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redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.culturacommestibile.com www.facebook.com/cultura.commestibile direttore simone siliani

redazione gianni biagi, sara chiarello, aldo frangioni, rosaclelia ganzerli, michele morrocchi, barbara setti

progetto grafico emiliano bacci

Con la cultura non si mangia

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N° 1

Si può dare di più, senza essere eroi

Sull’Arno d’argento si specchia il firmamento, mentre un sospiro e un canto si perde lontan. Dorme Firenze sotto il raggio della luna, ma dietro ad un balcone veglia una madonna bruna

editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012

Firenze Sogna


Da non saltare

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Simone Siliani s.siliani@tin.it di

S

ono trascorsi cinquant’anni dalla morte di Elio Vittorini (12 febbraio 1966) e molte sono le iniziative culturali e editoriali previste per celebrare l’autore di romanzi di grande successo, l’intellettuale militante (forse fra i più “tipici” delle inquietudini del Novecento), l’organizzatore di cultura. Voglio qui ricordare gli anni fiorentini di Vittorini, quelli della formazione culturale giovanile e della prima travagliata costruzione dell’intellettuale engagè. Classe 1908, quella cui appartiene Vittorini è la prima generazione nata nel fascismo: per loro il regime ha perso ogni fascinazione rivoluzionaria ed è già regime totalitario di massa, macchina di propaganda che ha permeato di sé ogni anfratto della società italiana. Non conosce la fase perduta del liberalismo politico e il panorama politico è desertificato da tempo. Vittorini - insieme a Bilenchi, Pratolini, Luzi, Rosai e molti altri – confida di imprimere una nuova torsione rivoluzionaria al fascismo in senso antiborghese; a mio avviso fino al 1936, non in senso consapevolmente e politicamente socialista, ma in quello di un fascismo di sinistra che avrebbe dato un colpo definitivo alle vecchie classi dirigenti dell’età giolittiana e avrebbe rinnovato il paese. Ma dal 1929 quando arriva a Firenze, al 1938 quando si trasferisce a Milano, Vittorini matura un progressivo, radicale e violento distacco dal fascismo, per approdare all’ideologia e alla militanza comunista. Un percorso che condivide con Romano Bilenchi e Vasco Pratolini. È Bilenchi che ricostruisce lucidamente in più occasioni e con dettagli questa traiettoria: basti citare il volume “Amici” (Rizzoli, 1988), in cui riprende un testo “Vittorini a Firenze”, già pubblicato nel volume monografico dedicato a Elio Vittorini della rivista “Il Ponte” del 1973. Questi giovani intellettuali irrequieti, che si guadagnano da vivere con saltuari lavori editoriali (Vittorini era correttore di bozze

La Firenze 1966 di Vittorini 2016 a “la Nazione” e poi traduttore di scrittori anglosassoni), animavano la vita intellettuale soprattutto nelle riviste e nei caffè. I due poli di riferimento per Vittorini furono la rivista “il Bargello”, settimanale della Federazione del Fascio di Firenze, sul quale scriveva di politica culturale, di critica letteraria e di militanza politica; e “Solaria”, dove Vittorini fra l’altro iniziò a pubblicare a puntate “Garofano rosso” fino all’interruzione imposta dalla censura. Dal 1931 fino al 1935 Vittorini e gli altri animano il dibattito politico e la politica culturale intorno e all’interno del fascismo tentando di ricondurlo agli originari intenti di rivoluzione sociale e politica. L’antiborghesismo è il filo rosso di questa battaglia politica. Vittorini non individua lo “stile borghese”

in una condizione economica o politica, bensì in uno stato della coscienza, uno spirito, una mentalità, un’abitudine. La poltrona, ad esempio, ne è il simbolo: “La borghesia ha messo la poltrona tra sé e il popolo. Dovunque la borghesia sente il bisogno di distinguersi dal popolo, la poltrona o qualche equivalente della medesima (divano, sofà, seggiola imbottita) non manca” . L’adesione alla cultura popolare, quella che che nasce e ha come riferimento l’uomo in quanto tale e non una categoria sociale, è il suo punto di riferimento. Le “Cronache del borghesismo”, l’andare verso il popolo, le polemiche sull’architettura, il dibattito sul giornalismo e sull’arte, sul lavoro e sui sindacati, sulla demografia, ruotano intorno alla scelta di classe di questi giovani in favo-

re del proletariato. È in questa temperie che nasce la raccolta di racconti “Piccola borghesia” (1931). Ma su “il Bargello” trovano spazio gli interventi di critica letteraria più militanti: la scelta per la letteratura angloamericana, i russi (“Isacco Babel, scrittore sovietico”,1932; “Un’antologia russa”, 1935), gli italiani contemporanei (molto Palazzechi, ma anche Comisso), la poesia (Ungaretti), il ruolo sociale dello scrittore, il teatro, i Littoriali della Cultura e dell’Arte, la Triennale dell’arte. Ma come testimonia Bilenchi, con la guerra di Spagna precipita definitivamente il distacco dal fascismo e l’approdo al comunismo: “andare verso il popolo” non era più possibile nel fascismo, ma solo contro il fascismo. Bilenchi, Prato-


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lini e, soprattutto, Vittorini progettano, velleitariamente, di partire per unirsi ai repubblicani per combattere contro Franco. Nell’agosto del 1936 Vittorini manda un articolo al direttore de “il Bargello”, firmato con lo pseudonimo “El Gringo”, apertamente a favore dei repubblicani. I quali possono vantare il sostegno popolare (tema antiborghese, abbiamo visto); hanno una indole eroica (“Viva il pericolo, Viva la morte redentrice, aveva gridato. Morire sembrava la loro più alta aspirazione. E morire indipendentemente dal vincere... Morire nella libertà. Sarà retorica, ma è retorica che passa per l’eroismo... A Bajadoz i difensori rossi della città preferirono la fucilazione in massa piuttosto che riparare in territorio portoghese. La fucilazione in massa era morire nella libertà, e riparare in territorio portoghese era umiliarsi dinanzi ai figli del prete”). In altri articoli del 1936, Vittorini esplicitamente invita il fascismo italiano a non collegarsi alla rivolta nazionalista di destra di Franco: nel febbraio 1936 scrive che “le cosiddette reazionarie destre europee non hanno nulla a che fare con il Fascismo (come del resto non ci hanno a che fare le ‘sinistrÈ) e il Fascismo non ha che da perderci ad appoggiarsi, fuori d’Italia, su di esse”. Vittorini tenta un estremo recupero del fascismo di sinistra, ma invano. Si fa sempre più pesante il controllo della censura e della questura fascista. L’intemperante e irruento Vittorini viene più volte protetto dall’allora direttore del “Bargello” Gioacchino Contri, fin quando anche lui viene rimosso dalla direzione del giornale. Sono anni di progetti culturali audaci. Bilenchi racconta di un affascinante e modernissimo progetto di romanzo collettivo con Landolfi, Vittorini e Delfini, naufragato per un alterco fra Luzi e Delfini che li portò ad un quasi-duello. Così come ricorda l’ambiente aperto di “Solaria” e delle “Giubbe Rosse”, con Montale, Sbarbaro, Pasquali, Landolfi, Contini. Ma anche di “Letteratura” di Bonsanti. O dei

50 anni fa la morte di uno dei più “tipici” intellettuali militanti della cultura italiana primi studi dei classici di teoria marxista (presi di nascosto dalla Biblioteca Nazionale grazie alla bibliotecaria Anita Mondolfo, poi epurata per motivi razziali). Ma si intensificano le convocazioni in questura e le sue intemperanze verso il fascismo; i suoi articoli sono sempre più esplicitamente critici verso il regime; spesso vengono pubblicati con pesanti modifiche. Ma lui continua a scegliere temi chiaramente provocatori, usando lo pseudonimo Abulfeda, altre volte con il nome di Pratolini e altre collaboratrici per poter pagare Vittorini. Infine, dopo un articolo contro Giovanni Ansaldo direttore del Telegrafo, giornale di Livorno di proprietà della famiglia Ciano, si interrompe la collaborazione con “il Bargello”. Pochi mesi dopo, nel 1938, Vittorini lascia Firenze per trasferirsi a Milano. Bilenchi ci informa nel suo libro dei contatti che Vittorini continuò a tenere con lui (un’amicizia intensa e commovente) e con Firenze. La fine è nota: Vittorini morirà dello stesso male incurabile di suo figlio Giusto. Bilenchi racconta in “Amici” con commozione e poesia degli ultimi contatti con Vittorini e della sua apparizione in sogno la notte del suo funerale. Vittorini a Milano, nel dopoguerra, trovò la fama di grande romanziere, divenne un importante organizzatore culturale, uomo dell’editoria del periodo epico di Bompiani. Ma gli anni giovanili, quelli del lungo viaggio attraverso il fascismo sono forse quelli più drammatici e decisivi per lo sviluppo della sua personalità politica e culturale. In una Firenze che negli anni ‘30 viveva una condizione di vitalità culturale che, forse, dopo non troverà più e certamente Vittorini ne fu indiscusso protagonista.


