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redazione gianni biagi, sara chiarello, aldo frangioni, rosaclelia ganzerli, michele morrocchi, barbara setti

progetto grafico emiliano bacci

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Con la cultura non si mangia

N° 1 N° 2

Con i 67 numeri di Cultura Commestibili usciti su carta con il Nuovo Corriere

“La mia campagna elettorale è stata completamente sbagliata. Non mi hanno fatto quasi mai andare in televisione dicendo che ero sovraesposta, proprio mentre Zaia era su ogni canale. Mi sono dovuta vestire con un look castigato, da ferrotranviere. In definitiva, hanno cercato di dare un’immagine di me che non era credibile, quella non ero io”

Alessandra Moretti,

La locomotiva editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012


Da non saltare di John

G

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Stammer e Aldo Frangioni

iuseppe Alberto Centauro è professore associato di Restauro presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze. Ha svolto attività di ricerca e professionale nel settore del restauro dei monumenti, nel campo museale e delle pareti affrescate. E’ uno dei maggiori esperti dell’opera di Piero della Francesca. Ha curato l’allestimento del Museo Civico di Sansepolcro. Ha curato gli aspetti architettonici, storici e documentali per la diagnostica e il restauro della “Leggenda della Vera Croce” in San Francesco ad Arezzo e la messa in sicurezza in teca climatizzata della “Madonna del Parto” a Monterchi. Ha svolto ricerche e studi sul colore degli edifici dei centri storici italiani, fra i quali quello di Firenze. L’intervista parte da alcune considerazioni sulle condizioni attuali dell’abside di San Francesco ad Arezzo e dell’affresco di Piero della Francesca dopo circa tre lustri dalla fine del restauro. Possiamo sostanzialmente dire che il “giardino di Piero” ad Arezzo, a 15 anni dal grande restauro, sia in buone condizioni anche se occorre sempre ben vigilare, o per meglio dire monitorare questa “seconda giovinezza” dei dipinti murali pierfrancescani. Spesso dopo i restauri le condizioni delle opere vivono una fase difficile di transizione, lontani dai riflettori della cronaca ma con equilibri ambientali ancora pienamente da stabilizzare in relazione agli interventi subiti durante la cura. Il salvataggio degli affreschi, gravemente sofferenti, ha richiesto alcuni provvedimenti eccezionali che hanno mutato il plurisecolare processo di naturale adattamento delle pitture al contesto architettonico della Cappella Maggiore dove sono stati dipinti. Tanto più che il restauro ha coinvolto a 360 gradi ambiente, strutture e tutte le superfici pittoriche, anche se inizialmente il restauro del ciclo della Leggenda della Vera Croce si doveva limitare ad intervenire sulle sole parti ammalorate dei preziosi intonaci. Il grande convegno scientifico, svoltosi ad Arezzo nel 1990, aveva espresso ben precise raccomandazioni in questo senso: “si dovrà interve-

Il colore nel restauro

nire al solo scopo di curare l’insidiosa patologia della solfatazione dell’intonaco”. Una malattia perniciosa che da circa ottant’anni stava lentamente scrostando le pitture, procurando la caduta del colore. Dopo tale annuncio, nei dieci anni successivi, fu però operata, nello sviluppo del restauro, una scelta diversa e più radicale di intervento, ovvero fu deciso di estendere la “pulitura”, che sappiamo essere di per se stessa azione di grande delicatezza sul colore, e conseguentemente anche il consolidamento, a tutte le superfici affrescate. La presenza di sostanze organiche spurie, qua e là presenti sui preziosi intonaci, è stata la miccia che accese tale cambiamento di rotta, determinando un approccio assai diverso da quello inizialmente auspicato dagli esperti accorsi al capezzale del grande malato. Nonostante le approfondite indagini preliminari e l‘esaustiva diagnostica prodotta, le procedure di restauro adottate interessarono le pareti ben oltre le campiture non solfatate. Una scelta ardua e radicale

dunque che ha indotto strada facendo inevitabili dissonanze espressive, e alcune distonie che i pur bravissimi restauratori non sempre hanno potuto contenere, modulando le metodiche dell’intervento in relazione alle problematiche incontrate. La desolfatazione con rimozione dalle sostanze organiche è un’operazione rischiosa soprattutto in presenza di tecniche pittoriche miste, come quelle utilizzate da Piero, stesure assai complesse di colore, composite e di difficile identificazione giacché caratterizzate dall’impiego di pigmenti difficili, non adatti al “fresco” sul muro, impiegando leganti di matrice non necessariamente minerale che una pulitura non ben calibrata avrebbe potuto facilmente compromettere. L’espressività del colore è spesso assicurata da sottilissime diversità tonali e chiaroscurali. Come se non bastasse il consolidamento con idrossido di bario, forzatamente generalizzato sulle pareti, ha omologato ulteriormente la matrice materica degli intonaci

restaurati, richiedendo altresì, per assicurare solidità durevole alle superfici, una sicura stabilizzazione delle condizioni ambientali di esercizio, specialmente nei valori di temperatura e umidità. Per tali ragioni lo splendore cromatico ritrovato dopo un tal genere di restauro è pur sempre qualcosa di non strettamente connaturato con la vetustà delle pitture nel rispetto dell’originario status chimico fisico. I colori restaurati pur autentici sono altra cosa rispetto alle cromie prima del restauro, invecchiate, logorate, patinate e vitali nel loro mutevole evolversi Frangioni Il restauro è una delle attività umane dove l’ideologia ha sempre contato moltissimo Certamente i criteri del restauro sono soggetti a mutamenti continui, nella fattispecie ci dimostrano le temperie culturali che hanno attraversato tutto il Novecento fino ai giorni nostri. Se dovessimo giudicare sulla base della Carta del Restauro del 1972 il restauro della Leggenda della Vera Croce probabilmente non si sarebbe eseguito così


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come poi è stato portato avanti, non per incompatibilità quanto per l’evolversi della stessa disciplina. L’obiettivo di consolidare e rendere stabilizzata l’opera di Piero è stato comunque raggiunto, un risultato di grande valore per la scienza della conservazione. Tuttavia occorre essere consapevoli che si tratta comunque di equilibri fragili, potenzialmente suscettibili di analisi critiche a cominciare dalla stessa conservazione futura, ragion per cui il controllo microclimatico della cappella è oggi fondamentale, molto di più che nel passato. Le modalità dell’intervento di restauro si sono modificate tuttavia anche in funzione dell’obbiettivo estetico che si è voluto raggiungere. Il peso dato all’immagine finale, da consegnare “post pulitura” al pubblico, è stato in ogni caso determinante, ben oltre le ragioni della conservazione, accompagnato da un laborioso intervento di contestualizzazione cromatica. Credo di poter dire che oggi il criterio prevalente nel restauro del colore sia quello di abbinare ad un buon recupero fisico chimico della materia una forte valenza “scenografica”, come si può notare in altri non meno importanti cantieri, ad esempio, nel restauro di Giotto alla Cappella degli Scrovegni a Padova, o anche nell’allestimento del Cenacolo di Leonardo a Santa Maria delle Grazie a Milano. A Padova sono stati “restaurati” i fondi cromatici del cielo giottesco, laddove si era perduto l’azzurro, ripristinando la preparazione quasi fosse la finitura. L’inganno percettivo, pur sottile, resta ben osservabile. Una diversa tipologia di “falso pittorico”, non più storico, che garantisce omogeneità visiva all’intero complesso in un contesto frammentario. All’opposto il criterio di restauro consumato anche in un passato, non troppo lontano, era ben altro. Ad esempio, Leonetto Tintori, ultimo restauratore di Piero negli Anni ‘60, dal quale ho avuto il privilegio di apprendere segreti e alchimie nascoste del colore, quando sono stato Direttore del suo Laboratorio di Affresco a Vainella, operava in modo assai diverso. Dove il colore originale non esisteva più, non si cercava di intonare cromaticamente,

Intervista a Giuseppe Alberto Centauro, uno dei maggiori esperti dell’opera di Piero della Francesca

bensì si interveniva nella lacuna con una tinta neutra, espressione ora dell’arriccio, se mancava anche l’intonaco, o lasciando a vista il tono dell’intonachino svelato. In questo modo si manteneva intatta l’originaria composizione materica dell’affresco, anche a costo di perdere qualcosa sul piano dell’unitarietà visiva. L’opera era così indenne da ritocchi e arbitrarie ripassature. C’è da dire semmai che, prima degli Anni ‘70, la scienza della conservazione non aveva ancora prodotto e messo a disposizione dei restauratori i materiali che oggi ben conosciamo, anche sperimentalmente, e quindi l’azione di preservazione delle superfici non sempre poteva farsi in modo durevole. Oggi nei cantieri di restauro si deve preliminarmente intervenire a rimuovere le resine messe in opera per rallentare la disgregazione dei colori, resine organiche, spesso incoerenti con la natura del supporto, che, col passare degli anni, si sono alterate procurando a loro volta effetti deleteri sul film pittorico. La prudenza di allora era semmai quella di intervenire solo dove l’avanzamento del degrado non avrebbe lasciato scampo alle pitture. Non sempre possiamo affermare altrettanto con i trattamenti odierni. Il fattore tempo, così come sempre è accaduto, mostrerà con precisione pregi e difetti delle nuove procedure.

