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redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.culturacommestibile.com www.facebook.com/cultura.commestibile direttore simone siliani

redazione gianni biagi, sara chiarello, aldo frangioni, rosaclelia ganzerli, michele morrocchi, barbara setti

progetto grafico emiliano bacci

Con la cultura non si mangia

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N° 1

Ogni tanto, smanettando con internet, apro il sito del governo e quando vedo venire fuori la Kyenge io resto secco. Io sono anche un amante degli animali, per l’amor del cielo. Ho avuto le tigri, gli orsi, le sciemmie e tutto il resto. Però quando vedo uscire delle sembianze di un orango, io resto ancora sconvolto

Roberto Calderoli, 2013

Sono epifenomeni che non riguardano la politica, di cui si è parlato anche forse fin troppo

L’EPAfenomeno

Roberto Calderoli, 2015

editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012


Da non saltare

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Simone Siliani s.siliani@tin.it di

O

ttava edizione del Festival Suona Contemporanea: ogni anno una scommessa, quella di proporre un festival, per di più serio e non di mera ospitalità, di arti contemporanee in una città che sembra perennemente rivolta indietro a contemplare, anzi a sfruttare, il suo grandioso passato culturale. Ne parliamo con Andrea Cavallari che del festival è il direttore artistico, insieme a Luisa Valeria Carpignana. Ogni anno, però, un festival ricco di novità. Quest’anno forse è più accentuato il rapporto con le arti visive (Kounellis, Pirri). Partiamo dal titolo che è stato spudoratamente preso da un meraviglioso saggio del filosofo e storico dell’arte francese Georges Didi-Huberman che si chiama “Aprire Venere. Sogno, nudità, crudeltà”: è un viaggio prospettico in un mondo femminile soprattutto nei dipinti del Botticelli, partendo dalla Venere, analizzando il rapporto che l’arte di Botticelli ha con tutte le altre arti. Questo ha ispirato una rassegna che si è posta l’obiettivo di mettere in comunicazione arti visive e suono. Prevalentemente invitando due grandi artisti, Jannis Kounellis che ha creato un’opera appositamente per il museo del Bargello e per il festival e Alfredo Pirri che ha realizzato una scultura sonora. Ma abbiamo anche alle Murate l’installazione del giovane artista e compositore Daniele Ghisi, un ricercatore dell’Ircam il centro di sperimentazione di Pierre Boulez che ha creato un’opera sul tempo, “An Experiment with Time”, una indagine sulla percezione lineare del tempo, del perché noi umani percepiamo il tempo in senso lineare. Puoi parlarci dell’opera che costituisce l’apogeo del festival e che si svolge domenica 20 settembre alle ore 21 al Museo del Bargello, “Die Winterreise”? E’ un’opera lirica, quindi con scenografie e costumi, la rappresentazione in teatro del ciclo dei “Lieder” di Franz Schubert, “Die Winterreise”. Un ciclo sui testi di Wilhem Müller, dedicato all’abbandono dell’amore, la fuga della figura femminile che abbandona l’uomo, il

Firenze suona

contemporanea

quale disperato intraprende questo viaggio d’inverno. E pure questo si può ben collegare a delle immagini del Botticelli: George Didi-Huberman ne parla e ci spiega diversi quadri nel suo saggio. E’ un lavoro in cui la Kammeroper Frankfurt, compagnia tedesca che lo ha già rappresentato nel 2008 a Francoforte, mi ha chiesto di materializzare in musica l’incubo, il sogno dell’amore abbandonato. Quindi, quest’uomo intraprende questo viaggio dopo l’abbandono dell’amata che non lo ama più e lo deride pubblicamente, ed è quindi tormentato e perseguitato da questo amore finito. Io ho scritto delle parti che si incastrano: ho diviso i 24 lieder di Schubert in gruppi di 5-6 lieder ciascuno e ho inserito delle parti, scritte in stile contemporaneo, in cui do voce alla donna. Infatti sono parti per soprano, viola e pianoforte, mentre il ciclo dei lieder è per baritono e pianoforte. Una rappresentazione teatrale in forma di opera su un doppio binario; una sorta di film con dei flash back nel passato ma che si svol-

ge nel presente. E’ un impegno forte quello di prendere uno dei capolavori della cultura romantica e leggerlo con gli stilemi contemporanei. Credo che sia la prima rappresentazione scenica del Winterreise mai realizzata; la Kammeroper è una compagnia di teatro d’avanguardia e di ricerca quindi, pur rimanendo in una rappresentazione puramente filologica del materiale musicale, riesce a riportare questo ad una dimensione totalmente contemporanea. In questo caso ancor di più visto che ci sono delle musiche scritte ad hoc per il progetto. E’ un lavoro molto affascinante: quando lo abbiamo realizzato alcuni anni fa in Germania, hanno addirittura voluto rappresentarlo in un teatro senza riscaldamento, offrendo al numerosissimo pubblico una coperta e una zuppa di verdura bollente, facendo partecipe il pubblico dell’esperienza dolorosa del personaggio che in pieno inverno si trova ad affrontare il gelo e tempeste di neve, fino a soccombere. Il festival si caratterizza, fra

?

l’altro, non per essere un festival di ospitalità, bensì di produzione: si può ancora produrre oggi in Italia? Le difficoltà sono immense, purtroppo. Il nostro festival analizza, studia e realizza ogni singolo progetto legandolo alla tematica specifica dell’anno in corso. Nel caso di di Alfredo Pirri e Alvin Curran abbiamo avuto la fortuna che Pirri aveva già in mente da qualche tempo di realizzare un’opera acustico-visiva, quindi tramite il festival anche lui è riuscito a realizzare questa idea.. Pirri ha ricoperto il cortile del Museo del Novecento di specchi, che sono stati rotti in una performance dall’artista stesso: il suono della rottura degli specchi è stato recuperato da dei microfoni posizionati alle caviglie dell’artista e manipolato in tempo reale live electronics da Alvin Curran, storico musicista americano collaboratore di John Cage, il quale ha realizzato il suono dell’oepra. Pirri ha dichiarato che lui ha costruito uno strumento gigantesco suonato da lui che poi ha prodotto la musica dell’instal-


Da non saltare

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lazione: se andate a vedere l’installazione al Museo Novecento troverete l’opera e il suono che l’opera stessa ha creato. Queste sono le sfide di produzione che veramente ci interessano. Se è ancora possibile farlo, è una comanda assai complessa perché purtroppo questo tipo di progetto richiede un’attenzione che sarebbe importante da parte delle istituzioni preposte, ma con l’ultimo grande scandalo del FUS ho dei seri dubbi che si possa ancora realizzare simili progetti. Io mi augurerei che tutti i teatri, le orchestre, le ensemble, le associazioni di produzione italiani facessero un grande sciopero della cultura ad oltranza perché il governo italiano non ha assolutamente capito l’importanza e la necessità di realizzare progetti culturali in questo paese. Molte delle cose che fate in questo festival si svolgono nel Museo Novecento. Mi sembra che Pirri abbia detto che in fondo Firenze è il paradigma del novecento e di tutti i novecento: in che senso? Credo che Pirri intendesse che tutta l’arte è stata contemporanea, dal fantastico Rinascimento in poi, è stato d’ispirazione di creazione di movimenti importantissimi. Quindi Firenze potrebbe rivivere un rinascimento contemporaneo; alcuni germi ci sono, si sente un certo fermento. Siamo stati fermi per venti anni; dopo le grandi mostre Henry Moore al Forte o Dani Karavan, adesso da qualche anno abbiamo avuto William Kentridge, Pirri, Gormley al Forte Belvedere e poi ci sarà Jeff Koons. Quindi la speranza è che Firenze torni ad essere promotrice del contempornaeo. Settembre sembra il mese della musica contemporanea a Firenze: dopo il vostro festival c’è Play It , poi Tempo Reale e Villa Romana. Perché? Ma, poi, c’è pubblico per tutta questa offerta? Ci siamo posti questa domanda anche noi e per questo abbiamo realizzato un tavolo con tutti gli altri soggetti per cercare di realizzare un progetto simile alle 50 giornate del cinema, ma rivolto al contemporaneo. Stiamo lavorando alla formula. Quest’anno siamo riusciti solo a fare un coordinamento dei calendari, che pure non è poco. Speriamo

Intervista a Andrea Cavallari direttore del festival fiorentino

di poter sviluppare questa idea e creare un secondo polo italiano rivolto al contemporaneo (in questo periodo abbiamo anche la Biennale di Venezia). C’è molto interesse e curiosità, ma ci vuole anche molto lavoro, perché da molto tempo i fiorentini non sono stati in contatto con i grossi progetti del contemporaneo. In qualsiasi altra grande città del mondo ci si rende conto che la società civile è interamente indirizzata al contemporaneo e poi ogni tanto vanno a vedersi il British Museum; qui è esattamente l’opposto, siamo totalmente orientati al passato e ogni tanto salta fuori qualcosa di innovativo. Il tuo lavoro ti porta spesso a confrontarti con l’estero: ci parli anche di progetti futuri fuori

Italia? Ottobre sarà un mese tutto americano in quanto saremo a New York con un ciclo di concerti e una conferenza sugli autori contemporanei in Europa e in Italia alla Columbia University e, dunque, la Flame Ensemble sarà in tourné. Poi abbiamo un progetto all’M1 Fringe Art Festival di Singapore: 15 giorni di installazioni acustico-visive. In aprile partecipiamo ad un festival di musica elettronica heavy rock che si svolge nel deserto sudafricano, 24 ore al giorno, e noi porteremo il progetto più classico-contemporaneo con delle installazioni acustico-visive. Poi a Londra faremo un festival gemello di Firenze Suona Contemporanea, che si chiama London Ear

Festival, nato 4 anni fa, che si pone l’obiettivo di presentare i lavori e gli autori sconosciuti di giovani artisti e compositori: ha riscosso un grande successo. Come si chiude questo Firenze Suona Contemporanea? Con il concerto del Flame – Florence Art Music Ensemble – al Museo del Bargello martedì 22 settembre dove abbiamo commissionato a 4 compositrici (tre italiane e una brasiliana) un progetto performativo e multimediale totalmente ispirato dal saggio di Didi-Huberman, che si chiama appunto “Aprire Venere”. Quattro compositrici esplorano il mondo femmineo, l’introspezione femminile: loro si sono confrontate con il tema e si sono coordinate per creare un lavoro firmato a 8 mani


riunione

di famiglia

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Le Sorelle Marx Nella notte fra venerdì e sabato si è sfiorato un conflitto di vaste dimensioni nel Mediterraneo con epicentro l’Italia. Siamo in grando di raccontare, in esclusiva, per i nostri lettori la cronaca delle concitate ore in cui il mondo è stato sul crinale della terza guerra mondiale. “Presidente, i nostri servizi segretti ci hanno informati di un imminente attacco sbarco di truppe siriane ad Anzio con l’obiettivo di occupare Roma: dobbiamo prelevarla e portarla subito in volo sull’aereo di Stato per la sua sicurezza e per quella dell’Italia” “Tenente Manenti, non scherziamo... davvero? Non ci posso credere? O che gli si è fatto di male ad-Assad noi?” “Presidente, non sappiamo se sono davvero truppe siriane perché sventolano una bandiera con colori rovesciati e invece delle due stelle ci sono tre corone nel mezzo. Comunque, dobbiamo partire” “Va bene, così almeno si prova il nuovo aereo di Stato che ho comprato, l’Evvai Italy One... Le piace il nome? Figo eh??” Chiamata sul cellulare del Ministro degli Esteri: “Matteo, che succede? Mi hanno chiamato per dirmi di un attacco terroristico mentre stavo scolando la pasta all’amatriciana” “Oh Paolo, c’è casino. Non mi far perder tempo che devo prendere l’aereo di Stato e telefonare a Hollande e a Venturini, il capitan reggente della Repubblica di S.Marino. Qui rischia di scoppiare il Mediterraneo e te mi rompi con i tuoi spaghetti!” “Aoh Matteo, forte: in volo come Obama! Mi ci porti con te?” “Va bene Paolo, basta che non rompi: fatti trovare a Fregene sulla statale al km.46 che passo a prenderti fra 20 minuti” La mente strategica di Renzi gira già a mille: “Manenti, dove è il Presidente Mattarella?” “Presidente, lui ha preso il traghetto per Palermo... sa, la spending review... ma è al sicuro” “Mi importa una mazza della spending review... tanto quello è bollito” Il corteo di Stato sfreccia a velocità folle nella notte, raccoglie Gentiloni (che si è portato lo zaino con tenda, sacco a pelo e mimetica) e raggiunge Ciampino. Il Presidente, il Ministro e la scorta salgono sull’aereo di Stato nuovo di pacca, “Evvai Italy One”, voluto da Renzi con tutte le più moderne tecnologie e play station ultimo modello, e si decolla sopra il cielo di Roma. Il Presidente è un

