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redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.culturacommestibile.com www.facebook.com/cultura.commestibile direttore simone siliani

redazione gianni biagi, sara chiarello, aldo frangioni, rosaclelia ganzerli, michele morrocchi, barbara setti

progetto grafico emiliano bacci

Con la cultura non si mangia

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N° 1

Ieri ho passato la giornata in Rai a Roma, ci sono cosĂŹ tante cose da fare

Guelfo Guelfi, consigliere Rai no profit

Potere operaio editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012


Da non saltare

12 SETTEMBRE 2015 pag. 2

Simone Siliani s.siliani@tin.it di

G

iunti a tre quarti dell’ultimo lavoro di Tomaso Montanari, “Privati del patrimonio” (Einaudi, 2015) si viene presi da sconforto: non c’è salvezza per il nostro patrimonio culturale, stritolato nella morsa fra lo sfruttamento privatistico favorito da una politica insipiente, culturalmente succube della metafora petrolifera con la quale si pretenderebbe cavare soldi dallo sfruttamento della risorsa, e una normativa – contraddittoria e stratificata – che dalla Legge Ronchey ad oggi, ha sempre più declinato la “valorizzazione” in termini economici. Per quanto il concetto, insieme a quello di “tutela”, abbia trovato sistematizzazione negli articoli 3 e 6 del Codice dei Beni Culturali, attribuendone la competenza legislativa concorrente alle Regioni (insieme alla promozione e organizzazione delle attività culturali). Nonostante il modello italiano sia caratterizzato, nell’ambito di una potestà legislativa esclusiva allo Stato in materia di tutela dei beni culturali, dal ruolo centrale attribuito a organismi con competenze tecnico-scientifiche (le soprintendenze di settore e speciali), Montanari presenta un quadro di progressivo e inesorabile arretramento dello Stato dalla funzione di tutela, conoscenza e promozione del patrimonio che la Costituzione gli assegna. La “fuga dallo Stato” secondo la felice definizione di Sabino Cassese: un circolo vizioso che ha spinto lo Stato a ricorrere a soggetti esterni a fronte della crescente contrazione delle risorse pubbliche assegnate al settore (tendenza comune a tutti i maggiori paesi europei ad iniziare dai primi anni Novanta) e della incapacità della macchina pubblica ad adempiere al proprio mandato costituzionale. Ma questa scelta ha portato ad indebolire ulteriormente i soggetti pubblici i quali, proprio di fronte all’ingresso dei privati nella gestione del patrimonio culturale, avrebbero dovuto potenziare le proprie competenze di indirizzo e controllo. Le concessioni, infatti, richiedono procedure di evidenza pubbliche e bandi di gara in cui è il pubblico a dover stabilire le condizioni (non sono economiche, ma soprattutto tecnico-qualitative) cui concedere la gestione, criteri di merito (di nuovo, non solo di convenienza economica) attraverso i quali selezionare le proposte di gestione, ma anche contratti di servizio che regolano i rapporti tra le amministrazioni cui i beni appartengono e i concessionari delle attività di valorizzazione (art.115,

Patrimonio

pubblico o privato?

co.5, d.lgs.42/2004). Questi dovrebbero comprendere “i contenuti del progetto di gestione delle attività di valorizzazione ed i relativi tempi di attuazione, i livelli qualitativi delle attività da assicurare e dei servizi da erogare, nonché le professionalità degli addetti”. In base a queste previsioni, le inadempienze degli obblighi ivi contenuti oltre alle sanzioni stabilite in convenzione, comportano “a richiesta delle amministrazioni cui i beni appartengono, la risoluzione del rapporto concessorio e la cessazione, senza indennizzo, degli effetti del conferimento in uso dei beni” (art.11, co.6). Tutto ciò implicava, se si fosse voluto perseguire coerentemente quel modello, potenziare qualitativamente le strutture pubbliche, non certo dismetterle o indebolirle, al solo fine di ridurne l’incidenza del costo sulla spesa pubblica. Così non è avvenuto e, anzi, i contratti di servizio e gli altri strumenti sono stati concepiti per lo più come fastidiosi adempimenti burocratici, standardizzati e deposti in un cassetto senza vivere durante l’espletamento del servizio. Questo ha fatto il gioco – e non escludo che sia stato anche ad arte perseguito – di soggetti privati miopi che hanno ritenuto erroneamente che avere un concedente pubblico più debole avrebbe intralciato meno la propria mission che è ritenuta – ancora impropriamente – essere solo quella di determinare il maggior margine economico possibile di profitto. In molti casi questi privati pretendevano di avere maggiori competenze del pubblico, considerato complessivamente inefficiente: talvolta non a torto, anche se il libro di Montanari si occupa poco

delle pessime performance in termini tanto di tutela quanto di valorizzazione del patrimonio di molti soggetti pubblici. Ma più spesso il privato si è rifiutato, per pregiudizio anti-pubblicistico, di riconoscere nell’apparato pubblico competenze diverse che potevano bene integrarsi con le proprie, in una virtuosa esperienza di partenariato. D’altra parte è vero anche l’opposto, cioè che scarsa attitudine alla collaborazione si è spesso registrata da parte pubblica, per lo speculare pregiudizio verso il privato o per incapacità ad adattare il proprio ruolo a cambiamenti profondi in corso nella domanda culturale o anche soltanto ad introdurre innovazioni in un modo atavico di condurre musei o luoghi di cultura. E’ anche vero, però, che ci sono stati casi positivi, soprattutto nei musei più piccoli o meno interessanti economicamente e in istituzioni culturali diverse. Penso soprattutto alle biblioteche di pubblica lettura che negli ultimi 15-20 anni hanno conosciuto uno sviluppo e un miglioramento enorme nel servizio e fruizione proprio grazie ad investimenti pubblici, gestioni miste e collaborazione pubblico-privato. O a musei, ritenuti poco interessanti dal punto di vista economico nei quali proprio attraverso nuove attività di valorizzazione afferenti all’accessibilità, all’educazione, all’intrattenimento, alla comprensibilità del museo stesso e delle opere, realizzato in collaborazione con associazioni terze e comprendendo nuove professionalità e crescita del capitale umano, si sono realizzati impressionanti processi di miglioramento della fruizione pubblica. Sarebbe di grande interesse un lavoro di Montanari dedicato a questi casi, il lato luminoso della situazione italiana, che in questo libro trovano uno spazio solo nel penultimo capitolo “Un altro privato”. Fatto è, però, che il “modello” (se di ciò possiamo parlare) italiano della gestione del patrimonio caratterizzatosi da un forte coinvolgimento del privato nella gestione del settore culturale (molto più di quanto avvenuto in altri paesi europei, come Francia, Spagna e Germania), può dirsi complessivamente fallimentare. Il libro di Montanari è un florilegio di episodi – tragici e tragicomici – di resa del pubblico, di spoliazione dei diritti pubblici a favore di interessi privati sul patrimonio, di banalizzazione, volgarizzazione del suo utilizzo. La sua analisi, fondata su elementi empirici, è condivisibile: si è persa la

funzione costituzionale che la Repubblica (dunque, non solo lo Stato, ma anche Regioni, Comuni, Province e Città Metropolitane) deve svolgere di tutela del patrimonio storico e artistico della Nazione e di promozione della cultura, pretendendo di utilizzarlo ai soli fini dello sviluppo economico (ah, il petrolio) ma, di fatto, consentendo di beneficiarne essenzialmente ad un numero limitato di soggetti privati, dimenticando il complesso del patrimonio, anche quello “minore” che tale non può essere considerato per il solo fatto di essere meno economicamente remunerativo. Invece, in questa chiave viene letta e interpretata la normativa che si è venuta stratificando, con effetti contraddittori, dagli anni ‘90: il fenomeno della grandi mostre commerciali negli edifici storici, episodi (il Colosseo) e norme sulla sponsorizzazione, concessioni e utilizzi privatistici di musei e monumenti, fondazioni e finanza di progetto attraverso i quali soggetti privati sottraggono al controllo e alla finalità pubblica la fruizione dei beni culturali, alienazioni di parti del patrimonio. Fino alla recente (e, dunque, non presente nel libro) introduzione generalizzata del silenzio/ assenso nell’operare della Pubblica Amministrazione e quindi anche in ciò che attiene ai beni culturali. Ha ragione Montanari quando scrive che nella sovrapposizione nell’immaginario collettivo fra museo e centro commerciale “il problema non è la presunta desacralizzazione dell’arte, il problema è il tipo di società che stiamo costruendo: la mercificazione non fa male alle opere d’arte, che ci guardano impassibili e possono permettersi di attendere tempi più umani. No, la mercificazione del patrimonio culturale fa male a noi: che passiamo veloci e non possiamo attendere quei tempi”. Montanari ci invita a respingere la dottrina dell’ineluttabile deriva privatistica del patrimonio, la tatcheriana TINA, There Is No Alternative, il cui esito fatale è la rinuncia ad ogni autonoma politica culturale pubblica. Ci invita, come Dossetti, a non avere paura dello Stato, a confidare nella possibilità di mantenere il patrimonio culturale pubblico con soldi pubblici. Personalmente concordo con questa prospettiva: non è vero che le risorse scarseggiano per questo scopo, è una questione di scelte politiche, di priorità. L’Italia spende per la cultura l’1,1% del suo bilancio, mentre la media UE è


