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redazione gianni biagi, sara chiarello, aldo frangioni, rosaclelia ganzerli, michele morrocchi, barbara setti

progetto grafico emiliano bacci

Con la cultura non si mangia

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N° 1

Io non mi sento minimamente sminuito nella mia umanità. La castità è l’imitazione della vita di Cristo. Ci sono stati milioni di uomini e donne che si sono arricchiti di questa esperienza Roberto Formigoni

Casta

diva

editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012


Da non saltare

L

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a parola “bellezza” circola, con tormento, in ogni dove: la Grande Bellezza, La bellezza salverà il mondo... Tutti i giorni il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, ci propone la sua campagna “Italia-Viaggia nella bellezza”. Palazzo Strozzi ospita una mostra dal titolo Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana e via così. Ma la bellezza, in astratto, non ha sempre avuto un sapore di assoluto, di ideologico, di enfatico e, come tale, ambiguo, fuorviante e autoritario? I così detti “canoni” mutano nel tempo e nello spazio. La città di Firenze è costantemente associata a questo termine, rischiando di venire imbalsamata da un presuntuoso frainteso. La bellezza sta nei musei? Sta nell’opera e nei concetti dei futuristi che quei musei avrebbero voluto distruggere (insieme al chiar di luna)? L’orinatoio di Duchamp e i 4’ 33” di John Cage (quattro minuti e trentatrè secondi di silenzio davanti ad un pianoforte) sono inseribile fra le cose “belle” secondo lo spot del MiBACT, oppure è preferibile pensarli, come tutta la “ricchezza culturale umana” come espressione della mutazione del pensiero in un determinato luogo e in un determinato momento? La sintesi teorica della nota definizione di arte di Dino Formaggio: “L’arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte...” forse ci aiuta a togliere il sacro dai fenomeni culturali che, tutto sommato, è utile, acriticamente, alla mercificazione, anche banale, dei beni culturali stessi. La nostra rivista ha chiesto a pensatori, scienziati, letterati e persone qualunque di dirci cosa ne pensano. Iniziamo questa serie di interventi con quanto ebbe a dire Andrea Branzi che nel marzo del 2003 per il convegno “Bellezza urbana/metropolitana di Firenze” organizzata dal Comune di Firenze sulla base di un’idea di Vittorio Savi. di

Andrea Branzi

Cercherò di intercettare il difficile tema del convegno “Bellezza urbana/metropolitana di Firenze” partendo dal contesto del nascente XXI secolo, staccandoml cioè da ogni approccio al tema della bellezza di questa città in quanto ipotetica capitale dell’ortodossia classica della disciplina, e come luogo supremo della cultura della memoria. Firenze appartiene invece pienamente alla storia della nostra

Urbana bellezza modernità, e luogo di maturazione di quelle lacerazioni che la modernità hanno prodotto. Non è un caso che Diderot e Dalambert sul primo numero della loro Enciclopedia, indicarono proprio nel Rinascimento italiano l’inizio del loro cammino. Un Rinascimento produttore di interrogativi, di incertezze e di curiosità, e non certamente dispensatore delle formule dell’eterna bellezza. Occorre rilevare subito come Brunelleschi, e con lui il Rinascimento Italiano, ruppero drasticamente con la cultura loro contemporanea, romanica e gotica, per operare una rifondazione disciplinare che si collegava a parametri architettonici desueti da 1200 anni. Non di continuità con la tradizione ai trattava dunque, ma piuttosto di un uso anti-storico della tradizione. Per operare una delle più grandi discontinuità concettuali della storia occidentale. E tra i numerosi equivoci critici che pesano sul Rinascimento fiorentino, non ultimo vi è quello che lo vedrebbe autore di quel gesto che colloca finalmente l’uomo al centro dell’universo; dove lo stesso corpo umano rappresenterebbe il modulo dimensionale, il perno compositivo di un vasto sistema di certezze scientifiche, religiose e

artistiche. Nell’opera dei grandi artisti dell’epoca, da Donatello a Masaccio emerge al contrario la figura di un uomo al centro di un’inquieta sensibilità corporea, quasi animalesca, che pone enigmi alla sua ragione, di fronte alla crescente frattura dell’unità del sistema culturale del Medioevo. Un uomo che registra la crescita di un conflitto insanabile tra Fede, Scienza e Politica, e decide di vivere questa crisi civile e culturale come una grande avventura intellettuale. La nostra modernità nasce proprio dall’accettazione positiva di quella crisi, nella decisione geniale di gestire quelle inalienabili fratture, non come una tragedia storica, ma come condizione per un’inarrivabile crescita conoscitiva e estetica, oltre i confini conoscitivi e estetici preesistenti. Come i recenti studi di Cesare Vasoli confermano, l’arte del Rinascimento prese in gestione quella frattura epistemologica, interna alla società del XV secolo, non per proporne una ricomposizione dentro all’artificio del classicismo, ma elaborando un teorema che vedeva la Religione, la Politica e anche la Scienza, non più come Culture totalizzanti, ma come sistemi deboli e imperfetti, verità

parziali produttrici di eterne incertezze. Chiamate tutte a realizzare le bellezza fisica della Polis, che è il grande progetto di salvamento civile del Rinascimento. Dove l’estetica sostituisce l’etica. Infatti di fronte al fallimento dalla società medievale, di cui Niccolò Machiavelli descrive con spietata lucidità i vizi, la pazzia e le brutalità, e di cui i pittori fiamminghi Bosch e Brueghel illustrano i folli comportamenti di massa e gli incubi teologici, Firenze afferma che la Bellezza salverà il mondo. Si tratta però di una Bellezza non più basata sull’unità tra fisica e metafisica, ma su contraddizioni quasi ingestibili, all’interno delle quali si realizzano però le massime condizioni di libertà. Gli architetti del Rinascimento rimontarono ciò che i paleocristiani avevano smontato: la religione Cristiana conviveva con gli dei Pagani, i poeti come il Pollziano cantarono ninfe e muse e ignorarono del tutto la Fede senza diventare eretici, i filosofi dell’accademia neoplatonica di Marsillo Ficino, ricostruirono un antico sapere ateo. Del resto i papi umanisti affideranno tra poco la riscossione delle indulgenze alla banca tedesca del Fugger. Galileo Galilei firmerà presto la sua ritrattazione scientifica di fronte alle accuse del cardinale Bellarmino, accettando senza drammi la coesistenza di due (o più) sistemi di verità incompleti e parziali. La Verità diventò una moneta priva di valore. Niccolò Machiavelli così scriveva nel 1521 a Francesco Guicciardlnl: “lo non dico mai quello che credo, né credo mai quello che lo dico, et se pure è mi vien detto qualche volta il vero, io lo nascondo tra tante bugie, che è difficile ritrovarlo”. Il mondo dei valori della tradizione teologico/scientifica del Medioevo ne risultò disintegrato: ogni sua parte fu smontata e rimontata in ordine prospettico. La dimensione fisica dell’uomo e delle cose non dipendeva più dalla loro vicinanza al divino come nell’iconologia medievale, ma dalla distanza dall’occhio dell’osservatore . Solo l’Enciclopedia, tre secoli più tardi, farà qualcosa di simile, smontando il sapere tradizionale, e rimontandolo in ordine alfabetico; producendo così un processo di liberazione delle


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menti, attraverso l’azzeramento dei valori preesistenti. Questo enorme sforzo di gestione di un sistema culturale schizofrenico, ortodosso in apparenza ma profondamente eretico al suo interno, verrà pagato duramente sul piano del proprio equilibrio psichico dagli artisti del Rinascimento. Filippo Brunelleschi sarà sempre ossessionato dal terrore della perdita della propria identità, e organizzerà con Donatello, come racconta Antonio di Duccio Manetti, burle feroci ai deboli di spirito (come il grasso legnaiolo Manetto). E Leon Battista Alberti, sacerdote, omosessuale, in lotta con i propri parenti, loda la Famiglia come il bene supremo e il fondamento della società civile; pagando, come ricorda Eugenio Garin, con orrendi incubi notturni questo difficile equilibrio: incubi dove montagne di morti si affollano a fondamento della sua architettura, sotto un Olimpo deserto che sostituisce un Paradiso desolato. l burattini misteriosi e irridenti di Giovan Battista Bracelli stanno dentro e dietro quella cultura classica, perfetta, ma per questo del tutto ingestibile. Questo Rinascimento è minoranza in una società ancora largamente medioevale; esso è frutto di una cultura di opposizione, del dubbio, e del pessimismo, e affida alla città e alla sua bellezza, la salvezza dell’uomo nella storia. Ma proprio Firenze testimonia anche la difficoltà a vivere di questa perfezione, sempre frammista alla violenza, ai lacerti dell’ignoranza, ai limiti della committenza, al medioevo incombente. Brunelleschi non riuscì mai a realizzare un’opera completa a Firenze, una facciata esterna delle sue chiese, ma solo spazi interni, grandi coperture vuote. Si tratta dunque di un Rinascimento sempre incompleto, imperfetto, più germinale che reale. E questa è la fortuna di Firenze: il non essere mai diventata Pienza, o una delle numerose città ideali dal XVI secolo, dove i teoremi del progetto si chiudono su se stessi fino a divenire scenario monologico. Il Rinascimento fiorentino accettò invece il conflitto tra architettura e città, e anche tra arti applicate e architettura: l’unità dello stile copriva i contrasti interni, le logiche opposte, l’impossibilità a una unità totale del progetto.

