Issuu on Google+

redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.culturacommestibile.com www.facebook.com/cultura.commestibile direttore simone siliani

redazione gianni biagi, sara chiarello, aldo frangioni, rosaclelia ganzerli, michele morrocchi, barbara setti

progetto grafico emiliano bacci

Con la cultura non si mangia

39 206

N° 1

Credo moltissimo nella pubblicità e nei media. La mia arte e la mia vita personale sono basate su di essi. Penso che il mondo dell’arte è un serbatoio enorme per chiunque sia coinvolto nella pubblicità. Jeff Koons

Il silenzio è d’oro

editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012


Da non saltare

3 OTTOBRE 2015 pag. 2

Che fare?

Aurelia Nicolosi aurelianicolosi@gmail.com di

C

osa accade all’Arte Contemporanea oggi? Quali sfide per il domani, quali competenze da spendere? A queste e a molte altre domande si è tentato di rispondere durante il Forum dell’Arte Contemporanea Italiana organizzato dal 25 al 27 settembre tra i vicoli storici di Prato. La città toscana, protagonista negli ultimi anni di un indiscusso fermento culturale, ha raccolto attorno a sé i maggiori esperti del settore per discutere delle problematiche di glocalizzazione e delocalizzazione che l’Italia è chiamata ad affrontare ormai quotidianamente. L’evento, sostenuto dal Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, è stato interpretato da alcuni operatori come un momento di confronto, un’opportunità di crescita, da altri come un fallimento. Sicuramente è stata avvertita la retorica roboante e autoreferenziale di certi personaggi un po’ stantii e ancorati a una tradizione estremamente fossilizzata, ma, nel complesso, si può affermare che uno squarcio nel velo di Maya è stato aperto, anche se è mancata una vera spinta propulsiva del pubblico. Come mai? Poco abili i relatori? Poco interessanti gli argomenti? Troppo dispersiva la strutturazione della convention? Forse una combinazione di elementi, nonostante il programma fittissimo di incontri. Il Teatro Metastasio è stato adibito a quartier generale del Forum: non solo punto di registrazione per accedere alle tavole rotonde, ma location privilegiata per ospitare le conferenze e le relazioni finali dei tavoli, ubicati tra Palazzo Banci Buonamici e Monash University. Per l’apertura di venerdi 25 settembre sono stati previsti gli interventi di: Massimo Bressan (Presidente del Teatro Metastasio), Matteo Biffoni (Sindaco di Prato e Presidente del Centro Pecci), Elena Pianea (Rappresentante dell’Assessorato alla Cultura della Regione Toscana), Federica Galloni (Direttore Generale Arte e Architettura Contemporanea e Periferie Urbane, MIBACT), Gianfranco Marianello, (Presidente

Discorsi intorno all’arte contemporanea

Amaci Associazione Musei di Arte Contemporanea Italiani), Patrizia Sandretto Re Rebaudengo (Presidente Comitato Fondazioni Arte Contemporanea Italiana), Annamaria Gambuzzi (Presidente Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea). A introdurre gli ospiti, Fabio Cavallucci (Direttore del Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci), componente del comitato promotore insieme a Ilaria Bonacossa (Direttrice del Museo dell’Arte Contemporanea Villa Croce), Anna Daneri (curatrice indipendente), Cesare Pietroiusti (artista) e Pier Luigi Sacco (Professore ordinario di economia della cultura presso la IULM di Milano). Le tematiche, affrontate nelle tre giornate, sono state raggruppate in sei macroaree: Formazione (F), Proposta di riforme politiche (R), Discussione, ana-

lisi, approfondimento, denuncia (A), Comunicazione e rapporto con i media (M), Rapporto pubblico/privato (PP), Proposta di strategie interne (S). Ad ogni macroarea sono stati associati diversi argomenti corrispondenti a tavoli che hanno lavorato in simultanea su vari focus per 2h 30’, secondo uno schema fisso: criticità (45’), obiettivi (45’), proposte (45’). Ogni tavolo, a porte aperte, è stato coordinato da un responsabile, incaricato di mediare e sollecitare considerazioni attente e specifiche tra i professionisti invitati alla discussione. Molto stimolante è stata la diatriba suscitata dalla ‘definizione’ del ruolo di critico e curatore. La vexata questio si è alimentata tra i vari relatori del tavolo F4 nel pomeriggio di venerdì 25 settembre: “Il percorso formativo dei curatori e dei critici nel bene e nel male non

è standardizzato. È necessario uniformare gli studi di queste due figure, oppure potrebbe essere controproducente? Si ritiene auspicabile un ragionamento sulla effettiva necessità di differenziare i due ruoli e su come il percorso per arrivarvi possa essere migliorato, a partire dal contesto universitario?” La giovane coordinatrice Antonia Alampi, Associate Curator del Centro per l’Arte Contemporanea Beirut, ha condotto abilmente un talk piuttosto movimentato tra Renato Barilli, Federica Bueti, Corrado Chiatti, Ester Coen, Davide Giannella, Matteo Lucchetti, Cristiana Perrella, Marco Scotini e Gaia Tedone, storici dell’arte ed esperti molto diversi tra di loro, formati quasi tutti all’estero, che hanno tentato di capire se esiste un modo per distinguere le due figure, anche attraverso percorsi di specializ-


Da non saltare

3 OTTOBRE 2015 pag. 3

zazione, purtroppo assenti nel nostro Paese. Barilli, in quanto personaggio di spicco della critica d’arte italiana, non ha ritenuto corretto scindere la curatela dalla critica, due facce di una stessa medaglia che si completano tra loro: una formazione militante e aggiornata deve accogliere entrambi gli aspetti e non può piegarsi a schemi stereotipati. Lucchetti, curatore e storico dell’arte, ha sostenuto, invece, l’importanza di specializzarsi in un ben preciso ramo poiché critica e curatela sono due grandi concetti ‘ombrello’ dell’arte all’interno dei quali si trovano molteplici indirizzi. Il confronto/scontro è stato costante nelle ore e a questo si è aggiunta una notevole partecipazione di pubblico, contrariamente ad altri tavoli e per bravura di Antonia Alampi, che ha reso il dibattito vivo, tanto da attirare l’attenzione di spettatori, inizialmente diretti altrove. L’unica pecca è stata l’interruzione dello scambio animato di idee nel momento clou delle proposte, ormai fuori orario. Altro tavolo di lavoro, assolutamente invitante, è stato quello di sabato 26 settembre, intitolato Quale mercato per l’arte? (PP6), coordinato da Alessia Zorloni, docente alla IULM, esperta in economia dell’arte, che ha diretto la discussione sul seguente ragionamento: “Nell’ultimo decennio la struttura del mercato dell’arte contemporanea è cambiata, soprattutto per la concorrenza generata dalle fiere e per gli interventi degli investitori. Il mercato italiano dell’arte oggi pesa solo per lo 0.8% nel mondo e per il 2,5% in Europa. Quali sono gli aspetti destinati a condizionare i prezzi nel mercato dell’arte contemporanea? E chi sono gli attori rilevanti nella valorizzazione dell’arte in una prospettiva internazionale?” Beatrice Bertini, curatrice e direttore della Galleria Ex Elettrofonica di Roma, ha esposto le difficoltà che i giovani italiani hanno nell’emergere in un mercato chiuso, che si autoalimenta, lasciando fuori ogni forma di novità, e ha sottolineato come lo Stato Italiano non incoraggi adegua-

Il racconto del Forum di Prato tra critica, mercato e estetica tamente le gallerie o chi vuole investire nei talenti emergenti perché le detrazioni fiscali non sono sufficientemente calibrate. Leonardo Farsetti, responsabile dell’Arte Contemporanea, per la casa d’aste Farsetti Arte, ha sollevato la questione del diritto di seguito imposto dalla SIAE, che alza i costi di vendita di un pezzo e scoraggia gli acquirenti, o della burocrazia che per le operazione di ‘notifica’ su un’opera d’interesse culturale allunga i tempi di esportazione dell’opera stessa. Paolo Troilo, pittore di fama internazionale, ha presentato la sua esperienza ed ha affermato la volontà di mettersi in proprio, senza la mediazione dei galleristi, per avere un contatto diretto con i collezionisti, curatori e istituzioni. Claudio Palmigiano e Mariano Pichler hanno parlato della loro attività di collezionisti e attenti frequentatori di fiere, gallerie e case d’aste. Alessia Panella, avvocato, esperta in diritto d’autore, e Paolo Ceccherini, referente per la Banca Monte dei Paschi

di Siena, hanno operato un confronto tra l’Italia e gli altri Paesi europei sull’iva imposta alle gallerie e sulle agevolazioni fiscali per chi ‘dona’ un’opera allo Stato e per chi compra arte. Luca Zuccala, giornalista di ArtsLife, e Alberto Fiz, critico e curatore, si sono, infine, confrontati sulle riviste italiane, specializzate in arte, che ‘trascurano’ l’argomento mercati e quotazioni di mercato. Si giunge così a domenica 27 settembre: al Teatro Metastasio sono state convogliate le sintesi delle relazioni e le conclusioni, orientate principalmente a come sostenere l’arte italiana e a come creare reti per essere competitivi a livello internazionale. Alla considerazione finale che l’Italia, in forza del suo inestimabile Patrimonio Culturale, dovrebbe garantire un sistema di tutela e valorizzazione dell’Arte (giovane e meno giovane), attraverso politiche che favoriscano il settore e la nascita di specifiche competenze, sono state aggiunte delle proposte:

- garantire al Forum un carattere di solidità e stabilità nel tempo; - sollecitare la nascita di un’agenzia italiana che diventi un organo efficace per promuovere iniziative di politica culturale; - istituire un Italian Arts Council sul modello inglese, piattaforma basilare per una programmazione artistica condivisa che renda il contemporaneo “più trasparente e rendicontabile”. Progetti, suggerimenti, consigli, sono stati, pertanto, al centro di un dibattito vivo, che ha mostrato le ferite del nostro Belpaese. Il Forum è certamente da elogiare per aver messo a nudo i problemi della cultura e del sistema-arte, ma delle domande sorgono spontanee: dopo aver agitato le acque ‘stantie’ del ‘Contemporaneo’, quanti saranno in grado di replicare all’appello? Quanti si spoglieranno delle loro polverose vesti accademiche, politiche o istituzionali e scenderanno dai loro pulpiti? Solo il tempo potrà darci delle risposte…La chiamata alle armi è ancora in atto!


riunione

di famiglia

3 OTTOBRE 2015 pag. 4

Le Sorelle Marx Pizza e moschetto, cittadino perfetto. Dopo anni di studi finalmente la politica (fiorentina e non) è riuscita a dare la risposta all’assillante bisogno di sicurezza dei cittadini. La polizia e le altre forze dell’ordine dovranno abbandonare armi e investigazioni, concentrandosi sulla scelta di farine, pomodori e mozzarelle per sfornare il trancio di pizza più fragrante. La prima sperimentazione è andata benissimo: da quando nella zona della stazione di Santa Maria Novella si può mangiare a tutti gli angoli il degrado è sparito così come il crimine associato. Niente bivacchi, niente risse, niente borseggi, Santa Maria Novella è diventata un’oasi di pace e felicità, aromatizzata all’origano e al basilico. E adesso l’operazione si ripetere su tutta Firenze a partire dalla Palazzina Reale di Michelucci (Nardella dixit): non più poliziotto di quartiere, ma pizzerie a taglio, paninerie, sushibar, salsicciai in ogni via e finalmente potremmo girare in tranquillità ammirando i gioielli di Firenze. La polizia gentilmente ringrazia, i dietologi un po’ meno, ma è il prezzo da pagare per vivere serenamente.

