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redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.culturacommestibile.com www.facebook.com/cultura.commestibile direttore simone siliani

redazione gianni biagi, sara chiarello, aldo frangioni, rosaclelia ganzerli, michele morrocchi, barbara setti

progetto grafico emiliano bacci

Con la cultura non si mangia

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N° 1

Il futuro capo del mondo libero

Questi dicono che la tortura non funziona, ma credetemi: vi dico che funziona

editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012

Donald Trump, candidato repubblicano alla Casa Bianca


Da non saltare

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Gianni Biagi e Simone Siliani g.biagi@libero.it e s.siliani@tin.it di

U

n dialogo con Valerio Barberis, assessore all’urbanistica di Prato per parlare del progetto di rigenerazione urbana che il Comune sta avviando, con modalità innovative fin dalla progettazione, sull’area dell’ex ospedale. Abbiamo avviato un concorso per un parco pubblico in quell’area. Èimportante spiegare il contesto in cui si colloca questo concorso. Il tema è iniziare a pensare i territori, le loro specifiche caratteristiche e strategie, rispetto ad un ragionamento di area vasta. Prato, rispetto all’area vasta Firenze-Prato-Pistoia, può portare il suo contributo in termini di sviluppo sostenibile del territorio dal punto di vista sociale, culturale ed economico, su vari temi. C’è quello del rapporto fra la città e il mondo della moda, quello del comparto tecnologico e c’è anche un tema agroeconomico, perché il parco agricolo della Piana ha la sua parte di produzione agricola proprio nel nostro comune. Tutti questi temi possono essere tenuti insieme e declinati con quello della contemporaneità, suffragato dalla presenza sia del Centro per l’arte contemporanea “L.Pecci” che ora è il polo regionale di riferimento sia del Metastasio riconosciuto Teatro di rilevanza e interesse culturale (TRIC). Come Firenze è una delle icone del turismo culturale internazionale legata ai temi del Rinascimento, Prato dovrebbe essere il territorio a maggiore vocazione per il contemporaneo. Declinare attraverso le trasformazioni territoriali questo tema è la vera sfida. Ci sono quartieri che sono particolarmente rappresentativi di questa sfida, come il Macrolotto 0, che potrebbe diventare il distretto creativo dell’area vasta. Accanto al museo “L.Pecci”, vogliamo sviluppare il tema di un parco che viene realizzato all’interno della cerchia muraria trecentesca e che nascerà dalla demolizione di un edificio oggettivamente incongruo costruito negli anni ‘60-’70. Questo è già di per sé un fatto importante, perché sostituisce un’area edificata con un polmone verde. Inoltre vogliamo far diventare questo luogo un elemento di dialogo anche con altri parti storiche del centro, in modo che diventi rappresentativo di un nuovo paradigma della città: non più la città delle ciminiere, delle industrie o dei cinesi, ma città anche della contemporaneità. Se

Un parco per Prato questo è il livello della sfida, occorre allora costruire tutta l’operazione tenendo un livello alto, internazionale, del progetto. Per questo abbiamo scelto di fare un concorso di progettazione in due fasi; la prima sarà una preselezione in base ai curricula dei raggruppamenti (non sul fatturato) che sarà fatta da una giuria internazionale in cui sono presenti personalità come Bernard Tschumi (che nella sua esperienza di architecture and disjunction si è ispirato all’’architettura razionale fiorentina e quindi segna anche un collegamento con quest’area), la critica olandese Michelle Provoost, il filosofo del paesaggio Sébastien Marot, Roberto Zancan della direzione UNESCO per la Conservazione e la rigenerazione del patrimonio urbano dell’università IUAV di Venezia e, infine Francesco Procopio, responsabile del settore recupero del patrimonio storico del Comune che è quello che ha la consapevolezza del patrimonio pratese. Nel bando di concorso, non a caso, viene descritta la città e la visione che la Giunta ha di essa e quindi si individua il luogo oggetto della progettazione quale spazio rappresentativo di questa idea: il tema del contemporaneo, la

complessità delle relazioni interne, le 110 etnie che sono presenti, il rapporto con la moda, con il design, con le arti contemporanee e quelle performative. Per il resto viene data ampia libertà al progettista di presentare una propria interpretazione di questa idea. Biagi Qual è la dimensione di questo spazio? Uno spazio di 3 ettari di parco, racchiuso all’interno dello spazio urbano. In relazione alla dimensione e alla sua collocazione nella città, il parco dell’ospedale è una zona strategica (così definita nell’atto di indirizzo del nuovo Piano Regolatore), perché diventa una nuova porta di accesso: c’è il parcheggio dell’ospedale e siamo a 200 metri dalla declassata (dove faremo l’interramento della strada). Dal Polo Campolmi al S.Niccolò c’è un asse dove ci sono la Campolmi, la scuola Verdi, S.Francesco, la palestra Etruria, l’assessorato alla cultura. Èun comparto urbano che apre nuovi rapporti con la città. Siliani Quali sono le scadenze del concorso? Entro il mandato amministrativo dovrà tutto essere realizzato. Avremo il progetto esecutivo entro il 2016:

entro febbraio 2016 la selezione dei gruppi e poi entro giugno l’affidamento al vincitore, che dovrà fare il progetto esecutivo. Dai primi di gennaio del 2017 dovrà iniziare la demolizione dell’edificio dell’ex ospedale. Faremo un piano di comunicazione complessivo che tenga insieme queste due cose. Biagi Mi sembra importante l’idea che la città si trasformi anche attraverso la creazione di vuoti urbani: demolire un edificio che ha svolto una funzione pubblica, sostituendolo con un’altra funzione pubblica ma non facendo un altro edificio. Come la popolazione è coinvolta in questo processo? L’operazione, nel suo piccolo, è un po’ come la Highline di New York: una infrastruttura non più in uso che diventa uno spazio un po’ naturale e un po’ sociale. Èun’operazione sostenibile da tutti i punti di vista. Poi c’è la questione di individuare una funzione che vada oltre quella semplicemente pubblica del parco. Tra i requisiti che chiediamo ai progettisti c’è quello che il parco deve essere utilizzato per tutto l’arco della giornata, deve essere inclusivo per tutte le persone. Come ad esempio un progetto dell’associazione AVIS, che per la ASL di Prato gestisce iniziative per i bambini, che attraverso un concorso intende realizzare nella ex palazzina un centro diurno per bambini portatori di handicap: quindi i giochi che i progettisti prevederanno nel parco dovranno essere accessibili per tutti i bambini. C’è poi il tema della sicurezza, imprescindibile per un parco, per avere un controllo sociale.


Da non saltare

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Vorrei sottolineare anche l’elemento di “vision” per quest’area. Farla diventare un attrattore rispetto ad un’utenza di area vasta e rispetto al turismo culturale: cerchiamo di tenere insieme una visione locale, una di area vasta e possibilmente una visione globale. Per la gestione del concorso abbiamo individuato una specifica società che si occupa di comunicazione del concorso stesso, in modo che già esso sia un evento collocato su un livello diverso da quello locale. Riguardo alla partecipazione della cittadinanza è importante sottolineare che abbiamo cercato di lasciare lo spazio maggiore possibile ai progettisti in modo che questi possano dare un loro contributo. Dopo di ciò, a fronte dell’idea vincitrice, si apriranno dei percorsi di partecipazione man mano che la progettazione sarà approfondita, fino a quella definitiva. Con il processo partecipativo, anche la progettazione potrà innestarsi con la vita vera, della strada, della zona, delle attività commerciale, dei possibili nuclei di cittadini interessati a forme nuove di gestione di spazi pubblici. Biagi L’idea di puntare sulla contemporaneità e di legarla alla storia della città (basti pensare alla Campolmi) è vincente. A Prato certo esiste il museo “L.Pecci, che è veramente un luogo metropolitano, ma c’è il problema di legarlo maggiormente alla città e questa scelta del parco può essere l’elemento di ricucitura fra la storia di Prato (Campolmi) e la dimensione di area vasta (il Pecci). Èimportante che i cittadini siano invitati a partecipare e a confrontarsi con una idea chiaramente delineata dall’Amministrazione. La Giunta ha la responsabilità di fornire gli indirizzi strategici della città, soprattutto per un’area con queste caratteristiche. In altri casi si può fare diversamente. Per esempio, stiamo facendo il progetto delle “100 piazze” e nelle frazioni, dove queste piazze saranno realizzate, chiediamo ai cittadini qual è il loro luogo di identificazione. In questo caso, prima di progettare, attraverso un percorso puro di partecipazione, chiediamo ai cittadini dov’è per loro il luogo di identificazione. In questo modo facciamo emergere indicazioni di piazze, di strade, di parchi o anche l’assenza di questi luoghi. A quel punto, in base alle richieste dei cittadini, si fa la progettazione. In questo caso, invece, il coinvolgimento dei cittadini lo vorremmo fare dentro il nuovo Piano Ope-

Intervista all’assessore Barberis sul progetto di rigenerazione urbana sull’area dell’ex ospedale rativo: siccome l’area dell’ospedale rientra in un’area più ampia, allora dovremo allargare i temi della partecipazione a tutto il comparto urbano. Lì vorremmo avere diversi livelli di partecipazione. Con un bando definiremo le modalità di partecipazione e successivamente faremo iniziative di partecipazione aperte ai cittadini, ma anche town meeting aperti agli stakeholders. Siliani Come si collega questo progetto di ricucitura dentro la città, con il livello di discussione nell’area vasta e con la Città Metropolitana di Firenze? Al momento non c’è questa discussione ed è interessante iniziare a costruirla. Ci sono delle prove in corso di costituzione dell’area metropolitana. Uno è il tavolo sull’aeroporto che, di fatto, esiste fra sindaci e tecnici dell’area vasta. La stessa cosa può avvenire sul tema della mobilità, così come sulla modifica degli assetti istituzionali (superamento delle Province, le deleghe, ecc.). Tutto questo sta mettendo in atto delle modalità nuove di relazione fra i Comuni. Ad esempio stiamo facendo dei tentativi di progetto fra Prato e i comuni della vallata, individuando un assetto strategico su alcuni temi che poi concentra l’attenzione sulla specifica opera pubblica da realizzare, che ci spinge a fare massa critica per trovare fondi europei o nazionali per realizzarla. La stessa cosa avviene con Campi Bisenzio, Carmignano e Poggio a Caiano. Mettersi insieme è necessario, perché la competizione oggi è globale e l’Italia ha possibilità di farcela solo se comprende, noi tutti comprendiamo, la necessità di cooperare per definire le strategie. Il tema del parco agricolo della Piana può essere un ulteriore aspetto di questa dimensione. Quale vocazione avrà? Sarà destinato ai cittadini dell’area? Certo, ma forse potrà avere anche una vocazione turistica. Penso alla Ruhr dove hanno realizzato un parco visitato da milioni di turisti recuperando le aree degradate dall’indusria pesante. Certo non abbiamo, come nella Ruhr, monumenti straordinari di archeologia industriale, però trovare elementi che diano identità al parco, anche sotto questo profilo, può rientrare in una strategia di sviluppo. Ad esempio ci sono tutte le opere di Carlo Scoccianti che sono state oggetto di “Artlands” al Pecci e che sono disseminate nel territorio e che di fatto potrebbero già dare una connotazione specifica al parco, legandola ad una nuova riflessione