Frangioni Si può dire che si è passati da una lettura “scientifica” ad una lettura “divulgativa” del restauro e conseguentemente dell’opera restaurata. Oggi talvolta si realizzano interventi adeguati tecnicamente, tuttavia per lo più propensi ad accondiscendere al gusto del fruitore. E questo aspetto, dal punto di vista della comunicazione, risulta determinante. Ad esempio, l’intervento di ricucitura “a selezione cromatica” consente di leggere in modo più “facile” l’intera opera. Al posto del “neutro“ di una volta s’interviene col ritocco nelle parti mancanti, talvolta non solo nelle piccole abrasioni, inserendo all’occorrenza sfumature di colore (astrazione cromatica) che percettivamente si adeguano ai colori originali che stanno al contorno in modo da garantire, in una vista da lontano, una cromia mimetica, pur distinguibile rispetto all’originale. Un criterio che parrebbe rimandare, mutando i criteri della rappresentazione e il rispetto dell’originale, ai restauri del primo ‘900, quando si interveniva “ripristinando cromaticamente” le parti mancanti. Sul finire del 1915 Domenico Fiscali è intervenuto così sull’affresco di Piero di Arezzo, conformando a pastello porzioni mancanti dell’opera. Stammer Prevaleva il criterio di restituire l’immagine complessiva anche a costo di qualche “innova-

zione”. Gaetano Bianchi, alla metà del Ottocento, rifece ex novo parti dell’affresco di Piero, laddove l’intonaco era caduto. Nel recente restauro queste parti mantenute sono apparse molto evidenti poiché all’epoca del rifacimento era stato steso dal pittore fiorentino un colore che imitava la cromia di una superficie pittorica alquanto scurita dal nerofumo delle candele e non già dettata dal colore originale nettato, così come lo si può vedere oggi, nella parte originale dopo il restauro e la ripulitura. Infatti queste parti si mostrano più scure e si distinguono dall’affresco originario. Seguire, passo dopo passo, prima gli studi preliminari poi il restauro degli affreschi è stata davvero un’esperienza affascinante, una lezione insostituibile anche per lo studio del restauro del colore in architettura. Questa esperienza mi ha permesso non solo di stare per mesi e mesi al cospetto diretto, a pochi centimetri dall’opera di Piero, ma anche di conoscere e interagire con i massimi studiosi del tempo e personaggi del mondo del restauro e della storia dell’arte. In questo momento, ricordo fra i tanti, Eugenio Battisti. Al completamento della prima fase delle indagini storiche, che ho curato in oltre dieci anni di studi, prima che terminasse la ricerca sulle cause di dissesto e degrado della chiesa e delle


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pitture, ci fu, nel 1989, un vero e proprio “consulto” a carattere seminariale con la presenza della massime autorità nel settore. Consulto che coinvolse, intorno allo stesso tavolo, storici dell’arte, architetti, ingegneri, scienziati del calibro di Enzo Ferroni. Una circostanza di grande valore che ha cambiato il modo di concepire il restauro dell’opera d’arte. Stammer Il concetto di restauro di un’opera d’arte, le motivazioni, le argomentazioni disciplinari, le modalità operative possono anche essere estese, in senso lato naturalmente, agli interventi di restauro urbano, di parti di città. Io credo che concettualmente sia possibile. Seguendo questo criterio concettuale, direi che anche i centri antichi delle città, in particolare il centro storico di Firenze, per lo straordinario compendio ambientale ed architettonico che realizza, sono da considerare come “opere d’arte”. Essi necessitano di studi, di cure e di un’accurata anamnesi, anche ai fini del recupero dell’immagine. Diviene quindi condizione fondamentale per la conservazione e la valorizzazione della città, una ponderata valutazione della storia, remota e recente, e delle fenomenologie di alterazione e degrado in atto per stabilire i fabbisogni e meglio comprendere le dinamiche di trasformazione urbana in una visione sostenibile e coerente col contesto storicamente consolidato del luogo, soprattutto nell’introduzione, accettazione o meno, di funzioni innovative richieste dalla vita d’oggi, esattamente come si fa in un intervento di restauro. In questo senso gli interventi contemporanei, penso, ad esempio, al sistema tranviario fiorentino, possono essere visti come strumenti di riabilitazione e restauro urbano anche al fine di restituire, attraverso corretti interventi di riordino estetico, le caratteristiche identitarie proprie del luogo fisico e l’immagine stessa della città. In questo caso si poteva trattare di una Firenze liberata dal traffico veicolare e dal conseguente inquinamento (acustico, di vibrazioni e atmosferico) a tutto vantaggio della conservazione dei suoi monumenti e delle cortine edilizie. Frangioni Ma questo è stato bloccato dall’intervento che ha

modificato il tracciato della linea eliminando il passaggio del tram da piazza San Giovanni. In questo senso anche il tracciato centrale non era necessariamente da considerare un elemento di contrasto, bensì un’occasione di adeguamento che poteva essere ben calibrata. In questo senso si tratta di un’occasione persa. La tranvia in centro avrebbe segnato la contemporaneità nel cuore pulsante e centrale della città, permettendo di associare l’intervento di rifunzionalizzazione al restauro del paesaggio urbano, eliminando la rigida canalizzazione dei flussi turistici attuali che risultano dannosi alla città. Sarebbe stata possibile la fruizione del centro della città da un punto di vista diverso, che avrebbe consentito, oltre alla pedonalizzazione, di non privare il centro dei servizi di una mobilità di più ampio respiro, senza per questo trascurare le giuste attenzioni ai monumenti più esposti quali il Battistero, oggi al centro di un intervento di manutenzione. La paura dell’impatto della tranvia è andato, a mio avviso, ben oltre le ragioni oggettive della conservazione, negando nuove opportunità. A mio modo di vedere lungo le direttrici centrali della tranvia si sarebbe potuto altresì operare una più decisa azione di restauro delle cortine architettoniche e un’azione coerente di riqualificazione urbana. Nell’ambito del

restauro urbano si è preferito operare, come spesso avviene anche in campo architettonico, con un approccio che definirei rinunciatario, o meglio “contemplativo”, ovvero senza intervenire risolutamente a rimuovere le cause di una patologia. Del resto questa è un po’ la storia del colore fiorentino che si perpetua nel giallo e nel grigio attraverso stereotipi applicativi che non corrispondono affatto alla vera natura materica e cromatica delle sue architetture Frangioni Una nuova forma ideologica del restauro? Il restauro contemplativo è un intervento, certamente prudente, dettato dalla ripetizione ab libitum dell’esistente, un po’ come faceva Gaetano Bianchi quando riproponeva in affresco i presunti colori di Piero, che altro non erano che i colori dello sporco depositatosi sulla superficie. Stammer Seguendo queste idee si potrebbe affermare che la realizzazione della linea tranviaria nel centro della città è un intervento di restauro che conserva, nel senso che ne garantisce una fruizione pedonale come nel passato, ma anche che valorizza introducendo nuove funzioni e nuove prospettive di godimento e di fruizione. Un intervento contemporaneo che diventa restauro? Direi di sì perché il restauro è espressione esso stesso della contemporaneità, rappresenta cioè la visione del futuro nel rispetto del

passato, in particolare se si parla di valorizzare le “città d’arte”. Il restauro impone di fare scelte, naturalmente le più appropriate e corrette nel senso della conservazione, che siano coerenti con gli obbiettivi di valorizzazione che ci si è posti. E nel caso di Firenze si poteva pedonalizzare, e quindi conservare ma al tempo stesso valorizzare, e innovare attraverso un’accessibilità potenziata aperta a tutte le categorie di utenti. E’ una questione di relazioni fra l’innovazione e il contesto dove si opera. Torno all’esempio del colore degli edifici: in questo caso il riordino cromatico, ovvero il restauro del colore è soprattutto un problema di relazioni che la storia ci ha comunicato, che è nostro dovere ripristinare nel rispetto delle regole e delle buone pratiche. Sono soprattutto le relazioni che contano nei cromatismi delle facciate. E’ il lessico, la grammatica, la distribuzione spaziale. Non ci sono quasi mai colori giusti e colori sbagliati, ma ci sono rapporti di scala e contesti più o meno caratterizzanti da rispettare. Poi resta in primis, per il colore in architettura, il tema materico. Questi saperi fanno parte del mestiere dell’architetto. Il passaggio del tram dal centro avrebbe – come detto - alleggerito moltissimo la presenza di traffico motorizzato pubblico (autobus) e privato in gran parte del centro, e avrebbe


