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uesta settimana il menù è

DA NON SALTARE

La primavera del Rinascimento

La maturità operativa e finanziaria dimostrata ai vertici di uno dei maggiori gruppi assicurativi italiani ed europei presentazione della motivazione della laurea honoris causa a Jonella Ligresti firmata dal professor Sergio Bortolami, preside della facoltà di economia dell’ateneo di Torino 25 luglio 2007 (laurea revocata 6 ore dopo dal ministro Mussi)

Paolozzi Strozzi a pagina 2

VUOTI&PIENI Teatro delle Cascine sotto osservazione

Martini a pagina 5

ICON

Paolo Tellini, maestro dell’art brut

Della Bella a pagina 9

KINO&VIDEO

Terry Gilliam il re sognatore

RIUNIONE DI FAMIGLIA a pagina 4

I libri, benzina per la mente

Il cubo di Leonardo

Alvisi a pagina 12


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di Beatrice Paolozzi Strozzi Direttrice del Museo Nazionale del Bargello e curatrice della mostra

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hiuderà il prossimo 18 agosto, a Palazzo Strozzi, la mostra La Primavera del Rinascimento. La scultura e le arti a Firenze, 14001460, concepita in stretta collaborazione tra Firenze (Fondazione Palazzo Strozzi, Museo Nazionale del Bargello) e Parigi (Museo del Louvre), dove l’esposizione verrà presentata negli spazi della Piramide, dal 25 settembre al 6 gennaio. La mostra è dedicata alla genesi di quello che ancora oggi si definisce il “miracolo” del Rinascimento, attraverso 140 capolavori, soprattutto di scultura: l’arte con cui si inaugura il capitolo forse più illustre e importante della storia dell’arte occidentale. La mostra illustra infatti, in dieci sezioni tematiche (a ciascuna delle quali è dedicata una sala del percorso espositivo di Palazzo Strozzi), l’importanza che la scultura ha avuto nella prima metà del Quattrocento, a Firenze, per la formulazione del nuovo linguaggio rinascimentale e per lo sviluppo di tutte le arti, compresa la pittura. Dopo una suggestiva panoramica attorno alla riscoperta dell’Antico, attraverso esempi illustri della “rinascita” fra Due e Trecento, con opere di Nicola e Giovanni Pisano, Arnolfo, Giotto, Tino di Camaino e dei loro successori, in dialettica costante con i canoni del Gotico, l’età nuova si apre assieme al secolo con i due rilievi del Sacrificio di Isacco di Lorenzo Ghiberti e Filippo Brunelleschi per la Porta del Battistero, e con il modello della Cupola brunelleschiana, a rappresentare il momento fondante del primo Rinascimento. Le grandi statue di Donatello, Ghiberti, Nanni di Banco, realizzate per i grandi cantieri della città – la Cattedrale, il Campanile, Orsanmichele – che campeggiano nella seconda sala, sono la prima e più alta testimonianza della creazione di un nuovo stile e dell’esaltazione della civiltà di Firenze come “nuova Roma”. La scultura, e in particolare la statuaria, eserciterà perciò una profonda influenza sui massimi pittori del tempo come Masaccio, Paolo Uccello, Andrea del Castagno, Filippo Lippi, le cui opere sono poste a diretto confronto. Si riscoprono allora, specie attraverso Donatello, molti generi e temi dell’arte classica, nuovamente interpretati in scultura, come i ‘genietti’ alati e i grandi monumenti funebri o equestri. Le ricerche di uno spazio “razionale” sulla scia della prospettiva brunelleschiana, trovano proprio nella scultura le loro formulazioni più avanzate – a partire dai bassorilievi donatelliani, come la predella del San Giorgio o il Banchetto di Erode di Lille – a confronto con la pittura, anche antica. Attorno al simbolo assoluto della città, rappresentato dal modello ligneo della Cupola di Santa Maria del Fiore, si presenta dunque una rassegna di tipologie e di tematiche scultoree determinanti anche per l’evoluzione delle altre arti

Filippo Brunelleschi o Nanni di Banco, Madonna col Bambino (Madonna di Fiesole) (Firenze, Archivio fotografico Opificio delle Pietre Dure. Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali)

La primavera del Rinascimento figurative, spesso a diretto confronto con i precedenti classici: come il ritratto scolpito, destinato alle nuove grandi dimore di mercanti e banchieri. Tuttavia, nella prima metà del Quattrocento, Firenze vede concentrarsi la committenza artistica, pubblica e privata, soprattutto nei luoghi di solidarietà e di preghiera – chiese, confraternite, ospedali – dove la scultura ha un ruolo di primo piano. La più vasta delle sale della mostra e la più cospicua come numero di opere esposte è infatti quella intitolata “La diffusione della bellezza” e dedicata al tema della “Madonna col Bambino”. Può sorprendere che, a fronte delle “novità” dei generi che la scultura del primo Rinascimento ha riscoperto o addirittura inventato, un così gran rilievo sia


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Da Donatello, Madonna col Bambino (dalla Madonna Pazzi) (Credito fotografico: © C2RMF/Anne Chauvet)

Chiude la mostra a palazzo Strozzi in attesa di volare al Louvre di Parigi

Al centro in alto Dello Delli, Cristo mostra la piaga del costato (© Victoria and Albert Museum, London) Al centro in basso Filippo Lippi, Madonna dell’Umiltà con sei angeli e i santi Anna, Angelo di Licata e Alberto da Trapani (Madonna Trivulzio) (Fotografia di Saporetti Immagini d’Arte. Milano, Civiche Raccolte d’arte Castello Sforzesco.)

dato in mostra al tema devoto in assoluto il più tradizionale e più consueto. Eppure in nessun’altro genere quanto in questo si può cogliere tutta la profondità e tutta l’importanza della “rivoluzione” del Rinascimento. Si tratta innanzitutto di una rivoluzione dal punto di vista formale, poiché artisti del calibro di Donatello, Ghiberti, Michelozzo, Nanni di Banco (o Brunelleschi stesso?), Luca della Robbia dedicarono a questo tema – il più ‘popolare’ e il più diffuso – le loro sperimentazioni espressive e il loro sentimento religioso, profondamente influenzato dalla esaltazione dell’umanità di Cristo e della tenerezza dei legami familiari, che allora francescani e domenicani predicavano in sintonia con il nuovo concetto della centralità dell’uomo come creatura prediletta del

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creato, fatto a immagine e somiglianza di Dio. Sparisce dunque in questi rilievi – che rivelano l’influsso dell’antichità classica nell’armonia e nella raffinatezza delle forme – la ieratica distanza della Vergine e del Figlio dal mondo terreno, che era stata tipica dell’arte bizantina e s’era mantenuta poi per tutto il corso del Medioevo, perpetuando canoni iconografici tradizionali: spesso, con un piccolo Gesù composto e benedicente e la Madonna assorta in contemplazione. Nella straordinaria Madonna Pazzi di Donatello – prestata per la prima volta dal Bode Museum di Berlino – la Madre e il Bambino si uniscono in un tenero abbraccio, i loro profili accostati e i loro sguardi sembrano fondersi l’uno nell’altro, in una inedita intensità di sentimento in cui ognuno può riconoscersi. Nell’impianto rigorosamente prospettico della composizione, nella sottigliezza raffinatissima del rilievo ‘stiacciato’ inventato da Donatello e ispirato agli antichi cammei, le due figure appaiono una cosa sola. Così, la tenerezza del rapporto anche fisico tra la Vergine e il Figlio si carica di straordinaria poesia nella Madonna di Fiesole, attribuita al Brunelleschi o a Nanni di Banco, e in quelle riferite all’ambito di Lorenzo Ghiberti, in cui il Bambino si aggrappa alle vesti della madre in cerca di protezione e guarda timoroso lo spettatore sconosciuto; o appoggia teneramente la testa sul seno materno; o accosta il suo viso al volto della madre, appagato da quel contatto rassicurante, da quella tenera intimità; o infine, sembra ritrarsi impaurito e quasi sgusciare dal grembo di Maria, forse prevedendo il suo tragico destino terreno: come nel grandioso rilievo policromo donatelliano del Louvre o nella Madonna di Santa Felicita, rara e precoce testimonianza dell’arte di Luca della Robbia nel campo della terracotta dipinta. Ma proprio nel nome della missione educatrice delle immagini devote, i rilievi di Madonne col Bambino, realizzate negli anni Venti da grandi maestri spesso per committenze illustri, si moltiplicano nelle loro botteghe attraverso l’uso del calco, che grazie al costo modesto consente a queste opere una vastissima diffusione, in ogni strato della società e non solo a Firenze, ma in ogni parte d’Italia e presto anche d’Europa. Sono dunque immagini come queste – destinate ai tabernacoli lungo le strade, alle parrocchie di campagna, agli oratori e ai piccoli conventi e quasi ad ogni casa o bottega – che consentono l’affermarsi di questa bellezza “nuova”, educando il gusto del pubblico più vasto alle forme rinascimentali. Poco prima della metà del Quattrocento, Luca della Robbia, sfruttando le possibilità delle riproduzioni per calco, metteva a punto la tecnica della terracotta smaltata e invetriata, che conoscerà immediato e larghissimo successo per quasi un secolo e costituirà una delle espressioni più tipiche, più riconoscibili e più amate della scultura fiorentina di ogni tempo.


