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redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.culturacommestibile.com www.facebook.com/cultura.commestibile direttore simone siliani

redazione gianni biagi, sara chiarello, aldo frangioni, rosaclelia ganzerli, michele morrocchi, barbara setti

progetto grafico emiliano bacci

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N° 1

13 novembre 2015 editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012

Con la cultura non si mangia


Da non saltare

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Antonio Natali antonionatali.rosso@gmail.com di

N

el 1996 lo Stato italiano, per impegno d’Antonio Paolucci, allora Ministro dei beni culturali, acquisiva la Madonna col Bambino e il San Giovanni Evangelista d’Antonello da Messina in adempimento d’una volontà espressa nel testamento da Ugo Bardini, morto nel 1965. Era stato infatti lui a lasciare scritto che i proventi della vendita dell’imponente eredità del padre Stefano, antiquario di gran nome, fossero destinati all’acquisizione di un’opera ragguardevole per la Galleria degli Uffizi. In virtù di quella disposizione generosa era pervenuta nel museo fiorentino un’opera, appunto, d’Antonello da Messina. O, per meglio dire, un’opera mutila d’Antonello; giacché – com’è noto – le due tavole giunte agli Uffizi (una Vergine in trono col bimbo e due angioli che la incoronano di fiori, e un san Giovanni evangelista col calice e il drago che ne sorte) erano parti d’un trittico (c’è chi dice polittico) che includeva anche il San Benedetto di proprietà della Regione Lombardia e conservato nel Castello Sforzesco di Milano (di condizioni migliori rispetto ai compagni fiorentini). Fin dal primo ingresso agli Uffizi di quelle due tavole ho vagheggiato l’idea di ricomporre stabilmente la creazione d’Antonello. Non è così raro che un testo figurativo antico sia stato spartito e che i suoi brani compaiano in collezioni differenti nel mondo; non di meno, al cospetto dei due pannelli degli Uffizi, mi riusciva difficile reprimere l’amarezza e il disappunto che venivano dalla coscienza d’una completezza alla fine non poi così impossibile. Difficile, indubbiamente sì; ma non impossibile. In fondo entrambe le ubicazioni erano in Italia e le collezioni che li annoverano erano pubbliche (gli Uffizi da un lato, e un museo civico dall’altro) e parimenti pubblica era la proprietà (da una parte lo Stato, dall’altra – come s’è appena detto – la Regione Lombardia). Nessuno, certo, poteva pensare che una delle due istituzioni si privasse d’opere tanto rinomate per mero altruismo. Però non mi sono mai sentito d’escludere

La rinascita del Trittico

Il Trittico esposto alla Galleria degli Uffizi

l’idea di studiare la possibilità d’uno ‘scambio’; naturalmente inserito nel contesto della logica dei ‘depositi temporanei’. Scambio che avrebbe dovuto tener conto dell’entità del sacrificio cui si sobbarcava il museo che avesse ceduto – sia pure pro tempore – il suo Antonello. Era chiaro che, nel caso la congettura si fosse rivelata praticabile, si sarebbe dovuto cercare nelle raccolte degli Uffizi un’opera capace di compensare il gesto della Regione Lombardia e del Castello Sforzesco. Sì, perché non avrebbe potuto essere il museo fiorentino a cedere le sue due tavole a Milano. E non già per un privilegio di rango; bensì perché i due pannelli sono pervenuti alla Galleria grazie a volontà testamentarie che legavano l’eredità Bardini al Governo italiano a patto che il danaro che se ne fosse cavato servisse a comprare una o due opere da destinare agli Uffizi (nel caso si fosse trattato d’un dipinto) oppure al Bargello o ad altro museo statale fiorentino (nel caso si fosse trattato d’una scultura). Riporto, alla lettera, il brano

del testamento redatto da Ugo Bardini: “Nomino mio erede universale il Governo italiano e precisamente il Ministero della Pubblica Istruzione, con l’obbligo di destinare l’intera somma ricavata dalla vendita di tutti i miei beni all’acquisto sul mercato mondiale di uno – o al massimo due – opere d’arte di pittura o scultura di eccezionale importanza e di epoca non posteriore a tutto il secolo decimo sesto. Detta opera – od opere – potrà appartenere anche a scuola non italiana. L’opera acquistata – o le opere – sarà destinata alla Galleria degli Uffizi se di pittura; al Museo Nazionale del Bargello o ad altra galleria o museo dello Stato in Firenze se di scultura con il vincolo perpetuo di intrasferibilità da Firenze”. Brano che, con la sua chiusa perentoria, non lascia campo a dubbi sull’impossibilità che fossero gli Uffizi a privarsi della loro parte quando si fosse pervenuti alla soluzione di ricomporre il trittico. Per inciso, faccio notare che Ugo Bardini nominava suo erede, insieme al Governo italiano, il

Ministero della Pubblica Istruzione. S’esprimeva così perché a quella data non era ancora nato il Ministero per i Beni Culturali, che sarebbe stato istituito una decina d’anni dopo, nel dicembre del 1974, grazie a Giovanni Spadolini. Quel nuovo ministero fu salutato come una necessità del Paese, giacché il nostro patrimonio esigeva strutture adeguate alla ricchezza e alla nobiltà che lo distinguono da ogni altro. Ministero dunque sacrosanto. Non di meno andrà detto, per il rispetto dovuto alla storia, che aver collocato, a suo tempo, l’amministrazione del patrimonio nell’àmbito della Pubblica Istruzione era il segno d’una disposizione etica e intellettuale che vedeva nel patrimonio medesimo il luogo dell’educazione e della formazione delle generazioni giovani. Ai giorni nostri – col gran parlare che si fa d’economia in relazione alla cultura – c’è il rischio che i più vedano nel patrimonio soltanto una fonte di guadagno. E l’attenzione si fa pressante più allo spettacolo (agli ‘eventi’, dovrei – secondo l’uso – dire) che all’educazione, alle necessità del turismo più che alle incombenze della tutela e della conservazione; come se la tutela non fosse parte integrante e ineludibile d’ogni valorizzazione; o, peggio, come se la valorizzazione fosse solo un guadagno di danaro e la tutela soltanto un costo. Riguardo al lascito Bardini mi


Da non saltare

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viene naturale rileggere un pensiero d’Antonio Paolucci, che di quelle disposizioni testamentarie aveva fin da subito ravvisato la “difficile esecuzione”. A principiare dal “disposto preliminare”. “Vendere tutto per far moneta così da acquistare con quei soldi una o due opere eccelse: questo voleva Ugo Bardini. Ma come si fa – scriveva Paolucci – a disperdere all’asta un patrimonio sterminato di oggetti che rappresentano, nel loro insieme, la testimonianza più suggestiva dell’antiquariato italiano nella sua stagione eroica? Come autorizzare la vendita di un lapidario prezioso, costituito da migliaia di sculture, iscrizioni e stemmi provenienti dal centro storico fiorentino distrutto e chissà da quanti altri incogniti monumenti italiani?”. Ecco: se a regolare quell’operazione fosse stato il danaro – come oggi molti pretenderebbero – questi dubbi retorici non si sarebbero nemmeno posti. Si vendeva. Punto e basta. Che senso ha – si sarebbe detto – conservare centinaia di peducci, capitelli, mostre d’antichi camini (sovente peraltro frammentarî), quando i nostri musei hanno già i loro capolavori che attirano migliaia di turisti? Sicché di quei lacerti erratici (ma così ragguardevoli per la nostra storia) si sarebbero perse le tracce nelle strade del mondo. Il ragionamento di chi misura tutto col danaro è semplice; e anche logico. Logico – ovviamente – per chi non sia stato educato ad avere cura e a essere orgoglioso del proprio passato e dell’eredità nobile che gratuitamente c’è pervenuta. Per chi la pensa così, vale il principio (intellettualmente e culturalmente volgare) che bastino le opere dei grandi maestri: i feticci della nostra industria turistica. E allora: Botticelli, Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Caravaggio, e giù per la scesa fino agl’impressionisti e, naturalmente, Van Gogh. Il resto è materia da storici; col cervello intossicato dalla polvere degli archivi e delle biblioteche. Nessuno sarà così astratto da ignorare che davvero il nostro patrimonio d’arte rappresenta una risorsa per l’Italia. E nessuno storico dell’arte o archeologo, impegnato nella tutela, sarà tanto

