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uesta settimana il menu è

DA NON SALTARE Consigli (non richiesti) per gli investimenti

Dan Brown scrive romanzi, io porto prove. I gesuiti e gli stalinisti che mi attaccano, li sfido a smontarle

Morrocchi a pagina 2

AI LETTORI

Silvano Vinceti

Cultura commestibile torna in “chiaro”

RIUNIONE DI FAMIGLIA a pagina 4

Nardella deroga Nardella

Piccoli petrolieri crescono

Nell’ottobre dello scorso anno, grazie ai vostri abbonamenti, Culturacommestibile.com ha potuto continuare a vivere, tanto che è stato possibile, dal numero di oggi, tornare in chiaro. Vi ringraziamo tutti di cuore. Abbiamo deciso di tornare all’accesso libero alla nostra rivista settimanale per allargare il pubblico, fare di Cultura Commestibile uno strumento di più ampia discussione sui temi della cultura perché ci pare che il tempo – non particolarmente favorevole a chi si occupa di questi temi – lo richieda. Il nostro vuole essere un contributo ad allargare, arare e seminare il campo della cultura. Una voce libera, non di parte (se non della cultura, appunto), né utile a qualcuno, che vive dell’attenzione e della partecipazione dei suoi lettori. Continuerete quindi a ricevere via mail la nostra rivista e vi chiediamo di promuoverla, di farla conoscere, di girarla alla vostra mailing list. Stiamo pensando ad un programma, dopo il successo del volume “Dalla parte di Marcel”, di nuove edizioni cartacee degli articoli pubblicati sulla nostra rivista on line e di contributi originali. Come stiamo programmando una serie di iniziative, collegate agli eventi di NEM (che edita e promuove la rivista), e di presentazione e discussione attorno a libri e temi che ci paiono interessanti, per poter continuare la nostra attività. L’editore e la redazione


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DA NON SALTARE

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di Michele Morrocchi twitter @michemorr

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a cultura non serve a niente. Ciò significa fondamentalmente due cose. Non produce ricchezza o effetti immediati e misurabili attraverso strumentazione scientifica e, secondo ma non meno importante, non è serva di nessuno. Ciò significa innanzitutto che è necessario fuggire la retorica de “la cultura è il nostro petrolio”, che tanti estimatori ha, non ultimo il neo ministro Franceschini. In termini meramente economici il petrolio, infatti, è una commodity, un bene cha ha dunque valore in sé per le proprie caratteristiche, chimiche in questo caso, indipendentemente dal luogo di estrazione o raffinazione. La cultura è invece bene che acquisisce valore e produce valore proprio in funzione del contesto in cui essa avviene, si sviluppa, sedimenta e matura. Secondo punto il petrolio è misurabile, siano essi litri o galloni, stoccabile, vendibile e scambiabile. La cultura, per sua stessa definizione, è bene impalpabile e i cui effetti (o ritorni) sono misurabili con complessi (e discutibili) metodi statistici. Aveva dunque ragione Giulio Tremonti nel dire che con la cultura non si mangia? No. Anzi questo è il polo opposto dell’identità cultura=petrolio, egualmente falso e dannoso. Con la cultura è possibile costruire ricchezza, reddito ed occupazione. Basta non considerarla una merce come le altre. Questo vale sia per quanto riguarda i soggetti privati che volessero investire in cultura, sia per i soggetti pubblici che devono governare e finanziare le attività culturali. In questo secondo caso l’importante, nel definire le proprie policies, è il non attendersi risultati misurabili e quantificabili nel breve periodo. Il ritorno in cultura è per la comunità, di cui la politica dovrebbe essere agente e rappresentante, misurabile in sapere e conoscenza. Come questi due fattori siano moltiplicatori dello sviluppo e della qualità di quest’ultimo è fatto noto. Meno noto è che questo processo ha tempi non immediati, non è misurabile e non ha certezza (seppur abbia un’altissima probabilità) di successo. Cionondimeno l’investimento in cultura è elemento essenziale e necessario di tutte le politiche di welfare e soprattutto è elemento anticiclico. In questo senso favorire, da parte delle pubbliche amministrazioni locali e nazionali, gli investimenti in cultura e la crescita occupazionale nel settore è politica di assoluto valore e di altissima efficacia. I soldi investiti genereranno spesa privata (chi usufruisce di cultura tende a spendere) e occupazione qualificata e con minime possibilità di venire delocalizzata in altri siti produttivi. Anche in questo caso occorre non lasciarsi tentare dal miracolo della cultura come risolutrice dei problemi della ricchezza e dell’occupazione di

Consigli

un territorio. Per quanto grandi potranno essere gli investimenti, per quanto alti potranno essere i ritorni, la cultura e l’occupazione culturale rimangono un settore minoritario dell’economia e non potranno mai sostituirsi alla produzione e agli altri servizi. E’ esistita una vulgata, soprattutto sul finire degli anni ’90 e ancora in parte in voga, che l’accoppiata cultura e turismo, potesse da sola risolvere i problemi della ricchezza del Paese o almeno di alcune parti di esso. Il fatto che non esista un solo sistema territoriale complesso che basa se non la totalità, almeno la maggioranza del proprio PIL su questi due settori, dovrebbe, da solo, risolvere la questione. Persino la Florida (modello che per molti versi non prenderemmo comunque ad esempio) ha dall’intermediazione immobiliare una percentuale di PIL maggiore di quella prodotta dal turismo e dai suoi parchi di divertimento. In sintesi, quali potrebbero essere le linee guida per impostare, lato pubblico (inteso qui come una pluralità di soggetti titolari di azioni e politiche e erogatori di fondi) una politica culturale? La cultura costa. Come tutte le cose fatte bene e da personale qualificato ha prezzi alti. La logica per cui si può chiedere ad un operatore di fare sempre di più con sempre di meno, alberga quasi solo nel mondo della cultura. Nelle gare pubbliche le offerte troppo basse vengono

(non richiesti)

per gli investimenti •


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considerate anomale, rifiutate o comunque controllate. Nell’organizzazione di eventi culturali viene chiesto di fare sempre con meno o persino gratis. Non sostituitevi agli operatori. Chi organizza una mostra, un concerto, uno spettacolo teatrale è un professionista, ha quasi sempre anni di studio ed esperienza alle spalle. Si può contribuire con il proprio gusto estetico, con la propria cultura, alle scelte, ma non sostituirsi ai professionisti nel raggiungere determinati obiettivi. Occorre fiducia, analogamente a ogni altro rapporto professionale. Nessuno di noi si sognerebbe di mettere in discussione i calcoli di un ingegnere su un ponte, ci fidiamo per l’appunto, tutti o quasi vogliono discutere delle opere proposte, dei contributi in catalogo e talvolta persino degli aspetti di regia di uno spettacolo. Create la domanda. Quello che molto spesso manca non è l’offerta culturale. Anzi, spesso è persino troppa soprattutto in ragione del numero di spettatori, visitatori, partecipanti alle iniziative culturali. Non solo pochi ma molto spesso sempre gli stessi. Perché l’investimento culturale abbia effetto (sia per chi con quel lavoro vorrebbe viverci, sia per chi investe denaro pubblico) è necessario che raggiunga la più ampia percentuale di popolazione e perché dispieghi al massimo le sue potenzialità occorre che raggiunga le popolazioni più giovani. Per questo è necessario potenziare il rapporto tra educazione (scuola e non solo) ed attività culturali, creando rapporti, collaborazioni, scambi che rompano il muro di diffi-

DA NON SALTARE

Perché e come il pubblico dovrebbe investire in cultura

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denza e di repulsione che attualmente esiste. Quale tipo di investimento pubblico però occorre privilegiare? E’ evidente che ci siano alcune spese e funzioni incomprimibili. Personale e luoghi (musei, teatri, spazi espositivi, ecc. … ) in primis. Tuttavia anche in questo senso è possibile, persino necessario, operare delle scelte. Fare politiche di valutazione della reale appartenenza di un territorio al proprio museo, al proprio teatro e ridurre quelli che appaiono corpi estranei, razionalizzare e concentrare opere e personale. Mettere a comune produzioni, tecnici e servizi. Creare, come avvenuto per esempio in Regione Toscana, regole per l’accreditamento delle strutture culturali sulla quale definire i criteri e l’ammontare dei contributi. Favorire la semplificazione di pratiche e permessi per l’organizzazione di spettacoli ed eventi. Infine continuare e potenziare l’investimento nelle biblioteche di pubblica lettura. Farne sempre più luoghi di aggregazione sociale, di integrazione e sviluppo delle comunità straniere. Certo adattandole ai tempi e dunque favorendo la multimedialità al semplice fondo librario. Mettendo in comune spazi per la lettura, la produzione artistica e culturale, gli spettacoli. Primo presidio di una comunità che sappia riconoscersi, indipendentemente dall’origine, in queste case comuni. Non si troverà il petrolio in questo modo e i conti non torneranno velocemente a posto, ma si saranno messe le basi per una comunità più coesa, più colta e alla fine più ricca.t


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RIUNIONE DI FAMIGLIA

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LO ZIO DI TROTSKY

Boeri ̀ e presto

Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012 direttore simone siliani redazione sara chiarello aldo frangioni rosaclelia ganzerli michele morrocchi progetto grafico emiliano bacci editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze contatti

www.culturacommestibile.com redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.facebook.com/ cultura.commestibile

Con la cultura non si mangia Giulio Tremonti

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LE SORELLE MARX

Nardella deroga Nardella

Conoscevo un tipo che era solito ripetere, ossessivamente, “Mah, sarà presto!” Incuriosito da questo tic alquanto originale, chiesi a suoi conoscenti l'origine della sua fissazione. Mi fu spiegato che il pover'uomo aveva investito tutti i suoi risparmi nella gestione di un tratto di spiaggia al Forte dei Marmi, che però si rivelò un totale fallimento. L'uomo non sapeva spiegarsi il motivo della totale assenza di clienti che gli noleggiassero gli ombrelloni. Prese così a ripete a se stesso e agli amici: “Mah, sarà presto!” E, in effetti, la spiegazione era abbastanza plausibile perché era dicembre inoltrato: effettivamente, era un po presto. Questa immagine del meschino mi si è riproposta, leggendo le dichiarazioni di Stefano Boeri, archistar di grido con qualche (non proprio indimenticabile) trascorso politico, appena nominato direttore dell'Estate Fiorentina. L'architetto, entusiasta del nuovo ruolo che già prefigura quello futuro di consigliere del sindaco per la cultura, ha apoditticamente e cripticamente dichiarato: “Ancora è presto per dire tutto. Io metto a disposizione la mia esperienza di amministratore e curatore di eventi internazionali...”. Ora, io non sono una archistar ma un ben più modesto parente di un rivoluzionario fallito, ma posso arrivare a capire che l'estate arriva il 21 giugno e la rassegna Estate Fiorentina di solito ai primi di giugno. “Mah, sarà presto”, dice il Boeri; però non ci pare bizzarro chiedere qualche anticipazione sull'Estate. O no?

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“Idea ganzissima, Dario! Si fa la chiusura della campagna elettorale in piazza della Signoria? Si batte 'i recorde di' mondo dell'abbraccio! Figo, no?” “Ma, veramente, Matteo la piazza sarebbe nella blacklist degli spazi interdetti ai comizi politici.... come si fa?” “Oh Dario, ma sei il solito cacadubbi! Ma chi l'ha fatta questa regola cretina? Va rottamato!” “Scusa Matteo, veramente ehm... sarebbe una decisione confermata dalla Giunta di cui eri sindaco” “Ah, sì? E lo sai cosa ti dico: chissenefrega! La regola si cambia, come il verso all'Italia! Hai capito? Datti da fare, sei tu il leguleio! E te lo dico da Segretario del PD!” Due giorni dopo. “Antonio, vieni un po' nel mio ufficio. Che sarebbe questa richiesta di deroga per l'uso di Piazza della Signoria per il comizio finale delle elezioni amministrative?” “Ma, reggente, non lo so: la manda un certo Gianassi, segretario cittadino del PD. Che si deve fare?” “Gianassi? Ma chi è? Ma siamo grulli? O chi è quell'analfabeta giuridico di candidato?”