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RIUNIONE DI FAMIGLIA

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I CUGINI ENGELS

Il cubo di Leonardo Abbiamo trovato un nuovo genio fiorentino! Si tratta del consigliere provinciale della Lega Marco Cordone e nessuno sapeva che un così incommensurabile genio si potesse nascondere (in verità molto bene) nelle pieghe di tale istituzione. Il Cordone, nel tourbillon delle polemiche sul recupero di S.Orsola ha pensato bene di proporre di investire 40 mila euro per inaugurare un percorso di visita ai resti compatibili con l'età di decesso di Monna Lisa. Il nostro beniamino Vinceti si è ringalluzzito, anche per la risposta possibilista di Andrea Barducci (in evidente stato confusionale), e si è messo in caccia di sponsor. Pare si siano fatti vivi degli industriali del vetro con un'idea geniale: si abbattono le mura esterne di S.Orsola e se ne issano al loro posto di vetro. Al centro di questo enorme cubo trasparente, sospesa in aria con fili di nylon invisibili e illuminata fa un fascio di luce a colori cangianti, in un concerto di musica sinfonica, con sullo sfondo la riproduzione del celebre dipinto leonardesco, la tibia della Monna Lisa. Nella città disneyland del Rinascimento un simile monumento al kitsch non potrà che attrarre migliaia di turisti, in un tour che ingloberà il museo delle (false) macchine di Leonardo (via Cavour), l'Accademia con il David michelangiolesco, il (falso) museo Casa di Dante e infine il Museo dei Serial Killer (via Cavour 51, al n.162 in classifica su 185 attrazioni a Firenze). Pregevole iniziativa.

Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012 direttore simone siliani redazione sara chiarello aldo frangioni rosaclelia ganzerli michele morrocchi progetto grafico emiliano bacci editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze contatti

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Con la cultura non si mangia Giulio Tremonti

LO ZIO DI TROTSKY

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LE SORELLE MARX

Vita di Galileo (secondo Lanzetta) Ci avviciniamo per fortuna a grandi passi al riconoscimento artistico e culturale che questa città deve al Maestro Lanzetta. Finalmente con atti pratici, concreti ma densi di simboli allo stesso tempo. Il Premio Galileo 2000 per l’imprenditoria musicale gli sarà consegnato il 23 settembre. Già fervono i preparativi, che ci auguriamo possano coincidere con la nascita della prossima Lista Civica Forte Lanzetta, che sarà il cavallo di Troia per prendere le redini anche politiche di Fiorenza. Purtroppo il Premio è solo per l’imprenditoria, anche se ci auguriamo presto che un prossimo premio giunga nelle sue mani per la qualità artistica e culturale. Il nostro riferimento, si sa, è sempre la Storia della Musica del Maestro Giuseppe Lanzetta edita nel 2009. Sfogliandola con pensiero alla famiglia Galilei, e al legame del Maestro con la nostra città, ero sicuro di trovare il capitolo giusto e illuminato sulla nascita dell’Opera e

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la Camerata de’ Bardi di cui il padre di Galileo fece ben la sua parte. Sfoglio emozionato, cerco, ma in prima battuta non trovo alcun capitolo. Alcun paragrafo. Un dubbio si insinua nel mio inconscio ma subito, sorridendo fra me e me, comprendo che la questione sarà stata trasferita dall’Autore su più fronti, in modo trasversale e storiografico, ovvio. Anzi, mi pento di aver cercato un banale capitolo dedicato all’argomento. Stremato però mi arrendo: il cognome Galilei (né padre né figlio) non compare in tutto il libro. Devo dire che la delusione è forte, a rincuorarmi le uniche righe, certamente illuminanti, sulla Camerata, trattando del Monteverdi: “L’Orfeo si può considerare la sintesi degli esperimenti teorici effettuati dalla Camerata de’ Bardi e trasformata in opera dal genio di Monteverdi”. Orazio docet: Quandoque bonus dormitat Homerus.

Finzionario

di Paolo della Bella e Aldo Frangioni

Il titolo del nuovo libro di Giuseppe Scuderi “Poesia Sonora” non è del tutto esplicativo: ci sembrerebbe più corretto “Poesia appesa e cantata” ma, a parte questa osservazione, consideriamo di particolare pregio questo lavoro dell'antropo-musicologo siciliano. Da oltre 40 anni Scuderi studia ogni tipo di linguaggio involontario cercando di decodificarlo e rivelarne il senso, come nel suo ben noto “Messaggi nascosti nel modo di disporre vestiti e biancheria negli armadi”. Questa volta ha esaminato una sconfinata quantità e varietà di panni appesi ad asciugare, deducendo, pare dai diversi modi di mettere “le mollette”, tipo loro quantità, vicinanza e/o colore, una complicata poetica musicale espressiva del mondo interiore soprattutto femminile. Fin dall’antichità le donne appendevano al sole lenzuola e vestiti cantando, negli ultimi 60 anni questo costume si è affievolito ed è stato sostituito, istintivamente, dal “pentagramma” della stenditura: la “poesia popolare delle donne” si esprime oggi attraverso questi segni. Per esempio due sole mollette che reggono un lenzuolo non perfettamente tirato esprimono (o esprimerebbero) tristezza, dalla quantità di pieghe si può (o potrebbe) desumerne la causa e via di seguito. Delle migliaia di esempi riportati la gran parte è stata rilevata nel Sud Mediterraneo. La lettura è piacevole, se poi vi sia verosimiglianza e corrispondenza fra decifrato ed effettivo sentire della stenditrice non è dato sapere, ma in fondo che ce ne importa!

I libri, benzina per la mente Ci scrivono dagli States i nostri corrispondenti Nipotini di Henry Ford da Dearborn (Michigan) e noi volentieri pubblichiamo, per la gioia e il tripudio dei nostri Cultopetrolieri. Dear Sisters Marx, abbiamo letto una straordinaria notizia da vostro bello Paese e abbiamo pensato come fare diventare vostra idea buona per industria automotive in nostro grande Paese. Forse voi non sapete che cultura è petrolio anche da noi, soprattutto in Texas. Vostra piccola casa editrice, RCS we understand, ha fatto

promozione suoi libri: se tu comprare libri per 20 €, ricevete coupon benzina (only benzina, no GPL and Metano... but why?) da 5 € per vostra auto. Genious! Così voi vendere più benzina, che in vostro belissimo paese molto cara. But, perché coupon buono solo per benzina Shell? Forse perché è benzina europea (Shell essere company English&Netherland), or maybe perché più buona benzina perché viene da Artico. In fact, pochi giorni fa 6 very strange girls di Greenpeace avere scalato grattacielo Shard di Londra e srotolato very big banner con scritto "Save the Arctic", per protestare contro le perforazioni petrolifere di Shell in Polo Nord. Very peculiar! Ma idea di RCS very, very good, anche perché noi avere letto che 20% di RCS esse di società FIAT che ha definito “strategica” sua partecipazione in gruppo editoriale RCS: auto+libri, questo essere vero genio italiano! Anyway, noi avere pensato che invece di vendere libri per promuovere vendita benzina, molto meglio produrre benzina direttamente da libri. In fact, stiamo patenting – come si dice in italiano, brevetando? - una macchina in cui tu metti inutili libri da una parte e dall'altra esce direttamente benzina. Fantastic! Noi proporre a voi joint venture se voi potete interessare vostri politici, giornalisti, industriali e opinion makers italiani che dice che cultura è come petrolio. Si potrebbe così risolvere problema di vostre enoooormi biblioteche: prendere tutti inutili libri e infilare in nostra macchina per produrre benzina. We will make a lot of money! Naturalmente, per voi percentage (30%?). Please, tell vostro mayor mr. Renzi: very good idea! Better than Ponte Vecchio a Fiat. Best regards


