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redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.culturacommestibile.com www.facebook.com/cultura.commestibile direttore simone siliani

redazione gianni biagi, sara chiarello, aldo frangioni, rosaclelia ganzerli, michele morrocchi, barbara setti

progetto grafico emiliano bacci

Con la cultura non si mangia

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N° 1

“Sei depresso? Scopa, ti passa la tensione” Francesca Immacolata Chaouqui dalla telefonata intercettata a monsignor Lucio Angel Vallejo Balda

L’immacolata concezione editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012


Da non saltare

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Gianni Biagi g.biagi@libero.it di

Un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo giusto posto”. Mi è tornato in mente questo vecchio detto popolare, che mia nonna mi ripeteva spesso negli anni dell’adolescenza, entrando per la prima volta dentro il Grande Museo dell’Opera del Duomo realizzato su progetto architettonico di Natalini. Architetti (Adolfo Natalini e Fabrizio Natalini) e Guicciardini& Magni Architetti (Piero Guicciardini, Marco Magni, Nicola Capezzuoli, Edoardo Botti, Giuseppe Lo Presti) e progetto strutturale di Leonardo Paolini. Un museo completamente rinnovato e più che raddoppiato nella superficie espositiva. Il museo presenta molti piani di lettura e una argomentazione architettonica complessa dove le cose sono al posto giusto ma il posto non è detto che sia quello che in prima istanza ci si aspetta. I progettisti hanno infatti inventato un luogo dove far convivere insieme opere e modelli, dove il tempo si è fermato e stanno insieme nello stesso spazio e nello stesso tempo opere che erano state divise per centinaia di anni. Nel “paradiso” ricostruito nel grande spazio - assurto a valore simbolico dell’intera opera - dell’ex teatro degli Intrepidi, la porta est del Battistero, opera magistrale del Ghiberti, ritrova la Madonna di Arnolfo di Cambio (la Madonna dagli occhi di vetro della tradizione popolare che la chiesa della Controriforma dovette quasi nascondere alla eccessiva devozione popolare) dopo centinaia di anni di separazione. Dice Adolfo Natalini che ha avuto la gentilezza di guidarci nel percorso di visita del museo: “ Progettare il museo dell’Opera del Duomo vuol dire partecipare a un’impresa durata più di settecento anni.Vuol dire aggiungere segni su un palinsesto su cui tanti prima di noi, ma anche insieme a noi, hanno impresso i loro segni. Il museo narra una storia lunghissima, ma nel complesso è un’opera che rimette­insieme sculture pitture e arredi pensati per tempi e luoghi diversi.I luoghi per cui erano state pensate sono vicini gli uni agli altri (il battistero,

Foto Ciampi

Il posto giusto

la cattedrale, il, campanile), mentre i tempi sono lontani tra loro; il museo raduna i luoghi e i tempi attraverso la continuità”. Nel grande spazio dell’ex teatro, poi trasformato per lungo tempo in garage, Natalini ha collocato su una parete la ricostruzione della facciata realizzata da Arnolfo di Cambio e demolita nel 1587, e sull’altra ha posizionato le tre porte del Battistero di San Giovanni sovrastate dalle sculture originali che raccontano la storia di San Giovanni Battista. Uno spazio reale e nello stesso simbolico, uno spazio che investe il visitatore di emozioni nuove, dove il vero e la copia giocano in un sottile rapporto di rovesciamento dei ruoli. Dice ancora Natalini: “Arnolfo iniziò una grande opera dove architettura e scultura erano riunite come non avveniva dall’antichità classica, creando il maggior monumento di Firenze. La facciata venne demolita verso il 1587 “perché non più alla moda”, pensando di sostituirla con una nuova.

Questo non avvenne e solo dopo tanti progetti e concorsi una nuova facciata venne realizzata soltanto nel 1887. Nel museo abbiamo evocato l’antica facciata con un modello a grandezza naturale, basato sul disegno di Bernardo Poccetti e frutto di profonde ricerche sull’analisi del testo architettonico, sullo studio dei frammenti lapidei e sulla comparazione con manufatti coevi. Il grande modello è realizzato con membrature architettoniche in resina caricata con polvere di marmo su una struttura metallica. In questo grande modello sono state ricollocate le sculture nelle loro posizioni originali. Mentre sui diversi monumenti vengono sistemate copie delle statue originali e Il vero sorregge la copia, qui le statue originali sono sistemate sul modello e la copia sorregge il vero. Il progetto ha conservato la memoria del gran vuoto del Teatro degli Intrepidi trasformandolo in uno spazio illuminato dall’alto in cui far convivere le evocazioni delle architetture con le opere che le

adornavano. Le sculture maggiori sono allestite su basamenti posti sotto il grande modello, in modo da permetterne una lettura ravvicinata mentre tutte le altre sono ricollocate nelle posizioni originali e così vengono ricontestualizzate Il modello al vero richiama la singolare invenzione della tavoletta prospettica del Brunelleschi col Battistero ritratto dalla Porta del Duomo Arnolfiano. Parafrasando l’Alberti “e sappi che cosa niuna dipinta parrà pari alle vere dove non sia certa distanza a vederle” potremmo dire che nessuna cosa vera parrà più tale se tolta dalla distanza reale dell’osservatore.” E il gioco della visione, e del rimando prospettico con le altre architetture della piazza San Giovanni, continua nel percorso museale salendo al piano sovrastante da dove l’opera ricostruita, ma quasi irreale, della facciata arnolfiana di Santa Maria del Fiore, continua a dialogare con le statue e le formelle del Campanile di Giotto attra-


Da non saltare

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verso le 15 aperture che dalla sala si affacciano sul grande vuoto della sala del “paradiso”. E ancora più in alto al secondo piano sono i modelli per la ricostruzione della facciata della cattedrale ( a partire dal quello di Bartolomeo Ammannati) a dialogare, attraverso altre 15 aperture, con la ricostruzione della stessa facciata. Racconta Adolfo Natalini:”Sui due lati lunghi si confrontano due facciate: quella Arnolfiana (abitata dalle sculture) e quelle di marmo bianco con tre porte e 30 finestre. Le tre porte sono quelle del Battistero:due, mirabili (del Ghiberti) sono già installate, la terza (di Andrea Pisano) lo sarà nei prossimi mesi. Le porte sono sigillate in grandi teche, ma cinque varchi tra di loro permettono di accedere alla sala. Dietro alla facciata di marmo bianco, su tre gallerie a diversi livelli, sono ospitate le statue antiche, quelle del campanile e i modelli storici per la facciata del duomo. Attraverso le finestre le statue dialogano con quelle della facciata. La parete traforata prosegue con lo stesso ritmo nei lacunari della copertura della grande sala, dove le aperture, schermate da una membrana opalina, fanno piovere la luce zenitale proveniente dai lucernari. Il visitatore partecipa così alla messa in scena di una grande vicenda architettonica che allestisce le opere del Duomo in modo chiaro, evocativo, spettacolare. Salendo all’ultimo piano, dalla sala dei parati ci si può affacciare sulla sala della facciata detta Sala del Paradiso, vederla tutta insieme con un solo sguardo, questo affaccio è chiamato infatti Il Belvedere del Paradiso (Paradiso era il nome dato in antico allo spazio tra Battistero e Cattedrale), ma forse anche perché siamo in alto vicino al cielo” Il percorso museale scende ora attraverso un tragitto che ci permette di leggere, attraverso modelli, filmati e oggetti e macchine di cantiere la storia della costruzione della grande cupola brunelleschiana, prosegue nuovamente al piano terra con la grande sala che ospita le teche entro una delle quali è collocata

Dialogo con Adolfo Natalini sul Grande Museo dell’Opera del Duomo

Foto Ciampi

la Maddalena di Donatello e si conclude con la sala dove è ospitata la Pietà di Michelangelo. Un’opera questa che finalmente

può essere vista nella sua interezza, con una collocazione che ne consente una visione a 360° e che consente anche di percepire

le incertezze e le malinconie dello scultore. Conclude Adolfo Natalini: “ Michelangelo, passati i 75 anni, “si placava in lui l’ossessione della morte che gli si preannunciava piuttosto come liberazione dell’anima e dolce riposo in Cristo” (Carli) e scolpisce per sé un gruppo di quattro figure, pensandolo forse per la sua tomba. Nella figura di Nicodemo che sorregge il Cristo morto si crede sia il suo autoritratto: scriveva Michelangelo in un madrigale “Del resto non saprei...altro scolpir che le mie afflitte membra”. La Pietà ha avuto una storia travagliata, presa a martellate da Michelangelo stesso, poi restaurata e migrata da un luogo all’altro, finalmente approdata al Museo...volevamo darle infine una collocazione serena, dove potesse trovare lo spazio e la luce che le era destinata, così sta su una sorta di mensa di pietra in una stanza alta sotto la luce che viene dall’alto.” Il percorso museale è arricchito da una nuova, e spettacolare, visione della cupola che si può godere dalla nuova terrazza aperta sui tetti, in dialogo stretto con le murature delle abitazioni di piazza del Duomo.