Da non saltare

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il 2,2%; la Francia è al 2,5% e l’Olanda al 3,5%: non sono percentuali da capogiro; sarebbero possibili nell’arco di una legislatura programmando un ritorno progressivo all’investimento in cultura, disinvestendo per esempio sulla difesa. E’ solo se lo Stato investe in cultura che anche i privati saranno incentivati a farlo, perché avranno la chiara percezione che questa è una priorità per il paese; mentre il disinvestimento pubblico dà la plastica immagine di un settore marginale nel quale lo Stato chiede al privato di sostituirlo. “Ma, allora - legittimamente potrebbe rispondere il privato - se vuoi che mi sostituisca a te pubblico, non puoi pretendere di dirmi come i miei soldi devono essere spesi; devi lasciarmi mano libera di far fruttare i miei soldi. Se, invece, pretendi di dettarmi norme e regole e di usare i miei soldi come fossero i tuoi, allora devi completamente detassare i soldi che ti regalo”. Ma così non avviene perché la logica “petrolifera” della cultura ha fatto breccia non solo nel discorso della politica (a destra come a sinistra), ma anche nell’opinione pubblica: “se la cultura è il nostro petrolio, cioè da sola è in grado di produrre ricchezza, pur che la si sfrutti, perché metterci soldi pubblici, quelli della fiscalità generale? Piuttosto siano più bravi i politici a ‘valorizzarla’ economicamente; ci mettano soldi i privati e chi se ne frega se lo fanno per farci soldi e per utilizzarli a fini privatistici!” Sospetto che non sia vero quello che dice Montanari quando sostiene che le erogazioni liberali vanno al rallentatore perché i beni culturali sono un business per i privati: penso, al contrario, che ciò avviene perché i privati hanno la chiara percezione del disinteresse e del disimpegno pubblico e quindi che lo Stato non darà valore ai soldi che loro potranno investire in un settore considerato marginale. Ma la prospettiva di Montanari (+ Stato, - mercato) si scontra con problemi di modello e organizzativi. Ricostruire una presenza del pubblico in questo settore non è solo questione di stanziamenti di bilancio. Occorre una riorganizzazione complessiva del pubblico che opera nel settore (dunque, non solo lo Stato centrale, ma anche le istituzioni territoriali) e, soprattutto, ricostruire una forte e autorevole struttura tecnica e non solo nelle Soprintendenze. Questo trovo sia un limite del lavoro di Montanari: ritenere che solo lì stia il sapere, le capacità e lo snodo per la presenza pubblica nel settore, dimenticando che la maggior parte dei musei italiani e dei monumenti storici è di proprietà

Una riflessione-recensione dell’ultimo libro di Tomaso Montanari

comunale; che le Regioni hanno importanti competenze legislative e amministrative (quest’ultime anche nei Comuni). Ricostruire le capacità del pubblico di governare il settore implica un grandioso investimento nel capitale umano, che comunque non si realizzerà in un fiat. E, inoltre, perché dovremmo rinunciare totalmente a competenze ed esperienze che si sono formate in questi anni nel settore privato? Ecco, nel libro, un altro grande assente è la professionalità, il capitale umano, le imprese che hanno investito e innovato in prodotti e processi nel settore culturale. Tutto questo esiste e non è giusto ignorarlo. Allora il punto non è far piazza pulita, con una sorte di furore iconoclasta di tutto ciò che è privato; bensì ridefinire la governance della gestione del patrimonio culturale nella quale la funzione pubblica e le istituzioni che la incarnano devono tornare autorevolmente al centro. In questa nuova governance deve esserci un ruolo, dignitoso e rispettoso della sua missione che è la sostenibilità economica dell’impresa, per il privato. Che è fatto di tanti diverse tipologie: profit e no profit, impresa tout-court e impresa sociale, associazionismo e professionisti. A tutti questi occorre chiedere qualità e investimenti di medio-lungo periodo, in cambio di possibilità di ritorni economici reali. E vi possono essere strumenti in cui pubblico e privato possono trovare forme virtuose di collaborazione. Ad esempio, le fondazioni non sono necessariamente il passpartout per per scalzare il pubblico dal proprio ruolo. In un passaggio Montanari parla della trasformazione in fondazione del museo di Casa Buonarroti a Firenze: quello è stato lo strumento (peraltro obbligatorio per legge) attraverso il quale è entrato il Comune di Firenze

nella gestione del precedente ente morale. La legge statale imponeva due soluzioni, la trasformazione in un ente di ricerca dell’Università (ma né quella di Firenze né altre intendevano assumersi, insieme all’onore, anche l’onere economico della gestione) oppure in fondazione. Questa seconda opzione ha consentito l’ingresso quale “socio di riferimento” del Comune, insieme al Ministero, per garantire la sopravvivenza e lo sviluppo del museo. Anche la Fondazione Palazzo Strozzi nasce come risposta ad una crisi: Firenze Mostre, una società per azioni a prevalenza pubblica, diventata fonte di debito continua per il Comune che ne era l’azionista di riferimento. Una situazione insostenibile. In quegli anni (ero assessore alla cultura di Firenze dal 2000 al 2006) investimmo ingenti risorse per rendere agibile a fini espositivi (giacché non lo era e vi si operava in deroga alle norme vigenti) il piano nobile di Palazzo Strozzi e la “Strozzina” per l’arte contemporanea. Dovevamo quindi dotarci di uno strumento gestionale efficiente, a guida pubblica e con finalità pubbliche giacché avrebbe gestito un bene pubblico e avrebbe dovuto svolgere una funzione di pubblico interesse, ma allo stesso tempo coinvolgere soggetti privati perché la ricaduta anche economica sulla città poteva avere un significato positivo. Lo statuto della Fondazione, costituita nel 2006, rispondeva a questo schema, nonché a quanto prevedeva la normativa italiana per questi strumenti: un ruolo dominante dei soggetti pubblici nella complessa governance della Fondazione, attraverso la composizione dell’organo di indirizzo e in quello preposto al controllo. Tuttavia, come per ogni strumento, è la sua vita concreta e le specifiche scelte di rappresentanza degli enti negli organi che ne determina gli esiti effettivi. Senza voler entrare nel merito delle scelte compiute dalla Fondazione, credo che non si possa negare che anche grazie a questo strumento oggi Palazzo Strozzi è un centro vivo di esposizioni, di attività culturali, conosciuto e forse meglio compreso da fiorentini e turisti di quanto non lo fosse quando era inagibile e poco frequentato. Si può fare di meglio? Certamente. Poteva farlo il pubblico da solo? Non credo, ma in ogni caso spettava al pubblico agire in quanto azionista di riferimento di Firenze Mostre e titolare del Palazzo. Deve il soggetto pubblico svolgere in modo più determinante il ruolo guida che lo Statuto gli attribuisce? Credo proprio di sì. Ma il problema non sta nello strumento, bensì in chi e come

interpreta la funzione pubblica che nella Fondazione sarebbe preminente. D’altra parte l’evoluzione nella gestione di musei e beni culturali in altri paesi europei negli stessi anni, ci dimostra come sia possibile innovare profondamente il settore, dotandosi di strumenti più flessibili e coinvolgendo i privati, senza per questo perdere il controllo pubblico. E’ il caso della Francia che procede ad una progressiva autonomizzazione dei musei nazionali attraverso la loro trasformazione in établissementes publics administratifs, cioè enti pubblici amministrativi dotati di personalità giuridica di diritto pubblico e creando la Réunion des musées nationaux, trasformata nel 1990 in ente pubblico economico, che gestisce i proventi delle attività economiche dei musei nazionali.Oppure la Germania, dove sono i Länder a fare la politica culturale senza scandalo o nocumento dell’immagine nazionale e dei beni culturali, sviluppando formule gestionali diverse, come le fondazioni di diritto pubblico o privato o le imprese comunali (simili alle nostre imprese speciali) sottoposte però a un forte controllo pubblico che si esplica anche in specifici modelli di governance. O ancora la Spagna dove, come in Germania, vi è un forte ruolo delle autonomie locali nella gestione dei musei e nella definizione delle politiche culturali, anche in questo caso trasformando i musei da enti pubblici in organismi, pur sempre prevalentemente pubblici, dotati di ampia autonomia gestionale e finanziaria. L’Italia ha seguito invece strade più confuse, contraddittorie, con normative sovrapposte e non sempre coerenti; ma in generale senza riconoscere autonomia ai musei (mantenendoli così soggetti alla sempre cangiante organizzazione del Ministero) salvo il timido inizio con il decreto “Valore Cultura” che mantiene al Mibact le risorse derivanti dagli introiti dei musei senza farli transitare dal Tesoro; aprendo ai privati ma senza mantenere un forte governo pubblico e senza favorire forme di finanziamento privato in forma di facilitazioni fiscali. Così rimaniamo senza guida solida e prospettiva chiara, fra la Scilla e la Cariddi di un coinvolgimento non sorvegliato dei privati che taluni aborriscono e altri vedono come la panacea di ogni male. Comunque arretrati rispetto ad altri paesi europei che hanno individuato e perseguito coerentemente una propria strada, un modello nel quale i soggetti pubblici sono protagonisti e non dei comprimari o, peggio, delle deboli comparse.


