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redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.culturacommestibile.com www.facebook.com/cultura.commestibile direttore simone siliani

redazione gianni biagi, sara chiarello, aldo frangioni, rosaclelia ganzerli, michele morrocchi, barbara setti

progetto grafico emiliano bacci

Con la cultura non si mangia

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N° 1

Quando penso a Pasolini, a come agiva rispetto alla societĂ , alle cose, mi stimo molto poco

Massi mo Troisi

editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012


Da non saltare di

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Cultura Commestibile

H

a aperto i battenti il 22 ottobre e rimarrà visibile sino al 17 maggio del prossimo anno, negli ambienti contigui alla Cappella Palatina di Palazzo Pitti a Firenze, una mostra sul patrimonio artistico di una delle confraternite laicali più antiche e prestigiose della città toscana. Promossa da vari enti – il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con il Segretariato regionale del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del turismo della Toscana, la Ex Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, la Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio per le Province di Firenze, Pistoia e Prato, il Museo degli Argenti di Palazzo Pitti, e Firenze Musei – l’esposizione è stata ideata e curata da Alessandro Grassi, Michel Scipioni e Giovanni Serafini a cui rivolgiamo qualche domanda. Come è nata l’idea della mostra? Siamo tre amici che si sono conosciuti studiando Storia dell’arte moderna all’Università di Firenze. Durante i rispettivi percorsi di laurea e di dottorato su tre pittori del Seicento fiorentino (Cristofano Allori, Carlo Dolci e il Volterrano) abbiamo notato che un cruciale punto d’incontro fra questi artisti era stata la Compagnia di San Benedetto Bianco. Fondata nel 1357 presso il monastero dei camaldolesi – da cui l’intitolazione a San Benedetto – nel 1383 la confraternita si trasferì nel convento dei domenicani di Santa Maria Novella e lì rimase fino al 1866, quando il Comune di Firenze (divenuta frattanto capitale d’Italia) decise di allargare via degli Avelli abbattendo i locali della Compagnia. Essa tuttavia continuò altrove la sua attività fino agli anni Quaranta del Novecento, quando gli ultimi confratelli cedettero alla Curia arcivescovile di Firenze tutto il patrimonio artistico: un nucleo straordinario, rimasto pressoché intatto. Nel 2012, pertanto, abbiamo cominciato ad accarezzare l’idea di valorizzare e attirare l’attenzione su queste opere, bisognose di interventi di restauro. Come siete riusciti a concretizzarla?

Il rigore

e la grazia


Da non saltare

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Non ce l’avremmo fatta senza l’aiuto di molte persone che hanno creduto nel progetto: dall’allora soprintendente, Cristina Acidini, fino a Maria Sframeli, allora direttrice del Museo degli Argenti, e Valentina Conticelli che le è succeduta nella carica, a Francesca Merz che ha coordinato l’organizzazione. Il nostro timore principale era che l’idea venisse giudicata troppo “di nicchia” o rifiutata perché incentrata su un periodo (il Barocco) non particolarmente gradito dallo standard turistico di Firenze e su argomenti che potevano apparire “bigotti”. Tuttavia ha prevalso l’apprezzamento per il valore scientifico di quello che è un vero e proprio recupero globale, sia materiale che culturale: materiale, perché sono state restaurate e salvate opere d’arte che altrimenti l’incuria del tempo avrebbe compromesso per sempre; culturale, perché lo studio di San Benedetto Bianco getta luce su molti aspetti della storia non solo religiosa ma anche sociale e civile di Firenze, soprattutto nel periodo del granducato mediceo. Alla confraternita appartenevano infatti moltissimi artisti – autori di molti dei dipinti esposti – e poi letterati, intellettuali, scienziati allievi di Galileo, musicisti… Qual era l’aspetto più interessante di questo variegato sodalizio, anche dal punto di vista artistico? In San Benedetto Bianco la vita religiosa era declinata in un impegno etico quotidiano, rivolto a tutti i ceti sociali: artigiani, commercianti o uomini di corte. Ciascuno era chiamato – secondo la spiritualità attestata dai Capitoli o dai testi del “correttore” Domenico Gori, esposti in mostra – a “perfezionarsi” gradualmente, mediante penitenze e meditazioni interiori, per fare sempre più propria la dedizione e l’obbedienza di Gesù, manifestata durante la Passione. Il Cristo sul Calvario, la Croce e gli strumenti della Passione erano infatti i temi più cari ai confratelli, anche artisti, che li vollero rappresentare più volte come per esortare se stessi e gli altri all’imitazione di Gesù e alla propria mortificazione spirituale e corporale (praticando ad esempio l’autofustigazione). Quali sono le opere principali che

Intervista ai curatori della mostra alla Cappella Palatina di Palazzo Pitti si possono ammirare in mostra? Tutti i dipinti esposti sono di straordinaria qualità ma segnaliamo la serie di otto ottagoni eseguiti da artisti diversi (Vincenzo Dandini, Lorenzo Lippi, Antonio Ruggieri, per citarne alcuni), commissionata dal confratello Gabriello Zuti per la propria abitazione e da lui donata alla

Compagnia del 1680: un ciclo a soggetto biblico che ripercorre in filigrana la biografia del committente, segnata indelebilmente dalla peste manzoniana del 1630. Una menzione particolare meritano le due tavole di Cristofano Allori (che l’odierno restauro ha meritoriamente riportato alla vita, arrestando i danni

subiti nell’alluvione del 1966), raffiguranti San Benedetto e San Giuliano: esse erano in origine unite a formare la grande pala che schermava le reliquie collocate nell’enorme altare-reliquario della Compagnia e che, grazie ad un meccanismo di corde, poteva essere scenograficamente alzata per la loro ostensione.


riunione

di famiglia

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Lonely Eugene Le Sorelle Marx

Continua anche questa settimana la pubblicazione a puntate della nostra “Lonely Planet – Giani edition”. Questa settimana il nostro Super Giani, indossata la super-fascia, è volato fino a Marradi, al limitare della Toscana. Si è trattato di una visita di enorme spessore diplomatico-politica, ma a noi piace qui segnalare l’aspetto turistico-folkloristico. Dal suo profilo Facebook: “Bella mattinata a Marradi con il sindaco Tommaso Triberti e Ivan Fabbri assessore al turismo e alle attività produttive del comune di Castrocaro in occasione della 52° Sagra delle castagne della Romagna Toscana con consegna del Pegaso simbolo della nostra meravigliosa Regio-

I Cugini Engels

Figli cinesi alla patria

Il mondo ha bisogno di nuovi leader innovatori capaci di rivoltarlo come un calzino. Così la Chiesa cattolica ha trovato papa Bergoglio dall’Argentina, gli Stati Uniti hanno trovato l’afroamericano Obama, l’Italietta ha scovato Renzi Matteo da Rignano. E che la Cina poteva essere da meno? No di sicuro. E così, ecco che tirano fuori dal cappello un tizio (fra i 1.200 milioni che ne avevano) Xi Jinping, uomo dell’apparato komunista (per forza), non particolarmente brillante, abbastanza ingessato e cinico economo della Grande Madre. Certo, che con quel nome da cartone animato non era facile rimanere dentro i panni grigi del funzionario di partito e, pensa che ti ripensa, a Xi è venuto in mente il modo per far convivere la sostanza grigia dell’interesse economico cinese con le esigenze della comunicazione globale. “Di cosa abbiamo bisogno in Cina?” si sarà detto Xi. “Ma di cinesi, senza dubbio. E come si fa a far divertire un po’ questo

ne!” (25 ottobre). Ma come non ricordare che appena pochi giorni prima (20 ottobre), il Nostro Eugenio presidenziale aveva aggiunto un’altra pregevole tappa alla pregevolissima guida Lonely Planet, il tartufo sanminiatino: “San Miniato è la patria del Tartufo. E tutti gli anni,

proprio a San Miniato si tiene la Mostra Mercato Nazionale, una rassegna in quattro week end che onora la #Toscana sia dal punto di vista turistico che enogastronomico. L’antico centro storico di San Miniato diventerà il più grande laboratorio del gusto d’Italia. Buon appetito!” 1,2 miliardi di persone, magari facendo qualcosa che aiuti la nostra economia? Idea! Fate l’amore come conigli e figliate! Non più un solo figlio, ma addirittura due! Così nel giro di una generazione diventiamo 2 miliardi e rompiamo la schiena a quei maledetti americani!”. Cade così, dopo 37 anni, il divieto di avere più di un figlio per famiglia: si può arrivare a due, ma non di più. E il pirotecnico Xi ha avuto ragione. L’economia cinese ne ha tratto immediato beneficio: Durex, la maggiore produttrice di profilattici del mondo, di proprietà statunitense, dopo un triennio di crescita del fatturato del 9,5%, ha subito un improvviso crollo in Borsa perdendo su tutti i mercati mondiali fra il 9 e il 14%. Il mondo ha rischiato un Venerdì nero peggiore di quello del ‘29 a causa dell’eccessivo accumulo di scorte di condom non smaltibili sul maggior mercato del mondo, quello cinese, appunto. La seduta a Wall Street ha attutito le enormi perdite grazie al rally della P&G group produttrice della marca di pannolini Pampers: Wall Street ha dovuto sospendere la seduta per eccessivo rialzo.