sul paesaggio o sulle nuove frontiere dell’arte. Siliani Infatti, forse questa può essere l’occasione per dare concretezza a quell’idea che prese le mosse ai primi anni del nuovo secolo di un sistema di arte contemporanea nell’area Firenze-Prato-Pistoia che poteva avere un pilastro anche nei parchi d’arte. Basti pensare al Parco di Celle a Pistoia. Sì, l’idea è convincente. Il parco, che ha una sua connotazione sul tema dell’agricoltura urbana, può averne anche una legata all’arte contemporanea. Dal “Pecci” può irradiarsi il tema della contemporaneità anche nel paesaggio all’interno del parco. Il paesaggio toscano è anche questo, non solo il Chianti o le Crete Senesi. Siliani Però mentre qualche mese fa la posizione strategica del parco della piana era abbastanza chiara (penso al lavoro fatto dall’assessore della Regione Marson), ora sembra diventare più strategica un’infrastruttura come l’aeroporto... Stiamo facendo una riflessione interessante proprio sulle aree di frangia. Nell’atto di indirizzo del nuovo Piano Regolatore vengono individuati degli ambiti strategici fra cui, per Prato, c’è anche quello agro-ambientale. Per cui un tavolo fra gli stakeholders verrà fatto proprio fra i produttori agricoli e agroalimentari, allo stesso livello del tessile-moda e del comparto tecnologico. Perché dopo EXPO questo tema, anche nella consapevolezza dei cittadini, è diventato di capitale importanza. Il Parco agricolo della Piana è fra gli ambiti strategici perché ha una serie di declinazioni interessanti: la garanzia dell’ecosistema, i percorsi ciclopedonali, le aree di frangia che sono i luoghi in cui è possibile identificare il rapporto con il resto del territorio. Stiamo conducendo, con il prof. David Fanfani (che è anche presidente dell’associazione Parco della Piana) e con due studentesse francesi, una ricerca su come trattare progettualmente le aree di frangia. Il territorio di Prato non può che essere luogo di sperimentazione della perequazione urbana. Nelle aree di frangia si possono anche far atterrare delle capacità edificatorie; la stessa legge prevede la possibilità di deroghe nelle aree agricole per l’edilizia residenziale pubblica. Vogliamo sperimentare nuove modalità di identificazione di quali siano aree urbane e quali agricole. E fare emergere ad esempio, che le aree di discontinuità edificatoria non sono affatto quelle

da riempire, ma anzi sono aree dalle quali si hanno visioni paesaggistiche particolari. Il nostro è un approccio che sul posto, fa un’analisi all’altezza di 1,80 mt. e va a progettare le aree di frangia. Anche questo è un tema di contemporaneità perché quando identifichi aree di parco e innovative modalità per il loro interfacciarsi con la città, apriamo lo sguardo a problematiche interessanti, analoghe ad esperienze francesi. Siliani La vostra decisione di rivolgervi per la giuria del concorso a personalità internazionali, mi sembra sia anche un tentativo importante di sprovincializzare l’approccio al governo del territorio che in Toscana è stata un po’ la cifra degli ultimi decenni. Seguendo le premesse del nostro approccio, la composizione della giuria viene come conseguenza. La logica è voler comunicare la Toscana come luogo di contemporaneità, perché lo è, da sempre. In una fase di urbanistica della crisi, bisogna sfruttare le occasioni che si creano, come questa, e far convergere risorse e competenze verso questi obiettivi, trattandoli anche come problemi di comunicazione del territorio. In una città come Prato abbiamo bisogno di portare la bellezza, ma intesa in senso lato. La portiamo nelle frazioni con il progetto delle 100 piazze, ma anche con progetti come questi. La bellezza non la portano solo personalità straniere, però possiamo dare dei segnali. Dobbiamo anche fare attenzione a non essere provinciali nel voler l’archistar internazionale, perché la qualità l’abbiamo anche noi. Stiamo aprendo, in questo senso, molto ai giovani per invogliarli a fare esperienze all’interno del Comune, accanto ai tecnici nostri, per progetti specifici. Serve ai giovani per iniziare a misurarsi con la progettazione di spazi pubblici e all’Amministrazione per portare freschezza nella struttura tecnica. Sulla bellezza dobbiamo anche ricordare che c’è una responsabilità dell’arte in questo, che deve cercare un rapporto con i cittadini, non solo con gli addetti ai lavori. Si ampliano i confini della bellezza. Se penso al minimalismo, esso nasce come contrapposizione all’estetica, ma poi ha determinato un’estetica esso stesso. Oggi ci sono esperienze in cui gli spazi sono progettati da artisti; penso ad Anish Kapoor, o i progetti fatti con Foreign Office. Sul tema della progettazione degli spazi pubblici c’è un confronto di competenze diverse che è sempre più importante.


riunione

di famiglia

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Le Sorelle Marx

Da Tele Kabul a Tele Rignano Probabilmente sollevato dal fatto che tra le nomine Rai non figurasse l’antennista di Rignano, da sempre fornitore di Casa Renzi, il fedelissimo Guelfo Guelfi, membro del CdA Rai, per evidenti meriti, si è lasciato andare a interviste sperticate sulla bontà dei neo direttori di rete, concludendo un dialogo col giornalista del Corriere citando Ettore Bernabei, storico presidente RAI DC: “Mandate a letto sereni gli italiani, altrimenti

diventano cattivi”. Una citazione democristiana che lo stesso Guelfi dice perfetta per l’attuale presidente del Consiglio. Chissà però se mentre la diceva al vecchio Guelfo saranno tornate in mente le manifestazioni in quel di Pisa, le cariche della polizia di Scelba, gli slogan contro Fanfani, la gioventù contro il potere democristiano. Quella libreria rivoluzionaria a Parigi, l’Angola. Lotta Continua e la Rivoluzione. Probabilmente no.

I Cugini Engels

La crisi della Nutella

Pronto, il generale Maciulli, suppongo? Telefono dall’Argentina...” “... allora, sì, attacco con tre armate dall’Alberta e con due dalla Jakuzia... ehm, sì sono Manciulli; ma chi parla? Ora sono un po’ occupato...” “Oh, Andrea, falla finita: sono Matteo, l’unico vero generale! Ti telefono dalla mia visita di Stato in Argentina e ti devo affidare una missione internazionale delicatissima” “Ma certo Matteo, lo sai che di me ti puoi fidare ciecamente. Devo scatenare la NATO?” “Quanto a fidarsi lasciamo stare: me lo ricordo sai, quando andavi a braccetto con D’Alema (quel cornuto) e poi con Bersani (quel bollito). Comunque, andiamo oltre. Dovresti parlare con quella francesina spocchiosa della tua amica Ségolène Royall, che si è permessa di dire a Expo che la Nutella fa male, e dirle che qui a Buenos Aires sono accolto da stuoli di bambini in delirio che acclamano la Nutella come la più bella cosa italiana. Dille anche che se non la smette di denigrare la Nutella, io metto in giro la voce che il Roquefort è fatto con la muffa di zampe di suino e che la Renault la costruiscono con lamiera riciclata di scarto!” “Certo, Matteo, stai tranquillo ci penso io”. Nel giro di 5 minuti squilla il telefono al Ministero dell’Ambiente a Parigi. “Bonjour Ségolène, comment

Bobo

allez-vous? Je dois vous dire que Monsieur Renzi est en colère contre vous parce que vous ne voulez pas la Nutella. Mais purquoi? La Nutella c’est bonne! Mai Je l’adore!” “Écouter Andrea, J’ai pas de temps à perdre avec ce imbécillités. Ce mol d’Hollande, il me tue si je suis trop à gauche! Qu’est-ce que je m’en fous de la Nutella!” “Je comprend, mais Renzi dit qu’il va ruiner le Roquefort et Renault” “Ah oui? Allez au diable, cette merde! Putain! “. clic.

Lo Zio di Trotzky

Ipotesi di complotto

Dalla porta socchiusa filtrava la luce abbagliante di un riflettore. Nello scorcio di luce si intravedeva, di sbieco, la figura del capocomico, la testa argentata, i riccioli ribelli, la pancia prominente. Dietro la porta, dubbiosa, l’onorevole Taverna si chiedeva se fosse il caso o meno di disturbare il capo. Decise di non entrare almeno al momento. Quindi prese ad origliare. “ ed è così che mi venne un dubbio, che pian

piano divenne certezza. A Roma è in corso un complotto per farci vincere!”. In quel momento il telefonino della Taverna, fortunatamente spettato su silenzioso, trillò annunciando un messaggio: “la conferenza stampa inizia tra due minuti. Hai parlato col capo? Ti ha detto cosa dire?”. La risposta fu immediata: “arrivo. Tutto apposto ho la linea”. E se ne andò. Nel frattempo nella stanza il capocomico, rivolgendosi all’amico di sempre continuò a parlare: “ e allora Gianroberto? Che ne dici?” “Sul complotto vien giù la sala dalle risate Beppe”.

dare gli “impegni inderogabili” che si erano presi con il Leader Minimum prima e con il Servitor Cortese poi. Ora la nuova scusa era incredibile. Avevano scoperto che al di sotto dell’area di Novoli dove doveva sorgere il nuovo stadio c’era dell’acqua. Ma non poca, moltissima. E il progetto del nuovo stadio scintillante che il Servitor Cortese voleva inaugurare alla fine del suo regno si allontanava. Bisognava intervenire. E il Servitor Cortese si rivolse a Nardellik. E Nardellik trovò la soluzione.

“Come si fa a evocare lo Stadio prima che sia fatto?” disse retoricamente. “Ma naturalmente utilizzando il buon Gaetano Curreri il cantante degli Stadio, noto tifoso dei viola. E quindi in mancanza dello stadio regaliamo al cantante degli Stadio una sciarpa viola”. E fu così che il buon Servitor Cortese mise al collo di Gaetano uno sciarpone viola. Che il Servitor Cortese avrebbe molto più volentieri stretto al collo dei fratelli Foulard. Ma certe volte bisogna sapersi accontentare.