Lo Zio di Trotzky Si aprono le iscrizioni per i nuovi corsi di formazione in Largo del Nazzareno, nel cuore pulsante della nuova geografia politica renziana, già sede dello storico incontro fra Renzi e Berlusconi, nonché sede del PD. Siccome il partito è liquido e nuovissimo, i corsi non vengono impartiti come alle vecchie e barbose Frattocchie ai quadri del partito, bensì ai giornalisti, nella convinzione di rendere così un servizio di pubblica utilità fondamentale per il progresso democratico della Nazione. Lectio magistralis d’inaugurazione affidata a Michele Anzaldi, deputato PD e Segretario della Commissione di Vigilanza Rai. L’aula è gremita di giornalisti che prendono febbrilmente appunti sui loro tablet e block notes (la classe è divisa fra alunni 2.0 e over-50). In un angolo, dietro la lavagna, due giornalisti, faccia al muro e con cappello di cartone a punta in testa con su scritto “asino”. Mi avvicino ai due che sembrano in verità dannati di un girone dantesco e mi rendo conto che sono Bianca Berlinguer e

Emergenza sicurezza Bobo

I Cugini Engels

Franceschini sconfiggerà l’intellighenzia

Dopo i sindacati, l’intellighenzia. Il ministro Franceschini non si fa mancare nulla del vecchio armamentario della sinistra nella sua rivoluzione modernizzatrice della cultura italiana. Così dopo aver additato come nemici della patria lavoratori a cui, il ministero che lui dirige, non paga da mesi gli straordinari; si è visto recapitare una lettera da Stefano Benni, scrittore amatissimo dalle parti della sinistra vecchio stampo, in cui, pacatamente, lo scrittore rifiuta un premio perché a premiarlo sarebbe stato proprio il barbuto ministro. Un ministero che taglia la cultura, argomenta Benni, non ha molto senso che premi chi cultura fa. Immaginiamo che Franceschini non abbia perso il suo aplomb e la sua tempra rivoluzionaria ma abbia considerato anche questa l’ennesima conferma del suo ben agire. La rivoluzione, si sa, non è un pranzo di gala e nemmeno un premio letterario.

Informazione liquida (quasi viscida) Massimo Giannini. Timidamente chiedo a due affranti meschini perché siano stati così duramente puniti. La Bianca, ferita nell’orgoglio, risponde: “Non abbiamo saputo rispondere alle domande fondamentali del corso: chi ha vinto le primarie del PD? Chi è il capo del Governo?”. Il Giannini invece: “mi hanno messo in castigo perché non ho saputo dire il nome di almeno 10 deputati PD e perché, dice il professore, ho i Grilli per la testa”. Intanto il luminare Anzaldi sciorina le cifre dei dati dell’Osservatorio di Pavia Media Research che chiede ai suoi discenti di imparare a memoria e, come esercitazione, di sintetizzare in un twitter: il migliore sarà premiato con una mentina. Manco a dirlo, ecco dall’ultima fila, s’alza un giornalista che legge il suo twitter: “Renzi è il presidente, non avrai altro presidente all’infuori di lui. Grillo e Speranza puzzano. Cuperlo a casa sua”. Tutta la classe applaude, in un delirio di osanna e mentine.


3 OTTOBRE 2015 pag. 5 Simone Siliani s.siliani@tin.it di

N

o, non è petrolio, sia chiaro. Trattasi di investimento per lo sviluppo territoriale connesso a cultura e turismo. Un investimento quello fatto in Toscana nei settori della cultura, del turismo e del commercio nel ciclo di programmazione 2007-2013 che l’Istituto Regionale per la Programmazione Economica della Toscana ha misurato e valutato in uno studio del luglio scorso. La ricerca dimostra come l’investimento pubblico in questi settori costituisce non una spesa ma un investimento che, oltre a migliorare la vita dei cittadini, ha anche un significato economico, contribuendo anche allo sviluppo economico e sociale delle comunità. Non costituisce questo il primo motivo per il quale gli enti pubblici devono investire nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico, ma certamente occorre considerarlo seriamente. Nel periodo di programmazione dei fondi europei 2007-2013, la Regione Toscana ha indirizzato risorse (regionali, statali ed europee) in forma di investimenti per la cultura e per il settore turistico-commerciale per complessivi 660 milioni di euro per un totale di 609 interventi in infrastrutture pubbliche, in un settore che, secondo i criteri definiti dalla UE, occupa circa 32.600 persone in Toscana. I due programmi europei attraverso sono stati destinati questi fondi, il Fondo per le Aree Sottoutilizzate (FAS) e il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, hanno permesso di agire su territori diversificati e con modalità innovative di destinazione e impiego delle risorse: recupero di edifici storici, musei, teatri e biblioteche, operazioni di rigenerazione urbana e di riqualificazione di centri storici, rivitalizzazione di centri commerciali naturali, ricostruzione e valorizzazione di percorsi architettonici e ambientali con forte richiamo turistico, percorsi pedonali e ciclabili, ecc. Metodi nuovi di allocazione di risorse, come i PIUSS (Piano Integrato di Sviluppo Urbano Sostenibile), una specie di contenitore tematico nel quale raccogliere e coordinare interventi di rigenerazione urbana; come la Via Francigena o come i bandi integrati tra i settori culturale e turistico. Modalità che hanno teso

I numeri della cultura toscana

a concentrare gli interventi (per dimensione e territorio; basti pensare al finanziamento del nuovo Teatro dell’Opera di Firenze), a stimolare la collaborazione e integrazione fra diversi soggetti coinvolti (sono stati 106 i Comuni su cui si sono realizzati gli interventi). Una strategia che sembra aver dato risultati importanti, almeno sotto il profilo economico ed occupazionale, sia nel breve che nel medio periodo. A breve termine, la spesa pubblica toscana per il recupero e la manutenzione delle infrastrutture culturali ha impatti economici maggiori rispetto agli investimenti medi dell’intero sistema economico: il moltiplicatore del PIL per i primi Lido Contemori lidoconte@alice.it di

Il migliore dei Lidi possibili La vettura del popolo detta anche Volkswagen

Disegno di Lido Contemori

Didascalia di Aldo Frangioni

è pari a 0,56, contro lo 0,49 dei secondi e i posti di lavoro attivati sono 10,3 contro 8,6 per milione di euro investito. Nel medio periodo (per i quali IRPET considera solo i progetti conclusi entro il 2012 e che quindi hanno dato la possibilità di valutare gli effetti nei due anni successivi) l’impatto sull’attrattività turistica è positivo: ogni 100.000 euro investiti nelle infrastrutture culturali, turistiche e commerciali attivano 1.017 presenze turistiche aggiuntive. Non ovunque: è minore (addirittura non tanto positivo da compensare la perdita nelle zone balneari) nelle aree a turismo maturo, ma molto forte nelle zone in cui questi

progetti attivano modalità e offerte innovative. Dall’altro lato lo studio IRPET ci indica che dove non si investe nel patrimonio, questa scelta si traduce in un deperimento progressivo e in una riduzione dell’attrattività turistica. In particolare, i PIUSS (Piani Integrati Urbani di Sviluppo Sostenibile) costituiscono una modalità interessante d’intervento perché obbliga ad un coordinamento tra settori e soggetti per migliorare l’efficacia degli investimenti e consentono di concentrare risorse su progetti di vario tipo (musei, biblioteche e teatri per il 19%, riqualificazione urbana 18%, recupero architettonico 26%, sentieristica, aprchi e piste ciclabili 12%, strutture accoglienza turistica 7%). Inoltre, sono interventi che prevedono una forte regia regionale e una governance multilivello che valorizza le proposte locali ma le inseriscono in un quadro unitario, che favorisce l’integrazione di investimenti pubblici e privati. Sono stati approvati 16 PIUSS per 280 operazioni ammissibili, con una spesa complessiva di 279,8 milioni di euro. Dunque, un intervento pubblico importante in questo settore è necessario perché è un imperativo costituzionale; ma è anche una scelta lungimirante per lo sviluppo sociale ed economico del territorio.


