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uesta settimana il menù è

DA NON SALTARE

Intervista al padre del free software

Morrocchi a pagina 2

ISTANTANEE AD ARTE I colori non colori di Massimo Mion

Monaldi a pagina 5

DA NON SALTARE

Tanti auguri Camus

Siliani a pagina 6

OCCHIO X OCCHIO La foto tra indice, icona e simbolo Sotto il basso patronato del Presidente della Repubblica

RIUNIONE DI FAMIGLIA a pagina 4

Il ritorno dell’annoiato

Verso il gol dell’avvenire Cecchi a pagina 9


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di Michele Morrocchi twitter @michemorr

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ncontrare Richard Stallman non è affatto facile. In primis perché l’inventore di GNU e il maggior esponente del movimento del free software non ama pubblicizzare i suoi spostamenti e poi per le decine di raccomandazioni che lo stesso Stallman ha predisposto per incontri ed interviste. Si va dalle preferenze alimentari, alla corretta pronuncia delle sigle, passando per la raccomandazione di non acquistare né un pappagallo per fargli piacere, né delle lattine di Pepsi se non sarà lui a richiederle espressamente. Tuttavia questo signore dai lunghi capelli ormai bianchi rappresenta per moltissime persone una vera e propria guida. Stallman è un genio dell’informatica che ha rivoluzionato la programmazione del software tanto quanto altri personaggi osannati e divinizzati dai media mainstream. Come Jobs ha portato la programmazione verso una dimensione filosofica, solo che, a totale differenza di Jobs, lo ha fatto aprendo e rendendo libere le proprie creature informatiche e teorizzando la libertà dei codici dei programmi. Senza la sua prima e più profonda invenzione, GNU, il mondo dell’informatica non sarebbe stato lo stesso e molta parte della tecnologia che ha sviluppato la rete, semplicemente non esisterebbe. Stallman non teorizza la gratuità del software ma la possibilità di poter contribuire, da parte di tutti, alla sua evoluzione; un processo che dai codici informatici lo ha portato ad innovare profondamente anche il diritto d’autore legato alla distribuzione e all’uso del software con la licenza GPL proprio da lui codificata. Oggi milioni di utenti grazie al sistema GNU/Linux lavorano utilizzando risorse condivise e spesso gratuite e gli sviluppi del software progrediscono molto più rapidamente invece che se a fare ricerca fossero solo i laboratori delle grandi società di software. Tuttavia ormai Stallman si definisce un attivista politico prima che un programmatore e le sue conferenze, seguitissime, sono rivolte innanzitutto ad un pubblico non esperto. Partiamo proprio da questo nel nostro incontro avvenuto a Firenze in occasione del dibattito organizzato da Solidarius Italia. Mister Stallman, lei pone molta enfasi nel sottolineare che le sue conferenze non sono per un pubblico di addetti ai lavori ma si rivolgono a tutti. Però, le chiedo, perché un non addetto ai lavori dovrebbe essere interessato ai temi del free software e del copyleft? La sua domanda non ha senso. Io non so perché qualcuno dovrebbe essere interessato, so che sono temi interessanti, nel senso che riguardano la vita e la libertà di ognuno. Dunque chi si ritiene interessato e viene ai miei incontri, oppure si informa sui temi che tratto, si occupa

Richard Stallman e Julian Assange (e Eric Snowden). Le altre immagini sono i loghi di GNU e della Free Software Foundation

Una società digitale e libera

di difendere la propria libertà, proprio come fa o dovrebbe fare in tutti i settori della sua vita. Le persone hanno il diritto di avere il controllo delle proprie attività, il movimento del free software si batte perché ognuno abbia il diritto e la possibilità di controllare il software che si utilizza e di cooperare con altri per migliorare il proprio software e non, viceversa di essere controllati dai programmi che si utilizzano. GNU/linux ha permesso e permette a milioni di persone di esercitare la propria libertà. Lei pone molta attenzione all’uso corretto delle parole e ad essere precisi anche se questo comporta lunghi e complessi ragionamenti, invece viviamo in una società molto superficiale e che ha fatto della rapidità e della brevità un elemento valoriale imprescindibile. Lei pensa che il suo esempio riesca a diffondersi? Non lo so e non credo che mi interessi. Io devo essere preciso perché ho poco tempo e una vita molto complessa, molte cose da fare. Essere precisi limita gli errori e le perdite di tempo e consente alle nostre conversazioni di essere fruttuose ed interessanti o perlomeno di arrivare a qualche punto utile. Quando pongo attenzione al fatto che si utilizzi il termine free software e non open software non sto fa-


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cendo una distinzione estetica. Quella distinzione è il portato di due filosofie diverse, di scontri anche aspri nella comunità informatica. Nell’espressione free software c’è la radice di freedom, libertà; è un concetto che va oltre l’aspetto commerciale, la gratuità di utilizzo di quel software e la sua riproducibilità. E’ un concetto che ha la necessità di essere compreso e poi veicolato nel modo giusto. E’ ormai chiaro a tutti, sia nel campo dell’informatica ma anche in quello delle produzioni intellettuali o artistiche, che l’attuale sistema di tutela del diritto d’autore è superato ed inefficacie. Lei ha lavorato a lungo e continua a lavorare molto su questo settore non soltanto in campo informatico, come pensa che possa essere affrontata la tutela delle opere d’ingegno? Esistono molti modi per salvaguardare gli autori e le loro opere senza far ricorso a strumenti repressivi o intimidatori, come invece fanno quasi tutte le regolamentazioni del copyright attuali. Così come esistono vari tipi di opere. Ci sono quelli di uso pratico, come per esempio moltissimi software, per i quali l’utente deve detenere il controllo e la possibilità di modificare e migliorare il prodotto senza poterne variare lo status libero o senza che questa possibilità gli sia impedita. Ci sono poi i lavori, che potremmo definire artistici. Anche alcuni software possono essere definiti tali, sono per esempio software che non hanno alcun uso pratico ma che dimostrano le capacità e il talento di chi li ha sviluppati. In questi casi il copyright

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saggio e aumentarne la fama. Nessun autore può temere la copia e la diffusione della propria opera. Una tutela del genere è molto più efficace di quella attuale anche se deve essere una tutela a termine. Dopo 10 anni l’opera diviene di libero dominio, perché la libertà più importante è quella dell’utente. Subito dopo, ma comunque dopo, viene quella dell’autore. Oggi invece il sistema tutela l’editore facendoci credere di star tutelando l’autore. Autore che, sia chiaro, per me si tutela ancora pagando, possibilmente a lui direttamente, i lavori che produce o acquistando i biglietti per gli spettacoli. Tuttavia, io ritengo che la cultura debba essere finanziata principalmente attraverso fondi pubblici. Un finanziamento pubblico però molto diverso da quello attuale in cui vengano eliminati i funzionari

Intervista con Richard Stallman presidente della Free Software Fundation sui temi del software libero, di un nuovo diritto d’autore e sulle nuove frontiere della libertà nel mondo digitale (e non solo) che decidono e la ripartizione avvenga proporzionalmente in base alla popolarità dei soggetti da finanziare. Ma in questo modo c’è il rischio di non far mai emergere niente di nuovo, di non premiare mai giovani, le avanguardie e chi osa la strada della sperimentazione… Perché adesso questi soggetti sono tutelati? Non penso che sia un sistema perfetto, soltanto migliore di quello attuale. (Un ringraziamento a Jason Nardi senza il quale questa intervista non sarebbe stata possibile)


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RIUNIONE DI FAMIGLIA

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LO ZIO DI TROTSKY

La guerra del rock

LA STILISTA DI LENIN La rivoluzione non è un pranzo di gala, si sa, ma il look del rivoluzionario ha sempre avuto la sua importanza. I cappotti grigi del compagno Lenin, l’uniforme di Stalin, la tuta di Mao o la mimetica del Che sono elementi imprescindibili del successo della rivoluzione globale. Lo sa bene Matteo Renzi che ha intrapreso un processo, nei confronti del proprio look, alla Dorian Gray. Più invecchia e più l’immagine del sindaco ringiovanisce. Il primo Matteo Renzi, quello segretario della Margherita e neo eletto presidente della Provincia sfoggiava giacche color cammello, capelli voluminosi e dotati di ciuffo e delle improbabili cravatte con ancor più improbabili nodi la cui dimensione non era decisamente a volumi zero. Il salto in Palazzo Vecchio, accorcia i capelli,

Il ritorno dell’annoiato

avvita il taglio dei completi, elimina i colori chiari e rende immacolata la camicia. Un look istituzionale che trova in Ermanno Scervino lo stilista di corte perfetto. Poi, con le primarie dello scorso anno per la premiership democratica, il look ringiovanisce ulteriormente a enfatizzare la differenza con l’avversario Bersani. La camicia sempre più bianca diventa protagonista per abbandono della giacca, il jeans sostituisce il pantalone a sigaretta e qualche seduta di trucco nasconde una pelle del viso non proprio da modella. Non parliamo del dopo primarie e del dopo elezioni, quando il nostro viene ritratto in pose e abbigliamento da Fonzie o, nell’abbattere i resti del Meccanò alle cascine, in Tshirt bianca con frase di Jim Morrison (un bel salto per uno che a 16 anni, quando generalmente si indossa il Re Lucertola, citava Fanfani), jeans attillato, occhiali da sole e caschetto giallo in testa. Un perfetto look da Village People come ha notato Gabriele Toccafondi. Ed adesso? Adesso, con la promessa di asfaltare gli avversari ci aspettiamo un Renzi in urban look, modaiolo e vistoso, come fa preannunciare la presenza alla presentazione del libro di Cavalli o la frequentazione conviviale con Briatore o Signorini. Un’unica attenzione ci sentiamo di raccomandare al sindaco; se proprio look Cavalli ha da essere eviti il maculato. A Bersani e al PD il leopardato non ha portato bene.