Le avventure di Nardelik Non c’era aria di festa nella città di Sottofaesulum. Nonostante la vittoria sull’Internazionale e il terzo posto in classifica della squadra del Giglio, brutte notizie arrivavano da Novoli e dalle Marche. Soprattutto dalle Marche dove vivevano i ricchissimi padroni della squadra viola, i famosi fratelli Foulard. Questi fratelli non volevano presentare il progetto del nuovo stadio della città. Erano ormai quasi cinque anni che ad ogni scadenza i fratelli Foulard trovavano qualche nuova scusa per riman-


20 FEBBRAIO 2016 pag. 5 Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

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a fotografia di viaggio è stata, fino dagli albori, il genere maggiormente praticato, surclassato numericamente solo dal ritratto, che però riveste un carattere del tutto diverso, essendo fortemente individuale ed intimistico, e poco interessante al di fuori della cerchia ristretta di familiari ed amici. Fino dai primi anni Quaranta dell’Ottocento, all’epoca del dagherrotipo, alcuni editori francesi sguinzagliano i loro fotografi in capo al mondo, per rifornirsi di registrazioni ottiche da cui trarre delle incisioni, molto attendibili, prospetticamente esatte e ricche di dettagli, in vista di pubblicazioni sul tipo delle famose “Excursions daguerriennes”. In molti casi gli incaricati di raccogliere le immagini dagherrotipiche, anziché impegnarsi nella loro realizzazione, preferiscono rivolgersi ai dagherrotipisti locali, un po’ per risparmiare del tempo, un po’ perché questi conoscono bene i temi più interessanti ed i punti di vista migliori. L’evoluzione di tecnologie come la “photogravure” permette in seguito la pubblicazione diretta delle immagini ottiche, senza l’intermediazione delle incisioni manuali, e gli editori continuano ad inviare i loro fotografi in giro per il mondo per riempire le pagine delle prime riviste illustrate e dei primi “fotolibri”, mentre anche turisti e viaggiatori si attrezzano per realizzare da soli le immagini da mostrare al ritorno. Tuttavia, spesso i turisti, i viaggiatori e perfino i fotografi professionisti, visitando i paesi lontani, a meno di non trascorrervi lunghi periodi di tempo, si limitano a raccogliere delle immagini banali e stereotipate, quando non frettolose e superficiali. Al contrario, molti dei fotografi locali, legati all’ambiente ed alla cultura del luogo, sono in grado di penetrare i temi in profondità, di distillare le immagini più significative, di raccontare le cose e le storie che i visitatori occasionali forzatamente trascurano. L’India, fino dalla seconda metà dell’Ottocento, ha visto nascere e crescere intere generazioni di fotografi, attenti al loro mondo e testimoni diretti della realtà del loro paese. Uno per tutti è Ranghubir Singh

Ranghubir Singh L’occhio dell’India (1942-1999), nativo di Jaipur e cresciuto nell’ambiente artistico di Calcutta, che si avvicina alla fotografia dopo avere visto un fotolibro quasi sconosciuto di Cartier-Bresson su Jaipur, pubblicato

nel 1948. Nel 1966 ha l’occasione di passare una settimana, proprio a Jaipur, in compagnia dello stesso Cartier-Bresson, e più tardi accompagna Lee Friedlander in un viaggio attraverso l’India.

Al contrario di essi, Ranghubir sceglie di esprimersi con il colore, ed inizia a collaborare con riviste come il “National Geographic” e “Time”, attraversando l’India con una Hindustan Ambassador del 1958 che utilizza come magazzino e come camera oscura, e delle cui portiere si serve spesso per “riquadrare” l’inquadratura, utilizzandole come “cornice” all’interno della cornice del mirino. Nel 1974 pubblica con la Perennial Press di Bombay il suo primo fotolibro “Gange”, con testi dello storico indiano Gupta, a cui segue nel 1975 “Calcutta” con lo stesso editore. Successivamente con la stessa casa editrice, ma in combinazione anche con la anglo-americana Thames and Hudson e con la parigina Editions du Chene, pubblica numerosi altri fotolibri dedicati a diverse regioni dell’India, come il Rajahstan nel 1981, il Kashmir nel 1983, ed il Kerala nel 1986. Pubblica anche nel 1981 un fotolibro sulla cerimonia del Kumbh Mela, poi passa alle città, come Benares nel 1987, ancora Calcutta nel 1988, Bombay nel 1994. Pubblica un nuovo libro sul Gange nel 1992, sulla strrada transcontinentale “Grand Trunk Road” nel 1995, e sul Tamil Nadu nel 1997. In tutto dodici fotolibri, a cui si aggiungono quelli pubblicati da Phaidon, “River of Colour L’india di Ranghubir Singh” del 1998, ripubblicato in diverse edizioni anche dopo la sua scomparsa, ed il definitivo e postumo “A way into the India” del 2002. Chi cercasse nelle sue immagini l’India dei romanzi, del cinema o dei documentari, ma anche l’India delle cartoline e dei dépliants turistici, cioè un’India immaginaria, rimarrebbe probabilmente deluso, così come rimarrebbe deluso chi vi cercasse le immagini pittoresche della miseria, dei drammi sociali o dei forti contrasti. L’India di Ranghubir Singh è anche l’eco di tutto questo, ma è anche molto più di questo, è l’India di chi vive, lavora, studia, prega, festeggia, danza, si sposta, soffre e muore, semplicemente, ogni giorno. L’India delle persone vere, viste da vicino e raccontate senza né enfasi né retorica, senza ostentazioni né compiacimenti. Viste attraverso gli occhi di un indiano.


20 FEBBRAIO 2016 pag. 6 Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

L

a prassi artistica di Ben Patterson incarna pienamente la poetica fluxus: sperimentazioni musicali, happening, performance, visualità e coinvolgimento emotivo sono i cardini di un’idea estetica capace di vincolare i principi esistenziali all’atto creativo, nella consapevolezza che l’Arte si muove in un universo misterioso e ancestrale, di cui l’artista è un demiurgo e uno strumento di rivelazione della semplicità operativa. Di fatto l’Arte non è una professione né un mestiere, ma una libera associazione di riflessioni accessibili a tutto e a tutti: è impensabile di fatto unire il concetto di artisticità ai valori istituzionali di esclusività, individualità e personale ambizione. L’Arte fluxus si distingue da ogni tradizionale impostazione canonica, praticando il disinteresse e la polemica nei confronti degli attuali sistemi culturali troppo rigidi e aulici per essere contemplati nell’essenza stessa della creazione; operando un rovesciamento di sensi comuni e mettendo al centro dell’ispirazione il gesto quotidiano, attraverso il gioco, l’ironia e l’inter-dialogo fra il mondo e le cose, fra il pubblico e l’opera, fra il fruitore e l’artista, poiché si diventa ‘operatori artistici’ solo nel momento in cui l’uomo giunge alla consapevolezza che creare è un processo di estrema intenzionalità, ossia un gesto vitale che pone le coscienze in comunione e condivisione con il resto del mondo. Allo stesso modo tutta la prassi teorica e artistica di Ben Patterson si pone in continuità con il contesto delle esperienze fluxus, attraverso la valorizzazione dello scardinamento dei confini fra musica, teatro, pittura, scultura, fotografia, collage, assemblage, trasformando il modus operandi in modus vivendi. Realtà biografiche, culturali e sociali si amalgamano nelle opere d’arte dell’artista, formando una decostruzione e una decodifica dei tradizionali linguaggi artistici in nome di un’ironia demistificante in grado di annullare le contraddizioni dell’attualità e di riportare il livello aulico a un grado zero di contemplazione e

Gli esperimenti di Patterson

In alto da sinistra “Fishing for love”, 1982, Collage su stampa, cm 29,5x21, “Fishing for love”, 1982, Collage su stampa cm 29,5x21. Senza titolo, 2000 Assemblaggio cm 71,5x14,5. In basso a sinistra Who did it?, 1991, Assemblaggio e smalto su pannello, cm 70,3x70,3. A destra Mine is bigger than yours, 1990 Assemblaggio su tavola cm 80x60 Tutte le immagini Courtesy Collezione Carlo Palli, Prato

intelligibilità. Quella di Ben Patterson è un’Arte fatta di strumenti, riferimenti e citazioni semplici, la cui fruizione è immediata e diretta: l’equazione arte-vita si traduce così nella tesi che l’essenziale non è mai banale ed è proprio nell’ordinario che si nasconde la bellezza estetica e l’originalità artistica.


20 FEBBRAIO 2016 pag. 7 Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it di

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a musica ha stimolato le contaminazioni culturali più svariate. Esistono gruppi italiani che suonano musica irlandese (Whisky Trail); compositori neozelandesi influenzati dalle culture asiatiche (Jack Body); musicisti tedeschi innamorati delle sonorità africane e mediorientali (Embryo). Ma le combinazioni sono infinite, quindi ce ne sono ancora alcune che possono sorprenderci. Una è quella che ci viene proposta da Srdjan Beronja, un percussionista serbo che ha trovato la propria patria musicale in India. Nato a Novi Sad nel 1976, il musicista ha visitato varie parti del mondo: dall’area balcanica alla Turchia, dalla Siria all’India. In quest’ultimo paese, e in particolare a Varanasi (da noi nota come Benares), ha vissuto vari anni. Qui ha sviluppato un particolare interesse per la cultura indiana. La stretta collaborazione coi musicisti locali gli ha permesso di affinare ulteriormente la

Fabrizio Pettinelli pettinellifabrizio@yahoo.it di

La sera del 2 agosto 1554 il granduca Cosimo I dei Medici era appena uscito dalla chiesa di Santa Trinita, quando fu raggiunto da un messaggero a cavallo che gli portava una splendida notizia: quel giorno, nei pressi del castello di Marciano in Val di Chiana, l’esercito mediceo, al comando dal capitano di ventura Gian Giacomo Medici detto il Medeghino, aveva sbaragliato le truppe senesi, comandate dal fuoriuscito fiorentino Piero Strozzi. I pareri degli storici su quella che fu una delle più cruente battaglie dell’epoca (costò 400 caduti ai fiorentini e oltre 4.000 ai senesi sui circa 14.000 uomini che componevano ciascuno dei due eserciti) divergono. Secondo alcuni la sconfitta dei senesi fu causata da un errore tattico dello Strozzi che, intenzionato a ritirarsi verso Siena, aveva subito fatto arretrare le proprie artiglierie, esponendo il suo esercito all’attacco dei fiorentini senza la protezione dei cannoni. Altri sostengono che l’errore fu del

si legge sulla copertina, il disco ci propone “un affascinante viaggio sonoro attraverso la città sacra”. Varanasi, capitale spirituale dell’India, è infatti una delle sette città sacra della religione induista. Nel disco il percussionista è accompagnato da otto musicisti indiani. Alle percussioni del leader si aggiungono il bansuri (flauto di bambu), l’harmonium, il sitar e il violino indiano. Quest’ultimo differisce da quello europeo per l’accordatura e per la tecnica con cui viene suonato (il musicista è seduto con le game incrociate). The Sounds of Varanasi contiene

in prevelenza brani tradizionali, ai quali si aggiungono brevi registrazioni sul campo. I testi acclusi presentano ciascun brano con dettagliati riferimenti musicali e culturali. Le tre parti che formano “Raga Madhuvanti” sono un lungo dialogo di sitar e tabla. In “Dadra: Raga Mishra Khamaj” spicca il violino indiano. Le registrazioni sul campo sono legate a momenti della vita sociale (“Wedding Drums”) e religiosa (“Drut Mantra”, “Sita Ram”). Quello di Beronja, quindi, non è un interesse puramente musicale, ma coinvolge anche aspetti religiosi e culturali. Merita una nota positiva l’etichetta ARC, fondata da Horst Tubbesing nel 1976. Il suo catalogo offre un’ampia scelta di musica tradizionale e world music che spazia in ogni parte del globo. Tubbesing è uno dei numerosi appassionati tedeschi che sono riusciti a trasformare il proprio amore per la musica in un’etichetta prestigiosa, come Manfred Eicher (ECM), Klaus Heymann (Naxos) e Siegfried Loch (ACT).