Antonio Natali, direttore degli Uffizi dal 2006 al 2015 racconta la ricomposizione del capolavoro di Antonello da Messina snob da non tenerne conto nella sua gestione. Però non si dovrà mai confondere la valorizzazione con lo sfruttamento. Valorizzare significa dare o restituire valore a un’opera che non l’aveva o l’aveva perduto. E già quest’intervento, se condotto con intelligenza e sapienza, darà frutti anche sul piano economico. Ma partire con l’idea di far danaro senza tener conto dell’essenza stessa di un’opera d’arte (che è prima di tutto espressione poetica e strumento d’educazione dei giovani) vuol dire non avere nessuna nozione né di storia né di etica. Se avesse prevalso la linea del profitto finanziario, oggi non saremmo qui a godere degli esiti di un’impresa politica e scientifica cui si deve – e ne serbo gratitudine a Vittorio Sgarbi, che in maniera determinante ha sostenuto

il mio auspicio – la ricomposizione del trittico d’Antonello da Messina: un’opera che nel tempo ha certamente patito (hanno sofferto il supporto ligneo e la cromia, e non c’è più la cornice originaria; di cui riesce facile immaginare la fattura preziosa), ma che pur sempre costituisce un attestato di pregio d’un artefice fra i più lirici del nostro Quattrocento. Grazie a Dio, sono in tanti a credere che il nostro patrimonio d’arte abbia una conformazione ricca e articolata, da cui spiccano – è vero – molte vette; le quali s’innalzano, però, non già da una depressa piana sconfinata, bensì da una catena montuosa ch’è tutta altissima. Per segnalare il valore culturale d’uno scambio, che rende possibile (almeno per quindici anni) l’esibizione agli Uffizi del

trittico d’Antonello nella sua interezza, è stata ordinata nel Museo Bagatti Valsecchi – proprio per volontà di Sgarbi e con la collaborazione di Lucia Pini – una piccola ma preziosa mostra, alla cui curatela ha lavorato con me Tommaso Mozzati. In quella rassegna, inaugurata il 18 giugno 2015 nell’àmbito dell’Esposizione Universale, figuravano il trittico medesimo e la soave e sensitiva Madonna col Bambino di Vincenzo Foppa, offerta dalla Galleria degli Uffizi alla Regione Lombardia in cambio del pannello con san Benedetto. Una tavoletta – quella di Foppa – ch’è di così casta e fine vena poetica e di così alte virtù espressive da costituire l’adeguata ricompensa al sacrificio sopportato dalla Regione Lombardia e dal Castello Sforzesco, nelle cui stanze il San Benedetto era stato dalla Regione stessa temporaneamente sistemato per offrirlo al godimento pubblico. Bisognerà subito dire che la concessione della Madonna col Bambino non è stata per gli Uffizi indolore. E nemmeno lo è stata per me (personalmente), giacché si tratta di un’opera voluta agli Uffizi dallo stesso Luciano Berti, che m’è stato maestro e modello nel mestiere di Direttore degli Uffizi. È vero che la piccola Madonna è l’unica opera di Foppa della Galleria; ma è anche vero che non sono pochi gli artefici ragguardevoli purtroppo assenti dalle collezioni del museo (taluni addirittura inspiegabilmente, essendo di nazionalità fiorentina). Ma è anche vero, comunque, che non si tratta di un’alienazione, ma d’uno scambio transitorio: si capirà col tempo se per il patrimonio italiano sia meglio mantenere l’integrità del trittico o far tornare la tavoletta di Foppa nelle sale degli Uffizi. E, finalmente, perché negare alla Galleria fiorentina il sogno dell’accessione in futuro di un’altra creazione di lui? In fondo la sua piccola Madonna è entrata nelle collezioni di Galleria solo nel 1976. Per chiudere esprimo l’auspicio che l’operazione, di cui s’è ora brevemente ragionato, possa servire come modello per affini congiunture. Un museo celebre ha anche la funzione di fucina d’esperienze pilota.


riunione

di famiglia

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Le Sorelle Marx Incredibile ma vero: il presidentissimo Eugenio Giani è rimbalzato con il cerimoniale del Vaticano durante la visita di Papa Francesco a Firenze. Ecco come è andata veramente: “Eccomi qua, sono il Presidente Giani: dove si va per accompagnare il Papa all’elicottero?” “Mi scusi signore, ma presidente di cosa?” “Ma della Regione Toscana, ovviamente!” “Scusi, signore, ma a noi risulta che il Presidente della Regione Toscana si chiami Enrico Rossi...” “Va beh, io son presidente del Consiglio Regionale... non stiamo tanto a sottilizzare. Da che parte vado?” “No, guardi, dovrebbe andare verso l’uscita perché, da cerimoniale, il Papa viene accompagnato dal sindaco, dal prefetto e dal presidente, ma della Regione non del Consiglio” “Ma come si permette!? Lei non sa chi sono io: sono il Presidente del Consiglio Regionale e sono un’autorità!” “Sì, in effetti io non so chi è lei, ma so chi non è: non è né il sindaco, né il prefetto, né il presidente della Regione, quindi non posso farla passare” “Quanto a non essere sindaco è solo

I Cugini Engels

Iskra Rignano

Negli ultimi tempi il nostro super Premier-Segretario Matteo Renzi è particolarmente … scintillante. Nel senso che per lui tutto è tremendamente scintillante e ha sempre in bocca questa parola magica, la “scintilla”. E potete scommetterci che quando lui si innamora di una parola, ne fa subito un’icona, come avvenuto per “rottamazione”. Si era all’inizio di Expo e il Premier proclamò: “Giorgio Armani ha detto una cosa giusta. [e questa era già di per sé una notizia]. Expo è come una scintilla, aiuterà la ripartenza” del Paese. La parola gli piacque; suonava bene; faceva figo e poi veniva da un ambiente ganzo, chic. Così, qualche giorno fa, Renzi è stato a pranzo al ristorante di Carlo Cracco, con il CEO di Apple, Tim Cook, e lì tutto è tornato scintillante! Poi, di corsa, al Teatro Piccolo di Milano per annunciare il futuro (manco a dirlo, scintillante) per l’area Expo, Milano, l’Italia, il mondo. Che fosse un po’ troppo scintillante lo si è capito subito quando ha detto che nel suo tour per raccontare la visione dei prossimi mesi ha privilegiato i teatri,

Papa Eugenio Primo per colpa di quel p... di Renzi che mi ha trombato e raggirato con un trucco, promettendomi di entrare nel Governo e poi mi ha fregato e poi mi voleva mandare al Credito Sportivo, ma non mi voleva candidare in Regione e...”. “Scusi signore, ma a me cosa me ne importa delle sue vicende con Renzi? Lei qui non può stare. La prego, si allontani” “No, via, per favore. Guardi ho anche la fascia di riconoscimento della Regione (che quel buzzurro di Rossi non vuole indossare). Guardi come è bella. Via, su, non faccia il formalista...” “Ma cosa c’entra la fascia! Il cerimoniale non la prevede. Per favore se la levi che è anche brutta e storta.” “Ma guardi che se mi fa accompagnare il Papa all’elicottero. Nei trenta secondi di tragitto gli racconto tutta la storia di Firenze, con le date più importanti e i nomi delle vie maggiori...”. “Al Papa? Ma lei è pazzo! Cosa gliene può fregare al Papa della storia e delle vie di Firenze: mica è previsto che ci torni per i prossimi 30 anni!” “Ma come si permette! Ma non sa

in quanto luoghi magici di suggestione: forse era un po’ suggestionato dal vedere per la prima volta tutti questi luoghi magici che non aveva mai frequentato molto dai suoi anni giovanili al teatro vernacolare di Rignano. Poi ha detto che aveva fiducia che Expo sarebbe stato un successo perché Milano aveva accolto nonno e nonna dopo la guerra (sic!). E poi una rutilante sequenza di cose scintillanti: “Noi pensiamo che quell’area possa ospitare tanti luoghi che diano la scintilla della ripartenza”; “La creazione dei bacini di attrazione avviene soltanto perché c’è una scintilla, di solito indirizzata verso al conoscenza.”; “La scintilla universitaria e la scintilla che può venire dalle imprese, che siano in condizioni di confrontarsi con la scintilla del Polo Italia 2040, può portare da subito fino a 1.200 persone a lavorare.”; e vi di seguito scintillando. Ma questo scintillamento testimonia della svolta socialdemocratica di Renzi. Pare infatti che il giovane rivoluzionario premier abbia voluto ripercorrere le tracce del suo mito Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin che durante una riunione clandestina nell’aprile del 1900 fondò il giornale socialdemocratico Iskra, appunto Scintilla.