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VUOTI&PIENI

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di Ferruccio Martini

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Nuovo Parco della Musica (progetto di ABDR Maria Laura Arlotti, Michele Beccu, Paolo Desideri, Filippo Raimondo)

blackmartini@hotmail.it

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ll’interno di un’antica area dismessa in via di riqualificazione, delimitato dalla nuova linea ferroviaria lungo l’asse nord-est e in aderenza con il parco delle Cascine lungo il lato sud-ovest, prende forma un nuovo brano di città, in un tessuto urbano ancora discontinuo e disomogeneo. Si tratta del “Nuovo Parco della Musica”, un' opera composta da due volumi principali che si sormontano l’un l’altro, differenti per forma, funzione e trattamento materico. Entrambi sono collegati tra di loro grazie ad un complesso sistema di piani inclinati, che si sviluppa lungo ai fianchi del volume principale, fino a raggiungerne la sommità, per poi diventare parte integrante della stessa. L’ultimo piano inclinato infatti svolge il doppio ruolo di copertura e di gradinata della cavea esterna. Di fronte ad essa si staglia il secondo volume : la scatola che contiene al suo interno la macchina scenica del teatro. Facilmente riconoscibile grazie al diverso trattamento del rivestimento di facciata, la parete è composta da una serie di listelli in cotto grigio smaltati senza soluzione di continuità che creano una vibrante cortina disomogenea e sfrangiata. La torre scenica poggia su di un basamento ridotto rispetto alla sua area, creando cosi un sfalsamento nella continuità volumetrica del blocco, tale da indurre un senso di disorientamento e casualità che è invece impercettibile nell’osservazione delle planimetrie o da una semplice visione zenitale dell’area. La tensione del progetto nasce dal rapporto conflittuale fra queste differenti masse volumetriche che sembrano ergersi dalle increspature di differenti piani inclinati. Fra di esse si instaura un dialogo mutevole a tratti conflittuale, che cambia il suo rapporto di forze a seconda dei diversi punti di osservazione. Da lontano infatti il progetto è completamente dominato dalla scatola scenica, che si erge isolata, quasi sospesa al di sopra della massa arborea del parco delle Cascine. Mano a mano che ci avviciniamo però, a prendere il sopravvento è l’imponente volume inclinato di colore bianco La sua presenza rivendica progressivamente un ruolo sempre più importante fino a dominare l’ intera scena, restringendo il campo visivo dell'osservatore e occludendo ogni possibile fuga prospettica. L’ingresso principale poi è completamente sovrastato dal suo volume e la sua presenza compone l’intero prospetto principale che si rivela nelle sue forme lungo il fronte principale di accesso al parco . La tensione monolitica del blocco è rotta soltanto da tre tagli sulla sua superficie e da una grossa finestra decentrata che ci fanno intuire la presenza di una gigantesca hall di ingresso all’interno del suo ventre di “pietra”. Una volta però in prossimità ravvicinata l’inganno materico del blocco marmoreo viene svelato . Il rivestimento infatti non è costituito da blocchi lapidei come

Uno sguardo

perplesso o r t a e e T n i l su Casc e l l a

L’Opera House di Oslo (progetto del gruppo Snøhetta)

suggerivano le imponenti forme e le policromie ma di nient’altro si tratta se non di una pellicola incollata di finta-pietra di pochi millimetri di spessore. Le fughe che si sarebbero create fra blocco e blocco sono cosi appiattite nella complanarità dei fogli giustapposti e svanisce di incanto e all’improvviso quella sensazione di perdersi nei labirinti di una architettura che Goethe definiva come una “musica pietrificata”. I piani inclinati che si avvitano su stessi, la torre scenica e la funzione dell’impianto progettuale ci richiamano alla memoria l’ Opera House di Oslo inaugurata nel 2008. Sebbene sia evidente l’ispirazione interpretativa che questo edificio abbia avuto durante la stesura progettuale del “Nuovo parco della musica” dobbiamo constatare che come i fiordi norvegesi non sono le Cascine fiorentine, come il marmo bianco di Carrara che riveste il manto della Opera hall non è propriamente  paragonabile alla policromia delle pellicole leggere di pietra finta, anche il rapporto fa le masse scultoree e le trasparenze delle pareti finestrate del “Nuovo Parco della Musica” non conserva la stessa sintesi formale del modello di Oslo.


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ISTANTANEE AD ARTE

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di Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com

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opera d’arte si totalizza nel momento in cui la sperimentazione procede oltre i propri confini, denaturalizzando le singole strutture per una ricerca lontana dalla canonicità, capace di dialogare con le infinite possibilità che il mondo circostante offre agli occhi dell’artista attento e scrupoloso nel suo operare e sperimentare. La molteplicità dell’espressione, il fascino del particolare e l’eleganza del segno artistico dialogano costantemente con la sperimentazione concettuale e fenomenica di Stefania Puntaroli tesa, dagli anni Novanta a oggi, a mettere in luce un’idea di arte come incessante e meticolosa indagine sulla Storia dei segni e le peculiarità dei vari linguaggi artistici. Nelle sue opere la casualità si lega alla materia, la grammatica formale dei segni alla concettualizzazione simbolica, il particolare e la resa dei dettagli alla moltitudine delle forme e delle espressioni artistiche. Si tratta di una sperimentazione che procede verso la realizzazione della perfezione idealizzata della Natura nel suo invisibile esi-

Nostalgia

Le opere di Stefania Puntaroli

stere: i segni archetipici e la contemplazione del presente storico si traducono in una presa di coscienza artistica, nella quale contemporaneità e arcaicità si uniscono indissolubilmente, annullando le distanze spaziotemporali e riscoprendo la bellezza negli impercettibili particolarismi della Natura. In questa dimensione di osservazione e captazione l’artista riscopre un’aura concettuale densa di poeticità e misticismo, in cui l’emozione dell’anima e il senso emotivo del sublime rinascono privi di qualsiasi connotazione sensibile e fenomenologica. Le serie e le performances di Stefania Puntaroli sono in continua evoluzione, come in continua trasformazione è la sua sperimentazione sui rapporti fra significato e significante artistico/concettuale e sul potere del segno grafico come gesto d’arte comunicativo. Una ricerca tesa alla messa in pratica di tecniche e materiali sempre diversi, utilizzati in varie forme ed espressioni a seconda del soggetto e dell’intento. Uno stile, in definitiva, personalissimo e dotato di una particolare stratificazione di senso e intenzionalità; una forma d’arte razionale, mirata al raggiungimento della perfezione della resa artistica e delle possibilità che i linguaggi d’arte possono offrire non solo all’artista, ma anche al pubblico chiamato a riscoprire la seduzione che la Natura esercita sull’uomo moderno nostalgico di una purezza primigenia, priva di contrazioni culturali e sociali.

di una

purezza primigenia

In alto Heritage/ redimere la Svastica. Il gesto performativo dell’artista è teso a riportare il segno archetipico al suo originario e puro significato Qui sopra in senso orario da sinistra P31, inchiostro e argento su carta Fabriano, 40x20cm, 2013, P149, acquerello e argento su tela cartonata, 20x25cm, 2013, P146 tempera all'uovo e argento su carta,106x78cm, 2013 L’idea di perfezione si materializza artisticamente attraverso la forma a spirale della Brassica oleracea italica (conosciuta come broccolo romanesco), seguendo la sequenza dei numeri di Fibonacci.