“Ma è lei, signor reggente” “Appunto, stavo dicendo quel grande giurista secondo solo a Calamandrei di candidato. Va beh, concediamola. Ma se la chiedono anche gli altri? Dobbiamo trovare un criterio giuridicamente inappuntabile per non avere l'inflazione di richieste. Tanto i candidati sono 10, quindi anche volendo qualcuno resta fuori. Ecco, la clausola 'chi prima arriva, meglio alloggia'. E poi, si potrebbe fare un bel festival del comizio che dura 10 giorni: dopo quello del gelato, certamente qualificherebbe Firenze come capitale della democrazia mondiale. Comunque, bisogna andare in Giunta per approvare la deroga, perché io voglio fare le cose in regola, eh” Due giorni dopo. “Proposta di delibera del vicesindaco Nardella per la deroga sul regolamento per la concessione delle piazze storiche per comizi ed iniziative elettorali. Determinazioni a seguito della richiesta di Gianassi Federico, segretario PD Firenze per il candidato sindaco Nardella. Metto in approvazione: favorevoli, contrari, astenuti. Approvato all'unanimità... Oh, ma dove siete andati tutti? Non fate i furbini, tornate in Giunta! Te, Giachi, vuoi essere rieletta? Allora ri-

I CUGINI ENGELS

Piccoli petrolieri crescono Nella ridente località di Vaglia, porta del Mugello (in entrata) e di Firenze (in uscita, come la revolving door dei saloon del Far West) si accende la splendente stella da sceriffo del candidato sindaco PD Leonardo Borchi. Già capo dei vigili della precedente Giunta, ma lui fra gli amici si faceva chiamare “the sceriff” (d'altra parte il suo curriculum denuncia un inglese 'buono'), ha deciso un programma innovativo, sotto il motto “Uniti si cambia”. Eccola qui l'idea che rivoluzionerà Vaglia e dal paesello irradierà tutto il globo terracqueo: “Abbiamo una ricchezza immensa a Vaglia: il paesaggio, le nostre vallate, le Pievi millenarie e tante altre bellezze. Sfruttiamole! Sono il nostro "petrolio"!. Un altro petroliere! Ci mancava! Che Iddio ce li conservi, altrimenti come potremmo vivere? Ma Borchi ha una fama di “duro”: nel suo curriculum può vantare multe senza pietà alle biciclette parcheggiate malamente a Bivigliano, qualche sanzione alle ambulanze che posteggiavano sui marciapiede per trasportare gli anziani e i malati, ma l'apogeo del celodurismo lo raggiunse quando multò sua mamma per divieto di sosta. La stessa grinta la infonde nella sua campagna elettorale e, per quanto si sia convertito alla raffinazione di petrolio culturale, resta sempre uno sceriffo, come il gringo

della carne Montana, pronto a sfidare al duello l'altra candidata Donatella Golini: “Laggiù verso Vaglia tra mandrie e cowboys/c’è sempre qualcuno di troppo tra noi/ Donatella va dicendo che troverà il modo/di farmi sembrare un bel colabrodo/ ma se a provarci un bel dì la rimpiango/vedremo chi cola, parola di Leonardo Dal più antipatico dei suoi brutti grugni/m’ha fatto sfidare a un incontro di pugni/ e per ricevuta quel grugno demente/con mezza percossa rispedisco al mittente/ ed ora a noi due malvagia beffardo/eh sarebbe 'beffarda' ma è per far rima con Leonardo”

torna a votare. E voi, Petretto e Givone, non fate i professoroni distratti: qui bisogna assumersi ciascuno le proprie responsabilità! La Biagiotti dov'è? A Sesto Fiorentino? E che ci fa? Ah, è candidata sindaco lì. Va beh. E la Titta e la Biti? Ah, ok, aspettiamo che tornino dal bagno. Qui, o si fa il comizio o si muore. Matteo lo vuole!”

LA STILISTA DI LENIN

Ben venga Maggio Si sa che la rivoluzione non è un pranzo di gala, ma la prima del maggio sì. Per questo ci si aspetterebbe, nella ritrovata attenzione alla mondanità cittadina dovuta al premier Renzi, che i potenti sul red carpet si adeguassero ai nuovi fogli della rivoluzione renziana Chi e Vanity fair su tutti. Per questo va detto al vicesindacoreggentecandidato Nardella che alla prima sarebbe meglio presentarsi in smoking o comunque, se si decide per l’abito, che cravatta nera con vestito grigio proprio no. Se proprio si vuol fare gli eccentrici meglio farli alla Sgarbi con spezzato pantalone beige su giacca blu, talmente adatto ad una colazione allo Yacht Club piuttosto che a una prima, da risultare impeccabile. Perfetto invece il neo membro del Cda Enel Alberto Bianchi il cui smoking ricordava i migliori bond. Elegante anche il premier nonostante la cura romana abbia inciso sulla pancetta, mentre un plauso vero va alla di lui consorte che, da quando ha cambiato idea sul seguire il marito a Roma, ha beneficiato di un rinnovato look che l’ha fatta rifiorire e chetato le malelingue. Bellissima in un lungo verde, elegante con pettinatura che la valorizzava ancor di più. Infine la ministra Boschi alla quale si deve purtroppo ricordare che una donna, in società, si presenta sempre a spalle coperte, e che l’abbondanza la si deve centellinare e non esporre. Consigliamo la lettura di Proust al ministro, oltre a un cambio di scarpe.


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PICCOLE ARCHITETTURE PER UNA GRANDE CITTÀ

di John Stammer

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li studenti dell’ateneo fiorentino, mentre fanno la fila per mangiare, circondano, quasi in un abbraccio, la foto del giudice Antonino Caponetto che campeggia nell’atrio della mensa di Novoli. Il grande edificio che ospita la mensa e la residenza universitaria è dedicato al giudice che guidò il “pool antimafia” di Palermo, ideato da Rocco Chinnici, e che fu il “capo” di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. A lui la “sua” Firenze, che lo aveva adottato da studente universitario, ha dedicato uno degli edifici più significativi della nuova parte di città che sta nascendo ad ovest dell’antico centro urbano. Lo sviluppo urbanistico dell’area già occupata dalla fabbrica della Fiat a Novoli è stato avviato proprio dalla decisione dell’Università di localizzare in quest’area il nuovo Polo delle Scienze Sociali, nell’ambito del più complessivo riordino delle sedi dell’Università in città. Ancora una volta le funzioni pubbliche, come avvenne nei primi anni ‘20 del secolo scorso, con la realizzazione delle residenze sociali di via Carlo Del Prete, che dettero il via alla realizzazione della nuova zona industriale della città, hanno fatto da traino e da “garanzia” della nuova città in costruzione. L’edificio della residenza e della mensa è localizzato in un isolato centrale dell’insediamento universitario e si presenta, agli occhi dei visitatori, quasi come un fortino inespugnabile. Una scelta consapevole quella del gruppo di progettazione C+S ( Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini) che ha progettato un edificio “introverso”, nel senso letterale del termine. Una scelta in qualche modo “dettata” sia dalla localizzazione, con un fronte molto esteso sulla strada di grande traffico esterna all’area, sia dalle linee guida di Leon Krier. Gli affacci esterni, ai piani

Oltre il muro

superiori al primo, sono tutti mediati o da una muratura in vetrocemento o da appositi meccanismi che impediscono l’affaccio. Come spiegano gli stessi progettisti:

“Il disegno degli isolati, il mantenimento dei bordi fissi esterni, i materiali, il sistema delle bucature verticali imposti dal rigidissimo piano Krier ci hanno suggerito il tema della ‘massa

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costruita’, che caratterizza gli isolati della città storica, dove il contrasto tra i materiali è una vibrazione d’ombra su uno sfondo sostanzialmente monocromo; dove i bordi esterni degli edifici sono lavorati da leggere inflessioni planimetriche più che attraverso forti contrasti cromatici e le facciate sono disegnate dalla scansione regolare di grandi bucature.” L’edificio di forma vagamente trapezoidale, ad una visione zenitale, ha una molteplicità di forme di facciata. Quella su viale Forlanini, all’esterno dell’area, è praticamente un “muro inaccessibile” quasi a voltare le spalle alle auto e al traffico. Le altre facciate hanno invece una finitura a “scandole”, sovrapposte alla facciata più interna dove si aprono le finestre. Così che quando tutte le “scandole” sono chiuse l’edificio si presenta sostanzialmente con una facciata continua e completamente murata.. Ma il movimento delle aperture, che si presta anche ad utilizzi “impropri”, ma utili, come si può vedere passeggiando per la vie dell’area, genera un gioco di ombre, che caratterizza complessivamente le facciate e le fa diventare viventi. All’interno dell’edificio le facciate sono invece di un bel colore blu mare e sono forate da aperture ordinariamente disposte in modo da consentire un uso adeguato dell’edificio che quindi si affaccia, di fatto, solo sulle corti interne, che sono il vero luogo di vita e di relazione, sia degli appartamenti sia della mensa. L’edificio è attraversato da un’ampia strada pedonale, dove sono ricavati gli accessi sia alla mensa sia alla residenza. A ponte sulla strada pedonale sono localizzati i percorsi in quota, per il collegamento fra le due parti. Un edificio che scandisce una diversità formale molto accentuata in confronto alla unitarietà degli altri edifici destinati alle attività didattiche e alla biblioteca progettati da Adolfo Natalini, e che per questo segna un elemento distintivo dell’area.


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ISTANTANEE AD ARTE

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di Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com

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a fotografia è quella audace forma estetica che permette all’artista una particolare libertà espressiva, capace di dar voce alla propria sensibilità. Da sempre lo scatto fotografico coglie realtà e istanti che l’occhio comune non riesce a percepire e, in quanto predatore di immagini, è un puro atto artistico che realizza un evento colmo di emozioni dal sapore concettuale. Di fatto la fotografia artistica si qualifica per il pathos, intimo e profondo, che avvolge l’immagine fotografica e per la razionalità creativa che si muove a priori con la progettazione dell’idea e dell’intuizione espressiva. D’altronde fotografare è un atto estetico ricercato che tende razionalmente alla rivelazione chimica del momento quotidiano, elevandolo a forma d’arte, in una

L’emozione di uno scatto

contingenza che appare sensibilmente pura allo spettatore, ignaro di condividere inevitabilmente il medesimo pathos dell’artista al momento della realizzazione fotografica. L’emozione dell’atto istantaneo e fulmineo dello ‘scatto’ è ciò che unisce fotografo e lettore dell’immagine: la soggettività, l’incontro, l’occasione patetica sono il punto di convergenza visiva, in cui artista e spettatore gettano lo sguardo sul medesimo particolare. La dominante che ne risulta è una visione narrativa dell’immagine che ritratta su uno stesso piano combinatorio fatto e finzione, realtà e mito, verità e menzogna, originale e imitazione, declamando, allo stesso modo e allo stesso tempo, la concettualità delle tecniche e degli atteggiamenti espressivi contemporanei. Fra moda, pittura e fotografia Virginia Panichi dipinge e ritrae grazie all’ausilio della macchina fotografica, con una particolare attenzione all’estetica del soggetto e dello scenario. Per l’artista lo scatto fotografico è un vero e proprio viaggio attorno al corpo del contemporaneo, teso a mettere in luce identità multiple, fra realtà e apparenza, fra moderno e mitologie arcaiche. Le sue opere incarnano pienamente l’idea dell’originalità percettiva dell’estetica contemporanea, capace di unire piacere e complessità, appropriandosi non tanto dell’immaginario moderno, quanto del concetto culturale e semantico che le immagini e i significanti del mondo contemporaneo rievocano. Si tratta della ricerca sulle molteplicità del corpo e dell’identità contemporanee, in cui il divenire approda a realtà multiple, difficilmente comprensibili, che solo l’Arte e l’istante intuitivo-artistico può cogliere in tutta la loro totalità. Virginia Panichi opera fra il concettuale e l’interpretativo, tentando di sviscerare le simbologie moderne, donando allo spettatore la possibilità di osservare i particolarismi del presente con un nuovo occhio critico, in quanto provocazione visiva capace di destare le coscienze attraverso l’emozione che solo l’immagine fotografica può rappresentare nell’universalità di un attimo.

