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uesta settimana il menu è

DA NON SALTARE Il secolo di Campana I Canti Orfici fanno 100

Fiume amaro

Da questo momento non sono più una politica, ho già dato troppo senza ricevere nulla. Mi hanno boicottata in tutti i modi, i compagni di partito buttavano i miei santini nella spazzatura

Castrovilli e Bertolani a pagina 2

PICCOLE ARCHITETTURE Da dove viene il latte di Firenze

Iva Zanicchi

Stammer a pagina 5

OCCHIO X OCCHIO Addio ad un altro fotoreporter

Cecchi a pagina 7

C’È VITA IN ITALIA Una storia di cristallo

RIUNIONE DI FAMIGLIA a pagina 4

Il gioco della democrazia

Cucina angloligure

Capezzuoli e Mancini a pagina 15


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di Dino Castrovilli f.castrovilli@virgilio.it

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icordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa su la pianura sterminata nell’Agosto torrido, con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo. Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume impaludato in magre stagnazioni plumbee… Non è un monologo del Roy Batty di Blade Runner, ma l’attacco dei Canti Orfici di Dino Campana (Marradi 1885-Castelpulci 1932). E’ il libro che cento anni fa, nell’estate del 1914 (e qui prendo in prestito Giovanni Pascoli) squarcia come un lampo la notte della poesia italiana. Un bagliore che pochi eletti vedranno immediatamente, tutti gli altri con maggiore lentezza, solo dopo aver messo da parte una strumentazione critica del tutto inadeguata a comprendere la novità, la profondità e la dirompenza di un testo che è poesia, prosa, spesso mescolate o alternate tra loro – si è parlato di poema in prosa – che, pur attraversato da numerosi “richiami”, diretti e indiretti, a grandi artisti, scrittori, poeti (Leonardo, Michelangelo, Segantini, Whitman, Nietzsche...), si presenta come una rara e potente espressione della fusione tra arte e vita perseguita con estrema lucidità e determinazione da Dino Campana nella sua drammatica esistenza. Per i Canti Orfici si è parlato giustamente di un, anzi del, Libro unico e qui vorrei riportare solo uno degli elementi che convalidano questa affermazione. Unico perché è il solo libro pubblicato in vita da Dino Campana: “la sola giustificazione della mia esistenza”, dirà il poeta al critico Emilio Cecchi, in rigorosa coerenza con quanto aveva scritto il 6 gennaio 1914 a Giuseppe Prezzolini: “Scrivo novelle poetiche e poesie; nessuno mi vuole stampare e io ho bisogno di essere stampato; per provarmi che esisto, per scrivere ancora ho bisogno di essere stampato. Aggiungo che io merito di essere stampato perché io sento che quel poco di poesia che so fare ha una purità di accento che è oggi poco comune, da noi”. Le vicende relative alla scrittura, alla pubblicazione e alle riedizioni dei Canti Orfici, anche queste – come tutta la vita di Campana – avvincente mix di leggenda e verità (a cui non era estraneo lo stesso poeta) – hanno del drammatico, dello sconcertante e a volte anche dell’esilarante. “Il libro più drammatico del Novecento italiano” G. Mughini) viene riscritto da Dino Campana – un po’ a memoria, parecchio in base a taccuini che il poeta conservava – dopo lo “smarrimento” (deliberato? casuale?) del manoscritto de Il più lungo giorno consegnato da Campana a Giovanni Papini e Ardengo Soffici nel dicembre del 1913. (Il manoscritto sarà ritrovato nel 1971 dalla figlia di Soffici in una cassapanca piena di altri materiali. Messo all’asta, vent’anni dopo, dagli eredi Campana, ai quali era stato restituito, fu acquistato dalla Cassa di Risparmio di Firenze per circa 200mila euro e affidato alla Biblioteca Marucelliana di Firenze). Dino Campana fu co-

Un libro unico Il frontespizio del contratto

stretto, un po’ come l’amato Nietzsche, a essere editore di se stesso. La pubblicazione fu resa possibile da una raccolta di fondi tra 44 sottoscrittori marradesi, che in cambio avrebbero ricevuto una copia del libro, promossa dall’amico Luigi Bandini su perentoria intimazione del poeta. La stampa del libro (il contratto fu sottoscritto il 7 giugno 1914 tra Campana e il tipografo Bruno Ravagli) fu “animata” - per usare un eufemismo dalle continue dispute tra Campana e il tipografo, sia per le continue correzioni e integrazioni che il poeta voleva aggiungere in corso di stampa sia per gli arbitrari interventi del Ravagli che non riusciva ad accettare la punteggiatura e altre “innovazioni” della scrittura campaniana. Il prodotto finito consta(va) di un libro di poco più di 176 pagine, stampato su diversi tipi carta, con diverse gradazioni di inchiostro, senza il titolo in caratteri rossi come invece stabilito nel contratto, tutti riportanti - a pagina 8 (la prima a essere numerata), la parola “tratto” rovesciata, alcuni recanti a pagina 174 l’errata corrige “Essendo andata all’aria l’ultima riga della pagina 151 riportante l’ultima riga della pagina 151 la riproduciamo qui”. Avute le prime copie di sua spettanza, Campana interviene nuovamente di suo: cancellando – era scoppiata la guerra con la Germania - la dedica a “Gugliemo II imperatore dei Germani” e/o il sottotitolo “La tragedia dell’ultimo dei Germani in Italia”, apportando delle correzioni a mano, aggiungendo di suo pugno altre liriche, strappando pagine (Roberto Maini e Piero Scapecchi hanno pubblicato un’interessante ricerca sulla stampa dei Canti Orfici e sulla “localizzazione” degli esem-


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plari 1914, con relative varianti, tuttora in circolazione). L’altra manomissione inusitata è l’edizione Vallecchi del 1928, che comunque avrà il merito di “rilanciare” Dino Campana. Prefazione “esaltante” di Bino Binazzi (inizia la costruzione del “mito”) e operazione inaudita e probabilmente mai effettuata con un altro autore vivente, di “ripulitura” del libro: scompaiono il sottotitolo, la dedica, l’epigrafe whitmaniana (“Erano tutti stracciati e coperti col sangue del fanciullo”), viene “integrato” da cinque Liriche e costellato di varianti del tutto arbitrarie, apportate nella convinzione – con tutta probabilità in buona fede – che le parole, o i segni d’interpunzione, originali fossero errati per motivi di stampa o di “confusione” dell’autore. Dino Campana è da dieci anni internato nel manicomio di Castelpulci: lì per lì sembra non dar tanto peso all’operazione (“A Marradi presso l’editore Ravagli si devono trovare ancora almeno cinquecento copie ne la lezione originale: la Vallecchi varia qua e là non so perché: poco importa giacché è un compenso dovuto a la modernità dell’edizione senza dubbio. (…) Tutto va per il meglio nel peggiore dei mondi possibili: variante vallecchiana”’), ma due anni dopo, sempre da Castelpulci ma con estrema lucidità, scriverà al fratello Manlio: “Tempo fa ebbi l’occasione di vedere la ristampa dei miei Canti Orfici edita da Vallecchi Firenze. In qualche momento di tranquillità potei notare i continui errori del testo, che è così irriconoscibile. Vi ànno pure aggiunto poesie di lezione fantastica. Non sono più in grado di occuparmi di studi letterari, pure vedendo che il testo va così perduto. Ti pregherei ricercare l’edizione originale di Marradi, per conservarla per ricordo.”: è l’ennesima riprova – basterebbe già sfogliare Il più lungo giorno – di come Campana componesse lucidamente e fosse “rigorosisimo critico del proprio testo” (F. Ceragioli, a cui si deve la migliore edizione critica dei Canti). Anche altre edizioni successive non si sono sottratte al desiderio di “migliorare” l’originale. E’ il destino di un libro fatto, parafrasando Campana, “per essere bruciato” (manco a farlo apposta diverse copie durante la seconda guerra mondiale furono bruciate per scaldarsi dai soldati accampati a Marradi). Di un libro che “serve ad ammazzare la gente” (Campana allo psichiatra Pariani) che, nonostante il disprezzo di certi “colleghi” suoi contemporanei, si è rivelato “un best seller della poesia italiana del Novecento“ (C. Fini), con decine di edizioni (diverse ormai introvabili), numerose traduzioni (segnaliamo tra tutte quella inglese di J.L. Salomon, New York 1968, ristampata poi dalla City Lights di Lawrence Ferlinghetti, 2001, quella francese di M. Sager, Paris 1977, con introduzione di M. L. Spaziani e quella argentina, curata da Gabriel Cacho Millet, il più autorevole ricercatore di documenti campaniani), una bibliografia vastissima. Il libro unico che cento anni dopo continua a emanare poesia allo stato puro.

7 giugno 1914 7 giugno 2014 Cento anni dal contratto per la stampa dei Canti di Dino Campana di Lorenzo Bertolani info@lorenzobertolani.it

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gregio Signor Prezzolini […] Io sono un povero diavolo che scrive come sente: Lei forse vorrà ascoltare […] Scrivo novelle poetiche e poesie; nessuno mi vuole stampare e io ho bisogno di essere stampato: per provarmi che esisto […] Aggiungo che io merito di essere stampato perché io sento che quel poco di poesia che so fare ha una purità di accento che è oggi poco comune da noi. Non sono ambizioso ma penso che dopo essere stato sbattuto per il mondo, dopo essermi fatto lacerare dalla vita, la mia parola che nonostante sale ha il diritto di essere ascoltata.”; così scriveva Dino Campana a Giuseppe Prezzolini nel gennaio 1914… “per provarmi che esisto”… La prova dell’esistenza artistica del poeta si definiva cento anni fa, il 7 giugno 1914, quando a Marradi veniva stipulato il contratto per la stampa dei Canti Orfici. Il documento, scritto a mano, così si conclude: “Data del presente contratto/Sette Giugno millenovecentoquattordici sottoscritto in/Marradi/Bruno Ravagli/ Accettato in ogni sua parte da me/Dino Campana/Luigi Bandini testimonio/ Fabroni Camillo teste”. Oltre al tipografo Bruno Ravagli e allo stesso poeta, tra i sottoscrittori vi era il professor Luigi “Gigino” Bandini di Marradi, bibliotecario, traduttore e scrittore. Allo stesso Bandini, poco tempo prima, Dino Campana così si rivolgeva: “Dunque, se sei meno fetido filisteo di quello che in verità sembri, mi devi tu stesso aiutare per farli pubblicare”.