riunione

di famiglia

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Le Sorelle Marx La prova della moviola è stata impietosa: il rigore c’era e, siccome era fallo da ultimo uomo, il giocatore si è meritato il cartellino rosso. Laszlo ha protestato con veemenza contro l’arbitro, pretendendo che l’attaccante avversario avesse in realtà simulato di aver subito il fallo... sì, insomma che si era tuffato in area. “Le solite astuzie da attore consumato del campo di calcio”, pare abbia sostenuto il difensore ungherese, rivolgendo all’arbitro qualche epiteto irriferibile. Espulsione e provvedimento disciplinare per il difensore ungherese, che dovrà stare lontano dai campi per due anni. Il rigore è stato calciato dal giocatore della nazionale serba (oriundo tedesco) Angel Merkelbaum e la partita si è conclusa con la vittoria dei balcanici per 1 a 0, sul campo di Roezske, al confine tra Serbia e Ungheria. L’eroe (negativo) di questa metaforica partita è Petra Laszlo, fotoreporter della rete televisiva locale N1TV, vicina al partito di estrema destra Jobbik. Che tristezza assistere ai filmati in cui ripetutamente Petra Laszlo falcia impietosamente profughi serbi in

Fallo da ultimo bambino fuga, un padro con un bambino, un ragazzino... Eppure, se Petra era così appassionata di calcio, avrebbe potuto ispirarsi a ben altri calciatori magiari. Per esempio a quel Laszlo Kubala che, dopo una prima convocazione in Nazionale, emigra in Cecoslovacchia nel 1946 per evitare il servizio militare. Senza dimora né denaro, viene accolto con entusiasmo dallo Slovan Bratislava: László si allena, gioca, vive in simbiosi con il pallone. Nel 1948 è costretto al rientro in patria per svolgere il servizio militare; ma il clima imposto dal nuovo regime comunista spinge László a cercare un’altra via di fuga: riesce a salire clandestinamente su un camion diretto verso l’Italia. Giunto in Lombardia (dove nessuno all’epoca gli disse “a casa loro!”), Kubala chiede di potersi allenare con la prima squadra della Pro Patria, che lo accoglie a braccia aperte. Ma i problemi legali e diplomatici con il suo paese natio continuano comunque a

perseguitarlo: non potrà scendere in campo con la Pro Patria a causa di un divieto impostogli dalla FIFA e dalla Federazione magiara. Allora Kubala fonda una sorta di Nazionale parallela chiamata Hungaria, composta solo da giocatori esiliati. È il 1950 e, dopo qualche amichevole disputata dall’Hungaria, Kubala entra in contatto con i dirigenti del Barcellona e del Real Madrid. Accetta la proposta della società blaugrana che rende László il giocatore più pagato, fino ad allora, nella storia del club. Potrà giocare solo un anno dopo, al termine del divieto impostogli dalla FIFA e dalla Federazione ungherese.I tifosi lo hanno votato come “giocatore del secolo” nell’anno del centenario (1999). Gli hanno fatto una statua davanti al Camp Nou. Nessuno invece dedicherà mai una statua a Petra Laszlo, ma può darsi che il ragazzino serbo che lei ha “sgambettato” diventi campione del mondo di calcio, un giorno, nella nazionale tedesca.

I Cugini Engels

Lo Zio di Trotzky

Di sicuro nonno Bonifazi è stato uno strenuo resistente toscano (anche se a contare tutti i nonni partigiani che si trovano sui social network non si capisce come i fascisti avessero potuto prendere il potere in Italia), meno sicuro è quanto affermato dal nipote, attuale tesoriere del PD, che dice che il nonno avrebbe preferito vedere le case del popolo in mano al PD piuttosto che alla fondazione degli ex Ds. Difficile dirlo, ogni trasformazione di quello che fu il PCI si è portata dietro uno strascico sul patrimonio che ha travalicato spesso i meriti politici. Anche nel passaggio dai DS al PD la cosa si è trascinata e si trascina ancora e se il giovane tesoriere deve giocare la carta dei sentimenti, il ricorso al nonno partigiano, è segno che dall’altra parte argomenti politici e/o economici non hanno fatto effetto. Anche perché la controparte si chiama Ugo Sposetti uno che, ogni anno, va alla tomba di Togliatti a rendere omaggio all’anniversario della morte: a uno così è più facile che anche nonno Bonifazi avrebbe finito per dar ragione.

Era una sera di tardo ottobre sulla panchina di piazza della Passera, piena gauche della Rive gauche fiorentina: Vieri, Lapo e Vanni fumavano stancamente sigarette di tabacco parlando di come si viva bene a Berlino, anche se l’Hertha non ha lo stesso fascino della Fiorentina. Ecco che però arriva Neri tornato in città dopo un mese di Kreuzberg (lui dice per lavorare come fotografo, in realtà in ferie a fare le foto con i filtri di Instragram) che sbotta: “Facciamo una rivista. Culturale, alternativa, fuori dal coro, contro tutti e tutto. Una roba di nicchia che si trova solo nei locali di via de Benci e in tre posti in Oltrarno”. “Bella storia, facciamo una cosa tipo il Re Nudo o Frigidaire. Ho visto qualche numero in casa del babbo - dice subito Vieri, abitante nella piccola dependace in via dei Cimatori comprato dal suddetto babbo, ex PotOp, poi Nattiano e D’Alemiano, finito a fare il dirigente all’Asl -, erano forti. Coi fumetti e tante foto”. “Sì, ma chi scrive? - chiede più pratico Lapo, studente fuori corso di Scienze Politiche, in attesa di riciclarsi come esperto di diritto internazionale allo studio della mamma

Compagno Bonifazi e il nonno partigiano

La Stilista di Lenin

Il doppio Depp

Conosco almeno un centinaio di uomini che stanno lavorando al ruolo, da anni peraltro, che Johnny Depp ha detto di interpretare per giustificare una non proprio invidiabile linea. Però noi che sulle sue carni (memorabile la descrizione della sua ex Winona Ryder sul di lui attributo maschile) abbiamo fantasticato per decenni, eravamo pure disponibili a credergli pur di non ammettere che uno degli ultimi miti erotici rimasti era diventato la sua custodia. Avremmo creduto a tutto, ma veramente a tutto, salvo vederlo acconciato a quel modo. Con quella giacca verde, i pantaloni color Beige e quelle ridicole scarpe da golf bianche e nere. Insomma con i costumi di scena di Willy Wonka in versione extra large. Ecco quello è stato troppo, rischiamo di non ripenderci più dopo che anche George si è ammogliato e pure Banderas si è messo a fare il fornaio.

Genesi di una rivista atto unico tra Berlino e Firenze

avvocato -. Per le foto nessun problema, una reflex ce l’abbiamo tutti e io c’ho una scheda piena di foto in bianco e nero delle vacanze in Salento”. “Ma sarai bischero?! - risponde subito Neri - c’è Vanni che è scrittore”. Un libro pubblicato online, tre poesie stampate e appiccate ai muri e una lunga collaborazione al giornalino del Michelangiolo: il curriculum di Vanni in effetti parla chiaro, è lui l’intellettuale del gruppo. “E per la stampa? - continua Lapo. “Non c’è problema, - ancora Neri prontissimo - sento il babbo, è da 40 anni alla Nazione. In qualche maniera si farà…” Qualche minuto di silenzio, altre sigarette che si accendono, il tempo di una birra dal pachistano due vie più in là e poi riparte Lapo: “Via, o che ci si mette nel primo numero”. “Che a Firenze non c’è niente, che a Berlino c’è un mondo e che bisogna andare là”. “Bravi allora, vedete di levarvi dai coglioni sbraita qualcuno da dietro la persiana - che son le due e domani c’ho da anda’ a lavorare. Andate a Berlino, andate a Barcellona, andate all’Impruneta, ma levatevi di culo…”