La notte che Renzi salvò il mondo vulcano: “Fermi ragazzi, qui bisogna fare lo storytelling della prima crisi globale che mi tocca gestire. Ci vuole un grande giornalista, imparziale, noto in tutto il mondo, ma... fedele... Erasmo! Ragazzi deviate per Formia e raccattiamolo. Pronto, Erasmo: vestiti che devi salire sull’Evvai Italy One per raccontare come evito la terza guerra mondiale! Lo so che stai dormendo... non è una novità, ma quando ordino, tu ubbidisci e zitto! Ok fra 10 minuti in piazza a Formia” Il Presidente ha un sussulto: “Porca miseria, abbiamo anche un Ministro della Difesa. O chi è? Non mi sovviene il nome. Vediamo su Internet... Ah, ecco, Roberta Pinotti?! O se non me la ricordo... dove sta? Ah a Genova. Via ragazzi, si raccatta anche la Pinotti: deviare su Genova. E poi, quel tonto di Angelino, dov’è?” “Presidente, l’hanno visto a casa sua ad Agrigento a mangiare arancini...” “Bene, lasciamolo lì, così non fa danni. Piuttosto, ci vuole la Nato. Passiamo da Piombino a prendere Andrea Manciulli” “No, Presidente, non abbiamo abbastanza viveri” “Ma porca miseria, io avevo detto di costruire questo Evvai Italy One

pronto per tutte le evenienze e invece avete tirato a risparmiare!” “Ma Presidente, l’aereo è programmato per resistere ad un attacco nucleare e alla guerra batteriologica, ma Sgranocchione no, non ce la facciamo” “Va beh, ora chiamo i leader mondiali. Pronto Barack, we have a problem: terrorists in Tuscany and all over the Mediterraneo. Please, send marines!” “Eh, uhm, what the fuck are you saying! If this is a joke, it’s not funny. I’m here with my wife and you are breaking my balls! Go to hell!”. Clic. “Mah, chiamiamo Hollande. Bonjour Francois, nous avons un problème: une attaque terroriste en Toscane. Envoie la Légion étrangère” “Je ne peux pas, Matteo: Je dois une rencontre avec Merkel. Je ne peux pas perdre du temps avec vos jeux”. Clic. “Maledetto francese. Allora chiamo Putin. Hello Vladimir, we have a problem: a terrorist attack in Tuscany. Please send the Red Army” “Мэтью Дорогой, в даче с тремя девушками: Я не разбить мои мячики” [trad. Caro Matteo, sono qui nella mia dacia con tre ragazze: non mi rompere i coglioni!] clic... “Va bene,mi tocca fare sempre tutto da solo: chiamo i vigili urbani di Anzio.

I Cugini Engels

Lo Zio di Trotzky

Sogni proibiti

Ed ecco finalmente che si materializza il sogno proibito di Eugenio Giani: fare di tutta la regione una grande e continua rievocazione storica! Fare dei palazzi della democrazia regionale un grandioso set cinematografico di pellicole in costume, al cui centro ovviamente sia posto lui, anfitrione e guida perenne nella storia passata di Firenze e della Toscana. Così, mercoledì scorso Palazzo Panciatichi, sede del Consiglio Regionale, è ritornato al 1565: invasa da figuranti della rievocazione storica dell’Assedio alla Villa di Poggio a Caiano. Eugenione ci dona una pillola di storia patria, notificandoci che “in quell’anno, la principessa Giovanna d’Austria soggiornò nella villa di Poggio a Caiano in occasione delle sue nozze con Francesco de’ Medici. Un matrimonio fondamentale per la storia della più importante dinastia toscana, i Medici, che si legavano con la famiglia più potente d’Europa: gli Asburgo”. Si teme a Palazzo Panciatichi che ogni giorno sia buriana, con fanti e cavalli, alabarde e bombarde, dame e cavalieri,

Dinosauri

Noi prendiamo i musei molto sul serio, come è noto ai nostri lettori. Ecco perché non possiamo reprimere un moto d’indignazione quando addirittura il Presidente del Consiglio, al secolo Matteo Renzi, e quello del Senato, anche lui secolarmente Pietro Grasso incrociano i ferri sulla riforma del Senato (e questa, passi pure), dicendo e contraddicendo di volerlo relegare in un museo (e questa, proprio, non gliela passiamo). L’idea che entrambi denunciano è quella di un museo come una cosa morta, statica, polverosa, soprattutto inutile. Questa è una idea preistorica di museo, degna di due dinosauri (magari un velociraptor il giovane premier e un brontosauro il matura senatore, ma pur sempre animali antichi). Renzi pare abbia detto (ma poi ha smentito) che il Senato doveva approvare velocemente la sua riforma, “Altrimenti il Senato lo chiudo e ci faccio un museo”. Grasso risponde chiedendo a Renzi un confronto leale invece di far trapelare l’intenzione che “si

Pronto, vigili urbani? Comandante, mandi subito una squadra a fermare sul bagnasciuga le truppe siriane che ci invadono e mi faccia sapere” Dopo poco più di mezz’ora... “Pronto Presidente? Sono il Comandante Mario Bracaglia della Polizia Municipale di Anzio: missione compiuta! Abbiamo fermato l’invasione e fatto tre prigionieri, nome in codice: Sughero, Sugo e i’ Sega. Erano su un patino in avanscoperta e avevano un grande striscione con scritto un messaggio in codice per le truppe da sbarco e gli aerei nemici: “Evviva i’ Bomba”. Li stiamo traducendo al carcere di Gaeta”. “Bracaglia, ma è matto? Quelli sono i miei compagni di’ circolo MCL di Rignano: Giovanni detto Sugo, Federico alias Sughero e Antonio detto i’ Sega perché non andava mai a scuola. Erano in vacanza a Tor Caldara. E lo striscione era rivolto a me: tutti sanno che da giovane mi chiamavano i’ Bomba! Si saranno persi: li rimandi a casa con un calcio in culo!” Il Presidente tira un sospiro di sollievo: il mondo è salvo e lui si è divertito sul suo nuovo “Evvai Italy One”. Ma ormai albeggia e i giornali sono già in edicola. Titolo a tutta pagina de l’Unità: “Renzi sventa la terza guerra mondiale, da solo!”

possa addirittura fare a meno delle istituzioni relegandole in un museo”. Non sappiamo quanti musei abbiano frequentato i Nostri, né quali. Ma per noi, con l’International Council of Museum, “Il Museo è un’istituzione permanente senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e specificamente le espone per scopi di studio, istruzione e diletto.” Quindi, non una morta gora, in cui rinchiudere vecchi barbogi a blaterarsi addosso, ma senza contare un accidente. Al contrario il museo è una cosa viva, tutt’altro che inutile, anzi direi fondamentale perché è preposta a tenere viva la memoria del passato, a custodirla e a renderla fruibile, per studio e per diletto, alle generazioni presenti e future. Quindi, cari Renzi e Grasso, può darsi che siate talmente lontani dalla realtà e dalla vita da non accorgervene, ma può essere che nella morta gora possa finirci la politica, non certo i musei.


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Tomaso Montanari tomaso.montanari@unina.it di

C

aro Simone, da lettore affezionato di “Cultura commestibile” (tra le non molte cose commestibili della ‘cultura’ fiorentina, in effetti) ti sono molto grato per l’attenzione con cui hai voluto leggere il mio “Privati del patrimonio”. Provo a rispondere alla principale obiezione che sollevi nella tua acuta recensione. In sostanza, mi dici che sono troppo ‘statalista’: sia nel senso che non riconosco adeguatamente i meriti e le potenzialità degli enti locali, sia nel senso che la mia ricetta (che tu riassumi fedelmente: “più Stato, meno mercato”) sarebbe più nostalgica che praticabile. Il punto per me è questo. A cosa serve il patrimonio culturale in una democrazia moderna? Molte sono le risposte possibili. Quella che dà la nostra Costituzione è la seguente: il patrimonio culturale serve a produrre conoscenza diffusa attraverso la ricerca (corto circuito tra i due commi dell’art. 9), e la conoscenza serve a permettere l’uguaglianza, e dunque il pieno sviluppo della persona umana (art. 3), e la partecipazione, e dunque ad esercitare pienamente la sovranità (art. 1). Se si accetta questa prospettiva (che è, peraltro, l’unica che legittimi l’idea che il patrimonio dell’antico regime venga conservato attraverso la fisaclità generale), allora l’elemento chiave è la ricerca. E dunque il patrimonio dev’essere abitato e governato da comunità residenti di ricercatori, capaci di redistribuirne a tutta la comunità una conoscenza rinnovata. Mai come in questa epoca – in cui “le tossine della menzogna e della propaganda” (Marc Bloch) avvelenano una politica ridotta a storytellinge e amarketing del leader – l’antidoto della conoscenza è vitale per la sopravvivenza stessa della democrazia. L’alternativa – diffusamente praticata: e Firenze è un laboratorio mondiale del peggio – è la declinazione in chiave di lusso (per i pochi grandi ricchi) e di intrattenimento (per tutti gli altri): e cioè in chiave di mercificazione (non solo del patrimonio, ma sopratutto delle

Dopo la recensione della scorsa settimana la replica di Tomaso Montanari a Cuco

Non ci resta che il pubblico

persone che entrano in contatto con esso). Ora la domanda è: gli enti locali hanno fatto qualcosa per costruire vere comunità di ricerca che potessero elaborare e trasmettere il patrimonio in chiave costituzionale? La risposta è no. I privati – intendo i Lido Contemori lidoconte@alice.it di

Il migliore dei Lidi possibili

Sempre meglio le bavaresi in faccia che il filo spinato ungherese

Disegno di Lido Contemori

Didascalia di Aldo Frangioni

pochi illuminati e disinteressati, non i protagonisti del mio libro – hanno provato a farlo? La risposta è ancora no. Il modello delle soprintendenze statali, invece, è (stato) questo: tutela attraverso la ricerca, inclusione attraverso la conoscenza. Ma è stato un modello

scientificamente abbattuto da trent’anni a questa parte (peraltro con il decisivo contributo suicida degli stessi soprintendenti): e con il governo Renzi siamo arrivati alle epurazioni finali. Non riesco a capire perché sperare in una ricostruzione dell’impegno pubblico attraverso lo Stato centrale sia più ingenuo o velleitario che sperare nella conversione dei privati for profit, o nella capacità degli enti locali di fare quel che finora non hanno neanche lontanamente pensato di voler fare. C’è invece un motivo forte per ritenere che la strada maestra sia la ricostruzione del ruolo dello Stato nella politica culturale: e quel motivo è il progetto costituzionale, ancora vivo e attualissimo. Come gridò Piero Calamandrei il 15 settembre del 1944, riaprendo tra le macerie l’università di Firenze, “l’Italia ha ancora qualcosa da dire”. È ancora vero, nonostante tutto.