riunione

di famiglia

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Le Sorelle Marx

Tutto per un bacio

Palazzo vecchio, Sala degli Otto. Riunione settimanale della Giunta comunale; presiede il sindaco Nardella. “Allora ragazzi, domenica giorno di S.Valentino si va tutti a baciare Firenze al Piazzale Michelangelo: ordine di servizio. Questa è un’iniziativa che si ricorderà per sempre nella storia di Firenze. Altro che pedonalizzazione del Duomo del Sommo Renzi, o realizzazione della tramvia di quello sfigato di Domenici! Anche il viaggio di La Pira in Vietnam gli fa un baffo! Sarà il record del bacio più lungo del mondo!” Interviene Giovanni Bettarini, assessore al commercio: “Scusa Dario, si possono mettere due bancarelle per vendere il burro di cacao contro le labbra screpolate?” “Va bene Giovanni, ma ci vuole anche un enorme dehor in caso di pioggia!” La vicesindaca Giachi: “Come mi devo vestire, Dario? Avrei un taillerino rosa shocking che è un amore...” “Oh Cristina, vestiti come vuoi tanto è lo stesso” S’avanza l’assessore allo sport Alessandro Vannucci: “Senti Dario, siccome l’altra volta ci hai fatto fare le prove con il violino, non è che si potrebbe fare qualche prova per il bacio?” Ecco le tre Grazie della Giunta – Alessia Bettini, Nicoletta Mantovani, Sara Funaro – tutte in coro: “Sì, Alessandro, dai: noi siamo disponibili!!” A sinistra s’ingarzulliscono Perra, Giorgetti e Gianassi: “Oh, ci siamo anche noi, mica solo il Vannucci!”. Le tre Grazie si sdegnano. Caos generale. Parapiglia, assalti all’arma bianca. Fin quando il prode Nardella riprende in mano le redini della sua squadra: “Basta, ragazzi: ognuno vada a fare le prove a casa sua. La Giunta è terminata”... “Scusa Dario – s’intromette l’integerrimo Braghero – ci sarebbero le delibere da approvare...” “No, Manuele: tutto rimandato a dopo S.Valentino. È questione di priorità!”

Bobo

Lo Zio di Trotzky

Il sud che ce la fa

I Cugini Engels

Il partito della gravità Via del Nazareno, Roma. Sede del PD. Incontro al vertice fra il Segretario Matteo Renzi e i suoi due vice, Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini. Renzi appare serio: “Ragazzi, qui la situazione è grave”. I due vice incrociano uno sguardo preoccupato e poi subito, in competizione l’uno con l’altra, si adeguano al tono del Capo: “Hai ragione Matteo, questa storia delle Unioni Civili rischia di far saltare il PD”. “Verissimo Matteo, questi burocrati della UE ci fanno impazzire” Ma il Capo... “Eheheh, ci siete cascati, tonti! Volevo vedere quanto eravate pronti ad interpretare i pensieri del vostro capo scout: siete lenti! Ho avuto un’idea geniale: cambiamo nome al partito, da PD a PG. Partito della Gravità! Che ne dite? Figo, eh?” Colti di sorpresa i due farfugliano frasi incomprensibili, ma il Capo incalza: “Qual è la scoperta scientifica del secolo? L’esistenza delle onde gravitazionali che creano e tengono insieme l’universo. E in politica, qual è il segno del XXI secolo? Io, che sconvolgo, ricostruisco e dall’alto tengo insieme l’universo politico italiano. Ergo, il mio non può che essere il Partito della Gravità! Ci

arrivate ora, tardivi che non siete altro?” I due all’unisono: “Matteo, sei un grande! Un nuovo Atlante, che tiene sulle sue spalle il mondo! Un novello Demiurgo, creatore di universi!” “Va beh, ragazzi, ora basta con ‘sti violini. La cosa è decisa” Timidamente la Debora, che viene dall’estrema provincia del nord-est, osa avanzare un dubbio: “Scusa Matteo, ma c’è un certo Giani di Firenze che dice di essere stato l’artefice della scoperta e che settimana prossima inaugurerà la sala delle Onde Gravitazionali, con rinfresco e fascia regionale, in un certo Palazzo Pegaso... ma chi è?” “Lascia perdere Debora, l’è un grullo! Lo conosco. Dammi il telefono che lo sistemo subito. … Pronto Eugenio? Senti bellino, icché tu vorresti inaugurare te? La sala delle Onde Gravitazionali? Io ti faccio gravitare ma ‘i cervello! Lascia stare la gravità, sennò ti mando a presiedere il consiglio di quartiere a Pedesina. E poi, ti faccio presente che a lavorare a questa scoperta sono stati dei pisani, non un fiorentino! Quindi abbassa le penne e torna ad occuparti di toponomastica! Addio grullo!”

Dopo Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini o Antonio Gramsci a cimentarsi con la questione meridionale è il turno di Dorina Bianchi, medico e parlamentare che nel corso della sua carriera politica ha cambiato 7 partiti in quindici anni sempre attaccata ai propri valori centristi e agli scranni parlamentari. Un libro ottimista, si legge nella nota stampa, che vuol mostrare un sud che ce l’ha fatta. Immaginiamo a partire dalla tenace esperienza della stessa Bianchi passata tra PDL, PD, UDC fino all’approdo alfaniano. Un libro impreziosito dal contributo del sempre vivace Oscar Farinetti, ormai più intellettuale di regime che imprenditore, che, pensate un po’, ci parla di sud a partire dalla Pizza. “Che sarebbe Eataly senza la pasta e la pizza? Senza quei pazzeschi prodotti che solo il Sud sa far nascere dalla sua benedetta terra? Poi c’è la mia d’Italia. So bene che il Pil conta, so bene che esiste al Sud una sorta di vittimismo diffuso, ma senza il Sud non è l’Italia, e a me non frega niente del Pil, io voglio vivere in Italia, sentirmi italiano, portare l’Italia nel mondo, godere della straordinaria fortuna di essere nato nel Paese più biodiverso, con i migliori panorami al mondo, con il maggior patrimonio artistico del mondo”. Il sud, siamo certe, potrà farcela nonostante Farinetti e Dorina Bianchi.


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Giorgio e Giorgio a Napoli

no svizzero ed un tedesco vanno a Napoli …. Non si tratta, come potrebbe sembrare, dell’inizio di una barzelletta basata sul contrasto fra la proverbiale precisione elevetico-germanica e la capacità tutta partenopea dell’improvvisazione, ma dell’inizio di due capitoli paralleli della storia della fotografia dell’Ottocento in Italia. Il giovane svizzero Giorgio Conrad (1827-1889) arriva a Napoli nel 1850 per fare il panettiere. All’epoca Napoli è la più grande città italiana, con circa 400.000 abitanti, contro i circa 200.000 di Roma, Milano e Palermo, ed i 130.000 di Torino, ed attira persone di ogni tipo, anche dall’estero. Conrad vi si stabilisce, e nel 1855, all’età di 28 anni, inizia una nuova promettente professione, passando dall’impasto del pane a quello del collodio, ed aprendo uno studio fotografico. Da parte sua, il tedesco Giorgio Sommer (18341814), dopo avere compiuto il proprio apprendistato fotografico nella nativa Francoforte, passa un breve periodo in Svizzera fotografando le montagne per conto del governo, e poi si trasferisce a Roma per svolgervi la professione di fotografo, ma nel 1856 preferisce spostarsi a Napoli, dove apre un proprio studio nel 1857. Come nelle altre città d’arte italiane, Napoli è parte integrante del “Grand Tour” e viene visitata da numerosi e facoltosi turisti, che non disdegnano di acquistare come souvenir le immagini dei panorami e dei monumenti di cui hanno potuto ammirare direttamente la bellezza. Così, in una città affollata da fotografi ritrattisti, molti dei quali provengono dalla Francia, i due fotografi di oltralpe decidono, in maniera autonoma e concorrenziale, di affiancare alla attività di ritrattista, quella ben più remunerativa, di esecutori ed editori di immagini “turistiche”. Attività del genere sono svolte all’epoca nelle altre città d’arte da altri fotografi, come gli Alinari ed i Brogi a Firenze, Carlo Ponti e Carlo Naya a Venezia, gli Anderson a Roma, e così via enumerando. Giorgio Sommer stabilisce inoltre una collaborazione con il suo conterraneo Edmund Behles