I CUGINI ENGELS

Verso il gol dell’avvenire Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012 direttore simone siliani redazione sara chiarello aldo frangioni rosaclelia ganzerli michele morrocchi progetto grafico emiliano bacci editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze contatti

www.culturacommestibile.com redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.facebook.com/ cultura.commestibile

Con la cultura non si mangia Giulio Tremonti

A Firenze è noto che il calcio professionistico (la Fiorentina per i non addetti) è solo un innocuo passatempo per i cittadini per trovare qualche ora di svago al termine di una settimana di duro lavoro. Ma c’è qualcuno che lo prende sul serio e non poteva che essere l’amico Eugenio Giani che, indossando un paio di giacche adatte all’occasione (nell’ordine quella di presidente del consiglio comunale, quella di presidente del Coni provinciale, quella di membro del consiglio del Coni nazionale e quella di membro del CdA della Fiorentina), ha tuonato contro la Lega Calcio, la classe arbitrale, il presidente del Coni Malagò per avere maggior rispetto verso la squadra viola maltrattata a spregio dagli arbitri per non permetterle di assurgere a guida del movimento calcistico italiano così come una città come Firenze, faro del Rinascimento e della Cultura del mondo merita. (pausa per prendere respiro…). Ma come, ci chiediamo, non siamo nel momento del fare, del risolvere i problemi concreti

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LE SORELLE MARX

Esercizi di stile

Uno spettro si aggira sull'Italia. Ma non si tratta di quello paventato dal nostro parente Carlo, bensì quello del rock'n'roll. Si è scatenato contro Matteo Renzi, il politico più vicino ad Elvis della storia del Belpaese, un attacco frontale dalla potenza inaudita, da far impallidire il famigerato wall of sound dei Grateful Dead. Il primo riff lo ha suonato la rivista Rolling stone che ha iniziato a far vibrare l'impalcatura del Renzismo, ma il vero acuto l'ha dato l'icona rock fiorentina per eccellenza, Piero Pelù, che con la stessa penna che agli albori dei Litfiba scriveva invettive contro PInochet ha vergato (virtualmente) su facebook un attacco al povero Matteo. Il sindaco di Firenze naturalmente può rispondere con le rime dell'intellettuale di riferimento Lorenzo Jovanotti, maître a penser della nuova sinistra che parte da papa Francesco (Che Guevara ormai è rottamato) e arriva fino a Madre Teresa passando da Malcom X attraverso Gandhi e San Patrignano. L'ago della bilancia a questo punto sarà, con Vasco super partes perché di note simpatie pannelliane, la terza star del firmamento musicale italiano. Quel Ligabue che proprio con Piero e Jova qualche anno fa ci donò "Il mio nome è mai più", canzone a sei mani e tre voci contro l'intervento militare in Kossovo. Al Liga quindi l'arduo compito di riportare la pace tra Renzi e il rock, sperando che non abbia perso le parole.

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della gente? Come può perdere tempo con simile quisquilia un politico di lungo corso come Eugenio, quando ci sono cose più importanti tipo trovare un posto dentro i limes fiorentini del nuovo stadio, monumento da lasciare ai posteri del novello LoRenzi il Magnifico. Ma poi ricercando nel nostro archivio abbiamo ritrovato una curiosa notizia: nel 2005 un giovane presidente della Provincia, tale Renzi Matteo, e un pimpante assessore allo sport, tale Giani Eugenio, avevano presentato un video dallo straziante titolo "Firenze ferita" che documenta, con il commento di un Dante tridimensionale, i torti subiti dalla Fiorentina nella stagione 2004 – 2005. E allora non possiamo che accodarci, imbracciare la nostra bandiera viola e scendere in piazza, marciando verso i palazzi del potere (calcistico) per ridare lustro a questa bistrattata città.

Ne avevamo perse le tracce da mesi, inabissatosi nel vasto mare del renzismo dilagante, lui alfiera del Nulla Che Avanza, dopo aver attraversato come una impercettibile meteora il cielo dell’assessorato alla cultura fiorentino. Ma l’abbiamo rintracciato. Chi? Ma lo scapigliato e annoiato Giuliano da Empoli, parbleu! Un suo non imprescindibile ma decisamente inconfondibile editoriale su “Il Messaggero” del 17 settembre ce lo ripropone commentatore della campagna elettorale tedesca. Non ci dice assolutamente niente (come si conviene) sulla Germania, ma testimonia della profonda simpatia del Nostro con i teutonici. Giuliano, infatti, racconta di una

campagna elettorale noiosa (“la più noiosa campagna elettorale del dopoguerra”). E lui di noia se ne intende: chi non ricorda con quale insofferenza e fatica interpretò il ruolo di assessore alla cultura di Firenze? Niente lo appassionava, meno che mai le defatiganti discussioni con i rissosi operatori culturali, la grigia foresta delle norme, i trascurabili dettagli amministrativi, gli stessi (per lui) triti eventi culturali. Tutto gli era terribilmente noioso e lo rendeva apatico. E quindi comprendiamo che si sia trovato a suo agio nella campagna elettorale tedesca che definisce “una placida assemblea di condominio” (dimostrando di non averne mai frequentata una giacché tutto men che placide sono). Unico sprazzo di vitalità il dito medio mostrato dal candidato SPD Steinbruck e lì Giuliano ha avuto un sussulto. Ma tutto è subito ripiombato nella noia politica, che per da Empoli è “un privilegio raro” e “l’aspirazione ad una vita pubblica noiosa” il massimo dell’ambizione dei tedeschi. Vertice assoluto della libidine che il nostro Giuliano ha ormai stabilmente raggiunto. Uuhh, che noia, che noia la sera qui al bar – cantava Gaber e oggi chiosa da Empoli -.... ma per fortuna che c’è il Riccardo... ops, pardon, Matteo!


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ISTANTANEE AD ARTE

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di Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com

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a creazione figurativa risulta da sempre una categoria ambigua, una rappresentazione intermedia fra il dato sensibile e il concetto, a metà strada fra l’esperienza concreta e la proiezione affettiva e culturale dell’artista. Su tale versante Massimo Mion si oppone al caos della quotidianità con opere caratterizzate da un’attenta analisi dei sentimenti e delle manifestazioni emotive contemporanee, come resa espressiva di un pathos soggettivo. Da semplici scatti fotografici l’artista coglie l’istante suggestivo e culturalmente d’impatto, che successivamente rielabora attraverso tonalità liriche dal tocco monocromatico, in modo particolare e significativo, nel tentativo di unire il senso poetico all’artisticità. Dall’atto istantaneo e fulmineo dello scatto fotografico l’artista dà vita a una rivelazione estetica, manipo-

Quattro opere di Massimo Mion. Qui a fianco Alla finestra ovvero il tempo interiore, 2012, acrilico su vetro sintetico, cm 100x100 A sinistra S. francesco and twitter, 2012, acrilico su osb, 125x70 cm. Sotto Shopping, 2012, acrilico su osb, 180x125 cm. In basso Zattere I, 2012, acrilico su vetro sintetico, 100x100 cm

Massimo Mion

Il colore senza colore lando la forma del soggetto, secondo criteri spontanei. Nelle opere di Massimo Mion le panoramiche spaziali e concettuali dilatano la normale percezione dell’istante, in contrasto con una contemporaneità caotica e poco attenta ai particolari che solo la contemplazione attenta dell’artista può mettere in evidenza. Ritratti e paesaggi si qualificano, di conseguenza, come soggetti artistici, in nome di un piacere contemplativo che procede oltre la missione narrativa della rappresentazione artistica, ossia verso la resa emotiva, culturale e talvolta ironica, grazie al processo analitico e deduttivo del colore e dello stencil, capace di superare le dimensioni del tempo e dello spazio. La forma, lo spazio e la composizione di queste opere vivono in virtù del colore-non colore, in quanto linguaggio particolare che esplora le infinite possibilità alternative al realismo ed evidenzia, a livello psicologico, lo stato emotivo dell’artista e dello spettatore,

riflessi vicendevolmente. Ne deriva una poeticità di facile trasparenza, che nasce da un gioco estetico di sottrazione e montaggio, in cui il concettuale emerge con forza e vitalità. Una poeticità che si manifesta lungo le linee dell’espressione e dei particolarismi del mondo contemporaneo, grazie a retoriche sempre attuali e l’esaltazione dei significanti e dei giochi visivi.


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di Simone Siliani s.siliani@tin.it

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Camus

100 anni di

solitudine

el centenario della nascita di Albert Camus si svolge a Firenze un programma articolato di iniziative culturali dal titolo “Albert Camus, solitario solidale”, curate da Sandra Teroni, già docente di Letteratura Francese all’Università di Firenze, che ha accettato di parlarne con noi. Iniziamo col titolo: perché? In diverse occasioni Camus si è definito “solitario e solidale”. Insieme a una constatazione, era anche un programma di vita e di pensiero. Perciò la figlia Catherine ne ha fatto il titolo del libro uscito per i 50 anni dalla morte dello scrittore. Per queste ragioni abbiamo messo i due aggettivi accanto al nome di Camus, ma anche perché particolarmente pertinenti per il programma delle giornate fiorentine. Lo straniero e Il deserto sono figure estremizzate della solitudine. Lo straniero è figura di una estraneità assoluta: al mondo, agli altri, e a se stesso perché il senso dei suoi atti gli sfugge. Il deserto raffigura la coscienza di quel che rimane quando si è fatto tacere tutto, intorno e dentro di sé. Sono entrambe fondamentali nella problematica dell’Assurdo e per l’assunzione della Rivolta che la accompagna. La solidarietà è con gli uomini, nella loro concretezza e nelle condizioni storiche in cui si trovano a vivere. Innanzitutto con gli ultimi, con i poveri delle periferie e delle colonie, dove lui stesso era nato e cresciuto. Questo senso della solidarietà è testimoniato sia dagli scritti che dalle azioni fin dalla giovinezza (la militanza nel Partito Comunista, la creazione del “Teatro del Lavoro”, la mobilitazione per la Spagna, il sostegno al movimento di Messali Hadj sciolto dal governo Blum, il reportage in Cabilia, la Resistenza). E’ al fondamento delle sue ripetute campagne non solo contro la pena di morte ma anche contro ogni ideologia che legittimi la violenza, la morte, la menzogna in nome di una liberazione futura, di ogni politica per cui il fine giustifica i mezzi. Su di esso si basano anche le sue prese di posizione sulla guerra d’Algeria, con cui si smarca dalla sinistra schierandosi incondizionatamente dalla parte di tutte le vittime, lanciando tra gli insulti un appello alla tregua, proponendo una federazione di arabi e francesi. Ritroviamo dunque questo senso della solidarietà negli anni difficili, che sono paradossalmente quelli del successo nel dopoguerra e poi del massimo riconoscimento con il Premio Nobel per la letteratura nel 1957, a 44 anni (uno dei più giovani in assoluto). Ma associato questa volta a un senso di solitudine vissuto come isolamento, sofferto soprattutto dopo la violenta rottura con Sartre nel 1952, fino al sentimento dell’esilio, che lo avrebbe indotto a intraprendere una ricerca delle origini perdute (Il primo uomo, un romanzo autobiografico rimasto incompiuto e pubblicato postumo).

