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uesta settimana il menù è

DA NON SALTARE

L’Europa per la cultura

A questo punto sarebbe necessario che noi tutti... facciamo un passo indietro e lasciamo completamente l’azionariato del Gruppo Rcs

Esposito a pagina 2

OCCHIO X OCCHIO

Il dilemma foto - pittura

Diego Della Valle dalla prima lettera di Diego da S.Elpidio a Mare a Napolitano Giorgio

Cecchi a pagina 5

REBUS

Il multimediale Pignotti

Monaldi a pagina 6

PECUNIA&CULTURA

Beni culturali nella tempesta

RIUNIONE DI FAMIGLIA a pagina 4

Alè viola alè

Avanti! Avanti!

Siliani a pagina 16


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di Maria Chiara Esposito mariachiara.esposito@regione.toscana.it

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i chiama “Cultura Creativa”. E’ il nuovo Programma dell’Unione europea volto a finanziare i progetti culturali nei prossimi sette anni, dal 2014 al 2020, presentati da tutti coloro che di cultura vivono e di cultura si alimentano. Ma che vuol dire Cultura Creativa? La “cultura” non è forse “creativa” in sé? Certo, senza creatività non c’è cultura. Senza la voglia di sperimentare linguaggi innovativi per trasmettere l’arte, il patrimonio, il nostro passato e il nostro futuro, forse non si può nemmeno parlare di cultura. Ma cultura è sempre più anche la capacità di avere un impatto sulla società attraverso la condivisione di valori, di idee e di forme di espressione che possano restare vive, che sappiano alimentare la riflessione e l’arricchimento umano di intere generazioni, al di là dei confini della propria specifica cultura e in contesti in cui il sapere e la conoscenza non siano solo merce di scambio per il vanto delle élites. Che cosa ce ne facciamo, quindi, della cultura se non la facciamo circolare? Che cos’è un quadro se resta appeso, fine a se stesso, sulla parete di un salotto per essere contemplato e per poter dire che ci appartiene? Che cos’è un libro se lo leggiamo solo per noi stessi e non facciamo tesoro, con gli altri, di quello che ci ha trasmesso? Che cosa fanno di utile gli istituti di cultura se alle loro manifestazioni ed eventi partecipano sempre e solo le stesse persone delle solite classi dirigenti? E’ in quest’ottica che ha senso parlare di quanto sia importante, oggi più che mai, rendere la Cultura anche “commestibile”. E’ questa la filosofia di fondo che, almeno in teoria, sottende ai nuovi orientamenti europei per dare spazio agli operatori culturali che più sapranno, appunto, essere innovativi, da un lato, ed essere “economici” dall’altro. Stare sul mercato, non solo quali soggetti che producono Pil, ma come entità che alimentano un insieme di scambi culturali, di capacità di mettere in moto processi che diano vita a nuove opportunità di lavoro, per i giovani e gli artisti di tutti i paesi europei, che siano in grado di gratificare a tal punto coloro che ci lavorano da renderli abili a farsi ascoltare, in modo intelligente e ben strutturato, dalle istituzioni e dagli enti finanziari per aver saputo mettere in luce il valore aggiunto del loro progetto. Ecco che queste istituzioni avranno più elementi per valutare il progetto e decidere di sostenerlo, perché se messo in moto potrà a sua volta mettere in moto ulteriori processi produttivi ed economici. Si parte quindi da un concetto fondamentale: bisogna creare le condizioni affinché gli operatori culturali vedano incentivate le opportunità di sviluppo delle proprie competenze, facilitato l’accesso ai finanziamenti e ai mercati

DA NON SALTARE

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Cultura creativa

a la européenne

internazionali, supportato il processo di promozione di nuovi modelli di business e di maggiore coinvolgimento del pubblico. Inoltre, sostiene la Commissione europea nella sua proposta per il nuovo Programma Cultura Creativa 20142020, sarà fondamentale un cambiamento di mentalità: pensare alla Cultura come a un settore assolutamente strategico. Questo potrà accadere solo qualora verrà promosso un reale collegamento tra questo settore e tutti gli altri campi ad esso strettamente legati: l’istruzione, l’industria, l’economia, il turismo, lo sviluppo urbano e regionale, la pianificazione ter-

Marsiglia, capitale europea della cultura 2013

ritoriale, le politiche di innovazione e smart specialization. Il Programma si rivolge a tutti quei settori delle imprese culturali e di altre organizzazioni operanti nei campi dell’architettura, dell’artigianato artistico, dei beni culturali, del design, dei festival, del cinema e della televisione, della musica, delle arti dello spettacolo e visive, degli archivi e delle biblioteche, dell’editoria e della radio. Un insieme di realtà che rappresenta circa il 4,5% del Pil corrispondente al lavoro di 8,5 milioni di persone nell’Ue, pari a 3,8% della forza lavoro. Potranno partecipare ai Bandi tutti gli operatori culturali – siano essi enti pubblici o privati – appartenenti ai paesi membri dell’Ue oltre che ai seguenti paesi: Turchia, Ex-repubblica jugoslava di Macedonia, Islanda, Serbia, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Albania, Norvegia e Liechtenstein. Ci sono alcuni assi portanti del Programma di cui i progetti dovranno farsi portavoce: la transnazionalità della circolazione di artisti, degli operatori culturali e delle opere d’arte per raggiungere nuove e differenziate categorie di pubblico; la formazione nei confronti delle organizzazioni e degli operatori della cultura per favorire l’acquisizione di nuove abilità e per raffor-