(1841-1921) attivo a Roma, allo scopo di coprire un territorio il più vasto possibile e di offrire un catalogo sempre più vasto. In realtà, sia Giorgio Sommer che Giorgio Conrad, non si limitano alle “vedute” di paesaggi, strade, chiese, piazze, monumenti, edifici ed opere d’arte presenti a Napoli o nei dintorni, compresi Capri, Paestum e Pompei, ma includono nei loro cataloghi, non senza sovrapposizioni, anche le più classiche “vedute” delle altre città d’arte, come Roma, Firenze, Pisa, Siena e Venezia. In queste raffigurazioni, il più attivo ed attento è Giorgio Sommer, che arriva ad offrire un catalogo più ricco e completo. Accanto alle immagini di grande formato, destinate per lo più agli studiosi di arte ed architettura, i cataloghi dei due fotografi comprendono anche del materiale meno pretenzioso. Le stesse immagini vengono offerte nei formati ridotti, come il “margherita” o il “carte de visite”, ambedue molto economici e molto apprezzati all’epoca, e vengono offerte anche coppie di immagini stereoscopiche, montate su di un cartoncino unico, da osservare con i visori binoculari. Ma, come tutti ben sanno, la città di Napoli non offre solo lo spettacolo di palazzi e monumenti, scorci panoramici ed angoli suggestivi, ma anche quello di una umanità particolarmente vivace, attiva, varia ed indaffarata in mille piccoli mestieri ed attività che si svolgono all’aria aperta, nelle piazze come nei vicoli o sui lungomare, e che rappresenta agli occhi dei compassati visitatori stranieri qualcosa di affascinante ed imperdibile. Così ambedue i fotografi individuano una nuova nicchia merceologica, e si cimentano nella rappresentazione di questi “tipi” umani, dai venditori di vongole ai mangiatori di spaghetti, dalle venditrici di pesci alle cercatrici di pidocchi, realizzando immagini “folcloristiche” da offrire agli stupefatti turisti, allora come oggi in cerca di immagini dal sapore un poco inconsueto. Giorgio Conrad arriva addirittura a proporre una serie completa di “personaggi” in immaginette colorate a mano una per una, quasi un catalogo dei luoghi comuni della “napolaneità”.

Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

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13 FEBBRAIO 2016 pag. 6 Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

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el momento in cui l’Arte ha superato i propri limiti, il corpo ha assunto su di sé una funzione comunicativa d’eccezione, divenendo simbolo e strumento dell’espressione artistica contemporanea. Non a caso happening, azioni, gesti e performance hanno posto l’accento sull’importanza del linguaggio come movimento, mettendo l’artista e il proprio corpo in primo piano e in un rapporto diretto con il pubblico. Sin dagli anni Cinquanta la dialettica del visivo si è concretizzata in una compartecipazione all’azione creativa e l’artista ha fatto di sé un’opera d’arte complessa, mutevole e complice del momento ermeneutico; ha creato un circuito di connessioni fra il senso dell’Arte e il principio estetico del fare creativo, unendo intenzionalità formante e contemplazione pubblica; ha permesso alla complessità quotidiana della vita di entrare a far parte del proprio intimo poetico, mettendo in scena e operando teatralmente la propria vena ispiratrice e il proprio sentire. Con la Body Art il corpo è divenuto un linguaggio da esplorare nelle sue infinite possibilità di realizzazione, una grammatica comunicativa dal forte impatto emotivo, nonché un modo di avvicinare il mondo alla presa di coscienza che l’Artista è un demiurgo, portatore di messaggi, i cui strumenti superano ogni immaginazione e ogni aspettativa. L’esposizione “Gestures. Women in action”, in mostra al Kunst Meran fino al 10 aprile, a cura di Valerio Dehò con il coordinamento di Sergio Fintoni, illustra in senso cronologico le più alte forme di espressione della Body Art al femminile: un percorso all’insegna della sensibilità e della sfida al Sistema dell’Arte e della società contemporanea che le artiste hanno condotto e conducono dalla seconda metà del Novecento a oggi. Personalità carismatiche e significative come Yoko Ono, Carolee Schneeman, Yayoi Kusama, Valie Export, Ana Mendieta, Gina Pane, Charlotte Moorman, Sophie Calle, Jeanne Dunning, Marina Abramović, Orlan, Shirin Neshat, Odinea

Gestures

Women in action

Sopra a sinistra Carolee Schneemann Ice Naked Skating, 1972/1988 Serigrafia a colori cm 100x70, a destra Charlotte Moorman, Performs “Per Arco” by Giuseppe Chiari, 1984 3 fotografie a colori. Sotto a sinistra Charlotte Moorman, Senza titolo, 1989, Collage su carta stampata e sagomata a forma di violoncello, cm 123,5x40. A destra Yoko Ono Senza titolo (performance di J.J. Lebel, Knokke), 1967, Fotografia in b/n, cm 20,5x25,5 Tutte le immagini Courtesy Collezione Carlo Palli, Prato

Pamici, Silvia Camporesi e Regina José Galingo, hanno segnato la Storia dell’Arte e la Storia in senso generale, lasciando una traccia indelebile attraverso una rivoluzione culturale ininterrotta. È proprio attraverso il linguaggio corporale che tali donne/artiste hanno portato avanti una personale battaglia, invocando l’Arte come comunicazione sociale e facendo del corpo uno strumento di rivoluzione delle coscienze, in nome di una libertà espressiva e culturale destinata a progredire nei secoli. Fino al 10 aprile a Merano / Kunst Meran, a cura di Valerio Dehò, coordinamento di Sergio Fintoni.


13 FEBBRAIO 2016 pag. 7 Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it

Tesori nascosti

di

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olti cultori di musica classica sono legati a un’ottica eurocentrica. In altre parole, pensano che il concetto di musica classica sia applicabile soltanto al Vecchio Continente. Ma negli ultimi 20-25 anni, indirettamente stimolati dal successo della world music, i più curiosi hanno cominciato a esplorare anche gli altri continenti, scoprendo un giacimento sconfinato di tesori nascosti. Di conseguenza alcuni musicologi hanno sentito il dovere di scrivere opere che uscissero dal ristretto campo degli addetti ai lavori per raggiungere un pubblico molto più ampio. Uno di questi è Michael Church, che ha curato The Other Classical Musics, Fifteen Great Traditions (The Boydell Press, 2015). Il plurale - musics - esprime la varietà culturale che costituisce la sostanza dell’opera. Esperto di grande valore, collaboratore della BBC e di varie testate britanniche, Church ha riunito in questo volume i contributi di numerosi colleghi, quasi tutti anglofoni. All’opera non si può rimpro-

Fabrizio Pettinelli pettinellifabrizio@yahoo.it di

Una volta in Via Panzani, all’angolo di Via del Giglio, c’era l’hotel “Tripoli-Italia”, che aveva con grande tempestività assunto quel nome alla fine del 1911 per celebrare la presa della città libica durante la guerra italo-turca. Ma era destino che quell’hotel dovesse di nuovo cambiare nome: per ricordare quello che fu il suo ospite più illustre, diventò, ed ancor oggi è, hotel “La Gioconda”. Lunedì 21 agosto 1911, approfittando del giorno di chiusura del museo, qualcuno si era introdotto nel Louvre e aveva portato via, con estrema facilità, il quadro di Leonardo. Il furto fu scoperto solo il giorno successivo, quando furono ritrovati anche il vetro e la cornice del quadro che il ladro aveva abbandonato in una saletta secondaria. Mentre il vuoto lasciato dalla “Gioconda” veniva frettolosamente riempito con un quadro di Raffaello, la polizia francese iniziò indagini a tutto campo, senza cavare un ragno da un buco, nonostante fosse stata promessa una

verare lo scarso spazio dedicato all’Europa, dato che questo viene preannunciato dal titolo. Al contrario, sembra eccessivo quello riservato al continente asiatico, che occupa il 70% dell’intero volume. Nell’introduzione Church sottolinea che il libro non intende soltanto offrire un panorama delle 15 tradizioni musicali trattate, ma anche sottolineare il pericolo

che alcune vadano perdute per sempre. Ciascuna espressione musicale nasconde un universo fatto di luoghi, persone, strumenti, modalità espressive e sistemi di notazione che viene analizzato in modo dettagliato. Arricchiscono il volume un consistente corredo fotografico, molte cartine geografiche, ampi riferimenti bibliografici e discografici.

