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uesta settimana il menu è

DA NON SALTARE L’Eneide dei Krypton, 30 anni dopo

Quando ho gruppi di giovani visitatori che mi dicono che l’Europa non serve a niente dico che alla loro età, a 18 anni, quando volevo andare a Kehl per vedere i film porno che erano proibiti in Francia, ci volevano persino due ore e mezza per passare la dogana! Uno arrivava al cinema ed il film era finito! Quando ai giovani si spiegano le cose in questo modo, capiscono subito a cosa serve Joseph Daul, l’Europa! capogruppo del Ppe al Parlamento europeo

RIUNIONE DI FAMIGLIA a pagina 4

Buongiorno, signor Ministro

Per 30 denari a 9 euro e 90

Compagno e Assante a pagina 2

AI LETTORI Cultura commestibile torna in “chiaro” Nell’ottobre dello scorso anno, grazie ai vostri abbonamenti, Culturacommestibile.com ha potuto continuare a vivere, tanto che è stato possibile, dal numero di oggi, tornare in chiaro. Vi ringraziamo tutti di cuore. Abbiamo deciso di tornare all’accesso libero alla nostra rivista settimanale per allargare il pubblico, fare di Cultura Commestibile uno strumento di più ampia discussione sui temi della cultura perché ci pare che il tempo – non particolarmente favorevole a chi si occupa di questi temi – lo richieda. Il nostro vuole essere un contributo ad allargare, arare e seminare il campo della cultura. Una voce libera, non di parte (se non della cultura, appunto), né utile a qualcuno, che vive dell’attenzione e della partecipazione dei suoi lettori. Continuerete quindi a ricevere via mail la nostra rivista e vi chiediamo di promuoverla, di farla conoscere, di girarla alla vostra mailing list. Stiamo pensando ad un programma, dopo il successo del volume “Dalla parte di Marcel”, di nuove edizioni cartacee degli articoli pubblicati sulla nostra rivista on line e di contributi originali. Come stiamo programmando una serie di iniziative, collegate agli eventi di NEM (che edita e promuove la rivista), e di presentazione e discussione attorno a libri e temi che ci paiono interessanti, per poter continuare la nostra attività. L’editore e la redazione


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di Giuliano Compagno

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el 1983, mentre debutta Eneide di Krypton, esce in Francia un saggio di JeanFrançois Lyotard, Le Différend. In apparenza si tratta di un’opera minore, in realtà in esso vengono analizzati i fondamenti del giudizio estetico e del giudizio politico. Prendendo spunto dalla polemica negazionista, il volume si concentra su quei fattori che tra loro confliggono senza che si dia mai la possibilità di conciliarli. Perché non è applicabile alcun criterio comune di valutazione e perché i linguaggi delle parti in causa suonano infinitamente differenti, dando luogo a discorsi inintelligibili. Quattro anni dopo l’uscita de La condition post-moderne, in piena crisi delle teorie, il filosofo cercava di edificare un pensiero all’altezza della post-modernità, della raffigurazione del suo essere e del suo esprimersi. L’esperienza mi ha insegnato che nulla coincide, nei campi della filosofia e delle arti, e che i concetti prendono forma nel medesimo tempo delle rappresentazioni. Questo fu il significato, trent’anni fa, dell’impresa di Krypton. Non già e non soltanto l’annuciato manifesto della nuova spettacolarità che pure, nella poetica visiva di Cauteruccio, inverava l’annullamento delle funzioni dell’attore, il suo mutarsi in corpo scenico e il suo svanire, infine, nel silenzio della parola mancata. Di più e ben oltre, l’essenza contemporanea di quell’atto virgiliano marcava la sua origine da un’intuizione assai più alta, e cioè che attraverso la luminosa rappresentazione di una umanità epica sarebbe stata realizzabile la fusione di due nozioni culturalmente inconciliabili (différend): del mito greco e del rito

Contemporaneo a ogni tempo rito e mito

romano, ovvero di ciò che stava nella forma del racconto e di quel che veniva narrato grazie al gesto ripetuto dell’eroe. E questa lettura profonda forse mi ha aiutato a comprendere le ragioni di un culto che per trent’anni ha accompagnato Eneide di Krypton, tanto nella pienezza di chi “fu presente”, quanto nel vuoto di chi “fu assente”. Altrimenti il titolo di post-modernità che l’opera conseguirà sin da subito, sarebbe ancor oggi legato a vaghe coincidenze concettuali: di tempi storici e artistici, di massime e minime estetiche, di non luoghi e non detti. E invece Eneide di Krypton vale molto più di un classico, in tutta la sua virtù di essere rimasta contemporanea a ogni giorno in cui ne abbiamo atteso il ritorno. In alto, sia in questa pagina che nell’altra due immagini dello spettacolo del 2014, foto di Guido Mencari. In basso su entrambe le pagine l’allestimento del 1983. Foto di Claudio Focardi e Sferlazzo-Lucchese


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di Ernesto Assante

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l teatro non ha tempo. Così come la musica. Le storie che la musica e il teatro raccontano sono eterne. Così come l’Eneide, così come il lavoro di Giancarlo Cauteruccio, così come le musiche di Maroccolo e Aiazzi. Eterne vuol dire che non subiscono le ingiurie degli anni, che sono in grado di essere “moderne” e “antiche” al tempo stesso, che possiamo sempre riconoscere noi stessi, le nostre vicende e i nostri sentimenti, in quello che vediamo e ascoltiamo. E Giancarlo Cauteruccio ha sempre saputo come essere “antico” e “moderno”, mescolando tecnologia e parola, luce e sentimento, arte e poesia, improvvisazione e testo, storia e storie. L’Eneide di Krypton degli anni Ottanta era uno spettacolo che si muoveva sul crinale del tempo, mettendo insieme il passato e la nuova onda, la musica dei Litfiba e le visioni di Krypton, sfuggendo ad ogni possibile ovvietà, guardando avanti con lo sguardo sicuro di chi esplora nuove possibilità certo che il futuro possa, e debba, essere migliore. Trent’anni dopo è sempre al futuro che Cauteruccio guarda, tornando a mettere in scena un lavoro al quale è rimasto sempre profondamente legato, così come è stato per i Litfiba, che firmarono la “colonna sonora” dello spettacolo originale, realizzando peraltro il loro primo album vero e proprio. Cauteruccio, Aiazzi e Maroccolo, con Francesco Magnelli non si limiteranno ovviamente a rivisitare lo spettacolo, non c’è l’idea del revival o della celebrazione, ma proveranno a creare qualcosa di nuovo e diverso dall’originale, suonando dal vivo in una sorta di concerto/spettacolo nel quale i confini tra musica e teatro diventeranno ancora più labili, in una sorta di grande “mash up” di linguaggi e idee. Quello che ve-

Eneide 1983-2014 moderno e antico a teatro

drete, dunque, non è una riproposizione di un materiale ormai consumato dagli anni, anzi, Cauteruccio, Maroccolo e Aiazzi hanno da sempre continuato a correre lungo la strada della creatività e dell’eccellenza, senza mai guardarsi indietro, costruendo sempre nuove ipotesi e nuove avventure. Vedrete un’Eneide che Krypton legge come materia viva, pulsante, come racconto dell’anima, delle anime, che viaggiano, combattono, lottano, si amano, si inventano. Vedrete un Eneide in cui, al contrario di trent’anni fa, sono gli artisti ad essere in scena, senza interposta persona, trasformando la scrittura, la parola e la musica in respiro collettivo. Vedrete uno spettacolo che non è più “post-moderno” perché segue l’andamento del tempo e la differente posizione sentimentale, esistenziale, emotiva dei suoi protagonisti. Vedrete uno spettacolo che, ne sono sicuro, riuscirà ancora una volta ad emozionare. Come emozionò me, allora poco più che ventenne, che vedevo in scena una pattuglia di arditissimi miei coetanei che provava a cambiare le regole del gioco, a inventare la propria vita e la propria arte, sull’onda del rock, della new wave, del nuovo teatro, abbattendo steccati, confini, gabbie. E ci riuscivano magnificamente. Così come provano a fare ancora oggi, indomiti, inarrestabili, splendidamente avventurosi.


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I CUGINI ENGELS

LE SORELLE MARX

Per 30 denari Buongiorno, signor ministro (anche meno Pregevole, anzi straordinaria, iniziativa! avrebbe commentato un nostro mito locale: “Le monete di Gesù”. Con martellante e ossessiva pubblicità radiofonica, la Biblioteca Apostolica Vaticana e Scripta Maneant Editore (nome omen) consentono agli appassionati del genere di collezionare riproduzioni di monete (999 esemplari numerati, sic!) circolanti all’epoca di Cristo o citate nelle Sacre Scritture. I sette nani, cioè le sette riproduzioni, come quelli della favola, hanno nomi e cognomi: Denario di Augusto, Siclo, Mezzo Siclo, Dracma, Quadrante di Augusto, Assarion di Erode il Grande, Pruta di Pilato. Collezionatele tutte! (altrimenti che collezione è?). Il sito www.lemonetedigesu.it dà conto delle citazioni nelle Sacre Scritture di queste monete, appunto, di Gesù. Il Siclo, per esempio, sembra essere il conio con cui Giuda fu ripagato del tradimento. Come avete potuto vivere senza fino ad ora? Per i super-appassionati, anche le medaglie celebrative dei Papi! Tutto si svolge sotto la soprintendenza del Gabinetto Numismatico della Biblioteca Apostolica Vaticana e la sponsorship (occulta, ne siamo certi) dell’Istituto per le Opere di Religione.

Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012 direttore simone siliani redazione sara chiarello aldo frangioni rosaclelia ganzerli michele morrocchi progetto grafico emiliano bacci editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze contatti

www.culturacommestibile.com redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.facebook.com/ cultura.commestibile

Con la cultura non si mangia Giulio Tremonti

Evviva! Evviva! L’acqua è bagnata e con ogni probabilità Pasqua cadrà di domenica anche il prossimo anno! Con analoga chiarezza il Ministro della Cultura Franceschini ha acclarato che “la televisione ha fatto tanto danno alla lettura”, diventando corresponsabile del basso tasso di lettura nel nostro Paese. Così, al Salone del Libro di Torino, Franceschini ha puntato il dito accusatore su Rai, Sky e Mediaset e rivelato al pubblico l’arcano del fin qui misterioso disamore degli italiani per i libri. Ma certo, ora tutto è chiaro: don Matteo non legge libri, nessuna libreria arreda la casa del “Grande Fratello”, la De Filippi ad “Amici” non invita scrittori. Però, perspicace e acuto ‘sto Ministro! Ma Franceschini non è solo un fine osservatore del costume sociale del Paese; è un vero Torquemada del terzo Millennio. Così è pronto a chiedere i danni ai tre colossi televisivi nella forma di fiction ambientate in biblioteca, tra-

smissioni condotte da archivisti, pubblicità occulta per i libri durante i programmi di prima serata (per la gioia di Bruno Vespa che ha già pronto il suo nuovo bestseller con cui ci ammorberà nella prossima estate). Sorgono spontanee due domande: da dove viene il sig. Franceschini e dove è stato fino ad ora? Nei tanti ruoli nazionali da lui ricoperti, una qualche ideuzza o azione concreta forse potevano essere avanzati. Magari, più che qualche sanzione riparatrice, si potrebbe cambiare verso al modo di essere della TV, a partire da quella pubblica? Con la forza di un sillogismo aristotelico, si potrebbe sostenere che se la TV dovrebbe risarcire il libro per i danni causati, allora Franceschini dovrebbe risarcire la politica.

Finzionario

di Paolo della Bella e Aldo Frangioni

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VINTAGE

Il Franco Miratore

Gli epigrammi di Franco Manescalchi nelle pagine di Ca Balà a cura di Paolo della Bella

NOVEMBRE 1972 Amami al freddo di questo cuore sotto l’abete multicolore. Ora che i falchi sembran colombe (anche se cadono fitte le bombe sul Vietnam) al freddo al freddo nei lieti calici libiam… Padre dacci oggi il nostro panettone e paga le nostre cambiali che noi non le protesteremo ai nostri debitori liberaci da ogni intossicazione e così sia. Salve oh Maria che leggi “Grazia” (il giornale del padrone è per te) tu sei detta “bene” fra le donne e benedetto è il tuo panettone natalizio che - come dama di caritàoffri ai poveri peccatori ora e nell’ore della loro morte adieu. Dopo lo sciopero il direttore generale fa lo shopping di Natale col mezzo milione che non gli basta perché va in vacanza a Cortina su un prototipo di Pinin Farina e fra moglie amante e segretaria gliene occorre di contante per questo al funzionario il Governo ha aumentato l’onorario con i fondi detratti dalle pensioni sociali (oh che vita da poveri “squali”)

Il libro di Matteo Lenzi il cui titolo originale, a differenza di quello che appare in copertina, è Plima delle Plimalie usa la strafamosa difficoltà dei cinesi di pronunciare la erre per farci credere che il piccolo libriccino scritto in cino-pratese, sia farina del sacco del nostro autentico plemiel. A parer nostro di tratta di un modesto millantatore o, come accade sempre più di frequente, di un adulatore del nostro Presidente del Consiglio. Chiunque sia, lo scrivente si rivolge ai cinesi di Prato (Plato nel testo originale) per accattivarsi le simpatie della più numerosa comunità d'Europa e invitarla a votare il Paltito Democlatico alle prossime elezioni europee. Le si promette che entro il 31 di giugno (strano refuso) tutti i cittadini provenienti dalla Cina, potranno avere un nome italiano a scelta. L'autole da anche qualche suggerimento, per esempio gli autentici candidati al comune di Plato Marco Wong, Zheng Lili e Angelo Hu potranno chiamarsi Marco Benelli, Zara Magnolfi e Angelo Risaliti. Ma va oltre entro il 15 di agosto verrà dichiarato legale qualsiasi luogo di lavoro anche al di sotto del metro quadro e che la comunità potrà stampare una propria moneta l'Eulo e via così promettendo altre cose assurde. In tempo di elezioni, come si vede ogni giorno, sono permesse anche le più smaccate goliardate ma questo libercolo, privo di originalità, va molto oltre il lecito.


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PICCOLE ARCHITETTURE PER UNA GRANDE CITTÀ

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di John Stammer

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amministrazione ci aveva provato ad incentivare modalità costruttive che facessero del risparmio energetico la matrice progettuale degli interventi edilizi in città. I consumi energetici degli edifici sono classificati in funzione del consumo per mq/annuo misurato in calorie necessarie per garantire un ambiente confortevole, e gli edifici sono classificati per classi energetiche dalla A (minore di 30 Kwh/mq-anno) alla G (maggiore di 160 Kwh/mq-anno).Il regolamento edilizio prevedeva una riduzione molto elevata degli oneri di urbanizzazione dovuti per legge per chi avesse realizzato edifici con ridotti consumi energetici. Ma il sistema delle costruzioni non aveva reagito. Nessuno aveva avviato pratiche per la costruzione di edifici con ridotti consumi energetici. Il sistema di incentivi rilevava la sua inefficacia proprio in relazione alla complessità del mercato immobiliare, dove chi costruisce quasi mai è il soggetto che potrà, in futuro, beneficiare delle riduzioni di consumo energetico nella fase di gestione dell’immobile. E così il lieve aumento di costi, necessario per la costruzione di un edificio con buone prestazioni energetiche, si rilevava decisivo nella valutazione finale. Ma c’era anche un altro fattore che impediva il diffondersi di edifici a basso consumo energetico. Ed era la “incompetenza” degli addetti ai lavori. Sia i progettisti sia le imprese edili non avevano ancora avviato quel processo di aggiornamento e di acquisizione di competenze necessario per garantire la buona riuscita dell’intero ciclo di progettazione, costruzione e gestione. Era del tutto evidente che il pubblico doveva “muoversi”, e decidere nuove modalità di intervento, poichè l’obbiettivo era generalmente condiviso. Ma non c’era solo questo. C’era anche da incentivare la crescita “culturale” dell’intero settore delle costruzioni, e contribuire anche a costruire un nuovo “mercato” delle costruzioni a basso consumo energetico. Se gli incentivi non erano sufficienti allora, forse, si poteva provare con “obbligare��� a costruire edifici con prestazioni energetiche via via sempre migliori, fino a raggiungere nel tempo, per tutte le costruzioni, la classe A. Il Regolamento edilizio fu per questo modificato nel 2008, prevedendo dei passi progressivi fino al dicembre 2010. Dal gennaio 2011 tutte le nuove costruzioni, pubbliche e private, che si fossero realizzate in città, avrebbero dovuto avere la migliore classe energetica e cioè la A. Un “obbligo” quindi che non entrava direttamente in vigore, ma che lasciava lo spazio per i necessari aggiornamenti degli operatori del settore. Un obbligo che contribuì a muovere

Un palazzo di classe

le acque e fornì lo spunto per l’iniziativa di operatori attenti al miglioramento della qualità ambientale. Nacque in quello stesso periodo, per iniziativa della Provincia di Firenze,

l’Agenzia Fiorentina per l’Energia, che inizio ad accettare le pratiche per la certificazione energetica degli edifici, ed alcuni progettisti decisero di cimentarsi su questo campo.

E’ in questo clima, quasi di frontiera per la città, che Alberto Breschi e Andrea Banchi (rispettivamente progettista dell’edificio e progettista CasaClima) hanno realizzato l’edificio di via delle Ghiacciaie. E che il clima fosse quello “pionieristico”, di chi per primo si avventura su strade ancora poco battute, lo si desume da quanto dichiarato, dal costruttore, alla inaugurazione del 2010 “ .... con la classe energetica A la nostra azienda e le nostre maestranze hanno vinto la sfida che si erano preposti quando è stata iniziata la costruzione, riuscendo a fare un importante salto culturale nel mondo delle costruzioni...” L’edificio è un semplice edificio multipiano che all’esterno si presenta come un ordinario condominio, pur se manifesta alcune marcate linearità sia nella composizione delle facciate, con le terrazze preminenti, sia nella definizione della recinzione. L’innovazione sta nel “cappotto”, con il quale è stato rivestito l’intero edificio,e nella facciata ventilata in pietra. Il “cappotto” consiste in sostanza nella completa copertura delle murature e delle strutture portanti, in calcestruzzo armato, con materiale isolante (in questo caso EPS che vale per Polistirene Espanso Sinterizzato più noto come Polistirolo) che permette di evitare i “salti termici”, e di garantire all’edificio una forte “inerzia termica”. L’edificio è il primo edificio della città che ha ottenuto la “targa “Casa Clima classe A.