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altro libro ma il mio ideale sarebbe stato di completarlo formandone un piccolo Faust con accordi di situazioni e di scorcio.” Campana prosegue poi sempre nella stessa lettera: “la Vallecchi varia qua e là non so perché: poco importa giacché è un compenso dovuto a la modernità de l’edizione senza dubbio. Rimasugli di versi, povertà, strofe canticchiate se ne potrebbe

Una pagina del contratto

Bandini si dimostrò “meno fetido filisteo”, come Campana da lui pretendeva, facendosi garante della stampa del libro, sfatando così in parte quella fama di “persecutori” del poeta che si erano guadagnati i compaesani marradesi, reputazione alimentata talvolta anche dalle parole dello stesso Campana, come quelle scritte a Emilio Cecchi nel 1916: “Quelli del mio paese che mi avevano sempre perseguitato con una infamia e una ferocia tutte lazzaronescamente italiane e clericali […]”. Dopo alcune settimane dunque i Canti Orfici furono pubblicati e Campana poté finalmente toccare con mano la prova della sua esistenza artistica, in quella foggia “meschina”, come la definirà, con l’accezione di “povera”, Sibilla Aleramo e dopo la lettura delle cui pagine, due anni più tardi, ella libererà i suoi capelli, disponendosi all’incontro appassionato col poeta: “Chiudo il tuo libro,/sciolgo le mie treccie,/o cuor selvaggio,/musico cuore…”. Campana scrisse un solo volume, questo, un “piccolo Faust”, come egli stesso avrebbe voluto concepirlo e come lo definirà in una lettera del 1930 al giornalista Bino Binazzi dal manicomio di Castelpulci, all’indomani della pubblicazione della seconda edizione dei Canti, uscita per Vallecchi nel 1928: “Ricevetti molti mesi fa una copia della ristampa dei Canti Orfici. Le condizioni de la mia salute non mi permettevano allora di apprezzarla: ora per il momento mi sento più riposato e leggendola ho ricordato i nostri sogni d’arte. Credo mi avessi consigliato allora a scrivere un

riempire un quadernetto. Ma che farne, tutto va per il meglio nel peggiore dei mondi possibili: variante vallecchiana.” Sempre in riferimento alla seconda edizione dei Canti, il 2 giugno del 1930, il poeta scriverà al fratello Manlio: “Tempo fa ebbi l’occasione di vedere la ristampa dei miei Canti Orfici edita da Vallecchi-Firenze. In qualche momento di tranquillità potei notare i continui errori del testo che è così irriconoscibile […] Non sono più in grado di occuparmi di studi letterarii, pure vedendo che il testo va così perduto. Ti pregherei ricercare l’edizione originale di Marradi, per conservarla per ricordo.” In questo ultimo passaggio il poeta ci fa dunque capire che l’unica edizione da considerare riguardo ai suoi scritti è quella marradese del 1914. Un libro breve e potente, i Canti Orfici, come un fulmine improvviso che cade vicino e stordisce, su cui sarebbero state scritte e si scriveranno, segno delle più ampie motivazioni e suggestioni contenute, numerosissime pagine, su cui sono state pronunciate e si pronunceranno infinite parole; non ultime quelle di Mario Luzi quando, a una mia domanda su quale fosse il significato della poesia di Campana nel secolo appena trascorso, rispose: “Credo che sia una testimonianza, in un secolo di infedeli, della sacralità che c’è nella poesia.”


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RIUNIONE DI FAMIGLIA

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I CUGINI ENGELS

LE SORELLE MARX

Cucina Il gioco della democrazia angloUn grande classico del giorno delle un po’ meno, in fondo saligure Chissà come sarà andato davvero l'inelezioni è la foto al politico o al vip rebbe proibito per legge

contro fra Grillo e Farage definito “incontro animato e molto amichevole”? Il Grillin Selvaggio era arrivato parecchio innervosito: capirete, si era fatto il viaggio in Ryanair con Salvini. Quando si è trovato di fronte il Farage “analfabeta digitale” (la definizione è della moglie e si può capire il motivo di un epiteto non proprio carino visto la considerazione poco lusinghiera che il Pallido Albione ha delle donne), Beppe è rimasto deluso: uno così flaccido che ha conquistato la maggioranza degli inglesi mentre lui così nerboruto si era appena preso un ceffone elettorale memorabile, incredibile! Si narra poi che Grillo abbia donato dei gadget “spiritosi” all'alleato inglese: bombette puzzolenti, petardi che gli ha fatto scoppiare sotto la sedia, una finta cacca di plastica e poi lo ha fatto sedere su una membrana rumorosa. Allora il Grillo spiritoso si è sciolto in sonore risate (non altrettanto Farage, sembra, ma si sa gli inglesi non hanno sense of humor). Alle terza bottiglia di Chianti i due hanno trovato l'intesa e sono diventati amiconi. Qualcuno li ha visti intonare “Amore dammi quel fazzolettino” dedicata alla Marine Le Pen; ma altri giurano che fosse “Rule, Britannia!” Poi si sono buttati sulle trofie alla genovese e sul Pudding e lì è davvero scoppiato l'amore. Un menù rivoluzionario e vino rosso a fiumi per cambiare l'Europa.

che svolge il suo diritto-dovere democratico. Nei giornali locali la corsa normalmente è immortalare il candidato a sindaco (come se fosse strano che chi ambisce alla carica di primo cittadino scelga il mare alle urne...), sulle cronache nazionali inveceè caccia ai leader e leaderini degli schieramenti per quello che, il giorno dopo risultati alla mano, potrebbe essere l’ultimo scampolo di notorietà. Quindi è importante presentarsi bene al seggio, un po’ come il giorno della foto di classe a scuola: ben vestisti, pettinati, meglio se con famiglia al seguito per dimostrare che almeno a casa la pensiamo tutti uguale. Poi ci sono anche gli anticonformisti: il principe di questa tornata è stato il segretario della Lega Nord Matteo Salvini che si è presentato in bermuda (ci sta, inizia a far caldo), con la felpa con scritto Milano a mo’ di squadra di calcio (ci sta anche questa, per rimarcare l’appartenza padana) e con l’Ipad in mano con cui è entrato in cabina elettorale. E questo ci sta

per evitare di fotografare il voto come testimonianza. Non credendo possibile che sia stato per fare voto di scambio (con chi l’avrebbe potuto fare, com se stesso?), l’ipotesi è una colpevole dimenticanza, ma Salvini ci ha tenuto a far sapere sul suo profilo Facebook , da leader duro e puro, che è stato un gesto volontario “Ebbene, lo confesso: avevo in corso una entusiasmante partita di Hay Day, e i 10 secondi passati a votare non potevo proprio sprecarli..!!”. Visti i risultati dello spoglio ci sta però che si distratto e abbia votato Renzi.

Finzionario

di Paolo della Bella e Aldo Frangioni

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LA STILISTA DI LENIN

Dove ho visto quelle foto? Eppure quelle foto erano familiari. Cosa ricordasse quell’immagine della ministra Boschi in aereo a farsi fare la treccina dalla bambina congolese che riportava in patria, non è stato subito chiaro. Anche perché subito è scoppiata la polemica sull’opportunità che un ministro che nella vicenda non ha alcuna competenza, fosse diventata l’icona dell’operazione umanitaria. No, c’era qualcos’altro che frullava in testa. Si era già vista una foto di una donna potente in un aereo di stato, occupata in missioni umanitarie. C’è voluto un po’ perché quella donna, o meglio quelle donne, sono completamente estranee alla nostra democrazia. Quella donna era Michelle Obama e prima di lei Laura Bush e via via almeno fino a Nancy Regan. La First Lady degli Stati Uniti è infatti molto di più della consorte del Presidente è spesso il volto pubblico, familiare, amichevole delle amministrazioni americane. Un ruolo codificato e politico che da noi non esiste. Senza nessuna malizia, il ministro Boschi, ne incarna la funzione pubblica senza alcun legame con il Premier sia chiaro anzi in un passaggio politico, dove il ruolo non è affidato per matrimonio ma per scelta e merito; che è comunque significativo di questi tempi. Al di là delle sue competenze assegnatele dal giuramento il ministro Boschi è la faccia rassicurante e pubblica del governo Renzi, in contrappunto col premier e la sua straripanza, svolge una funzione analoga nel tranquillizzare dove lui spaventa. Nel mostrare l’altra faccia del renzismo quella che si fa fare le treccine e guadagna altrettanti voti che coi proclami di riforma.

LO ZIO DI TROTSKY Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012 direttore simone siliani redazione sara chiarello aldo frangioni rosaclelia ganzerli michele morrocchi progetto grafico emiliano bacci editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze contatti

www.culturacommestibile.com redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.facebook.com/ cultura.commestibile

Con la cultura non si mangia Giulio Tremonti

O’ miracolo di Silvio Quando, negli anni d'oro, Berlu-

“Qualcuno doveva aver telefonato per calunniarlo, perché una mattina, senza che lui ne sapesse nulla A. fu svegliato da un idraulico”. Inizia così, kafkianamente, il romanzo di Giovanni V.S. Conti “Odissea Edilizia”, sottotitolato “I lavori in casa non sono un pranzo di gala”. L'idraulico si rivolge all'assonnato A. dicendo che un coinquilino del quarto piano si è lamentato per il rumore prodotto dalla goccia che scende cadenzata da un rubinetto. Impossibile, pensa A, che da così lontano si possa avvertire il suono. Ma, effettivamente, quel rubinetto, anche se chiuso a forza, perde. A. fa entrare l'idraulico in bagno. L'artigiano inizia subito a svitare il rubinetto, ma non avendo chiuso quello centrale allega mezza casa. L'idraulico spazza l'acqua verso la doccia intasandola, ma afferma “E' stata una fortuna, con questo piccolo incidente sono venute fuori molte magagne, innanzitutto le sue fosse biologiche non ricevuno bene vanno aperte e ispezionate. Tornerò domani con il muratore. In effetti le fosse perdono e disperdono liquami sotto tutto l'appartamento. Il muratore impiega quindici giorni per asportare il pavimento ed intercettare i tubi, ma lo scavo provoca una piccola lesione in un muro portante che va subito rinforzato con un putrella. Contemporaneamente gli impianti del riscaldamento, del telefono e dell'elettricità vanno completamente rifatti. Ma mentre A. vede arrivare il condomino, che giorni prima aveva mandato l'idraulico, si desta completamente sudato: era stato tutto un sogno.

sconi prometteva (a se stesso, in verità) miracoli e lunga vita, non scherzava affatto. Lo vediamo soltanto oggi, lungo il suo viale del tramonto che lo ha portato a svolgere il servizio sociale a sconto pena nel Centro Anziani di Cesano Boscone. Qui, il Berlusca ha mostrato di che pasta è fatto sconfiggendo, definitivamente e in modo indiscutibile, l'Alzheimer e la demenza senile. Solo così, infatti, possiamo spiegare i risultati elettorali alle recenti elezioni europee e comunali nel seggio n.10 costituito presso l'Istituto Sacra Famiglia a Cesano Boscone. Ebbene, anche qui, Berlusconi ottiene risultati ai minimi storici: 9 voti su 50 alle europee (pari al 18%) e 5 voti su 35 alle comunali (meno del 15%). Media nazionale, zero tituli. Insomma, delle due l'una: o il Berlusca ha perso la sua capacità di imbonitore politico, oppure ha guarito l'Alzheimer. “Berlusca, fa 'o miracolo”!


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PICCOLE ARCHITETTURE PER UNA GRANDE CITTÀ

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di John Stammer

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a nuova sede della Centrale del Latte di Firenze è un elegante edificio posto nella zona industriale della città. La sua storia merita di essere raccontata. Anche perché parte da lontano. Giorgio La Pira sindaco di Firenze agli inizi degli anni ‘50 del secolo scorso decise che per dare il latte, sano e a prezzo accesssibile, alle persone meno abbienti, la città doveva avere una apposita azienda. Fu così che il 27 agosto del 1951 si costituì il “Consorzio per la Centrale del Latte di Firenze”. Nel dicembre del 1954 inizia la produzione nello stabilimento di via Circondaria. Lo stabilimento era stato costruito nell’area di proprietà del Comune di Firenze dove erano stati ospitati per lunghi anni i macelli della città. Un’area allora semi periferica e ampiamente sufficiente per la produzione. Ma negli anni ‘80 del secolo scorso, dopo la crisi degli anni ‘60 che vide la quasi completa acquisizione della società da parte del Comune di Firenze che evitò il fallimento, la Centrale del Latte si accresce con l’acquisizione della centrale di Pistoia e quella di Livorno. Lo spazio inizia ad essere prezioso e anche le strutture della produzione risentono del tempo che passa. La stessa area molti anni dopo, nel 1999, fu prescelta, dal Comune di Firenze, per localizzare la nuova stazione della linea ferroviaria ad Alta Velocità. La Centrale del Latte doveva essere spostata. Fu l’occasione per ripensare strategicamente il futuro dell’azienda ed iniziare un percorso complesso e accidentato per la costruzione del nuovo stabilimento. Un percorso che ha dovuto superare lunghe discussioni pubbliche del consiglio comunale e complesse trattative sindacali, sia per lo spostamento sia sulla nuova “mission” dell’azienda rinnovata. Un percorso che tuttavia ha consentito di avere un nuovo grande stabilimento e soprattutto un futuro certo per i lavoratori della Centrale. Il nuovo stabilimento nasce anch’esso in area pubblica della Mercafir (Azienda pubblica che gestisce i mercati generali) nella periferia nord ovest della città. Ferrovie dello Stato, attraverso la controllata Tav, contribuirono con 35 miliardi di lire alla realizzazione, che complessivamente è costata oltre 40 milioni di euro. Il protocollo d’intesa, che sanciva l’impegno all’acquisto da parte di Tav, dell’area occupata dalla Centrale del Latte, fu firmato nel 2001. Un anno dopo il progetto preliminare, redatto da Andrea Bruschi, consentiva di avviare il percorso di costruzione attraverso la procedura dell’appalto di progettazione esecutiva e costruzione. Il progetto si concentra fondamentalmente su due aspetti. Da un lato la struttura produttiva, che si articola in tre fasi (arrivo imballaggi e materie prime,produzione,confezionamento magazzino e spedizione), e dall’altro la struttura direzionale e di rappresentanza. Nella prima prevalgono gli aspetti tecnologici, e le grandi strutture della produzione che contengono anche novità importanti, dal punto di vista tecnologico e della qualità della produzione, nel percorso di pastorizzazione del latte.