3 OTTOBRE 2015 pag. 6 Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

Q

uando, nel non lontano 1961, George Maciunas coniò il termine Fluxus probabilmente ignorò di aver dato vita a uno dei più grandi movimenti della contemporaneità. Fin da subito Fluxus non fu una semplice corrente artistica, ma un vero e proprio stile di vita, colto nella sua essenza e nella sua dinamicità. La poetica del mutamento e dell’antiformalismo così come la caratteristica interdisciplinare degli eventi hanno fatto del movimento un ancoraggio estetico a livello mondiale, ancora esistente. Di fatto l’attualità degli esiti fu per-

F luxus

cepibile dagli esordi all’interno di una militanza estetica capace di unire al contempo più stimoli e più sperimentazioni: situazioni, percezioni e riflessioni convissero e convivono tutt’oggi con svariate correnti artistiche, in un’ottica progressiva e tesa ad annientare i manifesti programmatici e l’idea di un’arte preconfezionata, fatta di rivisitazioni. Fluxus è un movimento inglobante, perennemente attento agli infiniti mutamenti di un’epoca complessa e caotica; aperto ed accessibile a chiunque e a qualsiasi manifestazione estetica, poiché l’Arte deve essere universale e universalizzante, incline alla vita e facente parte di essa; è un flusso libero di espressione e comunicazione, è un impeto creativo inarrestabile e in continua attività. Fluxus è stato un esempio per molti e continua ancora ad essere un principio generatore di progetti e iniziative, un vero e proprio modello di come il pensiero divergente abbia possibilità infinite e di come l’Arte non debba mai né retrocedere né saturarsi in nome di un Sistema chiuso e ciclico. Fluxus è il flusso di coscienza che anima ogni artista e permette di vedere oltre le apparenze del reale per cogliere la pura autenticità dell’espressione e della creazione estetica.

Sopra a sinistra Flux Shop, 1966 A fianco da sinistra George Maciunas, Flux-Deck, 1968 Carte da gioco in scatola di plastica; Milan Knizak Flux White Meditation, 1968 Scatola in plastica Tutte Courtesy Collezione Carlo Palli, Prato

A sinistra Fluxshoe ADD END A 72 73, 1972 / 1973 Beau Geste Press, cartella documenti. GEORGE BRECHT A Flux Game, 1965 Edizione in scatola di plastica


3 OTTOBRE 2015 pag. 7 Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

N

on è nota la data esatta di nascita (forse il 1827) del fotografo Luigi Montabone, attivo fino dalla metà dell’Ottocento e fino alla sua scomparsa nel 1877. Montabone apre il suo primo studio di “Fotografia artistica” a Torino in Via Rocca, è uno dei primi fotografi ad utilizzare in Italia il formato “carte de visite” inventato da Disderi nel 1854, e si qualifica per una serie di ritratti dei personaggi della famiglia reale, tanto da indicare il proprio studio con l’appellativo di “Fotografia Reale”. Nel 1860 Montabone viene accolto come socio nella esclusiva Societé Française de Photographie di Parigi. A parte questo, fra i fotografi italiani della sua epoca Montabone riveste un ruolo particolare per essere stato scelto, insieme al suo assistente Alberto Pietrobon, da Cavour per prendere parte alla missione italiana in Persia del 1862. Si tratta della prima missione ufficiale del neonato Stato unitario in quel lontano paese, è guidata dal segretario generale agli Esteri Marcello Cerruti (1808-1896), ed è ben nutrita di personaggi di alto rango, fra diplomatici, scienziati, militari e tecnici. La missione attraversa la Georgia, l’Armenia ed il Caucaso, e Montabone ha cura di registrare la propria esperienza nel suo album fotografico “Ricordo del viaggio in Persia” composto da oltre settanta immagini. Montabone non è il primo fotografo italiano approdato a Teheran, altri due fotografi lo hanno preceduto di almeno cinque anni, negli stessi luoghi ed alla corte dello stesso sovrano Nâseroddin Shah (1831-1896) della dinastia Qajar. Sono Luigi Pesce (18271864) ed Antonio Giannuzzi (1819-1876) ambedue espulsi dall’Italia in seguito ai moti risorgimentali ed assoldati come istruttori militari in Persia, mai rientrati in Italia e deceduti a Teheran. Se i due fotografi hanno iniziato il sovrano ai segreti della registrazione delle immagini ottiche, facendone un appassionato della fotografia, è Montabone che lo ritrae più volte, stampando la sua immagine anche su carta salata poi co-

Luigi Montabone Fra Italia e Persia lorata a mano. Mentre l’interesse di Pesce e Giannuzzi sembra più rivolto alle antichità del paese, Montabone si interessa anche alla vita dei suoi contemporanei, mettendo accanto a dignitari e funzionari, ufficiali e nobili, anche semplici soldati o venditori di strada. Nelle sue immagini Montabone passa dal ritratto singolo al ritratto di gruppo, dalla foto di paesaggio alle foto di architettura, fotografa gli antichi edifici in rovina ed i palazzi reali in tutto il loro splendore, nei ricchi giardini e negli interni sfarzosi. L’esperienza del viaggio e del soggiorno in medio oriente si dimostra fondamentale per la sua carriera. Al ritorno dalla Persia, il prestigio di Luigi Montabone è tale da permettergli di riaprire lo studio di ritrattista di Torino, studio che viene trasferito più tardi in Piazza San Carlo, fregiandosi del titolo di “Fotografo di S.M. il Re d’Italia, della Regina d’Inghilterra e dello Shah di Persia”. All’epoca sono già molti i fotografi che si qualificano come fornitori della Casa Reale e di Sua Maestà, ma Montabone è l’unico a potere affiancare sui suoi cartoncini allo stemma di casa Savoia il Leone di Giuda. Nel 1867 le sue foto persiane vengono premiate all’Esposizione Universale di Parigi, ed in seguito Montabone partecipa alle Esposizioni Nazionali di Torino del 1868 e del 1872. Nel 1872 viene nominato Cavaliere d’Italia per i suoi meriti in campo fotografico e ben presto inizia ad avvalersi di uno stuolo di collaboratori, dislocati in diverse città. Il nome “Montabone” diventa un vero e proprio marchio di fabbrica, e con questo nome vengono aperti numerosi studi e succursali, a Roma in Piazza di Spagna ed a Firenze in Via de’ Banchi, a Milano in Piazza Durini ed a Napoli in Piazza della Vittoria. Sembra che uno “Studio Montabone” sia presente a fine Ottocento perfino in Egitto, in un quartiere del Cairo. Anche dopo la sua morte, i suoi numerosi successori, quasi tutti ex soci o collaboratori, continuano ad utilizzare lo stesso nome e lo stesso marchio, continuando a fregiarsi dei titoli acquisiti dal fondatore della ditta.


3 OTTOBRE 2015 pag. 8

Mancava solo il sole Seconda parte del viaggio nell’ex Ddr

Andrea Caneschi can_an@libero.it di

M

a torniamo al Sole! La sua è una presenza che noi declineremmo rapidamente in termini di si o no: le situazioni intermedie sono così poco solari, accompagnate da freddo e nuvoloni minacciosi e vento pungente che nessuno che viva intorno alle rive del mediterraneo può considerare. E si vive facilmente la differenza mentre percorri le strade in mezzo agli alberi e improvvisamente le nuvole si fanno avanti e ti immergono in una oscurità quasi serale. E’ per questo – credo io – che la bellezza della luce del sole, quando c’è, a queste latitudini ti colpisce particolarmente. Sembra penetrare dappertutto, mite, non aggressiva come il nostro sole estivo, ma capace di illuminare i colori della campagna come una sorta di carezza che si prolunga nel cielo, che si mostra allora aperto all’infinito con le sparse nuvole bianche a galleggiare indolenti; tutto appare netto e pulito, i campi verdi e gialli, la foresta che veglia ai margini con una intensità di colore sorprendente, piena anch’essa di luce che il giorno prima non c’era e sentivi anzi una cupa minaccia  nell’intrigo fittissimo degli alberi. E poi in mezzo ai campi, proprio in mezzo, testimonianza di una antica cultura contadina, isole di verde, uno due alberi ricchi di fronde, disposti ad arte ad ospitare gli uccelli che terranno lontani gli insetti nemici delle colture. Lo sguardo si riposa e si allunga a seguire i colori che, massimamente ordinati ricordate: siamo comunque in Germania - si distribuiscono sui campi di grano, di mais, di colza, fino al limite della foresta che tutto contorna e definisce. Quando manca questa luce - e nella nostra vacanza è mancata spesso! - ti sorprendi ad osservare come i locali si organizzano per coglierne le tracce e goderne come fosse sole. Mi ricordo due anziani signori che ogni mattina piazzavano due lettini al riparo di una fitta siepe, e con una coperta sulle gambe se ne stavano ad un sole incerto e freddino, come da noi staremmo ad abbronzarsi al sole. Io li osservavo dalla nostra terrazza sul prato,

verso il porticciolo e la spiaggia, rinchiuso in un piumino estivo che avevo provvidenzialmente aggiunto al bagaglio, e meditavo su quanto si gode di più ciò che abbiamo precariamente

a disposizione. Come spiegare altrimenti l’entusiasmo con cui i villeggianti ospiti delle casette sospese sull’acqua del porto si tuffavano in mare al mattino, appena alzati, senza riguardo

al cielo scuro e al vento freddo che a me impediva, pure vestito delle opportune tecniche, di scendere in acqua sul mio kayak? Peccato, mancava davvero solo il sole!


