito per la Fondation Pathè questa “creatura organica”, una specie di guscio alto 5 piani in vetro, acciaio e legno, che si fa largo, senza disturbare, nell’angusto contesto stretto tra i severi palazzi hausmaniani che lo circondano. È una delle opere visionarie che Renzo Piano ha realizzato a Parigi. Inaugurato nel 2014 è un vero paradiso per gli appassionati degli esordi del cinema con una sala d’esposizione con 200 apparecchi storici come le prime cineprese, proiettori, fonografi.., due piani dedicati agli archivi della collezione Pathé con poster, fotografie, oggetti e costumi e una sala di proiezione da 70 posti per la visione di film storici. Renzo Piano è molto amato a Parigi dove abita da 30 anni. A lui è stato dedicata recentemente un’importante mostra alla Cité de l’Architecture dal titolo La methode Piano sulla sua arte di costruire in una dimensione quasi da bottega rinascimentale. Il suo studio a Parigi in rue des Archives 34 è uno dei tanti che l’architetto genovese ha in varie parti del mondo, uniti dalla sigla RPBW (Renzo Piano Building Workshop) alla quale fa parte dal 2004, anche una fondazione per la conservazione di un archivio dei progetti aperto al pubblico e la formazione didattica di giovani architetti. Ma nello studio di Parigi, situato nel Marais, a pochi minuti a piedi tra da place des Vosges, dove abita, e il Centre Pompidou, sua prima opera del 1977 nella capitale francese e trampolino di lancio verso una dimensione internazionale, si sente particolarmente a suo agio. Nella facciata di uno degli edifici della storica rue des Archives appare una grande vetrata da dove si intravedono molte persone intente a disegnare o di fronte a un computer. Sono i tanti giovani architetti provenienti da diverse nazionalità che in quello studio, come uno spazioso e laborioso

La lumaca parigina che cammina Piano Piano

i clienti e le visite in cantiere. In questi mesi nello studio in rue des Archives c’è grande fermento: nel 2017 è prevista l’inaugurazione del Palazzo di Giustizia della capitale nel nuovo quartiere di Batignolles. E’ l’ultima opera parigina, molto attesa, di Renzo Piano: un grattacielo alto 160 metri con una superficie di 66.000 mq, con terrazzamenti coltivati, pannelli fotovoltaici in facciata, ventilazione e luce naturale, recupero delle acque piovane e un ascensore super panoramico. La Francia considera Renzo Piano un’eccellenza italiana, il Times lo definisce uno dei 100 uomini più influenti del mondo. In Italia la sua nomina a senatore a vita nel 2013 ha suscitato molte polemiche per la sua ripetuta mancata presenza in Senato. Renzo Piano ha messo a disposizione gli ambienti ottenuti con questa carica ad un team di 30 giovani architetti, selezionati tra 600 candidature, finanziando con il suo stipendio da senatore lo studio di soluzioni per il recupero e le trasformazioni delle periferie italiane.

alveare, sotto la direzione di Piano, realizzano alcuni dei suoi progetti più coraggiosi. Con loro anche i 15 studenti che ogni anno vengono segnalati e selezionati attraverso borse di studio dalle università di tutto il mondo per imparare, proprio come in un’an-

tica bottega, attraverso l’esempio pratico e il coinvolgimento. Oggi questo metodo viene chiamato learning by doing ma il concetto è lo stesso. Gli studenti lavorano insieme agli architetti dello staff di Piano e partecipano ad ogni fase del lavoro compresi l’incontri con

Michele Rescio mikirolla@gmail.com

Dolci per Pasqua

di

Per prima cosa macinate bene le mandorle già pelate con lo zucchero. Mettetele poi in una pentola capiente, sfumate con un mezzo bicchiere di acqua tiepida e fate cuocere a fuoco bassissimo mescolando con forza con un cucchiaio di legno. Quando la pasta di mandorle s’inizia a staccare dal fondo della pentola, l’impasto è pronto e va tolto dai fornelli. Lasciate intiepidire e poi stendete l’impasto con un mattarello su una superficie piana, dividetelo in due parti uguali. Prendete lo stampo di gesso a forma di agnellino e rivestitelo con abbondante zucchero a velo. Plasmate la prima parte della pasta di mandorle nello stampo. Farcite adesso con la marmellata di pere, pezzetti di cioccolato fondente e la faldacchiera pugliese. Ricoprite con l’altra parte di pasta

di mandorla e capovolgete su vassoi in cartone usa e getta o cestini di legno, quindi decorate con zuccherini e confettini colorati. Per decorare l’agnello di Pasqua, potete anche usare la pasta di mandorle stemperata con albume d’uovo, e per dare l’effetto del manto del cucciolo, usate una sac à poche. Ingredienti: 1 kg di mandorle pelate 800 gr di zucchero Un vasetto di confettura di pere o marmellata di agrumi Faldacchiera Cioccolato fondente Canditi d’agrumi Ricetta della faldacchiera: Ingredienti: 3 tuorli d’uovo freschissimi zucchero semolato q.b. Bagna Benevento o a vostro piacere.