Il latte di Firenze

Nella seconda prevalgåono gli aspetti di rappresentanza e di immagine pubblica della società. Le due parti della struttura sono “visivamente” collegate attraversando la galleria vetrata posta internamente al piano

primo degli uffici che, sviluppandosi su i due lati del salone del confezionamento dei prodotti, consente di osservare, anche ai visitatori degli uffici, la lavorazione dei reparti sottostanti L’edificio si presenta, alla vista principale

dalla strada pubblica, con un paramento di cotto a faccia vista che rappresenta una sorta di “quinta” scenica dietro alla quale si nascondono buona parte degli uffici e anche una parte delle strutture di produzione. Da dietro la quinta, che pure in una parte contiene uffici direzionali, appare una grande parete vetrata, che costituisce il corpo principale della direzione dell’azienda, e che è introflessa in un cortile centrale ornato da un grande olivo. Il tutto inserito in un contesto territoriale caratterizzato dalla presenza, oltre che del classico lessico delle architetture della produzione, anche dallo storico insediamento di via delle Sciabbie, con il quale il complesso produttivo sceglie di non dialogare, salvo che nella vista dalla strada principale, mascherandosi con una alta cortina arborea. L’intero complesso, che ospita oltre 200 lavoratori, e che si sviluppa per oltre 20.000 mq di calpestio, occupa 37.000 m² di cui 12.000 m² di superficie coperta e produce circa 100 milioni di litri all’anno di latte fresco e altopastorizzato, nonché 35 milioni circa di litri all’anno di latte UHT. Lo stabilimento, con oltre 150 automezzi, rifornisce circa 11.000 punti vendita e rappresenta ancora oggi il maggiore produttore di latte e derivati dell’area centrale della regione Toscana.


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ISTANTANEE AD ARTE

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di Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com

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er un artista contemporaneo la creazione è il momento di maggiore simbiosi con la vita: quell’apice espressivo della presa di coscienza pragmatica, attraverso cui l’intellettualità si fa concreta nell’attimo dell’ispirazione, rendendolo partecipe a un presente fuggente ed enigmatico. Nel momento della creazione artistica il senso estetico si dissigilla dinnanzi alla spontaneità del quotidiano, sfugge alla comprensione veicolata o non-veicolata dal senso comune, agli schematismi precostituiti, alle convenzioni artistiche e linguistiche, in una dimensione schiusa al presente e alla molteplicità delle percezioni. Nelle opere di Alain Arias-Misson il principio artistico crea uno spazio inedito, tridimensionale e narrativo, in cui prendono vita significati e significanti, molteplici e in sintonia con la riflessione attiva, sperimentale e creativa dell’artista. Le immagini mediatiche si amalgamano a personali interventi dal sapore ludico e poetico, in una verbo-visualità lontana da una visione prettamente critica e provocatoria del moderno, più incline piuttosto a far rivivere la poesia nella sua essenza.

Il piccolo mondo di Alain Arias-Misson Sopra The aeroplane of Kafka and Max Brod in the scene of Susanna in her bath: the poet’s spouse as child watches, 1988. A sinistra Theatre box, 1973-1977 Composizione di 30 teatrini cm 30x38x20 cadauno Tutte Courtesy della Collezione Carlo Palli di Prato

Dotato di una forte ispirazione estetica e di una grande creatività, l’artista esplora il sistema del linguaggio contemporaneo, sovrapponendo svariati elementi, in uno spazio senza limiti né confini. In questa dimensione la parola si libera dalla sua condizione di prigionia linguistica e ideologica, ritorna alla sua purezza originaria di essere mera espressione e si adegua allo scorrere della vita. Per Alain Arias-Misson si tratta di una visione estetica a 360 gradi sul mondo e sulla forza espressiva della parola. Nei suoi poemi e nei suoi teatrini crea, infatti, uno spazio di energie, narrativo e dialogante, a più dimensioni, in cui il contenuto semantico e tecnologico, scaturisce da un processo di estrazione/astrazione, in grado di mettere in rilievo la capacità espressiva dell’attuale sistema linguistico, nonostante le critiche della tradizione. Si tratta di opere cariche di significati complessi e multiformi da decriptare attentamente: allo spettatore non resta che leggere, guardare e contemplare elementi e personaggi che si stagliano su un palcoscenico ideale, conscio di appartenere a un piccolo mondo creato ad hoc dall’artista, affinché possa fruire liberamente della parola poetica.


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OCCHIO X OCCHIO

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di Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it

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obbiamo registrare un’altra vittima dell’informazione visiva, un altro giornalista ucciso nell’arco di pochi giorni, dobbiamo raccontare ancora una storia che nessuna rubrica di fotografia vorrebbe raccontare. Non vorremmo farlo, ma non possiamo tacere. Perché la fotografia non è solo arte, ricerca, moda, gioco intellettuale, piacere degli occhi e della mente. E’ prima di tutto una professione, un mestiere che può essere duro e pericoloso, soprattutto quando l’immagine è anche un documento, che non può essere ricreato in studio o sul set, non è frutto di invenzione o immaginazione, ma deve essere cercato nel mondo reale, in mezzo alla gente, buona o cattiva, mettendo in gioco la propria persona, la propria sicurezza, la propria incolumità, nei casi estremi la propria vita. Questa volta è toccato ad un giovane italiano, Andrea (Andy) Rocchelli, e non è successo nel fondo di una sperduta vallata afghana o in una regione remota del centro Africa, non in un altro mondo o in un altro continente, ma nella vecchia Europa, a Sloviansk presso Donetsk, a poco più di duemila chilometri da qui, dove le milizie filorusse e l’esercito ucraino si fronteggiano ormai da tempo. Andrea è stato ucciso, insieme al suo “fixer”, interprete e guida, Andrej Mironov, sembra, da un colpo di mortaio, mentre il fotografo francese William Roguelon che era con loro è rimasto ferito nello stesso “incidente”. L’auto su cui i tre viaggiavano, in una zona controllata dai miliziani, è stata colpita da numerosi proiettili sparati da pistole e kalashnikov, che hanno ferito gli occupanti, ad eccezione dell’autista che è prontamente fuggito. Poi sono piovuti numerosi colpi di mortaio, uno dei quali sembra che abbia centrato il fossato o canale in cui Andrea ed Andrej si erano rifugiati. Come sempre, i miliziani filorussi ed i militari ucraini si rimpallano la responsabilità dell’accaduto, i primi affermano di non disporre neppure di mortai, i secondi negano di avere fatto fuoco in quel momento. Come se la provenienza dei colpi cambiasse qualcosa. Andrea aveva lavorato con l’agenzia Grazia Neri, poi come assistente di Alex Majoli, ed infine aveva fondato nel 2008 con altri fotografi free-lance il collettivo Cesura Lab. Aveva trent’anni ed un figlio di due anni, aveva lavorato molto all’estero, aveva seguito gli scontri di piazza Maidan, ed era tornato in Ucraina solo da pochi giorni. Collaborava con testate nazionali ed internazionali, si spingeva sempre un poco oltre, ma le sue immagini raramente venivano apprezzate, soprattutto dai giornali italiani. Troppo dure, troppo crude, troppo esplicite. In poche parole, troppo vere. Su questo punto Andrea era irremovibile. Come molti dei suoi colleghi cercava la verità, non poteva

Andy Rocchelli sopportare di nasconderla dietro parole o immagini false, e non gli importava se poi questa verità non veniva resa pubblica, se i giornali preferivano altre immagini, più morbide, addolcite, retoriche. Lui non lavorava per i giornali, lavorava per la storia. E la storia è spietata, non perdona niente a nessuno, neppure se è protetti da un lasciapassare con scritto in bella evidenza “international press”. Nonostante da giorni si ripetano gli appelli per la salvaguardia dei giornalisti, o forse proprio per questo.

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RI-FLESSIONI

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di Laura Mazzanti mazzantilaura86@gmail.com

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anche questa volta molti elettori hanno deciso di non andarsene al mare, ma di assolvere al proprio diritto, nonché dovere, di votare. Ma ciò che ha catturato maggiormente la mia attenzione, al di là dello strabiliante risultato elettorale del Pd, certamente superiore a qualsiasi più rosea aspettativa, sono stati gli scrutatori elettorali. Sì, proprio loro. Non sono esattamente una elettrice di lunga esperienza, ma senz’altro non ho messo la croce per la prima volta. Ebbene, posso affermare con assoluta certezza che le facce degli scrutatori che ho visto negli anni sono state quasi sempre le stesse. Votando in un piccolo comune pensavo dipendesse dalle dimensioni ridotte o forse da una mancanza di personale. Ma inaspettatamente lo scorso lunedì mattina ho compreso nel chiacchiericcio cittadino, freneticamente rivolto ad inondare ogni possibile mezzo di trasporto pubblico con discorsi da politologia accademica, di non essere l’unica ad avere la sensazione che le facce degli scrutatori fossero sempre le stesse. In effetti, io stessa nel mio lungo peregrinar fra i banchi della università, ricordo di aver fatto domanda per diventare scrutatrice nel mio comune, domanda probabilmente caduta nel dimenticatoio. Sono perfettamente consapevole che

tori per essere costantemente riconfermati di volta in volta? Nessuna, in realtà. Per diventare scrutatori, infatti, occorre semplicemente essere iscritti all’Albo Unico degli Scrutatori di Seggio elettorale – registrazione che si effettua presso l’Ufficio anagrafe del proprio comune -, aver compiuto 18 anni, essere cittadini italiani ed essere iscritti alle liste elettorali del proprio comune. Quindi niente di più facile. Ma c’è un dettaglio, sicuramente non trascurabile, che deve essere considerato. Fino al 2005 la nomina degli scrutatori avveniva per sorteggio casuale, ma dal 2005 la legge ha previsto che tale nomina avvenga per chiamata diretta della commissione elettorale. E sorpresa delle sorprese, la commissione elettorale è composta dal Sindaco e dai consiglieri comunali. Svelato quindi il motivo per cui a me, come a tante altre persone evidentemente, sembra di avere continui déjà vu ogni volta che andiamo a votare al seggio elettorale. Dopo il 2005, infatti, essendo la commissione elettorale stessa a procedere alle nomina, ciò ha aperto la strada al favoritismo e alle raccomandazioni. È venuta meno la trasparenza, elemento fonda-

Un oscuro scrutare le lamentele raccolte sui mezzi di trasporto pubblico non possono certo essere considerate completamente attendibili e costituire quindi una base per qualche presupposto scientifico, in ogni caso mi sono sentita sollevata nel sapere che non è un problema che riguarda soltanto il mio comune. È facile comprendere quanto possa essere ambito il posto di scrutatore, non tanto e non solo per il ruolo in sé, quanto per il compenso più che dignitoso. Allora viene spontaneo chiedersi: quali specifiche competenze possono vantare i nostri cari scruta-

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mentale per garantire una maggiore equità. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che anche lo stesso sorteggio casuale può risultare altrettanto iniquo, dal momento che non è in grado di garantire corsie preferenziali per coloro che invece avrebbero maggiormente bisogno del buon compenso ottenuto come scrutatore. Obiezione molto giusta, peccato però che ci troviamo in questa meravigliosa penisola, dove tutto può diventare merce di scambio. Ecco perché un semplice posto come scrutatore si trasforma in un “mercato” perfetto, dove raccomandazioni, figli di, nipoti di, iscritti a, sono i principali elementi del baratto. Intendiamoci, sono perfettamente consapevole che esistono favoritismi ben peggiori, al punto tale che la sospetta nomina degli scrutatori non desta più di tanto scalpore. Ad ogni modo è l’ennesima riprova che le malefatte colpiscono tanto i livelli alti della società quanto quelli più bassi, nord come sud, comuni come province e che forse la raccomandazione costituisce parte integrante della nostra cultura, della nostra mentalità, e chissà, forse col tempo ne siamo diventati portatori sani. Ma dopo questa strabiliante tornata elettorale e la conseguente aria di cambiamento che ha travolto il paese, speriamo che il rottamatore riesca a modificare il sistema della nomina diretta degli scrutatori. Gli studenti universitari squattrinati ringrazierebbero.