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reso possibile anche il recupero di cromatismi di facciata non più offuscati dalle conseguenze dell’inquinamento diretto. Si sarebbero potuto riproporre, in queste zone, tinteggi a base calce e comunque impiego di tinte trasparenti e luminose. E questo avrebbe consentito di liberare la città da un pluridecennale appesantimento della propria “immagine cromatica,” legato ad una tavolozza limitata esaltata da alti valori plastici. Un appesantimento che oggi rischia di negare la plasticità e la valenza volumetrica delle architetture fiorentine e quindi una delle caratteristiche peculiari della stessa identità urbana. Firenze è una città che ha un ottimo “decoro” urbano nel senso ottocentesco del termine. Non ci sono, o sono molto pochi, i palazzi e gli edifici che non siano debitamente tinteggiati e manutenuti. Tuttavia le cortine edilizie mancano delle originarie “vibrazioni”, delle sfumature e delle articolazioni proprie delle matrici cromatiche. Firenze ha pochi colori di base. Questi sono però amplificati dalle caratteristiche dell’architettura che propone continuamente “inserti”, motivi di decorazione delle facciate che moltiplicano e esaltano queste cromie diverse. E’ da queste premesse che è nato lo studio per il colore prodotto alcuni anni fa, che ritengo ancor oggi di viva attualità. Dividemmo la città in quattro periodi storici, ognuno dei quali con una propria peculiarità. Il periodo pre-Unitario che introduce in alcuni episodi della città i colori tipici della concezione lorenese e viennese (basti pensare ad alcuni verdi pastello presenti in edifici della città come in via Romana o in Boboli). Il periodo post-Unitario che ha uniformato la città moderna e che ha moltiplicato i colori della città storica estendendoli nei nuovi quartieri della borghesia (i grigi, i bianchi e soprattutto i gialli - che derivano da una consolidata imitazione della Pietra Forte) . Il periodo pre e post bellico che, a partire dagli Anni ’40, ha recuperato la tavolozza essenziale del post Razionalismo. Ed infine il periodo post alluvione dove, per necessità, si è dovuto intervenire

Le immagini sono una triplice vista della veduta “cubista” di Arezzo (l’altra Gerusalemme) che Piero dipinse nel 1464 circa, come si vedeva dopo il restauro di Fiscali (foto d’epoca) e subito dopo l’intervento Tintori (si noti la presenza delle resine protettive alteratesi nel tempo) e, infine, come si presente oggi, dopo l’ultimo restauro (che ha eliminato il cassero riscoperto da Tintori, alias il tempio di Salomone). Le foto sono tratte dagli archivi del Progetto Piero della Francesca (Soprintendenza BAPSAE) di Arezzo. su gran parte della città, operando una sostanziale omologazione da punto di vista cromatico. Si è usata una tavolozza improntata soprattutto al “non colore. Una situazione via via aggravata da un punto di vista estetico dall’introduzione sul mercato di sistemi scadenti di pitturazione, pellicolanti dall’effetto “cartonato”. Si è così pian piano riprodotta una città velata. Frangioni Lo studio del colore aveva quindi l’obbiettivo di recuperare una sorta di normalità cromatica della città Sì, soprattutto nelle relazioni. Tuttavia si deve intervenire armonicamente, senza provocare alcun shock cromatico come in alcuni casi è stato fatto a Roma, dove sono stati rimossi i cromatismi della Roma Papalina in maniera violenta, reintroducendo al posto dei rossi e degli aranciati, i colori algidi del Barocco, “colore del cielo” o bianco travertino. Nello studio per Firenze, la città avrebbe dovuto riacquistare soprattutto la “luminosità” perduta. Frangioni L’introduzione della tranvia avrebbe anche consentito un punto di vista diverso della città. Avrebbe potuto costituire una nuova polarità urbana sulla quale riprogettare un pezzo di città. Certamente in questo nuovo modo di vivere la città anche il colore poteva giocare un ruolo nuovo. Ma questa è un’operazione soprattutto di ordine culturale da guidare in una forma coerente con il cambiamento funzionale in atto. Frangioni Oggi c’è un concetto che surclassa tutti gli altri ed è quello di “Bellezza”. Dietro questa parola si celano in realtà molte cose e molte ipocrisie. John Cage diceva che è bello quello che è bello. Una tautologia vera. Ma il rischio dell’uso, e dell’abuso, di questa parola è quello di contribuire ad appiattire, a inibire, il dibattitto pubblico sulla città. E anche a aprire la strada ad una sua progressiva “musealizzazione”. Ricoverando in museo le opere originali che ancora “abbelliscono” la città, per “salvaguardarle” dall’eccesso di utilizzo, anche visivo. C’è un rischio evidente di devitalizzare il centro della città privandola dei suoi elementi testimoniali fondamentali. C’è una semantica dell’autentico che una

città come Firenze deve poter recuperare e difendere. Naturalmente ci sono i casi in cui il rischio della perdita dell’opera prevale su ogni considerazione, ma nella norma occorre difendere la presenza delle opere autentiche nei luoghi pubblici. E Firenze ne ha ancora molte, oltre a quelle sotto la Loggia dei Lanzi, magari di minore interesse storico-artistico, ma sono presenti e devono essere conservate. Stammer Il dibattito, anche su questi temi, si è concentrato sulla quotidianità senza una visione strategica e di lungo periodo. E questo costringe a discutere delle cose che accadono oggi senza cercare di valutare cosa inducono, nel medio periodo, le soluzioni che si prospettano per i problemi che si sta cercando di risolvere. Ma c’è anche un ultimo argomento che vorrei trattare ed è quello degli interventi che tu hai fatto e stai facendo per il recupero di alcuni spazi della Stazione di Santa Maria Novella. Interventi importanti che hanno già visto il restauro del grande spazio del Ristorante (o Ristoratore come sta ancora scritto). Questi interventi sono emblematici del concetto che non esiste conservazione senza valorizzazione. La stazione di Michelucci, nel centro della città, si stava progressivamente degradando e, senza nuove funzioni da attribuire ai quei grandi spazi, sarebbe stato quasi impossibile fermare il processo di degrado. Occorreva quindi individuare funzioni che potessero essere al servizio del viaggiatore ma anche della città, restituendo un pezzo fondamentale della città ai cittadini. Un primo intervento è stato quello della collocazione della grande libreria Feltrinelli. Intervento realizzato nel pieno rispetto del monumento, che è stato anche l’occasione per rimettere in spolvero i materiali (i travertini, i marmi, le boiserie) che erano ancora quelli originali, oltre che dell’arredo (ci sono molti mobili dell’epoca) e naturalmente gli affreschi (due affreschi di Ottone Rosai e la tempera del Romoli). L’altro intervento riguarda uno spazio attiguo che negli Anni ‘90 era adibito a biglietteria dell’Ataf e che si trova alle spalle (ad ovest) della grande sala della biglietteria centrale della stazione. Un’area che gode di uno dei migliori

punti di vista sulla città (dalle sale si vede la cupola di Santa Maria del Fiore e l’intera parete ovest di Santa Maria Novella). In quel luogo sarà realizzato a breve un ristorante – caffè (gestito da un gruppo di fratelli, noti ristoratori fiorentini) con un nuovo format di offerta di ristorazione. Sarà questo lo spazio dei “Fratelli Cuore”, uno spazio recuperato alla città che conserva ancora i caratteri originari nei materiali e nei colori, col pavimento in marmo Verde Alpi e i bianchi travertini. Si tratta in questo caso di un progetto di arredo e di interior design che fornisce un reinterpretazione in chiave contemporanea del “razionalismo organico” di matrice michelucciana. Il tentativo è quello di realizzare un ambiente “conforme” al luogo. E io spero che con questi interventi e con altri imprescindibili interventi di manutenzione (la pulizia della “cascata” di vetro e di tutte le vetrate, le finiture delle pensiline, e il restauro di tutti gli infissi) si possa recuperare un’immagine positiva del complesso monumentale. E farla diventare, la stazione, un luogo di frequentazione ordinaria della città, anche per preparare la fase nella quale, con la nuova stazione AV di Belfiore, le frequenze di passeggeri diminuiranno. Frangioni Sul monumento stazione c’è comunque poca attenzione da parte della città, e anche delle istituzioni preposte alla tutela. Prevale nel dibattito pubblico la visione di un luogo di vita ordinaria ma senza la percezione che questa vita si svolge in un “monumento”. Io credo che questo derivi dallo iato che esiste ancora oggi fra la percezione “letteraria”, documentale del monumento così come è descritto nei vincoli e anche, per la Stazione di Santa Maria Novella, negli innumerevoli studi sulle architetture del razionalismo toscano e fiorentino (ad esempio, sulla Centrale termica di via delle Ghiacciaie di Angiolo Mazzoni, oggi in condizioni disastrose) e la percezione della realtà quotidiana da parte della città e dei cittadini. Senza un chiaro orientamento dell’opinione pubblica purtroppo anche le istituzioni certe volte hanno difficoltà a muoversi in coerenza con gli obiettivi che devono perseguire.