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Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

O

gni quadro ha una propria storia da raccontare; ogni artista porta in sé una visione da rivelare e far scoprire, poiché dipingere non è solo una pratica intima e solitaria ma anche una vocazione da rendere pubblica e visibile alla modernità. Non a caso l’Arte è da sempre un viaggio di scoperte e di messe in rilievo, un cammino di conoscenza e introspezione, un modo di comunicare che segue i dettami dell’inedito e dell’originale. Nelle opere di Alessandro Goggioli la memoria del passato e i valori di un tempo rivivono si amalgamano perfettamente, creando un connubio denso di narratività e aspettative. La ruggine – simbolo del tempo e dell’oblio – le tracce dei giorni trascorsi sugli oggetti più semplici di uso quotidiano, i residui architettonici di una città in continua evoluzione, sono gli elementi d’ispirazione di un artista fuori dall’ordinario, lontano da ogni classificazione, ma meravigliosamente abile nel disegno e nella resa cromatica dell’acrilico, usato punto per punto sulla tela sapientemente preparata e studiata in bozzetti dall’alto slancio riflessivo e contemplativo. Una bicicletta, un’automobile o una natura morta, commissionati con la presenza del giocattolo di latta, ormai inutilizzato, riportano alla memoria i valori e i ricordi un tempo andato, quasi come si trattasse di una vita precedente, lontana e irraggiungibile.

Dipinti

Sopra a sinistra Mascotte, a destra Pericolo Rosso. Qui a fianco Abbandono, sopra la copertina del catalogo della mostra di Fiesole.

fino al 27 settembre 2015: un’opportunità per rivivere con l’artista le memorie di un tempo e riflettere sui cambiamenti del contemporaneo, mettendo in luce – anche con una certa ironia – che il progresso non può dimenticarsi dei propri

e giocattoli Le tele di Alessandro Goggioli risplendono di luce propria, in una poeticità tutta da svelare, in quanto portatrice di storie che devono essere lette come scoperte e ri-scoperte: un’archeologia dell’anima e del ricordo in cui grandi e piccoli possono ritrovarsi e sorridere di fronte

alla creazione, all’innovazione o al rinvenimento contemplativo. “Dipinti e Giocattoli”è la personale di Alessandro Goggioli ospitata presso la Sala “Costantini” del Museo Civico Archeologico di Fiesole, che si inaugurerà sabato 19 settembre alle ore 17,30 e sarà visibile

fondamenti e che a volte voltarsi indietro significa riscoprire il mondo con gli occhi innocenti, speranzosi e creativi di un bambino, capace di vedere nel giocattolo tutta la propria essenza e di fare dell’immaginazione un motore costante di creazione e divertimento.


19 SETTEMBRE 2015 pag. 7 Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

S

barca a Firenze (per tutto settembre) la mostra itinerante “Parlando con voi”, liberamente ispirata al libro di Giovanna Chiti e Lucia Covi, patrocinato da AFIP e CNA e dedicato alla storia di trenta fotografe italiane (in origine erano trentaquattro). In un ambiente suggestivo e su grandi schermi raggruppati quattro a quattro, uno per ogni lato dei pilastri mediatici a base quadrata installati, ed uno per ogni autrice fotografa, si susseguono immagini, filmati ed interviste ascoltabili in cuffia. Rimane un poco deluso chi si aspettava le belle stampe fotografiche (d’epoca o recenti) che di solito vengono esposte nelle manifestazioni che parlano di fotografia. Le immagini instabili si susseguono, lentamente o velocemente, vengono guardate ma non lasciano il tempo di essere realmente ”viste” o “lette”. Ovviamente, chi vuole può procurarsi il libro e sfogliarlo per tutto il tempo necessario alla lettura ed alla riflessione. Rimane un poco deluso anche chi si aspettava un taglio “storico” più definito ed omogeneo. Il filo conduttore dichiarato è invece la diversità, il confronto fra esperienze profondamente dissonanti, fra percorsi ed esperienze del tutto inconciliabili. Un accostamento un poco forzato fra donne che “hanno scelto la fotografia come mestiere, passione o espressione artistica” (ma anche, aggiungeremmo noi, come esperienza estetica e testimonianza). Donne che sembrano avere in comune solo la femminilità e la scelta del mezzo ottico/meccanico/ chimico. Un accostamento che evidenzia le differenze fra le autrici, rendendo un poco stridenti ed estranee le diverse personalità e le diverse immagini, accentuando la differenza di statura emotiva e culturale fra le grandi protagoniste della stagione della fotografia “impegnata” e “vissuta” (reportage, documento, impegno sociale), le professioniste del freddo, elegante ed impersonale scatto “mercenario” (moda, pubblicità, industria), ed infine le “artiste” di taglio visuale/ concettuale. In realtà esiste una grande e sostanziale differenza fra chi esplora ad esempio il mondo

Fotografia al femminile dei vinti, come fa Paola Agosti, il mondo degli esclusi come fa Carla Cerati, il mondo dei travestiti come fa Lisetta Carmi, quello delle donne migranti come fa Cristina Omenetto, quello dei conflitti come fa Monika Bulaj, cioè il mondo dell’umanità più vera, come fanno altre brave ed attente testimoni delle realtà sociali presenti nella installazione, e chi fotografa con indubbio gusto e grande abilità tecnica cibi e bevande, abiti e gioielli, facciate ed interni, o chi fotografa con curiosità un poco morbosa le striature del marmo, i giochi di luce, il segno del tempo che passa ciclicamente, trovandovi dei significati nascosti ed indicibili. Rimane indelebile il segno lasciato da donne di grande spessore culturale che hanno scritto pagine di storia della fotografia italiana, avendo praticato, magari anche solo temporaneamente, la fotografia in anni lontani. Come Carla Cerati che da fotografa diventa romanziera, Giulia Niccolai che diventa poetessa, o Lisetta Carmi che fonda un ashram spirituale. Rimarrà sicuramente il segno forte delle fotografe della generazione successiva che aggrediscono la realtà, come il Congo di Martina Bacigalupo, la vita di traverso di Isabella Balena, la bellezza silenziosa di Antonella Monzoni, l’Argentina di Paola Agosti, le donne ed i bambini di Cristina Omenetto, l’intolerance zero di Donata Pizzi, o la Domenica degli italiani di Lori Sammartino. Delle altre professioniste dell’immagine probabilmente rimarrà un segno più labile, qualcuna sarà risucchiata nell’anonimato. Del resto la stessa installazione “Parlando con voi” è una selezione, e molte autrici, anche importanti, storicamente e culturalmente, ne sono rimaste (ingiustamente) escluse. Forse non sono mai state iscritte ad AFIP o CNA, chissà? Ma non bisogna stupirsi delle assenze, si sa che ogni panoramica è forzatamente parziale ed è il frutto di scelte fatte a monte. Se il mondo della fotografia femminile italiana dovesse essere rappresentato in toto, allora forse bisognerebbe iniziare da Elisabetta Furlanetto, dagherrotipista a Torino fino a metà dell’Ottocento. Ma questa, ovviamente, è tutta un’altra storia.


19 SETTEMBRE 2015 pag. 8 Gianni Biagi g.biagi@libero.it di

All the World’s futures-Tutti i futuri del mondo” è il titolo della 56a Biennale d’arte di Venezia. Una mostra policentrica con un titolo polisemico. Ma con un assunto centrale. E’ infatti nel centro del padiglione Centrale dei Giardini il centro su cui ruota la mostra. Dove “Das Capital” di Karl Marx è letto in versione integrale in inglese e dove si susseguono, per i quasi sette mesi della rassegna, eventi e performance. “Reading Capital” è uno dei tre “filtri” attraverso i quali Okwui Enwezor ha deciso di leggere lo stato presente dell’arte mondiale.Gli altri due sono “Garden of Disorder” e “On Epic Duration”. Ma è l’Arena, dove si leggono nella mattina i tre volumi del Capitale e nel pomeriggio si proiettano video, si tengono dibattiti e si svolgono performance, il luogo centrale della rassegna.Una rassegna voluta dal curatore Enwezor come aperta e disponibile a diverse e libere letture per rispondere alla domanda “in quale modo gli artisti,i pensatori, gli scrittori,i compositori, i coreografi, i cantanti e i musicisti possono mediante immagini, oggetti, parole, movimenti, azioni, testi e suoni riunire più pubblici nell’atto del guardare, ascoltare, reagire, partecipare e parlare al fine di scoprire il senso dello sconvolgimento del nostro tempo?” Una domanda alla quale gli artisti di tutto il mondo (alla rassegna partecipano 136 artisti,di cui 86 presenti per la prima volta, provenienti da 53 paesi) hanno provato a rispondere. E la risposta è stata uno sguardo al passato per provare a fare un salto in avanti come dice, in una installazione del Padiglione Italia, Umberto Eco:”In questo vivere nel tempo siamo come l’atleta che per fare un balzo avanti deve fare sempre un passo indietro, se non fa un passo indietro non riesce a balzare in avanti” Non si percepiscono nelle sale dell’Arsenale e nei padiglioni dei Giardini evidenti innovazioni di linguaggio, tensioni decise verso il futuro, capacità di letture non

Il capitale dell’arte

convenzionali. Si legge invece un continuo volgersi indietro, verso l’ “Archeology of the present” come nel padiglione di Israele curato da Tsibi Geva e come nell’installazione di Ivan Grubanov nel padiglione della Serbia dal titolo emblematico “United Dead Nations”. Oppure una lettura del presente come un presente di ansia esistenziale, rappresentato con linguaggi espressivi spesso elementari, se non infantili. Una panoramica che spesso lascia senza emozioni. C’è ancora bisogno di elaborazione, di sentimento, di pensiero collettivo. Questo si percepisce visitando gli splendidi locali dell’Arsenale e dei Giardini. Una panoramica cruda e disarmante della realtà di oggi nella quale spiccano alcune opere del “passato”. Il “MuroOccidentale o del Pianto” di Fabio Mauri (opera realizzata nel 1993) sta con un effetto ammonitore nella prima sala del Padiglione centrale dei Giardini. Pensato per altri drammi e altri pensieri sta oggi, con un effetto che solo le opere d’arte riescono a trasmettere e conservare con il mutare nel tempo, come monolite rappresentativo del dramma di centinaia di migliaia di persone in marcia verso l’Europa.