In alto La baccante, 2009, Fotografia digitale – stampa lambda su alluminio sotto plexiglass. Qui Stanza bianca, 2011 Stampa lambda su carta fotografica montata su pannello dibond. Sottp Levitazione 1, 2011, Fotografia digitale – stampa lambda su alluminio sotto plexiglass. Courtesy Collezione Carlo Palli, Prato

Virginia Panichi


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OCCHIO X OCCHIO

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di Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it

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a storia si ripete, inesorabile, implacabile, quasi con le stesse identiche modalità, tragicamente uguale a se stessa, secondo lo stesso copione, già visto e già vissuto più di una volta. Cambiano solo i luoghi ed i nomi, rimangono uguali i modi, le circostanze, forse perfino le motivazioni. Poco più di un mese fa, il 4 aprile, veniva assassinata in Afghanistan la fotografa tedesca Anna Niedringhaus, colpevole di essere donna e fotografa, testimone scomoda in un teatro di alte tensioni sociali e politiche. Il 13 maggio viene assassinata in Centro Africa, ad ovest della capitale Bangui, verso Bouar, quasi al confine con il Camerun, la fotografa ventiseienne francese Camille Lepage. Camille era partita nel 2012 per coprire il conflitto del Sudan, installandosi a Giuba, e da qui si era spostata nel nella Repubblica Centroafricana, una regione poco coperta dagli altri giornalisti, per seguire il conflitto fra le forze governative e gli ex-ribelli Séléka, seguendo i militari francesi impegnati nell’operazione Sangaris fino dal novembre del 2013, e prestando attenzione soprattutto all’aggravarsi della situazione umanitaria nei paesi dell’entroterra. Il suo corpo senza vita è stato ritrovato da una pattuglia francese nel villaggio di Fembélé. In un pick-up fermato per un controllo, vengono trovati dieci uomini armati, che si dichiarano membri delle milizie antibalaka, insieme a cinque cadaveri, fra cui quello di Camille Lepage. Il gruppo, secondo le testimonianze, è stato oggetto, vicino al villaggio di Gallo, di un agguato teso dagli ex-ribelli Séléka, e nella sparatoria, durata più di mezz’ora, sono caduti sei ribelli oltre ai quattro miliziani anti-balaka. Camille si era unita da qualche settimana con gli anti-balaka per un reportage. Come quasi tutti i fotoreporter all’inizio della carriera, era une freelance e si autofinanziava vivendo arrangiandosi. Benché molto giovane, era una eccellente fotografa e riusciva a pubblicare le sue foto su molti giornali di livello internazionale, come Le Parisien, Le Monde, Time, Sunday Times, The Guardian ed il New York Times. Collaborava inoltre con Libération e con Médecins sans Frontières. I colleghi la descrivono come “Ottimista, generosa, instancabile e senza paura, esperta conoscitrice dei luoghi e della popolazione, dotata di un grande cuore.” Voleva essere ovunque ed in ogni momento, per documentare quanto accadeva, fregandosene del pericolo. Pubblicava in rete i suoi reportage, come “Vanishing Youth” e “You will forget me” e come il suo ultimo lavoro con il titolo “On est ensemble” sul conflitto etnico-religioso fra cristiani e mussulmani, con la distruzione di chiese da una parte e di

La storia che si ripete Camille Lepage

moschee dall’altra, e con l’uccisione di numerosi civili. Con le sue immagini voleva parlare delle storie drammatiche ignorate dai media più diffusi, e di se stessa diceva “Cerco di mostrare il lato umano di

ogni storia, di mostrare ogni persona che fotografo come se fossero mio fratello o mia sorella. Non posso accettare che certe tragedie vissute dalle persone vengano tenute sotto silenzio perché non vendono e nes-

suno può guadagnarci sopra. Così ho deciso di fare da sola, di portare queste storie alla luce, non importa a quale prezzo.” Forse non riusciva ad immaginare, o forse sì, quanto alto sarebbe stato questo prezzo.


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DONNE SPORTIVE

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di Lorenzo Liverani liverani.lorenzo@alice.it

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nche in Italia il rinnovato interesse per la dimensione politica ed educativa dello sport stimola la istituzione nel 1867, presso la Società Ginnastica di Torino, della prima scuola governativa per la formazione delle maestre di ginnastica ( per chi volesse rivivere quei momenti si consiglia la godibilissima e divertente lettura di Amore e Ginnastica di E. de Amicis,1892 ). Anche l’emergente movimento olimpico di De Coubertin della fine dell’Ottocento non si rivela favorevole allo sport competitivo femminile. Nel modello del fondatore dello sport moderno, la attività fisica era appannaggio esclusivo del borghese maschio, mentre la donna doveva continuare a svolgere i tradizionali ruoli di moglie e madre. Alla edizione delle Olimpiadi di Parigi del 1900 fu comunque organizzato un torneo riservato a sei tenniste. Solamente nel 1920 ad Anversa tra i 2.700 atleti, parteciparono ufficialmente alcune rappresentanze femminili nelle discipline del nuoto, tuffi, scherma, pattinaggio e tennis nel quale si distinse la divina campionessa francese Suzanne Lenglen. Oltre al tennis in Inghilterra ebbe successo il nuoto e infatti già sul finire dell’Ottocento le donne iscritte ai club di nuoto erano di numero pari a quello degli uomini.

Nelle Olimpiadi tra il 1928 e il 1936 (Amsterdam, Los Angeles e Berlino) in tutte le principali discipline sportive olimpiche furono inserite gare riservate alle donne. Da allora lo sport femminile, pur se con alcune penalizzazioni, ha raggiunto risultati così eccellenti che, in

alcune discipline come il nuoto, le prestazioni fra maschi e femmine quasi si equivalgono e in altre, come la ginnastica artistica e il pattinaggio, sono sicuramente di qualità migliore. Le figure femminili che hanno lasciato memoria di sé, e non solo in ambito sportivo sono innumerevoli e tutte

Olimpiadi del 1900 per le donne solo tennis

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avrebbero diritto ad essere citate, ma relativamente ai tempi più recenti a me vengono alla memoria alcuni nomi di cui uno è sicuramente Althea Gibson. Althea, nata poverissima in Sud Carolina nel 1927 ed emigrata ad Harlem di New York, da piccola ebbe un’infanzia molto difficile finché qualcuno non ne notò le abilità atletiche nel tennis da tavolo e nel tennis giocato con racchetta a piatto solido e l’aiutò nella carriera sportiva. Poiché la ragazza aveva mostrato doti da campionessa ma avrebbe potuto gareggiare solamente nei tornei riservati ai tennisti di colore, Althea si sarebbe ritirata ai primi anni 50 se un’altra grande tennista bianca, Alice Marble, non avesse scritto un articolo sulla rivista specializzata “US Lawn Tennis” in cui si scandalizzava per i motivi “fanatici” che escludevano la ragazza dai tornei federali. Althea ebbe così modo di affermarsi come la prima tennista di colore che partecipava ai tornei mondiali del Grande Slam e riuscì a vincere il Torneo di Parigi (1956), il Torneo di Wimbledon (1957) e gli U.S. Open (1957). Morì nel 2003. Di lei si ricorda una frase riferita alla premiazione da parte della Regina di Inghilterra: “… come sono lontani i luoghi nei quali le persone come me hanno un posto riservato nei bus dopo che ho sfiorato le mani della Regina”…!

ANIMALI IN POESIA

Il canarino dirimpetto di Gaeta di Franco Manescalchi novecentopoesia@gmail.com

Francesco Gaeta è stato l’unico poeta “crepuscolare” napoletano, grande eppure dimenticato, del primo Novecento. Benedetto Croce fu il primo a scoprire il valore del poeta. È stata poi la figlia di Benedetto, Alda, a coltivarne e salvaguardarne l’immagine. Il nome di "Crepuscolarismo" fu suggerito da un recensione di Giuseppe Antonio Borgese pubblicata in un quotidiano del 1910 per le raccolte di versi di tre poeti: Marino Moretti, Fausto Maria Martini e Carlo Chiaves. Pur senza dare del "Crepuscolarismo" un giudizio negativo, Borgese identificava quei poeti come epigoni della grande stagione poetica italiana da Parini a D' Annunzio. Scriveva: «La poesia italiana si spegne in un mite e lunghissimo crepuscolo cui forse non seguirà la notte». Ma, al contrario, i crepuscolari dettero vita a un nuovo modo di esprimersi, risposero al dannunzianesimo con una poesia prosastica dai toni dimessi, contro la retorica di grandi ideali e delle grandi parole. Fra questi, Francesco Gaeta scrisse opere importanti: "Il libro della giovinezza" (1895), "Canti di libertà"

(1902), "L' Italie lettèrarie d' aujourd' hui" (1904), "Sonetti voluttuosi" (1906), "Poesie d' amore" (1920), "Novelle gioconde"(1921) e tante altre opere. La sua estrema grazia che si concretizza in una capacità di visione in cui emergono gli aspetti più intimi ed interiorizzati di una quotidianità fatta di piccole cose, ne fa un “crepuscolare” aperto anche a suggestioni liriche e a una malinconia neoromantica, cioè priva di “finzione” letteraria e nutrita da una vena parnassiana. Trattando il tema dell’abbandono della casa, in due poesie di finissima filigrana iconica, Gaeta mette a fuoco la presenza di una fauna liminare di sorprendente presenza. Così, nel prepararsi a lasciare la casa, “le vecchie mura”, ancora “dura primavera” e la “festa delle rondini”; al tramonto, su per la parete gialla, come una farfalla, muore un estremo raggio di sole; sui “ tetti erbosi i colombi riposavano dal vol”; mentre “dal sasso / esci, trepida lucerta, / a la loggia ormai deserta / che d’asfalto odora al sol”. Un volo di rondini, un raggio di sole che sfarfalla, colombi posati sui tetti, una lucertola sul muro sono elementi vivi e vividi di un’icastica sensibilità.

Altra poesia: Al canarino dirimpetto. Qui il poeta pone la sua attenzione su una gabbia di canarino appesa sul muro di fronte alla sua finestra ed il suo canto, il suo punto di luce illuminano l’intera composizione fino a sottolinearne la finale malinconia che lo spinse, poi, dopo la morte della madre per lui essenziale, al suicidio. Questa poesia mi riporta a anni lontani, quando ero ragazzo e, per la prima volta, feci leggere i miei scritti a

Piero Bargellini e lui mi donò una sua antologia in cui era pubblicato anche il testo di Gaeta, la cui bellezza è tale che sempre mi ha accompagnato nella memoria. Bargellini scrisse una dedica a caratteri grandi e chiari, leggermente inclinati: “A Franco Manescalchi, perché possa completare i suoi studi letterari”. E certamente non poteva immaginare che insieme all’Albatros di Baudelaire, Meriggiare di Montale, I fiumi di Ungaretti, e ad altri testi capitali nell’antologia, il Canarino dirimpetto di Gaeta rimanesse una delle poesie da me predilette per la melodica scansione O canarino che in gola hai primavera, sul balconcino issato fino a sera, al soleggiato vicolo parli tu di ciò che è stato, di ciò che non è più. Un lembo in cuore di paradiso metti su, al muratore piccolo in mezzo a i tetti; giù se febbraio suoi cieli azzurri aprì a l'ottonaio che invoca il mezzodì. E mezzogiorno sul balconcino arriva; d'oro, a te intorno, piante e alberelli avviva: guizzante raggio tra i fini ferri tu, trilli il messaggio d'eterna gioventù. Io la dimora lascio per sempre: addio. Grazie per l'ora di tenerezza e oblio. Grazie, tra quanto da gli occhi trapassò, pur del rimpianto con cui ti penserò.


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di Claudio Gherardini claudiogherardini@gmail.com

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FERITE APERTE

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entidue anni dopo la sua distruzione, il 22 agosto 1992, per mano delle artiglierie di Ratko Mladic e Radovan Karadzic, che assediavano Sarajevo dal 6 aprile, la Sarajevska Vijecnica è stata riaperta, dopo una ricostruzione totalmente fedele all’originale iniziata nel 1996 grazie a molti donatori di molte nazioni e organizzazioni. Non è ancora pronta del tutto ma si è voluto la cerimonia il 9 maggio, giorno della fine del fascismo e festa d’Europa. Qui l’Europa è ancora considerata importante. Nello stesso giorno una rappresentanza delle assemblee di cittadini createsi a febbraio in varie città della Bosnia Erzegovina si è riunita sotto il palazzo della Federazione “croato - bosniaca” (Federacja BiH), che assieme alla Republika Srpska forma la Repubblica di Bosna i Hercegovina, per ricordare la situazione economica e sociale che definire catastrofica non è abbastanza. Erano poche centinaia per molti motivi. Ma il malessere è esteso e gli scandali e le ruberie sono devastanti. La disoccupazione e la miseria sono molto estese. Le assemblee dei cittadini, a Mostar, Sarajevo, Tuzla e Zenica, proseguono per mettere a punto richieste di cambiamenti radicali. La cerimonia era ai massimi livelli istituzionali con i vari rappresentanti internazionali e due dei tre presidenti della presidenza collegiale tripartita che dovrebbe governare lo Stato Centrale. Mancava il rappresentante serbo bosniaco e non si sono visti serbo bosniaci all’evento. A poche centinaia di metri dalla Biblioteca ci sono i ripidi colli dai quali si bombardava e ancora appartengono alla Serbo Bosnia e a poche centinaia di metri dalla Biblioteca la Storia e la Cronaca della guerra dal 1992 al 1995 sono rovesciate e raccontate al contrario. In Bosnia Erzegovina, anche nei programmi scolastici, si raccontano tre Storie diverse: quella “cattolica”, quella “ortodossa” e quella “bosniaco islamica”. I Bosniaci, nativi di Bosnia e non cattolici o ortodossi sono ormai musulmani d’ufficio e si dice che avrebbero dovuto scomparire o rimanere in un pezzetto di terra dopo la spartizione tra la Croazia di Tudjman e la Serbia di Milosevic, mai avvenuta per fortuna. Rimangono clamorosamente fuori le molte migliaia di famiglie miste e figli misti che erano i primi a essere mandati in prima linea in quanto non puri. Per questo l’Unione Europea chiede la modifica della costituzione che non prevede altri che le tre nazionalità principali e esclude anche per esempio Rom e Ebrei da eventuali alti ruoli istituzionali. Naturalmente le persone di famiglia mista sono le più aperte e ragionevoli. In ogni caso e per qualsiasi appartenenza dovrebbe essere chiaro che bombardare una biblioteca che contiene la Storia di tutti i Popoli Balcanici è poco meno che bombardare una scuola o un

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Una Europa in via di balcanizzazione

Riapre la Biblioteca di Sarajevo

ospedale. Anziché uccidere i viventi si intendeva forse uccidere di nuovo le migliaia di autori e amanuensi dei 2 milioni di libri, 3000 manoscritti, dei quali 200 in cirillico, l’alfabeto ortodosso ? Per qualcuno si bombarda una biblioteca o si distrugge un monumento millenario come il Ponte di Mostar perché si è deciso di cancellare una Nazione con tutto il suo patrimonio di civiltà e cultura. Questo non è avvenuto anche se i pasticci combinati dall’Unione Europea, che non possiede una politica estera, sono stati ingentissimi e solo l’intervento di Bill Clinton fece cessare, dopo 43 mesi, il più lungo assedio della storia moderna, tre volte più lungo di quello di Stalingrado e un anno più lungo di quello di Leningrado Se proprio si vuole essere precisi, la Biblioteca di Sarajevo non poteva essere

un obbiettivo militare e non conteneva armi o soldati. I cittadini, a rischio della propria vita, cercarono di salvare il possibile e si calcola che solo il venti per cento dei libri sia stato salvato e non si sa quando e come sarà di nuovo a disposizione pubblica. Le celebrazioni hanno avuto il loro culmine con la proiezione di una sbalorditiva animazione su tutta la facciata dell’edificio, che fu costruito dagli austro ungarici come sede del consiglio comunale. La Storia della Biblioteca e della città sono passate sulla facciata con tutte le tappe tragiche e felici, dalla costruzione al periodo nazista, quando divenne sede di comando piena di svastiche, fino al 1984 anno della Olimpiade invernale, che portò la città e tutti i suoi cittadini alla ribalta mondiale con un successo enorme e un ricordo indelebile, fino alla distruzione del 1992.