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DA NON SALTARE

Il nuovo programma dell’Unione Europea per finanziariare progetti culturali

zare la loro capacità di operare su scala internazionale; la promozione del carattere europeo della filmografia attraverso il sostegno alla distribuzione di film europei, la loro diffusione in Europa e in ambito internazionale, il supporto alle sale cinematografiche europee dove assicurare che almeno il 50% dei film in esse proiettati siano europei; il sostegno alla traduzione di libri e altre opere letterarie. Dunque un insieme di azioni tutte accomunate da una volontà di fondo: “europeizzare” la nostra cultura, condividerla e far sì che abbia un impatto reale sulla società. Il Programma avrà tre sezioni: quella “Tran-settoriale” per tutti i settori; la Sezione “Cultura” che riguarda i settori culturali e creativi, con un forte accento sulle imprese culturali; la Sezione “Media” che riguarda il settore audiovisivo. Del bilancio totale di € 1.8 miliardi, le risorse saranno così ripartite: 15% alla Sezione Tran-settoriale, 30% alla Sezione Cultura e 55% alla Sezione Media. Ma la vera novità è rappresentata dallo Strumento di garanzia finanziaria. Esso, creato allo scopo di migliorare l’accesso ai finanziamenti per le PMI e le altre organizzazioni culturali attraverso una maggiore protezione dal ri-

Kosice, capitale europea della cultura 2013

schio di credito, oltre che per rafforzare la capacità del settore di analizzare la fattibilità economica e finanziaria dei progetti, costituirà la parte centrale della Sezione Tran-settoriale, nella quale sono poi previste le misure trasversali di sostegno e di accompagnamento ai progetti. Le quali prevedono soprattutto una migliore cooperazione politica transnazionale e maggiori scambi di esperienze tra responsabili e operatori, nuovi approcci in materia di costruzione e partecipazione del pubblico e dell’audience, una più sistematizzata raccolta di dati, una forte attività della rete di Desk Europa Creativa che sono i punti di contatto

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nazionali a cui è essenziale rivolgersi durante la preparazione di un progetto. Per rispondere, infatti, a una delle principali problematiche del settore, quella della carenza di attrattività per gli investitori privati, lo Strumento di garanzia finanziaria mira ad aumentare la capacità di rispondere alle tre maggiori sfide del settore: la preparazione all’investimento e dell’investitore; la capacità finanziaria del settore; le potenzialità commerciali delle opere. Infatti, data la loro natura intangibile, molti dei beni culturali, quali i diritti di autore, non sono contabilizzati nei bilanci (a differenza dei brevetti). Inoltre, le opere dei settori culturali e creativi, a differenza di altri prodotti industriali, di norma non sono prodotte in serie. Le imprese tendono a operare per progetti, mentre gli investimenti, per poter essere redditizi, devono spesso essere effettuati più a lungo termine. Mancano spesso dati affidabili e le istituzioni finanziarie, nell’analizzare le domande di prestiti, si basano generalmente su dati statistici. Ecco quindi che la presa in considerazione di questo problema, forse tardiva, ma pur sempre necessaria, diventa il punto di svolta di questa nuova mentalità. Secondo le stime, la carenza di finanziamenti in termini di prestiti bancari a favore di queste Pmi sarebbe compresa tra 2,8 e 4,8 miliardi di Euro. Ma questi concetti non bastano per far scaturire progetti vincenti. Ci vuole anche un altro elemento: sapere che, in qualsiasi campo, quando ci si affaccia sul panorama europeo, bisogna anche avere l’umiltà di non essere autoreferenziali. E questo aspetto, tanto più quando si parla di cultura, di cultura commestibile, è fondamentale. Non è sufficiente essere “ricchi” di musei, biblioteche, patrimonio culturale, compagnie teatrali, orchestre, artisti e quant’altro. Un progetto, per essere candidato e finanziato dall’Ue, deve avere in sé un ampio partenariato, in cui si dimostra di saper cooperare con gli altri, di curare la dimensione europea del progetto, di preoccuparsi dei suoi destinatari e della sua sostenibilità a lungo termine. In altre parole, bisogna anche sapersi mettere in discussione e assumere il punto di vista dei partner europei. Questo è, in fondo, a pensarci bene, l’elemento portante dello stesso concetto di “ricchezza culturale” nel senso più ampio del termine. Diceva Bertold Brecht: “Ci sedemmo dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati”. Meglio, dunque, stare dalla parte del torto se la ragione deve andare sempre a coloro che rappresentano quei settori che sono già in possesso di più risorse, più potere, più capacità e più opportunità. Meglio sedersi da quel lato che può, seppur a fatica e con uno svantaggio iniziale di dover dimostrare le sue intrinseche capacità di contribuire alla crescita e alla competitività europea, riuscire, prima o poi, a riequilibrare l’ago della bilancia.


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RIUNIONE DI FAMIGLIA

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I CUGINI ENGELS

Avanti! Avanti!

Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012 direttore simone siliani redazione sara chiarello aldo frangioni rosaclelia ganzerli michele morrocchi progetto grafico emiliano bacci editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze contatti

www.culturacommestibile.com redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.facebook.com/ cultura.commestibile

Con la cultura non si mangia Giulio Tremonti

Ci cospargiamo la testa di cenere e (alè viola alè) dobbiamo dare ragione a sindaco Matteo Renzi. Non quando (alè viola alè) si paragona a Michelangelo (alè viola alè), ma quando poco tempo fa ha detto (alè viola alè) che il Consiglio comunale è inu-