La Stilista di Lenin

Pancetta all’Avana

Si sa che sulla cura della sua immagine mediatica Matteo Renzi ha costruito larga parte della sua fortuna. Dunque anche la corsa al tramonto all’Avana fa parte della costruzione dell’immagine di un premier attivo, impegnato nel mondo ma anche capace di mantenere il suo equilibrio psicofisico. Il presidente che corre è un classico dell’iconografia USA. Clinton ne fu grande utilizzatore ma anche Obama non disdegna pose sportive. In quelle occasioni i presidenti americani sfoggiano normalmente divise atletiche delle squadre sportive delle forze armate, essendo il presidente anche il capo delle forze armate. Renzi, che la divisa si è comunque messo in Afghanistan, si è fatto invece ritrarre con la maglia della

Bobo

nazionale personalizzata da un numero 10 e il nome Renzi. Si sa la modestia non pare essere tra gli attributi del premier che quindi indossa la maglia che fu di Baggio o Rivera. Peccato però che ormai le maglie da gioco siano pensate per i fisici atletici dei giocatori e non per le pancette degli uomini di mezza età come Renzi. La quale pancetta, infatti, emerge dal tessuto elastico impietosamente a mostrare e dimostrare due cose: uno che della corsa il premier aveva davvero bisogno e due che più che al fisico Renzi pensava alle copertine. Tuttavia potremmo pure chiudere un occhio su quella pancetta, almeno noi pubblico femminile, se il premier ci passasse il numero della guardia del corpo cubana che lo accompagnava.


31 OTTOBRE 2015 pag. 5 Simone Siliani s.siliani@tin.it di

C

ontinuiamo la nostra ricerca delle tracce di Pier Paolo Pasolini, nel 40a della sua morte, nel lavoro degli artisti di oggi, che si ispirano, scoprono, ritrovano, rielaborano l’opera e il pensiero dell’intellettuale friulano. Questa settimana parliamo con Angela Torriani Evangelisti della compagnia Versiliadanza che, insieme a Murmuris, ha ideato un programma di spettacoli al Teatro Cantiere Florida, al Museo Novecento e al Cinema Odeon di Firenze dal titolo “Pier Paolo Pasolini. Il corpo profetico”. Abbiamo scelto di parlare con artisti per i quali Pasolini non è soltanto il ricordo o la celebrazione di un importante intellettuale, bensì una presenza viva nella produzione artistica. Ecco, qual è il vostro approccio a Pasolini e il senso complessivo del progetto? Intanto tengo a precisare che “Il corpo profetico” è il titolo generale di queste giornate (fino al 2 novembre) ed è un progetto nato da Murmuris che poi ha coinvolto altri soggetti, fra i quali Versiliadanza. Noi, nella giornata di sabato 31 ottobre, abbiamo organizzato un evento dedicato ad un aspetto meno conosciuto di Pasolini, cioè le canzoni. Sarà Francesca Breschi, che lavora da anni con Giovanna Marini su Pasolini, ad animare la serata; seguiranno altre canzoni coreografate da diversi artisti e alcune letture, a partire da “Poesia in forma di rosa”. Un aspetto interessante è stato il coinvolgimento di ragazzi giovanissimi del quartiere nel costruire un fondale con graffiti. Abbiamo, dunque, lavorato con questi ragazzi su Pasolini, che loro avendo 18 anni non sapevano neppure chi fosse. Abbiamo coinvolto questi ragazzi in una considerazione su ciò che può muovere oggi a dei ragazzi di 18 anni leggere, ascoltare, vedere, ragionare su Pasolini. Questi adolescenti sentono istantaneamente la forza di questa figura la sua umanità, il suo andare contro certi schemi. Sul fondale di graffiti hanno dipinto questa frase tratta da un libro di fotografie su cui abbiamo lavorato: “Io non credo a nulla, ma lotto per qualcosa”. E’ molto

PPP

Il corpo profetico

interessante constatare come un personaggio del genere susciti un movimento. Leggiamo insieme poesie, saggi, guardiamo dei video e poi a loro spetta far agire l’effetto Pasolini. Pasolini è imprescindibile nella creatività artistica; come ci si confronta con il mondo dell’arte, della società, Pasolini è fondamentale. Oggi essere un artista significa combattere contro strutture che appartengono poco all’essere artista. Secondo te, cosa c’è in Pasolini che ancora parla a questi ragazzi? Di solito parliamo di Pasolini come di un profeta, uno che è riuscito a vedere in anticipo gli sviluppi contraddittori della società moderna. Ma a dei ragazzi nati negli anni ‘90 cosa appassiona di lui? Direi il fatto che fosse un personaggio controcorrente. Lui diceva di sé: “io sono totalmente inattuale”. Riusciva a mettere insieme – e di questo abbiamo parlato con i ragazzi – cose scottanti come la sua omosessualità accanto alla musica di Bach: è talmente forte questo contrasto

fra le sue parti umane che sicuramente tocca molto un giovane che si trova a doversi confrontare con la moteplicità di quello che siamo. Una personalità così forte, attaccata alla vita come alla morte, al sublime, non può non affascinare i giovani. In un tempo di così forte tendenza omologatrice, Pasolini è uno che scombina certezze e fa scattare qualcosa. Mentre questi ragazzi lavoravano ai graffiti, parlavano dei loro progetti anche alla luce dei testi di Pasolini. E’ stato impressionante vedere come uno di loro sfogliava questo libro di fotografie in bianco e nero su Pasolini, con una lentezza e attenzione inconcepibili per un ragazzo di 18 anni. Il vostro spettacolo, dunque, mette insieme musica, canzoni, danza e arti visive: sono ambiti, soprattutto la danza, a cui accostare Pasolini ci sorprende. Anche se il modo con cui gioca a pallore, nelle fotografie che spesso lo immortalano in questa attività, ne rivelano una forza e una grazia corporea quasi tersicorea. Siamo andati a Casarsa a vedere

documenti e fra questi una serie di foto di lui che gioca a calcio effettivamente molto belle. Questo progetto è nato pensando a come poter chiudere queste giornate, non dico in maniera leggera perché ci sono testi importanti come “Lamento per la morte di Pasolini” cantato da Francesca Breschi oppure “Napoleone” di Sergio Endrigo che parla di suo fratello. Però in passato avevamo fatto un progetto con gli Avion Travel in cui ad ogni compagnia toscana era affidata una canzone del gruppo da coreografare e a noi toccò “Cosa sono le nuvole”: parlando di questa serata ci è tornato in mente questa esperienza e abbiamo scelto, appunto, di legare Pasolini alle canzoni, che sono assolutamente danzabili. Anche perché lui era un uomo che dipingeva, che faceva cinema, che scriveva e quindi perché no anche il corpo, che nella sua vita ha avuto una grande importanza. Poi ci saranno letture come “Supplica a mia madre”, qualcosa tratto da “Mamma Roma”, vari aspetti dell’uomo Pasolini.