19 SETTEMBRE 2015 pag. 9 Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it di

M

olto probabilmente la comunità straniera che vanta il legame più antico e più radicato con Firenze è quella britannica. Nel capoluogo toscano hanno vissuto scrittori come John Milton, che qui ha scritto una parte del celebre Paradise Lost; musicisti cone Ethel Smyth; attori come Daniel Day-Lewis. L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma per i fiorentini il il nome più celebre rimane quello di Harold Acton, nato a Firenze, che ha vissuto nella Villa La Pietra di via Bolognese dall’immediato dopoguerra alla morte (1994). Uomo di raffinata cultura, Acton era solito ospitare esponenti del mondo politico e culturale britannico. Fra questi c’era Edward Chaney, un giovane laureato in Storia dell’arte che lavorava come ricercatore all’Università Europea. Nel 1982 il suo lungo soggiorno fiorentino fu allietato dalla nascita di una figlia, Olivia. Tre anni più tardi Chaney dovette lasciare Firenze per trasferirsi a Oxford. Da un fiume all’altro, quindi: la piccola Olivia lasciò la città situata sull’Arno per stabilirsi in quella situata sul Tamigi. Ma negli anni di

Cecilia Chiavistrelli

La mostra itinerante della scultrice Helga Vockenhuber è stata appena inaugurata nel giardino e nello spazio di Villa Bardini che sovrasta la città di Firenze. Le sculture, alcune delle quali di grandi dimensioni, sono già state esposte in altri luoghi della Toscana, selezionati per la loro storia e cultura, come Pietrasanta e Pienza e, dopo un ultimo appuntamento fiorentino, a Palazzo Medici Riccardi, proseguirà per Venezia e per altre città dell’Europa. A Firenze, la scelta del Giardino di Villa Bardini, è stata fatta non solo per le sue caratteristiche storiche, ma anche per la bellezza dello spazio, il delicato equilibrio tra forme architettoniche in perfetta armonia con il verde che circonda la villa, che genera nel visitatore un senso di armonia delle proporzioni tipiche della Firenze rinascimentale.

Fra l’Arno e il Tamigi successivi sarebbe tornata varie volte a Firenze insieme al padre, innamorato della città. Appassionata di musica, la ragazza studia canto, composizione, piano e violoncello. Quindi impara a suonare la chitarra e l’harmonium da autodidatta. La sua affermazione in campo musicale avviene negli ultimi anni. Nel 2010 realizza il primo disco, un EP autoprodotto intitolato semplicemente col suo nome. Intanto si sta mettendo in luce con un’intensa attività concertistica e con varie collaborazioni. Questo impegno viene premiato: nel giugno del 2013

Olivia appare sulla copertina di Froots, la più autorevole rivista di musica folk. Due anni dopo collabora a Shirley Inspired: A Tribute to Shirley Collins (Earth Recordings, 2015), un CD pubblicato per festeggiare gli ottanta anni della grande cantante folk inglese. In questo lavoro compare insieme a numerosi colleghi. Subito dopo esce il suo primo album ufficiale, The Longest River (Nonesuch, 2015). Fra i musicisti che l’accompagnano ci sono diversi collaboratori di vecchia data, come il violinista Jordan Hunt e il batterista Leo Taylor. Opera

stimolante e varia, il disco presenta una musicista capace di fondere le influenze più diverse con una personalità matura. “La Jardinera” è tratta dal repertorio di Violeta Parra (1917-1967), la cantautrice che segnò l’inizio della nueva canción chilena. Di tutt’altro tono è “Blessed Instant”, della jazzista norvegese Sidsel Endresen, che Olivia rilegge con una dolcezza melodica non presente nell’originale. L’artista sfodera la propria perizia vocale in “There’s Not a Swain”, un nuovo arrangiamento della canzone omonima che Henry Purcell scrisse nel 1693. Emergono certe influenze americane, da Joan Baez (“False Bride”) a Joni Mitchell (“Swimming in the Longest River”). The Longest River mette in luce la versatilità di questa promettente artista aperta al mondo: nata a Firenze da madre australiana e padre anglo-olandese, erede della tradizione folk britannica, compositrice innamorata di Bob Dylan e Sandy Denny. Dopo gli artisti emersi fra la fine del secolo scorso e l’inizio del nostro - fra i quali Eliza Carthy, Seth Lakeman, Jim Moray e Jackie Oates Olivia Chaney conferma lo stato di grazia di cui il folk inglese gode ormai da diversi anni.

Helga Vockenhuber a Villa Bardini

L’allestimento delle opere monumentali di Helga Vockenhuber, è stato creato ad hoc per l’ambiente scenografico di Villa Bardini, dove le sculture che rappresentano volti estatici, emblemi, personaggi e fiori, realizzate in bronzo sono collocate in modo tale da interagire con il luogo creando forti emozioni per la capacità di unire

la struttura storica e le scenografie della villa a forme contemporanee senza eccessi, in perfetto rapporto tra scultura e architettura, raggiungendo un effetto molto suggestivo. Giardino di Villa Bardini - Costa San Giorgio 2, Firenze. Fino al 22 novembre Info: www.bardinipeyron. it - 055 2006 6206

Kontemplation 1, 2007, a sinistra il grande giglio del silenzio, 2015.


19 SETTEMBRE 2015 pag. 10 Valentina Monaca valentina.monaca@piccolomoresco.com di

che albeggiano con il rastrello in una mano e la candeggina nell’altra. Perché sì, a Casa Guatemala i bambini non hanno quasi niente, ma hanno una grande dignità, ordine e regole, e una maglietta logora, ma pulita tutte le mattine. Sarà per i pidocchi e per le mani nere e i piedi scalzi e i buchi sui pantaloni rattoppati innumerevoli volte, sarà per quella loro lentezza latina e, al contempo, per la grande energia con cui si arrampicano senza timore su qualsiasi albero e raggiungono la cima. Sarà forse perché, anche se tu su quella cima non ci salirai mai, da lì, a piene mani, puoi toccare il cielo.

A

Casa Guatemala arrivi un giorno qualunque, con tanta voglia di dare una mano e grandi aspettative, e quel giorno, senza che tu avessi mai potuto immaginarlo prima, si trasforma nel giorno in cui rinasci per la seconda volta e diventi il nuovo membro di una grande famiglia. Una famiglia che ti accoglie, numerosa e chiassosa, su un molo, nel bel mezzo del Rio Dulce, e che ti apre il sentiero della selva e ti fa spazio nel suo cuore. Una famiglia che ti fa innamorare e che alla fine amerai follemente e alla quale decidi di legarti per sempre. E io non so se è più per quella capacità che hanno i bambini di spiegarti da dove viene la vaniglia o il cacao, o per l’abilità che hanno nel distinguere un seme di zucca da uno di fagioli, o per come impastano e cuociono su una piastra incandescente le tortitas di farina di mais, o se è per come trasformano un pezzo di cocco in orecchini e anelli dopo averlo aperto, pelato, pulito e modellato con le sole mani… o se è per l’odore di terra umida, di fango e acqua stagnante, o per le scimmie che urlano a tutte le ore del giorno e della notte, o per tutti quegli insetti mai visti in certa parte di mondo. O se è per le aule senza lavagna e per le sedie di legno senza spalliere, cadute sotto il peso del tempo e di generazioni di bambini che son passati dalla scuola di Casa Guatemala. O per quei giorni che a volte cominciano senza acqua nelle docce, o per quelli in cui l’acqua non smette di cadere dal cielo ed è la benvenuta per riempire d’acqua i galloni d’emergenza. Magari è per il ripasso delle ferite a fine giornata e per il momento topico della distribuzione di cerotti, acqua ossigenata e pomata per i funghi. O per il piatto di riso e fagioli neri di ogni giorno, e di ogni pranzo, e ogni cena e ogni colazione… Sarà forse per le notti oltremodo buie, perché non c’è nessuna luce oltre quella della luna e delle stelle, e per i giorni

A piene mani Massimo Cavezzali cavezzalicartoons@hotmail.com di

Scavezzacollo

Casa Guatemala è un’Associazione Non Governativa che ha come obiettivo la protezione l’alimentazione, l’assistenza sanitaria e l’istruzione di più di 250 bambini, tra i 3 e i 16 anni, con situazioni familiari fra le più disparate: alcuni sono orfani, molti abbandonati, altri abusati o provenienti da famiglie disagiate che non possono sostenerli economicamente. Casa Guatemala non riceve nessun sostegno economico da parte delle Stato guatemalteco. È completamente indipendente e si sostiene grazie alle donazioni di privati e fondazioni private di varie parti del mondo che credono fortemente nel lavoro di questa associazione. Chiunque volesse sostenere Casa Guatemala può farlo con un versamento libero sul conto di Casa Guatemala Spagna oppure con un’adozione a distanza. Sul sito www.casaguatemala.es nella sezione Apadrinamientos (Adozione a distanza) sarà possibile ottenere tutte le informazioni utili. CASA GUATEMALA Spagna IBAN: ES93 0075 1380 4907 0208 0076 BIC/SWIFT: POPUESMM Banco Popular Español Pol. Ind. Cabezo Beaza – Cap 30395 Cartagena- Spagna Chi fosse interessato a un’esperienza di volontariato presso Casa Guatemala potrà contattare Valentina Monaca valentina. monaca@piccolomoresco.com per maggiori dettagli.


19 SETTEMBRE 2015 pag. 11 Michele Morrocchi twitter @michemorr di

I

l paradosso della vicenda che ha visto Fiat, ora FCA, contrapporsi ai sindacati ed in particolare la FIOM sta nel fatto che nel momento in cui l’azienda esce dal sistema confindustriale e si fa un contratto di lavoro per sé, per la prima volta nella sua storia aziendale, diventa l’elemento trainante dell’intero sistema delle relazioni industriali italiane. Questo è uno dei punti che il libro di Paolo Rebaudengo, Nuove Regole in fabbrica (il Mulino 2015), affronta raccontando la vicenda che, dalla fabbrica di Pomigliano, ha portato la fabbrica torinese a creare un nuovo modello di rapporto con i sindacati e i lavoratori. Una delle tesi del libro, per tornare al paradosso, è che la FIAT neanche con la marcia dei 40.000 aveva mai davvero cambiato regole e liturgie del confronto sindacale e che soltanto la vicenda Marchionne Landini ha smosso un moloch tutto italiano. Paolo Rebaudengo non è un soggetto neutro della vicenda essendo stato per anni il direttore delle relazioni industriali di FIAT e il suo è un racconto dichiaratamente di parte. Proprio questo lo rende, forse, ancora più utile. Perché la vicenda FIAT è stata letta dalla grande stampa spesso in modo strumentale (di entrambe le parti a differenza di quanto afferma l’autore per il quale tutta la stampa sarebbe stata schierata con la FIOM) e mai nel merito delle vicende. Tuttavia il libro, pur essendo molto utile agli addetti ai lavori, è pensato anche per un pubblico più vasto perché indaga quello che molto probabilmente sarà lo scenario, quanto meno di confronto, tra lavoratori e imprese. Il dato di partenza infatti del libro e della vicenda viene posizionato non in un bisogno di risparmi e di contrazione dell’occupazione ma dal bisogno di FIAT di diventare un soggetto globale. Per farlo, l’organizzazione del lavoro, era e resta un elemento imprescindibile a partire, dice l’azienda, dalla misurabilità e comparabilità dai dati della produzione. Insomma la globalizzazione entra in fabbrica, pesantemente, ridefinisce uno dei terreni di scontro classici tra capitale e lavoro: l’ufficio tempi e metodi. Da questo oltre che da

Oltre Marchionne e Landini un bisogno di risposte quasi in tempo reale dell’impresa alle sollecitazioni di mercato discende la riforma delle relazioni industriali che diventano da accessorio delle risorse umane, parte integrante delle strategie di investimento dell’impresa e del gruppo internazionale. Su questo il confronto coi sindacati e con un certo sindacato in particolare non può essere più distante. E’ distante per cultura e, verrebbe da dire, per dimensione di riferimento. Non è un caso che la battaglia da sindacale si sposti quasi subito sul piano legale, dove le fortune dell’azienda sono molto meno certe che in fabbrica e, va detto, tra i lavoratori che hanno sempre approvato i vari accordi. Dunque un sindacato che, da parte aziendale, viene visto come Francesco Cusa info@francescocusa.it di