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OLTRE IL GIARDINO

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di Roberto Agnoletti roberto.agnoletti@istruzione.it

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molti anni, dal giardino di Daniel Spoerri, alla Villa Celle di Giuliano Gori. L’opera dell'artista reggiano, intitolata “Le mani che trattengono le ore”, è una colonna tortile in marmo di Carrara, alta quindici metri circa, che evoca architetture classiche, romaniche e barocche, simbolo del connubio intessuto nei secoli tra architettura e natura. L’opera è stata presentata con una conferenza intitolata "L'albero della Vita” e a cui sono intervenuti l’architetto-paesaggista Paolo Pejrone, il poeta Roberto Carifi, il giornalista Clemente Mimun, Giuliano Gori, lo stesso Parmiggiani, Giacomo Lorenzini e Francesco Ferrini rispettivamente per l’Università di Pisa e di Firenze, Alessandro Benedetti per la Fondazione dell’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze, Serena Porcari per Dynamo Camp, Roberto Poli, professore, l’attore Ugo Pagliai, l'ex-calciatore Giancarlo Antognoni, Ennio Morricone.

Vestire il Paesaggio

Pistoia Nursery Park Vannucci

al 26 al 28 giugno si è tenuta, a Pistoia, la terza edizione della manifestazione “Vestire il paesaggio”, occasione d’incontro fra produttori del verde, paesaggisti, architetti ed esperti del settore, per confrontarsi sui temi della sostenibilità ambientale e della progettazione degli spazi in una ottica di innovazione e qualità. Promosso e organizzato da Provincia di Pistoia e Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, con il contributo di Regione Toscana, Camera di Commercio di Pistoia, Vetrina Toscana e Pistoia Futura, il convegno ha visto la presenza di relatori del mondo accademico e della stampa di settore, nazionale ed estera, ma anche di Giuseppe Castiglione, sottosegretario al Ministero politiche agricole, e Luca Sani, presidente commissione agricoltura alla Camera. Vestire il Paesaggio è stato accompagnato da mostre ed eventi collaterali nonché dalla promozione delle tradizioni e del gusto, con menù a tema e degustazioni nei vivai, organizzati dai ristoranti e dalle botteghe di Vetrina Toscana, il programma di Regione Toscana e Unioncamere che ha lo scopo di promuovere la rete di esercizi che valorizzano i prodotti tipici. L’ultima giornata è cominciata con una sessione dedicata a Pietro Porcinai, proseguita con la tavola rotonda sul tema dei paesaggi sostenibili e del vivaismo ornamentale, ed è stata anche l’occasione per la presentazione del volume “Vestire il Paesaggio - il libro”, realizzato con il contributo della Regione Toscana, che raccoglie atti, materiale ed esperienze delle precedenti edizioni (2007 e 2010), tracciando un percorso fra verde, tradizione e paesaggio. La manifestazione ha avuto come partner il Distretto vivaistico ornamentale e l’A ssociazione vivaisti pistoiesi, che hanno aperto le porte delle aziende accogliendo i visitatori, itinerari nel verde che hanno culminato con l’inaugurazione del “Pistoia Nursery Park” di Vannucci Piante. Questo è uno spazio di oltre 10 ettari, in prossimità del raccordo autostradale pistoiese, dove trovano ospitalità grandi esemplari di piante, oltre un migliaio, abbinate per varietà, specie, colore e altezza. Il Pistoia nursery park vuol essere il primo parco vivaistico d'Europa, a metà tra un giardino botanico e una collezione di piante esemplari, che coniuga arte, creatività, design e luce. Così l’architetto  Mario Cucinella, per la ditta I Guzzini, ha studiato al "Nursery Park” un’illuminazione ecosotenibile, mentre all’artista Claudio Parmigiani è stata commissionata da Vannino Vannucci, proprietario del parco e vivaista da generazioni, un’opera site-specific. Una congiuntura, quella tra arte e natura, che a Pistoia, e in Toscana in generale, vive da

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LETTERE&LETTERATI

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di Matteo RImi matteo.simona@hotmail.it

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ivono tra noi, amano come noi, si arrabbiano, pensano, deducono, campano come ognuno di noi. Li puoi incontrare a far la spesa, in coda in automobile, al mare (forse di più la mattina presto) o, meglio, in montagna, dal dottore, in eventi pubblici. Si sposano, si lasciano, hanno figli e si impegnano per sbarcare il lunario, pensano agli altri ed alla loro famiglia proprio come noi. Leggono, si informano e si documentano come tutti, scrivono (probabilmente) un po’ più della media. Quindi cos’è che li differenzia? Niente, sono persone né migliori né peggiori delle altre se non quando hanno l’occasione di trasmettere come solo la loro penna può fare, di essere filtro tra ciò che hanno dentro e ciò che è fuori ma anche tra ciò che loro vedono ed altri magari no. Eppure i Poeti ci sono e non solo nelle accademie, sui libri, nei caffè letterari o nei concorsi a tema ed un motivo, come per le zanzare o per gli economisti, un motivo ci dovrà pur essere! A chiederselo tra sé e sé o tra loro lo troveranno senz’altro, come troveranno una vecchia zia od un giovane appassionato idealista che comprerà copie di edizioni stampate e strappate al proprio stipendio o ad un editore recalcitrante. Ma io non lo chiedo ad uno di loro. Lo chiedo agli altri, a chi relega la Poesia a serie troppo spesso sciocca di rime o la lega all’espressione di sentimenti propri del culmine di un’infatuazione. Lo chiedo a tutti quelli che non hanno mai sfogliato una silloge, a coloro che dopo la scuola hanno usato i libri di poesia per aggiustare gambe di tavoli traballanti o per scacciare le già citate zanzare (allora forse queste due categorie si motivano a vicenda? Ma gli economisti?), a chi ritiene il linguaggio e la comunicazione solo come un mezzo per raggiungere spesso fini non troppo simpatici, chi lo ha sfilato, sfinito, svilito perché l’importante è dare voce alla pancia e pronunciare parole forti che scuotono le orecchie di chi ne sente già troppe ogni giorno. Mi rivolgo a loro e contemporaneamente ai miei simili, i Poeti, che non riterrebbero chiusa una giornata se non incidendo una pagina dei propri sentimenti, i lirici che rendono epica la nostra Umanità, i critici che si ribellano all’impoverimento linguistico, riconoscendo in questo (come altri illustri prima di loro) le minacciose basi per l’appiattimento morale e civile. Nello scrivere come in altre poche funzioni nobili dell’uomo escono fuori le recondite motivazioni, come proprio in questo caso: la Poesia ed i Poeti servono perché tutto il resto abbia un senso! Perché il ferro possa carezzare, il freddo emanare calore, il cattivo compiere del bene. Andiamo, fratelli, consideriamo lo Stato della Poesia come unico futuro possibile e ritroviamoci in piazza della Repubblica a Firenze presso La piazza dei libri il prossimo martedì 23 luglio alle 19 dove presenteremo questo progetto insieme ad alcuni ospiti, per veder infine volare, nel cielo più limpido, palloncini colorati, partoriti direttamente dai nostri più fertili pensieri.