31 OTTOBRE 2015 pag. 6

Elene Le sirene camminano Usdin con le mani

Claudio Cosma claudiocosma@hotmail.com di

L

’autoritratto è uno dei soggetti preferiti dall’artista che partendo da se stessa sovrappone al mondo reale e alla sua impossibile perfezione una complessa personale ricostruzione. Questa nuova creazione, mescola ma non sovverte, quello che dalla vita siamo abituati ad aspettarci, il racconto interno delle singole foto segue una trama apparentemente rassicurante, forte sopratutto della armonia del suo linguaggio formale, che prende in prestito gli stilemi esteriori e glamour delle riviste patinate. Gli scatti della Usdin hanno una durata che coincide col tempo necessario alla narrazione, niente è fuori posto e lo sguardo dell’osservatore compie il suo percorso circolare senza intoppi. Tuttavia si avvertono lontani e sottili degli sbalzi di logica, che come nei film comici dove gli attori non ridono, ci lasciano incerti sul primo giudizio mentalmente formatosi. La naturalità sconfina nell’artificio e la totale mancanza di narcisismo nella autoreferenzialità dei soggetti ci fa apparire didattica la pur presente vena di sensualità che avvertiamo immobile e irraggiungibile. Nella serie di autoritratti con materassi, scelti per rappresentare il suo lavoro nella mostra da Sensus, si colgono sentimenti contrastanti sfumanti l’uno nell’altro. Il flusso associativo rimanda per primo alla poeticità delle fiabe, il riferimento a La principessa sul pisello è evidente con la sua metafora di irraggiungibile comodità senza la quale non si possa raggiungere il sonno, ma ancora suggeriscono le stesse foto i significati differenti appartenenti a La piccola fiammiferaia, sola, senza possibilità di consolazione e vestita in modo inadeguato, alla quale accordiamo forzatamente il nostro rammarico. La successione della serie ci porta dunque a modulare i nostri sentimenti e successivamente nella foto dove la modella indossa una maschera immaginiamo uno strano gioco di obbligo, di costrizione quasi di velata violenza. La modella rannicchiata ai piedi della

Dall’alto Autoritratto come donna ragno, Autoritratto con materassi, Elene Usdin centaura

pila di materassi ci fa pensare ad una sosta dopo un rimprovero, ad un tentativo impossibile di nascondersi allo spettatore, mentre quella dove una mano copre il volto suggerisce una imminente punizione o il pianto successivo, per arrivare alle immagini dove il corpo disteso si allunga a formare col materasso un lungo orizzonte di attesa dove finalmente si potrà cedere al sonno ristoratore che prelude ai sogni. L’attività simbolica non rimane schiacciata dall’apparire col sembiante del mondo reale, ma si sovrammette a questo spostando l’attenzione dall’ovvietà alla redenzione. Elene Usdin non si preoccupa di stabilire un punto d’intesa con chi guarda, ma dal suo limpido e disarmato modo di mostrarsi, ammantandosi nelle fattezze dell’infanzia, vestita delle stesse camicie da notte che Lewis Carrol faceva indossare alle sue amiche bambine, ci costringe ad immedesimarci nelle storie narrate con le vesti di chi si sia reso responsabile di averle provocate. Elene Usdin: Espace imaginaire Fondazione Sensus viale Gramsci 42a Firenze. Dal 1° novembre 2015 al 31 gennaio 2016. Visitabile solo su appuntamento


31 OTTOBRE 2015 pag. 7 Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

I

n fotografia, diversamente che in tutte le altre forme di espressione, non è quasi mai possibile “attribuire” un’opera sconosciuta ad un autore. Contrariamente alla scrittura, al disegno, alla musica o alla poesia, non esistono in fotografia elementi “personali” come la calligrafia, lo stile o la cadenza, tali da permetterci di “riconoscere” la mano del maestro, o di “individuare” i tratti della personalità di un autore. La fotografia è il meno “calligrafico” fra i linguaggi. Un fotografo può essere forse riconosciuto per analogia, in funzione dei temi che tratta e del modo in cui li tratta, ma basarsi su tali elementi per attribuire con certezza un’opera sarebbe fuorviante. Principalmente per due motivi. Lo stesso fotografo può affrontare temi diversissimi fra di loro, con immagini diversissime fra di loro. Non esiste il “ritrattista” che fa solo ritratti o il “paesaggista” che fa solo paesaggi. Non esiste neppure il “bianconerista” che usa solo il bianco e nero o il “colorista” che usa solo il colore. Il fotografo completo, che ha in mano uno strumento di analisi di una realtà che è di per sé complessa, lo utilizza per sondare tutti i diversi aspetti di tale realtà. E lo fa piegando lo strumento alle esigenze linguistiche che si pongono volta per volta. I fotografi le cui opere sono immediatamente riconoscibili, sono quelli che hanno raggiunto la notorietà con dei trucchetti che ripetono senza fantasia, come i “bianchi su bianco” di Cavalli o i colori forti di Fontana. In fotografia diventa troppo facile perfino copiare o fare dei falsi, delle foto “à la Cartier-Bresson” o “à la William Klein”, “à la Mapplethorpe” o “à la Diane Arbus”, e così via dicendo. Per questo i grandi fotografi, giunti all’apice della carriera, sentono fortissimo il bisogno di cambiare temi, stile e linguaggio. Per non diventare la brutta copia di se stessi. Dove invece la personalità del fotografo è prepotente, il segno che viene lasciato è

Ray Metzker Colpi di luce nell’ombra inequivocabile. Un fotografo di questo genere è ad esempio l’americano Ray Metzker, nato nel 1931 a Milwaukee, giramondo per vocazione e curioso di tutto ciò che lo circonda, attratto in particolare dalla luce violenta che strappa dalla più profonda oscurità figure e sagome, oggetti e persone, rimodellandole e trasfigurandole. Uno dei consigli da dare a chi si avvicina alla fotografia è il classico “esponi per le luci alte”, a cui Ray Metzker sembra aggiungere “e lascia tutto il resto nell’ombra”, oppure un più drastico “fregatene di ciò che è in ombra”. Ma è proprio ciò che è nascosto nell’ombra che rende le sue immagini drammatiche e potenti, sono le ombre stesse delle persone e delle cose che diventano i protagonisti del racconto. Ray Metzker predilige gli ambienti urbani, ritagliati fra le pesanti ombre che incombono sulle strade attraversate dalle sciabolate della luce solare che si riflette sull’asfalto e rimbalza avvolgendo i passanti solitari, personaggi sfuggenti ed indefiniti, di cui Metzker non rivela niente, se non l’attraversamento quasi casuale dell’inquadratura. Presenze effimere, uomini e donne senza volto, senza motivazioni apparenti, senza storia. Presenze che indugiano o sostano in enormi spazi vuoti, figurine che si muovono ai bordi della scena, che escono dall’ombra per un attimo, quasi folgorati dalle lame luminose, per immergervisi di nuovo e scomparire. Nel corso della sua carriera Metzker sperimenta altre forme di fotografia, accostando immagini diverse, oppure raddoppiando la stessa immagine, quadruplicandola o moltiplicandola, ed affronta temi diversi da quello urbano, come le spiagge assolate ed affollate, o la vegetazione dei parchi urbani. Ma alla fine torna a dedicarsi alla “street photography”, percorrendo di nuovo quelle strade in bilico fra luci abbaglianti ed oscurità, percorse ed abitate da personaggi sfuggenti e schivi, di cui Metzker cattura le ombre, rendendoli un poco ambigui e misteriosi.


31 OTTOBRE 2015 pag. 8 Simone Siliani s.siliani@tin.it di

Angelus Novus” di Walter Benjamin è uno dei testi più semantici, enigmatici eppure celebrati del filosofo berlinese. In poche righe, come del resto caratteristica di questo filosofo del frammento, condensa significati che hanno fondato la critica della modernità e riassumono la visione della storia di Benjamin. Un visione anti-deterministica, che rifiuta l’idea di un tempo storico che procede in modo lineare e cronologico, eppure una visione messianica, che tende verso una (forse impossibile) salvezza dalle macerie mute della storia dell’uomo. La pièce di Virgilio Sieni, “Angelus Novus”, presentata al teatro della Pergola di Firenze dal 27 al 29 ottobre interpreta, come nessuna trattazione filosofica, questa complessità di significati. I 19 angeli di Sieni sono, come quello di Klee, ad un tempo bloccati sulle rovine di un passato indicibile, attoniti e arresi di fronte alla catastrofe del presente; ma anche instancabilmente sospinti da un vento cosmico a cercare altro da sé, un futuro che può (forse) essere concepito solo attraverso la memoria. Far riemergere un ordine antico attraverso l’opera redentrice della memoria, mentre tutto attorno a loro li sconvolge, li allontana l’uno dall’altro, lì costringe dentro la gabbia chiusa delle distruzioni del presente. Dalla catena di eventi catastrofici che li agita sembrano trovare, per un istante solo, una tensione verso un futuro altrove. Ma, di nuovo, le onde cosmiche, la “tempesta” del “progresso”, li risospinge nel caos del presente. Tuttavia è proprio questa “tempesta”, terribile e contraddittoria, che spinge questi 19 angeli verso un futuro, che permetterà loro di uscire dalla gabbia dell’eterno presente, verso i lati estremi di un nuovo universo possibile. Ma mentre Benjamin lavora sull’immagine di Paul Klee, Virgilio Sieni lavora – da par suo – sui corpi, sulla materia. I 19 interpreti (alcuni danzatori, altri non-professionisti) intrecciano, in impossibili equilibri, tutta la loro materialità corporea. Gli stessi venti che agitano la tempesta, sono i fiati densi e materici (sassofoni

Angelus Novus e tromba). Ma soprattutto la musica diventa suono concreto, corpo anch’esso: le percussioni che scandiscono i crolli e la splendida musica di Roberto Cecchetto, eseguita dal vivo dall’autore, danno ancora più Lido Contemori lidoconte@alice.it di

Il migliore dei Lidi possibili

In prima serata, l’aggroviglio della Rete vi fa sognare la luna, poi vi fa vedere le stelle.