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LO ZIO DI TROTSKY

Garrisca al vento il labaro viola

A giudicare dal corposo numero di relatori previsti il convegno L’Italia Civile che vogliamo, Firenze da qui per domani, tenutosi lunedì scorso non si preannunciava una scampagnata. Da Nicola Cariglia a Riccardo Nencini, passando per Bobo Craxi, Elisabetta Cianfanelli, Pieraldo Ciucchi, senza dimenticare, tra i tanti, Franco Camarlinghi, se oltre al numero analizzassimo i curricola l’impressione apparirebbe quella tra l’adunata di combattenti e reduci e la seduta spiritica, tanto che qualcuno ipotizzava che l’unica conclusione politica di tale assise non potesse essere che “Gradoli” come nella famigerata seduta avvenuta durante il sequestro Moro, presente anche Romano Prodi. Insomma l’inquieta famiglia socialista, ciclicamente, tenta di ricomporre le dodici tribù disperse dalla diaspora di Tangentopoli in improbabili avventure politiche che, nel corso degli anni, si sono caratterizzate più per le guerre tra questo o quell’esponente ex-psi che per la riproposizione di un progetto o un soggetto politico. Questa volta il tema parrebbe essere l’approdo socialista alla corte renziana, impresa che ad altri apparirebbe quasi impossibile, visto il totale appiattimento del PSI nenciniano a Bersani nelle primarie e nella campagna elettorale, ma il prode segretario nazionale, dicono i maligni piuttosto adombrato per il mancato inserimento nel governo Letta, non si scoraggia e riparte per l'ennesima riposizione. Non dubitiamo che anche questa volta, il gioco, al prode Nencini riuscirà.

LE SORELLE MARX

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tile, (alè viola alè) posto frequentato da mangiapane a ufo solo per la diaria (alè viola alè). Come possiamo infatti definire i 45 che (alè viola alè) si sono uniti alla richiesta (lodevole, as usual) del loro presidente Eugenio Giani che (alè viola alè) ha chiesto un gesto identitario dedicato con il cuore alla squadra della loro città (ALÈ VIOLA ALÈ), un applauso bipartisan per l’arrivo alla Fiorentina dal Bayern Monaco dell’attaccante Mario Gomez (alè viola alè). Poi tutti al rinfresco (altra lodevole iniziativa) per l’inaugurazione del forte Belvedere (alè viola alè). E le domande sul Maggio, sull’affitto di Ponte Vecchio post datato o il semplice governo della città? Una sola risposta risuona, unita e compatta: alè viola alè.

Finzionario

di Paolo della Bella e Aldo Frangioni

Le tecniche di marketing per la vendita di un libro hanno creato una disciplina che cura nei minimi particolari la pubblicazione di un volume. L’editing spesso può determinare la fortuna o la sfortuna di un romanzo come di un saggio, in primo luogo il titolo, pensate all’azzeccatissimo “La solitudine dei numeri primi” o alla serie delle varie “sfumature” di colore. Poi la copertina. Il libro deve farsi notare già negli scaffali e poi anche il libraio ha una propria tecnica di esposizione, i più venduti o quelli che si pensa venderanno di più messi in bella vista appena si entra nel negozio sovrapposti in pile alte oltre un metro e quaranta. Molti lettori dichiarano di comprare il libro solo grazie a questo genere di presentazione, ciò che vi sta scritto pare sia del tutto secondario. Per curiosità abbiamo acquistato seguendo questo criterio il libro di Paco Flores de La Questa - “Tagliare la testa al toro” - Movimento di liberazione della Catalugna. Pensavamo di capire le differenze tra gli abitanti e le città di Barcellona e Madrid. Nulla di tutto questo perché vi si parla della riconversione degli allevamenti di tori da corrida in fattorie per la coltivazione dei finocchi. Non abbiamo capito se lo stampatore ha sbagliato ed ha messo la copertina di un altro libro o se trattasi di testo in codice destinato alla organizzazione della lotta clandestina catalana. Comunque abbiamo buttato via 22 euro.

La loggia del Lanzetta Alcune cose di Firenze sono incomprensibili. La Loggia de’ Lanzi ha ancora questo vecchio e sconosciuto (per i più) nome. Non si comprende come mai non si chiami la Loggia del Lanzetta, visti i numerosi, ripetuti, miracolosi concerti diretti dal Maestro in quei luoghi. Firenze è proprio strana. Ora però c’è l’occasione per rimediare: il Maestro inaugurerà con la sua arte la riapertura del Forte Belvedere. Che ancora porta, ahimè, questo tristo e vecchio nome. Dopo che la sua arte avrà toccato le mura del bastione speriamo finalmente si chiami Forte Lanzetta. Che potrebbe anche essere il nome di una nuova Lista Civica per le prossime elezioni locali. Il Maestro dovrebbe diventare Sindaco, per acclamazione popolare. Ma non disperdiamoci, il punto

nodale è l’altezza artistica, la qualità. Non deducibile solo dall’arte di gestire le note, ma anche le parole e la Storia della Musica. Leggiamo infatti da La Storia della Musica di Giuseppe Lanzetta, edita nel 2009, mentre tratta del grande Ludovico che spesse fiate è stato diretto e interpretato dal Maestro: “l’ultimo ventennio è il periodo di Biedermeier, il personaggio media della Vienna post congresso, è un personaggio meschino che si accontenta delle sue gite, dei valzerini, è un periodo di disimpegnato, borghese, è un momentaneo ripiegamento che ha il suo centro nella Vienna del Metternich. In musica questo ha degli esponenti in Hummel, Czerny, stile tranquillo.” Ecco, questo signore che si chiama Biedermeier e tutta la meschinità degli anni passati e a venire rimarranno fuori dalla nostra Firenze, siamo protetti. Più simile ad Haydn appare l’esistenza del nostro Maestro; sempre da La Storia della Musica: “Contemporaneamente impegna come violinista, cambalista e cantante e varie occasioni, era anche improvvisato e si le simpatie del pubblico, fatto utile per le composizioni future e anche per farsi conoscere.” Gli errori di stampa e la consecutio scardinata rientrano nei gesti di creazione del Maestro, per questo non me la sono sentita di ritoccare l’originale. Vediamo da queste ultime righe come le vicende di Haydn siano vicine al nostro. Infine auspichiamo che finalmente Firenze si accorga delle risorse interne, intitoli qualcosa di imperituro all’arte fortunata che ci accompagna da un ventennio.