riunione

di famiglia

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Le Sorelle Marx I politici italiani sono davvero imprevedibili. Specchio del popolo che rappresenta, noto per le capacità inventive e adattative, certi politici riescono a sorprenderci con uscite insospettabili in grado di lasciarci tutti di stucco. L’ultima è quella della signorina Felicita in salsa renziana, non quella che Guido Gozzano declamava, “Signorina Felicita, è il tuo giorno! A quest’ora che fai? Tosti il caffè: e il buon aroma si diffonde intorno?”. In effetti la signorina di cui parliamo deve essersi ispirata alla Felicita gozzaniana. Infatti Debora Serracchiani, a giorni alterni vicesegretario del PD e Presidente della

Lo Zio di Trotzky

Un David è per sempre Ormai è scoppiata la David-mania, soprattutto nell’Italia renziana e non si fa altro che parlare, metaforizzare, indicare il capolavoro di Michelangelo come simbolo di qualsiasi cosa: bellezza, forza, debolezza che vince la forza, made in Italy, anzi in Florence. Bisogna infilarcelo a forza il povero David in ogni discorso. A partire dal capo supremo, Renzi ça va sans dire, il quale durante il colloquio con il capo del governo israeliano, Benyamin Netanyahu, ha dovuto spiegargli che nella sua città c’è il David di Michelangelo (pronunciato con accento americano del Kentucky, Devid di Maichelangelo), “simbolo di lotta per la libertà. In questo momento tutti siamo un David contro il Golia della barbarie.”. E poi, giù con le comuni radici israeliane e l’impegno di tutti (dunque, anche suo) a difendere Israele. E avanti così, David everywhere! Ma dove vai, se il David non ce l’hai! E così, siccome Prato indubitabilmente il David non ce l’ha, ma avrebbe un bel museo di arte contemporanea, cioè il Luigi Pecci, non ha potuto fare a meno di inventarsi con grande originalità, una iniziativa autunnale tanto strepitosa quanto sorprendente: 10 “giganti” dell’arte contemporanea a confronto con il David e altre opere di Michelangelo. Fabio Cavallucci, direttore del Pecci, se l’è cavata così: “Chi non ama l’arte contempora-

La strategia del caffè

Regione Friuli Venezia Giulia, ci informa inaspettatamente che crede in Trieste (capoluogo della regione che amministra): “Il Friuli Venezia Giulia ha creduto in #Expo2015 e crede in #Trieste: in questa missione ci siamo tutti e assieme. Oggi abbiamo inaugurato “il gusto di una città” dedicato a Trieste capitale mondiale del caffè #FVG”. Dopo l’atto di fede nell’esistenza di Trieste, che in ben altra epoca dei caffé (letterari) fu capitale, la Debora ci mette a parte delle sue visioni strategiche: “Quando nel maggio

2014 ci siamo seduti intorno a un tavolo e abbiamo creato un’alleanza istituzionale pubblico-privato avevamo l’ambizione di conquistare la targhetta di Trieste capitale del caffè prima che potesse arrivarci qualcun altro. Expo era l’alleato che poteva aprirci questo sogno”. E sorge spontanea la domanda: come potevano vivere a Trieste prima della targhetta? Però da’ un senso di sicurezza sapere che c’è un presidente che affronta in modo così deciso i veri problemi della tua regione. Come quello dei cani in spiaggia,

nea si rifugia nell’interesse dell’arte classica: credo che con questa operazione dovranno ricredersi e riconoscere l’importanza delle opere davanti alle quali si troveranno.

In sintesi: Michelangelo esiste anche oggi, solo che non lo stiamo cercando. Questi artisti sono i “Michelangelo” della contemporaneità”. David per sempre.

Il Figlio di Gagarin

Messaggi per il nuovo pianeta

La Nasa scopre un nuovo pianeta in tutto e per tutto simile alla terra. Dimensioni analoghe, durata dell’anno di 385 giorni, distanza dal proprio sole più o meno comparabile a quella tra Terra e Sole. Tutti aspetti che rendono possibile la vita su questo pianeta. L’idea di incontrare forme di vita aliene naturalmente ha stuzzicato la fantasia anche dalle nostre parti dove pare che Eugenio Giani stia già preparando la candidatura, compatibile con tutti gli altri incarichi di cui è depositario, di ambasciatore della Toscana sul nuovo pianeta, immaginando come sia possibile tradurre, nell’idioma

locale, “lodevole iniziativa”. Dario Nardella ha invece subito registrato un messaggio per i popoli del nuovo pianeta: “Non uscite nelle ore più calde, bevete molta acqua ma, soprattutto, se venite a Firenze non usate l’auto”. Gli ammutinati di Sesto Fiorentino, che hanno buttato a mare il loro sindaco, temendo di essere impiccati al pennone più alto della Piana, hanno prenotato il primo viaggio verso il pianeta Terra 2.0. Poiché pare che in quei luoghi ci siano ancora le Province ha preso un biglietto anche Andrea Barducci: buon viaggio compagni, mandateci la solita cartolina.

La Stilista di Lenin

Non c’è più playboy di una volta Rimarranno delusi quelli che si aspettavano il paginone centrale (l’unico capace di contenerne le generose forme) dedicato alla ministra Boschi nel nuovo Playboy che torna in edicola. Niente di tutto questo, nemmeno un’intervista piccante ma uno scialbo ritrattino di cose note dove la ministra risplende di virginale purezza. Dal pulpito di Satana, Maria Elena, emerge invece come “la secchiona bella” che tenta l’allupato lettore con la grazia del suo volto ma non l’illude e anzi lo converte con la sua condotta casta e pura.

Nonostante lo sciagurato rifacimento delle sopracciglia (appaltate invece che ad un estetista a qualche azienda edile che le ha modellate come fossero grondaie) la ministra resta la più desiderata di questi tempi renziani e continua a far notizia per tutto tranne che il per il suo agire politico. Peccato. Anche perché la testata di playboy rimandava a un passato, politicamente, glorioso, con le sue interviste negli anni ’70. Una su tutte quella mitologica a Marco Pannella che apriva l’anno 1975, quello della nascita del premier.

oggetto delle attenzioni della nostra Deborina: “I cani in spiaggia non mi sembrano un problema. Ferma restando la libertà delle persone che possono non volere gli animali al fianco, punti di equilibrio si possono trovare serenamente. Con un po’ di regole e di buon senso. … Giro da sempre con paletta e sacchetto. Quando sono in centro città mi porto appresso la bottiglietta d’acqua”. Che immagine edificante, anch’essa evocativa della Felicita di Gozzano: Già tutta luminosa nel sorriso ti sollevasti vinta d’improvviso, trillando un trillo gaio di fringuello. Donna: mistero senza fine bello!

I Cugini Engels

Povero Pinocchio Si sarà detto il Nostro Eugenio Giani, che con la presidenza del Consiglio Regionale ha rotto ogni freno inibitore: “se quel furbino di Nardella mette il Calcio Storico nella lista del patrimonio dell’umanità UNESCO, o che posso io essere da meno?” E così eccotelo nel suo never ending tour per la Toscana al Parco di Pinocchio a Collodi proclamare con altisonante sicumera e facendo sfoggio di profonda conoscenza letteraria: “#Pinocchio, patrimonio culturale dell’umanità, scritto per i bimbi, ha fatto molto riflettere i grandi. Bel convegno, quello organizzato a Collodi dalla omonima fondazione, a cui ho avuto il piacere di intervenire per garantire che la promozione del celebre burattino, frutto del genio del grande fiorentino Carlo Lorenzini, detto Collodi, sarà una delle preoccupazioni principali nel mandato che ho ricevuto di Presidente del Consiglio regionale della #Toscana”. Così, una volta risolto l’impellente problema della fascia di riconoscimento dei rappresentanti della Toscana nelle cerimonie in ogni dove dell’urbe terracqueo, eccolo pronto a lanciarsi in una nuova, impossibile, impresa: promuovere Pinocchio nel mondo, che ha avuto appena 260 traduzioni in altrettante lingue diverse e venduto solo intorno ai 35 milioni di copie. Pregevole iniziativa.