che io ho scritto “Firenze giorno per giorno” con tutte le date più importanti della storia di Fiorenza? Un vero bestseller. Ecco, guardi, ho casualmente con me una copia autografata per Papa Francesco e una anche per lei se mi fa passare”. “Ma che sta tentando di corrompermi? E poi con codesto libercolo! Ma per favore, se ne vada”. “Lei è un insolente! Non sa con chi ha a che fare. Io ho preso più di 10 mila preferenze: le posso scatenare tutti contro di lei. Poi faccio una mozione in Consiglio Regionale e la faccio rimuovere dall’incarico! Poi la faccio rinchiudere nelle segrete del Bargello e

la lascio a pane e acqua per un mese! Chiamo i Lupi di Toscana e la faccio sbranare vivo!....”. “Presto guardie, prendete questo invasato e accompagnatelo all’uscita. Chiamate il 118 e fategli fare un TSO” “Maledetto! No, il TSO mai e poi mai... che lo deve firmare quell’usurpatore di Nardella! Maledetto papista infame. Evviva Porta Pia! Libera Repubblica, laica e socialista! Abbasso le guardie papiste!” … dopo un po’ di tafferugli, due guardie svizzere prendono sotto braccio il nostro, lo portano presso un’ambulanza dove, pare, gli sia stata praticata una puntura di calmante (dose da cavallo). Il Nostro è stato visto, poi, sereno appisolato in tribuna d’onore...

Bobo

Lo Zio di Trotzky

Immacolato

Disse il Vincenzino Nazionale: “Io sono la Regione Campania. Uno Stato con sei milioni di persone”. Così Vincenzo “Impresentabile” De Luca si è identificato nel Viceré di Napoli e dintorni. E pare abbia aggiunto, ma non è certo, “Il mio ex collaboratore Mastursi è un mariuolo”. E si sa i Re e i Viceré non si possono giudicare. Sono loro che giudicano. E anche quando sono giudicati c’è sempre uno Scognamiglio. Sembra una scena già vista milioni di anni fa, un poco più a

nord. Il Vincenzino Nazionale si atteggia a Statista della “Salerno da bere” e non accetta critiche. Sono “Parte Lesa” e sono “Immacolato”. Come è vero che Vittorio Sgarbi, che lo difende a spada tratta nella trasmissione “Virus”, è vergine. Nel frattempo il Matteo Nazionale (quello di Rignano sull’Arno per intenderci, per distinguerlo da quello più famoso di Milano) sta ristudiando, per la centesima volta, le parole che Ponzio Pilato pronunciò poco meno di duemila anni fa, in altre drammatiche circostanze. Ma ancora non le ha imparate bene, ed è per questo che sta zitto.


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Lori Sammartino

La domenica dimenticata

Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

L

a storia, e quella della fotografia (italiana e non) non fa certo eccezione, è piena di personaggi che la hanno attraversata in maniera rapida, lasciandovi delle tracce significative, ma che al momento non sono sembrate tali, e che la storiografia ha poi ignorato, se non rimosso. Tuttavia le tracce sono rimaste, e molto più tardi qualcuno le ha notate, le ha lette e le ha seguite fino a ricostruire eventi ed avvenimenti degni di un rilevante interesse storico e culturale. Uno fra i tanti personaggi che sono sfuggiti all’attenzione degli storici della fotografia italiana è, ad esempio, Lori Sammartino (1924-1971). Le notizie sulla vita di questa fotografa non sono moltissime, di lei si sa solo che negli anni Cinquanta vende alcune delle sue fotografie al settimanale “Il Mondo”, pubblicato fra il 1949 ed il 1966, diretto da Mario Pannunzio, e che nel 1963 si unisce in un matrimonio lampo, durato solo sei mesi, con un giornalista più giovane di lei di quattordici anni, tale Maurizio Costanzo. Il capo redattore de “Il Mondo” è Ennio Flaiano, che seleziona anche le fotografie da pubblicare, e lo fa come è noto in maniera del tutto autonoma dai testi, riconoscendo alle immagini, ma non ancora ai fotografi, un ruolo di “documentazione aggiuntiva” rispetto al giornalismo scritto. Flaiano ha modo di conoscere in ambito lavorativo la Sammartino, e deve rimanere abbastanza colpito dal talento della fotografa, se accetta nel 1961 di scrivere la prefazione del suo primo ed unico libro fotografico. Pubblicare in Italia un libro fotografico nel 1961 non è una impresa semplice, né tanto meno scontata. All’epoca per pubblicare dei libri fotografici bisogna andare all’estero, ed occorre avere dei testi di accompagnamento firmati da autori noti. I primi due fotolibri di Fulvio Roiter, “Venise à fleur d’eau” ed “Ombrie terre de Saint François” vengono pubblicati in Svizzera nel 1954 e nel 1955, rispettivamente con testi di Dominique Audry e Jean Lauragne il primo e di Pierre Jacquet il secondo. In Italia Einaudi pubblica nel 1955 “Un Paese” di Cesare Zavattini

con foto di Paul Strand, ottenendo un tiepido successo, tale da scoraggiare la pubblicazione degli altri libri fotografici che Zavattini ha in progetto. Nel 1959 Feltrinelli pubblica “Roma” di William Klein, già pubblicato con successo all’estero, fra Londra e Parigi, ma in ambedue i casi si tratta di libri fotografici di autori stranieri. Il libro di Lori Sammartino “La domenica degli italiani” è invece tutto italiano, e segna una sorta di pietra miliare nella storia delle pubblicazioni fotografiche in Italia. Dopo l’avventura di Lori Sammartino, Lanfranco Colombo pubblica in proprio i suoi libri fotografici, “Ex Oriente” con testi di Franco Fortini e “Cinque Rune” con

testi di Luigi Crocenzi, prima di avviare una vera e propria serie di fotolibri, ma nel 1965 Gianni Berengo Gardin è ancora costretto a pubblicare “Venise des Saisons”, con testi di Mario Soldati e Giorgio Bassani, in Svizzera. Al di là dell’importanza storica che riveste, il libro di Lori Sammartino ha dei notevoli pregi artistici, sia per il livello delle immagini, sia per l’originalità dell’impostazione grafica che dell’impaginazione. Le immagini, tutte giocate su una sottile ironia che passa per la descrizione del “giorno libero” degli italiani, ancora sospesi fra una ricostruzione da poco completata ed una opulenza consumistica appena agli albori, fra la sacralità festiva e

la laicità ludica, fra la scoperta del turismo interno e quella dei miti cinematografici, raccontano un popolo impegnato, più che a dimenticare o a costruire, ad oziare in maniera creativa, dedicandosi a passatempi che ad oltre cinquant’anni di distanza appaiono un poco infantili, scontati e quasi ingenui, ancora lontanissimi dai consumi di massa e dai clamori mediatici. Immagini comuni, che non mostrano nulla di eccezionale, nulla di rilevante, nessun evento significativo, solo persone del tutto normali occupate in attività del tutto ordinarie, ma colte con attenzione, complicità ed un certo disincanto, come a mostrare che al di là della domenica, esiste tutto un altro mondo, più complesso e difficile. L’impaginazione gioca, fino dalla copertina, sull’alternanza di fondi neri e sottolineature rosse, sull’accostamento di immagini diverse poste fianco a fianco, a tutta pagina, a completarsi o a contraddirsi, e sulla ripetizione di particolari isolati dal contesto e messi a confronto con il contesto stesso, in un gioco grafico che non ripete gli schemi magniloquenti del periodo prebellico, ma neppure i fototesti dei primi anni Cinquanta. Un libro che ha segnato un’epoca, e che all’atto della sua presentazione fu apprezzato e celebrato, ma che in seguito è stato ingiustamente penalizzato e che solo oggi viene riproposto in libreria in una edizione del tutto aderente all’originale. Questo di Lori Sammartino potrebbe essere un album di istantanee, o un lungometraggio in bianco e nero, o un taccuino d’appunti scritto con la macchina fotografica in cui il soggetto è sempre lo stesso, ma declinato in numerose varianti. “La domenica degli italiani” è il pranzo in famiglia, la banda di paese, l’abbraccio degli innamorati, la balera, le ragazze belle come dive, le prime comunioni, gli uomini che guardano le donne, i vecchi seduti al bar, il calcio, il mare e i giochi dei bambini, Milano, Roma e la provincia italiana. “Le fotografie raccolte in questo volume hanno il dono dei momenti felici fissati con la disinvoltura dei giovani avidi di memoria e amanti di una vita che si esaurisce davanti ai loro occhi nello stesso attimo in cui si realizza”. (Dall’Introduzione di Ennio Flaiano)


