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DA NON SALTARE

Il giovane Pratolini

Siria

Come è stata evitata la guerra Peace heroes: the true story of how Italian Parliament members avoided war to Syria. Manciulli and Scilipoti mediators with Syrian delegate to U.N. during last General Assembly session:

Siliani a pagina 2

PICCOLE ARCHITETTURE La chiesa avventista a Careggi

Stammer a pagina 5

GALLERIE&PLATEE

Viaggio in Oriente

Cosma a pagina 7

ISTANTANEE D’ARTE La leggerezza di Buscioni

RIUNIONE DI FAMIGLIA a pagina 4

Renziani su Bari

Il 25 ottobre a cena con Cultura Commestibile

Monaldi a pagina 6


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di Simone SIliani s.siliani@tin.it

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ento anni dalla nascita di Vasco Pratolini e Firenze lo ricorda con un’intensa serie di iniziative (mostre, rassegne cinematografiche, visite guidate nei suoi luoghi, un convegno internazionale) e c’è da sperare che, dopo la ricorrenza, resti la consapevolezza della rilevanza di questo scrittore che non è affatto fiorentina. Voglio dire che Pratolini ha segnato una presenza nella letteratura e nella cultura italiana non in quanto interprete di una Firenze ben circoscritta nel tempo e nello spazio. Molti critici lo hanno da tempo inserito nel posto che merita nella storia della letteratura italiana del Novecento e il convegno che si è svolto nei giorni scorsi a Palazzo Vecchio lo ha ribadito. Qui vorrei soltanto richiamare uno dei passaggi meno studiati, forse, della sua esperienza culturale che pur svolgendosi a Firenze, lo rende parte di un movimento politico-culturale ben più ampio: si tratta degli anni giovanili, prima di diventare scrittore, nel passaggio dalla militanza pubblicista politico-culturale nel “Bargello”, settimanale della Federazione del Fascio di Firenze (fondata Pavolini), attraverso il Fascismo di sinistra, fino alla critica e al distacco dal regime. Con lui, una generazione di giovani intellettuali nati nel Fascismo segue una traiettoria analoga: Elio Vittorini, Romano Bilenchi, Alfonso Gatto e poi Macrì, Cordiè e molti altri. Come avvenga quel passaggio, con quali strappi, attraverso quali maturazioni e contrasti: questo mi interessava quando ho iniziato nel 1987 il lavoro sulla mia tesi di laurea e mi misi in contatto, fra gli altri, con Pratolini per chiedere la sua autorizzazione a leggere la corrispondenza con l’allora direttore della rivista Gioacchino Contri. Più volte ho ripreso in mano la sua lettera di risposta, scritta a macchina su carta velina leggera, in cui mostrava tutta la sua fragilità dell’epoca: erano lettere del periodo che “come tubercolitico trascorsi in sanatorio, prima ad Arco di Trento, poi a Sondalo in Valtellina”, un periodo che non voleva rievocare, in cui non c’entrava il “Bargello” ma semmai la richiesta di qualche aiuto economico. Così lontano appariva da quel giovane di 29 anni che nel 1932 iniziò la sua collaborazione al settimanale e la proseguì fino al 1939, pubblicando oltre 120 articoli di politica estera, di politica economica, di politica culturale, di critica letteraria e otto brevi racconti (alcuni dei quali confluirono nella prima raccolta, “Il tappeto verde”, pubblicato da Vallecchi nel 1941): interventi pugnaci, polemici, taglienti, impegnati. L’engagement del Pratolini di allora nella politica fascista non era meno netto di quello del Pratolini comunista nel dopoguerra. Ma proprio gli anni fra il 1936 e la guerra furono quelli in cui maturò in lui e nei suoi “amici” (non a caso ti-

Il giovane

Pratolini

tolo del libro di Bilenchi che narra quegli anni) il distacco dal regime. Che fu di natura politica: la guerra di Spagna nella quale Vasco prese le parti dei repubblicani, per quanto solo un anno prima entrò deciso nel fuoco della polemica sull’impresa coloniale italiana in Abissinia che lui vedeva come il banco di prova del corporativismo fascista; poi, più tardi le leggi razziali. Ma la rottura fu non meno significativa sul piano della po-

litica culturale. Anche qui, prima Pratolini fu attivo sostenitore del ruolo “fascistissimo” dei Littoriali della Culturale e dell’Arte (Pratolini si impegna perché anche i giovani lavoratori vi possano partecipare e per l’istituzione dei Littoriali del Lavoro, intendendo così porre il problema politico di una soluzione originale al rapporto fra lavoratori e intellettuali con un ruolo determinante delle giovani generazioni). Ma, attraverso la rottura con la tradizione letteraria ottocentesca e anche con lo sperimentalismo degli inizi del secolo, Pratolini percorre una strada che progressivamente lo allontana dal Fascismo. Palazzeschi e Tozzi sono i punti di riferimento di questa rivoluzione: “Noi giovani si dovrebbero avere idee chiare, ormai, ed alla voce ‘romanzo’ – messi in pari con Palazzeschi – fermarsi a Tozzi ed a Verga Con questi contadini e con questi pescatori [“Podere” o “Malavoglia”] c’entrano aria sana ne’ polmoni e ci giova allo spirito” (1935). Ma soprat-


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In occasione del centenario della nascita dell’autore di Metello e di un convegno fiorentino a lui dedicato ripercorriamo i primi anni della sua carriera letteraria

tutto Bilenchi: Pratolini vede nel suo “Capofabbrica” il prototipo del nuovo romanzo “popolare e universale” ed è la dimostrazione che “ai migliori di noi non è necessario, per esprimersi, di vestire i propri personaggi in camicia nera né di arruffianare alla profondità dei loro gesti il sacro dell’idea ed il culto degli eroi”. Lo stile asciutto, il narrare essenziale di Bilenchi è per Pratolini la più alta sintesi fra parola e vita, fra scrittura e realtà che rappresenta il tratto di continuità con quello che sarà il neorealismo dell’immediato dopoguerra, ma anche il punto di contatto con le problematiche ermetiche cui Pratolini con Alfonso Gatto saranno vicini nella fondazione nel 1938 di “Campo di Marte”. Ma soprattutto Pratolini evidenzia il ruolo rivoluzionario della nuova generazione letteraria: movimento, rifiuto della cristallizzazione della poesia in “scuole” preclassificate, rifiuto della polemica letteraria e di impostazioni culturaliste della

poesia. Quindi l’opposizione alla proposta di Bontempelli di ricostruire la Torre Eburnea fondata su un formalismo letterario insopportabile per questi giovani scrittori. Meglio gli scrittori “cacastecchi” (gli ermetici, ) che gli scrittori “lavapiatti”, la cui “rigovernatura” ha svuotato di contenuti artistici la produzione letteraria. La nuova poesia si fonda sul presupposto dell’autonomia della letteratura dalla politica. In un articolo del 1936

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sul libro di André Gide, “Retour de l’URSS”, Pratolini evidenzia come il maggior rischio per l’arte in un paese in cui la rivoluzione va al potere è l’ortodossia: “L’arte che si sottomette ad un’ortodossia, sia pure a quella della più sana dottrina è perduta. Essa intristisce nel conformismo. Poiché la rivoluzione trionfante può e deve offrire all’artista prima di tutto la libertà. Senza di essa l’arte perderebbe valore e significato”. Anche le prime prove narrative di Pratolini (otto brevi racconti-ricordi inaugurati da Racconto di un amore vero del settembre 1934) si pongono in questa prospettiva “rivoluzionaria”. In linea, a mio avviso, con l’essenza della prima raccolta de “Il tappeto verde” che non può essere ridotta ad un realismo lirico della Firenze della metà degli anni ‘20, bensì la metafora del passaggio dal mondo mitico, atemporale e immobile della pre-coscienza (quando tutto è simbolo e sovrumano) a quello codificato e circoscritto della coscienza. Nel mondo pre-cosciente dell’adolescenza le cose “significano” oltre la propria collocazione spazio-temporale e richiamano ad una meta-realtà. E’ il caso di Foppo di “Una giornata memorabile” una creatura “sorpresa di vivere, sempre meravigliato e bisognoso di meraviglie”; o della platea del cinema “Garibaldi” i cui ingresso è controllato da “una rattrappita creatura di quaranta o di cent’anni”. Così il racconto “La mano” che, in realtà è del 1938 e pubblicato su “il Bargello” con il titolo “Elemosine”. La carica simbolica di cose e personaggi consente di riattivare, attraverso i meccanismi della memoria, la realtà del mito in queste prime prove pratoliniane; vere e proprie epifanie. Penso al personaggio-mito di Santini, l’accenditore-erbivendolo del racconto “Giornale di Bellaria” sempre del 1938, figura esterna al mondo civile, gestore del tempo, che “nella repubblica dei teppisti era la persona onorata che godeva fiducia e rispetto, ma anche là dentro l’accenditore viveva all’esterno”. Sono racconti, quelli pubblicati su “il Bargello” e quelli compresi nel Tappeto verde, che progressivamente espungono la retorica politica, il realismo narrativo per entrare in una dimensione mitico-simbolica certamente più vicino alla letteratura europea del Novecento che non a quella provincilae italiana. Così, se un sentiero di ricerca interessante resta ancora aperto nella biografia letteraria di Pratolini, a mio avviso è quello di uno appartenente ad una generazione di giovani intellettuali italiani che, nati nel Fascismo, vi aderiscono in quanto rivoluzione, ne comprendono l’involuzione in regime totalitario di massa e iniziano un progressivo distacco anche in relazione alla letteratura europea che in Italia si collega alla poetica ermetica, fino ad approdare ad una ipotesi diametralmente opposta sul terreno ideologico.


