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redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.culturacommestibile.com www.facebook.com/cultura.commestibile direttore simone siliani

redazione gianni biagi, sara chiarello, aldo frangioni, rosaclelia ganzerli, michele morrocchi, barbara setti

progetto grafico emiliano bacci

Con la cultura non si mangia

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N° 1

SarĂ uno shock salutare per la foresta pietrificata dei nostri beni culturali. A dirigerli non saranno piĂš i soliti funzionari vestiti di grigio e marrone

I colori della cultura

Giuliano Da Empoli

editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012


Da non saltare

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La redazione di Cultura Commestibile

C

ome tutto ciò che riguarda la cultura in questo paese, anche la nomina dei direttori dei 20 musei nazionali dotati di autonomia speciale (leggi: che hanno a capo un dirigente di 1a o 2a fascia, quindi dotati di reale autonomia, almeno in teoria) ha suscitato polemiche, non solo fra gli addetti ai lavori, ma nel più vasto pubblico con infuocati post sui social network e sulla stampa dove si sono fronteggiate contrapposte tifoserie. Ciò sarebbe anche un bene se segnalasse in reale diffuso interesse per queste istituzioni (peraltro altrimenti assai poco visitati e sconosciuti dai cittadini, se non quando si trasformano in turisti); ma, purtroppo la qualità e l’oggetto delle polemiche sono stati talmente provinciali da rendere perlopiù ridicolo e inutile il dibattito. Infatti, che fra i direttori selezionati vi siano (molti) non italiani non può costituire elemento serio di dibattito essendo la dimensione quantomeno europea quella ormai propria per questo ed altri generi di “gare” nella Pubblica Amministrazione. In questo campo, quello della gestione di musei moderni e non della tutela del patrimonio che essi contengono, è acclarato che l’Italia non detiene nessun primato e, dunque, da altri paesi (europei e non) potrebbero venire esperienze e competenze utili a far recuperare il gap dei nostri musei rispetto a quelli di altri paesi e a far crescere il personale italiano. Caso mai vi è da segnalare che a retribuzioni medio-basse, rispetto agli standard internazionali, corrispondono candidature di questo tipo: nessun direttore di museo paragonabile per dimensione, visitatori e fama agli Uffizi per esempio, si è candidato semplicemente perché la retribuzione e, dunque, la considerazione delle sue capacità è molto superiore dove sono. Il che ci segnala quanto scarsa considerazione goda la direzione di un grande museo nell’Amministrazione italiana dove pure vi sono direttori di Ministeri e altri grand commis

Un discorso sul metodo

d’etat che percepiscono ben altre retribuzioni. Noi non entriamo nel merito delle singole scelte, su cui si potrebbe probabilmente discutere, se non per dire che certo la selezione operata dalla Commissione presieduta da Paolo Baratta e le scelte del Ministro all’interno delle terne fornitegli dalla Commissione non hanno evidentemente premiato i direttori “ministeriali”, in ciò facendo tabula rasa e livellando verso il basso eccellenze (e ve n’erano, prima fra tutte l’ex direttore degli Uffizi Antonio Natali) e mediocrità. Di fatto, è stata bocciato, per quella specifica funzione individuata dalla riforma del Ministero del 2014 da cui queste nomine discendono e dai criteri assegnati alla Commissione, un intero gruppo dirigente interno al Ministero. Vedremo se i nuovi riusciranno a rendere più moderna, accogliente e densa di

contenuti educativi la gestione dei musei, però possiamo dire che – salvo rare eccezioni – i direttori ministeriali precedenti hanno pagato, oltre che un tributo fin troppo alto ai meccanismi della comunicazione e alla retorica del cambiamento e della rottamazione, della narrazione renziana di questi anni, per una loro ben più grave indolenza (o supponenza): il non essersi mai posti seriamente il problema del pubblico come elemento centrale della funzione educativa e di ricerca del museo (così come definito dall’International Council of Museums, “un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. E’ aperto al pubblico e compie ricerche che riguardano le testimonianze materiale e immateriali dell’umanità e del suo ambiente; le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espo-

ne a fini di studio, educazione e diletto”, assunta anche dalla riforma italiana); il non aver accettato di costruirsi, umilmente ma consapevolmente, una professionalità gestionale accanto e compatibile con quella scientifica che molti indubbiamente avevano. Colpa grave questa perché avrebbero avuto le capacità culturali per farlo ma perlopiù l’hanno considerata una diminutio, finanche una squalificante contaminazione della loro alta competenza e vocazione di studiosi. Così si sono arroccati su una pretesa superiorità del modello italiano, incardinato sulla Soprintendenze, vagheggiando di una simbiosi fra museo e territorio che queste avrebbero assicurato, senza capire che il mondo in cui quel modello si era costruito era cambiato, e non necessariamente in peggio perché al museo si chiede oggi di svolgere un ruolo diverso da quello della mera conservazione di opere e oggetti d’arte (a proposito, dei musei scientifici, totalmente assenti in questi magnifici 20, ne vogliamo parlare?). Così, per questa loro altezzosità i nostri musei sono, da un lato rimasti dei contenitori (stra)colmi di grandiose opere ma incapaci di comunicare esperienze e contenuti educativi ad un pubblico crescente, distratto a volte ma più spesso esigente perché di musei ne vede oggi di più potendo girare il mondo; dall’altro lato hanno lasciato in mano la valorizzazione e la gestione a tanti soggetti, pubblici e privati, interessati, legittimamente, solo a ricavarne dividendi economici. Noi non sappiamo se il nuovo corso saprà correggere questa


Da non saltare

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stortura in direzione del nuovo statuto dei musei che pure la riforma del Ministero ha assunto come guida, o se invece questa deriva ne risulterà accelerata, facendo dei musei dei luoghi di solo svago e non di crescita culturale e formativa dei visitatori e del paese nel suo complesso: dipenderà da ciascuno di loro e dalla direzione che imprimerà il Ministro. Già, perché questa stretta dipendenza dei direttori nominati dal Ministro nominante a noi sembra uno dei punti deboli delle procedure di selezione scelte dalla riforma: la Commissione di esperti è scelta dal Ministro, questa lavora (supponiamo) in autonomia sulla base di criteri definiti a monte, fornisce una terna di nomi fra i quali il Ministro discrezionalmente decide e nomina... e il cerchio si chiude. Ora, comprendiamo che i dirigenti nella PA sono nominati dal vertice politico per legge generale dello Stato, ma allora occorreva stabilire qualche meccanismo che rompesse questo circuito autoreferenziale (ad esempio, la nomina della Commissione da parte del Parlamento) e soprattutto seguire procedure più articolate e trasparenti per selezionare i migliori. Come avviene negli USA dove l’esame dei candidati è molto approfondita (magari dopo una prima scrematura); in Inghilterra e in Olanda si chiede ai candidati di presentare un progetto per la valorizzazione del museo. Laddove i musei hanno una vera autonomia, sono i trustee, gli amministratori del museo a scegliere il direttore, oppure vengono costituite commissioni ad hoc per scegliere il direttore di quel museo (e non una sola commissione per scegliere 20 direttori di musei molto diversi fra loro, come avvenuto nel caso italiano). Tutto avviene in assoluta trasparenza, prima, durante e dopo la nomina. Certo, non siamo nostalgici dei vecchi modi di selezione, tutti interni al Ministero e quello adottato costituisce comunque un passo avanti; tuttavia, avendo deciso inopinatamente per un big bang museale che cambiava in un colpo solo e con una sola Commissione i direttori dei 20 maggiori musei italiani,