Classico esempio di tronfio sfoggio, di operazione di maquillage fine a se stessa questo “Operazione U.N.C.L.E.” di Guy Ritchie, regista che avevamo apprezzato, soprattutto nei due film su Sherlock Holmes. Ispirato alla nota serie televisiva americana “Operazione: U.N.C.L.E.”, il film è un pastrocchio stucchevolmente comico, interpretato maldestramente dalla coppia Cavill/Hammer alla disperata caccia di modelli: la naturale classe di Curtis e Moore non è mercificabile (i ragazzoni ci provano in tutti i modi, ma, nonostante il contesto pregevole, si manifestano affanni, impacci e civetterie di infimo ordine). La cornice tuttavia è straordinaria: la ricostruzione degli ambienti d’epoca lascia davvero senza fiato, e tutto, dai gadget ai costumi, è tripudio visivo, citazione colta e raffinata. Ma al di là di tali leccornie, ben poco rimane. Al netto di ciò che pertiene alle oramai classiche operazioni di “reboot”, la sceneggiatura di “Operazione U.N.C.L.E.” si rivela scontata e altrettanto banali i colpi di scena. Si ha la sensazione di sfogliare un

un elemento non capace di capire i tempi attuali della produzione ma attaccato soltanto al diritto e alla sua funzione politica generale. Senza sposare in pieno la tesi aziendale (il sindacato deve essere anche agente politico/sociale e il conflitto esiste e dunque va governato) appare evidente una difficoltà esplicita del movimento sindacale a entrare in contatto in primis con gli strumenti culturali di questi tempi, apparendo come legato a logiche e manifestazioni non più rispondenti al proprio

scopo sociale e finendo in alcuni casi, come quello della FIOM, a far sembrare prevalente l’aspetto politico orizzontale su quello della difesa e dello sviluppo dell’occupazione e della qualità del lavoro. Non sono però lesinate critiche anche alle organizzazioni datoriali in particolare Confindustria, dalla quale FIAT per firmare un proprio contratto è costretta ad uscire, vista comunque come un elemento conservativo e ritardante del processo di espansione del gruppo. Un libro interessante, infine, per la sua visione di prospettiva; perché lo scenario che si intuisce al termine di questa stagione vertenziale in FIAT è un modello sul quale si discuterà nei prossimi anni, un modello fatto di meno rappresentanza nazionale, di maggiore contrattualità aziendale, forse di contratti unici di “cornice” e di un nuovo rapporto tra aziende e sindacati fatto meno di principi e più di tecnicalità e dell’espansione di rapporti e interlocutori internazionali. Trovarsi pronti a questa stagione, da ambo i lati, sarà utile alle imprese e ai lavoratori.

Uncle pastrocchio stucchevole

giornaletto insomma, la trama è poco più che un orpello, tutto è confezione, involucro, cazzeggio epidermico. Il problema è che non siamo dal barbiere e neanche a casa, con a disposizione un bel telecomando per portare avanti certe consumate scene. Dispiace davvero, perché la mano registica di Ritchie è notevole, ma una “spy story” deve possedere determinati requisiti di fascinazione che non possono essere relegati sullo sfondo di una caciaronata fracassona, per quanto ben con-

fezionata. Avviso ai lettori: siamo ben distanti dal pregevole “Kingsman - Secret Service”. Ciò detto, rechiamo una speranza nel cuore, corroborata dai pochi, sparuti spettatori in sala; tale speme suggerisce che difficilmente ci sarà spazio per un sequel, a dispetto delle evidenti intenzioni. Con questo ghigno ci accomiatavamo, nella notte settembrina infestata dall’assordante cicala, ieri, nel giorno del Signore, mercoledì, 3 settembre 2015.


19 SETTEMBRE 2015 pag. 12 Roberto Mosi mosi.firenze@gmail.com di

E

nrico Guerrini, giovane e affermato pittore fiorentino, propone un accattivante appuntamento con il tema dei Tarocchi, carte che possiedono, come è noto, una particolare ricchezza di simboli legata alle arti divinatorie. Possiamo ammirare i frutti di questa passione nella Mostra, dal titolo “I Tarocchi del Cuculia”, appena inaugurata al caffè letterario Cuculia, elegante locale – con servizio di ristorante - dell’Oltrarno fiorentino, via dei Serragli 3/r (orario dalle 17 in poi, chiuso il lunedì), che rimarrà aperta fino al novembre 2015. Nei Tarocchi s’incontrano il tema del mito, della magia, della meraviglia per il succedersi delle stagioni dell’uomo, dell’eterna lotta del male e del bene; tutte queste sono, e sono state, fonti preziose per l’ispirazione e per la ricerca iconografica del nostro autore, con le quali si misurano la sua formazione ormai solida d’illustratore, di scenografo, costruita con prove tutte di grande impegno: dalla Commedia di Dante, a Dottor Faust di Goethe e di Busoni, dal Flauto magico di Mozart, a Shakespeare, per citare solo alcune delle prove più note. “Accanto a questa bravura tecnica – sottolinea con vigore il critico Mario Bencivenni – le opere di Enrico Guerrini mostrano ancora una sensibilità e una capacità d’immaginazione e di fantasia fuori dal comune, e spiegano come gli sia concesso di entrare in maniera stupefacente dentro i segreti della musica e della poesia”. Merita a questo riguardo citare la sua partecipazione al progetto “Dipingendo Bach” con il violoncellista Luca Provenzani e la collaborazione con le perfomances del poeta fiorentino Roberto Mosi. Nella composizione pittorica delle carte s’incontrano tutte queste valenze impresse ad alta voce nei colori e nelle forme che si abbracciano, e si scontrano, creano sentieri disseminati di stupore, dove possono trovare respiro le nostre ansie di vivere. Al centro del giro di carte che ci sono offerte, troviamo più volte

I Tarocchi di Guerrini la figura dell’Arcano Maggiore, il Matto, una figura intrigante e problematica che Enrico ci offre nelle sue plurime possibilità d’interpretazione. Forse il buffone di re Lear, capace di seminare dubbi, di mettere in discussione decisioni, certezze, autorità, l’ordine precostituito; forse il mago-artista che solleva il velo della follia attraverso scherzi e risate liberatorie. I quadri di Enrico Guerrini dalle pareti del Cuculia, ci coinvolgono in questo gioco, ci attraggono e ci confondono, ci turbano nelle nostre sicurezze e nella nostra ricerca di sicuri approdi in questa epoca così tormentata. Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it a cura di

Manifesto pubblicitario di un ”Premiato Stabilimento a vapore per la fabbricazione di paste alimentari Raffaello Bellocci” ora non più né attivo né rintracciabile, che operava a Prato, che, viene specificato, si trova in Toscana, come se all’epoca non si conoscesse questa città, forse non ancora abbastanza famosa per il cardato né per i, molto successivi, invadenti e prolifici cinesi. Il manifesto porta specificato che il prodotto ha ricevuto la medaglia d’oro all’Expo del 1900, quella di Parigi per chi non lo sapesse, ed è verosimilmente databile nei decenni successivi. Rossano riferisce che uguali uguali ad esso erano i fogli per incartare il prodotto. Qualcuno si ricorderà che nel secolo scorso la pasta era venduta “sciolta”, senza cioè il pacchetto di cartone,molti negozi di alimentari la conservavano in splendidi mobili di legno con cassetti dalla faccia di trasparente vetro. L’immagine illustra i vari formati disponibili definiti da numeri che permettono di cercarne i nomi nella laterale legenda; nomi deliziosi ed impagabili per le memorie che suscitano. La nonna perle sue minestrine leggere amava le “stelline” e per il brodo riteneva irrinunciabili i “semi di mela”, proprio non sopportava “la grandinina soda”.Tempo fa un post sui Social, in risposta agli allarmi per la meningite ,riportava la foto di

Dalla collezione di Rossano una minestrina “ già sono morti

Bizzarria degli oggetti

7 anziani e nessuno ne parla”. La cinica ironia medica allude alle ben note morti “ab ingestis” di anziani con problemi neurologici di deglutizione. Della pasta che dire? Sciocchezze aneddotiche. Risulta che nel 1957 uno sporadico buontempone inglese abbia realizzato per la BBC un documentario sulla raccolta primaverile degli spaghetti, nel mezzogiorno d’Italia. Risate a non finire quando arrivarono i primi turisti a chiedere degli alberi in questione per partecipare alla mitica raccolta.... Marinetti nel Manifesto della Cucina Futurista accusa la pasta di imbastardire l’italico, ipotizzato e nobile, “spirto guerrier “e ne auspica la totale abolizione. Scoperto il rivoluzionario al Biffi di Milano alle prese con la orodistruzione di un ottimo piatto di spaghetti comparve l’ode “Marinetti dice Basta, abolita sia la pasta. Poi si scopre Marinetti che divora gli spaghetti!” Non pensate nemmeno per un secondo che non esista un Museo della pasta, ben due ne ho trovati il più importante a Roma, manifesti e foto e locandine di film sul tema vi imperano


19 SETTEMBRE 2015 pag. 13 di

Mario Cantini

F

ra Fiesole e Leonardo da Vinci il rapporto non è limitato, come comunemente si crede, solo al tentativo del volo umano dal Monte Ceceri. Leonardo a Fiesole abitò per un periodo e vi acquistò vari terreni agricoli. Nell’Archivio Capitolare di Fiesole (XXVI- Ricordi e partiti dal 1504 in avanti) il canonico verifica le proprietà del Vescovo di Fiesole, elencate nel catasto del 1427. Fra queste risulta ”un pezzo di vigna posto nel popolo della Canonica detta, luogo detto la fonte (confini:) a primo m.o (mastro?) Leonardo da verso (da man dritta), in 2° via, in 3° vedova di Filippo detto Chavallina, in 4° Matteo di Biagio da Fiesole, lavorala Betto di Iacopo. Hanno vino barili 3”. A margine il canonico annota: “non si possiede; non è altro che la terra sopra alla fonte sotterra et ancora si chiama la vigna”. La posizione di questa vigna, situata sul colle di sant’Apollinare, fa supporre che il Leonardo confinante fosse il maestro da Vinci, e che il suo podere fosse situato all’incirca nella zona delle Vie Mari e Sant’Apollinare. Un’altra osservazione interessante è che in quel luogo nasce, riversandosi sul lato del Mugnone, il fosso oggi chiamato Fossataccio, attualmente non più visibile perché intubato. Ebbene, tale fosso ancora nel 1800 veniva chiamato fosso di Barbigi, nome che potrebbe fare riferimento a quello del Barbiga in cui Leonardo si recò osservando il volo del cortone e nei cui pressi era forse il suo podere. È certo comunque che Leonardo, tornato a Firenze nel 1503, investe il denaro guadagnato a Milano in due pezzi di terra a Fiesole. Il primo acquisto risale al 13 luglio 1503. Benedittus olim Dini del Berretta vendidisse a Francesco Eufrosini (de Lamole) canonico fesulano de Florentia rector ecclesia santi Lutii in Plantavigna, valles Arni superiori infrascripta bona: unum petio terre laboratorie ed olivate stariorum septem vel circam positum in populo canonice Fesularum comitatus Florentie, loco dicto “al piano di sancto Pulinari” et propre oratorium Santi Apulinaris de Fesulis, cui I e II menias alias muris Fesularum, III heredem Perozii del Maza, vioctolo mediante,