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OCCHIO X OCCHIO

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di Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it

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otografia e pittura sono sempre state viste in contrapposizione, o, per meglio dire, le immagini fotografiche sono sempre state viste in contrapposizione alle immagini dipinte, generando equivoci. Si è spesso detto, in maniera molto banale: “che bella foto, sembra un quadro” oppure “che bel quadro, sembra una foto”. Ci è voluto un secolo e mezzo perché si capisse, ma ancora non da parte di tutti, che invece di chiedersi se la fotografia fosse un’arte, occorreva chiedersi quanta fotografia vi fosse nell’arte, e nell’arte figurativa in particolare. Eppure era tutto talmente chiaro fino dall’inizio… Gustave Caillebotte (1848-1894), come è noto, è stato un pittore impressionista, molto attivo anche come mecenate ed organizzatore di mostre fra il 1877 ed il 1882, nonché appassionato velista ed architetto navale. Le sue opere, forse meno conosciute di quelle degli impressionisti “maggiori” come Manet, Monet, Renoir e compagnia, ma non per questo meno valide, si caratterizzano per il deciso taglio di tipo “fotografico”. Del resto il taglio così detto “fotografico” è uno dei principali elementi che distinguono le opere impressioniste da quelle accademiche del periodo precedente, e sono noti i rapporti di buon vicinato, se non di complicità, fra i pittori ed i fotografi dell’epoca, tanto è vero che fu Nadar a prestare il suo studio sul Boulevard des Capucines agli impressionisti per la loro prima esposizione del 1874. Ma per Gustave Caillebotte la cosa è ancora più complicata. Il fratello minore e meno noto di Gustave, Martial Caillebotte (1853-1910), musicista e compositore, coltiva fra i suoi molti interessi anche la fotografia, ma non da professionista. Come spesso accade, le fotografie di Martial vengono ignorate o comunque sottovalutate, per molti decenni, fino a quando gli studiosi di fotologia non le riscoprono, insieme a quelle di Degas, di Mucha e di molti altri artisti ed intellettuali dell’epoca. I confronti fra la produzione fotografica di Martial e la produzione pittorica di Gustave diventano allora inevitabili. Quando due fratelli molto uniti sposano due donne diverse, può succedere che le cognate, a forza di frequentarsi, diventino amiche, comincino ad assomigliarsi, a scoprire affinità ed a scambiarsi gli abiti, per arrivare a concludere che, più che amiche, sono diventate quasi sorelle. Ma questa parentela troppo stretta viene negata dai critici, e la fotografia, accettata nei Salon fino dal 1859, ma relegata in una saletta laterale con l’ingresso separato, continua per molti anni ad essere considerata come “l’umile ancella delle arti”. Per essere in qualche modo accettata la fotografia diventa “pittorialista” e comincia a metà degli anni Ottanta travestirsi da “pittura impressionista”, proprio quando la pittura impressionista ha già celebrato la sua fine con l’ultima esposizione collet-

I fratelli Caillebotte ovvero il dilemma foto-pittura

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tiva del 1886. Con buona pace dei geniali fratelli Caillebotte, che avevano capito tutto un secolo prima degli altri, ed avevano saputo coniugare fotografia e pittura con grande tranquillità e con risultati di altissimo livello


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di Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com

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alla metà degli anni Settanta Lamberto Pignotti manipola e diversifica i codici linguistici, attraverso l’abrasione e l’erosione dell’organicità delle parti che costituiscono l’insieme dell’opera. La serie “De-composizione” vuole essere una vera e propria presa di posizione critica nei confronti dell’immagine moderna. Allo stesso modo anche la serie “Visibile/Invisibile” diviene atto critico, nel momento in cui la cancellazione procede oltre il visuale, alludendo a una invisibilità del codice linguistico moderno, ossia a una trascendenza che fa da sfondo e da particolare al sistema comunicativo della contemporaneità. Non a caso la poetica visuale dell’artista è il campo di sperimentazione di un’Arte sinestetica in cui la fruizione artistica è coinvolgente sia nella ricezione che nell’elaborazione intellettuale e concettuale dell’opera d’arte, da parte di un pubblico attento e diretto a cogliere la simultaneità e la plurisensorialità di tali sperimentazioni. È il tentativo d’altronde di proporre e riproporre all’attenzione del pubblico i messaggi più elementari, naturali, ricorrenti e perciò più dimenticati dall’individuo assoggettato dalla società repressiva tipica degli anni Sessanta e Settanta. Un progetto mirato alla fusione di tutte le arti e all’apertura di nuove frontiere di espressione creativa, in cui calco, trascrizione, ripetizione, paradosso, contaminazione e concentrazione si qualificano come nuove figure retoriche, i nuovi stilemi grazie ai quali il poeta moderno può esprimersi e comunicare. Si tratta, certamente, di un lavoro filologico che procede nella direzione opposta all’ordine e alla linearità dei canoni letterari classici e consacrati: un’azione poetica che oltre a essere un vero e proprio gesto critico e intellettuale sul supporto, rovescia gli equilibri e porta il lettore alla lettura e alla riflessione. Ne sono un esempio la serie dei Francobolli e dei Santini rivistati: dialoghi diretti e fumettistici con la tradizione che seguono un procedimento di confronto e collisione con i materiali massmediatici. Scelte iconografiche e linguistiche che si concretizzano in energie visive, ironiche, provocatorie e tese a liberare la poesia e la cultura dai condizionamenti idealistici, dilatandone il principio e il significato poetico - letterario - artistico. È in tal senso che Lamberto Pignotti non solo consacra il principio sinestetico dell’arte contemporanea ma anche la multimedialità come principio di comunicazione, espressione e percezione, svelando meccanismi che tendono a rimanere nascosti agli occhi del senso comune.