i fiorentini in festa intonavano il ritornello “Palle, Palle, Duca, Duca, Piero Strozzi in una buca”. Non contento, il Granduca commissionò al Vasari, per il Salone dei Cinquecento, il grandioso affresco “La battaglia di Marciano” e, secondo l’uso degli antichi

romani, decise di far innalzare una colonna a ricordo dell’evento nel punto esatto in cui si trovava quando era stato raggiunto dal messaggero. Più facile a dirsi che a farsi: non si trovava il materiale per realizzare la colonna. Finalmente, nel 1560, papa Pio V decise di donare a Cosimo una delle colonne di porfido delle Terme di Caracalla. La colonna, del peso di novanta tonnellate, fu imbarcata su una zattera che discese il Tevere per poi risalire il Tirreno verso Bocca d’Arno; nei pressi di Porto Ercole il convoglio navale fu attaccato dai pirati saraceni, ma il capitano romano, oltre a sconfiggere i corsari, liberò numerosi prigionieri cristiani. Dopo una tranquilla navigazione sull’Arno, la colonna arrivò a Firenze e fu innalzata in Piazza Santa Trinita, utilizzando dieci argani, il 2 luglio 1565; finalmente, il 9 giugno 1581 (Cosimo I era ormai morto da 7 anni), la colonna fu completata con la statua della Giustizia che le dà il nome.

Dal Danubio al Gange propria tecnica. Didatta oltreché musicista, Beronja ha pubblicato un libro intitolato The Art Of the Indian Tabla (Rupa Publications, 2008). Il debutto discografico è avvenuto con il CD The Sounds of Varanasi (ARC Music). Come

Piazza Santa Trinita

La battaglia di Marciano capitano Pico della Mirandola (solo un omonimo) che aveva lanciato il suo reparto di cavalleria in un attacco scriteriato e suicida. La tradizione popolare attribuiva invece la vittoria dei fiorentini al tradimento di un portabandiera dei senesi, tale Righetto dal Campana che, corrotto dai fiorentini con dodici fiaschi di monete d’oro, con false segnalazioni aveva fatto spostare la cavalleria senese in modo tale da scoprire il fianco dell’esercito dello Strozzi. La notizia suscitò grande entusiasmo a Firenze; Cosimo I, senza preoccuparsi del modo più o meno lecito con il quale era stata ottenuta la vittoria, rientrò in chiesa per ringraziare la Madonna e decretò tre giorni di festeggiamenti, culminati con la pubblica decapitazione di molti prigionieri senesi, mentre


20 FEBBRAIO 2016 pag. 8 Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it a cura di

C

alciobalilla da tavolo, anni ‘50 circa. Il calcino, chiamato anche biliardino, è un tavolo il cui piano simula un campo di calcio ove incombono giocatori in formazione tipo che, grazie al loro essere impalati vengono mossi in largo e ruotati avanti e indietro allo scopo di colpire una pallina. Non è chiaro chi lo abbia inventato, molti, fra la prima e la seconda guerra mondiale, in diversi stati, ne brevettarono dei prototipi. In Italia il primo pare sia stato costruito nel 1937 da un artigiano di Poggibonsi. Quello di Rossano è piccolo, di latta ed è un giocattolo da bambini, i giocatori non sono infilati nei tradizionali paletti, ma si muovono a scatto, vi si nota, oltre al prezzo, L.3.800, la scritta MLB, marchio di fabbrica, Marchesini Luigi Bologna. La MLB nacque nel 1947 dopo che Luigi si distaccò dalla AMB Marchesini (A sta per Agostino), fabbrica di famiglia nata nel 1908 che fu una delle più grandi e rinomate fabbriche di giocattoli italiane. Produceva prevalentemente giocattoli in ferro e latta, curatissimi in ogni dettaglio e davvero molto belli. Fra di essi tamburi, automobiline con frizione e in seguito, le prime a batteria e filoguidate, elettrodomestici e intere minicucine all’americana, un famosissimo salvadanaio a cassaforte e i modellini delle macchine Fiat e Lancia dell’epoca. La MLB Marchesini, che rimase attiva fino al 1955, divenne memorabile per la produzione di campi da basket e almeno due tipi di calcini balilla. Appetito dai collezionisti quello che fu il suo pezzo forte, la Ferrari “Toschi”, commissionata dall’omonima Ditta di amarene e liquori di Vignola, la cui carrozzeria era composta da due gusci in metallo pressofuso che contenevano due bottiglie di liquore. Questo modello fu ordinato in numero rilevante alla MLB per un battage pubblicitario della Toschi che però non andò bene. I tanti modelli invenduti e non ritirati furono fra le cause del declino dell’azienda. Nei primi anni ‘70 la AMB cercò di modificare la produzio-

Dalla collezione di Rossano

Bizzarria degli oggetti

ne dei suoi tradizionali giocattoli in latta, proponendone alcuni in latta e plastica per contrastare l’avvento dei primi plasticoni giapponesi. Fu l’inizio di una battaglia probabilmente persa in partenza, negli anni 80 cessò la sua attività, il costo della produzione era divenuto in Italia davvero troppo oneroso per dei prodotti destinati ai bambini. Èil gentilissimo signor Maurizio Marchesini, nipote dei di

Biliardini e macchinine

fondatori della due sigle, che mi racconta queste cose, ricorda che quando era piccolo un incaricato degli zii gli recapitava ogni nuovo giocattolo prodotto e che

aveva così messo insieme una bellissima collezione di balocchi e macchinine, purtroppo finita in cantina quando è cresciuto e buttata via dalla madre nel corso di uno sconsiderato ripulisti. Ha comprato ad aste, mercatini e dagli antiquari un centinaio di quei giocattoli rimettendo insieme l’80% della sua preziosa raccolta infantile. Allego due foto inviatemi dal signor Maurizio (conosciuto su facebook...)

Pistoia, 16 ottobre 2015. Non ha monete spicciole e per questo viene sceso dal conducente del bus lungo la via provinciale, al buio e sotto la pioggia. È accaduto ad un ragazzo di 14 anni. Il motivo: aveva solo un banconota da 20 euro. Sono solo alcuni dei tanti casi di cattivo servizio del trasporto pubblico locale nella nostra regione. Per non parlare di ritardi, delle corse soppresse, dei lunghi tempi di attesa alle fermate (mediamente dai 5 ai 20 minuti), della scarsa frequenza, del poco comfort. In definitiva della scarsa affidabilità. Del resto l’età media dei bus italiani è di 11,8 anni. Quella europea si ferma a 6 anni. Fatto sta che la bassa qualità dell’offerta contribuisce a disincentivare l’uso del mezzo pubblico a favore di quello privato. Se poi a scarseggiare oltre all’efficienza è anche il buon senso e l’educazione degli operatori allora la frittata è fatta.  

La domanda è: perché in giro per l’Europa il trasporto pubblico funziona, i passeggeri aumentano e le aziende sono sane? Da noi il bus si prende solo quando non abbiamo altre alternative. Da noi le aziende sono tutte, o quasi, in crisi e gli utenti in calo.  Eppure anche noi avremmo bisogno di un servizio efficiente e competitivo. Ci aiuterebbe a rendere l’aria delle nostre città più respirabile, le aree urbane meno congestionate e la vita meno stressante. Certo, ci vorrebbero scelte coraggiose da parte dei nostri amministratori; scelte lungimiranti da parte di chi ci governa; più serietà e più professionalità da parte di gestori e operatori. In attesa di tutto questo dobbiamo accontentarci di respirare l’aria inquinata, sognare bus confortevoli e in orario, subire la condannata ad usare l’auto (o lo scooter) a vita. Eppure basterebbe poco per cambiare. Basterebbe copiare.

Remo Fattorini

Segnali di fumo Firenze, 12 febbraio 2016. Donna in autobus si sente male, chiede aiuto all’autista che anziché aiutarla apre le porte, la scende e riparte. La donna si accascia lì sul marciapiede. Soccorsa da alcuni turisti viene trasportata in ospedale. Livorno, 15 gennaio 2016. L’autista del bus non apre la porta anteriore per far salire un passeggero che ha bussato più volte al vetro. L’azienda si scusa. Prato, 12 gennaio 2016. Un ragazzo si scorda l’abbonamento a casa, si rivolge al conducente per acquistare il biglietto con le monete ma l’autista del bus – non avendo il resto – lo fa scendere. I familiari devono andare a prenderlo.