14 NOVEMBRE 2015 pag. 6 Simone Siliani s.siliani@tin.it di

M

aurizio Maggiani ha scritto un altro libro importante, di quelli che lasciano il segno: “Il Romanzo della Nazione” (Feltrinelli, 2015). Non una “storia autobiografica” che in uno “sciagurato arrangiamento ha cercato di volgerlo in inno nazionale”, come ha scritto Antonio D’Orrico in una delle più sbagliate e offensive recensioni/stroncatura che la storia ricordi su “La Lettura” n°199 del Corriere della Sera. D’Orrico non coglie assolutamente niente del romanzo di Maggiani, che da tempo, nei suoi lavori è alla ricerca di un’epica, non di un inno. All’opposto “Il Romanzo della Nazione” è la negazione di ogni retorica, tanto più nazionalista. Si sente nel romanzo di Maggiani il rumore di un cantiere in continuo movimento, ma lo sguardo dell’autore non è sull’edificio che prende forma sotto gli occhi vigile dell’architetto o dell’imprenditore, bensì sui costruttori, sugli artefici che, in basso, fondano con quotidiana fatica e sordo eroismo, la costruzione. Sono le loro storie, ordinariamente tragiche (quella del nonno Garibaldo che ha ucciso accidentalmente il figlio primogenito e che, per questo, riceverà l’indifferenza della moglie, per il resto della sua vita), che costruiscono la Nazione; quella interiore, che non sta sulle bandiere e nelle fanfare, ma che ritrovi in ogni nodo che lega o collega vite, passioni, fatiche, lutti di migliaia di persone normali. Così, il padre di Maggiani, di cui assistiamo gli ultimi giorni nella casa di cura “Giuseppe Mazzini” afflitto da demenza senile, è il costruttore di Nazioni che è scampato alle Fosse Ardeatine e a El-Alamein, ha lavorato sulle impalcature con la labirintite, che scrive nel test del progetto Kronos (il programma del sistema sanitario che si occupa degli anziani) “Vivere di sogni è un’utopia”. E’ il programma di ogni costruttore di Nazioni. Ma che vuol dire? “L’utopia è un’illusione? Volevi dire che vivere di sogni è comunque un’illusione? O pensavi addirittura dentro quella tua testa di elettricista che vivere nel sogno è l’unica vera utopia?” Non c’è solo un’epica privata, familiare o individuale, nel Romanzo della Nazione. Ve n’è

Nascita di una Nazione

anche una (o più d’una) pubblica, ma vissuta comunque da queste persone comuni. E’ l’epica del signor Trippi, compagno di lavoro del padre per 50 anni, quadro del PCI; del professor Bianchi, nome di battaglia Il Gatto, comandante partigiano. Una folla di costruttori di Nazioni, che si riuniscono il Primo Maggio, “giorno perfetto per fondare una Nazione”, che sfilano: “un corteo di sognatori? Un corteo di utopisti? Un corteo di illusi? Un corteo di sconfitti?”. Ma, con buona pace di Antonio D’Orrico, non vi è nessuna mitizzazione e tanto meno immaginetta votiva della “Resistenza” o della “Morte di Togliatti”. Ci sono invece generazioni che si passano il testimone del duro, misconosciuto, sotterraneo lavoro di costruzione del paese; che si trasmettono, non senza conflitti

e incomprensioni, la passione per il “mondo offeso” avrebbe detto il Vittorini di “Conversazione in Sicilia”. Ognuno di loro ha miti e riferimenti ideali, fondatori di Nazioni (come Martin Luther King o Lutero), ma li riconduce a quella terra su cui lavorano al grande Arsenale navale di La Spezia, o dove fanno la loro rivoluzione (quella Risorgimentale, quella Resistenziale, o il ‘68). Una terra aspra quella ligure, sempre protagonista dei romanzi di Maggiani. Terra di anarchici, dalla memoria lunga: “Tengono una memoria perfino tignosa di ogni cosa. E’ logico, senza l’assiduo esercizio di una buona memoria l’anarchia non sarebbe altro che un naufragio eterno. L’anarchia non costruisce nazioni, l’anarchia costruisce mondi. ...Ricordare i nomi uno per uno, ricordare i

fatti uno per uno, ricordare ogni minimo dettaglio della storia dell’umanità, non c’è altro sistema per vedere così lontano da scorgere l’albeggiare di un mondo nuovo. E non confonderlo con qualcos’altro nell’incerto crepuscolo di quello vecchio. Il fosco fin del secolo morente. … Per questo quando incontri un anarchico ti sembra sempre di sentire un vecchio, un vecchio di cento anni almeno, a volte di mille”. Sì, in questo senso, anche Maggiani è un anarchico: ricostruisce minuziosamente e frammentariamente la memoria di un secolo e mezzo di cantiere nel Romanzo della Nazione. Dal Risorgimento con la lotta fra garibaldini e mazziniani, alla vicenda di tedeschi e ebrei durante la guerra. Da Menotti Serra, bisnonno di Anna (la giovane archeologa, malata di cancro, ma indomita costruttrice), repubblicano mazziniano, spiritualista e rivoluzionario, che si dimette dalla Regia Marina che non poteva più servire dopo Bava Beccaris; fino a Sigmund Eisner, giovane ebreo, che bazzicava i cantieri spezzini e che nel ‘46’47 vuole andare in Palestina, a fondare una Nazione. Sul finire del Romanzo si affollano le storie dei costruttori di Nazioni, in un susseguirsi di quadri, pennellate dai colori più diversi, ma tutti lavoratori, facitori di Nazioni, in quella terra di continuamente cangianti confini che è il Golfo di La Spezia. Generazioni di rivolte e di rivoluzioni, discendenti e ascendenti, che cercano di portare a compimento una vecchia storia: “La sovranità è per diritto eterno del popolo” stava scritto nella Costituzione della Repubblica Romana, di cui Giuseppe Mazzini fu estensore; una sovranità nel popolo, prima che del popolo; idea certamente anarchica. Questa è la storia che bisognava compiere. E Maggiani lo fa chiudendo il cerchio, infine, con i tre libri che Mao Tse-tung si porta nello zaino per tutta la Lunga Marcia: la Divina Commedia, Il principe, La Rivoluzione italiana di Carlo Pisacane. “Il poema di un esiliato... Il trattato politico di un ex galeotto per fatti politici. E il manuale del perfetto guerrigliero scritto da un rivoluzionario che non ha mai vinto una battaglia...”: sì, vivere di sogni è una (meravigliosa) utopia.


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Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

L

’avanguardia musicale del Novecento è stata un vero e proprio mutamento di prospettiva, qualificandosi come un processo di ricerca articolato in diverse direzioni e sperimentazioni sul materiale sonoro, che non solo trovarono un terreno fertile a livello filosofico, ma che furono esplicate tramite progettazioni e chiarimenti critici di alto livello intellettuale, includendo un atteggiamento provocatorio comune a tutta l’Arte contemporanea. Tale avanguardia ha avuto un duplice compito: da una parte si è prefissata lo scardinamento sistematico di ogni nesso linguistico tradizionale, ricercando lo scandalo e la dissacrazione, dall’altra è stata in grado di costruire una dimensione sonora totalmente nuova e inedita. Compositore, pianista improvvisatore, teorico musicale, disegnatore di partiture, nonché artista visivo e calligrafico Philip Corner è uno dei precursori della musica sperimentale e fautore di un’avanguardia musicale ancora attuale e ancora operante, esplorando le dimensioni del suono non-intenzionale, della musica aleatoria e della musica minimalista, sia con notazioni tradizionali che alternative. Le sue partiture hanno una durata indeterminata e giocano sulla discrezione degli esecutori, a cui è offerto il delicato e arduo compito di concretizzare gli elementi parzialmente o intermente nascosti, amalgamandoli con quelli specificatamente esplicitati. Tuttavia l’improvvisazione rimane un fattore di notevole importanza nella prassi artistica di Philip

Musica da vedere

Corner, non a caso le performance si caricano di un’energia estatica, visibilmente influenzate dalle filosofie orientali e dalla musica barocca e pre-barocca, nonché dall’avanguardia di John Cage e di Olivier Messiaen. Con Philip Corner il suono diviene si totaliz-

za attraverso la giustapposizione di elemento estremi ed esterni alla musica: universo acustico e visuale si fondono in un’unica operatività tesa alla realizzazione di una forma pura, legata alle suggestioni delle relazioni fra spazio e tempo e all’armonia che unisce l’Arte

Dall’alto Metal Meditation Sketches, 1972 Tecnica mista e collage su carta Polifonia ritmica dell’arcobaleno, Montecavolo I a 11 voci, 1995 Olio su tela Frammenti dal mondo: Leonardo, 1997 Installazione: una fattura + 10 bottiglie Courtesy Collezione Carlo Palli, Prato

alla vita contemplativa. Quella del compositore e dell’artista è un’estetica del suono e del segno; è un modus operandi universale e universalizzante; è un connubio di arti e discipline; è una reazione contro i cliché contemporanei; è un fascino fluxus senza tempo.