Pignotti

Lamberto Pignotti, Drink poem, 2005. Collage su bottiglie in vetro e su confezione cartonata. cm. 39,5x23,6x8. Courtesy Collezione Carlo Palli

Artista multimediale

ante litteram

Lamberto Pignotti, Che c’è per cena, tesoro?, 1968 Collage su cartoncino cm. 9,5x7,2 – Courtesy Collezione Carlo Palli

Lamberto Pignotti, La furia selvaggia, 1964 Collage su cartone cm 37x29 – Courtesy Collezione Carlo Palli


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RACCONTI AMORALI

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di Fabio Baglioni fabio@baglionipoponcini.it

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arco si svegliò felice, era una delle quattro domenica all’anno che non lavorava. Era fortunato ad avere un lavoro regolare, certo la società era cinese, lo stipendio e l’orario di lavoro erano disciplinati dal diritto cinese, ma aveva una busta paga ed a 80 anni avrebbe preso la pensione. Era una stupenda giornata, una di quelle sei domeniche all’anno in cui i fiorentini potevano entrare in centro anche senza essere residenti o lavorarci. Una delle condizioni che aveva posto la società divenuta concessionaria del centro storico la “Glamour Sustainable”, firmando un contratto che aveva salvato le casse del comune dal default, era stata quella d’allontanare i fiorentini. Erano troppo brutti, grassi, chiassosi e sguaiati, non s’intonavano con i gusti dei miliardari che affittavano le piazze per matrimoni, compleanni o cene aziendali. I vecchi commercianti che non volevano saperne di questi esami erano stati cacciati, prima con i soldi poi con le battaglie legali. Il concetto di “contrasto alla bellezza” era stato recepito in una delibera comunale che dava facoltà alla Glamour d’ acquisire le attività commerciali di chi veniva ritenuto un pericolo per la bellezza. Alcuni commercianti si erano opposti, ma il Tribunale aveva dato loro torto. La rivisitazione moderna del diritto d’esproprio, aveva sentenziato un brillante giurista,mentre alloggiava in un elegante albergo di proprietà della Glamour, in cui non pagò il conto. L’accordo non era stato firmato in maniera indolore. C’era stata una grande discussione fra i partiti della sinistra che da sempre governavano la città, ma alla fine era prevalsa l’idea che la sinistra dovesse guardare avanti e non arroccarsi a difendere privilegi del passato. La campagna “non privatizziamo i beni comuni” per mesi aveva coinvolto la città, ma alla fine per pochi voti l’accordo era passato, certamente migliorato rispetto alla prima versione. Tantissimi inglesi e americani si erano uniti nella battaglia a fianco dei fiorentini, erano comunità che da secoli vivevano Firenze, come turisti o residenti, senza la pretesa di cacciare nessuno. Ma i nuovi ricchi avevano altri gusti. Si ricordava bene quei tempi, allora faceva l’assessore aveva votato l’accordo per disciplina di partito ma poi si era dimesso. Se avesse fatto altre scelte ora poteva essere deputato, anche se era difficile giurare di “....non realizzare atti, nè rilasciare dichiarazioni contrari agli interessi delle banche che detengano quote di debito italiano”, come era richiesto all’inizio di ogni legislatura ai parlamentari. Certo anche lui come assessore aveva giurato fedeltà alle disposizioni della

Firenze

2020

Banca Centrale Europea, ma la Banca Centrale era espressione della Commissione e quindi, indirettamente del popolo, le banche erano private. A fiorentini restavano le periferie,

meno degradate che nelle altre città e con una manutenzione pari a quella precedente la crisi dello spread, inoltre avevano la possibilità di mantenersi in forma e frequentare corsi di

La città che sarà

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bon-ton, per superare l’esame. Per le donne erano anche previste facilitazioni sulla chirurgia estetica. Marco prese lo scooter e da Novoli arrivò fino al varco per il centro numero 5, situato alla Fortezza da Basso. Anche quel giorno c’erano le guardie della “Glamour Sustainable”, che facevano mostra della loro arroganza. Avevano poteri di polizia nella zona del centro, e non doveva rispondere alla magistratura, ma solo all’amministratore della Glamor. Ma oggi non potevano fermare nessuno, si limitavano a guardarti male ed a cercare d’impressionarti. Percorse a piedi via degli Arazzieri ed entrò in piazza Indipendenza, peccato che villa Rispoli, un tempo sede dell’Università, era stata trasformata in una palazzo indiano, da un magnate dell’acciaio, ma con l’autorizzazione della sovraintendenza. Quel giorno non c’erano molti stranieri in giro in quanto non amavano la confusione delle domeniche aperte. In piazza della Repubblica vi erano ancora i segni della notte precedenti, gli operai stavano smontando le attrezzature che avevano permesso di trasformare la piazza in una grande discoteca. A giudicare dalla quantità di bottiglie vuote per terra doveva essere la festa di qualche russo. Ripensò a quando era giovane ed ai capodanni in piazza, dove tutti potevano partecipare, cantare ed ubriacarsi liberamente. Vide una mezza bottiglia di champagne aperta in un frigo portale, siccome era quasi mezzogiorno, pensò ad un aperitivo gratuito e clandestino, in centro i fiorentini non potevano né bere né mangiare senza un permesso della Glamor Mentre beveva sentì una voce -guarda questo ladro- uno degli agenti della compagnia s’avvicinava con il manganello in mano. Si girò e lo colpì con la bottiglia in faccia, d’istinto. Lo vide sanguinante che chiamava aiuto alla radio, cazzo l’ho fatta grossa pensò e cominciò a correre verso piazza Duomo. Quattro guardie tentarono di sbarragli la strada, le vide in tempo e puntò verso via Tornabuoni, doveva arrivare sui lungarni e buttarsi in acqua. Chi colpiva una guardia, oltre la detenzione, rischiava di dover lavorare gratis fino a dieci anni per la compagnia. Mentre vedeva le spallette dei lungarni, si ritrovò a terra, con sopra una guardia che rideva, felice per lo sgambetto riuscito. Prese una manganellata in faccia, ma riuscì a colpirlo ai testicoli e riprese a correre. Mentre stava per buttarsi in Arno s’alzò tutto bagnato, cazzo le delegazioni cinesi sono peggiori bevono come matti ed io con loro. Guardò la sveglia, meno male che domani è domenica e non devo pensare a come far quadrare il bilancio del comune. Mi alzerò con calma ma devo ricordarmi di pubblicare le foto con i cinesi su facebook o meglio su instagram?