BIZZARRIA DEGLI OGGETTI a cura di Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it

Deliziosa grattugia italiana anni 20/30, brevetto Barberis, con asta elicoidale all’interno, il movimento circolare della medesima pressa sulla base, a taglienti rilievi, il formaggio appositamente disposto a pezzetti intorno ad essa e sotto il piano di acciaio che aziona. La manopolina esterna ha uno "chicchissimo" manico in osso, il vetro del vaso contenitore è "soffiato". Rossano, che l’ha comprata circa dieci anni fa a un mercatino in quel di Castelfiorentino, la definisce roba da ricchi! Si intende per grattugia un utensile, a volte semplicissimo, su cui si sfregano formaggi o altri cibi per ridurli in sottili lamelle e pezzetti. Io non finisco mai di stupirmi di quanti utensili belli, perfettamente adeguati all’uso per cui venivano costruiti ci fossero anni e anni fa! Questa è un antenato meccanico delle odierne grattugie elettriche, più veloci magari non certo più belle.

Così Sarajevo si appresta a celebrare i cento anni dall’attentato con il quale il giovanissimo anarchico serbo Gavrilo Princip uccise L’arciduca austriaco Francesco Ferdinando erede al trono causando, così si dice, l’inizio della prima guerra mondiale, cento anni fa il 28 giugno 1914, giorno di festa nazionale serba. Mentre l’Europa è sotto attacco politico e sociale da parte di folle di scettici e secessionisti, e militare “freddo” da parte di Madre Russia, ripartono le polemiche sull’attentatore. Princip fu un eroe inviato dalla sua organizzazione che voleva l’unificazione di tutti gli Slavi del Sud oppure un assassino che uccise una autorità riconosciuta ? Ma i serbi di Bosnia commemoreranno il Centenario con propri eventi che si terranno nella città orientale di Višegrad e promossi dal regista Emir Kusturica. Al contempo una statua dedicata a Gavrilo Princip dovrebbe essere eretta nella parte est di Sarajevo, zona amministrata dai serbi. (fonte: Osservatorio Balcani Caucaso) Ma entrare nella biblioteca di Sarajevo, appena riverniciata e esatta all’originale, è stata una esperienza da brividi e il concerto dell’orchestra filarmonica di Vienna del 28 giugno prossimo sarà altrettanto emozionante. Così come è emozionante visitare la Bosnia Erzegovina e lo sanno bene le decine di migliaia di turisti che affollano la capitale e Mostar ogni anno e che sono in grande aumento. Arte, Storia, natura, sport, nella terra dei laghi e dei fiumi e del miele, sono un attrazione destinata a svilupparsi e questo è uno dei pochi aspetti benefici per i giovani e l’economia di questa terra europea bellissima.

Grattugia

Dalla collezione di Rossano


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LUCE CATTURATA di Sandro Bini www.deaphoto.it

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Firenze 2008-2013 Itinerari notturni

Sandro Bini - Florence Night Movida (2008)

Florence Night Movida

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MUSICA MAESTRO di Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it

A partire dagli anni Settanta del secolo scorso le rivendicazioni culturali delle minoranze hanno trovato un importante canale espressivo nella musica. Molti artisti, comunque, hanno evitato con cura di trasformare i propri dischi in manifesti politici, lasciando che la musica conservasse un ruolo di primo piano. Pensiamo al bretone Alan Stivell, alla tibetana Yungchen Lamo, scoperta da Peter Gabriel, o ai tuareg Tinariwen, che negli ultimi anni hanno ricevuto molta attenzione dalla stampa specializzata. In questo panorama non poteva mancare la minoranza più numerosa del pianeta, quella kurda, che a differenza di molte altre aveva già guadagnato ampio rilievo mediatico per motivi politici. Uno dei nomi più noti della musica kurda è quello di Aynur Dogan, una cantante nata nel 1975 a Çemişgezek, un paese della Turchia orientale. Si tratta di una zona dove la maggioranza della popolazione è costituita da kurdi di religione alevita. Successivamente Aynur si è stabilita a Istanbul insieme alla famiglia. Qui ha studiato musica e ha pubblicato il suo primo CD, "Seyir" (2002), seguito da "Kece kurdan" (2004). Il disco le ha

Il canto libero di Aynur

valso la copertina di "Folk Roots", il più autorevole mensile di world music, ma in Turchia ha avuto un'accoglienza molto diversa: il tribunale di Diyarbekır l'ha dichiarato fuorilegge per propaganda separatista. In realtà si trattava soltanto di un disco cantato in kurdo, ma la persecuzione delle minoranze risale ai tempi di Ata-

türk, che voleva una Turchia monoculturale. Proprio per questo mise fuorilegge la musica kurda e ordinò che tutte le registrazioni venissero distrutte. Ma torniamo ad Aynur. Nel frattempo la cantante era apparsa in "Crossing the Bridge: The Sound of Istanbul", il bel documentario dove il regista Fatih Akin propone un panorama musicale della metropoli turca. Negli anni successivi la cantante ha pubblicato altri due CD e ha collaborato con vari artisti. Fra questi spicca il chitarrista spagnolo Javier Limón, che l'ha coinvolta nella realizzazione del CD "Mujeres de agua" (Wrasse, 2011) insieme ad altre cantanti dell'area mediterranea. Non si trattava di una collaborazione occasionale: Limón compare nel nuovo lavoro dell'artista mediorientale, "Hevra/Together" (Sony), nella doppia veste di produttore e strumen-

tista. Il disco, registrato a Madrid e a Boston, propone una sintesi stimolante di musica kurda e flamenco. Ha tutte le carte per consolidare il rilievo internazionale che Aynur ha guadagnato che supera i confini della comunità kurda. Chitarra acustica, basso e percussioni convivono perfettamente con strumenti mediorientali come birul, kaval e ney. Dotata di una voce intensa e aggraziata, Aynur evoca la cultura kurda con varie allusioni alla natura: le montagne, le rose, le vigne. Ma va oltre: uno dei brani, "Diyarbekir", è intitolato a una delle principali città turche a maggioranza kurda. "Xerîw", registrato dal vivo a Madrid, è un brano sofferto e rarefatto, con la voce accompagnata unicamente dal piano. "Derya kinardinda bir e yapmisam", unico brano cantato in turco, termina con due strofe in spagnolo. "Urmiye", allegra e ritmata, allude all'antica città iraniana: i Kurdi, del resto, non sono altro che i discendenti dei Medi. Il fascicolo che accompagna il CD riporta i testi in tre lingue (kurdo, turco e inglese).


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POLIS&CULTURA

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di Laura Mazzanti mazzantilaura86@gmail.com

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uomo non separi ciò che Dio ha unito”. Per molti secoli questo principio è risultato indissolubile, così come indissolubile era il sacro vincolo del matrimonio. Sono passati quaranta anni da quello storico 12 maggio del 1974, quando il popolo italiano fu chiamato a votare al referendum per l’abrogazione del divorzio. Un “no” che voleva dire “sì”: sì al divorzio, sì alla libertà delle donne e sì alla presenza di uno Stato laico. Ma procediamo con ordine. La prima proposta divorzista del secondo dopoguerra fu presentata dal socialista Luigi Sansone nel 1954. Quando Sansone presentò la proposta, in Italia non era possibile legittimare i figli nati da altre unioni e si continuava deliberatamente ad ignorare il dramma delle cosiddette “vedove bianche”, le mogli degli emigrati all’estero, i quali nel frattempo si rifacevano una famiglia, con l’impossibilità per queste donne di ricostruirsi a loro volta una vita. Furono proprio le figlie, le sorelle, le madri delle “vedove bianche” a spingere per la vittoria del no nel sud Italia. Gli anni ’60 si resero protagonisti di forti cambiamenti strutturali: il boom economico, una emigrazione sempre più rivolta verso il nord del Paese, a discapito di altre nazioni, i movimenti femministi e quelli studenteschi. Tutti questi cambiamenti prepararono il terreno all’introduzione del divorzio all’interno della nostra legislazione. Non dobbiamo sorprenderci se questo importante cambiamento non sia avvenuto prima. Negli anni dell’immediato dopoguerra, infatti, il Paese non avrebbe capito, o forse gradito, che ci si occupasse di simili questioni non prioritarie. C’era un paese distrutto da ricostruire, un paese spaccato da riunire, allora il tema del divorzio avrebbe rappresentato solo una inezia. Ma la fine degli anni ’60, e la conseguente rivoluzione dei costumi, contribuirono affinché il dibattito sul divorzio prendesse corpo, nonostante l’immobilismo in cui si trovavano le forze politiche: da un lato una sinistra che si stava lentamente avvicinando al potere, con tutte le precauzioni necessarie, dall’altro i cattolici, timorosi di perdere l’egemonia conquistata, contando molto sulla arretratezza in cui versava la società. Nonostante tutto, i tempi per rendere l’Italia finalmente un paese laico sembravano maturi. Si andava sempre più delineando un fronte laico, capace di fornire una maggioranza teorica in Parlamento. E fu così che il I° dicembre del 1970 venne approvata definitivamente la legge sul divorzio. È stato necessario quasi un secolo prima che l’Italia potesse entrare nel novero dei Paesi laici e moderni, dalla prima proposta mazziniana avvenuta nel 1878 per giungere finalmente alle legge sul divorzio del 1970. La Dc sapeva che

Liberi di non amare prima o poi il Parlamento avrebbe approvato il divorzio ed è proprio per questo motivo che fin dalla immediata emanazione della legge si attivò con l’obiettivo di abrogarla. Il popolo italiano fu chiamato ad esprimere la propria preferenza tra il 12 e il 13 maggio del 1974. Un referendum le cui conseguenze avrebbero segnato importanti cambiamenti, non solo nell’ambito del diritto di famiglia, ma anche e soprattutto dal punto di vista politico. La Dc concentrò l’attenzione sull’indissolubilità del matrimonio, non rendendosi conto degli enormi

cambiamenti culturali che stavano attraversando il Paese e della necessità, soprattutto da parte delle donne, di godere di maggiori libertà, specie nell’ambito familiare. Quelle due giornate rappresentarono una svolta epocale, nonché il primo cocente segnale di un lenta libera uscita dell’elettorato Dc. In Toscana, ad esempio, votarono no 1.652.815 elettori, ben il 69,6%. Il referendum rappresentò una rottura degli schemi dell’epoca; quella forte adesione al no aprì un processo di modernizzazione del paese, una legge che fu in grado di

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liberare energie civili e democratiche, come pochi altri episodi in Italia avevano contribuito a fare. Certo, leggendo i dati Istat del 2011, gli affezionati del sì si erigeranno in cattedra, puntando il dito contro il popolo peccatore. Stando al rapporto Istat sulle separazioni e sui divorzi in Italia, nel 2011 le separazioni sono state 88.797 e i divorzi 53.806, sostanzialmente stabili rispetto all’anno precedente (+0,7% per le separazioni e -0,7% per i divorzi). I tassi di separazione e di divorzio totale sono in continua crescita. Nel 1995 per ogni 1.000 matrimoni si contavano 158 separazioni e 80 divorzi, nel 2011 si arriva a 311 separazioni e 182 divorzi. L’età media alla separazione è di circa 46 anni per i mariti e di 43 per le mogli; in caso di divorzio raggiunge, rispettivamente, 47 e 44 anni. Questi valori sono aumentati negli anni per effetto della posticipazione delle nozze in età più mature e per la crescita delle separazioni con almeno uno sposo ultrasessantenne. Vuoi vedere che quegli della Dc avevano ragione? No, perché il divorzio non distrugge la famiglia, il divorzio è semplicemente la constatazione della sua avvenuta dissoluzione, alla quale è giusto e legittimo potervi porre rimedio. Il problema non è quindi il divorzio, ma una progressiva disgregazione degli equilibri familiari. Ma qui si aprirebbe un altro capitolo.