12 SETTEMBRE 2015 pag. 5 Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

Vitamine vuole essere un’indagine sulle diverse modalità espressive della cultura contemporanea, inserite in una globalità collezionistica dall’alto slancio intellettuale e culturale: dal figurativo all’astratto, dalla fotografia all’assemblaggio scultoreo, dall’architettura alla musica, dalle tecniche multimediali alla scrittura vera e propria, la raccolta affianca artisti emergenti e artisti già storicizzati, auspicando la messa in rilievo delle tendenze internazionali in un insieme capace di qualificarsi come un fenomeno sovraordinato rispetto alla somma delle singole parti […]. All’interno della raccolta emerge la lucida personalità degli artisti e l’idea di diffondere l’Arte in ogni sua forma culturale, sollecitando l’unione e la collaborazione dei cultori di tutte le arti contemporanee, per procedere in un’azione comune e concordata. Il lavoro di ogni singolo artefice si interseca con quello degli altri, dando vita alla trama di una tela che feconda la consapevolezza di essere di fronte a un’apertura dei linguaggi espressivi, attraverso gli infiniti e differenti modi di osservare e interpretare il tempo presente. Dall’eclettismo e dalla libera tensione inventiva emerge un quadro generale di forme, colori, idee e aspirazioni che pone l’accento sull’originalità degli ingegni contemporanei: un’installazione multiforme e armonica, in cui quattrocentosessantasei frammenti, di artisti e personaggi contemporanei, si amalgamano e si intrecciano per raccontare la varietà del mondo e far vivere l’Arte e la Cultura in modo energico e passionale”. Dal testo critico del catalogo a colori edito da Polistampa, Firenze] Una raccolta singolare; un modo diverso, curioso e originale di fruire le molteplici espressioni artistiche contemporanee; una visione a trecentosessanta gradi sulla modernità comunicativa e interpretativa; un tableau vivant di prospettive che dalla prassi artistica si sposta sul piano culturale per rivalutare e far vivere la certezza che non esista fine alla creazione, all’intenzionalità demiurgica e alla responsabilità etica degli artisti di essere portatori di una verità paradigmatica. Quella dell’Archivio Carlo Palli di Prato è un insieme variopinto e amalgamato di tendenze, tradizioni e innovazioni, di pratiche teoriche e ispirazioni estemporanee, di passione e amore

Vitamine

al Museo Novecento il 18 settembre

verso l’universo creativo in sé e le sue conseguenze spettacolari. “Vitamine” non è solo un’installazione di quattrocentosessantasei tavolette nel piccolo formato 10x15, ma un evento itinerante che toccherà i maggiori musei italiani e i più importanti spazi espositivi per permettere a tutti di assaporare l’alta qualità dell’Arte contemporanea italiana e internazionale, gli aulici principi della Cultura e i nomi di spicco di questo presente caotico eppure ancora desideroso di progresso. Il primo appuntamento, arricchito di performance e happening, è previsto per venerdì 18 settembre presso il Museo Novecento di Firenze. Seguiranno: 11 ottobre 2015 – Viareggio, GAMC; 08 novembre 2015 – Rovereto, MART; 13 dicembre 2015 – Prato, Centro per l’Arte Contemporanea “Luigi Pecci”; 03 aprile 2016 – Lastra a Signa (FI), Villa Caruso; 15 maggio 2016 – Dolcè (VR), Bosco dei poeti; 26 giugno 2016 – Carmignano (PO), Spazio d’Arte Alberto Moretti | Schema Polis, e molti altri ancora. Dall’alto a sinistra Daniele Lombardi, Jiri Kolar, Laurina Paperina, Ketty La Rocca, Vittore Baroni, Umberto Buscioni. Sotto Eugenio Miccini e Philip Corner


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Vittorio Sella, alpinista e fotografo

Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

F

ra i diversi generi di fotografia di tipo non tanto specialistico, ma piuttosto monotematico, come ad esempio la fotografia aerea e la fotografia subacquea, vi è quello, di non minore interesse e fascino, della fotografia di montagna. Si tratta di un genere particolare, che è paesaggio, ma non è tutto e non è solo paesaggio, e che, come la fotografia aerea e quella subacquea, richiede un modo di essere e di esserci particolare del fotografo. Come non si possono eseguire foto aeree stando a terra e senza librarsi nell’aria, come non si possono eseguire foto subacquee stando all’asciutto e senza immergersi, così non si possono eseguire foto di montagna stando in pianura e senza avere effettuato delle scalate. Come l’aria e come l’acqua, anche la montagna chiede un contatto diretto da parte del fotografo, così come richiede rispetto ed attenzione. In questo particolare genere di fotografia l’Italia annovera diversi personaggi per qualche verso eccezionali, primo fra i quali Vittorio Sella (1859-1943). Figlio del famoso Giuseppe Venanzio Sella (18231876), chimico ed industriale, fotografo per passione ed autore nel 1856 del primo trattato italiano di tecnica fotografica “Il plico del fotografo”, nonché nipote dell’ancora più famoso Quintino Sella (1827-1884), alpinista, fondatore del Club Alpino Italiano, e ministro delle finanze in tre governi fra il 1862 ed il 1874, Vittorio Sella prende dal padre la passione per la fotografia e dallo zio la passione per la montagna, coniugandoli in maniera unica e per certi versi inimitabile. Vittorio Sella inizia scalando le vicine Alpi biellesi, e scatta la sua prima foto nel 1879 sul monte Mars. Prosegue compiendo nel 1884 le prime scalate invernali del Cervino e del Monte Rosa, con la traversata invernale del Monte Bianco, si reca nel Gran Paradiso nel 1885, sul Bernina nel 1886 e sull’Etna nel 1887. Negli anni che seguono prosegue la propria attività alpinistica partecipando a numerose spedizioni all’estero, recandosi nel Caucaso per tre volte, nel 1889, nel 1890 e nel 1896, contribuendo in maniera decisiva alla conoscenza di quella

remota regione. In suo onore un picco del Caucaso viene battezzato con il suo nome. Nel 1897 partecipa alla spedizione sul monte Sant’Elias in Alaska, nel 1906 scala il monte Ruwenzori in Uganda insieme al Duca degli Abruzzi, personaggio con cui partecipa nel 1909 alla spedizione sul K2, salendo fino a sfiorare

i 7500 metri di altitudine. Nel corso delle sue ascensioni Vittorio Sella porta con sé una attrezzatura fotografica professionale, con lastre di formato da 12x20cm fino a 30x40cm, riprendendo immagini accuratissime di vette, vallate, catene montuose, ghiacciai e crepacci. Le sue immagini, nitidissime ed impressionanti,

vengono richieste anche dalla National Geographic Society e vengono utilizzate per illustrare i libri pubblicati all’indomani delle più importanti spedizioni, il Caucaso, l’Alaska, il Ruwenzori, ed infine il K2. Non si tratta di immagini di repertorio, di semplici testimonianze di viaggio, ma di autentiche opere d’arte, capaci di entusiasmare anche Ansel Adams, che dopo averle osservate ad una mostra organizzata dal Sierra Club, commenta dicendo: “la vastità del soggetto e la purezza delle interpretazioni di Sella sono in grado di commuovere colui che le guarda, fino alla soggezione religiosa”. Ma Vittorio Sella non fotografa solo le cime delle montagne, egli documenta anche la vegetazione tropicale che si trova ai piedi delle formazioni montagnose asiatiche ed africane, e non tralascia di documentare la vita delle popolazioni che abitano nelle valli e nei villaggi che si arrampicano sui contrafforti montani, e che spesso gli forniscono le guide che lo accompagnano nelle sue ascensioni. Per questo Vittorio Sella viene annoverato anche fra i fotografi antropologi ed etnologi. Contrariamente ad altri autori, Vittorio Sella gode in vita come fotografo di numerosi riconoscimenti, che vengono confermati anche dopo la sua scomparsa. Di lui Piero Racanicchi scrive nel 1961 “oltre alla mirabile esecuzione tecnica il materiale assomma dei pregi di evidente struttura formale … l’osservatore si trova ad un certo momento inserito in una spazialità allucinante ed esaltante.” Annota Renzo Chini nel 1968 “La visione di Sella è caratterizzata da una verticalità quasi ossessiva. La sua verticalità non è una astrazione, egli “sale” verso il margine superiore dell’immagine con robusta sensualità e secondo un ritmo visivo molto mosso, trasformando la montagna in una variata costruzione a larghe masse di bianco e nero”. Forse, anche per questo le immagini di Vittorio Sella, spesso inimitabili ed inimitate, conservate in un archivio presso l’Istituto di fotografia della montagna, continuano ad essere pubblicate, anche a cura del CAI e del Touring Club. Recentemente la Idea Books ha dedicato alle foto di montagna di Vittorio Sella una monografia curata da Angelica Sella.