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SCENA&RETROSCENA

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Cimbelino

di Caterina Liverani caterinaliverani@virgilio.it

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ultima fase della carriera William Shakespeare è quella che i critici indicano come quella dei Romances, ovvero una serie di opere teatrali di difficile classificazione per la loro ricchezza di personaggi, per la accentuata compresenza di tragico, comico e grottesco e per le frequenti dilatazioni temporali. Pericle, Cimbelino, Timone d’Atene, Racconto d’Inverno e La tempesta questi i drammi romanzeschi composti dal 1608 al 1612 nei quali gli elementi narrativi si trovano, in alcuni casi più di altri, a superare le potenzialità scenico\drammaturgiche. Cimbelino (1610) è un esempio perfetto della commistione di generi e della molteplicità di registri delle opere di questo periodo. Sullo sfondo del conflitto tra l’omonimo re di Britannia e Roma che culmina con la sua sottomissione a Cesare, Cimbelino più che un’opera teatrale presenta le caratteristiche di una fiaba nera per adulti, con veleni e pugnali, insieme ai più classici ingredienti del romanzo di formazione: eroismo, esilio, abnegazione e agnizioni finali. La storia parte con una situazione di conflitto fra i personaggi principali già in atto: Imogene, figlia di primo letto di re Cimbelino, ha sposato Postumo, un nobile sempre vissuto a corte del quale si era innamorata fin dall’infanzia, provocando l’ira del padre che sperava di darla in sposa allo stupido e rozzo Cloten, figlio di prime nozze della regina. Postumo costretto alla fuga, dopo aver lasciato alla sua sposa un bracciale come pegno d’amore, arriva a Roma dove cade vittima delle provocazioni di Iachimo, un perfido italiano che con l’inganno infanga l’onore della devota Imogene che, per scampare alla morte è costretta a fuggire dalla corte vestita da uomo per poi ritrovare in modo casuale i fratelli Guiderio e Arvirago che erano stati rapiti quando erano ancora nella culla. Procedendo attraverso scambi di persona, efferati delitti, ritrovamenti di corpi decapitati, pozioni letali, divinità che scendono sulla terra e una guerra che continua ad incombere la complessa e affascinante trama di Cimbelino si dipana in un continuo alternarsi di registi nel quale trovano posto accanto alla nobiltà d’animo e al coraggio, un erotismo brutale ed esplicito che riconduce ad una delle sue fonti: la nona novella della seconda giornata del Decameron di Boccaccio. Nella numerosa schiera di personaggi messi in scena dal romance spicca una delle eroine più “mature” uscite dalla penna di Shakespeare: la fedele Imogene che vessata dal fratellastro, odiata dalla matrigna, ripudiata dal suo stesso padre e calunniata dal vile Iachimo riesce a chiudere il cerchio delle sue sventure con un lieto fine nel quale se i malvagi sono puniti con

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L’ultima fiaba nera di Shakespeare la morte, i colpevoli hanno il coraggio di confessare e i giusti sono in grado di essere riconosciuti, lei può finalmente ricongiungersi con l’uomo che ha amato, scelto e sposato contro il parere di tutti, riuscendo nell’impresa nella quale le sue “sorelle” Desdemona, Giulietta e Ofelia avevano fallito.

PIANETA POESIA

Vita di Quartiere di Franco Manescalchi novecentopoesia@gmail.com

l 30 giugno 1958 apparve in libreria il primo numero di Quartiere. L’editoriale non firmato, ma come sempre in seguito redatto da Giuseppe Zagarrio, pone precisi punti fermi fa tradizione e rinnovamento. Non più, dunque, i Maestri ermetici che sui loro periodici lasciano qualche spazio, per affinità, alle giovani promesse, ma un gruppo di poeti che danno vita ad un progetto editoriale e di laboratorio che vuole dialogare, alla pari, con i poeti formatisi negli anni 30 e con quelli del nuovo establishment, come conferma l’editoriale del secondo numero, (dove intanto Lamberto Pignotti, si misura con una Lettera con Oreste Macrì). Quartiere fu inizialmente redatto da Giuseppe Zagarrio, Gino Gerola (che ne era il direttore) , Sergio Salvi e Lamberto Pignotti.e divenne la più importante rivista fiorentina del Secondo Novecento da cui prese le mosse, fra l'altro, la Poesia Visiva.e che dialogò con Pasolini, Fortini, Luzi, Bigongiari, etc. Fu Oreste Macrì a indirizzarmi a Quartiere. La mia amicizia con Gino Gerola risale al 1959, quando presi contatto con la redazione. Abitava, ricordo, in via delle Panche, in un quartiere al piano terra tirato a lucido dalla moglie Rita che gli stava continuamente a fianco. Durante il primo incontro estrasse, da un cassetto della scrivania, il dattiloscritto del poemetto