Disegno di Lido Contemori

Didascalia di Aldo Frangioni

spessore al lavoro sul corpo che Sieni ormai da anni continua a portare avanti. Il lavoro di Virgilio Sieni e della sua Accademia sull’arte del gesto sembra continuare il discorso che Benjamin ci trasmette

per frammenti, in un affresco ampio, disteso; una “immagine dialettica” diremmo con il Benjamin dei “Passages”: “Non è che il passato getti la sua luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora in una costellazione. In altre parole: immagine è dialettica dell’immobilità”.


31 OTTOBRE 2015 pag. 9 Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

L

’attivismo estetico degli anni Sessanta va riscoperto alla luce della sperimentazione dell’innovazione: non solo nell’aderenza alla vita ma anche nella presa di coscienza della necessità di uno scarto dalla norma e di una rottura del canone, in grado di riportare la vita al centro delle tecniche e delle prassi artistiche. In tale contesto George Brecht fu consapevole dell’incessante divenire dell’epoca storica, traducendo concretamente l’idea di un’Arte effimera, causale e quotidiana. I suoi interventi si caratterizzano per una sintesi di gag, giochi infantili, banalità e fantasie, in cui viene meno la sacralità dell’opera d’arte e l’esperienza totale e multisensoriale si pone a un livello centrale d’ispirazione e realizzazione. Le sue opere sono spesso semplici istruzioni scritte, proposte di azioni, piccoli brani poetici o umoristici, o ancora, azioni con oggetti: eventi entro cui si collocano diverse modalità comunicative come poesie, rappresentazioni teatrali ed esecuzioni musicali. Quello di George Brecht è un lavoro di ricerca continua sugli elementi lontani dal gusto comune, di associazioni inaspettate, di sintesi fra stili ed eventi, fra prassi e teorie, fra arte e vita quotidiana, con una comune identità. A livello filosofico le sue opere d’arte nascono dall’idea che l’aleatorietà ha metodi e possibilità infiniti nell’applicazione alla creatività artistica: caso, probabilità e automatismo inconscio danno luogo a uno stimolo interpretativo che si traduce in una reazione creativa. L’artista diviene quindi il protagonista assoluto dell’esperienza estetica – dall’ispirazione iniziale sino alla realizzazione finale – in una visione nuova ma citazionale. George Brecht si pone a metà strada fra la tradizione e la sperimentazione, prende a prestito gli elementi innovativi delle avanguardie storiche e li riutilizza come linguaggi aleatori, come elementi che trascendono la razionalità umana e si amalgamano alla casualità naturale del mondo. “Change-imagery” è il concetto che sta alla base di una poetica tesa alla formazione di “event”, di semplificazioni rappresentative e iconiche, sia fisiche che mentali, di un minimalismo moderno, attento ai particolarismi pulvi-

Il caso quotidiano George Brecht

scolari della quotidianità e degli istanti presenti. Quella dell’artista è un’analisi microscopica della cultura e delle essenzialità contem-

poranee che conducono il lettore a percepire una sensazione di straniamento di fronte a situazioni semplicissime.

In alto in senso orario Three Dances, 1961 Assemblaggio su tela Cloud Scissors, 1964 Cartoncini stampati in busta Water-Yam (versione giapponese), 2002 Published by Gallery 360°. Cartoncini stampati in scatola di legno Bead Puzzle, 1965 Scatola in plastica In basso Direction, 1973 Collage e caratteri tipografici su tela Courtesy Collezione Carlo Palli, Prato


31 OTTOBRE 2015 pag. 10 Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it di

F

ino a poco tempo fa la musica classica europea era stata presentata come un fenomeno dominato dalle figure maschili. Da qualche tempo, invece, vengono realizzate varie iniziative - libri, saggi, festival - che cercano di combattere questo stereotipo, restituendo alle donne lo spazio e la considerazione che meritano. Una di queste è il Festival en hommage aux femmes musiciennes et aux femmes compositrices, fondato dalla pianista Lydia Jardon, che si tiene ogni anno nella cittadina bretone di Ouessant. L’ultima edizione (2-6 agosto 2015) è stata dedicata a Lou Koster (18891973), che negli ultimi anni sta finalmente uscendo dall’oblio. Nata a Lussemburgo nel 1889, Lou Koster è contemporanea di alcune compositrici destinate ad emergere. Fra queste, Nadia Boulanger (1887-1979), che avrà fra i suoi allievi Philip Glass, e Germaine Tailleferre (18921983), unica donna che farà parte del “Gruppo dei sei” con Milhaud, Poulenc e altri. Lou dimostra presto una forte passione per la musica, ma nel suo paese non ci sono conservatori. Quindi è il nonno materno, ex cappella-

Fabrizio Pettinelli pettinellifabrizio@yahoo.it di

Chi ricorda “El Cid”, il film di Anthony Mann dove Charlton Heston interpreta il leggendario eroe spagnolo? Nella scena finale El Cid Campeador, ucciso da una freccia il giorno prima, viene messo a cavallo e, sostenuto da un’imbracatura di metallo, irrompe sul campo di battaglia terrorizzando e mettendo in fuga i Mori, mentre una voce fuori campo tuona: “Da quel giorno El Cid cessò di cavalcare nella storia per entrare nella leggenda”; siamo durante l’assedio di Valencia, nel 1099. Ora, non è per dire, ma gli spagnoli quell’espediente lo copiarono pari pari dai fiorentini, che l’avevano inventato giusto un secolo prima. Il 21 dicembre 1001 Ugo di Brandeburgo, marchese di Toscana, morì a Pistoia e gli uomini del seguito, per la paura che i pistoiesi ne reclamassero le spoglie, lo rivestirono di tutto punto, lo misero a cavallo e, affiancato da uno scudiero che ne manteneva eretto

La signora del valzer

no della banda militare granducale, che le insegna a suonare il piano e il violino. Quando muore Lou ha soltanto 11 anni: continua a suonare come autodidatta, quindi può terminare gli studi al neonato Conservatorio della capitale. La musica diventa presto il suo lavoro: negli anni successivi comincia a suonare durante la proiezione dei film muti, nei caffè, alle cerimonie. Spesso suonano con lei le sorelle Lina e Laure. Nata in un paese trilingue, Lou Koster sottolinea que-

sta ricchezza culturale mettendo in musica testi di autori francesi, lussemburghesi e tedeschi. Negli anni Trenta, grazie alla radio, comincia a riscuotere un buon successo, ma nel dopoguerra cade nell’oblio. Se la sua opera è stata riscoperta e valorizzata il merito spetta soprattutto a Danielle Roster, fondatrice dell’archivio che conserva le sue opere. Insieme a Melanie Unseld questa musicologa tedesca ha curato il libro Komponistinnen in Luxemburg. Helen Buchholz (1877-1953) und

Lou Koster (1889-1973) (Böhlau, 2014), che mette in luce anche un’altra compositrice lussemburghese. Non è quindi un caso se Danielle Roster ha contribuito in modo determinante alla realizzazione del CD Lou Koster: Orchestral Music (Naxos, 2015). Il disco raccoglie sette brani inediti composti negli anni Dieci e Venti. In gran parte sono suite di valzer, come “Lore-Lore” (dedicata a una delle sorelle) e “Moselträume”, che conobbero una notevole popolarità radiofonica negli anni Trenta. L’influenza straussiana è evidente, ma la musicista la sviluppa e l’arricchisce con accorgimenti armonici e strutturali molto personali. Nell’elegante “Ouverture légère” si coglie invece qualche vaga reminiscenza di Schubert, il suo compositore preferito. Estro Armonico Luxembourg, l’ensemble cameristico diretto da Jonathan Kraell offre un’interpretazione convincente, ma forse un’orchestra sinfonica avrebbe dato un risultato migliore. Il disco conferma la validità dell’etichetta Naxos, fondata nel 1987 da Klaus Heymann, grazie alla quale molti compositori ignoti o trascurati sono stati riportati alla luce.

che, durante una battuta di caccia in Mugello, rimanesse isolato dai compagni e incontrasse una bellissima fanciulla alla quale chiese del cibo. La sconosciuta gliene portò di buonissimo, ma servito in stoviglie luride: rivelata la sua vera identità, la Madonna fece capire al marchese quanto fosse contraddittorio il suo comportamento (come il buon cibo e i piatti sporchi) e Ugo, colpito, abbandonò la vita

dissoluta e fondò immediatamente in zona l’Abbazia di Buonsollazzo, vicina a Borgo San Lorenzo. Fino al 1870 alla Badia Fiorentina, una delle più antiche chiese cittadine, dove fu sepolto Ugo, si accedeva mediante una doppia scalinata, che fu eliminata perché intralciava il passaggio del corteo di Carnevale (!); la scalinata, in ricordo del marchese, era sormontata dalla raffigurazione di un’aquila imperiale. Naturalmente i fiorentini ebbero da ridire su quell’uccellaccio inusuale dalle loro parti, e la possente aquila fu rapidamente e con unanime e convinto consenso declassata a “oca di Badia”. Era uso che le sentenze emesse nell’antistante Palazzo del Podestà, il Bargello, venissero lette ad alta voce dagli araldi proprio sulle scalinate della Badia: nei rari casi di sentenze assolutorie, i fiorentini potevano allora pronunciare con legittima soddisfazione il famoso detto: “Ecco fatto il becco all’oca e le corna al Podestà!”