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In ogni caso la solidarietà, lungi dall’essere in contrasto con la rivolta, ne è una implicazione. La celebre formula “Mi rivolto dunque siamo” rovescia il cogito cartesiano anche nel legame stabilito tra la prima persona singolare e quella plurale, tra un atteggiamento esistenziale, soggettivo, e la condivisione. E implica la responsabilità personale nelle vicende della storia. A cento anni dalla nascita Camus ci si presenta oggi come un intellettuale di straordinaria modernità, molto più di altri temporalmente più vicini a noi. Mi pare che questo sia posto al centro del vostro convegno. In quei due aggettivi associati c’è una grande lezione: l’invito – quasi un imperativo – ad assumere una solitudine sostanziale e ad essere al tempo stesso solidali con il mondo degli uomini, a partecipare delle loro lotte e del loro destino, accettando la sfida di essere ricacciati ognuno nella propria solitudine. L’invito a non perdere mai l’umano, per dirla con Camus. Questo è il senso che abbiamo voluto dare all’omaggio a un grande scrittore. A rileggerlo, a farlo parlare oggi alle

nostre sensibilità e alla luce della storia che ci sta alle spalle come a quella che viviamo, avremo persone che sanno coniugare la serietà della ricerca e del ragionamento con una grande attenzione a ciò che è in gioco nella storia quotidiana. Fra questi, Valerio Magrelli, poeta e scrittore, ordinario di Letteratura Francese all’Università di Cassino, collaboratore di “Repubblica”; Sergio Givone, filosofo e ordinario di Estetica all’Università di Firenze che ha dedicato importanti studi a problematiche come il nichilismo e il nuovo pensiero tragico centrali nell’opera di Camus, Benjamin Stora uno dei massimi esponenti di quella storiografia che solo a parecchi decenni dalla conclusione formale della guerra d’Algeria ha affrontato il terreno con distanza storica e sempre maggiori competenze (ricordo che è stato consulente di Amelio per il film Il primo uomo); Maïssa Bey, una delle voci più importanti del mondo arabo che a Camus ha reso un lucido e commosso omaggio, L’ombre d’un homme qui marche au soleil, eccezionalmente prefato dalla figlia dello scrittore. Camus ha amato moltissimo l’Italia e Firenze, in particolare, di cui troviamo traccia nei suoi scritti. Sì, penso a un testo scritto tra i 24 e i 25 anni, Il deserto, nato da un primo folgorante incontro con Firenze nel settembre 1937, in un momento di grossa crisi esistenziale (tubercolosi, separazione coniugale…). Camus cominciò a scriverlo qui, prendendo appunti sui suoi Taccuini e li rielaborò nei mesi successivi destinando il testo a completare un volume di saggi ispirati da paesaggi algerini pubblicato in pochissime copie a Algeri, Nozze (1939). In contemporanea iniziava la sua trilogia dell’Assurdo: Lo straniero, Caligola, Il mito di Sisifo e abbandonava un primo romanzo d’impronta nietzschiana. E’ dunque un testo, tra il narrativo e il saggistico, di grande importanza oltre che bellezza perché fa da cerniera tra i primi scritti e alcuni dei suoi capolavori. Poche pagine ma particolarmente dense, che Sergio Givone ci aiuterà a capire e di cui Italo Dall’Orto leggerà ampi estratti. Ne sentiremo anche il passo finale in francese dalla voce stessa di Camus, una lettura struggente. Per rendere ancora più sensibile questo approccio abbiamo organizzato una passeggiata sulle orme dello scrittore attraverso il Giardino di Boboli, guidata dal Direttore della Galleria Palatina e del Giardino Alessandro Cecchi. Il Rapporto con Sartre: forse a posteriori possiamo dire che Camus aveva ragione e Sartre ha avuto torno. O no? Ho sempre avuto l’impressione che la querelle Sartre-Camus sia stata semplificata. Ci siamo tutti schierati da una parte o dall’altra in modo netto, mentre le cose guardate un po’ da vicino sono più complesse. Si sono conosciuti a distanza attraverso i loro rispettivi libri, prima della guerra, e apprezzandosi a vicenda. E si sono co-


C Intervista con Sandra Teroni U O

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curatrice dell’evento fiorentino per ricordare il compleanno dello scrittore francese

nosciuti nel 1943 a Parigi quando Camus è andato a trovare Sartre alle prove di Le mosche in teatro. Non è un caso che il teatro sia stato il luogo del loro primo incontro e che abbia svolto un ruolo così importante nelle storia delle loro relazioni. Entrambi lo amavano e lo avevano scoperto come una forma di militanza. Camus, poco più che adolescente, in Algeria si iscrive al Partito Comunista e sceglie come terreno di militanza il teatro, realizzando anche una importante creazione collettiva (all’epoca niente affatto scontata), immediatamente vietata per ragioni politiche. Sarte scoprì il teatro in un campo di concentramento, nel 1940, dove era prigioniero dei tedeschi in Alsazia: e lì, con i sacerdoti che erano gli unici interlocutori intellettuali, progettarono uno spettacolo per la sera di Natale per i prigionieri: era una rivisitazione della Natività ambientato in una Palestina occupata e colonizzata dai Romani Quindi la Natività diventava un appello alla resistenza e alla fiducia alla vita, con la scelta di far nascere comunque il Bambino e di combattere il nemico.

DA NON SALTARE Quindi per entrambi il teatro era importante e lì nacque la loro amicizia e collaborazione. Addirittura Sartre, scrivendo il dramma Huis clos chiese a Camus di farne la regia e creò il personaggio per lui. Peraltro, in quegli anni Camus intrecciò una relazione amorosa, molto passionale, che malgrado tutto sarebbe durata per tutto il resto della sua vita con una grandissima attrice, Maria Casares, presente sia negli spettacoli di Camus che di Sartre. Quando poi iniziano fra loro le prime controversie, fra il ‘46 e il ‘50, avvengono tutte in un dialogo a distanza a teatro. E’ impressionante notare come le date delle composizioni teatrali dei due si intreccino. Le tematiche sono quelle che in quegli anni erano proposte da ciò che si veniva a sapere dell’Unione Sovietica, da una parte decisiva nell’esito della guerra (Stalingrado), ma dall’altra paese dello stalinismo, paese in cui le utopie rivoluzionarie erano finite in una sanguinosa dittatura, nella pratica sistematica dei campi di concentramento, dei processi, delle esecuzioni e della menzogna. Da questo problema politico e contingente emergeva una problematica che i filosofi non potevano non affrontare: quella della rapporto fra fini e mezzi. Su questo Camus parte all’assalto con posizioni radicali e intransigenti già dal 1946 in conferenze e in una serie di articoli pubblicati con il titolo Né vittime, né carnefici in cui sosteneva che non si poteva stare dalla parte dei comunisti. Anche Sartre nel ‘46 aveva scritto un libro Materialismo e rivoluzione in cui dichiarava la sua impossibilità di essere alleato con i comunisti. Però stava con il marxismo e denunciava il materialismo storico. Sartre replica a questo primo testo di Camus con una sceneggiatura che rimane nel cassetto dal titolo L’Ingranaggio, un testo prettamente politico in cui fa percorrere ad un rivoluzionario tutta la parabola da libertario a despota che condanna a morte anche l’amico intellettuale che lo ha accompagnato per tutto il percorso politico ma che, via via, è diventato dissidente e si è allontanato da una rivoluzione tradita. A sua volta, però, anche il politico finirà preso nell’ingranaggio e verrà destituito da un altro che prenderà il suo posto. Le posizioni di Sartre erano tutt’altro che dogmatiche in quegli anni. Tanto che i comunisti ne fecero il loro bersaglio preferito. Anche nei due testi teatrali successivi, Le mani sporche (Sartre) e I giusti (Camus), il dialogo si intreccia. I giusti era stato scritto prima come testo narrativo e Sartre lo conosceva. Camus rievoca la storia dei rivoluzionari-terroristi russi del primo Novecento e ipotizza la possibilità per uno di loro di essere un criminale sui generis e di riscattare il proprio atto pagandolo con la vita e rifiutandosi di fare vittime innocenti. Con questa storia esemplare Camus intendeva rafforzare il suo giudizio negativo su quello che chiamava “il crimine per procura”, im-