Una riflessione estiva sulle nomine dei direttori dei musei

Il Minneapolis Institute of Art, da cui proveniene il nuovo direttore degli Uffizi

una maggiore attenzione su questi meccanismi si doveva porre, magari a discapito di questi coup de théâtre di cui siamo ormai saturi e stanchi, oltreché preoccupati visto che a molto clamore nel giorno dell’annuncio segue spesso un profondo silenzio nella gestione quotidiana, nell’evolvere delle situazioni. Soprattutto poi perché la nomina dei direttori, per quanto succulenta dal punto di vista comunicativa per il “metodo Renzi” (che prende una parte di verità – il sistema dei beni culturali italiano è davvero anchilosato e in buona parte depresso dai continui tagli di risorse -, si mescola bene per proclamare una riforma e si vende sulla pubblica piazza mediatica come una rivoluzione progressiva e voluta dal popolo, per in realtà rafforzare il proprio potere e colpire le sacche di resistenza conservativa al sistema che lui vuole abbattere), è solo l’inizio della più

complessa e articolata riforma del Ministero. Torneremo in altre e più approfondite occasioni su questo tema strategico. Qui possiamo dire che essa si fonda sulla separazione fra la funzione di tutela, che resta assegnata alle Soprintendenze archeologica e belle arti e paesaggio e alle sue Direzioni generali, e quella di valorizzazione, attraverso i musei e la Direzione generale cui spetterà gestire i luoghi di cultura e migliorarne la qualità della fruizione. Questo potrebbe preludere, finalmente, a togliere la valorizzazione dal ruolo di parente povero e subordinato della tutela (e per questo affidata a voraci privati e svincolata da ogni sostanziale indirizzo e controllo pubblico), affidandole strutture, mezzi e istituti. Ma per far questo occorre una imponente opera di riorganizzazione e riassegnazione di istituti, edifici, uffici; una seria politica di integrazione e cooperazione paritaria con il territorio (non dobbiamo

dimenticare, infatti, che i musei e i luoghi di cultura detenuti dallo Stato sono in numero assai minore rispetto a quelli detenuti da altri soggetti del territorio, a partire dai Comuni); risorse economiche certe e programmate; un investimento pluriennale in risorse umane con assunzioni di personale con competenze nuove che non si trovano nel Mibact e che non sono fatte solo di esperti di marketing bensì soprattutto di esperti di politiche educative e di ricercatori e studiosi; una spinta verso l’autonomia dei musei, che non può essere solo tecnico-scientifica, ma deve includere anche quella dei mezzi per far funzionare i musei stessi. Un lavoro di lunga lena, che dà poche soddisfazioni mediatiche al Ministro di turno, eppure decisivo per una vera innovazione del sistema dei beni culturali italiano. Diversamente, “Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità.


riunione

di famiglia

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I Cugini Engels

Le Sorelle Marx

La via culinaria all’antiterrorismo

Kolossal di governo

La Film Commission del Lazio ha ricevuto una ben strana richiesta di sostegno economico: il remake attualizzato di un film colossal del 1959, Renz-Hur. Girato interamente nell’Anfiteatro Flavio altresì noto come Colosseo. In occasione della realizzazione del rifacimento del pavimento sul quale, parola di Franceschini, si sarebbero tenuti “spettacoli di altissimo livello culturale”, il sempreverde Ministro ha pensato bene far girare il remake di Ben-Hur con una fine e impercettibile metafora del nuovo impero insediatosi a Roma il 22 febbraio 2014. Tutto di altissimo livello culturale: corsa con le bighe, con Matteo nelle vesti Renz-Hur, Francesco Bonifazi in quelli del Generale Arrio, Maria Elena Boschi nel ruolo di Esther e ovviamente un enorme numero di comparse. Per il casting, il regista.sceneggiatore nonché Ministro Franceschini

ha voluto essere magnanimo e lasciare spazio anche a quelli della minoranza del PD, a partire dal buon Cuperlo: naturalmente nelle vesti dei cristiani dati in

I Nipotini di Bakunin

Lo Zio di Trotzky

Povero il nostro Eugenione! Era tutto fiero del suo bel fascione regionale rosso-crema, pronto a sfoggiarlo nel “suo” Palazzo Vecchio per stringere la mano al premier israeliano Netanhyau, alla presenza del Presidente Renzi: un sogno! Ma ecco che Matteo lo trasforma in un incubo: “Ma che roba è codesto tappeto che hai sulle spalle? O che ti sei vestito da Tutunci Hamedani Mohsen? Vien via Eugenio, levatela: tu fai più bella figura!”, lo ha redarguito il Renzi. Le cronache non ci dicono se Eugenio abbia obbedito o meno al diktat renziano, ma sappiamo che il dubbio è stato instillato nelle ferre certezze regionali: sarà troppo “cremoso” il fascione? Un po’ troppo “cicciona” perché imbottita? Poco visibile il rosso? Mah... Si sa però che, il giorno dopo si è tenuto a Palazzo Bastogi sede del Consiglio Regionale Toscano un consulto fra designer, sarti e stilisti e qualcosa di pregevole, certamente, ne verrà fuori.

Non staremo qui a ragionare se sia giusto o no pubblicare la foto del bambino morto sulla spiaggia. Si risponde alla propria coscienza, al proprio editore e ai propri lettori. Dell’appiccicare a una tragedia come questa una polemichetta a nome del padrone contro l’Europa invece sì. Specie se lo fa l’Unità, quotidiano che da qualche parte riporta sempre che è stato fondato da Antonio Gramsci. Il passaggio mentale bambino morto-Europa cattiva-laccioli all’economia che impediscono la grande azione riformista del nostro caro leader che vuole togliere le tasse ma l’Ue lo impedisce è un “capolavoro” che neanche nei sogni bagnati di un Libero e una Padania di qualche anno fa sarebbe stata possibile. Un titolo (Non prendiamo lezioni da questa Europa) degno dell’Istituto Luce, una perfida Albione aggiornata e corretta, ma almeno a quel tempo c’era da giustificare una guerra, stavolta uno

Stilista cercasi

Spezzeremo le reni all’Ue

pasto alle fiere nel Colosseo, che “è il simbolo dell’Italia nel mondo. Valorizzarlo è un’operazione di interesse nazionale”. Dario dixit.

Non si sa se questa volta la grande proletaria si è mossa, di sicuro si è incamminato l’autonominato ministro ombra della Guerra Andrea Manciulli impegnato in una battaglia senza quartiere contro l’estremismo islamico al grido di “non rinunceremo al cinghiale in umido”. L’iperattivismo del deputato è ormai leggenda sia sul web con il suo bollettino telematico del comando supremo, Europa Atlantica, sia sulle tavole dei migliori ristoranti del continente. Come ogni condottiero che si rispetti il nostro ha intrapreso una vigorosa campagna in questo settembre. Lungi dal calcare i campi di battaglia saranno i palchi (e i ristoranti) delle numerose feste dell’unità a vedere lo sfoggio bellico del Clausevitz della val di Cornia tra una roboante filippica anti terrorista e un maltagliato al sugo. Elmetto, pardon scolapasta, in testa le truppe del califfo saranno ricacciate in mare a colpi di cosciotti di maiale.

sconto sulle imposte. Proponiamo al direttore Erasmo De Angelis di aggiungere accanto all’apostrofo verde questa citazione: “La stampa più libera del mondo intero è la stampa italiana. Il giornalismo italiano è libero perché serve

soltanto una causa e un regime; è libero perché, nell’ambito delle leggi del regime, può esercitare, e le esercita, funzioni di controllo, di critica, di propulsione”. Lasciando dormire sogni tranquilli il povero Gramsci.


5 SETTEMBRE 2015 pag. 5 Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

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ra scultura e pittura esiste un labile confine che non separa le due discipline ma permette un’incessante osmosi teorica e pratica, una compenetrazione di interrelazioni, di prospettive e possibilità di progresso. Non a caso attraverso l’oggetto di uso quotidiano è possibile creare connessioni inedite e originali, nonché capaci di unire l’aspetto concettuale e simbolico alla dimensione più concreta e tangibile del materiale utilizzato: gli usi e i riusi materici sono in grado di analizzare gli aspetti sociologici della contemporaneità fin nel profondo, connotando e denotando gli elementi essenziali della comunicazione, non più ridotta al grado zero della sua esistenza, ma posta a un livello diverso di intelleggibilità. Nell’opera di Arman l’uomo si racconta e viene raccontato attraverso particolari realizzazioni scultoree che esprimono i complessi ingranaggi del consumismo moderno. Le accumulazioni di oggetti – spesso musicali – rotti e riassemblati si caratterizzano non solo per l’armonia della costruzione e delle forme ma anche per l’espressività comunicativa che manifestano. Immense e assordanti opere tese a sviluppare processi di conoscenza interna ed esterna; opere che dissacrano l’arte e l’estetica tradizionale; sculture che donano all’oggetto banalizzato dal mondo un’aura aulica, elevandolo a opera d’arte e inserendolo in un contesto diverso dall’abitudinario e fuori dal canone: quella di Arman è una prassi estetica che distrugge e ricostruisce, che devasta e fa rinascere; è una modalità artistica sensibile alla ri-contestualizzazione del rifiuto.