12 SETTEMBRE 2015 pag. 7 Simonetta Zanuccoli simonetta.zanuccoli@gmail.com di

A

sud di Parigi, nella grande piazza Denfert-Rochereau c’è in genere una lunga fila di persone in paziente attesa di entrare in una anonima piccola porta. Al di là di essa, scendendo per una ripida scala a chiocciola scavata nella pietra fino 20 metri sotto il livello stradale, ci si ritrova nella semioscurità in una lunga galleria dal pavimento in ghiaia umida e dalle pareti ricoperte di cataste di ossa e teschi. E’ l’Ossuaire Municipal, più conosciuto come le Catacombe di Parigi. La sua storia è come un romanzo e vale la pena di raccontarla. L’ossario acquistò la sua ufficialità a seguito di un decreto del 1804 emanato per il decentramento definitivo dei cimiteri dalle città. Tra questi, a Parigi, uno dei più antichi era quello des Innocentes che si trovava in una zona centrale dove in seguito sarebbe sorto il mercato di Le Halle e, nei pressi, in tempi attuali, il visitatissimo Centre Pompidou. Il cimitero era costituito da un vasto terreno non recintato dove venivano sotterrati da secoli, in maniera disordinata e spesso senza bara ma chiusi in semplici sacchi, i cadaveri ricoperti solo da un sottile strato di terra. C’era poi l’orrore delle fosse comuni dove i morti venivano accatastati e stipati in strati separati tra loro da un po’ di calce viva. Il luogo per noi “moderni” sarebbe stato da film d’horror: bastava un po’ di pioggia perchè molti dei resti riaffiorassero, i ladri ne approfittavano per cercare qualche oggetto prezioso appartenuto ai cari estinti, i nauseabondi miasmi attiravano i cani in cerca di carogne, le numerose colonie di topi portavano malattie infettive che spesso degeneravano in terribili epidemie. Attorno al 1740, per la prima volta, le autorità aprirono un’inchiesta sulle condizioni e i pericoli dei cimiteri e cominciò a nascere l’idea che questi dovessero sorgere fuori dai centri urbani. Il problema era dove spostare i milioni di cadaveri che vi si trovavano sotterrati. La soluzione più semplice fu quella di sfruttare una parte delle cave, i cunicoli scavati sotto il livello del terreno fin dal XIII secolo per estrarre la famosa pierre de taille che ricopre la maggior parte delle facciate degli edifici di Parigi. Questo labirinto

Trecento km di Grand Guignol

di gallerie si estende per 300 km. a circa 20 metri sotto la città e oggi, costituendo un evidente pericolo statico aggravato anche dalle linee sotterranee della metropolitana, è Lido Contemori lidoconte@alice.it di

Il migliore dei Lidi possibili La paura dei migranti è l’ombra di noi stessi

Disegno di Lido Contemori

Didascalia di Aldo Frangioni

monitorato e soggetto a costanti lavori di consolidamento. Nel 1780 il cimitero des Innocentes venne chiuso. Nel 1785 iniziò un’incredibile traslazione dei 6

milioni di cadaveri che vi erano sotterrati che si concluderà nel 1788. Le lunghe teorie di carri dal lugubre carico, di notte, avvolte dal fumo e dalla luce tremula delle torce, seguite da religiosi in preghiera e da chiassosi curiosi, creavano un’atmosfera dantesca ritratta in qualche incisione del tempo. All’inizio le ossa furono ammassate in maniera disordinata, poi però nel tempo furono ordinate in composizioni, alcune delle quali con un certo gusto estetico che potrebbe piacere ad artisti come Damien Hirst o Marc Quinn. Targhe, croci e lapidi provenienti dall’antico cimitero arricchiscono gli ambienti. In una piazza ottagonale la scritta minacciosa su un frontone ottagonale retto da due pilastri avverte: C’est l’Empire de la Mort. Ogni galleria di queste catacombe porta il nome della strada sovrastante e ne segue il percorso creando così una buia, immobile e silenziosa immagine speculare della rumorosa, caotica Ville Lumière. Mischiati tra le tantissime ossa e teschi anonimi anche qualche personaggio che in vita fu illustre: lo scrittore Francois Rabelais morto nel 1553, i favolisti Jean La Fontaine (1698) e Charles Perrault (1703), e tra le spoglie di molti ghigliottinati durante la rivoluzione francese anche quelle di Jacques Danton (1794) e del grande Maximilien de Robespierre (1794). C’est la vie!


12 SETTEMBRE 2015 pag. 8 Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it di

Nata ad Atene nel 1959, Savina Yannatou canta la diversità musicale del Mediterraneo. La sua voce attraversa il bacino del Mare Nostrum con la massima ampiezza geografica e storica: i canti sefarditi e bizantini si alternano a un repertorio tradizionale che spazia dalla Grecia alla Corsica, dal Libano alla Bulgaria, dalla Francia alla Palestina. Abituata a cantare in molte lingue ma fortemente legata alla propria cultura, Savina non dimentica il griko, l’idioma della minoranza ellenofona stanziata in varie regioni dell’Italia meridionale. Se è vero che la sua patria interiore è il Mediterraneo, è altrettanto vero che la sua versatilità le ha permesso di collaborare con i musicisti più diversi. Con il bassista Barry Guy, esponente prestigioso del jazz d’avanguardia, ha inciso Attikos (Maya, 2010). Insieme ai sardi Elena Ledda e Mauro Palmas ha realizzato Tutti baci (Lyra, 2006). Ha inciso musiche di compositori greci contemporanei come Manos Hadjidakis e Lena Platonos. Inoltre, come molti musicisti ellenici, ha collaborato con il teatro. Attiva dal 1979, compositrice oltreché interprete, l’artista greca Fabrizio Pettinelli pettinellifabrizio@yahoo.it di

Fra i tanti aviatori fiorentini ce ne sono stati tre quasi coetanei che, pur condividendo la passione per il volo, fecero scelte di vita del tutto diverse. Luigi Gori ottiene giovanissimo il brevetto di volo e nel 1915 viene assegnato al Battaglione Aviatori di Torino, dove diventa capo istruttore. Allo scoppio della guerra è uno dei piloti dei 75 aerei militari italiani (la Francia ne aveva 1.150, la Germania 764). Gori vola con un bombardiere Caproni, con il quale effettua numerose missioni sul territorio nemico: il suo aereo è contraddistinto da un asso di picche. Notato da Gabriele d’Annunzio, insieme a lui Gori vola a più riprese su Pola, bombardando le postazioni nemiche e si prepara al volo propagandistico su Vienna, progettato da D’Annunzio e previsto per la fine del 1917: a tale scopo vola da Pordenone a Torino e ritorno per oltre 1.000

attestano lavori preziosi e raffinati come Terra nostra (ECM, 2003) e Sumiglia (ECM, 2005). Attenzione però: i quattro CD incisi con l’etichetta tedesca sono solo una minima parte di quello che Savina Yannatou ha realizzato dal 2003 a oggi. Accanto a questi ci sono numerosi dischi che la cantante ha inciso con altre etichette, fra i quali merita particolare attenzione Musique des chambres (Lyra,

2007), interamente composto da brani greci. Il nuovo CD, intitolato Songs of Thessaloniki (ECM, 2015), riafferma il legame con Salonicco, un tempo città ottomana nella quale vivevano fra gli altri ebrei e musulmani, greci e armeni, bulgari e turchi. I 17 brani offrono un panorama di questa varietà che è stata fortemente ridotta dai mutamenti demografici avvenuti dopo la fine dell’impero ottomano. “Vecchie canzoni, come se il nostro materiale originario fosse costituito da cartoline sonore con la scritta Souvenir de Salonique” scrive Savina nelle note. La ricchezza culturale della città rivive in brani sefarditi come “La cantiga del fuego” e “Una muchacha en Selanica”. Come anche in “Apolitikion Agiou Dimitriou”, un inno greco a San Demetrio, patrono della città. “Qele-qele” è un brano scritto dal monaco armeno Vardapet Komitas (1869-1935), che venne perseguitato durante il genocidio. Accanto a questi, come curiosa divagazione, compare “Salonika”, un brano irlandese composto durante la Prima Guerra Mondiale. In ogni brano la voce di Savina Yannatou e gli strumenti - chitarra, fisarmonica, ney, qanun, violino e ritmica - si intrecciano magicamente creando un mosaico sonoro di rara bellezza.

soccorso viene subito attaccata dagli Spitfire inglesi; Chiarini interviene in difesa del Caproni, ma il risultato della battaglia è scontato: l’aereo di Chiarini, al quale viene concessa la medaglia d’oro al valor militare alla memoria, e il Caproni vengono abbattuti.. Italo Piccagli, altra medaglia d’oro al valor militare alla memoria, nasce a Firenze nel 1909 e nel 1932 viene nominato pilota militare, distinguendosi in numerose occasioni, fra le quali il salvataggio dei piloti di due idrovolanti

precipitati in mare. Nel 1938, a causa di una grave malattia, perde il polmone sinistro e viene passato ai servizi a terra; dopo l’8 settembre entra nella Resistenza e nel gennaio del 1944, insieme all’avvocato Enrico Bocci, dà vita a Radio CoRa (Commissione Radio) che, da un appartamento al n.c. 12 di Piazza D’Azeglio, trasmette agli Alleati informazioni sui movimenti delle truppe tedesche. Nel giugno i nazisti catturano i membri dell’organizzazione. Bocci e Piccagli si assumono tutte le responsabilità. Bocci scompare (il suo corpo non è mai stato ritrovato) ma Piccagli insieme ad altri sei patrioti, fra i quali Anna Maria Enriques Agnoletti, viene portato nei boschi di Cercina per essere fucilato. Piccagli chiede ed ottiene di essere fucilato per ultimo e conforta tutti gli altri compagni. Quando viene il suo turno invita i carnefici a “mirare a destra, dove c’è il polmone buono”.

