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uesta settimana il menù è

DA NON SALTARE

Una giornata particolare

Se tutto andasse per il verso giusto Firenze potrebbe a buon diritto affiancarsi a Roma nella candidatura per le Olimpiadi 2020 Dario NArdella 15 settembre 2013

Virdis a pagina 2

GALLERIE&PLATEE La finzione della natura

Cosma a pagina 5

REBUS

L’eversiva Lucia Marcucci

Monaldi a pagina 6

ICON Il condominio della street art

RIUNIONE DI FAMIGLIA a pagina 4

Le sacre scritture

Si legge cul ma si scrive cool

Rebora a pagina 7


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DA NON SALTARE

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di Davide Virdis davide@virdis.it

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l progetto fotografico si sviluppa in sole quattro ore di una giornata particolare, il 27 maggio 2012. Queste immagini nascono dal bisogno di confrontarmi con uno dei più terribili temi che un uomo possa affrontare, la morte prematura di una persona cara, Maria la mia sorella più

piccola. Sentivo il bisogno di dedicarle un lavoro fotografico e per fare questo sapevo di dover andare a Capo Caccia, in Sardegna, esattamente dove è la casa al mare di famiglia e dove, dalla nascita, abbiamo passato le nostre vacanze. In questo luogo al quale Maria era particolarmente legata (e come lei anch’io), sotto un bellissimo sole più

Una giornata particolare

che primaverile, in completa solitudine mi sono rifugiato in quella parte della costa vicino alla mia casa dove da piccolo, e poi da adolescente, passavo le mie giornate a giocare, esplorare, leggere, pensare, oziare... e tutto il resto. In quella giornata particolare sapevo che Maria era li, l’avevo appena respirata, era nell’acqua, era nell’aria, nella terra, nelle piante, nei

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sassi, dovunque. Queste immagini non vogliono essere un epitaffio, piuttosto ho voluto dedicarle un lavoro che potesse onorare la “leggerezza” nel suo rapporto con la vita, nel suo lavoro di storica dell’arte, iconografa per l’Einaudi (anche in ciò ritrovo un intreccio con la figura di Calvino), e poi, soprattutto nella serenità che riuscì a mettere anche nel suo percorso


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finale verso la morte. Proprio come il Perseo citato da Calvino, anch’io in quella giornata particolare, dove Maria, polvere spinta dal vento e portata dal mare, era dovunque, ho provato a volare con i sandali alati per non farmi travolgere dal peso dei pensieri, per non essere pietrificato da essi. Ho cercato conforto nei luoghi della

DA NON SALTARE

aOttoMaria immagini

pensando alla prima lezione americana di Calvino: la leggerezza

nostra infanzia, ho cercato Maria, presente in ognuna di queste foto, nella leggerezza dell’acqua, nel piccolo pesciolino che, se cerchi tra le sue trasparenze, vedrai emergere dal fondale, nella lumachina di mare tenacemente aggrappata alla roccia, in un tappeto soffice di poseidonia secca sbiancata dal sole e modellata dal vento, nella tenacia di un finocchio di mare che,

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in assenza di terra, cresce miracolosamente in una crepa tra le rocce, in un sasso, tra i sassi, a forma di cuore, tra le foglie del germoglio selvaggio di una pianta di asfodelo, nel movimento liquido del mare su uno scoglio, in una piccola vela nera all’orizzonte, nei ricami di luce che il sole di mezzogiorno disegnava picchiando sull’acqua.

Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro. Italo Calvino


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RIUNIONE DI FAMIGLIA

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ZAPRUDER

Si legge cul ma si scrive cool

Zapruder si è aggirato questa fine estate per la festa del pd, in quel di Firenze. Si è accorto presto che doveva riuscire a riprendere ciò che non era possibile riprendere: i candidati alle future primarie, i dibattiti sulle future primarie, l’esistenza stessa delle future primarie…. Ad ogni modo, vagando con la sua telecamerina, si è accorto che qualcosa indirettamente stava riprendendo in merito a queste misteriose primarie. Persone paonazze e sudate, molto spesso semplici, timide e buone (erano evidentemente alcuni della “base”), sono state riprese mentre con terrore (stringendo mani di papabili futuri candidati che ancora devono sciogliere la riserva dopo che una parte della base gli ha chiesto di provare a concorrere tra i possibili candidati alle previste ma non sicure primarie) sussurravano frasi del tipo: “Maccerto che ti voto, macchescherzi, con tutto quello che abbiamo fatto insieme, ti ricordi? Eppoi l’inaugurazione della nuova sede del circolo, alla quale mi facesti l’onore di essere presente!”, pochi metri più avanti, con un altro candidato alle possibili primarie etc etc: “Mastaischerzando? La tua candidatura è la svolta, non solo avrai il mio sostegno ma quello di tutta la mia famiglia e di tutti i parenti di primo e secondo grado…non posso scordare quella volta allo stadio, che mi prestasti l’abbonamento per verona-fiorentina 1988…”, e via e via. Per otto-dieci volte. Zapruder è turbato: ma come si può mettere così in difficoltà le persone? Suvvia, un po’ di dignità candidati! Iniziate a cercare i voti per gli altri candidati e non per voi stessi, egoisti! Il candidato si dovrebbe candidare per sostenere un altro candidato… .Manca la solidarietà in questo partito, ecco cosa manca. Zapruder, andando via, non manca di dare qualche pacca sulla spalla a questi poveri cristi accoccolati sulla sponda dell’Arno che si tormenteranno per mesi… .”Ma capirà che non potrò votarlo? Lo verrà a sapere? Mamma mia, come fo? Se solo ne potessi votare tre o quattro…e se poi li incontro insieme? Mamma mia….”

Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012 direttore simone siliani redazione sara chiarello aldo frangioni rosaclelia ganzerli michele morrocchi progetto grafico emiliano bacci editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze contatti

www.culturacommestibile.com redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.facebook.com/ cultura.commestibile

Con la cultura non si mangia Giulio Tremonti

Renzi è il nuovo Verbo che, aleggiando sulle acque stagnanti del Pd (sostenere il quale, negli ultimi anni, era “da poveretto, come chi fa la terapia di gruppo per auto recupero"), crea un nuovo universo. Fiat lux, e tutto esiste. Alla presentazione del libro ‘L’Italia dei democratici’ il Nostro è stato demiurgico:"Vorrei che votare Pd fosse di nuovo cool". E subito la nuova cool-mania ha contagiato il Paese e soprattutto i renziani di antica e provata fede, come dei neofiti. Per dire, qualcuno ha avvistato Eugenio Giani (certamente il più sollecito di tutti) in jeans, chiodo e lapadato. Si segnalano Del Rio diventato assiduo frequentatore delle Distillerie Clandestine

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LE SORELLE MARX

I CUGINI ENGELS

Primarie

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Disco Club di Roma (“dove l’anima più classica e clandestina si fonde con quella più moderna e cool”, si legge sul sito) e Piero Fassino in completo dark allo United Club di Torino (“ dove la musica “picchia duro” e si respira aria di underground e indipendenza”). Finanche Franceschini, che in fatto si look non è un’aquila, si tinge i capelli e frequenta il noto “Baretto al Gianicolo “ (è pur sempre il vice-disastro...). Nessuno resiste alla nuova tendenza cool lanciata da Renzi. Qualcuno (non ferrato nelle lingue) l'ha preso effettivamente in parola: indovinate chi delle renziane doc si nasconde in questa foto pubblicata sul Corriere.it? D'altra parte, dice il Vate, la politica deve parlare alla pancia... o giù di lì.