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Scende in piazza lo stato della poesia

PIANETA POESIA

La storia del Collettivo di Franco Manescalchi novecentopoesia@gmail.com

Il primo nucleo redazionale di “Collettivo R”, nato ne1 1970, fu composto da Ubaldo Bardi, Franco Manescalchi e Luca Rosi, tutti provenienti da diverse realtà di militanza culturale, sindacale e politica inserite nel primo movimento di rinnovamento della cultura in Italia che risale agli anni ‘67-’68. All’inizio la rivista fu ciclostilata con una tecnica di stampa che si basava sulla piccola offset, con le edizioni della Cooperativa Libraria Universitaria Fiorentina. Non era un ciclostilato da leggere e da gettarsi, come usava in quegli anni, ma un foglio di documentazione e riflessione a cui collaborò una parte significativa dell’intellighenzia italiana. Gli elementi di fondo, dal punto di vista ideologico, politico e culturale del lavoro sono racchiusi in questa R che sta accanto a Collettivo. R sta per Resistenza: Resistenza in nome dei valori della generazione antifascista dalla quale tutti e tre provenivamo, sia come discendenza generazionale, sia come formazione culturale di base. Ma R sta anche per Rivoluzione culturale dei giovani intellettuali, cioè di quelli formatisi intorno e dentro le lotte del ‘68’69, ma anche -ovviamente -a monte del ‘69 stesso. Infine R come Ricerca. Ricerca del “presente” come necessità fondamentale di analisi e di riflessione di gruppo, senza la quale non si realizza un vero processo ideologico e culturale di rinnovamento. Collettivo R rivista fu allora immedia-

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tamente affiancato da quaderni monografici di poeti dell’area e il primo “pacchetto” di presenze offrì i nomi di Franco Manescalchi, Silvano Guarducci, José Agustin Goytisolo, Ida Vallerugo, Mauro Falzoni e Paolo Albani. In questo ventaglio di nomi furono ben rappresentate tutte le componenti del fervido clima politico-culturale di quegli anni: Guarducci rimanda immediatamente alla lezione del “Politecnico” e, in specifico, del coté fortiniano; Goytisolo a una poesia modernista di stampo ispanico con precise verifiche “civili”; Vallerugo a un femminismo universalizzante di cui rimane uno dei modelli più significativi; Falzoni al messaggio colto, còlto nel vivo dei movimenti di quartiere attivi in quegli anni sullo stimolo del Movimento studentesco; Albani a una lettura/scrittura critico - progettuale del ‘68 vissuto in prima persona. A questi si uniscono, fra gli altri i quaderni profetico civili di Luca Rosi. Nel 1976, i giochi sotto molti aspetti erano stati fatti e la collezione di “Collettivo R” aveva già segnato una sua presenza nel contesto nazionale, come confermano le storie letterarie di Manacorda, di Fortini, di Bàrberi Squarotti, Asor Rosa, etc. Come si può notare, per “Collettivo R” l’incontro/concorso in realtà è finalizzato sempre a un concorso di incontri che si cementano poi in un dise-

gno di costruzione dell’ “uomo nuovo” di Alberti. Alla presentazione dell’antologia dei “Poeti della Toscana”, curata da Franco Manescalchi e Alberto Frattini, nel 1983, Oreste Macrì pose in modo netto la questione della continuità rispetto alle precedenti generazioni. Fu risposto che la continuità non era di tipo generazionale ma storico-culturale per cui, ad esempio, gli stessi ermetici possono essere ricondotti nel contesto della coscienza critica e profetica della Storia. .Cercando di sintetizzare al massimo le caratteristiche della rivista -stampata come detto in piccola offset -negli anni che vanno dal ‘70 al ‘75, possiamo dire di aver cercato di promuovere una cultura internazionalista e militante, portando a conoscenza, oltre a poeti italiani impegnati nella realtà dello scontro sociale in atto, la “nuova ondata” dei poeti cubani (cioè la generazione post- rivoluzione) e di altri poeti latino - americani. In questi anni la rivista affronta i momenti più difficili, sia dal punto di vista economico sia da quello politico - organizzativo, difficoltà che finirà poi per superare nel ‘77, quando per molte iniziative analoghe alla nostra sembrava invece profilarsi ormai “l’ultima spiaggia”. E così fino al 1991, quando la rivista – per opera della lungimiranza di Luca Rosi - si trasforma nell’organo della Associazione Atahualpa, si orienta prevalentemente verso il bacino della cultura latino-americana ed esce fino ai nostri giorni.


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Un maestro fiesolano dell’art brut La mostra a Quadro 0,96 da sabato 20 luglio di Paolo della Bella db@paolo.dellabella.name

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o saputo con piacere che Paolo Tellini, oltre al sottoscritto, ha fra i suoi estimatori anche Raffaele Bueno e il critico d’arte Philippe Daverio. I critici, così come i collezionisti, non hanno, come a volte pensano i maligni, solo il “senso dell’affare”, ma hanno prima di tutto la capacità e la competenza, di intercettare le doti, il talento e il “valore”, non solo economico, di un artista. Io non sono né un critico né un collezionista ma se fossi Jean Dubuffet e conoscessi, come conosco, Paolo Tellini, gli troverei di diritto un posto nel museo dell’art brut di Losanna. A scanso di equivoci, diciamo subito che il termine coniato appunto da Dubuffet nel 1945 sta a indicare non certo un’arte “brutta” come d’acchito verrebbe da pensare, bensì arte grezza, brutale, primitiva che sta a indicare una produzione artistica realizzata da non professionisti, autodidatti non soggetti a canoni e correnti estetiche. “Lavori effettuati da persone indenni di cultura artistica, nelle quali il mimetismo abbia poca o niente parte, in modo che i loro autori traggano tutto (argomenti, scelta dei materiali, ritmo, modi di scritture, ecc.) dal loro profondo e non stereotipi dell'arte classica o dell'arte di moda”. Insomma a Fiesole abbiamo, anche se (forse) molti non ne sono consapevoli, un personaggio davvero sorprendente: il “maestro calzolaio”, come l’ho sentito definire. Non so come se la cavi con le scarpe, ma sicuramente con le tele ci sa fare, anche se, ripeto in maniera del tutto “brut”! I suoi lavori sono creati da impulsi creativi puri ed autentici – non ha la preoccupazione della concorrenza e non ricerca l'acclamazione e la promozione sociale – i suoi quadri sono, proprio a causa di questo, più “preziosi” di molte produzioni dei cosiddetti professionisti.

MINUTAGLIE

Archeologia industriale

Foto dall’archivio Roberto Minuti


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LUCE CATTURATA

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Notturni urbani di Sandro Bini www.deaphoto.it

Sandro Bini - Coverciano - Firenze 2012

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Firenze 2004-2013 Il brivido lungo e misterioso della notte in cittĂ


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SU DI TONO

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di Cristina Pucci

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si accompagna a una raccolta fondi per il restauro dell’ antico organo Stefanini (1696), razziato alla Badia Fiorentina dalle truppe Napoleoniche, abbandonato poi nella chiesa di Faltona. Il suo costo è impresa titanica in questi tempi bui, ma perchè non tentarla!” Chiesa strapiena, musica magica ed emozionante, applausi, ammirazione e perchè no, gratitudine. Francesca, che ha grande merito, ha suonato nel primo pezzo di Fauré. Grande musica in piccole chiese. Al prossimo anno.

chiccopucci19@libero.it

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ncredibilmente anche quest’anno!” scrive nell’invito Marco Zappa, moderno Fitzcarraldo, che da località, ingiustamente denominata Malnome (Vicchio), organizza, in Mugello, il quarto concerto di grandi musicisti che, nella loro artistica generosità, suonano gratis ed arrivano a loro spese, tutti gravitando intorno a Berlino, città musicalmente eletta. Ascoltiamo da lui come nasce questo straordinario evento. Francesca Zappa, suonatrice di viola, si fidanza con Christophe Horak incontrato durante un “Master” tenuto da alcuni Berliner Philarmoniker fra cui Christophe, violinista fra i più giovani. Suo ruolo attuale è quello di “concertino”. Da noi forse dice poco questo titolo: a Berlino gli chiedono l’autografo prima dei concerti alla Philarmonie. “I musicisti nel tempo libero suonano. Così nelle frequentazioni mi capitava di ascoltare in lontananza il suono di Cristophe e Francesca che progressivamente migliorava. Da ineducato percepire la qualità del suono. Una volta, nella casa di campagna, accadde che Cristophe facendo alcune scale riuscisse come a fermare in un momento di silenzio tutto il paese, solitamente chiassoso. Ogni anno, a Malnome, una festa con amici e colleghi, venne in mente, a me e Rossella , di organizzare un piccolo concerto. Cristophe e Francesca chiamarono altri musicisti e via via che aumentava il loro livello dispiaceva l’idea di non poterlo offrire a qualcuno di più. Pensammo di scegliere un luogo, una chiesa, che fosse in grado di accogliere più gente del giardino. Occasione anche per fare conoscere luoghi storici ed artistici del Mugello. Incominciammo dalla chiesa di S. Michele in Rupecanina, legata alla nascita del Beato Angelico. Di quel concerto ricordo le zanzare che massacravano i musicisti e qualche anziana signora del luogo che, essendo contenta, chiaccherava tutto il tempo. L’anno dopo, alla Chiesa di Caselle (forse legata al battesimo di Giotto) venne Simone Bernardini, primo violino dei Berliner. Fra il pubblico un giornalista locale, colpito dall’iniziativa e dalla qualità della musica, ne scrisse entusiasta. La cosa si ingrandiva, l’anno dopo ci spostammo a Borgo S.Lorenzo alla magnifica chiesa di S.Francesco. Come quest’anno. E’ cambiato in parte l’organico. Da quartetti e quintetti per archi siamo a un quartetto con pianoforte. Sono arrivati, oltre a Cristophe ovviamente, Micha Afkham viola dei Berliner, Kim Barbier grande pianista, Tatiana Vassiljeva violoncello solista Colpisce la cura che musicisti abituati a suonare nelle più grandi orchestre e sale del mondo, mettono nel preparare un loro concerto in un piccolo paese della Toscana, scelta del pianoforte, tipo di accordatura, apertura, posizionamento, sono momenti di accurata ponderazione. Quest’anno l’iniziativa