ANIMALI IN POESIA

Anna Maria Guidi e la festevole solidarietà di Franco Manescalchi novecentopoesia@gmail.com

Anna Maria Guidi, fiorentina di nascita e residenza, dal ’98 ha pubblicato, a cura di illustri letterati, 6 libri di poesia (‘Esercizi’, ‘Incontri’, ‘Tenacia d’ombra’, ‘Certezze’, ‘In transito’, ‘Senz’alfabeto’) e 1 di saggistica (‘La carità erotica nell’edonismo geoestetico di S.Penna: un approccio psicocritico’) ricevendo premi assoluti in numerosi concorsi e prestigiosi consensi critici sulle migliori riviste, antologie e letterature, dove compare anche la sua intensa produzione poetica e saggistica. Fattiva promotrice culturale dell’interazione fra le discipline - per 30 anni responsabile del Dipartimento di Neuroscienze dell’Ateneo fiorentino- ha collaborato alla stesura di testi neuropsicofisiologici per congressi e convegni, nonché di conferenze da lei stessa presentate. Consigliere della ‘Camerata dei Poeti’, è attualmente consulente di ‘Pianeta poesia’, per cui ha presentato nel primo decennio 2000 i programmi ‘Incontri con l’Autore’ e ‘A due voci’ al Caffè Letterario ‘Le Giubbe Rosse’. E’ Socia Onoraria del ‘Centro d’Arte Modigliani’ di

Scandicci e Presidente di giuria nel ‘Premio G. La Pira’. In rete è presente sul portale di ‘Novecento poesia’ e su Literary. Alla domanda “Gli animali perché” la poetessa risponde: Perché ci guardano e ci vedono, ci fiutano e ci scelgono, ci riconoscono e ci addomesticano nell’ ‘apprivoisement’ reciproco e progressivo, fedeli per la

vita a quella prima scelta istintuale che si ri-conferma ogni momento, senza negarsi né rinnegarci mai. Perché inconsapevoli praticano il coraggio della fiducia (virtù desueta, se non abiurata dagli umani) che ci accordano assoluta e costante, duttilmente pronta a qualsiasi ri-prova. Perché sono la nostra s-coperta di ritratto, che tra-dice e traduce nel linguaggio mimico dei sensi la lingua senz’ alfabeto del nostro segreto paesaggio interiore. Perché dell’arcobaleno di quel paesaggio sono il barometro che ne pre-sente, con-segna e con-segue i mutevoli colori e umori in un benefico transfert che non ha bisogno di psicoterapie ma solo di quell’ attenzione che è primum movens dell’amore: premessa senza promesse, che ci mantiene e sostiene senza fini né fine condividendo e rallegrando la nostra umana solitarietà con la festevole solidarietà che con noi gioisce, patisce, reagisce e animal-mente (ci) capisce senza alcuna paura né misura. Tale sentimento è ben espresso nella poesia A Puccio. Oggi più non ti move irruente all’emozione

la traccia degli odori e l’abbaglio dei colori l’effluvio dei sapori e il clamore dei suoni in gara nell’indifferente fissità del tempo. A sorpresa ti travolse la p(i)ena del nostro amore viziato d’ egoismo -o d’egoismo tracimante d’amoreche condannando alla grazia la tua fierezza indocile e ritrosa non concessero al tuo declinare l’insulto dell’epilogo scomposto in piaghe purulenti di sfacelo. Sei incluso ora nell’ambra della vita, fossile frutto di cruda pietà còlto prima del tempo, eppure già s-finito torpida-mente pronto alla consegna. E non sapremo mai, mentre volgevi a noi tremuli d’acqua gli occhi di cucciolo invecchiato, se ci chiedevi ancora nell’ultima carezza una briciola di luce: o un lago d’ombra fondo di quietudine, da nuotare per sempre.


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VUOTI&PIENI

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di Cristina Pucci

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prima piscina privata riscaldata. Una veranda-giardino d’inverno ha deliziosi divani di camoscio verde acqua. Negli ambienti contigui alla zona pranzo, tutti collegati con citofoni, portavivande e ascensore, negli armadi, sono in bella mostra serviti e biancheria ricamata in uso per ricevere. Ringhiera delle scale a doppia greca di ottone, una bellezza. Al primo piano le camere delle padrone di casa, bagni splendidi, negli spazi antistanti guardaroba per asciugamani, quello per gli accappatoi è a persiana, per scongiurare residue umidità, gli armadi sono di preziosi legni e si mascherano come fossero pareti rivestite, al loro interno borse, cappelli, scarpe, pelliccie delle due sorelle. Altre due camere, con bagno, per gli ospiti,

chiccopucci19@libero.it

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na gita a Milano, per visitarne centro e “bellurie” non è male. Si scopre che il Duomo, nel mio immaginario “troppo” e come di grigio cemento, è in realtà bellissimo, di marmo chiaro, ricamato quasi ad alleggerirne imponenza e peso. Si scoprono bellissime chiese, una, S. Maurizio, completamente affrescata, sorta di nordica Cappella Sistina. La Pinacoteca di Brera delude, meno ricca di quanto pensavo, ci sono abitazioni private visitabili, vere ed entusiasmanti “chicche”. Di Villa Necchi Campiglio vi parlerei, architetto Piero Portaluppi. Gigina e Nedda Necchi, figlie di un ricchissimo industriale della ghisa smaltata, una sera che da Pavia avevano presenziato alla Scala, si spersero nella nebbia e trovarono un giardino, fra le case, in pieno centro, che le stregò....Lo vollero, senza badare a spese lo acquistarono, incaricarono poi Portaluppi, architetto molto in voga e, senza limiti di tempo e budget, gli commissionarono la costruzione di una casa. Fra il 1932 e il 1935 colui mise su un luogo magico per la sua semplice, squadrata, razionale e raffinatissima bellezza. Io devo dire che i cambiamenti apportati dopo guerra da tal Tommaso Buzzi in stile settecento, come imponeva allora il gusto della straricca Borghesia meneghina, peggiorano le stanze interessate, mentre la collezione di opere d’arte donata da Claudia Gian Ferrari si integra perfettamente, i Balla, De Pisis, Carrà, De Chirico e i busti di Martini sembrano nati apposta per stare lì. La casa è su quattro piani, al seminterrato locali di servizio e svago, l’ultimo per il personale, 500 mq per piano, erano necessari almeno quattro lavoratori a tempo pieno, anche se la villa fu abitata sempre e solo dalle due sorelle e il marito di una di esse. Piano terra per ricevere, salotti, studio, sala da pranzo, biblioteca. I materiali e la realizzazione di mobili, finestre e porte è, a mio parere, la cosa più spettacolare, pavimenti a doghe di noce e palissandro, carta da parati di pergamena, soffitti stuccati a losanghe, mobili dalla essenziali forme deco realizzati da artigiani che possono essere assimilati a veri e propri artisti. Le finestre sono enormi, le porte fra gli ambienti altrettanto, a vetrate scorrevoli, a scomparsa e in linea in modo da permettere, volendo, la vista del giardino da ogni lato. In esso la

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Non solo la Madonnina

Villa Necchi a Milano una “del Pricipe” Enrico d’’Assia, l’altra “della Principessa”, Maria Gabriella di Savoia, amici ed ospiti delle cosiddette “Gigine”. Questa è ora occupata dalla collezione De Micheli, 130 oggetti del ‘700, mobili, miniature , porcellane, quadri che pur interessanti, sono, a mio giudizio, fuori luogo. A questo piano la camera della guardarobiera, unica della servitù ad abitare al piano nobile, disponibile 24 ore su 24, non si sa mai, un improvviso rammendo, un bottone da riattaccare. Al di là dell’inevitabile piacere voyeuristico dello sbirciare la vita dei ricchi, si ammira il gusto squisito e il razionalista equilibrio deco di Portaluppi, si riflette sull’effimero destino della “roba”: le Necchi, senza eredi, lasciano immobile e contenuti al Fai. I loro, pare bellissimi, gioielli e i quadri furono venduti ad un’asta a favore del centro di Veronesi.


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LUCE CATTURATA

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di Sandro Bini www.deaphoto.it

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Firenze 2008-2013 Itinerari notturni

Sandro Bini - Florence Night Movida (2008)

Florence Night Movida

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MUSICA MAESTRO di Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it

Il rebetiko è musica dei bassifondi, intrisa di alcool e di hashish, segnata da uno spirito ribelle. Si è sviluppata in Grecia e in Turchia fra gli anni Venti e gli anni Quaranta del secolo scorso. Fino al 1821 la Grecia aveva fatto parte dell’impero ottomano; da quest’ultimo, caduto in seguito alla Prima Guerra Mondiale, era nata nel 1923 la Turchia. In Grecia, dati i contrasti politici fra i due paesi, il regime autoritario di Metaxas (1936-1941) bandì il rebetiko per nascondere questo legame culturale col paese vicino. Successivamente questa espressione musicale è stata riscoperta, diventando oggetto di un crescente interesse. In Italia, prima che Vinicio Capossela pubblicasse il CD Rebetiko Gymnastas (La Cupa/Warner, 2012), era noto soltanto a una cerchia ristretta di appassionati. Poco dopo il cantautore italo-tedesco ha ribadito il proprio amore per il rebetiko con Tefteri (Mondadori, 2013), il libro dove narra il proprio viaggio alla scoperta degli ultimi artisti che suonano questa musica. L’unico limite del progetto di Capossela, comunque meritorio, consiste

L’altra faccia del rebetiko

nel presentarcela come un fenomeno quasi esclusivamente greco. Con il CD Mortissa (Asphalt Tango, 2013), invece, la cantante Çiğdem Aslan sottolinea che il rebetiko non è un paradigma musicale ed esistenziale e musicale legato unicamente alla Grecia, ma che sconfina nella vicina Turchia. “Mortissa” è una parola greca difficil-

mente traducibile: una versione approssimativa può essere “donna fiera, indipendente”. Non una donna qualunque, ma una di quelle che si poteva trovare nelle osterie dove si suonava il rebetiko. Çiğdem Aslan è un esempio vivente della varietà culturale che caratterizza il suo paese d’origine: nata a Istanbul in una famiglia di kurdi aleviti, ha trovato nella metropoli eurasiatica gli stimoli ideali per affinare il proprio linguaggio musicale. Nel 2003 si è stabilita a Londra e si è unita a due gruppi, il Dunav Balkan Group e She’Koyokh, dove ha ampliato ulteriormente la propria perizia vocale e il proprio repertorio. Quindi, sebbene Mortissa sia il suo primo lavoro, non è certo il disco di un’esordiente. Prodotto dalla cantante insieme a un musicista ellenico, Nikolas Baimpas, il disco sottolinea i legami fra il mondo turco e quello greco. “Nenni”, per esempio, è un tradizionale greco con

testo in turco. Al tempo stesso, il fatto che la protagonista sia una donna bilancia il maschilismo implicito nel rebetiko. Alcuni brani sono cantati in greco, altri in turco; per ciascuno il libretto riporta la traduzione inglese. La strumentazione è molto varia: chitarra, basso, violino, mandolino, ma anche bouzouki, darbuka, kanun e santouri. Buona parte dei musicisti, come il chitarrista Matt Bacon e la violinista Meg Hamilton, sono gli stessi dei suddetti She’Koyokh. Proprio per questo alcuni brani profumano di umori klezmer (“Ferece”, “Trava vre manga kai alani”). Il risultato è un lavoro esemplare, grazie al quale Çiğdem Aslan appare molto più di una semplice promessa. Prima di finire, un consiglio. Chi volesse approfondire la conoscenza del rebetiko può leggere il bel libro di Elias Petropulos Rebetiko. Vita, musica, danza tra carceri e fumi dell’hashish (Nautilus, 2013). Si tratta di un’opera fondamentale che non era mai stata pubblicata in italiano. Questo conferma che spesso sono proprio le piccole case editrici a colmare le lacune più grandi.