Libertà di ricerca tra Costituzione e mercato

di Michele Morrocchi twitter @michemorr

Nicola Capone ha pubblicato un libro, molto denso e importante, sulla crisi della nostra università e delle Accademie. Un libro che, seppur nella brevità, traccia una storia di questi due istituzioni culturali ed educative nella storia d’Italia dal medioevo ad oggi mostrando come il potere abbia sempre esercitato un ruolo di coercizione e turbativa della libertà di ricerca, prima attraverso l’assolutismo dei monarchi e della Chiesa e poi, oggi, tramite l’assalto dell’economia e del mercato. Un libro che parte dalla nostra Costituzione senza farne un feticcio immobile, come invece spesso accade nella pubblicistica polemica anche colta. Un Costituzione fatta parlare tramite gli uomini e le donne della Costituente, mostrando le versioni alternative (talvolta migliori di quelle adottate) degli articoli e il dibattito in assemblea e commissioni. L’autore evita quindi la variante alla legge di Godwin per la quale più si prolunga una discussione sulla democrazia più la probabilità di trovare qualcuno che cita la frase “la costituzione più bella del mondo” sia avvicina ad uno. No, per Capone, pur difendendo la Costituzione e i suoi valori, quel testo è carne viva, è prodotto di donne e uomini, di un periodo sto-

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rico e come tale va studiato e appreso per poterlo difendere. Certo il libro sconta un certo antimercatismo forse troppo spinto o meglio troppo generico non distinguendo a sufficienza tra l’occupazione da parte del mercato di ambiti a lui non propri (cultura, educazione, patrimonio) e la sua invece scarsa presenza in settori come l’economia e l’impresa dove di concorrenza se ne

vede probabilmente troppo poca e il nostro capitalismo si caratterizza ancora per il suo carattere familiare e di relazione. Infine molto interessante la seconda parte del libro, quella dedicata alle Accademie, descritte storicamente come alternative alle Università, soprattutto quando queste sono occupate o schiacciate da un potere illiberale o reazionario. Certo, ci dice l’autore, oggi non è probabilmente pensabile di riproporre quel modello di fronte alla crisi dell’Università visto lo stato di crisi ed abbandono (da parte dello Stato) di tali isitituzioni, ma, è il messaggio di speranza del libro, è necessario cercare una forma di resistenza del libero pensiero perché il passato ci insegna che si è sempre trovata, per dirla con Montale, la maglia rotta nella rete attraverso la quale la ricerca e la cultura hanno saputo restare libere. Nicola Capone, Libertà di ricerca e organizzazione della cultura, Napoli, La Scuola di Pitagora editore, 2013


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di Stefano Vannucchi vanste70@yahoo.it

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esta ancora qualche barlume di speranza in questo mattatoio che si chiama umanità”. Le parole che Gustave H. (Ralph Fiennes), il concierge protagonista di Grand Budapest Hotel, scambia con il suo complice e protetto Zero Moustafa (Tony Revolori) devono essere risuonate molte volte nella mente di Stefan Zweig. Dalla dedica finale apprendiamo infatti che l'opera è un omaggio al grande scrittore austriaco che descrisse le atmosfere del crollo di un mondo quale quello della Felix Austria degli Asburgo e dell'avvento della barbarie nazista che lo seguì. Zweig, nato nel 1881 in una famiglia ebraica, col tempo divenne uno dei principali scrittori e intellettuali del suo tempo. Nel 1933 le sue opere vennero bruciate dai nazisti e lo scrittore, pur sconcertato, fu fiero di essere accomunato a grandi come Thomas e Heinrich Mann, Franz Werfel, Sigmund Freud, Albert Einstein. Nel 1934 lasciò l'Austria e assistette da Londra all'Anschluss, l'annessione del suo paese al Reich nazista. Nel 1940 si trasferì negli Stati Uniti poi in Brasile dove, il 23 Febbraio 1942, si suicidò con la seconda moglie. Nel 1941 aveva completato la sua struggente autobiografia dall'emblematico titolo di “Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo”. Fra episodi personali e racconti di eventi sociali e culturali testimonianza del multiculturalismo dell'impero asburgico, Zweig non fa sconti alla Belle époque e al mito del progresso infinito crollato tragicamente nel carnaio della I Guerra mondiale di cui quest'anno ricorre il centenario. Durante quel conflitto ebbe contatti con gli ambienti culturali di entrambi i fronti nel tentativo di mantenere una “comunità” che prescindesse dalla guerra. Proprio quei circoli saranno le prime vittime della dittatura nazista. Il libro termina significativamente il 1 Settembre 1939, data dell'attacco nazista alla Polonia e inizio della II guerra mondiale. Una notizia che Zweig apprese nei viali dei giardini dell'Hotel Royal Crescent di Bath. Le peggiori paure si realizzavano, i residui “barlumi di speranza” si spegnevano. In quel buio dilagante, in quel “mattatoio” che ancora una volta si scatenava, Stefan Zweig cercò fino all'ultimo di restare “umano”. Come Gustave H., concierge o meglio factotum del Grand Budapest Hotel, istituzione dell'immaginaria Repubblica di Zubrowka. Il protagonista del film ha modi, linguaggio, valori ottocenteschi come l'architettura dell'albergo. E' talmente attaccato al “mondo di ieri” da preferire donne dagli 80 anni in su e da finire per ricevere le accuse di essere un pervertito sfruttatore e un omicida. Gustave non è un santo, ma neppure un criminale. E' fuori tempo e non se ne accorge. Situazione ben esemplificata dalla scena in cui lui e Zero trafugano un pre-

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In questo mattatoio resta qualche speranza

Finzionario

di Paolo della Bella e Aldo Frangioni

Secondo il politologo Giuseppe Strillo non vi è attività umana, che metta in rapporto due o più persone, che non possa essere definita politica. Come dire che la politica è il “tutto”. In quanto “tutto” non può contemplare un opponente, da questa considerazione, molto teologica-tautologica, nasce il concetto che non può esistere la categoria dell'antipolitica. Solo le sottospecie: imperialismo, colonialismo, fascismo, comunismo, capitalismo, castrismo ecc: possono avere degli opposti, il politico e la politica no. Conseguentemente l'agire collettivo è una categoria del pensiero e dell'azione assoluta. Tutto questo ragionamento filosoficobislacco per convincerci che anche se uno è un cretino patentato basta che agisca nel politico per poter essere alla pari di tutti gli altri “colleghi”...mah? Il cretino che fa politica è legittimato a dire e fare qualsiasi cosa, basta, ci rassicura lo Strillo che raccolga voti. Come è splendida l'attività degli uomini tutto è relativo ad esclusione di quello che in un certo determinato momento qualcuno decida che è assoluto. Lo Strillo si intreccia in modo incomprensibile, più o meno come abbiamo fatto noi con questa breve recensione.

zioso quadro rinascimentale lasciato in eredità dall'amante preferita (Tilda Swinton) e lo sostituiscono con uno di Egon Schiele. Colui che meglio rappresentò nelle sue inquietanti figure la crisi del mondo degli Asburgo e le paurose crepe che si allargavano in esso. Difficile capire se Gustave non possa o piuttosto non voglia rendersi conto della tragedia che cresce intorno a lui. Aggrapparsi a un mondo che non c'è più è anche un modo per resistere al buio che cala. Rappresentato dagli oscuri squadroni ZZ (Zig Zag Division), cui appartengono l'erede (Adrien Brody) dell'amata di Gustave e il suo braccio destro (Willem Dafoe), il cui potere aumenta in contemporanea con lo svolgersi delle avventure dei due protagonisti. Saranno quelle inquietanti figure (evidente richiamo alle SS), che fanno della violenza e della prevaricazione il loro pane quotidiano, a occupare la Repubblica di Zubrowka e portarla alla rovina. Di essa e del suo antico splendore resta il Grand Budapest Hotel che lo Zero anziano (F. Murray Abraham) continua a custodire abitando nella sua vecchia, piccola stanzetta di garzoncello. E' da lui che un giovane autore (Jude Law) apprende tutta la storia di cui farà un libro. Una sorta di “Mondo di ieri” della Repubblica di Zubrowka. Gustave resta vittima delle ZZ, gli scherani del “mattatoio”, e viene ucciso perchè difende l'amico Zero. Umano fino alla fine in un universo stravolto in cui con grande stile ha tenuto in vita, come dice lo Zero Moustafa anziano, l'illusione di un mondo che era già finito quando lui vi è entrato. Lo splendido, dolce, “felliniano” omaggio cinematografico, ricco di invenzioni, situazioni e colori vivaci, che Wes Anderson ha realizzato insieme a un cast stellare è così dedicato a quel mondo e a Stefan Zweig, ma anche a tutti coloro che in ogni tempo non hanno smesso di credere che “resta ancora qualche barlume di speranza in questo mattatoio che si chiama umanità”.


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di Matteo Rimi

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LO STATO DELLA POESIA

U .com O matteo.simona@hotmail.it

orse riusciremmo ad avvistare un inedito tipo di artista se solo saremo capaci di svincolarci da consumati stereotipi. Lontano dai nuovi e fuorvianti salotti letterari versione due punto zero, popolati ad ogni ora da dispensatori di verità letterarie ma anche ben poco letterarie che troppo spesso trasmettono solo l’idea di avere tanto tempo da perdere, sconosciuti alle grandi case editrici che espongono gli autori dotati di portafogli nelle migliori vetrine, ci sono uomini e donne che strappano il loro tempo a lavoro, famiglia, affanni varii per creare qualcosa che sia voce della loro voglia di libertà, sfogo della loro creatività, realizzazione di qualcosa di più bello di ciò che maggiormente riempie le loro giornate, tassello di un percorso che, forse, proprio coltivando la parte più libera e creativa di loro, potrebbe apportare una boccata d’aria fresca in quest’asfittica scatola. Ha la necessità, questo altro tipo di artista, di riuscire a convogliare tutte le sue teorie in un unico lavoro, non un’accozzaglia umorale di impressioni sparse, non una passerella dove far girellare il proprio ego, ma un progetto che abbia fine ed inizio, scopo e convinzione, passione e strategia; un

Tra arte e vita

Leonardo Nozzoli piano con il quale prefiggersi una meta da raggiungere per non disperdere le proprie già misurate energie e risvegliare più menti possibile. Senza che tutto questo sembri svilente ai cultori dell’ortodossia, ai quali nessuno insi-

dierà podio e isoletta se loro stessi saranno i primi a riconoscere la nobiltà nell’intento di questi strani operai di attrarre l’occasionale passante verso la poesia o l’arte, non più eresia ma estremo tentativo di riportare un po’ di bellezza in tanta disillusione! Fondere più arti insieme legandole tra loro con la più pura tra esse, la poesia, per rafforzare il messaggio di ognuna ed arrivare con una dove l’altra non potrebbe, muovendo l’attenzione e tenendo attive la curiosità e la voglia di approfondire: questo fa la persona che trova per l’arte spazi in luoghi che tanti altri scarterebbero in partenza, perché di spazi ce ne sono, inesplorati o ormai

SCENA&RETROSCENA di Simone Siliani s.siliani@tin.it

Rivive, dopo 23 anni, “Terramara” coreografia della compagnia di Michele Abbondanza e Antonella Bertoni che nel 2014 a “Fabbrica Europa” è interpretata da Eleonora Chiocchini e Francesco Pacelli. “Terramara” è un classico, spogliato da ogni lirismo, ricondotto agli elementi primigeni: Bach naturalmente; il rito ancestrale del prendersi e lasciarsi di due esseri umani che richiamano vita; le arance come un'infanzia, ma anche il frutto rude di una terra riarsa dal sole, che invadono la scena; il lavoro smitizzato e fatto di sudore e fatica. Più “De rerum natura” di Tito Lucrezio che non la poesia bucolica di Teocrito perché qui c'è il dramma, la ruvida solitudine atomistica degli uomini e non una leggiadra e idilliaca natura dove riposare membra e mente. C'è nuova vitalità in questo Vent'anni Dopo di “Terramara”: nessun deja vu, niente rimpianti, il passato si ricompone in un presente avulso dal tempo come si confà ad un'opera classica. Sono 75 minuti di cambi di ritmi e di musiche, di improvvise accelerazioni e fermi-immagine, intrecci, figure ataviche, simboli e colori nei quali sei catturato e avvolto, senza possibilità di fuga. Marinella Guatterini, che ha diretto e ideato la coreografia 2014, ha ricreato questo miracolo, come se il tempo si sia fermato, dimostrando come la contemporaneità non richieda “maniera”, stupore, effetti speciali, ma solida riflessione ed esperienza dei fondamenti umani dell'arte.