Arman

Usi ri usi e

In alto Base per tavolo da pranzo, 1994 Bronzo e legno + cristallo h cm 75, diametro cm 158 A sinistra Senza titolo, 1990 Bronzo h. cm. 245 A destra Welded Tubas, 1990 Bronzo cm 200x100x70 Courtesy Collezione Carlo Palli, Prato


5 SETTEMBRE 2015 pag. 6 Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

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sattamente cento anni fa, nel 1915, nasce a Montecarlo Pietro Donzelli, il più noto e forse il più grande critico fotografico italiano, apprezzato in Italia, ma forse ancora di più al di fuori del proprio paese, sia per la sua opera di critico che per i suoi lavori come fotografo. Pietro Donzelli cresce e vive a Milano, dove si diploma nel 1931 come disegnatore tecnico, e dove incontra più tardi la fotografia, quasi per caso, svolgendo le mansioni di archivista presso la fototeca di una compagnia telefonica. Nel 1939 acquista una Super Ikonta Zeiss 6x9cm, ma la guerra gli impedisce di dedicarsi alla propria passione, attività che inizia invece in pieno a partire dal 1946, associandosi al Circolo Fotografico Milanese. Nel 1947 fonda insieme ad Ezio Croci e Piero Di Blasi la rivista “Fotografia”, e negli anni successivi organizza numerose mostre di fotografi italiani e stranieri, stabilendo rapporto con il Group XV francese e con il Fotoforum di Otto Steinert, e curando le mostre del Circolo a Tokyo ed a New York. Nel 1950 esce dal CFM ed insieme ad altri fotografi fonda l’Unione Fotografica, e nel 1954 pubblica insieme a Luigi Veronesi “Fotografi italiani”, il primo Annuario italiano di fotografia del dopoguerra. Collabora con numerose riviste di fotografia, come Ferrania, e nel 1957 diventa redattore di Popular Photography Italiana, di cui diventerà condirettore, fino al 1963, e con cui pubblica, insieme a Piero Racanicchi, i quaderni di “Storia e Critica della Fotografia”. L’attività di curatore e critico di Pietro Donzelli si sviluppa lungo due direttrici, far conoscere in Italia ed all’estero i fotografi italiani, e nello stesso tempo far conoscere in Italia i fotografi stranieri, attraverso una politica di scambi incrociati e di approfondimenti critici. Concettualmente e culturalmente più vicino alla fotografia umanistica francese ed alla fotografia documentaristica tipica dei fotografi della FSA, che non alle ricerche astratte di moda all’epoca, Donzelli si interessa anche alle sperimentazioni della Subjektive Fotografie, privile-

Pietro Donzelli, critico e fotografo giando sempre e comunque la ricerca visiva “pura”, quella in cui mutando il punto di vista sulla realtà si finisce per organizzare e rendere immediatamente percepibili le forme ed i significati di quella stessa realtà. Oltre ad essere un curatore scrupoloso ed un critico acuto, attività per le quali è maggiormente noto, Donzelli è anche e soprattutto un fotografo, un ottimo fotografo. Mettendo in pratica quelle stesse teorie e quegli stessi indirizzi presenti nei suoi scritti, felicemente influenzato dal clima culturale dell’epoca, dal cinema come dalla letteratura, Donzelli procede nella sua ricerca personale, indagando l’Italia del dopoguerra, della ricostruzione e dell’industrializzazione. Parte da Milano e si sposta lungo il corso del fiume, verso Ferrara e nel Polesine, poi scende in Toscana, nel senese, e nel Mezzogiorno, in Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna. Le sue immagini indagano soprattutto il mondo della provincia, con l’uomo al centro delle sue inquadrature, quasi sempre messo in rapporto con l’ambiente. Libero da impegni redazionali o da incarichi editoriali, Donzelli lavora esclusivamente per sé, seguendo la propria strada e la propria vocazione. Con il suo bianco e nero ineccepibile non si limita ad un documentarismo fine a se stesso, ma coglie i momenti e le inquadrature in cui la visione sfiora la poesia, si innalza ai valori universali, trascende il dato storico o geografico per assumere una dimensione lirica, oltre il tempo e le convenzioni. Poco propenso ad essere messo in mostra, non pubblicizza la sua opera, ed il suo valore come fotografo viene scoperto solo molto tardi. La FIAF lo insignisce nel 1995 “Fotografo dell’anno” e gli dedica una monografia, e nel 1997 il Kunstmuseum di Wolfsburg gli dedica un’ampia retrospettiva. Pietro Donzelli muore nel 1998, senza poter partecipare agli Incontri Internazionali della fotografia di Arles, che proprio in quell’anno gli dedicano una mostra. Nel 2006 la casa editrice Contrasto gli dedica una monografia, e nel centenario della nascita viene pubblicato in Germania il volume “Pietro Donzelli - Luce”.


5 SETTEMBRE 2015 pag. 7 Simonetta Zanuccoli simonetta.zanuccoli@gmail.com di

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Parigi si va al teatro con lo stesso spirito con il quale si va al cinema: tranne gli spettacoli di grande richiamo prenotati da mesi, si può scegliere all’ultimo momento quello preferito in un cartellone vastissimo che offre tutto l’anno opere classiche e contemporanee, danza, poesia, commedie musicali, teatro per bambini... I prezzi sono relativamente bassi (per i giovani sotto i 26 anni ci sono forti riduzioni) e, andando un ora prima dell’inizio dello spettacolo, si possono trovare biglietti estremamente convenienti e spesso in ottima posizione oppure comprarli direttamente da qualche rinunciatario che, fuori dal teatro, li mette a disposizione per pochi euro. Il pubblico eterogeneo e informale, che assiste sempre numeroso agli spettacoli, può poi proseguire la serata al bar o al ristorante dello stesso teatro che in genere rimane aperto anche dopo la rappresentazione. L’amore verso il teatro ha un’antica tradizione nella vita parigina e molti artisti e drammaturghi provenienti da tutto il mondo sono stati attratti da questo particolare clima culturale aperto alle novità e ricco di possibilità espressive. Dalla fine degli anni 60 poi il numero dei teatri a Parigi si è notevolmente ampliato: dalla sessantina di sale con circa settanta spettacoli a settimana oggi sono più di 130 con 300 spettacoli. Questa grande espansione ha cancellato di fatto la tradizionale separazione, della quale la Senna era l’immaginaria frontiera, tra i teatri d’avanguardia della rive gauche e quelli d’impronta più borghese nei Grands Boulevards sulla rive droite. Questo incremento è anche merito dello Stato che oltre a finanziare numerosi teatri nazionali e compagnie stabili ha anche fatto, in questi ultimi decenni, una grande opera di decentralizzazione. Un pubblico attento e numeroso viene attratto nei teatri situati nella prima e nella seconda cerchia delle periferie da una programma-

La grandeur teatrale parigina

Lido Contemori lidoconte@alice.it di

Il migliore dei Lidi possibili

Leonardo da Expo Disegno di Lido Contemori

Didascalia di Aldo Frangioni

zione di alta qualità e di livello internazionale come il festival Rencontres Chorégraphique a Bagnolet, che propone le nuove tendenze coreografiche, o il Festival Artdanthé a Vanves con performances miste di danza, teatro e videoarte. Accanto alle strutture pubbliche convivono felicemente i teatri privati organizzati in associazioni e rappresentati da un agguerritissimo sindacato. I teatri dove vengono dati gli spettacoli di questa immensa e, a volte, disorientante, programmazione sono quindi molto vari: è possibile passare la serata in luoghi che sono vere e proprie icone del teatro parigino come la Comediè Francaise, dall’imponente colonnato e il bel giardino, e l’Opera Garnier con il magnifico soffitto disegnato da Chagall ma anche tuffarsi nell’atmosfera più intima e carica di suggestioni del meraviglioso Théatre des Bouffes du Nord, “lo spazio diroccato” ricco di charme (assolutamente da non perdere), o nel piccolo Huchette dove si replica da 50 anni La cantatrice calva di Ionesco, o nell’incredibile Cartoucherie sede del Théatre du Soleil o al Téatre des Variétés, uno dei più antichi di Parigi, dichiarato monumento storico.