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VISIONARIA

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di Simonetta Zanuccoli simonetta.zanuccoli@gmail.com

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l parco Phoenix in promenade des Anglais a Nizza, ad ovest della città in una zona nuova vicino all’aeroporto, è stato pensato come un grande contenitore verde di tesori botanici e artistici di grande pregio. Ha una serra che con la sua altezza di 25 metri e una superficie di 7000 metri quadri è una delle più grandi d’Europa. All’interno una sofisticata tecnologia crea le condizioni climatiche per coltivare centinaia di specie rarissime di orchidee e piante tropicali. I giardini tematici ricostruiscono all’esterno le caratteristiche territoriali di diverse parti del mondo. Farfalle e animali popolano questo paradiso di relax. Nel mezzo del suo lago artificiale sorge un piccolo gioiello: il museo Delle Arti Asiatiche progettato nel 1998 da Kenzo Tange, uno dei fondatori dell’architettura giapponese moderna. L’edificio che si ispira alla simbologia dei mandala tibetani si erge con mirabile leggerezza, quasi sospeso, a filo dell’acqua. L’architettura fatta con forme piene e pa-

reti trasparenti è composta da un cilindro (il cerchio simbolo del cielo) che si appoggia su quattro cubi (il quadrato simbolo della terra) che rappresentano le civiltà orientali della Cina, Giappone, Sud Est asiatico e India. Come spesso accade in Francia un opera d’arte contemporanea racchiude al suo interno tesori la cui origine si perde nei secoli creando quell’armonia che sottolinea la capacità dell’arte di comunicare in tutti i tempi bellezza. I tre piani invasi dalla luce del riverbero dell’acqua e dalle ombre ospitano pochissimi e bellissimi pezzi, molti dei quali provenienti dalla vasta collezione del museo Guimet di Parigi. L’esposizione mescola oggetti vecchi e moderni, preziosi e tradizionali, l’arte della corte con espressioni di artigianato popolare e

Il mandala di Kenzo Tange

Il museo delle Arti Asiatiche sulla promenade des Anglais a Nizza con opere contemporanee cercando di creare un suggestivo percorso estetico che simbolicamente ruota attorno alla splendida scala a spirale. L’acqua del lago popolato di uccelli acquatici esalta il bianco dei muri di questo piccolo gioiello ed evoca con raffinata poesia, secondo l’intento di Kenzo Tange “un cigno che galleggia sulle acque tranquille”.


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DONNE SPORTIVE

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di Lorenzo Liverani liverani.lorenzo@alice.it

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n’altra atleta di colore che ha il diritto di essere ricordata è Wilma Rudolph. Scampata, durante l’infanzia, alla scarlattina ma non agli esiti della poliomielite, fu costretta fino all’età di 10 anni a indossare un tutore per l’arto inferiore dx. Da adolescente divenne una campionessa di basket ma i successi maggiori li ottenne nell’atletica leggera partecipando a soli 16 anni all’Olimpiade di Melbourne. Il trionfo arrivò nelle Olimpiadi di Roma nel 1960 dove vinse ben tre medaglie d’oro nelle specialità dei 100 m. (corsi in 11 secondi), dei 200 m. e della staffetta 4x100. Fu giudicata la donna più veloce del mondo. Questa grande atleta si disse ispirata al grande Jesse Owens, eroe di colore delle Olimpiadi di Berlino del 1936 che distrusse le fanatiche speranze di Adolf Hitler di trionfo sportivo della razza ariana. Delle conseguenze di una spietata invasione di ideologie politiche nazionaliste e trionfaliste furono vittime moltissime atlete in diversi nazioni nel corso degli anni successivi all’Olimpiade del 1960. Furono gli anni ‘70 e ‘80 quelli durante i quali iniziò a diffondersi in tutto il mondo sportivo l’uso sciagurato degli anabolizzanti. A farne le spese furono soprattutto le donne atlete. In nome dei successi sportivi, nella ex RDT, prima della caduta del muro, fu condotta, per circa trenta anni, una sperimentazione farmacologica direttamente sugli esseri umani, specie di sesso femminile, senza alcun rispetto delle regole etiche e delle garanzie di sperimentazione. Le giovani atlete di questo paese, in quel periodo, subirono le più sciagurate conseguenze di queste aggressive e prolungate sperimentazioni, per altro condotte da medici, studiosi, allenatori, membri delle istituzioni sportive governative, che riferivano direttamente alla polizia segreta, la famigerata Stasi. Il successo delle atlete della RDT fu così spettacolare che la somministrazione di anabolizzanti fu rapidamente imitata da atlete di altri paesi, compresa la Germania dell’Ovest e gli Stati Uniti. Le donne con ambiguità naturali delle caratteristiche sessuali (scoperte con l’introduzione dei test di genere negli anni 60) furono sostituite da donne con ambiguità delle caratteristiche sessuali indotte farmacologicamente. Tra queste ragazze si sono verificati, successivamente molti casi di suicidio e di morti premature, ma il caso più eclatante fu quello di Heidi Kriger. Vincitrice dell’Oro ai campionati mondiali del 1986 ha cambiato, diversi anni dopo, il proprio genere, diventando, anche anagraficamente, un uomo, Andreas, che si è successivamente unito in matrimonio con una donna. Delle sofferenze patite, “Heidi – Andreas “ ricorda che “… è come se avessero assassinato la ragazza Heidi che era in me”. Le storie di “grandi donne “ che hanno onorato l’appartenenza al loro genere,

Un’eroina per tutte

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Samia Yusuf Omar

BIZZARRIA DEGLI OGGETTI a cura di Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it

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Dalla collezione di Rossano

Una rastrelliera d’antan

uanto sono brutte le attuali e moderne rasrelliere per biciclette, file di pali arcuati piantati in terra cui si aggrappano bici e pezzi di esse, e quanto è bella questa! Porta bicicletta in ghisa dell'inizio del '900. Gli oggetti liberty in ghisa hanno sempre una tale grazia di forme, curve e decori da far dimenticare il peso del materiale e farli apparire gradevoli e quasi leggeri. Fra i molti musei o sedicenti tali sul tema bici, scelgo il "Museo Storico della Bicicletta" di Cesiomaggiore (Belluno), paese le cui strade principali portano il nome dei più famosi "corridori". Nato nel 1997 intorno alla collezione di bici antiche o appartenute a ciclisti di chiara ed eroica fama, messa su nel corso di più di venti anni da Sergio Sanvido, classe 1928, commerciante, riparatore e poi restauratore di bici e ciclista a tempo perso. Questo grande e speciale "maniaco seriale" decide infine di donare la sua creatura alla collettività e Regione e Comune, collaboranti, mettono a disposizione l'ultimo piano di una scuola. Le bici sono ordinate e per periodo storico, la più antica un "celerifero" del 1791, e per destinazione d'uso, da bambino, da guerra, da lavoro, da corsa, ognuna ha la sua carta di identità, molte sono quelle appartenute a campioni, Coppi, Bartali e Pantani compresi, straordinari accessori d'epoca come fanali con candela o altri bizzarri, tipo selle arieggiate o scopini per parafanghi, le corredano. In fieri apposita officina d'epoca. Foto, cimeli e magliette si sprecano, segnalo una collezione artistica, copertine, disegnate a mano, della Domenica del Corriere dedicate al ciclismo. L'oggetto di Rossano non sfigurerebbe.

allo sport e che hanno offerto prove di straordinario coraggio sono moltissime ed è impossibile citarle tutte in una breve relazione come questa, ma un omaggio particolare va attribuito a Samia Yusuf Omar, una coraggiosissima ragazza somala nata a Mogadiscio nel 1991 e annegata nel mar mediterra-

neo nel 2012, dopo aver cercato in tutti i modi e soffrendo chissà quali pene di poter partecipare alle Olimpiadi di Londra. La ragazza appassionatissima della corsa si allenava lungo le strade, distrutte dalla guerra, della sua città e niente riusciva ad impedirle di praticare il suo sport preferito resistendo anche alle minacce dell’integralismo islamico ed ebbe la soddisfazione di partecipare alle Olimpiadi di Pechino del 2008 per la bandiera della Somalia. Nella gara dei 200 m. arrivò ben 10 secondi dopo la prima concorrente vittoriosa, e fu incoraggiata da tutto lo stadio, vista la vistosa disparità di mezzi atletici rispetto alle più titolate avversarie (corse con scarpette regalate da altre atlete olimpiche). La sconfitta non la scoraggiò, anzi la convinse che, con una adeguata preparazione e assistenza tecnica, avrebbe sicuramente riscattato la precedente e deludente prestazione ai Giochi Olimpici successivi. A tale scopo decise di lasciare clandestinamente il suo paese per raggiungere l’Europa, dove sperava di poter esprimere il suo vero potenziale. Dopo varie peregrinazioni, tipiche di questi viaggi, riuscì ad imbarcarsi su una delle solite carrette del Mediterraneo, ma non ce la fece a realizzare il suo sogno perché l’imbarcazione affondò in un punto non precisato del mare. Per questa indimenticabile ragazza potrebbe essere associato l’epitaffio inscritto sulla tomba di un altro atleta fanciullo di epoca romana: “io Florio qui giaccio,un tempo auriga bambino – rapido volli correre e rapido precipitai nelle ombre” Purtroppo Samia non ha nemmeno la opportunità di essere onorata con tali commoventi parole. Credo che questa atleta abbia veramente offerto la massima prova di innocenza, di coraggio e di amore per lo sport e la libertà.