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Da Berlino a Borgo S.Lorenzo solo per la musica PUÒ ACCADERE

Vacua Italia

di Susanna Stigler susannastigler@gmail.com

Firenze, Luglio 2013


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KINO&VIDEO

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di Tommaso Alvisi t.alvisi@tiscali.it

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l premio “Maestri del Cinema”, consegnato nella splendida cornice del Teatro Romano di Fiesole, ha fatto venire i brividi ai nostalgici dei Monty Python e ai tanti fan del grande regista di “Brazil”, “La leggenda del re pescatore” e “L’esercito delle 12 scimmie”. I suoi film hanno un aspetto caratteristico, spesso riconoscibile anche da brevi estratti. Peculiarità del suo stile è il gusto per un eclettismo figurativo (simile a quello di Meliès) antico e moderno, tra sogno e realtà, dove elementi di cultura “alta” e di satira, mai banale, si intrecciano senza un ordine gerarchico. Lo hanno descritto come una persona graffiante, corrosiva, bizzarra, misteriosa, pazza, difficile da spiegare perché non si è mai piegato al potere economico e burocratico (ricordate “Brazil”?), in carne e ossa fa un effetto un po’ diverso. Lo definirei un visionario miscelato con un’overdose di eclettismo, umorismo, cordialità e genialità unite a “un equilibrio sopra la follia” (per dirla alla Vasco). L’incontro con il pubblico inizia con un ringraziamento ai Monty Python “e al loro senso dell’umorismo, con il quale siamo riusciti a portare un grandissimo uomo in Italia, Silvio Berlusconi, persona con grande sense of humour. Ci siamo molto divertiti a ridere di lui, non sempre a ridere con lui”. Giù il cappello e … standing ovation. Poi Gilliam ha parlato del suo sgomento verso il suo Paese (gli Stati Uniti) e il suo amore per l’Italia. Nel nostro Paese possiede una casa in Umbria, ha girato a Napoli un corto (“The wholly family”), insieme al fido direttore della fotografia Nicola Pecorini, ha avuto due grandi influenze, il genio poetico di Pasolini e quello onirico di Fellini. Cala poi i suoi assi nella manica: non ha risparmiato i produttori di Hollywood, che hanno imposto ai registi a forza di soldi le loro scelte eliminando la possibilità di fare cose nuove, i banchieri, rei di aver avviato la gente alla tristezza e alla bancarotta e Internet causa di incomunicabilità assoluta fra le persone.

Terry Gilliam

La leggenda del re sognatore Quest’ultimo sarà oggetto del suo prossimo film “The zero theorem”, che trae spunto, come “Brazil”, da “1984” di Orwell. Ha rivelato poi parlato di progetti incompiuti (su tutti il “Don Chiscotte” e una prima versione del fumetto “Watchmen”) e ha “pizzicato” il divo Johnny Depp, incastrato, a suo parere, nella “scatola” aurea di Hollywood. Ritirato il premio “Maestri del cinema 2013” sono stati proiettati il corto “The wholly family”, omaggio a Napoli e a Pulcinella in “salsa Monty Phyton”, e il suo penultimo film in lingua originale: quel “Parnassus-L’uomo che voleva ingannare il diavolo” che ha visto per l’ultima volta sullo schermo Heath Ledger, morto nel 2008 e sostituito in alcune scene dal trio Depp, Law e Farrell. Proprio un gran bel ricordo. Che ci riporta a un consiglio del buon

L’ex Monty Python al Premio Città di Fiesole

In alto Terry Gilliam e la sua traduttrice, poi al centro Heath Ledger in “Parnassus”, a destra un estratto del corto “The wholly family” e a sinistra Johnny Depp in “Parnassus”

Terry, ovvero quello di usare l’immaginazione. Avete un’idea di “quale prezzo hanno i vostri sogni”? Ecco che riecheggia Heath.


C Le storie di Pam U O

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NUVOLETTE

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www.martinistudio.eu


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SCENA&RETROSCENA

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di Maria Grazia Campus mgcampus@tiscali.it

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ercoledì 17 luglio, nella suggestiva cornice in riva d’Arno dell’Easy Living, è andato in scena GarageUomini e donne in trappola a conclusione del laboratorio teatrale sul tema della violenza contro le donne, condotto da Marco Zannoni (autore del testo) e Leonardo Brizzi. Un tema difficile, complesso e delicato: la violenza degli uomini contro le donne, le ipocrisie che la circondano e l’assuefazione a questa tragica (quasi)quotidianità. Il laboratorio, proposto dall’associazione culturale NarrArti, si è realizzato con il contributo del Comune di Firenze - Settore Politiche Giovanili, in collaborazione con il Comitato di San Niccolò e PiazzArt. Primo appuntamento il13 giugno: apertura con la scrittura collettiva negli spazi incantati del Giardino della Carraia messi a disposizione dal Comitato di San Niccolò. Durante gli incontri si è sviluppato un confronto libero e senza filtri tra i partecipanti. Personaggi verosimili passavano dal testo ai corpi, modificandosi secondo il sentire individuale tessendo una trama drammaturgica. Gli incontri di luglio sono stati dedicati alla messa in scena fino a giungere alla conclusione di tutto il percorso nel Teatro sulla spiaggia sull’Arno messo a disposizione da PiazzArt. Per la prima volta sulla scena Elisa Cesan, Farideh Karamloui, Massimo Magazzini, Loredana Porco, Irene Romagnoli, Tommaso Szalkoczai hanno calcato le assi del palco emozionando il folto pubblico che si è mostrato attento e coinvolto. La storia: Amira una ragazza egiziana di 17 anni viene stuprata da quattro coetanei che abitano nello stesso condominio. In scena genitori, figli, avvocata e amministratore di condominio: insieme cercano di capire se si tratti di un reato o di una bravata, se Amira con il suo atteggiamento da ‘donna’ abbia provocato, se sia meglio non fare scandali e coprire i figli anche quando confessano con un linguaggio senza reticenze lo stupro. L’amministratore di condominio giungerà a concordare un risarcimento alla madre di Amira, che non vuole che la notizia sia resa pubblica perché Amira sarebbe in serio pericolo di vita per i convincimenti del padre che la vedrebbe comunque colpevole. Tutto resterà all’interno del condominio. Ma questo è solo un finale. In una riapertura sorprendente ogni personaggio guadagna il centro della scena dicendo ‘potrebbe essere che…’ e altri sei finali vengono pronunciati in un susseguirsi di emozioni consegnate al pubblico stimolato a cercare ancora altri finali una volta spente le luci. Tutto il percorso è stato seguito dalla telecamera di Claudia Ceville. A breve uscirà il cortometraggio. La realizzazione di questo progetto è

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stato un bell’incontro tra soggetti collettivi (Comune e Associazioni culturali) e individui (partecipanti al laboratorio, docenti e pubblico) sul senso dell’essere cittadinanza attiva, capace di costruire il proprio tessuto sociale anche con il teatro.