Un testo del 2003 di Andrea Branzi per riaprire il dibattito tra bello e città Così il classicismo del Rinascimento fiorentino non fu mai rigido, scientifico, manualistico, ma si alimentava delle sue contraddizioni interne e dei conflitti esterni; e diventò fino da subito un classicismo elastico deformabile, sperimentale, che riuscirà a sopravvivere, per questa sua natura, agli elastomeri, alle spinte potenti delle epoche successive, al barocco e per tre secoli alla maniera delle nuove generazioni; senza mai fare chiarezza sulle sue contraddizioni interne, e sulle differenze di potenziale che lo alimentavano. Testimonianza di una bellezza splendente che spingeva in avanti, per non guardare mai dentro se stessa. Modello sempre incompleto, imperfetto, capace così di adattarsi al nuovo, accettando di mediarne le forme, senza mai rompere la propria. Per questo motivo la storia della bellezza cittadina e metropolitana di Firenze, è qualcosa che molto oggi ci appartiene; in questa nostra epoca basata sulle incertezza permanenti che la caduta della modernità monologlca e delle grandi ideologie ci hanno lasciato. Una civiltà quella fiorentina che molto somiglia alla nostra modernità di oggi debole e diffusa, basata più su realtà virtuali che su verità materiali. La Firenze del XV secolo non aveva rapporti reali con la cultura classica, così come la Firenze del XX secolo non aveva rapporti

reali con la modernità. Firenze si pone sempre come un osservatorio prospettico, esterno alla storia del passato e esterno a quella del presente. Firenze vuole sempre restare una Arcetri del mondo, che guarda come una nobile periferia agli eventi culturali e politici che avvengono al centro. Senza essere mai del tutto dentro a quegli eventi, preferendo la propria natura di provincia, che si salva fuori dalla storia. E in questo senso però essa rivendica una sua particolare centralità, intellettuale e non operativa, capitale teorica che cerca di esorcizzare tutte le capitali reali. Firenze cerca sempre dentro alla propria storia immaginaria le radici del nuovo. Il suo pessimismo la spinge infatti a ritenere che la modernità non è un fenomeno reale ma ipotetico, frutto di uno stato d’animo più che non di una rivoluzione tecnologica. Così la modernità fiorentina verrà spesso vissuta come una conferma della tradizione, e come un insieme vuoto di segni che possono essere applicati sui suoi materiali storici; marmi pietre, ferri battuti, terrecotte, con cui costruire forme moderne anche in assenza di una società moderna. Michelucci riteneva che la Firenze da ricostruire dovesse cominciare proprio dalle rovine di Borgo San Jacopo, di Por Santa Maria, viste come strutture già direttamente abitabili, testimonianze della radice del moderno, che emergeva

dalle viscere bombardate dell’antico. E così Leonardo Ricci e le sue ville diroccate sulla via Bolognese, e parimenti Savioli, e la sua idea di modernità senza il moderno (inteso come tecnologia e società) Ma questo atteggiamento di non appartenenza degli architetti fiorentini rispetto al moderno, ha determinato molti equivoci, ma anche una grande lucidità critica e progettuale. E ha prodotto spesso un’idea singolarissima dell’architettura stessa; un’idea che oggi incuriosisce l’Europa. l radical fiorentini furono infatti i primi, negli anni ‘60, a intercettare la crisi dell’unità del progetto moderno, vista come una straordinaria opportunità di crescita e di conoscenza per la cultura progettuale, e non come una tragedia antropologlca. Città senza architettura, architettura senza città, oggetti senza architettura e senza città, architetti senza architettura, sono stati i temi profetici della loro ricerca. Così oggi nel momento della grave difficoltà dell’architettura moderna italiana, le maggiori istituzioni europee si contendono gli archivi radical, le mostre e documenti di quella strana modernità fiorentina, verso cui molti maestri contemporanei si dichiarano debitori. La bellezza cittadina e metropolitana di Firenze non si basa dunque sul persistere di una memoria storica, ma piuttosto sulla sua amnesia rispetto alla storia reale, a favore di una storia inventata sia classica che moderna. In questo senso Firenze bene rappresenta l’dea di una cultura del progetto che non è soltanto l’arte di costruire, ma è una cultura produttrice di un pensiero specifico conoscitivo di grande complessità, che appartiene al moderno ma che conserva verso di questo un giudizio riformatore, freddo, esterno, simile a quel Rinascimento inespresso, discontinuo a frammisto, che anticipa la nostra idea sulla grande vitalità di tutti i modelli culturali incompleti. La classicità dell’architettura fiorentina non si fonda sulle certezze della disciplina, della monumentalità, dell’armonia tra gli opposti, ma al contrario sulle contraddizioni del progetto, sull’eccezione e sulla dissonanza, che bene corrispondono all’idea che Leon Battista Alberti aveva dell’uomo che lui definiva “sopra tutti gli altri animali in terra… debolissimo… quasi l’ombra di un sogno”.


riunione

di famiglia

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I Cugini Engels

Le Sorelle Marx

L’inno del padrone

Non c’è niente da fare, Giani è sempre un passo avanti a tutti. Il vulcanico ed esuberante presidente del Consiglio Regionale della Toscana ha esportato in questa istituzione il “modello Eugenio” che tanta fortuna gli ha portato in 30 anni di onorato servizio in Palazzo vecchio: inaugurazioni, storia patria, tradizioni popolari, premiazioni, toponomastica, rinfreschi e fanfare. Così quest’anno ha deciso di dedicare la Festa della Toscana, istituita dal suo predecessore e mentore socialista Riccardo Nencini per ricordare l’abolizione della pena di morte da parte di Pietro Leopoldo il 30 novembre 1786, appunto alle riforme leopoldine. A qualcuno è venuto il sospetto che non si trattasse di celebrazioni passatiste per la coincidenza dell’enfasi posta sulla parola “riforme” nel mentre Matteo Renzi si appresta a portare a compimento la grandiosa riforma costituzionale (di cui si attendeva l’esito da 70 anni, secondo il presidente rignanese, cioè da quando la Costituzione ancora non esisteva). Si sa, infatti, che Renzi non ha sempre apprezzato il nostro Eurgenio, che pure gli ha sempre dimostrato fedeltà e affetto. Ma il gioco si è scoperto quando Giani ha annunciato il clou delle celebrazioni della Festa della Toscana: la riesumazione dell’inno del Granducato, che suonerà la filarmonica Rossini il 30 novembre per la seduta solenne del Consiglio Regionale. E come si chiama quest’inno? Ma la “Leopolda”, ça va sans dire. E cosa può significare quella rilettura in chiave attuale del tema storico che Giani ha sottolineato nella conferenza stampa di presentazione, se non un parallelismo fra il Granduca e il Granpresidentedelconsiglio? In ogni caso il nostro celeste Presidente Giani ha stabilito che ogni seduta del Consiglio Regionale sarà preceduta da un concerto: Inno di Mameli e Inno del Granducato! Così, anche La Lega Calcio con quel suo ridicolo innetto “O generosa!” è servita: Egisto Mosell batte Giovanni Allevi 1 a 0!