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LO STATO DELLA POESIA

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di Matteo Rimi

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matteo.simona@hotmail.it

iQualcuno ha rinunciato a credere alla parte più libera di sé, come se cedere alla poesia fosse una debolezza che mostra il fianco al cinico nemico sempre in agguato. Qualcuno evita di riflettere sopra lo stato delle cose temendo che tanta empatia lasci inermi innanzi a tutto ciò che è ancora da farsi. Qualcuno si è ormai rassegnato all’idea che gli avvenimenti epocali si compiono solo altrove. Qualcuno ha dimenticato che le grandi cose possono succedere anche in spazi piccoli. Piccolissimi. Come su un foglio di carta o nella penna che lo verga. Ma anche nella mano che la stringe, la stessa mano capace di racchiudere un infinitesimo ed embrionale granello di energia che attende solo l’occasione di essere condiviso. Per diventare luce. Qualcuno aveva posto un granello simile sul mio palmo, forse volato lì per un sospiro da una pagina sfogliata, e per troppo tempo creduto incapace di poter trasformarsi in altro; ma bruciava, quel granello, come che io non fossi braciere abbastanza ampio a contenerlo. Un granello potenzialmente in grado

LUCE CATTURATA

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ronto

Il confine dei luoghi

di far ripartire il necessario processo di riavvicinamento dell’essere umano alla sua natura più pura, la sua trascendenza più forte dalla propria corporeità alla spiritualità illimitata di colui che deve ancora dare nome a tutto. Una lucciola che deve trovare ossigeno tra le infinite possibilità di Marco e la visionarietà di Liliana. Una scintilla che deve rafforzarsi tramite il senso di responsabilità di Kiki, la consapevolezza di David e la sapienza di Paolo. Una fiamma che deve imparare a non nuocere acquisendo l’umanità di Caterina, il naturale essere di Bernardo e la serenità di Mariella. Un fuoco che non deve perdere la semplicità di Rosaria né l’umiltà di Iacopo. Un incendio che attende, come predice Lorenzo, di riconoscere la propria Voce protetta insieme ad altre in un Archivio prima di diluirsi nell’esperienza anonima di essere, con il MeP, presenza su un muro. Una rivoluzione che, scegliendo di esprimersi come Anna tra le tante ecletticità che Davide mostra, si nutre di convinzione come in Leonardo. Ma è poesia, questo fuoco, il nuovo ed eterno Big Bang dentro il quale, come su un affilato stilo sopra una bianca superficie, tutto può succedere, anche che la materia possa restare racchiusa in una periferica porzione del cervello

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come aprirsi fin che c’è aria nel teatro infinito delle nostre esistenze. Un teatro. Sì, un Teatro riuscirà a contenere tutto ciò: caotico, sfaccettato, popolato, dolce, malinconico, professionale, allegrotto, lo Stato si compirà. Un Teatro che dall’Antica Roma arriva fino a Fiesole e diventa luogo di Fondazione, di Dichiarazioni ed, infine, di Liberazione. Perché tutto questo ha ragione di essere stato vissuto, cercato e voluto, sofferto e ponderato solo se infine riuscirà ad affrancarsi. Solo se esisterà un luogo dove più persone possibile potranno condividere la luce emanata da quel granello senza doverne sopportare il peso, liberando loro stessi e lasciando che sia Lo Stato LIBERO della Poesia avrà volontà nuove l’uomo nuovo giovane forza di stupita fierezza avrà pensieri nuovi di visioni aperte di mondo senza confini umanità senza grettezza sarà nuovo e libero perché non saprà guerra

di Stefano Bartolini stefanobartolini1@gmail.com


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PECUNIA&CULTURA

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di Barbara Setti e Simone Siliani twitter @Barbara_Setti e s.siliani@tin.it

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numeri sono spietati e, almeno entro certi limiti, non mentono. Quelli relativi ai flussi finanziari pubblici nel settore Cultura e Servizi Ricreativi, oggetto della monografia 2013 dello studio “L'Italia secondo i Conti Pubblici Territoriali” realizzato dal Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ci restituiscono un'Italia che, come l'Imperatore che credeva di indossare il più sontuoso dei vestiti nuovi, era in realtà nudo. Il quadro di un pesante disinvestimento dei diversi soggetti pubblici in cultura che emerge nell'analisi del periodo 2000-2011, fa piazza pulita di tutta l'assordante retorica con la quale ogni uomo politico di qualsiasi livello di governo, se interrogato sulla cultura, non manca di parlarne come del petrolio o comunque come di un asset strategico per la sua politica. E invece non è proprio così: tutti gli indicatori sono in flessione costante e qualcuno è pure in caduta libera. Dalla spesa complessiva a quella in conto capitale (che rappresenta ciò che lo Stato spende per contribuire alla formazione del capitale produttivo del paese), dalla spesa pro capite a quella per sostenere offerta e domanda. L’Italia, con lo 0,9% del PIL fino al 2009 e lo 0,8% nel 2010 si colloca tra i Paesi che spendono meno nel settore (come Irlanda, Malta, Germania, Bulgaria), mentre lo 0,6% del 2011 la pone in coda alla graduatoria insieme alla Grecia. Da noi è più elevato anche il disinvestimento tra il 2000 e il 2011, con un peso molto ridotto della spesa primaria dedicata al

Il re è nudo

settore (1,7%nel 2010 e l’1,3% nel 2011). Anche la partecipazione alla cultura da parte dei cittadini ci vede in fondo alla classifica europea: l’indice sintetico di partecipazione culturale mostra infatti che tutti i paesi dell’Europa del Nord, presentano alti livelli di partecipazione: 43% in Svezia, 36% in Danimarca, 34% nei Paesi Bassi, a fronte dell’8% dell’Italia, del 5% della Grecia, del 6% del Portogallo. Indubbiamente la crisi (tanto per la limitazione alla spesa pubblica, quanto per il ridotto potere d'acquisto delle famiglie) incide su questa situazione, ma qui è utile rilevare come al calare della spesa pubblica in cultura corrisponda anche una flessione della partecipazione culturale a dimostrazione di quanto strategica sia la spesa pubblica in questo settore.

Ora in questo contesto rovinoso per l'Italia, la ricerca mette in rilievo la situazione delle singole regioni. Qui, la Regione Toscana non brilla, anzi presenta una delle peggiori performance, tanto in valori assoluti, quanto per la reputazione di regione della cultura che appare fortemente offuscata da questi numeri. In Toscana si spendevano nel 2000 circa 200 euro pro capite che sono dimezzati nel 2011 (111 euro, pari a -44%), cosa che la porta dal 7° posto fra le Regioni al 13°. Soprattutto negli investimenti il disimpegno è significativo: questi rappresentavano nel 2000 circa 66 euro pro capite della spesa, che scendono a neppure 27 nel 2011. Chi investe di più sono le Amministrazioni Locali (30%), segue l'Amministrazione Centrale dello Stato (25%), mentre solo il 5% è dell'Amministrazione Regionale e appena il 6,6% delle Imprese Pubbliche Locali. Anche questo dato dimostra che chi sostiene maggiormente il patrimonio culturale in Toscana sono le Amministrazioni Locali (con una media fra il 50 e il 60% negli anni considerati per tutta la spesa culturale), mentre lo Stato arretra dal 44% al 37% (con un picco in negativo del 23% nel 2006, epoca Urbani-Buttiglione). Risibile il contributo dell'Amministrazione Regionale con una media del 2,3% nel periodo. La composizione della spesa mette in risalto che la maggiore riduzione è stata sopportata dal settore investimenti (56%) e dal personale (-50%): due dati in-

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quietanti perché dimostrano il sottrarsi dal formarsi del capitale produttivo, dalla programmazione pluriennale e il depauperamento delle risorse umane. Anche in questo caso l'Amministrazione Regionale offre un contributo quasi nullo a queste due voci: se è plausibile per la parte del personale (in quanto la Regione non gestisce direttamente istituti culturali), lo è molto meno nell'ambito degli investimenti. Situazione paradossale perché lo studio mette in rilievo un forte incremento della domanda culturale fra il 2008 e il 2010: mentre lo Stato disinveste, le persone chiedono più cultura, nonostante la crisi (la quota di spesa delle famiglie destinata alla cultura sul totale dei consumi rimane sostanzialmente costante tra il 2000 e il 2010, intorno all'8%). Un altro mito da sfatare è che la Toscana sia la regione a più alta densità di risorse del patrimonio culturale per 100 kmq: infatti, se il 40% è un dato nettamente superiore a quanto rilevato nel Nord e nel Mezzogiorno, è nettamente inferiore al resto delle regioni centrali (47% in Umbria, Marche e Lazio). Tuttavia, colpisce il rapporto fra la bassa spesa pubblica in cultura in Toscana (inferiore al 10% sul totale in Italia) rispetto alla comunque alta dotazione di beni e istituti culturali. Dunque, il re è nudo. Sarebbe dunque meglio evitare di applaudire inneggianti al passaggio del corte regale e mettersi dalla parte del bambino che si rende conto della reale situazione, non per ridere del sovrano, ma per suggerirgli qualche indumento meno sfarzoso ma più dignitoso. Non escluderemmo neppure una bella tuta da lavoro.

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di Michele Rescio mikirolla@gmail.com

La coda alla vaccinara è un piatto tipicamente romano, costituito dalla coda del bovino stufata, condita con verdure e sugo di pomodoro. Un tempo considerato un piatto “per stomaci forti”, è stato invece rivalutato e oggi è servito nelle migliori trattorie della capitale. Prepararlo in casa richiede un certo impegno, ma se vi armate di attenzione e pazienza potrete anche voi cucinare un’ottima coda alla vaccinara e servirla con orgoglio ai vostri ospiti e familiari! Ingredienti per 4 persone: 1 kg. di coda di bue, 30 g di strutto, 100 g di lardo, 1 carota, 1 costa di sedano, 1 gambo di sedano, 1 ciuffo abbondante di prezzemolo, 1 cipolla, 1 spicchio d’aglio, ½ bicchiere di vino bianco, ½ litro di passata di pomodoro, sale e pepe Preparazione: Lavate bene la coda sotto l’acqua corrente, per eliminare ogni traccia di sporcizia o di sangue; tagliate la coda a tocchetti, facendo attenzione a tagliare fra una vertebra e l’altra. Immergete i pezzi di coda in una pentola d’acqua in ebollizione. Sbollentateli per circa 10 minuti, asciugateli e teneteli da parte. Fate un trito finissimo di aglio, prezzemolo, sedano, carota e cipolla. Tritate anche il

Coda per stomaci forti lardo. Mettete lo strutto in una casseruola, fate scaldare, aggiungete le verdure e il lardo tritato e fate soffriggere. Unite i pezzetti di coda al soffritto, mescolate e rosolate. Quando la carne avrà preso un po’ di colore, aggiungete sale e pepe per insaporire. Continuate a soffriggere aggiungendo a poco a poco del vino bianco. Fate evaporare, intanto diluite la salsa di pomodoro in 300 ml d’acqua calda e versatela nel

soffritto. Chiudete la pentola con un coperchio e lasciate cuocere a fuoco basso per 4 ore. Se il sugo si asciuga troppo bagnate di tanto in tanto con dell’acqua calda.  Ora pulite il gambo di sedano, lavatelo, tagliatelo a pezzi, unitelo alla carne dopo le 4 ore di cottura e lasciate cuocere ancora per 30 minuti. A questo punto, versate la vostra coda alla vaccinara nei piatti insieme al sugo e buon appetito!

Il potere del denaro

La riflessione amara sul potere del diodenaro e sull’incapacità dell’uomo di ritrovare la propria vera identità a causa della sua fragilità è il tema portante della mostra personale di Maria Antonietta Scarpari dal titolo “The colour of money” che sarà ospitata nel Lu.C.C.A. Lounge dal 20 maggio al 22 giugno 2014 (ingresso libero). Diverse le installazioni realizzate dall’artista umbra sul concetto di “ricerca della felicità” attraverso i soldi che sembrano l’unico mezzo per essere accettati nella società contemporanea a cui si aggiunge il video “Sheng” – realizzato nel 2013 e prodotto da Blue Blade.