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RIUNIONE DI FAMIGLIA

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LE SORELLE MARX

Renziani su Bari

(da una cronaca dell’Istituto Luce)

Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012 direttore simone siliani redazione sara chiarello aldo frangioni rosaclelia ganzerli michele morrocchi progetto grafico emiliano bacci editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze contatti

www.culturacommestibile.com redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.facebook.com/ cultura.commestibile

Con la cultura non si mangia Giulio Tremonti

Finzionario

di Paolo della Bella e Aldo Frangioni

Si fosse foco mi riscalderei s'i fosse vento mi starei al fresco s'ì fosse acqua mi disseterei s'i fosse Dio farei quel che mi pare s'ì fosse papa girerei il mondo ché tutti i cristian conoscerei...e via così. L'Angiolina Cecchi Tempesti, che si presenta come discendente del Grande Angiolieri, riscrive, con una banalità che certe volte, sicuramente lei inconsapevole, sfiora l'assurdo, tutto l'opera del poeta senese della fine del dugento. Un lavoro non privo di qualche interesse, soprattutto per le Edizioni La Rete che, come si sa, sforna a pagamento tutto quanto i poveri cristi illusi poeti le sottopongono.

In un tripudio festante di bandiere multicolori, s’appressa allo scalo dell’aerovia di Peretola un manipolo di 94 renziani eroi condotto dall’indomito suo duce verso la meta del Meridione da dove si diparte la marcia fiera e irresistibile alla conquista del Democratico Partito. Fra squilli di trombe e con sprezzo del pericolo per l’avventurosa conquista, il gotha renziano s’imbarca sul monoplano a reazione. Vessilli e vessilliferi sono tutt’uno nell’ardimentosa impresa, mentre l’intrepida Giani Lorenza cede il drappo del comando cittadino al non men coraggioso Gianassi Federico. Mentre fra frizzi, lazzi e maschie strette di mano il duce appella il sonnolento Nardella Dario e irride al multipresente Giani Eugenio, il pilota dirige l’aereo verso Bari. La tesoriera e organizzatrice del fascio combattente Cappelli Marzia incassa e conta la retta che ciascun dei 94 eroi ha stoicamente sborsato per contribuire all’impresa. Giunti all’agognata meta, si dispiega l’adorante popolo renziano in grida di giubilo e pugnace ardore, dietro il labaro trionfale garrente al vento sorretto dalla marmorea mano del sindaco del contado urbano Gheri Simone. S’esalta il popolo festante al grido d’assalto del duce rignanese e a tarda sera, stanco e ubriaco di vittoria, il manipolo degli eroi fiorentini s’invola verso il natio suolo. Con l’altoparlante tennologico, non pago ancora, il Matteo nazionale ringrazia i suoi eroi, fieri alfine di un sì fiero conducator. Solo i due ideologi del rivoluzionario movimento, Lotti e Bonifazi, sono ancora instancabili al lavoro e con fonografi moderni impartiscono ordini informatici in ogni angolo del globo terracqueo, giacché in quota meglio lavora il cervello rivoluzionario. Mentre Bonafé, Danti e Giachi (com’altro nomare questi eroi?) proclamano trionfanti in coro: “Bari è renziana!” In un angolo s’isola mesta la Di Giorgi Rosa Maria meditando le parole del bollettino di vittoria di Armando Diaz: “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”


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PICCOLE ARCHITETTURE PER UNA GRANDE CITTÀ

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di John Stammer

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egli ultimi anni l’area di Careggi ha cessato di essere nella memoria pubblica alternativamente la sede del maggiore policlinico dell’Italia Centrale o la sede della principale villa medicea di Firenze, e ha iniziato a contenere nuove architetture. Lo ha fatto in modo pacato, come si addice ad un’area collinare e di prestigio. Ma le nuove architetture ci sono. Nuove architetture non solo collegate alla sua ormai decennale vocazione alla cura delle persone, ma anche alla "cura delle anime". E’ difficile incontrare una chiesa contemporanea che sembri una chiesa e prometta di esserlo. A Careggi c’é. Si tratta delle Chiesa Avventista e del collegato Centro per le attività religiose e si trova in posizione defilata, appunto per non dare troppo nell’occhio, proprio all’imbocco di via del Pergolino. Ma se si vuole utilizzare l’occhio si potrà vedere una delle più innovative architetture ecclesiali degli ultimi anni. La novità sta nel fatto che non ci sono novità, che la chiesa è esattamente quello che deve essere e cioè una classica chiesa, come la disegnerebbero i bambini della scuola dell’infanzia. E poco distante il Centro per servizi si colloca nel paesaggio delle colline con le sue forme elementari e semplici che confermano la vocazione alla "semplicità" di Andreini. Ma come è noto la strada per la semplicità è irta di ostacoli, e bisogna ben conoscerla per percorrerla senza incidenti. Il progetto, avviato nel 2003 e completato per la chiesa nel 2007 e per il centro religioso nel 2012, rappresenta un evidente eccezione lessicale nel contesto dei grandi padiglioni ospedalieri. Un linguaggio che ha molto di familiare con le architetture della campagna toscana, che si possono vedere nelle immediate vicinanze, ma che manifesta anche una "diversità", una ricerca della "modernità" che si nota in modo completo nella linearità delle forme elementari e nei particolari della costruzione, e che restituisce allo sguardo una architettura nuova ma familiare. Lo stesso progettista, Mauro Andreini, nel descrivere la sua opera riconosce " "la ricerca di un linguaggio conosciuto e riconoscibile che si materializza sin dalla aggregazione delle parti componenti: la Chiesa –elemento primario dell’intero complesso-, il Centro per le attività religiose ed il Campanile. I tre elementi sono composti ed uniti a formare una corte interna, semiaperta verso il fronte città, sulla quale convergono tutti i principali accessi verso l’interno.Il tutto composto in un impianto geometrico distributivo di semplice ed immediata comprensione." L’opera di Mauro Andreini si caratterizza quindi per una compostezza for-

La chiesa ed il complesso Avventista di Careggi di Mauro Andreini

male e una definizione delle forme e dei volumi cosi nitidi come se emergessero dai suoi acquerelli e dalle sue visioni. Perchè Andreini lavora con le pietre e con il ferro ma anche con il pennello e con i colori. I suoi acquerelli e i suoi disegni sono stati oggetto, nel lontano 1987, di uno scritto di Giovanni Klaus Koenig, uno dei suoi maestri, di cui uno stralcio riportiamo in chiusura. Tanta fatica, tanta ricerca non sono giochi o tanto meno divertissements , ma prove d’artista, che sa quanto difficile sia oggi maneggiare le forme architettoniche senza cadere nel neoclassicismo rétro o nel neo futuribile alla Blade Runner Forse per non cadere in questi facili pericoli Andreini ha scelto Firenze per disegnare e laurearsi in architettura, rischiando l’isolamento e raddoppiando le sue fatiche; se fosse a Venezia sarebbe accolto a braccia aperte dalla grande parrocchia della Tendenza, ma forse perderebbe parte della sua originalità. E’ ancora troppo presto per dire se resterà un grande disegnatore come Scolari, oppure se nascerà un robusto architetto con una fisionomia tutta propria: cosa che, a questi lumi di luna, sarebbe da salutare con una salva di cento cannonate, come per l’arrivo di un re. Personalmente, opterei per questa seconda evenienza. Come è evidente l’architetto Andreini ha saputo trasfondere dai suoi acquerelli tutte le forme e i colori dell’architettura, e lo ha saputo fare con coerenza e con attenzione a non tradire la leggerezza e la sobrietà del disegno.


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ISTANTANEE AD ARTE

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di Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com

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in dagli anni Sessanta Umberto Buscioni si dedica a uno stile pittura ispirato alla leggerezza e alla fluidità, grazie alle quali ogni elemento artistico converge in una sintesi di metamorfosi e armonia. Da un esordio informale, nel 1966 entrò a far parte della poetica della Scuola di Pistoia (con Roberto Barni e Gianni Ruffi), un’interessante risposta italiana alla Pop Art, sebbene con stilemi sperimentali e innovativi rispetto al canone, caratterizzati da un’incessante ricerca sull’uomo, sul quotidiano e sull’ironia dei molteplici e ambigui sensi comuni. Un’esperienza artistica, attraverso la quale l’artista ha maturato la propria personalissima linea di tendenza, ove il linguaggio formale si fa figura eterea e il mondo visivo trascende una dimensione intimamente riflessiva e interpretativa. Umberto Buscioni unisce l’oggetto quotidiano con la sfera più profonda dell’esistenza, in una dimensione magica e sospesa, tuttavia analitica nella decantazione di falsi miti, sensi comuni e riflessioni personali. Nelle sue opere è possibile leggere un intreccio di tematiche e contenuti che, in un eterno ritorno, mettono in luce l’orientamento contemporaneo alla rarefazione del pensiero e della reale percezione delle cose. Armonia di forme e colori, leggerezze e trasparenze, delicatezza e precisione nell’uso della linea, denotano nella prassi artistica di Umberto Buscioni un particolare sguardo a metà strada fra realtà e finzione, come se il punto di vista da donare al fruitore d’arte fosse quella peculiare attenzione alla naturalità dell’esistenza, connessa e opposta ai sensi prodotti dalla cultura. L’artista gioca con le infinite possibilità del pensiero umano, destinato dal-

Buscioni

Fluido leggero armonico sulla concretezza fisiologica e vitalistica dell’esistenza quotidiana, in virtù della quale tempo e spazio hanno un ruolo decisivo. Si tratta di una poeticità volta alla rappresentazione delle evanescenze della vita di tutti i giorni; una metafora comunicativa sul reale; una pittura catartica capace di donare piena dignità culturale alla semplicità; un’esperienza artistica con la quale l’artista accompagna il let-

l’istinto a creare simboli e analogie evocative, come presa di coscienza del tempo che fluisce sulle cose del mondo e resta uguale a se stesso, nonostante i rinnovamenti interpretativi e i cicli culturali. La materia pittorica è, per l’artista, una vera e propria presa di posizione

Quattro opere di Umberto Buscioni. Dall’alto Tendina, 1965 Olio su tela, Testimoni di fuoco, 1987 Olio su tela, La luce verde, 1967 Smalti e matita su cartoncino e Al di là del cielo, 1968 Olio e smalto su tela Collezione Carlo Palli, Prato

tore verso una visione primigenia, liberata dalle informi visioni contemporanee. Contro tutte le banalizzazioni, la figurazione di Umberto Buscioni riporta l’oggetto estetico a un grado zero di contemplazione, dal quale è possibile tratteggiare un nuovo percorso di scoperta e progresso, al di là del tempo che tutto vanifica, con un’idea d’immagine che si spoglia del proprio ancestrale significato di simulacro culturale.