riunione

di famiglia

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Le Sorelle Marx Presepi come piovesse! È una vera presepe-mania: ne spuntano ogni dove! Non ci si salva. Giornali locali che lanciano concorsi fra le scuole per … presepiarsi. Vecchi laici socialisti che si scoprono pii fan delle statuine. E ovviamente si accendono confronti istituzionali e politici su chi è più... presepiabile. Così è acclarato che, ad esempio, il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi ce l’ha più grosso del Presidente del Consiglio Regionale Eugenio Giani… il presepe, naturalmente. Che ha fatto arrivare da Coreglia Antelminelli, la cui perizia - giura Rossi - è competitiva con quella dei presepari napoletani. È in corso uno studio dell’Istituto per le ricerche economiche della Toscana per valutare l’incidenza sul PIL del presepismo toscano. Ma è già pronta la contromossa di Giani: il presepe vivente nelle sale del Consiglio. Fra i consiglieri è in corso una lotta al coltello per accaparrarsi le parti migliori. Intanto durante una lunga riunione dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio si è stabilito che, in base al Toscanellum, il 75% dei ruoli tocca al PD, il resto alle varie opposizioni. Ovviamente al presidente Giani toccherà il ruolo di S.Giuseppe. Lui avrebbe voluto quello del bambinello Gesù, ma non erano disponibili mangiatoie tanto capienti. Alla Monni (Pd) tocca la Vergine Maria (qualcuno ha eccepito…), Marras (capogruppo Pd) farà il bue e l’asinello spetterà al pisano Maz-

I Cugini Engels C’è grande subbuglio nei corridoi di Palazzo Vecchio: il sindaco Nardella è su tutte le furie. “Chiamatemi l’assessore alla cultura!” “Ma, signor sindaco, è lei… non si ricorda?” “Ma… certo! Possibile debba fare tutto io in questo Comune? Voglio sapere chi è questo cretino di Bianchi… Chiamatemi Manuele Braghero, lui sa tutto!” “Cosa c’è Dario? Stai calmo, che ti diventano tutte rosse le orecchie quando ti agiti” “Senti Manuele, ma lo sai che c’è un tale Bianchi che dice di voler mandare via Zubin Metha? Ma siamo matti? Mi dicono che sia

Presepi, presepi ovunque zeo (Pd). Alla fine, in onore del principio democratico, il ruolo del bambinello è toccato all’infante prodigio Giovanni Donzelli (Fratelli d’Italia), per la sua nota innocenza e bontà. Bambagioni (Pd) guiderà la delegazione dei re Magi, composta dai capigruppo di Forza Italia (Mugnai) e Lega Nord (Vescovi). I 5 Stelle, per protesta contro la kasta, si sono auto-relegati nel ruolo di pastori e pecore. E giù, tutti in coro, intonando “tu scendi dalle stelle, pregevole iniziativa”.

Lo Zio di Trotzky

La fiducia di Nardella Saranno stati i lunghi anni di esercizi al violino, ma Dario Nardella è un uomo tenace. E attento alle indicazioni che gli vengono date. Per esempio a partire dalla sua campagna elettorale i consulenti d’immagine che Renzi gli aveva affibbiato gli hanno detto che era troppo serioso. Quindi via gli occhiali e sorriso d’ordinanza. E lui ha sor-

riso, sempre. Non c’è foto senza sorriso. Anche quando l’occasione forse non l’imponeva lui, magari colto da un dubbio, scorgendo un flash sorrideva. “L’han detto i consulenti di Matteo” deve aver pensato qualche volta, poi come il cane di Pavlov, la cosa è diventata automatica. Ecco che quindi in questa fine 2015 temiamo che qualche personaggio vicino al premier abbia sussurrato all’orecchio del sindaco di Firenze che la città doveva ritrovare fiducia nell’amministrazione. Se l’abbia

Bianchi, chi era costui? un commercialista: ma vada a fare i conti e lasci stare la musica, che di quella sono l’unico che ne capisce!” “Ma Dario, Bianchi è il Soprintendente del Maggio Musicale Fiorentino!” “Ah sì? È chi è quell’imbecille che lo ha nominato? Ma come si fa ad essere così fessi?” “Guarda che l’hai nominato tu…” “Io? Ah, ma allora è un genio…” “Veramente non molto: non gli tornano neppure i conti del Maggio”

“Ohibo’, ma questa è proprio bella… chi l’avrebbe mai detto…” “Per la verità te l’avevano detto in diversi, ma tu dicevi che siccome era stato nominato prima Com-

fatto, come mormorano i maligni per preparare la calata di Lotti a Palazzo Vecchio non sappiamo, ma di fatto Dario ha preso a usare la parola fiducia ovunque. Dal ristorante, alla giunta, dal barbiere come nella cerimonia di accensione dell’albero di Natale. “Questo deve essere il Natale della fiducia!” ha arringato in Piazza del Duomo, agghindato da Babbo Natale, riuscendo nella magnifica crasi tra il consiglio di esser meno serioso e quello di dare fiducia.

missario del Maggio da Renzi, allora tutto era a posto… Ma anche la Rosa Maria Di Giorgi lo contesta perché ha licenziato tre ballerini...” “E infatti, va tutto bene, caro Manuele: ora chiamo Zubin e lo nomino ragioniere del Maggio, Bianchi lo nomino Maestro del coro, la Di Giorgi prima étoile e Matteo viene a fare il Maestro stabile dell’orchestra… e voglio proprio vedere se quelle capre dei musicisti osano contestare Renzi! Vai, belle e fatto! Alla grande! Son proprio forte eh Manuele?” “Sì, sì certo… piuttosto vai a pedalare per accendere l’albero di Natale che è meglio”


12 DICEMBRE 2015 pag. 5 Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

Q

uello del fotografo è un mestiere polivalente, chi impugna la fotocamera come strumento di lavoro si trova a dovere fronteggiare situazioni diverse, ad improvvisarsi alternativamente, ad esempio, ritrattista o paesaggista, e non sono affatto rari i fotografi che nel corso della carriera passano dal reportage alla moda ed alla pubblicità, o viceversa, confondendo generi e stili. Così cercare di classificare un fotografo in base alle sue immagini è sempre un poco rischioso, perché dall’archivio possono saltare fuori fotografie che contraddicono tutto quanto era stato finora scritto e raccontato. Ciò che fa maggiormente paura, per la fama di un artista, è la scoperta di quanto e come egli si sia compromesso, magari in gioventù, con generi bassi e ritenuti moralmente riprovevoli. Scoprire ad esempio che un Nobel per la letteratura scriveva romanzetti sconci, che un famoso regista girava filmini porno, che un fotografo arrivato era partito dalla fotografia esplicita di nudo, potrebbe rovinare agli occhi dei benpensanti (o malpensanti) una carriera ben costruita. Sempre qui si scivola, del resto, sul nudo e sul sesso, come se gli artisti non fossero fatti anch’essi di carne e sangue, con tutto quel che ne consegue. Poi ci sono dei fotografi, alcuni disinibiti, altri decisamente esibizionisti, che delle immagini di nudo, esplicite ed erotiche, hanno fatto una bandiera, magari contrabbandandole per opere d’arte, anche se la stagione del “nudo artistico” in fotografia dovrebbe essere tramontata da un pezzo. Chi invece si pone al di sopra di simili “querelles” fa parte della non numerosa schiera di fotografi che hanno praticato la fotografia di nudo in maniera lineare e professionale, senza falsi pudori o imbarazzi di sorta. Come il newyorkese Alfred Cheney Johnston (1885-1971), noto come il fotografo delle Ziegfeld Follies, un corpo di ballo di New York ispirato al celebre music-hall parigino Folies Bergére, ed attivo a Broadway dal 1907 al 1931, con brevi successivi revival. L’incontro fra il talentuoso fotografo e Florenz “Flo” Ziegfeld, l’inventore delle Ziegfeld Follies (sembra su consiglio della sua consorte di allora, l’entraineuse Anna Held) avviene attorno al 1917, anno in cui Alfred sottoscrive con

Alfred Cheney Johnston Vestite di luce

“Flo” un contratto che lo consacra come il fotografo “ufficiale” delle ballerine di Ziegfeld, donne giovani e bellissime che periodicamente si alternano sui palchi dello spettacolo, e che Alfred sistematicamente ritrae in diverse posizioni ed in diversi abbigliamenti, oppure preferibilmente velate, seminude o completamente nude. Alfred lavora esclusivamente in interni con luce artificiale, utilizzando una enorme fotocamera in legno per lastre di formato 11x14 pollici (28x36cm) e stampando esclusivamente per contatto. Le sue immagini, utilizzate per promuovere gli spettacoli del live-teather, diventano così famose che il suo studio viene letteralmente invaso da un numero imprecisato di attrici, attricette e showgirls, che vogliono farsi immortalare da questo fotografo, così abile nel mettere a nudo l’anima, così come il corpo, delle donne. Se uno degli scopi dichiarati dell’impresario delle Ziegfeld Follies è quello di “glorificare le ragazze americane”, è attraverso le immagini di Johnston che le “ragazze di Ziegfeld” impongono un nuovo standard di bellezza per la nuova generazione degli Americani. Fra le giovanissime donne che si susseguono sul palco di Ziegfeld e davanti alla fotocamera di Johnston troviamo nomi destinati a diventare famosi, come ad esempio Fanny Brice, Ann Pennington, Eva Tanguay, Nora Bayes, Marilyn Miller, Gilda Gray, Ruth Etting, Josephine Baker e Louise Brooks, ma fra le clienti di Johnston troviamo anche nomi come Mary Pickford, Gloria Swanson, Barbara LaMarr, Claudette Colbert, Corinne Griffith e moltissime altre attrici ed attori del cinema. Le immagini di Johnston sono tecnicamente impeccabili e non mancano di buon gusto. Notevole quella della ragazza nuda in piedi, di profilo, leggermente piegata in avanti, che guarda, con la testa coperta dal panno nero, dentro una grande fotocamera posta sul treppiede. Perfetta allegoria della fotografia, nuda testimone della realtà che le si pone di fronte alla fotocamera (ed in questo caso anche dietro). Al di là del contenuto erotico di molte delle immagini, che rimane una condizione essenziale, lo scopo principale delle fotografie di Johnston è quello di esaltare la bellezza dei corpi. Come se volesse dire, sommessamente “Non sono nude, vedete, sono vestite di luce”