Finzionario

di Paolo della Bella e Aldo Frangioni

Le sacre scritture Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po’. La noia deve assalire quei due vecchietti vestiti di bianco, stanchi delle passeggiate tra colonne berniniane e statue michelangiolesche, hanno preso carta, penna e calamaio e hanno vergato missive dense per il quotidiano della sinistra “buona” italiana, La Repubblica. Dopo la lettera di Francesco al papa laico (un po’ deluso della trombatura da senatore da vita) Eugenio Scalfari, ecco arrivare, sempre alla redazione del giornale romano, uno scritto di Ratzinger a Odifreddi, scienziato mangiapreti e polemista antifedeista. Avendo un parente che lavora per grazia divina all’ufficio postale di San Giovanni in Laterano, abbiamo un’anticipazione sulle prossime missive partite dal Vaticano. Papa Francesco scrive al Corriere della Sera chiedendo di ripristinare la rubrica del lunedì sull’amore di Alberoni che lo faceva tanto divertire. Ratzinger chiede a Il Manifesto il poster della prima pagina del giorno della sua elezione al soglio pontificio per appenderlo al muro della sua disadorna cameretta. Bergoglio domanda alla Gazzetta dello Sport più attenzione per il campionatodi calcio argentino. Benedetto XVI interroga Chi e il suo direttore, Alfonso Signorini, per un nuovo look, essendo costretto per cause di forza maggiore ad abbandonare il bianco. Il teutonico Joseph scrive anche alla Nazione per chiedere perché il 14C accumuli sempre ritardo e, infine, il Papa in carica scriverà a noi, Cultura Commestibile, per chiedere di che ordine siano le Sorelle Marx. Facile: nous sommes marxiste, tendance Groucho

LO ZIO DI TROTSKY

Mattoni eSiamopalloni sempre più vicini al mausoleo defini-

La serie di racconti di Ottieri, pur brevissimi, sono di una pesantezza micidiale. La prima di queste smart-nouvel da il titolo al libro: “Un cuoco cinese colpisce con il matterello alla testa il proprietario del ristorante, che da anni lo sfrutta come uno schiavo, urlandogli: Questo non un scottes- Il proprietario finisce faccia in giù nella vasca dell'olio bollente”. Seguono 73 pezzi, spesso senza capo né coda, quasi tutti truculenti, come la commessa licenziata da un negozio Swaroski che, con una palla di piombo legata ad una catena, colpisce tutta la preziosa e fragilissima merce esposta, ricevendo un fragoroso applauso da tre clochard di passaggio. Oppure la mini-storia di una badante romena costretta dall'anziana, ricchissima commerciante fiorentina, a spingere la sedia a rotelle fino a San Miniato al Monte per vedere la tomba dell'Artusi, la ragazza, arrivata in cima, gira la sedia e lancia la vecchia per le ripide scale, stile carrozzina nella Corazzata Potemkin. Anche gli altri 71 racconti sono aggressioni, vendette, furti operati da personaggi di una classe inferiore alla vittima. Alla fine della lettura, malgrado il disgusto, sentiamo sorgere dalla nostra mente una strofa della canzone “La locomotiva” di Guccini: “Fratello, non temere, che corro al mio dovere- Trionfi la giustizia proletaria!”. Questa ultima frase l'abbiamo pensata, ma non la scriviamo.

tivo per sigillare la grandezza di Matteo Renzi. Colui che fa il mestiere più bella del mondo, il cui numero è nelle rubriche dei personaggi più influenti dell'intero globo come testimonia la locandina del Corriere fiorentino di qualche giorno fa (Il filantropo che ha cambiato New York chiama Renzi, riferendosi a Bloomberg e non a Bin Laden) ha trovato l'appiglio legale per costruire il suo lascito per l'umanità. La mano a Matteo gliela porge il suo più fidato scudiero, quel Dario Nardella, già pronto a porgere la testa in segno di sottomissione in caso di fallimento dei mondiali di ciclismo fiorentini, che in compagnia di Filippo Fossati e altri ingenui parlamentari, ha portato alla Camera un disegno di legge per abbreviare l'iter per la costruzioni di nuovi impianti sportivi. Cosa fatta bene, verrebbe da dire: finalmente si potranno sistemare quelle palestre dove piove nei mesi invernali, oppure dove si dovrebbe giocare a basket ma il canestro è rotto da secoli, oppure quei campetti di periferia dove il tartan è ghiaia dipinta o le porte da calcio sono dei pali rugginosi. Invece ci vogliono almeno 1.500 posti a sedere se si è al chiuso o 4mila se all'aperto, e poi via di multifunzione, quindi zona commerciale, sportiva e qualsiasi cosa che possa far rientrare l'investimento. Squillino le trombe allora: Firenze e la Fiorentina avrà il suo nuovo stadio. Inaugurazione con 100 giorni di giochi come l’imperatore Tito. Negotium e circensem.


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GALLERIE&PLATEE

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l’Emilio o l’Unico e la sua proprietà, piuttosto che il Walden ad offrirci la sperata ospitalità. Anche Filippo Basetti lavora sulla possibilità di educare con la cultura costruendo alla maniera degli architetti utopisti degli interventi, anche minimi, prima nel pensiero poi sulla carta e perché no in un futuro ideale anche realizzandoli sul territorio urbano, incominciando, come ha fatto, con dei segni verdi sulle strade di Monsummano. Eva Sauer, in una penombra che le si addice, racconta attraverso un’immagine lunare il passaggio in quella terra di nessuno, dal clima rigido dell’inverno che sta per finire, che è la solitudine dei bambini, piena di dissolvenze e incomprensioni, che come quella degli animali non hanno voce. L’immagine in cui i profili dei personaggi sembrano perdere consistenza, trova la sua specularità al suolo dove col gessetto dei giochi è scritta una poesia che gli spettatori cancellano col loro passaggio. L’intensità poetica che lega i lavori esposti, rivela il malessere dato dalla consapevolezza che le immagini descritte in modi pur così diversi, posseggono tutte la solitudine dei luoghi non abitati.

di Claudio Cosma claudiocosma@hotmail.com

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musei periferici hanno un modo tutto loro di riconoscersi un’importanza che nasce dalla tranquilla quiete della provincia e dalla mancanza di concorrenza, reale o ignorata. I punti di riferimento sono concentrati sulla loro capacità di mantenimento amministrativo e sulle capacità di “attrazione” locale. Il Mac,n, bel museo di Monsummano è ricavato dalla ristrutturazione della villa di un maggiorente del paese, con tanto di vasca di marmo stile Paolina Bonaparte al piano terreno dietro lo scalone d’ingresso, voluto nello stile michelangiolesco della biblioteca laurenziana. L’aria è piacevole, le stanze ben illuminate, i lavori degli artisti, selezionati dal curatore Giacomo Bazzanti, ottimamente installati, con tanto di schede tecniche da fare invidia a ben altri musei. Queste schede permettono la visita della mostra a visitatori anche non preparati, senza bisogno di guida (l’eventuale presenza della stessa nei giorni normali di visita non sono in grado, però, di affermarla). Nelle cucine della villa, naturalmente nel sottosuolo, si svolgeva una performance di cucina etiope e della qual cosa non domandatemi il perché e devo inoltre riconoscere che sebbene ci sia attinenza fra cucina e cucine, questa pièce etnica, non bene si accordava col monumentale camino di pietra serena che avrebbe richiesto, piuttosto, una serie di spiedini di beccacce. Fra gli artisti presenti Silvia Noferi presentava la sua recente serie fotografica “Sottovetro”consistente di dittici dove si confrontano pezzi di paesaggio la cui immutabile veridicità viene confutata dalla presenza di personaggi che voltano le spalle agli osservatori, e di pezzi di natura ricostruita nei diorami dei musei di storia naturale. I suoi lavori, pervasi di melanconia, sono delle moderne vanitas che alludono non alla breve durata della vita umana, come quelle classiche con i loro armamentari di teschi, frutta e candele che si consumano, ma alla breve durata del paesaggio, condannato a prossima morte dalla eccessiva demografia umana e dall’uso dissennato che l’umanità stessa ne sta facendo. Ancora Enrico Vezzi, intellettuale e raffinato, ricostruisce una città con libri che hanno per argomento l’utopia, che ne formano la pianta e l’alzato, a formare un precario intrico di strade che ci immaginiamo di poter percorrere, a nostro unico rischio o infinito piacere, dopo esserci rimpiccioliti alla sua scala in attesa che possa essere