Oggi più che mai, in tempi segnati dal minaccioso avanzare dell’intolleranza, è necessario ricordare che la musica “classica” non si suona soltanto con piano, violino e flauto, ma anche con baglama, kora e ney. In altre parole, che non nasce soltanto a Berlino, Parigi o Vienna, ma anche nei villaggi del Caucaso, della Cina e dell’Africa centrale. Prima di finire, una riflessione. In realtà anche queste musiche ci appartengono, perché almeno in parte le abbiamo già sentite. Basti pensare a Busoni, che ha scritto un paio di brani ispirati alle musiche amerindiane; alle influenze asiatiche di Débussy; alle musiche ottomane che hanno ispirato certe composizioni di Beethoven, Haydn e Mozart; all’attenzione di Ligeti per le poliritmie centrafricane. Non a caso il compositore ungherese compare nelle prime pagine di questo libro, attorniato da un gruppo di musicisti pigmei. Le influenze extraeuropee che hanno nutrito la musica del nostro continente potrebbero riempire un’enciclopedia, come del resto è accaduto l’inverso.

Geri si consultò col sovrintendente degli Uffizi Giovanni Poggi e scrisse a Leonard proponendogli un incontro a Milano. Per tutta risposta ricevette un telegramma così concepito: “Sono già Milano. Proseguo per Firenze. Ho con me la merce”. Il pomeriggio del 12 dicembre “Leonard” in persona si presentò nel negozio di Geri, rivelando la

sua vera identità: era Vincenzo Peruggia, imbianchino di Varese emigrato in Francia, che aveva lavorato al Louvre e che aveva rubato il quadro per puri motivi idealistici. Fra l’altro anche la sua casa era stata perquisita, ma la polizia non aveva trovato “La Gioconda”, nascosta sotto un tavolo in una cassetta di legno: la stessa cassetta che, il giorno successivo, Peruggia aprì nella sua stanza all’albergo Tripoli-Italia per mostrare il quadro a Geri e Poggi. Peruggia fu ovviamente arrestato e processato, anche se la condanna fu mite; il quadro, prima di tornare al Louvre, restò per alcuni giorni agli Uffizi, e il sovrintendente fu costretto più volte ad esporlo a una finestra del museo per permettere alle migliaia di fiorenti che si accalcavano sotto di vederlo. Qualche anno dopo, sotto falso nome, Peruggia tornò in Francia dove ebbe una figlia che, scomparsa pochi anni fa, ricordava come i vicini di casa la chiamassero “Giocondina”.

Via Panzani

Una lettera dal signor Leonardo

ricompensa di venticinquemila franchi a chi avesse dato notizie utili. Furono fra gli altri arrestati, come sospetti, tali Guillaume Apollinaire e Pablo Picasso, che erano soliti frequentare le sale del Louvre. Furono anche interrogati e perquisiti decine di operai che avevano lavorato nel museo, ma niente: il capolavoro sembrava irrimediabilmente perduto. Il 29 novembre 1913 l’antiquario fiorentino Alfredo Geri, con negozio in Borgo Ognissanti, ricevette una lettera da Parigi, nella quale tale signor Leonard V. gli proponeva di acquistare “La Gioconda”; Leonard si dichiarava amareggiato di vedere tante opere d’arte italiane trafugate e ne voleva restituire una particolarmente significativa all’Italia.


13 FEBBRAIO 2016 pag. 8 Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it di

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embra che nel nostro tempo, nei film, i giapponesi abbiamo bisogno di... mi verrebbe da dire favole, ma forse questo è un termine inadatto ad esprimere il senso rassicurante e consolatorio della via che le loro storie che passano ora sui nostri schermi ci indicano. Dopo la buona Signora Toku che cura, vedendola ed avvicinandosi ad essa, una infinita e irrisolta tristezza, arriva la dolce capacità di controllarsi e vivere in autonoma e sufficiente serenità delle tre sorelle maggiori della “Little Sister” film di Hirokazu Kore-Eda, ispirato ad una graphic-novel di Yoshida Akimi. Dopo che il padre, donnaiolo impenitente, ha abbandonato, 15 anni prima, la madre per un’altra e questa ha lasciato loro nella vecchia casa della nonna che ben presto muore, Sachi, Yoshino e Chika crescono da sole, come la Pippi dalle lunghe calze, e controllano sentimenti ed emozioni sotto una robusta scorza di educata, gentile ed inchinata comunicazione. E questa è senz’altro una prima via indicata. Lavorano, litigano, escono, cucinano, ridono, ricordano e rispettano le loro tradizioni, ognuna con un proprio sé definito e anche problematico. La maggiore, infermiera, è donna delle regole e delle cure, la mediana è ridanciana e dedita agli amori e alle grandi bevute che la liberano dal dolore della loro fine, la minore media le punte fra le due e, unica, ha un vero fidanzato. Il padre che da anni non vedevano muore e le tre, dopo un minima incertezza,vanno ad onorarne la salma, incontrano la figlia della donna che ha distrutto la loro famiglia come dice una anziana zia e la sua ultima compagna. Ringraziano, inchinandosi gentilmente, quest’ultima di essersi curata di lui. Al momento del saluto Sachi, la maggiore, invita la piccola, quindicenne, ad andare da loro, se vuole. Vivono in una grande e vecchia e bellissima casa che sembra essere la loro vera ed unica famiglia, guscio della loro crescita e della loro convivenza fatta di discussioni, risate, cene e pranzi, cucinati con attenzione e degustati con piacere. Anche qui il cibo è molto importante, il cibo come ritualità senza tempo in cui

Little sister

rivivono momenti e persone, in cui, con odori e sapori, i ricordi e gli affetti perduti riappaiono alla di

realtà del momento. Un liquore di prugne, di cui ogni anno rinnovano la tradizionale produzione, malgrado i loro impegni e la vecchiaia incombente dell’albero del giardino, appare simbolo di molte cose, cambia colore e sapore con il tempo, aspro da giovane,si addolcisce e appesantisce la sua gradazione con il passare degli anni. La giovane Suzu si inserisce

in punta di piedi nella nuova vita, nel guscio, tutte insieme, trovano il modo di aprire, una alla volta, un varco alla loro misteriosa interiorità e piano piano, appese ad un filo che esce da un piccolo pertugio, si fanno strada emozioni e risentimenti nascosti e mai tradotti in parole. Questa è un’altra possibile via. Subito dopo averlo visto avevo trovato che queste sorelle, in casa, insieme, facessero troppa confusione e fossero troppo espressive rispetto ai miei immaginari clichè di riservatezza giapponese, poi ripensandoci mi è apparso chiaramente come quella che a me pareva vitale capacità di chiacchiere ed allegria fosse solo la efficace scorza sotto la quale celare sensibilità e tristezze, e dove, con fatica e disagio, era dissimulata la verità delle rabbie, dei dolori e dei risentimenti, che, cristallizzati, opprimevano e condizionavano la loro vita. Il filo che ne dipana il gomitolo apre a nuove possibilità di relazioni, con sé e con gli altri. Ritmo lento come si conviene a donne nipponiche, sommesse ed aggraziate, ma piacevole leggerezza ed ancora ciliegi in fiore. Bellissimi.

sicuramente sottodimensionata rispetto alla domanda. Sappiamo che la bici piace al 75% degli italiani, ma viene usata quotidianamente per gli spostamenti (casa lavoro, casa scuola) solo dal 20% e, udite udite, solo il 7% lo fa in sicurezza, utilizzando piste ciclabili. Insomma, la bici piace ma si usa poco, anche in Toscana, per paura del traffico, degli automobilisti distratti, per il rischio elevato di incidenti. In altre parole, per la scarsità di piste ciclabili. A partire dalle aree urbane. Eppure. Eppure piacerebbe poter usare la bici. I vantaggi sono molti: fa bene alla salute, è ecologica, non inquina, è l’ideale per spostarsi in città, si parcheggia facilmente e ovunque (magari con un buon lucchetto per scongiurare i furti). Sarebbe dunque l’ora di fare sul serio. Sul serio vuol dire completare le piste avviate e mai finite, superando frantumazioni dei percorsi e rendendo possibile, sicuro e competitivo l’uso della

bici per gli spostamenti, intanto nelle aree urbane. Una priorità visto i livelli di smog e di polveri sottili che siamo condannati a respirare a causa del traffico intenso che, in inverno, si somma all’inquinamento delle caldaie per il riscaldamento, avvelenando l’aria che tutti respiriamo. Servirebbe a rendere competitiva la bici e a motivare la mobilità green. Ma non mi fermerei solo alle città. In Toscana si discute della ciclabile dell’Arno dal 1998 e la prima firma sul protocollo tra Regioni e Comuni risale al 2004. Bene, ad oggi è percorribile in sicurezza solo il 30% dei 270km che vanno da Poppi in Casentino (praticamente dalle sorgenti) fino alla foce di Marina di Pisa. In 18 anni siamo riusciti a costruirne appena 90 Km. E pensare che sono bastati 8 anni, dal 1956 al ‘64, per completare l’Autostrada del Sole, da Milano a Napoli. Altri tempi. Non sarà che questa serviva per le auto e non per le bici?