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ISTANTANEE AD ARTE

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di Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com

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ssere artista oggi significa operare in una panorama estetico caotico e labirintico, dove il linguaggio è stato portato alle sue estreme possibilità, attraverso modalità provocatorie e dissacranti, al fine di tentare una riscoperta e un’indagine più intima, legata al quotidiano e all’esistenza stessa dello spirito umano. In questa elasticità culturale – nonché Babele comunicativa – l’Arte ha ritrovato il suo spazio originario di non essere solo rappresentativa del contemporaneo, ma un vero e proprio strumento di interpretazione intima e soggettiva, in quanto riavvicinamento dell’artista non solo all’attualità sociale ma anche a quella spiritualità poetica che le avanguardie del primo e secondo novecento sembravano aver dimenticato. È il tentativo, in sostanza, di riconquistare gli ambiti estetici a fronte di una tradizione ancestrale, fatta di grandi nomi e di grandi personalità, alle quali è difficile rapportarsi se non attraverso una rilettura moderna e anti-manieristica. È in tal senso che Elio De Luca sfida i linguaggi classici e canonici in una dimensione glabra ed essenziale, dove il figurativo emerge con chiarezza, in rappresentanza di un intima riflessione sulla solitudine e sulle angosce dell’uomo moderno. Il Maestro ricerca un linguaggio pittorico e scultoreo universale e allusivo, capace di porsi al di là del tempo in un’assolutezza mistica e decisamente spirituale. Il recupero della formalità espressiva procede oltre i dettami dell’emotività, abolendo ogni retorica e artificio contemporaneo: i cromatismi sono neutri, morbidi e corposi, quasi fiabeschi ed evanescenti; gli scenari semplici e sobri, appena accennati come scenografie sostanziali di un teatro antico, in cui i personaggi si stagliano in primo piano, come presenze invasive e dallo sguardo penetrante. È un arte colta e raffinata, in grado di redimere il senso di perdita, desolazione e smarrimento, peculiari dell’oggi, con un attenzione particolare ai concetti di finalismo esistenziale e poetica antropologica che il figurativo di Elio De Luca porta con sé, in tutto il suo fascino. Al fruitore non resta che partecipare sentimentalmente, stregato dalla purezza e dalla scarnificazione del superfluo, ammaliato dall’idea di antico che la tecnica del cemento dipinto a olio suscita, incantato dalla dimensione fiabesca e sognata che annulla il tempo e riporta lo spazio alla sua essenzialità: opere in cui la contemplazione emotiva è inevitabile e l’uomo si riconosce come riflesso spirituale, levigato dalla vita e dalla Storia umana. L’opera artistica del Maestro è visibile fino all’11 maggio in due mostre raccolte sotto un unico titolo e un unico catalogo a cura di Filippo Lotti. La Sala del Basolato di Fiesole e la Sala delle Colonne di Pontassieve ospitano “Donne e miti”, l’esposizione in cui Elio De Luca rilegge i soggetti mitologici con un’originalità inedita e dove l’archetipo femminile è colto in tutta la sua universale poetica.

Donne e miti

Sopra Suonatrici di pianoforte, pastelli a olio su carta gialla su tavola, sotto Orfeo e Euridice, cemento su tela di juta dipinto a olio e pigmenti. Courtesy dell’artista


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OCCHIO X OCCHIO

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di Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it

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vette Troispoux (1914-2007) appartiene a quel gruppo di fotografi francesi che operano negli anni Cinquanta e Sessanta sotto la comune denominazione di “fotografi umanisti”. Al contrario dei più noti rappresentanti del gruppo, come i suoi quasi coetanei Robert Doisneau, Izis e Willy Ronis, ed i più giovani, Edouard Boubat e Sabine Weiss, Yvette Troispoux condivide con il poco più anziano Emile Savitry (1903-1967) una scarsa notorietà internazionale. Autodidatta, inizia a fotografare con una fotocamera più che economica, e dopo il suicidio del padre (1936) e la morte del fratello minore in Algeria (1939) è costretta a rinunciare alla propria passione, fino al 1947, quando si sposta nella capitale dove trova lavoro come impiegata in una impresa metallurgica, rimanendovi per quarant’anni. Nel frattempo frequenta il Club Fotografico di Parigi,

mademoiselle Yvette Troispoux, noto come “30x40”, in cui ogni giovedì un fotografo professionista incontra i soci. Yvette comincia a fotografare questi fotografi nel corso degli incontri, li segue alle loro esposizioni ed alle presentazioni ufficiali. Solo nel 1953 riesce ad acquistare una Leica con un obiettivo luminoso Summarit f/1.5 che le permette di lavorare senza il flash. Fotografa in ogni occasione e nel corso di ogni tipo di manifestazione, fotografa le officine della ditta in cui lavora, le cerimonie, le premiazioni, la vita quotidiana. Nel 1971 riceve il Grand Prix del Club di Parigi. Fa amicizia con Agathe Gaillard, che nel 1975 apre a Parigi la prima galleria di stampe fotografiche, e da allora non trascura di fotografare tutti i personaggi che passano dalla galleria. Conosce Giséle Freund, Doisneau, Boubat, Brassai, Helmut Newton, e molti altri fotografi dello stesso livello. Si mescola alla folla dei visitatori e li fotografa tutti, senza farsi notare troppo, meritandosi l’appellativo di “fotografa dei fotografi”. Le viene attribuita la frase “Li ho fotografati proprio tutti, tranne Niépce”. In cinquant’anni di attività svolta nell’ombra e nell’anonimato Yvette non si limita ai ritratti dei “grandi”, fotografa la vita di Parigi e dei suoi dintorni, senza mai preoccuparsi di dare un valore alle sue opere, senza neppure pensare di metterle sul mercato. Fotografare per lei è un modo di fermare i ricordi, le impressioni, gli stati d’animo, non è una attività svolta con scopi economici. Nonostante questo le sue immagini, costruite in maniera molto semplice ed intuitiva, nascondono una grande intelligenza, sensibilità e cultura. Dove gli altri fotografi ricorrono a composizioni elaborate,

photographe

punti di vista inconsueti o giochi di luce artificiosi, Yvette arriva con estrema semplicità, in maniera diretta e quasi spontanea, ma con una estrema maturità espressiva. La sua presenza accanto ai fotografi più celebrati diventa quasi un’abitudine. Se ad una mostra Yvette non è presente, si comincia a pensare che il fotografo non sia abbastanza importante o che

la mostra non sia abbastanza incisiva o qualificata. Quando invece lei è presente e toglie dalla borsa la sua vecchia Leica, che ne ha già viste tante, è il segnale di inizio della festa, ed i volti si distendono. Il grande pubblico viene messo a conoscenza del suo lavoro solo nel 1982, con la sua prima esposizione personale alla galleria Odéon-Photo.

Nel 1992 viene nominata fotografa ufficiale in occasione del Mese della Fotografia, nel 1993 Robert Doisneau, che chiamava Yvette la sua “Photo-copine” le conferisce la medaglia dell’Ordine delle Arti e delle Lettere. Un omaggio le viene tributato nel corso dei Rencontres d’Arles del 2004 in occasione dei suoi novant’anni.


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CATTIVISSIMO

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di Francesco Cusa info@francescocusa.it

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a gente fa troppe domande. Siamo abituati troppo male. E’ tutto un perché, che devo fare, cosa ne pensi, tutta un’interrogativa perenne. Nella stragrande maggioranza dei casi sono posture, non domande. Chesso’, prendiamo: “ciao, come stai?”. Nessuno, o quasi, a meno che il referente non sia stato operato da poco, è interessato alle reali condizioni di salute del soggetto. Questa frenesia di necessità di risposte e certezze, filiazione della maledetta età dei Lumi, del razionalismo, della cancrena delle dipendenza dall’equivoco causa-effetto, la trovo quantomeno volgare. Com’era bello un tempo, quando all’uomo mortale non rimaneva che obbedire (e senza discutere!), al volere del Trascendente. Quanto paradossale affrancamento nella delega al Creato, rispetto all’angoscia del dubbio borghese, della domanda figlia del Caos. Si scavava nelle budella delle bestie, si scrutavano le nubi: ma ognuno per cazzi propri. Cala il bastone del saggio maestro sulle schiene degli incerti, fulmina le energie spurie. Che cali sulle terga delle sventurate, a porre termine alla fuga di sguardi indagatori che sottendono alla risibile richiesta di conferma: “Piaciuto?”, “Soddisfatto?”, “Com’è andata?”. Ciò quasi sempre dopo una sana scopata,  Silen-

zio, silenzio, silenzio. Ascoltare senza domandare. Le cose, i fatti del mondo, si dispiegano, comunque e senza requie. Il fruscio degli alberi, il vento di tramontana, la rugiada non hanno bisogno di quesiti, e la cagione del loro sostanziarsi è prescien-

tifica, quindi non rompeteci i coglioni con questa ansia di risposte. “Quando mi passi a prendere, allora?” (era stabilito alle 20 e 30), “Ma, davvero ti è piaciuto?” (ti avevo detto di sì), “Ma quanti anni fai?” (idiota, c’è scritto 47 sulla torta),

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“Ma non ti innamori mai?” (No), “Non ti piace il sushi?” (Non vedi che è ancora nel piatto?), “Eh?” (Cosa, non ho detto niente), “Secondo te, cosa devo votare?” (PNDNQ: Partito Nazista Della Non Questione), “Perchè ‘sto freddo?” (Siamo a gennaio, nella Rurh tedesca, che cazzo vuoi, caldo?), “Perchè ‘sto caldo?”(Sarà la primavera anticipata)... Respirare... soffia leggero il vento sulle persiane... ssshhhhh... Non fate domande. Anzi: fate silenzio.

L’insopportabile ansia di risposte

ANIMALI IN POESIA

Il bestiario di Liliana Ugolini di Franco Manescalchi novecentopoesia@gmail.com

Su Liliana Ugolini già ci siamo soffermati scrivendo del suo teatro di poesia. Questi alcuni dati personali: è nata a Firenze, dove risiede.. Per molti anni ha scritto in assoluta riservatezza. Tanto materiale accumulato è stato pubblicato (tolto una plaquette negli anni ‘80) a partire dagli anni ‘90 in 19 libri di poesia, 4 in prosa e 4 di teatro. Da questi sono stati prodotti 11 spettacoli teatrali e 2 opere sinfoniche. Ha curato per Pianeta Poesia per 16 anni a partire dal ‘93 la poesia performativa e multimediale documentata in 3 libri: Documenti 1 (Comune 1- di Firenze), Documenti 2 (Polistampa) e Documenti 3 (Novecento Poesia). È stata redattrice delle riviste “Area di Broca” e “Pietraserena”. Ha partecipato a performance e mailart (dirige la sezione multimediale dell’Archivio Voce dei Poeti (Multimedia 91) e fa parte del Gruppo teatrale/ performativo “Cerimonie crudeli”. A metà degli anni Novanta ha pubblicato un suo Bestiario (illustrato dalla sorella Giovanna, pittrice) di cui ci dà questa motivazione. “Il lavoro sul Bestiario (animali fantastici e viventi) appartiene all’opera di catalogazione