Cavez

Anvedi ci stava Marino

Dopo mesi di un tira e molla e una delle campagne di distruzione dell’immagine più intense mai viste, Marino si è dimesso da sindaco di Roma. Una gestione della crisi, esplosa da inchieste, mala gestione dei servizi e fondamentalmente da una città paralizzata, a dir poco imbarazzante: Prefetti commissari che irridono il sindaco, funerali rom, persino il Papa che si incazza. Roba che David Linch potrebbe girarci tre film. Il tutto con la probabile consegna della città di Roma a statiste del calibro di Giorgia Meloni o Paola Taverna. Nel mezzo il Pd romano commissariato dall’apparatnich Orfini non va oltre qualche manifestazione e uno studio di Barca ma con l’evidente e plastica manifestazione di non poter esprimere alcuna classe dirigente presentabile per la capitale del Paese. Tuttavia, come in una brutta parodia di Beckett, non pensiamo che finirà così. Marino ha annunciato che ha 20 giorni per ritirare le sue dimissioni e in 20 giorni, a Roma, può succedere di tutto.

Lo Zio di Trotzky illustrato

Un giorno a palazzo


10 OTTOBRE 2015 pag. 5 Simonetta Zanuccoli simonetta.zanuccoli@gmail.com di

A

Parigi, in rue Michel Le Comte 16, una stradina tranquilla nella zona dell’affollatissimo Marais, dal 2013 è aperto il Café des Chats (il caffè dei gatti), il primo locale in Francia ispirato ai Neko cafè giapponesi (neko vuol dire gatto) dove si può mangiare o semplicemente gustare una tazza di the circondati da una colonia di gatti. La sua apertura è stata molto osteggiata dalle associazioni animaliste, come quella fondata da Brigitte Bardot, che contestavano l’uso dei felini trattati come oggetti per attirare la clientela e stressati dal continuo contatto con gli umani. Nonostante le vivaci polemiche il carnet delle prenotazioni era già completo prima dell’inaugurazione e, a distanza di due anni, rimane difficile trovare posto per la lista d’attesa piuttosto lunga. Il Café des Chats accoglie una dozzina di gatti abbandonati o randagi scelti per la loro socievolezza e controllati periodicamente da una squadra di veterinari. Parte dei profitti viene devoluta alla protezione dei felini meno fortunati di quelli selezionati. Nei due piani del caffè-bistrot tanti divanetti, poltrone, giochi, ciotole con crocchette e luce soffusa per favorire il sonno ai gatti che in genere dormono in media 18 ore al giorno. All’ingresso è obbligatorio lavarsi le mani con un prodotto antibatterico e rispettare le regole scritte: niente foto con il flash, non dare da mangiare, non attirare forzatamente l’attenzione dei felini né disturbare il loro sonno. I gatti, ormai abituati all’affollato locale, mostrano una totale indifferenza e raramente concedono qualche attenzione, ma la loro presenza, un po’ di fusa e qualche pigro movimento tra i tavoli è sufficiente a stabilire una sorta di legame tra i clienti che alla fine, dopo un pasto a base di prodotti biologici non esaltante, escono tutti con il sorriso sulla bocca. Merito di quella che è stata definita la ronron terapia. Al primo locale, nato da un progetto di crowdfunding (finanziamento partecipativo) che aveva raccolto in pochi mesi oltre 40.000 euro e ricevuto molte proposte d’investimento, se ne è aggiunto un secondo in rue Sedaine 9 a pochi

Un Café da gatti Lido Contemori lidoconte@alice.it di

Il migliore dei Lidi possibili

Il miglior modo per ricordarsi cosa dire Disegno di Lido Contemori

Didascalia di Aldo Frangioni

passi dalla Bastiglia. Ai loro tavoli pare che si siano sedute, fino ad ora, 50.000 persone. La moda dei Neko café è nata una decina di anni fa in Giappone, complici i rigidi regolamenti condominiali che spesso impediscono di tenere in casa animali domestici. Dopo il primo a Osaka, nonostante l’inasprimento da parte delle autorità di norme riguardanti l’esibizione pubblica degli animali, si sono diffusi rapidamente in tutto il paese (ce ne sono più di 100 solo a Tokyo). I Neko café (o cat café) giapponesi sono locali dall’atmosfera rilassante dove per l’equivalente di una decina di euro l’ora i clienti, senza scarpe e con le mani sterilizzate, possono finalmente coccolare un gatto. L’idea è sbarcata in Europa e dopo Vienna presto ha conquistato tutte le principali capitali. In Italia c’è un Neko café a Torino e uno a Roma aperto nel 2014 nel quartiere Ostiense con cucina vegana, arredi in materiali ecologici e strutture sospese che costituiscono il passatempo ideale per i gatti presenti nel locale. Ma la formula al momento stenta nel nostro paese a diffondersi. Non mi sembra una grande perdita forse perchè sono proprietaria di una felice colonia di mici, ai quali, senza negare loro la libertà, garantisco giornalmente colazione e cena.


10 OTTOBRE 2015 pag. 6 Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

C

on oltre un migliaio di presenze e una ressa senza fine che ha occupato l’entrata del Museo Novecento per tutto il pomeriggio del 18 settembre scorso, il primo vernissage di Vitamine è stato un successo epocale: Firenze ha scoperto che l’attualità artistica è ancora pulsante e degna di nota oltre che di valorizzazione; ha scoperto che basta davvero poco per rianimare una città chiusa nella magnificenza del passato e dei grandi classici; ha ri-scoperto che la bellezza non risiede tanto nell’opera stessa quanto nell’idea che sta alla base della realizzazione effettiva. In tal modo il progetto si è strada, nonostante le incredulità e le apparenze malpensanti, e ha avuto il giusto riconoscimento di partecipanti e pubblico, poiché non solo ha messo in luce che nel vasto labirinto contemporaneo l’Arte deve essere aggregante e deve stimolare le coscienze collettive ormai assopite dalla complessità caotica che avvolge quest’arduo presente storico – ma ha posto anche in evidenza che è necessario mettere in atto un processo evolutivo in grado di portare la Cultura a un grado zero e a una presa di coscienza che i piani disciplinari stanno svanendo e che l’espressione estetica sta procedendo nella direzione dell’universalizzazione. Mettere insieme autori di diversa provenienza – pittori e intellettuali, architetti e scrittori, musicisti e critici, scultori e semplici amanti dell’arte – è stata ed è un’esperienza originale e inedita; è la prova concreta e tangibile che tutto è possibile e che la vera promozione è l’energia aggregante che la raccolta dell’Archivio Carlo Palli di Prato rappresenta: un vero punto d’incontro, un lavoro di gruppo e di condivisione che merita una giusta collocazione e valorizzazione in ambito museale e istituzionale. Per tali motivi “Vitamine” continua la propria corsa, approdando a Viareggio domenica 11 ottobre presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea Lorenzo Viani, in occasione del finissage della mostra “Leo ex Machina. Ingegni leonardeschi nell’Arte Contemporanea” a cura dell’Associazione culturale BAU, in cui le 466 tavolette nel piccolo formato 10x15 andranno a interagire con la dinamicità delle tredici edizioni del progetto e della

GAMC, Viareggio 11 ottobre

Seconda razione di Vitamine

rivista antologica “BAU Contenitore di Cultura Contemporanea” e con la culturalità immensa del genio vinciano e dei leonardismi contemporanei. Dalle 15,30 alle 19,30 saranno esposte le “tavolette energetiche”. Alle ore 17,00 verranno presentati la raccolta di tavolette e il catalogo edito da Polistampa, con performance e azioni poetiche di vari ospiti speciali: Anthony Tang - Roberto Casati, Jakob De Chirico,  Kiki Franceschi e Giovanni Fontana. Seguiranno eventi in altri prestigiosi spazi artistici: 08 novembre 2015 – Rovereto, MART; 13 dicembre 2015 – Prato, Centro per l’Arte Contemporanea “Luigi Pecci”; 03 aprile 2016 - Lastra a Signa (FI), Villa Caruso; 15 maggio 2016 – Dolcè (VR), Bosco dei poeti; 26 giugno 2016 - Carmignano (PO), Spazio d’Arte Alberto Moretti | Schema Polis, e molti altri ancora. “Una raccolta singolare; un modo diverso, curioso e originale di fruire le molteplici espressioni artistiche contemporanee; una visione a trecentosessanta gradi

sulla modernità comunicativa e interpretativa; un tableau vivant di prospettive che dalla prassi artistica si sposta sul piano culturale per rivalutare e far vivere la certezza che non esista fine alla creazione, all’intenzionalità demiurgica e alla responsabilità etica degli artisti di essere portatori di una verità paradigmatica. Quella dell’Archivio Carlo Palli di Prato è un insieme variopinto e amalgamato di tendenze, tradizioni e innovazioni, di pratiche teoriche e ispirazioni estemporanee, di passione e amore verso l’universo creativo in sé e le sue conseguenze spettacolari. “Vitamine” non è solo un’installazione di quattrocentosessantasei tavolette nel piccolo formato 10x15, ma

un evento itinerante che toccherà i maggiori musei italiani e i più importanti spazi espositivi per permettere a tutti di assaporare l’alta qualità dell’Arte contemporanea italiana e internazionale, gli aulici principi della Cultura e i nomi di spicco di questo presente caotico eppure ancora desideroso di progresso. Non a caso la raccolta affianca artisti emergenti ad altri già storicizzati, mettendo in rilievo alcune delle tendenze internazionali dell’arte contemporanea. A loro si aggiungono anche contributi di musicisti, performer, curatori, direttori di musei e altri ‘personaggi’, tutti riuniti grazie allo slancio intellettuale e culturale del collezionista Carlo Palli”