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Aldo Frangioni

Umberto Buscioni

Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

I

l ventaglio è uno degli oggetti più comuni e più antichi del mondo. Le sue origini risalgono all’antichità e alla notte dei tempi, nel momento in cui l’uomo ha sentito il bisogno di muovere l’aria, con diverse finalità ma con un medesimo gesto. Il “flabellum”, la “ventarola” e il ventaglio vero e proprio si sono evoluti nel corso del tempo grazie alla duttilità propria dell’oggetto e il suo sviluppo è stato determinato in primo luogo dagli scambi culturali. Si tratta in sostanza di un prodotto sociale che ha lasciato una traccia indelebile nella Storia dell’umanità, che ha solcato tutti i campi culturali e sociali dalla politica alla comunicazione eversiva e rivoluzionaria, dall’etichetta dell’alta società alla praticità bellica, sino alla comunicazione pubblicitaria al ricordo di viaggio e alla sfera religiosa (basti pensare al modello “Cento facce”, al “Grand tour” o ai flabelli papali), qualificandosi come una moda, un’abitudine e un costume, in grado di chiamare a sé eccezionali intagliatori, laccatori e artisti in genere per fare di questo straordinario e versatile oggetto un raffinato manufatto artistico. Nel corso degli anni il ventaglio è divenuto un medium comunicativo con un proprio linguaggio e una propria accezione retorica, la cui importanza ricalca tutti i contesti storico culturali del passato. Non a caso rimane il gioiello

Aldo Frangioni

Paolo Staccioli

Ventagli ad arte

che meglio ha interpretato il modo di vivere e l’idea della società delle varie epoche, con forme e decori straordinari e che ancora oggi suscita una curiosità e un’ammirazione fuori dall’ordinario, poiché incarna valenze e significati simbolici e, di conseguenza, è passato alla storia per la sua artisticità. Proprio la culturalità caratteristica di questo oggetto, solo apparentemente comune e quotidiano, è oggetto di una collezione inedita in mostra sabato 12 dicembre al Quadro 0,96 di Fiesole. Nello spazio espositivo più piccolo del mondo si avvicenderanno i pavesi decorati, dipinti e realizzati da Pier Luigi Bacci, Umberto Banchelli, Roberto Barni, Dario Bartolini, Umberto Buscioni, CAVA (Osvaldo Cavandoli), Lido Contemori, Fabio de Poli, Paolo della Bella, Federico di Gesualdo, Falsi Gioielli (Silvia Franciosi), Aldo Frangioni, Marcello Guasti, Donato Landi, Carla Manco, Umberto Mariani, Paolo Staccioli, Sergio Staino, Francesco Vaccarone e Bill Viola. L’esposizione mette in mostra una piccola ma ricca parte della collezione di Luisa Moradei: una raccolta dedicata non solo a rivalorizzare il ventaglio dal punto di vista estetico, ma anche volta a recuperare la seduzione dell’Arte Contemporanea, unendo tradizione e avanguardia, passato e presente, in un unicum che sintetizza le variegate interpretazioni del mondo contemporaneo. La collezione di ventagli di Luisa Moradei ha il pregio di porsi a metà strada tra l’amore per il prodotto artistico e il risveglio culturale: un arieggiante messa in opera, capace di reinventare di volta in volta l’universo dei linguaggi contemporanei e l’Arte in sé, poiché di fatto il ventaglio è sempre stato un oggetto estetico e per tal motivo degno di divenire un autentico supporto artistico a cui affidare la propria visione e la propria interpretazione del mondo.

dalla collezione di Luisa Moradei

a Quadro 0,96


12 DICEMBRE 2015 pag. 7 Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it di

fra musicisti scozzesi e irlandesi, mentre i musicisti della piccola isola erano rimasti sostanzialmente legati all’abito locale. Il dublinese Eoghan Ó Ceannabháin, che suona anche col gruppo Skipper’s Alley, ha preso parte al progetto The Gathering: Collected Oral Histories of the Irish in Montana, ideato per documentare il patrimonio musicale di alcune comunità irlandesi emigrate negli Stati Uniti. Mary Ann Kennedy, musicista scozzese di formazione classica, ha prodotto dischi di James

I

l gruppo celtico è la sola famiglia linguistica europea composta unicamente da idiomi che non hanno lo status di lingua nazionale ufficiale. In teoria fa eccezione l’irlandese, riconosciuto dalla Costituzione dell’isola verde, ma nella pratica anche qui prevale l’uso dell’inglese. Oggi queste sei lingue - bretone, cornico, gallese, irlandese, manx e scozzese - sono parlate poco anche nelle rispettive regioni. Fino a poco tempo fa alcune di loro venivano considerate estinte, ma in tempi recenti questa tendenza si sta invertendo. In ogni caso, rimangono l’espressione di una solidarietà politica e culturale che si esprime prima di tutto nella musica. Lo conferma il CD Aon Teanga: Un Çhengey (Una lingua), che è stato realizzato da tre musicisti: Ruth Keggin (Isola di Man), Mary Ann Kennedy (Scozia) ed Eoghan Ó Ceannabháin (Irlanda). Agli strumenti dei tre protagonisti - fra i quali arpa, fisarmonica e piano - si aggiungono quelli suonati da alcuni ospiti

Fabrizio Pettinelli pettinellifabrizio@yahoo.it di

In epoca lorenese non c’era il mercato delle Cascine, ma i fiorentini che volevano comprare sulle bancarelle non avevano che l’imbarazzo della scelta. Si cominciava alla grande con le fiere delle domeniche quaresimali; le prime tre si svolgevano a Porta San Gallo e i banchi riempivano la Piazza dell’Arco Trionfale (oggi Piazza della Libertà) per spingersi lungo Via della Madonna della Tosse fino all’omonima chiesa, costruita su un terreno magnanimamente concesso da tale signor Pancani, con l’impegno solenne della municipalità di ricordarlo nella toponomastica cittadina: peccato che, per la serie “fatta la grazia gabbato lo santo”, la Via Pancani fosse in seguito dedicata al più titolato Giovanni Pascoli. Le tre fiere di San Gallo, in ordine cronologico, erano dette dei ”curiosi”, degli “innamorati” e dei “furiosi”, con riferimento allo stato d’animo dei visitatori, ed

Fratellanza celtica (basso, chitarra e viola). Il disco (Watercolour Music, 205), composto in prevalenza da brani tradizionali, celebra i legami musicali, culturali e linguistici dei tre popoli. Un lavoro fatto col cuore, ricco di antiche melodie che conservano un fascino enorme. L’elegante confezione include un libretto con note, fotografie e testi originali accompagnati dalla traduzione in inglese. I titolari del disco sono coinvolti in vari progetti collaborativi.

Ruth Keggin, cantautrice emergente della sua isola, ha esordito nel 2014 col CD Sheear (Purt Sheearan Records). L’anno prima aveva collaborato a un progetto regionale che coinvolgeva tre musicisti mannesi e tre norvegesi. Da questo è nato il CD Norwegian Manx Collaboration: Arraneyn as Carryn Songs and Tunes (2014). La presenza di Ruth Keggin in Aon Teanga segna una novità assoluta: esistevano già numerosi dischi nati dalla collaborazione

Graham, Catriona Watt e altri musicisti. Presentatrice radiofonica, dirige l’etichetta Watercolour Music insieme al marito Nick Turner. Per finire, un rilievo veloce ma doveroso. Negli ultimi anni si parla molto di identità culturale. Aon Teanga ci ricorda che questo concetto esprime valori positivi soltanto quando non nasconde livori nazionalistici. In altre parole, se offre all’altro la propria diversità mentre accoglie con curiosità quella altrui.

era costituito dalle pezze di tessuto vendute dalle “tessitore” di Pistoia. Le pezze dovevano essere rigorosamente filate a rocca e, soprattutto, bagnate con la saliva. Guai alla tessitora che, invece di sputarci sopra, si fosse inumidita le dita nell’acqua: non è dato sapere come si potesse riconoscere la differenza ma, visto che lo dice una fonte autorevole come Giuseppe Conti, c’è da credere che le fiorentine di allora fossero in grado di discernere fra tessuti sputacchiati o semplicemente bagnati. La fiera proseguiva in Via dei Servi e Piazza del Duomo che pullulavano di banchi con le

più varie mercanzie. Il 28 settembre a Porta Romana si svolgeva (e si è svolta fino a non moltissimi anni fa) la “fiera degli uccelli”, con gli uccelli da richiamo che raggiungevano prezzi astronomici. Il giorno dopo, San Michele, “fiera delle giuggiole” a Porta alla Croce. Il 28 ottobre, San Simone, “fiera dei marroni” al Canto degli Aranci (Via Ghibellina angolo Via Verdi) con la Piazza Santa Croce piena di mobili e attrezzi da cucina. La stagione delle fiere si chiudeva per San Martino, l’11 novembre, sul Ponte a Santa Trinita e Via Maggio: vista la stagione, i prodotti che andavano per la maggiore erano i “preti” e i “trabiccoli”, marchingegni che forse qualcuno ricorda negli anni dell’infanzia, che servivano per scaldare i letti.