5 SETTEMBRE 2015 pag. 8 Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it di

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ra il 1786 e il 1788 Johann Wolfgang von Goethe fece il suo celebre viaggio attraverso la nostra penisola, che all’epoca non aveva ancora conquistato l’unità politica. Lo scrittore tedesco raccolse le proprie impressioni nel libro Italienische Reise (Viaggio in Italia), che venne pubblicato in due volumi fra il 1816 e il 1817. Un’esperienza analoga fu quella di Simone Weil, che nel 1937 soggiornò in varie città italiane. Anche in questo caso ci resta un libro intitolato Viaggio in Italia. Molti altri scrittori stranieri hanno visitato la penisola, ma elencarli tutti sarebbe lungo e noioso. Quello che ci interessa, invece, è un viaggio che l’autore ci racconta con la musica anziché con le parole. Stiamo parlando di Curt Cacioppo, pianista e compositore statunitense. Il nome evidenzia un legame col nostro paese, ma il musicista si differenzia nettamente dalla maggior parte dei colleghi italo-americani, dove le origini sono ormai lontane e quasi completamente scomparse. Pensiamo a Suzanne Ciani, John Corigliano e Henry Mancini, tanto per fare qualche nome. Una curiosa coincidenza vuole che Cacioppo sia nato (1951) in un Fabrizio Pettinelli pettinellifabrizio@yahoo.it di

…Dio faccia mancare l’acqua, recita un antico proverbio. Considerato che Firenze, quanto ad acqua, non è mai stata seconda a nessuno (basta pensare a tutte le esondazioni dell’Arno), c’è un’unica logica conseguenza. Sul fatto che i fiorentini, fin dai tempi più remoti, abbiano avuto un amichevole rapporto con il vino non c’è dubbio: lo testimoniano personaggi di grande levatura. Se Dante scriveva “E perché meno ammiri la parola, - guarda il calor del sole che si fa vino, - giunto a l’omor che de la vite cola.” (Purgatorio, XXV), Galileo chiosava “Il vino è un composto di umore e luce”. Francesco Redi (aretino di nascita ma a lungo a Firenze) gli dedicò un poema, “Bacco in Toscana”, nel quale si legge: “Del buon Chianti il vin decrepito – maestoso imperioso – mi passeggia dentro il core – e ne scaccia, senza strepito, - ogni affanno, ogni dolore”. Più vicino

Dedicato all’Italia paese dell’Ohio chiamato Ravenna. Ma la cosa più importante, come si diceva, è l’amore per la nostra penisola che pervade molte delle sue composizioni. Il compositore non si limita a un generico interesse per l’Italia, ma scandaglia l’intera penisola: dalle Dolomiti al Valdarno, da Catania a Venezia. Nel CD Italia (2010) spicca

“Impressioni venexiane”, una lunga e articolata composizione cameristica eseguita dal Quartetto di Venezia. “On the Road of the Seven Bridges” allude invece alla Via dei Setteponti, cioè la Cassia vetus che collega Firenze e Arezzo. Si tratta di otto pezzi per piano solo composti durante un soggiorno in Toscana. Allo Steinway siede Matthew Bengtson, un eccellente

Via Sant’Andrea a Rovezzano

A chi non piace il vino… a noi, l’intellettuale fiorentino Ettore Allodoli ricordava così l’amico Giovanni Papini: “Io ho visto giocare allo scopone, con tale intensità, nientemeno che Giovanni Papini insieme con Bruno Cicognani, Vito Frazzi, Oscar Ghiglia. E mi parevano allora i miei scacchi, prediletti di un tempo, una bevuta insipida d’una tazza di té, e invece quello scopone scientifico un gran fiasco saporoso inebriante, di vin del Chianti”. Del quale Chianti, fra l’altro, non è chiara neppure l’etimologia; il nome risale alla metà del ‘300 quando il nuovo toponimo sostituì l’antico “Castiglione”. Qualcuno crede che il nome derivi dal latino clangor (strepito, ma anche grido di animali) legato alle grandi partite di caccia che si svolgevano nella zona prima

che iniziasse la coltivazione della vite; altri, più semplicemente, ritengono che Chianti fosse il nome di un contadino che, nel ‘200, portava a vendere in città il suo vino. C’è invece accordo sull’origine del “gallo nero” che contraddistingue il Chianti classico: si racconta che Firenze e Siena decidessero di tracciare il loro confine, dopo secoli di diatribe, nel punto esatto nel quale si sarebbero incontrati due cavalieri partiti dalle rispettive città al

musicista che ha appena pubblicato l’integrale delle sonate per piano di Aleksandr Skrjabin. L’amore di Cacioppo per l’Italia viene riaffermato nel suo ultimo CD, Ritornello (Navona Records, 2014), dove ritroviamo il Quartetto di Venezia. L’iniziale “Divertimenti in Italia” è un quartetto per archi: musica intensa, raffinata, costruita con gusto e misura. I sette pezzi che compongono “Dalle Dolomiti all’Etna: Schizzi pianistici d’Italia” sono eseguiti dall’autore. Il musicista italoamericano appare dotato di una tecnica elegante, ma anche capace di suscitare forti emozioni. Affiancato da una forte passione per le culture amerindiane, l’interesse del compositore per l’Italia non si esaurisce comunque nei due dischi suddetti. Lo conferma la monumentale “Trilogia dantesca” per piano, orchestra e coro che ha terminato nel 2006. Nel 2015 ricorre il 750º anniversario della nascita del poeta: Cacioppo vorrebbe eseguirne la prima entro la fine dell’anno. Sarebbe bello se qualche ente fiorentino glielo permettesse. La nostra città dovrebbe essere parte in causa: Dante Alighieri, se non andiamo errati, è nato a Firenze.. canto del gallo. Mentre i senesi rimpinzarono il loro gallo (bianco) per metterlo in forze, i fiorentini tennero a digiuno il loro (nero) che iniziò a cantare ben prima dell’alba, mentre il satollo gallo senese ancora dormiva, e consentì al cavaliere fiorentino di arrivare a pochi chilometri da Siena, annettendo a Firenze tutto il Chianti. Per trasportare il vino dalle zone di produzione in città, i fiorentini si inventarono “le ceste” i monumentali carri trainati da buoi o da cavalli dove i migliori professionisti in materia erano in grado di stivare fino a tremila fiaschi di vino; veri capolavori di ingegneria, in tal senso, erano “le ceste” realizzate dai Giorgi, dinastia di carradori in Sant’Andrea a Rovezzano. Lo spazio tiranno mi impedisce di parlare di un’altra meritoria istituzione fiorentina, le “porticciole del vino”, ma il discorso è solo rimandato.


5 SETTEMBRE 2015 pag. 9 di

Andrea N.Sinibaldi

S

e sin dagli albori della decorazione d’interni la ricca clientela, nobile e mercante, avesse cercato una via d’evasione alla quotidianità, donando alle proprie abitazioni un’aura di esotismo, fu solo con l’affermarsi dell’eclettismo che tale sentimento ebbe la sua piena affermazione. Se vero è che grazie ad abili maestranze dell’artigianato revivalistico la benestante popolazione potesse fingere di trovarsi in qualsiasi nazioni ed epoca, tratteremo in questa sede la più originale ed insolita di tali manifestazioni, cioè la mobilia “a grotta”. Tali arredi creati a Venezia dalla seconda metà dell’800, nacquero con ogni probabilità dalla fusione delle abilità della ditta Testolini con i suggerimenti di Sir Austen Henry Lyard e William Drake. Questi mobili le cui forme scolpite nel legno ricalcavano pettini di mare per sedute, schienali e ripiani, e gasteropodi per gambe e sostegni, ai quali si univano tritoni, cavallucci marini, coralli e conchiglie, venivano poi trattati con doratura a mecca e vernici iridescenti in modo da rendere la finzione maggiormente veritiera. Tale tipologia d’arredo ebbe un enorme successo soprattutto nel mondo anglofono, che stanco di ritirarsi in eremi neogotici o rococò e manieri neorinascimentali, trovò in tali arredi la più entusiasmante fuga dalla realtà. Se l’India e il Marocco erano infatti divenuti obsoleti e facilmente raggiungibili tramite sicuri e veloci vapori e il loro indirizzo artistico iniziava a divenire troppo comune, il modo marino era un qualcosa di inusuale, di fiabesco, di magico, un mondo del tutto nuovo, al quale non si poteva accedere, ma verso il quale sin dall’antichità si era riversato enorme interesse. Ed ecco così sorgere salottini e boudoir in stile marino, nei quali eleganti dame e giovani possidenti, facendo solo pochi passi nelle proprie magioni, potevano fingere di trovarsi in un mondo a metà tra il sogno e la leggenda. Un viaggio onirico e lontanissimo, seppur solo mentale, che permetteva loro la più estrema delle finzioni, l’immaginarsi tritoni e sirene, e in tali

Viaggio nel modo marino vesti percorrere i fondali marini, esplorare relitti sommersi e passeggiare per le vie di Atlantide, come nel noto, ed allora appena pubblicato, “20000 leghe sotto i mari”. Il più arduo e fiabesco viaggio poteva aver luogo ad ogni ritrovo pomeridiano, dove “curiosi esploratori” nel più fantasioso degli spostamenti, portavano il loro essere nel più lontano dei mondi, quello della fantasia.