3 OTTOBRE 2015 pag. 9 Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it di

con le canzoni dei Fab Four, e neanche con quelle del Lennon solista, dato che il musicista inglese fu ucciso nel 1980. Ma torniamo al disco, dove Rantala ha raccolto un repertorio che già da tempo eseguiva dal vivo. Alcuni dei suoi concerti sono concepiti come un doppio omaggio, uno a Lennon e uno al pianista svedese Esbjörn Svensson (1964-2008), leader del trio jazz E.S.T. Pochi brani (soltanto quattro su dodici) sono tratti dal repertorio dei Beatles: una scelta intelligente, perché altrimenti il disco sarebbe

stato un ennesimo omaggio al quartetto. Certo, la mancanza del testo impoverisce canzoni come “Imagine” e “Norwegian Wood”, tanto siamo abituati alla versione originale. In ogni caso il pianista finlandese offre versioni intense e particolari che riducono al minimo questa differenza. Dotato di una tecnica e di una sensibilità impeccabili, Rantala suona uno Steinway D-524780, lo stesso utilizzato da Alfred Brendel per le sue celebri interpretazioni di Bach, Mozart e altri classici della letteratura musicale europea. Molte persone, soprattutto fra i meno giovani, non amano che le canzoni di Lennon (e ancora meno dei Beatles) vengano interpretate da altri. Ma ascoltando questo disco potrebbero cambiare idea. Auguri, John. Non ti abbiamo mai dimenticato, non ti potremo dimenticare mai, perché sappiamo che senza di te la nostra vita sarebbe stata diversa. Se oggi il rock è oggetto di studi accademici, se le musiche di compositori come Frank Zappa e Bob Dylan vengono eseguite dalle filarmoniche più prestigiose, se nessuno si sogna più di affermare che “erano soltanto canzonette”, lo dobbiamo (anche) a te.

ponti”) avesse fatto bucare le mura per prolungare l’allora Via di San Procolo, oggi Via dei Pandolfini, verso Sant’Ambrogio, dove gli Alighieri possedevano un grande podere. Forse per cancellare il ricordo di quell’episodio, legato alla memoria storica della strada, Via dei Pandolfini fu cosparsa di tabernacoli, immagini sacre e luoghi di culto (fra i quali la chiesa di San Procolo, altrove ricordata), ma furono santi di ben altra natura a contaminare di nuovo la strada molti secoli dopo. Alessandro Sinigaglia era nato a Fiesole nel 1909, figlio di David, ebreo di origini mantovane, e Cynthia White, nera americana giunta in Italia come cameriera. Dopo avere servito in marina, aderì al Partito Comunista clandestino e partecipò alla guerra di Spagna. Confinato a Ventotene e liberato dopo il 25 luglio, tornò a Firenze dove organizzò, con il nome di battaglia “Vittorio”,

le prime formazioni GAP. Il 2 novembre 1943 riuscì a sfuggire a un agguato che, grazie a una spia, aveva permesso ai repubblichini di catturare tutti i membri del CTLN durante la loro prima riunione in un appartamento al n.c. 93 di Via Masaccio. Ma il 13 febbraio 1944, mentre usciva disarmato da una trattoria di Via dei Pandolfini all’angolo di Via del Crocifisso, “Vittorio” fu sorpreso dai “quattro santi” e assassinato inerme sul marciapiede a colpi di pistola. I quattro santi erano uno dei bracci armati della famigerata “banda Carità”; citiamoli per non dimenticarli: Natale Cardini, Valerio Menichetti, Luciano Sestini e Arnolfo Natali. Gli uomini della 22a Brigata Garibaldi “Sinigaglia”, intitolata al comandante partigiano “negro, ebreo e comunista”, sarebbero stati i primi, l’11 agosto 1944, a entrare in Firenze da Porta Romana.

I

l 9 ottobre John Lennon compi(rebb)e 75 anni. Per chi ha imparato ad amare la musica ascoltando i dischi dei Beatles non è facile parlare di lui senza gli accenti nostalgici tipici di chi sta invecchiando. Eppure vogliamo provarci. Prima di tutto, è necessario chiarire che parlare di John limitandosi al periodo dei Beatles (1962-1970) significherebbe fargli un torto. Pensiamo a quello che ha scritto dopo: Imagine è un classico immortale come Yesterday, mentre nessuno degli altri tre ex Beatles si è dimostrato capace di fare altrettanto, restando nei confini di un easy listening gradevole. È come se John avesse portato con sé la magica alchimia che aveva fatto dei Beatles gli interpreti di una generazione. Alla vecchia formula ha aggiunto l’impegno politico imposto dal grande spartiacque del Sessantotto: i Beatles, pur inserendo in certe canzoni dei riferimenti politici, non ne avevano mai fatto un elemento centrale della propria musica. Quello che John ha fatto da solo, insomma, legittima ampiamente un omaggio specificamente rivolto a lui. È quello che ha fatto Iiro Rantala, Fabrizio Pettinelli pettinellifabrizio@yahoo.it di

Nel 1300 Dante fu priore della città di Firenze; esponente di spicco dei Guelfi Bianchi, osteggiò papa Bonifacio VIII che, con grande sagacia, convocò Dante a Roma per un tentativo di conciliazione ma, contemporaneamente, mandò a Firenze Carlo di Valois in qualità di paciere fra Guelfi Bianchi e Guelfi Neri. Ma, non appena i fiorentini cominciarono a mugugnare, l’inviato del papa mise la città a ferro o fuoco e comminò condanne a raffica per i Bianchi. Dante, in particolare, “è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e, se lo si prende, al rogo, così che muoia” come recita la sentenza conclusiva del 10 marzo 1302: il poeta, che era ancora a Roma, scansò

Auguri, John

pianista jazz finlandese, con il suo ultimo CD My Working Class Hero (ACT, 2015). Iiro Rantala è nato a Helsinki il 19 gennaio 1970. Neanche tre mesi dopo, il fatidico venerdì 10 aprile 1970, Paul McCartney annunciò che intendeva lasciare i Beatles, segnando così la fine del celebre quartetto. Quindi non si può dire che Rantala sia cresciuto

Via Pandolfini

Poeti e santi

multa e rogo ma dovette invece scontare l’esilio fino alla morte, nonostante alcuni tentativi di rientro, fra i quali quello del 1304, culminato con la battaglia della Lastra, dove caddero quattrocento uomini, fra ghibellini e guelfi bianchi. Ricade nella fattispecie di “proventi illeciti” il fatto che Dante (che, nella sua qualità di Priore, ricopriva fra l’altro la carica di “Ufficiale di strade, piazze e


3 OTTOBRE 2015 pag. 10 Simonetta Zanuccoli simonetta.zanuccoli@gmail.com di

A

l Quai d’Orsay di Parigi è in corso fino al 17 gennaio una mostra evento dal significativo titolo Splendori e Miserie. Immagini della prostituzione in Francia 1850-1910. L’esposizione, la prima dedicata all’argomento, propone una lettura sociale di un paradosso del XIX secolo: la prostituzione, nonostante sia pratica segreta circoscritta nei bordelli e nelle alcove dei ricchi salotti, riesce a sollecitare l’immaginazione e la creatività degli artisti tanto da svolgere un ruolo centrale nello sviluppo della pittura moderna. Le 410 opere esposte, alcune famosissime, altre raramente viste, mettono in scena, tra realtà e fantasie, i luoghi, i personaggi e le mille sfaccettature di questo universo di piacere e di disperazione. Le feste coloratissime del Moulin Rouge, l’interno dei bordelli, i bistrot, le strade, le alcove di lusso si popolano di bellezze orgogliose come l’ Olympia di Manet, di donne distrutte dall’alcol come quelle ritratte da Degas o da Van Gogh e delle sagome solitarie nella notte di Steinlen e Picasso. La mostra è divisa in quattro sezioni dai titoli evocativi. La prima, l’Ambiguità, ci introduce in un mondo fatto di sottintesi: il colore giallo delle vesti delle cortigiane, l’invito “vuoi questa bella spilla?” di una povera pierreuse (che attende sulla pietra della strada) a qualche passante distratto, la lavandaia seduta sul greto della Senna che forse offrirà ai due uomini che la guardano qualcosa di diverso dal bucato, le giovani ballerine in tutù bianco circondate di zelanti ammiratori in frac nero.. Nella seconda sezione, le Case chiuse, si entra quasi con affetto più che morbosità nell’intimità di questi luoghi legali fino alla metà del XX secolo. Nella terza, l’ Aristocrazia del Vizio, ci si allontana dalle ingenue ragazze di provincia appena arrivate nella capitale per sparire nei bordelli e dalle povere lavoratrici che cercano di guadagnare qualche

Scioperi e bordelli anche a Parigi

Massimo Cavezzali cavezzalicartoons@hotmail.com di

Scavezzacollo

soldo in più vendendo il loro corpo, per entrare nell’universo delle grandi cortigiane, lussuose e interessate amanti di uomini potenti. La mostra espone anche alcuni mobili che arricchivano le loro dimore sfacciatamente sontuose. Ed infine l’ultima sezione, Prostituzione e Modernità, che ci mostra come il Cubismo, l’Espressionismo e il Dadaismo trascinano la rappresentazione di questo mondo segreto dalla Belle Epoque fino alle soglie della Grande Guerra. Una mostra che parla di donne che però sono sempre circondate da un universo maschile di nobili in cerca di emozione encanaillant, di borghesi con la frenesia o la stanchezza del vivere, di militari in libera uscita, di pittori e scrittori che però offrono la loro creatività e non solo soldi. La mostra sta suscitando grande interesse ma ha avuto una partenza difficile: tre giorni di sciopero totale hanno impedito l’inaugurazione ufficiale e l’ ingresso ai visitatori (molti già con il biglietto anticipatamente acquistato). Il motivo? Il ministero della Cultura è deciso a far passare il suo piano di apertura anche il lunedì, tradizionale giorno di chiusura, per alcuni importanti musei parigini. Non un’apertura al pubblico, bensì una giornata settimanale dedicata alle scolaresche. Il sindacato si è ribellato. Nessuno il giorno dell’inaugurazione ha preso l’iniziativa di informare, per oltre un’ora, le centinaia di persone in attesa sotto la pioggia senza sapere cosa stesse succedendo. In molti erano arrivati oltre un’ora prima “per non fare la fila”. Non solo il fenomeno della prostituzione ci fa dire che tutto il mondo è paese...


3 OTTOBRE 2015 pag. 11

Plutone e Dioniso

Luisa Moradei moradeiluisa@gmail.com di

volta Mariani declina il panneggio confermandolo elemento fondante della sua ricerca artistica che abbiamo modo di seguire attraverso il percorso delle varie sale. A ben guardare certi acrilici degli anni Sessanta-Settanta, improntati ad una matrice pop, contengono già in nuce la sua cifra stilistica, la piega appunto, che compare inserita nella perfezione formale di uno stivale sado-maso o che viene citata nella deformazione di poltrone imbottite. La svolta radicale del ’73 lo converte alla scelta del monocromo giocato sugli effetti di luce e ombra: è il periodo di alfabeto afono in cui sulle tele compaiono lettere dell’alfabeto celate da panneggi. Ma la produzione più affascinante resta quella iniziata nel nuovo millennio e che sperimenta l’uso del piombo. Le opere di questa fase sono interamente costituite dal susseguirsi di pieghe in lamina i piombo dello spessore di 0,25 millimetri, talvolta spolverata di sabbia e poi dipinta, che risultano paragonabili a morbidi panneggi serici. Lascia davvero sorpresi che il materiale “pesante” per antonomasia possa produrre effetti di tale leggerezza, componendo forme ritmiche di pieghe cadenzate che si comprimono in “stretti” o si distendono in allargamenti talvolta scanditi da cluster. Da vedere entro il primo novembre.