25 luglio 2015 pag. 7 Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

C

orrodere le abitudini e i conformismi semantici dell’Arte Contemporanea è un privilegio e una modalità operativa di molti artisti, ma in pochi hanno saputo cogliere la ricchezza delle possibilità nascoste dei materiali e dei linguaggi “poveri” che il mondo offre. Fra questi Michelangelo Pistoletto è riuscito a realizzare, in modo rappresentativo e figurativo, i segni archetipici dell’espressione artistica, poiché l’arte altro non è che una seconda realtà da indagare e comprendere sino in fondo, procedendo oltre le apparenze. Entrano così in gioco gli specchi, come proposta di due sovrapposizioni ben distinte e tuttavia unitarie: l’immagine e la realtà, ora confrontate su un unico supporto, proseguono l’indagine estetica oltre la bidimensionalità del quadro, creando una terza dimensione tesa a indagare la struttura dell’arte e a invitare il lettore a una più profonda riflessione sui principi della percezione visiva. In tale prospettiva estetica, immagine e realtà s’identificano, restando al contempo autonomi in un tempo e in uno spazio che travalica il reale e si unisce alla concretezza del soggetto rappresentato. Nell’immagine specchiante si materializza in tal modo il rapporto fra la dinamicità dei riflessi e la staticità della rappresentazione: la vita appare circoscritta nei limiti impossibili di un quadro, nella tensione verso l’assoluto e nell’infinità delle immagini possibili, che di volta in volta fioriscono e rinascono per mezzo dello spettatore, che contribuisce a creare e ricreare l’opera, demolendo e ristabilendo le strutture architettoniche dell’arte, concepita nella prospettiva della mutevolezza dell’essere. Il doppio diviene unità inscindibile ed estensione intellettuale di ogni fenomeno umano. Le possibilità di rispecchiamento si moltiplicano potenzialmente, in virtù di una sensibilità spirituale che si trasforma in soggetto e oggetto artistico. In Michelangelo Pistoletto l’autonomia intellettuale dello specchio sintetizza alla perfezione i segni spirituali, culturali e sociali del mondo nella profondità del contemporaneo,

sino a comprimere in modo autoreferenziale l’intenzionalità espressiva e comunicativa dell’artista. L’immagine specchiante è simbolo di una nuova democrazia dello sguardo che richiede la compartecipazione dell’impe-

gno collettivo alla realizzazione finale dell’opera d’arte e alla sua interpretazione generale. Quella di Michelangelo Pistoletto è una metafisica tesa ad assumere una maggiore responsabilità intellettiva nei confronti della vita

e della spiritualità umana, che deve uscire dai labirinti introspettivi per aprirsi a un panorama più vasto e illimitato, più relativo e dinamico, nel segno della riscoperta delle più preziose relazioni interpersonali.

L’altro Michelangelo

Sopra Nudo color seppia - Venere Maria, 1962/1974 Serigrafia su acciaio inossidabile lucidato a specchio cm 125x150 A fianco (Particolare) La radio è capovolta, la voce è dritta, 1980 Radio e specchiera capovolti Specchiera cm 78,2x106,5 Mobile radio cm 85,5x89 Courtesy Collezione Carlo Palli, Prato


25 luglio 2015 pag. 8 Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

I

l tedesco Arnold Genthe (1869-1942), berlinese di nascita, una volta ottenuto nel 1894 un dottorato in filologia presso la prestigiosa Università di Jena, decide di abbandonare la Germania per gli Stati Uniti d’America, dove arriva nel 1895 per scegliere come residenza San Francisco. La città ospita fino dal 1840, ed ancora oggi, la più numerosa comunità cinese al di fuori dei confini della Cina, una comunità racchiusa in una vera e propria città nella città, governata da leggi proprie e denominata, come è noto, Chinatown. Dopo un inizio come insegnante, Genthe apre uno studio fotografico, diventando un ritrattista di buon livello, ma il fascino esercitato su di lui dalla Chinatown e dai suoi personaggi, ancora profondamente legati alla cultura, alle abitudini ed alla civiltà cinese, lo spinge a percorrere le strade ed i vicoli della cittadella, portando con sé la propria fotocamera, nascondendola quando necessario, per non rischiare di irritare quelle persone di cui ancora non conosce né la lingua, né gli usi, né le consuetudini. Nonostante la prevedibile diffidenza con cui viene accolto, Genthe, nel corso delle sue peregrinazioni in questo lembo di Cina trapiantato in America, riesce a scattare numerose immagini, riprendendo bambini ed anziani, uomini e donne, mercanti e bottegai, quasi sempre in maniera spontanea e non posata, durante le loro occupazioni quotidiane, nei loro abiti tradizionali, affaccendati nelle loro attività di sempre. Attento a non includere nelle sue immagini i segni della contaminazione con la cultura occidentale, ed arrivando perfino a cancellarle dal negativo, quando necessario, Genthe raccoglie la più importante documentazione fotografica della Chinatown a cavallo fra Ottocento e Novecento. Dalle sue immagini emerge un mondo chiuso e lontano, fatto di ombre più che di luci, di comportamenti un

Arnold Genthe

Il fotografo di Chinatown poco misteriosi, di personaggi sempre un poco ambigui ed inquietanti, anche nelle situazioni più comuni. Nonostante la sua ricerca del diverso, del curioso e del non convenzionale, Genthe non scade mai nel bozzettismo e non scade mai nella celebrazione gratuita dell’esotismo, condizioni a cui soggiacciono invece molti dei primi visitatori dell’estremo oriente. La Chinatown di Genthe è autentica, genuina e vivace, una porzione di mondo in cui la vita scorre con un ritmo tutto suo, diverso da quello della grande città occidentale, eppure nello stesso tempo riflette i modi di vivere si sempre, con bambini che giocano in strada, genitori o nonni che li controllano a distanza mentre si occupano del negozio o degli acquisti, donne indaffarate in faccende domestiche, ma anche, come in ogni città, ubriachi, drogati e prostitute. Il percorso di Genthe nella Chinatown dura per alcuni anni, e si interrompe bruscamente il mattino del 18 aprile del 1906, quando un improvviso terremoto devasta la città di San Francisco, compresa la Chinatown, distruggendo anche lo studio del fotografo, che testimonia con le sue immagini le distruzioni e gli incendi che seguono. La prima stima delle vittime è parziale, non tiene conto dei danni all’interno della Chinatown, e viene rivista solo più tardi arrivando al numeri di tremila vittime. Genthe riesce a mettere in salvo molte delle sue lastre del suo archivio, comprese oltre duecento riprese di Chinatawn, e ricostruisce il suo studio, dove continua a lavorare, ma su temi diversi, sperimentando fra i primi in America le lastre a colori Autochromes. Nel 1911 si trasferisce definitivamente a New York, dove esercita come ritrattista di fama insieme al suo gatto Buzzer, che compare accoccolato fra le braccia di molte delle star di Broadway. Nel 1927 torna a San Francisco e visita di nuovo la sua Chinatown, ricostruita, ma già profondamente modificata.


25 luglio 2015 pag. 9

Una mostra magica

Rita Albera r.albera@alice.it di

N

elle Stanze del Tesoro del Museo degli Argenti a Palazzo Pitti e nel quasi attiguo Museo della Specola, è visitabile per tutta l’estate fino all’11 ottobre, una mostra straordinaria e inusitata che ha come tema una delle più preziose pietre dure: il lapislazzulo. Il titolo evocativo “Magia del blu” sottolinea il fascino che questo colore ha sempre esercitato sulla fantasia popolare. Il blu tardivamente identificato tra i colori fondamentali , è infatti simbolo della quiete, la gran quiete marina e della perfezione infinita della volta stellare. La rarità naturale di questo colore è anche motivo della ricercata bellezza del lapislazzulo , che sin dai primi ritrovamenti in epoche antichissime -in Mesopotamia,presso i Sumeri e gli Egizi- , era ritenuta simbolo per eccellenza di ricchezza e potere, pietra divina cui non di rado si attribuivano capacità magiche e curative dell’anima. Il nome lapislazzulo deriva dall’arabo ed è composto dalla parola latina lapis, pietra e dalla parola persiana lazaward, poi in latino volgare lazulum, che indicava l’azzurro. La mostra fiorentina, una delle poche ci risulta del genere , è un esempio di intelligente mostra trasversale, perfettamente organizzata nelle due sedi. A Palazzo Pitti una favolosa galleria di oggetti (amuleti,recipienti,mesci roba, coppe , tavole,sigilli,scacchiere ecc) di incredibile ricercatezza di forme e abilità di esecuzione provenienti per lo più dalla collezione iniziata da Cosimo I de’ Medici e portata avanti dal figlio Francesco. Alla Specola un approccio scientifico al tema , un tesoro naturale di rocce di lapislazzulo estratte i nei pochi giacimenti conosciuti , i più antichi e più ricchi in Oriente ,in Afghanistan e in Cina come quelli già noti a Marco Polo. Una duplice mostra che -come sottolinea una delle curatrici- propone un approccio non usuale alla storia dell’arte esemplificando da un lato il materiale nelle sue varietà di colore, dal blu,al celeste al violetto a seconda della presenza di zolfo, pirite o calcite; dall’altro mostrando con reperti e manufatti la varietà delle forme

elaborate dai tempi più antichi fino alla straordinaria sapienza dei laboratori medicei di epoca e stile manierista. Al Museo degli Argenti dove è esposto il fulcro più sensazionale della mostra, il percorso è scandito da teche in vetro che espongono con voluta semplicità i tesori dal magico colore: reperti archeologici come collane, pendenti, amuleti provenienti dall’antico Oriente e poi la straordinaria collezione granducale: tazze, coppe, brocche tavole , particolari di mobili arricchiti con figure fantastiche e decorazioni in altri materiali argento, oro,bronzo e smalti

policromi. A concludere la mostra le sezioni che raccontano l’utilizzo del lapislazzulo come colore sia dipingendo sulla pietra e accordando la pittura con le variegature del supporto lapideo, come ne “La veduta del Porto di Livorno “di Jacopo Ligozzi , sia riducendo la pietra stessa in polvere finissima per elaborarne un ineguagliabile blu oltremare come ne “Angelo che suona il liuto “di Melozzo da Forlì o nel “Ritratto di Monsignor Ottaviano “del Sassoferrato. Le ultime teche ci mostrano esemplificazioni del blu artificiale ottenuto , a partire dall’Ottocento, dalla

lavorazione della calce. Una produzione industriale che avrebbe in qualche modo deciso il declino del lapislazzulo ,ma favorito l’assurgere del blu ad archetipo della bellezza come nella celebre Victoire de Samotrace di Yves Klein.Il blu Kleyn da allora Una mostra da non perdere. Un consiglio,seguiamo l’invito a visitarla nei giorni molto caldi che ci attendono. Le fresche stanze del museo ci garantiscono un refrigerio non solo fisico .”Il blu non si misura con la mente “recitava il poeta rivoluzionario russo Alexander Block. Immergetevi.