Fabio De Poli, Senza titolo, 2015 Pennarelli e collage su cartoncino Opera realizzata per la copertina del volume “Vitamine. Tavolette energetiche”


10 OTTOBRE 2015 pag. 7 Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

Metterci la faccia” è un modo di dire diffuso, un poco più impegnativo del modo di dire “Metterci la firma”, anche perché la firma può essere facilmente falsificata, mentre la faccia è qualcosa di più particolare e di più personale, anch’essa imitabile, entro certi limiti, ma in maniera meno ingannevole e meno rilevante. Del resto la faccia è qualcosa che ci portiamo sempre dietro, anzi, davanti, e che mostriamo per forza di cose a tutti, con apparente disinvoltura, ma talvolta con malcelato imbarazzo, e che talvolta cerchiamo di dissimulare con grandi occhiali da sole o sciarpe avvolgenti. Solo rapinatori o poliziotti in azione celano la faccia dietro ad un passamontagna, ma lo fanno per evidenti motivi di servizio. Alcune persone (o personaggi) poi, sull’onda della moda dilagante e male interpretata del diritto alla “privacy”, pretenderebbero di possedere una sorta di “copyright” sulla propria faccia, negandola all’occhio del fotografo, anche quando transitano in un luogo pubblico. Poi ci sono persone di tutt’altro tipo, che di facce ne portano in giro due, con la seconda, più grande e visibile, ben stampata sul davanti di maglie e magliette estive. Una volta (se non ricordo male) sulle magliette c’era solo la faccia del “Che” Guevara, all’inizio portata come simbolo di appartenenza, poi solo per moda. In seguito le facce sulle magliette hanno cominciato a proliferare, dai personaggi dei fumetti a quelli del cinema, dai personaggi noti a quelli di fantasia, fino alle facce di animali o di teschi più o meno ingioiellati. Con citazioni più o meno dotte, dai pirati dei Caraibi a Damien Hirst. Ma quello dei teschi è un altro tema. Può essere invece interessante indagare sul rapporto fra la faccia del personaggio che indossa la maglietta e quella del personaggio effigiato sulla stessa. Si dirà che non c’è alcun rapporto, che la moda è moda ed impone i suoi ca-

Double face

noni, fossero anche le facce di estranei sulla propria maglia, e che viene subìta in maniera passiva ed acritica. Ma quando uno compra una maglia si suppone che scelga la faccia che vuole indossare, anzi, si suppone che conosca il personaggio effigiato e che lo scelga per un qualche motivo. Forse per ammirazione, per stima, come omaggio o citazione, forse per un senso di immedesimazione, o forse per dileggio. Così vediamo passeggiare per strada delle facce note, portate con disinvoltura o con disimpegno, sul petto o sulla pancia. Magari sono facce stravolte, gonfiate per essere stese su ventri o petti prominenti, oppure distorte ed afflosciate per essere appese su corpi troppo magri. Lo sguardo passa, un poco inquieto e disorientato, dalla faccia dell’indossatore alla faccia indossata, cercando magari parallelismi e somiglianze, o comunque dei rimandi psicologici o culturali. Forse indossando quei volti ci si illude di assumere almeno un riflesso della loro personalità, o di sottolineare alcuni tratti della nostra. Un bel volto stampato sul petto o sulla pancia può esaltare i tratti del volto di chi indossa, un volto energico può rimarcare e potenziare la nostra energia, un volto affascinante può trarre in inganno ed aiutarci a diventare noi stessi, di riflesso, affascinanti. O forse il volto indossato serve ad incrementare il nostro stato d’animo, un volto sorridente nelle giornate positive, un volto triste e pensoso nelle nostre giornate più buie. Il mercato offre una selezione assai vasta di personaggi da indossare, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Ma perché dovremmo per forza scegliere? Una sola faccia non è abbastanza pesante da portarsi appresso? E se per forza bisogna scegliere quale faccia mettere sulla maglietta, perché scegliere la faccia di un altro? Non meglio indossare la propria? Come cantava Jacques Brel “Jojo se prenait pour Voltaire, et Pierre pour Casanova, et moi, qui étais le plus fiere, moi je me prenais pour moi”


Bizzaria degli oggetti

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Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it a cura di

C

asellario postale per condominio, anni 30 del ‘900, legno, metallo e vetro, oggetto piccolo e compatto, delizioso con una piccola chiave e i nomi dei destinatari che si intravedono. Il condominio che innanzi tutto mi sovviene è quello del 102 Boulevard Haussmann, dove, al primo piano, risiedeva Marcel Proust e dove, nella famosa camera imbottita di sughero, anti rumore e, nella sua idea, antipolvere (in realtà ricettacolo di muffe e altre schifezze microrganismiche non salutari per un asmatico) ha pensato e scritto buona parte della nostra beneamata Recherche...Al secondo piano c’era lo studio di un dentista, marito di una giovane donna, M.me Williams, la coppia abitava al piano ancora superiore. Gli inquilini del terzo piano... E la cassetta per le lettere? Proust, infastidito da molte cose si sa e dal rumore in particolare, pensò di scrivere alla gentildonna per chiederle aiuto al fine di ridurre i rumori provocati dai lavori di ristrutturazione da essi intrapresi o modificarne almeno gli orari. Difficile conciliare i lavori con gli orari di Marcel, che, come si sa, si svegliava nel tardo pomeriggio e lavorava e, se mai, si alzava ed usciva la notte. Ritrovate non molti anni fa e prontamente pubblicate “Lettere alla vicina”, consta di 26 lettere autografe di Proust di cui tutti ignoravano l’esistenza, quelle scritte dalla colta e raffinata signora, non sono state trovate, forse bruciate dalla terribile moglie di Robert che tanti “fogliacci” dell’odiato cognato giustiziò sul rogo alla sua morte. Tre di esse sono indirizzate al marito, in una, munifico e regale come suo solito, Marcel dice “desidero assolutamente che lei mi faccia sapere quanto le devo per le spese che le procuro per gli spostamenti degli orari di lavoro degli operai” In un’altra “Siccome le faccio subire così spesso il contraccolpo dei miei problemi mandandole a chiedere di procurarmi un po’ di silenzio, credo sia più che giusto, quando ho qualcosa di piacevole,di chiederle di condi-

La posta di Proust

Dalla collezione di Rossano

viderlo con me. Spero che vorrà accettare questi quattro fagiani con la stessa semplicità con cui glieli offro, senza cerimonie.” Ben altro il tono delle lettere alla giovane donna, la prosa è amabile, ricca, complessa e lieve come a Lui si conviene, anche se si parla di rumori e di quello che fa l’acqua che passa nei tubi si può leggere..”che cos’era quello in confronto a questi mar-

telli? “un brivido d’acqua sulla schiuma” come dice Verlaine di una canzone che piange solo per piacervi.” Si parla di musica , letteratura, della Recherche e dei suoi personaggi e di malanni “mi rattrista molto il pensiero che lei sia malata...A me sembra normale essere malato. Ma la malattia dovrebbe risparmiare almeno la Gioventù, la Bellezza e il Talento” La signora soffre

di noia e solitudine e Marcel appare affettuoso e desideroso e distrarla con libri o fiori e di confortarla con complimenti e poesie “..Tutte le donne hanno il colore del sangue delle rose..” Della Williams Céleste dice “..un’artista, molto distinta e profumata, una grande ammiratrice di Monsieur e gliel’aveva anche scritto. Ricordo che suonava l’arpa...Credo non abbia mai conosciuto di persona Mme Williams, ma si scrivevano e so che lui apprezzava la raffinatezza con cui lei si esprimeva nelle sue lettere.” La corrispondenza spazia fra il 1908 e il 1916, forse la cassetta che accoglieva le lettere sarà stata diversa dalla nostra... chissà. I due corrispondenti cambiarono casa nel 1919. Marie Williams divorziò dal dentista, suo secondo marito, e sposò un famoso pianista. Si suicidò nel 1931, da anni non c’era più il solitario vicino a consolarla ed intrattenerla amabilmente .