Remo Fattorini

Segnali di fumo Dopo l’autosole arriva anche qui da noi la “pista del sole”. Una lunga autostrada riservata alle bici che, una volta completata, collegherà Capo Nord a Malta. Il tracciato toscano, lungo 210 km, attraverserà l’intera regione da nord a sud. Sul piatto ci sono qualche decina di milioni del governo e - per ora - la volontà del comune di Campi che, sensibile e solerte, ha già presentato il progetto in Regione. Complimenti. La “pista del sole” è una bella idea. Da sostenere. Utile per attrarre turisti e per tutti gli appassionati della bici, che - da queste parti - non sono pochi. Però - c’è sempre un però - sarebbe l’ora di darsi una regolata. Mi spiego: di piste ciclabili più ce né meglio è. E ad oggi l’offerta è


13 FEBBRAIO 2016 pag. 9 Dino Castrovilli f.castrovilli@virgilio.it di

A

quattro mesi dalla prematura scomparsa di Antonio Bertoli – intellettuale, operatore culturale, editore, libraio, produttore discografico, poeta, terapeuta – il Teatro Puccini, che proprio Bertoli, assieme a Sergio Staino, “risuscitò” nei primi anni ’90, in collaborazione con la famiglia propone una serata in ricordo di colui che, in una delle sue più splendide poesie, si era “accusato di aver sempre cercato di vivere e di far vivere bene”. E nel suo cercare di vivere e di far vivere bene Bertoli non solo aveva creato e/o fatto vivere istituzioni di livello nazionale e internazionale, come il Teatro Studio di Scandicci o la libreria e casa editrice City Lights (unica filiale al mondo della mitica libreria di Lawrence Ferlinghetti) ma si era posto come uno straordinario scopritore e catalizzatore di talenti, alcuni dei quali, insieme a Sergio Staino, hanno aderito immediatamente alla iniziativa del Puccini: stiamo parlando di Stefano Bollani, “allievo prodigio” della Scuola di Musica di Scandicci quando Bertoli era direttore del Teatro Studio e Alessandro di Puccio (che suonerà assieme ad alcuni allievi del Centro di Attività Musicali) direttore della scuola, di Riccardo Pangallo, Marco Parente, della compagnia teatrale Gogmagog. Altri artisti hanno invece incrociato le loro attività o i loro progetti musicali con Antonio Bertoli: è il caso di Luigi Grechi De Gregori (fratello di Francesco, al quale ha regalato quel capolavoro di canzone che è “Il bandito e il campione”), ospitato a City Lights, come Giampiero e Arlo Bigazzi, protagonisti del progetto “NotteCampana” con Carlo Monni, protagonista di una memorabile mattinata campaniana sempre a City Lights: I “Bigazzi bros” si esibiranno insieme a Chiara Cappelli (voce recitante); Orio Odori (clarinetto), Francesco Frank Cusumano (chitarra). Saranno proiettati alcuni degli ormai leggendari “spezzoni” di Riccardo Pangallo (che proporrà anche dei video girati in occasione di alcuni degli eventi più eclatanti organizzati da Antonio Bertoli), i videomessaggi di due

Tanti amici per un amico

speciale

Il funerale della satira” organizzato da Antonio Bertoli e Sergio Staino a Firenze nei primi anni ‘90

mostri sacri della poesia mondiale come Jack Hirschman e Anne Waldman, mentre Marco Parente eseguirà, oltre alla sua bellissima “La mia rivoluzione”, alcuni dei brani tratti dai reading poetico-musicali tenuti con Bertoli e altri poeti. Ci sarà naturalmente spazio anche per le testimonianze su un’altra grande e feconda

attività intrapresa da Bertoli, la psico-bio-genealogia, sulla quale ha scritto libri e tenuto stages e seminari. A condurre la serata Paolo Hendel, amico di vecchissima data di Bertoli, nonché figura di riferimento del Teatro Puccini, e David Giannoni, libraio ed editore a Bruxelles, grande amico e partner in molte delle attività

Sergio Favilli sergio.favilli@libero.it

Le mutande ridotte

di

Intere generazioni di studenti, compresa la mia, si sono preparati ed hanno dato la maturità studiando non solo sui libri di testo, ma anche sui famosi e più sintetici Bignami, piccoli libretti che raccoglievano in poche pagine l’essenza delle cose indispensabili da sapere per affrontare  con tranquillità una interrogazione; non c’era internet, le ricerche si facevano consultando poderosi tomi di costose enciclopedie e chi non se le poteva permettere, magari con poca voglia di studiare, ricorreva ai vecchi Bignami  acquistati  in un florido mercatino dell’usato: tempi di vacche magre e di abbondante fantasia. Prendendo ad esempio quanto sopra descritto, una casa editrice

ha pensato bene di trasferire gli stessi concetti sulla letteratura contemporanea ed ha quindi pubblicato, presumo con il consenso degli autori, delle versioni ridotte e sintetiche  di famosi romanzi  nella speranza, penso vana, che il largo pubblico, allettato da un prezzo bassissimo e da testi abbondantemente tosati, si trasformi in una massa di lettori; mi scandalizza l’idea che questi autori, per quattro palanche e per pura vanità, abbiano accettato di amputare le loro opere per renderle più leggibili ad una  massa presunta incolta!! Libri in versione integrale e libri

poetiche ed editoriali di Bertoli. Mercoledì 17 febbraio una serata in ricordo di Antonio Bertoli, grande protagonista della vita culturale italiana e fiorentina – Sul palco, tra gli altri, Stefano Bollani, Sergio Staino, Paolo Hendel, Riccardo Pangallo, Luigi Grechi De Gregori, Quelli di “Notte Campana”, Alessandro di Puccio – Ingresso libero in versione ridotta, due versioni, due prezzi, due diverse fasce di clienti poi magari alziamo il prezzo della versione integrale e  la selezione è fatta!! Che un ragazzo di 15 – 18 anni cerchi di studiare su testi più sintetici materie che a quell’età risultano noiose  e prive di interesse è del tutto comprensibile, che si induca gli italiani a leggere dei romanzi di scrittori viventi in una versione abbondantemente ridotta rispetto alla versione originale mi pare  una operazione assolutamente da condannare. È come mettere le mutande ad un libro: se sotto c’è qualche cosa di buono lo si intravede solamente e non lo si apprezza sino in fondo, se invece non c’è nulla di buono... allora tanto vale non acquistare né libro né mutande.


13 FEBBRAIO 2016 pag. 10 Simonetta Zanuccoli simonetta.zanuccoli@gmail.com di

Questa settimana voglio segnalare una mostra un po’ al margine dagli eventi espositivi ufficiali dal titolo intrigante Amitié mystérieuse: Hugo Pratt e Jean-Claude Guilbert. Sur les traces de Corto Maltese. L’eposizione, presentata al centro culturale Reine de Saba a Parigi in rue Pradier 30, che doveva chiudersi il 9 ottobre 2015 ma, per l’interesse suscitato, è stata prorogata fino al 25 marzo, è dedicata a Hugo Pratt (1927/1995) in occasione del ventesimo anniversario della sua morte con più di 200 tra oggetti personali, disegni, illustrazioni, fotografie e manoscritti ed è stata curata da Jean-Claude Guilbert in omaggio e memoria della loro lunga e straordinaria amicizia. La vita di Pratt, quasi più avventurosa del suo più famoso personaggio, il romantico e misterioso Corto Maltese, è nota ed ha toni leggendari tanto da diventare lui stesso personaggio-protagonista di una delle serie di un altro grande disegnatore, Milo Manara. Nato a Rimini da una famiglia nella quale si intrecciavano razze, credenze e culture diversissime, Pratt ha trascorso la sua fanciullezza in Etiopia, vissuto in Argentina, Brasile, Inghilterra, Francia e Svizzera e girovagato per il resto del mondo. In Francia conosce George Rieu, caporedattore del settimanale Pif che decide di pubblicare nel 1967 Corto Maltese, il nuovo personaggio inventato da Pratt, in una storia dal titolo La ballata del mare salato che ha subito grande successo prima in Italia e poi in tanti altri paesi del mondo. Nel 1980, in occasione della preparazione di un film a lui dedicato dal titolo La ballade plus loin da girare l’anno dopo a Gibuti incontra uno degli autori, Jean-Claude Guilbert. Anche Guilbert è un personaggio da leggenda e grande viaggiatore. Ha vissuto molti anni in Etiopia, ha girato per il canale televisivo Europe 1 oltre 30 documentari, scritto reportages per Le Figaro sulla Groenlandia, Amazonia, Afganistan, Zaire, Estremo Oriente...e ha pubblicato una decina di libri. Come Pratt anche lui