14 NOVEMBRE 2015 pag. 8 Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it di

Nell’ambito del jazz europeo la Germania occupa un posto di primo piano. Pensiamo a Wolfgang Dauner, Joachim Kühn e Albert Mangelsdorff. Oppure a etichette come ACT, ECM ed Enja, tutte di respiro internazionale, ma attente ai musicisti tedeschi. Quella che sembra più dedita alla diffusione del jazz germanico è l’ACT, fondata da Siegfried Loch nel 1992. Al tempo stesso, uno dei principali obiettivi di questa etichetta è la promozione di pianisti come Yaron Herman, Leszek Możdżer, Iiro Rantala (vedi n. 139) e Michael Wollny. Stavolta ci interessa in particolare quest’ultimo, che incide per l’ACT fin dall’esordio (Call It[em], 2005). Raffinato e imprevedibile, dotato di un solido retroterra classico, il giovane pianista tedesco ha appena pubblicato Nachfahrten (ACT, 2015). Liberamente ispirato al libro di Simone Stölzel NachtmeerfahrFabrizio Pettinelli pettinellifabrizio@yahoo.it di

Abbiamo parlato di “Gigi il Porco” e dei suoi colleghi, ma naturalmente Firenze capitale offriva anche ristoranti e locali di ben altro livello, degni di accogliere, oltre ai fiorentini più abbienti, tutta la pletora di dignitari e funzionari piemontesi che erano calati in città al seguito dei Savoia e i membri delle numerose colonie straniere presenti a Firenze. Nella Via dei Tornabuoni c’era il Gran Caffè Doney, fondato nel 1823 Da Gasparo Doney, ex-ufficiale napoleonico; il genero, Giacomo Thompson, aprì in seguito il Caffè Ristorante Doney nel cortile della Palazzina Reale alle Cascine e anche il caffè di Via Tornabuoni diventò Caffè Ristorante. Durante la faccenda della “Regia” (vedi Via dell’Amorino) suscitò scandalo un pranzo da Doney al quale parteciparono finanzieri e deputati. Ugo Pesci parla di quaranta “posate”: non so a quante “portate” corrispondano, ma dovette comunque essere un banchetto luculliano. Ma da Doney si gustava anche un ottimo gelato e, a colazione, caffè

Notturno jazz

ten: Die dunkle Seite der Romantik (Viaggi marini notturni: Il lato oscuro del romanticismo, Die Andere Bibliothek, 2013), il CD è una raccolta di quattordici “viaggi notturni” per trio, con il pianista affiancato dal basso di Christian Weber e dalla batteria di Eric Schaefer. Nel disco si rincorrono e si intrecciano atmosfere notturne (“Nocturne”, “White Moon”), figure femminili (“Ellen”, “Marion”, “Odile et Odette”) e riferimenti gotici (“Metzen-

gerstein”, dal primo racconto pubblicato di Edgar Allan Poe). Si tratta di temi cari al pianista, che nel precedente Hexentanz (ACT, 2003), per piano solo, aveva inserito la suite omonima (“Hexentanz” significa “danza delle streghe”). Wollny si segnala per un approccio musicale vario e imprevedibile: nel precedente lavoro, Weltentraum (ACT, 2014), è riuscito a far convivere brani di Varèse e Flaming

Lips, Nietzsche e Hindemith, Berg e Guillaume de Machaut, tutti riarrangiati in modo personale. Il compositore francese del Trecento è presente anche nel nuovo lavoro con “De desconfort”, arrangiato da Schaefer. La breve “Motette no. 1” opta per un approccio più libero e improvvisato. Non mancano occasionali influenze classiche (“Der Wanderer”), un omaggio a Schubert fin nel titolo, sebbene non si tratti dello stesso brano composto dal musicista austriaco. Intenso e ricco di pathos, il disco è pervaso da umori lirici e romantici che non scadono mai nella leziosità. “L’unico jazzista tedesco col fascino di una star internazionale”: così l’ha definito il quotidiano Süddeutsche Zeitung. Forse in tale giudizio c’è un po’ di orgoglio nazionale, ma in ogni caso questo lavoro potrebbe ridurre il divario che separa Wollny da pianisti più titolati come Bollani, Jarrett e Mehldau. Ormai lo merita.

Negroni. Di Enrico Rivoire, cioccolataio della famiglia Savoia, abbiamo già parlato nella puntata dedicata a Via Francesco Carletti, rivelando come la celebre cioccolata in tazza sia stata invenzione fiorentina e non sabauda. C’erano poi il Caffè Elvetico, il Bottegone e tanti altri dei quali ci sarà occasione di parlare. Vorrei però chiudere con una curiosità; nel 1865, ad uso e consumo dei piemontesi trapiantati in Toscana, la Tipografia Letteraria

di Torino pubblicò una “Guida Pratica Popolare di Firenze” (recentemente ristampata dalla “Nazione” e della quale ci sarà occasione di riparlare) dove, bontà sua, si affermava che i prezzi dei ristoranti a Firenze non erano cari e, a conferma, si elencava minuziosamente il chilometrico menù di un ristorante (immagino “Doney”): tutto bene, ma che non vi venga in mente, per farvi bello con la vostra dama, di ordinare al sommelier una bottiglia di vino del Reno: dovreste sborsare 14 lire pari a circa 72 euro di oggi; molto meglio una bella bottiglia di Chianti stravecchio: ve la cavate con meno di otto euro.

Via Tornabuoni

Locali stellati e latte con il “semel” imburrato. Lo scrittore Théophile Gautier definì il Caffè Doney “Il Tortoni d’Italia”, il celebre locale parigino sul Boulevard des Italiens. Vicino al Doney, nel 1820 il signor Casoni aprì una drogheria-profumeria-bar dove ora ha sede la boutique di Roberto Cavalli; verso la fine del secolo aprì al n.c. 9 (dove oggi c’è il negozio di Gucci), il Caffè “Giacosa” che, nel 1932, si trasferì nei più ampi locali ora occupati dallo stilista fiorentino. Fu proprio al bar “Casoni” che nacque, fra il 1919 e il 1920, il cocktail “Negroni” (1/3 di gin, 1/3 di vermouth rosso, 1/3 di Campari). Fu il conte Cammillo Negroni, frequentatore dello storico bar, a chiedere al barman Fosco Bruno Sabatini Scarselli di rendere più alcolico il suo solito aperitivo (l’”Americano”, 50% di vermouth, 50% di Campari). Il barman aggiunse il gin e di lì nacque il cocktail che non poteva che chiamarsi


14 NOVEMBRE 2015 pag. 9 Laura Morelli osa.laura@tiscali.it di

F

ino al 17 maggio 2016 la Compagnia di San Benedetto Bianco, fondata nel 1357 presso il monastero camaldolese di San Salvatore nel giorno dell’Assunta e sotto la protezione di san Benedetto, torna alla consapevolezza dei fiorentini attraverso il suo lascito artistico. Un gruppo di opere d’arte sacra, ora di proprietà della Chiesa, significativamente selezionato all’altezza cronologica del Seicento, periodo di massimo splendore della Confraternita, è stato recuperato e valorizzato nella mostra che si presenta negli ambienti appena ripristinati al piano terreno di Palazzo Pitti. L’inedito ritratto di sant’Antonio Pierozzi, l’arcivescovo di Firenze che approvò gli statuti della Compagnia nel 1448, accoglie il visitatore così come accoglieva i confratelli nel ricetto della loro sede, posta nel Cimitero Vecchio di Santa Maria Novella. Il frate predicatore, dipinto dal Vignali, invita il riguardante ad entrare e a proseguire il cammino, in questo caso espositivo, che da umano e buio si fa sempre più spirituale e luminoso, in un percorso salvifico che dal rigore della penitenza porta alla grazia divina nel simbolico passaggio dalla penombra in cui volutamente sono gettate le sale al conforto finale dei bagliori dorati e argentati della neoclassica Cappella Palatina. L’oscurità delle sale espositive rimanda all’atmosfera di raccoglimento creata dai confratelli per la mortificazione delle carni, la pratica più nota e distintiva della Congregazione, ottenuta mediante ‘discipline’ o ‘verghe’, simboleggiate nel fiaschetto di saggina di san Benedetto e nello stemma della Confraternita. Penitenze corporali propedeutiche a quelle interiori più difficili da raggiungere ed ottenute attraverso privazioni e restrizioni mentali. La preferenza di donativi al vil denaro portò l’istituzione, nel secolo della grande reggenza granducale, ad arricchire i propri arredi di dipinti, sculture e oggetti di raffinata oreficeria, originati nell’alveo della spiritualità di San Benedetto Bianco ed affidati ai maggiori artisti fiorentini