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zionali composti durante gli ultimi quindici secoli. Fra gli autori scelti non poteva mancare Komitas, un monaco armeno (al secolo Soghomon Gevorki Soghomonyan, 1869–1935) che venne perseguitato al tempo del genocidio riportandone gravi traumi mentali. L’etichetta di Manfred Eicher aveva già pubblicato un disco

con musiche del compositore, Hayren (2003), frutto della collaborazione fra due musicisti armeni, la violista Kim Kashkashian e il compositore Tigran Mansurian. Presente in Luys i Luso con cinque brani, Komitas conferma il riferimento al genocidio, già comunque esplicitato da Hamasyan. Svolgono un ruolo determinante i 23 elemen-

ti dello Yerevan State Chamber Choir, diretto da Harutyun Topikyan. Questa musica scritta 500 o 1000 anni fa ci stimola a riflettere sulla tragedia degli armeni, che in realtà travolse tutte le minoranze cristiane dell’impero ottomano, quindi anche Assiri e Greci del Ponto. Almeno tre milioni di persone persero la vita nelle stragi ideate e realizzate dai Giovani Turchi, il movimento repubblicano che si affermò nella fase finale dell’impero ottomano. Tornando a quello che si diceva all’inizio, quindi, la reazione violenta dei nazionalisti turchi è stata prevedibile e sospetta. Prevedibile, perché è la stessa dei governi che si sono avvicendati dalla nascita della Turchia a oggi; sospetta, perché pur negando il genocidio ci si dichiara implicitamente eredi dei responsabili: “Dobbiamo scatenare una caccia all’armeno?” ha detto uno di loro. Non erano quattro scalmanati, ma esponenti del terzo partito turco (MHP), che alle elezioni di giugno ha ottenuto il 16% dei voti. Questo dimostra che oggi, a un secolo dalla tragedia, il morbo che aggredisce la diversità culturale non è stato ancora debellato.

Via Lupo

Lucca, inutilmente assediata da mesi, Brunelleschi pensò di allagare la città, deviando il corso del Serchio, ma dovette sbagliare qualcosa, perché ad essere allagato fu l’accampamento dell’esercito fiorentino: meno male che per la cupola i calcoli erano stati più precisi. Michelangelo, per prima cosa, fece demolire tutti gli insediamenti extra-moenia, distruggendo fra l’altro anche una chiesa che stava costruendo presso le Cure. Nel corso dell’assedio il doppiogiochista Baglioni passò dalla parte degli imperiali: fu lui, nella battaglia di Gavinana, a tradire Francesco Ferrucci che, evidentemente in vena di frasi memorabili, prima del celeberrimo “Vile tu uccidi un uomo morto!”, si lasciò sfuggire anche un “Ahi, vil Malatesta!”. Grazie al tradimento di Malatesta l’esercito imperiale occupò i sobborghi fiorentini sul lato di Porta Romana e, dalla collina di Arcetri, cominciò a cannoneg-

giare Firenze. Michelangelo pensò di sfruttare l’allora incompiuto campanile della basilica di San Miniato: lo fasciò con balle e materassi pieni di lana e piazzò sulla sommità alcune bombarde con le quali i fiorentini cominciarono a rispondere per le rime alle cannonate imperiali. Indiscusso capo artigliere era Giovanni d’Antonio, passato alla storia come “Lupo delle Bombarde” e come tale ricordato in questo toponimo. Sentite cosa scrive di lui Benedetto Varchi nella “Storia Fiorentina”: “Faceva un danno terribile al campo, perché ogni volta che vedeva alcuna frotta di nimici tirava loro e sempre che entravano in guardia o uscivano, ne sgabellava qualcuno, e talvolta parecchi”. Fra l’altro, quando si trattò di scegliere una strada da dedicare all’artigliere, fu non a caso scelta questa, a due passi dal Palazzo Serristori, dove abitava il traditore Malatesta.

Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it di

C

hi vuole soffocare la libertà d’espressione teme la musica più delle altre arti, perché sa che può distruggere i quadri, le sculture e i libri, ma non le note. Lo conferma quello che è accaduto a Kars, nella Turchia nordorientale, al pianista armeno Tigran Hamasyan. Il 21 giugno scorso il giovane compositore aveva tenuto un concerto per presentare il suo nuovo disco, Luys i Luso (ECM, 2015). Nel luogo dove Hamasyan aveva suonato sorgono le rovine di Ani, ultima capitale del regno bagratide armeno (961-1045), situata a quaranta kilometri da Kars. Oggi si trova in territorio turco, ma conserva un forte valore simbolico per la cultura armena. Alcuni nazionalisti turchi, incluso il sindaco di Kars, hanno criticato il concerto perché i coristi indossavano abiti talari. Il vero motivo della loro reazione, comunque, non era questo, ma uno ben più sostanziale: il nuovo disco di Hamasyan è espressamente dedicato al centenario del genocidio. Per realizzarlo l’autore ha scelto alcuni sharakan (canti liturgici armeni) e canti di vari connaFabrizio Pettinelli pettinellifabrizio@yahoo.it di

Ho la certezza che se San Francesco, anziché incontrare il “fratello Lupo” di Gubbio, tutto sommato un buon diavolo, si fosse imbattuto nel Lupo al quale è intitolata questa strada di San Niccolò avrebbe incontrato ben altre difficoltà nel tentativo di ammansirlo. Non parliamo poi di “Fargli il segno della croce in bocca”, come ci tramandano le cronache, perché la bocca di questo Lupo qui era una bocca da fuoco. Come noto nel 1527 i Medici, per la seconda volta, erano stati cacciati da Firenze. Nel 1512 a far capitolare la Repubblica fiorentina era stato sufficiente che gli spagnoli saccheggiassero Prato, allora territorio fiorentino, in maniera orribile (furono sterminati a sangue freddo 6.000 cittadini). Nel 1529 l’imperatore Carlo V trovò più filo da torcere per accontentare Papa Clemente VII (al secolo Giulio de’ Medici) e per restaurare i

Suoni di dolore e di speranza

Lupo delle bombarde

Medici fu costretto a cingere d’assedio Firenze. La difesa militare della città fu affidata al condottiero Malatesta Baglioni mentre la direzione delle opere difensive andò a tale ingegner Buonarroti. Michelangelo si diede subito daffare, memore anche della figura barbina che aveva fatto Brunelleschi nel 1430: incaricato di fiaccare la resistenza di


10 OTTOBRE 2015 pag. 10 Franco Manescalchi novecentopoesia@gmail.com di

L

a nostra casa, le nostre case, le finestre, i terrazzi; il fuori, alberi, gatti, rondini, bucati tesi, muretti, cortili, montagne intraviste e avvertite per il vento che ci raggiunge. Le cose in casa, ordinate e non, piccole e grandi, utili e decorative; i muri, le piastrelle, i quadri, eccetera, tutto ha vita, anche il numero civico. Tutto questo e tanto altro anima un “paesaggio condominiale” come un atto unico, un entracte, una performance di colori, un’azione scenica, un’installazione, un giro di quinte e scenari. E poi , gatti acrobatici fra le antenne della tv, cani duettanti, duellanti, gli intrecci dei voli delle rondini che sembrano acrobati di un circo dove “non paga il biglietto/chi ha sogni di Circo/ e vaga con le nuvole”. Ancora, condòmini un po’ chagalliani, figure immaginate fra quinte di cartapesta di muretti, giù, dei cortili. E tutto questo al tepore della casa, o al variare delle stagioni, perché il dentro è fuori e viceversa. E’ possibile tutto questo? E’ possibile se viviamo la vita con leggerezza anche in un normale condominio che, a ben vederlo, normale non è perché finisce per essere come una vacanza quotidiana. Una vacanza da cosa? Dalla cecità di chi ha lo sguardo grigio e sintetico perché vede tutto come se fosse dovuto e abitudinario, da usare.. Ma come si fa a rendere abitudinari i fiori, le piante che crescono nella nostra casa, che ieri erano due foglioline e oggi ci “ringraziano” grandi col loro sfarzoso sorriso come persone fra le nostre mura? O come si fa a non avvertire l’improvviso diorama di una poltroncina girevole? Mariagrazia Carrraroli, con i suoi versi epigrammatici che dipingono nello scrivere, e Luciano Ricci con i suoi carboncini interpretativi ce lo dicono e ce lo insegnano nel libro “Paesaggio condominiale”, Lorenceatt, Firenze, 2015.. Facciamo una prova: Dove sei stato oggi? Sempre al vento di Monte Morell, e ho accostato anche le finestre, per il riscontro . In che via abiti?In via Santa