Garage Uomini e donne in trappola

KINO&VIDEO

Sette sigilli per raccontare l’amore ai giorni nostri a cura di Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it

Sono cominciate a Firenze lunedì scorso le riprese di “Sette Sigilli D'Amore”, il nuovo film del regista fiorentino Vieri Franchini Stappo che ne firma la regia, il soggetto e la sceneggiatura, quest'ultima insieme alla giovane autrice Sara Basilone. Il film, prodotto dalla Columbus Film, è composto da sette cortometraggi (i Sigilli) e racconta di semplici e inusuali storie dell’oggi, episodi di espressione autentica incentrati sul tema dell'Amore. In un panorama caratterizzato dall'ansia del sociale e del fatto contemporaneo, dal giornalismo e dall’instant movie politico, il film si propone - al di là dell'omaggio ai maestri del passato - come lo scacco matto a quel gioco cinematografico che ormai lascia poco spazio alle mosse imprevedibili. “Sette Sigilli d'amore” si serve di una strategia personale per salvare il mondo: utilizzando un racconto metatestuale, inventa più amore nell'amore e più cinema nel cinema. La sfida di mettere in scena una contromossa sulla scacchiera del mercato cinematografico - il film parla d'amore ma non si vede mai un bacio è stata accolta con passione sia da volti

famosi dello spettacolo (Sebastiano Lo Monaco, Anita Zagaria, Gea Lionello), che da giovani attori esordienti (Andrea Volpetti, Carolina Gamini, Fulvio Accogli, Francesca Ritrovato). Il mondo non va un granché bene, questo si sa. I Re Magi tornano in abiti odierni per aiutarlo. Come? Attraverso un giovane sceneggiatore e la sua macchina da presa, l'arma giusta per ritrovare l'amore rimasto. Dove? A Firenze, nella città in cui i tre erano già stati una volta all’inizio del Rinascimento, come documentato dagli splendidi affreschi della cappella dei Magi di Benozzo Gozzoli a Palazzo Medici Riccardi.

“Una statistica odierna, non priva forse di un certo senso provocatorio e ironico, dice che l’uomo pensa all’amore circa ogni sette secondi. Non sappiamo come e a che tipo d’amore l’uomo pensi, e quanto questo sia vero o dimostrabile, ma l’amore è sicuramente causa di molti problemi, nonché soluzione e risposta agli stessi – dichiara il regista - un unico sentimento come perno di tutte le azioni e accadimenti umani, come possibilità di riscatto o di redenzione, forse anche di trascendenza e di salvezza. Questo concetto è alla base della scrittura di Sette Sigilli d’amore”.


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VISIONARIA

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Sui muri di Parigi Sur les murs de Paris

di Simonetta Zanuccoli simonetta.zanuccoli@gmail.com

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BIZZARRIA DEGLI OGGETTI

Un Ipod in stile sixties Dalla collezione di Rossano a cura di Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it

Piccolo e delizioso giradischi a batterie per soli 45 giri, portatile e ,come sempre, perfettamente funzionante! Mitici anni '60

olto più spesso di quanto si possa pensare camminando per Parigi può capitare di trovarsi di fronte a un enorme trompe l'oeil, vera e propria creazione artistica firmata e datata, che impreziosisce la parete cieca di un edificio. Spesso si tratta, come è stato definito, di surrealismo urbano fatto di rappresentazioni illusionistiche di architetture che dilatano gli spazi con artifici prospettici che simulano in maniera perfetta il reale, oppure pezzi di poesia di intonaco e colore sospesi in un tempo astratto, altre volte sono piccoli racconti grandi come un palazzo, come quello, famosissimo, di Philippe Rebuffet in rue Haxo, del gattino salvato dai pompieri. E allora lo sguardo ritornato bambino per un attimo si sofferma sui cavalli che tirano il carro che quasi si precipitano sul marciapiede, sulla lunghissima scala, sulla povera bestiola....per poi riprendere distratto a vedere le solite cose.


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ODORE DI LIBRI

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di Paolo Marini p.marini@inwind.it

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ita, libertà, proprietà: garantire diritto e sicurezza di questi beni, per i liberali “classici”, era il compito fondamentale (ed esclusivo) dello Stato. Ciò che si è aggiunto nel tempo va ascritto al New Liberalism, radicato nel pensiero di Bentham e Stuart Mill e rafforzato dalle teorie di Keynes e Beveridge per divenire, dalla prima metà del secolo scorso, linea di pensiero dominante. Non bastava più lo stato-guardiano; esso doveva trasformarsi in attore protagonista per correggere le presunte storture del mercato e rimuovere le disuguaglianze. Il liberalismo aveva ceduto terreno al socialismo e si era snaturato; era divenuto una teoria dell’incremento del potere politico quando – diversamente era nato come filosofia della sua limitazione. La vicenda della ‘officina del pensiero’ che, a partire da Menger e Von Mises, passando per Von Hayek e sfiorando il cosmo Libertarian con Bruno Leoni (filosofo e giurista assai apprezzato nel mondo anglosassone, che i liberali italiani hanno per lo più ignorato) recupera il liberalismo originale, è l’oggetto della doviziosa ricostruzione operata da Antonio Masala, ricercatore di Filosofia Politica dell’IMT Alti Studi di Lucca, nel suo “Crisi e rinascita del liberalismo classico” (Edizioni ETS, pp. 348, 30 euro). Per gli esponenti della Scuola austriaca il collettivismo e l’interventismo statale hanno non solo ispirato i regimi totalitari ma anche pervaso le democrazie occidentali, sussistendo tra essi differenze di grado e non di sostanza. La straordinaria attualità (e opportunità) dell’opera emerge giusto nella riflessione sul rapporto tra liberalismo e democrazia che, come l’Autore sostiene, “è uno degli elementi dirimenti per la rinascita del liberalismo classico”; ed è – aggiungo – la linea di faglia da cui potrebbero scaturire, ove non risolta, autentiche scosse politico-istituzionali. La democrazia non è lo sviluppo naturale del liberalismo e un liberale non è necessariamente un democratico. Libertà ‘negativa’ e ‘positiva’ (rifacendosi alla distinzione di Berlin) non sono sfumature di un unico colore bensì “due atteggiamenti profondamente divergenti e inconciliabili nei confronti dei fini della vita”. Non è per questo anti-democratica la Scuola austriaca: essa vede nella democrazia una necessità almeno quanto un pericolo e, per ciò, è scettica e indisponibile ad accettarne qualsivoglia esito. Leoni nel suo “Freedom and the Law” individua ciò che è potenzialmente totalitario nel processo legislativo e - posto che “in ogni società (...) le convinzioni riguardo alle cose da non fare sono molto più omogenee di quelle sulle cose da fare” - reputa che il compito del diritto dovrebbe essere prevalentemente negativo. E’ a Bernard de Mandeville (prima che ad Adam Smith) che il liberalismo classico deve la teoria della nascita inintenzionale dell’ordine, della cooperazione

Alla riscoperta del liberalismo classico

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Il giovane Siviero tra 007 e resistenza a cura di Aldo Frangioni aldofrangioni@live.it

sociale (cara a Von Mises) e la ‘scoperta’ dell’interesse quale tertium genus tra ragione e passione; ed altresì l’idea che il suo perseguimento in un processo di continuo adattamento conferisce grandezza alla costruzione sociale. La politica e il diritto non vi possono, non vi debbono interferire. Tutto il libro, al di là delle intenzioni dell’Autore, sembra percorso da una appassionata esortazione a riappropriarsi di solide paratie culturali. Diversamente, come e dove mai i liberali torneranno a dire qualcosa?