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abbandonati, e la volontà e l’animo abituati a fatica e porte in faccia possono dove la rassegnazione ha ormai attecchito. Leonardo Nozzoli, fiesolano, poeta e scrittore, impiegato nell’ufficio di un grande marchio, si discosta subito a colpo d’occhio dalla sagoma del protettore di sogni inviolabili (per non dire sterili) e si avvicina invece paurosamente alla figura dell’artista quale creatore di mondi possibili, che organizza il proprio tempo libero in funzione di un progetto poetico in cui convoglino la sua grande passione, più amici possibile, tanti interessi riuniti in un unico evento, ma anche il suo pragmatismo, l’economia del suo essere lavoratore, uomo che si divincola nel traffico delle strade qua sotto. Da strani ibridi quali noi due siamo, inevitabile che queste nostre strade si incontrino, salendo verso l’alto, verso il colle che ci accomuna, Teatro futuro di una liberazione. Soltanto il buio ti conosce davvero. Soltanto il buio sa chi sei. Uomo o donna. Adolescente, adulto o vecchio. Forse tutti. Forse nessuno. La tua migliore poesia.

VINTAGE

Il ritorno di un classico

Terramara 23 anni dopo

Il Franco Miratore

Gli epigrammi di Franco Manescalchi nelle pagine di Ca Balà a cura di Paolo della Bella

NOVEMBRE 1972

Cappone d’allevamento fa buona frode. Il diavolo fa le pentole i preti fanno il menù. Ad Aval donato non si guarda in tasca se a Natale vuoi addobbare la frasca. Torrone e ricciarelli panforte e saporelli fascisti e manganelli è Natale fratelli. Vola il sughero delle spumante e tutto si risolve in una schiuma dissolta all’istante finché la schiuma dura la fratellanza che bella avventura. “ite missina est” la messa nera ed i fratelli si amano fra champagne e barbera Papà Natale cerca missini per calare i suoi doni dai camini. A lavoro terminato offrirà loro in dono un manganello metallizzato. Governo Andreotti candele e candelotti manganelli e bòtti beghine e bigotti madonne e poliziotti gòtti e lingotti fascisti e patrioti e poi viene l’epifania che tutto questo non porta via.


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ICON

U .com O angelarosi18@gmail.com

a Sala Barducci del Palazzo Medici Riccardi ospita realismo informe di Akronos, installazione di nove quadri, il video in bianco e nero di Max Perissi e a terra tanti fogli bianchi stratificati con una grande macchia rossa al centro, Appunti 2014, sangue che cola da una ferita profonda. Vertigine nell’essere dentro tutto questo rosso e nero, la mostra centra, come gli aerei negli attacchi. Le opere accolgono numeri che ricordano quelli sulla pelle dei prigionieri nei campi di concentramento o calendari che segnano il tempo. Le tele sono intelaiate lasciando le sfrangiature perché siamo imperfetti e informe cioè senza una forma definitiva perché sempre in divenire. Stare nell’installazione è nascere alla vita, vivere la sua potenza nonostante gli eventi dolorosi che ci colpiscono spesso a tradimento e senza preavviso e ci fanno esplodere e implodere in mille pezzi scaraventandoci nello spazio infinito e ciò che eravamo non siamo più, niente sarà mai più come prima di quel giorno ricordato poi con il numero che diventerà l’anniversario. La morte spazza via la vita che riprende il suo corso lentamente dopo lacrime e rabbia rossa mischiata al lutto nero e poi quasi all’improvviso arrivano i colori pastello dell’aurora, sito 41-2014. Il nuovo in-forme è sovrapposizione di tela, pigmento materico che sedi-

info@francescocusa.it

In questa “assurda” visione, posticipata, rimaneggiata, si celebra un atto cinematografico abbastanza sconcertante. Niente a che vedere con sequel e similari: qui ci è stato “impedito” di vedere un film nella sua integrità (quantomeno al cinema). Ci chiediamo che visione sarebbe stata e quanto differente, quella dell’opera completa. Rimarremo sempre col dubbio. (Seconda parte della recensione di “Nymphomaniac Vol 2”): Continua il dialogo tra Joe e Seligman, ovvero della ninfomane e dell’asessuale, binomio perfetto nella didascalica dottrina del racconto di Lars Von Trier. Vengono a delinearsi, nel prosieguo della narrazione, anche i ruoli delle due entità antitetiche, ovvero del maschio (impotente) e della femmina (erotizzata). Joe continua a raccontare la sua evoluzione in questo secondo capitolo: il paradosso di Zenone viene evocato nella similitudine tra la tartaruga (Joe) e Achille (l’orgasmo negato). Questa impossibilità a raggiungere il piacere stabilisce un nuovo piano di esplorazione del suo viaggio, ma contemporaneamente incrocia il presente del racconto, in cui si esplicita l’impotenza di Seligman e la sua visione del godimento tutta confi-

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Rea lismo in-forme

KINO&VIDEO di Francesco Cusa

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menta il dolore per far posto alla gioia mischiata alla colpa di essere vivi, sorridere, passeggiare o assaporare l’aroma del caffè e lavorare con la morte dentro ma con le mani che si muovono da sole all’unisono con la pancia mescolando e stendendo colore, pennellata sopra pennellata, con la rabbia che solo la morte, l’abbandono e le separazioni possono dare. E, così che il trapasso, il buco nero nel quale siamo sprofondati prende forma, diventa arte, passione che salva e converte tutto il vissuto doloroso in bellezza. Il tempo scorre, il colore diventa alba, un nuovo giorno, una nuova vita, un nuovo viaggio. Le opere di Akronos hanno lo spessore dell’aver percorso il ciclo della morte e rinascita. Dalla sofferenza la leggerezza, l’apertura e amore da donare perché tanto ci è stato dato, siamo stati amati, anche se brutti, doloranti, infelici. L’installazione è diventata un abbraccio sereno e accettazione perché siamo liberi se accogliamo l’incognito della vita. La mostra realismo informe di Akronos prosegue alla Galleria Immaginaria fino al 15 maggio 2014.

di Angela Rosi

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Nymph( )maniac Volume 2 nata al gusto letterario e all’immaginario. Una sorta di innocenza senile (che si è fatta tale) funzionale alla contemplazione dell’Eros attraverso le lenti non colorate dal desiderio. Da qui l’esortazione (alla fine ingannatoria) di Seligman a Joe, di continuare nel racconto, nella garanzia di un ascolto e di un giudizio “puri” e fortificati dalla verginità. L’asessuale e la ninfomane così si immergono nuovamente nelle vicende travagliate di Joe, e continua la suddivisione in capitoli, anche questa esplicativa in senso arcaico, medievale. Da Roma verso Oriente. Viaggio dal dolore alla felicità. Altra metafora con il riferimento alla chiesa scismatica. Roma quale centralità della sofferenza, Bisanzio, viaggio verso la serenità. La Chiesa d’Occidente come approdo dopo un’adolescenza all’insegna dell’estasi. Joe riferisce di questo percorso al contrario, dall’estasi al dolore, fisico e morale, degli incontri con uomini “pericolosi”, dell’ iniziazione alla violenza come fatto erotico estremo, ultimo. Descrive i percorsi, l’iniziazione alla Violenza come metodo, nel parallelismo con la crocifissione, la passione e le 39

frustate di Cristo. Racconta dell’eccitazione e della lubrificazione nell’attesa di un dolore mai provato. Dell’intelligenza del metodo. dei nodi di K.  Di quelli dell’alpinista Prusic.  In questo senso, la maternità, il figlio (citazione notevole di una scena di Antichrist, ma qui il bambino viene salvato dal padre, laddove nel film, il padre-psicologo non riesce nel tentativo) viene vissuta come un fatto demonico (il neonato che ride), un presagio satanico:  “Ogni volta che guardavo negli occhi del bambino avevo la sensazione di essere scoperta”.  Il film procede senza intoppi verso il vertiginoso, e forse troppo repentino finale. Dissertazioni colte e meno colte accompagnano ogni atto di Joe: si va da quelle relative al linguaggio e all’uso delle parole blasfeme e “proibite” quali portatrici di significato e di essenza, a considerazioni più prosaiche (“Tutte le donne che dicono di non essere eccitate dai negri mentono”, oppure “Le qualità umane possono essere indicate da una sola parola: ipocrisia”). In certi frangenti si esplicita la tensione antipsicoanalitica di Von Trier, nell’anti-

tesi con Freud, in merito alla perversione polimorfa nel neonato, e più avanti nella messa in ridicolo del “cerchio psicoanalitico” e della rinuncia come metodo. L’odio del sentimentalismo quale menzogna. L’anatra silenziosa quale scandaglio. La psicoanalisi come polizia etica. La rivendicazione della lussuria.  La rottura con la società. (Finalmente un regista iconoclasta!). La celebrazione della sessualità quale forza più potente in Natura. Il pedofilo e la ninfomane nella scelta di una vita di solitudine. L’emarginazione sessuale. Il senso di colpa in quanto prerogativa femminile. L’eterna lotta maschio-femmina.  Tutto ciò pare ad un certo punto acquietarsi e trovare una risposta, per quanto silenziosa o sorda. “Io volevo uccidere un essere umano”, esclama Joe.  “Dimenticando inconsciamente di sapere come si arma una pistola?” gli fa eco Seligman.  Dunque il riposo, il sonno ristoratore, simbolico, nella neutralità di questa diade che pare completarsi sacralmente. Ma la natura fa il suo corso, e le cose stanno affatto come sembrano.


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Disegni di Pam Testi di Aldo Frangioni

Terrorizzati, sotto il microscopio, assediati da animali disgustosi, seguimmo uno di noi, autoproclamatosi capo, che ci fece uscire dal vetrino sotto il quale eravamo imprigionati.

ABISSI

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RI-FLESSIONI

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di Giacomo Aloigi giacomo.aloigi@tiscali.it

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li Stati Uniti d’America entrano negli Ottanta nel corso dell’ultimo anno di presidenza del democratico Jimmy Carter, con il tragico empasse degli ostaggi dell’ambasciata a Teheran e con The Wall dei Pink Floyd in testa alla classifica dei 33 giri più venduti. Un decennio dominato, sulla sponda ovest dell’Atlantico, da un unico, assoluto, totalizzante protagonista e cioè l’ex mediocre attore hollywoodiano Ronald Wilson Reagan, di cui ricorre quest’anno il decennale dalla morte. Eppure Reagan corse seriamente il rischio di interrompere sul nascere quel lungo e fondamentale percorso presidenziale che sconvolgerà letteralmente l’assetto americano e mondiale così come si presentava al momento della sua elezione. Era il 30 marzo 1981, appena sessantanove giorni dal suo insediamento alla Casa Bianca. John Hinckeley Jr., un giovane e delirante fan dell’attrice Jodie Foster, pensava di aver trovato il modo per suscitare l’attenzione della sua prediletta. Attese così il Presidente all’uscita dal Washington Hilton e gli esplose contro sei colpi di pistola. Uno di questi raggiunse Reagan al polmone, a pochi millimetri dal cuore, provocandogli una vasta e potenzialmente mortale emorragia. Trasportato d’urgenza in ospedale, al chirurgo che si apprestava ad operarlo, l’illustre paziente trovò la forza di sussurrare: “La prego…mi dica che lei è repubblicano.” Superato brillantemente un simile ostacolo, il mandato di quest’uomo nato nel 1911 a Tapico (Illinois), figlio di una casalinga e di un venditore ambulante di scarpe, non poteva che riservare una vera e propria escalation di successi, tanto che gli otto anni della sua permanenza alla Casa Bianca verranno ricordati come la “Reagan revolution”. Al momento della

sua entrata in carica gli Stati Uniti erano un paese stordito da una profonda crisi economica e d’identità. Il quadriennio a guida democratica del “coltivatore di noccioline” Jimmy Carter, dopo una promettente partenza, si era chiuso nel peggiore dei modi, proprio con la crisi degli ostaggi a Teheran, che era costata la vita di otto soldati americani nel tentativo, fallito, di liberare i prigionieri dalle mani degli studenti della rivoluzione khomeinista. Contemporaneamente l’economia degli U.S.A. era stagnante, l’inflazione altissima così come il tasso di disoccupazione e la pressione fiscale. La politica estera impastoiata e in gravi difficoltà. Il morale della nazione, insomma, era sotto i tacchi. E non è un caso dunque se Reagan si aggiudicò a mani basse le elezioni del 1980 primeggiando in ben 44 stati e ottenendo il 51% dei voti. L’America era alle corde e sperava in una svolta, in una decisa inversione di rotta. Venne scelto l’uomo giusto al momento giusto. All’alba del decennio, la guerra fredda sembrava ben lungi dalla sua conclusione e anzi stava conoscendo uno dei suoi momenti più tesi dai tredici giorni della crisi dei missili a Cuba nell’inverno del 1962. L’ingresso dei soldati russi a Kabul aveva azzerato di colpo i tentativi intrapresi dall’amministrazione Carter di aprire una stagione di distensione con L’Unione