(Flores, Il corpo e gli elementi ecc.) di cui ho sentito la necessità di scrivere per riappropriarmi del rapporto con la natura dopo un lungo periodo di lontananza. Dopo una ricerca attenta, i testi sono scaturiti essenziali e scientifici condensando in essi pensiero e ironia, com’è nel mio spirito. Anche qui coerente al mio fare, la poesia è stata ricerca di ciò che ci circonda lontana da una poesia intimistica abbondantemente indagata. Da ciò è partito il mio

diverso modo di intendere la poesia a cui sono rimasta fedele per tutto il mio percorso e che si sintetizza in questa dichiarazione di poetica: “Perché far poesia su fiori, animali, ouvertures, fiabe e (altro) quando le parole centellinate in turbolenze, s’impigliano nei glomi dei percorsi? Per parlar d’altro da sé, alla ricerca dei dintorni, disgregando quell’ io monumento delle voci nelle voci, per proporsi velina da ricalco, pedina, per ripercorrere il dejà vu, il già detto,

Tempera di Giovanna Ugolini

per rileggerci in un angolo di soffitta, come pausa rubata al silenzio zeppo, per un appiglio qualsiasi”. Inoltre da tutto questo nasce la mia scrittura teatrale e multimediale che ha allargato i confini del mio fare poetico. Quindi il Bestiario (insieme a Flores) sono le piccole colonne di tutto quello che è seguito e che spero ancora perseguire a fare.” Dal libro abbiamo scelto la poesia sul cavallo: Cadenza del ballo pettoruto lo scalpito di trotto nell’occhio di tralice. Scavallo è l’impennato frangersi di zoccolo la rotazione celere, lo svezzarsi da staffe, l’ indomarsi del groppo, partire d’assalto contenuto nel morso a mitigarsi, in dominio dell’essere premuto Questo, sull’opera, l’autorevole giudizio di Roberto Carifi: “Notevole ci è parso “Bestiario” di Liliana Ugolini, una silloge costruita in modo complesso, con un linguaggio tutt’altro che elementare dove un posto di rilievo occupano la riflessione e il pensiero. Si potrebbe parlare di uno stile fortemente controllato, razionale, a tratti perfino geometrico ma non privo di incrinature, di inquietudini che dalla realtà animale si proiettano sulla condizione umana.” Roberto Carifi da “Poesia” Anno VII Sett. 1994


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POLIS&CULTURA

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di Simone Siliani s.siliani@tin.it

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on questa intervista a Maurizio Quercioli continuiamo la serie di colloqui con alcuni candidati sindaco dei Comuni dell’area metropolitana fiorentina sui temi delle politiche per la cultura. Maurizio Quercioli è candidato a Sesto Fiorentino per la lista “Sesto Bene Comune. Nell’intervista esclusiva a “Cultura Commestibile” parla della sua cultura di città e delle politiche per la cultura che ha in mente per Sesto. Maurizio Quercioli è candidato a sindaco a Sesto Fiorentino per la lista “per Sesto Bene Comune”. Se pensiamo al concetto di bene comune, insieme all’acqua e al patrimonio ambientale, la cultura e i beni culturali, tangibili e intangibili, sono il riferimento immediato. C’è stata una importante riflessione teorica attorno a questo tema, ma come si declina nel governo di una città fra le più grandi della Toscana? Anche con grande tradizione. Noi siamo partiti da alcune considerazioni sulla storia di Sesto. Quando è che Sesto è diventata una città moderna? Quando la Manifattura Ginori riusci a fondere l’arte con la manifattura; quando gli artisti di fine Settecento furono ripresi e riprodotti in opere di ceramica. Quando è che Sesto si è caratterizzata come una innovazione sostanziale rispetto al periodo? Quando all’inizio del Novecento con l’amministrazione socialista, si cominciò ad attuare la legge vecchia di decenni sulla istruzione obbligatoria e si realizzò, come primo obiettivo, una scuola pubblica per gli abitanti di Sesto. Sempre negli stessi anni (1909) fu deciso il rimboschimento di Monte Morello. Sono le grandi scelte che caratterizzano un territorio: noi ci presentiamo a Sesto con questo obiettivo, riprendere quella tradizione e offrire delle proposte con visione lunga, come furono quelle che prima citavo. Una visione culturale profonda che si fonda sulla difesa del territorio come valore. Uno dei punti dolenti, sotto questo profilo, è la Piana: mentre Monte Morello fu difeso e salvaguardato dal Piano Regolatore del 1975, la Piana fu invece, in seguito, modificata. Per Monte Morello c’è bisogno di un’opera di manutenzione; per la Piana invece c’è un problema di salvaguardia. L’equilibrio per il nostro Comune si deve ritrovare fra Piana e collina, fra zone verdi e tratto urbano. Una delle scelte più importanti degli ultimi decenni è stato lo spostamento del Polo Scientifico nella Piana: ha permesso di creare nuovo sapere, che però è scollegato dalla parte urbana, sia come collegamenti materiali, che come coscienza. La prima operazione culturale da fare è quella di riconsiderare la ricerca come fondante di una nuova prospettiva per il Comune di Sesto. Quindi lei propone questo stretto nesso fra paesaggio (bene comune) e il sapere, la ricerca, la formazione? Esattamente: il paesaggio è l’elemento di qualità da salvaguardare per migliorare la vita dei cittadini, come una pro-

culturale. Torniamo alla Manifattura Ginori: forse Sesto e altri Comuni dell’area, possono caratterizzare l’offerta culturale dell’area, portando la cultura industriale. Non solo dell’archeologia industriale, ma anche la cultura industriale come vita, innovazione, relazioni sociali. In fondo il Rinascimento era anche manifattura. L’aspetto positivo della crisi della Ginori è che qui Gucci pare interessata a fare un investimento su prodotti di alto livello, con il recupero delle capacità artistiche. E poi ci sono anche altre imprese (Cavalli, ecc.) che in rete possono collegare gli elementi industriali innovativi e creativi, con il Polo Scientifico Universitario che, se si collega alla produzione come è giusto, può dare un contributo importante ad uno sviluppo sostenibile. Altro punto importante è il museo della Ginori che ci mostra la creatività artistica dei due secoli passati e altre emergenze di beni culturali importanti: le tombe etrusche, le pievi romaniche, reperti medievali, alcuni borghi che hanno un impianto medievale. Una rete di proposte turistiche attorno a queste emergenze può avere un certo interesse: nel circuito turistico fiorentino possiamo coprire questo segmento peculiare di proposta turistica. Abbiamo due bellissime tombe etrusche, che pure stanno subendo diversi danni a seguito dei lavori della TAV, ma tutto quello che di etrusco è stato ritrovato nella zona è oggi tenuto nei vari depositi della Soprintendenza o del Museo Archeologico: recuperare questo materiale ed esporlo a Sesto insieme allo sviluppo della ricerca e degli studi su questi reperti,, potrebbe essere un importante progetto. Noi abbiamo anche pensato ad una possibile sede: il Palazzo Pretorio da riutilizzare per questa esigenza. Un progetto turistico come lei dice non è facile: ma ci sono anche i cittadini. Certo, un progetto del genere serve anche a recuperare a Sesto una sua identità. Occorre valorizzare questa rete di emergenze e valorizzarla, facendola diventare patrimonio comune, coscienza collettiva. Se ciò avviene, allora i cittadini saranno più disposti e impegnati a difendere e salvaguardare questo territorio. Il Teatro della Limonaia è stato negli ultimi decenni una esperienza di punta per tutta la Toscana nel teatro contemporaneo. Anche la nuova biblioteca “Ernesto Ragionieri” ci parla di un impegno dell’Amministrazione (come di diversi altri Comuni toscani) per una concezione moderna, contemporanea, della pubblica lettura. Sesto ha una grande ricchezza su questi terreni: teatro, musica, biblioteca. Per quanto riguarda il teatro vorrei ripro-

Maurizio Quercioli Sesto, tra paesaggio e manifattura spettiva lunga, valida non per il prossimo mandato ma per diversi decenni, come le grandi scelte fatte nel passato. Peraltro la Toscana dei Lorena aveva puntato tutto sulle singole specialità del territorio e non in funzione di Firenze. Ecco, quando noi parliamo della salvaguardia di un grande parco all’interno della Piana, lo facciamo anche in funzione di Firenze e di tutta l’area: vogliamo regalare a Firenze un Central Park (peraltro con la stessa dimensione, circa 350 ettari). Noi vogliamo che questa area sia riqualificata per viverci, ma in armonia con la realtà della Piana, non per il consumo ma per la valorizzazione del territorio. Vi sono piccole parti già salvaguardate che fanno capire quale potenzialità offrirebbe in tal senso tutta la Piana. Ma se da quella zona dei laghetti si dipartirà la pista dell’aeroporto, distruggeremmo il territorio e la cultura che vi sta dietro. Anche il nostro discorso critico dell’incenerimento dei rifiuti ha una valenza culturale: se consideriamo i rifiuti come un valore, allora forse dobbiamo trattarli in modo diverso. Non siamo a Parma dove l’impianto era già costruito: qui siamo ancora in tempo a fare una discussione e una proposta diversa dell’intero ciclo dei rifiuti, che è appunto un problema