Massimo Cavezzali cavezzalicartoons@hotmail.com di

Scavezzacollo


5 SETTEMBRE 2015 pag. 10 Dino Castrovilli f.castrovilli@virgilio.it di

È

il libro del musicista (violoncellista e direttore d’orchestra) che volle farsi marinaio, e marinaio solitario. Senza rinunciare alla musica, anzi restituendola, e venendone ricambiato, a quel mare dal quale sembra provenire. “Non mi stancherei mai di guardare il mare, sempre uguale, sempre diverso. – scrive Roberto Soldatini in La musica del mare (Nutrimenti, pp. 190, 16 euro) - Mi fa venire in mente la scrittura di J. S. Bach, dove cellule tematiche apparentemente uguali variano continuamente autorigenerandosi. Osservando le onde spesso mi sembra di ascoltare il Preludio della suite n. 1 per violoncello solo: un’onda sale come una frase musicale, poi frange e lascia il posto a un’altra, che sembra uguale ma non lo è. Uscendo dal ventre di quella che la precede ne porta con sé il germe, variandolo per poi porgerlo all’onda suggestiva. Come in Bach, appunto”. Dopo averla suonata, e insegnato a suonare, migliaia di volte, Soldatini ne ha fatto una revisione particolare, che ha fatto ascoltare, eseguita su un violoncello Stradivari da quattro milioni di dollari (naturalmente non suo ma affidatogli in comodato) alla libreria fiorentina Todo Modo immediatamente prima di cominciare a parlare del libro. Un libro denso di musica, di mare e di vita: scritto come uno spartito (i capitoli, dall’iniziale “Ouverture” al finale “Sipario”, hanno titoli musical-teatrali), lo si può leggere su più piani: è un diario di bordo (il resoconto della sua prima avventurosa traversata solitaria da Port Napoleon, a ovest di Marsiglia, a Istanbul), è il diario della sua vita (l’ambiente familiare, l’attrazione per la musica e il violoncello, la carriera concertistica e accademica, l’approdo a Napoli), ed è anche, se non soprattutto, un prezioso aiuto per “navigare” (mi si passino i giochi di parole) in un mondo sempre più sprofondato nel rumore e nel consumo acritico. A cinquant’anni “suonati”, Roberto Soldatini – origini toscane, padre primo trombettista all’Orchestra dell’Opera di

Roma - ha deciso di andare controcorrente: letteralmente. Ha preso la patente nautica e quindi ceduto ad una signora inglese in pensione (pilotava il Concorde) la sua bella casa sui Castelli romani in cambio (è la prima delle tante belle coincidenze narrate nel libro) di una bellissima barca a vela usata – Denecia II, un Moody44 costruito nel 1993 che ha riadattato alle sue (e del violoncello) esigenze, e ha preso a solcare i mari, anche quelli più tempestosi. Aggiungendosi così ad una eletta

di fatto ma anche anagraficamente “risiede” nella sua barca: la sua carta d’identità lo certifica infatti residente a Napoli, “via: is. Barca”, che per gli addetti ai lavori è il porticciolo del suggestivo Borgo Marinari, davanti a Castel dell’Ovo. Durante l’anno accademico Soldatini fa il pendolare fra Denecia II e Potenza, dove insegna al Conservatorio, o gli altri luoghi in cui viene chiamato a suonare o dirigere; nei restanti mesi lascia Napoli e riprende le sue navigazioni solitarie, che

schiera di grandi personaggi come l’attore e scrittore Sterling Hayden (Giungla d’asfalto, Johnny Guitar, Rapina a mano armata) e il cantante Antoine che hanno fatto del mare la loro ragione di vita. Ma Soldatini vanta una particolarità in più: è la prima persona in Italia (da noi purtroppo è un primato, all’estero una cosa normale) che

non escludono incontri con persone eccentriche o straordinarie (come straordinari sono stati, prima della “discesa a mare”, l’incontro e la collaborazione con Leo de Berardinis per l’allestimento per il Festival di Spoleto del Don Giovanni di

Traversata extra-mondo per violoncello

Alessandro Dini sandrodini@libero.it di

“ ... È la guerra, ma una guerra senza polvere da sparo e senza fumo, senza pose guerresche ... (Nietzsche, ‘Ecce Homo’) [ ... ] ou tout se tient, et son contraire ... (Sartre, ‘Critica della dialettica’ ... “. L’Homo Sapiens tratto fuori dall’abisso della disperazione, appena arrivato ‘senza imballaggio e senza marchio di fabbrica’ è subito omologato a cominciare dai suoi ‘Cuccioli’. Per la madre – che osserva profondamente preoccupata – chi ha il potere di effettuare la omologazione è un ente alieno che lei percepisce di ‘infinita differenza qualitativa’ in paragone a sé e ai propri figli. Le madri, è cosa nota, sono taumaturghe e profetesse. Le madri ‘vedono’ il futuro che aspetta i propri figli, contraddicendo totalmente il principio heideggeriano che ‘il futuro non

È già la guerra

esiste, noi siamo solo il presente’ (‘Essere e tempo’). Smentito clamorosamente, perché se è vero che ‘il passato non è più tempo, ma memoria’ allora chi ha – come le madri – il dono della profezia ‘vede nel passato’ il destino che ‘potrebbe toccare al futuro’ dei propri figli. E il ‘presente’ di coloro che furono già omologati prima che ciò avenis-

Mozart) e luoghi tanto remoti quanto suggestivi (sulla sua pagina Facebook il maestro aggiorna continuamente i suoi amici con immagini e commenti). A chi, non sufficientemente appagato dall’immaginare e condividere l’emozione che può dare un concerto in solitaria sul ponte della barca, o davanti ad un branco di delfini che saltano felici e partecipi, o in aggiunta ad un coro di monaci ortodossi su una piccolissima isola dell’Egeo, si chiede ancora “Perché”, il maestro-comandante Soldatini risponde “per far nascere un uomo nuovo”. E se, approfondendo, si chiede anche “Perché solo?”, una delle risposte date, se non la risposta, è “Perché vivere e navigare su una barca per me è una risorsa, non una fuga. Non è un ‘adesso basta’ ma è un ‘adesso vado alla ricerca di’. Di qualcosa, di me stesso, degli altri, della vita, del mondo” se di nuovo fu orribile, da non credere umanamente possibile. È rimasto, però, solo dolentissima ‘memoria’. Eppure ‘è stato’ e la mente profetica della madre teme che possa ‘essere ancora’. Lei non lo sa, ma ‘vede’, che il luogo è quello, la ‘infinita differenza qualitativa’ è ancora quella che un tempo distinse gli ‘omologabili’ dagli ‘omologanti’. È un rapporto basato sulla forza, non fisica, ma determinata dalla dipendenza: senza omologazione non vai da nessuna parte, e solo io ti posso omologare e darti la possibilità di ‘andare’. Alla morte, alla vita? Noi non lo sapremo mai, perché purtroppo non siamo profeti. Ma la madre ‘vede’ e teme, teme tutto ciò che potrebbe già essere. Noi dimentichiamo subito il ‘passato’, e quindi non possiamo, perché non sappiamo, ‘vedere’ nemmeno il presente mentre è così come è.


5 SETTEMBRE 2015 pag. 11 Simone Siliani s.siliani@tin.it di

P

er quale motivo al mondo dovremmo voler tenere aperta una rivista di cultura (o letteraria) nel mondo contemporaneo? E’ una domanda ineludibile per noi di Cultura Commestibile e per chiunque – e sono molti nel mondo – si ostina a pubblicare questi strumenti figli del secolo appena trascorso. Se l’è domandato di recente anche Stephen Burt sul NewYorker del 7 luglio 2015 (“The Persistence of Litmags”), recensendo anche il volume di Ian Morris e Joanne Diaz, “The Little Magazine in Contemporary America” (The University of Chicago Press, 2015), una collettanea di interviste e interventi sul mondo delle riviste letterarie e culturali investito dall’onda del cambiamento digitale. Perché una rivista di cultura? Non diventerete ricchi né famosi; dovrete mantenere il vostro lavoro per campare e pubblicare nei ritagli di tempo. Dovrete occuparvi per lo più layout, burocrazia, distribuzione, siti internet, promozione, questioni economiche, non certo a scrivere e pubblicare le vostre idee e studi. Avrete migliaia di concorrenti se starete online e diventerete utili per fare aeroplanini di carta se ancora cartacei. Ma chi ve lo fa fare? Sarà per limitare al minimo l’impiego di energia e risorse finanziarie che la gran parte delle riviste di cultura, in Italia come in USA, sono trasmigrate sul web? Certo, ma anche perché lì, sul web, ci sono i lettori. Infatti, riporta Burt che le piccole riviste letterarie americane online hanno un numero di “visitatori” (ma saranno anche “lettori”?) che non si sognavano neppure di avere quando erano su carta. Diaz e Morris raccontano di questa grande migrazione attraverso le storie di Alaska Quarterly Review, di Bitch, di Rain Taxi o della New England Review. Tutte riviste che hanno trovato sul web una nuova vita, un po’ come è capitato a noi di Cultura Commestibile. Ma qual è la misura del successo delle riviste di cultura online? Longevità (noi abbiamo superato i 200 numeri, fra carta e web)? Stabilità finanziaria? Attrazio-

Piccole riviste crescono

di

Burchiello 2000

In una recente merenda consumata per il centro (blindato) di Firenze, il Capo sembra sia stato definito “partner chiave” nel conflitto planetario fra luce e buio. Qualcuno, ribaltando la frase, ha replicato che meglio sarebbe stato “chiave del partner”, perché sembra più appropriato alle circostanze. Ma va tutto bene, tutto procede secondo copione: il Nostro è sempre più “il solo Capo, da cui ogni poter promana. Il pilota, il solo pilota cui nessuna ciurma può sostituirsi. Il più bello, il più forte, il più buono dei figli della nostra madre Italia”. La macchina del consenso procede inesorabile.