Il circo delle rondini acrobatiche

Maria che è come una preghiera (come andare a messa in una chiesuola di periferia) Tutto questo ci fa ricordare la poesia delle cose di Corrado Govoni, accostate per pudore in modo da cogliere meglio la vita o la libera associazione di idee del surrealismo di Breton che dà luogo a una realtà immaginaria più vivibile, su quella usuale? Grandi Mariagrazia e Luciano: ad amar/ci.la vita è un caleidoscopio che sempre stupisce nell’universo delle quattro mura.. Terrazzo inverno Alla tramontana resistono foglie di salvia riparata piante grasse ben armate e rosmarino. A stendere il bucato raffreddore assicurato.

Mariagrazia Carraroli e Luciano Ricci

In occasione dell’11a Giornata del Contemporaneo del circuito AMACI, il Diana Baylon archive aprirà l’hermitage dell’artista al popolo, in contrappunto al “pubblico”. Durante l’evento alla presenza del sindaco Anna Ravoni e del vice sindaco & assessore alla cultura Barbara Casalini, nonché ad altre autorità, sarà donata alla Città di Fiesole l’opera l’Incastro, lait motiv di tutta l’opera di Diana Baylon, riassume il legame di Diana Baylon con il suo secondo marito Giuseppe Baylon - “L’asso aeronautico della seconda guerra”, come precisato il generale Gianfranco Camperi, comandante dell’ISMA - Istituto di Scienze Militari Aeronautiche - nella sua prolusione al convegno Il Volo e l’Arte presso l’ex scuola di Guerra Aerea delle Cascine il 19 settembre scorso.Lucio Fontana diceva della Baylon“ Il mare è nero / tu sei trasparente / il cielo è nero / tu

L’eleganza mentale di Diana Baylon

sei profonda…” Per Lisa Ponti “Diana [è] l’artista ‘difficile e proba’. Diana l’etrusca che ama la geometria, meglio, che concentra in geometria l’emozione: Diana ‘sigilla il temporale’ in forme che ne vibrano, non emettendo che luce” Alfonso Panzetta direttore de il Cassero per la scultura italiana dell’Ottocento e del Novecento di Montevarchi. Scrive che “Nell’eclettismo apparente di Diana Baylon c’è una continuità e una coerenza assoluta tra un pezzo e l’altro, come se la Baylon avesse digerito e riproposto Brancusi in modo assolutamente contemporaneo” – L’evento avrà luogo a Fiesole in via dei Bosconi n.38 località Montereggi, dalle 11,30 alle 18,30. Il buffet sarà offerto dalle 11,30 alle 14,00 con i vini della Cantina Tenuta Cappellina di Castelnuovo Berardenga


10 OTTOBRE 2015 pag. 11 Roberto Mosi mosi.firenze@gmail.com di

M

arcel Proust scriveva il 26 giugno del 1907 all’amica Madame de Noailles: “… Per dimostrare la mia gratitudine a Calmette (direttore del quotidiano Le Figaro) mi sono avventurato, nello stato in cui sono, a dare una cena di cui non vi ho nemmeno parlato perché credevo che sareste stata via. E’ fissata per il 1° luglio, lunedì prossimo, in una sala riservata al Ritz …”. E’ rimasta famosa la cena del 1 luglio data in una sala privata del ristorante dell’Hotel Ritz. In seguito sarebbero state frequenti le apparizioni nel grande albergo di Place Vendôme, dove si sarebbe recato così spesso che cominciarono a chiamarlo Proust del Ritz. Le testimonianze documentate ci dicono che nel corso del tempo gli ospiti furono molti, e della loro presenza si trova un riscontro nelle figure che animano La Recherche. Durante quelle cene, infatti, ciascuno degli invitati ricevette qualcosa da Proust e qualcosa donò a lui e al lavoro che andava componendo. Ognuno secondo le proprie capacità e ispirazioni, secondo il suo modo di essere, contribuì a creare una tessera del mosaico complessivo, radicato nella società dell’epoca, con spunti attuali anche ai nostri giorni come specchio delle nostre esistenze, fonte di studi e riflessioni. La brillante conversazione di quelle cene, i pensieri, i pettegolezzi sulla vita parigina, rappresentavano dunque un prezioso materiale che finiva poi nelle trame della sua opera monumentale , La Recherche. La redazione romana della Casa Editrice www.laRecherche.it ha dato vita alla sesta esperienza dell’Antologia Proustiana, quella dell’anno 2015, partendo dal tema di “Una cena al Ritz”. Secondo una procedura ormai consolidata, ha proposto con un bando rivolto agli scrittori interessati, di far rivivere uno di quegli incontri al Ritz, immaginando la partecipazione, con Marcel Proust, di tredici invitati fra i quali personaggi dell’opera proustiana – come Bergotte, Elstir, Albertine – e personalità della vita culturale e mondana,

Marcel Proust

al ristorante dell’Hotel Ritz

come Baudelaire, Visconti, Saint Laurent, Raboni, di diverse epoche. Coloro che hanno risposto all’invito del bando, hanno preparato un ipotetico omaggio a Proust – una poesia, uno scritto, un disegno, un saggio critico – da consegnare idealmente, ponendosi nei panni di uno dei tredici personaggi, in occasione del “nuovo” incontro al Ritz. Il testo dell’

La prima di Elene Usdin In occasione della XI giornata del Contemporaneo organizzato da AMACI (Associazione dei Musei d’ arte contemporanea italiani) verranno presentate alcune opere dalla Collezione e, in anteprima, la prossima mostra della parigina Elene Usdin, che espone per la prima volta in Italia a Sensus (Firenze, Viale Gramsci, 42) dalle 17 alle 20 fino al 31 gennaio 2016 e alla Vetrina di Sensus a Fiesole con un lavoro site-specific (dal 19 ottobre al 29 dicembre)

opera è accessibile online: http:// www.larecherche.it/ librolibero_ebook. asp?Id=190. L’iniziativa de LaRecherche, l’Antologia Proustiana del 2015 dedicata a “Una cena al Ritz”, sarà presentata da Roberto Mosi e, per l’illustrazione grafica, da Enrico Guerrini il prossimo 30 ottobre, alle ore 17.30, all’O-

ratorio presso la nuova sede di “Testimonianze” (via Ghibellina 2/6, alle Murate). L’organizzazione della serata è a cura degli “Amici di Testimonianze”; si concluderà con un tocco proustiano particolare, l’assaggio delle madeleine servite con l’infuso di tiglio. Nell’incontro del 30 ottobre compariranno fra gli ospiti, in particolare, le figure del pittore Elstir e del regista Luchino Visconti, intorno alle quali lo stesso Roberto Mosi ha composto testi poetici riportati negli e-Book della casa editrice romana. Il regista italiano era appassionato all’opera di Proust, progettò di realizzare un film sulla sua vita e ricostruì atmosfere e ambientazioni dei suoi film partendo da ricordi e sensazioni vissuti nel periodo dell’infanzia. Un aspetto presente in questi versi nei quali Mosi “riscopre” il mondo dell’infanzia di Luchino Visconti: I pranzi, un rito per la famiglia i domestici in guanti bianchi, le lotte dei ragazzi sotto la tavola, mio padre, il sorriso del Gattopardo. I domestici aprono tovaglie sull’erba al “solito posto” nel viaggio per Forte dei Marmi, le provviste nelle ceste di paglia. Un’infanzia felice dalla parte dei Guermantes, dolci frutti sull’albero della vita, suoni immagini. Il tempo ritrovato.”