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Finte nature al

Mac,n

In mostra fino al 17 novembre a Monsummano In alto Eva Sauer, Solitude and loneliness, 2013, a sinistra Enrico Vezzi, Utopia Temporary Library, 2013, sotto Silvia Noferi, Sottovetro#5, 2011


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di Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com

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attività artistico-poetica di Lucia Marcucci si appella al potere creativo dell’intelletto criticamente analitico e analiticamente critico, attento alle contestazioni e al dibattito politicizzato degli anni Sessanta, ossia nel momento in cui si avverte necessaria e urgente la presa di posizione personale, attraverso precise scelte formali nei confronti della cultura e della società. Per l’artista lo sperimentalismo è inteso come eversione, contestazione, reazione, interesse e polemica, critica puntualizzata, in cui drammaticità e ironia si fondono, generando un esito artistico d’incredibile forza ideologica. Quindi l’eversione nella poetica come nella riflessione poetica comincia dal linguaggio, e specificatamente dal tecnologismo della comunicazione di massa, sovvertendo le istanze linguistiche e rivalutando le capacità comunicative, in

Lo speri

menta lismo eversivo di

Lucia Marcucci vista di una scrittura poetica dove l’arte diviene vita che evidenzia la propria alterità dal sociale. L’azione critica passa attraverso la decodificazione, e la conseguente demitizzazione del linguaggio di massa, che sottoponendosi a operazioni estetiche di contaminazioni e associazioni di segni visivi e segni linguistici, sollecita l’opinione dell’uomo alienato e pronto alla guerriglia ideologica contro i mezzi di persuasione del capitalismo. La realtà caotica e vorticosa si traduce in una grammatica combinatoria-oppositiva del linguaggio, in cui l’informe e il disordine dell’esperienza si trasformano nella struttura non-lineare del codice filmico, teatrale, narrativo e poetico che è in sé una ri-creazione atemporale del linguaggio, ormai del tutto alienato dalla contemporaneità. Il linguaggio si manifesta come materia segnica, in una provocante eversione della convenzionalità e attraverso esso, quindi, si opera una decostruzione dell’ideologia portante della società, in nome di una ideologia pura e popolare.

Con la tecnica del collages si opera, sul versante figurativo, una rappresentazione mimetica del quotidiano attraverso le immagini “tecnologiche” di dominio pubblico, sul versante poetico/letterario, invece, si opera una decostruzione semantica ed ironica di tali figurazioni attraverso lo scontro/incontro con il linguaggio che si trasfigura in materia che fugge dalla lettura. La parola diviene materia vivace e dinamica che tenta il riscatto della propria concretezza, materialità e fisicità, nel disperato tentativo di superamento del disordine contemporaneo, alla ricerca di un nuovo ordine rigeneratore. Tale sperimentazione espressiva, metaartistica e meta-verbale, si definisce come superamento del caos generazionale, ideologico e poetico, ricerca razionale di un ordine sociale anti-conformistico: da una parte si registra un attaccamento alla vita di relazione e alla realtà quotidiana, dall’altra una piena consapevolezza esistenziale dell’inquietudine e dell’instabilità intrinseca alla realtà sociale.

Tre opere di Lucia Marcucci. Qui a fianco Panorama di no, 1965 Collage su cartone cm. 36x25,6 – Courtesy Collezione Carlo Palli, Prato In alto Il piacere di saperlo, 1973 Collage su cartoncino cm. 25x35 – Courtesy Collezione Carlo Palli, Prato A destra Bumm, 1972 Smalto su tela emulsionata, cm 61,8x69 – Courtesy Collezione Carlo Palli, Prato


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di Simone Rebora simone.rebora@libero.it

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el 13° Arrondissement di Parigi, tra la Bibliothèque Nationale de France e la nuova Cité de la Mode et du Design, sorge un edificio di nove piani, destinato alla demolizione entro la fine dell’anno. Ma chi avrà l’occasione di visitarlo nel mese di ottobre, potrà scoprirvi un microcosmo di murales e graffiti, un vero gioiello effimero dell’arte contemporanea, frutto del lavoro di un centinaio di writer provenienti da tutte le parti del mondo. Il grandioso progetto, coordinato dalla Galerie Itinerrance, ha trasformato una zona in disuso della città in un museo temporaneo della street art internazionale. Il suo fascino maggiore è dato proprio dalla pervasività dei lavori, che si estendono su pareti e arredi, e inglobano l’intera struttura dell’edificio nell’intrecciarsi dei loro universi immaginifici. Ma il piacere estetico è anche tagliato da una sottile vena di malinconia, nella coscienza che tutto questo, nel giro di poche settimane, non esisterà più. La selezione degli artisti coinvolti (che può vantare nomi del calibro di C215, Alexöne, Ethos, David Walker, Ludo, Inti ed eL Seed) ha privilegiato gli scenari emergenti della scena internazionale, come l’America Latina e i paesi mediorientali. Per l’Europa, ci sono l’Italia e il Portogallo. E proprio al nostro paese è stato affidato l’allestimento di un intero piano del palazzo, tramite l’agenzia Le Grand Jeu, impegnata nella promozione su scala internazionale della street art italiana. Il progetto, intitolato appunto “Il piano”, è curato da Christian Omodeo e coinvolge ben quindici writer, con l’obiettivo di esplorare «le diverse anime e generazioni della street art italiana: dai graffiti alla stencil art, passando per il post-graffiti e le correnti stilistiche più contemporanee influenzate dai codici figurativi dell’illustrazione». Alla street artist MP5 è stata affidata la prima stanza del piano terra, mentre gli altri artisti si sono divisi i quattro appartamenti del piano italiano. Troviamo così, fianco a fianco, e ordinate in base a criteri stilistici, le creazioni di 108, Agostino Iacurci, Awer, Dado, Etnik, Hogre, Hopnn, JBRock, Joys, Moneyless, Orticanoodles, Peeta, Senso e Tellas. Tutte si distinguono per raffinatezza tecnica e potenza espressiva, passando dalla corrosiva critica sociale fino alle più dirompenti visioni oniriche, sempre in un rapporto di stretta simbiosi con gli ambienti in cui si sviluppano, ma anche capaci di rovesciarli come un guanto, di rivelarne improvvise le potenzialità implicite. Al di là dei suoi valori di ricerca, il progetto merita attenzione per il messaggio sociale che veicola. La street art, che soffre ancora oggi (e specie nel nostro paese) di una fama ambigua, dimostra insomma un livello di maturità non più trascurabile, e rende necessaria una sua analisi come fenomeno artistico e culturale avanzato, capace di agire in quegli interstizi sociali, urbanistici ed economici dove i rappresentanti della cultura “ufficiale” riluttano ancora a metter piede.