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personale, compiuto attraverso funzionari professionisti. Sartre gli replica ne Le mani sporche creando anche lui il personaggio di un intellettuale divenuto terrorista – si offre nel Partito per ucciderne il leader politico accusato di essere un socialtraditore - però lo affianca con un personaggio politico che ha lo stesso spessore dell’intellettuale. Ognuno dei due sostiene principi legittimi e cose inaccettabili. Il politico vede la realtà con maggiore lucidità che l’intellettuale, ma accetta la menzogna e il crimine; l’intellettuale è idealista, però senza rendersene conto diventa anche lui un criminale e un traditore perché prima conquista la fiducia e poi uccide il leader politico. Certo, anche lui come i personaggi di Camus, si riscatta alla fine con il sacrificio della propria vita, accettando di farsi far fuori dai suoi compagni di partito che nel frattempo hanno cambiato linea. Lo fa per non rinnegare l’atto compiuto e per dargli senso. Quindi, come si vede, in queste creazioni teatrali Sartre e Camus condividono le tematiche di fondo e hanno divergenze tutt’altro che marginali, ma c’è un dialogo ricco e fecondo per entrambi. Le cose fra loro precipitano intorno al ‘51-’52 perché precipitano ideologicamente, politicamente, con la guerra di Corea: siamo in piena Guerra Fredda con l’Urss che sostiene lo sfondamento del 38° parallelo da parte della Corea del Nord e gli USA che usano le armi chimiche a sostegno della Corea del Sud. Il clima politico è esasperato. Il libro di Camus, L’uomo in rivolta, nel 1952 viene recensito su “Le Temps Modernes” e Sartre affida la recensione a Francis Jeanson, un vecchio resistente marxista e comunista, che lo stronca con una impostazione manichea. Camus, ferito e oltraggiato, risponde con un articolo rivolgendosi direttamente a Sartre, a sua volta Sartre risponde con cattiveria perché accusa Camus di debolezza intellettuale, di non essere un filosofo, di non accettare la discussione sul suo libro. Nel 1952, quando scrive questa replica, Sartre stava scrivendo I comunisti e la pace con cui si schierava pubblicamente - come compagno di strada critico - con l’Urss in quanto baluardo della pace. In quegli anni l’Urss organizzava i congressi sulla pace a cui partecipavano intellettuali e artisti di mezzo mondo: fu per uno di questi che Picasso disegnò la famosa colomba della pace. Agli occhi di certa sinistra, la scelta appariva fra la pace e l’imperialismo americano, mentre per gli altri lo scontro era fra la libertà contro la repressione dei diritti nei paesi dell’Est. Dopo il 1956, con l’invasione dell’Ungheria, anche Sartre prende clamorosamente le distanze dall’Urss con il suo saggio Il fantasma di Stalin. E allora riprende la sua ricerca di una terza via, di una sinistra libertaria, quel suo sogno titanico di “colmare la lacuna del marxismo” dotandolo di un’antropologia. Ne sarebbe nata la Critica della ragione dialettica.


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di Francesco Cusa info@francescocusa.it

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ilm sublime. Un film sul Buddha (con buona pace di chi blatera a vanvera su questa ultima opera di Kim Ki-duk). Questa la centralità di “Moebius”, storia di una passione e di un cammino verso la “liberazione”. Parliamo dunque di Illuminazione, di superamento del limite corporeo.  La fortuna del grande regista coreano è quella di essere figlio di un contesto culturale in cui lo scontro tra tradizioni millenarie e presente ipertecnologico è generatore di una sorta di mitopoiesi contemporanea. In Moebius, la questione edipica viene enunciata e messa in scena senza alcun gioco di rimandi, nella sua rappresentazione scarnificata, anti-psicologica, che rivela fin dalle prima scene il disegno progettuale del regista, ovvero quello di realizzare un’opera catartica, edificante. Proprio in virtù di questa didascalica narrazione, che a noi risulta essere per molti tratti comico-grottesca (da qui le risatine in sala), è possibile penetrare fino alle radici della teatralizzazione, della cruda messa in scena della tragedia. I personaggi sono essi stessi archetipo, mito incarnato, eroi del nostro tempo. Essi iscrivono le proprie gesta in una cornice neutra della nostra contemporaneità, in un divenire a-storico, ciclico di mutazione perenne.  il tema dell’incesto è del resto tratto comune alla pornografia nipponico-coreana, nello stereotipo “passivo” della madre che, tra tormentate resistenze, finisce col cedere alle avances del figlio (il padre è quasi sempre o dormiente, o inquadrato di spalle nell’atto del leggere o del mangiare). Che, del resto, ci trovassimo di fronte a un film a tesi lo si era capito in dal titolo: “Moebius” rappresenta un nastro di superficie geometrica non orientabile, un paradosso che qui simboleggia l’eterno ritorno dell’incarnazione del Buddha, nel rapporto di reciprocità tra madre e figlio  (nel cinema, oltre all’ottimo film “Moebius” dell’argentino Gustavo Mosquera, questa “tecnica” è stata usata  soprattutto da David Lynch).  Da questa prospettiva ogni giudizio morale - ogni tabù - rappresenta un sigillo (necessariamente) violabile: nell’adozione della violenza e del dolore, nella castrazione fallica e nell’umiliazione del potere del maschio, vengono destrutturati i capisaldi della nostra società globalizzata, le ipocrisie della rimozione  perenne, del distacco traumatico dell’uomo contemporaneo rispetto alla natura ed agli istinti. Lo strepitoso finale mette fine (dovrebbe) alle confusioni interpretative dello spettatore, offrendo uno squarcio di bellezza sconvolgente che lega e trascende l’inizio e la fine del film: l’atto devozionale della madre nei confronti del figlio (“uccidere il Buddha”) è simbiosi ma anche riconoscimento del divino, ciò che spinge santi, eretici e pazzi a compiere atti cruenti in virtù di uno scopo aulico. Una trottola percorre la striscia di Moe-

Il sublime Moebius di Kim-Ki-Duk

bius in senso orario e si ritrova una volta giunta al punto di partenza a ripercorrerla in senso antiorario. Così lo sconcerto iniziale dello spettatore trova modo d’acquietarsi, nella de-oggettivizzazione di ogni concetto “pertinente”, nella sospensione del giudizio censorio.  Ogni atto - il più assurdo ed efferato - corrisponde dunque ad un disegno trascendente che non ci comprende in quanto segmenti corporei di irrelata esistenza: A-B/nascita-morte. La violenza, lo stupro, l’evirazione come fattori di sublimazione,  sono gli elementi fondamentali che Kim Ki-duk utilizza per affermare che senza la mortificazione e  il trauma nulla è consentito alle co-

scienze deboli delle nostre società degli agi. La mortificazione fallica del figliopadre, funzionale al percorso tormentato che porterà alla liberazione, è dunque parte della visione, di un percorso di purificazione che coinvolge la triade familiare. Nel percorso ciclico, tendente alla fine del processo di trasmigrazione dell’anima, sta il senso dell’atto devozionale della madre nei confronti del figlio eterno. “...perciò nessun anima è legata o liberata né trasmigra. Non è altro che la natura, con i suoi molteplici stadi, ad essere legata o liberata o a trasmigrare” (Le Strofe del Samhkya). Un film sublime.

PIANETA POESIA

Le forme d’amore di Anna di Franco Manescalchi novecentopoesia@gmail.com

Anna Soldani dedica queste sue “forme d’amore” agli abitanti di Nusenna e Rietine in Chianti perché dalle loro voci ha tratto ispirazione al libro per il quale essa parla di abbozzi di poesia, intendendo con ciò una scrittura in qualche modo a tema. In effetti, siamo di fronte a una poesia del divenire, a un diario caratterizzato da colloquialità, emozioni, immagini, momenti, memorie, tempi, persone, diversità percepita, e poi da luoghi e figure, da riflessioni, e oggetti della memoria Piace, nella Soldani, il fermare nel verso il sottile confine fra finito ed infinito, fra descrizione ed immaginazione, fra apertura lirica e giudizio, fra l’io e il noi, fra sé e il mondo. Di tutto questo è tramato il suo libro del quale si apprezza l’unità

del registro stilistico non privo di una improvvisa musicalità (Faville soltanto /.di gioia scintille). E qui il tono assertivo, quello evocativo e poi gnomico si compongono in una vigilata vocalità che denota una sapiente fusione fra emozione, memoria, immaginazione e logos. Tanto che si potrebbe fare riferimento a una non facile sintesi fra logos e cripticità., come si legge in Teresa: Rinchiuditi, nasconditi. Proteggi ciò che è delicato attraente e soave. Sottraiti a coloro che bramano ghermire l’enigma. Oppure si possono sottolineare quei testi di assoluta evidenza come Preghiera laica: Sai, non mi basta più un’ora la sera per chiamare

a raccolta tutti i miei cari. Da un po’ di tempo questa teoria di morti si fa più lunga e addormentarmi non voglio senza rammentarli. Così, fra l’elegia e la didascalia, fra la descrizione nostalgica e il contrappunto lirico la Soldani tesse un discorso dove realtà e immaginazione, riflessione e intuizione, amarezza e stupore trovano la loro giusta collocazione e la testimonianza del presente si libra in voli imprevedibili o in decise incorniciature. Citerei perciò un rigo dall’introduzione di Franco Zabagli: “con parole comuni e colme di significato sincero, ti fai testimone senza narcisismi di una minuscola Spoon river chiantigiana da cui tornano, a sprazzi, voci, luoghi, figure, gesti, persone”. Con la chiusura in Memento: intreccia l’esordio del tuo dolore al mio cosciente e stremato. Sarò una presenza lieve. un soffio d’ombra fino al gelido alitare dell’angelo. Anna Soldani, Forme d’amore, Florenceart edizioni, Firenze, 2013


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OCCHIO X OCCHIO

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di Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it