Sulle tracce di Corto Maltese

ha creato un personaggio che lo ha reso famoso, il cavaliere Jean Souchet, eroe della serie Le royaume d’une seule pierre, che vive straordinarie avventure tra

Lido Contemori lidoconte@alice.it

Venezia, Gerusalemme e l’Etiopia del XII secolo. Jean-Claud Guilbert in una recente intervista ricorda del primo incontro con Pratt nella casa di questo

a Parigi, dove si era trasferito dagli anni 70, gli occhi di un blu violetto esagerato e il sorriso dell’artista che era venuto ad aprirgli la porta ed un’enorme ciotola colma di whisky che fu subito offerta, a lui che al tempo non beveva. L’amicizia-complicità, che lo stesso Guilbert definisce “inclassificabile”, inizia quella domenica pomeriggio alle 5 e terminerà in un’altra domenica alla stessa ora di 15 anni dopo con la morte di Pratt. E in quel lasso di tempo, pur vivendo spesso in posti molto lontani tra loro, questi due sognatori di avventura si sono sempre ritrovati in un altrove, alla frontiera dell’Etiopia, sulle rive del lago Lèman, in un bar di Djibouti o in un bistrot di Parigi, progettando nuovi viaggi in luoghi sconosciuti ma che già esistevano nella loro immaginazione. Di Pratt, della sua vita, delle avventure e della loro amicizia Jean-Claude scriverà nel 2006 un libro recentemente ristampato dal titolo evocativo La traversèe du labyrinthe.

Il migliore dei Lidi possibili

di

Disegno di Lido Contemori

Didascalia di Aldo Frangioni

Di questo passo anche l’impossibile accoppiamento del Farfallo con la Fiora comporterà il diritto di adottare i moscerini


13 FEBBRAIO 2016 pag. 11 di

La scuola e i talenti Da Firenze a New York (parte 3)

Chiara Ulivi

R

ecuperando il discorso lasciato in sospeso sul numero scorso a proposito del confronto tra le scuole italiana e statunitense intorno al tema dello sviluppo e della valorizzazione delle competenze, veniamo questa volta al dunque: la didattica vera e propria. Ci troveremo a spezzare una lancia nei confronti del sistema italiano, perché lo studio in senso stretto, come lo intendiamo noi, non sembra appartenere al sistema americano, almeno al livello della scuola primaria: nella scuola frequentata dai miei figli non sembra esistere ad esempio un libro come il vecchio sussidiario su cui seguire gli argomenti di un programma, sia di storia che di scienze o di altro. Si lavora per temi che vengono trattati e approfonditi dai bambini ognuno con le proprie possibilità e capacità. Manca quindi ad esempio l’ora di storia in cui si impara a mettere in fila Assiri, Babilonesi, Egizi, Greci, Romani… ma magari ci si concentrerà sulla guerra del Peloponneso e si stabilirà se prendere le difese di Atene o quelle di Sparta producendo uno scritto che suonerà come l’arringa di Perry Mason (o magari di Tucidide). Non si impara quindi a studiare in senso stretto: leggere, isolare dei concetti importanti, ripetere con parole proprie. Ciò che questo approccio tende a stimolare sono altre competenze: lo sviluppo di personali capacità di interpretazione dei fatti, l’articolazione di un linguaggio funzionale a sostenere la propria posizione e la focalizzazione sugli elementi salienti di un episodio storico, di un fatto di cronaca occorso o di un tema specifico della propria comunità. Magari mancherà la struttura generale in cui inserire tutte queste elaborazioni particolari (e qui sta il problema più grosso) ma l’idea di fondo è che per studiare in maniera più ampia e approfondita non c’è bisogno della scuola: la scuola fornisce gli strumenti di approfondimento e ricerca, e quelli di elaborazione e difesa di un’opinione che saranno utili da applicare in ogni situazione. Il resto dipenderà da quello che ognuno deciderà di fare nella propria vita. Abbiamo sperimentato questa strategia con lo studio svolto dai bimbi di seconda su

alcuni personaggi che “hanno fatto la differenza”, ovvero che hanno cambiato la storia: si sono concentrati per il momento su alcuni protagonisti del movimento per i diritti civili, da Rosa Parks a Martin Luther King Jr. È sicuramente un’operazione esemplare e lodevole, e il tema scelto coraggioso, soprattutto quando si devono trovare le parole per introdurlo a bambini di 7 anni. Non so però ad esempio quanto gli stessi abbiano un’idea dell’origine storica della segregazione razziale. Tra le esperienze positive di questo tipo di approccio (e ce ne sono), sicuramente possiamo menzionare un tipo di compito assegnato a casa: si tratta di una serie di piste di approfondimento che la maestra ha fornito agli studenti, un Homework Menu su cui ogni bambino sceglie di settimana in settimana una traccia da svilupMassimo Cavezzali cavezzalicartoons@hotmail.com di

pare. L’idea è che il bambino, “autoassegnandosi” i compiti, li svolga con maggior interesse, accuratezza e senso di responsabilità. Una settimana quindi il “mio 4th grader” è stato cuoco (Be a Chef): ha scritto una paginetta su perché ha scelto una ricetta, poi un’altra per spiegarla, ha cucinato e ha fatto una sorta di “review post produzione” con i commenti della famiglia che ha gustato il piatto (donuts!) e le sue personali osservazioni. Il tutto corredato di disegni. La settimana successiva è stato un inventore (Be an Inventor) e ha disegnato e spiegato una sua macchina per volare, ecologica e per uso urbano. È stato poi un romanziere inventando una storia, uno scienziato effettuando un esperimento e relazionandone dettagli e risultati, un reporter intervistando il nonno sulla sua passione per la paleontologia, un matematico

Scavezzacollo

individuando ogni giorno almeno un caso in cui si è servito della matematica per risolvere un problema di vita quotidiana… Tutto questo ha motivato e motiva seriamente il diretto interessato, che sceglie con attenzione il suo compito ogni settimana, lo prende molto sul serio e lo porta a termine con determinazione ed entusiasmo. Il raggio delle piste proposte è molto vario (adesso sta studiando la tomba di Tutankhamon con il papà per Be e a Time Traveler) e si toccano un po’ tutti i temi che la didattica affronta in classe. Quello che viene chiesto agli studenti è di applicarsi con metodo, serietà e precisione, facendo attenzione alla struttura della composizione, alla ortografia, alla elaborazione grafica se prevista… Ogni bambino. con i propri strumenti e le proprie inclinazioni, porterà a termine un lavoro di cui è pieno artefice e responsabile. Concludo questa terza puntata dedicata alla didattica US sottolineando il ruolo che la lettura riveste nella scuola americana: i bambini quotidianamente leggono a scuola, e ogni giorno a casa devono dedicarsi ad almeno 20-30 minuti di lettura di un libro a loro scelta, operazione da registrare poi su un apposito Reading Log; una volta alla settimana in seconda elementare viene loro chiesto inoltre di produrre una sorta di recensione in cui spiegare cosa è piaciuto o cosa no delle ultime pagine lette. Nella quotidianità, in aggiunta agli altri compiti da fare, la lettura imposta dalla maestra a casa può sembrare talvolta un peso eccessivo, ma penso che sia una via per impiantare nei bambini l’abitudine al libro e ne approvo la tenace e cadenzata sistematicità. Comunque tra questo approccio e il generico invito alla lettura che si incontra nella scuola italiana, con un libro assegnato magari durante le vacanze di Natale, si potrebbe individuare un percorso intermedio che riportasse i bambini italiani all’amore per la letteratura. E magari un percorso da svolgersi in classe. Lamento di non aver ancora incontrato in Italia la lettura e l’analisi sistematiche di testi di letteratura o di poesia, cose che io facevo regolarmente durante le mie gloriose scuole elementari degli anni ‘80. Pascoli, Ungaretti, Montale potrebbero fare splendidamente parte del bagaglio letterario di un bambino di 8 anni.