Leonardo e l’insipienza del vino di Fiesole

A sinistra Capitani di parte Guelfa. Piante di popoli e Strade, 1580/1590. Popolo della Canonica viene indicata la strada che porta alla vigna di Leonardo “partesi di su la piazza di Fiesole larga braccia 5 e ⅓ (circa 2,70m) per S.Maria Primerana e la podesteria lunga braccia 800 (circa 400m) et finisce a S.to Polinari et alle mura di Fiesole larga braccia 6 (circa 3 m). Sopra il luogo dove era situata, nella di Borgunto a Fiesole la Vigna di Leonardo

a IV heredum Bettini scarpellini sive ser Bernardo ser Baronis […]. Unde hodie […] prefatus dominis Franciscus Eufrosini vendidit Leonardo de ser Petri de Vincio […] superscriptum petium terre e bona. Bobo

Il secondo acquisto avviene l’11 ottobre 1503: Nobilis vir Ghaleazius olim Francisci de Sassettis […] vendidit Leonardo ser Petri de Vincio […] unum petium terre laboratorie et

cum una cava di pietre […] positum in populo canonice Fesularum in loco dicto “in sul piano di santo Apolinari” de Fesulis starorium trium con dimidium alterius starii et cui a I dicti Leonardi, a II via, a III muro rum Fesularum, a IV via. I due terreni sono quindi contigui e formano un’unica proprietà. In entrambi i casi si trattava di appezzamenti piuttosto piccoli, poco più di mezzo ettaro (10 staiora e mezzo, di circa mq. 525 l’uno) di terra arativa, con olivi e piante oltre a una cava. Nel 1515 Leonardo si trasferisce in Francia alla corte di Francesco I. Mentre è in viaggio, il fattore del podere di Fiesole gli ha fatto pervenire un campione della nuova svinatura ancora fresca di mosto. Leonardo lo assaggia; è un vinello senza corpo, che durante il viaggio è diventato aspro come l’aceto. Scrive quindi al suo castaldo: Da Milano a Zanobi Boni, mio Castaldo Li 9 Xbre 1515 Non furono secondo le espettatione mie le quattro ultime caraffe et ne ho auto rammarico. Le vite de Fiesoli in modo migliori allevate, furnire devriano all’Italia nostra del più ottimo vino, come a ser Ottaviano”. Sapete che dissi etiamdio che sarebbe a cuncimare la corda quando posa in el macignio con la maceria di calcina di fabriche o muralia demoliti, et questa assiuga le radicha; e lo stelto e le folie dall’aria attranno le substantie convenienti alla perfezione del grappolo. Poi pessimamente alli di nostri facemo il vino in vasi discoperti, et così per l’aria fugge l’exentia in el bullimento, et altro non rimane che un umido insipiente culorato dalle bucine et dalla pulpa; indi non si muta come fare si debbe di vaso in vaso, et percioché viene il vino inturbidato et pesante nei visceri. Conciosiacosaché si voi ed altri faciste senno di tali raggioni, berremo vino excellente. M.N.D vi guardi Leonardo Leonardo suggerisce miglioramenti per la coltivazione della vite e per la produzione del vino, anticipando, anche in questa materia, gli accorgimenti che saranno applicati nel futuro. Un vino cattivo è tutto ciò che ha reso il podere di Fiesole; un buon consiglio e una preziosa ricetta è tutto ciò che lui può dare ai suoi eredi nel lasciare per sempre l’Italia.


19 SETTEMBRE 2015 pag. 14 di Monica Innocenti innocentimonica7@gmail.com

Foto Ilaria Sabbatini

N

on è un caso che per Marcantonio Lunardi, documentarista e video artista lucchese apprezzato anche al di fuori dei patri confini, sia stata coniata la definizione di “militante poetico della videoarte italiana”. Lo stile raffinato e riconoscibile, la cura per i dettagli, la consapevole combattività di uomo impegnato politicamente e la sensibilità di artista critico del suo tempo, lo hanno portato a profonde riflessioni sull’uso perverso dei mezzi di comunicazione di massa propedeutico all’esercizio del potere oltre che sulla gamma infinita di ripercussioni che le nuove tecnologie hanno sulla vita sociale degli individui. “Anthropometry 154855” arriva dopo un’attenta sperimentazione di nuovi orizzonti disciplinari e rappresenta il suo ultimo contributo ai nostri sforzi di rapportarci con l’universo con cui ci dobbiamo quotidianamente confrontare. Il titolo richiama le antropometrie di Yves Klein e il 154855 è il numero di matricola con cui il regista ha schedato il protagonista del suo film e che lo accompagnerà fino alla ...definitiva archiviazione. Un processo di “riduzione a numero” del singolo teso a sopprimere le libertà individuali e a cancellare la personalità e il diritto al libero arbitrio. Il nazismo (ovvero “la dittatura” per antonomasia) e il suo mostruoso apparato repressivo, sono il perfetto esempio di un’organizzazione sociale basata sulla discriminazione (politica, etnica, religiosa) che cerca nella scienza un fondamento teorico ad una ideologia malsana. L’antropometria, oltre che logico supporto degli studi antropologici, è stata spesso usata come pretesto per una differenziazione (in superiori e inferiori) pseudo-scientifica delle razze umane. Le armi con cui Lunardi affronta queste problematiche sono quelle della narrazione per ellissi e di un appropriato uso della metafora; così testimonianze d’archivio, memorie storiche, assetti socio-politici passati e contemporanei, mutazioni antropologiche e uso di mezzi espressivi diversi (video, fotografia, libro d’artista), concorrono all’articolazione di un discorso stratificato, nel quale la memoria e il valore testimoniale

L’uomo ridotto a numero

del passato ci conducono ad una profonda riflessione sul presente. Esaminando nel dettaglio il percorso espositivo, il video ci trasporta in un’atmosfera allucinata dove fatti e personaggi, svincolati da qualsiasi dimensione spazio-temporale, si trasformano in simboli di alienazione, prodotto Spela Zidar spelazidar@yahoo.com di

Dejan Bogdanovic, artista serbo-croato, che ha scelto Firenze come il luogo prediletto dell’ispirazione e creazione della sua arte. Pittore, capace di cogliere l’eterno scambiarsi tra Eros e Thanatos utilizzando forme e colori. Nelle sue opere le sagome umanoidi emergono dall’oscurità per materializzarsi nei toni più chiari e leggeri, nel regno della luce, caos perfetto dove la parola “Fine” in sé non può sopravvivere. Nella mostra The Lightness of Rebirth alla Galleria fiorentina Artedove l’artista presenterà un percorso dalle sue opere storiche a quelle nuovissime nelle quali la forma sembra allontanarsi dal vero e dare ampio campo alle emozioni. Il percorso che il critico Massimo Innocenti descrive: “Nella raccolta, il lavoro, lo sguardo di Dejan Bogdanovic non preclude ad una conclusione, ma incarna la personalità fatta anima di un remoto corpo. Astrarre per Dejan non è solo una combinazione

finale di quel processo di spersonalizzazione e annientamento cui il titolo fa riferimento. I libri d’artista invece, traducono in codice binario cinque storie  di deportati nei campi di concentramento: solo l’accesso al sito Anthropometry. (interazione tra passato, presente e futuro ed

ennesima testimonianza dell’inarrestabile invadenza dei processi di digitalizzazione), un database che funziona come traduttore, consentirà al visitatore la transcodifica delle cinque vicende. Anthropometry” è in Mostra fino al 18 ottobre alla Galleria Passaggi, in via dei Garofani, 4 a Pisa.

L’eterno Eros e Thanatos

matematica e neppure una visione unicamente spirituale, ma è una convergenza di sensazioni. Un luogo dove l’opposizione del reale si confronta con l’essenza stessa della materia. Da una parte una visione, una scelta, un vissuto che diventa punto di partenza, dall’altra, contemporaneamente, penetra nella sua vera presenza, che è l’assenza

di ogni immagine riconoscibile, ma visibile attraverso i significati dei colori. Quell’alfabeto sensoriale che produce linee, forme e luci solo attraverso una realtà più ampia e lontana dal vero, ma dentro ad esso”. Ed è proprio questo alfabeto sensoriale che permette allo spettatore una ampia lettura delle opere di Dejan e consente molteplici interpretazioni, tante quante le personalità diverse, che spalanca le porte tra definito ed indefinito tra finito e infinito mantenendo la creazione e l’arte in costante movimento, fisica ma allo stesso tempo mutevole con tante sfumature di colori, luci e sensazioni.


19 SETTEMBRE 2015 pag. 15

Scottex

Aldo Frangioni presenta L’arte del riciclo di Paolo della Bella

L’opera “Corna d’autore” è già stata venduta. Eventuali nuovi acquirenti possono fare richiesta all’artista che si sta adoperando a realizzare “Multipli di corna” con tiratura illimitata.

Scultura leggera Fabrizio Pettinelli pettinellifabrizio@yahoo.it di

La Commissione per la Toponomastica del Comune di Firenze, istituita nel 1911 e tuttora esistente, ha fra i suoi compiti d’istituto quello di armonizzare le denominazione delle strade e delle piazze, scegliendo per ogni zona un grande tema al quale attingere (fatte ovviamente salve alcune eccezioni e generalmente salvaguardando la toponomastica preesistente): musicisti a San Iacopino, pittori e scultori alle Torri, regioni italiane alle Piagge, città gemellate a Villamagna, fiori e piante all’Isolotto e via dicendo. Per il quartiere del Campo di Marte si scelsero personaggi, date e luoghi legati al Risorgimento, avendo come punto di partenza il Viale dei Mille, nome che aveva assunto nel 1910 il vecchio Viale Militare. Purtroppo il Risorgimento fiorentino era già stato abbondantemente saccheggiato per la toponomastica della zona centrale della città (da Ricasoli a Ridolfi, dal Ventisette Aprile a Dolfi) e si dovette quindi ripiegare verso altri lidi, dimenticando alcuni concittadini, mancanza alla quale cerco di rimediare in questa sede. In allegato alla Gazzetta Ufficiale del 12.11.1878 compare “l’elenco alfabetico comprendente tutti i componenti la spedizione dei Mille di Marsala, compilato sulla scorta dell’Elenco pubblicato nel 1864 dal Ministero della Guerra, del prospetto dei pensionati fra i

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Viale dei Mille

Fiorentini garibaldini Mille di Marsala e delle notizie fornite dalla varie autorità del Regno. (…) In seguito per rilascio delle autorizzazioni a fregiarsi della medaglia decretata dal Consiglio civico di Palermo il 21 giugno 1860 per gli sbarcati a Marsala, (…) fu proceduto ad una generale inchiesta informativa durante l’anno 1877 e il corrente, e tale lavoro, portato al maggior possibile compimento, viene ora pubblicato nel seguente elenco alfabetico”. In quell’elenco ci sono sei fiorentini: Vincenzo Agri (nato nel 1833), Ferdinando Borgognini (nato nel 1838, calzolaio), Cesare Augusto Cipriani (nato nel 1839, scritturale), Ireneo Prex (nato nel 1835, impiegato ai cantieri di Livorno), Cesare Scheggi (nato nel 1833, barbiere) e Giovanni Topi (nato nel 1831, facchino). Per quanto nelle successive campagne garibaldine siano stati presenti oltre a loro molti altri fiorentini, questi sei furono senz’altro quelli della prima ora, quelli che si imbarcarono a Quarto, sbarcarono a Marsala e combatterono a Calatafimi. Nei sette anni successivi alla spedizione, il fotografo milanese Alessandro Pavia, girando

l’Italia in lungo e in largo, riuscì a rintracciare e a fotografare quasi tutti i partecipanti alla Spedizione dei Mille e riunì le foto in un album del quale esistono ancora alcune copie (ne potete trovare anche una on-line, appartenente

al Museo del Risorgimento “Luigi Musini” di Fidenza, link): le foto di quattro dei sei fiorentini, ritratti in “pose artistiche”, sono presenti in quell’album e sono arrivate fino ai giorni nostri. Onore alle nostre “camicie rosse”.


lectura

dantis

19 SETTEMBRE 2015 pag. 16

Disegni di Pam Testi di Aldo Frangioni

Canto V

Dante trova i lussuriosi avvolti in un gran vento, fra questi un noto cavaliere Un gruppo s’ avvolgea nel suo belato col vento che all’inferno non si placa condannati per avere male amato. Ci vidi uno con la faccia opaca, capelli finti e volto di cerume, infuriato di star nella cloaca. Perché sto coivolto nel marciume? Ho liquidato sempre le mie donne. Pago pur qui, se esco da sto’ fiume Ma che peccato è seguir le gonne? Ho fatto tutto come per balocco, Certo, che non piacevammi le nonne, presi perciò l’ infante del Marocco. Qui mi c’ha messo un giudice corrotto ma presto fuggirò dallo scirocco.