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GALLERIE&PLATEE

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di Claudio Cosma claudiocosma@hotmail.com

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i capita spesso di compiere viaggi per andare a vedere una mostra, anzi, direi che che oramai mi muovo solo per quello e quindi andare nel Qatar, a Doha per l’esposizione “L’age d’or” di Adel Abdessemed, curata da Pier Luigi Tazzi è rientrato nell’ordine delle cose e già che ero arrivato fino lì ho dato un’occhiata a quello che di contemporaneo succedeva, e in effetti il 5 ottobre e i giorni successivi c’era un curiosa concentrazione di eventi, con una certa presenza italiana. La città di Doha è naturalmente invivibile, non per la presenza di abitanti, residenti e cittadini che sono tutti gentilissimi, ma per un’aria infuocata e una umidità perenne che sale dal mare che l’avvolge in una polverosa nebbiolina, che sbiadisce il cielo immaginato azzurro carico come lo si vedeva arrivando in aeroplano in un ceruleo pallido che dà un’aria calcinata alle cose. La città inoltre è un perenne cantiere in previsione dei mondiali di calcio del 2022, vengono rasi al suolo interi quartieri e zone vastissime, viene spostato il porto, costruito un nuovo aeroporto, dove, ho sentito dire verranno collocate due sculture di Adel Abdessemed, già acquistate. La vita umana (in quattro giorni ho visto un solo animale, un gatto tigrato in un bar del suk) si svolge negli interni climatizzati, di alberghi, musei, taxi, centri commerciali, case e palazzi. Case, palazzi? Direte voi, ma quali case o palazzi un infedele può praticare in un viaggio di soli quattro giorni in uno stato dove anche il solo conoscere un autentico qatarino diventa un fatto straordinario? Ebbene l’invito ricevuto dalla direttrice del Mathaf (Arab Museum of Modern Art), Sua Eccellenza Sheikha Al Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al Thani, che è la sorella del Califfo, prevedeva una cena dallo Sceicco Hassan bin Mohammed bin Alì Al Thani, cugino del Califfo, la cui collezione di arte contemporanea è stata la base sulla quale è stato costituito il Mathaf. Quindi mi sono recato a cena da un membro della Casa Regnante, non proprio a casa sua, ma in una delle residenze usate per i ricevimenti, che in ogni caso era arredata con un gusto non vicinissimo al nostro, ma con diversi pezzi di arredo firmati dall’ebanista Carlo Bugatti, di cui vado pazzo e che ho fotografato, dopo aver chiesto il permesso, per non incorrere nelle ire di Sua Eccellenza, non si sa mai. Nel girare in macchina, un po’ per caso, un po’ perché lo sapevo, sono passato davanti alla geometrica e minimale costruzione che ospita lo spazio Al Riwaq, completamente ricoperto dalle pillole colorate di Damien Hirst, al cui interno si sarebbe inaugurata da lì a due giorni una sua personale con due squali in formaldeide e vari teschi tempestati di diamanti. La mostra, curata per l’appunto da un famoso fiorentino, comprendeva anche una serie

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Viaggio in Oriente

Capitolo 1

Sotto Damien Hirst, The Miraculous Journey, sopra Richard Serra, 7. In alto Damien Hirst, Relics, intervento sulle pareti esterne del Al Riwaq 

di quattordici palle o sfere bianche (enormi, 46 piedi), piazzate di fronte al Sidra Medical and Research Center, che una volta scoperte dal tessuto che le ricopriva, direi come una placenta, rivelavano altrettante sculture di bronzo rappresentanti dei feti nelle varie fasi della gravidanza, dal titolo “The Miraculous Journey”. Una specie di Specola le cui statue scientifiche fossero realizzate col bronzo al posto della più inquietante cera, a spiegare il mistero dalla nascita, che sembra non entusiasmi i locali che già chiamano l’autore Alien Hirst. Altre presenze contemporanee sono un ragno imponente di Louise Bourgeois al Qatar National Convention Center e la Mostra di Francesco Vezzoli di star hollywoodiane e donne di potere (probabilmente colte mentre facevano l’uncinetto, ma la mia è solamente una ipotesi in quanto l’ingresso all’esposizione era per inviti e rigorosissima, tanto che hanno buttato fuori perfino il Tazzi che non aveva con se l’invito), al Katara Museum Autority. Sempre in quei giorni la sede qatarina di Sotheby’s batteva all’asta alcuni Warhols, tra cui “ Liz#1 (Early Colored Liz) del 1963, al Katara Art Center, Vezzoli e Sotheby’s, vicinissimi all’albergo dove stavo e dove Vezzoli aveva organizzato un cocktail su una delle terrazze. Girando sempre in taxi trovo un Richard Serra di fronte al Museo Islamico, sul mare, formato da quattro grandi lastre di ferro leggermente inclinate che sembrano, come al solito, stare su per miracolo, concedendogli quella grazia che trasforma il ferro in petali di rose, curiosamente, visto dalla parte opposta del lungo mare sembra, per la sua costituzione astratta, un mozzicone di sigaro toscano. Nella prossima puntata la mostra di Adel Abdessemed, L’Age d’or curata da Pier Luigi Tazzi. Da questa mostra, il 14 ottobre, è stata ritirata l’opera video “Printemps”, descritta nella prossima puntata.


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ANTIQUARIUM

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di Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it

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rima l’evento “Vernissage”. Di sicuro non tacerò la assoluta ed inutile logorrea dei politici, a partire dal Sindaco Bartolini, che ha assorbito un tempo lunghissimo sottraendo, di fatto, a curatori e uomini e donne addetti ai lavori, la possibilità di parlare. Sarebbero stati, questi ultimi, gli unici ricchi di quella cultura che avrebbe allietato l’udito ed arricchito l’anima degli intervenuti, e, magari, avrebbe loro fatto dimenticare la scomodità del restare in piedi, di molto, invece, accentuata dal dover ascoltare lunghi ed insensati elenchi di sponsor e narcisistici autoincensamenti fine a se stessi. Detto questo parlerò della bellezza del luogo ove si pone l’Oratorio di Santa Caterina delle Ruote a Bagno a Ripoli, un ampio piazzale vicino a un pioppo, bicentenario almeno, circondato da un prato verdissimo. L’interno dell’Oratorio, già bello per essere elegantemetne affrescato, ospita una delle mostre organizzate nell’ambito del geniale progetto espositivo, ideato da Antonio Natali, “La Città degli Uffizi” che permette di vedere e ricollocare nei luoghi, ora desueti, cui erano destinate ed appartenevano, opere meravigliose provenienti dagli inesausti caveaux della Galleria. Natali, simpatico e gioviale, è presente ed è l’ unico a declinare i nomi dei giovani ed esperti curatori, Lucia Aquino e Simone Giordani ed invocare spazio per loro. L’Oratorio ha pareti e cupola affrescati da tre insigni pittori del XIV secolo, il Maestro di Barberino, Pietro Nelli e Spinello Aretino, con scene che narrano della giovane Caterina che, di fronte all’imperatore Massenzio, rifiutata l’abiura della fede, viene prima flagellata e poi, posta fra due ruote dentate, uccisa. Da qui il nome dell’Oratorio. Le opere esposte sono di Franceso Granacci e di un suo, diciamo allievo, Giovanni Larciani, non sono molte, ma alcune, restaurate ad hoc, compaiono in pubblico per la prima volta. Questa è la prima mostra dedicata a Granacci che, spiega Natali, è ritenuto da Vasari fra i massimi artisti fiorentini, anche “se la bellezza delle sue opere è più difficile rispetto, ad esempio, a quella di opere di Rosso e Pontormo; per qualcuno le sue immagini sono brutte”. “La Madonna con bambino fra San Donnino e il Beato Gherardo da Villamagna” è un’opera molto bella in realtà, splendidi e vividi i colori dei manti, belle le figure e le architetture in cui si inquadrano. Dedicherei due parole in più al Larciani, per me assoluta scoperta, è lui il pittore, finora ignoto, che Zeri aveva denominato “ Maestro dei paesaggi Kress” , le sue figure sono davvero molto particolari, caratterizzate da una indubbia e bizzarra anomalia soprattutto dei volti, larghi, dai tratti quasi deformati, occhi piccoli dallo strano taglio, capelli svolazzanti e quasi arruffati. Nella “Allegoria della Fortuna” la Dea, con una vela in mano, cavalca un improbabile Delfino a coda ritta. Curioso davvero. Ammirevole il Ciborio di legno, conservato in un convento di clausura a Rosano, che riproprone la forma del nostro beneamato Cupolone, enorme oggetto in cui sembrano unirsi l’arte del fale-

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A sinistra Francesco Larciani, Delfino, a destra Giovanni Granacci, Pala d’altare

gname che l’ha costruito ed abbellito con intagli ed angeli e ne ha dorato e decorato “a meandri” la cupola, con quella del Larciani che ne ha dipinto i lati. La mostra è accompagnata da iniziative cultural-musicali e da trekking alla scoperta di ville, oratori e tesori vari disseminai nel territorio “della città degli Uffizi”. In due spettacoli “teatrali” si rappresentano “ Le interviste impossibili” a Granacci e a S.Caterina. Non mancano aperitivi o pranzetti in osterie locali.