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porre questo paradosso; negli anni ‘60 a Sesto, in piazza Ginori, c’era un teatro storico, il “Niccolini”. Poi il teatro fu abbattuto e al suo posto fu costruita una banca. Ecco, io vorrei abbattere una banca per costruire al suo posto un teatro. Naturalmente è una metafora, però costruire un nuovo, vero teatro è un nostro obiettivo. Non è facile, lo sappiamo, ma potremmo riuscirci nell’intera operazione di Doccia. Certo, almeno culturalmente, vogliamo costruire, rafforzare il teatro a Sesto. La biblioteca è stata spostata in un bellissimo ambiente. Il problema è che, però, è scollegata dal centro, tanto dal punto di vista fisico quanto dal punto di vista culturale. C’è un problema analogo per il centro di Sesto che, svuotato di tante funzioni, ha perso un po’ della sua vitalità, sia commerciale che associativa. Noi vogliamo costruire relazioni fra le associazioni che operano sul territorio, gli spazi e le attività per valorizzare alcune strutture del centro che sono attualmente vuote (la Lucciola, Palazzo Pretorio, l’ex sede della Biblioteca, i Giuseppini, ecc.) e che potrebbero essere utilizzate anche a fini culturali. Come pensa di affrontare il tema dell’area metropolitana, al di là degli assetti istituzionali, dal punto di vista culturale? Già ci sono esperienze importanti come lo Sdiaf o l’Associazione Firenze dei teatri di cui le strutture sestesi fanno parte. E’ un tema delicato. Firenze, la cui centralità è indiscutibile, è stata più forte quando è riuscita a valorizzare le città vicine. Dobbiamo far sì che Firenze capisca l’importanza dei centri periferici, nella prospettiva però dell’area metropolitana. Come ho detto, questo vale per la Piana che Firenze non dovrebbe vedere come territorio anonimo da sfruttare. Un parco nella Piana è molto più importante se lo utilizziamo come tale anche per Firenze, piuttosto che se lo cementifichiamo. Dobbiamo convincere Firenze e l’area che le reti delle specificità territoriali sono un patrimonio per tutti. Lei ha accennato alla vitalità dell’associazionismo sestese, che è una caratteristica un po’ di tutte le città dell’area centrale della Toscana. Ma questa vivacità associazionistica è oggi in difficoltà per la riduzione delle risorse pubbliche e questo porta ad una tendenza maggiore alla competizione fra questi soggetti piuttosto che alla aggregazione. Cosa pensa di fare? E’ un vero problema perché le risorse disponibili dei Comuni sono sempre più scarse. Allora, la nostra proposta è di dialogare e interagire con queste tante realtà, sostenendo il volontariato per quanto e come sarà possibile sia sul piano economico che su quello logistico. Ci impegneremo a stimolare le collaborazioni, il fare rete, aiutando a superare alcuni eccessi di egoismo e individualismo che pure ci sono, anche nei casi in cui prevalgono disponibilità, volontariato. Sarà dedicata anche a questa attività la nuova riorganizzazione del Comune che ha sciolto e reincorporato l’Istituzione “Sesto Idee”: sarà un compito diretto, politico e amministrativo, del Comune.


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LUCE CATTURATA

U O di Sandro Bini

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Firenze 2008-2013 Itinerari notturni

Sandro Bini - Florence Night Movida (2008)

Florence Night Movida

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MUSICA MAESTRO di Alessandro Michelucci a.michelucci@fol.it

Nella seconda metà del secolo scorso, in omaggio alla logica manichea imposta dalla Guerra Fredda, una parte consistente della cultura europea è stata sostanzialmente ignorata. In questo modo si è consumata una frattura profonda fra le due parti del continente. Mentre eravamo costantemente informati dei fermenti culturali provenienti dagli Stati Uniti, ben poco ci arrivava di quello che veniva creato in Ungheria, in Romania o in Polonia. È appunto su quest’ultimo paese che vogliamo concentrare la nostra attenzione. Fra la fine del diciottesimo secolo alla Prima Guerra Mondiale la Polonia viene divisa fra tre imperi: austroungarico, prussiano e russo. In queste terre si intrecciano stimoli culturali ebraici, rom, slavi, tedeschi, ungheresi. La musica riflette fedelmente questa varietà, in parte analoga a quella che caratterizza l’impero ottomano. Al ricco patrimonio mitteleuropeo attinge anche Frédéric Chopin (1810-1849), come dimostrano le Polacche e le Mazurche del compositore, nato appunto in Polonia come Fryderyk Szopen. Nei due secoli successivi il paese continua a esprimere compositori di grande li-

Ritmi pulsanti dell’Europa centrale

vello: da Lutoslawski a Penderecki, da jazzisti come il geniale Krysztof Komeda alla giovane sperimentatrice Kasia Glowicka. Questo panorama stimolante trova ulteriore conferma nella musica tradizionale di gruppi odierni come Dikanda, Warsaw Village Band e Janusz Prusinowski Trio. Naturalmente questi soltanto pochi esempi di un panorama ricchissimo, sul quale

varrà la pena di tornare. Per ora vogliamo soffermarci sull’ultimo dei nomi citati, il trio guidato dal violinista Janusz Prusinowski. Il gruppo, che in realtà è un quintetto, ha pubblicato recentemente il terzo CD, “Po kolana w niebie” (“Immersi fino al collo nel paradiso”, Oriente Musik). La strumentazione è ricchissima: oltre a fiati, fisarmonica, percus-

sioni e violino, il gruppo utilizza anche strumenti meno consueti come ciaramella, dulcimer, salterio e tamburo da parata. In tutti i brani la varietà timbrica e la tensione espressiva si intrecciano perfettamente creando una materia sonora in continua evoluzione. Il risultato è una musica viva, pulsante, suonata col cuore, nella quale si coagulano esperienze diversissime. Non a caso i cinque artisti sono impegnati in numerose attività parallele: organizzano festival, tengono corsi didattici, lavorano per il teatro, girano la Polonia e la vicina Bielorussia per conoscerne le tradizioni musicali. I brani sono tutti cantati in polacco, ma il libretto riporta le traduzioni inglesi. Questa musica ci appartiene, perché l’Europa centro-orientale è una parte integrante della nostra identità culturale. Il Vecchio Continente non è fatto soltanto di francesi, spagnoli e tedeschi, ma anche di croati, lituani, polacchi, ungheresi… Tornando al disco, merita un plauso l’etichetta tedesca Oriente Musik, attiva dal 1994, il cui catalogo spazia dal klezmer al tango, dai ritmi cubani alle musiche del subcontinente indiano.


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POLIS&CULTURA

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di Simone Siliani s.siliani@tin.it

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on questa intervista a Dario Nardella continuiamo la serie di colloqui con alcuni candidati sindaco dei Comuni dell’area metropolitana fiorentina sui temi delle politiche per la cultura. Dario Nardella è candidato a Firenze per il Pd. Nell’intervista esclusiva a “Cultura Commestibile” parla della sua cultura di città e delle politiche per la cultura che ha in mente per Firenze. Quali saranno le linee fondamentali della politica per la cultura nel suo mandato amministrativo e in quale rapporto intende costruirle nell'area metropolitana? È necessario superare la dicotomia tra conservazione/valorizzazione e produzione/fruizione contemporanea. La conservazione e la valorizzazione dell’enorme patrimonio culturale italiano devono armonizzarsi con la produzione contemporanea, in un rapporto di scambio e reciproco accrescimento. Per rendere contemporanea una città del passato è necessario restituire l’esperienza dell’arte ai cittadini. La riscoperta del patrimonio passa da nuove forme di valorizzazione che tengano conto del mondo in cui viviamo, dei grandi cambiamenti, sia economici che tecnologici. Per restituire attrattività creativa e culturale a Firenze in modo da integrare la frequentazione turistica di altre esperienze e conoscenze, di altri valori e significati. Essere contemporanei oggi significa sviluppare novità attraverso una rilettura del passato, da cui trarre ispirazione, e argomenti di interesse universale anche nello specifico dei generi e delle esperienze in un’epoca in cui si parla sempre più spesso di Neoumanesimo. Essere contemporanei significa dialogare, integrare l’identità culturale con il multiculturalismo, creare occasioni di scambio, di ibridazione e contaminazione, insistere come nelle avanguardie del Rinascimento e del Novecento, sull’interdisciplinarità; ospitare nuove realtà culturali, sociali, economiche, aprirsi ai centri culturali di tutto il mondo, scommettere molto sullo scambio con i Paesi europei. Il contesto allargato della città metropolitana aumenta le potenzialità e le opportunità di questo progetto.

Per noi la cultura è importante e lo dimostra il fatto che negli ultimi cinque anni,  nonostante i tagli al bilancio e i minori trasferimenti statali, i soldi per la cultura sono sempre aumentati. Noi investiamo in cultura e crediamo convintamente che la frase ‘Con la cultura non si mangia’ sia profondamente sbagliata: ci si mangia eccome. Bisogna avere il coraggio di aprirsi agli investimenti privati. Per quanto riguarda le grandi istituzioni culturali fiorentine (Fondazione Maggio Musicale, Gabinetto Vieusseux, Fondazione Palazzo Strozzi, ecc.), come saranno collocate nella sua strategia per la cultura? Sarà indispensabile creare un sistema di coordinamento tra i diversi soggetti culturali, coinvolgendo realtà come la Fondazione Strozzi, il Museo Marino Marini, Pitti Immagine, Villa Bardini, il Museo Gucci. L’amministrazione pubblica, attraverso un soggetto di propria emanazione, può trovare un posizionamento maggiormente competitivo nella complementarietà dei soggetti e fondazioni produttrici di grandi mostre ed eventi, rendendo possibile programmare con anticipo e prospettiva a tre e cinque anni, le attività. Gli spazi del Forte Belvedere, del Museo di Palazzo Vecchio, del Museo Bardini, del futuro Museo del Novecento sono dei contenitori soggetti a richieste e aspettative multiformi e hanno bisogno di una programmazione culturale coerente. La programmazione consente, infatti, di pianificare risorse, di attrarre investitori, partecipare a reti internazionali, operare secondo i criteri internazionali nella cooperazione con musei e fondazioni, istituzioni pubbliche e private. Possiamo quindi immaginare un Centro di coordinamento finanziario e logistico, organizzativo e di comunicazione, con una direzione artistica generale e una serie di curatori per le diverse aree di

Dario Nardella Firenze deve essere scuola del mondo I grandi eventi dovranno essere affiancati da un programma di valorizzazione dei diversi settori culturali, dei teatri, delle biblioteche, delle scuole di formazione. Firenze per questo può essere capitale del Neoumanesimo e tornare ad essere scuola del mondo. A favore dei prossimi cinque anni giocherà la stretta collaborazione con il governo e i suoi ministri. 