D

opo la mostra Le vesti di Saturno, tenutasi in Palazzo Medici-Riccardi nel 2011, Umberto Mariani torna ad emozionarci con Plutone e Dioniso, il grande evento realizzato in collaborazione con Armanda Gori-Prato. L’esposizione è allestita nel Museo della Pittura Murale all’interno del complesso di San Domenico a Prato e la città del tessuto sembra quasi rispondere ad una “obbligazione tematica” ospitando l’artista che fa del panneggio il protagonista assoluto delle proprie opere. Umberto Mariani (Milano, classe ’36) è tra gli artisti più significativi della sua generazione: gli esordi lo vedono giovane assistente e collaboratore di Achille Funi ma ben presto si distingue per il suo stile personalissimo e viene proiettato all’estero con numerose mostre che lo consacrano all’attenzione internazionale. A Prato viene proposta un’ampia scelta antologica che abbraccia il periodo dal 1967 al 2014. Sapendo che il clou della mostra è costituito da un’opera dal forte impatto teatrale, scegliamo di fare una visita a rebours iniziando il percorso proprio da dove la mostra si conclude e riservandoci di ammirare in un secondo momento le opere esposte nelle sale iniziali. E così ci ritroviamo coinvolti in una grande opera ambientale che si sviluppa su una superficie di duecento metri quadrati; il luogo, ricavato sotto il tetto di una chiesa, è già di per sé molto suggestivo. Con una grandiosa installazione che contrappone simbolicamente la guerra e la pace attraverso il confronto fra le due divinità della mitologia classica, Plutone e Dioniso, Mariani mette in scena il proprio inno alla pace dedicato al Premio Nobel Dag Hammarskioeld. La drammaticità della guerra, identificata con il dio degli inferi e delle tenebre, viene rappresentata da dodici imponenti colonne alte più di quattro metri, panneggiate a sipario ed appese alle capriate del soffitto. I rassicuranti canoni classici della colonna vengono però sovvertiti a cominciare dal colore nero e non bianco-, dal materiale - tessuto e non marmo- e dall’equilibrio - sospeso e non poggiante- quasi a sottolineare la perversità della guerra. Ogni colonna, privata della propria base, insiste

su uno spazio dal quale emergono, per effetto di una particolare illuminazione radente, lettere a rilievo che compongono aforismi sul tema della pace. I dodici testi, tratti da personaggi come Petrarca, Gandhi, Voltaire, Buddha e Madre Teresa di Calcutta, prendono corpo dall’estroflessione di una sottile lamina metallica adagiata al suolo. Ecco dunque la risposta alla guerra attraverso una “sceneggiatura” plastica che nega appoggio alle colonne lasciandole sospese o meglio respingendole con la luce salvifica del messaggio di pace. E’ una rappresentazione teatrale silente ma vitalizzata dalla pregnanza dei testi e ritualizzata dalla gioia della luce che con forza dionisiaca esorcizza i lutti delle guerre. Ancora una Sergio Favilli sergio.favilli@libero.it di

Voi non ci crederete ma, dopo oltre vent’anni di assoluto dissenso, finalmente ci troviamo  in piena sintonia con Berlusconi. Intervenendo ad un piccolo raduno di fascistelli capitanati da una vaporosa biondina, l’ormai ex Cavaliere ha affermato che Matteo Salvini sarà utile perché è molto bravo a parlare alla pancia della gente!! E’ vero , verissimo che Salvini è abituato a parlare alla pancia di quelle persone le quali, per loro sfortuna, non hanno alternative ricettive alle parole del

Sancho Panza in Padania capo leghista . Questo particolare può avere, però, degli effetti collaterali su quelle persone avvezze a filtrare i ragionamenti altrui con il proprio cervello. Non è difficile comprendere di cosa si tratta e non bisogna aver studiato anatomia per sapere che dietro la famosa pancia citata da Berlusconi si annida, da sempre, un importante organo, l’intestino, utile ad una primaria funzione corporale. Tale organo, data l’immane pigrizia dell’uomo moderno, diventa pigro anche lui e quindi ha sempre più spesso bisogno di essere stimolato : pasticche d’erbe, lassativi a gocce, perette di glicerina e quanto altro per sopperire alla pigrizia intestinale. Gli uomini sapiens finalmente potranno dire basta a tutti questi metodi , basterà ascoltare un discordo di

Matteo Salvini, il cervello, con un tempo di reazione variabile dai 2  ai 5 minuti, invierà all’intestino un particolare impulso ed il problema sarà risolto, meglio del guttalax, parola di Berlusconi!! Corre notizia che la ditta  Caccabella s.r.l.  di Milano presto metterà in commercio, solo in farmacia,  un dvd con i migliori discorsi del capo leghista, naturalmente da somministrarsi  con moderazione e sotto controllo medico. Per i fascistelli  si viene, però, ad aprire un grosso problema di non facile soluzione : che se ne faranno dell’olio di ricino?? Il nostro ultimo pensiero, però, deve andare a tutti i leghisti i quali, nonostante il continuo ascolto dei discorsi del loro capo non riescono  a regolarizzare il loro intestino : stitichezza incurabile!!!


3 OTTOBRE 2015 pag. 12 Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it di

O

l’Indonesia dov’è? All’Alfieri, che si conferma d’essai “a bestia”, si apre una inedita tre giorni di Festival del cinema Indonesiano. Ingresso libero. Non posso mancare. “L’Indonesia è uno stato del Sud Est asiatico... il più grande stato arcipelago...12.507 isole, 250 milioni di abitanti... Capitale Giacarta ...” 12 milioni di anime, islamiche dicesi, anche se senza particolare esibizione. Intanto, come si conviene, c’è una mostra di preziosi Batik appartenenti alla collezione privata della Royal Family Pakualaman. Batik, punteggiare, è un tipo di tintura di antichissima origine, i disegni vengono tracciati sulle stoffe e ripassati con la cera calda, immergendole nel colore si impregnano là dove non c’è la copertura della cera, sembra facile... risultato artistico garantito. Il Batik è stato dichiarato patrimonio dell’Unesco. In sala sono presenti regista ed attore,Tio Pakusadewo, 40 film, a mio parere somigliante a Toshiro Mifune,del film “The moon hangs above the graveyeards”, (2015) campione di incassi in patria. Vi si racconta della semplice vita tradizionale in un’isola sede di un Vulcano, reo di stragi umane nel corso di secoli passati, pesca, coltivazioni, matrimonio e figli. Due giovani, che anche colà sognano altre mete, inseguono altri miti, successo, fama, danaro, vogliono lanciarsi nell’avanzato e veloce mondo della Capitale Giacarta, attratti da un paesano maniacale e fanfarone che narra di facili guadagni e altre meraviglie. Formicolio di gente, ricca sì, ma anche miseranda, grattacieli stile America sì, ma anche baracche e discariche abitate e bruttissime. Politica corrotta anche colà, malavita, estorsioni, violente risse, prostituzione, strozzinaggio. Uno dei nostri protagonisti ha scritto nell’isola un romanzo, lo ha spedito ad un concorso e lo ha vinto,ma...non è tutt’oro quel che luccica, niente pubblicazione come promesso, esso però, con la sua umana idealità, ha affascinato la splendida figlia del falso editore, un ricco uomo di (mal)affari e politica. Costei,insofferente alla illegalità paterna,

L’Indonesia è all’Alfieri

si innamora e sposa il giovanotto, sperando di emergere dallo squallore della corruzione familiare appoggiandosi alla sua purezza. Il nero però predomina e come si sa offusca ogni biancoMichele Morrocchi twitter @michemorr di

Lo stendardo accanto a San Lorenzo invoglia. Il posto, la biblioteca medicea laurenziana, pure. Così in un caldo sabato settembrino incuriosito da quello stendardo che recita “la Bibbia amiatina, storia di un cimelio” faccio due biglietti per quella che immagino una mostra. Due perché mio figlio, sette anni, paga il biglietto intero come me. Queste le regole della casa che, insieme all’importo modesto (tre euro cadauno), non mi fanno preoccupare. Il problema però si ha all’interno quando si scopre che la suddetta storia di un cimelio si sostanza in una copia a stampa della Bibbia amiatina posta, aperta su una pagina miniata, sotto una teca in plexiglass e un (1) pannello scritto sia in italiano e in inglese che in 10 righe spiega

re. L’altro prestante giovane, che era taxista, si imbranca proprio nel sottobosco mafioso e nelle lotte tra gansters, pensa di usarli a suo modo e non si sente uguale a loro, protegge deboli e amici

in difficoltà, progetta il ritorno a casa con la ragazza di cui si innamora, dalla, fin lì, poco specchiata vita, ma il cattivo vice boss lo fa fuori. Del fanfarone che dire? Si rovina economicamente, investe un motociclista e una banda di ragazzacci per vendicarlo devastano e incendiano la macchina con lui dentro. Lo scrittore ha un sussulto di consapevolezza, favorito dalla bella moglie che gli esprime la delusione di vederlo trasformato in tirapiedi del padre, e torna al paese. Il “Maestro” gli ricorda le sue stesse parole “non il Vulcano ci distrugge, ma l’avidità e la solitudine che ad essa si lega...” La scena più bella di questo film, ingenuo e lento, è quella finale, il funerale della madre dello scrittore, dolcezza e vicinanza degli amici che la accompagnano indossando bellissimi e colorati abiti tradizionali. Presente la speranzosa moglie,senza il pesante trucco cittadino e, chissà, senza tacco 12. Intelligenza e cultura salvano, voglio io concludere, aiutano a capire e scegliere. L’altra cosa bella i tetti delle case strani di colore e foggia che si vedono all’inizio. Ho scoperto qualcosa dell’Indonesia...e anche che Giacarta non mi attira!

La mostra che non è mostra

la storia del manoscritto oggetto della mostra. Incredulo chiedo alla custode che presidia un

banco pieno di libri, gadget e ammennicoli vari in vendita se la mostra fosse tutta lì. Risposta, lievemente imbarazzata, “non c’è scritto mostra”. No non c’è scritto mostra ma nemmeno fregatura. Perché questo è una esposizione (non la chiamo mostra perché non c’è scritto) siffatta. Una fregatura compensata dalla bellezza del luogo in cui ci si trova che però non meriterebbe simili mezzucci per attrarre turisti. Quando si discute di patrimonio artistico, della sua valorizzazione, di servizi pubblici essenziali forse andrebbe analizzatati aspetti come questi.