13 FEBBRAIO 2016 pag. 12 di

Vicent Selva

Consigliere comunale di Esquerra Unida

C

revillent è un comune di 30.000 abitanti situato a sud del País Valenciano, nella provincia di Alicante. La sua lunga storia ha lasciato abbondanti tracce sotto forma di patrimonio culturale. Pochi giorni fa è stato pubblicato il primo numero della rivista “Crevillent, l’etnografia di un villaggio”, contenente diversi articoli che descrivono episodi interessanti di etnologia, storia e della cultura del suo popolo. Anch’io ho partecipato con un articolo sulla costruzione della prima lavanderia comunale nel 1885. Crevillent alla fine del XIX secolo cominciò a subire un lento processo di industrializzazione legato alla produzione del prodotto più tipico di questa città: il tappeto. Così, a poco a poco, vi è stato un aumento della preoccupazione per la salute della classe operaia impiegata nella produzione. Pertanto, influenzato dalle teorie igieniste che si diffondono in Europa, si è avviato un processo di sviluppo urbano che ha portato alla costruzione di impianti per il miglioramento della salute delle classi lavoratrici. La costruzione di una lavanderia pubblica nella città è stata una di questi. Sebbene la maggior parte dei lavori per l’igiene urbana siano stati poi realizzati durante il XX secolo, nel 1885 la lavanderia è stato uno dei più interessanti del genere, quale conseguenza della paura diffusasi in quell’anno a causa di un’epidemia di colera in gran parte il territorio. Pertanto, il governo locale decise di accelerare il processo e di implementare un progetto che era stato redatto nel 1874, ma per vari motivi, bloccato e mai realizzato. Le lavanderie inoltre favoriscono la socializzazione delle donne e la loro vita sociale. Molte di loro potevano staccare dalle dure faccende casalinghe, che erano quasi sempre compatibili con il lavoro in fabbrica, per rompere la monotonia e sviluppare relazioni sociali con altre donne. Allo stesso modo, le lavoratrici domestiche al servizio di famiglie borghesi potevano sfuggire per qualche

Storia di un paese

Arte diffusa

Arte diffusa per creare una comunicazione, un incontro, uno scambio con le persone attraverso lo strumento della narrazione. I racconti d’arte si richiamano ad episodi del mondo dell’arte, veri o verosimili, con l’intento di costruire un clima culturale, un’ambientazione, una storia in cui lo stile riconoscibile è solo il metodo narrativo. Le storie si intrecciano, e, come in tutti i racconti, i contenuti sono mutevoli e spesso il vero elemento ispiratore è quello meno evidente. Si narra di tecniche e problemi visivi storici, ossessioni di artisti di cui si citano le opere fingendo incontri e avvenimenti di pura invenzione. La relazione con il mondo dell’arte e la citazione, evidenti e voluti, servono a costruire racconti in cui la parola è sostituita dall’immagine. Caterina Perrone e Gianni Monnocci a Venezia

ora all’occhio vigile e all’ordine che regnava nelle case dove servivano. La lavanderia ha funzionato efficacemente nel migliorare, almeno un po’, la qualità della vita delle persone più povere della città durante i suoi quaranta anni di attività. Un popolo che in quel momento era costituito da oltre 9.000 abitanti e che gradualmente superò le 10.000 unità nell’anno 1900. Nel 1921 l’edificio fu ristrutturato diventando una scuola pubblica. Oggi fa parte delle strutture storiche della città. Nonostante i cambiamenti intervenuti nel corso degli anni, se lo si visita, si possono ancora distinguere gli elementi che risalgono a quel periodo, come le colonne di metallo e pietra dove passava l’acqua. Oggi la strada dove è situata la lavanderia ha assunto il nome, catalano, di carrer llavador (via lavanderia) in ricordo di quella importante costruzione.


13 FEBBRAIO 2016 pag. 13 Loretta Galli lolly.galli@alice.it di

C

hi non ricorda la protagonista della fiaba “La principessa sul pisello” di Hans Christian Andersen? Chi conosce qualcuno con queste caratteristiche oppure vi sentite voi stessi estremamente sensibili al punto da rientrare nella casistica oggetto di una ricerca presentata in un recente documentario dal titolo “Sensitive the movie” premiato a San Francisco? Questo tipo di persone definite dal mondo anglosassone come HSP (highly sensitive people, persone estremamente sensibili) sembra possedere un sistema nervoso molto sensibile. Si sentono sopraffatti dalle emozioni, accusano un’empatia smisurata e mostrano una marcata tendenza ad alterarsi facilmente. Sembra che questi soggetti siano inoltre reattivi all’impatto fisico di luci, suoni, temperature, perfino rispetto a certi tessuti e odori, proprio come principessa sul pisello di Andersen. Elaine Aaron (oltre un milione di copie vendute del suo libro “The Highly Sensitive Person” e una delle maggiori studiose in questo campo), sostiene che essere HSP è un fatto genetico, e che il 20% delle persone nasce con queste caratteristiche e – sorpresa – colpisce equamente ambedue i sessi. Ted Zeff, psicologo e autore di una guida per la sopravvivenza delle HSP sostiene che “ogni persona HSP è diversa. Non basta, ad esempio, essere empatici per rientrare nella categoria”. Ma come possiamo allora definire i tratti di una persona HSP. Zeff ipotizza che queste persone siano sprovviste di uno scudo protettivo naturale. Secondo Aaron gli uomini, rispetto alle donne, sono quelli che subiscono con maggiore difficoltà questa condizione perché la società è meno indulgente con loro e con la loro sensibilità. Secondo Zeff queste persone sono la miglior fonte di nutrimento per la società; sono quasi tutti artisti, musicisti, docenti, scrittori, counselor. Sempre secondo Zeff, sono in genere amati perché sono in sintonia

Le persone estremamente sensibili: una condizione da principesse

con i bisogni degli altri. Mentre le ricerche finora si concentrano sulle HSP, non sono noti dati riguardanti il fatto se sia più o meno facile convivere con queste persone. Questa condizione viene interpretata, da chi si identifica con il gruppo HSP, come “un dono” ma, specie per chi la deve subire ed accompagnare, non è forse sempre un viaggio facile. Nel caso di Andersen, lei era una principessa ed alle vere principesse tutto è concesso. Il principe si sarà adeguato alle circostanze. E tutti vissero felici e contenti.

Matteo Rimi lo.stato@libero.it di

Andando a mettersi in coda nel corridoio centrale formato dai banchi come da istruzioni dell’insegnate sbuffando ad ogni passo per l’imprevista richiesta di ulteriore impegno, arrivò davanti alla cattedra per scegliere il libro che lo tenesse occupato per la durata dell’ultima tranche di un’ennesima, inutile mattina di scuola. Essendo stato uno degli ultimi ad aggiungersi alla fila formata dagli studenti che, a turno, avevano già scelto il loro titolo, pochi erano i testi rimasti tra i quali tirar fuori quello che avrebbe pesato meno sulla sua già rosicata resistenza: qualche caposaldo della filosofia antica e moderna, un paio di romanzi sconosciuti in ingiallite, enormi edizioni, testi su argomenti scientifici talmente di nicchia che, pur essendo vecchi di anni, era da star certi che fossero rimasti indisturbatamente attuali. Scelse un sottile libello dalla copertina bianca con qualche carattere nero stampigliato a metà della prima di copertina. Non lesse neanche quelle poche parole: dalla consistenza e dall’anonimità dell’aspetto gli sembrò una lettura totalmente innocua e tornò sui suoi passi scuotendolo vicino alla testa, a provare se, almeno come ventaglio, avesse una qualche

Narrazione a puntate con finale a sorpresa Capitolo 2 Una lettura inaspettata utilità. Con il banco a ripararlo di nuovo, pose il libro tenuto dalle sue svogliate mani davanti al volto e fece scorrere le pagine velocemente aiutandosi con la punta delle dita. Dal fatto che il bianco rimaneva comunque il colore dominante anche sui fogli interni intuì che si trattasse di una raccolta poetica anche se non seppe sul momento capire se questa era una buona o una cattiva notizia. Il polpastrello fissò la facciata su cui dover posare per prima gli occhi che cominciarono a seguire i pochi segni quasi rincorrendoli, cercando di ricomporli su una visione sfuocata: Raccolte le parole in fondo alla notte il poeta fende la nebbia e si ferisce gli occhi Sulla salita viscida della lingua si arrampica sorpreso dal vuoto il vuoto che copre i legami Non sa l’esile penna

se riuscirà tremante a contenere il mondo Trovò la sua forza talmente esile da non riuscire neanche ad arrivargli nel profondo, tuttavia era intorno a sé, intorno alla sua testa assediata dai pensieri che ebbe l’impressione di avvertire un qualche cambiamento, come un ronzio dietro l’orecchio che si definì a poco a poco in un sibilo. Il soffio si acuì fino a chiudersi improvvisamente in quello che parve a tutti gli effetti un sì. Si girò di scatto ma trovò solo le nuche dei suoi compagni chini sulle proprie letture e posò nuovamente gli occhi sul libro. Mise alla fine attenzione sulla copertina che riportava solo due lettere in stampatello di media grandezza rispetto al restante bianco: RP. Sfogliava le pagine febbrilmente in cerca di qualche altro testo che gli suscitasse la stessa impressione ed era talmente concentrato che solo lo stridere delle sedie altrui sul pavimento gli fece capire che la lezione era finita e lo riportò alla realtà.