10 OTTOBRE 2015 pag. 12 di

Carlo Cresti

H

o incontrato e conosciuto Leopoldo Paciscopi l’8 febbraio 1962 nella circostanza dell’inaugurazione della Galleria di Umberto Michaud, da me allestita in un locale della fiorentina piazza del Pesce. Michaud, tramite il pittore e amico Mario Nuti, mi aveva incaricato del progetto di arredo della galleria-laboratorio, uno dei miei primi lavori successivi alla laurea, e Nuti fu pure il propiziatore, in quella occasione, del mio approccio amichevole con Leopoldo (dallo stesso Paciscopi ricordato nel suo libro Una bella carriera), quale preambolo di un lungo e fecondo rapporto di reciproca stima. La Galleria di Umberto Michaud era un luogo che offriva occasione di contattare e frequentare, oltre Nuti e Paciscopi, intellettuali e artisti come Luigi Cavallo, Umberto Baldini, Tommaso Paloscia, Gioacchino Contri, Agenore Fabbri, Gianni Dova, Mario Rossello, e altri. Col trascorrere del tempo ho visto crescere lo spessore carismatico di Paciscopi nei ruoli di giornalista, narratore, poeta, pittore, grande conoscitore di jazz, di cinema, memoria storica degli anni di una Firenze irripetibile, e, in parallelo, è aumentato in me l’apprezzamento per ‘Poldino’ in qualità di puntuale fonte di cultura, rappresentando sempre più un imprescindibile, irrinunciabile punto di riferimento, nonché di arricchimento istruttivo. Quando ho avuto necessità di apprendere maggiori e specifiche notizie riguardanti Rosai, Soffici, Primo Conti, Romano Bilenchi, il gruppo d’avanguardia ‘Arte d’Oggi’, l’esperienza dell’Astrattismo classico, o il ‘clima’ e i personaggi fiorentini degli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, è stato, e continua ad essere, un moto obbligatorio rivolgermi alle lucidi, illuminanti, esaustive testimonianze orali di Poldino, prendendo così atto dei valori e significati da lui custoditi. Erano, e tuttora persistono, interminabili colloqui telefonici, o visite e piacevoli intrattenimenti per consultare il generoso ‘archivio’ leopoldiano, e ossequiare

90 anni di immutabile

giovinezza di Poldino di

Burchiello 2000

Il Capo è il Capo: maschio e inarrestabile. Traversa fiero e impettito come un tacchino le schiere che, come siepi, lo proteggono fiere e festose. La parola del capo è lapidaria e indiscutibile. Qualcuno, finalmente (meglio tardi che mai), comincia a cogliere la volgarità, la tracotanza, l’aggressività del suo lessico, sempre più vicine ai sorgivi anni Venti del secolo scorso. Il processo di avvicinamento della Rai all’EIAR è in corso e procede bene. Ai più giovani ricordiamo che l’EIAR fu uno dei principali strumenti di informazione e propaganda del regime fascista. E non si dimentichi (non si sa mai) che con Decreto dell’8 luglio 1938 furono sancite pene – arresto fino a sei mesi e 10.000 lire di multa – a chi fosse stato scoper-

la gentile Gigliola, nel loro bel rifugio fiesolano di Montefiano. Oggi sono di nuovo salito a Fiesole con entusiasmo per festeggiare i novant’anni del ‘glorioso’ Leopoldo constatando, ammirato, la sua immutabile giovinezza di spirito e la sua inossidabile libertà di pensiero.

Il solo capo, da cui ogni poter promana (3)

to all’ascolto di radio “straniere”. Ad oggi, la piazza sembra ancora rispondere al Capo, anche se qualche scricchiolio si comincia ad avvertire. E’ apparso anche un nuovo “Starace”, biondo e spettinato che aggiusta le frasi del Capo e le enfatizza. Ecco le ultime: - “Io non ho creato il renzismo, l’ho tratto dall’inconscio degli italiani”. - “Colpisci uno per insegnare a cento”. - “O l’amicizia preziosa o l’ostilità durissima”. - “Ringrazia ogni giorno devo-

tamente Iddio che ti ha fatto renziano”. - “Il renzismo non è soltanto azione, è anche pensiero. - “Quando il renzismo si è impadronito di un’anima, non la lascia più”. - “La democrazia è un regime senza re, infestato da molti re che sono spesso più esclusivi, tirannici e distruttivi di uno”.


10 OTTOBRE 2015 pag. 13 Angela Rosi angela18rosi@gmail.com di

percorso di svelamento, il velo piano piano scivola a terra e noi rimaniamo soli e stupiti di fronte a tanta bellezza dell’anima. Siamo discesi nella dimensione inconscia e intimista per scoprire che il nero non è sofferenza ma ascolto di tutto ciò che arriva dall’interno e con la creatività si attua compresi ritmo, movimento e colore che il nero libera nelle recenti opere di Luca Brandi. Tutto ciò è possibile viverlo nella sua mostra Astrazione e sacralità alla Galleria FienilArte di Pietrasanta fino al 31 ottobre 2015.

Il nero di Luca Brandi ci avvolge in un abbraccio pesante, troppo stretto e opprimente, sembra che non ci lasci spazio ma poi scopriamo che l’aria c’è, soprattutto dentro di noi. Le sue opere sfiorano l’assoluto ma sono buchi neri che ci risucchiano in un vortice e verso l’origine di tutto. Le imperfezioni del lino della tela lavorata a rovescio diventano parte della pittura integrandosi perfettamente e rendendola più materica. L’abbraccio quasi mortale e soffocante diventa vita, il nero riflette la nostra intimità, è un nero caldo e luminoso mischiato a colori metallici, bronzo, argento o rame. I quadri sono specchi che ci consentono un viaggio verso il nostro mondo interiore. L’artista, con audacia, ci indica la via per ri-conoscersi, per non aver paura del nostro nero, ci accompagna verso la conoscenza della nostra anima individuale che dialoga con l’Anima Mundi rivelandoci l’armonia e l’immortalità. Ci affidiamo al rosso per entrare nel nero perché ci coinvolge con l’immediatezza e la spontaneità di un approccio informale senza regole e difese, il suo grondare sulle tele ci attira con gioiosa vitalità. I misteri poi si svelano via via che entriamo in sintonia con i dipinti in un Michele Rescio mikirolla@gmail.com di

Ingredienti Per 6 persone: - 1 zucca di circa 5 kg - 125 g burro ammorbidito - 250 g zucchero - 2 cucchiai olio di oliva - 1 kg manzo magro tagliato a cubetti - 2 cipolle tritate - 1 litro brodo di manzo o dado - 3 pomodori sbucciati e a cubetti - 1 foglia di alloro - 1 cucchiaino di sale - 750 g di patate dolci (batate) a fette - 300 g zucchine, a fette - 3 pannocchie, tagliate a fette - 250 g pesche sciroppate, a pezzi Preparazione:Scaldate il forno a 200 gradi. Pulite la scorza della zucca e con un coltello ben affilato, ritagliate un coperchio di circa 15 cm di diametro lasciando il picciolo che vi serve da manico. Togliete il coperchio e ripulite l’interno della zucca dai semi e

Senza paura del nostro nero Zuppa criolla

dalla polpa filamentosa. Spalmate ora bene il burro sulla polpa della zucca e poi ricopritela con lo zucchero. Per fare aderire meglio lo zucchero al burro sbattete la zucca girandola continuamente e per ultimo fate fuoriuscire lo zucchero in eccesso. Rimettete il coperchio. Fate cuocere la zucca nel forno per circa 45 minuti in modo che la

polpa diventi tenera ma nello stesso tempo leggermente resistente alla punta di un coltello in quanto deve poi contenere la zuppa senza rompersi. Mentre la zucca cuoce, in una pentola capiente rosolate nell’olio caldo i pezzetti di carne e, mescolando sempre, fateli cuocere fino a quando sono diventati dorati da tutti i lati poi, con l’aiuto di

una schiumarola, conservateli su di un piatto. Nella stessa pentola fate poi cuocere a fuoco basso, nel grasso della carne, la cipolla per circa 5 minuti in modo che diventi trasparente. Aggiungete poi il brodo, riportate a bollore e, con l’aiuto di un cucchiaio di legno, staccate dal fondo i pezzi rimasti attaccati. Aggiungete la carne con anche il sugo che si è formato nel piatto, i pomodori, l’alloro e il sale. Mettete il coperchio sulla pentola, abbassate il fuoco e fate cuocere per circa 15 minuti. Aggiungete le patate dolci e le zucchine e fate cuocere per altri 10 minuti. Per ultime le pannocchie e le pesche sciroppate che cuoceranno per non più di 5 minuti. Versate, con l’aiuto di un mestolo, la carbonada nella zucca. Ricopritela col suo coperchio e fatela cuocere per ancora 15 minuti nel forno a 200 gradi. Appoggiate su di un grande piatto da portata la zucca e servite subito nelle fondine o ciotole di coccio.