Anima mediterranea

ha un proprio gruppo, Primavera en Salonico, che la accompagna dai tempi di Spring in Salonica: Sephardic Popular Songs (Lyra, 1995). Negli anni successivi Savina ha colpito l’attenzione di Manfred Eicher, fondatore dell’etichetta ECM, che l’ha inserita nella sua prestigiosa scuderia. Grazie a questo la cantante ha guadagnato una notorietà internazionale: lo

Viale Luigi Gori

Stessa passione, diversi ideali

chilometri, dimostrando la fattibilità del raid, che viene però rinviato a seguito della disfatta di Caporetto. Il 30 dicembre 1917 l’“Asso di Picche” viene abbattuto nei cieli di Susegana da un aereo austriaco; alla memoria del pluri-decorato giovanissimo ufficiale sarà inizialmente dedicato l’aeroporto di Firenze. Guglielmo Chiarini a soli venti anni inizia le sue missioni di volo nella guerra di Spagna. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, passato alla caccia, viene destinato al fronte africano. Nel febbraio del 1941 si offre volontario per fare da scorta a un “Caproni” impegnato nel tentativo di recuperare un collega costretto ad atterrare dietro le linee nemiche. La missione di


12 SETTEMBRE 2015 pag. 9 di

Sebastiano Soldi*

L

e notizie provenienti nell’ultimo anno dai conflitti in Siria e Iraq sono devastanti. Fiumi di parole sono state scritte, al confronto delle poche azioni concrete intraprese dalla comunita internazionale, circa la situazione di emergenza umanitaria che si è creata in tutta la Siria e su parte del territorio iracheno. A un dramma umanitario di portata storica si è aggiunto negli ultimi mesi quello che interessa il patrimonio culturale. Sono ormai numerosissime le distruzioni causate da eventi “incidentali”, drammaticamente endemici in una situazione di conflitto armato: solo per citarne alcuni, in Siria, la distruzione della grande moschea ommayyade e il suo storico minareto ad Aleppo, il plurisecolare souk, il mercato coperto cuore commerciale della medesima città, i bastioni della splendida fortezza crociata del Krak des Chevaliers nella regione di Homs, o i monasteri cristiani di Maaloula, a nordovest di Damasco, dove ancora recentemente si celebravano liturgie in un dialetto affine all’aramaico parlato nella regione ai tempi di Gesù. La mancanza di controllo sul territorio ha poi impedito alle autorità di garantire la tutela sui beni archeologici, causando un indiscriminato aumento delle attività illegali di scavo, vendita e ricettazione di opere d’arte, spesso su commissione. La situazione è ulteriormente peggiorata con l’ascesa dell’autoproclamato califfato dello Stato Islamico (comunemente noto come ISIS, o più correttamente DAESH, come denominato con disprezzo nei paesi di lingua araba): nell’area controllata dall’ISIS tra Mosul in Iraq e il corso dell’Eufrate in Siria, ovvero la parte settentrionale della regione storica della Mesopotamia, è iniziata una serie di deliberate e ostentate distruzioni del patrimonio culturale. La furia iconoclasta del gruppo trova motivazione in un sedicente mandato religioso di ispirazione sunnita-salafita, volto all’eliminazione di ogni venerazione di immagini pagane, e nell’arco di questi

Siria e Iraq Le radici della Storia in pericolo

ultimi mesi ha interessato tanto monumenti e moschee appartenenti al mondo islamico sciita, quanto tutto ciò che rimanda al passato della Siria e dell’Iraq e non direttamente collegato alla fede sunnita, e quindi vestigia di antichità cristiane, medievali, classiche (greco-romane o partiche) o preclassiche (come le antichita assiro-babilonesi). L’ultima preda in questa serie di nefandezze è stata Palmira, la “sposa del deserto”, città carovaniera che conserva meravigliose vestigia di un passato Massimo Cavezzali cavezzalicartoons@hotmail.com di

fiero, come snodo mercantile fondamentale nello scambio di merci tra Oriente e Occidente; a Palmira elementi culturali tipici del mondo greco-romano si fondono con quelli del mondo orientale della cultura siro-aramaica. La barbara esecuzione dell’anziano funzionario archeologo, lo studioso Kaled Asaad, che per anni aveva diretto il parco e il museo archeologico di Palmira, ci dice quanto la furia iconoclasta travolga indistintamente uomini e monumenti: ci sarebbe piaciuto che il mondo

Scavezzacollo

occidentale avesse stigmatizzato con più vigore la follia senza nome di un simile gesto. La distruzione del Tempio di Bel e di alcune tombe a torre intorno all’abitato, sono solo gli ultimi gesti osceni e vigliacchi che colpiscono al cuore una città che nel mezzo del deserto siriano rappresentava un monumento allo scambio e all’interazione culturale: emblema di libertà evidentemente intollerabile per chi attraverso un rinnovato uso della damnatio memoriae intenderebbe riportare l’umanità ad uno stadio barbarico di non accettazione della pluralità delle culture. Tutelando Palmira, Nimrud e Ninive non si difenderebbero solo le antichità e il patrimonio culturale della regione, ma la storia della civiltà umana nella sua ricchezza fatta di incontri, scontri e interazioni. In questo particolarissimo momento storico, oltre alle necesssarie misure che devono essere prese presso le più alte sfere diplomatiche internazionali, è venuto il momento per la comunità degli studiosi di levare forte la propria voce e ricordare a tutto il mondo il senso dello studio della storia antica e dell’archeologia: non discipline fini a se stesse, talvolta chiuse nel perimetro delle ricerche accademiche, ma tasselli fondamentali della crescita civile e armonica di tutta la comunità globale, che ci riportano a valori di tolleranza e humanitas comuni ad ogni credo politico o religioso. * The Metropolitan Museum of Art, New York – Museo Archeologico Nazionale, Firenze


12 SETTEMBRE 2015 pag. 10 Gianni Biagi g.biagi@libero.it di

U

n giardino arabo disegnato sulle pietre della piazza dedicata al pittore fiorentino Pietro Annigoni, realizzato togliendo lo sporco accumulato sulle lastre di pietra che costituiscono il “pavimento galleggiante” della piazza con una idropulitrice, è lo scenario nel quale si è svolta mercoledi 9 settembre la performance di apertura della seconda edizione del laboratorio sperimentale di teatro/architettura “Nel chiostro delle geometrie”. La rassegna,che è parte dell’estate fiorentina 2015, proseguirà fino al 23 ottobre e il programma è consultabile sul sito www. teatrostudiokripton.it: La manifestazione è frutto della collaborazione fra il Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze e il Teatro Studio Kripton di Scandicci. Il programma 2015 include appuntamenti di arte, performance, di

Amdrea Felici

Date le sue origini remote nel tempo e nello spazio, il caffè ha conservato nel corso dei secoli l’intrinseco fascino dell’esotico, per definizione misterioso e avvolto di leggenda: dallo Yemen, ipotetico luogo d’origine, alla sua diffusione nell’Arabia felix e, tramite i Turchi, in Europa. Una simile attrattiva, d’altronde, affiora anche nella Scienza in cucina di Pellegrino Artusi, libro fondante dell’identità gastronomica e culinaria italiana, all’interno del quale il tema del caffè e dei suoi derivati viene affrontato dettagliatamente rievocandone la storia, i metodi di preparazione e fornendone una precisa descrizione scientifica. Il testo in esame (Giovan Domenico Civinini, Della storia e natura del Caffè, a cura di Raffaella Setti, Sesto Fiorentino, apice libri, 2015, 8 euro), in questo senso, si presenta come interessante arricchimento non solo delle informazioni pervenuteci tramite Artusi, ma in generale di tutta la letteratura che nel corso dei secoli ha trattato, pur da angolazioni diverse, questo alimento oggi a noi così familiare. Civinini appartenne a una nota famiglia pistoiese di medici che nella prima metà

Un giardino in piazza

Nella serata di apertura gli artisti del collettivo Studio++ si sono cimentati in danze (la danzatrice Martina Belloni) e percussioni nella piazza Annigoni per poi condurre il pubblico nel chiostro di Santa Verdiana dove è stata proiettata l’installazione video-ambient “Nutrire lo spazio”. La manifestazione che si svolgerà negli spazi del complesso di Santa Verdiana e nel Teatro Studio Mila Pieralli di Scandicci, comprende, fra gli altri, le letture del “De Architectura” di Vitruvio con l’attore Roberto Visconti e la riproposizione dello spettacolo Fame da “Panza, Crianza, Ricordanza” di Giancarlo Cauteruccio.

teatro e musica con l’intento di attivare uno spazio di percezione e di riflessione nel cuore pulsante della città e del quartiere di Sant’Ambrogio sui temi legati alla relazione tra teatro, architettura, arte attraverso i nuovi linguaggi.