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Un “Piano” italiano

nel condominio

della street art

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PECUNIA&CULTURA

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Il marketing emozionale

di Michele Morrocchi

twitter @michemorr

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ome mettere insieme uno scooter esclusivo, un museo di arte contemporanea, una street band al femminile, una compagnia teatrale e una cena preparata da uno chef stellato senza che il tutto impazzi come una maionese venuta male? Operazione difficile che necessita di un grande organizzatore, di tanta passione e di una buona dose di follia. E’ la ricetta di Maurizio Vanni, direttore e curatore di LU.C.C.A e inventore del marketing emozionale, cioè un sistema che tiene insieme gli elementi di cui sopra e riesce a far vendere prodotti, territori e diffondere cultura. Un sistema testato venerdì scorso proprio all’interno di LU.C.C.A , il centro per l’arte contemporanea della città omonima, in cui in una serata fantasmagorica si presentava la nuova Vespa 946. Una serata in cui Vanni ha dimostrato che quello che ci diciamo da anni senza mai combinare nulla, cioè coniugare impresa, prodotti e cultura, non solo è possibile ma funziona. Funziona talmente tanto che lo stesso Vanni, subito dopo la serata è partito per un tour mondiale in cui quel modello viene presentato, spiegato e diffuso in ogni angolo del mondo. Università, gruppi di imprese, camere di commercio, musei e istituzioni pubbliche sono i luoghi e i soggetti a cui si rivolge e che conoscono, apprezzano e poi, magari, visitano ed investono qui da noi. Prodotti del made in Italy, della filiera del lusso certo, ma anche macchinari industriali e ogni eccellenza del Paese si vende meglio se la si lega al territorio che la produce e alla cultura che quel territorio esprime. Un discorso semplice, se si vuole, di cui abbiamo tutti discusso e teorizzato ma che oggi qualcuno mette in pratica. Un esempio, si spera, da imitare e seguire.

l’uovo di Colombo che tiene insieme imprese e cultura

PIANETA POESIA

Un omaggio a Mariella Bettarini di Franco Manescalchi novecentopoesia@gmail.com

Nel 1973 nasce a Firenze la rivista ciclostilata Salvo Imprevisti diretta da Mariella Bettarini con la quale in quegli anni avevamo intessuto un fitto dialogo che naturalmente non fu interrotto. La rivista è stata poi rifondata insieme a Gabriella Maleti e denominata L’area di broca . Ricordo di avere partecipato alla presentazione di questo nuovo ciclo nella Sala dei Consoli a Palagio di parte di Guelfa. IL primo incontro con Mariella Bettarini risale alla metà degli anni Sessanta quando avevo il compito di selezionare voci nuove per le pagine di Quartiere e fu preceduto da uno scambio epistolare dove Mariella come suo costume - metteva bene in evidenza la concezione del mondo che la muoveva.. .Il rapporto poi si sviluppò con una serie di incontri in cui approfondimmo un dialogo che molto assomigliava ad una progetto culturale sulla città. Non a caso si era intorno al Sessantotto. Da due versanti, originariamente cattolico e marxista, prese forma e consistenza una comune necessità di far confluire la propria voce nel processo della storia.

Non starò a dire i dettagli di una collaborazione che giungeva anche alla formulazione di consigli operativi, ma nella sostanza la condivisione di istanze morali e reazioni anche umorali ad una società che si stava aprendo come una faglia tellurica rimangono nella memoria come patrimonio di una vita. Durante il percorso dei giorni si consolidava la capacità di aprire fronti, creare collegamenti, divenire, insomma, protagonisti di una storia in itinere. E così, - ripeto - all'inizio degli anni Settanta, Mariella Bettarini mi comunicò questa sua intenzione che, Salvo imprevisti, sarebbe andata in porto. E per l’appunto fu realizzata con la denominazione Salvo imprevisti. Ricordo che all'inizio delle pubblicazioni la indirizzai, come altri, ad una tipografia in via Gino Capponi che disponeva della multilit, una macchina per stampa arrivata da poco che permetteva di ottenere una qualità migliore rispetto al ciclostile. Mariella Bettarini ha poi portato avanti con inusitato vigore e rigore per tutta la vita. Anche perché, penso, fondamenta così saldamente “costruite”, perché sofferte, nell’uomo e nella storia non rischiano di vacillare ai movimenti di una società così ondivaga che, in ogni caso, non sembra voler fare tesoro della nostra esperienza

poetica. Infatti protervamente ripete i suoi errori ed orrori a conferma della bontà di una scelta oppositiva che conduce il poeta a proporre la conoscenza di sé come misura da cui ripartire. Ciò conduce direttamente al tema della rivista come necessità per esprimere il progetto ed il pensiero di un gruppo di lavoro: scelta di fondo e di campo che prevede la costruzione di strumenti editoriali atti a dare voce e a collegarsi con un più ampio universo letterario. Ancora, i contatti di collaborazione avvennero attraverso il Sindacato scrittori guidato da Gino Gerola e poi, né gli anni Ottanta, nel contesto del circuito internazionale di poesia Ottovolante di cui fummo fondatori. In conclusione: la sua rivista è stata il laboratorio più fertile degli ultimi trenta anni a Firenze, con gli anelli di catena dei suoi numeri monografici sui quali sono stati affrontati temi più urgenti del nostro tempo attraverso la lente della letteratura e della poesia , è stata ed è doppiamente apprezzabile, per avere cioè con strumenti poveri ma con progetti determinati dato voce ad un gruppo dinamico che ha saputo collegarsi con chi nel tempo aveva veramente qualcosa da dire, partendo da un presupposto programmatico di Salvo Imprevisti: “Il divorzio tra cultura e politica, tra poesia e realtà sociale si fa sempre più macroscopico. Che fare? È urgente recuperare tutti gli elementi del quadro, e non soltanto uno di essi, il linguaggio”


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OLTRE IL GIARDINO

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di Simonetta Zanuccoli

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vero, con generose somme di denaro alla badessa e grandi scorte di cacciagione, olio e vino. A volte gli si richiede anche l'aiuto per qualche piccolo lavoretto come aggiustare uno sportello che non chiude bene o un orologio che si è fermato. E Galileo, il grande scienziato che con le sue idee aveva sconvolto la tradizionale visione del mondo, li esegue con piacere. Del resto la figlia

simonetta.zanuccoli@gmail.com

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n questi giorni nelle cronache fiorentine dei giornali è stata citata più volte via Suor Maria Celeste per il sospetto di un abuso edilizio che ha interrotto certi lavori in attesa di più approfondite verifiche. Questa stradina di campagna stretta tra muri a secco e ville trecentesche, a solo un chilometro da Porta Romana, è stata definita in quasi tutti questi articoli un luogo d'incanto per il suo suggestivo panorama fatto di olivi, cipressi, campi e silenzio. Un percorso carico di bellezza ma anche di storia a partire dalla vicina villa del Poggio Imperiale, dimora medicea estiva della vedova di Cosimo II, Maria Maddalena, a villa Curonia, ritratta in un grande affresco dal Vasari, che ospitò più volte Raffaello. Ma il suo nome, Suor Maria Celeste, al di là del panorama e della storia, nasconde un appassionato storia di a amore filiale. Suor Maria Celeste era la figlia di Galileo Galilei. Durante il suo soggiorno padovano Galileo aveva convissuto con una popolana. Da questa relazione, mai ufficializzata, erano nati tre figli, un maschio e due femmine. Chiamato a Firenze da Cosimo II dei Medici, Galileo abbandona la donna e porta con se i figli. Il maschio, Vincenzo, viene accolto a corte come amministratore senza tuttavia acquisire meriti, schiacciato dalla personalità e dalla fama del padre. Le femmine, Livia e Virginia, segnate dalla nascita fuori del matrimonio e quindi senza nessuna possibilità di un futuro dignitoso, vengono messe giovanissime, secondo il costume dell'epoca, nel monastero delle Clarisse ad Arcetri. Livia diviene suor Arcangela e Virginia suor Maria Celeste. La prima trascorrerà la sua triste vita da ipocondriaca sempre malata, la seconda dimostrerà una forza di carattere e un' intelligenza, non usuali per le donne del tempo, che la porterà a collaborare con il padre trascrivendo le sue opere, catalogando e archiviando la corrispondenza tra lo scienziato e altri dotti, informandosi e chiedendo spiegazioni delle sue scoperte astrofisiche. Affezionatissima, inizia con lui un carteggio quasi quotidiano dal 1623 al 1634 in grande parte oggi purtroppo perduto. Attraverso le lettere che ci restano possiamo scorgere il Galileo privato, proprio negli anni che quello pubblico raggiunge l'apice della sua maturità scientifica con la pubblicazione del Dialogo sopra i 2 sistemi e della sua drammatica caduta a seguito di questo con la condanna del tribunale dell'Inquisizione nel 1633. Il Galileo che appare nelle righe scritte delle lettere è un uomo non superbo e collerico come viene giudicato dai suoi amici e nemici ma bonario e premuroso. Per il suo soggiorno fiorentino l'attiva suor Maria Celeste gli ha trovato una villa, Il Gioiello, a Pian de Giullari a pochi metri dal monastero. E lì che Galileo riesce a trovare sollievo anche nei momenti più tragici della sua vita quando