Piazza della Libertà

Firenze, città delle fiere

erano spesso onorate dalla presenza del Granduca in persona. La quarta domenica si svolgeva la fiera di Porta al Prato, mentre la domenica successiva si passava alla “fiera dei contratti”, a Porta Romana, alla quale abbiamo già avuto occasione di accennare, durante la quale i cozzoni combinavano i pateracchi fra giovani coppie di contadini. La sesta domenica, infine, si svolgeva a Porta San Frediano la “fiera dei rifiniti”, dove evidentemente gli affari dovevano essere magri, visto che i portafogli dei clienti si erano prosciugati nelle cinque domeniche precedenti. Il 25 marzo, l’importante fiera della Santissima Annunziata che, a parte le “rificolone”, era analoga a quella dell’8 settembre: in entrambe, infatti, il pezzo forte


12 DICEMBRE 2015 pag. 8 Simone Siliani s.siliani@tin.it di

S

e pensate che ormai destra e sinistra pari son e che vivere sotto un governo conservatore sia sostanzialmente equivalente che vivere sotto un governo progressista, questo articolo vi offre qualche elemento di riflessione diversa. Soprattutto se vivete in Inghilterra e siete dei frequentatori di biblioteche pubbliche (tema che in quel paese è oggetto di continuo dibattito pubblico anche sui maggiori quotidiani, inspiegabilmente per noi italiani appassionati di Leopolde e altri contorcimenti politici). Infatti, uno studio della Chatered of Public Finance and Accountancy (Cipfa, istituto di studi nato nel 1885, sostenuto dalle autorità locali e finalizzato a studi e ricerche relative alla finanza pubblica) rivela che da quando David Cameron è diventato primo Ministro nel 2010 il finanziamento pubblico alle biblioteche ha subito un taglio di 180 milioni di sterline (-16%) e il sistema ha perso il 14% dei suoi fruitori. Nel solo biennio 2014-2015 sono state chiuse 106 biblioteche pubbliche (-2,6%), passando così da 4.023 a 3.917; chiusure che hanno colpito maggiormente il Galles (-11%), meno l’Inghilterra (-2%) e la Scozia (-1%), cioè le aree più povere si impoveriscono di più anche di biblioteche. Ne ha parlato il Guardian del 9 dicembre scorso, cioè un grande quotidiano nazionale perché, contrariamente alla vulgata che ci viene ammannita in Italia, in Gran Bretagna i finanziamenti pubblici alla cultura – e in questo caso alle biblioteche pubbliche – sono elevati e sono oggetto di diverse politiche pubbliche (d’accordo, cosa che da noi è ormai un lontano ricordo). Una questione nazionale, tanto che il governo Cameron cerca addirittura di difendersi. Il portavoce del Governo infatti replica che il sistema della biblioteche conta ancora 265 milioni di accessi (ma segnano un -3,9% rispetto ai 276 milioni del 2013-2014), che sono state aperte o rinnovate diverse biblioteche (a Stafford e Camberwell, o la “Arnold” di Nottingham e la “Leyton” nell’east Londra) e che sono

La differenza tra library e biblioteca

stati inseriti in molte biblioteche servizi nuovi (libero accesso Wi-Fi, prestito online, sostegno all’accesso digitale alle banche dati). Ma il direttore della Cipfa ribadisce che il loro rapporto offre una lettura realistica e cupa della situazione perché i tagli di bilancio continuano a colpire i servizi meno protetti e sempre meno persone usano le bibliodi

teche pubbliche per effetto di questi tagli. Certo, aumentano i volontari nelle biblioteche (+19% nel 2014-15), ma parallelamente diminuiscono i bibliotecari assunti (-4%), fatto che indica un impoverimento di professionalità e di qualità dei servizi offerti. Resta, tristemente, il fatto che nel periodo 2014-15 i tagli ai bilanci delle

biblioteche in tutto il Regno Unito sono stati di 50 milioni di sterline, passando da 1 miliardo di sterline a 0,95. Una questione che potrebbe addirittura entrare nella campagna elettorale prossima che vedrà opposti il giovane e moderno conservatore David Cameron e l’attempato ma per ora vincente laburista Jeremy Corbyn.

mondo e un paese con troppi difetti e sempre gli stessi: ancora troppo ingiusto e squilibrato, dove si premiano i furbi penalizzando il merito e i bisogni, in cui contano più le amicizie che la competenza, più la quantità della qualità. In quella letterina c’è una richiesta precisa: la richiesta di una “possibilità”. Possibilità di cambiare. In effetti il problema è tutto lì. Dalla corruzione che dilaga alle finte rottamazioni, dalle fregature sempre in agguato alle tasse che se diminuiscono da una parte aumentano dall’altra, dalla burocrazia sempre più invasiva alle difficoltà a trovare un lavoro per arrivare in fondo al mese. Tanti indicatori che certificano un fatto: finora tante promesse ma pochi cambiamenti veri. Qualche passione. La voglia di

cambiare non muore mai, non si scoraggia mai del tutto, non si lascia imprigionare dall’indifferenza. C’è qualcosa di “rinnovabile” che alimenta questo bisogno. In modo che tutti possano dare mano. In fino dopo tante delusioni perché non provare anche con Babbo Natale? Auguriamoci che quella letterina arrivi a destinazione e che arrivi alla svelta, prima che anche Lui venga rottamato. Naturalmente solo a parole...

Remo Fattorini

Segnali di fumo “Come vorrei che fosse possibile cambiare il mondo che c’è”. Questo auspicio non è stato indirizzato alla politica, né a qualche leader e nemmeno ai nostri intellettuali, ma a Babbo Natale, attraverso uno dei tanti foglietti appesi all’albero nella stazione di Santa Maria Novella. Per più motivi e qualche passione l’ho fotografato. I motivi. In quelle parole c’è l’espressione di un bisogno (che anch’io ho condiviso e condivido): quello di “cambiare” questo mondo e questo paese. Un


12 DICEMBRE 2015 pag. 9 Roberto Giacinti rogiaci@tin.it di

R

iapre il teatro Niccolini grazie all’editore Mauro Pagliai che lo ha fatto rinascere dopo vent’anni di silenzio “per restituire qualcosa a Firenze, che mi ha dato tanto”. Pagliai, per la Città, assume la connotazione di mecenate, infatti c’è voluto coraggio ad investire in questo settore certamente meno speculativo di un megastore, di una boutique o in un fastfood! Questo luogo lo si conosceva come teatro del Cocomero dal nome della strada poi denominata via Ricasoli, perché dedicata alla famiglia Ricasoli, che sebbene avesse il palazzo più importante in piazza Goldoni, aveva qui il palazzo di Bettino. Lì si giocava anche a carte e a dadi, ma Pietro Leopoldo nel 1773 lo vietò. Sempre qui comparve nel 1793 il personaggio di Stenterello, il popolano all’apparenza sciocco, ma irriverente verso le autorità. La prossima riapertura sarà un evento festoso per la Città come lo fu quando fu inaugurato nel 1657 quando a Firenze, a teatro, andavano solo i Medici e la loro ristrettissima cerchia di eletti. Il teatro del Cocomero era qualcosa di completamente diverso; lo voleva il gruppo di aristocratici che stimolava rappresentazioni di testi italiani e francesi promuovendo l’apertura ad un pubblico decisamente più ampio. Tra i più assidui frequentatori ricordiamo Vittorio Alfieri e Giovan Battista Niccolini, grande tragediografo pisano, il quale vi rappresentò molte tragedie per cui il teatro gli fu intitolato nel 1860. E poi nella sala del Cocomero ci sarà spazio per la neonata Accademia degli Infuocati, recentemente rifondata, che nel secoli scorsi gestiva il teatro, il cui simbolo (una sfera incendiaria che esplode) è dipinto sul soffitto, che avrà il compito di organizzare eventi culturali. Qui speriamo che si pensi anche ai giovani ed in particolare ai piccoli, magari avviando la costituzione di una Associazione del Cocomero con la quale

Il teatro del cocomero promuovere le rappresentazioni a loro adatte. E’ importante per un giovane appassionarsi al teatro, io lo devo ad Alfonso Spadoni, per

Lido Contemori lidoconte@alice.it di

Il migliore dei Lidi possibili La proposta del Governo per sostenere la Banca delle Marche, la Banca Etruria, la Carichieti e la Carife

Disegno di Lido Contemori

Didascalia di Aldo Frangioni

trentadue anni mitico direttore del Teatro della Pergola a cui si deve, appunto, l’avvio degli abbonamenti “Eti21” dedicati ai ragazzi, che mi invitava nella

sua barcaccia aiutandomi ad apprendere e ad elaborare il senso critico, anche col racconto delle storie delle Compagnie di volta in volta in scena!