20 FEBBRAIO 2016 pag. 9 Claudio Gherardini claudiogherardini@gmail.com di

Nascevano nuove frontiere...le frontiere...” e frontiere sono sempre esistite? A cosa servono davvero? In Slovacchia ci sono sei diverse nazionalità. Non è grande la Slovacchia, che si separò per la gioia della più ricca Boemia, la Repubblica Ceca e le nuove frontiere, che durarono pochi anni, dividevano il non divisibile. Pochi giorni dopo la fine della Cecoslovacchia andai prima a Praga e poi a Bratislava. I posti di frontiera erano formati da container che avevo già visto tra Slovenia e Croazia. Pesava la sconfitta di Vàclav Havel, il grande dissidente divenuto presidente del suo Paese unito. Un intellettuale formidabile e un rocker assoluto che nominò Frank Zappa ambasciatore per la cultura e l’arte della Cecoslovacchia. Ma una frontiera nuova pose fine al suo sogno. Le frontiere sono una delle origini delle guerre e forse proprio per questo piacciono così tanto a tanti. La guerra è la attività che sappiamo fare meglio e ci piace molto. I populismi, la demagogia, nutrono i nazionalismi che a loro volta necessitano di tante frontiere. Aggredire i più deboli, in questo consiste la guerra, per questo c’è sempre un aggressore e una vittima. Nessuno aggredisce per primo un obbiettivo chiaramente più forte. Quando accade si tratta della legittima difesa da parte del più debole che avviene dopo l’aggressione. Possiamo sempre capire chi è l’aggressore. Èquello che ha fatto scorrere per primo sangue indifeso, il più vigliacco. Le frontiere dividono o cercano di dividere le popolazioni che parlano la stessa lingua e che vivono magari da secoli nelle stesse terre condivise con altri. Le frontiere creano le “minoranze”. Le minoranze…Avete mai fatto parte di una minoranza? Una volta in Camerun un bimbo nero piccolissimo ci vide passare su dei fuoristrada pick up, che erano bianchi come noi e iniziò a gridare: “Maman! Le Blancs!” Mamma! I Bianchi!. Eravamo una minuscola macchia di bianchi nella foresta popolata di neri, fra l’altro bellissimi. Se siete stati una

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Storie di frontiere

minoranza anche per poche ore non lo dimenticherete mai più. Le frontiere sono barriere artificiali come le barriere architettoniche e infatti queste ultime sono la dannazione di una vasta minoranza che deve sopravvivere a noi “normo dotati”. (Formidabile questo termine che potrebbe avere significati diversi.) Le maggioranze sono Normo Dotate. Le minoranze sono spesso vessate e punite per essere minoranze. Punite dai Normo Dotati.

Le maggioranze decidono le barriere e le frontiere e le minoranze le subiscono. Anche nei condomini come all’ONU. Le leggi le fanno i Normo Dotati. Anche le guerre. I Normo Dotati, per definizione sono sempre maggioranza che in quanto tale può facilmente Dotarsi di Norme volte a proprio favore disposta a difendere anche con la violenza, ovviamente contro le minoranze. I Balcani sono il luogo delle minoranze per eccellenza, nel sud dell’Europa e per questo allevano

populismi e dittature chiare o camuffate di ogni genere che vivono nutrendosi della xenofobia contro le minoranze che appunto abbondano sparse a macchia di leopardo. A Ljubija, che si trova presso Prijedor e a Srebrenica si è tentata l’eliminazione della nazionalità di religione non cristiano ortodossa che era una minoranza nelle due aree. da “Bosnia, la memoria di oggi” di Marco Quinti e Monica Baron - QB


20 FEBBRAIO 2016 pag. 10 Simonetta Zanuccoli simonetta.zanuccoli@gmail.com di

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’affascinante storia della nascita dei grandi magazzini, elemento fondamentale della modernità, è soprattutto quella di un uomo, Aristide Boucicaut (1810/1877), che nel 1929 si trasferisce a Parigi dalla Normandia e trova lavoro come commesso al Saint Thomas, un piccolo negozio in rue du Bac, che come tutti gli altri, era specializzato nella vendita di una ristretta tipologia di articoli ma con qualche idea, al tempo, d’avanguardia come i prezzi esposti e non frutto di interminabili contrattazioni e vetrine molto curate e particolarmente attraenti. Boucicaut si distingue per le sue particolari doti di venditore e quando il negozio chiude, rimasto senza lavoro, entra in società con un certo Paul Videaux che aveva poco lontano, nella stessa rue du Bac all’angolo con rue de Sevres, una merceria chiamata Au bon marchè. Boucicaut imposta subito una nuova strategia di vendita puntando su una veloce rotazione degli stoccaggi spinta da prezzi molto convenienti. Il successo è immediato e il un giro d’affari talmente rapido che Paul Videaux, abituato alla sua piccola, tranquilla merceria, s’impaurisce e propone ad Aristide di cedergli la sua quota. Videaux però non vuole limitarsi al negozio (magazin) tradizionale. Il suo progetto è quella di farne uno molto più grande (grand magazin) dove si possa trovare di tutto con nuove strategie di vendita. In quel periodo incontra Henri Maillard, appena tornato dall’America dove aveva fatto fortuna, che, affascinato dalle idee di Boucicaut, ne diviene un entusiasta finanziatore e gli da i soldi per riscattare la società e acquistare i terreni attorno al negozio. Nasce così nel 1852 il Bon Marchè, il primo grande magazzino al mondo che, con diversi ampliamenti, raggiungerà la superfice di 46.450 mq. Boucicaut costruisce sul terreno appena acquistato un edificio appositamente progettato per questo nuovo tipo di vendita. Esternamente con le facciate cariche di ricchi decori classicheggianti appare tanto sontuoso da stupire i passanti (nei depliants pubblicitari è ritratto sempre sovradimensionato rispetto alle persone e ai veicoli per strada), affascinati anche dalle ve-

A buon mercato

trine scintillanti che nelle strade, ancora poco illuminate, appaiono come piccoli palcoscenici ideali per fantasticare. All’interno una struttura a terrazze permette di affacciarsi da qualsiasi piano sulla grande hall sormontata da una cupola in vetro e ferro che lascia filtrare dall’alto la luce creando un immenso spazio unico arricchito da un’abbondanza di decori, rampe di scale, soffitti dipinti, arredi

eleganti....Secondo Boucicaut, che aveva studiato le tecniche d’attrazione nei minimi particolari, le persone entrando dovevano percepire la grandezza dell’edificio e l’abbondanza delle merci presentate, con il loro prezzo ben in vista, sui banchi, pronte per essere guardate e manipolate in assoluta libertà. In questo enorme spazio collettivo il consumo viene esaltato come momento di svago

popolare. La formula “soddisfatti o rimborsati”, inventata da lui, riesce a convincere all’acquisto anche i più riottosi. La merce in saldo, altra incredibile novità per l’epoca, posizionata vicino alle entrate attira un gran numero di persone che si accalca dando l’impressione, dalla strada, di un confuso sovraffollamento all’interno. Le vendite per corrispondenza, che raggiungono anche i clienti più lontani, arrivano al 35 per cento del fatturato totale. Il tutto frutto di un bombardamento pubblicitario con cataloghi, calendari, annunci sui giornali, piccoli gadget in omaggio, manifesti sui muri e nei luoghi pubblici...Il diabolico Aristede Boucicaut pensa a tutto, anche alla carta che avvolge gli acquisti, stampata con immagini di comete, di tappeti volanti e di fascinosi sultani per lasciare immaginare che quel luogo è una delle meraviglie del mondo. Oggi il Bon Marchè è sempre in rue de Sevres 24. Fa parte del gruppo di Bernard Arnould, un alto incredibile personaggio di cui, prima o dopo, dovrò raccontare la storia

Il migliore dei Lidi possibili

Lido Contemori lidoconte@alice.it di

Disegno di Lido Contemori Didascalia di Aldo Frangioni

Servizio pulizie greco-tedesco


20 FEBBRAIO 2016 pag. 11 di

La scuola e i talenti Da Firenze a New York (parte 4)

Chiara Ulivi

Nella quarta puntata della nostra panoramica sulla didattica tra Italia e Stati Uniti, ci dedicheremo a quello che i bimbi di quarta e seconda elementare combinano con i numeri. L’apprendimento della matematica è senza dubbio quello che maggiormente ci ha colpiti e soddisfatti tutti senza riserve. I numeri, che tanto ostici appaiono ancora a una buona fetta degli studenti italiani, non sono entità astratte, ma oggetti che possono essere spostati, associati e disgiunti. Con il tempo diventano elementi “formulari” con cui il bambino è chiamato ad approcciarsi in maniera autonoma e creativa: l’insegnante di seconda ci ha spiegato che per fare un’operazione ci sono tante strategie e che ogni bambino è invitato a provarne molte e individuare quella che più lo soddisfa. D’accordo, non abbandoneranno le somme in colonna, ma saranno anche liberi di scomporre e ricomporre i numeri in base alla possibilità di ottenere cifre “tonde” più comode da gestire; saranno liberi di tracciare una linea su cui sistemare i numeri di partenza e “saltare” da una cifra comoda a un’altra, oppure di usare blocchetti immaginari come i vecchi regoli che ancora pure la scuola italiana talvolta usa… e via dicendo. L’esempio forse più lampante di questo modo libero e creativo di fare i calcoli è “il numero del giorno” che accompagna quotidianamente la routine dei bambini di seconda elementare: la maestra stabilisce un numero, che di solito è crescente dall’inizio della scuola in avanti (mi risulta che siamo attualmente intorno al numero 90), e i bambini devono trovare dieci modi per ottenere quel numero. Questo significa che se il numero è 5 ci sarà chi farà 4+1, come chi farà 1+1+1+1+1, come chi farà 349+10+1+40-395. E la maestra valuterà semplicemente la correttezza del procedimento, gratificando il bambino che lo ha portato a termine per gli strumenti che ha messo in campo. Il “mio” studente di seconda elementare mi dice che la maestra apprezza quando lui si produce in sterminate file di numeri sommati e sottratti, e lui naturalmente ne è ben felice e si diverte un sacco. Tendo a precisare che dopo il suo primo anno di elementari italiane, avendo operato in colonna con i numeri dall’1 al 20, a giugno non era più in grado (o meglio, non pensava di essere più in grado) di

fare addizioni e sottrazioni a mente con 2, 3 o anche 4 cifre, cosa che aveva imparato in totale autonomia prima dell’arrivo a scuola, semplicemente andando a ruota dietro al fratello più grande e inventandosi i suoi modi di fare i conti senza carta e penna (dato che nessuno gliele aveva mai messe in mano). In quarta elementare invece ci stiamo approcciando alle frazioni attraverso le scale di scuola: ci sono infatti 5 piani divisi l’uno dall’altro da 4 rampe di scale; la maestra, invece di chiedere ai ragazzi di salire ad esempio al quarto piano, chiederà loro di fermarsi ai 16/20 se si ragiona in termini di rampe, oppure, con cifre più complesse, utilizza il numero di scalini per ogni rampa. Il “mio” studente di quarta elementare, che talvolta con gli “story problems” (i problemi di matematica) ha ancora bisogno dell’aiuto dei compagni per la comprensione del testo, quando la maestra ragiona in termini di numeri è felicissimo e pronto a sviluppare i calcoli richiesti, avendo appreso in maniera intuitiva ed esperienziale che cosa è una frazione. Per dire la verità alcune illuminate maestre che abbiamo incontrato durante il nostro percorso scolastico, in Italia, hanno adottato simili strategie e sono riuscite a sviluppare le competenze di ognuno, valorizzando i più brillanti senza lasciare indietro i bambini che hanno bisogno di più tempo. Come sempre però nella nostra scuola questo genere di risultati è frutto della disposizione personale delle maestre e non viene da una formazione specifica o da percorsi formativi (e non solo strettamente didattici) stabiliti dal Ministero. Le nostre esperienze italiane sono state variegate e dipendenti in tutto dagli insegnanti incontrati: il programma ministeriale prevede il raggiungimento di alcuni obiettivi