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Scottex

Aldo Frangioni presenta L’arte del riciclo di Paolo della Bella

L’appallottolamento del foglio di scottex, spesso produce, anche all’insaputa dell’artista forme zoomorfe. In questo caso si individua, a piacere, un dromedario, un gallo cedrone, una lucertola morta e già preda delle formiche, un cane che salta o via discorrendo. Oppure, se si vuole, vi possiamo vedere tutti questi animali a altri ancora, che assemblati insieme, formano un chimera.

Scultura leggera Alessandro Masetti masettipress@live.it di

Nel panorama dell’architettura italiana contemporanea recentemente si sta facendo largo Fabbricanove, lo studio di architetti under 40 con sede a Firenze che grazie alla loro filosofia di “architettura artigianale” sono riusciti a terminare ben tre progetti in un anno nonostante la crisi. La formula del successo risiede nelle attenzioni dedicate a ogni aspetto dei loro progetti, controllandone progressi e dettagli da più punti di vista. Per quanto tale operazione rientri nella prassi della buona architettura, la peculiarità di Fabbricanove giace nella metodologia d’attuazione, che sin dagli esordi dello studio nel 2009 si è tradotta in uno di stile di vita per i soci fondatori: Enzo Fontana, Giovanni Bartolozzi, Lorenzo Matteoli. Lo studio è infatti concepito come un laboratorio in cui ogni architetto cura il proprio progetto, per poi confrontarsi con l’intero gruppo di lavoro. Un modus operandi affine a ciò che accadeva nelle botteghe della Firenze rinascimentale, nelle quali le opere d’arte venivano maneggiate da più figure fino a raggiungere la perfezione. Per Fabbricanove questa tipologia di confronto è essenziale e continua anche durante la realizzazione dell’opera, ovvero

Un po’ architetti, un po’ artigiani

quel momento cruciale in cui si instaura uno stretto rapporto con l’impresa esecutrice e i suoi artigiani. E’ soprattutto con questi ultimi che Enzo, Giovanni e Lorenzo amano lavorare, poiché grazie alla loro esperienza tecnica riescono a introdurre nei progetti delle soluzioni uniche disegnate su misura che costituiscono gli elementi fondanti dell’intero progetto. Nel contesto edilizio odierno,

saturo di cantieri improvvisati e di committenze che puntano sui soliti noti, la partecipazione ai concorsi costituisce il principale strumento di ricerca dei lavori per Fabbricanove, attivo in tutta Italia. In Toscana, in particolare, troviamo uno dei progetti che segna una svolta nel loro iter creativo. Si tratta del loft di via Bufalini a Firenze (2015), un intervento rivoluzionario nella sua semplicità,

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in cui una ex sala da musica con volte affrescate è stata trasformata in residenza. Euterpe, musa della musica, ha ceduto il proprio tempio a un’arte che parla la lingua del minimalismo, ma che trasmette il calore e la passione dell’artigianato, stravolgendo e allo stesso tempo mantenendo intatta la bellezza di uno spazio vincolato. La soluzione compositiva proposta è la ‘scatola attrezzata’: l’idea di un “c(u)ore” a doppia altezza le cui pareti attrezzate, realizzate dai falegnami secondo un disegno alla Mondrian, permettono di separare gli ambienti in base alle loro funzionalità. Nel progetto di via Bufalini si concentrano tutti gli elementi che caratterizzano il Fabbricanove-pensiero: il rispetto della stratificazione storica, l’attenzione ai dettagli nel nome della semplicità, la ridefinizione dello spazio attraverso l’uso di pareti attrezzate, frutto di un rapporto di confronto fra progettisti e artigiani dal quale scaturiscono soluzioni sempre uniche e originali. Questa volta il risultato è un gioco di scatole in cui la bellezza del contenitore antico dialoga con il nuovo contenuto, che a sua volta contiene un’altra tipologia di bellezza, scaturita dal prezioso rapporto umano tra architetto e artigiano.


lectura

dantis

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Disegni di Pam Testi di Aldo Frangioni

M’apparve poi uom poco elegante. Maneggion era stato in mia Fiorenza. Folto crin bianco e fisico prestante.

rispose tosto, come suo maniere: a molti diei denari con il banco, sempre vicino al sommo Cavaliere.

Ruppi col Sire e mi trovai la tana con pochi e interessati senatori al prence fiorentin levai una grana.

Non credo di turbar la tu’ pazienza, se so tuo nome e lo tuo mestiere. Ciacco de’ Verdi o dell’Insolvenza,

A forza di dar sghei venne l’ammanco, mi salvò la politica romana e di stare al poter non ero stanco.

Senza di me, malgrado i detrattori, lui non potea togliere quel segno a quella carta, de’ suoi futuri onori.

Canto VI

Dante incontra tra i golosi un dannato soprannominato Ciacco, si capisce subito che si tratta di un politico fiorentino, il cui banco aveva fatto fallimento


in

giro

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ID-FOOD (l’identità attraverso il cibo) di Florencia Martinez

Rinverdire di Carlo Bertocci

mercoledì 14 ottobre ore 15-19 Per realizzare questa performance partecipativa sono necessarie circa 40 persone, che devono dare la propria adesione scrivendo a lucilla.sacca@unifi.it e a spelazidar@yahoo.com

Ci si chiede quale sia talvolta la causa di una preferenza o di un’avversione innata per determinati cibi che spesso non hanno un riscontro reale nei dati biografici della persona. Preferire un sapore piuttosto che un altro è una delle prime manifestazioni dello scegliere, una dichiarazione muta di appartenenza, la direzione empirica delle nostre volontà. Il progetto consiste nel rispondere per scritto alle tre domande del questionario. Chi accetta di partecipare verrà poi fotografato e l’immagine, elaborata dall’artista, riporterà anche il soprannome infantile di ciascuno e il nome del cibo preferito o meno amato. Il risultato finale è una variopinta campionatura fotografico/ letteraria/ simbolica, che costituisce un “corpus” di sapori e sguardi e diviene testimonianza di come il cibo sia anche memoria, parola, desiderio, ricordo. Il progetto comprende anche una parte di scrittura, che integra l’elaborazione di ogni composizione con un racconto inteso a ricostruire le suggestioni e le memorie dell’infanzia legate al cibo. Esempio del questionario: 1- Quando eri piccolo/a, avevi un diminutivo, un nomignolo, col quale ti chiamavano? 2- Quale era il tuo cibo preferito? 3- Quale era invece il cibo che non sopportavi?

RINVERDIRE mostra personale Carlo Bertocci  alla Catania Art Gallery, acura di Arnaldo Romani Brizzi. Vernissage sabato 10 otto-

bre. Catania Art Gallery è ubicata nel centro storico di Catania: in un palazzo della fine del settecento, in Via San Michele.


L immagine ultima

10 OTTOBRE 2015 pag. 17

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

S

iamo sempre in una zona semicentrale, è un primo pomeriggio e il traffico è decisamente ancora tranquillo, sono poche le auto parcheggiate in doppia fila e abbastanza pochi anche i passanti. Tra poco più di un’ora, un’ora e mezzo la scena sarà completamente diversa. Si trasformerà, assumendo l’aspetto di un fiume in piena, con tutti i pendolari che si accingono al martirio della ricerca dell’auto e di un rientro a casa decisamente stressante e penoso. La maggioranza prenderà la metropolitana per raggiungere i parcheggi più lontani e per i pedoni sarà quasi impossibile traversare la strada senza rischiare di essere investiti. Nel giro di un’ora, un’ora e mezzo il traffico sparirà come d’incanto per riproporsi poi, nelle stesse modalità e negli stessi orari, il giorno successivo

NY City, agosto 1969

Cultura commestibile 140  
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