Preparazione: in un recipiente versate i tuorli d’uovo e un ugual numero di cucchiai di zucchero. Lavorateli con una frusta elettrica fino a ottenere un impasto denso e gonfio. A questo punto mettete il recipiente a bagnomaria e ponetelo sul fuoco. Fatelo cuocere mescolando di continuo, deve raggiungere una certa densità, per verificare che sia pronta potete alzare un cucchiaio e far cadere a filo la crema, se questa forma un cordone ben visibile, allora la crema è pronta. Potete aromatizzarla una volta fredda con della bagna a vostro piacere.


26 MARZO 2016 pag. 14 Matteo Rimi lo.stato@libero.it di

LO STATO DELLA POESIA presenta IL RE POETA Narrazione a puntate con finale a sorpresa Capitolo 4 – L’incontro

Narrazione a puntate con finale a sorpresa Capitolo 4 L’incontro

Io sono il Re Poeta, padrone di tutto ma non possiedo niente. Sono stato generato dal primo sospiro dell’uomo che ha alzato gli occhi al cielo per osservare ciò che non poteva vedere e da allora mi muovo con lui, nel saliscendi della sua coscienza animalesca. Sono stato messo a guardia dell’invenzione più grande, che gli ha permesso di elevarsi dal resto e porsi ad arbitro di questa realtà: la parola. Non sempre il mio lavoro è stato facile, dato che questo dono, appannaggio di tutti gli esseri umani, viene usato in modo inconsapevole della sua immane forza dai più ed anche fin troppo consciamente del potere che da essa scaturisce per convincere gli altri e piegarne la volontà da una piccola, despota minoranza. Per questo, nello stesso istante in cui è nata la parola è scaturita la poesia ed i suoi fragili, a volte inconsci, custodi: i poeti, miei indifesi alleati. Proprio loro molto spesso mi tradirono per elogiare i potenti o la convinzione di turno ma, le volte che per proteggerla e proteggermi, se ne sono dissociati schierandosi contro di questi ne hanno pagato un prezzo ancora più caro, fatto di esilio ed emarginazione o, ancor peggio per chi del trasmettere aveva fatto sua ragione di vita, indifferenza. Ed oggi che per la comunicazione di massa in molti ne fanno abuso ogni giorno, mi è difficile distinguere tra questi i miei reali compagni di battaglia e per tal motivo ho dovuto intensificare la mia ricerca, concentrandomi anche su chi, come te, potrebbe non diventare mai poeta e rischiare di lasciare essiccare invano la propria vena ma è comunque roso da un subdolo tarlo che non ha nome né scopo se non quello di darti chiara consapevolezza dell’inutilità di tanto scambio tra gli uomini, che ha intasato l’aria di parole inutili perché usate, a mo’ di ornamenti, per impreziosire la loro inefficace facciata. So quindi che non crederai alla mia esistenza ma certo non potrai fare a meno di sapere, sapere che la realtà non è solo ciò che vediamo ma una fitta trama di livelli più o meno tangibili che da sempre i poeti cercano di sdipanare. Non combattere allora usando il tuo inefficace realismo, abbandonati a ciò che hai sempre saputo ma mai avuto il coraggio di ammettere e credimi. Mi seguirai? (continua)


lectura

dantis

26 MARZO 2016 pag. 15

Disegni di Pam Testi di Aldo Frangioni

Parlo della città più che fottuta, che sprezzamente mi gittò di fora, molta marmaglia giusu era caduta,

tutti doveano starci i fiorentini. Ma cosa nova giù, i’ vidi in basso milioni e più milioni di lumini

Sarà bene che io faccia programma, disse il Maestro, e compresi tosto, che person si trattaa d’una altra gamma

meritata avean quella dimora, secondo me eran pochi i cittadini, a finire ficcati in quella gora:

guardai poi bene dentro quell’ammasso: in du’ parti divisa era una fiamma, parlare loro vorrei senza far chiasso.

Voi che siete ridotti in quest’arrosto, disse loro il divino conducente, il fin di vostra vita fu nascosto, come e dove successe l’incidente? Ad Odisseo rivolse la domanda, uno dei corni della vampa ardente. Solo a pochi di voi l’ardor comanda, del Gran Lago rispose il condottiero, che prima della scienza vien la branda, noi ci buttammo verso il mare nero senza pensare alle nostre azioni all’interesse noi scegliemmo il vero e non temendo d’affrontar cicloni, eramo razza sanza opportunismo, virtude ci premea non le elezioni.

Canto XXVI 8° cerchio 8a bolgia

Il canto inizia con una invettiva contro Firenze. Poi i due poeti incontrano i consiglieri fraudolenti condannati ad essere lingue di fuoco perché con la lingua hanno peccato. Tra queste una doppia fiamma incuriosisce Dante, sono Ulisse e Diomede. Ulisse narra la sua storia ed il naufragio che gli fu fatale.  