Via del Proconsolo

Ecco fatto il becco d’oca

il corpo, lo riportarono a Firenze, dove fu sepolto nella chiesa della Badia Fiorentina, fondata dalla madre Willa di Brandeburgo. Per inciso il 21 dicembre, giorno della morte del marchese, è dedicato a San Tommaso e Dante (Paradiso, XVI), promuovendo Ugo da marchese a barone, lo ricorda così: “Ciascun che de la bella insegna porta - del gran barone il cui nome e ‘l cui pregio - la festa di Tommaso riconforta”. Che Ugo finisse in Paradiso fu merito della Madonna in persona. Infatti il buon marchese, che pure nella vita pubblica si adoperava in grandi opere di beneficenza, nella vita privata era un dissoluto di prima forza, assai propenso a cedere alle lusinghe di Bacco, tabacco e Venere. Vuole la leggenda


31 OTTOBRE 2015 pag. 11 Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it di

A

nche lei una figlia senza madre, morta quando aveva 3 anni e di cui non ha mai avuto ricordo, e presto anche senza padre, morto quando ne aveva 13 di anni, senza famiglia quindi come Pippi Calzelunghe o altre protagoniste di favole per bambini e come molte donne ricche e famose e molte dive. Ingrid Bergman, da sola, con caparbia lucidità, costruisce la sua vita, il suo successo, la sua persona. Non potevo mancare la visione del Documentario a cura del critico e regista Stig Bjorkman stimolato da una idea-desiderio di Isabella Rossellini cui collaborano i suoi 4 figli (tanti per una diva), ricordare e rendere omaggio alla grande attrice nel centenario della nascita, raccontandola anche come madre e donna. Attualizzano così, tutti insieme, il sogno di farla rivivere nei loro ricordi e grazie ad essi. Ingrid, che asseriva di non volere “radici”, ha conservato per tutta la vita foto, lettere, diari, oggetti e filmini familiari a partire da quelli che le faceva il padre, amatissimo, è ad essi che i figli fanno risalire la sua passione per lo stare in posa e il recitare, come se lo facesse sempre ed ancora per lui. Tutto questo materiale è ora raccolto in una Fondazione a lei dedicata in Svezia, ed è ad esso che attinge a piene mani il regista per il suo “Io sono Ingrid”. I numerosi scatoloni del tempo perduto l’hanno seguita nelle sue peregrinazioni intercontintali e nei suoi vari e fondamentali cambiamenti di vita, “ogni 10 anni devo cambiare tutto...” ,essi costituiscono la sua radicale essenza. La Symborska sintetizzerebbe “Morire quanto necessario, senza eccedere. Ricrescere quanto occorre da ciò che si è salvato”. Nel raccontare i suoi cambiamenti di luoghi e mariti, dalla Svezia con il primo marito e Pia ad Holliwood, da qui a Roma da Rossellini, poi a Parigi, sola, lasciati i tre ragazzi nati nel frattempo, Robertino e le gemelle Isabella ed Isotta, in una casa “da soli”, infine in un’ isola svedese con il terzo marito, impresario teatrale, non senza esser rimasta un pò anche a Londra, i figli esprimono e il loro dolore ed il

Io sono Ingrid

loro, comunque grande, amore e l’ammirazione per cotanta donna. Ormai quasi vecchi lo fanno, mi pare, con una sincerità dalla quale traspare e prende forma il tipo e la quantità diversa del loro dolore. Pia, bellissima e a lei somigliante per lineamenti e stile nordico, ricorda che se all’inizio non poteva capire il suo abbandono del padre che a lei sembrava meraviglioso, ha Massimo Cavezzali cavezzalicartoons@hotmail.com di

infine elaborato che “le piaceva recitare soprattutto, noi eravamo meno interessanti..”e conclude che stare con lei era meraviglioso e divertente e mai abbastanza. Isotta, a mio avviso la più ferita, si rammarica del suo avere detto in una intervista “nessun rimpianto”., “..come? e noi lasciati in disparte?”. Isabella appare la più pacificata, io penso anche grazie alla grande dose esclusiva

Scavezzacollo

di mamma avuta in seguito alla sua grave scoliosi che necessitò di intervento chirurgico e di un lungo periodo di immobilità nel quale Ingrid le rimase vicino senza lavorare. Robertino ricorda il suo terrore ogni volta che osservava la tensione “cattiva” che gli cambiava la mamma prima di entrare in scena e il trauma subito nel vedere il pubblico che applaudiva freneticamente dopo il rogo che la bruciava nella Giovanna D’Arco teatrale. Il dolore per la vendita della villa di S.Marinella, mitologico luogo di vacanze e incontri e riunione di amici e parenti sembra bruciargli ancora e ne parla a nome di tutti penso. Parigi in un grande albergo...affidati al concierge...”sembra strano, ma è stato verodice- eravamo nel lusso e il lusso aiuta”. Dei film di cui scorrono fotogrammi e foto da backstage ricorderò solo “Sinfonia d’autunno” dell’altro grandissimo Bergman, Ingmar, splendido ed ineguagliato ritratto di madre narcisista, avevo sempre identificato l’attrice con questo personaggio, l’affetto e l’assoluzione dei figli mi ha fatto ricredere.


31 OTTOBRE 2015 pag. 12 di

L. B.

La leggerezza di virginia Panichi

S

i è conclusa lo scorso 18 ottobre la terza sezione del ciclo di residenze artistiche nei BoCs sul lungofiume Cosentino, strutture appositamente create per ospitare ciascuna un artista, case-studio “aperte al pubblico che in ogni momento potrà visitare gli artisti a lavoro. Il curatore della residenza Alberto Dambruoso è stato nominato anche direttore del futuro museo d’arte contemporanea di Cosenza dove verranno esposte le opere degli artisti partecipanti.Virginia Panichi era tra i 27 artisti invitati, ed ha per questa occasione realizzato un progetto poetico ed introspettivo in dialogo con il territorio. Alla serata finale di presentazione ufficiale dei box ha esposto 2 disegni ed una fotografia con le relative installazioni. Prosegue con i disegni la serie “Levitas”, dove la sospensione è la metafora dell’energia del mondo, energia che ci è stata data in prestito per vivere la nostra vita e che una volta arrivati al termine dovremo restituire in un circolo continuo. Sei pietre disposte in cerchio nel primo disegno, ed in verticale nel secondo, gravitano in un paesaggio brullo; la leggerezza del tratto contrasta con la pesantezza del materiale raffigurato; da qui nasce l’installazione dove 21 pietre sospese rappresentano il corpo dell’artista. La loro somma è esattamente il suo peso corporeo, “dalla terra veniamo ed alla terra torniamo”.La fotografia “Immedesima/Azione” è anche un atto performativo, dove è l’artista stessa ad immergersi nel Crati con un abito candido e lunghissimo che segue il corso del fiume, un gesto di empatia verso l’acqua, nostra primaria risorsa. Di fronte, appoggiata su una piccola mensola una conchiglia e una scritta: ascoltami, un invito a prenderla nel gesto poetico di ascoltare il mare sentendo invece sorprendentemente un respiro. Questa terra è viva, non dimentichiamolo mai.