Besides, in all religions thisenconcept, clearly expressed: «Do notobra do ni con Francia. Apreciada 2011 en known Italia,as lo the será“golden tambiénrule”, en elismundo entero, porque esta unto you would not want others tode dolaunto hablaothers de luz,what del nacimiento, de la trayectoria vida,you». de lo incógnito: el misterio y la oscuridad que rodean la muerte. Nos indica también que todos venimos de la misma tierra y que tenemos que Dear Anish, dear friend, we support you and art! amarla. Lorenzo, Mario, Maurizio and the entire team of Galleria Continua

in

giro

Anish Kapoor se convierte en el blanco de quienes no aman las diferencias. ¡El arte es una fuerza libre! ¡El arte es atemporal, no existe el arte del pasado ni el del presente, existe el arte! La historia del Cette oeuvre de Anish Kapoor est universelle, elle n’a rien à voir avec le Roi, la Reine, Versailles ou la arte no es arte, es memoria. France. en 2011 en Italie,de elle le sera aussi dans monde entier, carculturas, cette oeuvre parle dey El arteApprécié es el fruto más preciado toda la humanidad yaleque permite a las a los hombres laalumière, de laexpresar naissance, ducantidad parcoursde desentimientos la vie, de l’inconnu: le mystère etmiles l’obscurité entourant la las mujeres una profundos, millones, de millones, y muchos mort. Elle nous indique que nous tous venons de la même terre et que nous devons l’aimer. más por descubrir, un poco como todas las estrellas del universo, del que no se conoce el fin.

19 SETTEMBRE 2015 pag. 17

Betty Woodman

Dal 19 settembre il Museo Marino Marini ospita una mostra personale di Betty Woodman a cura di Vincenzo de Bellis. In oltre sessanta anni di carriera - 45 dei quali passati vivendo a metà tra New York e Antella, frazione di Bagno a Ripoli -Woodman ha esposto i propri lavori in alcuni dei musei e dei contesti più prestigiosi, dal Metropolitan di New York a Palazzo Pitti. Negli anni, attraverso un lavoro che invoca e al tempo stesso sfida gli elementi tradizionali dei ceramisti

italiani, l’artista americana ha saputo reinventare fantasiosamente il concetto stesso di ceramica, trovandole collocazione personale e fortemente autoriale all’interno del panorama dell’arte contemporanea. Non a caso la sua produzione più recente - gli ultimi 15 anni di lavoro, finestra temporale su cui si concentra la mostra - ha svolto un ruolo fondamentale per almeno una generazione di giovani artisti, che ne ha colto l’approccio sperimentale seppur osservante della tradizione.

El arte no tiene fronteras, no tiene religión, no tiene raza, no tiene sexo, no tiene perfección, no Anish devient expresa la cible de qui n’aiment les différences. tieneKapoor pretensiones, la ceux humanidad y ¡vivirápas hasta que el último hombre viva! L’art est une force libre ! contra el arte lo único que hace es reforzarlo, hace que la conciencia Cualquier tipo de violencia L’art est détaché temps,aún il más n’existe d’art du passé ou duson présent, l’art fundamentales existe, tout humana crezca paradu desvelar que elpas arte, el amor y la amistad necesidades simplement ! L’histoire de cuales l’art n’est pas de l’art, c’est la mémoire. e indestructibles sin las la humanidad no existiría. L’art est le fruit le plus précieux de toute l’humanité, qui permet à chaque culture, à chaque Nos han enseñado a tener miedo de la diversidad simplemente para crear en nosotros una necesidad: homme, à chaque protegidos femme, d’exprimer une o quantité sentiments profonds, des millions, des milliards la de sentirnos por alguien por algode para que sea más fácil aceptar el control y, como et d’autres à découvrir, consecuencia, el poder. un peu comme toutes les étoiles de l’univers dont on ne connaît pas la fin. L’art n’a pas de frontières, pas de religion, ni de race, ni de sexe, il n’a pas de perfection, de En cambio, amar las diferencias nos permite crecer, entender a los demás para así entendernos ni mejor prétentions, il est une expressionSer de diferentes l’humanité et jusqu’à ce le le dernier homme vivra a nosotros mismos y evolucionar. esvivra fundamental. ¿Aque quién gustaría tener a su! lado Toute violence l’art ne faitlaque le renforcer, elle fait grandir la conscience humaine pour faire una copia de sícontre mismo para toda vida? ressortir encore plus que l’art, l’amour ettodas l’amitié sont des besoins fondamentaux et indestructibles, ¿Podéis imaginar un mundo de personas idénticas? sans l’humanité n’existe pas. Pueslesquels entonces... ¡que vivan todas las razas, todas las religiones, las diferencias! On appris à avoir de la différence pour créer nous maestra un besoinpodemos : celui d’être Al nous igual aque ocurre conpeur los colores, gracias aseulement sus diferencias y a suen fusión gozar protégés, chose, desería façonamarillo, à ce qu’il soit plus facile d’accepter le contrôle de millonesdedequelqu’un, matices; de de quelque no ser así, ¡todo rojo y azul! et, conséquent, le pouvoir. Nospar podemos expresar, pero siempre respetando a los demás. En aimer les différences permet de grandir, comprendre l’autre pour mieux se comprendre Y revanche, además este concepto se expresa claramente en de todas las religiones: “No hagas a los demás lo que soi-même etque évoluer. Être différents est fondamental. Qui voudrait vivre toute une vie avec la no quieres te hagan a ti”. copie de soi-même ? Parvenez-vous à imaginer un monde d’individus tous identiques ? Donc : viveAnish, toutes les races, toutes les religions, vive les différences ! ¡Querido querido amigo,vive estamos contigo y con el arte! Comme pour les Maurizio couleurs,y c’est grâce à leurs différences et à leur fusion intelligente que nous Lorenzo, Mario, todo el equipo de Galleria Continua pouvons profiter de millions de nuances ; dans le cas contraire, tout serait jaune, rouge et bleu ! Il est possible de s’exprimer, mais toujours en respectant l’autre. Pourtant, ce concept est clairement exprimé dans toutes les religions : « Ne fais pas aux autres ce que tu ne voudrais pas qu’on te fasse ». 卡普尔的这件作品具有普世性,它与国王和王后,凡尔赛或者法国无关。2011年,在意大利它曾被视为荣 耀,在世界上其他国家也同样应该被欣赏,因为它诉说着光、新生、生命之路,以及围绕死亡的神秘而朦胧 Cher Anish, cher ami, nous sommes tous avec toi et avec l’art ! 的未知世界。它也启示我们都来自同一个地球,我们必须热爱它。 Lorenzo, Mario, Maurizio et toute l’équipe de Galleria Continua 安尼施·卡普尔成为了那些反对多样性的人群攻击的靶子。 Anish Kapoor ‘Dirty Corner’ (2011) installation at Cattedrale della Fabbrica del Vapore, Milano, Italy 艺术是自由的力量! 艺术是永恒的;没有过去的艺术,也没有现在的艺术,只有艺术本身!艺术的历史不是艺术,而是关于它的 This work by Anish Kapoor is universal; it hasnon nothing to doawith King con or the Queen, with Versailles Questa opera di Anish Kapoor è universale, ha niente che the vedere il Re, la Regina, 纪念。 or beanche just as throughout the world, this o艺术是人类最有价值的“产物”。所有文化的男男女女藉由艺术表达出大量的深厚情感,有数百万,数十 laFrance. Francia,Appreciated apprezzata in nel2011 2011ininItaly, Italia,itlowill sarà nelliked mondo intero, perché questabecause opera parla work speaks of light, of birth, of life’s journey, of the unknown: the mystery and darkness that della luce, della nascita, del percorso de la vita, dell’incognita: il mistero e l’oscurità che circonda la 亿,以及尚未被发现的情感种类,就如同宇宙星辰一样繁多,永无止尽。 surround It also tells us that we all come the sameeplanet and thatamarla. we have to love it. morte. Ci death. indica anche che tutti noi veniamo dalla from stessa terra che dobbiamo 艺术无国界无宗教,不分种族和性别,不存在完美,亦没有假象。艺术是人类的表达工具,并将在这个星球 上留存,直至人类灭亡。 becomesbersaglio a targetdi for wholedislike diversity. Anish Kapoor diventa chithose non ama differenze. 任何反艺术的暴力行为不会得逞,反而会使其变得更为强壮。它使得人类的良知不断成长,从而揭示了艺 Art is aèfree force!libera! L’arte una forza 术、爱与友谊才是坚不可摧的基础,没有了它们,人类将不复存在。 Art is timeless; there is no art of the past nor of the present, there is only art! La Thestoria history of art L’arte non ha tempo, non esiste l’arte del passato o del presente, esiste l’arte! dell’arte 我们一直被教育养成一种对多样性的恐惧感,从而在内心建立起一个需求:对他人保护的需求,它可能是来 is自某人,或某事,所以我们能更轻易的接受被控制,而结果就是强权。 not art, it’s remembrance. non è arte, è memoria. Art is the most valuable “product” of all mankind, one that allows all cultures, all ogni men and allad women L’arte è il frutto più prezioso dell’umanità tutta che permette ad ogni cultura, ad uomo, ogni 另一方面,对多样性的热爱能够让我们成长,理解他人以助于更好的了解自己,和进步发展。与众不同是至 to express a large quantity of deep feelings, millions, billions, others discovered, a donna, di esprimere una quantità di sentimenti profondi, milioni,and miliardi, ed yet altrito dabe scoprire, un po’ 关重要的。谁会希望身边的人都跟自己完全一样呢?你能想象这样分不出彼此的世界吗? bit like all the stars in the universe, of which we know no end. come tutte le stelle dell’universo del quale non si conosce la fine. 所以,不同种族万岁,不同宗教万岁,多样性万岁! Art hasnon no borders, no religion, race, nonon gender, no perfection, no pretentions; art expresses L’arte ha frontiere, non hano religione, ha razza, non ha sesso, non ha perfezione, non ha 这个道理跟色彩一样:正是因为它们的差异和巧妙融合,我们才得以享受无穷无尽的色彩渐变,否则,一切 mankind and it will l’umanità survive until the fino lastaman will be on this planet! pretese, esprime e vivrà quando l’ultimo uomo vivrà! 都将是黄色,红色和蓝色! Any acts of violence against art do nothing but make it stronger, allowing human conscience to Ogni violenza contro l’arte non fa che rinforzarla, fa crescere la coscienza umana per svelare ancora 我们都可以自由地表达自己,但同时要始终尊重别人。 grow order to reveal more that love and friendship are basic and senza indestructible needs di piùinche l’arte, l’amore,even l’amicizia sono art, bisogni fondamentali e indistruttibili, i quali l’umanità 另外,在所有的宗教中,“己所不欲,勿施于人”这个理念被广泛称作是“黄金法则”。 without which mankind would not exist. non esiste. We have insegnato been taught to be paura afraiddella of diversity within us: the need to be Ci hanno ad avere diversità only solo to percreate creareainneed noi un bisogno: quello di essere 亲爱的安尼施,亲爱的朋友,我们支持你,支持艺术! protected, someone, from something, so that it facile would accettare be easier for us to accept control and, protetti, dafrom qualcuno, da qualcosa, in modo che sia più il controllo, e di conseguenza 洛伦佐,莫瑞西欧,马里奥和常青画廊整个团队 power. ilconsequently, potere. Loving diversity, on the other hand, allows us to grow, to understand in order better Invece amare le differenze permette di crescere, di capire l’altro per others meglio capire seto stessi ed understand ourselves and to evolve. Being different is crucial. would diwant an exact copy evolvere. Essere differenti è fondamentale. Chi vorrebbe accantoWho la copia se stesso tutta la of next to them entire life? Italia Can imagine a world where all human beings are vita? Riuscite ad immaginare untheir mondo di essere tuttiyou identici? Viathemselves del Castello 11 53037 San Gimignano (SI), identical? Quindi: viva tutte le razze, viva tutte le religioni, viva le differenze! Tel. +39.0577.943134 | info@galleriacontinua.com So: long the different longdifferenze live the different religions, long live diversity! Come perlive i colori, è grazieraces, alle loro e alla loro sapiente fusione che possiamo gioire di Just like colours: is thanks#8503, totutto their differences and their blending that we canChina enjoy millions milioni di sfumature; altrimenti giallo, rosso eskilful blu! Dst. Dashanzi 798 ArtitDistrict 2 sarebbe Jiuxianqiao Road Chaoyang 100015 Beijing, of otherwise, everything be yellow, red and blue! Ci sishades; può esprime, ma sempre con ilwould rispetto dell’altro. Tel. +86.1059789505 | beijing@galleriacontinua.com.cn We are all free to ourselves, but always respectingespresso: others as«Non we do so.agli altri ciò che non Eppure in tutte le express religioni questo concetto è chiaramente fare Besides, in all known as the “golden rule”, is clearly expressed: «Do not do 46, rue de la religions Ferté 77169 Boissy-le-Châtel, France vorresti fosse fattoGaucher, a this te». concept, unto others you not want others to do unto you». Tel. +33 (0)1what 64 20 39would 50 | lemoulin@galleriacontinua.fr Caro Anish, caro amico, siamo con te e l’arte! Aguila deMario, Oro Dear Anish, dearMaurizio friend, we support you di and art! Continua Lorenzo, e tutto il team Galleria Rayo 108, Barrio Chino and de La Habana, Lorenzo, Mario, Maurizio the entire Cuba team of Galleria Continua