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competenza. Per sostenere la programmazione sarebbe indispensabile costituire un Club di partner coinvolti per almeno cinque anni. Sui grandi contenitori vuoti o che lo saranno fra poco - come il complesso di S. Maria Novella, il Meccanotessile, la Manifattura Tabacchi, S. Orsola - quale strategia svilupperà la sua amministrazione e che ruolo potranno avere nello sviluppo della vocazione culturale di Firenze? I grandi contenitori vuoti possono svolgere un ruolo chiave attraendo funzioni pregiate di livello internazionale, legate alle filiere dell’economia della conoscenza. Il complesso edilizio di San Firenze, ad esempio, sarà il centro di un programma ambizioso di nuovo utilizzo dei contenitori più significativi della città, un progetto in grado di attirare investimenti e risorse. A San Firenze troveranno spazio le discipline e le attività della mano e della mente, le nuove tecnologie e le antiche tradizioni di lavoro artigianale, la creatività e l’arte, il design e la moda, occasioni di formazione nel campo della promozione culturale e della valorizzazione del patrimonio, laboratori per la formazione e lo sviluppo di nuovi saperi e nuove forme di comunicazione. Qui dovrebbero essere ospitati incubatori e scuole di alto artigianato, Istituzioni internazionali del sapere e dell’industria tecnologica. Al progetto di San Firenze si uniscono quelli altrettanto ambiziosi che riguardano il Meccanotessile, dove si trasferirà definitivamente l’Isia, e il complesso delle Leopoldine in piazza Santa Maria Novella, dove nelle sale restaurate il 24 giugno prossimo sarà inaugurato il Museo del ‘900, che diventerà la ‘casa’ di opere finora conservate in depositi, esposte solo per mostre o mai mostrate al pubblico. Come immagina possa essere gestito e quale ruolo potrà avere il nuovo Teatro dell’Opera di Firenze? Il nuovo Teatro dell’Opera è pensato come il cuore di una programmazione culturale, congressuale, performativa. Dovrà essere gestito in sinergia e coordinandone l’utilizzo con quello di altri luoghi rilevanti per esempio dal punto di vista dell’accoglienza congressuale: la Fortezza da Basso, la Stazione Leopolda...


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ODORE DI LIBRI

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di Paolo Marini p.marini@inwind.it

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on pare che la bontà sia una virtù, in politica; tanto di meno il buonismo. Di più, si osservi “quante volte la decadenza di una comunità è accompagnata dal diffondersi di idee e ideologie umanitarie, buoniste, politically correct: spesso l’agonia – e la morte – di quella è consolata dalle nenie delle prefiche buoniste”. Il virgolettato è di Teodoro Klitsche de la Grange ed è contenuto nella sua molto giusta - ancorché non nuova - Apologia della cattiveria (Liberilibri, 8 euro). Rispondiamo a questa domanda: se si deve scegliere qualcuno per fare i nostri interessi chi si eleggerà, un sant’uomo oppure un uomo capace? Premessa la distinzione (per nulla ovvia, purtroppo) tra sfera privata e ambito pubblico, nel secondo sarà la (diciamola pure così) ‘cattiveria’ a dover signoreggiare e questo libello potrebbe dirsi rivolto sia a coloro che non sopportano l’ipocrisia dei politici usi alle finte attenzioni e alla bassa retorica (essi sì, veri ‘cattivi’, in quanto prigionieri – secondo l’etimo dell’attributo – dell’imperativo di compiacere ad

Cattivo

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Ed è vero che un certo modo di gestire il potere, oltre alla condiscendenza popolare di cui spesso si giova, sono anche il segno di un tempo nel quale la razionalità e la fiducia sono divenute risorse scarse e l’abitudine ad un benessere sem-

cioè capace di governare ogni costo un preteso senso comune per fini di consenso elettorale) sia a quei politici stessi, che hanno/avrebbero con ciò un’occasione di più per ripensare, con le proprie responsabilità, l’enorme divario tra una politica dei ‘fatti’ e una della ‘facciata’ (essendo quest’ultima quella che, in particolare nell’oggi, sembra costare di meno e rendere tanto di più). Sono anche d’accordo con l’Autore che la politica non è materia di “necessità” e di “assoluti”, bensì di “libertà” e di “relativi”. Non c’è un bene sommo da raggiungere, ci sono soltanto delle scelte da assumere - spesso dolorose – e rendere così un buon servigio ai governati.

pre più artificiale o illusorio, nonché ad aspettare/pretendere soluzioni dall’alto, hanno indotto i più in una sorta di torpore che diviene avvilimento. Da esso ci si scuote soprattutto per tifare l’uno o l’altro dei contendenti, partecipando dal basso ad una contrapposizione che il potere, dietro la cortina fumogena delle recite a copione, in realtà non conosce. Sinceramente vorrei (presumo con Klitsche de la Grange) che questo misero ancorché rumoroso e, talora, scintillante teatro fosse semplicemente scalzato dalla scena essenziale e talvolta cruda della realtà, in quanto affrontata da uomini cattivi e antipatici, del tutto refrattari alle sirene dell’adulazione e dell’applauso.

BIZZARRIA DEGLI OGGETTI a cura di Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it

Baby Faemina Crema Caffè Macchina da caffè, design anni '60, piuttosto rara e ricercata dai cultori del modernariato, di difficile manutenzione per la impossibilità di reperire pezzi di ricambio, che, spesso, vengono ricostruiti dagli abili ed esigenti collezionisti. La FAEMA, Fabbrica Apparecchiature Elettro-Meccaniche e Affini, manifattura nata a Milano nel 1945, è elettivamente produttrice di macchine da caffè per "piccoli e grandi clienti" . Nel 1957 il signor Piero Papetti presentò a nome della Faema domanda di brevetto europeo per "macchina per la preparazione della crema caffè ad uso domestico" e ci siamo, è la nostra. Non mi sembra interessante dettagliarne il funzionamento, mi appassionano invece notizie di inoppugnabile e sicura bizzarria che ho trovato. Intanto esiste un libro del 1922 di tal Ukers titolato "La Bibbia del caffè", poi e qui sbaraglio, nel 1884 tal Giovanni Gotardo, operaio dell'Arsenale di Torino, ebbe

Dalla collezione di Rossano modo di inventarne una che da sola esprime l'eccezionale progresso della scienza e della tecnica. Trattasi di una " sveglia con caffettiera automatica, posta su un piccolo zoccolo, fra due recipienti, in uno si mette l'acqua e nell'altro, sopra una lamina finissima bucherellata, il caffè in polvere. Sotto il recipiente dell'acqua c'è un lumicino a spirito. Quando la sfera dell'orologio giunge all'ora fissata per la sveglia, un apposito congegno accende uno zolfanello che accende una candela che fa bollire l'acqua la quale, giunta al punto di ebollizione, filtra da un tubicino nell'altro recipiente. Durante questa filtrazione che dura alcuni minuti, un fischio abbastanza forte sveglia il dormiente...cessato il fischio, il lumicino si ritira dal recipiente dell'acqua e si limita ad illuminare la stanza; dopo pochi minuti il caffè è fatto..." L'articolo precisa che questa macchinetta non fornisce alcun aiuto nell'indossare le mutande o la camicia, anche se non esclude un suo successivo perfezionamento! Marguerite Duras raccoglieva nella sua cucina una ampia collezione di macchine da caffè, solo Moka Bialetti però, come documenta Sandra Petrignani nel suo ultimo libro, "Marguerite", in cui narra di lei, della sua vita e del suo scrivere. Ha anche avuto modo di vederle perchè suo figlio "Outa" Mascolo le ha lasciate al loro posto nella sua ultima dimora.


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LO STATO DELLA POESIA

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di Matteo Rimi matteo.simona@hotmail.it

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la fatica che spendi nel compiere un’impresa a rendere più soddisfacente il suo raggiungimento, è l’impegno che ti rendi conto di mettere in campo per arrivare alla meta a farti apprezzare di più il traguardo: il prodigio ed il limite della poesia sta proprio in questo. Perché leggere una poesia è un’operazione che solo apparentemente può essere associata al mero registrare parole per acquisire conoscenze, dato che in realtà capirla a pieno, lasciarsi penetrare da essa, è un atto che va a coinvolgere molti sensi come molta assenza di essi, molti piani della percezione come molti stadi temporali, ti impegna l’orecchio al suono, ti adatta l’occhio al bianco, ti riempie la bocca di sapori andati e presenti, ti sblocca meccanismi nel cervello che poi, come olio sulla ruggine, continueranno a smuoversi e a tirar su sipari polverosi. La poesia è come una ripida scalinata, ogni verso uno scalino su ognuno dei quali il respiro è diverso, inspirare in attesa dello sforzo, espirare liberando energia, a formare una rampa a volte indecifrabile mentre ancora la sali ma che si apre su panorami nuovi, che magari ti riempiono in altro ordine di visioni già avute.

Dans la ville blanche Deve aver pensato questo Andrea Ulivi delle Edizioni della Meridiana nell’asse-

gnare il compito di aprire la Notte Bianca, lo scorso 30 aprile, ad una lettura di alcuni tra i più bravi poeti fiorentini e non sul sagrato di San Miniato a Monte, mentre l’appagato sguardo abbraccia tutta la città e la rinnovata aria te la restituisce più docile e omogenea. Allontanarsi dalla città spendendo sudore e fiato per trovare un modo inusuale di riavvicinarsi a questa. Scorrere parole anche usuali ma intrise di luce nuova allontanandosi dal mondo per riavvicinarlo con altri occhi: mai luogo simboleggia

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più questo circolare muoversi con Firenze al centro, mai arte è nello stesso momento così vicina al sentire ma così lontana dal dire. A ricordare questa circolarità, nell’invitare i poeti a questo singolare evento (nomi importanti come Sauro Albisani, Pier Luigi Berdondini, Giancarlo Cauteruccio, Sergio Givone, Gabriele Lavia, Angela Torriani Evangelisti, un inedito Dario Nardella al violino, nomi doverosi come Padre Bernardo Gianni, nomi di amici come Alba, Rosaria, Lorenzo e Bernardo), Andrea ha chiesto di portare testi di chi, quest’anno, festeggerebbe una propria ricorrenza per la centesima volta: Divo Barsotti, Pietro Bigongiari, Dino Campana, Mario Luzi, Alessandro Parronchi, Dylan Thomas. Con questi numeri il cerchio per forza si chiude, la perfezione sopraffà il fortunato ascoltatore, la poesia diventa evento totale, riempie i tuoi sensi e torna ad essere dimensione unica e completa: Andrea Ulivi ha scelto questo luogo, San Miniato a Monte, per celebrare un rito di ricongiungimento dell’essere umano con una delle sue creature più alte, la poesia; io ne ho scelto un altro che tra poche settimane si riempirà a sua volta di poesia, riempiendo gli animi di tutti i partecipanti. Insieme.