Una storia da bersi in un sorso

dell’Ottocento avrebbe prodotto il più illustre, il chirurgo Filippo, e che ottenne la cittadinanza fiorentina nel 1740, proprio durante il periodo in cui Giovan Domenico divenne accademico della Società Botanica fiorentina: istituzione di assoluto rilievo, fondata nel 1761 da Pier Antonio Micheli, poi accorpata all’Accademia dei Georgofili verso il finire del secolo. Il libro propone la ristampa anastatica del discorso tenuto da Civinini presso la stessa Società nel 1731, affidato ai torchi della Stamperia Paperini nello stesso anno, corredato da dedica al Granduca Giangastone de’ Medici. La collocazione del discorso a Firenze non si presenta come casuale: la pianta di caffè venne portata per la prima volta in Italia dalla famiglia Medici agli inizi del

XVIII secolo, sebbene già dalla seconda metà del Cinquecento fosse divenuta oggetto di resoconti di viaggiatori e mercanti e di trattati di botanici e medici, tutti interessati alle particolarità della novità gastronomica. Nel testo l’autore dà prova di notevole erudizione e di cultura scientifica, rievocando con eleganza le notizie intorno alle vicende storiche e alla composizione del caffè: una ricostruzione d’indubbio valore, come afferma la curatrice nell’introduzione, per la volontà di recuperarne le origini non per narrazione aneddotica, bensì «attraverso personaggi e percorsi concreti e verificabili». Se ne valorizzano il buon gusto e le proprietà organolettiche: per apprezzarne appieno l’aroma la bevanda va gustata calda e con poco zucchero, macinata con chicchi freschi e non eccessivamente tostati. A queste si aggiungono le qualità terapeutiche: il caffè, infatti, rappresenta una vera panacea per la corretta digestione, con effetti benefici anche sul fegato, ed è indicato contro l’idropisia e il mal di testa. Al contrario, se ne sconsiglia l’uso a chi è di gio-

vane età, a chi soffre di insonnia e ha «gracile complessione». Il caffè, in ultimo, si presenta come termine tanto interessante quanto evocativo, per i suoi stessi suoni, di climi caldi ed esotici dagli aromi intensi, di cui Raffaella Setti ricostruisce puntualmente l’evoluzione d’impiego in una specifica nota linguistica, che si aggiunge con efficacia alla già ricca introduzione: dall’arabo, attraverso il turco, la parola caffè ha raggiunto una notevole estensione d’uso nell’età moderna e contemporanea, assumendo significati via via sedimentati nella lingua italiana: da ‘pianta’, ‘seme di pianta’ e ‘bevanda’, documentati fin dal Cinquecento, al più recente ‘bottega’, ‘locale in cui si consuma la bevanda al gusto di caffè’, a partire dal XVII secolo fino alla fortuna settecentesca, con l’apertura dello storico Florian di Venezia e la diffusione dei caffè culturali. Da qui tutti i derivati di quella che oggi è da considerare una “parola-galassia” tale da produrre una fitta costellazione di derivati (dal caffè macchiato, al ristretto, al lungo, all’ammazza-caffè), giunti a rappresentare alcuni dei più importanti italianismi gastronomici nel mondo.


12 SETTEMBRE 2015 pag. 11 di

Ennio Nonni

U

no slogan, coniato opportunamente, per affermare che l’arte contemporanea può contaminare e arricchire qualunque spazio a qualunque uso sia adibito. Il progetto “lavorare in un museo” è iniziato in modo sperimentale nel 1997 all’interno del Palazzo ottocentesco di via Zanelli a Faenza sede degli uffici comunali del Settore Territorio e consiste nella installazione permanente di opere d’arte contemporanea che in modo graduale e spontaneo fanno assumere agli spazi un naturale senso artistico e di innovazione. Il fine è quello di fare convivere artisticamente in un spazio di 1.500 mq sia i dipendenti comunali che gli utenti esterni e i visitatori temporanei, che a vari livelli interagiscono con la collezione contemporanea. Il palazzo che ospita la raccolta è stato trasformato fra il Settecento e l’Ottocento (con la facciata del 1874) e si presenta, tanto nella tipologia interna che nell’articolazione spaziale, in uno stile neoclassico. L’edificio pesantemente manomesso in passato è stato interamente restaurato nei primi anni Novanta riportandolo alla sua configurazione originaria, tanto che ora costituisce sotto l’aspetto architettonico uno dei pochissimi esempi integri di come si presentava lo spazio interno nei palazzi neoclassici faentini. L’idea nasce dalla intenzione di allestire ogni ambiente del palazzo con opere – site specific – prediligendo l’intervento sulle grandi volte bianche degli spazi interni; la ragione risiede nel fatto che fino ai primi decenni del Novecento, con l’esaltante momento artistico di Felice Giani della fine del Settecento, era consuetudine nella città di Faenza dipingere a tempera le volte interne dei rigorosi e (esternamente) sobri palazzi neoclassici, tanto che ora la ricchezza di questo patrimonio artistico non ha eguali in altre città vicine. Nel 1997, anno del primo allestimento artistico, vennero definiti tre obiettivi da perseguire con coerenza: in primo luogo, un restauro conservativo volto principalmente alla sottrazione di elementi posticci voleva riportare, quasi a livello esemplificativo, nella sua integrità funzionale, un

Un Must per Faenza Ufficio pubblico spazio artistico

e

importante edificio neoclassico; in secondo luogo, confidando nella forza innovativa dell’arte contemporanea, ci si proponeva di recuperare quell’esaltante stagio-

Sopra Installazione a soffitto di Oscar Dominguez “L’Albero di Galeano”, a destra Tempera su volta di Pablo Echaurren. Sotto Opera ceramica di Guido Mariani a soffitto “Il sonno della ragione genera mostri”. Collezione arte moderna Faenza MUST Foto Marco Cavina - Faenza

ne neoclassica che ha consentito a Faenza di distinguersi per la quantità e la qualità degli affreschi interni ai palazzi; infine, l’aspetto più innovativo, arricchire la città

di una nuova collezione (un piccolo museo) all’interno di un luogo di lavoro, creando una inusuale interazione fra utenti e visitatori delle opere. Uno spazio insolito in cui gli orari di apertura sono quelli del pubblico che accede ai servizi e il presidio è assicurato dal personale che ivi lavora e che offre informazioni al visitatore. La collezione permanente è frutto di una rigorosa selezione di artisti che a vario titolo sono venuti a contatto con la città o gravitano sul territorio a cui si chiede di concepire un’opera per quel preciso ambiente. Oltre alla specificità delle installazioni contemporanee che non potrebbero vivere in un ambito diverso, la collezione mette in mostra tutte le tecniche artistiche (e non solo la ceramica) e raccoglie in uno spazio circoscritto gli artisti “faentini” che stanno caratterizzando in questi decenni la città delle ceramiche. Un’operazione volutamente in corso, sempre in divenire, un esempio imitabile in ogni edificio al fine di creare concretamente e con costi limitatissimi quel connubio tra arte e architettura da tutti auspicato. La vera novità consiste nel fare capire, con un esempio concreto da toccare con mano, come sia necessario evitare la rassegnazione che gli uffici pubblici (in ambienti ordinari) siano nel migliore dei casi luoghi anonimi, ma più frequentemente caotici, improvvisati, disordinati esteticamente, che offrono una percezione negativa dello stesso servizio che viene svolto. Nel caso specifico l’opera degli artisti, fra cui Pablo Echaurren, Giosetta Fioroni, Franco Summa, Ito Fukuschi, Carlo Zauli e tanti altri, ha riguardato arredi, affreschi di grandi volte, installazioni che si integrano negli ambienti interni e negli spazi esterni. Ma l’autentica direzione per il futuro riguarda non solo gli enti pubblici, bensì anche i luoghi di lavoro privati che possono aprirsi all’arte contemporanea rendendo più gratificante il lavoro dei dipendenti e promovendo allo stesso tempo la creatività e l’innovazione attraverso un collezionismo intelligente che sappia andare oltre agli aspetti dell’investimento o del possesso; l’auspicio è un riconoscimento artistico di nuova generazione che vada oltre i musei tradizionali.


12 SETTEMBRE 2015 pag. 12 Leandro Piantini leandropiantini@virgilio.it di

L

o scrittore Manlio Cancogni è morto pochi giorni fa nella sua casa di Marina di Piatrasanta. Era nato a Bologna nel luglio 1916 e dunque avrebbe compiuto 100 anni tra meno di un anno. Cancogni è stato un celebre giornalista e un romanziere prolifico, vincitore del premio Strega nel 1973 con “Allegri, gioventù”. In questa nota mi limito a parlare di “Azorin e Mirò”, racconto lungo di grande successo, che Luigi Baldacci considerava uno dei racconti più importanti del dopoguerra. Uscì la prima volta nel ‘48 su “Botteghe oscure” diretto da Giorgio Bassani e successivamente, ampliato, lo ripubblicò Bassani stesso in una celebre collana di narrativa dell’editore Feltrinelli, nel 1958. Ed io ne scrivo perché racconta una delle esperienze più importanti della vita dello scrittore, il suo sodalizio giovanile con Carlo Cassola. Vivevano entrambi a Roma e si legarono di un’amicizia fortissima, che nel racconto diventa il centro di una esperienza umana ed estetica di straordinario fascino che accomunò i due futuri scrittori. Cassola è Mirò, Cancogni è impersonato da Azorin. A mio parere nella figura di Mirò Cancogni ha scritto il ritratto più penetrante e struggente di Cassola giovane, l’autore dei racconti di “Una visita” e di “Alla periferia”,che uscirono nei primi anni quaranta. La verità poetica di Cassola è rappresentata in questo racconto in modo più vero del vero, cioè la poetica “sub-liminare” di Cassola è descritta in modo più suggestivo e veritiero di quanto abbia fatto Cassola stesso in quei preziosi racconti giovanili. I due amici la pensano allo stesso modo. Non hanno ambizioni politiche, e la vita sociale non gli interessa, come anche le idee e le ideologie, che sono patrimonio comune dei loro coetanei. Essi vivono in un mondo separato, di sentimenti speciali, di cui la maggioranza delle persone nemmeno si accorge. “Il sub-limine era lungo le strade ferrate, ai passaggi a livello; sui visi della gente in bicicletta che aspetta, con un piede a terra,