Francesco Cusa info@francescocusa.it di

Che spettacolo per gli occhi. Quante raffinate citazioni (da “I Diavoli” passando per “I Duellanti”). Una fiaba crudele e al contempo deliziosa, in cui l’Atroce e il Sublime prendono a danzare, come nei racconti di Poe e in certe fiabe dei Fratelli Grimm. Sarà che adoro Guillermo Del Toro e tutto il suo cinema (in particolare “Il Labirinto del Fauno”), ma la sua ultima opera, “Crimson Peak”, è un gioiello che rasenta il preziosismo e che si apre come una scrigno incantato agli occhi dello spettatore. Del Toro sembra incarnare il risvolto “senex” di Tim Burton, e rispetto a quest’ultimo, forse, è più classicamente maestro del racconto gotico. Sempre alla ricerca di una fascinazione del grottesco, Del Toro possiede alcune rare qualità: dei poderosi artigli per scavare dentro al mito, l’inclinazione naturale (e dunque non occasionale) verso una “poetica del mostruoso”, la sofisticata capacità affabulatoria; tutte qualità che attestano un evidente scarto con gli altri epigoni del

Una fiaba crudele

genere. Certamente non stiamo parlando di un “regista del sentimento” - lo diciamo con serenità ai cavillatori di professione, spesso fuori fase rispetto all’oggetto estetico d’indagine; e dunque appaiono del tutto fuorvianti certe critiche giacché “Crimson Peak non è una storia d’amore, come non lo sono i

romanzi della protagonista, Edith Cushing, che di fatto scrive di “storie di fantasmi”. Pare ribadirlo a più riprese il regista e per bocca della sua eroina, forse a monito d’una dichiarazione estetica d’intenti. Interessante il processo di corruzione della protagonista che finisce con l’assumere le sembianze di una sorta di Mia Farrow sconvolta dalle possessioni, dagli avvelenamenti progressivi e altrettanto pregnante è il lavoro che Del Toro realizza sulle “maschere”, sulle metamorfosi dei personaggi che assumono fattezze sempre più malsane col farsi della trama. “Crimson Peak” è una sorta di “Rovina della Casa degli Usher” resa in chiave favolistica (il lieto fine è emblematico in tal senso); un film dalle tinte forti che celebra il Crudele sotto mentite spoglie e che ricongiunge lo spettatore alla dimensione spietata del sogno, alle asperità della bellezza, alla brutalità della vendetta. Su tutto campeggia la dimensione ultraterrena del Tremendo.


31 OTTOBRE 2015 pag. 13 Roberto Mosi mosi.firenze@gmail.com di

P

ercorso di discreta lunghezza e impegnativo quello della sesta tappa dell’Anello del Rinascimento, da Vaglia a Santa Brigida, realizzato la prima domenica di ottobre dal gruppo di TrekkingItalia, sezione della Toscana. La lunghezza è di circa 19 chilometri, 600 m. di dislivello in salita; l’itinerario: Vaglia – Bivigliano – Monte Senario – Sentiero di Andrea - Vetta Le Croci – L’ Alberaccio – Madonna del Sasso – Santa Brigida. Quello che riserva la tappa, ricompensa le fatiche del percorso per la ricchezza delle testimonianze storiche e religiose, per la bellezza dei boschi che attraversiamo, per la vista di straordinari paesaggi. Innanzitutto ricordiamo che la domenica mattina, è agevole prendere il treno da Firenze a Borgo San Lorenzo, per raggiungere Vaglia; la sera, il ritorno, più articolato, prevede il bus (ore 18.10) da Santa Brigida per Pontassieve e il treno per Firenze. La prima meraviglia del percorso è la vegetazione di cui è ricca la zona che attraversiamo, posta a nord, nord-est della città. Si può calcolare che per circa tre/quarti del trek, camminiamo in mezzo a boschi secolari, di alberi sempreverdi e di latifoglie, che offrono in questo periodo lo spettacolo dei colori dell’autunno, con squillanti macchie di rosso (pungitopo, corbezzoli, bacche …): uno splendido feuillage a “chilometro zero”. Alla partenza, dalla stazione di Vaglia, ci attende la lunga salita per Bivigliano ed è di conforto fermarsi al ristorante del paese, “La Bruna”, per assaggiare una delle torte casalinghe. Da Bivigliano prendiamo l’antico sentiero per salire al Santuario di Monte Senario, ai suoi rispettabili 817 m. di altezza. Il Santuario è uno dei più importanti della Toscana. Fu eretto, come noto, nel 1234 da sette nobili fiorentini, fondatori dell’ordine dei Servi di Maria. Un altro punto d’interesse del percorso, legato alla cronaca dei nostri giorni, si raggiunge ritornando per breve tratto indietro, al Piazzale della Croce: “Il sentiero di Andrea”, inaugurato nel 2013. Andrea era un operaio forestale della Provincia, morto in un incidente stradale a Fontebuona. Nei boschi del “Sentiero” aveva

Sorprese e meraviglie dell’Anello del Rinascimento

cominciato a lavorare, ad appena 18 anni. Il sentiero a lui dedicato, della lunghezza di 1.250, parte dal Piazzale della Croce, attraversa i boschi e i prati nei dintorni del Convento e grazie a dieci tappe, segnalate con cura da piccoli cartelli, l’escursionista può conoscere importanti aspetti storico – naturalistici. Fra questi la Ghiacciaia, imponente edificio a forma semisferica nel quale si raccoglieva il ghiaccio da laghetti agricoli del luogo, per conservarlo per il periodo estivo e trasportarlo, di notte, con i carri alla città. Lungo il percorso poi sono state installate alcune panchine e delle tabelle attraverso le quali poter riconoscere venti specie vegetali tra arbusti e alberi. I lavori sono stati effettuati dagli operai forestali per ricordare la memoria del giovane amico scomparso. Si prosegue su un sentiero che attraversa ampi prati e boschi, fino a raggiungere la vetta Le Croci e, successivamente, la località Alberaccio. Da notare la vetta Le Croci coronata di pini, piantati, si dice, dai capifamiglia della zona quando nasceva un figlio maschio. Sorprendente, poi da questa località, la vista su Firenze con l’imponente Cupola del Brunelleschi che domina la città. Attraverso un antico bosco, si raggiunge l’ultima meraviglia della giornata, il Santuario della Madonna del Sasso, situato nei pressi di un luogo dove nel 1484, secondo la tradizione, apparve la Madonna. La costruzione del convento risale al XVII secolo. L’attuale chiesa presenta un oratorio inferiore e uno superiore, quest’ultimo preceduto da un portico su due lati: si apre davanti un terrazzo, in una splendida posizione panoramica sul Valdarno e sulla Val di Sieve. Si scende quindi lungo una scalinata che presenta evidenti tracce di un’antica strada medievale e si raggiunge la strada che porta al paese di Santa Brigida. Qui fu eretta, secondo la tradizione, una chiesa sulla grotta in cui Santa Brigida si ritirò in eremitaggio verso il secolo X. Termina così la penultima tappa dell’Anello del Rinascimento, piena di sorprese e meraviglie. Il prossimo appuntamento il 1° novembre per chiudere il percorso dell’Anello, dopo 150 km di cammino, nella storica piazza del Municipio a Pontassieve.


31 OTTOBRE 2015 pag. 14 Sergio Favilli sergio.favilli@libero.it di

E

’ noto da tempo che l’Italia con il Giappone sono i paesi con la più lunga longevità media dei propri abitanti. Quindici giorni fa si viene a sapere che eminenti studiosi americani di una eminentissima università americana stanno studiando da 15 anni le cause di longevità degli abitanti  del Chianti, più precisamente dei comuni di Greve e Bagno a Ripoli, con particolare riferimento agli stili di vita e quindi anche all’alimentazione. Oggi veniamo a sapere, sempre da fonti statunitensi, che mangiare troppa carne rossa fa male (scoperta dell’acqua calda) e quel che è peggio questi signori d’oltreoceano, dopo averci propinato per decenni immonde polpette fra due fette di pane di gomma , equiparano gli insaccati al fumo come causa primaria di tumori, tralasciando volutamente il concetto di  modica quantità. Aldo Frangioni aldofrangioni@live.it a cura di

Il nuovo appuntamento di Spazi Aperti è dedicato a Camera Aperta di Pietro Riparbelli, istallazione sonora con la collaborazione di Elena De Angeli; voce narrante Daniele Vanni; selezione dei testi Elena Muzzolon; musiche Pietro Riparbelli e Coro Stella del Mare, diretto dal maestro Abdon Fabbri. L’istallazione sonora Camera Aperta è posta all’interno del Chiostro di Levante, situato nel complesso architettonico commissionato a Brunelleschi dagli eredi di Pippo Spano (1369-1426), condottiero fiorentino arruolato nell’esercito di Sigismondo e ricompensato da quest’ultimo con grandi ricchezze per le sue vittorie contro i Turchi. L’installazione è basata sull’indagine storico - acustica degli spazi con particolare riferimento alla dicotomia, da sempre esistente tra mondo occidentale ed orientale e consiste in una composizione di suoni provenienti da realtà diverse; sono le voci e i rumori registrati nel chiostro precedentemente all’installazione, i canti liturgici del Coro Stella del Mare e le letture di alcuni brani tratti dalla letteratura medievale, come i temi dell’Amor Cortese e quelli della Chanson de Geste sullo scontro armato tra cristianità e infedeli. Nel mondo odierno saturo delle