e quelli si perseguono, in certi casi senza interrogarsi troppo su quanto i bimbi in effetti seguano o se si annoiano mortalmente. Il bambino può anche aver sviluppato sue autonome competenze, ma se lo schema prevede le somme in colonna da 0 a 20 nessuno se ne accorgerà, a meno che il bambino non inizi a creare problemi per manifestare il proprio disagio, come dicevamo. In altri casi la capacità dei bambini di trovare nuove soluzioni o strategie per risolvere un problema viene invece rilevata e apprezzata come valore aggiunto e messa in condivisione con la classe, che può così ribaltare l’esercizio e vederlo sotto un’ottica diversa. L’ impressione dunque è che qua il talento che uno studente può manifestare in un campo specifico sia una cosa da sostenere e valorizzare. In seconda elementare ad esempio si fanno le gare con le somme: la maestra ha una serie di somme facili (quelle da sapere in un click!) scritte su fogliettini e le estrae una dietro l’altra facendo gareggiare i bimbi a due a due. Si procede per eliminazione e alla fine si giunge in semifinale e finale. Chi vince non otterrà premi speciali, ma, se la cosa si ripete, la maestra gli dirà esplicitamente che al momento in classe è il più forte in matematica. Senza celebrazioni o standing ovation, magari in maniera riservata, vengono rilevati con chiarezza e onestà le competenze e i meriti di ognuno. Senza pudori o tabù. In Italia un discorso simile può far inorridire: non è corretto nei confronti della classe far notare a uno studente che è molto forte in un’area specifica; si teme che diventi borioso, che si monti la testa, che questo comprometta i rapporti con i compagni. Per esperienza possiamo dire che non è affatto detto che accada tutto questo. In quarta elementare si fanno parimenti le gare con le tabelline. Devo dire che anch’io alle elementari le facevo e le vivevo con terrore perché era richiesta una prontezza che a me personalmente veniva paradossalmente inibita proprio dalla competizione …! Ma c’era qualcun altro, magari meno brillante su altre materie, che viveva il suo momento di gloria. Ritengo che forse una sana abitudine alla competizione non sia necessariamente un male in un percorso scolastico: abituarsi a competere è utile per affrontare il mondo che ci attende dopo la scuola, senza

calpestare nessuno, ma misurandosi innanzitutto con le proprie capacità, con la sorte e anche con i talenti altrui. Purché si tratti di una competizione aperta e onesta, come quella che si gioca su una gara di numeri, ovviamente. Non quella sotterranea fatta di piccoli gesti e compiacimenti dovuti alla smania di conquistare un posto al sole e con cui alcuni insegnanti possono confondere la valutazione delle competenze con l’elezione del primo della classe… In Italia si torna sempre alla buona sorte che può assegnarti un buon insegnante o uno meno buono: questo determinerà quasi al 100% la qualità della tua esperienza scolastica. Qua a New York devo dire per onestà che le due maestre che ci sono toccate pare siano tra le migliori della scuola, ma devo anche dire che è evidente che il programma e la struttura sostengono fortemente (e integrano se ce ne fosse bisogno) le capacità delle maestre. Ci siamo trovati ad esempio a partecipare a un incontro organizzato dalla scuola per spiegare ai genitori il metodo con cui vengono affrontati i numeri con i bambini di seconda elementare (operazione fatta in piccolo anche dalla nostra maestra nella prima riunione con i genitori di classe): il tutto finalizzato a far capire ai genitori come aiutare i bambini nel loro approccio con i numeri. L’impressione netta è che il metodo comune possa sopperire alle eventuali mancanze personali degli insegnanti. La questione chiave è che il bambino deve trovare il suo modo di sentirsi “comfortable” con i numeri, a proprio agio, provando vari metodi per gestirli ed eleggendo di volta in volta quello che gli semplifica le cose. Se questo è il punto di partenza, sarà più facile per ognuno sviluppare una sua competenza specifica, aldilà dell’abilità o delle inclinazioni personali dell’insegnante. Chiudo dicendo comunque che qua essere sempre e comunque “politically correct”, “fair” e “polite” è veramente un “must”: impiego volutamente termini inglesi perché è un tema molto forte e sentito; chi si azzarda a dire una parola di troppo o a mettere all’angolo qualcuno viene fortemente sanzionato, talvolta pure troppo. Quindi sarà ben difficile che un’insegnante confonda i piani e per valorizzare un talento elegga la reginetta della classe: se meriti e sei bravo ti verrà riconosciuto, ma questo non implicherà per te trattamenti di favore.


20 FEBBRAIO 2016 pag. 12 di

Ciao Enzo

Francesco Gurrieri

I

n realtà il libro si intitola “a domani” con sottotitolo “Storia di un brigante sociale” (edito da Zambon di Jesolo, con breve scheda introduttiva di Diego Siragusa). Il libro è dedicato alle sue tre donne: Luciana (la moglie) e le sue due ragazze (Giulia e Mara). In realtà , trattandosi di una biografia collettiva, quanto meno della famiglia di origine, indirettamente, non possono non esserci suo padre Francesco, sua madre la bisnonna Angelina. Le più di 200 pagine di questo libro sono la metafora di un pezzo d’Italia del dopoguerra. Soprattutto di quel “meridionalismo “ di Giustino Fortunato, ma anche quello di tanta filmografia del neo-realismo, e della letteratura riconducibile a Elio Vittorini, Carlo Levi e Leonardo Sciascia: insomma, di quel dualismo territoriale , quel “Nord-Sud” che cifrò e continua a cifrare la geografia sociale ed economica d’Italia. Ciò vuol dire che le pagine di questo libro di Butera vanno colte per il loro doppio registro : quello di profilo sociale e quello più propriamente narratologico e letterario. Personalmente ho conosciuto Enzo Butera per il suo essere artista , nel momento in cui il suo impegno politico militante prendeva le distanze da una politica in cui non si riconosceva più ; una politica progressivamente e irreversibilmente lontana da quell’impegno di giustizia e di equità sociale con la quale aveva identificato la sua vita. Queste pagine, in definitiva, hanno, appunto, la comune filigrana di quell’impegno. Un impegno che nasce dalle “cose”, dall’esperienza reale della vita, dalle insopportabili ostentazioni di una pietrificata stratificazione sociale . Vediamone un primo esempio: (p. 31) “… Ma quel giorno, mentre imbiancavamo la cucina, don Nicola arrivò – credo – dal suo solito giro di controllo delle sue terre, e chiamò con tono secco la serva, Rachela, sedendosi in attesa della donna. Rachela arrivò immediatamente, e senza dire una parola prese uno dei piedi del “don”, vi montò a cavalcioni con la schiena rivolta al padrone,

afferrò lo stivale con una mano sul calcagno e l’altra a uncino sul piede mentre la suola poggiava sull’interno dell’avambraccio, lei tirava mentre il padrone, appoggiandole l’altro piede sul gluteo, la spingeva con forza, e lei, sobbalzando in avanti, rimaneva con lo stivale ancora calzato dal soddisfatto e strafottente don Nicola. Quella scena provocò in me una tale rabbia che ancora oggi, nel ricordarla, le mie viscere ne soffrono. Da allora ho ancora di più solidarizzato con le donne e con gli sfruttati. La ricerca della giustizia è sempre rimasta viva ed è per me un imperativo”. Il non facile rapporto col padre, la non facile educazione scolastica, il trasferimento in città (a Catanzaro) dal paese, la dicotomìa fra il circolo CRAL e la parrocchia, il mito dell’emigrazione in Argentina legato ai parenti, la vocazione artistica, la filodrammatica nella Compagnia teatrale INA, sono gli eventi che accompagnano il giovane Enzo, prima del suo fortunoso RAM al servizio militare : quel RAM – Ridotte Attitudini Militari – che gli risparmiarono diciotto mesi di servizio militare che avrebbe certo fatto fatica, c’è da giurarlo ! , a sopportare. Così, poco più tardi, il giovane Butera è a Firenze, alla stazione di Santa Maria Novella, con suo padre di 46 anni, sua madre di 38, i fratelli e le sorelle Ugo, Mirella, Silvana, Vanda, Paolo e Annamaria, secondo un copione – sono parole testuali dell’Autore – “che ricordava da vicino l’arrivo della famiglia lucana di Rocco alla stazione di Milano” nel bellissimo film di Luchino Visconti. La conoscenza con Paolo Emilio Poesio riavvia in modo deter-

minante il nostro irrequieto Butera verso il teatro, la sua vera fondamentale vocazione; poi a Roma, disperatamente, fino alla frequentazione delle scuole di recitazione patrocinate da Renato Rascel e Giulietta Masina prima, all’Aquilone poi fra il 1961 e il ’62; (p. 129) “…Ebbene sì, io il ribelle, il candidato fuorilegge, frequentavo la scuola fondata da Silvio d’Amico dove si erano formati allievi prestigiosi come Vittorio Gassman, Nino Mnafredi, Monica Vitti, Giancarlo Giannini e, per un breve periodo, il fantastico Carmelo Bene, che divenne poi il “re” delle cantine romane degli anni Settanta e, a dispetto della critica conservatrice e bigotta, uno dei grandi talenti del teatro nazionale, lui unico ribelle, dissacratore, amante dell’innovazione, della ricerca e della sperimentazione, geniale e genialmente antipatico ai potentati conservatori delle arti sceniche”. Poi, il Teatro Gruppo MKS, il circuito ETI (Ente Tearale Italiano), l’ARCI, e l’intensa attività. Nel novembre 1966 Butera torna a Firenze per contribuire al salvataggio del patrimonio culturale, particolarmente del patrimonio librario della Biblioteca Nazionale, allora diretta da Emanuele Casamassima, col supporto fondamentale di Alfiero Manetti. Poi ancora due decenni di teatro e di impegno politico-sociale (siamo agli anni Settanta e Ottanta), la vita in Svizzera, la coscienza di larghe sacche di razzismo, il Teatro Popolare Viaggiante e, finalmente il consolidarsi del rapporto con Luciana, soprattutto a Zurigo, tappa fondamentale – per autografa dichiarazione dell’autore – della “transumanza” di Enzo.