Ame rika

Sovietica che, giunto a termine nel 1964 il mandato di Nikita Khruscev, era ripiombata nel chiuso del monolitismo comunista. L’invasione dell’Afghanistan ebbe come prima conseguenza clamorosa il boicottaggio da parte degli Americani delle Olimpiadi di Mosca e, quattro anni più tardi, per rendere la pariglia, l’URSS e i Paesi del Patto di Varsavia diserteranno le Olimpiadi americane di Los Angeles. Quale sarebbe stato l’atteggiamento del nuovo presidente nei confronti dell’interlocutore/avversario sovietico, venne chiarito fin da subito nel suo discorso di insediamento alla Casa Bianca, nel gennaio del 1981. Nel testo, incentrato principalmente sui problemi della crisi economica e sulle prospettive per uscirne, Reagan lanciò infatti anche un primo, chiaro messaggio all’U.R.S.S. ed a tutti coloro che, all’interno del Paese, caldeggiavano la politica della “mano tesa” ad Oriente. “La nostra capacità di sopportazione – disse – non dovrà mai essere fraintesa. La nostra riluttanza a entrare in guerra non dovrà mai essere presa per una mancanza di volontà a farlo. Quando sarà necessario agire per proteggere la nostra sicurezza nazionale, noi agiremo”. Senza indugiare oltre, Reagan darà seguito al programma d’installazione dei così detti “euromissili”, in replica alla messa in operatività dei famigerati SS-20 russi e lancerà

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il progetto ambiziosissimo dello “scudo stellare”, un piano rivoluzionario di difesa spaziale che, almeno nelle ottimistiche e propagandistiche intenzioni, avrebbe dovuto proteggere gli Stati Uniti da un eventuale attacco portato loro con armi nucleari a lungo raggio, rendendo così il paese immune da possibili rappresaglie o aggressioni nemiche. Per supportare questo straordinario e futuribile disegno occorrevano, è vero, ingentissimi finanziamenti, ma, miracolo reaganiano, adesso l’economia tirava a mille! Erano bastati pochi mesi di cura Reagan perché la macchina statunitense riprendesse a correre. Ad ogni costo. Anche con decisioni brutalmente draconiane, come nel caso del licenziamento degli 11.359 controllori di volo che non avevano ceduto all’ultimatum di 48 ore lanciato loro dal Presidente per sospendere lo sciopero che avevano indetto il 3 agosto 1981. Ha scritto Luisa Arezzo sul numero speciale del 2004 della rivista Liberal: “La Reaganomics prende il largo anche se a volte in schizofrenica convivenza con la politica di austerità monetaria di Paul Volcker alla Federal Riserve. L’impensabile, fino a pochi mesi prima, è avvenuto. La fiducia nel mercato si consolida. Nel giro di pochi mesi gli Stati Uniti passano dall’essere il più grande creditore internazionale nel più grande debitore, riduce le imposte per poi aumentarle massicciamente e ridurle poi ancora di nuovo e impiega i capitali che da tutto il mondo corrono verso un dollaro risanato e un’inflazione battuta per rilanciare, oltre che all’economia anche la supremazia strategico militare.” E’ però vero che a fronte di tali risultati gli Stati Uniti, sotto l’amministrazione Reagan, accumularono, come ammette anche l’Arezzo, uno spropositato debito estero valutato intorno agli 800 miliardi di dollari, contratto principalmente con l’Europa occidentale e il Giappone. (Parte 1 di 2 - continua)

ODORE DI LIBRI di Roberto Mosi

Calcio e acciaio

r.mosi@tin.it

Il libro si apre con la dedica dell’autore: A mia madre, che da anni mi tormenta: “Perché non scrivi una bella storia d’amore?”. Il romanzo è davvero una storia d’amore, tenera e appassionata, che si rivolge però non a una donna, ma al calcio e alla città di Piombino. Il protagonista, figlio di un operario delle acciaierie, ha fatto carriera nel mondo del calcio, ha mosso i primi passi sul tappeto d’erba dello stadio Magona di Piombino per arrivare a San Siro, nella squadra dell’Inter. Il successo che raggiunge e il notevole benessere economico non stravolgono la visione del calcio che aveva fin da ragazzo. Per lui questo sport rappresenta uno stile di vita, fondato su impegno, sacrificio e lealtà, tanto è vero cha a fine carriera tornerà alla sua città d’origine per allenare la squadra del Piombino con totale dedizione e rigore. I valori che vive nel gioco del calcio sono in definitiva gli stessi che ha assorbito fin dall’infanzia: l’impegno, l’onestà, la solidarietà e

che sono tipici della Piombino operaia degli anni Sessanta. Lo sguardo che rivolge alla sua città è di un innamorato, che accetta per intero l’ambiente nel quale vive, dai fumi e gli odori della lavorazione dell’acciaio, ai profumi e i colori delle scogliere e delle spiagge

più belle. Tuttavia è la malinconia, il sentimento prevalente, che grava sulle vicende personali e sugli avvenimenti locali e nazionali. Se per un verso il mondo del calcio è travolto dagli scandali e dalle violenze, la città precipita in un forte declino per la crisi delle acciaierie. Nella disperazione del presente sembrano dare conforto al protagonista i ricordi del tempo passato, gli affetti e gli amori ormai svaniti, l’orgoglio per l’appartenenza a una società animata da forti passioni e dalla speranza di un riscatto. L’immagine emblematica della storia è lo stesso stadio: “lo Stadio Magona era considerato il migliore campo di calcio della Toscana dopo il Comunale di Firenze". Ora è un terreno di gioco zeppo di buche, poco erboso, impraticabile dopo un breve acquazzone”. L’incontro finale con un personaggio che giunge da lontano, accende tuttavia una scintilla di

speranza. La lettura del libro”Calcio e acciaio. Dimenticare Piombino”, richiama immediatamente fatti di cronaca oggi all’attenzione nazionale e altri romanzi e film sull’argomento. Il lavoro di Gordiano Lupi si distingue però dagli altri per il rapporto coinvolgente con la memoria, per la rivendicazione di una storia unica nel suo genere, per l’amore con cui si parla della città, terreno fertile ancora per coltivare semi di speranza. Questi contenuti sono sostenuti da una forma narrativa che evoca con equilibrio e maestria, immagini e sentimenti senza ricorrere ad atteggiamenti stilistici a effetto, spesso presenti nella produzione letteraria più recente. Gordiano Lupi vive a Piombino, dove dirige le Edizioni Il Foglio Letterario, collabora con la Stampa, ha tradotto vari autori cubani. Il romanzo è stato segnalato per il Premio Strega.


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EX-POSIZIONI

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di Cristina Pucci

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chiccopucci19@libero.it

l cappello ha per me un fascino irresistibile ed è, da sempre, quasi oggetto di culto, allora cosa di meglio che una mostra monotematica al Museo del Costume di Palazzo Pitti? Già entrare nel Palazzo è sempre un’esperienza, ci si sente piccoli fra quelle enormi pietre e comunque coinvolti in quegli assoluti splendori. Per accedere alla mostra, che titola “Il cappello fra arte e stravaganza”, si attraversa la attuale esposizione del Museo del Costume, abiti, ovviamente bellissimi, inizio secolo scorso e non solo, donati da invidiabili signore ricche o famose, fra essi quelli di Donna Franca Florio nota proprio per la sua classe ed eleganza e della Duse, non un granche in verità. Poi ecco le vetrine con i Cappelli, in ordine per colore, i primi verde smeraldo, poi beige, poi violetto, lilla, rossi, blu cobalto, di tale artistica magnificenza da lasciarci a bocca aperta. Tutti di fogge elaborate, alcuni vere e proprie sculture, tutti costruiti con perfezione assoluta. Il trattamento e la preparazione dei vari materiali usati è raffinatissimo, cito per tutti la paglia, magia tipicamente fiorentina, essa è, in molti casi, così fine e ben intrecciata da ripetere sottigliezza e lievità dei più eleganti e preziosi filati. Le soluzioni geometriche o decorative sono a volte ottenute soltanto con uno speciale accostamento o intreccio dei materiali o delle loro diverse sfumature cromatiche. I cappelli possono essere fatti con ogni cosa: paglia, pizzo, plastica, panno, pelle,fili di metallo, d’oro o d’argento, feltro, crine, piume di uccelli vari e di struzzo, pailletes, chiffon, velluto, per le decorazioni sono buoni nastri, fiocchi, pietruzze colorate, perline, vetri, fiori, piccolissimi, enormi, di arancio, rose, margheritone, papaveri, frutta, bacche, funghi, spighe...Cito per i cinefili Rossella O’Hara che,in miseria, decora il suo cap-

La stravaganza e l’arte del cappello

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pello fatto in casa con la zampa di un galletto e le frange della tenda di velluto con cui si era cucita l’abito di “gala”.Con buona pace degli animalisti si vedono veri e propri capolavori ottenuti con la sola applicazione di piumaggi, vere piume di veri uccelli; il massimo di risultato, solo, se si vuole, un pò terribile per il necessario delittuoso sacrificio, i due cappelli che esibiscono un uccello del Paradiso intero, uno sul rosa shocking, l’altro verde, così ben accucciati e posizionati da renderceli quasi irriconoscibili o forse da volerci fare immaginare che siano manufatti e non impagliati!! Rendo onore a questo esotico pennuto: i maschi hanno molte piume di vari e squillanti colori e solo alcune allungatissime e dalle forme più bizzarre , esso deve il nome, oltre che alla sua avvenenza, alle artistiche danze che mette in scena durante il corteggiamento che prelude l’accoppiarsi. A volte essere belli è pericoloso però. Questi uccelli meravigliosi hanno rischiato il totale sterminio per supportare vanità ed esibizionismo delle annoiate dame della Belle Epoque. Che dire ancora, i magazzini del Museo posseggono più di mille cappelli, fra quelli esposti, molti di modiste italiane e fiorentine forse non abbastanza note, una ricca sezione è dedicata alle odierne fabbriche e agli attuali modelli, che pur prodotti industriali, molte aziende appartengono al Consorzio “Il Cappello di Firenze”, sono frutto di abilità artigianali tramandate di padre in figlio. A Signa c’è un Museo della paglia e del cappello intitolato a Domenico Sebastiano Michelacci, che per primo, nel 1718, fece seminare il grano per paglia da cappelli, marzuolo, fitto fitto cosìcchè le piantine restassero sottili e si allungassero, le faceva poi non tagliare, ma “sbarbare” per lasciare loro la linfa vitale che le tenesse morbide, prima che fossero mature, sarebbero seccate troppo.

GRANDI STORIE IN PICCOLI SPAZI di Fabrizio Pettinelli pettinellifabrizio@yahoo.it

Nel III Canto del Paradiso Beatrice “provando e riprovando” (argomentando e controargomentando) svela a Dante la natura della verità. Secoli dopo, nel 1657, un gruppo di scienziati fondò a Firenze l’Accademia del Cimento, la prima Accademia scientifica del mondo, che adottò come stemma un fornello acceso con tre crogioli e come motto proprio il detto dantesco: la rigorosa e ripetuta sperimentazione come base della ricerca scientifica. Le sedute dell’Accademia del Cimento, nata per volontà di Leopoldo dei Medici, si svolgevano in Palazzo Pitti e vi partecipavano le più brillanti menti fiorentine, quasi tutte di scuola galileiana. Uno dei personaggi di maggiore spicco era Vincenzo Viviani, discepolo prediletto del maestro, del quale volle condividere anche il sepolcro. Per inciso, quando nel 1737 il Sant’Uffizio diede il nulla-osta alla traslazione della

Via dell’Accademia del Cimento

Provando e riprovando

salma di Galileo nella basilica di Santa Croce, il notaio Piombanti e gli altri presenti furono testimoni di un fatto strabiliante: oltre ai previsti resti mortali di Galileo e di Viviani, dalla cripta emersero anche i resti di una donna, forse suor Maria Celeste, al secolo Virginia, figlia amatissima di Galileo; probabilmente era stato lo stesso Viviani, con la complicità del frate francescano Pierozzi, a introdurre clandestinamente la bara nella cripta. A parte que-

sta macabra vicenda, Viviani fu un grandissimo scienziato, precursore in molti campi: calcolò la velocità del suono in 350 metri al secondo (contro i 331,29 effettivi e i 478 fino ad allora accertati) e condusse esperimenti sulla rotazione del pendolo, 200 anni prima del buon Foucault di echiana memoria. Ai lavori dell’Accademia partecipò anche Carlo Rinaldini, prima di trasferirsi nel 1667 all’Università di Padova, dove insegnò filosofia. Il suo nome è sconosciuto al grande pubblico, eppure ha un merito indiscutibile: il 25 giugno 1678 fu il relatore della tesi di laurea di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, la prima donna al mondo a laurearsi. C’era poi Francesco Redi, medico e letterato di grande versatilità. Nessuno mi toglie dalla testa che nella sua opera “Bacco in Toscana” abbia voluto bona-

riamente prendere in giro i colleghi accademici; leggete questi versi e ditemi se non c’è assonanza con il “provando e riprovando”: Tra gli scherzi e tra le risa lasciam pur, lasciam passare lui, che in numeri e in misure si ravvolge e si consuma, e quaggiù Tempo si chiama; e bevendo, e ribevendo i pensier mandiamo in bando. Intorno al 1670, dopo Venezia, cominciò a diffondersi anche a Firenze la moda del caffè. Redi stroncò la nuova bevanda, definendola “imbrattatore di denti” e andò giù pesante anche nel solito “Bacco”: Beverei prima il veleno che un bicchier, che fosse pieno dell’amaro e reo caffè: colà tra gli Arabi, e tra i Giannizzeri liquor sì ostico, sì nero e torbido gli schiavi ingollino. Poi, per ignoti motivi, si ricredette e pubblicò lodi sperticate del caffè, del quale magnificava le qualità digestive.