3 OTTOBRE 2015 pag. 13 Leandro Piantini leandropiantini@virgilio.it di

S

e rileggo “La Vita Agra” mi viene da domandarmi dove avrà imparato Bianciardi a scrivere così bene. Infatti Bianciardi aveva delle qualità straordinarie. Lo scrittore grossetano lo comprendiamo forse meglio oggi di quando il libro uscì, nel 1962. Egli era per costituzione uno scrittore “contro”, aveva un fortissimo interesse per la Realtà senza essere neorealista. E il clima che si respirava allora spingeva a questo, infatti non era solo, e i suoi coetanei erano Calvino, Cassola, Volponi, Pasolini. I suoi tre romanzi – “Il lavoro culturale”, “L’integrazione”, “La vita agra”sono incomprensibili fuori dalle idee, dalle rivendicazioni sociali ecc., che in quegli anni fortunati per la letteratura erano merce corrente. Bianciardi è tra i pochi scrittori degli anni sessanta che continuano ad essere amati dai giovani, forse perché essi sentono che Bianciardi aveva qualcosa di essenziale nel suo patrimonio di scrittore che oggi ci manca e Francesco Cusa info@francescocusa.it di

C’è una certa affettazione autoriale tutta italiana che muove dalle sponde del peggior Sorrentino per farsi corpo, sostanza e pellicola. E’ il caso de “L’attesa” di Piero Messina. Ogni cosa, nel film, è evidenziata, sottolineata, rimarcata, allertata fino alla nausea, permutata, frullata, riamalgamata fino al parossismo: manca solo un segnale luminoso e che annunci allo spettatore: “questa è una netta evidenziazione, occhio a non distrarvi”. L’impianto della tragedia scade nella farsa fin dalle prime scene: le urine in chiesa, il rivolo che scorre  lungo il polpaccio della matrona che fa tanto “fetish” e “scandalo” alla prima botta. E poi risate sguaiate, la Binoche che fa la Binoche, due bei tomi che fanno i bei tomi, gli attori che fanno gli attori e che recitano in maniera talmente attoriale e insopportabile. Che dire poi di questa immagine della Sicilia, col suo bel fardello (quantomai greve e inopportuno in tempi sì mediocri) di terra esotica ed ammaliante. Mi chiedo: “per-

Bianciardi e noi la sua scrittura riusciva a rendere vivide e brillanti le cose che raccontava, anche se si trattava di articoli di giornale. Ma oltre alla scrittura egli aveva un compito che voleva perseguire e lo fece con coerenza. Infatti, come scrisse all’amico Terrosi, “La

vita agra” fu scritta da lui come “la storia di una solenne incazzatura”. Egli visse in prima persona il trauma dell’industrializzazione degli anni cinquanta e sessanta, registrando il lato negativo del boom economico, lo sradicamento di milioni di contadini divenuti da un giorno all’altro operai di fabbrica, cosa che distrusse tradizioni e riti comunitari vecchi di secoli. Nel quadro catastrofico

Una brutta attesa

ché diavolo parlano tutti così!”, in questa maniera grottesca, affettata, ridicola, nell’intermezzo delle pause ignobili. Tutto questo pasticcio, ambientato per giunta in Sicilia ha lo stesso effetto del cuscus servito in Groenlandia. La stucchevole scena del ballo in casa rappresenta il non plus ultra del cattivo gusto. Io non ne posso più di questo cinema del silenzio, in cui il silenzio sta a colmare il vuoto, l’inanità di un cinema estetizzante e falsamente allusivo, non ne posso più di questi particolari

culinari, di queste sciocche zummate di pappe, pietanze, animali scannati, di questo diversivo inerte, di questa simbiosi scema tra uomo e cosa. “Stavo solo danzando. Non facevo niente di male”. Come se il male” possa essere qualcosa di diverso dalla tentazione, dal vestitino rosso, dalla suadenza della voce, dalla maledetta “sinuosità”. E certo che stavi facendo del male, sciocchina, stavi facendo “ingrifare” i due tomi, che diavolo farfugli! E poi questa maschera attoriale della Binoche,

che egli fa della Milano del boom c’era anche –mascherata sotto l’ironia ed il sarcasmo- l’eco di antiche utopie palingenetiche, insieme all’influsso del radicalismo dei beatnick americani. Col passare del tempo la sua figura si impone sempre più. Bianciardi è diventato un modello da seguire anche se a me la sua lezione sembra unica e inimitabile. Gli va riconosciuto il merito di essere stato coerente nel perseguire soprattutto nei “Tre libri” un suo discorso sulla società e sull’alienazione prodotta dall’industrializzazione, a danno dei valori e degli stili di vita della provincia. Partì dal dolore provato per i 43 morti della strage nella miniera di Ribolla, avvenuta nel 1954, e volle gridare il proprio dolore, lo schifo per una società che se ne fregava delle vite umane e mirava solo al profitto. Tali gli sembrano nei suoi libri i milanesi che ha conosciuto: incarogniti, egoisti,, incapaci di solidarietà e di amore per i più sfortunati. La sua opera è una delle manifestazioni più forti e intelligenti dei guasti prodotti dal neocapitalismo. col volto matronesco ripreso di lato, di sguincio, in frontale; poi l’occhio e le gote e gli occhietti da sicana, infine la demonica risata sguaiata. E via - su su! - col vento, col frusciar di fronde e ulivi, pompa di qua e pompa di là, con ‘sto materassino rosso. Cos’è codesto materassino? Il simbolo del figlio morto? Nessuno si commuove. Nessuno entra in empatia con niente: il paesaggio, tali benedettissimi attori, il maledetto materassino rosso. Posso solo dirvi che a me ‘sto cinema innervosisce. Ma santo ragazzo (dico al regista), ma come fai a imbastire una trama del genere, quando già al quinto minuto tutti abbiamo capito l’inghippo? Il film diventa patetico giacché, nel suo immediato farsi, a ciascuno spettatore (mi ci gioco la vita eterna) sarà apparsa la seguente scritta a caratteri luminosi cubitali rosso inferno: “E chiedi no?”. Ragazzina, ma santo iddio, ma quante canne ti sei fatta? Che ci vuole a chiedere: “dove sta il mio fidanzato”?, e su! Posso giurarvi che alla fine piangevo intimamente come un salice cieco.


3 OTTOBRE 2015 pag. 14 Monica Innocenti innocentimonica7@gmail.com di

G

iovanni Lorenzetti è artista assai prolifico e dalla tecnica pittorica impeccabile; immergere i sensi nella sua arte e abbandonarsi all’eccellenza della sua pittura, così strettamente collegata alla tradizione dei maestri figurativi, fa pensare di trovarsi di fronte all’opera riscoperta di un grande artista colpevolmente dimenticato. Ma non è certo una mera riproduzione di ciò che è stato (anche se straordinariamente ricca e composita) quella proposta da Lorenzetti bensì un interscambio continuo tra presente e passato, un dialogo serrato capace di creare un vero e proprio, personalissimo, linguaggio artistico. Ed è proprio lui, il pittore lucchese con lo sguardo sempre aperto sulle lezioni del passato a rivendicare con forza ed ironia il suo appartenere alla contemporaneità, inserendo nelle sue opere particolari inaspettati che la rivelano: un paesaggio da rivoluzione industriale fa da sfondo ad una antica battaglia; gioielli assolutamente moderni decorano i polsi e il collo di dame, sante e madonne; oggetti che appartengono alla nostra quotidianità diventano fulminee apparizioni raffigurate fuori dal loro contesto temporale. Questa considerazione introduce un’altra componente irrinunciabile dei canoni espressivi di Lorenzetti ovvero l’uso costante di immagini dall’intrinseca forza simbolica, anche se mai palesemente esplicite; sono sempre messaggi accennati e pieni di delicatezza, perché l’intento dell’artista non è certo quello di ammaestrare, ma di attirare l’attenzione su un tema e proporre una conseguente riflessione. In questo senso l’esempio perfetto è l’opera “Il ratto delle sabine” realizzata pensando al drammatico tema della violenza sulle donne. Come anticipato dal titolo il percorso espositivo si divide in tre parti; i “Ricordi”, composti da paesaggi rurali, scorci cittadini, immagini dell’infanzia e temi di attualità. La sezione detta “Le Vanitas”, immagini femminili (le modelle sono

I ricordi, le vanitas e l’arte sacra

Foto di Andrea Rossi

allieve od ex-allieve di Lorenzetti che è anche insegnante di Discipline Pittoriche presso il Annamaria Manetti Piccinini piccinini.manetti@gmail.com di

Cominciamo mangiando le nostre madri nel loro ventre…. . poi nel loro latte(…). Così inizia la condanna dell’essere umano nel suo legame con il cibo, abbraccio vitale e mortale inevitabile, che Cauteruccio grida al mondo, sazio e infelice, nell’ultima edizione di “Fame”,monologo nella sua lingua madre calabrese, graffiante e dolente come in un canto funebre. La scena stessa è fra le più suggestive, nell’antica chiesa di Santa Verdiana (ora parte della facoltà di architettura), spazio vuoto e indifferente con la sua pietra serena e i suoi affreschi cinque seicenteschi. La messa in scena è essenziale: un piccolo tavolo al centro della cappella con su un’ammucchiata di cibo, una vuccirìa di verdure carni, frutti, e un Cauteruccio che s’aggira intorno come un lupo famelico, addentando e rigettando qualsiasi cosa. La musica in quest’edizione non c’è per l’impossibilità del musicista co-attore a partecipare . Ma la lingua di Cauteruccio, nei lunghi gemiti gutturali e lamentevoli, ne trasmette la disperante armonia . Il testo è tratto dal più complesso poemetto Panza Crianza Ricordanza (ediz. della Meridiana), ma la concentrazone

liceo Artistico di Lucca) che l’artista aveva abbozzato per un ritratto di Lucida Mansi, la