25 luglio 2015 pag. 10 Simonetta Zanuccoli simonetta.zanuccoli@gmail.com di

P

rima della pausa estiva vorrei dare un suggerimento che può essere utile a chi ha deciso di trascorrere a Parigi qualche giorno nelle prossime settimane che si prevedono infuocate anche a quella latitudine. Dal 20 luglio al 16 agosto, dalle ore 8 a mezzanotte, sul lungo Senna (berges) si terrà la undicesima edizione di Paris Plage. L’iniziativa nata da un idea dell’allora sindaco Bertrand Delanoe (inizialmente molto criticato ma che rilanciò l’immagine di Parigi riempiendo le aiuole di fiori di campo e le strade di biciclette) trasforma per qualche settimana il romantico lungo Senna in uno straordinario lungomare circondato dai più famosi monumenti di questa città. Nei giorni scorsi con enormi chiatte sono stati portate più di 6.000 tonnellate di sabbia bianca e finissima e frondose palme nelle tre aree dedicate a questa “disorientante” trasformazione. La spiaggia più tradizionale, nata nella prima edizione di Paris Plage, si trova nel tratto di fiume davanti al centralissimo Hotel de Ville (il Comune di Parigi) ed è organizzata con sdraio, ombrelloni, chioschi, estesi spazi di sabbia e di erba, fontanelle di acqua fresca... poi c’è la spiaggia che si trova davanti alla Bibliotéque de France dove c’è anche la grande piscina galleggiante sull’acqua della Senna dedicata a Josephine Baker ed infine la terza, l’ultima arrivata, nella zona della Villette adatta per i più sportivi con campi di beach volley, corsi di acquagym in piccole piscine, barche a vela, a remi e kajak con relativi istruttori. Nelle spiagge oltre a prendere il sole si può fare corsi di ballo (in gran voga valzer e tango), seguire gli insegnamenti di maestri di tai-chi, sfidarsi in gare di bocce e assistere a un ricco programma di concerti gratuiti. Paris Plage fa parte di quel processo di riconquista e valorizzazione del lungo Senna cominciato dalla rive gauche che è stata trasformata in un lungo parco giochi e relax con anche la creazione di isolotti flottanti e piccole case-serra da affittare per ricevere gli amici, per festeggiare un compleanno o per passare una serata romantica. Davanti al Museo d’Orsay, al bordo del fiume, una grande gradinata

Paris sur la mer in legno permette di assistere agli spettacoli tenuti nel palco galleggiante ancorato di fronte. Naturalmente per questo progetto di valorizzazione delle berges della Senna è stata ridisegnata la circolazione del traffico rendendolo più fluido e meno dannoso all’inquinamento e incrementato la vegetazione nel rispetto della biodiversità e del “paesaggio” ecMassimo Cavezzali cavezzalicartoons@hotmail.com di

cezionale circostante. Tutti lavori che, oltre a realizzare un legame più stretto tra i cittadini e il loro famoso fiume, hanno sviluppato economicamente una parte della città, finora ammirata soprattutto dall’alto dei suoi ponti, creando nuove attività che si sono aggiunte a quelle già molto remunerative del trasporto dei passeggeri nei bateaux mouche e nei bateaux

Scavezzacollo

bus. Per questa e per tante altre iniziative che nascono e si integrano perfettamente nello stile culturale e sociale esistente, Parigi appare tra i primi posti tra le città del mondo che meglio utilizzano le proprie caratteristiche territoriali, economiche e artistiche per migliorare la qualità della vita dei propri abitanti. Dopo quindi una stressante giornata in giro per monumenti tutti in spiaggia adagiati su una sdraio a bere un drink ghiacciato all’ombra di una palma con i piedi affondati nella sabbia bianca e lo sguardo verso la Tour Eiffel. Niente tanga e topless per evitare multe salate, in fondo siamo sempre a Parigi...


25 luglio 2015 pag. 11 Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it di

Per festeggiare il ventennale il gruppo ha tenuto un concerto al Teatro municipale di Bastia, oggi documentato sul DVD Vint’anni sott’a e stelle (autoproduzione, 2014). Per l’occasione il gruppo schierava 12 musicisti che suonavano una ricca varietà di strumenti, fra i quali batteria, cetra, chitarra acustica, cornamusa, organetto e violino. Il rilievo del simpatico Marielli, cantante e polistrumentista, non deve indurci a trascurare il ruolo determinante degli altri musicisti. Pensiamo al polistru-

mentista Ghjuvan Liviu Casalta, al batterista Petru Gensolen o al chitarrista Guy Fuligni, tanto per fare qualche nome. Il DVD propone 26 brani che ripercorrono l’intera parabola artistica del gruppo. In alcuni pezzi prevalgono i riferimenti poetici alla natura. Ecco quindi “Pueta” e la struggente “Luna nova”, quest’ultima con testo di Jacques Fusina, un importante scrittore corso che ha collaborato con molti gruppi e artisti locali. Accanto alle canzoni d’amore (“Anghjula Dea”, “Fata d’amore”) troviamo alcuni omaggi alle altre minoranze, come “Petrosgiani”, dedicata ai Rom della Transilvania, “Amerindianu”, un titolo che parla da solo, e “Sarabanda celtica”. Il legame con l’Italia viene rimarcato con una tarantella (“A pizzica”). Naturalmente compare a più riprese l’amore per la terra natia: “Sartè”, dedicata a Sartene, “cità altera, cità maiò, arritta è fiera”; “U cervu corsu”; “A lingua corsa”, dove si riafferma il legame con l’idioma autoctono. Questo manifesto culturale non poteva mancare, tanto più che Antoine Marielli insegna il corso.

quartiere sul quale si affacciava dove, nella Via Castellani e strade limitrofe, si svolgeva giorno e notte una frenetica attività, tanto da meritargli una fiorentinizzazione di “Bagdad”. Alla Baldracca, che poteva ospitare circa 300 spettatori (compresi i Medici che assistevano alle rappresentazioni da un palco nascosto) recitarono compagnie famose, soprattutto quella dei “Comici gelosi”, la cui prima donna, Isabella Andreini, era una delle attrici più conosciute dell’epoca. Il teatro si trovava nei locali attualmente

occupati dalla biblioteca degli Uffizi. In epoca lorenese abbiamo già parlato altrove del teatro della Quarconia, ma c’erano molti altri teatri. Fra questi il “Teatro della Piazza Vecchia”: la Piazza Vecchia era la Piazza Vecchia di Santa Maria Novella, oggi Piazza dell’Unità Italiana, e il teatro faceva parte del palazzo Carrega-Bertolini, che oggi ospita l’hotel Baglioni. Il teatro era talmente piccolo che pareva un teatro dei burattini; costruito interamente in legno, era conosciuto anche come “Teatro degli Arrischiati”, con evidente riferimento, oltre che all’Accademia degli Arrischiati che lo gestiva, al pericolo insito nell’accedere al fatiscente teatrino, sul cui ingresso, come se non bastasse, campeggiava il simbolo dell’Accademia, un topo in trappola.