LUCE CATTURATA

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di Ilaria Sabbatini Ilaria.sabbatini@gmail.com

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Città d’acqua Lucca Anfiteatro

PECUNIA&CULTURA di Roberto Giacinti rogiaci@tin.it

L’ambiente in cui viviamo è caratterizzato da una buona qualità della vita quando la maggioranza della popolazione può fruire di una serie di vantaggi economici e sociali che le permettono di condurre una vita relativamente serena e soddisfatta. Da oltre vent'anni, elaborando una serie di dati statistici, il Sole 24 Ore misura la vivibilità delle 107 province italiane stilando una classifica annuale. Gli indicatori sono riassumibili alle seguenti macro categorie: Tenore di vita, Servizi e ambiente, Affari e lavoro, Ordine pubblico, Popolazione, Tempo libero. Nel 2013, le elaborazioni hanno inserito Firenze al 7° posto, contro il 107° di Napoli! Pare strano essere così in alto nella classifica se consideriamo le forti lamentele della popolazione residente o che comunque frequenta la Città per lavoro, mentre la percezione del turista, specie se italiano, è, invece, proprio quella di una Città modello. Chi amministra la nostra Città deve individuare le insoddisfazioni e rimuoverle, ma spesso crede di riuscirci con il fare, anziché con l’essere, come se il fare bastasse. Gli elementi che rendono convulsa la

La Città del benessere

vita di tutti, anche dei pensionati, sono riconducibili principalmente al tempo che si spreca per compiere le attività che riempiono la nostra giornata, allo stress ed alla riduzione del senso di libertà che ne conseguono. Il tempo, dunque, può assurgere ad indicatore unico per far apprezzare il fare ovvero i progetti che l’amministrazione propone per conseguire la soddisfazione almeno della maggioranza della popolazione.

Insomma una Città con regole, dove la vita possa scorrere fluida senza catene, senza ghetti. Fritz Lang nel 1927 descrive una Città del futuro nella quale le divisioni classiste sono accentuate, proprio come sta avvenendo in Italia ed in molti altri paesi. Negli sfavillanti grattacieli di Metropolis, infatti, vivono gli industriali, i manager mentre nel sottosuolo gli operai sono confinati in un ghetto, che i ricchi

sembrano non ricordare. Alcuni degli indicatori analitici interpretano correttamente la qualità della vita di una città e quindi di una famiglia: sono la disponibilità di asili, i trasporti, il lavoro, la sicurezza sociale, altri, invece, sembrano inadeguati a misurare il sentimento che accoglie tempo, stres e libertà. Ad esempio, secondo Il Sole, il tempo libero è misurabile con la numerosità di librerie cinematografi e ristoranti: secondo noi deve invece essere misurato dalla misura del tempo liberato dalla nuova progettualità che consenta così di potersi maggiormente dedicare alla famiglia ed al tempo libero. Che senso ha aprire un nuovo ristorante se non c’è il parcheggio? Che fatica portare in auto i figli a fare sport dove i mezzi pubblici sono ancora principalmente su gomme! Come fa Sydney, in Australia, con i suoi 10 milioni di residenti ad essere considerata una tra le migliori città al mondo per vivibilità e qualità di vita? Vogliamo che per noi la città più bella del mondo non sia quella che è tale per la vacanza del turista, ma quella che comunque sceglieremmo per la sua vivibilità. Indirizziamoci allora verso la ricerca del “tempo perduto”, non di un tempo passato, ma di un tempo da ricercare e da ritrovare per noi.


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SCENA&RETROSCENA

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di Sara Chairello esse.chiarello@gmail.com

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i Violet, spettacolo della coreografa americana Meg Stuart in prima nazionale, ne avevamo parlato quando abbiamo lanciato il festival Fabbrica Europa, come di uno degli spettacoli di punta di questa edizione. E così è stato, nessuna aspettativa delusa, anzi. La scena regala cinque danzatori su un palcoscenico vuoto, allestito in maniera suggestiva all’interno della Stazione Leopolda, che si conferma il luogo ideale per accogliere il mondo artistico della contemporaneità. Sulla sinistra c’è il musicista Brendan Dougherty, presente con il suo laptop e le percussioni, mentre al centro, su un pavimento bianco che contrasta sul fondale nero riflettente, sono schierati cinque interpreti (Marcio Kerber Canabarro, Varinia Canto Vila, Renan Martins de Oliveira, Kotomi Nishiwaki e Roger Sala Reyner). Piano, con movimenti impercettibili, gli artisti si muovono spinti da un’energia dapprima latente, che soffia quasi fosse un fil di vento. Sono pochi istanti, poi inizia il gorgo sonoro e motorio: non si sa se a muovere i corpi siano le note di Dougherty, artefice di pulsazioni elettroniche e percussive, o viceversa, ma musica e coreografie si fondono perfettamente, segno di uno spettacolo che nasce completo. Le azioni dei danzatori sono manifestazioni di fenomeni invisibili, che li scuotono, li agitano, li attivano e li spengono, in un crescendo vorticoso. I danzatori interpretano un loro percorso solingo, sempre più isterico, ancestrale, fino a fondersi in un turbinio di forme

L’ultimo colore dello spettro energetiche e di sculture cinetiche. L’ambiente sonoro è perfetto, incandescente, per 75 minuti ti avvolge in maniera così ipnotica da perdere la concezione dello spazio e del tempo. Precipi al cuore della coreografia, con singhiozzo spezzato: una corrente ondivaga, a volte rapida e spasmodica, a volte statica e riflessiva, ti trascina, e ti trovi a fare i conti con sensazioni tue, a combattere con le tue paure ancestrali. D’altronde, lo spettacolo richiama un’esperienza devastante,

quella dello tsunami. Racconta Meg Stuart, artista che vive e lavora tra Berlino e Bruxelles: ‘Io ho voluto pormi la sfida di spogliare del tutto le cose, e, prendendo il movimento come punto di partenza, di capire come arrivare ad un’astrazione. Ho cominciato ad indagare i modelli energetici presenti in natura e i simboli alchemici che oggi hanno perso il loro significato (...). Abbiamo così provato a trasferire, attraverso il movimento, i simboli nel corpo,

come se i danzatori facessero un viaggio rituale. Il lavoro non ha un tema specifico, ma io ricordo una prova particolarmente significativa: stavamo lavorando su alcune idee nel tentativo di imbrigliare l’energia cinetica e di immaginare la devastazione che essa potrebbe causare. Uno dei ballerini stava per andare in vacanza in Giappone quando, all’improvviso, ci fu lo tsunami. Non dico che la performance sia su quello, ma certamente gli eventi esterni hanno influito in qualche modo sul mio lavoro’. Violet è forse il pezzo più astratto della lunga carriera della Stuart, e porta il segno della sua ricerca, che si focalizza su una fragile ‘condition humaine’ nel suo intenso apparire. Dice: ‘Violet è l’ultimo colore nello spettro, prima della luce ultravioletta, prima dell’ignoto, prima dell’impercettibile’.

TEMPO PERSO di Paolo Marini p.marini@inwind.it

Sono passati settanta anni. Era il primo mattino del 18 maggio 1944 quando una lacera bandiera bianca fu issata su quel che rimaneva della abbazia di Montecassino. Erano gli ultimi paracadutisti tedeschi, quelli che non si erano ritirati, che si arrendevano a Kasimierz Gurbiel, giovane ufficiale del 12° reggimento di cavalleria polacco, e a dodici dei suoi uomini, inviati a salire al monastero per vincere l'incredulità: dopo oltre quattro mesi di quella che viene considerata “la più grande battaglia terrestre combattuta in Europa” (M. Parker, Montecassino), gli strenui difensori della linea Gustav, “bendati, laceri, non rasati, sudici” si consegnavano al nemico, chiudendosi in tal modo una pagina, al contempo, tragica ed eroica della storia del XX° secolo. C'è uno straordinario concentrato di riflessioni e di emozioni che essa è capace, malgrado il tempo trascorso, ancora di suscitare. Non è solo il carattere logorante e durissimo della, anzi delle (quattro) battaglie che si susseguirono tra gennaio e maggio, del prezzo di vite umane - militari ma anche civili -, di quel misto di spirito di sacrificio, di abnegazione e di superficialità, un concentrato di virtù e di stupidità che

Una prece per Montecassino

caratterizza praticamente ogni evento bellico ma che qui pare aver raggiunto un'espressione esponenziale. Montecassino, Cassino e la valle del Liri furono il teatro violento - un'area di non più di 20 chilometri quadrati - in cui trovarono la morte decine di migliaia di soldati di svariate nazionalità, europei e non (italiani, francesi, tedeschi, inglesi, polacchi, statunitensi, canadesi, indiani, neozelandesi, marocchini, algerini, ecc.): un'ecatombe internazionale. Montecassino fu/è anche la battaglia che sembra scardinare la facile e, per certi versi, inevitabile contrapposizione tra 'buoni' e 'cattivi', se è vero che qui i tedeschi non si ricordano per gli eccidi e la barbarie ma per il valore, l'irriducibilità, la straordinaria temperie (riconosciute dagli Al-

leati), il rispetto per i civili e la premura, se così si può dire, per i luoghi sacri e le opere d'arte; al contrario, gli Alleati passano alla storia per uno degli errori più clamorosi del secondo conflitto mondiale (il massiccio bombardamento dell'abbazia, ove a torto fu ritenuto che le truppe tedesche si fossero insediate, così offrendo alle stesse un ampio cumulo di macerie dove approntare, allora sì, una difesa ben organizzata e temibile), nonché (precisiamolo: con riferimento ai Goumier, soldati marocchini e algerini inquadrati nell'esercito della Francia libera) per stupri e violenze di ogni genere – finita la battaglia - che a tutt'oggi restano impunite. Infine, non si può non rammentare che l'edificio di Montecassino - 'l'abbazia' quasi per antonomasia era stato eretto nel VI secolo d.C. per volontà di San Benedetto, che a buon diritto è padre e patrono d'Europa. Nel 1943 esso conteneva una delle più importanti biblioteche al mondo, con oltre 40 mila manoscritti e gran parte delle opere di Tacito, Orazio, Virgilio, Cicerone e molti altri altri autori latini: luogo/testimone di un'opera insostituibile di raccolta, traduzione e conserva-

zione della cultura antica, cioè della nostra autentica storia 'patria' (cioè dei padri). Montecassino, quale battaglia o successione di battaglie in cui questo gioiello dell'Alto Medioevo fu raso al suolo, era e resta per ciò un monito, profondo e commosso, a tutti gli uomini, ai cittadini del mondo: a coltivare l'amore per la cultura, che è pietra d'angolo della civiltà e insegna l'amore per la libertà e per la pace; a comprendere, a leggere bene, con partecipazione ma anche con lucidità e spirito critico gli eventi della contemporaneità e del passato; a fondare/ripensare le ragioni della convivenza nel rispetto della identità dei popoli, della volontà e della libertà degli individui. Ci sono molte ragioni per pensare che la storia di Montecassino, dalla fondazione alla sua distruzione, sarebbe, volendo, di grande aiuto a rimpolpare l'attuale miserrimo confronto 'politico' (sob!) sull'Europa. Ma forse è pretendere troppo. E' più semplice o meno pretenzioso, in questo 70° anniversario, recitare in silenzio una preghiera: per l'abbazia e per tutti coloro che alla sua storia hanno legato la propria vita e/o la propria morte.


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n 76 PAG. sabato 17 maggio 2014

L’ULTIMA IMMAGINE

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Doggie Diner, San Jose, California, 1972

berlincioni@gmail.com

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni

Per ciò che riguarda la sua diffusione sul territorio quest’altra catena non è nemmeno lontanamente paragonabile al Kentucky Fried Chicken del Colonnello Sanders. Era infatti localizzata nella sola Bay Area, a San Francisco, Oakland, San Jose e Santa Clara. E’ stata operativa dal 1948 al 1986 quando purtroppo è fallita nel tentativo di competere con dei giganti del settore del calibro di McDonalds e Burger King. La cosa più notevole e caratterizzante della catena era l’insegna, questa bella testa colorata di un bassotto con in testa il cappello da Chef! Dopo il fallimento la maggior parte di queste teste sono state acquistate da collezionisti. Nella città che tutti i californiani chiamano comunemente “The City by the Bay”, uno di questi “Bassotti” è stato posto come landmark nel tratto di strada compreso tra Ocean Beach e il San Francisco Zoo.


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