12 DICEMBRE 2015 pag. 10 Paolo Marini p.marini@inwind.it di

È

ancora possibile trovare in circolazione quella merce rara che è una rappresentazione obiettiva della realtà, mentre tutto è così smaccatamente oggetto di manipolazione faziosa o, comunque, interessata? Il Censis accredita la propria indagine sulla situazione sociale del Paese - che viene sfornata, ogni anno, dal 1967 – come “il più qualificato e completo strumento di interpretazione della realtà italiana”. Pochi giorni fa è uscito il 49° rapporto che. in effetti, pare tutt’altro che uno spot o una gigionata. Il titolo (“Una società a bassa autopropulsione, che non ritrova il gusto del rischio”) è già un controcanto alla propaganda allucinogena del governo. “Nell’Italia dello zero virgola continua a gonfiarsi la bolla del cash cautelativo” (come conferma un’inflazione inesistente malgrado le iniezioni monetarie della Banca Centrale Europea) e in 4 anni (giugno 2011-giugno 2015) il patrimonio finanziario degli italiani è cresciuto di 401,5 miliardi (+6,2% in termini reali): sono soldi riposti, perché “il risparmio è ancora la scialuppa di salvataggio nel quotidiano”, se è vero che nell’anno trascorso ben 3,1 milioni di famiglie hanno intaccato i propri risparmi per fronteggiare le spese mensili. C’è mancanza di fiducia, come io sostengo, o di ‘fame’, come altri (mi) suggeriscono? Si Potrebbe azzardare che, in generale (le indagini statistiche fanno sempre torto ai milioni di casi singoli), non si sia (ancora) messi così male da ‘dovere’ ma neppure orientati così bene da ‘volere’ rischiare. Il rapporto raffigura una società ‘seduta’, dove un numero importante di cittadini percepisce l’assunzione del rischio come un azzardo che “lascerebbe impresse cicatrici profonde sulle (...) solitarie biografie personali”. Così, per esempio, “tra il 2009 e il 2015 si osserva una riduzione dell’11,2% dei negozi di ferramenta, dell’11% dei negozi di abbigliamento, del 10,8% delle librerie, del 10,5% delle macellerie, del 9,9% dei negozi di

Una società seduta (a tavola)

calzature, dell’8,7% dei negozi di articoli sportivi. Crescono invece del 37% i take away, del 15,5% i ristoranti, del 10% i bar, dell’8,2% le gelaterie e pasticcerie”. Insomma, consolare frustrazioni e mancanza di prospettive nella tavola, così ripiegano gli italiani? In effetti, è facile constatare la crescente pervasività del cibo, non si sente che parlare di cene, di ricette, di cucina, che siano i nuovi panes et circenses? Che Massimo Cavezzali cavezzalicartoons@hotmail.com di

si siano volturati impegno e progettualità con la resa ad un edonismo tanto banale, quanto (sottilmente) disperato? Altri dati interessanti emergono dallo studio: anzitutto quel 55,3% di italiani che vuole il taglio delle tasse, anche a costo di una riduzione dei servizi pubblici, posto che “l’esigenza della riallocazione del risparmio in modo più funzionale all’economia reale si lega strettamente alla richiesta di scongelare quo-

Scavezzacollo

te del (...) reddito aspirate dalla fiscalità”. Il dato (per quanto da prendere con le molle, per più di una ragione) riporta al nodo gordiano di una tassazione esosa al servizio di una estesa ed allegra gestione pubblica che (al di là di estemporanee operazioni di ‘maquillage’) nessuno osa mettere in discussione. Forse non è un caso se tra i cittadini “solo quote minime hanno fiducia nei partiti politici (9%), nel Governo (16%), nel Parlamento nazionale (17%), e la percentuale di quanti ripongono fiducia nell’operato delle autorità regionali e locali (il 22%) è meno della metà di quanto si riscontra in media nel resto del continente (47%).” D’altronde non è la politica-pifferaia che può infondere la fiducia che serve, bensì quella capace di progetti a lungo termine (di cui quasi non abbiamo memoria) potrebbe, semmai, arare il terreno adatto al recupero - tutto individuale di fiducia e di iniziativa. Diciamolo pure: se continueremo a comportarci, a vivere così - da servi, da sudditi -, da chi mai dovremo aspettare un cambiamento?


12 DICEMBRE 2015 pag. 11 Simonetta Zanuccoli simonetta.zanuccoli@gmail.com di

I

l primo settembre del 1715 moriva nel castello di Versailles, residenza ufficiale del re e della sua corte, Luigi XIV. A trecento anni da questo evento, nell’ambito di una serie di manifestazioni, la reggia di Versailles fino al 21 febbraio 2016 presentata la mostra Le Roi est mort. In esposizione dipinti, medaglie, gioielli, statue, documenti, ornamenti e mobili funerari...provenienti dai più grandi musei e collezioni francesi e internazionali presentati in una ambientazione con effetti spettacolari disegnata dal famoso scenografo e regista teatrale Pier Luigi Pizzi. La mostra, la prima sul tema, attraverso una lunga e rigorosa ricerca durata tre anni e che ha visto impegnati studiosi di varie discipline, vuole documentare gli ultimi giorni e la morte del Luigi XIV, aspetti questi rimasti ai margini della storia di un re sul quale tanto si è scritto. L’intento è anche quello di capire il significato religioso, politico e sociale dei complessi cerimoniali funerari nelle corti francesi dell’ ancien régime. Il Re moriva sotto gli occhi di quei cortigiani il cui rango consentiva di assistere a tutte le fasi della sua vita fin dalla nascita. Con la formula le Roi est mort, vive le Roi! si annunciava al popolo contemporaneamente la morte del Re e l’avvento del suo successore affermando così la continuità e l’assolutismo monarchico. Mentre a corte iniziava il periodo di lutto secondo una rigida etichetta (documentata alla mostra da un’ampia sezione di ritratti e stampe miniate), al Re morto veniva preso il calco in cera del volto, che poi forgiato in metalli preziosi sarebbe stato esposto durante i riti funebri, e poi sottoposto a autopsia (presente a Le Roi est mort in manoscritto la descrizione di quella del Luigi XIV) per estrarre, secondo una tradizione nata del 1300 con la morte di Filippo il Bello, il cuore e le viscere che avevano due tumulazioni diverse da quella del corpo. Quest’ultimo veniva poi imbalsamato, sempre davanti ai soliti cortigiani, e rinchiuso in una tripla bara di quercia e piombo. Mentre il nuovo sovrano e la regina restavano nella

Le Roi est mort, vive le Roi!

Pittori nelle terre di Lucchesia

Inaugura il 19 dicembre la mostra “Dipingere l’incantesimo – Pittori nelle terre di Lucchesia di inizio ‘900” al Palazzo delle Esposizioni (Fondazione Banca del Monte di Lucca piazza San Martino, 7 – Lucca). La mostra, che prosegue idealmente il percorso avviato con le esposizioni: “Fra il Tirreno e le Apuane” che si è tenuta a Lucca e “The Enchanted Land” che si è svolta a Glasgow, è curata da Umberto Sereni.

“Dipingere l’incantesimo” riunisce una cinquantina di dipinti di pittori lucchesi e stranieri, sui tre piani del prestigioso edificio, sono esposte opere che provengono anche da collezioni private e raramente presentate al pubblico. Il filo conduttore è il paesaggio lucchese: dalla Versilia, alla Piana, alla Garfagnana, che in quel periodo storico entrò da protagonista nei dipinti di autori lucchesi e stranieri.

reggia vestiti a lutto, lui in rosso, lei in bianco, il feretro con corpo veniva trasportato con una fastosa cerimonia alla basilica reale di Saint Denis dove rimaneva esposto per 40 giorni. Per tutto questo tempo questo tempo, con un rituale dal sapore tribale, si continuava ad offrire al Re defunto cibo e cure come se fosse vivo mentre le cerimonie religiose si svolgevano in tutta la Francia di giorno e di notte. Durante l’inumazione, nella magnificenza di un funerale-spettacolo che nel corso dei secoli aveva stimolato la fantasia architettonica delle decorazioni funebri, nella cripta oltre al feretro venivano messe le insegne delle imprese militari e del potere come lo scudo, le armi lo scettro e la corona. Luigi XIV morì il primo settembre per una cancrena ad una gamba all’inizio curata come sciatica dal medico di corte, Fagon, con impacchi di vino di Borgogna caldo e latte di asina. Il suo era stato un regno lunghissimo durato 70 anni da quando nel 1643 a soli 5 anni era diventato re. Il lungo corteo funebre lasciò la reggia di Versailles l’8 settembre all’imbrunire per raggiungere alla luce delle torce, tra suoni di tamburi e canti, all’alba la basilica di Saint Denis, a nord di Parigi, allestita con grandiosa teatralità in nero, oro e argento e illuminata da migliaia di candele. Il suo cuore fu invece seppellito nella chiesa di Saint-Louis des Jésuites e le viscere a Notre Dame. Io sono Apollo, Dio del Sole e tutto spende per me e intorno a me. Inchinatevi o voi al mio cospetto e abbandonatevi alla luce che io emano ma pochi decenni dopo, durante la Rivoluzione, neppure il grande Re Sole fu lasciato riposare nella basilica di Saint Denis. Chiesa e tombe come la sua, quella della madre, Anna d’Austria, di Maria de Medici e di Enrico IV furono profanate e i resti dispersi in anonime fosse comuni. Del potente Luigi XIV rimane solo il cuore in un’ampolla di vetro nella cripta di Saint Denis sotto l’altare maggiore. Piccola nota di cattivo gusto: è possibile seguire su un sito web in tempo reale, ora per ora, gli ultimi suoi giorni. Ormai il re è veramente nudo!