I tesori di S.Caterina delle Ruote PIANETA POESIA

Walter Nesti e Pietra serena di Franco Manescalchi novecentopoesia@gmail.com

Negli anni 50, quando ancora Firenze era un “paese” e tutti almeno ci conoscevamo un po’, varie erano i luoghi di ritrovo dove potevano incontrarsi poeti e pittori. Le gallerie d’arte (che allora erano veri e propri snodi di cultura nazionale), oppure bar e caffè. Ad esempio, nel 1956, presso l’atrio della Stazione di Santa Maria Novella, si ritrovava un gruppo di giovani pittori guidati da Vinicio Berti. Più o meno alle 22 si arrivava alla spicciolata e, seduti intorno a un tavolo, “facevamo mattina” a parlare d’arte. Si parlava di tutto e “non si muoveva foglia” che non si venisse a sapere. Io ero il poeta del gruppo e, una sera, Berti mi chiese: “conosci un giovane di Carmignano, si chiama Walter Nesti, dicono abbia talento, si interessa anche d’arte”. Le cose stavano così. Una presenza nuova, certa, si imponeva immediatamente all’attenzione ed entrava a far parte, naturalmente, della vita della città. Per me, appena ventenne, la domanda di Berti diveniva un’investitura per il poeta da lui nominato, la garanzia che una voce nuova era entrata in campo. Poi, negli anni 60, Nesti confermò tutte le sue premesse e – durante la stagione della rivista Quartiere – strinse rapporti collaborativi con Gina

Gerola, che non era il direttore. Da allora a vari sono stati i rapporti culturali anche fra me e lui. E quando nel 1988 decise di dare vita ad una sua rivista, Pietraserena, credo di avere dato qualche contributo tecnico per la realizzazione, tant’è che sul primo numero volle pubblicare un mio poemetto. Sembrerà strano, non ma nonostante tutto non ci eravamo ancora conosciuti di persona, anche per la riservatezza che ci accomuna. Mi invitò a Carmignano a presentare il numero zero della sua rivista e questa fu l’occasione per incontrarci. Erano trascorsi esattamente trentatre anni dalla sera che Vinicio Berti me ne aveva parlato. Poi c’è stata qualche altra collaborazione, qualche raro incontro (nel ricordo almeno uno per un mio intervento su Cesare Pavese e in una serata da lui organizzata). Ma, in realtà, per la comunanza del progetto sempre avvertito la presenza sinergica di Nesti, tanto dar curare per lui un numero speciale di Pietraserena su Giuseppe Zagarrio, l’altra “colonna” di Quartiere. Dovendo sintetizzare il valore di Pietraserena riporto alcune righe dell’editoriale del primo numero dove con grande chiarezza sono scandite le finalità del progetto. “Il titolo di una rivista rimanda a un programma, se non apertamente dichiarato, intrinsecamente legato al nome. Il programma di Pietraserena sta tutto nel nome formato da due termini con-

trapposti: Il duro della pietra; la serenità del cielo. La fatica della ricerca; la gratificazione della creatività. L’orrore di un peso che ci minaccia; l’aerea speranza di un'uscita di sicurezza, per usare un'espressione siloniana. Come questi intenti possano tradursi in una azione reale è tutto da verificare.” E continua, in modo ancor oggi profetico: “La massificazione e la programmazione hanno ridotto l’uomo a un prodotto da subornare per essere meglio venduto. In questo contesto l'uso della parola è diventato un codice di fredda comunicazione, un veicolo di trasposizione di atti e comportamenti da noi non decisi. Il millennio si chiude sulla visione apocalittica dell'uomo alluvionato dalla marea di codici comportamentali pre‑costituiti, ma ormai incapace, in gran parte, di usare correttamente la massa di informazioni e di immagini che lo investe per esprimersi ed agire individualmente in piena autonomia.” Pietraserena concluse il suo ciclo alla fine degli anni Novanta, dopo avere testimoniato, grazie all’opera di Walter Nesti, la bontà insostituibile della parola poetica come bussola orientatrice del viaggio dell’uomo contro il mare asfittico dei midia. E rimane una rivista ancora tutta da consultare.


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PECUNIA&CULTURA

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di Simone Siliani s.siliani@tin.it

Le Oblate si fanno (più) grandi per i piccoli

MINUTAGLIE

Foto dall’archivio Roberto Minuti

Nicchia

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iamo a Renzi quel che è di Renzi: aveva promesso di allargare gli spazi della Biblioteca delle Oblate di via dell’Oriuolo a Firenze e questa l’ha fatta. Inaugurati pochi giorni fa, gli spazi dedicati all’emergoteca e allo spazio bambini sono davvero notevoli. Vi si accede dal giardino del chiostro di via dell’Oriuolo, in corso di sistemazione, e il primo impatto con la spazio bambini – in quelli che erano i locali del museo di “Firenze com’era” - è veramente friendly. Il medium è Giamburrasca di Vamba (1907) i cui personaggi e grafica costituiscono il fil rouge. Visto, però, che le ultime generazioni che hanno una qualche familiarità con il libro e il personaggio di Luigi Bertelli sono nate agli inizi dei ‘60 del Novecento, forse bisognerà inventarsi qualcosa (attività, proiezione del film, depliant, ecc.) per far sì che agli utenti nati nel 2000 quelle immagini dicano qualcosa. L’arredo è essenziale e caldo, a dimensione di bambino (compresi i bagni); per far sentire “a casa” i bambini, ma nello stesso tempo per farlo percepire come uno spazio speciale. L’emeroteca, collocata negli ex lavatoi del convento (di cui rimangono giustamente le tracce ben visibili), è dedicata a Joyce Lussu, scrittrice, traduttrice, poetessa e medaglia d’argento al valor militare nelle brigate di Giustizia e Libertà e anche questa è una scelta felice, per niente scontata. La sala è arredata in modo essenziale e luminoso. Si nota, purtroppo, un apovertà di riviste a disposizione, sicuramente legato alle ormai proverbilai difficoltà finanziarie dei Comuni. Ma lo spazio è accogliente e dispone di postazioni informatiche legate al progetto “MediaLibraryOnLine”, che permette di scaricare ebook, audiolibri, file mp3, leggere e consultare la versione integrale di 1.300 giornali da tutto il mondo, vedere film in streaming, consultare banche dati. Tutto ciò gratuitamente, chiedendo semplicemente l’abilitazione all’accesso. In quella che fu la sala della Catena del museo di “Firenze com’era” (a proposito, quali sono i suoi destini?), si sta approntando una sala polifunzionale che, peraltro, collegherà direttamente questa nuova ala del complesso alla biblioteca. Per quello che è ormai diventato uno dei luoghi identitari e maggiormente frequentati della città, si tratta di nuova linfa. Una biblioteca come quella delle Oblate ha bisogno di continue innovazioni in termini di offerta e occasioni di fruizione per non invecchiare, oltre che una immissione continua di nuove acquisizioni librarie che dovrebbe essere all’altezza della domanda, qui sempre crescente, e gli spazi appena aperti certamente rispondono a questa necessità.


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LUCE CATTURATA

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Florence city center di Sandro Bini www.deaphoto.it

Sandro Bini - Florence City Centre - Itinerari turistico commerciali (2008)

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Firenze 2008-2013 Itinerari turistico commerciali


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di Cecilia Chiavistelli cecilia.chiavistelli@gmail.com

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na nuova sede espositiva della Tornabuoni Arte ha da poco aperto i battenti su Lungarno Cellini, vicinissima alla sede con una storia ventennale di mostre di arte moderna e contemporanea. Grazie ad un notevole intervento architettonico, della Archea Associati, lo spazio espositivo di circa 500 metri quadrati, distribuiti su tre piani, con un giardino, si presenta come una sede di arte contemporanea di respiro internazionale. Bianco Italia è la mostra che inaugura lo spazio.. Inutile accennare al colore predominante in galleria in cui sovrasta il bianco, che ha, come obiettivo, non solo quello di presentare mostre, ma anche ospitare eventi culturali di rilievo. Roberto Casamonti, della Tornabuoni Arte, nata a Firenze, nel 1981, e operante a Portofino, Forte dei Marmi, Milano e Parigi, racconta: “Cercavamo un luogo nel centro di Firenze e dopo anni di ricerca lo abbiamo trovato. Ancora una volta un luogo sospeso tra la collina di piazzale Michelangelo e lʼArno, di fronte a Santa Croce, alla Biblioteca Nazionale, a quei riferimenti che ci sono familiari e necessari per proporre una visione nellʼambito delle arti figurative che parte da una identità