La grazia della Compagnia

del Seicento. Le opere dipinte dai confratelli e pittori quali l’Allori, il Rosselli, il Vignali, che esercitava la ‘castigatezza’, il Dolci e Vincenzo Dandini confermano il coinvolgimento di tre generazioni di artisti nella Congregazione. La bellezza piana e la limpidezza del Rosselli, l’impasto guercinesco dei colori del Vignali e la materia compatta e lucente del Dolci sono i diversi linguaggi stilistici volti ad Michele Morrocchi twitter @michemorr di

Cosa rende uno spettacolo un classico? Probabilmente il fatto che nonostante passino gli anni il pubblico risponde ad ogni replica con immutato entusiasmo. E’ quello che è accaduto e accade ogni volta che Alessandro Benvenuti torna in scena con Benvenuti in Casa Gori, spettacolo che festeggia 30 anni dalla prima lettura scenica nella prima stagione del Teatro di Rifredi, era il 1986, targata Pupi & Fresedde. E lo festeggia con tre date andate esaurite in prevendita immediatamente e una replica straordinaria lunedì 16 novembre alle ore 21.00. Lo spettacolo, per i pochi che non lo hanno visto, racconta

esprimere le personali meditazioni sui soggetti sacri raffigurati nell’humus di matrice benedettina del rigore della penitenza e della austera disciplina spirituale fondata sulla imitatio Christi. Composizioni ordinate, a lume di notte o a fondo nero, in cui la chiarezza e l’eloquenza delle pose e delle espressioni raccontano episodi veterotestamentari, come nei bellissimi ottagoni, brani della vita di san Bene-

detto, o il soggetto privilegiato della sofferenza di Cristo nella carrellata di Cristi flagellati, piagati, incoronati di spine, e crocifissi esposti. Raffigurazioni che indicano tramite la penitenza e nell’oggetto privilegiato della vita dei confratelli, il crocifisso, straordinario quello di carta pesta di Ferdinando Tacca, l’unica “strada per arrivare in Paradiso”, predicava Domenico Gori, il correttore della Compagnia.

Benvenuti, ancora una volta, in Casa Gori le vicissitudini di una famiglia toscana riunita per il pranzo di Natale, ed è un piccolo capolavoro di comicità ma anche di cattiveria, quella tipica cattiveria che solo le famiglie sanno tirar fuori. Benvenuti compì 30 anni fa un lavoro di scrittura che resiste al tempo e invecchia come il miglior vino mentre furono invece le ristrettezze a imporre all’attore di interpretare tutti i 10 ruoli. Cosa che si è rivelata però una grande fortuna per lo spettacolo e che lo rende ancora oggi, trent’anni dopo, godibilissimo.


14 NOVEMBRE 2015 pag. 10 Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it di

C

i sono luoghi impensabili che realizzano progetti ricreativi, socializzanti e culturali a costo contenuto e che riscuotono grande successo. La Montanina di Montebeni (Fiesole) è uno di questi. Volontari di mezza età, ma non solo, propongono sì cene o pranzi, ma anche mostre, musica jazz, merende con prodotti a km zero, a volte teatro e cinema. Una delle passate domeniche hanno messo su una mostra di motorini 50 degli anni ‘70, musica dal vivo degli stessi anni, panini con lampredotto o “lesso”, frittino di verdure in diretta. E a merenda? Bomboloni, con crema o cioccolato, sempre fritti in diretta o più aristocratiche crepes. Chi frigge? Il collezionista di “cinquantini”! Si chiama Lorenzo Becattini ( beca84@ tiscali.it) , condivide con il figlio, che possiede gelosamente una Vespina 50 tutta sua, la passione per questi mezzi, ne ha 26, tutti viaggianti, targati ed assicurati, li possono però guidare solo lui e il figlio. Ha amato lo smontare e rimontare pezzi fin da piccolo, ma, per contiguità con un vicino, ha fatto il pasticciere e lo fa tuttora. La sua prima acquisizione fu un “Giulietta-America”, Peripoli 1969, modello di spicco in quegli anni, il proprietario ce l’aveva in garage e poichè era stato alluvionato se ne voleva disfare. L’alluvione, catastrofe per la città, fu una vera manna per i più vari collezionisti!!!! L’acquisto più gioioso è stato quello che gli ha permesso di rientrare in possesso del suo primo cinquantino, un Gabbiano Gioiello F.B.M (Fabbrica Bolognese Motocicli fondata da due tecnici, Morini e Minarelli, che ebbero grandissimo successo con i loro due tempi ). La moto più preziosa e costosa una Gori anni ‘70. La Gori nasce a Firenze nel 1968 e resta attiva con ottime vendite fino agli anni ‘80. Come sempre con i collezionisti non posso raccontare una ad una le loro creature, come sempre anche il sig Becattini ha grande conoscenza di argomenti attinenti l’oggetto della sua passione e grande

Cinquantini da collezione

manualità che gli permette di adattare o costruire addirittura pezzi di ricambio se non li trova, restaurare, rilucidare o ridipingere i suoi acquisti che siano male in arnese. Il pezzo più strano è un Militar Testi, ha 8 marce con le “ridotte”, i vari accessori che erano in sua dotazione gli sono stati fregati ad un raduno da un collezionista avidamente cannibalico, fra questi erano possibili gli attacchi per montare gli sci e per correre nell’acqua. Prodotto per usi militari e per l’esportazione ebbe in realtà poca fortuna. Erio Testi imparò l’arte dei due

tempi in Austria e la insegnò a ...Minarelli, diede vita quindi alla sua Fabbrica le cui moto si distinsero per innovazione tecnica, eleganza stilistica e raffinatezza delle finiture. Si rovinò tentando di lanciarsi in una impresa in Cina. Una curiosità, esiste un film, non molto noto nè ora frequentato, che si intitola Top Crak (1967) in cui compaiono molti motorini, tutti Testi, un Militar viene usato per navigare sull’acqua e viaggiare sulla neve. Non manca nella collezione del “Beca” un delizioso Benelli, fu una donna Teresa Boni Benelli, vedova

con 6 figli, a vendere la terra del padre per aprire una piccola officina, ma nel 1911 i motoveicoli erano pochi e gli affari languivano....due dei suoi figli però appassionati di meccanica lavoravano ad avanzatempo ad un loro motore e finalmente nel 1920 lo brevettarono. E’ con la moto su cui esso, modificato e perfezionato, fu inserito che Antonio Benelli detto Tonino corse e vinse per ben 4 volte il Campionato d’Italia. L’Azienda di Pesaro, tuttora viva e verde, ha festeggiato il centenario della nascita nel 2011 con motoraduni ed altre iniziative.