ICON r.mosi@tin.it

La Mostra “Firenze, contrasti” rivolge una pluralità di sguardi a due parti contrastanti della città, da una parte le luci del centro storico con le vetrine dei grandi nomi della moda, dall’altra l’anonimato e, talvolta, lo squallore della periferia. In primo piano le fotografie realizzate da Roberto Mosi, insieme a uno sciame di poesie e altre scritture “a commento”, prodotte dai partecipanti alla Scuola di Scrittura Creativa della rivista Semicerchio. La Mostra si apre a Villa Arrivabene, Piazza Alberti, il prossimo 16 maggio, ore 17, e prosegue fino al 23 maggio – orario 9.30 -13.30. E’ promossa dal Quartiere 2 di Firenze e dalla Scuola, che quest’anno compie venticinque anni di attività. Sono presentate nella Mostra immagini di vetrine che riflettono scorci di strade e monumenti circondati, in più casi, dalla folla dei turisti, con un “paesaggio” di visioni e di “rinvii” che vanno oltre la realtà della moda e del lusso, per approdare all’evanescenza dei sogni. Il paesaggio che esplora il fotografo, cambia poi con il succedersi delle ore del giorno e della notte, per l’arrivo nelle vetrine di nuovi personaggi, nella forma di manichini. Nella periferia, invece, il fotografo si sofferma su nonluoghi, che non danno identità, fissati dall’obiettivo in una sorta di “iperrealismo”. E' così posto a confronto nella stessa Mostra, il realismo della vita quotidiana della periferia con le immagini fantastiche, riflesse delle vetrine della Moda, aperte su paesaggi “da cartolina”. Le poesie e le altre scritture unite da parte dei corsisti alle fotografie, riprendono, svelano il linguaggio delle imma-

Un dialogo fra foto e scritture gini, con parole essenziali, giocano, danno maggiore respiro alle prime impressioni del visitatore. I testi scritti sono fissati su strisce di carta, a portata di mano e possono essere raccolte: un semplice, coinvolgente omaggio. Dell’esposizione realizzata a Villa Arrivabene, fa parte anche una documentazione della ricca storia dei venticinque anni della Scuola di Semicerchio, fondata nel 1989 grazie alla collaborazione con il Quartiere 2. Questa esperienza si caratterizza per il coinvolgimento costante di autori di fama nazionale (poeti, come Luzi, Sanguineti, Bigongiari, Magrelli, De Angelis, …; narratori come Veronesi, Baricco, Carabba, Vichi, …. ), di scrittori di fama internazionale, come il premio Nobel Josif Brodski. Altra peculiarità del corso di Semicerchio è l’organizzazione di eventi internazionali che propongono temi di storia letteraria, unendo le lezioni di specialisti alla testimonianza degli autori. Sul piano tecnico, l’impostazione della Scuola è articolata per laboratori di produzione, presentazione e discussione di testi, e fornisce una formazione che va intesa nell’arco di più anni, incoraggiando il confronto con la produzione letteraria contemporanea. Si crea così una comunità di autori che si frequentano per lunghi periodi. I testi migliori prodotti durante i corsi, sono pubblicati su Semicerchio, a diffusione internazionale (Pacini Editore). Con la Mostra “Firenze, contrasti”, si affaccia dunque, in questo contesto, anche il dialogo tra fotografia e la scrittura.

SCAVEZZACOLLO

Il signore delle anguille

di Roberto Mosi

di Massimo Cavezzali cavezzalicartoons@hotmail.com

Signore delle anguille Facci scappare Dalla matrice originale Dall' inventarsi copia Dagli impossibili calchi Dalla traccia di ogni rimozione Dal prendere in prestito le qualita' Dall'autobiografismo simulato

Dal riflesso di ogni omissione Dall'ero io e adesso ancora di più Facci scappare Dalla luna nuova Dalla notte Dalla pioggia Dall'acqua torbida Dagli ami e dalle esche Signore delle anguille Fai più profondo il lago


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VISIONARIA

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di Simonetta Zanuccoli simonetta.zanuccoli@gmail.com

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uest’anno è la seconda edizione di Land Art nel bellissimo contesto dell’isola Sainte Marguerite, parco naturale di fronte al golfo di Cannes. La mostra, iniziata a fine marzo, durerà fino al 31 agosto. Le opere, che si possono “scoprire” nella folta vegetazione attorno allo stagno Batéguier, sono state realizzate con foglie, pietre, rami, pezzi di legno trovati sull’isola da 16 artisti, alcuni locali, altri giunti da molte parti del mondo. La Land Art nasce negli Stati Uniti attorno agli anni 70. Le forti spinte di rinnovamento sociale e culturale si manifestano nell’arte con la ricerca di forme espressive lontane dai confini ideologici tradizionali e dagli asettici spazi espositivi in un’esperienza vissuta e in quanto tale temporanea e mutevole. Da questa comune esigenza di un differente rapporto, più diretto, tra l’opera d’arte e ciò che la circonda, sia questo in un contesto naturale, sociale o architettonico, nascono differenti approcci creativi, a volte antitetici tra loro. Le opere della mostra Tra terra e mare nell’isola Sainte Marguerite si integrano perfettamente con la vegetazione fino quasi a confondersi con questa. L’occhio distingue a fatica ciò che è naturale da ciò che è manufatto. Completamente opposta l’interpretazione “urbana” della Land Art dell’artista giapponese Tadashi Kawamata. Le sue installazioni come quella apparsa sulla facciata di Palazzo Vecchio a Firenze o sugli edifici di place Vendome a Parigi creano invece un disturbo visivo, necessario, secondo l’artista, per esaltare il contrasto tra architetture classiche, simbolo di ordine e durevolezza, e la precarietà delle sue opere fatte con materiali poveri in costruzioni disordinatamente affastellate. Passeggiando per l’isola mi sono divertita a scoprire come anche la natura possa creare forme che hanno tutti i requisiti per partecipare all’esposizione Tra terra e mare. Improvvisamente mi sono apparsi tronchi di alberi che con i loro nodi creano volti o sfogliati ricordano le opere di Kawamata e allora mi sono venute alla mente le parole di Andrè Marchand: non ero io a guardare l’albero era piuttosto l’albero a guardare me.

La natura imita l’arte

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Guardo l'insetto, che guarda la crepa che si apre su una buca. Non so se è profondissima e di pochi centimetri. L'insetto sembra dirmi, ma so bene che sono io che mi sto parlando, -avvicinati, non aver paura, devi scoprire se si tratta di un abisso o di un piccolo avvallamento.

Disegni di Pam Testi di Aldo Frangioni

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OLTRE IL GIARDINO

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di Ines Romitti www.naturaprogetto.eu

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n questo inizio di maggio “pazzerello”, come del resto lo sono stati marzo e aprile, tutti gli appassionati di giardini sono invitati a partecipare ad un grandioso evento. Il sistema delle ville medicee toscane in blocco ha ricevuto il prestigioso riconoscimento da parte dell’UNESCO a far parte del patrimonio mondiale dell’umanità. Le celebrazioni sono iniziate ieri a Firenze, nell’Auditorium di Sant’Apollonia, con il Convegno internazionale di studi su: I temi e le metodologie di gestione nelle esperienze internazionali e nazionali emergenti, le Ville e i Giardini medicei in Toscana nella lista del Patrimonio Mondiale. Nella prima sessione esperti internazionali hanno messo a confronto le varie esperienze mondiali di Germania, Spagna, Giappone e Francia con alcuni esempi nazionali in particolare delle ville Sabaude in Piemonte e del Palladio nel Veneto. Nella seconda sessione il tema: Il sistema di gestione delle Ville e i Giardini medicei è stato approfondito da Isabella Lapi con l’intervento: Le Ville medicee nel quadro dei Siti Unesco della Toscana, da Alessandra Marino che ha esposto Gli elementi del giardino e aspetti di gestione e di conservazione ed infine da Cristina Acidini con Le Ville medicee, gemme della corona. I cerimoniali proseguono oggi alla Villa di Poggio a Caiano con la cerimonia ufficiale dei festeggiamenti per l’entrata dei 14 siti Ville e Giardini Medicei nel Patrimonio mondiale UNESCO e l’inaugurazione della targa. La villa viene aperta al pubblico con la possibilità di visitare gli appartamenti storici, il salone di Leone X e

Ville e giardini medicei

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il Museo della Natura Morta. Nel Giardino della Villa non può mancare una nota dolce e musicale con il taglio della torta seguito dal Corteggio storico e l’apertura straordinaria della fontana del “Mascherone” da cui sgorgherà del buon vino. Davanti la scalinata della Villa segue il Gran Galà lirico e per tutta la giornata nel centro storico si svolge il mercatino dell’artigianato. La manifestazione si concluderà domenica 11 maggio con l’inaugurazione delle targhe nelle rispettive ville con musica, spettacoli e visite guidate. In particolare alla Villa della Petraia è possibile visitare le sale con le “Lunette delle Ville Medicee” di Giusto Utens; nel Giardino di Boboli assistere al Concerto di musica classica della Scuola di Musica di Fiesole, mentre in quella di Cerreto Guidi allo spettacolo teatrale “Cosimo I in villa con la brigata” seguito da gruppi musicali, sbandieratori e degustazione di prodotti tipici; al Palazzo di Seravezza l’esibizione di sbandieratori e il concerto bandistico allietano un buffet e nel Giardino di Pratolino si può assistere allo spettacolo della funky marching band e a esibizioni di falconeria accompagnati da bruschette e vino; a Villa la Magia si svolge un concerto di Mauro Pagani con brani di Fabrizio De Andrè e in quella di Artimino la lezione- concerto del Premio Oscar Nicola Piovani, infine nella Villa del Poggio Imperiale danze con degustazioni di piatti dell’800 fiorentino. Si potrà così ammirare come tra i giardini e le ville sussista un’armonia precisa, un legame inscindibile e un rapporto chiaro e matematico che favoriscono la loro valorizzazione.