L’Italia è Bianco

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Foto di Valentina Muscedra

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certa: Firenze, mio padre, la sua amicizia e frequentazione con Ottone Rosai, lʼinteresse inizialmente inconscio per la contemporaneità, per il pensiero che si trasforma in opera. Che i luoghi siano parte integrante del nostro lavoro lo dimostra il nome della galleria indissolubilmente legato a via Tornabuoni, la strada da cui abbiamo avviato quel lungo cammino di promozione della cultura e dellʼarte italiana che ci ha portato a Forte dei Marmi, Portofino, Milano, fino a Crans-Montana e Parigi con lʼobiettivo di incontrare e poter collaborare con un numero sempre maggiore di collezionisti e cultori dellʼarte moderna e contemporanea anche oltre i confini del nostro paese”. Lo spazio è stato inaugurato, alla presenza di Philippe Daverio, con una mostra dal titolo Bianco Italia di opere di grandi artisti che, dalla fine degli anni Cinquanta, hanno posto il tema del non colore al centro della propria ricerca, condizionando il lavoro di una generazione attiva a livello internazionale, come Fontana, Castellani, Manzoni, Dorazio, Bonalumi, Dadamaino, Boetti, etc,, realizzata pochi mesi fa nella sede parigina di Tornabuoni Arte, curata dalla storica d’arte Dominique Stella, che ha riscosso un grande successo. Fino al 9 novembre Tornabuoni Arte, Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Firenze

LUCE CATTURATA

La poesia di Firenze dalle vetrine alla periferia a cura di Aldo Frangioni aldofrangioni@live.it

Si è inaugurata la Mostra “Firenze, dalle vetrine alle periferie” , quaranta immagini fotografiche in bianco e nero, e un filo continuo di poesie raccolte in strisce di carta presso le foto, a “portata di mano” dei visitatori. Le immagini presentano aspetti contrastanti della città, da una parte il centro con le vetrine dei grandi nomi della moda, dall’altra, l’anonimato e, talvolta, lo squallore delle periferie. Nel primo caso, sono presentate fotografie di vetrine che riflettono scorci di strade e monumenti circondati dalla folla dei turisti. Emerge un “paesaggio” di visioni e di “rinvii” che approda all’evanescenza dei sogni. Nelle periferie, invece, la macchina fotografica si ferma su spazi, per lo più, anonimi, su nonluoghi, che non danno identità alla città. Emergono due linguaggi: l’iper-realismo della vita quotidiana delle periferie; il “sogno” dalle immagini riflesse nelle vetrine della Moda, aperte su paesaggi memorabili di Firenze. Perché fotografia e poesia? Si sostiene che per fotografare occorrono tre elementi, un buon obiettivo, un discreto occhio e un’idea, una sensibilità, l’immaginazione. L’autore

trova quest’ultima dimensione nella composizione poetica, che gli suggerisce il taglio, la scelta dell’immagine da riprendere. Abbiamo così per le periferie, il paesaggio poetico che offre il libro dell’autore “Nonluoghi” ( eBook www.laRecherche.it). Tra le strisce di carta con i testi poetici appesi ai quadri, quello, forse, più emblematico e più scelto dai visitatori: Abitano le frange dei nonluoghi dormono in fagotti distesi per terra mangiano seduti in gruppi pensosi pisciano in larghe gore ricamate defecano al riparo dei raggi di biciclette puzzano di odori nauseabondi. Aria pulita domani, arriva il Presidente ! Brilla l’ultima frangia dei nonluoghi, sfrecciano nel cielo le Frecce Tricolori. Per le vetrine del centro della città, il linguaggio si fa prezioso. Sono composti calligrammi che riprendono, riecheggiano la forma dell’immagine fotografica ai quali sono abbinati. Fra i più scelti dal pubblico, quello unito

alla foto degli impermeabili Burberry, di via Tornabuoni: impermeabili divini alti nel cielo le cinture strette alla vita appena usciti dalle persiane pronti a conquistare la strada fiorentina della moda andatura superba anche senza la testa La Mostra di Roberto Mosi è aperta fino al 30 ottobre presso il Caffè Serafini di Firenze, via Gioberti 168/r (zona Piazza Beccaria). Apre la Mostra la poesia: “Cerco l’anima delle città/ raggiunte ai quattro/ angoli del mondo./ Scivola l’anima delle città


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LO STATO DELLA POESIA

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di Matteo Rimi

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Liliana Ugolini e la sorella Giovanna durante una delle loro rappresentazioni

matteo.simona@hotmail.it

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iliana Ugolini è qui con me. La ascolto e la seguo con lo sguardo, seduta com’è in mezzo alle testimonianze del suo grande, variegato ed interessantissimo percorso nel mondo dell’Arte e della Parola. Mi convince con quello che dice e mi stupisce con le sue teorie, nel raccontarmi quanti sentieri ha intrapreso negli ultimi vent’anni (da quando, cioè, la Poesia ha ripreso il ruolo che le spettava nella sua vita) insieme a persone altrettanto interessanti, creando cose incredibili che solo con loro poteva generare. Eppure Liliana Ugolini non è qui con me. E’ partita per un viaggio avventuroso che la sta conducendo lontano, verso il segreto luogo nel nostro cervello dove nasce il linguaggio poetico, quella chimica che fa parlare i poeti in una lingua aliena ma inevitabile. Il viaggio l’ha portata lontana, in un punto esterno alla “nostra piccola pallina persa nell’universo” e dal quale ci osserva, benevola e comprensiva, arrabattarsi ed intricarsi sempre più tra fili che neanche vediamo. Sì, perché nella sua “visione cosmica” l’uomo non è solo uomo, ma “uomo-burattino” legato agli altri ed ad un destino che lo conduce verso un lento, graduale ed impercettibile cambiamento del quale nessuno ha coscienza e solo alcuni poeti ne avvertono la totalizzante presenza, sebbene siano loro i primi a non avere risposte su questo, dato che “il poeta è la persona più inconsapevole.”

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Questo dono potrebbe sembrare ai più la peggiore delle condanne, quella di essere pervasi da uno schiacciante senso di inutilità, come una pirandelliana marionetta (non a caso!) che ha visto lo strappo nel suo cielo di carta o come lo schiavo di un mondo virtuale che viene

risvegliato, tanto per rinnovare i Miti a lei tanto cari; ma non per Liliana: lei intraprende con entusiasmo tutti i progetti di cui è parte in causa e spesso determinante, quasi sempre con giovani artisti dall’entusiasmo dei quali si lascia coinvolgere, come si rendesse conto che questa umanità ha bisogno di essere accompagnata, consolata ma anche svegliata con la Parola e che questa ancora non basta se non viene arricchita dal gesto, dal corpo, dalla musica e dalle altre Arti che compongono, insieme, la matrice su cui ognuno può appoggiare la propria tessera del puzzle. L’Arte è infinita, secondo Liliana, e, al pari della Scienza, si muove di scoperta in scoperta, non esaurendosi mai, anzi rigenerandosi come l’energia che è sempre in continuo cambiamento. Ecco perché Liliana si rivela essere una creatura ancora più particolare: non solo qui e altrove contemporaneamente e senza nessuna difficoltà, nemmeno riscoperta “versificatrice” solo dopo che, lasciato il mondo del lavoro, rilesse la quantità di fogli con cui aveva riempito casa sua comprendendo che aveva qualcosa da fare; ma anche accesa credente dell’inusuale vicinanza tra Poesia e Scienza. Dato che la prima è un linguaggio che l’uomo ha sviluppato al pari di altre caratteristiche e quindi legittima materia di studio per la seconda. Wow!

Fits, che non ha finalità erogative, ma di aggregazione perchè seleziona e collega partner in grado di offrire servizi utili allo sviluppo sostenibile del Terzo Settore. Morganti ha sottolineato come l'obiettivo statutario di Prossima sia quello di creare valore sociale, sia ampliando l'accesso del Terzo Settore al credito, sia operando nella raccolta con criteri innovativi. Prossima è una low-profit ad alta efficacia sociale che riesce a moltiplicare le risorse grazie all'obbligo statutario di investire almeno la metà degli utili nel Fondo di Solidarietà e Sviluppo, un fondo di garanzia non redimibile che serve a ridurre il rischio dei prestiti più difficili: quelli destinati a im-

prese giovanili e start up, ad ambiti di attività meno sperimentati, ad aree geografiche economicamente depresse. II modello di valutazione creditizia di Banca Prossima pur essendo coerente con quello della capogruppo Intesa San Paolo, introduce una serie di indicatori, dalla governance al mix fra portafoglio clienti pubblici e privati, dalla democrazia interna alla capacità di fund raising, che amplia dei 40% circa la possibilità di accesso al credito. E' emersa l'esigenza che questo workshop possa diventare permanente e che il CESVOT ad esempio possa assumere il ruolo di coordinatore di queste necessità.