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I luoghi della figlia di Galileo la sua difesa della teoria copernicana della terra che gira attorno al sole mette in discussione addirittura tutto il sistema radicato nei secoli di convinzioni scientifiche basate sulla Bibbia. Nel si-

MINUTAGLIE

lenzio della vigna Galileo coltiva e produce un vino prelibato, nella terrazza ha costruito un telescopio per le osservazioni notturne del cielo. E poi ci sono le visite al monastero sempre più po-

visita quotidianamente il padre, lo cura con decotti alle erbe, vigila sull'irrefrenabile golosità di lui e lo rimprovera “ ….quanto mi dispiace che si procacci qualche male stravagante e fastidioso....” , cuce la sua biancheria. Insomma una presenza femminile che diventa un'oasi di serenità nella vita tormentata di Galileo. Suor Maria Celeste muore a soli 33 anni. Galileo rimasto solo descrive la figlia con rimpianto “...donna d'ingegno, singolar bontà e a me affezionatissima....”. A lei è dedicato un piccolo, tranquillo angolo di paradisi nella collina di Arcetri. Foto dall’archivio Roberto Minuti

Natura dormiente con bottiglie


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LUCE CATTURATA

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di Sandro Bini www.deaphoto.it

Sandro Bini - Florence City Centre - Itinerari turistico commerciali - Firenze 2008

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EX POSIZIONI

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di Cecilia Chiavistelli cecilia.chiavistelli@gmail.com

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Palazzo Strozzi a Firenze, dal 27 settembre 2013 al 19 gennaio 2014 si scoprono, attraverso le opere dei grandi artisti in mostra, le origini culturali dell’Avanguardia Russa, che partendo dalle frontiere europee raggiunge gli sconfinati territori siberiani. Le grandi opere dell’Avanguardia tra cui Macchia nera di Kandinsky, Cerchio nero di Malevič e il Il vuoto di Gončarova, con le loro rappresentazioni cosmogoniche, alla base delle culture orientali e sciamaniche, sono affiancate a sculture paleolitiche, icone e manufatti di arte legata alla tradizione etnica, dello sterminato impero russo, a rappresentare, per la prima volta in Italia, l’influenza della cultura orientale sulle teorie estetiche e nel dibattito culturale degli artisti russi nei primi anni del Novecento. La mostra “L’Avanguardia russa, la Siberia e l’Oriente. Kandinsky, Malevič, Filonov, Gončarova” riunisce circa 130 opere tra dipinti, sculture e oggetti etnoantropologici e di arte orientale, del periodo 1890 – 1930, lavori di artisti di fama internazionale come Wassily Kandinsky, Kazimir Malevič, Pavel Filonov, Natal’ja Gončarova, e altri meno conosciuti all’estero, tra cui Léon Bakst, Alexandre Benois, Vera Chlebnikova, Georgij Jakulov, Petr Končalovskij, Michail Larionov, Ilja Maškov, Michail Matjušin, Nikolaj Rerich, Vasilij Vatagin. Fu un lungo viaggio intrapreso, tra il 1890 e il 1891, dal futuro Zar Nicola per rafforzare le relazioni con le popolazioni orientali più lontane, che permise in

Sopra Pavel Filonov, East and West, 1912– 13, oil, tempera, gouache on paper; 39.5 x 46 cm. St. Petersburg, State Russian Museum, destra Kazimir Malevich , Black Circle, 1915, oil on canvas; 102 x 102 cm. St. Petersburg, State Russian Museum.

L’arte russa di inizio ‘900 in mostra a Palazzo Strozzi

Russia di conoscere sia le terre esotiche come India, Ceylon, Giava, Siam, Giappone, Cina, che i territori inesplorati e la gente della Siberia. Dei regali ricevuti dallo zarevic dalle autorità locali fu poi organizzata una mostra al Museo dell’Ermitage che rese popolari culti e culture così lontane. Le sculture in pietra neolitiche, i rituali sciamanici siberiani, le stampe cinesi, e la filosofia indiana hanno ispirato artisti e scrittori russi dell’Avanguardia, che sviluppando le loro idee estetiche poco

Tra est e ovest

prima della Rivoluzione d’ottobre del 1917, hanno unito lo spirito filosofico e antropologico di quei luoghi lontani al presente, rendendo più creativa la loro rappresentazione artistica. Molti artisti dell’Avanguardia furono perseguitati dopo la Rivoluzione del 1917. Malevič, dopo l’ascesa di Stalin, perse tutti gli autorevoli incarichi ottenuti e morì povero. Le sue opere sono visibili in Russia solo dal 1988. Mentre Grigorij C ̌ oros-Gurkin fu fucilato in Siberia nel 1937 con l’accusa di spionaggio.

ODORE DI LIBRI

Portmann, forme indelebili di vita animale di Marco Pacioni pacionim@gmail.com

“La teoria della metamorfosi è la chiave per tutti i segni della natura” sosteneva Goethe. I segni non sono soltanto elementi di un alfabeto statico e nascosto che la fisiologia, l’anatomia e la chimica riesumano e la biotecnologia manipola ma, come enfatizza Adolf Portmann in La forma degli animali (edizione italiana a cura di Paolo Conte, Raffaello Cortina, pp. xxxiii + 248, 24 euro), sono delle componenti che si caratterizzano per essere osservate. Per Portmann, forma è il legame visibile che mostra l’inscindibilità fra interno ed esterno secondo una direzione che va dall’asimmetria in cui sono disposti gli organi interni degli animali alla “simmetria bilaterale” delle componenti esterne del corpo. Benché inattuale come lo era stato Goethe in ambito scientifico, Portmann non è completamente solo nel suo progetto come si evince dai riferimenti ad altri studiosi e soprat-

tutto all’altro grande naturalista morfologo del novecento, il francese Raymond Ruyer. Ciò che sta a cuore a Portmann è stabilire che la funzione non è cieca. Non è da considerare soltanto dal lato del portatore di certe forme e colori, ma anche dal lato di chi li riceve. Vi è un’interazione che definisce la visualità come un vero e proprio organo. Anzi, come Portmann ricava da La genesi delle forme viventi di Ruyer, anche quando non c’è nessuno che dall’altra parte guarda, la visualità è modellatrice di forme che altrimenti non si spiegherebbero. La visualità delle forme senza spettatore che Portmann chiama «autopresentazione» è una delle principali novità fra la prima e la seconda edizione del suo libro – rispettivamente del 1948 e 1960. Secondo Portmann, neanche il metodo genetico può fornire una spiegazione che riduce la funzionalità visiva ad altro. La genetica così

Opera di Jan Fabre

come la fisiologia conoscono nel senso che possono intervenire e modificare. Sono delle “biotecniche”. È qui che si configura una delle più importanti conseguenze degli studi di Portmann: mentre la morfologia tratta la vita anche come forma senza

che le due componenti possano separarsi (forma-di-vita), la genetica e la fisiologia nelle loro applicazioni tecniche trattano la forma come una componente accidentale e dunque modificabile, riducibile al materiale biologico dove insieme alla distinzione formale si perde la differenziazione in cui si danno la vita umana, animale e vegetale. Come già per Goethe, le resistenze agli studi di Portmann sulle forme degli animali sono dovute soprattutto al paradigma culturale che si è imposto. Una nuova considerazione della morfologia poteva e può avvenire soltanto nel momento in cui le implicazioni etiche e politiche dello scientismo biologistico con il quale si guarda prevalentemente alla vita si manifestano in modi più eclatanti. In particolare, ciò avviene quando le questioni sollevate dalla morfologia intrecciano la vita in senso biopolitico come indicava già Hannah Arendt nel suo incompiuto e postumo La vita della mente dove la filosofa non a caso citava Portmann.