Il solo capo, da cui ogni poter promana

Anche il Minculpop sta facendo passi avanti; e col nuovo consiglio della RAI ci siamo ben avvicinati all’EIAR. Si ricordi e si tenga ben fermo il timone: il culto della personalità è una forma di idolatria sociale che si configura nell’assoluta devozione a un leader, attraverso l’esaltazione acritica del pensiero e della capacità, così da attribuirgli doti di infallibilità.

ne di nuovi autori, numero di accessi/lettori? Tutto giusto, ma – sostiene Burt – il vostro successo sarà determinato dal fatto di aver portato o meno qualcosa di nuovo sulla rete. E’ questo il vero motivo di esistenza per una rivista di cultura. E, comunque, darsi una ragion d’essere, su cui poi misurare il proprio successo o insuccesso, è fondamentale. Mi ha fatto piacere leggere che, fra queste ragion d’essere, può annoverarsi anche l’avere un progetto da condividere con i vostri amici (anche se “potrebbero anche non essere più vostri amici dopo la litigata sulla scelta della copertina del quarto numero”), perché è esattamente così che è nata la nostra rivista. Così come altro motivo è quello di creare una comunità, anche se la nostra non può dirsi una comunità fondata su “motivi estetici, ideologici, etnici, geografici o generazionali” come dice Jonathan Farmer di Art Length. Altro personale motivo di soddisfazione è poi quanto afferma Stephen Burt del volume di Morris e Diaz: “la meno convincente delle tesi del volume è quella che, grazie al web, non importa più dove materialmente sei. Il vantaggio di vivere in un centro culturale non è svanito, sebbene sia diminuito. Potete avviare una rivista online, pubblicare gli scritti dei vostri amici e chiedere articolo di scrittori più conosciuti, ma aiuta ad ottenerli se li avete materialmente incontrati; e, se li volete incontrare, aiuta il fatto di vivere a Toronto, San Francisco o New York”. Bene, bravo, sottoscrivo! Ma quel che è certo che nessuno di noi di Cultura Commestibile finirà dove Burt dice che finiscono le riviste di cultura che sopravvivono per più di un paio d’anni (noi siamo arrivati a quatro), cioè nell’accademia, anche se hanno iniziato attaccandola: “il sacrificio dell’indipendenza è un piccolo prezzo da pagare in cambio di una consistente fonte di apprendisti e dipendenti, di una scrivania, di un ufficio e di una indirizzo postale” forniti da uno dei diversi programmi di scrittura creativa accademica. Noi non ci vendiamo per così poco... e, del resto, in Italia chi ti comprerebbe?


5 SETTEMBRE 2015 pag. 12 Leandro Piantini leandropiantini@virgilio.it di

L

’11 agosto 1944 avviene la liberazione di Firenze. Fascisti e truppe tedesche cominciano a ritirarsi a nord della città, da quel giorno ormai quasi tutta sotto il controllo dei partigiani e degli alleati. Uno degli episodi più belli di Paisà, il film di Rossellini che nel ’46 rievocava la resistenza e la guerra civile in alcuni luoghi significativi della penisola, è proprio quello che descrive la lotta che si combatté strada per strada a Firenze, e lo sceneggiò Vasco Pratolini, da anni lontano da Firenze ma presente in quel momento cruciale. La battaglia combattuta in città fu assai cruenta per la massiccia presenza dei cecchini fascisti che dai tetti contrastarono palmo a palmo l’avanzata alleata. Li aveva organizzati, nella sua ultima visita a Firenze che fece in giugno, Alessandro Pavolini, assolutamente deciso a impedire che Firenze accogliesse i “nemici” con l’entusiasmo con cui a Roma erano stati ricevuti dalla popolazione gli anglo-americani. Aveva scorto Pavolini fermo davanti alla vetrina di Seeber Alessandro Bonsanti ma non gli si era fatto incontro, e poi se lo rimproverò sempre. Chissà se sarebbe servito a qualcosa parlare con l’amico di un tempo divenuto il feroce condottiero di Salò. Nel ’44 Firenze pullulava di gente venuta da ogni parte d’Italia, avventurieri e prostitute comprese, cinema sale da ballo e ristoranti erano sempre pieni, come in una macabra festa che si celebrava “prima del diluvio”. Negli scontri tra cecchini e partigiani –nei giorni in cui i tedeschi fecero saltare tutti i ponti risparmiando solo il Ponte Vecchio- trovò la morte anche il pittore Bruno Bécchi, fascista accanito ma forse ormai passato nelle file della resistenza. Morì anche Pietro Chiesi, modesto ciclista che era diventato famoso per aver vinto da outsider una mitica Milano-San Remo nel ’27, quando tutti aspettavano la vittoria di Binda o di Girardengo. Ne La Pelle Malaparte racconta di avere assistito, arrivato insieme ai soldati americani in

Bonsanti e Pavolini vecchi amici nuovi nemici

piazza Santa Maria Novella, alla fucilazione di giovanissimi fascisti catturati dai partigiani e sottoposti al giudizio di un “tribunale del popolo” sul sagrato della chiesa. Fu un’esecuzione sommaria e quando Malaparte era arrivato nella piazza la montagna dei cadaveri era già alta. Dopo l’11 agosto Firenze ritorna faticosamente alla normalità. La vita riprende tra problemi e difficoltà d’ogni genere, mancano acqua e gas, il cibo scarseggia per chi non può permettersi di acquistare alla borsanera. Ma la città è libera dopo vent’anni di dittatura. Furoreggiano i soldati alleati, ai quali si aprono tutte le porte, comprese quelle dei locali, delle sale da ballo e dei cinema. E pare che per allietarli, in uno spettacolo che si tenne nel cinema più grande di Firenze, Il Rex –poi ribattezzato Apollo- siano venuti da oltreoceano addirittura Frank Sinatra e Marylin Monroe…

Alessandro Bonsanti

Alessandro Pavolini

Sergio Favilli sergio.favilli@libero.it

Grazie Bobo

di

Necessario, essenziale ed anche un po’ liberatorio!! Un sentito grazie per l’articolo che Sergio Staino  ha pubblicato sull’Unità nel quale si rende pubblica una lettera  che lo stesso Staino aveva in precedenza inviato a Gianni Cuperlo senza riceverne risposta. Si potrebbe dire : finalmente qualcuno le ha cantate giuste, ma qui non si tratta di canzoncine, bensì  di un malessere diffuso che da tempo, da troppo tempo  il popolo della sinistra si teneva dentro, quindi, di nuovo,  grazie  Bobo!!! Non è questo il luogo e forse non è ancora il tempo di dare un giudizio definitivo su Matteo Renzi, ma resta il fatto che la vecchia nomenklatura del PD non ha mai potuto sopportare che questo intruso si permettesse solamente di correre e di arrivare alla segreteria , Renzi ha corso, ha perso, ha ricorso ed ha vinto, il tutto con voto democratico della base. Ma questi vecchi notabili per quanto tempo ancora pensano di fomentare l’elettorato di sinistra al solo scopo di rimanere in pista dopo decenni  di inconcludente attività politica?