La valle che poi avrebbe pubblicato. Fu un atto di considerazione nei miei riguardi che continuò poi nel tempo quando dalla poesia passò alla prosa e mi chiedeva consiglio sul taglio della scrittura. A partire dal 1961, quando tornai dal servizio militare, ci incontravamo periodicamente nella mansarda di Giuseppe Zagarrio per le riunioni di redazione della rivista ed io, nonostante il mio noviziato, davo il mio contributo progettuale aprendo ai giovani e alla Storia. E, a dire il vero, il mio apporto assurse ad una sua evidenza anche scrittoria. Ricordo che una sera, nel riscontrare l'attenzione che la rivista trovava, Zagarrio fece presente che Giansiro Ferrata, redattore di Paragone, aveva manifestato apprezzamento per lo stile e il contributo al rinnovamento che emergeva dai miei scritti. In queste riunioni, in mansarda, prima di iniziare, era nostra consuetudine

ascoltare dischi di De Andrè, di Ignazio Buttitta e conversare sugli eventi da prima pagina. A volte, dopo avere programmato materiale per il numero in preparazione, uscivo con Gerola, facendo un tratto di strada insieme. In effetti, da uomo di montagna, egli era un grande camminatore, e negli anni a seguire, notai che era sua consuetudine rientrare a casa, anche di notte, dopo un incontro di lavoro, di passo lesto, a volte accompagnato dall'amico carissimo Giovanni Frullini. Ma le riunioni sindacali (Gerola, negli anni ’70, divenne segretario del SNS) sì tenevano nella sua casa di via degli Artisti ed è lì che si intrecciarono maggiormente i miei incontri, sempre affiancato dall'inseparabile Rita. Quella divenne per me, nei limiti dell'ospite, una seconda casa condividendo con lui la passione a conoscere e catalogare le riviste di letteratura militante. Non a caso nelle 1966 avevo collaborato ad un numero della rivista Regione, redigendo un panorama dei periodici che, a partire dal 1945, avevano dato a Firenze un volto di grande rilevanza nazionale. Ed è proprio a partire da quella collaborazione, da quell'impegno a rilevare la consistenza di una cultura non marginale che alcuni anni fa mi sorse l'idea di redigerne una nuova pubblicazione. Quando comunicai a Gerola, per telefono, questo progetto egli mi rispose con voce stanca: “Ormai...fallo tu…”, lasciò il discorso sospeso e mi invitò ad andare avanti. L'anno dopo se ne andò, ma rimase per me, insieme a Giuseppe Zagarrio, un grande uomo, come Quartiere è rimasta una grande rivista.


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di Arianna Marchesani

Foto di Arianna Marchesani

ariannamarchesani@virgilio.it

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l primo sguardo di un disattento osservatore, i ritratti esposti potrebbero apparire come l’ennesima serie di scatti glamour, piacevoli per la delicatezza delle tonalità pastello, ma che si limitano alla presentazione di una collezione di moda. Tutto cambia dopo una riflessione sul titolo scelto per quest’opera: Il Vaso Ermetico. Il significato profondo su cui è fondata questa serie di scatti va ricercato lontano, nella tradizione alchemica che, in tutta sincerità, ignoravo fino a questo momento. Il Vaso Ermetico acquista il significato di Luogo in cui la nostra anima risulta isolata da ambedue le realtà, sia quella corporea esterna che quella spirituale, come ci spiega lo studioso McLean nell’opera “Il vaso alchemico come simbolo dell’anima”. Poche semplici informazioni riescono a stravolgere l’idea superficiale che può distrattamente sorgere nella mente di un osservatore “occasionale”. In ognuno di questi ritratti va ricercato intimamente un esercizio meditativo in cui è evidente una intrigante coesistenza tra componenti maschili e femminili. Questo processo introspettivo di cambiamento interiore è stato sottilmente ritratto dal fotografo Ruggero Lupo Mengoni. E’ riuscito a rendere evanescente ogni traccia del confine di questo dualismo materia-spirito attraverso sguardi iconici e trasognati in una realtà onirica, creata dai tessuti preziosi e dalle tonalità morbide della collezione Guen della designer Daniela Fiorilli. Un forte simbolismo è riconoscibile anche nella scelta di questo marchio: un utero stilizzato, inteso come luogo in cui sperimentare e generare nuove ed inconsuete forme e tessuti. Le caratteristiche stilistiche di questa collezione emergono però chiaramente solo quando il nostro occhio riesce a divincolarsi dagli sguardi magnetici presenti in ogni singolo ritratto esposto. Un progetto collettivo dunque, all’apparenza criptico e ammiccante, ma che nasconde una molteplicità di significati. L’ambientazione contribuisce in modo determinante ad arricchire di significati questo progetto collettivo del Vaso Ermetico. Eclettico, in Borgo San Frediano 44 A/R, si propone come un prezioso spazio incubatore di idee ed un mezzo per conoscere e leggere la realtà attraverso la creatività e la ricerca in campo artistico. Un luogo nato dall’incontro di due giovani artiste: la fotografa concettuale Virginia Panichi e la restauratrice Eleonora Banchi. Questo spazio presenta ambientazioni associabili a quelle di una varietà di eleganti soggiorni dal gusto raffinato. E’ interessante dunque assistere a questa contaminazione tra le diverse arti che trasformano una esposizione di fotografia in un vero e proprio percorso interattivo che coinvolge tutti i sensi. In questo spazio espositivo gli scenari presto cambiano. Si passa ad un laboratorio di restauro di opere antiche e moderne, ad una stanza ricca di sculture, oggetti scenografici e opere d’arte, ad un salotto-vetrina. Uno spazio da scoprire ed apprezzare.