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di Angela Rosi angelarosi18@gmail.com

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clettico Spazi d’Arte: l’installazione di Giampaolo di Cocco 12 ore di notte è sospesa tra mobili di modernariato restaurati da Eleonora Banchi e opere fotografiche di Virginia Panichi. Il lavoro comprende parti in alluminio e piombo oltre a dodici satelliti con illuminazione led, tutti sospesi. L’installazione è un sarcofago e subito pensiamo a Osiride fatto giacere, con l’inganno, da suo fratello Seth in un sarcofago riccamente decorato poi, sigillato il coperchio, gettato nel Nilo. Il corpo di Osiride ritrovato fu fatto a pezzi e sparsi in giro, la moglie Iside iniziò un’affannosa ricerca fino a ricomporne il corpo e avere un figlio, Horus. Osiride di nuovo in vita diventò il re degli inferi, il re delle 12 ore di notte. Per gli egizi il coperchio del sarcofago era il cielo, il fondo la terra, i lati i punti cardinali, il morto era inumato con la testa a nord e il volto a oriente, verso il sole, il sarcofago era il cosmo. L’artista ha creato un sarcofago in alluminio con pezzi mobili, sono le parti del corpo di Osiride, Dio degli inferi e della fecondità, e la sua ricomposizione. Il sarcofago di Osiride è barca che naviga le acque del Nilo, Osiride ritrovato, fatto a pezzi, ricomposto e rinato è come il sole che nasce e tramonta, come noi che ci svegliamo e ci addormentiamo. Ogni giorno della nostra vita nasciamo e moriamo perché moriamo nelle 12 ore di notte e rinasciamo al mattino, in questa installazione ogni ora è un piccolo

Il cielo copre il sarcofago

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animale o piramide. Il sarcofago è leggero, aperto, adattabile perché ciascuno di noi ha le proprie 12 ore di notte, ma tutti viaggiamo verso la morte, punto d’incontro tra l’individuale e il collettivo. Durante le 12 ore di notte incontriamo gli archetipi, ogni ora è scandita da simboli raggiungibili con il sogno o con l’arte, medium tra conscio e inconscio, tra individuale e collettivo, 12 ore di notte è conoscere le tenebre portatrici d’immagini su cui lavorare nel mondo di sopra. Il sarcofago diventa la barca che ci conduce all’Ade, l’artista ci dà il mezzo con cui partire e un linguaggio, il sarcofago-barca percorre acque profonde per pescare preziosità. L’installazione non è scioccante o angosciante ci incuriosisce, ne sentiamo la positività dell’andare verso la morte senza paura perché “Una vita tesa all’autocoscienza si realizzerà con una morte felice” scrive l’artista. Ogni volta che il sole tramonta, che ci addormentiamo o che varchiamo il nostro inconscio arrivano le 12 ore di notte siamo Osiride dentro il sarcofago e non sappiamo dove ci condurrà e chi e cosa incontreremo. La morte è notte, l’arte ci avvicina a essa con la percezione che ritorneremo energia pura e la nostra individualità si ricomporrà con il tutto perché i pezzi possono essere gli individui che si ricongiungeranno nel tutto Osiride. Forse per questo 12 ore di notte di Giampaolo Di Cocco ci trasmette pace, serenità e la comprensione che siamo parte dell’universo. L’installazione sarà visibile fino al 10 ottobre 2013.

L’APPUNTAMENTO

L’APPUNTAMENTO

Nelle stanze di Mario Tobino

Cauteruccio alla Biennale

Riprendono con settembre le aperture festive del percorso museale “Stanze con vista sull’umanità” con visita guidata all’ex Ospedale Psichiatrico di Maggiano. Saranno infatti accessibili sabato 28 e domenica 29 con ingresso alle 15, alle 16 e alle 17, senza necessità di prenotazione. La visita, che è consentita tutto l’anno nei giorni di giovedì e venerdì, comprende la Palazzina Medici con le due “stanzette” dove ha vissuto Mario Tobino, il percorso espositivo “Stanze con vista sull’umanità” arricchito dalla nuova “Stanza dell’uomo” ed alcune aree della struttura ospedaliera che includono le Cucine con gli ampi soffitti in vetro, il Chiostro della sezione femminile con una corsia e le “Antiche scale” di Mario Tobino. L’accessibilità è consentita da un importante restauro conservativo con cui l’Azienda Usl2 di Lucca ha messo in sicurezza le zone.   L’accesso ha tre turni di ingresso: alle 15, alle 16 e alle 17. Informazioni www.fondazionemariotobino.it e al numero 0583 327243.

La Krypton e Giancarlo Cauteruccio sbarcano alla Biennale di Venezia con due atti unici in prima assoluta. Il 9 ottobre alle 20 andrà in scena prima La Macchina, opera per tre voci, due attori e ensemble musicata da Raffaele Grimaldi sul librettodi Diego Giordano, e dopo L’arte e la maniera di affrontare il proprio capo per chiedergli un aumento, da un testo di Perec con la musica di Vittorio Montalti e il libretto di Giuliano Compagno. La regia e il porgetto scenico dei due atti è di Giancarlo Cauteruccio. Sono due opere di teatro musicale in prima esecuzione assoluta, commissionate dalla Biennale di Venezia per un progetto frutto di una collaborazione tra Biennale e Teatro Studio Krypton/Scandicci. Questo progetto conferma le peculiarità di formazione creativa che la compagnia attua da anni nel suo teatro di residenza. All’indirizzo http://www.labiennale.org/it/mediacenter/video/cauterucciomontalti.html un’intervista a Giancarlo Cauteruccio e a Vittorio Montalti

Le cucine dell’ex ospedale psichiatrico di Maggiano(Foto di Giorgio Andreuccetti)

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rbrevissima a Cha Faccio una sostae basta per percorrere tres, il tempo ch zo del labirinto della i 261 metri e mez chilometri verso Ilcattedrale, poi 25s di Proust) per veder liers (la Combraimpagna il campanile apparire nella ca Ci vado nella speranza di Saint-Hilaire.

i alI riferimenti real di essere deluso. lla Recherche sono l'immaginario desione. E' cosÏ anche sempre una delu che piacere! Mentre per Saint-Hilaire: un B&B della cittami addormento inte francese, cioè un dina, classicamen no tanti altri splenpo' sudicio, arriva lle Città invisibili di didi campanili, dae e una notte: che belCalvino alle Mill lezza!

Disegni di Pam Testi di Aldo Frangioni


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SU DI TONO

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di Laura Manescalchi

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CATTIVISSIMO

laura.manescalchi@hotmail.it

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artha Rook è una giovane cantante e autrice che si affaccia al mondo dell’arte con talento ed entusiasmo. Come è nato per te l’interesse per la musica? E come hai scoperto le tue qualità come cantante e come giovane compositrice?  In realtà sono cresciuta in una famiglia in cui la musica era sempre presente: cantavamo nel cucinare, in macchina durante i viaggi, ed in casa c’era sempre uno stereo acceso. In particolare mi ricordo anche che tutte le domeniche mattina mi svegliavo al suono del pianoforte di mio padre, svelta lo raggiungevo in sala e mi mettevo a ballare. Proprio per questa onnipresenza della musica nel mio ambiente familiare, dapprima prendevo quest’arte per scontata. Certamente l’amavo, infatti prendevo lezioni di chitarra e pianoforte, ma senza comprendere i suoi aspetti più profondi. Questo si r i specchiava anche nei miei gusti musicali, che ricadevano maggiormente sul pop e sul rock. Crescendo mi sono avvicinata ad uno strumento musicale sempre più intimo: la voce, ora il mio strumento. Parallelamente i miei gusti si sono raffinati ed ho imparato anche a cogliere l’aspetto più profondo della musica. Questo mi sta permettendo di usare la musica, e la voce, per riscoprire l’essenza.  Che cosa vuoi esprimere con la tua musica? Per me la musica è innanzitutto un modo di dar voce a ciò che ho dentro. Spesso tuttavia le mie composizioni non nascono da un’elaborazione conscia, ma piuttosto da una riorganizzazione inconscia di un qualcosa che io stessa sono in grado di comprendere solo in un secondo momento, proprio attraverso la musica che ho scritto: spesso non so cosa voglio esprimere, e lo capisco soltanto dopo averlo espresso. Anzi, talvolta è addirittura il pubblico a suggerirmi il significato delle mie composizioni. In questo senso la musica costituisce per me un mezzo importante per conoscere me stessa. A tuo parere, come vedono la musica i tuoi coetanei? Ciò che penso è che la musica sia uno strumento sottovalutato e misconosciuto dalla gran maggioranza delle persone, e soprattutto dai miei coetanei. Anche se non c’è niente di male nell’utilizzare la musica come semplice svago, limitarsi a ciò è un vero “spreco”: sarebbe come avere un intero armadio a disposizione, e limitarsi ad usarne solo un cassetto.