patrimonio dell’umanità

MENÙ di Michele Rescio mikirolla@gmail.com

La Triglia di scoglio ha carni pregiate molto apprezzate dai consumatori del Sud ed era già conosciuta nell’antichità dai Greci e dai Romani. Questi ultimi in particolare ne apprezzavano le carni e molti Autori al riguardo ne esaltano le qualità delle carni. La Triglia di scoglio da un’analisi dell’Istituto Nazionale della Nutrizione è classificabile come pesce semigrasso e discretamente digeribile. Il valore nutrizionale di Mullus surmuletus è alto come in tutti i pesci per l’elevato apporto proteico, vitaminico e di minerali, primi fra tutti fosforo e ferro. Infatti 100 g di parte edibile (carni) di Triglia di scoglio contengono 15.83 g di proteine, 1.09 g di carboidrati, con un contenuto medio in grassi (6.27 g) ed un alto contenuto in vitamine quali la A (100 UI), la B1 (80 mcg), la B2 (210 mg) e di minerali quali il Calcio (38 mg), il Fosforo (264 mg) ed il Ferro (1.2 mg).  I nomi dialettali disponibili in letteratura sono: Trigghia i morsu (Calabria)

Triglie marinate in foglie di vite

Treglia `e morza, Treglia verace (Campania); Barbòn, Barbòn de nassa (Friuli Venezia Giulia); Barbone di scoglio, Rosciolo (Marche); Tregghia d’aspro, Tregghia de petre (Puglia);

Sparacalaci, Trigghia d’arca (Sicilia); Trigghia birdu, Trigghia de erba (Sardegna); Triglia maggiore (Toscana); Barbon, Tria (Veneto). Ingredienti per 4 persone: 8 triglie, prez-

zemolo, 3 spicchi d’aglio, olio extra vergine di oliva, 8 foglie di vite Preparazione: eliminate le interiora, squamate e lavate le triglie in acqua corrente, asciugatele con carta assorbente e mettetele da parte. Preparate una marinata con aglio e prezzemolo tritato e sale. Adagiate le triglie in una zuppiera che le possa contenere tutte e versateci sopra la marinata. Con un cucchiaio girate le triglie più volte in modo da insaporirle per bene, poi mettetele in frigo per 1 ora circa. Lavate e asciugate le foglie di vite. Stendete sul tavolo da cucina due foglie una sull’altra. Su ognuna delle doppie foglie posateci due triglie con un po’ di marinata, arrotolate le foglie sul pesce e fatene un fagottino, allineate i fagottini in una teglia e infornate. Fate cuocere per 1/4 d’ora alla temperatura di 250°. L’ideale sarebbe farle cuocere sulla brace.


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GALLERIE&PLATEE

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di Claudio Cosma claudiocosma@hotmail.com

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ensus luoghi per l’Arte Contemporanea, 10 maggio 2014 dalle 18 alle 20 in galleria e poi alla Fondazione Sensus di Firenze il Blog GUAIzine verrà presentato come un lavoro d’arte, non per gli argomenti trattati, vicini al “fare” delle arti visive, ma per la sua specifica modalità  di presentarli. GUAIzine si serve delle immagini che prende dal mondo, nel momento nel quale avvengono, componendole con la maestosità ascensionale di una cattedrale, similmente alla grande basilica di Gaudì, la Sagrada familia, in un perenne divenire di spinte architettoniche e nel mirabolante luccichio delle sue vetrate policrome. Allargare la capacità di comprendere le molteplici vie del web ed estendere ed equiparare  l’impetuosa sequenza di informazioni contenute nella figurazione del blog GUAIzine ad un lavoro d’arte sarà il compito della serata. Per esemplificare l’accadimento è stato scritto un piccolo testo di presentazione: Guaizine, una scacchiera di desideri. Guaizine produce il suo proliferante mondo con una attitudine condivisa dal fare arte contemporanea. Come molti artisti rielaborano l’esistente combinandolo all’interno di una rete di segni e di codici che ne aumentano o ne diminuiscono il significato, così Guazine da questo caos costituito dal mondo rappresentato, cerca un suo specifico ordine. Selezionati i soggetti portanti, costituiti da immagini reali del mondo dell’arte, della moda, del cibo, colte nel dispiegarsi della vita quotidiana, il blog li inserisce in una griglia fluida ed organica dove ogni segno scelto interagisce per omologia,

Guazine il mondo rimescolato ad arte

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creando un nuovo protocollo estetico e vitale la cui qualità consiste nell’agire biologico del sistema mentale della libera associazione. La tecnica è quella del Dj nel mescolare, ma quella dell’esperto nel selezionare. Un tratto speciale è la capacità di fare “in solitario” che lascia supporre il dono dell’ubiquità, tanta è la ricchezza dei materiali elaborati e riproposti alla visione, ma ancora più sorprendente è la selezione e la ricollocazione delle immagini in un catalogo selezionato di priorità culturali. Guaizine sceglie per noi dall’incommensurabile mondo dell’informazione le forme e gli stili, interrompendo così quella forma “passiva” che le informazioni poste in rapporto egualitario dai media, non ci permettono di organizzare nei loro propri livelli di priorità. Finalmente il blog Guaizine pensa per noi e scegliendo o scartando le immagini dalla vita che ha scelto di veder rappresentata nel suo compiersi ci porta a scoprire attraverso una sua specifica sceneggiatura i simboli, gli arcani, le reliquie e i feticci di ciò che consideriamo glamour e desiderabile. Alle 6 di mattina la proiezione del blog GUAIzine prosegue sulla parete della stanza orientale e sarà visibile dalle vetrate su viale Gramsci.

GRANDI STORIE IN PICCOLI SPAZI di Fabrizio Pettinelli pettinellifabrizio@yahoo.it

La Commissione Toponomastica del Comune di Firenze ha fra i suoi compiti quello di armonizzare le denominazione delle strade e delle piazze, scegliendo per ogni zona un tema al quale attingere: musicisti a San Iacopino, pittori e scultori all’Isolotto, regioni italiane alle Piagge e via dicendo. Per il quartiere del Salviatino, sviluppatosi intorno al 1960, si scelsero personaggi e luoghi legati al Risorgimento, avendo come punto di partenza il Viale dei Mille, nome che aveva assunto nel 1910 il vecchio Viale Militare. Purtroppo il Risorgimento fiorentino era già stato saccheggiato per la zona centrale della città (da Ricasoli a Ridolfi, dal Ventisette Aprile a Dolfi) e si dovette quindi ripiegare verso “altri lidi”. Se si prende ad esempio la zona a monte di Via delle Cento Stelle, non c’è un personaggio in qualche modo legato a Firenze nemmeno a cercarlo con il lanternino: don Giovanni Verità

Piazza Vincenzo Fardella di Torrearsa

Siciliani a Firenze, fiorentini a Torino

fu un sacerdote romagnolo che aiutò Garibaldi durante la fuga da Roma, Cristina di Belgioioso un’aristocratica milanese vicina alla Carboneria e a lungo esule a Parigi, Francesco Nullo un bergamasco, uno dei Mille, caduto combattendo per l’indipendenza della

Polonia, il grossetano Giuseppe Bandi svolse tutta la sua attività a Livorno, dove fondò “Il Telegrafo”, antenato dell’attuale “Tirreno”, i fratelli Bronzetti erano due patrioti lombardi, Giuseppe Sirtori, di Lecco, combattè in tutte le guerre del Risorgimento, fu eletto deputato, ma non risulta sia mai neppure passato da Firenze. E’ pur vero, però, che tutte queste strade confluiscono in Piazza Vincenzo Fardella di Torrearsa, personaggio, lui sì, che ebbe un forte legame con Firenze. Nobiluomo di Trapani con idee progressiste, aveva sempre osteggiato i Borboni, partecipando alla rivoluzione siciliana del 1848-1849 ed essendo poi costretto all’esilio in Francia. Rientrato a Trapani dopo lo sbarco di Marsala, divenne governatore provvisorio della Sicilia e nel 1861 venne

eletto deputato. Dopo un breve periodo come ambasciatore italiano in Svezia, Bettino Ricasoli, fresco Presidente del Consiglio, lo scelse come Prefetto di Firenze, dove il marchese restò dal novembre 1861 al settembre 1864 e fu l’uomo che gestì il delicatissimo passaggio della capitale da Torino a Firenze, partecipando direttamente alla stesura della relativa legge, promulgata il 9 dicembre 1864. Per inciso il 21 settembre di quell’anno la “Gazzetta di Torino” aveva anticipato il contenuto della legge, e una folla di dimostranti si era accalcata in Piazza Castello sotto le finestre dell’ ufficio di Ubaldino Peruzzi (fiorentino, Ministro dell’Interno del governo Minghetti), che era stato ritenuto responsabile dello “scippo” della capitale: nei due giorni di disordini si contarono decine di morti e centinaia di feriti. Nel frattempo il marchese Vincenzo, ormai senatore, era già tornato a Roma e stava per diventare il primo Presidente dell’assemblea di Palazzo Madama


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L’ULTIMA IMMAGINE

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Kentucky Fried Chicken, San Jose, California, 1972

berlincioni@gmail.com

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni

Un capitolo a parte nella mia esperienza californiana spetta alle varie tipologie di catene “Fast Food” che costellano tutta la California, o per essere più precisi, tutti gli Stati dell’Unione. Mi limiterò nella descrizione a quelle principali e naturalmente quella del “Colonnello Sanders” non poteva certo mancare. Harland Sanders aprì il suo primo ristorante nel 1930, proprio nel periodo della Grande Depressione. Il pollo fritto, tipico della cucina del Kentucky ed in genere in tutti gli altri stati del Sud fu presto proposto anche nel resto degli Stati Uniti. L’avventura iniziò nello stato dello Utah e girando personalmente da uno stato all’altro questo abile imprenditore riuscì a creare una rete in franchising davvero capillare. Nel 1964 vendette tutti i suoi interessi nell’impresa per la strabiliante cifra di 2 milioni di dollari. Diventata una public Company, la catena fu inserita nel 1966 nel listino dello Stock Exchange di New York.


Cultura Commestibile 75