Barbecue all’americana

C’è qualcosa che non torna: da sempre nel Chianti, con giusta quantità ci si nutre di bistecche, salsicce, salame, finocchiona, capocollo, soprassata, buristo e

quanto di meglio possa offrire la nostra tradizione. Non è che le multinazionali americane, visto lo  smodato consumo di carne della popolazione statu-

Camera aperta

nitense, abbiano fatto grossi investimenti per produrre e commercializzare anche da noi  polpette sintetiche simil vegetariane magari realizzate con prodotti OGM?

immagini, il lavoro di Riparbelli offre una possibilità nuova di conoscere ciò che ci circonda. Non impegnando la vista, l’installazione permette allo spettatore di essere guidato dal suono all’interno del chiostro iniziando a percepirlo in una maniera diversa. Ascoltando le letture e la composizione di Riparbelli, lo spazio comincia a comunicare, le scritte sbiadite, davanti alle quali non abbiamo mai avuto tempo di fermarci, iniziano a parlare. Quello che appare sono le tombe, gli archi, i capitelli e le forme del chiostro che l’installazione trasporta nel suo tempo d’origine, nel medioevo. Per qualche istante ci viene offerta l’esperienza unica di poter partecipare alla rinascita dello spazio ed essere parte della sua vita passata. La sezione, Spazi Aperti a cura di Spela Zidar, riunisce una serie di eventi installazioni, video, dibattiti, che intendono dare spazio a giovani artisti chiamati a realizzare la loro visione ed interpretazione del tema della mostra Trasmigrazioni, curata da Lucilla Saccà, che propone molteplici analisi sul fenomeno delle odierne migrazioni, dalla sofferenza “dell’immediato” alle vitali potenzialità del rinnovamento sociale e culturale del futuro, alla complessa memoria delle vicende passate.


31 OTTOBRE 2015 pag. 15 Aurelia Nicolosi aurelianicolosi@gmail.com di

L’Olivetti a Ivrea

D

edicata alla funzione dei musei nella gestione e coordinazione dei Siti Unesco (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization), la Conferenza internazionale che si è svolta a Catania tra il 16 e il 18 ottobre scorsi, ha coinvolto i responsabili dei siti della Sicilia, dell’Italia e dei Paesi del Mediterraneo, dei rappresentanti ICOM (International council of museums), Unesco e di esperti in pianificazione del ‘patrimonio territoriale’. Dialogare con il paesaggio culturale circostante e con le comunità presenti nel territorio è diventato uno dei temi principali del dibattito in cui i musei sono stati sollecitati a comprendere la società in evoluzione e costruire con essa nuovi modelli e nuove forme di interpretazione del Patrimonio. Il meeting, in particolare, è stato ideato in collaborazione con la Regione Sicilia, la Città di Catania, l’Università degli Studi Catania, la Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, l’AGeI (Associazione Geografi Italiani), il CNR – IBAM (Consiglio Nazionale delle Ricerche - Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali), il Parco dell’Etna, la Fondazione Patrimonio UNESCO Sicilia e il CUneS (Comuni Unesco Sicilia) e ha ottenuto il patrocinio dell’UNESCO e del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Il Palazzo degli Elefanti, assieme al Monastero dei Benedettini e al Parco dell’Etna di Nicolosi, ha accolto i relatori dell’evento. I lavori sono stati aperti dal Sindaco di Catania, Enzo Bianco, dall’Assessore regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana, Antonio Purpura, dal Rettore dell’Università degli Studi di Catania, Giacomo Pignataro, dall’Onorevole Anthony Barbagallo del Consiglio di Presidenza dell’Assemblea Regionale Siciliana e dal Presidente Federculture, Roberto Grossi. A seguire sono intervenuti il Direttore del dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania, Giancarlo Magnano San Lio, il Presidente di ICOM Italia, Daniele Jalla, e del Presidente della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, Giovanni Puglisi, sono stati letti i saluti. L’Assessore

Musei e Patrimonio dell’Umanità ai Beni Culturali e alla Bellezza Condivisa del Comune di Catania, Orazio Licandro, ha presentato, a conclusione della prima giornata, una relazione sul Sistema strategico dei beni culturali a Catania, nella quale sono state illustrate le azioni che hanno restituito alla città molti musei e spazi, caduti precedentemente nell’oblio, attraverso le reti create con l’Accademia di Belle Arti di Catania, l’IBAM, il Teatro Massimo Bellini, la Regione e la Soprintendenza. Durante le sessioni parallele della Conferenza sono state raccontate le multiformi esperienze dei musei e dei siti UNESCO ubicati in Italia, nell’Europa e nel Mediterraneo: particolarmente esemplificative sono state le prospettive di gestione del sito Palermo arabo-normanna e le Cattedrali di Cefalù e Monreale e della Valle dei Templi di Agrigento, e l’applicazione di gestione delle Ville e Giardini medicei in Toscana, di Ivrea, città industriale del XX secolo, degli Ecomusei, de I paesaggi vitinivinicoli del Piemonte, dei siti francesi ed egiziani. A consuntivo delle relazioni esposte, in preparazione della 24° Conferenza generale ICOM (Milano 2016), è stata presentata da Jalla una Carta sulle strategie e i goals che i musei di tutto il

mondo, differenti per dimensioni, caratteristiche e tipologie, possono e devono assumere nei confronti della tutela e valorizzazione dei siti UNESCO. Alcuni di essi, infatti, conservano e ‘comunicano’ collezioni direttamente collegate alla natura del sito e al suo eccezionale valore universale. Altri mettono in luce aspetti del territorio che, pur non essendo inerenti alle qualità del sito, ne arricchiscono la comprensione, testimoniando la complessità del suo contesto. In molti casi, la gestione dei musei e dei siti è distinta, se non separata. E questo non favorisce né gli uni né gli altri. Questa situazione non è propria solamente ai siti iscritti nella lista del patrimonio mondiale ma è specchio di una più generale differenziazione della gestione dei siti. Nasce da una necessaria specializzazione nella gestione dei beni che esigono misure di protezione e valorizzazione differenziale. Due diverse prospettive, però, impongono il superamento di tale situazione: l’esigenza di restituire al patrimonio la sua unitarietà, integrando beni culturali con il patrimonio naturale e immateriale, e la volontà di sottoporlo all’attenzione della comunità e dei suoi ospiti. I musei, per diventare protagonisti fattivi della gestione dei siti,

devono riuscire a porre tra i propri doveri: -la partecipazione alla tutela attiva del patrimonio culturale; -la raccolta, lo sviluppo, la comunicazione della conoscenza del patrimonio; -la comunicazione del patrimonio assumendo la funzione di Centri d’interpretazione. Le collezioni, inoltre, sono della collettività e, di conseguenza, non solo la digitalizzazione ma la versione multimediale, consultabile on line, è fondamentale. I siti Unesco, a loro volta, devono valorizzare i musei, presentati al loro interno, stimolandoli a svolgere un ruolo attivo, a divenire dei Centri d’interpretazione dei siti e di aspetti del territorio fondamentali per la governance. Senza delle azioni condivise e delle strategie ad ampio raggio la tutela, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale mondiale non possono essere attuate, compromettendo lo sviluppo di vasti territori. Bisogna “voler bene ai Beni” e occorre prendersene cura. La tutela del Bene dipende dalla rete, dalle persone che lo gestiscono e che lo fanno vivere all’interno di un’ottica inclusiva basata sull’accoglienza e sulla familiarità. Alla conservazione bisogna unire lo “sviluppo” e solo, così, la gestione può diventare “la capacità di proteggere il valore universale e di guidare al cambiamento”.


31 OTTOBRE 2015 pag. 16

Scottex

Aldo Frangioni presenta L’arte del riciclo di Paolo della Bella

Ci piace pensare di accostare a questa onda di carta sviluppata dal della Bella, la “Grande onda di Kakagawa” del famosissimo pittore Katsushika Hokusai. Mentre quest’ultimo sviluppa, nella sua xilografia, il movimento del mare che si alza da sinistra verso destra, quella di della Bella si contorce da destra verso sinistra. Se le mettiamo insieme possiamo ottenere un terza opera demenziale contrapposta che potremmo intitolare Hokusai-VS-della Bella che, oggi come oggi, potrebbe anche piacere.