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Da quando Rosalind Krauss nel 1977 ha pubblicato il famoso saggio “Note sull’indice”, tradotto in Italia solo nel 2005 , in cui si semplificava grossolanamente il pensiero di Peirce (1839-1914) individuando le immagini fotografiche come segni indicali, ed in cui si coniava il termine “fotografico” per indicare il mutato atteggiamento di molti artisti contemporanei, i quali, davanti alla realtà, si limiterebbero a “prelevarne” alcuni frammenti già pronti (ready-made) per sottoporli all’attenzione del loro pubblico, così come i fotografi si limiterebbero a “prelevare” le loro immagini dalla realtà in maniera meccanica, è passato molto tempo, ma (soprattutto in Italia) non si è fatto alcun passo in avanti. Assodato che molti artisti continuano a “prelevare” ed a “riproporre” in contesti diversi i loro ready-made, con minore o maggiore impegno e con minore o maggiore successo, utilizzando anche la fotografia, le immagini fotografiche in sé continuano ad essere considerate da parte di molti come dei semplici segni “indicali”, ed i fotografi continuano ad essere considerati dei semplici “predatori” o “raccoglitori” di questo genere di “segni”. La stessa semiotica non ha mai chiarito la natura e la dinamica del segno fotografico, fino a negargli lo statuto di “segno”, declassandolo con Umberto Eco ad “ipoicona” o a “materia di espressione” come la voce, giustificando la mancata definizione della fotografia da parte di Peirce con il fatto che lui viveva ai tempi del dagherrotipo e non conosceva bene la materia fotografica. Peirce in realtà nasce nel 1839, lo stesso anno in cui Daguerre annuncia la sua scoperta, e vive a cavallo dei due secoli, nello stesso periodo in cui la fotografia raggiunge la sua piena maturità tecnica ed espressiva, e nei suoi scritti dimostra di conoscere molto bene ogni tipo di tecnica fotografica. Del resto Peirce non ha mai scritto che le immagini fotografiche “sono” dei segni indicali, ha semplicemente detto che le immagini fotografiche, dato lo stretto rapporto fisico (e non solo) esistente fra l’oggetto fotografato e la sua rappresentazione fotografica, sono un perfetto esempio di “indice”. Ed ha anche scritto che nessun segno è mai perfettamente un “indice” come non è mai perfettamente né una “icona” e né un “simbolo”. Nella tripartizione fondamentale del segno operata da Peirce, ed ancora oggi ritenuta valida, si stabilisce che un indice ha con il proprio oggetto un rapporto fisico, una icona ha con esso un rapporto di somiglianza, ed un simbolo ha con il proprio oggetto un rapporto esclusivamente di tipo soggettivo e culturale. Le immagini fotografiche sono un esempio perfetto di indice perché sono generate dalla luce riflessa dall’oggetto, captata attraverso un obiettivo e registrata su di una lastra (o pellicola, o sen-

In alto a sinistra Jean Loup Sieff – Donna nuda che scala una duna (1970) – La fotografia è un “indice” come lo sono le tracce sulla sabbia. A fianco Kishin Shinoyama – Gemelle (1969) – La fotografia è una “icona” perché mantiene la somiglianza (come le due gemelle). Sopra Arthur Tress – Twinka ad Arles (1985) – La fotografia è un “simbolo” perché la sua lettura dipende da fattori culturali individuali.

Fotografia fra

sore), ma sono anche esempi perfetti di icona, perché mantengono una somiglianza stretta con l’oggetto fotografato o con alcuni aspetti di esso, e sono perfino esempi perfetti di simbolo, perché si offrono ad una lettura individuale condizionata dalle esperienze precedenti e dal retroterra culturale (questo è un argomento complesso che merita di essere approfondito). Tutto questo (ad eccezione di ciò che riguarda l’indice) Peirce non lo scrive, però scrive che nessun segno è esclusivamente indicale, iconico o simbolico, e che il segno perfetto contiene in sé una parte di indice, una parte di icona, ed una parte di simbolo. Esattamente come le immagini fotografiche. Le quali, però, più che dei segni (perfetti) devono essere lette ed interpretate come dei testi. Ma questa è un’altra storia.

indice, icona e simbolo


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LUCE CATTURATA

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Notturni urbani di Sandro Bini

Sandro Bini - Novoli - Firenze 2013

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Firenze 2004-2013 Il brivido lungo e misterioso della notte in cittĂ 


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di Angela Rosi angelarosi18@gmail.com

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scolto” di Angela Chiti al Palazzo Medici Riccardi di Firenze chiude una trilogia di mostre iniziata con “A occhi chiusi” e “Passi sospesi”. Angela fotografa istintivamente dando voce al suo intimo, spesso il primo scatto è quello giusto. La fotografia è digitale e non rielaborata, i soggetti delle opere sono frammenti, dettagli, ombre, macchie, particolari di oggetti inutili o buttati che lei riconosce e soprattutto ascolta. Angela si trattiene volontariamente e attentamente a udire, presta la propria attenzione e partecipazione a qualcosa nel mondo che la circonda e coglie segnali che spesso non sono dove ce li aspettiamo. Il suo viaggio prende forma lentamente, le poesie accompagnano le sue opere, la purezza della sua fotografia è forza che diventa introspezione e narrazione della materia sensibile ed emotiva. Questa mostra ci insegna che se impariamo ad ascoltare veramente piccoli frammenti del mondo reale che sono Enigma, diventano poesia, storie, volti, paesaggi. Ascolto è un cerchio che non ha inizio né fine, una linea unica le cui estremità si annullano l’una nell’altra. Ascolto è captare i dettagli dietro l’apparenza, è sintonizzarci con qualcosa che va di là dei gesti e delle parole di una relazione. Angela fa il suo personale viaggio Onda verso l’interiorità, dove l’oggetto o il particolare si trasforma, inizialmente ci parla un linguaggio confuso ma poi diviene sempre più chiaro e diretto. Ascolto, essendo cerchio, è armonia che traduce l’indifferenziato in uguaglianza. Ascoltare il mondo circostante significa entrare in rapporto prima di tutto con noi stessi in profondità con attenzione e riflessione. Significa cogliere i particolari, in apparenza privi d’interesse, che si comporranno poi in un tutto unico, Principio di unità, anche se l’inizio è caos dettato dalla materia, dalle emozioni e dalle parole che diventano Labirinto di parole o Sillabe e suoni. Ascolto è imbattersi nei rumori della città, con l’angoscia primordiale, con l’inganno, con l’essenziale, con un incontro mancato ma anche con la nostra interezza e capire che i frammenti si riordineranno. Ascolto è percorrere sensazioni, paesaggi, ritornare alle Terre prime, fino ad approdare al contatto con l’altro e trovare Nero gioia. Qualunque vicinanza ci porta la sensazione di vuoto, di abisso, di nero, di precipitare perché la gioia ha in sé anche il nero, lo sconosciuto, l’ignoto. Il contatto è la fine del cerchio che si annulla con l’inizio per ricominciare di nuovo perché la nostra vita non è altro che un ascolto continuo e potente per lo svolgersi delle nostre relazioni. La mostra Ascolto di Angela Chiti è visibile fino al 29 settembre.

I labirinti e le onde di Angela Chiti

MINUTAGLIE

Stella marina

Foto dall’archivio Roberto Minuti


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VUOTI&PIENI

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di Simonetta Zanuccoli

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simonetta.zanuccoli@gmail.com

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l numero 104 di rue d’Aubervilliers, a nordest di Parigi, nel 19° arrondissement, un immenso edificio di 39mila quadri, costruito nel 1873 dalla diocesi diventò, all’inizio del 900, la sede delle Pompe Funebri, monopolio comunale che, secondo le idee progressiste repubblicane, assicurava a tutti i cittadini, al di là della religione e della classe sociale, un degno trapasso. Una piccola e laboriosa comunità di falegnami, ebanisti, fabbri, carrozzieri, meccanici, portantini, sarti e parrucchieri (per i vivi e i morti), affollarono gli spazi divisi in uffici, laboratori, stalle e scuderie per le carrozze dei carri funebri (ne arrivavano fino a 27mila l’anno), mensa e alloggi per i lavoratori. All’interno di questo spicchio di mondo particolare si crearono negli anni solidarietà e amicizia, una squadra di calcio e un’orchestra. Con una legge del 1993 finisce il monopolio comunale sui funerali e, pian piano, si riduce anche l’attività che si svolgeva al 104 di rue d’Aubervilliers fino alla sua chiusura definitiva nel 1997. Da questo luogo, testimone silenzioso di tante vite concluse, nasce nel 2008 il 104, uno dei progetti di creazione artistica e di politica sociale e culturale più d’avanguardia di Parigi. Dopo un attento restauro questi spazi si sono aperti a tutte le espressioni artistiche con la partecipazione diretta dei cittadini nell’idea, che è alla base di questo progetto, che arte e cultura devono essere sempre in relazione al contesto sociale e al territorio per arricchirlo di stimoli ma anche per trovarne le motivazioni creative. Gruppi di artisti, a rotazione, soggiornano per un certo periodo nella struttura creando ed esponendo lì le

L’arte non muore mai

proprie opere e collaborano a laboratori per la conoscenza e lo sviluppo artistico di grandi e bambini. In un’area, chiamata significatamente l’Incubateur, si può trovare sostegno alla creazione di imprese innovatrici tra arte e tecnologia con incontri e collaborazione professionale. E naturalmente oltre al grande spazio comune dove si assiste ad un’eclettica programmazione di eventi di alta qualità ci sono una fornitissima biblioteca, una ludoteca, una sala spettacolo e conferenze, ma anche una boutique bric à brac gestita da Emmaus e una deliziosa caffetteria con arredi stile anni 50. Qualche anno fa passando per rue d’Aubervilliers mi ero fermata al numero 104 incuriosita dai lavori di restauro non ancora conclusi di un enorme spazio. Senza averne il permesso sono entrata e l’ho fotografato. Vi presento così il 104, vuoto, nell’attimo di sospensione tra la morte del passato e la vita del futuro.