La Compagnia delle Seggiole, specializzata in viaggi teatrali e letture radiofoniche, si confronta con i testi autobiografici di un personaggio fiorentino intrigante, il quale ha contribuito in maniera determinante al recupero di molte opere d’arte italiane trafugate durante la Seconda Guerra Mondiale. La casa di Rodolfo Siviero è diventata oggi un piccolo museo dove vengono conservati molti capolavori che lo stesso riuscì a riscattare e riportare

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Rear window nella sua terra. Agente dei servizi segreti, amante dell’arte e della cultura, temerario e avventuroso, Siviero ha lasciato le sue memorie nei diari a cui danno voce gli attori della Compagnia. “Una narrazione drammatizzata ripercorre la vita del giovane Siviero fino al momento dell’inizio della sua attività di rappresentante del governo italiano per il recupero del patrimonio culturale trafugato durante la Seconda Guerra

a cura di Aldo Frangioni aldofrangioni@live.it

Vanni Meozzi, Rear Window, Al Qahwa, fino a giovedì 19 settembre 2013 in via Santa Chiara 38 - Prato

Mondiale. Attraverso i ricordi personali dello 007 dell’Arte rivivono l’ambiente culturale fiorentino degli anni Trenta, la scelta di entrare nei servizi segreti militari e quindi, dopo l’8 settembre del 1943, l’organizzazione di una attività di spionaggio, in collegamento con i servizi informativi alleati e con la Resistenza, tesa in gran parte alla salvaguardia del patrimonio artistico nazionale. Una vicenda umana contrastata e talvolta oscura ma che permette di comprendere l’autentica passione per l’arte che ha ispirato i successi di Siviero e il carattere avventuroso del suo operato”.  Sabato 20 luglio al Museo Casa Rodolfo Siviero, Lungarno Serristori n. 1/3, Firenze


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ALLA SOGLIA DEI 20 ANNI

È sempre tempo di esami… di Marco Ricci marcoricci94@libero.it

A foto di Elena Murru

Crash Troades

Un’azione d’arte contro il femminicidio

lla soglia dei vent’anni niente sembra impossibile, il mondo è ai tuoi piedi e infinite occasioni appaiono all’orizzonte. Eppure ognuno di noi, impavido, sfrontato o timoroso che sia, si è trovato a dover far fronte ad un esame, forse l’Esame, che tanto è stato raccontato, filmato ed ha rappresentato per tutti o quasi il primo e più importante che la vita ha in serbo. In quei momenti, in cui il tempo scorre con la massima relatività immaginabile, inversamente proporzionale al grado di preparazione dell’alunno, anche il più sicuro di sé sente l’onere non solo nei confronti di un sistema, ma soprattutto verso se stesso, probabilmente unico, e non da poco, pregio di quell’esame di maturità che per molti aspetti presenta pecche, talvolta lacune, insormontabili. Ma dopo cinque anni di studi quelle calde settimane di giugno sono così piene di fatica, di emozioni, di sudore che nessun disprezzato commento può, e deve, trovar posto. La voglia di mettersi nuovamente in gioco, di mo-

GRANDI STORIE IN PICCOLI SPAZI di Fabrizio Pettinelli pettinellifabrizio@yahoo.it

Sono tante le leggende sorte intorno alla figura di Gino Bartali, detto “l’intramontabile” (vinse la sua ultima corsa, un giro della Toscana, a 39 anni!) Senz’altro la più famosa è quella relativa al Tour de France del 1948, che Bartali vinse, a 34 anni, dieci anni dopo la vittoria nel Tour del 1938. Alla vigilia della tappa Cannes-Briancon, che si correva il 15 luglio, Bartali aveva 21’20” di distacco dal leader della corsa, il francese Louison Bobet . La sera del 14 (giornata di riposo) i ciclisti furono raggiunti dalle notizie italiane: Togliatti ferito, forse morto, treni e trasporti pubblici locali bloccati, isolate le linee telefoniche, 14 morti negli scontri fra polizia e manifestanti, l’Amministratore Delegato della FIAT Valletta sequestrato nel suo ufficio dagli operai armati di Sten, a Genova occupate le caserme della polizia, a Milano le fabbriche presidiate dagli operai in armi, in Toscana decine di paesi con le strade di accesso bloccate, 200mila persone che sfilano in silenzio davanti all’ospedale dove “l’onorato chirurgo Valdoni” operava Togliatti e gli salvava la vita. Si disse che De Gasperi, Presidente del Consiglio, avesse telefonato personalmente a Bartali, chiedendogli per il

Piazza Bartali

la storia su 2 ruote

giorno dopo un’impresa che potesse placare gli animi; Bartali ha sempre smentito: l’impresa vera, di ben altro spessore, la fece lo stesso Togliatti, ordinando a Secchia e a Longo di sedare la rivolta. Influenzato o meno da De Gasperi, il Ginettaccio, comunque, entrò nell’epopea del ciclismo. Sulla prima montagna della giornata, l’Allos, andò in fuga il francese Robic, detto “Testa di vetro”; Bartali, che inseguiva Robic con Bobet e Teisseire, scattò sulla seconda montagna, il Vars, e riprese e superò Robic lungo la discesa. Bartali affrontò da solo l’Izoard: era una giornata quasi invernale, con freddo e pioggia gelida, le ruote affondavano nel fango delle strade non asfaltate; a Briancon Bartali arrivò da solo con quasi 20’ di vantaggio su Bobet che mantenne la maglia gialla con soli 51” di vantaggio. Il giorno dopo, in preda a una crisi di freddo, Bartali fu staccato, sotto una tempesta di neve, sulle prime rampe del Galibier; recuperò sul passo della Croix de Fer, inflisse 8’ di distacco agli avversari nei 10 km. di salita del Portet, passò da solo sul Crucheron e sul Granier e arrivò solitario al traguardo di Aix-leBains, conquistando la maglia gialla che portò fino a Parigi. Ma Gino Bartali, lo si è saputo solo dopo molti anni, aveva, oltre a quelli sportivi, ben altri meriti…

strarsi per quelli che si è veramente, talvolta la volontà di un vero e proprio riscatto, che solo quelle tre prove secche più un orale possono garantire, assale ogni studente e perché no, a me piace pensarlo, un sentimento simile può pervadere le menti, o forse i cuori, degli “odiati” professori, gli acerrimi nemici di sempre: forse anch'essi, censori imparziali, desiderano esaltare le proprie qualità per ottenere il più grande obiettivo di cinque anni, esser ricordati dai loro studenti. Alla soglia dei vent’anni allora forse qualcosa di quasi impossibile c’è, o meglio sembra esserci, fino a quell’attimo in cui il presidente della commissione dà via al tempo: lì, davanti al foglio non c’è più spazio per i sentimenti, per le paure o le attese, l’unico pensiero è per la traccia voluta da chissà chi al Ministero. Sguardi intensi e misti di sorpresa volano tra i banchi, la vita dello scrittore scelto per la prima prova intanto si riduce, se valgono gli accidenti, il tempo scorre inesorabile. Non c’è spazio nemmeno per la disperazione. Scorre l’inchiostro sulle pagine bianche, trovato l’incipit e i pensieri vagano e si materializzano in forme e parole. È così che vanno gli scritti, tra firme, formalità e concentrazione, ma soprattutto tra la solidarietà dei ragazzi, quasi agnelli con il medesimo destino. La solitudine arriva più tardi, si è soli all’orale, o meglio si è in compagnia dei retaggi di un anno di fatiche, tra Lucrezio e Tacito, tra Euripide e Lisia, ma soprattutto di una commissione che, tra interni ed esterni, rappresenta il massimo del terrore, il presidente sembra Robespierre. Increduli per la serenità dei compagni già maturi, solo quell’ora di colloquio può salvarti: ciò che prima era temuto adesso è desiderato ardentemente: odi et amo del XXI secolo. Poi si è liberi, ma soprattutto cambiati. Maturi, non anagraficamente, ma intellettualmente, o almeno così dovrebbe essere. È per questo che alla soglia dei vent’anni tutto cambia: il primo sguardo sul mondo è fulminante, il desiderio di esso ti prende e non ti lascia per un po’, fino a quando nasce la consapevolezza, ma per un istante ti sembra di cogliere l’infinito, il che ti rende parte di quel grande cosmo che è l’intelletto umano.


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n 39 PAG. sabato 20 luglio 2013

Mother & Daughter, San Jose 1972

berlincioni@gmail.com

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni

Queste due giovani donne, madre e figlia, erano vicine di casa della famiglia dei miei suoceri. Ogni tanto mi fermavo da loro per un caffè “americano” e per scambiare due chiacchiere. In realtà più che madre e figlia sembravano due giovani sorelle, ma debbo onestamente confessare che dopo qualche settimana non riuscivo più a trovare argomenti di conversazione degni di un qualche sia pur minimo interesse. Ho dovuto quindi escogitare d’urgenza percorsi alternativi nell’avvicinamento a casa per evitare di rimanere inesorabilmente “incastrato” in chiacchierate assurde e ripetitive circa il trascorrere di un tempo circolare e sempre uguale a se stesso.

Cultura Commestibile 39  

Ligresti

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