Scultura leggera di

Vicent Selva

Consigliere comunale di Esquerra Unida

La penisola iberica è stata un luogo di incontro e di conflitto per molti secoli tra popoli diversi, civiltà e culture. Musulmani, cristiani ed ebrei erano le tre culture con la maggiore presenza che coesistevano nel Medioevo su questo territorio. La cosidetta Reconquista - anche se devo ammettere che non mi piace questa parola -, tra gli anni 722 e 1492, significó che quella cristiana, alla fine ha prevalso su tutto il resto, stabilendo l’egemonia cristiana. Ci sono commemorazioni e festeggiamenti in molte città e paesi, in particolare nella Comunidad Valenciana, in città come Elda, Denia, Alcoy e Elche. A Crevillent, fondata nel 1965, cosìcché il 2015 è il suo 50° anniversario, si tiene ogni anno in onore del patrono della città, San Francesco d’Assisi, tra l’ultima settimana di settembre e la prima di ottobre, una celebrazione che ricorda come il catalano-aragonese re Jaume II conquistò il territorio nel corso dell’anno 1296. Tuttavia, per la sua origine popolare, non ha mai avuto il desiderio di diventare una celebrazione storica, ma piuttosto un’occasione di intrattenimento per crevillentinos e visitatori. Tra i molti elementi di questa festa, due spiccano:

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Moros y cristianos: crevillent tra leggenda e storia

le sfilate e le ambasciate. Nelle parate, gli eserciti di entrambe le parti, musulmani e cristiani, nei giorni successivi, mostrando le loro truppe e la loro potenza, per le vie del paese, prima di andare

in battaglia. Invece, le ambasciate, riproducono, come uno spettacolo teatrale per le strade, un fatto storico, ma si prendono la licenza di compenetrare leggenda, storia e creatività.

Le Ambasciate sono il nucleo attorno cui ruota tutto il resto. Inframmezzando episodi storici, altri solo plausibili e altri ancora frutto della fantasia e creatività di chi ha progettato l’opera, offrendo un bello spettacolo. Rappresentano la cattura della musulmana Ra’ís da parte delle truppe cristiane, scaramucce, battaglie, feste con artrabuces (con il necessario risalto alla polvere e rumore) tra castigliani, catalano-aragonesi e musulmani. Il territorio e il Castello Crevillent sono pretese dal catalano-aragonese re Jaume II; il Ra’ís musulmano dopo trattative diplomatiche molto tese, ne diventa vassallo. Uno spettacolo da vedere per avvicinarsi alla storia, alla cultura e alle leggende di questa terra, dove prima di tutto, e nonostante il carattere guerresco del fatto storico, si mette in evidenza il clima di festa e di armonia tra i nativi di Elche e tutti coloro che ogni anno affollano la città per assistere allo spettacolo. Uno spettacolo che tra la polvere da sparo, grida di guerra e armi pronte per la battaglia, riporta ogni mese d’ottobre, Crevillent al suo passato medievale, per ricordare la loro incorporazione nel Regno di Valencia.


lectura

dantis

31 OTTOBRE 2015 pag. 17

Disegni di Pam Testi di Aldo Frangioni

Nella melma vid’io gente vanesia, parlavan tanto senza mai far nulla, occhi tappati peggio di Tiresia.

perdendo s’era fatto tipo ombroso, con noia lui volea essere grande. Beffato dal fanciullo più bramoso,

Avanti gli passò pur lo Sguaiato, fosse volgar nessun qui lo nega, ma sopra gli Appenin più che amato

Tutti guazzanti nella melma brulla. Canuto c’era un uomo spiritoso, abituato a star sulla basculla,

finì per rimaner senza mutande. Fregato pur dal guappo struffellato, insetto furbo, maestro delle bande.

ed ogni idea di pancia a lui si Lega, pronto a far combinazion con la pulzella dagli occhi in fuori come d’una strega.

Canto VIII

Attraversano lo Stige paludoso e maleodorante e tra le “genti fangose” il maestro riconosce lo “smacchiatore di leopardi” e poi Locusta che strapazza Dileggio, il Lumbard che insidia la pulzella romana.


in

giro

31 OTTOBRE 2015 pag. 18

10 anni di Zoom

Compie dieci anni Zoom, il progetto di Teatro Studio Krypton. Dal 4 al 15 novembre il palcoscenico del Teatro Studio Mila Pieralli sarà animato dai numerosissimi artisti che prenderanno parte a questa X edizione, intitolata da Giancarlo Cauteruccio Zoom 2015 Altrofuturo - Diecianni. Teatro, danza, performance, musica per un’incursione questa volta nei territori della new performing art nazionale, alla ricerca di compagnie under 35 e artisti emergenti. Il progetto è realizzato con il sostegno di Regione Toscana, Scandicci Cultura, Mibact, Ente Cassa di Risparmio di Firenze e consolida la collaborazione con Fondazione Toscana Spettacolo onlus per la serata Anticorpi eXpLo. Diciannove formazioni provenienti da varie regioni italiane,

dalla Sicilia al Trentino, dal Veneto alla Puglia, senza dimenticare la Toscana; alcune di esse presenti per la prima volta a Zoom, altre che segnano felici ritorni in un festival che è stato pioniere nel ricercare in giro per la penisola i fermenti e i talenti della nuova scena. Come eventi speciali Zoom rende omaggio a Jon Fosse, punta di diamante della nuova drammaturgia internazionale, il 14 novembre alle ore 21.00, con lo spettacolo Inverno, una bella e importante messa in scena della storica compagnia Florian Metateatro. Inoltre, il 15 novembre alle ore 21.00 propone il concerto in prima assoluta Mind out di Pianokitar, un duo di pianoforte e chitarra elettrica, formato dai giovanissimi Giovanni Berdondini e Gianpaolo Capraro. Il programma completo su www.zoomfestival.net

Marcantonio Lunardi a Paratissima 11

Fuoco a Suoni Riflessi

A Suoni riflessi “Fuoco”: la vita delle stelle in musica (con immagini) L’1 novembre mattina alla Sala Vanni di Firenze viaggio musicale nei misteri dell’evoluzione stellare, con la guida astronomica di Sandro Fossi a illustrare rare immagini del cosmo, attraverso brani di Varèse, Lieberman, Scarlatti, Boulez, Chopin e Bach. Interpreti Mario Ancillotti al flauto, Matteo Fossi al pianoforte e il duo Pavan – Canale (flauto – pianoforte). Il 31 ottobre sera, seconda prova aperta con discussione di Svelare la musica.

Microsinfonie vegetali

Alla Casa di Dante all’interno della personale di Roberto Agnoletti Stefania Puntaroli ha presentato Microsinfonie vegetali,  è il titolo della performance dedicata alla perfezione geometrica contenuta nella Brassica oleracea italica (cavolo romanesco). Questo fantastico vegetale, come note musicali che nascono e muoiono in continuo, si tra-

sforma in leggere pelli di calchi perfetti, destinati a lasciare una traccia del passaggio nell’universo tra visibile/invisibile. Un passaggio dalla morte alla resurrezione. L’uomo ritorna ad una perfezione primordiale attraverso una traccia di perfezione, così come attraverso il cibo il corpo acquista energia. Ogni traccia contiene note inascoltate o note di una musica già eseguita.


L immagine ultima

31 OTTOBRE 2015 pag. 19

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

Q

uesto è uno scatto realizzato prima dell’inizio dello spettacolo. Gli spettatori non erano ancora arrivati e c’erano soltanto un sacco di ragazzini in attesa. Sono salito sul “praticabile” per avere l’opportunità di riprenderli sullo sfondo delle loro abitazioni. Volevo trasmettere un’idea più precisa di questi famosi “projects” di cui ho già accennato in un numero precedenza della rivista. Erano le case popolari in cui abitavano per la maggior parte neri, portoricani e i bianchi più poveri. In quella prima visita a New York ho vissuto, ospite di amici, in uno di questi condomini. Questa è la prima immagine, di una lunga serie, venduta al settimanale “Il Mondo”, fondato da Mario Pannunzio e allora diretto da Arrigo Benedetti. Era una bellissima pubblicazione settimanale, con articoli di alto livello e che utilizzava al meglio le immagini scelte sempre con grande cura. Ho sempre vissuto con orgoglio questa collaborazione e questa è stata la mia prima fotografia pubblicata dal settimanale (addirittura nella pagina centrale).

NY City, agosto 1969


Cultura commestibile 143