SCENA&RETROSCENA

Kiki Franceschi La donna che sfidò il mare di Matteo Rimi matteo.simona@hotmail.it

Con la dedizione e con la volontà si può arrivare ad abbracciare qualsiasi ruolo realmente ci si prefigga. Ma altri aspetti, altre sfumature, le raggiungi solo se ci nasci o se di fronte a ciò che di brutto può mostrarti la vita tu reagisci mettendo in campo quelle armi, usando la voce che i natali, la natura, il caso, il destino o Dio ti ha donato. Kiki Franceschi è questo: è artista perché non poteva essere altro e lo è in ogni sua sfumatura ed in ogni sua espressione. E’ artista nel senso che lei stessa dà al termine mentre lo descrive con voce ferma e con convinzione e senti che quella convinzione non è retorica, citazione da chissà quale critico (“i sergenti istruttori della bohème,” li chiama lei) ma frutto di lavoro, di sofferenza, di dubbi.

Kiki Franceschi col collezionista d’arte contemporanea Carlo Palli

La sua arte è l’impegno di una vita. La sua arte è impegno come, parole sue, “invito ad occuparsi del mondo reale, a sporcarsi le mani”: quanto Romanticismo nella sua posizione! Perché il suo impegno sembra ancora più eroico alla luce della sua precedente acquisizione della “consapevolezza che siamo niente” di fronte ad un universo meraviglioso, quella che sopraggiunge ad ogni uomo e donna di mare (quale lei è), in perenne colloquio con quell’azzurra immensità. Ecco che il poeta arriva ad incarnare ed affrontare la condizione umana proprio quando la maggior parte delle persone l’accantonano convincendosi che il proprio stato dipenda da qualche paventata invenzione umana: egli, secondo Kiki, riconosce il proprio essere granello nell’infinità non facendosi sopraffare dalla disperazione ma riconoscendo nell’umiltà l’unica arma per riuscire a flettersi, ad adattarsi alla vita, a rispecchiarne le mostruosità ed i miracoli. Ma umiltà non significa servilismo, imitazione o svendita di ogni principio uno dopo l’altro bensì accettare e comprendere “ma NON tollerare.” Umiltà significa dignità nell’investire in pieno il senso del proprio ruolo.

Solo questo fortificherà a tal punto da potersi ergere contro ogni pensiero main-stream, accademico, dettato dall’ennesimo editor che abbia colto la moda del momento. Dignitosi sono gli individui che Franceschi canta nel suo teatro, da Aldo Braibanti che ha pagato fino all’ultima lacrima la propria diversità, agli sfortunati combattenti della guerra civile spagnola, sepolti da un Tempo che ha fatto troppo in fretta a dimenticarli. Dignitosa è ogni parola perché figlia del primo uomo che uscì dalla schiavitù dei sensi, senso primigenio che l’esperienza della poesia sperimentale (alla quale Kiki con consapevolezza si riallaccia) da sempre ricerca, unione tra esigenza di domare ciò che ti sommerge intorno e tendenza ad elevarsi già dallo scandire di un suono; del proprio, articolato suono. Pieno di dignità è l’artista - vero, Kiki? - se riesce a liberasi da ogni condizionamento e si rende conto di poter lasciar segno di sé contro l’incombente Morte per quanto riuscirà a donare ciò che solo lui può dare. Dignità è la libertà di “patire e divertirsi” come solo la Poesia può regalare!


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VIAGGI

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Ad una cena di amici un fanatico del navigare a vela ha parlato tutta la sera dei particolari, anche insignificanti, di questo antico ed affascinante sistema di viaggiare. Affascinante per chi lo ama o, forse, a piccole dosi per chiunque, ma dopo due ore e mezzo di soliloquio del “fanatico”, abbiamo saputo poi un super ricco, ero distrutto! Il veleggiatore folle mi ha perseguitato anche nel sogno della notte. L'inconscio ci ha vendicati, ha chiamato lo yacht “Narciso” e, vanitoso come il suo proprietario, lo ha fatto specchiare nel mare così a lungo da perdere l'orientamento e colare a picco dopo essersi capovolto. Ci siamo svegliati cantando l'Internazionale.

Disegni di Pam Testi di Aldo Frangioni

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SU DI TONO

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di Simone Siliani s.siliani@tin.it

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enunciando una condizione anagrafica che ha ormai varcato il mezzo secolo, dichiaro qui di avere memoria percettiva dei rumori sonori (e dei silenzi) che passeggiando per le strade di Firenze un tempo potevi ascoltare, legati ad attività umane in via di estinzione. Potevi riconoscere le strade ad occhi chiusi: la soffusa eleganza di via Tornabuoni, l’operosa artigianalità dell’Oltrarno, certe viuzze strette in cui rimbalzavano i lazzi di erbivendoli e beccai. Li hanno ormai sostituite rumorose cacofonie globalizzate, identiche a New York come a Singapore, che ti investono promanando – insieme a terribili effluvi e a tsnunami di aria climatizzata – dai negozi delle global griffe del centro turistico. Poi ci sono i silenzi di morte di strade svuotate di attività produttive o che si “animano” solo per mangiare e bere alimenti standardizzati che comunque devono essere consumati al ritmo assordante della anonima canzonetta in voga. Anche di questa mutazione sonora delle nostre città e delle nostre vite si propone di indagare il festival di Tempo Reale che si svolgerà a Firenze dal 4 al 17 ottobre, “Frastuoni e sospiri. Universi sonori del lavoro” (www.tempo realefestival.it). Lavoro e musica sono stati instricabilmente connessi e, in certo modo, lo sono anche ora se pensiamo ai commessi dei negozi di griffe che lavorano per 8 ore con la musica a tutto volume sparata nelle orecchie. Per indagare sulla connessione lavoro-musica, il festival apre il 4 ottobre con il progetto “Canta che ti passa” dedicato ai canti del lavoro e che propone la rielaborazione vocale e tecnologica di alcuni canti della memoria del lavoro italiana. Dall’industrial performer tedesco FM Einheit (che lavora sui suoni del lavoro nell’edilizia industriale, il 5 ottobre a Villa Strozzi) al percorso musicale al Vecchio Conventino fra le botteghe artigiane, dal percorso musicale al Carcere di Sollicciano con i musicisti-detenuti dell’Orkestra Ristretta ai concerti dedicati a Luciano Berio a dieci anni dalla scomparsa, la Fondazione Tempo reale mantiene fede al suo nome, mostrandoci una volta di più come la musica, le esperienze sonore facciano parte della nostra quotidiana materialità della nostra vita. Un vero festival (VI° edizione) perché avvolge diversi luoghi, canonici e decisamente eterodossi, dove vive la musica in città e coinvolge molti protagonisti (professionisti o professionali, consapevoli e inconsapevoli) della complessa esperienza sonora contemporanea, attorno ad una idea ad un lavoro di lungo periodo. Non come avviene spesso, purtroppo, un insieme casuale di eventi cui si appone un titolo posticcio. La ricerca che Tempo Reale svolge secondo il legato spirituale del suo fondatore Luciano berio, richiede questa caparbia e inattuale costanza di lavoro. Di cui però c’è bisogno assoluto, come l’aria, come … la musica.

La musica del lavoro

Foto di Roberto Deri

BIZZARRIA DEGLI OGGETTI

L’uccellino e la perla nera Dalla collezione di Rossano a cura di Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it

Rossano è un acritico ed invasato tifoso viola, nella sua bislacca collezione di oggetti d'epoca e modernariato non mancano memorabilia calcisitici. Ecco quindi due gagliardetti della squadra brasiliana del Santos in cui giocava il mitico Edson Arantes Do Nascimento, detto Pelé. Trattasi di un giocatore ritenuto il più grande di tutti e di tutti i tempi e non solo, trattasi di un uomo che sempre ha cercato di adoperarsi per la pace e l'amicizia fra uomini e squadre e paesi. Si narra che una volta, in Colombia, sia stato espulso e che il pubblico abbia avuto una reazione così indignata da doverlo far rientrare e...espellere l'arbitro. Si narra anche che in Nigeria fazioni in guerra fra sè abbiano firmato una tregua di 48 ore per assistere ad una

delle tante amichevoli in cui "El Rei" si è esibito. Per 17 anni è stato simbolo e colonna del Santos oltre che del Brasile e per altri 5, dopo essersi ritirato, ha insegnato calcio giocando nel Cosmos, squadra statunitense da sempre raccattacampioni invecchiati, Nella sua ultima partita, una amichevole Cosmos-Santos, ha giocato un tempo per parte. É

l'unico giocatore che ha vinto tre Coppe del Mondo con il Brasile. Nel 1961, nel corso di una tournée del Santos in Europa, ha giocato una amichevole con la Fiorentina. La foto lo vede stringere la mano del viola Kurt Hamrim, mitico ed amatissimo giocatore svedese detto "Uccellino" data la sua non enorme stazza e la leggerezza e velocità dei suoi dribblings. La foto è originale e - dice Rossano-introvabile. I due gagliardetti appartengono appunto al Santos ed allegano l'autografo di Pelé e di due altri giocatori non "decifrati". Conclude Rossano "Forza Viola!" concediamoglielo....