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Vivere troppo di Francesco Cusa info@francescocusa.it

Martha Talento Rook giovane BIZZARRIA DEGLI OGGETTI

Profumo di cane Dalla collezione di Rossano a cura di Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it

Direi che non c’è molto da raccontare riguardo all’oggetto che Rossano ci ha proposto, delizioso e di sicuro bizzarro e, aggiungo, dalla irrinunciabile utilità! Piccolo cane bassotto elettrico “spargiprofumo”, in ceramica, anni 20/30, probabilmente di origine francese (solo i francesi riescono a concepire quisquiglie di tale portata!). In pratica funziona così, si inseriscono delle essenze nella piccola cavità che il “canaccino” ha sulla testa, si infila la spina in una presa di corrente ed esso si illumina grazie alla minuscola lampada che ha al suo interno e che, riscaldandosi, favorisce l’evaporare del profumo. Rossano dice che lo ha comprato da una vecchia signora di San Frediano, “ ora sarà morta di sicuro”, che desiderosa di realizzare danaro contante, vendeva, facendosi ben pagare, la “roba” di famiglia. Della grazia dell’oggetto parlino le foto! Dispiace farne a meno però!

Salve a tutti. Oggi parliamo di vecchi mummificati che guidano pande a 10 km orari in discesa. Altrimenti detti “succhia anime”, questi esemplari di corruzione, di sedile anti emorroidale muniti, hanno l’unico e finalistico scopo di farti rallentare nella corsa verso l’evoluzione. Insomma, di farti arrivare tardi ovunque senza motivo. Preghiamo per un rapido decorso della vita. Ah, questa imbecillità dell’allungamento della vita media. Speriamo si torni a quelle sante morti, belle, sane, salutari e col prete che arriva prima. E’ sabato. Questo rigurgito da ernia iatale che si fa serata estiva. Macchine di ottuagenari con la freccia perennemente accesa a destra - uno con i fari spenti -, “villeggianti” locali (cosa può esserci di peggio del concetto di villeggiante?) , gentaglia con zeppe, marmocchi urlanti per pizzerie dalle terrazzine abusive in cartongesso. Ho visto file di macchine a salire e file di macchine a scendere, nel sabato bastardo dell’evasione tardo settembrina. Ciabatte e canotte. Urla. “Il pulloverino che c’è freschetto” nello scempio della calzatura scoperta dell’uomo sulla cinquantina che ha perso il lavoro. Donne sulla sessantina che guidano e con la seconda ingranata manco fossero obbligatorie le catene (al collo). Zie e figlie “zoccole”, seminude e col seno rifatto. Un bambino con la testa fuori dal finestrino. Sportivi senza fronte. Rotonde che veicolano il traffico verso Orione con il “benvenuto con l’erbetta”.  Concentrarsi sugli spazi siderali a disposizione. Sugli spazi siderali ancora a disposizione. Sugli spazi siderali ancora a disposizione. Sugli spazi siderali ancora a disposizione. Sugli spazi siderali ancora a disposizione. Sugli spazi siderali ancora a disposizione. Sugli spazi siderali ancora a disposizione. Sugli spazi siderali ancora a disposizione.


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PARIGI VAL BENE UNA FOTO

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di Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it

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o conosciuto Jed, ma non posso dire niente di preciso su di lui, non so che fine abbia fatto, ed a dire la verità non so neppure quale fosse esattamente il suo nome. Si faceva chiamare Jed, ma forse la pronuncia esatta era Ced o Sed, o in qualche maniera molto simile, forse Zed. Lui pronunciava il suo nome come se fosse Csed o Tzed. Chi fosse e da dove venisse per me è sempre stato un piccolo mistero, ed era un mistero anche per le altre persone che lo hanno conosciuto. Sembrava non avere un nome né un passato, invece aveva moltissimi nomi e moltissimi passati. A volte parlando con lui emergevano dalla profondità dei suoi ricordi delle situazioni drammatiche e delle vere e proprie tragedie, ma ne parlava come se si trattasse di vicende appartenute ad altri. Forse era proprio così. Forse lui si immedesimava nelle storie degli altri fino al punto di viverle come le proprie, condividendo in maniera profonda emozioni, vicissitudini, disillusioni, frustrazioni, rimpianti e tutto ciò che rimane in fondo alla vita di ciascuno. O forse aveva vissuto in prima persona gli episodi e le situazioni di cui parlava, ma aveva raggiunto un livello tale di distacco, di oggettivazione, forse di atarassia, da considerare la sua stessa tumultuosa esistenza come qualcosa di diverso da se stesso, qualcosa di estraneo e lontano, qualcosa che non gli apparteneva più se non in minima parte. Aveva una visione della vita in cui le parole passato e futuro non avevano più nessun significato. Diceva che il passato non deve essere indagato, non deve essere scavato, non merita neppure di essere conosciuto. Diceva anche che il futuro non ha nessuna importanza, che è da sciocchi fare dei progetti per un domani che forse non arriverà neppure. Ma il suo atteggiamento di fronte alla vita di tutti i giorni non era quello della rassegnazione o della rinuncia, non era apatia. Sembrava disinteressarsi di ciò che gli accadeva dintorno, ma era invece curioso di tutto e di tutti, anche se spesso la sua curiosità veniva appagata quasi subito. Si fermava a parlare praticamente con chiunque, ma scambiava poche frasi e raramente si tratteneva a lungo. Sto parlando di lui come se lo avessi conosciuto, ma se devo essere sincero devo dire che di lui non sapevo assolutamente niente, lui non ha mai lasciato trapelare notizie sulla sua vita o sul suo passato, e neppure le altre persone che lo hanno conosciuto mi hanno saputo dire qualcosa di più. Credo che nella sua vita abbia viaggiato moltissimo, la sua inquietudine sembrava dimostrarlo in qualche modo. A volte scompariva per lunghi periodi, anche più di qualche mese, e poi ricompariva per trattenersi per un giorno, una settimana, o poco di più, sempre ospitato da qualcuno. Forse veniva da qualche paese dell’Est, ma forse sono io ad immaginare questa possibilità. Parlava e capiva

Jed a Montmartre molte lingue, forse più di quante io stesso riesca ad immaginare, non aveva nessun accento particolare, e conosceva tutti gli argomenti di cui ci capitava di parlare insieme. Leggeva di tutto, giornali e riviste,

ma soprattutto libri, ma non lo ho mai visto acquistare un libro e non credo che ne avesse qualcuno di sua proprietà. Sembrava non possedere niente di suo, salvo le scarpe, mentre gli abiti che indossava

forse non erano neppure i suoi, e non erano neppure della sua misura. Forse di suo aveva solo i ricordi, condivideva tutto con tutti, ma quelli non li condivideva con nessuno. Era un personaggio veramente singolare, sembrava non avere un nome né un passato, ma invece aveva molti nomi ed aveva avuto moltissimi passati. Liberamente tratto dal romanzo “Jed, Ced, Zed” di Danilo Cecchi