Liliana Ugolini Da altrove ci osserva

PECUNIA&CULTURA

Il futuro del non profit tra welfare e mercato di Roberto Giacinti rogiaci@tin.it

A Palazzo Incontri, ospite dell'Ente Cassa di Risparmio di Firenze, da sempre dedita al sostegno del mondo del Non Profit, si è tenuto un workshop organizzato da Banca Prossima in collaborazione con l'associazione Noi per Voi per il Meyer onlus, sul tema "Il futuro del non profit tra welfare e mercato" L'iniziativa ha voluto favorire il confronto tra soggetti pubblici e privati che si dedicano, o si interessano di non profit evidenziando l'evoluzione dei bisogni e le capacità di risposta del cosiddetto Terzo Settore. Hanno partecipato: Pasquale Tulimiero, presidente Noi per Voi Onlus; Vincenzo Cavalleri, direttore dei Servizi Sociali di Palazzo Vecchio; Giorgio Fiorentini, docente presso l'università Bocconi; Stefano Guarnieri, Cfo di Ely Lilly; Marco Morganti, AD di Banca Prossima e Patrizio Petrucci, presidente di Cesvot Toscana. Tre parole chiave possono sintetizzare i singoli rapporti che si creano tra pubblici e privati da parte dei pro-

tagonisti del NP rivolti ad essere: Creatori, Facilitatori e Moltiplicatori di valore. E' provato come i soggetti erogatori di servizi sociali e di sussidio alle persone possano determinare servizi rivolti all'efficientamento del sistema organizzativo dell'impresa facendola crescere in termini strutturali e dimensionali. Il Dott. Cavalleri ha illustrato come il Comune di Firenze abbia avviato un nuovo approccio con le Istituzioni cercando di definire una programmazione che serva a costruire o migliorare, dove è esistente, la Rete di Imprese che operano nel settore, facilitandone con specifiche erogazioni, la sostenibilità, ma mirando anche, se pur nel rispetto della singola missione, al miglioramento della stessa in termini di efficacia dell'erogazione sociale. Per altro verso anche Banca Prossima si adopera in questo senso tramite il proprio personale approccio all'erogazione del credito che gode di un particolare modello di rating sociale. Un ulteriore sostegno, ovviamente esterno alla Banca, è ora attuabile tramite la Fondazione per l'Innovazione


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Disegni di Pam Testidi Aldo Frangioni

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Vorrei rivedere a Vienna un Klimt dal vero. Le infinite riproduzioni hanno deteriorato nel mio cervello il tratto, le superficie, la materia, l'oro-vero. Vorrei riassaporare l'aura dell'originale, dell'hic et nunc, allontanandosi e poi riavvicinandosi al quadro fino ad apprezzare il segno del pennello. Vorrei guardare da piÚ vicino possibile il solco del disegno della toeletta di Salomè che fece Aubrey Beardsley per Oscar Wilde. Forse vorrei solo rivedermi giovane.


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EX-POSIZIONI

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di Gianni Pozzi gipoz@libero.it

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Firenze era stato Renato Risaliti, slavista e a lungo docente di Letteratura russa all’Università, a curare all’inizio degli anni ‘90 una collana dedicata ai viaggiatori russi in Italia. Era edita da Ferdinando Brancato, un editore fiorentino che adesso non esiste più, e si apriva con “Russi a Firenze e in Toscana” ( 1992 ). Una storia che partiva dagli schiavi genovesi e veneziani e, attraverso il Concilio di Firenze, quello raffigurato da Benozzo Gozzoli sulle pareti di Palazzo Medici, si gettava sulle tracce illustrissime dei tanti Block, Tostoy, Briusov, Lidin … La collana ripartiva da un altro saggio, quello di uno fra i maggiori slavisti italiani, Ettore Lo Gatto che, nel ’71, per gli Editori Riuniti, aveva appunto pubblicato “Russi in Italia”, una poderosa ricostruzione dal XV secolo agli anni ’70, che costituì un caposaldo per tutte le future ricerche. Anni di grande interesse – forse dovuto anche a simpatia politica – per la Russia e per la sua cultura, letteraria e figurativa, che fruttarono importantissime ricerche, mostre e pubblicazioni. Adesso un librettino della Fondazione Palazzo Strozzi di Firenze, nell’ambito della mostra “L’avanguardia russa, la Siberia e l’Oriente”, in corso fino al 19 gennaio, ripropone, da un punto di vista ovviamente turistico, un itinerario cittadino e toscano fra le memorie russe, dalle case di Ciaikowsky, Tolstoy o Tarkowsky alle memorie dei Demidoff agli echi russi nella villa Caruso a Lastra a a Signa. E’ un itinerario che si consiglia di seguire. Come si consiglia la mostra. Ricchissima di oltre centotrenta opere, molte delle quali mai viste fuori dai confini. Anche qui va fatto un passo indietro. Per chi, negli ultimi decenni, si è occupato di arte d’avanguardia, un testo di riferimento era il bellissimo “Pionieri dell’arte in Russia 1863/1922” dell’inglese Camilla Gray uscito nel ’64 per Il Saggiatore. Un monumentale libro-catalogo tutto costruito sull’idea del “contributo russo all’arte moderna”, dove l’arte moderna era evidentemente quella

L’avanguardia (russa) che veniva dal freddo

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europea. Da allora le pur tante mostre succedutesi hanno continuato a mantenere la stessa impostazione: l’ avanguardia russa come una sezione periferica di Parigi, Milano, Berlino, Monaco. La mostra in questione capovolge questa ottica. I due curatori principali, John E. Bowlt e la mitica Nicoletta Misler ( suo il celebre “La via italiana al realismo” ovvero “la politica artistica del PCI dal ’44 al ‘58” negli anni ‘70 ) documentano invece le tracce dell’avanguardia russa nella Siberia e nello sconfinato Oriente. E riuniscono, insieme a dipinti di straordinaria bellezza ( forse un po’ soffocati da un eccesso di didascalie e di didattica ) reperti etnografici, stampe popolari, statue paleolitiche in pietra, statuette di riti domestici, tamburi sciamanici decorati, documentazione di altri riti sciamanici siberiani, filosofia indiana. L’idea è di una avanguardia russa che riscopre e riparte dalla propria storia, dalle proprie origini. Incrociando – solo dopo – questa riscoperta con lo spirito dell’avanguardia europea. Qualcosa che accade in altri paesi, si pensi agli “antropofagi” brasiliani o alle tracce indiane di Pollock. Così, i tanti nomi noti, da Kandinsky a Malevic, dalla Gonciarova a Bakst a Benois si confrontano con tanti altri per noi sconosciuti, con una cultura per noi lontana ma che era invece per loro una scoperta straordinariamente coinvolgente. La mostra ha come di consueto un significativo riscontro contemporaneo nei locali sotterranei della Strozzina con “territori instabili. Confini e identità nell’arte contemporanea” dove una decina di artisti da tutto il mondo indagano appunto l’idea, sempre più labile, di territorio e di confine. La mostra è anticipata da una stupefacente baracca assolutamente precaria, costruita con legni di recupero sulla facciata stessa del Palazzo da Tadashi Kawamata un artista giapponese ( Presente anche al Pecci molti anni fa ) che del ripensamento dello spazio, dell’architettura e dei bisogni, ha fatto la ragione della propria opera. Due mostre per una riflessione estremamente ampia e circostanziata sul problema delle radici, della nazionalità, degli scambi, del rapporto con l’altro.

BIZZARRIA DEGLI OGGETTI

Antifurto di ultima generazione a cura di Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it

Minuscolo e pesante cannoncino, fine '800, usato come antifurto in negozi e abitazioni. D'obbligo spiegarne il funzionamento di non immediata derivabilità. Sistemato su un piano stabile,ad esempio un tavolo,veniva puntato verso la porta, caricato con una "cartuccia" spesso a salve, ma non si esclude l'uso di minipalletoni di vero piombo, "il cane" o percussore veniva alzato e bloccato a una molla, tipo quelle delle trappole per topi, da qui partivano due

fili lunghi quanto bastava ad arrivare alla porta e alla finestra del luogo da difendere..Se un intruso avesse tentato di forzare queste aperture, il filo, tendendosi avrebbe sganciato il percussore e bum! sarebbe partito il colpo! Lo scopo era sostanzialmente intimidatorio, ma quando "il colpo in canna" era vero la cosa non era poi così simpatica! Rossano non si astiene da un consiglino del cavolo:"ricordare sempre di aver messo l'antifurto prima di tutto a se stessi e alle persone care..alla suocera invece

Dalla collezione di Rossano


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KINO&VIDEO

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di Stefano Vannucchi vanste70@yahoo.it

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n elegante, appassionato omaggio di Ettore Scola al suo grande amico Federico Fellini. Un viaggio in Italia dal 1939 ai nostri giorni. E’ il 1939 infatti quando un 19enne Federico Fellini, da poco arrivato a Roma dalla natia Rimini, bussa alla porta della sede della redazione del giornale satirico “Marc’Aurelio”, prodigiosa bottega dove, come nel caso del “Mondo” di Pannunzio, si formeranno molte delle più brillanti personalità del mondo della cultura e dello spettacolo.  Il Marc’Aurelio era stato fondato a Roma il 14 marzo  1931  da Oberdan Cotone e Vito De Bellis e raccolse i fuoriusciti delle più importanti testate umoristiche che avevano caratterizzato i primi decenni del Novecento. Usciva due volte alla settimana: il giovedì e il sabato. Vi collaborarono le più illustri firme dell’epoca:  Gabriele Galantara,  Furio Scarpelli,  Agenore Incrocci, in arte «Age», «Attalo» (pseudonimo di Gioacchino Colizzi), «Steno» (pseudonimo di Stefano Vanzina), Vittorio Metz, Marcello Marchesi, Giovanni Mosca, Mameli Barbara,  Cesare Zavattini,  Mario Bava,  Walter Faccini, Simeoni, Vargas, Luigi Bompard, Fernando Sparadigliozzi  (“Nando”),  Anton Germano Rossi,  Daniele Fontana,  Nino Camus, Mario Camerini, Vincenzo Campanile (Rovi), Alberto Cavaliere.  Ad essi si aggiunsero Federico Fellini, come disegnatore satirico e ideatore di numerose rubriche, e qualche anno più