L

a Corsica è ricca di gruppi e solisti piu o meno influenzati dal ricco patrimonio tradizionale isolano. Questa scena varia e stimolante non include soltanto gli artisti dediti al canto polifonico. Per inciso, nel 2009 una delle sue espressioni, la paghjella, è stata dichiarata patrimonio culturale dell’umanità dall’Unesco. Purtroppo, per vari motivi, il panorama musicale dell’isola è ancora sostanzialmente ignoto da noi. Questo è davvero paradossale, data la vicinanza culturale e geografica che lega l’isola all’Italia. Molto più viva in Corsica che da noi, la coscienza di questo legame trova proprio nella musica un canale espressivo privilegiato. Un esempio è Diana di l’Alba (la stella del mattino), uno dei gruppi storici dell’isola, che recentemente ha festeggiato vent’anni di attività. In realtà la sua nascita risale al 1978, quindi nel periodo del cosiddetto Riacquistu, che segna la rinascita della cultura isolana. In seguito all’invasione italiana del 1942 i radicati legami con la peniFabrizio Pettinelli pettinellifabrizio@yahoo.it di

Che la passione dei fiorentini per il teatro abbia radici antiche non c’è dubbio: pare che il teatro romano fosse in grado di ospitare 15.000 spettatori e l’anfiteatro addirittura 20.000. Per trovare a Firenze il successivo teatro strutturato bisogna però arrivare al XV secolo e all’attuale Via Guelfa che, all’epoca, aveva diverse denominazioni: partendo da Via Cavour, Via delle Lance, Via del Canto alle Macine (se ne è parlato a proposito del Mugnone), Via dell’Acqua (il tratto da Via San Zanobi a Via Nazionale, sempre con riferimento al Mugnone che passava da quelle parti), Via Baccanella, Via del Palagetto, Via del Vangelista (San Giovanni Battista) e Via della Trinità Vecchia. Mescolando un po’ i vari nomi, nel tratto di Via dell’Acqua, all’interno del monastero della Trinità Vecchia (oggi Istituto Sant’Agnese), nacque alla fine del ‘400 il “Teatro del Vangelista”.

La stella del mattino sola hanno subito una brusca battuta, costringendo l’isola a rafforzare quelli con la Francia. Italica ma non italiana, francofona ma non francese, la Corsica impiega circa trent’anni per riacquistare piena coscienza di un’identità culturale che la differenzia nettamente dal resto dell’Esagono. Ma torniamo al gruppo. Dopo il primo LP omonimo Diana di l’alba si scioglie, ma nel 1993 risorge e si consolida attorno a uno dei membri originari, Antoine Marielli.

Via Guelfa

Antichi teatri La compagnia che metteva in scena sacre rappresentazioni nel chiostro e nel porticato del convento (il teatro vero e proprio fu realizzato all’inizio del ‘600) prese il nome di “Compagnia degli Aquilotti”, in omaggio all’animale simbolo di San Giovanni Battista. Dopo molti secoli, considerato che probabilmente il pubblico si era ormai stufato del repertorio monocorde, la Compagnia degli Aquilotti nel 1633 si trasformò nell’”Accademia degli Instancabili”, virando decisamente verso il teatro profano fino alla soppressione del teatro, del quale non è rimasta traccia nell’Istituto, alla fine del 1700. Un teatro particolare, soprattutto per via del nome, era quello attivo all’interno degli Uffizi fra il ‘500 e il ‘600: il “Teatrino della Baldracca”, il cui nome era analogo a quello del malfamato


25 luglio 2015 pag. 12 Luisa Moradei moradeiluisa@gmail.com di

B

artolomeo Scappi, il cuoco più abile e celebre del Rinascimento italiano detto anche il Michelangelo della cucina, ci fa entrare, con le descrizioni contenute nella sua Opera, nel vivo dei banchetti cinquecenteschi a partire dai luoghi deputati alla preparazione del cibo. Nel libro I si legge infatti:“E’ necessario che si sappia il disegno e il modo di fabbricare una cucina tanto secreta quanto comune (quella d’uso privato e quella dei grandi conviti) et ordinare ogni sorte di masserizie spettanti a tale offizio. Trovo primieramente che la cucina ha da essere più tosto in luogo rimoto che pubblico…nella medesima cucina si potrebbe fare un forno per cuocer pasticci…e da un canto due conserve (cisterne) d’acqua...”.Prosegue poi con la descrizione minuziosa delle “masserizie di ferro pertinenti alla cucina” il tutto ben corredato da tavole illustrative che documentano gli oggetti nei dettagli e manifestano l’ingegno applicato alla realizzazione di cotture. Non sorprende dunque che in occasione di conviti per centinaia di persone si ricorresse all’uso di argani per spostare i pentoloni dal fuoco. Segue, a corredo di questo importante trattato, una lunga lista di ricette nella quale figurano “locuste ripiene”, “ pottaggetti di testicoli di polli”, “lingue di volatili conservate nello strutto” ed altre squisite leccornie. Gli ambienti destinati alla preparazione dei cibi,così bene illustrati dallo Scappi, possono oggi essere “gustati” grazie a due importanti iniziative che si collocano nell’ambito dell’Expo 2015: la musealizzazione del “cucinone” di Palazzo Pitti e la mostra “Nelle antiche cucine” allestita nel Museo della Natura Morta presso la villa medicea di Poggio a Caiano, ove sarà anche possibile visitare le cucine “segrete”. Il “cucinone” di Pitti, già pronto per essere inserito nel percorso museale della Galleria Palatina, è uno spazio di circa 100 mq e fa parte di quel complesso di ambienti fatti costruire da Ferdinando I come cucine nuove, separate dall’edificio

Le cucine e i cuochi dei Medici Lido Contemori lidoconte@alice.it di

Il migliore dei Lidi possibili Rilassatevi vecchi bamboccioni: è caldo

Disegno di Lido Contemori

Didascalia di Aldo Frangioni

principale per evitare il rischio di incendi. Un capillare intervento di restauro ci restituisce un’immagine linda e scintillante di quello che a suo tempo era uno spazio pulsante ed iperaffollato. Pentole, coperchi, teglie, tegami e leccarde di rame brillano appese alle pareti, tavoli da lavoro ben lucidati, piastrelle ceramiche ben riposizionate a ridosso dei lavabi, graticole e fornelli tirati a lustro come da copione; quello che però stordisce davvero è l’imponenza monumentale e la bellezza della cappa del camino cinquecentesco, per il quale si è giustamente avanzata la paternità di Buontalenti. Il camino presenta un complesso disegno realizzato a conci obliqui, in compressione, dall’andamento “fiammeggiante”; il didascalico riferimento alle fiamme è insistito dal colore della cappa stessa, un rosso arroventato di cui sono state ritrovate le pennellate originali durante l’operazione di recupero che ha riportato alla luce anche le colonne laterali alla piattabanda, col tempo inglobate nella muratura. Poggio a Caiano è la seconda tappa per chi voglia documentarsi sugli ambienti dove sono stati prodotti i magnifici banchetti delle corti. La cucina “segreta” della Villa è stata appena messa in sicurezza e resa visitabile per la prima volta. L’ambiente è immenso, siamo a 130 mq per 8 di altezza, un po’ scalcinato quasi sospeso nel tempo in attesa che una bacchetta magica sblocchi l’incantesimo e i cuochi riprendano ad affaccendarsi davanti ai camini (grandi quanto una stanza!). All’interno della Villa una mostra accurata offre un aspetto particolare della pittura di genere del Sei e Settecento. L’esposizione è articolata in tre sezioni “Interni di cucine”, “Cuochi” e “Dispense” che materializzano davanti ai nostri occhi il via vai di scalchi, vivandieri, dispensieri, garzoni e servi affaccendati, tutti intenti alla preparazione dei cibi. Scene talvolta cruente che celano riferimenti simbolici ed allegorici si alternano a deliziose tavole imbandite con frutta e verdura; una piccola esposizione di mezzine, stiacce, orcioli, brocche e tegami correda l’allestimento pittorico. In mostra, naturalmente, una bella edizione dell’Opera dello Scappi.


25 luglio 2015 pag. 13 Emiliano Bacci emilianobacci@gmail.com di

U

n calvario, di sole e di croci, ti accoglie tra suoni ripetitivi e un lento dondolare dei personaggi che non cercano un autore. Perché l’autore, Shakespeare, c’è ed è lì con loro, al centro della scena che si guarda intorno. Il Bardo però è Armando Punzo, regista e drammaturgo dell’ultima produzione (Shakespeare. Know Well) della Compagnia della Fortezza, spettacolo principe di Volterrateatro, e si trascina tutti i suoi dubbi, i suoi tentativi di ricucire la ferita, di farsi sospeso sopra un mondo nemico e crudele. Quindi Shakespeare-Punzo ci prova a guidare i suoi personaggi, a sfidarli, a fare teatro, ma ne esce impaurito, travolto dalla forza di Macbeth, di Calibano, di Otello. Ma se i personaggi riescono a dominare così l’autore, costringendolo a liberarli strappando le pagine delle tragedie, cosa resta del teatro, del lavoro del drammaturgo e del regista. Chi fa la storia? Chi invece la recita? Punzo sembra rispondere che è

Francesco Cusa info@francescocusa.it

Shakespeare know well

Foto di Stefano Vaja

la storia che si auto alimenta e si fa, our con la fatica immensa del passato da spingere come un novello Sisifo. Ma forse l’autore dovrebbe avere la forza di fare un passo indietro, recuperare un po’ di quell’ogniscienza e offrire un filo a cui appendersi ai propri personaggi.