26 MARZO 2016 pag. 16 Angela Rosi angela18rosi@gmail.com di

O

ltre i vetri dipinti con argilla dalla quale emergono simboli e figure e che, come un mandala, sparirà perché tutti giorni l’artista, in una sorta di performance solitaria, la toglie via, ci troviamo nell’ombelico del mondo, al centro del caos, in un universo di colori, simboli, segni. È Oltre, mostra dell’artista Gustavo Maestre, ed è come essere nel vortice della materia primordiale dove tutto è caos ed energia. Nel centro di questo big bang artistico si vive la creazione, Dio ha creato l’uomo con l’argilla e poi da una sua costola Eva, la donna. La mostra svela la Genesi, dove il colore è si gioia ma anche evoluzione e cambiamento Oltre che faticoso percorso interiore e conoscenza con richiami religiosi e magici. Immersi in queste opere ci sentiamo nel creato e vicino al creatore, l’argilla ha il sapore e l’odore della Madre Terra. Ci sono richiami all’infanzia e all’adolescenza attraverso oggetti tramutati e carichi di ricordi, lo skateboard è un’Arca di Noè e il tavolo un paesaggio fantastico, siamo Oltre a tutto ciò che è apparenza e realtà. El no de Los Angeles è l’ultima serie di lavori dell’artista, gli Angeli sono esseri spirituali che assistono e servono Dio o gli Dei e ci accompagnano nella nostra esistenza terrena e nel nostro percorso spirituale, sono messaggeri tra la terra e il cielo. Gli Angeli s’incontrano nella realtà, sono le persone che ci fanno crescere perché ci mettono in discussione e ci fanno vedere Oltre attraverso il dono della propria intimità. Siamo tutti Angeli, se liberi interiormente e fedeli ai nostri sogni possiamo aiutare gli altri nel loro cammino, Gustavo Maestre è lui stesso un Angelo e ci fa sapere che esiste El no de Los Angeles. Alle volte gli Angeli si negano, ci dicono di no, ci respingono, non ci aiutano, non ci capiscono, ci lasciano soli. Il loro no ci fa cadere in un turbine di pensieri e sensazioni, in un Oltre, dove l’unica possibilità è incamminarci dentro di noi per arrivare a quel caos cosmico iniziale che è l’ordine naturale dell’universo dove tutti gli elementi e i colori caotici trovano il loro spazio fisico e spirituale. Le ultime opere dell’artista hanno trovato un loro ordine caotico, dove il segno è più

Lo skateboard è un’Arca di Noè

chiaro e comprensibile e il colore non invade e distrae, in queste opere c’è maggiore equilibrio tra colore, forme e segni. Il colore può distogliere l’attenzione dal vero pensiero dell’opera, qui il colore e la materia delle tele di Maestre lentamente, con un percorso artistico e personale, hanno ceduto parte della loro potenza al segno e al pensiero artistico e allora le forze

e i contrasti all’interno dell’opera diventano più intonati e l’opera stessa è più leggibile, più chiara: una sintesi tra pancia, testa, spirito e anima. L’arte di Maestre urla e confonde ma ora urla con consapevolezza, gli Angeli dicono no ma non per questo si cade nell’inferno di noi stessi anzi è un aiuto per armonizzare la nostra tavolozza interiore. L’orchestra interiore di

Maestre si è accordata e la musica che ne scaturisce è forte, imponente, caotica, eccessiva, piena di note squillanti ma nello stesso tempo armonica e centrata, consapevole della propria bellezza e creatività. La mostra è visibile fino al 3 aprile 2016 - Spazio Industrie Contemporanee dell’Arte Via Firenzuola 8 Prato con orario 16 – 19 tutti i giorni.


L immagine ultima

26 MARZO 2016 pag. 17

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

S

iamo sempre nel Downtown e stavolta è stata l’allegria dei canti e delle litanie degli Hare Krishna ad attrarre la mia attenzione. Era la prima volta che li vedevo e mi hanno davvero incuriosito. Sarebbero dovuti passare alcuni anni prime di vederli a giro anche per le strade delle nostre città,Dopo la grande diffusione degli anni ’70, indirizzata soprattutto al proselitismo mirante a una vita espressamente cenobitica e quindi a una radicale rinuncia alla vita mondana, oggi il movimento si compone soprattutto di membri che vivono all’esterno dei templi, in comunità che possono anche rinunciare al tradizionale abbigliamento dei devoti hindū. Dal 2009 anche le donne possono diventare Maestri. Regole fondamentali sono quelle di essere strettamente latto-vegetariani, non assumere droghe, non praticare sesso (se non con il proprio coniuge e al solo scopo di procreare) e non praticare il gioco d’azzardo.

NY City, agosto 1969


Cultura commestibile 163