tardi un sedicenne Ettore Scola, anche lui arrivato a Roma da lontano (da Trevico in Provincia di Avellino). Scola che aveva passato gli anni dell’infanzia sotto il fascismo e la guerra a leggere il settimanale per sè e per il nonno cieco. In questa speciale fucina a colpi di battute e di penna si costruirono amicizie, si combattè la tristezza per il fascismo e la guerra, si ricominciò. E’ in quegli anni che nacque l’amicizia fra Fellini e Scola, cui si aggiunse Ruggero Maccari. Un formidabile trio che scrisse sceneggiature e battute dai teatrini di periferia e di avanspettacolo fino ai principali spettacoli e film dell’epoca (Totò, Fabrizi, Chiari, Macario ecc..).  Poi Fellini si diede al cinema, seguito poco

dopo da Scola. Senza perdere l’amicizia e i suoi riti. Come i mitici giri notturni in auto per Roma che Federico intraprendeva per combattere l’insonnia e nei quali coinvolgeva recalcitranti amici. Ore passate a osservare la vita notturna della città e intrattenersi con i suoi abitanti, spesso caricati in auto con il loro carico di esperienze e racconti. Prostitute, coppie, artisti di strada, accattoni. Tutta una varia umanità che poi Federico ed Ettore riportavano nei film. Con i quali arrivarono la fama, i festival, gli attori spesso condivisi. Gassmann, ma soprattutto Mastroianni. Che Federico faceva bello e Ettore brutto, come dice la mamma di Marcello-Snaporaz che compare all’improvviso in un im-

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maginario dialogo a tre fra i due registi e l’attore.  Ed effettivamente, come dice il narratore, anche l’ultima immagine di Federico è “felliniana”. Quella bara, nel mitico studio 5 di Cinecittà dove hanno preso vita le sue magie più belle, con ai lati due carabinieri.  Quale immagine migliore per salutare un grande Pinocchio come Federico Fellini che adorava le bugie come ulteriore via di creazione di mondi immaginari? Un grande bugiardo “ma con una capoccia così”, dice Alberto Sordi in un’intervista mostrata nel film. Che per fortuna, come dice la voce narrante, non è mai diventato un bravo ragazzo. 

Scola racconta Fellini

GRANDI STORIE IN PICCOLI SPAZI di Fabrizio Pettinelli pettinellifabrizio@yahoo.it

La notte fra il 3 e il 4 agosto 1944 i ponti di Firenze, con l’eccezione del ponte Vecchio, saltarono in aria, minati dai tedeschi che cercavano di ritardare l’avanzata alleata. Fra gli altri esplose il ponte a Santa Trinita, il capolavoro realizzato da Bartolomeo Ammannati su disegno di Michelangelo, che era stato definito “il ponte più bello del mondo”. La mobilitazione dei fiorentini per il “loro” ponte non aspettò nemmeno che cessassero gli spari. Il 15 settembre Piero Calamandrei, aprendo l’anno accademico con un memorabile discorso, disse fra l’altro: “E che potremo dire dei nostri ponti assassinati, di questo sbrano sanguinante con cui si è voluto straziare per sempre il volto, unico al mondo, della nostra Firenze? Quando ci riaffacciamo col cuore stretto a quei Lungarni e non troviamo più, profilato sull'oro del tramonto, quel miracolo di misurata leggiadria che era il ponte a Santa Trinita, noi pensiamo ai gesti di certi criminali lucidi che sono tratti da un loro gusto sadico a sfregiare con un colpo di rasoio il roseo viso delicato di una bella donna”. Il consiglio comunale approvò all’unanimità un solenne ordine del giorno che stabiliva che il ponte sarebbe stato ricostruito “com’era e dov’era”. E “Com’era e dov’era” era il nome del comitato, presie-

Ponte Santa Trinita

Com’era e dov’era duto dallo storico dell’arte Bernard Berenson, nato in Lituania, vissuto in America ma fiorentino d’adozione, e dall’antiquario Luigi Bellini. L’obiettivo del comitato era quello di reperire i 166 milioni necessari a integrare il contributo statale di 118 milioni per raggiungere la cifra necessaria ai lavori di ricostruzione:

il primo contributo, di 10.000 dollari, arrivò dal mecenate americano Max Ascoli “in memoria dei martiri antifascisti Carlo e Nello Rosselli” e i fiorentini aderirono in massa alla campagna "£ 100 per un mattone, £ 1.000 per una pietra". I lavori, affidati all’ingegner Emilio Brizzi e all’architetto Riccardo Gizdulich, andarono avanti per molti anni: si seguì puntigliosamente il progetto dell’Ammannati, le pietre furono ripescate dall’Arno e restaurate una per una da scalpellini provetti, tutti nominati Cavalieri al merito della Repubblica. Solo il 16 marzo 1958, lo stesso giorno dell’inaugurazione di 400 anni prima, il ponte fu restituito alla città. A tagliare il nastro fu la signora Lorenzoni, madre di Tina e vedova di Giovanni, martiri antifascisti. Mancava solo un particolare: le statue delle quattro stagioni, situate agli angoli del ponte, pur gravemente danneggiate, erano state perfettamente restaurate; non era stata però ritrovata la testa della statua della Primavera di Pietro Francavilla. Su quella testa, come per un ricercato del vecchio Far West, fu posta una taglia di 3.000 dollari, ma si dovette aspettare il luglio del 1961 perché un operaio la ritrovasse sul greto dell’Arno. Quando, con una solenne cerimonia, la testa fu ricollocata al suo posto, i fiorentini poterono finalmente riavere il loro ponte “com’era e dov’era”.


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OCCHIO X OCCHIO

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di Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it

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pesso le immagini fotografiche sono state accusate di un eccesso di realismo, di non saper mentire, e di avere con la realtà un ossessivo rapporto di dipendenza, sotto forma di “specchio”, “fotocopia”, o “traccia”, intesi nel loro senso peggiore. In verità, accanto alla fotografia nasce, fino dalla metà dell’Ottocento, un genere parallelo che trova una sua propria definizione nel termine “fotomontaggio” ed un suo proprio nutrimento nella voglia di stupire e di meravigliare, con immagini che con la realtà hanno ben poco a che spartire. La tecnica della camera oscura ha fatto crescere il grado di perfezione del fotomontaggio fino a farne un’arte autonoma, un linguaggio autonomo, spesso confuso con quello fotografico, ma di fatto si tratta di un linguaggio che possiamo definire “parafotografico”. Con l’avvento della fotografia numerica o digitale il fenomeno è esploso in maniera esponenziale, al punto tale che parlare di “fotoritocco” sembra oggi un eufemismo. La schiera dei fotografi si è ingrossata a dismisura grazie all’arrivo in massa dei parafotografi, veri esperti nel maneggiare i software piuttosto che le fotocamere, autori di immagini affascinanti ed inquietanti, ma diverse da quelle fotografiche. Se il lavoro del fotografo è quello di descrivere il mondo, interpretandolo e perfino reinventandolo, cogliendo e selezionando ritagli di spazio e di tempo attraverso il mirino e l’otturatore, lo scopo del parafotografo, invece, è quello di realizzare delle immagini che non sono e non somigliano a quelle registrate dalla fotocamera. Egli non si limita ad intervenire, come fanno i fotografi, su taglio, luminosità, mezzi toni e contrasto, per correggere eventuali imprecisioni o piccoli errori, ma reinventa l’immagine, manipolandola come fanno i disegnatori, i pittori e gli artisti in genere, attraverso delle operazioni complesse che non si limitano a modificare sostanzialmente i toni ed i colori, ma modificano profondamente le immagini, con il montaggio, le cancellazioni, le aggiunte, le doppie esposizioni, le fusioni e gli inserimenti. Ogni intervento parafotografico trasforma l’immagine fotografica in qualcos’altro, in un’opera di natura diversa da quella fotografica, anche se viene realizzata partendo da strumenti o materiali fotografici. L’occhio è sostituito dalla mente, la realtà è cancellata dalla immaginazione, la fotografia è rimpiazzata dalla parafotografia. L’immagine diventa virtuale, per descrivere una realtà virtuale che tende a sostituirsi alla realtà concreta, occultandola e ghettizzandola. La tecnologia digitale, sottraendo la registrazione fotografica alla sua “fisicità” ed alla sua “materialità”, trasformandola in un insieme di punti sostituibili ed intercambiabili a piacimento, spalanca la strada alle manipolazioni parafotografiche di ogni tipo. Oggi, forse, Vaccari correggerebbe la sua tesi “Non importa che il fotografo sappia vedere, perché la fotocamera vede per lui” in “Non importa che il fotografo sappia vedere, perché ci sarà sempre un software che provvede per lui”.

Michal Macku

Tra fotografia e

parafotografia

Thomas Barbey

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NON PLUS ULTRAS

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di Rossano Del Mira

di Eboli, riscatta con un sol colpo tutto il sud, con un meraviglioso pallonetto, “ uccellato” il grande Dino, fa planare nel “sette” il gol del 4 a 1! Una giornata “indelebilmente indimenticabile!!” E in quel momento anche il vecchio tifoso dal trench beige fu certo che ero tifoso viola. Cronaca di una domenica fredda e piovosa del maggio 1975, unica e meravigliosa, una delle più belle giornate della mia vita.