Il  lamento di Nanni Moretti che invocava  la dirigenza a dire e fare qualche cosa di sinistra a chi era rivolto se non  a questi antichi  signori? E loro cosa hanno fatto? L’opposizione a Berlusconi? La legge sul conflitto d’interessi?  La riforma della Legge Mammì??  La riforma della giustizia civile ?? No! Niente di tutto questo! Ed allora cosa hanno fatto quando sono stati al governo??  Rammentiamolo : la buffonata della bicamerale, la guerra alla Serbia, la pessima privatizzazione di

Telecom, l’avvio con le sale Bingo della diffusione del gioco d’azzardo, la prima precarizzazione del lavoro con la riforma Treu del 1997, la pessima riforma del Titolo V della Costituzione e via…..e via…. fino al mancato smacchiamento del giaguaro per concludere in bellezza  con il patetico incontro fra Bersani e la delegazione grillina dove cinque  sbarbatelli appena eletti in Parlamento hanno ridicolizzato un  segretario del PD assolutamente incapace a gestire la situazione! Ma….non è mai troppo tardi, caro Bobo, e sta a tutti noi  marcare strettissimo il buon Renzi con proposte ed iniziative che, senza volare troppo in alto, lo affrontino sulle cose di tutti i giorni e su quei dettagli che veramente interessano alla gente di sinistra, la nostra gente!! Poiché i Medici sono venuti prima dei Lorena… perché non organizzare una medicea alla Fortezza da basso? Parliamone!!!


5 SETTEMBRE 2015 pag. 13 di

Susanna Cressati

F

u una impresa pionieristica, una cinquantina di anni fa (49 per l’esattezza), quella degli abitanti di Monticchiello, decisi a combattere a colpi di “teatro povero” la decadenza e lo spopolamento del borgo che sembravano invincibili e inarrestabili. La sua durata testimonia la forza della cultura e il successo di una intuizione, così come i tanti “tentativi di imitazione”, o semplicemente le numerose iniziative analoghe (o di segno parzialmente diverso) che animano nel corso del periodo delle ferie tanti piccoli paesi e frazioni toscane, in cui manciate di abitanti resistono ormai eroicamente al lungo inverno, in ambienti sicuramente pieni di fascino ma anche di disagi, per cogliere una effimera popolarità estiva. Del mondo che narravano e su cui si arrovellavano i padri e i nonni degli attuali animatori dell’esperienza di Monticchiello non sembra sia rimasto molto. Ed è naturale che sia così. Il mondo mezzadrile, già allora in declino, non ha più voci vive, si studia sui libri di storia. Il tessuto economico, gli stili di vita e di relazione sociale sono profondamente mutati anche in questa zona di Toscana, che pure nei tratti del paesaggio, dei volti delle persone e del loro linguaggio conserva interi Francesco Cusa info@francescocusa.it di

L’eccessivo entusiasmo da parte di cinefili e critica nei confronti di questo discreto film di impostazione classica, mostra quanto poco rimanga al cinema di genere, sempre più vassallo di ambiti fecondi quali quelli del mondo videoludico (mi viene in mente “Bloodborne”, ultimo splendido gioco targato “From Software”). Ok, siamo di fronte ad una favola nera ottimamente girata, con due pregevoli attori - la madre, Amelia, una camaleontica Essie Davis che ricorda molto (senza scimmiottarla) la Mia Farrow di “Rosemary’s Baby”, e il portentoso fanciullo Samuel, Noah Wiseman,- ma troppo smaccatamente kubrickiana nel taglio delle scene, con riferimenti che alla lunga risultano ridondanti (dai, la porta presa a calci, no!). Aggiungiamoci una spruzzata à la Friedkin de

Il Paese che manca

pezzi di storia. Restano miracolosamente intatti alcuni elementi che imprimono un marchio originale all’esperienza valdorciana: la determinazione con cui la comunità ogni anno accoglie e rilancia una sfida culturale non facile e la propone con asciutta fierezza (“questi siamo noi, residenti in zona marginale”) ad un pubblico variegato (gente dei dintorni, gente di città, aficionados, famigliole, stranieri, visti tre giovani frati francescani). La naturale socialità che si respira nel borgo nelle ore precedenti lo spettacolo: il negoziante di bellissime stoffe locali ti interpella mentre

Babadook

L’”Esorcista”, e qua e là un po’ di Mèliés, e la minestra è servita. Intendiamoci: questi sono dettagli da inquadrare nel complesso di una bella storia che sta come sospesa a metà tra il thriller psicologico e l’horror, e dunque il film va visto perché fa il suo effetto, grazie a un magnetismo ed a una cura per il dettaglio che di questi

passi davanti alle sue vetrine e intavola con la gente venuta dalla città una chiacchierata rilassata e attenta prima di indossare la giacca di scena; lo spettatore, in attesa sulle tiepide panchine di pietra della piazzetta, ti informa sulla storia del “teatro povero” e sulle edizioni precedenti come sulla bontà del coniglio al modo della val d’Orcia che si gusta nella vicina taverna del Bronzone. L’emozione che sempre una recita dal vivo risveglia si accende all’ingresso del teatro all’aperto: una combinazione commovente di architettura di paese (la piazza come una platea che degrada

naturalmente, il fianco della chiesa da una parte, porte e portoni di case private dall’altra) e di cielo stellato (e che stellato!) a far da intima copertura. Sotto quel cielo kantiano vecchi e giovani di Monticchiello impegnati nello spettacolo (quest’anno “Il Paese che manca”, per la regia di Andrea Cresti) dipanano la vita quotidiana tra occasioni di festa (il compleanno dell’ultimo ventenne rimasto in paese) e di turbamento (il compleanno dell’ultimo ventenne rimasto in paese), tra ottimismo (“Allora tutto a posto”) e pessimismo (“Non proprio”). Tra gente che resta, e impasta il pane, e gente che arriva dalle tragedie del mondo (un giovane dal Burundi). Tra vecchi che lottano per l’ufficio postale che si vuole smantellare e giovani che guardano ad altri orizzonti, incastrati al telefonino o pronti come il ventenne Gigino, il festeggiato, ad affidare le loro speranze per il futuro ad una improbabile e un po’ bislacca invenzione high tech e 3 D. Tra resistenza, denuncia e autoironia. Sono residenti in zona marginale, ma sono vivi, e non si sentono sopravvissuti. E malgrado gli alti e bassi della sua storia, neanche il loro teatro lo è.

tempi paiono merce rara. Ma da qui a spellarsi le mani, insomma, ce ne corre. Innanzitutto perché “Babadook” è figlio di una morale borghese, contingente, immolata alla febbricitante causa del male addomesticabile, la medesima che fa montare le plafoniere alle Tenebre e mettere la museruola al Tremendo, relegando negli scantinati della psiche tutto ciò che minaccia la finzione del campare. Il riferimento a “Psyco” poi, è evidente nella tripartizione dei luoghi della Casa: Inconscio/ Rimosso=Scantinato (il luogo delle apparizioni del marito defunto e dove prenderà poi definitiva dimora Babadook), Io/ Razionalità=Pianterrreno (vera e propria stazione di fuga, del tempo scandito dalla televisione, dell’immaginario quotidiano e tollerato), Super Io=Primo piano/

Camera da letto (Il luogo della manifestazione, della sostituzione mostruosa della figura maschile dominante: dal marito a Babadook). Ciò per parafrasare Zizek. Siamo agli antipodi, si capisce, rispetto alla Loggia Nera di Lynch, transito pericoloso per l’iniziato, via obbligatoria che non tollera mediazioni di sorta, omeopatiche ricette e patti scellerati tra umano e sovrasensibile. Cinema di frontiera, nel vero senso del termine, in bilico tra il Bello e lo Stucchevole. Rimarrebbe da delegare il tutto a una lettura didascalica delle vicende, magari venata da chiavi di lettura a macchia di leopardo (è la psicosi della madre? è la solitudine del rapporto simbiotico? è la bipolarità del figlio? ecc.), cosa da cui fuggiamo via a gambe levate per non tediare oltremodo chi ha la sventura di leggerci.