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Esta obra de Anish Kapoor es universal, no tiene nada que ver con el Rey, con la Reina, con Versalles Cette Anish Kapoor est en universelle, rien à voir avec le Roi, la Reine, Versailles la ni con oeuvre Francia.de Apreciada en 2011 Italia, lo elle serán’atambién en el mundo entero, porque esta ou obra France. en 2011 en Italie, elle le sera aussi monde entier, car cette oeuvre parle de habla deApprécié luz, del nacimiento, de la trayectoria de ladans vida,lede lo incógnito: el misterio y la oscuridad la lumière, naissance, parcours de la vie, de l’inconnu: l’obscurité entourant la que rodeandelalamuerte. Nosdu indica también que todos venimosle demystère la mismaet tierra y que tenemos que mort. Elle nous indique que nous tous venons de la même terre et que nous devons l’aimer. amarla.

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Anish Kapoor devient la cible ceux qui les différences. se convierte ende el blanco den’aiment quienes pas no aman las diferencias. L’art estesune libre ! ¡El arte unaforce fuerza libre! L’art est dunotemps, d’art dudel passé ou duexiste présent, l’artLa existe, tout ¡El arte es détaché atemporal, existeileln’existe arte delpas pasado ni el presente, el arte! historia del simplement ! L’histoire de l’art n’est pas de l’art, c’est la mémoire. arte no es arte, es memoria. Instagram Twitter YouTube Facebook L’art le fruto fruit más le plus précieux de toute l’humanité, quipermite permeta àlaschaque culture, à chaque El arteest es el preciado de toda la humanidad ya que culturas, a los hombres y https://www.youtube.com/GALLERIACONTINUA /galleriacontinua @galleriacontinua @GContinua homme, à chaque femme,una d’exprimer une quantité de https:/ sentiments profonds, desde millions, desymilliards a las /www.facebook.com/galleriacontinua mujeres expresar cantidad de sentimientos profundos, millones, miles millones, muchos https:/ http://instagram.com/galleriacontinua /twitter.com/GContinua et d’autres à découvrir, un peu comme toutes les étoiles de l’univers dont on ne connaît pas la fin. más por descubrir, un poco como todas las estrellas del universo, del que no se conoce el fin. L’art n’anopas de fronteras, frontières,no pas de religion, race, ni de n’a pas de perfection, ni de El arte tiene tiene religión, ni node tiene raza, nosexe, tiene ilsexo, no tiene perfección, no prétentions, il est une expression de l’humanité ethasta vivra que jusqu’à ce que le dernier tiene pretensiones, expresa la humanidad y ¡vivirá el último hombre viva!homme vivra ! Toute violence contre l’art ne fait que le renforcer, elle fait grandir la conscience humaine pour faire Cualquier tipo de violencia contra el arte lo único que hace es reforzarlo, hace que la conciencia ressortir encore plus que l’art, etel l’amitié sont des besoins fondamentaux et indestructibles, humana crezca para desvelar aúnl’amour más que arte, el amor y la amistad son necesidades fundamentales sans lesquels l’humanité e indestructibles sin lasn’existe cuales lapas. humanidad no existiría. On nous a appris àaavoir peur de de la différence seulement pourpara créer en nous un besoinuna : celui d’être Nos han enseñado tener miedo la diversidad simplemente crear en nosotros necesidad: protégés, de quelqu’un, de quelque chose, de algo façon à ce qu’il soit plus facile d’accepter le contrôle la de sentirnos protegidos por alguien o por para que sea más fácil aceptar el control y, como et, par conséquent, le pouvoir. consecuencia, el poder. aimer différences decrecer, grandir,entender de comprendre l’autre pour se comprendre En revanche, cambio, amar lasles diferencias nospermet permite a los demás para asímieux entendernos mejor soi-même évoluer. Être différents est fondamental. Qui voudrait vivre toute une viea avec la a nosotroset mismos y evolucionar. Ser diferentes es fundamental. ¿A quién le gustaría tener su lado copie de soi-même ? Parvenez-vous à imaginer un monde d’individus tous identiques ? una copia de sí mismo para toda la vida? Donc : vive toutes races, vive toutes les religions, vive les différences ! ¿Podéis imaginar un les mundo de personas todas idénticas? Comme pour les couleurs, à leurs différences et àlas leur fusion intelligente que nous Pues entonces... ¡que vivanc’est todasgrâce las razas, todas las religiones, diferencias! pouvons profiter millions de nuances ; dans le cas contraire, seraitmaestra jaune, rouge et bleu ! Al igual que ocurredecon los colores, gracias a sus diferencias y tout a su fusión podemos gozar Il est possible de s’exprimer, maisasí, toujours en respectant l’autre. de millones de matices; de no ser ¡todo sería amarillo, rojo y azul! Pourtant, ce concept clairement exprimé dansa toutes les religions : « Ne fais pas aux autres ce Nos podemos expresar,est pero siempre respetando los demás. que tu neeste voudrais pas qu’on te fasse ». Y además concepto se expresa claramente en todas las religiones: “No hagas a los demás lo que no quieres que te hagan a ti”. Cher Anish, cher ami, nous sommes tous avec toi et avec l’art ! Lorenzo, Mario,querido Maurizioamigo, et toute l’équipe de Galleria ¡Querido Anish, estamos contigo y con Continua el arte! Lorenzo, Mario, Maurizio y todo el equipo de Galleria Continua Questa opera di Anish Kapoor è universale, non ha niente a che vedere con il Re, la Regina, Versailles o la Francia, apprezzata nel 2011 in Italia, lo sarà anche nel mondo intero, perché questa opera parla 卡普尔的这件作品具有普世性,它与国王和王后,凡尔赛或者法国无关。2011年,在意大利它曾被视为荣 della luce, della nascita, del percorso de la vita, dell’incognita: il mistero e l’oscurità che circonda la 耀,在世界上其他国家也同样应该被欣赏,因为它诉说着光、新生、生命之路,以及围绕死亡的神秘而朦胧 morte. Ci indica anche che tutti noi veniamo dalla stessa terra e che dobbiamo amarla. 的未知世界。它也启示我们都来自同一个地球,我们必须热爱它。 Anish Kapoor diventa bersaglio di chi non ama le differenze. 安尼施·卡普尔成为了那些反对多样性的人群攻击的靶子。 L’arte è una forza libera! 艺术是自由的力量! L’arte non ha tempo, non esiste l’arte del passato o del presente, esiste l’arte! La storia dell’arte 艺术是永恒的;没有过去的艺术,也没有现在的艺术,只有艺术本身!艺术的历史不是艺术,而是关于它的 non è arte, è memoria. 纪念。 L’arte è il frutto più prezioso dell’umanità tutta che permette ad ogni cultura, ad ogni uomo, ad ogni 艺术是人类最有价值的“产物”。所有文化的男男女女藉由艺术表达出大量的深厚情感,有数百万,数十 donna, di esprimere una quantità di sentimenti profondi, milioni, miliardi, ed altri da scoprire, un po’ 亿,以及尚未被发现的情感种类,就如同宇宙星辰一样繁多,永无止尽。 come tutte le stelle dell’universo del quale non si conosce la fine. 艺术无国界无宗教,不分种族和性别,不存在完美,亦没有假象。艺术是人类的表达工具,并将在这个星球 L’arte non ha frontiere, non ha religione, non ha razza, non ha sesso, non ha perfezione, non ha 上留存,直至人类灭亡。 pretese, esprime l’umanità e vivrà fino a quando l’ultimo uomo vivrà! 任何反艺术的暴力行为不会得逞,反而会使其变得更为强壮。它使得人类的良知不断成长,从而揭示了艺


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19 SETTEMBRE 2015 pag. 18

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

D

opo gli onori tributati agli eroi deila missione sulla luna degli astronauti della navicella spaziale “Apollo” torniamo sulla terra ed occupiamoci della questione degii “indiani e del tabacco”. Sin dal lontano XVII secolo i tabaccai europei utilizzavano queste sculture in legno dipinto per pubblicizzare le loro mercanzie. Io ho incrociato per la prima volta questo tipo di “indiano” in una strada del centro di Manhattan. All’epoca ignoravo “la sua” storia ma sono rimasto colpito dalla “fierezza” del volto e ho deciso di immortalarlo. Un amore a prima vista. Mi ero riproposto di fare una ricognizione a giro per la città ma poi, come succede spesso in questi casi, non sono riuscito a dare un seguito al mio desiderio. All’inizio, a spingere i negozianti all’utilizzo di questo “landmark” per pubblicizzare i prodotti da fumo era la necessità di informare i possibili clienti che all’epoca erano per la maggior parte analfabeti. I tratti del viso erano “africani” e per questo venivano chiamati anche “Black Boys” o “Virginians”. Col passare del tempo i lineamenti divennero più precisi e nel 18° secolo i tratti si trasformarono in qualcosa che era decisamente più simile a quello che era il vero volto dei “nativi” americani.

NY City, agosto 1969


Cultura commestibile 137