Infine i decenni fiesolani e la conversione all’arte, quasi per gioco. Enzo , finalmente appagato, con la sua famiglia, con la sua libera creatività, con la sua libertà. Ma ancora con la sua fede profonda per una società più giusta, gridata, sofferente. A mio parere questo libro non ha una conclusione: ha piuttosto un inizio, un saluto : A Domani , che è appunto il suo titolo. Ha però una riflessione, che è il testamento maieutico dell’intera vita dell’Autore : (p. 223) “Ho vissuto in prima persona le difficoltà nel fare capire, e quindi fare accettare, le logiche di un cambiamento non più rinviabile del percorso che questa società ha scelto in modo acritico, senza alcuna voglia di mettersi in discussione. Il fare per il fare quotidiano, senza una connotazione sociale, senza un progetto a tutto campo capace di coinvolgere tutti i cittadini. Nulla da fare, i nostri governanti hanno divorato risorse importanti per gonfiare le varie lobby, danneggiando irreparabilemnte la democrazia. Emanano leggi, costruite ad arte, coinvolgono così tutte le istanze deliberanti e le spingono in una fatale e soffocante palude sistemica. Anche il più volenteroso amministratore pubblico incontrerebbe enormi difficoltà qualora decidesse di scrollarsi dalla melma e nuotare libero. Le rare volte che ciò accade crediamo al miracolo e veneriamo il nuovo santo. Milioni di cittadini vengono impoveriti e invece di reagire finiscono per essere troppo consenzienti. I più fortunati si sfogano tifando negli studi o davanti alla tv, guardando magari anche i politici talk show nei quali, grazie alle avanzate tecniche digitali, si può anche intervenire mandando una e-mail alla redazione, un’illusione partecipativa che aumenta la dose anestetizzante”. Ecco. Èquesto il messaggio che Butera ci consegna, con l’intera testimonianza della sua vita: attenzione, le dosi anestetizzanti sono crescenti e possono farci perdere la pienezza della vita! Vincenzo (Enzo) Butera si è spento il 16 febbraio a Fiesole. Scultore, pittore e politico passionale è stato Consigliere Comunale dal 1995 al 1999 e Assessore all’Ambiente del Comune di Fiesole dal 1999 al 2004 con il Sindaco Pesci.


20 FEBBRAIO 2016 pag. 13 Stefania Rinaldi stefania_rinaldi@yahoo.it di

L

etteralmente l’atto di risalire su un’imbarcazione dopo il ribaltamento durante una tempesta, il termine latino scelto per accompagnare lo spettatore alla lettura del percorso presentato dall’artista Federica Gonnelli. I lavori esposti si susseguono creando un unico racconto personale che affonda le radici nelle origini familiari dell’artista, in una Prato fiorente, da cui attingere nel ricordo proprio e dei propri cari, da cui partire per discostarsi dalle conseguenze della perdita d’identità collettiva e personale che successivamente ha reso urgente e necessario un recupero della memoria a volte accennato e a volte ostentato. Èil caso della serie di opere intitolate Resistenza, dove il punto di ancoraggio della memoria si accenna nelle immagini di fondo, che ritraggono le grandi finestre dell’ex Lanificio Cocchi, dove il padre dell’artista ha lavorato fin da giovanissimo e per i successivi venti anni. La fabbrica è ormai chiusa da trenta anni, un luogo sospeso, silente, ma ancora carico del ricordo delle donne e degli uomini che hanno lavorato al suo interno. La figura dell’artista vi appare, una presenza tra il sacro e il divino, in una serie di rappresentazioni inconsistenti e allo stesso tempo evocative. Le trasparenze ottenute con l’uso di strati di velo d’organza, parte integrante della cifra stilistica dell’artista, ricreano sovrapposizioni che scandiscono il racconto e guidano lo sguardo a penetrare in profondità, le visioni stratificate del proprio io, creano una successione di livelli di lettura che destabilizza e sposta costantemente il punto di vista. Una perdita di solidità che si trasforma in un senso di precarietà costante che ritroviamo nella videoinstallazione (P) e(r)sistenza, dove il corpo della protagonista resiste nella vana ricerca di un possibile equilibrio, una forza di volontà che si oppone alle spinte, ai sobbalzi, agli spaventi e agli imprevisti del mondo che la circonda, rappresentato da una natura rigogliosa e da alberi maestosi e al tempo stesso minacciosi. La parola

La (P)e(r)sistenza delle memorie

All’ex-Chiesa di S.Giovanni a Prato “persistenza”, recitata ossessivamente da più voci femminili che si sovrappongono diviene un mantra, una breve formula sonora dalla cadenza lenta e costante, un esercizio spirituale che trova lo scopo di esorcizzare la paura e richiamare la coscienza. La parola diventa presenza al pari dell’immagine, si modifica e si rigenera in nuovi significati Così le opere dal titolo Rimpianti assumono letteralmente il senso di riporre nuovamente in un luogo fisico le radici, ritrovando all’interno dell’immagine intricata di rami grazie ad un filo bianco, una serie di pensierosi volti femminili.

Irene Palmisano palmisano.fondazione@bancaetica.org di

È indetta la quarta Edizione del “Premio Giornalistico Sabrina Sganga – Questione di Stili” Il premio Premio Giornalistico Sabrina Sganga – Questione di Stili è dedicato alla giornalista che ha fatto degli stili di vita e del consumo critico il tratto caratteristico della sua professione, tra i primi giornalisti ad affrontare argomenti alternativi e poco mediatici. Sabrina Sganga, giornalista di Controradio per oltre 15 anni , ha rivolto il suo impegno professionale al racconto della trasformazione, dando voce a tutti coloro che hanno messo in pratica esperienze significative di “altra economia” o scelte di vita originali e capaci di aprire strade nuove. Con questo Bando l’Associazione Sabrina Sganga, Banca Etica, Controradio, Controradio CLUB, Cospe e Oxfam Italia danno seguito al percorso tracciato da Sabrina Sganga valorizzando e promuovendo l’indagine giornalistica, ogni anno su un tema definito, con particolare attenzione all’accesso delle conoscenze, alla democrazia diffusa, alla partecipazione dal basso, alla sostenibilità ambientale, alla finanza etica e critica, agli stili di vita che

Il mondo sotto casa

Quarta edizione del Premio Sganga

sperimentano alternative al consumismo e all’individualismo. Il tema della IV edizione è “Il Mondo sotto casa - La centralità del ruolo dei Migranti nella trasformazione della società”, in termini di condivisione, integrazione, economia, lavoro, diritti, violazioni, azione sociale, politica, trasformazione, cultura, innovazione, creazione d’impresa, accesso al credito e microcredito, orientamento all’imprenditorialità, strumenti per l’inclusione finanziaria. Il bando è rivolto a giornalisti (professionisti, pubblicisti, praticanti e allievi delle scuole di giornalismo) fotografi, attivisti e operatori del campo della comunicazione, nei settori della carta stampata, radio, televisione, cinema documentario e nuovi media. Il premio si articola in due sezioni: La prima sezione premia, con un contributo massimo di 5000Euro, indagini e servizi da realizzare in relazione al Tema dell’anno, si incoraggia così la realizzazione di un progetto giornalistico legato ad una scoperta, una intuizione

che merita di essere approfondita, conosciuta meglio e raccontata. Questa sezione premia una nuova cultura dell’informazione (e una nuova identità del giornalista o mediattivista che sia) capace di contribuire alla trasformazione virtuosa dei nostri stili di vita. La seconda sezione premia invece un elaborato giornalistico pubblicato nel 2015 sul tema dell’anno indicato dal bando. Verranno valutati tutti i tipi di media tra cui, a titolo meramente esemplificativo, carta stampata, corti, comics, fotografe. Tra i parametri di valutazione avrà particolare rilevanza l’originalità del media utilizzato. Iprogetti presentati, ricordano i promotori, dovrannoraccontare e valorizzare esperienze ispirate a mutualità, solidarietà, giustizia sociale, autosufcienza, capacitazione (empowerment) e tutte quelle forme di impegno individuale e collettivo finalizzate al superamento di situazioni di degrado (sociale e ambientale). La scadenza per entrambi è il 24 aprile 2016. Per consultare il bando e partecipare visita il sito http://www.premiosabrinasganga.it/


20 FEBBRAIO 2016 pag. 14

The Hateful Eight

Francesco Cusa info@francescocusa.it di

Film monumentale. Sono state dette già molte, troppe cose. Non mi dilungherò dunque sull’impressionante gioco di citazioni (“Ombre Rosse”, “La Cosa”, il cinema di Agatha Christie, Sergio Leone ed Elmore Leonard, il sangue di Sam Peckinpah e ci aggiungerei anche “Huis Clos” di Sartre), e andrò subito al nocciolo. “The Hateful Eight” è un film di denuncia agli Stati Uniti d’America, così come lo è la serie più “tarantiniana” dei mondo dei videogame: GTA. Ciò è evidente in maniera lampante: la lettera di Lincoln e la separazione in settori della taverna di Minnie, quasi a mimare uno spazio teatrale di rappresentazione dell’intera mappatura del paese. Ma “The Hateful Eight” è anche ’la versione western di un altro film che narra della costituzione violenta e barbara della democrazia degli Usa: “Gangs of New York” di Martin Scorsese. Tale forza espressiva e di denuncia l’ho riscontrata in alcuni romanzi di Wu Ming, su tutti “Manituana”. Raramente ci si trova di fronte ad un meccanismo ad orologeria di tale sofisticata perfezione. Tutto sembra scorrere lento, inesorabile e si incastra alla perfezione, come nelle meccaniche d’un cucù ticinese. Nella cornice raggelata, nel biancore melivilliano che tutto avvolge - bianco “tremendo”, bianco infernale (“un uomo nel gelo darebbe tutto per una coperta”)-, si dipana la mirabile sceneggiatura di Tarantino, tenue filo rosso sangue d’una matassa tenuta in mano dalla Parche. Freddo e fiamma, stasi e vento, biancore e tenebre…e la porta, la maledetta porta che non ne vuole sapere di starsene chiusa (“Non aprite quella porta!”). Martello e chiodi, chiodi e martello. Il Cristo che campeggia nella straordinaria scena di apertura, Cristo ricoperto di neve, Cristo che porta il pesante fardello della rappresentazione del divino qui, sulla terra, su questo raggelato Wyoming, martoriato dagli orrori della Guerra Civile, è il Redentore privato di carisma, vittima del freddo che raggela i cuori. Otto personaggi, otto simboli, otto attori. La carta numero VIII dei tarocchi è quella della Giusti-

zia. La Giustizia reca una spada a doppio taglio, e se osserviamo bene la carta, essa è sinonimo di equilibrio e perfezione, che non implicano necessariamente il concetto di simmetria (simmetria che era considerata dai costruttori di cattedrali come segno del diabolico, di una perfezione statuaria che è tipica dei corpi inerti, della morte). Inoltre, sempre a ben guardare, la bilancia è anch’essa asimmetrica (si evince che il gomito e la gamba sinistra fanno leva e ciò ha varie sfumature di interpretazione nella lettura, che può alludere alla truffa o viceversa all’invito a non essere troppo perfezionisti, a mimare la stasi, la morte). Ora: Massimo Cavezzali cavezzalicartoons@hotmail.com