Manlio Cancogni, Azorin e Mirò Bobo

che vengano sollevate le sbarre. Era, negli anditi scuri, pieni d’ombra, dove sta sospeso il fiato di vite sconosciute; nei bordelli dove le ragazze vendono senza rancore il loro corpo e il fumo delle sigarette si attorciglia sotto il lampadario nei salottini profumati....il sub-limine era appunto l’altro, ciò che è al di là, ed esisteva in sommo grado dove non ‘si era’; nei baffi, nel colletto, nei polsini di uomini dal fare equivoco, bari, frequentatori di biliardi e sale-corse...”( pp. 23-24). Cancogni riesce a rappresentare un nucleo di verità esistenziale e poetica di grande suggestione. Ma la magia del racconto, la perfetta scansione musicale dei motivi che lo intessono, traggono la loro energia dall’ebbrezza vitale che lo percorre dall’inizio alla fine. La sua bellezza non sta tanto nella pur mirabile dialettica culturale che esprime, ma nella perfetta fusione che si crea tra la vita emotiva dei due amici e la vita urbana di Roma che gli fa da cornice. Il narratore si immedesima completamente con il suo personaggio, con il suo sogro d’artista, ma anche con la sua “imbranataggine” nelle cose pratiche della vita. C’è una sapiente ironia nel ritratto di un Mirò che ha ridotto talmente all’osso i suoi bisogni che, nel giorno del suo matrimonio, si comporta come una comparsa, come se la cosa non lo riguardasse. Ha rinunciato persino a scrivere, ora che è uno sposo felice, e vive in campagna, e la felicità dei suoi giorni vuoti gli fa apparire superfluo il bisogno di raccontare quel “lasciarsi vivere” che in realtà era parte essenziale del suo progetto letterario. “Su un foglio di carta bianco scriveva in fretta le prime righe di un racconto. Scriveva il titolo: “La vita di un fattore”....Non c’era altro da aggiungere; a quella vita bastavano poche immagini. Bastava il titolo. Mirò posava la penna, né soddisfatto né dispiaciuto. Così passavano i giorni. Ma passavano per davvero?” (pp. 65-66) Le citazioni sono tratte da: Manlio Cancogni, Azorin e Mirò, a cura di Simone Caltabellotta introduzione di Sandro Veronesi, Roma, Fazi, 1996, pp. 113


12 SETTEMBRE 2015 pag. 13

Scottex

Aldo Frangioni presenta L’arte del riciclo di Paolo della Bella

Appaiono spesso, nei cassonetti della carta e del cartone da riciclare, mostri come questo, anche per dirci che i veri mostri siamo noi che, col tempo ci troveremo sommersi dai nostri rifiuti. Anche perché, oltre ad essere frugivori e carnivori, difficilmente potremo diventare cartivori e rifiutivori.

Scultura leggera

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Michele Rescio mikirolla@gmail.com di

Ingredienti per 6 persone 700 g di lasagne fresche, 250 g di pesto, sale, 1 litro di salsa besciamella, noce di burro, parmigiano grattugiato, pepe Preparazione: Prendete una teglia, riempitela a 3/4 di acqua leggermente salata, mettetela sul fuoco e quando l’acqua comincia a bollire, fate bollire le lasagne per circa 1 minuto per parte. Scolatele, e fatele asciugare su uno strofinaccio da cucina senza però sovrapporle altrimenti si attaccano. Preparate ora la salsa besciamel-

Lasagne al pesto

la, fatela intiepidire prima di mescolarla al pesto e accendete il forno a 190 gradi. Imburrate una pirofila di circa 25x35 cm e ricoprite la base con della besciamella al pesto e adagiatevi sopra uno strato di lasagne, poi spalmateci ancora un po’ di salsa besciamella e spolverizzate con abbondante parmigiano grattugiato. Formate altri strati seguendo quest’ordine e finendo con un ultimo strato di lasagne ricoperte con la salsa besciamella, dei fiocchetti di burro qua e là e abbondante parmigiano grattugiato e, qualche pinolo. Infornate per circa mezz’ora e, prima di servire, fate riposare le vostre lasagne per almeno dieci minuti.


lectura

dantis

12 SETTEMBRE 2015 pag. 14

Disegni di Pam Testi di Aldo Frangioni

Al cerchio dopo il primo, tutti pronti, del Palio che s’accingono alla gara, senza saper che non si fanno sconti,

Par che non conoscessero Minosse pensando di poter scegliere il posto, illusi poi, andranno alle lor fosse.

simili a’ senator che fan cagnara, pareanmi cavalli in su le mosse, come strumenti d’una gran fanfara.

Inutile berciare ad ogni costo la coda sua, come fosse un bando, dei ribelli farà un bell’arrosto.

Si sa! C’è solo lui al comando, grandi errori faceste nel passato, andrete in basso non in su scalando.

Canto V Minosse


in

giro

12 SETTEMBRE 2015 pag. 15

Apre la Libreria Clichy Aprirà oggi, in via Maggio 13r, a pochi passi dal Ponte Santa Trinita, un posto assolutamente nuovo per la città di Firenze. Edizioni Clichy, la casa editrice che da tre anni, proprio da Firenze, distribuisce in tutta Italia la narrativa francese, la nuova narrativa americana, apprezzati e premiati libri per bambini e alcune collane di saggistica di teatro, politica, divulgazione e approfondimento, decide di aprirsi alla propria città e ai suoi concittadini e di creare un luogo che sarà insieme libreria e casa editrice. E decide di farlo nell’Oltrarno, creando un presidio culturale di alto livello a pochi passi da dove Alessandro Bonsanti esattamente quaranta anni fa, nel 1975, aprì l’Archivio Contemporaneo del Gabinetto Vieusseux proprio per creare in questa zona di Firenze, un tempo “popolare”, una delle più importanti presenze di cultura. Il modello,

il riferimento al quale si ispirerà, sono le più note e storiche librerie parigine e londinesi, luoghi caldi, e prima e al di là di tutto, accoglienti, per chiunque decida di entrarci. Ma anche luoghi popolari, aperti a tutti, senza spocchie e senza snobismi, dove l’Ulisse di Joyce se ne sta tranquillamente beato accanto all’Inferno di Dan Brown. Ma sarà anche una galleria d’arte, un punto d’incontro, una libreria New Deal, una libreria dei lettori e degli autori.

Firenze e la sua Chiesa Il professor Francesco Gurrieri presenta il libro di Mauro Bonciani, con prefazione di S.E. Silvano Piovanelli, edizione Le Lettere. Sarà presente l’autore.

Martedì 15 settembre, ore 17 Sala Brunelleschi, Opa Centro Arte e Cultura, piazza San Giovanni n 7, Firenze

Artisti per Toscana Expo

Oppida posse mori - Le città possono morire

Si è inaugurata il 10 settembre e sarà visitabile fino al 25 settembre la mostra “Artisti dal mondo a Firenze per Toscana Expo 2015” nei locali gestiti dall’ICLAB in viale Guidoni 103 a Firenze. La mostra, che si pone l’obbiettivo di “creare un’occasione di incontro tra artisti italiani e

stranieri” riunisce espressioni artistiche molto diverse fra loro e costituisce una miscellanea delle diverse tecniche pittoriche e scultoree. La mostra è aperta tutti i giorni dalle 16 alle 20 negli ampi locali nel seminterrato prospiciente l’Hotel B&B di viale Guidoni.

Lectio Magistralis di Crisafulli Il 18 settembre il rettore dell’Università danese di Roskilde, conferirà al regista italiano Fabrizio Crisafulli, la laurea honoris causa in “Performance Design”, per i risultati conseguiti con la sua ricerca teatrale, ritenuta particolarmente importante, innovativa ed influente. Il 21 settembre Crisafulli terrà nell’auditorium della stessa università una lectio magistralis sul tema “Il teatro dei luoghi”,

introdotto dal rettore Hanne Leth Andersen e dal professor Bjorn Laursen, docente di “Cultura Visiva e Performance Design” presso l’Università di Roskilde.


L immagine ultima

12 SETTEMBRE 2015 pag. 16

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

I

n quel giorno di festa le strade e le vetrine erano quasi tutte tappezzate da omaggi di ogni tipo rivolti ai grandi eroi dello spazio che stavano per essere festeggiati in pompa magna dagli abitanti della città che si erano riversati in massa sulla UN Avenue per assistere a questo grande evento storico. Striscioni, bandiere, stendardi, di tutti i tipi e di tutte le dimensioni, avevano praticamente invaso tutte le strade del centro. Per togliermi dall’imbarazzo della scelta ho deciso, uno per tutti, di rendere omaggio a questa partecipazione con una ripresa “decisamente minimal” scattata alla vetrina di un anonimo, ma sicuramente patriottico, “Dry Cleaning Store” del centro.

NY City, agosto 1969


Cultura commestibile 136