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SÌ, VIAGGIARE

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di Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it

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ul traghetto che ci porta in Albania, ci sono, esclusi noi e sei parigini, tutti albanesi, emigrati che rientrano per le ferie. A molti bambini i genitori parlano in italiano. Fuori dal porto, a Durazzo, siamo invitati a far "l'assicurazione", la nostra colà non vale: frotte di giovanottacci con pile di soldi sporchissimi in mano ci intercettano e tallonano.Ok. Durazzo: vita intensissima, anche notturna, bar, negozi, banchi, musica a tutta, luci, gente. Tutto brutto direi, case, strade, insegne,merci. Ovunque, non solo qui. Facciamo la prima conoscenza dei rari cassonetti grigi, consunti e sgangherati, senza ruote o coperchio, spesso vuoti e circondati da ammassi di sudicio. Le discariche appestano il paese, ogni tanto per ridurne l'estensione le bruciano, restano cumuli di bottiglie e lattine incombuste. La sera, sulla larga passeggiata lungomare, bancherelle e giochi, come una fiera, tiro a segno: con una palla di stoffa si prova a centrare barottoli in piramide, premio una bottglia di vino o liquore; i dolciumi: frutta secca, zucchero filato, mele caramellate, pasta fritta. Caos di gente che si vede ben vestita e che sembra felice. Sulla spiaggia, la mattina, un affastellio di lettini a perdita d'occhio, pare sia lunga 10 km, il bagnasciuga è infestato da venditori di tutto, gelati, oggetti, cibo, passano asinelli per le foto, si fanno tatuaggi, circolano carriole con verdura, bambini e vecchi vanno su e giù senza gridare, vendono more in bicchierini di carta, fichi, uva e pesche in sacchetti di plastica. Degenero totale! Si va a Scutari, le strade sono ....diciamo poco scorrevoli anche quando sono in pianura, vi incontriamo, con sorpresa, tantissime spose su macchinoni addobbati con coccarde e nastri per pacchi regalo, tulle bianco e fiori di carta rossi. Busti di altri giovanottacci escono dal finestrino di una macchina che precede, fanno foto. Alla fortezza veneziana di Scutari da cui si gode un panoramo splendido, il lago, campi ordinatissimi, coltivati con cura e monti vicini e lontani, si assemblano ancora decine di spose. L'Abania è selvatica, piena di monti alti rivestiti per lo più da arbusti, qua e là alberi di noci, vi si arrampicano centinaia di capre nere che, libere e puzzolenti, brucano tutto ciò che possono. Per le strade di paesi e città si incontrano muli ed asinelli intenti a lavori di fatica; greggi di pecore, mucche, a coppie o in mandrie, si stagliano all'improvviso davanti alla mac-

Turisti in Albania china, fermi e chiusi dentro le lasciamo passare. Il cibo è ottimo ovunque e bio al 100%, essere italiani è un valore assoluto che ti consente di essere accompagnato, vezzeggiato, protetto. Poche cose monumentali da vedere, Gjirokastra e Berat due città carine, strette strade, bellissime dal punto di vista paesaggistico, ci issano faticosamente in vetta a passi cui seguono altri passi, non hanno protezione ai lati e ti fanno provare così l'ebbrezza terrifica di costeggiare dirupi e strapiombi su laghi, fiumi e vallate, sono punteggiate da bellissime tombe di marmo con foto, anche a tutta altezza, che ricordano chi, percorrendole, ha perso la vita, per lo più ragazzi, decine e decine di tombe "monito". I fiori per le spose e per i cimiteri sono sempre tanti, sgargianti e solo fintissimi. Ovunque i residuati bunker rotondi fatti costruire da Hoxa. In Albania, in strade strette, sgarrupate, piene di buche, frane e irregolarità e salite e tornanti stringatissimi, circolano direi solo Mercedes e Audi. Un macellaio, sull'uscio della bottega, scuoia un "caprone" appena sgozzzato, al mercato si vendono pollastrine, oche e anatre legate per i piedi, vive bada bene, dentro un borsone da palestra con la cerniera chiusa per metà per lasciarne uscire la testa, un agnello.

Finzionario

di Paolo della Bella e Aldo Frangioni

Saremmo ben felici di scrivere qualcosa su “I pomi di Adamo” di Francesco Gianni Villetta se, insieme alla richiesta di recensione, le Edizioni Lamela ci avessero mandato il libro e non solo il pdf della copertina. Forse, vista la terribile crisi del cartaceo, sarà questo il sistema con cui gli editori vogliono spingerci a comprarlo. Noi non acquistiamo più libri dal 1970, da quando assaltammo una Libreria Feltrinelli e con un classico esproprio cultural-proletario ne trafugammo diverse migliaia, molti dei quali dobbiamo ancora leggere. Abbondantemente prescritto il “reato” di indebita appropriazione, possediamo con orgoglio e legittimamente tutti quei volumi. Abbiamo incrementato questo “corpus feltrinelliano” con molti altri libri chiesti in prestito ad amici persi di vista. In questo immenso patrimonio librario, acquisito senza oneri, abbiamo trovato “La finzione dell'ortolano – vita e opere di Francesco Garnier Valletti” di Osman Claude l''opera alla quale sicuramente si è ispirato il Villetta. Il Valletti riprodusse alla perfezione 1200 varietà di frutti e centinaia di tipi di uve, era al servizio di Auguste Burdin vivaista piemontese e dopo il suo fallimento la collezione fu accolta al Museo della frutta di Torino. Vi consigliamo vivamente di visitarlo, potete rivolgersi ad Aldo Garbarini – aldo.garbarini@comune.torino.it che, da perfetto piemontese, vi sorriderà cortesemente ma non vi farà certo entrare gratis, nemmeno a nome nostro.


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ODORE DI LIBRI/KINO&VIDEO

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Un film intrepido

di Andrea Caneschi can_an@libero.it

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n un periodo come questo, di grande, colpevole confusione dei concetti di libertà, democrazia, diritto, torna utile leggere pagine che aiutano a fare chiarezza, se ce ne fosse bisogno, su quali siano i diritti che meritano di essere salvaguardati e quali le minacce ancora in agguato. “La rivoluzione etica. Da Giustizia e Libertà al Partito d’Azione”

di Vittorio Cimiotta, riprende il filo della storia italiana dal primo dopoguerra agli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale. Viene presentata la nascita del movimento di opposizione negli anni tragici del fascismo e le idee che ne furono alla base espresse da intellettuali che pagarono spesso con la vita la loro ribellione etica e ideale, come i fratelli Rosselli primi di tanti di cui il libro traccia anche rapide biografie. Vi troviamo espressioni che vengono da lontano, ma che colgono l’urgenza della attualità politica dell’Italia, che - dice Nicola Tranfaglia nella prefazione al volume – “Pur dopo essere entrata nella Comunità Economica Europea e aver evitato l’isolamento nazionale, … corre ancora il rischio di ripiombare nell’involuzione autoritaria e riuscirà ad evitarla soltanto se le forze democratiche riusciranno a coalizzarsi e a ritrovare lo spirito e gli ideali che erano riusciti a sconfiggere il fascismo.” La scrittura è semplice e diretta, così che il lettore aderisce con immediatezza al percorso che viene proposto e ne riconosce gli sviluppi storicamente evidenziati nel racconto delle persone, delle idee e delle lotte per affermarle. Attraverso queste, al prezzo di un feroce martirio di intellettuali, lavoratori e giovani appassionati della libertà, la società italiana è emersa dalla tirannia fascista per avviarsi ad un percorso costituzionale che ancora oggi necessita di essere tutelato contro tanti interessi privati. Come si legge nell’introduzione, si tratta di un saggio con una finalità didattica, destinata prevalentemente ai giovani di buona volontà, per un’Italia più civile, più libera e più giusta.

La rivoluzione etica

STRANIERI INFATUATI

Janet Ross, collezionismo al femminile di Francesco Calanca francescocalanca@hotmail.com

Tra le straniere più note nella Firenze della seconda metà dell'Ottocento, spicca il nome di Janet Ross (née Duff Gordon) che più di ogni altra collezionista e mercante d'arte seppe sfruttare conoscenze e competenze per abbellire la propria residenza alle pendici di Settignano, trasformandola in vera e propria galleria. Attualmente sede di un istituto per religiosi, la villa del Poggio Gherardo ospitò oggetti da collezione e opere (ora spariti), in particolare fondi oro tardo-medievali e tele del primo Rinascimento, che i Ross, specialmente Janet, acquistavano da nobili fiorentini a prezzi irrisori, come accadde nel 1869 con il quadro di Luca Signorelli La Scuola di Pan ceduto, a detta della compratrice, per “un tozzo di pane”. Nell'antica e bellissima villa, Janet affolla le stanze di ventagli, decorazioni esotiche, piume di struzzo, vasi cinesi, fotografie, statue e candelabri, restituendo un'idea estetica più vicina al gusto vittoriano che a quello fiorentino e, anzi, operando un'interessante mescolamento fra i due. Influenzata da una certa dose di utilitarismo, le sue operazioni di compravendita non erano finalizzate soltanto all'appagamento estetico, ma si configuravano come vere e proprie azioni di brokeraggio per poter vendere i suoi acquisti più facilmente e in maniera più redditizia

ai collezionisti anglo-americani. Grazie a una discreta agiatezza economica, Janet comprava oggetti e mobili “all'antica” nelle botteghe dei restauratori che spesso aggiustavano e modificavano i dipinti rinascimentali originali (e, forse, li falsificavano per sopperire a un'abbondante richiesta di mercato) e, successiva-

mente, li usava per arredare la propria casa, che fungeva da showroom e punto di ritrovo, come si usava nell'alta società inglese. Così facendo, riuscì a crearsi una fitta rete di contatti locali e internazionali, conquistando una posizione di rispetto fra i compratori fiorentini. Janet Ross rappresenta un caso unico di collezionismo ma anche di gusto interamente femminile dell'epoca e riflette, con sapienza, gli effetti del gusto vittoriano nella Firenze tardo ottocentesca.