Fame

di questo monologo ne aumenta, se possibile, l’intensità. Il ventre reale e iperbolico dell’autore- attore si dà, per così dire, in pasto al pubblico in una specie di sofferente e disperata eucarestia, che è invettiva e lamento universale dell’individuo bulimico alla società malata di sovrabbondanza, egoismo, crudeltà di chi quel cibo reclama come diritto. -. negato. -. alla vita ; e chi sperpera e si abbandona all’ingordigia fino alla perdizione del proprio corpo e fino a rasentarne la morte. Cibo come droga, piacere e auto distruzione, incubo della mente. Mentre Cauteruccio torna e ritorna intorno agli oggetti della sua ossessione e li afferra. -. un

signora degli specchi, una delle famose “dark ladies” lucchesi del ‘600; abbozzi che, grazie al singolare uso del rapporto luce/ colore peculiare di Lorenzetti, si sono trasformate in una galleria di “donne allo specchio” affascinante e carica di suggestioni. La sezione conclusiva riguarda l’arte sacra, parte essenziale del lavoro di Lorenzetti e che ha portato all’autore (che anche in questo caso non rinuncia ad un approccio personale alla materia) importanti e unanimi riconoscimenti (basti pensare ai quadri di “Santa Bona”, protettrice degli assistenti di volo: uno conservato nei palazzi Vaticani, uno esposto all’aeroporto di Pisa). Una terza versione la si può ammirare fino all’11 ottobre in questa splendida mostra di Giovanni Lorenzetti alla Casermetta del Museo Nazionale di Villa Guinigi, in via della Quarquonia a Lucca. frutto, un pezzo di carne di un animale ucciso. -. alle pareti scorrono immagini di pantagrueliche bocche che s’ingollano e strafogano lussuriosamente di manciate di cibo; di mani che ne manipolano sensualmente gli ingredienti fino alla trasfigurazione poetica e iperbolica. Ci sono insomma appetiti di ogni genere e il loro contrario, in un piacere sadico come fra torturato e torturatore. La mente e il ventre di Cauteruccio ci portano fino agli inferi della polifagia individuale e sociale. Non per nulla, a un certo punto, l’allusione ai gironi danteschi si fa inevitabile ; e anche, stando alle immagini che si proiettano in parete, a incubi medievali di peccatori della carne, del sesso e dell’ ingordigia, dilaniati da diavoli, come in alcuni affreschi che rappresentanti gli inferi. Ripensando al luogo dove questa scena si è svolta, ritornano in mente anche altre suggestioni . Il luogo fu un monastero nel sec. XIII e si narra di una monaca, chiusa murata in una stanza, con due serpi, per 34 anni. Se il racconto fosse vero, avrà prevalso la fame o quale amore? Certo anche più tardi, quando il luogo divenne la chiesa delle carcerate, si saranno sentite le maledizioni e la impotente ribellione di molte.


Elisa Zuri elis.zuri@gmail.com

3 OTTOBRE 2015 pag. 15

di

A

maggio scorso ho risposto ad una bando del coreografo Virgilio Sieni, che cercava uomini e donne di tutte le età per un progetto coreografico sul territorio di San Gimignano, Poggibonsi e Firenze. All’Università ho studiato filosofia e mi sono appassionata alla Scuola di Francoforte. Dopo molti anni, camminando a piedi scalzi nella coreografia di Sieni, mi sono ricordata perché. Nel 1936 Walter Benjamin scrisse L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, sostenendo che l’arte dovesse essere riscattata dal suo essere strumento di estetizzazione politica delle masse, per tornare ad essere strumento rivoluzionario di manifestazione del divino nell’uomo, alla portata di tutti e luogo di incontro. Negli anni ‘60, le teorie della scuola di Francoforte risultavano superate senza essere state realizzate. Herbert Marcuse, erede della Scuola di Francoforte, indicava nell’etica comunicativa il luogo di un’emancipazione ancora possibile, di ricostruzione del dialogo sociale e dell’intersoggettività, attraverso la quale l’individuo, nella società capitalistica e tecnologica, poteva rafforzare la propria autonomia e la propria razionalità attraverso una comunicazione Michele Rescio mikirolla@gmail.com di

Ingredienti per 4 persone: 320/360gr di linguine di Gragnano 12 cicale di mare freschissime (vive) 24 cozze 40 vongole veraci 16 pomodori ciliegino tagliati in quarti 1 spicchio d’aglio tagliato a metà Battuto di peperoncino fresco Olio extravergine d’oliva Preparazione: Fate un battuto con il peperoncino fresco secondo il gusto personale. Pelate e tagliate in due uno spicchio d’aglio. In una padella mettete a scaldare dell’olio extravergine d’oliva e soffriggeteci il peperoncino e l’aglio. Nel frattempo avrete tagliato i pomodori ciliegini in 4 parti e a doratura del soffritto li

La rivoluzione dolce Camminare con Virgilio Sieni

non distorta. Oggi, secondo il Rapporto Censis-Ucsi del 2015 sulla comunicazione, il 71% degli italiani è su Internet, l’85,7 dei giovani è su smartphone e la tv è ancora regina dei media. Si moltiplicano gli articoli sulle dipendenze da social network e i disordini psichiatrici legati all’abuso di internet. Le immagini di successo estetico sono chiare a tutti, ma con estrema difficoltà sappiamo metterci a piedi nudi, guardarci negli occhi e sorreggere chi potrebbe cadere.Nello spazio di Sieni si entra senza scarpe, con abiti comodi, non si parla. Non importa chi si è, cosa si è fatto,

se abbiamo un ruolo, parenti o amici vicini. Siamo solo noi stessi e gli altri intorno. Non si devono usare le parole, le espressioni del viso, non si devono caricare i gesti di significato. L’esercizio è essere neutri, ascoltarsi. Sono i movimenti, i gesti, a parlare da soli, perché evocano da soli uno stato d’animo, esprimono una forza. Ci si mette in cammino, ognuno inizia un proprio viaggio e incontra l’altro in una coreografia che Virgilio costruisce sui gesti spontanei che ognuno porta. Una comunità in esodo. I percorsi vengono incrociati, fissati, ripetuti come in un rituale, in un culto,

come un ciclo di vita. Ognuno cerca la propria strada con passi lenti, pause ed accelerazioni improvvise. Ognuno inciampa, cade, cerca accoglienza ed accoglie. Nella vita normale non ci concediamo quasi mai di essere neutri, di ascoltare e di scoprire una naturale empatia. Quasi mai non ci è richiesto in alcun modo di essere belli, ma di essere veri. Mi sono sentita fragile nelle cadute, ridicola a muovermi a piedi nudi nel silenzio e nell’assenza di coordinate, aiutata dalle braccia che mi hanno sorretta e che mi hanno aiutato a risollevarmi. Mi sono vergognata, ho provato gioia, affetto, ho colto imbarazzi e paure, non ho nascosto i miei, ho provato un senso di appartenenza. Eravamo uniti nella fragilità e desiderosi di comunicare, insieme. In quel momento eravamo umani. Per ore di prove, per due mesi, ognuno di noi ha ripetuto la sua parte di coreografia e ha incontrato l’altro. Virgilio Sieni sta portando le sue esperienze coreografiche dall’Accademia sull’arte del gesto di Firenze alla Biennale di Venezia, a luoghi altri e non artistici delle città d’Italia. Se fossi stata presente nel 1989 a Berlino o nella Polonia di Solidarność, avrei vissuto una rivoluzione. Ci sono rivoluzioni più silenziose, ma altrettanto potenti.

Linguine dell’Adriatico

andrete ad aggiungere nella padella. Saltateli un po’ e dopodiché aggiungete le cicale di mare. Saltatele un paio

di minuti e poi aggiungete cozze e vongole, tappate con un coperchio e lasciate che le conchiglie si schiudono.

Contemporaneamente mettete a cuocere in abbondante acqua bollente le linguine di Gragnano. Una volta schiuse le cozze e le vongole prendete una nuova padella in cui, aiutandovi con il coperchio, rovescerete il liquido sprigionato dai frutti di mare. Tenete le due padelle in caldo. Scolata la pasta, rovesciatela in quella con il liquido, saltate e mescolate per amalgamare bene il tutto, Impiattate le linguine e conditele con le cozze, le vongole veraci e le cicale di mare. Condite con un filo d’olio extravergine d’oliva a crudo e spolverate con del prezzemolo fresco tritato.


3 OTTOBRE 2015 pag. 16 Letizia Magnolfi letizia.magnolfi@gmail.com di

N

el corso dell’incontro curato dalla Fondazione CDSE e tenutosi presso la Sala Banti, venerdì 25 settembre, dal titolo “Montemurlo fra storia e memoria: dagli opifici idraulici al moderno distretto tessile”, la ricercatrice Luisa Ciardi ha parlato a tutto tondo della storia dell’industria a Prato. Parleremo, in questa prima parte, della nascita della proto industria sino allo sviluppo delle moderne fabbriche industriali di epoca settecentesca. Si deve fare un bel passo indietro, e cioè fino al Medioevo, per capire com’è nata l’industria a Prato e nelle località limitrofe. La presenza del fiume Bisenzio fece sì che in quei secoli l’industria laniera si sviluppasse specialmente nell’alta valle. Le committenze della Badia di Vaiano e della Badia di Montepiano dettero il loro contributo perché la Val di Bisenzio diventasse centro operoso per la fabbricazione della lana. Altra protagonista, oltre al fiume cui si deve lo sviluppo della fabbricazione della lana, fu la gualchiera. Dall’anno 1000 in poi, accanto ai mulini iniziarono a sorgere questi edifici, che altro non erano se non macchinari che aiutavano, grazie alla presenza dell’acqua, la lavorazione della lana: il panno si infeltriva e diventava più resistente. L’esigenza di dover risolvere – siamo in età comunale – l’uso e il recupero dell’acqua stagnante posta nelle zone di piana, ad esempio Santa Lucia (a nord di Prato), spinse alla costruzione di una vasta rete di canali chiamati gore. Esse servivano a fornire l’acqua alle diverse zone della città, anche a quelle più lontane dal fiume. In questo panorama si inserisce l’edificio del Cavalciotto, la cui funzione principale era quella di deviare il naturale corso del Bisenzio per dare vita al cosiddetto Gorone, la prima e più grande gora di Prato. Questo ingegnoso uso dell’acqua fu un contributo anche per la fabbricazione dei tessuti: l’acqua delle gore