LUCE CATTURATA

Indagare la superficie per andare in profondità di Arianna Marchesani ariannamarchesani@virgilio.it

Janine Laurent Josi, un’artista poliedrica all’alba della sua prima esposizione pubblica (si inaugura venerdì 4 ottobre, alle ore 18:30, presso la nuova sede di tethys gallery fine art photography a Firenze in via dei Vellutini, 17r), esordisce con queste parole che ben riassumono la sua continua ricerca: “Le mie passioni - racconta - sono molteplici ma l’arte ha sempre avuto un posto predominante. Quanto a me, ho sempre amato esprimermi attraverso la scrittura e la fotografia, e da qualche anno anche attraverso la pittura. Sono sempre curiosa di scoprire la bellezza sotto qualunque sua forma, di captarla e condividerla”. In molti sembrano essere rimasti incantati dal fascino delle cortecce degli alberi ma nessuno prima di lei ne era riuscito ad esprimere il profondo simbolismo attraverso la fotografia. Questo risultato è stato raggiunto attraverso una pazienze e lunga osservazione della natura in tre di-

versi paesi: Francia, Belgio (terra natale dell’artista) e Italia, nelle colline che circondano Pelago, luogo dove risiede per lunghi mesi l’anno dal 1997. Un vero e proprio microcosmo si apre alla vista di tutti, in questi scatti, complice un uso sapiente della luce naturale che risalta le forme frastagliate, i colori vivaci ed i segni del trascorrere del tempo sulle cortecce degli alberi. Paragonabili a sculture viventi che accolgono e proteggono,le cortecce

diventano un motivo di interesse ornamentale grazie alla loro instancabile diversità di tessitura, rugosità e cromatismi. Questi elementi, estrapolati dalla loro consueta ambientazione, assumono nuova valenza e nuove sembianze negli occhi dell’osservatore, quali mappe terrestri e quadri astratti, che aprono la mente alla fantasia più sfrenata. E’ proprio questo il punto di forza di questa straordinaria collezione di immagini che la rende unica nel suo genere. Janine è riuscita ad esprimere tutta la forza vitale e l’intima bellezza che si celano nelle cortecce degli alberi. E’ riuscita a centrare l’obiettivo che molti prima di lei avevano tentato.


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di Paolo Marini p.marini@inwind.it

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l pisano Palazzo Blu prosegue nel proprio attivismo espositivo e stavolta, dopo aver ‘portato’ in città Chagall, Mirò, Picasso e Kandinsky, offre a tutti i curiosi e agli appassionati più di 150 opere del padre della Pop Art: esattamente dal 12 ottobre prossimo fino al 2 febbraio 2014. Le opere di questa esposizione curata da Walter Guadagnini e Claudia Beltramo Ceppi promettono di ripercorrere l’itinerario creativo dell’autore che tanto ha rivoluzionato l’arte del XX secolo, grazie alla collaborazione con l’Andy Warhol Museum di Pittsburgh (città dove nacque il 6 agosto del 1928) - che custodisce una gran parte del suo lascito - e al supporto di alcune storiche collezioni come quelle delle gallerie Sonnabend, Feldman, Goodman di New York, di musei europei come il Museo d’arte moderna e contemporanea Berardo di Lisbona, il Museo d’arte moderna di Nizza, l’Albertina e il Mumok di Vienna, oltre ad alcuni capolavori da raccolte pubbliche e private italiane come la Collezione Unicredit o la Collezione Intesa San Paolo. Non c’è dubbio che trattasi di un’occasione unica per vedere dal vivo al-

Andy Warhol colora Pisa cune opere famose di questo “artista pubblico in senso globale” (K. Haring), la cui produzione si sviluppa su un crinale dove arte e vita, essenza e apparenza, realtà e astrazione, ironia e smarrimenti si alternano e si sovrappongono.

STRANIERI INFATUATI

L’APPUNTAMENTO

L’ultimo esteta anglofiorentino di Francesco Calanca francescocalanca@hotmail.com

Colto e raffinato quanto stravagante, Harold Acton (1904-1994) fu l'ultimo degli osservatori attenti e ironici della Firenze cosmopolita e decadente del secolo scorso. Particolarmente versato nelle lettere, Acton è un interessante caso letterario che offre una vibrante visione della storia e dell'arte fiorentina ma anche, e soprattutto, della comunità di nobili decaduti, ricchi eccentrici, poeti, pittori e scultori che dalle coste del New England o dalle nebbie di Albione piombavano a Firenze in cerca di ispirazione. Le sue Memoirs of an Aesthete, godibilissima rilettura “estetica” di una periodo ormai dissolto, ci introducono in una congerie di eventi storici da cui Acton trae una sorta di impressionismo culturale del tutto unico. Acton riassume in questa autobiografia un atteggiamento tipicamente anglofiorentino, la capacità di leggere la città come un'opera d'arte ibrida, eternamente splendida e, tuttavia, in perenne cambiamento. La grande arte urbana è per lo scrittore un connubio perfetto fra natura e cultura, in quanto si pone sia come continuità stilistica col passato che come laboratorio di idee. La stessa

Pennac alla Piazza dei libri

casa paterna, Villa La Pietra, attualmente sede della New York University, è il luogo che forgia la sua educazione estetica: Acton la definisce “palinsesto architettonico”, per via del palese amalgama di elementi che affascina gli inglesi residenti in quanto incarnazione del genius loci fiorentino. Il giardino “anglicizzato all'italiana”, con statue, fontane zampillanti e ornamenti che richiamano gli sfarzi del Medioevo e del Rinascimento, divenne, non a caso, un'attrazione turistica per i membri della comunità di espatriati e continua a

essere fonte di suggestioni per il turista contemporaneo. Gli anglofiorentini come Acton, che si reputano interpreti della lunga

a cura di Aldo Frangioni aldofrangioni@live.it

stratificazione artistica, comprendono, forse meglio di altri, che l'arte si rinnova proprio grazie alla contaminazione e alla rilettura del portato culturale. In un passaggio finale della narrazione, fulgido esempio di questa visione estetica, lo scrittore offre una lapidaria critica al Fascismo da un balcone di Lungarno alle Grazie osservando una simbolica contrapposizione fra l'equilibrio lirico del paesaggio e la velocità con cui scorrono le acque dell'Arno: “Il Fascismo si rifiuta di seguire la corrente della vita ma, come la moglie di Lot, si rivolge alle rovine della Roma pagana o quelle di Sodoma e, perciò, si sgretolerà come una statua di sale”.

Daniel Pennac scende in piazza. Per presentare il debutto nazionale dello spettacolo L’occhio del lupo l’autore francese incontra il suo pubblico al La piazza dei libri in piazza della Repubblica a Firenze sabato 5 ottobre alle 17,30. Insieme a Pennac ci saranno anche la giornalista Leonetta Bentivoglio, Massimiliano Barbini del centro culturale il Funaro di Pistoia e Roberto Giacinti, presidente Comitato Iniziative culturali e funzioni sociali e della Fondazione dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Firenze.


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L’ULTIMA IMMAGINE

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La scelta della casa, San Jose, 1972

berlincioni@gmail.com

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni

Siamo nella capitale della Silicon Valley, all’interno di una delle moltissime agenzie immobiliari che propongono ai loro possibili clienti “proprio la casa che fa per loro”. In questo caso si trattava di una coppia di pensionati che stavano vendendo la loro casa attuale per acquistarne una diversa, più adatta alla loro nuova condizione sociale di “retired couple” con necessità evidentemente diverse rispetto a quelle di una coppia di giovani ancora inseriti nel frenetico mondo del lavoro. Non so quale sia stato il risultato della loro ricerca ma ricordo con molta simpatia la conversazione che abbiamo avuto nella piccola “Lounge” di questo Real Estate Agent. Lui era un ingegnere elettronico, tanto per cambiare, e lei era stata per anni una insegnante di francese in una delle High School di San Jose. Dopo quel giorno non ho più avuto occasione di incontrarli.


Cultura Commestibile 44