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a Juventus, prima in classifica, venne a Firenze intenzionata a festeggiare lo scudetto con una giornata di anticipo. Io avevo 15 anni. L’allenatore viola era Nereo Rocco, “El Paron”, triestino doc, tanto esperto di calcio quanto di “fiasco”, intedere buon Chianti da 13 gradi in su. era venuto, prima della pensione, a “svinare” a Firenze. Per quella partita ebbe un intervallo di sobrietà e azzeccò tutte le mosse. Io andavo già allo Stadio, in maratona, in curva non vedevo un bel niente! La Fiorentina iniziò alla grande, ci trovammo sul due a zero senza nemmeno accorgercene, il raddoppio di “Antonio”, una tesa e diretta rasoiata delle sue, mi squarciò il cuore per la gioia! Ma la Juve è sempre la Juve e poco dopo accorciò le distanze grazie a un autogol, infelice papera del povero Rosi che deviò nella propria porta un tiro di Bettega. Sul 2 a 1 ovviamente la Juve cominciò a “pigiare” a tutta, non ci stava a perdere, voleva accaparrarsi lo scudetto quella domenica, senza aspettare l’ultima giornata. I tifosi bianconeri avevano con sè lo spumante. La tensione era altissima, io non ce la facevo piu’ a contare i minuti che ci separavano dalla fine! Il tempo non passava mai, presentivo imminente il gol della Juve, con la stessa gioia con cui si aspetta una bomba in testa durante un bombardamento. Pensavo che segnassero da ogni posizione, immaginavo addirittura che fosse Zoff a segnare, il portiere direttamente dal calcio di rinvio! L’attesa si era fatta per me insopportabile, se fossi rimasto sulle gradinate un minuto di più sarei di sicuro morto d’ infarto, ! Scesi a rotta di collo le scalinate facendomi largo a spintoni, faceva un freddo diavolo e pioveva come Cristo la mandava pur essendo metà maggio. Corsi a perdifiato verso l’uscita, i cancelloni verdi erano l’ultimo ostacolo prima della salvezza! Ai giardini, fuori dello stadio, mi sarei disteso su una panchina, tappati gli orecchi, chiusi gli occhi, avrei aspettato in silenzio la fine di quell’agonia. Un boato mi bloccò di schianto! Mi voltai, ma non capivo, quella “bomba di voce” si era smorzata troppo presto:non era un Gol!Mentre tornavo indietro un lampo mi accese la mente: rigore per la Fiorentina! Vidi in uno spiraglio di campo tra mille teste bagnate, il nostro centravanti Gianfranco Casarsa anche lui friulano, avviarsi fiero verso il dischetto, davanti a lui, freddo come il marmo, si parava il grande Zoff, sembrava un totem indiano, insuperabile! D’istinto misi la testa sotto la prima cosa che mi capitò a tiro, il “trench” di un vecchio tifoso viola e per sicurezza chiusi anche gli occhi, un solo pensiero: tanto lo sbaglia! Lo sbaglia! Lo sbaglia! Silenzio immoto!senza respiro! Il boato!questa volta la “bomba di voce” non si smorza, ma si innalza e si impenna! Io scoppio in un dirotto pianto, incollato come con il “vinavil” al solito trench del povero tifoso, che, forse , vedendomi così disperato, mi avrà pensato iuventino. Ma un giorno perfetto deve essere proprio perfetto, Mimmo Caso, piccola ala destra

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Un giorno perfetto Il racconto di un Fiorentina-Juve di qualche anno fa

SCENA&RETROSCENA

Massimo Ranieri alla prova del Riccardo III di Roberto Giacinti rogiaci@tin.it

La Versiliana, come luogo di spettacolo e di intrattenimento culturale, è riuscita in pochi anni ad imporsi come il più prestigioso spazio della Versilia, per altro non priva di tradizioni di cultura di grande importanza, e si è affermata, nel corso degli anni, anche a livello nazionale. Nell’ambito della 34a edizione, il 26 luglio, nel suggestivo teatro all’aperto, immerso nella pineta di Marina di Pietrasanta, nella programmazione estiva curata con passione dalla Fondazione e sostenuta dai suoi fondatori, il Comune di Pietrasanta e la Banca della Versilia Lunigiana e Garfagnana, sarà messa in scena una nuova versione del Riccardo III. L’interpretazione ufficiale dipinge Riccardo III come un mostro, ma poiché a teatro un personaggio soltanto disgustoso sarebbe controproducente, ne fa allo stesso tempo un uomo dal fascino irresistibile e dall’energia travolgente tanto che, alla sua forza trascinatrice, cede persino la figlia e vedova di coloro che egli ha assassinato. Massimo Ranieri, interprete e regista dello spettacolo, invece, ha voluto rappresentare il Re come un grandissimo

attore così, come, sostiene, lo sono tutti gli uomini di potere. La rilettura originale del testo non dimentica, anzi potenzia, le scene drammatiche per cui il dramma conserva la forza espressiva voluta dall’Autore. Originale anche la proposta musicale, che accompagna il nuovo testo per opera del maestro Morricone che, da alcune prime dichiarazioni, sottolinea l’avere voluto accompagnare il nuovo allestimento attualizzando la tragedia con la dimensione di un moderno thriller. Moricone ha voluto comporre un testo senza esclusione di continuità: cioè una sinfonia che offrisse al regista ed al protagonista, la possibilità di usarla con libertà, indipendentemente dalla cronologia della narrazione. Una concezione moderna che ci incuriosisce, così come lo hanno fatto le altre recentissime interpretazioni, a dimostrazione della valenza teatrale dell’opera con cui gli interpreti riescono a dialogare con il pubblico. Ricordiamo la recente versione di “Insanamente Riccardo III”, realizzato dal Teatro della Torre in collaborazione con l’associazione StupendaMente, che vuole esprimere la "normalità dell’anormalità", mettendo in

scena ventiquattro fra attori professionisti e pazienti psichiatrici. Ancora una versione diversa, da quella consueta portata in scena da interpreti classici e da quella dell’immortale Vittorio Gassman, è quella voluta dal figlio Alessandro che affronta, per la prima volta, la tragedia mescolando, con grande fantasia, tradizione e modernità tramite videoproiezioni e simboli scenici contemporanei. Ormai di Riccardo III si sa veramente tutto, anche della sua scoliosi documentata dal recente ritrovamento dello scheletro ritrovato sotto un parcheggio, nel centro di York. Bella sorpresa per tutti i parcheggiatori inglesi che per anni hanno lasciato le proprie auto sopra i resti di un loro Re, senza nemmeno saperlo!

KINO&VIDEO

Gravity un’eccezionale occasione perduta di Francesco Cusa info@francescocusa.it

Sono davvero in imbarazzo questa volta. La prima parte del film rappresenta quanto di più sbalorditivo si sia mai visto al cinema fino ad oggi. Scene da mozzare il fiato: lo spazio nella sua sconcertante sideralità, il nostro pianeta visto da prospettive finora solo immaginate o comunque mai rese con una tale sconcertante nitidezza. E poi ancora il silenzio, la gravità zero, il senso del limite. Unico riferimento possibile quello di Stanley Kubrick; inevitabile dunque il riandare alle atmosfere di "2001 Odissea nello Spazio". Ma, quale appiglio visivo, non è sufficiente neanche il riferimento al Grande Maestro. La nitidezza delle immagini non è tollerabile. Si è pervasi da un senso di sconforto, di minutezza che ci vede testimoni d’una corale sensazione in sala, come di smarrimento, di costrizione per il fatto stesso d’essere creature legate all’atmosfera d’un pia-

neta. Appare dunque la vita come una sorta di dispetto all’immensità, sopratutto quando la camera inquadra la volta celeste e si rimane come abbacinati dal desolante panorama d’alieno lucore. Estraneo appare pure il nostro pianeta, attorno al quale ruotano in assurde pose - per nulla coreografiche - gli astronauti aggrappati al "cordone satellitare", orbitanti attorno ad un corpo celeste che si fa fatica a riconoscere come "nostro".  Il problema è che a tutto questo straordinario prologo e dopo cotanta Bellezza, fa seguito una bella storiella, che

finisce, in buona sostanza, col ricondurci ad un’ottima prova di Sandra Bullock, alle prese con un inverosimile rientro sulla Terra, dopo inconcepibili peripezie. Questo ritorno all’uomo, rende plastica tutta la seconda parte del film...tollerabile. Al silenzio disumano dello Spazio, alla bestemmia della presenza dell’uomo, consegue un ritorno al concreto e materico antropomorfo, ai bisogni della sopravvivenza ed alla psicologia del quotidiano. Lo spazio viene restituito alla contingenza delle vite, d’una vita, e ciò rende misura e peso specifico del talento visionario di Cuaròn, purtroppo ancora tardivamente incompiuto. Così fa rabbia veder declinare l’escatologia del progetto in una mera vicenda che non trascende i fatti, un capolavoro potenziale in un buon film. Un film che merita di esser visto più volte. Un’eccezionale occasione perduta.


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L’ULTIMA IMMAGINE

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Car & Flag, San Jose, California, 1972

berlincioni@gmail.com

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni

L’automobile e la bandiera, i due elementi che più mi hanno colpito nel mio primo contatto con la California! Non che questi simboli non fossero già presenti anche nella nostra cultura e nel nostro vivere quotidiano, ma in California le dimensioni e la quantità diffusa delle due icone è stata per me una scoperta intrigante. In questo mondo che il grande fotografo americano Bill Owens ha reso celebre con il suo bellissimo libro “Suburbia”, i due oggetti di culto sono decisamente pervasivi e non ti abbandonano mai. Pur diluiti nei grandi spazi tipici di una terra baciata dalla natura queste presenze sono perennemente sotto i tuoi occhi e continuano a destare un grande stupore.


Cultura Commestibile 47