La storia della proto industria a Prato e la lavorazione della seta a Montemurlo

infatti veniva utilizzata per le varie fasi di lavorazione della lana, dalla follatura sino alla tintura. Oltre a questo, le gore venivano utilizzate anche come vie di trasporto. In questo modo le merci di Prato erano imbarcate, attraverso le gore, sull’Ombrone, arrivavano all’Arno e raggiungevano quindi il porto di Livorno per essere commerciate con tutti i paesi del Mediterraneo. Nella zona di Montemurlo non si parlava ancora di proto industria, la zona era agricola e c’erano coloni sparsi a macchia di leopardo. Esistevano delle sporadiche attività, per esempio quelle dei mulini: si ricordano il mulino di Calonca, nella zona di Ambalagi, e il mulino di Bagnolo. Erano due delle poche attività presenti nella zona e legati alla fattoria. Ma è alla fine del ‘700 che si può iniziare a parlare di industria vera e propria. Nel 1790 è da annoverare il fatto che Prato imparò la fabbricazione del cappello alla levantina, tant’ è che intorno ai primissimi anni del 1800 ne furono prodotti molte migliaia. Fu un periodo d’oro per la storia di Prato. Il primo opificio industriale a ciclo completo fu, infatti, costruito alla fine del 1700. Montemurlo si riconosce il questo periodo per la produzione della paglia. Dalla chiesa locale fu creata una scuola adibita alla creazione dei cappelli. Le varie trecce di paglia venivano portate dalle cascine a questa scuola, dove lavoravano anche bambine di 7 anni. Alla fine del ‘700, a Montemurlo, si registra una peculiarità: la produzione della seta. Era riservata alle donne: il baco da seta infatti aveva bisogno di una temperatura intorno ai 25 gradi per schiudersi e per questo, nell’ultima fase, veniva messo in seno. La parte finale della produzione che coincideva con la filatura, avveniva invece nelle ville di Galceti e in quella del Barone. Sono solo i prodromi di quello che sarà, nei secoli successivi, il grande sviluppo dell’industria dei tessuti a Prato nel corso del XIX e XX secolo


3 OTTOBRE 2015 pag. 17

Scottex

Aldo Frangioni presenta L’arte del riciclo di Paolo della Bella

Abbiamo liberamente titolato quest’opera, che per l’autore è semplicemente Scottex n° 36, “Il fazzoletto di Totò in mano all’onorevole Trombetta”. Tutti ricordano la scena esilarante del vagone letto con Totò e l’onorevole Trombetta e il tentativo di quest’ultimo di far fare uno starnuto a Totò facendo la punta ad un fazzoletto per infilarglielo nel naso. Pezzo eccezionale del cinema italiano. Manca solo il cappello quadrettato della Baronessa della Stufa (Sandra Milo) per completare l’opera. Ma, come altre sculture del della Bella, può darsi che anche questa sia un lavoro incompiuto.

Scultura leggera

di

Vicent Selva

Consigliere comunale di Esquerra Unida

Nelle elezioni catalane si sono affrontati due progetti incompatibili: indipendenza o Spagna. Questa polarizzazione inizia quando il Tribunale Costituzionale nel 2010 ha dichiarato incostituzionale alcuni punti del nuovo Estatut d’Autonomia che il popolo catalano approvò per referendum nel 2006, tra cui la considerazione della Catalogna come nazione. Ciò provocò una forte reazione e l’indipendentismo cominciò a crescere nella società catalana. La nuova composizione del Parlamento catalano riflette questa polarizzazione, con una maggioranza assoluta, benché non in voti, di deputati indipendentisti (72 seggi - 47,7% in voti), con gli unionisti a 52 seggi (37,2% in voti) gli unionisti, che appoggiano il diritto a decidere senza essere indipendentisti. La candidatura vincitrice, indipendentista, Junts Pel Sí, composta da CDC (liberale-conservatore) ed ERC (socialdemocratica) ha bisogno dell’appoggio della CUP(Candidatura d’Unitat Popular). Questa candidatura è disposta ad appoggiare a Junts pel Sí, a condizione che non sia Artur Mas il nuovo presidente del governo catalano, nel quale identificano le misure di austerità e tagli in servizi pubblici e diritti sociali e la corru-

Spagna o Catalogna?

zione durante la legislatura passata. Ugualmente, la CUP respinge una dichiarazione unilaterale di indipendenza, non essendo uscita una chiara maggioranza di voti favorevole alla separazione. Tra gli antiindependentisti, il Partido Popular affonda, zavorrato dalla corruzione e la sua incapacità al dialogo. Il PSC, il PSOE catalano, resiste e si mantiene come terza forza, benché perda 4 seggi, malgrado i sondaggi segnalassero il suo crollo davanti a Podemos. Ma il gran trionfatore del polo unionista è stato il partito Ciudadanos, partito di destra, neoliberale e conservatore. Alcuni lo definiscono come il nuovo PP, ma senza gli abbondanti casi di corruzione.

Questo partito ha lanciato già segni al resto del polo unionista per cercare di gestire un’alternativa all’indipendentismo. Infine, la candidatura Catalunya Sí Que És Pot che raggruppava partiti di sinistra: Podemos, IU ed ICV. Aspiravano a essere la seconda forza, ma sono solo il quarto partito, con 11 deputati, di fronte ai 13 che ottenne la coalizione ICV-IU nel 2012. Questa candidatura è favorevole al Diritto a Decidere, ma senza una posizione chiara sull’indipendenza, cosa che può spiegare questo risultato negativo, considerando la centralità della questa indipendentista in queste elezioni. Probabilmente ha influito sulla strategia di Pablo Iglesias, lea-

36

der di Podemos, in vista delle prossime elezioni generali, coscientie che appoggiare l’indipendentismo potrebbe avere influenze negative sulla sua immagine nel resto della Spagna. Un’altra spiegazione potrebbe essere che le costanti modifiche nei suoi programmi, la loro indeterminatezza ideologica o l’usura mediatica abbiano già esaurito Podemos. I risultati di CSQEP stanno orientando il dibattito sulla valutazione se Podemos possa unirsi adaltre organizzazioni di sinistra per le prossime elezioni generali. Questa frammentazione in seguito alla elezioni pone un messaggio chiaro ai governanti: la necessità di dialogo e di trovare una soluzione democratica a questa situazione. Valutando anche la possibilità, imparando dall’esperienza del caso britannico, col referendum scozzese, che lo Stato Spagnolo e il nuovo governo catalano uscito delle urne siano capaci di trovare un consenso su un processo di consultazione popolare perché il popolo catalano possa dare una risposta chiara a una domanda molto semplice: volete l’indipendenza della Catalogna o volete continuare con la Spagna? Solamente con più democrazia si potrà risolvere questo difficile situazione.


lectura

dantis

3 OTTOBRE 2015 pag. 18

Disegni di Pam Testi di Aldo Frangioni

Senza le mezze stagion, almen si dice, la terra vive un grande mutamento non è più il tempo del vivere felice

Coloro che mangiarono a casaccio? Oppure quegli della credenza piena a scapito di, chi vive malaccio.

Per terra e mar diffusero la morte, ma il Cerbero a tre teste gli maciulla, non c’è pietà per queste gattemorte,

qui pur non si può stare contento. Mai aveo visto un simile tempaccio chi si meriterà questo tormento?

Omini assomigliabili alla jena che rizzan muri e serrano le porte per cacciare dei poveri la piena.

scoprian chi son, i perfidi fanfulla in prima fila con i ghigni amari, il giogo di tant’anni non gli annulla, ci stanno i capi dei popoli magiari golosi della carne col piccante, dell’Europa i peggiori autoritari.

Canto V

Nel terzo cerchio, sotto una piaggia continua di acqua sudicia, stanno i golosi, Dante e Virgilio incontrano il mostro Cerbero che azzanna i peccatori


in

giro

3 OTTOBRE 2015 pag. 19

Ciao Massimo

Giornata del contemporaneo

La Fondazione Giovanni Michelucci (Fiesole-Pistoia) e la redazione di Cultura Commestibile manifesta il suo grande dolore per la morte di Massimo Pavarini, che nella nostra Fondazione aveva portato la sua profonda conoscenza del sistema penale e penitenziario insieme alla sua generosa amicizia. Per le nostre attività rispetto alle carceri è stato un punto di riferimento imprescindibile. Ci mancherà la sua competenza, la sua disponibilità e la sua inconfondibile risata.

Sabato 10 ottobre in occasione della Giornata del Contemporaneo promossa da AMACI (Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani) i Musei Civici Fiorentini e l’Associazione MUS.E propongono una serie di visite speciali per il grande pubblico: sarà così possibile prendere parte alle visite

On the occasion of the exhibition «Follia Continua !» in honor of 25th anniversary of Galleria Continua at C e n t Q u at re - Pa r i s , we celebrate with a gift for us and for all of you who supported and followed us the past 25 years: the launch of new website !!!

w w w. ga ll e r i a c o n t i n u a . c o m

offerte al Museo Novecento, alle Murate e alla mostra Jeff Koons in Florence in Palazzo Vecchio. Per informazioni e prenotazioni: Tel 055-2768224 055-2768558 Mail info@muse.comune.fi.it www.musefirenze.it www.museonovecento.it www.lemuratepac.it


L immagine ultima

3 OTTOBRE 2015 pag. 20

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

Q

uesta è un’altra tipica scena newyorkese: un anziano che a modo suo cerca refrigerio, si fa per dire, alla terribile calura tropicale del mese di agosto a New York. Situazioni come questa erano abbastanza comuni e mi stupivano molto perché non ero abituato alle grandi metropoli e alla durezza delle condizioni di vita delle persone più deboli. Debbo ammettere che durante il mio primo soggiorno americano erano proprio queste le situazioni che mi intrigavano di più. Passate le prime settimane mi sono reso conto che avrei dovuto gettare uno sguardo anche in altre direzioni. E’ una cosa che ho poi portato avanti con la stessa curiosità. Nello specifico di questo scatto è stata proprio la sua geometria particolare che ha immediatamente attratto il mio sguardo.

NY City, agosto 1969


Cultura commestibile 139