13 FEBBRAIO 2016 pag. 14 Paolo Marini p.marini@inwind.it di

N

on voglio parlare della trama di “Sender Prager”, breve opera letteraria dell’ebreo polacco Israel Joshua Singer (1893-1944), apparsa per la prima volta in lingua yiddish, a puntate, nella primavera del 1937, che merita - per chi non lo avesse ancora fatto - di essere svelata per intero con la lettura del testo, meglio se improvvisata. Dirò invece che come talora accade di rinvenire intrecci inattesi tra prosa e poesia, ecco che il racconto di Singer rimanda per me ai versi fulminanti di “Ed è subito sera” di Salvatore Quasimodo (“Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera”). Tre sono gli ingredienti di questo ponte gettato idealmente tra artisti e moduli espressivi altri. C’è la solitudine dell’uomo – anzitutto -, profonda e consustanziale all’esistenza; verità trasversale, uguale per tutti che, tuttavia, si palesa a ciascuno in tempi, con modalità e in circostanze singolari. Disparata è anche la qualità della risposta che, con diversa consapevolezza, ad essa si rivolge: si va da una

Come farsi rimpiangere solo dal proprio cane

leggerezza almeno apparente all’aperta disperazione, da una marcata dipendenza-dagli-altri ad un compiaciuto solipsismo. Gli uomini reagiscono come sanno, come possono e, solo a volte, come effettivamente vogliono, al comune ‘destino’. Il secondo ingrediente è quella sorta di ineluttabilità che aleggia sull’intera vicenda umana, nei suoi aspetti meno gratificanti, e a cui non è facile opporsi; o,

quanto meno, non è da tutti comprendere che è possibile opporvisi. In entrambi i citati contesti – il racconto, la poesia – l’orizzonte di questa ineluttabilità è d’altronde soverchiante, pur se squarciato, ‘trafitto’ da un effimero spiraglio di luce. Un raggio di sole riscalda infatti l’’ognuno’ del poeta ma anche l’esistenza di Sender Prager che pare, ad un certo punto, poter cambiare direzione di marcia. L’attimo è però un inganno e viene, quasi immediatamente, divorato. Così si è condotti al terzo ed ultimo ingrediente: la rapidità. Quella successione di giorni che nella memoria, tornando al tempo dell’infanzia, ricordiamo per lo più distesa, e ‘lunga’, si è trasformata poco a poco in un avvicendamento precipitoso, incalzante, cattivo, a volte drammatico. La rapidità è la forma stessa del racconto, colorito ma affilato, di Singer. Ed è anche il segreto di una delle più

Torna il Trittico Beckettiano Il 18, 19 e 20 febbraio al Teatro Studio ‘Mila Pieralli’ di Scandicci il Trittico Beckettiano per la regia di Giancarlo Cauteruccio. Lo spettacolo include in sequenza tre pièce brevi, veri e propri capolavori dell’autore irlandese, che vedono come protagonisti Massimo Bevilacqua per Atto senza parole I, Monica Benvenuti per Non io e lo stesso regista per L’ultimo nastro di Krapp. In Atto senza parole I il lavoro mimico-gestuale esalta e sottolinea l’incisiva capacità di Massimo Bevilacqua di azione e espressione nello spazio scenico. Uno spazio abitato da oggetti in movimento pensati dall’autore, qui utilizzati in una macchineria di forte impatto. Il corpo muto di questo abitatore del deserto genera una sonorità che restituisce le tensioni interne nello spazio siderale che Beckett suggerisce: un concerto per corpo e vuoto, per azione e ininterrotti fallimenti. Per Non io, in cui la sostanza teatrale si riduce a una bocca che parla di se stessa nel buio, Cauteruccio sceglie Monica Benvenuti, soprano nota per le sue interpretazioni di musica contemporanea. La sua bocca invade il profondo vuoto in una

prova di straordinario uso della voce. L’essere evocato da Bocca è isolato, assente e dolorante, un’ “anima perduta”in un senso più totale di quello quotidiano. Vomita parole a un ritmo impressionante narrando una vita solitaria, triste, silenziosa. L’ultimo nastro di Krapp è per Cauteruccio un testo-guida particolarmente amato, su cui s’è misurato negli anni in tre diversi allestimenti e per il quale nel 2004 è stato candidato al Premio Ubu come migliore attore. Nell’essenzialità della scena, il vecchio scrittore fallito, inesorabile mangiatore di banane e instancabile ascoltatore della sua voce registrata, si inoltra in “questo buio che mi circonda” per sentirsi meno solo. Rintanato nella sua stanza in compagnia di un magnetofono e un numero cospicuo di bobine ben ordinate, compie un viaggio in un altrove temporale, il suo passato. Brandelli di vita e di esperienza, vengono riascoltati e mescolati per poi dichiarare il fallimento. Una resa dei conti di un essere triste e ridanciano, ironico e autoironico, spesso con venature patetiche, sentimentali, struggenti, che alla fine si adegua consapevolmente allo scacco.

efficaci rappresentazioni dell’esistenza – quella generata, appunto, con tre sole pennellate in “Ed è subito sera” - che si sia mai data nella storia della letteratura. Detto ciò, non mi resta che segnalare l’amore (incondizionato) di Briton per Sender, che è proprietario di ristorante a Varsavia. Briton è un grosso bulldog che si incontra, non a caso, all’inizio e al termine della narrazione; qui, seduto sulla soglia del locale, con la bocca aperta, la bava che gli cola lungo le guance, guaisce sconsolato - quasi alter ego del protagonista che, come lui, è ora solo, nella sua pena, perchè è l’unico che sente la sua assenza. Forse involontariamente, Singer ci ha lasciato con questo racconto impietoso non ancora un manuale che insegna, ma almeno una storia che spiega, in forma magistralmente breve ed essenziale, come farsi rimpiangere solo dal proprio cane.

Cena di solidarietà A favore del Progetto Orchestra delle Piagge Orchestra di Sorgane della Scuola di Musica di Fiesole

IL TUO CONTRIBUTO VALE DOPPIO! GRAZIE ALL’AVV. FRESCO PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE SCUOLA DI MUSICA DI FIESOLE ONLUS

Sabato 20 Febbraio 2016 Ore 20.30 Teatro dell’Affratellamento Via Giampaolo Orsini, 73 Firenze


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dantis

13 FEBBRAIO 2016 pag. 15

Disegni di Pam Testi di Aldo Frangioni

Senza provare minimo buongusto vidi dal ponte gente malamessa avanzar con la testa dietro al busto,

e con sua voce piena di catarri, a tutti dissi che rompeva i patti. Chi non era con lui eran bizzarri

ducati, sghei in quantità di laghi sognando l’invisibile chimera come chi pensa di avere visto i draghi.

aspra pena per chi fece scommessa. Fra questi c’era il costruttor di carri, ai travaglianti fé ingoiar sua messa,

e da tanti trattati come matti. Altro indovin, a camminar co’ maghi, c’era del banco l’uom, che avea rifatti

Camminare de drio vidi chi era sacerdote dÈ soldi mal divisi, grandi sermon fece a chi spera: il santo lui pensaa d’esser d’Assisi. Tanti discorsi e nuvole d’inchiostro, ma i poeri restar sempre in crisi.

Canto XX 4a bolgia

Maghi e indovini. Rovesciati costretti ad avanzare camminando all’indietro, in marcia ricordano il quarto Stato di Pellizza da Voilpedo. Si riconoscono Marchionne, Draghi, Thomas Piketty.


L immagine ultima

13 FEBBRAIO 2016 pag. 16

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

Quando la tirannia è legge la rivoluzione è ordine”. Questo recita li cartello con la statua della libertà che imbraccia il fucile tenuto in mano da questa giovanissima. La sua amica invece mostra un cartello che dice esplicitamente che i giovani vogliono “Porre fine al problema della fame a New York City”. Come si vede molti sono i motivi che spingono questi poco più che ragazzini a partecipare ad una manifestazione che ha come obbiettivo la fine immediata di quel disastro epocale che è la guerra del Viet Nam. Anche loro, come tantissimi altri giovani si stanno dirigendo verso la grande manifestazione di Central Park.

NY City, agosto 1969


Cultura commestibile 157