cosa accade nel film? Semplice: una donna deve essere consegnata alla forca per mano di un cacciatore di taglie: il Boia. Dunque è la giustizia che deve fare il suo corso, inesorabilmente, secondo regole e codici condivisi dalla comunità. Ebbene quale giustizia? Qui il discorso si fa complesso e questo ricorso al numero otto non può essere casuale. Ciascuno degli otto personaggi può vantare una sua propria idea di giustizia; su tutte campeggia quella dei neri oppressi del Maggiore Marquis, che trova legittimazione tramite un falso che gli consente di farsi strada nel West: la lettera del presidente Lincoln a lui indirizzata, documento

di

Scavezzacollo

farlocco che fungerà da sentenza, e che verrà declamato a celebrazione di una assurda, ma quantomai legittima impiccagione. Le condizioni di cattività in cui nasce la democrazia americana vengono qui mostrate in tutta la loro vivida forza; ogni tassello della pellicola è una fucilata alla pancia dello spettatore, ogni inquadratura, un chiodo da schiacciare sulla croce simbolo del martirio. Il sangue che, nel sensazionale e travolgente finale, inonda il volto di Jennifer Jason Leigh, alimenta il lago di plasma su cui verranno erette le fondamenta di un sistema democratico costruito sulla violenza brutale e sul razzismo. Il calvario di Daisy Domergue è simbolicamente connesso alla catena cui è legata al suo carceriere John Ruth. La loro simbiosi rappresenta l’ambiguità della condizione umana. Ogni scelta è in qualche modo corrotta, falsa, sbagliata. Tutti mentono in funzione di un dogma che non è “ideale” in senso platonico, ma disperatamente contingente, opportunistico. Assieme al cadavere di Daisy ciondola un pezzo di arto del suo boia, frammento monco del braccio mozzato del giustiziere, vilipendio del decoro e della forma, miserabile “resto” d’una figura leggendaria. (L’arcano XIII senza nome, che miete corpi e teste…). Non c’è pessimismo in Tarantino, semmai un bisogno di epuzione e di catarsi. La zuppa calda: i fagioli ingurgitati da Terence Hill in “Lo chiamavano Trinità”. Il preziosismo della caramella rossa fa le assi del pavimento della taverna: particolare che tornerà utile un’ora dopo. Questo film è legato, da un punto di vista psicologico, al “Carnage” di Polanski, anche se “The Hateful Eight” ha una caratterizzazione dei personaggi molto simile a quella dei giochi di ruolo (e delle carte dei tarocchi). Insomma, ciascun personaggio è investito d’un magnetismo totalizzante, universale. L’individuo è dominato e agito kafkianamente dalla legge, e questa assume di volta in volta i contorni cangianti della soggettività culturale e del microcosmo degli avatar di riferimento. L’assenza di passione è la vera essenza della giustizia. (ci sarebbe molto altro da aggiungere).


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Si inaugura il 20 febbraio al Circolo degli Artisti “Casa di Dante” (via S. Margherita 1r) la Mostra di fotografia di Roberto Mosi “Firenze, foto grafie. Dal mito ai nonluoghi”, rimarrà aperta fino al 3 marzo (orario 10-12 e 16-19). L’autore presenta il risultato di un lavoro di alcuni anni dedicato a riprendere i vari volti della sua città, che più suscitano emozioni e stimolano la memoria, secondo un criterio circolare dalle colline alla periferia, al corso dell’Arno, al centro e alle vie della moda, ai vicoli raccolti in una rete di labirinti. La città che prende vita nella Mostra non è una Firenze da “copertina” con le visioni tradizionali scelte per incantare i turisti ma una città in carne ed ossa ri-trovata nella vita quotidiana, sfogliata petalo per petalo con la macchina fotografica, assumendo per riferimento lo sguardo sorpreso, curioso del flâneur - parola resa famosa dal poeta francese decadentista Charles Baudelaire - la persona che vaga per le vie cittadine, colpita dai alcuni tratti del paesaggio urbano. L’autore della Mostra “Firenze, foto grafie”, fotografo-girovago porta con sé, a tracolla, ogni volta che esce per le strade, una Lumix e una Nokia D 70. Il suo sguardo è aperto, democratico si potrebbe dire, di persona che vive la sua esperienza non in solitudine ma in mezzo alle persone, attento a fissare negli scatti punti di osservazione condivisi con gli altri; emergono soprattutto le atmosfere che rivelano i tratti di un’umanità partecipata, a volte forme di socialità condivisa che appaiono improvvisi anche nei luoghi propri del passaggio di una folla anonima. Nel paesaggio che è ri-composto con le riprese fotografiche, la macchina si sofferma sovente su tracce di storia, del nostro patrimonio culturale e sociale. La Mostra nella sua articolazione propone otto passaggi riferiti alle varie fasi della ricerca fotografica di Roberto Mosi. Ogni fase è legata a un progetto, a una riflessione che intreccia, il più delle volte, la ricerca delle immagini con il linguaggio e il racconto poetico; un linguaggio

Firenze, foto grafie

che nella Mostra evapora, si addensa con le parole della poesia appese alle pareti, intorno alle immagini fotografiche. L’impegno di fissare ogni volta in un progetto le azioni della ricerca favorisce la scelta di un metodo compatto e coerente, irrobustito da un tornare e ritornare sui luoghi, un continuo guardare e riguardare il paesaggio antropico che ha orientato quella vasta area della fotografia contemporanea - che conta maestri come Gabriele Basilico - che ha come vocazione l’osservazione del mondo in trasformazione. Uno dei campi di ricerca richiamato dalla Mostra nella prima sezione, è quello dei nonluoghi: la parola coniata da Marc Augè per gli spazi attraversati da folle d’individui, dove non si costruiscono identità. Nelle fotografie questi luoghi acquistano più

volte una personalità, portano a rilevare tracce di nuove socialità. L’elemento posto in risalto è la capacità della fotografia di “trasformare anche i soggetti più inconsistenti in un unico immaginativo di grande importanza” (v. C. Cotton La fotografia come arte contemporanea). La scommessa è di creare identità, seguendo “una nuova sensibilità per interpretare il mondo, conformato, caotico e indecifrabile che ci sta dinanzi” (v. G. Basilico Architettura, città, visioni). Le due sezioni successive riguardano le periferie e i cantieri per i lavori della tranvia che oggi sconvolgono molte strade cittadine. Per questi ultimi la ripresa fotografica è rivolta allo sguardo del passante, impegnato a superare marciapiedi sconvolti, sguardo limitato dal sipario delle reti. La Firenze del

Mito è resa con le immagini di statue classiche, in posizione solenne, erette davanti al paesaggio, l’obiettivo si muove intorno all’opera e coglie un punto “magico”, il suo “sguardo” sul paesaggio circostante, per conquistare ogni volta l’aura che circonda l’opera, che la rende unica. Ritorna alla mente a questo proposito il pensiero di Walter Benjamin che invitava a riflettere su come la fotografia ci aiuti a liberare le energie racchiuse nel mito e a darne forma e significato. L’attenzione poi dell’autore per Firenze spazia dalla cultura rinascimentale al ruolo d’icona odierna del turismo, grazie al glamour scintillante della moda e delle griffe internazionali al cospetto delle antiche vestigia, come il Duomo e Palazzo Vecchio, che si riflettono nelle vetrine dei negozi, arrivano a giocare con le siluette dei manichini (Firenze riflessa, Moda e oltre). Altri passaggi, Firenze dietro la facciata e Firenze calpestata. Per quest’ultima sezione l’attenzione è sulla città e le sue fisionomie storiche, silenti sotto il calpestio dei passanti, come la lapide in Piazza della Signoria posta a ricordo di Savonarola. Si offrono inquadrature fotografiche di figure sorprese in scorci dal basso, nella dinamica degli arti inferiori. Ruotano una galleria di persone/personaggi: il/la turista, i podisti, la studentessa, ecc., per disegnare sulla mappa cittadina la vita brulicante dell’oggi. Una collezione di opere fotografiche che fa dello scatto digitale un’idea-immagine, un “dispositivo di senso individuale e collettivo” (vedi S. Ranzi, “Pegaso”, sett. 2014). Il percorso della Mostra termina con L’altra Florentia, alla ricerca d’immagini legate alla Firenze della speranza per il futuro e ai suoi caratteri profondi, la geometria delle sue architetture rinascimentali e dell’oggi, la bellezza di un paesaggio unico nella storia.


lectura

dantis

20 FEBBRAIO 2016 pag. 16

Disegni di Pam Testi di Aldo Frangioni

Proseguendo il viaggio con il Nostro, che sol per lui, io ero passeggero, e col mio raccontar ve lo dimostro,

Vidi bollir, chi in altra vita fece, barattier di negozi e di prebende Corrotti a corruttur faceano prece

ed un romano re del grand’azzardo. L’elenco degli infam sarebbe lungo tutti imbrattati dell’oscuro lardo,

guardando giù m’apparve un buco nero come gran pentolon pieno di pece, l’ire in avanti mi fÈsentì dispero.

per far li fatti suoi senza l’ammende: accanto al principino longobardo la madama lazial, che niun difende

ma a queste parol ora v’aggiungo i demoni chiamati a nostra guida. Non temere per noi il loro pungo, sicuro è il camminar di nostra vida, disse il Maestro col suo far carino, non è per noi il loro far di sfida. Barbariccia ci manda il bruto Alchino con Calcabrina e l’orrido Ciriatto Libicocco del gruppo è il più meschino e Rubicante poi è un grande matto Draghignozzo è tutto grullerello Graffiacane è simile a un coatto il più demente è invece Farfarello. Sta tranquillo, non ti fare cruccio, e Rubicante con noi farà l’agnello.

Canto XXI 5a bolgia

Corrotti, corruttori. Immersi nella pece fiammeggiante e arpionati dai demoni. Tra i molti si intravedono Formigoni, Polverini e Alemanno. In alto sulla ripa rocciosa,. Barbariccia chiama a raccolta i diavoli per guidare Virgilio e Dante, ma quest’ultimo impaurito di nasconde. Virgilio lo rassicura, fra i diavoli c’è Alchino, Calcabrina, Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello e Rubicante il pazzo. I diavoli vanno avanti e dietro si incamminano di due poeti.


L immagine ultima

20 FEBBRAIO 2016 pag. 17

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

A

llenamento solitario in uno di quegli spazi tipici dei quartieri della città abitati principalmente da neri e portoricani. Tra un palazzo e l’altro di quei complessi che si chiamavano i “projects” non era raro imbattersi in scene di questo tipo. In generale erano luoghi molto più affollati e pieni di vitalità rispetto a questo scatto “in solitaria”. A un europeo come me faceva comunque una certa impressione vedere giovani e giovanissimi giocare a basket all’interno di queste grandi gabbie metalliche che ricordavano molto da vicino l’iconografia di una prigione. Era d’agosto ed il clima era, come al solito, molto caldo e insopportabilmente umido.

NY City, agosto 1969

Cultura commestibile 158  
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