14 NOVEMBRE 2015 pag. 11 Paolo Marini p.marini@inwind.it di

C

apito sempre volentieri, lungo i miei non rari ed erratici tragitti chiantigiani, a San Donato in Poggio, che la storia colloca giusto a metà strada (dunque sul filo delle aspre contese) tra le Repubbliche di Siena e di Firenze. Qui apprendo che si organizzarono le truppe fiorentine per andare incontro al nemico nella battaglia di Montaperti. L’antico nucleo edilizio del borgo si raggruma dentro le mura medievali e, appena fuori, c’è una bellissima pieve romanica che risale al X secolo, un gioiello di devozione che mi colpisce sempre per il senso di raccoglimento e di intimità che sa infondermi. Li circonda un paesaggio da incanto, un panorama dolcissimo di infinite colline che noi toscani ben sappiamo ed al quale non dovremmo mai sentirci del tutto assuefatti. Ecco, tornando dentro questo piccolo girone sapido di storia e di storie, vi fa bella mostra di sé il Palazzo Malaspina, che tante volte ho ammirato visitandone mostre temporanee e dove, fino al prossimo 30 novembre, sono esposte e visibili, gratuitamente, 34 tele di 25 artisti selezionate da Gianarturo Borsari per raccontarci “La poesia agreste nell’Appennino Tosco Emiliano”: un ambiente, una vita, un mondo rurale che in gran parte sono andati perduti e dei quali tuttavia, proprio aggirandosi per questi paraggi (Chianti, Valdelsa), ancora si assapora qua e là qualche rimasuglio. Mi limito a citare alcune tele: “Fuoco nel campo”, di Adolfo Tommasi, ampia (82x150 cm.) e giocata su una efficace prospettiva, che ci restituisce ‘visivamente’ un profumo tipico della vita campestre; “La raccolta delle olive”, di Angelo Torchi, che si segnala per la dominanza della luce e ‘presta’ l’immagine alla iniziativa; “Estate”, di Ludovico Tommasi, che si situa già in territorio divisionista e spicca nel compendio espositivo; “Calafuria”, di Giovanni Bartolena, che anche per la dimensione (36x69 cm.) e il motivo del carro rosso con i buoi, è debitrice della tradizione (post)macchiaiola; la bella “Il rammendo”, di Oscar Ghiglia, dove “l’uso di gamme limpide che scandiscono il rapporto tra colore, volume e disegno, sfocia

I ‘campagnoli

in una sorta di neopurismo, privo di retorica” (Stella Ingino, “Il mondo rurale, tra immaginario e realtà” - Catalogo della mostra); “La legatura dei covoni”, di Anacleto Margotti, solare, dinamica e decisamente di ‘macchia’ e infine Aldo Frangioni aldofrangioni@live.it di

Dal 17 novembre al Caffè Pasticceria Serafini, in via Gioberti 168/r, Eurosia Bertoletti espone l’ultima serie dei suoi acquerelli. Le velature, le sovrapposizioni di colore, le colature misurate, le piccole esplosioni di acqua nella carta che appaiono nelle opere di Eurosia confermano che l’acquerello è un modo espressivo (non una tecnica) che richiede quella particolare sensibilità che si misura con la leggerezza. Il supporto cartaceo è determinante quanto i pigmenti che vi si stendono sopra. Con l’acquerello non si può mentire è un linguaggio troppo trasparente per non essere se stessi. Nei fiori, nei frutti, nelle nature morte come nei paesaggi di Eurosia, non è il mestiere dell’illustratore, pur importante e rispettabilissimo, che prevale, ma un ‘espressione propria che, mentre

“L’ortolano”, di Mario Puccini, un carboncino su cartone che mostra la forza, l’energia pittorica dell’opera di questo autore anche quando ha fatto a meno del colore. Nel gruppo troviamo Luigi e Francesco Gioli, Ulvi Liegi,

Cesare Ciani, Luigi Bertelli, Augusto Majani, Silvio e Ottorino Bicchi. Tutti costoro (e coloro che non ho citato) voglio chiamarli, per l’occasione - affettuosamente e sempre che non si offendano (...) - i “campagnoli”. Eppoi lode a questa iniziativa, con un ensemble che non ha pretese ambiziose e che, pur tuttavia, riserva qualche innegabile perla.

La brezza metafisica di Eurosia ci consegna figure di antico sapore decadente, vaga anche in campi di solitario astrattismo. Atmosfere che appartengono e richiamano opere ottocentesche che sfumano fino a Morandi. Nelle carte di Eurosia c’è un tempo metafisico all’interno del quale si sente scorrere una tenue brezza, come un piccolo soffio che promana dal profondo di pensieri, sentimenti che generosamente l’autrice, con un necessario stato di inconsapevolezza, ci regala senza chiederci nulla in cambio. Immaginiamo i suoi lavori, ma forse è solo una nostra necessità, insieme a scritti e poesie, ma non per completarle ma per essere specchio di un discorso riflesso come gli acquerelli di Madaleine Lemaire che accompagnano l’opera giovanile di Marcel Proust ne Les Plaisirs et les Jours.


14 NOVEMBRE 2015 pag. 12

Ciao Paolo

Aldo Frangioni aldofrangioni@live.it di

S

abato 7 novembre è scomparso Paolo Cammelli. Vice-sindaco socialista dal 1975 al 1995 del Comune di Fiesole, è stato uno storico Assessore alla cultura, assessore in un comune con 15.000 abitanti circa, ma con una grande tradizione storica con i suoi paesaggi, con i reperti del mondo etrusco, romano e longobardo e la presenza di monumenti noti in tutto il mondo. Preceduto nel suo ruolo da assessori che, come Fernando Farulli e Stefano Merlini godevano di una fama di grande artista il primo, e studioso di diritto costituzionale nonché di raffinato cultore di musica il secondo, Paolo era riuscito a continuare la fama di Fiesole come luogo ricco di storia antica e recente, modificando e aggiungendo quanto aveva ereditato dai suoi predecessori. Cammelli era conosciuto, amato e stimato da tutti i fiesolani che lo hanno salutato nella Cattedrale della Città con un tenero scritto della sorella Sandra e un intervento del senatore Paolo Bagnoli che ha ricordato la sua attività all’interno del gruppo della sinistra socialista insieme a Giorgio e Valdo Spini. Dopo la crisi storica del Psi, determinata dagli avvenimenti che coinvolsero tutti partiti italiani nel 1992, Paolo aveva aderito alla travagliata riorganizzazione della sinistra fino a diventare segretario comunale di Fiesole prima del Pds e poi del Pd. Come “politico” aveva avuto un ruolo non certo limitato al comune di Fiesole ma esteso a tutta la realtà fiorentina e toscana. Nel 1975 è fra promotori del rientro in Giunta del Psi con il Pci, malgrado che quest’ultimo avesse la maggioranza assoluta in Consiglio Comunale. La scelta dell’alleanza delle sinistre fu sempre un obiettivo da lui perseguito nella sua attività politica. Il Psi fiesolano aveva una storia gloriosa, fra i suoi esponenti più significativi c’era Luigi Casini, sindaco prima dell’avvento del fascismo, da questo brutalmente defenestrato, e rieletto nel secondo dopoguerra fino al 1960. Anche forte di questa illustre tradizione, rispettata e riconosciuta dal Pci, Cammelli aveva condotto la sua azione con autonomia e con grande capacità di esprimere una propria e originale strategia nell’amministrare Fiesole. Come “amministratore”

Paolo Cammelli con il fotografo Elliot Erwitt il 30 maggio 1989

aveva lavorato per un costante miglioramento del sistema educativo, nel periodo di collaborazione col sindaco Adriano Latini, viene realizzato il nuovo plesso scolastico di Pian di Mugnone (non a caso intitolato a Luigi Casini), come vice-sindaco aveva sempre avuto proprie e originali posizioni che contribuirono alle scelte dell’Amministrazione fiesolana per venti anni; come lo sviluppo dell’edilizia di iniziativa pubblica e le numerose modifiche al primo Piano regolatore che avrebbero determinato il futuro del comune nel vasto territorio agricolo in relazione a un compatibile sviluppo economico. Come “assessore alla cultura” aveva inaugurato la stagione delle grandi esposizione alla Palazzina Mangani iniziando con la mostra, nel Lido Contemori lidoconte@alice.it di

Il migliore dei Lidi possibili

Depilazione indolore Disegno di Lido Contemori

Didascalia di Aldo Frangioni

1980, di Arnold Boeklin vissuto e deceduto a Fiesole, e proseguita con la prima importante riproposizione dell’opera di Alberto Savinio nel 1981. Da allora la Palazzina sarebbe stato uno dei centri più attivi della cultura nazionale in particolare con una lunga serie di mostre dei grandi fotografi internazionali anticipando l’attenzione alla fotografia che si sarebbe poi sviluppata ovunque. Fiesole visse in quei tempi uno dei periodi più interessanti per le attività culturali costituendo due Fondazioni che tutt’ora svolgono un lavoro preziosissimo: la Primo Conti e la Giovanni Michelucci. Cammelli si dedicava con continua attenzione al sistema museale fiesolano e alle proposte di spettacolo dell’Ente Teatro Romano coinvolgendo le

diverse giunte succedutesi negli anni e i Consigli comunali. Un Consiglio che per molti anni aveva visto la presenza di personalità come come lo storico socialista Giorgio Spini, i democristiani Giancarlo Carrozza, Luigi Sbolgi e Graziano Piccardi che, insieme a storici assessori come Antonello Nuzzo, Carlo Chiappi, Domenico Bartolini e Alessandro Pesci (poi diventato sindaco) seppero dare, con Paolo Cammelli attore di primo piano, uno sviluppo e una equilibrata conservazione del grande patrimonio culturale, storico e sociale di Fiesole. Occorre rendere omaggio anche al Paolo “privato”, bibliofilo raffinato sempre alla ricerca di volumi ma anche di piccole pubblicazioni rare e sconosciute. Collezionista di opere d’arte africane e asiatiche, raccolte in molti anni di viaggi e di ricerche nel mondo antiquario. Infine, mi sia permesso di ricordare, con affetto e profonda stima, il Paolo “amico” prima ancora che collaboratore di primo piano nella vita pubblica fiesolana. Ciao Paolo, mi mancherà la tua curiosità, il tuo sorriso cordiale, come pure la tua ostinazione, certe volte a torto altre a ragione, ma che non ha mai scalfito la profonda “affinità spirituale” che ci ha legato in oltre 40 anni di amicizia.