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di Paolo Marini p.marini@inwind.it

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on so se “intrepido” sia l'attributo idoneo a descrivere la figura di Antonio Pane. Nel vocabolario, cui spesso mi rimando per non dover mai dare alcunché di scontato, leggo che è intrepido “colui che affronta impavido i rischi e le prove più gravi”. E con ciò immagino Ulisse che affronta il Ciclope, Blaise del Monluc all'assedio di Siena, Manfred von Richthofen che ingaggia un duello aereo, Hermann Buhl che lancia la sfida alla 'montagna fatale dei tedeschi', il Nanga Parbat. Ma qui il rischio, la prova più grave è qualcosa che incombe ogni giorno, è la vita intera. Allora, è corretto chiamare intrepido l'uomo che riesce a guardare con occhiali tutto sommato rosa un'esistenza in cui tutto gli si nega? Non solo la giusta mercede per i saltuari lavori da 'rimpiazzo' (una drammatica evoluzione del lavoratore interinale, dove l'agenzia mittente non è più una impresa regolare ma un losco figuro attempato e ammalato), non solo un orizzonte di vita che vada più in là della giornata o della settimana, non solo una famiglia, un affetto e la stessa possibilità di comprendere i 'rovelli' interiori del figlio ma anche una banale risposta dai vari 'prossimi' che gli accade di interpellare amorevolmente in occasione dei rimpiazzi: donne anziane, bambini, persone che vivono probabilmente in un buio più nero del suo, dal quale a differenza di lui non possono o non sanno riscattarsi. Il film di Gianni Amelio è una panoramica profondamente amara - non solo una vicenda di precariato lavorativo e sociale – della nostra contemporaneità, in particolare italiana e un po' italiota. Nella vita di molti concittadini il presente - non già il futuro - è sempre di più percepito come un deserto di opportunità, di relazioni, di sicurezza, di comunicazione. Se non sto io stesso esagerando - dato che la vicenda di Antonio Pane è di per sé, come nella migliore tradizione dei personaggi interpretati da Antonio Albanese, parossistica - il morbo dell'afflizione, della rassegnazione, del ripiego e più in generale un vuoto di fiducia stanno lentamente pervadendo ed erodendo, anche se non ce ne accorgiamo, l'ampio contesto nel quale viviamo e forse ciascuno di noi. Eppure, nel pantano della sua quotidianità, Antonio Pane è malgrado tutto un 'motorino' di ottimismo, un ingranaggio che si alimenta da sé, una tenace sorgiva di bonomia, pazienza e perfino delicatezza, che però non scade mai nella dabbenaggine. Il denaro non è tutto, per Antonio Pane, anche quando sarebbe immediatamente necessario; così, il suo potere non scalfisce la sua dignità, non lo distoglie dal faticoso itinerario, non addormenta la sua coscienza. Allora, riprendendo la domanda iniziale, è intrepido un uomo (che si comporta) così? A ciascuno, se lo ritiene, l'onere della risposta


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LO STATO DELLA POESIA

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di Matteo Rimi matteo.simona@hotmail.it

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robabilmente non sono la persona giusta per poter parlare del flash mob poetico “La Voce dai Libri” che io stesso e l’Associazione Artisti Fiesolani abbiamo organizzato domenica scorsa 15 settembre in piazza Mino a Fiesole. Naturalmente perché potrebbe risultare un’autocelebrazione, anche se nel caso mi piacerebbe mi venisse detto per legarmi in tempo le dita. Indubbiamente dovrebbe esserci un critico a stabilirne l’impostazione, le relazioni, lo spessore, la credibilità artistica. Sicuramente la valuterebbe con parametri e collegamenti che neanche avrei mai immaginato. Ma c’ero io in piazza, insieme a tanti amici ed amanti della Poesia, all’Assessore alla Cultura del Comune di Fiesole Paolo Becattini, a vari membri dell’Associazione a sfidare un grigio cielo carico di minacce che poi ha fedelmente mantenuto. C’eravamo noi a prestarci a seguire le semplici istruzioni che avevamo preparato per collegare i gesti alle parole della poesia che stavo leggendo come appello dei libri stessi che per una volta parlavano “di” loro e non “su” loro, in quest’azione collettiva che è sembrata alla fine un’evocazione di gruppo, una “preghiera” al Dio delle Arti che proteggesse tutti noi e le Sue creature. In mancanza di critici ed esperti del settore, ho domandato a loro, ai partecipanti, sullo Stato della Poesia e in tanti che magari non avevano mai minimamente pensato alla questione ho visto sbocciare un fiorellino, un colore nuovo in dedica alla

Un flash mob poetico

Poesia. E cosa c’è di più bello che portare in dono il proprio tesoro a chi non se lo aspetta ed ha forse la freschezza di farsi coinvolgere prima di tutto con il cuore e poi con l’intelletto, che poi alla fine sono la stessa cosa? Sia chiaro che mai e poi mai mi arrogherò chissà quale vanto o ruolo arbitrariamente: non sarò maestro per nessuno, padrone di nessun mezzo, ma nel piccolo angolo che mi sono ritagliato dal quale mi muovo come umile servitore della Poesia, non eviterò mai di cercare di suscitare interesse, curiosità, stimolo: con il flash mob, al quale non tutti credevano e che molti forse non avevano neanche capito, spero di averlo fatto. Spero di aver dimostrato, se non di avere qualità poetiche, almeno il

mio Amore e che, anche con questo, Ella può ancora vivere e sopravvivere fuori dalla pagina scritta, per le strade, persino sotto la pioggia battente! Non ho visto critici in piazza Mino domenica scorsa e forse mi sarebbe anche piaciuto, ma ho visto un amore nuovo o vecchio per la Poesia riscaldarsi nell’umidità del clima, incoraggiarsi tra gli sguardi stupiti di chi a tutto si sarebbe affidato tranne che all’Arte, rinforzarsi nell’animo di chi ci ha sempre creduto ed alzarsi al cielo come nuovo faro. L’indifferenza cala sempre su tutto in questa nostra bulimica società: ma forse il cambiamento è come brace che cova sotto la cenere ed aspetta solo di poter risplendere ancora.

GRANDI STORIE IN PICCOLI SPAZI di Fabrizio Pettinelli pettinellifabrizio@yahoo.it

Continuando nella nostra ricerca delle Madonne fiorentine, arriviamo in Via di San Martino a Mensola, alle pendici di Settignano. Vi si trova la chiesa omonima, costruita nell’anno 816, sulle vestigia di un antichissimo oratorio, da Sant’Andrea di Scozia, compagno di San Donato, primo vescovo di Fiesole. In punto di morte, Sant’Andrea espresse il desiderio di rivedere la sorella Brigida che, portatagli in volo da un angelo, lo assistette e poi si ritirò, da eremita, in una grotta dove morì a 103 anni e nei pressi della quale fu eretta la chiesa di Santa Brigida. Vuole la leggenda che fu lei a seminare, sulle colline di Fiesole, i “fiori della Madonna”, il “Cistus laurifolius” che, in Italia, si trovano solo lì. Una Madonna, sembra strano, è anche “responsabile” di aver dato il nome a Borgo Allegri. Si dice che lungo l’attuale Borgo Allegri si trovasse la “bottega” di Cenni di Pepo, più comunemente noto come Cimabue. Nel 1267, mentre lavorava a un grande dipinto della Madonna, commissionatogli dai frati domenicani, passò da Firenze Carlo d’Angiò, che volle a tutti i costi vedere, sebbene incompiuto, il quadro, che dicevano essere stupendo. Alla “visita” reale parteciparono anche migliaia di

Madonne fiorentine

fiorentini e la felicità provata nel vedere quel capolavoro fece sì che la strada, da allora in poi, perpetuasse il ricordo di quel giorno di gioia. Sacro e profano nella storia dell’oggi dimenticata Madonna della Padella per la

Via di San Martino a Mensola

quale i fiorentini ebbero grande devozione agli inizi del ‘500. In Piazza della Padella (che si trovava in prossimità dell’attuale Piazza Antinori) aveva sede la “Stufa”, una sauna frequentata dalla peggior feccia cittadina, uomini e

donne (non a caso lì vicino c’è Via delle Belle Donne). Si dice che il 13 novembre 1506 l’effigie di una Madonna, posta in un tabernacolo proprio di fronte all’ingresso della “Stufa”, chiudesse gli occhi non sopportando più la vista del continuo scandalo. Per assurdo, se l’immagine miracolosa è andata perduta, la “Stufa” è inglobata nel corpo della chiesa di San Gaetano. Da Firenze è passata anche la Madonna dell’Impruneta. L’immagine (per la quale i fiorentini avevano una particolare venerazione perchè, recitava un vecchio detto, “faceva a modo loro”) era rimasta sepolta, ma prodigiosamente intatta, nelle macerie del Santuario distrutto dai bombardamenti del 27-28 luglio 1944. Don Panerai, parroco di San Felice, era riuscito a procurarsi un’ambulanza e a raggiungere l’Impruneta per dare soccorso ai feriti e agli infermi e per seppellire i morti. Mentre ancora continuavano i combattimenti era poi riuscito a recuperare l’immagine sacra e a portarla nella sua chiesa di Firenze, proteggendola durante i giorni della Liberazione, per restituirla agli imprunetini che, subito dopo la guerra, avevano ricostruito il loro Santuario. L’11 maggio 1947 un immenso corteo, assolutamente bipartisan, riaccompagnò “a casa” l’immagine miracolosa della Madonna dell’Impruneta.


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L’ULTIMA IMMAGINE

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US Army Reserve, Santa Clara, 1972

berlincioni@gmail.com

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni

Ho visto questa due giovani in divisa davanti all’ingresso principale dell’Università di Santa Clara con il loro banchetto pieno di pieghevoli e informazioni circa le modalità di “Enrollment in the US Army Reserve” ed ho capito subito che quello era un mio giorno fortunato! Mi sono fermato a parlare con loro che si sono mostrati felicissimi di potermi spiegare nei minimi dettagli “le magnifiche sorti e i progressivi vantaggi” di un arruolamento di questo tipo - rivolto in special modo ai giovani meno abbienti, purché patriottici e volenterosi che avrebbe permesso loro di accedere ad una istruzione universitaria senza falcidiare le finanze familiari. Alla fine della conversazione li ho convinti a posare per me in questo atteggiamento decisamente poco formale.



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