5 SETTEMBRE 2015 pag. 14

Scottex

Aldo Frangioni presenta L’arte del riciclo di Paolo della Bella

Sannois (France) 28 luglio 1655: L’ultimo scottez de nez dell’ultimo raffreddore di Cyrano de Bergerac

Scultura leggera

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Sara Chiarello twitter @Sara_Chiarello di

Un cine-concerto creato da William Kentridge, artista sudafricano celebre soprattutto per i suoi film di animazione con disegni a carboncino, e dal compositore Philip Miller, suo collaboratore e compatriota. Era Paper Music, performance e proiezioni su teli, produzione firmata dal festival Firenze Suona Contemporanea del 2014. Arte geniale, in divenire, che sposta i punti di vista sempre un po’ più in là: è da questo concetto che parte la nuova edizione del festival, manifestazione di peso internazionale in cui arte e musica contemporanea si incontrano e si completano. Giunto all’ottavo anno, dal titolo Aprire Venere, dal 9 al 22 settembre proporrà eventi con i grandi nomi dell’arte visiva e del panorama musicale contemporaneo. Il titolo – come spiega il compositore Andrea Cavallari, fondatore nel 2008 del festival e direttore artistico insieme alla pianista e compositrice Luisa Valeria Carpignano – vuole suggerire e indicare il “rapporto emozionale con le immagini e i suoni dell’arte in una fruizione trasversale dei periodi storici”. Gli eventi si svolgeranno principalmente presso il Museo del Bargello e, per la prima volta,

Firenze Suona Contemporanea

presso il Museo Novecento, in un flusso di progetti (12) volti alla sperimentazione. A inaugurare l’edizione 2015, mercoledì 9 settembre (ore 18.00) al Salone dei Cinquecento, sarà la lectio magistralis Ninfe Sfuggenti di Georges Didi-Huberman, filosofo e storico dell’arte francese, il cui saggio Aprire Venere dà il titolo alla rassegna. Partendo dall’immaginario turistico locale – la Venere di Botticelli – saremo condotti in una dissertazione analitica dell’immagine e del suo rapporto con altre forme d’arte, quali il cinema, la fotografia, la letteratura. “Che siano scolpite nel marmo, fissate sotto la vernice del pittore o che sfilino attraverso il proiettore del cinema”

racconta l’autore “le immagini fluiscono e rifluiscono: vivono di questo movimento di risacca che le rendono al contempo così vicine (carezzevoli, intime) e così lontane (misteriose, distanti)”. Sempre il 9 settembre (ore 21.00), nel cortile del Museo Nazionale del Bargello, si inaugurerà l’installazione di Jannis Kounellis, opera simbolica e allegorica dove l’artista, con il suo linguaggio metaforico e poetico, rifletterà sul concetto di spazio e tempo. Accompagnerà l’inaugurazione un concerto di Michele Marasco al flauto e Ciro Longobardi al pianoforte, su musiche di Giacinto Scelsi. Venerdì 11 settembre (ore 21.00), al Museo Novecento, Alfredo Pirri presenterà Passi, installazione audio-visiva realizzata con la partecipazione del musicista e compositore Alvin Curran. Nel dialogo costante fra musica e arte, e fra luoghi e storia, si alterneranno alle installazioni dei grandi artisti i concerti di alcuni dei migliori protagonisti e interpreti del panorama contemporaneo nazionale e internazionale. Tra gli eventi, si segnala domenica 13 settembre alle Murate (ore 18.30) il progetto cross-media di Daniele Ghisi e

IRCAM An Experiment With Time, ispirato all’omonimo libro di John W. Dunne in cui l’autore racconta gli esperimenti che lo hanno portato a riflettere sulla linearità del tempo come evento collaterale della coscienza. Lunedì 14 settembre (ore 19.00) alla Basilica di San Miniato avrà luogo il concerto dei Nordic Voices, eccellenza norvegese nel virtuosismo vocale che arriva per la prima volta in Italia, con un programma misto antico-contemporaneo e opere da Carlo Gesualdo e Tomàs Luis da Victoria ai compositori emergenti del Nord Europa. La musica sperimentale della giovane musicista Lucia D’Errico sarà sabato 19 settembre (ore 21.00) al Museo Novecento in un recital di chitarra acustica e di chitarra elettrica, mentre domenica 20 settembre (ore 21.00) al Museo del Bargello, in collaborazione con la Fundación Mateo Vilagrasa e Accademia San Felice, andrà in scena l’opera Die Winterreise (Viaggio d’inverno) del kammeroper Frankfurt. Firenze Suona Contemporanea è. Prevendite e prenotazioni a FLAME, Florence Art Music Ensemble, tel. +39 055 611299; festival@firenzesuonacontemporanea.it.


lectura

dantis

5 SETTEMBRE 2015 pag. 15

Disegni di Pam Testi di Aldo Frangioni

Person d’ingegno, se non pur divine, quelle che noi trovammo al primo tondo, gran barba bianca, capelli da treccine,

insieme ad un, per anni sulle scene, uom di governo, navigatore a vela bravo a far vin, ch’accidere sirene.

Scalfari Omero, scrittore de lo Mondo, senza più eroi e senza più catene a parlar mal del villan dal viso tondo;

Nel vederlo pensai: ma ancora bela? E come ha fatto a rimaner in susu, dovea star nel fondo incastrato nella tela.

Fa lezione a Platon: guarda che muso! A Euclide, in più, gli rifà pure e’ conti Massimo volto di gran bronzo fuso.

Dante arriva nel Limbo


in

giro

5 SETTEMBRE 2015 pag. 16

Eredità del Novecento

Plastic Shapes

Nell’immediato secondo dopoguerra la città di Livorno, che aveva sempre avuto una forte vocazione per l’arte contemporanea, iniziò, attraverso il “Premio Amedeo Modigliani”, una vera e propria campagna acquisti di opere d’arte. Il premio si tenne tra il 1955 e il 1967 e le sue due ultime edizioni portarono alla città dei lavori tanto straordinari, che il comune decise di dar vita ad un nuovo museo. Questa storia verrà raccontata dalla mostra “Eredità del Novecento. Arte e design nelle collezioni civiche livornesi”, che si aprirà a settembre negli spazi della Fondazione Livorno e ai Granai di Villa Mimbelli. La mostra è divisa in due sezioni, una dedicata al design, curata da Antonella Capitanio, che si inaugurerà il 4 settembre alle 17.30 alla Fondazione Livorno e una dedicata all’arte, a cura di Mattia Patti, che si aprirà invece il 5 settembre,

Il linguaggio di Francesca Pasquali (Bologna 1980) affonda le proprie radici nell’Arte Povera. Nelle sue composizioni sperimenta materiali diversi provenienti prevalentemente dal mondo industriale, neoprene, pvc, gommapiuma, setole sintetiche, palloncini, cannucce, intrecciati in griglie precostituite. Riutilizza materiali di recupero per ridare vita agli oggetti che diventano protagonisti assoluti delle sue opere sempre ispirate alla natura. Le sue composizioni sono un’esplosione di forme, colori e materiali e invitano il pubblico ad un percorso multisensoriale: non solo visivo ma molto spesso anche tattile e a volte uditivo. In mostra troveremo opere come Bristles shapes, setole assemblate in contenitori di legno e cornici metalliche, Frappe shapes, ritagli industriali di neoprene bianco, grigio e nero intrecciati in modo da formare

sempre alle 17.30, a Villa Mimbelli. Le due esposizioni, che resteranno aperte sino al 31 ottobre, sono il primo appuntamento, dopo la pausa estiva, del progetto Toscana ’900. Piccoli Grandi Musei 2015, promosso e organizzato da Ente Cassa di Risparmio di Firenze e Regione Toscana, in collaborazione con la Consulta delle Fondazioni di origine bancaria della Toscana.

morbide e sinuose volute, Straws shapes, le famose cannucce con cui oggi l’artista è più riconosciuta, Dringbells shapes, un’opera sperimentale formata da centinaia di campanelli che, attraverso un sensore, si attivano a seconda di quanto si avvicina il pubblico, e infine, Net shapes, bozzoli di diverse dimensioni formati con i fili di neoprene. Plastic Shapes rimarrà aperta fino al 19 novembre alla Tornabuoni Arte Contemporary Art di Firenze.


L immagine ultima

5 SETTEMBRE 2015 pag. 17

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

G

iornata storica questa. Era il giorno della sfilata in onore degli astronauti della missione spaziale “Apollo 11” lungo la Fifth Avenue. Questo, come tutti sanno, è il palcoscenico abituale per le celebrazioni dei maggiori successi di questo grande paese. A bordo della Limousine, ripresi in primo piano, si possono vedere i tre astronauti Neil Armstrong, Michael Collins e Edwin “Buzz” Aldrin che salutano la folla. Seduto davanti a loro il Segretario Generale delle Nazioni Unite U-Thant. La coreografia era quella dei grandi eventi e i cittadini accorsi in massa partecipavano gettando sugli “eroi” quantità decisamente industriali dei tradizionali coriandoli. Ho deciso di mostrare queste immagine adesso per un banalissimomo motivo di continuità: sull’ultimo numero di CU.CO avevo utilizzato un’immagine di un’altra limousine scattata nello stesso luogo solo pochi istanti dopo. Era quella con a bordo i due giovani figli di Buzz Aldrin, noto alle cronache mondiali per essere stato il “secondo” uomo a calpestare il suolo lunare assieme al suo collega Neil Armstrong.

NY City, 1969

Cultura commestibile 135  
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