12 DICEMBRE 2015 pag. 12 Claudio Cosma claudiocosma@hotmail.com di

I

l 14 dicembre 2015 si inaugura l’ultima mostra della trilogia fiesolana “A un passo da ...” col terzo pittore, dopo Vairo Mongatti e Aldo Frangioni. Come curatore, ho usato diligentemente le regole classiche in uso nell’arte contemporanea nella scelta degli artisti che rappresenteranno una specifica idea. Nel nostro caso tre pittori, quindi vicinanza di tecnica e nello specifico tre artisti della stessa generazione, quindi anche vicini anagraficamente e culturalmente. Una idea critica consistente nel collegare spazi diversi con un percorso reale e uno di fantasia e nella pudica volontà di non voler fare mostra dei propri talenti o al contrario di voler celare le proprie mancanze, esponendo due soli lavori per volta, in condizioni contrarie alle logiche delle esposizioni tradizionali e oramai, per me, inflazionate. Gli stessi spazi espositivi, consistenti in una piccola vetrina e nel difficile spazio, segnato da forti preesistenze, di un ristorante etnico. Lo scarto maggiore è geografico, i due primi sono rispettivamente di Firenze e di Fiesole, ma il terzo è di New York. Tutti hanno a che vedere con il mio spazio fiorentino, ovvero la Fondazione Sensus, dove hanno partecipato ad alcune mostre a tema e dove i loro lavori sono esposti in permanenza, inoltre Fred Charap sarà protagonista a maggio prossimo di una personale, che rappresenterà a Firenze a sua prima consistente esibizione. Anticipo anche che i tre artisti con i lavori scelti per la mostra “A un passo da ...” saranno oggetto di una replica di questa da Sensus, essendomi particolarmente piaciuto come si sia svolta la mostra fiesolana. Io personalmente non sono un curatore, ma semplicemente una persona estremamente fortunata da poter disporre del vasto spazio fiorentino e della vetrina di Fiesole per esprimere la mia passione per l’arte contemporanea allestendo in questi spazi i lavori che ho raccolto a partire dagli anni ‘80 e organizzando mostre con gli artisti che mi interessano, sia per farli conoscere, anche se spesso questi artisti sono già ben conosciuti ed apprezzati, sia, sopratutto per disporre le loro opere secondo un mio specifico linguaggio estetico

A un passo

Fred Charap, White Wall, 2015

Fred Charap, Ashes, 2011

da

New York

Fred Charap, Love Song, 2015

che prima della realizzazione di Sensus esisteva solamente nei miei pensieri e che dal dicembre del 2012, data della sua creazione, è ha disposizione del piccolo numero di appassionati che per una qualche maniera, mai casuale, vengono a contatto con me. Fred Charap, ebreo newyorchese trasferitosi da tanti anni in un delizioso paesino della Maremma toscana, costruisce muri, aggregati di materiali in uso ai pittori che di tela, corde, colla e molteplici strati di colore ad olio, diventano vere e proprie sculture atte a elaborare ed esplorare i significati semantici e biopolitici racchiusi nella parola stessa. “La parola Muro evoca innumerevoli e contraddittori aspetti del vivere contemporaneo, ma rimanda allo stesso tempo a quanto tale parola appartenga a tutte le epoche dell’uomo, dalla Grande Muraglia cinese, che non è riuscita ad impedire l’invasione per la quale era stata edificata, ai muri dell’Hortus Conclusus, che racchiudeva, proteggendola, la vita cortese e di meditazione conventuale che lì si svolgeva nel Medioevo. Il Muro diventa quindi una difesa di valori intellettuali ed estetici, dei giardini del Rinascimento e parallelamente le mura di costrizione razziale dei ghetti. Il muro è anche il rappresentante della domesticità nelle pareti divisorie delle nostre case e si contrappone ai recinti dei Campi di Concentramento dove si è compiuto il più disumano degli accadimenti del secolo passato. I Campi, come le trincee sono protetti da recinti di filo spinato, a volte elettrificato per segnare un “limite invalicabile” (termine ancora usato per le proprietà dell’esercito) tra la libertà che attiene al libero arbitrio dell’individuo e la violenza del potere statuale” (da un mio testo del 2012 di analogo contenuto). La collocazione dei muri di Charap appartiene allo stesso comune genere mimetico, infatti sia ad India che nella Vetrina potranno sembrare non i raffinati lavori d’arte che sono, ma affioramenti di pietre dopo una perdita di intonaco che al visitatore sprovveduto potranno apparire come frutto di un recente sisma. In due luoghi diversi di Fiesole: Sensus Vetrina in piazza Mino accanto al Ristorante Vinandro e il Ristorante India, in via Gramsci


12 DICEMBRE 2015 pag. 13 Barbara Setti twitter @Barbara_Setti di

I

l termine sentiment deriva dal gergo finanziario e significa originariamente, in borsa, l’umore dominante nella giornata tra gli operatori e l’andamento del mercato che ne deriva. In rete il sentiment si può definire come il pensiero degli utenti espresso sul web nei confronti di prodotti, servizi, brand, ecc. Il web sentiment viene analizzato e ascoltato per rilevare le opinioni degli utenti e catalogare le loro opinioni suddividendole, appunto, per brand, prodotti, ecc. Travel Appeal, startup fondata nel 2014 da Mirko Lalli e incubata in H-Farm, ha appena pubblicato l’analisi dei 25 più importanti musei italiani, analizzandone il web sentiment o, più efficacemente, guardandoli con gli occhi dei visitatori. È comparato il monitoraggio dal 30 novembre 2013 al 30 novembre 2014 con quello 2014/2015, analizzando sostanzialmente tutti i canali social: tripadvisor, facebook, google+, foursquare, yelp. I contenuti analizzati sono cresciuti da quasi 25 mila a più di 28 mila e si nota sempre più forte la presenza di tripadvisor, che dal 66% (15.941 contenuti) del 2013/2014 sale al 92% del 2014/2015 24.453), soprattutto a discapito di facebook (da 7.496 nel 2013/2014 a poco più di mille nel 2014/2015). Il resto è molto minoritario e statico, a parte google+ che triplica i contenuti (da 223 del 2013/2013 a 643 del 2014/2015). La valutazione globale di soddisfazione su tutti i canali è costante e si aggira sul 79%. I giudizi più alti, sostanzialmente uniformi nei due periodi analizzati, sono relativi alle impressioni generali, cioè la percezione del museo e l’esperienza nel suo complesso (80%), come vengono percepiti gli spazi, in termini di sale, mostre, percorsi, segnaletica, illuminazione, pulizia (81%), la posizione e l’accessibiltà dei luoghi (84%). Cresce l’apprezzamento sui servizi di ristorazione, che passa da un non lusinghiero 65%, considerando che siamo in Italia, al 77%. E qui apro una parentesi. Senza arrivare agli chef stellati di musei come il Gugghenheim di Bilbao, il Museum of Modern Art di New York o il Rijkmuseum di Amsterdam, spesso nei nostri musei la ristorazione o i bar sono tristi autogrill.

I sentiment di un museo Calano anche se di poco i giudizi sui servizi (bagni, servizi tecnologici di comunicazione, wi-fi, ecc.) da 61% a 59%, scende di 10 punti, da un bell’80% al 70%, la percezione degli eventi interni (attività didattiche, laboratori, corsi, presentazioni), crolla il giudizio sulla percezione dell’accessibilità e delle infrastrutture (parcheggi, percorsi, ascensori, ecc.), da un 78% a un non lusinghiero 65%. Immaginando che in un anno la situazione, nei musei, non sia molto cambiata, propendo piuttosto a ritenere che il pubblico sia sempre più esigente, perchè abituato a viaggiare e a richiedere sempre di più quelli che si possono considerare servizi essenziali. Rasenta a stento la sufficienza il giudizio sui costi. In una recente intervista Mirko Lalli evidenzia come, rispetto alla media dei musei occidentali, quelli italiani non siano affatto tra i più cari e che, quindi, si tratti piuttosto di una cattiva o non adeguata comunicazione e percezione del valore del museo. Sono perfettamente d’accordo con questa analisi, che si collega con quanto sopra rispetto ai servizi essenziali. Credo anche che i Musei italiani siano pensati, e parlo dei principali come quelli analizzati da questa ricerca, solo per i turisti, sia interni che esterni, e pochissimo per i residenti, ad esclusione di quelli in età scolare. Se è pur vero che recentemente si sono fatti passi avanti in questo senso, con le domeniche gratuite, mi chiedo perché non si riesca a pensare e a istituire, per esempio, una card per residenti, che a fronte di un pagamento annuo, consenta di entrare nei musei quante volte si vuole. Per il gusto di andare a vedere una sola opera, per fare una passeggiata dentro un museo e non in un centro commerciale, per considerare il Museo parte della città come una strada, una facciata, una chiesa o una statua. Come dice Alan Bennet in quello splendido libriccino che è Una visita guidata, “[nella National Gallery] la gente viene qui per le ragioni più varie: per rilassarsi un po’, o per ripararsi dalla pioggia, o per guarda-

TRAVEL APPEAL INFOGRAPHIC

25 importanti musei italiani visti con gli occhi dei visitatori.