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C’È VITA IN ITALIA

di Roberto Mancini e Vinicio Capezzuoli rmancini@middlebury.edu e viniciocapezzuoli@ciemmeci.it

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ario e Franco Brogi partirono da Colle ValdD'Elsa che avevano diciott'anni per cercare lavoro all'estero. All'epoca erano già artigiani esperti perché fin da giovanissimi avevano cominciato a lavorare come apprendisti nelle vetrerie della zona. Uno se ne andò in Svizzera, l'altro trovò lavoro in l'Irlanda, finché, nel 1962 la chiusura di una vetreria di Colle non fornì loro l'occasione per tornare in Italia. Mettendo insieme i risparmi rilevarono infatti quella fabbrica e cominciarono una nuova avventura professionale. Erano bravi e appassionati del loro lavoro ed erano determinati a rimanere a Colle dove, nel frattempo, avevano messo su famiglia. Erano maestri vetrai e conoscevano alla perfezione tutti i segreti del mestiere, segreti che non condividevano con nessuno, salvo con il più fidato dei collaboratori. La ditta, che si chiamò Vilca (dal 1971 si chiamerà Nuova Vilca e successivamente ColleVilca) si trovava proprio in paese e aveva una stanza, sempre chiusa a chiave, dove si mescolavano gli ingredienti per produrre il cristallo. Il cristallo Vilca era per loro un vanto, era – ed è tutt'oggi – il migliore che si trovi sul mercato, il più fine, il più splendente, il più trasparente. La Vilca divenne in poco tempo una azienda d'eccellenza, unica nel suo genere. Ciononostante non fu al riparo da problemi e complicazioni perché essere dei bravissimi maestri della bufferia, non necessariamente significava essere anche versati nella gestione aziendale. Tuttavia, nonostante alcuni periodi burrascosi e dopo vari riassetti organizzativi, l'azienda ha sempre continuato a produrre e oggi, dopo aver cambiato sede, si trova nella zona di San Marziale, dove occupa un grande edificio di un bel rosso pompeiano. Alla sua guida c'è il figlio di Franco, Giampiero, che dà lavoro a una ventina di artigiani, molti dei quali giovani apprendisti. In questi anni però il personale si è molto ridotto perché la crisi si è fatta cocente, soprattutto da quando il mercato è stato invaso da prodotti esteri di scarsa qualità, di pessima fattura e di nessun valore estetico, ma dai costi concorrenziali. Alla ColleVilca il cosiddetto 'stanzino dei segreti' non c'è più perché oggi non avrebbe senso: i laboratori di analisi di tutto il mondo sono in grado infatti di determinare i composti dei cristalli con assoluta precisione. Nonostante ciò nessuna 'fabbrica' riesce a lavorare il cristallo come alla Vilca perché quel che conta ancora, in questo tipo di lavorazione, è l'abilità del maestro vetraio, il suo occhio e la sua mano. La capacità di decidere quando la pasta vitrea è al punto giusto per essere estratta dal forno di fusione e quando si deve procedere alla soffiatura. È una questione di sensibilità, di abilità e di esperienza: è questo il lato artigianale della produzione che fa la differenza perché difficilmente può essere eguagliato o superato dalle macchine automatiche. I cristalli che escono da questa azienda nascono da processi accurati: è meditato il sistema di lavorazione così come lo sono, specularmente, le fasi di tirocinio per gli apprendi-

Una storia cristallina

sti, perché questo mestiere non si impara in un mese e, forse, nemmeno in un anno. Ma non si tratta di una questione di tradizione o di pura conservazione di metodi arcaici mantenuti in vita per spirito nostalgico. La bottega di un artigiano è un sistema complesso di saperi la cui trasmissione ha carattere pratico, si svolge sul piano della parola e funziona tramite l'esempio, per questo richiede tempo. In ciò – ed è stato storicamente così - si avvicina di certo alla bottega dell'artista, e non a caso è facile trovare sulla 'piazza' della Vilca, tra i vapori e le fuliggini dei forni di fusione, certi giovani artisti che sono lì ad imparare come reagisce un cristallo nel suo modellarsi, come si comporta una massa vitrea e come viene manipolata dai maestri vetrai. Alla Vilca essi trovano anche un archivio straordinario, un repertorio incredibile di forme. Tutto ciò che è stato prodotto lungo mezzo secolo di vita è stato infatti catalogato e conservato in un archivio i cui scaffali occupano una vasta sala sul retro dell'officina di lavorazione. Si tratta di una collezione di stampi di grande importanza, alcuni dei quali 'firmati' da desiner e artisti famosi come David Palterer, Ambrogio Pozzi e Shiro Kuramata, approdati alla Vilca per dare un impulso all'innovazione formale e di prodotto. Perché Giampiero si è posto l'obiettivo di coniugare le esigenze di mercato con le tecniche classiche di lavorazione del cristallo e l'invenzione creativa. D'altra parte l'innovazione formale è sempre stato uno dei tratti più caratteristici dell'artiginato toscano, e non solo, ovvia-

mente, per quanto riguarda la produzione del vetro e del cristallo. La Toscana del più grande artigianato è, infatti, in tutti suoi comparti, una miscela di tensione e innovazione culturale, come ben si vede, per quanto riguarda l'arte della bufferia, dal ruolo che, nel secolo scorso, ebbero Giò Ponti, Piero Fornasetti, Giovanni Michelucci o Guido Balsamo Stella. E come dimostra, spostandoci più avanti negli anni la formazione dei distretti industriali che hanno avuto una importante funzione propulsiva e innovatiova perché ha funzionato da coagulo ad insiemi di competenze che altrimenti sarebbero rimaste disseminate e si sarebbero disperse. Oggi tuttavia questo amalgama di saperi e di elementi infrastrutturali non basta più a garantire una continuità a queste produzioni di eccellenza perché queste piccole imprese artigiane come la Vilca dispongono di risorse molto limitate da destinare alla innovazione e alla sperimentazione. È perciò necessario – come ci dice Giampero Brogi - ripensare la natura distrettuale valdelsana della lavorazione del vetro e del cristallo che passi attraverso una ridefinizione complessiva del settore che si è molto appannata. L'arte della buffereia ha bisogno di trovare una sua precisa collocazione per poter competere sui mercati. A partire da una migliore comprensione di che cosa sia – o di cosa possa essere – questo antico e pregiato mestiere. Una questione che con grande lungimiranza Enzo Mari già poneva nel 1981 in occasione di una sua singolare mostra fiorentina intitolata Where the Artisan is? Che

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intendeva sollecitare una ridefinizione concettuale dell'idea stessa di artigianato per ricomprenderlo all'interno del sistema produttivo di tipo industriale senza snaturarne i tratti fondamentali. E potremmo dire che a quella domanda alcuni comparti artigianali hanno risposto in modo egregio: il settore dell'abbigliamento, per esempio, ha saputo acquisire e valorizzare tutto il savoire faire artigianale contestualizzandolo in aziende (o insiemi di aziende) capaci di competere sul mercato. Così non è stato però per la produzione del cristallo che è rimasta infatti periferica rispetto ai prodotti toscani di alta qualità. E probabilmente ciò è dipeso da una serie innumerevoole di errori, ma l'errore più grande è stato quello di credere che la valorizzazione di un prodotto potesse dipendere esclusivamente dal messaggio promozionale da imbastirgli tutto attorno con una ripetizione di ovvietà e di luoghi comuni perfino imbarazzante. Al contrario la questione del posizionamento dell'artigianalità nel quadro degli odierni processi produttivi è la questione basilare che deve essere affrontata. E quando il giovane Giampiero Brogi ci ha parlato in modo accorato della solitudine nella quale la sua Vilca si trova ad operare, indirettamente ha come riproposto quell'interrogativo di trent'anni fa: dov'è l'artigiano? E la risposta non può che essere che gli artigiani (della Vilca, ma non solo) devono essere lì dove si innova e si inventa, dove si fa impresa moderna, e cioè dove si riescono a trovare le risorse per gli investimenti. Purtroppo tali propositi si infrangono e naufragano anche a causa di certa retorica celebrativa dell'artigianato toscano, peraltro del tutto sorda a quel 'lato umano' del lavoro artigianale che pur si prometterebbe di esaltare. Basta andare a cercare, tra le abbondanti pagine che sono state scritte sul cristallo della Valdelsa, qualcuna che parli dei maestri artigiani delle loro esperienze di vita e di lavoro, o che ricostruisca le loro biografie. Non troveremo quasi niente, nessuno che si sia interessato a quelle piccole o grandi avventure, cosicché – ed è un paradosso parlando di artigianato - nessuno riesce oggi a imparare dall'esperienza altrui. E quindi a immaginarsi un futuro. La celebrazione infatti sta sempre al di qua o sopra la concretezza. Chi era, per esempio, Modesto Boschi delle Vetrerie Operaie Riunite? E chi inventò il 'vetro sonoro'? E chi era mai Ubaldo Pacini che negli anni Sessanta mise a punto la formula del cristallo? Le loro vite sono come scomparse, diluite nelle storie di impresa e nelle ricostruzioni folkloriche, nelle infinite pubblicazioni catalografiche evocative di un felice - e mai esistito - tempo che fu. Per uno strano scherzo del destino, il catalogo di quella che era stata la più promettente iniziativa sull'artigianato moderno: la già ricordata mostra Where the artisan is? fu stampato da Electa con un vistoso errore di traduzione e andò al pubblico col titolo Dov'è l'artigiano, senza cioè il punto di interrogazione. Il che lasciava credere, una volta di più, che fosse sufficiente 'trovare' gli artigiani e le loro botteghe per poi, magari, farne oggetto di oleografici depliant turistici. Una mistificazione spersonalizzante al tempo stesso ingiusta e ingenua.


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ODORE DI LIBRI

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di Paolo Marini p.marini@inwind.it

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uante volte sei salito a Fiesole? A consumare una cena, a prendere il fresco con gli amici, a corteggiare una donna, a contemplare il panorama. Vista da Firenze, abbarbicata sui propri rilievi e con l'agile campanile della cattedrale che fa buona guardia, Fiesole è una salutare elevazione; è la compagna (o complice) fedele e rassicurante di una vita condotta (per lo più) a valle, dove tutto sembra più greve e provvisorio. Vivendo 'quaggiù', è come se Fiesole ti avesse dischiuso plasticamente la naturale superiorità di una civiltà formatasi nel contesto multiforme e dinamico che alterna la pianura alle colline, il torpore o il rigore dei climi orizzontali alla relativa freschezza e dinamicità di pur modeste altezze. In realtà Fiesole non è nata per farti compagnia o per ispirarti poetiche riflessioni. Essa ha - ed è - una storia antica, lunga, un mosaico indipendente di mille piccoli e grandi tesori, a volte insospettati, disseminati nel suo ampio territorio. Come mostra lo storico Mario Cantini nel suo libro “Fiesole tra cronaca e storia” (Polistampa, pp. 368, € 19,00), frutto di un'ampia ricerca archivistica eseguita tra l'Archivio Comunale e quelli Vescovile e Capitolare - oltre che presso veri e propri 'archivi' viventi. Aprendo il volume di Cantini passi in rassegna il territorio, con il mutare dei confini amministrativi (quelli attuali essendo sanciti da una legge del 1910, quando Fiesole perse le frazioni di Rovezzano, Settignano, Pellegrino e parti di quelle di Coverciano e Mensola), gli artisti e i personaggi che le hanno dato lustro (Adriano Mari, Giovanni Dupré, Gabriele D'Annunzio, Bernard Berenson, Frank Lloyd Wright, Ugo Ojetti e Herman Hesse, per citarne solo alcuni), cronache, avvenimenti e aspetti di vita

Fiesole dal Medioevo in poi

quotidiana, acquedotti, lapidi e muri, monumenti, chiese, teatri e oratori: lo diresti un autentico 'fiesolario', capace di fornire un solido 'perché' a tutti coloro che la vivono, che la frequentano e che comunque la amano. Per esempio, vi scopri – se non lo sapevi – che tra Fiesole e Settignano corre una rivalità risalente, dato che Settignano “fin dal medioevo aveva fatto parte della Lega e poi della Comunità di Bagno a Ripoli, fino a diventare, durante l'occupazione francese (1808-1814), un territorio autonomo con la comunità di Rovezzano”. Tra i tanti tesori spicca il Teatro Romano, letteralmente riesumato nel XIX° secolo e inaugurato a nuova vita il 20 aprile

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Il Franco Miratore

Gli epigrammi di Franco Manescalchi nelle pagine di Ca Balà a cura di Paolo della Bella

OTTOBRE 1972

1911, con la recita dell'Edipo Re di Sofocle. Poi incontri lo splendore di pietra e di affreschi della cattedrale, voluta da Iacopo il Bavaro e consacrata nel 1028, con i caratteristici due piani costruiti ai tempi di Sant'Andrea Corsini (13021374). Insomma, con il patrimonio collazionato da Cantini ritrovi in Fiesole una madre (come ricorda l'iscrizione “A matre et filia aeque disto” posta all'incrocio tra via della Piazzola e via Barbacane ) che ti circonda di affetto, con una dolcezza e una misura che evocano questi versi, del resto mai dimenticati: “Fresche le mie parole ne la sera / ti sien come il fruscìo che fan le foglie / del gelso ne la man di chi le coglie...”