di

La taglie abbondanti al mare sono altrettanto rigogliose. A forme perfette e rotondità conturbanti, fan da contraltare reperti “BBW” in costume succinto, con carni in bella mostra gelatinosa che rimandano a certe creature di Rambaldi. Amo la leggiadria del portamento di queste creature, espressione d’una mansueta via erbivora, un tempo segno di benessere e opulenza, adesso accidente estetico, dramma da prevenzione nel cardiologo. Osservo con la coda dell’occhio una fata (“Fat Girl”) in bikini di almeno 120 chili prodigarsi, leggiadra, in un tuffo nell’azzurro del mare di luglio. Non s’ode il temerario tonfo; piuttosto uno “splash” discreto, o meglio una sorta di “splut”, neanche fosse entrata in acqua Carla Fracci o la nipotina di Nadia Comaneci. “La Discrezione è camaleontica, quasi mai in accordo col dettaglio, le fattezze, le prerogative del soggetto, essa si palesa sotto le mentite spoglie del Prevedibile”. Formulo dallo scranno della

mia sdraio questa massima con fare newtoniano e mi sovviene che in Giappone i lavoratori hanno diritto a quaranta giorni di ferie l’anno, ma che ci si aspetta anche che non le utilizzino proprio tutte. Lo stesso accade sostanzialmente con l’obesità: ostentarla, soprattutto in succinti bikini, genera “turbamento” alle folte schiere del gentil sesso. Ci si aspetterebbe che i protocolli medici venissero rispettati o che, quantomeno, si ponesse il freno all’ostentazione dell’Osceno, a ciò che è si lecito e concesso mostrare a livello teorico, ma che sarebbe meglio ed opportuno evitare di ostentare, con noncuranza poi, senza ritegno e/o vergogna! Tutta colpa di trasmissioni mefitiche quali ad es., “Essere e Benessere”. La nuova tendenza è quella del “fat talk”, la paura di ingrassare, il rovello confidenziale che determina angoscia, difficoltà nell’accettazione del proprio corpo. Perfino la gravidanza viene vissuta come una problematica da risolvere al più presto, un disagio, un ingombro. Rebecca

Cattivissimo

Non calpestare

i sogni

Adams l’ha definita una “epidemia sociale”, e la pratica del “fat talk” è diventata una vera e propria tortura da spiaggia, un argomento crudele che influisce sull’estetica della relazione con il corpo dell’Altro/a. Il piano dei contenuti si declina nella conversazione, nel lessico, poco importa che il fenomeno sia reale o meno: il parlarne determina la sindrome, o per meglio dire “le Synthome”. Lacan afferma che “L’amore è donare

quel che non si ha” (“a qualcuno che non lo vuole”, aggiunge Zizek), e mai affermazione fu più fondata essendo il soggetto medesimo il capro espiatorio da sacrificare sull’ara della contumelia: “guarda come sono/è grassa”. Tuttavia mi rimane impressa e indelebile, la leggerezza di quella ragazzona del tuffo, il suo gesto che rimanda all’ineffabile, all’effimero, alla vittoria della donna cannone sulla gravità dell’aria e sulla grevità del pensiero. Essenza non riducibile di levità e bellezza. A lei dedico questa poesia di Yeats: “Se avessi le stoffe ricamate dei cieli.  Lavorate con luce d’oro e d’argento,  le stoffe azzurre e le opache e le oscure, della penombra, della luce e del buio, le stenderei sotto i suoi piedi: ma sono povero, e non ho che i miei sogni, ho steso i miei sogni sotto i tuoi piedi, cammina piano perché calpesti i miei sogni”.


25 luglio 2015 pag. 14

Scottex

Aldo Frangioni presenta L’arte del riciclo di Paolo della Bella

La maestosità di un’erezione di carta. Scotetx 30 è il classico segno della duplice natura dell’uomo diviso tra forza e tenerezza.

30

Scultura leggera

This is Picasso Plastic Shapes

Prosegue fino al 13 settembre la mostra”This is Picasso: fotografie di David Douglas Duncan”, costituita dalla cartella “Picasso per Camaiore” che il celebre fotografo americano ha donato, nel settembre dello scorso anno, nelle mani del sindaco di Camaiore, città dove la prima moglie di Duncan ha vissuto fino alla data della sua morte. La mostra, voluta dall’Amministrazione Comunale e organizzata dalla Fondazione Banca del Monte di Lucca, è l’occasione imperdibile di conoscere le immagini,

stampe e provini a contatto e un disegno autografato da Picasso, contenute nella cartella e selezionate dal celebre foto-reporter americano tra quelle che ha scattato negli anni dell’intenso sodalizio con l’artista spagnolo. Fotografie, in parte inedite, che rappresentano un documento unico e che ci raccontano il processo creativo così come la quotidianità dell’artista catalano. La mostra è curata da Enrico Stefanelli, e l’allestimento è progettato dall’architetto Alessandra Guidi.

Diplomata alla Scuola di Decorazione dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, Francesca Pasquali, bolognese classe 1980, è un’artista originale, il cui linguaggio affonda le proprie radici nell’Arte Povera. Nelle sue composizioni sperimenta materiali diversi provenienti prevalentemente dal mondo industriale, neoprene, pvc, gommapiuma, setole sintetiche, palloncini, cannucce, intrecciati in griglie precostituite. Riutilizza materiali di recupero per ridare vita agli oggetti che diventano protagonisti assoluti delle sue opere sempre ispirate alla natura. Le sue composizioni sono un’esplosione di forme, colori e materiali e invitano il pubblico ad un percorso multisensoriale: non solo visivo ma molto spesso anche tattile e a volte uditivo. I suoi lavori instaurano un rapporto di fascinazione con il pubblico che, da passivo osservatore diventa attore dell’opera stessa; complici sono le superfici plastiche e vibranti, destinate a sviluppare quell’effetto cangiante che non lascia il tempo di chiederci “di cosa sia fatta” l’opera stessa, ma ci invita ad avvicinarci ad essa, ad osservarla e al contempo a toccarla, a entrare in contatto con la sua materia, ad ascoltarne, anche, la silenziosa presenza.

In mostra troveremo opere incredibili e tutte da scoprire come Bristles shapes, setole assemblate in contenitori di legno e cornici metalliche, Frappe shapes, ritagli industriali di neoprene bianco, grigio e nero intrecciati in modo da formare morbide e sinuose volute, Straws shapes, le famose cannucce con cui oggi l’artista è più riconosciuta, Dringbells shapes, un’opera sperimentale formata da centinaia di campanelli che, attraverso un sensore, si attivano a seconda di quanto si avvicina il pubblico, e infine, Net shapes, bozzoli di diverse dimensioni formati con i fili di neoprene Plastic Shapes rimarrà aperta fino giovedì 19 novembre alla Tornabuoni Arte Contemporary


lectura

dantis

25 luglio 2015 pag. 15

Disegni di Pam Testi di Aldo Frangioni

Di sangue c’arrivarono gli schizzi punti dalle zanzare ed altri insetti facean urlando degli arditi guizzi, della genìa umana i più inetti, di quel lordume ad or l’Italia è piena, nessun gli vo’, vigliacchi e maledetti. Ma poi guardai tan’altra gente in pena ‘icchè ci fanno, diss’io, in proda al fiume, rispose il Vate: aspettan chi gli mena d’Acheronte all’altra riva del lordume. Tutt’urlavan terrorizzati a quella vista, chetatevi, gridò Caronte dal barcume non v’illudete, che io sia scafista, luridi ignudi irete ai loci meritato ch’i son peggio del peggior leghista.

Arrivo all’Acheronte


L immagine ultima

25 luglio 2015 pag. 16

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

S

iamo appena fuori dai confini della parte ispano-americana della città e le persone che si incontravano per strada erano spesso una “mescla” di etnie dai contorni non ben definiti. L’impatto visivo agli occhi di un giovane fiorentino come me era decisamente eccitante e liberatorio. Avevo sempre l’impressione di vivere all’interno un film, uno di quei film che tanto mi affascinavano quando ero seduto nella poltrona sgangherata di uno dei nostri cinematografi di periferia. Ho ancora vivo il ricordo dell’afa terribile di quei giorni passati per strada alla ricerca bulimica di immagini da riportare in Italia. Ero ospite della famiglia di un’amica conosciuta per le strade di Firenze ed ho vissuto per diverse settimane in uno di quei grandi casermoni popolari che loro chiamano “tenement buildings”. L’edificio era situato in quella parte piuttosto degradata della città che tutti conoscono come “Spanish Harlem”. Il caldo umido era insopportabile e il piccolo appartamento era una casa popolare a cinque piani senza aria condizionata. In cambio ho avuto il piacere di una bella amicizia e il grande privilegio e l’opportunità di gustare dall’interno il sapore vero ed eccitante di questa nuova realtà.

NY City, 1969

Cultura commestibile 133  
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