I DATI ANALIZZATI

24 Mesi

PERIODO MONITORATO

Fino al 30 Novembre 2015 comparato con i 12 mesi precedenti

CANALI ANALIZZATI

30 Novembre 2014

29 Novembre 2013

30 Novembre 2015

CONTENUTI ANALIZZATI

28.106

29 Novembre 2014

24.880

(Il 66,26% proviene da TripAdvisor)

24.453 (Il 92,04% proviene da TripAdvisor)

15.941

7.496

1.024 223

643 313

310 87

135

>

>

79,57%

79,01%

SODDISFAZIONE GENERALE DEI VISITATORI Sentiment complessivo attuale valutato in 12 mesi su tutti i canali

re i quadri, o magari per guardare le persone che guardano i quadri”. A proposito, la National Gallery è gratuita, ma questo sarebbe tema per un altro articolo. SENTIMENT Il Museo che raggiunge DETTAGLIO l’indice più elevato di sentiment è il fiorentino 80,51% 79,59% Museo Nazionale del Bargello, con il 94,14%, seguito dalla Galleria Nazionale e 75,22% dell’Umbria (90,51%) 74,63% dalla Reggia di Caserta (90,44%). Il primo museo archeologico è 81,05% 81,07% quello di Taranto, all’ottavo posto con quasi l’86%, il primo di arte contemporanea il MART al 79,65% sesto, 70,03% il Museo Nazionale del Cinema di Torino 59,08% al quinto posto. Al61,29% decimo posto il primo museo scientifico, il MUSE di Trento, al quattordicesi65,02% 78,01% mo la prima area archeologica, che è quella di Paestum. Se si84,63% fa un confronto con i primi 84,42% 5 musei nazionali più visitati nel 2014 (Circuito Archeologi65,66% 77,03% co “Colosseo, Foro Romano e Palatino”, Museo degli Uffizi, Scavi di Pompei, Galleria dell’Accade51,32% 50,03% mia e Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo) - le cui statistiche sono recentemente uscite sul sito MUSEI & SENTIMENT del MIBACT - sono presenti nell’indice di Travel Appeal solo gli Uffizi, al 21mo posto. Nell’elenco del Ministero il Bargello è al 29mo posto, come numero di visitatori, la Galleria Nazionale dell’Umbria non è nei primi 30, la reggia di Caserta, 30 Novembre 2014

30 Novembre 2015

DISTRIBUZIONE DEI GIUDIZI PER SENTIMENT

Giudizi Positivi rilevati nei contenuti

30 Novembre 2014

29 Novembre 2013

29 Novembre 2014

Giudizi Negativi rilevati nei contenuti

29 Novembre 2013

30 Novembre 2015

29 Novembre 2014

IMPRESSIONI GENERALI

Giudizi orientati alla percezione generale dei musei e alla valutazione dell’esperienza nel complesso.

ACCOGLIENZA

Giudizi sulla percezione dell’accoglienza: personale, assistenza, biglietteria, code, guide, folla, attesa, ecc.

SPAZI

Giudizi sulla percezione degli spazi: sale, mostre, percorsi, allestimenti, illuminazione, segnaletica, pulizia, luoghi interni, luoghi esterni, ecc.

ATTIVITÀ & EVENTI

Giudizi sulla percezione degli eventi interni: laboratori, attività didattiche, corsi, presentazioni, ecc.

SERVIZI

Giudizi sulla percezione dei servizi: bagni, serv. tecnologici, di comunicazione, di climatizzazione, wifi, bookshop, guide, ecc.

ACCESSIBILITÀ

Giudizi sulla percezione dell’accessibilità e delle infrastrutture: percorsi, parcheggi, ascensori, pedane, trasporti, ecc.

POSIZIONE

Giudizi sulla posizione e raggiungibilità dei luoghi.

RISTORAZIONE

Giudizi sulla percezione qualitativa della ristorazione interna ai musei: bar, ristoranti, caffetterie, ecc.

COSTI

Giudizi sulla percezione dei costi riferiti ai biglietti d’ingresso e all’acquisto di servizi e prodotti interni ai musei (ristorazione e bookshop).

94,14% 90,51% 90,44% 90,05% 88,05% 87,97% 86,33% 85,81% 85,76% 85,54% 84,06% 83,37% 82,99% 81,71% 81,61% 80,77% 79,50% 78,20% 77,96% 77,61% 77,50% 77,41% 77,31% 73,01%

Museo Nazionale del Bargello Galleria Nazionale dell'Umbria

Reggia di Caserta Galleria Estense Museo di Capodimonte Museo Nazionale del Cinema di Torino MART - Museo di Arte Moderna e Contemporanea Museo Nazionale Archeologico di Taranto Palazzo Reale di Genova

MUSE - Museo delle Scienze Palazzo Ducale di Mantova Palazzo Reale di Torino Galleria Borghese Parco Archeologico di Paestum Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea Pinacoteca di Brera Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci Galleria Nazionale d'Arte Antica in Palazzo Corsini Gallerie dell'Accademia di Venezia Museo Archeologico di Napoli Galleria degli Uffizi Galleria Nazionale d'Arte Antica in Palazzo Barberini Galleria Nazionale delle Marche Musei Vaticani

assieme al circuito monumentale Vanvitelliano (Palazzo Reale, Parco e Giardino all’inglese), all’11mo. Da questi numeri l’idea che mi sono fatta è che i visitatori che lasciano traccia, che parlano della loro visita al museo, sono visitatori consapevoli, autonomi, che forse viaggiano meno in gruppo o in gruppi organizzati. Che, insomma, decidono e si scelgano la visita, creandosi un loro itinerario in autonomia, secondo traiettorie meno mainstream e massificate dei grandi musei. Provo così a spiegarmi, per esempio, il podio della ricerca di Travel Appeal. Stupisce tuttavia che nella classifica di Travel Appeal non ci sia la Venaria Reale o l’Egizio di Torino. Non mi stupisce invece l’alto livello in classifica dei musei non artistici o non archeologici, oppure di arte contemporanea: è da tempo noto che sono i più attivi nei canali social. E qui veniamo all’ultimo punto. Quasi tutti i musei (92%) hanno un sito web attivo, molti (rispettivamente il 64% e il 52%) usano facebook e twitter, molto pochi gestiscono le loro immagini (solo il 24% su instagram, 12% su pinterest), un po’ meglio (44%) su youtube. Ma, mi chiedo, cosa servono queste pagine, se le recensioni con risposta sono lo 0,02% con una media di 6 giorni per rispondere? Non penso a raffinatezze come i recenti nuovi video su youtube del British Museum o alla serie Angel Trail della National Gallery di Londra (a proposito, il direttore è un italiano, si chiama Gabriele Finaldi), ma all’idea che la gestione dei canali social diventi parte integrante della gestione di un museo. Le cose si stanno comunque muovendo, al di fuori dei canali istituzionali, basti pensare a #svegliamuseo, per fare solo un esempio. Oppure, che fine hanno fatto i terribili @Bronzo A e @Bronzo B, che per un certo periodo cinguettavano senza sosta per parlare dei Bronzi di Riace nel nuovo museo di Reggio Calabria? Presenza, attenzione, cultura della rete, contenuti e continuità, se devo pensare alle parole chiave che spessissimo mancano, in quella che dovrebbe essere la redazione social di un museo. E ricordarsi che si è lì per i visitatori, a loro disposizione, per incuriosirli, interessarli e soprattutto parlare con loro. Si chiama engagement, se fatto bene funziona, eccome.


Bizzaria degli oggetti

12 DICEMBRE 2015 pag. 14

Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it a cura di

Barella

Dalla collezione di Rossano

C

onsiderando che per Barella, diminutivo di bara, si intende “un piano di assi fra due stanghe per trasportare chicchessia”, quella acquistata da Rossano ne è una versione elegantissima. Databile intorno al 1920, in legno curvato e con la seduta e lo schienale di “paglia di Vienna”, mantiene sul retro uno “chicchissimo” contrassegno di fabbrica “Carter,Invalid Chair Maker, London”. La Carter è rimasta attiva fino al 1954, vi allego una immagine illustrativa dei suoi prodotti conservata in un Museo Londinese, fra essi riconoscibile il nostro modello. E’ proprio questo marchio di fabbrica che ci permette di non ritenerla una “portatina”, oltre forse alla sua struttura abbastanza semplice, le portantine erano infatti decorate e spesso sormontate da bellissimi ed elaborati abitacoli e, forse anche erano state dismesse all’inizio del ‘900. Il primo strumento usato per trasportare i malati, almeno qui da noi a Firenze, si chiamava “zana” ed era una specie di gerla da mettersi sulle spalle nella quale si infilava il malcapitato sofferente. Ad essa fece seguito il “cataletto”, una specie di cassone cui erano fissate due pertiche. Michele Rescio mikirolla@gmail.com di

Togliamo i semi dell’anguria e tagliamola a pezzi. Laviamo e tagliamo i pomodori. Mettiamo il pomodoro a pezzi in una casseruola con un po’ d’acqua e portiamo a ebollizione. Lasciamo a fuoco medio fino a quando il pomodoro è cotto. Passiamo i pomodori e l’acqua che è stata rilasciata dallo schiacciapatate. Mettiamo da parte la salsa di pomodoro ottenuta. Mescoliamo la salsa di pomodori con l’anguria tagliata a pezzi. Mettiamo da parte un po’ di anguria per la decorazione. Aggiungiamo le foglie di basilico e i cubetti di ghiaccio. Sbattiamo tutto bene fino a ottenere la consistenza desiderata. Serviamo in una ciotola ben

Nel 1244 nasce infatti, a Firenze, la Venerabile Arciconfraternita della Misericordia, prima istituzione di soccorso organizzato, di ispirazione cristiana per cui la cura ed il soccorso agli ammalati erano visti come opera di carità volontaria ed anonima. Per mantenersi sconosciuti i “confratelli” indossavano un tonacone corredato da un terrifico cappuccio nero con due fori per gli occhi detto buffa, dismesso nemmeno da tanto visto che gli “uomini neri” sopravvivono nei miei spaventati ricordi infantili. In visita alla Casa di Garibaldi a Caprera rimasi colpita dalla bellezza retrò della sedia a rotelle che troneggia nell’atrio e accoglie i visitatori, gli fu donata dal Comune di Milano nel 1880, è così che ho appreso della sua forzosa immobilità senile, causata dalla ferita ad una gamba e, dicesi, dall’artrite reumatoide. Non circolano facilmente notizie sulla fragilità, sia pure acquisita, dei Supereroi!