L’APPUNTAMENTO di Sara Chiarello

Vargas Llosa a Firenze

esse.chiarello@gmail.com

Lo scrittore e drammaturgo peruviano Mario Vargas Llosa, Premio Nobel per la Letteratura 2010, sarà a Firenze da martedì 3 a giovedi 5 giugno per ricevere la Laurea Honoris Causa, conferitagli dall’Università degli Studi di Firenze. Mario Vargas Llosa parteciperà a tre giorni di eventi, tra incontri con il pubblico, mostre d’arte e concerti, ad ingresso libero. L’iniziativa è organizzata dal Centro Studi Jorge Eielson per la diffusione della cultura latinoamericana, presieduto dalla scrittrice e docente di letteratura Martha Canfield, in collaborazione con il Consolato del Perù a Firenze, l’Università di Firenze, il Robert F. Kennedy Center di Firenze, la Galleria Il Chiostro Arte Contemporanea di Saranno, l’Associazione NEM – Nuovi Eventi Musicali e la rassegna Leggere per non dimenticare (www.centroeielson.com). Durante il conferimento del titolo accademico (mercoledì 4 giugno, ore

10.30, Aula Magna del Rettorato, Piazza San Marco n.4, ingresso libero fino a esaurimento posti), Mario Vargas Llosa terrà la lectio magistralis, in lingua italiana, ‘Boccaccio in scena’, in cui racconterà il suo nuovo lavoro teatrale ‘Los cuentos de la peste’ (I

racconti della peste), inedito e ispirato al Decameron. Poi, alle ore 18.00, presso la RFK International House (Sala delle Colonne Ottagonali, Le Murate, via Ghibellina 12/A), Mario Vargas Llosa, in qualità di Direttore del Comitato Scientifico del Centro Studi Jorge Eielson, introdurrà la mostra d’arte ‘Gesti ancestrali e forme attuali’, che, fino al 4 luglio, esporrà 30 capolavori di Jorge Eielson, scrittore e artista concettuale peruviano, a 90 anni dalla nascita (Lima, 1924 – Milano, 2006). Le opere (molte è la prima volta che vengono esposte al pubblico) sono provenienti dal Fondo Eielson e dalla Galleria Il Chiostro Arte Contemporanea di Saranno. Oltre ad originali elaborazioni astratte, su tela e materiali vari, ed installazioni, sarà possibile apprendere la nascita e l’evoluzione della celebre serie dei

‘Quipu’, opere di tela annodata di varie dimensioni e colori, che si rifanno ai quipus incaici, un antico sistema di comunicazione della cultura inca basato sui nodi. Infine, giovedi 5 giugno, alle ore 17.00, presso il Teatro Romano di Fiesole (via Portigiani), l’Associazione Nuovi Eventi Musicali conferirà a Mario Vargas Llosa il Premio ‘NEM Edizioni’ per il suo libro ‘La civiltà dello spettacolo’, pubblicato da Einaudi. Seguirà il dibattito sul ruolo della cultura, a cui interverranno Mario Setti (Presidente Nuovi Eventi Musicali), Giorgio Van Straten (scrittore) e Tomaso Montanari (scrittore e docente dell’Università di Napoli). Al termine dell’incontro, il violinista Edoardo Rosadini eseguirà la ‘Ciaccona’, dalla Partita n°2, di Bach. Per ulteriori informazioni www.nuovieventimusicali.it


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PECUNIA&CULTURA

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di Roberto Giacinti

Mibact, degli enti locali e delle regioni. In particolare si dispone che sussista il possesso della personalità giuridica, spesso ostacolato dagli organi di controllo quando l’ente non dispone di un fondo di dotazione adeguato secondo regole non omogenee tra regioni ed enti controllori. C’è chi sostiene che sia importante utilizzare la leva fiscale per accordare benefici indiretti. Ad esempio il decreto 91/2913, detto Valore cultura, ha previsto disposizioni per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale, con meccanismi fiscali quali il tax credit per il cinema e per la musica, un credito d’imposta per le imprese organizzatrici e produttrici di spettacoli di musica dal vivo, ecc. E’ recente anche il decreto del Ministro

rogiaci@tin.it

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ecenate, influente consigliere ed amico dell'imperatore Augusto, formò un circolo di intellettuali e di poeti di cui sostenne la produzione artistica, contribuendo ad elevare il tono della vita culturale dell'era di Augusto, ma fu il mecenatismo rinascimentale a rappresentare un fenomeno diffuso e di grandissima rilevanza. In tale periodo, tra gli esempi più noti delle sfarzose corti nobiliari che offrivano vitto ed alloggio ai più illustri artisti dell'epoca, purché questi dedicassero loro alcune opere, così da aumentare il prestigio delle varie casate, vi è sicuramente quello di Firenze, con Cosimo il Vecchio e suo nipote Lorenzo il Magnifico. La storia si ripete, oggi, con le generose donazioni offerte da due maison fiorentine: Ferragamo per gli Uffizi e Stefano Ricci per la nuova illuminazione del Ponte Vecchio. Il mecenatismo ricco è utile ad ambedue i contraenti, ma serve solo alle grandi istituzioni che possono beneficiare di grandi apporti economici, e che, contemporaneamente, possono esaltare il loro brand. Purtroppo gli importanti tagli all’economia, quelli delle erogazioni delle fondazioni bancarie ed il sempre più difficile ricorso al fund rising verso privati non consentiranno più la sopravvivenza delle piccole e numerose realtà presenti sul territorio. Intanto a questi enti vengono richiesti altri adeguamenti burocratici con la legge di Stabilità 2014, la quale, pur promettendo semplificazione e celerità dei procedimenti, prescrive i requisiti che gli istituti devono possedere per poter accedere ai benefici, la formazione di un elenco dei beneficiari delle sovvenzioni statali, per evitare le duplicazioni con i contributi del

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dei Beni culturali Franceschini che promuove il meccanismo fiscale di incentivazione che consentirà a grandi e piccoli gruppi industriali, ma anche a privati, di poter intervenire sui beni artistici, infatti, da quest’anno, diventa strutturale la destinazione della quota al 3% delle risorse per le infrastrutture alla spesa per investimenti nei beni culturali Sul fronte degli sgravi fiscali i contribuenti che elargiranno erogazioni liberali per i beni culturali, potranno detrarre l’Irpef nella misura del 65% nel biennio 20142015. Ma questi interventi non saranno sufficienti per cui occorre, con urgenza, avviare un progetto catalizzatore delle risorse disponibili per la sopravvivenza dei piccoli enti culturali.

Nuove regole per il Mecenatismo ICON di Claudio Cosma claudiocosma@hotmail.com

Il fiori di Cardenas

Una piccola mostra di disegni botanici di Hugo Cardenas, giovane artista colombiano che disegna come Jacopo Ligozzi. I disegni in esposizione sono stati eseguiti per Sensus. Una occasione per incontrarsi prima della chiusura estiva di Sensus che coinciderà con la fine di questa esposizione. Ricordo che Sensus è una collezione privata aperta al pubblico con questo orario: il venerdì e il sabato dalle 18 alle 20. La sede è in viale Gramsci 42a, a Firenze. Le inaugurazioni da Sensus non hanno nulla di diverso rispetto agli altri giorni di apertura, anzi, essendoci meno visitatori, tali giorni saranno da preferirsi per guardare con la dovuta attenzione i lavori esposti.

GRANDI STORIE IN PICCOLI SPAZI di Fabrizio Pettinelli pettinellifabrizio@yahoo.it

Nel maggio del 1938 Hitler visitò l’Italia; la tappa finale della visita, il 9 maggio, sarebbe stata Firenze, con sosta dalle 14:00 alle 24:00. Il Comune di Firenze entrò in fibrillazione e fin dal febbraio costituì un apposito “Ufficio per i festeggiamenti in occasione della visita del Führer”, che si ingegnò per utilizzare nel modo migliore i 18.000.000 di lire messi a disposizione dal governo centrale; riportato ai valori odierni, ogni minuto trascorso da Hitler a Firenze costò alla collettività oltre € 27.000! Come furono spesi quei 18.000.000 milioni mi pare ben esplicitato da questa foto. Sul lato Arrivi di Piazza Stazione fu costruita una tribuna alta 14 metri, adornata con false siepi e con sculture di cartapesta, calce e gesso che riproducevano i leoni della Loggia dell’Orcagna e le fontane di Boboli. La tribuna sortiva un duplice risultato: accogliere gli invitati che dovevano osannare l’arrivo del dittatore tedesco

Piazza della Stazione

Firenze di cartapesta e coprire il cantiere che occupava l’aerea dell’ex-Via Valfonda, la cui evidente contraddizione con il perfetto “ordine” fascista avrebbe potuto turbare il Führer. D’altra parte Galeazzo Ciano, Ministro degli Esteri, era stato chiaro nelle sue direttive: lungo la linea ferroviaria percorsa da Hitler dovevano essere esposte scritte inneggianti al Führer e all’asse Roma-Berlino e inoltre “dei cartelloni pubblicitari dovranno essere collocati per mascherare le case che non è possibile migliorare imbandierandole”. I funzionari fiorentini calarono alla lettera le disposizioni “ferroviarie” sulle strade cittadine lungo l’itinerario di Hitler. La loro azione ricorda quella degli operai che, nel film di Luigi Zampa

“Anni ruggenti” (credendo i maggiorenti della cittadina che Nino Manfredi, agente di un’assicurazione, sia un alto gerarca in incognito), murano vivi i poveri della città, per non farli vedere, e, per lo stesso motivo, spostano un vespasiano da un punto all’altro del paese tallonati da un vecchietto incon-

tinente. I nostri non murarono vivo nessuno, né risulta che abbiano operato sui servizi igienici, ma è pur vero che le stradette che da Via Maggio portano in Piazza Pitti furono sbarrate con dei falsi muri di cartapesta dai quali spuntavano piante che simulavano giardini, che Via Mazzetta fu bloccata da un plotone di soldati in assetto di combattimento (considerato che nei giorni precedenti sui muri di Santo Spirito erano state dipinte enormi falci e martello) e via dicendo. Qualche isolata protesta ci fu: un pasticciere del centro, come prescritto, espose nelle sua vetrina le foto dei due dittatori e, fra di esse, una scatola di biscotti “Fratelli Lazzaroni”. Il leit-motiv delle varie realizzazioni fu quello di sovrapporre strutture “effimere” ai monumenti storici fiorentini, al fine di valorizzare, in quelle sovrastrutture, la simbologia fascista e nazista (aquile, svastiche e fasci littori a volontà), a scapito, ovviamente, della severa bellezza degli antichi palazzi fiorentini.


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L’ULTIMA IMMAGINE

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Jack in the Box, San Jose, California, 1972

berlincioni@gmail.com

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni

“Jack-in-the Box” è il nome di un famoso giocattolo per bambini e consiste in un pupazzo animato di “pannolenci” vestito da Clown racchiuso un una “box” appunto, una scatola! Premendo un bottone il coperchio si apre e il pupazzo salta fuori con un grande sorriso. Credo che tutti i bambini del mondo abbiano visto questo tipo di giocattolo o qualcosa di simile. Si racconta che questa specie di diavoletto risalga addirittura al 1400 quando, nel Buckinghamshire, un sacerdote inglese, Sir John Schorne, rinchiuse in una scatola un diavolo per proteggere i parrocchiani del suo villaggio. Bene, una catena di Fast Food fondata nel 1951 a san Diego in California decise di utilizzare questo pupazzo come richiamo per i suoi Drive-in Fast Food punti di vendita che espansero in un batter d’occhio in tutta la California e non solo.


Cultura Commestibile 78  
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