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Scottex

Aldo Frangioni presenta L’arte del riciclo di Paolo della Bella

Come Tennessee Williams scrisse il lavoro teatrale lo “Zoo di vetro” (The Glass Menagerie), così della Bella da tempo ci propone con i suoi animali, non chiaramente identificabili, il suo “Zoo di carta”. Dopo la proposta scenografica ci aspettiamo la sceneggiatura possibilmente leggibile e non stropicciata come è il caso dell’opere che da mesi ci vengono presentate. La disperazione di chi scrive è che l’artista abbia usato i famosi Rotoloni Regina la cui lunghezza, almeno nelle pubblicità, appare chilometrica.

Scultura leggera Michele Rescio mikirolla@gmail.com di

La cernia è considerato uno fra i pesci più pregiati. Ha carni sode e saporite che si prestano a diversi tipi di cottura. Per la preparazione di cernia al forno con patate, pomodori e olive nere per quattro persone occorrono i seguenti ingredienti: una cernia di circa 2 kg oppure 800 gr di filetti già puliti 1 kg di patate una dozzina di pomodori piccoli due etti di olive nere, volendo già senza nocciolo uno spicchio d’aglio un bicchiere di vino bianco secco olio di oliva sale pepe Preparazione Se si preferisce cucinare il pesce intero come prima cosa occorre levare le interiora e, con attenzione, tutte le squame che tendono a “volare”. Che sia intero o già ridotto in filetti, va sciacquato e asciugato con cura. Nel frattempo, dopo avere pelato e tagliato a fette sottili le patate, posatele in una teglia con l’olio d’oliva e lo spicchio d’aglio intero e mettete in forno per una decina di minuti, fino a che le patate inizino a rosolare. Levatele dal forno, togliete l’aglio e aggiungete la cernia e i pomo-

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Cernia con patate, pomodori e olive nere

dori tagliati a pezzetti, regolate di sale e pepe, bagnate con il vino e rimettete in forno, controllando spesso la cottura e bagnando con altro vino se necessario e facendo attenzione che le patate non si

attacchino al fondo della teglia. Dopo circa quindici minuti unire le olive e muovere con delicatezza per far unire e insaporire fra loro i vari ingredienti. A seconda della grandezza del pesce la cottura non

dovrebbe superare i trenta-quaranta minuti. Trattandosi di un piatto sostanzioso si consiglia di accompagnarlo con una semplice insalata e, al massimo, delle fettine di pane tostato.


in

giro

14 NOVEMBRE 2015 pag. 14

Michele Morrocchi twitter @michemorr di

D

a James Bond ci si aspetta che faccia James Bond. Uccida i cattivi, conquisti la bellona e si beva un Martini rigorosamente agitato e non shakerato. Lo dico da fan della saga dell’agente segreto con il doppio zero sia chiaro, da fan che si reca religiosamente al primo spettacolo del primo giorno di programmazione del nuovo film di 007 da anni e che non ha saltato nemmeno l’appuntamento con Spectre, il nuovo capitolo, il quarto (e probabilmente ultimo) interpretato da Daniel Craig. Un film, Spectre, che doveva chiudere il ciclo più intimista e profondo che i film interpretati da Craig avevano avviato. Un Bond tridimensionale, non più un automa tutto smoking e pistole. Una svolta che era stata molto apprezzata ma che qui, complice un regista “importante”, deborda e finisce per rendere il film molto al di sotto delle aspettative.

I tentacoli della Spectre non acchiappano

Spectre è un film lento, in cui la storia (banale di per sé) viene trascurata per l’introspezione di Bond, dei suoi sentimenti (cosa che oltre un certo limite dovrebbe essere impedita da qualche norma internazionale) e alla fine il regista, Sam Mendes (quello di America Beauty), deborda rispet-

to alla storia e al personaggio. E’ come se Mendes avesse voluto fare un Bond d’autore, rischio che aveva già corso in Skyfall (l’episodio precedente sempre diretto da Mendes) ma che era riuscito ad evitare seppur per un pelo. Anche in Spectre, come in Skyfall, ad una prima parte

davvero notevole corrisponde un seconda parte del film in cui pare che la storia debba arrivare comunque ad una conclusione in un qualunque modo, finendo così per arrivarci di corsa, seppur in mezzo ad esplosioni, inseguimenti e scene spettacolari. Oltre a questo il film è pieno di meta-citazioni dei vecchi film di Bond (dalla Rolls Royce di Goldfinger, il sacerdote voodoo di Vivi e lascia morire, un nemico silenzioso ed enorme come Squalo, ecc…) in una sorta di chiusura di un cerchio psicanalitico che però diventa stucchevole e un po’ inquieta rispetto a possibili cambiamenti nel prossimo futuro dell’agente segreto più famoso del mondo. Insomma un film che punta troppo in alto, rispetto a quello che ci si aspetta e si vuole da James Bond che nemmeno la travolgente bellezza della Bond Girl Lea Seydoux riesce a lenire del tutto.

Jon Fosse al Teatro Studio

Stasera alle ore 21.00, al Teatro Studio di Scandicci, lo spettacolo Inverno, di Jon Fosse, il drammaturgo norvegese, uno dei più importanti e pluripremiati autori dei nostri giorni. Il suo testo è messo in scena dall’eclettico regista italiano Vincenzo Manna ed interpretato dalle attrici Anna Paola Vellaccio e Flaminia Cuzzoli

Narciso_Io al Florida

Domenica 22 alle 21 al Teatro Cantiere Florida di Firenze Versiliadanza e Compagnia Arearea presentano Narciso_Io,

coreografia e esecuzione Marta Bevilacqua e Leonardo Diana. Bevilacqua e Diana si incontrano per studiare il narcisismo. Mettono insieme la loro capacità autorale visionaria per solleticare un argomento tanto attuale quanto controverso della cultura del nostro tempo. Interrogarsi sugli aspetti della vanità e della centralità del sé spinge i due coreografi ad elaborare un piano di ricerca attraverso i centri di residenza più significativi in Italia con l’intento di raccogliere materiali, comporre partiture, rintracciare la chiave per conoscere se stessi.


lectura

dantis

14 NOVEMBRE 2015 pag. 15

Nella palude giunse con le ali, ma con fracasso simile ad un tono, proveniente dal mondo senza mali,

Disegni di Pam Testi di Aldo Frangioni l’unico sacro in questo canto nono. Sbaragliando le fetida gentaglia. Di tutti quelli visti niuno era bono.

Il Messo divin, legger parea na’ paglia il pertugio ci aprÏ con un suo legno nel loco infam la sua figura abbaglia.

Canto IX

Dante si inginocchia al cospetto del messaggero del cielo che dopo aver cacciato le Furie indica il cammino da seguire, aprendo con una verghetta la porta per andare avanti


L immagine ultima

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Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

U

na coppia di giovani a Central Park in attesa che prenda il via una grande manifestazione di protesta contro la guerra del Vietnam. Mancano un paio d’ore all’inizio dell’evento e lo spazio è ancora semivuoto. Mi ha colpito subito il loro sguardo magnetico. In poco tempo lo spazio si è riempito a dismisura e dal palco sono partiti i primi interventi che hanno rapidamente surriscaldato la piazza. Erano per la maggior parte giovani e intellettuali, ma c’erano anche molti impiegati di mezza età e persone di ogni estrazione sociale. Hanno presto riempito tutto lo spazio raccogliendosi attorno a chi lanciava dal palco appelli accorati contro questa guerra ormai così impopolare. Presidente da poco insediato, il 20 Gennaio di quell’anno, era il repubblicano Richard Nixon.

NY City, agosto 1969


Cultura commestibile 145