Zuppa di cocomero fredda con i pezzetti di anguria, guarniamo con foglie di basilico e condiamo con un filo d’olio d’oliva, sale e pepe macinato al momento. Ingredienti: 1 anguria 600 g pomodori maturi Cubetti di ghiaccio Foglie di basilico e olio al basilico Pepe, olio e sale.


12 DICEMBRE 2015 pag. 15

Scottex

Aldo Frangioni presenta L’arte del riciclo di Paolo della Bella

Il cappio di carta o citazione da L’origine du monde di Gustave Courbet: scegliete

Scultura leggera

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Dopo il successo registrato al Teatro Argentina di Roma e quello al Teatro dell’Opera di Firenze con quasi 1.000 spettatori paganti, torna in scena in Toscana Eneide di Krypton – un nuovo canto, al Teatro Verdi di Pisa, l’11 e 12 dicembre alle 21, grazie alla programmazione congiunta fra Teatro di Pisa e Fondazione Toscana Spettacolo onlus, la quale con questa scelta coniuga concretamente il rapporto fra teatro e musica, così come indica il nuovo decreto ministeriale. Eneide è infatti un importante esempio di come l’estetica teatrale innovativa e la musica insieme costituiscano una vera e propria tessitura drammaturgica. Dal vivo Gianni Maroccolo, Antonio Aiazzi e Francesco Magnelli eseguono le musiche, mentre i tre performer Martina Belloni, Giorgio Coppone e Marta Tabacco agiscono la scena virtuale generata dalla figura di Giancarlo Cauteruccio, regista/attore, che attraverso la sua particolare narrazione si pone come deus ex machina. L’opera teatrale, in questa lettura registica, fonda la sua posizione

Un nuovo canto dell’Eneide

poetica e politica sulla considerazione di Enea, eroe sacro, come rappresentante -forse- del primo migrante della storia, fuggito da Troia per approdare sulle coste latine, portando con sé una nuova

civiltà che sarà destinata a segnare fortemente l’occidente partendo dalla fondazione di Roma. Uno spettacolo che risulta essere di cocente attualità in questi tempi segnati dall’emergenza e dalla

paura, come ben analizza Giuliano Compagno nel libro Epica di un migrante (Iacobelli Editore), scritto su Eneide di Krypton, lanciando un forte segnale di riflessione verso le nuove generazioni.


lectura

dantis

12 DICEMBRE 2015 pag. 16

Canto XII

Disegni di Pam Testi di Aldo Frangioni

Dante e Virgilio entrano nella selva dei suicidi, i dannati sono tramutati in alberi, dove le Arpie fanno il loro nido, incontrano un illustre personaggio che si è tolto la vita e rocconta di tanti altri che nel periodo di crisi economica, anche per colpa dei banchi, hanno disperatamente fatto analogo estremo gesto Le figlie di Taumante e dell’Elettra, appollaiate sopra strane piante, feronci na’ paura maledetta. Esseri dall’aspetto ributtante faceano nido sopra degli arbusti, da lì venia un grido attorcigliante. Per timore bloccai li passi giusti, pensai che lui pensò che io pensassi ch’omini si celassero nei fusti, e lo Maestro a me “Se tu tagliassi dagli alberi un picciolo rametto, lo pensier tuo più chiaro esso si fassi”. E così feci, con un colpo netto. E il legno si lagnò dello mio gesto: “Non hai pietà per me che son negletto” e raccontammi, con vociare mesto, che s’era, di sua volontà, la vita tolto. La stessa cosa fè l’inter foresto: come quest’artigian d’usura colto, o l’altro ancor colpito da gabella, e di recente il bosco è ancor più folto a molti si tagliò sua vita bella gente che potea campa’ senza penuria, a causa d’un banco perse la cervella per la mala finanza dell’Etruria dove i fiorini eran fatti di carta. Così fine venne dolor, non la goduria.


in

giro

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Un tè da Ristori

Toscana del ‘900 la Toscana dell’arTe

Teatro di Villa Torlonia domenica 13 dicembre 2015, ore 17.00

Modigliani,Viani, soffici, rosai e gli alTri grandi MaesTri nella Toscana del ‘900

OUTSTANDING

installazione di luce di Fabrizio Crisafulli

12 - 13 dicembre 2015

Inaugurazione: sabato 12 dicembre - ore 18,00 Orario domenica 13 dicembre: 10-13/16-19,30

IL TEATRO DEI LUOGHI LO SPETTACOLO GENERATO DALLA REALTA’ presentazione del libro di Fabrizio Crisafulli

con Fabrizio Crisafulli, partecipano: Dario Evola (Accademia di Belle Arti, Roma) Raimondo Guarino (Università RomaTre, Roma) Bjørn Laursen (Università di Roskilde, Danimarca) Silvia Tarquini (edizioni Artdigiland) Coordina Paolo Ruffini ingresso libero fino ad esaurimento posti disponibili

Il giorno di Santa Lucia, protettrice della vista e della luce, Fabrizio Crisafulli, di ritorno dalla Danimarca, dove ha ricevuto la laurea ad honorem per la sua ricerca teatrale all’Università di Roskilde, espone il suo innovativo approccio al teatro con un’istallazione di luce intitolata Outstanding e la presentazione del volume Il teatro dei luoghi. Lo spettacolo generato dalla realtà (Artdigiland, 2015). Interverranno con lui Dario Evola (Accademia di Belle Arti, Roma), Raimondo Guarino (Università RomaTre, Roma), Bjørn Laursen (Università di Roskilde, Danimarca) e Silvia Tarquini (edizioni Artdigiland), coordinati da Paolo Ruffini. Il volume analizza i caratteri e le modalità operative di quel particolare tipo di ricerca che Crisafulli, noto anche come filosofo della luce, ha chiamato “teatro dei luoghi”, a oltre vent’anni dalla sua prima formulazione, descrivendo, attraverso riflessioni ed esempi concreti, gli sviluppi di un modo radicalmente nuovo di concepire e fare il teatro. Il “luogo” e l’insieme delle relazioni che lo costituiscono vengono assunti come matrici della creazione teatrale, in tutti i suoi aspetti: la drammaturgia, il corpo, la parola, lo spazio, la luce, il suono, la tecnica. Il testo fa definitivamente chiarezza sul fatto che il “teatro dei luoghi” – nell’uso comune a volte inteso (e frainteso) semplicemente come teatro che si svolge fuori dagli edifici teatrali – non è definito dallo spazio dove si realizza lo spettacolo, ma dall’idea stessa di “luogo” e dal modo specifico in cui il lavoro si relaziona al sito, in qualsiasi posto si svolga. Fabrizio Crisafulli, architetto di formazione, è regista teatrale ed artista visivo. Con la sua compagnia, e come autore di installazioni, svolge la propria attività in Italia e in ambito internazionale. Il suo lavoro è incentrato sulla ricerca delle necessità e motivazioni comuni del teatro, della danza e delle arti visive, in direzione di un’unità poetica. Aspetti peculiari del suo lavoro sono l’uso della luce come soggetto autonomo di costruzione drammaturgica e il teatro dei luoghi, ricerca, quest’ultima, che affianca alla produzione per il palcoscenico. Insegna all’Accademia di Belle Arti di Roma. Svolge, in Italia e all’estero, attività pedagogica e laboratoriale presso università, accademie, festival e istituzioni teatrali. Tra le sue pubblicazioni, il volume Luce attiva. Questioni della luce nel teatro contemporaneo, Titivillus, 2007, tradotto in inglese e francese (Artdigiland, 2013 e 2015). Informazioni e approfondimenti: http://fabriziocrisafulli.org/

TEATRO DI VILLA TORLONIA Via Lazzaro Spallanzani, 1A 00161 Roma tel. 06 4404768 – 060608 info@teatrodivillatorlonia.it UFFICIO STAMPA Carla Romana Antolini 393 9929813 crantolini@gmail.com

Amedeo Modigliani, Portrait de Simone, 1915.

Sarà possibile acquistare le opere esposte

Franco Ristori - Via F. Gianni, 10-12r - 50134 Firenze - T. +39 055 48.63.92 - www.francoristori.com - info@francoristori.com


L immagine ultima

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Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

Q

uarantamila e più, è quel dice la fascia di un’altra giovane donna, decisamente arrabbiata, che mostra la sua lingua spavalda ai nostri obiettivi. In realtà a giudicare dalla massa di gente che si era radunata per le strade del centro questa cifra era sicuramente approssimata per difetto. Non ero il solo a fotografarla mentre eravamo al bordo esterno di questa folla di giovani e meno giovani accorsi da tutte le parti della città e diretti verso il Central Park per dimostrare tutta la loro rabbia contro questa guerra asiatica così poco amata. Queste manifestazioni stavano raccogliendo, col passare del tempo, un consenso sempre più ampio e decisamente sempre più trasversale.

NY City, agosto 1969


Cultura commestibile 149