Il vaso ermetico Una mostra a Eclettico Spazi d’arte di Firenze

MINUTAGLIE

Foto dall’archivio Roberto Minuti

La bocchetta della verità


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LUCE CATTURATA

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Notturni urbani di Sandro Bini www.deaphoto.it

Sandro Bini - Isolotto - Firenze 2011

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Firenze 2004-2013 Il brivido lungo e misterioso della notte in cittĂ 


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ANTIQUARIUM

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di Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it

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arta Cimò è una giovane “restauratrice”, diplomata all'Opificio delle Pietre Dure, famosissima scuola fiorentina di restauro. Interessata all'arte e ai tessuti pensò perfetta questa complessa via, nel completarla ha trovato un grande amore: gli Arazzi. Marta ha preparato la tesi di Laurea su “L'assalto finale a Gerusalemme” grande arazzo, esposto fino all'81 al Bargello, da allora conservato nei suoi depositi. Per un anno intero ha studiato questa enorme opera, 16 m2, progettandone un eventuale percorso restaurativo, proseguendo il lavoro iniziato dalla tesi di un'altra studentessa. Per una serie di favorevoli circostanze e contrariamente a tanti altri casi di restauri studiati e mai attuati, questo è stato davvero compiuto. Quando l'arazzo finito è stato portato via dal Laboratorio per essere messo in mostra al Bargello, Marta ha pianto, 5 anni di lavoro, circa 10.000 ore, anche se non tutte sue, strutturano un grande legame! “ Un percorso di meraviglia” titola la mostra di preziosi oggetti restaurati dall'Opificio di cui “L'assalto finale ”costituisce l'opera più complessa e grandiosa. La meraviglia inizia per me su per le antiche scale che conducono alla Sala delle Bandiere nel “camminamento di ronda” di Palazzo Vecchio, sede del Laboratorio di Restauro di Tappeti e Arazzi. Fra i merli di pietra, proprio sopra il capo dei nostri monumenti, si ammira un panorama mozzafiato, se si abbassano gli occhi “il Biancone” si staglia nei “buchi” del pavimento da cui forse si gettava olio sui nemici ... Il laboratorio è stato spostato qui dai locali delle Vecchie Poste per non stressare con troppi movimenti i grandi arazzi di Palazzo Vecchio, opera del Bronzino, bisognosi di cure. Altra meraviglia conoscere Clarice Innocenti, determinata e combattiva Direttrice del Laboratorio e Gianna Bacci, esperta di tecniche di intervento, unica restauratrice interna. Si entra in una grande stanza a tetto, spoglia se si vuole, occupata da tavoli chiari, accorpabili e progettati apposta per accogliere arazzi da restaurare, ai loro lati piccole mattonelle estraibili consentono di fare il vuoto nel punto preciso in cui la restauro-ricama-filatrice, in scomodissima posizione semipiegata, lavora, questo per non lasciare a lungo senza appoggio le parti non coinvolte; questi capolavori sono delicati. Da una parte c'è una grande vasca, gli arazzi da lavare vengono immersi, appoggiati su reti a nido d'ape, in una soluzione di acqua e tensioattivo, sopra può scorrere un ponte mobile da cui gocciola piano altra acqua e su cui può stare chi osserva, tutto sempre con leggera accortezza, perché gli arazzi sono antichi, stanchi, bellissimi e devono essere maneggiati con grande cura e rispetto. Si asciugano sdraiati su queste fitte reti. Clarice Innocenti ci parla di quanto scarsa sia la cultura dell'arazzo qui da noi, di come essi vengano ritenuti a volte un po' come “stracci” polverosi, con poco assetto e scarsa cromia, di come siano pochissimi lì al laboratorio ed anche di come siano assenti finanziamenti adeguati a mantenere un enorme e splendido patrimonio, testi-

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Foto di Giacomo Gandossi

Il grande arazzo della presa di Gerusalemme

Marta Cimò

PUÒ ACCADERE

Affari d’estate

mone della abilità artigianale ed artistica dei nostri avi di cui, a fatica, la scuola di Formazione prosegue e mantiene se non il fuoco creativo almeno la fiammella artigianale. Continua dicendo che ci sarebbe fra i giovani grande interesse per elevate attività manuali cui non corrisponde analogo investimento progettuale e capillare. La conservazione delle opere d'arte ben fatta potrebbe vanificare molte necessità di restauro evitando un po delle eterne discussioni “Restauro sì-Restauro no” che tanto appassionano gli storici dell'Arte. Che gli arazzi sono delicati, ai loro tempi, tutti lo sapevano, li appendevano in occasioni particolari e poi li arrotolavano e li riponevano in guardaroba. Stare appesi a lungo provoca loro un pericoloso stiramento delle fibre, essere poi in sale aperte al pubblico li espone ad inevitabili variazioni di microclima, se, ad esempio, entrano persone un po' bagnate aumenta l'umidità, questa gonfia le fibre che poi si sgonfiano improvvisamente, ginnastica del tutto insalubre. Luce e polvere li scoloriscono e consumano. Ordinati pacchetti di odorosa canfora accompagnano gli arazzi ovunque, li proteggono dalle tarme, sono di lana per lo più, anche se “i punti luce” spesso sono ottenuti con fili di seta. Da una parte, cassettiere piene di rocchetti di filo dalle infinite nuances, da un lato di lana, dall'altro di seta. C'è anche un minilaboratorio chimico in cui vengono preparati i colori; prima li si faceva con sostanze naturali, tipo indaco e cocciniglia, ma risultavano meno affidabili e più soggetti a viraggio. In un ordinatissimo archivio vi sono circa 3000 schede con “ricette” di colori scritte a mano, in bellissima calligrafia, da una sola persona. Un Percorso di Meraviia!

di Susanna Stigler susannastigler@gmail.com

Firenze, Luglio 2013


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di Cecilia Chiavistelli cecilia.chiavistelli@gmail.com

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lle Reali Poste a Firenze è stata presentata al pubblico l’opera donata dall’artista torinese Giulio Paolini agli Amici degli Uffizi, in occasione del ventesimo anno di attività. L’associazione si è formata nel luglio del 1993, dopo il tragico attentato in via dei Georgofili del 27 maggio 1993. Di ispirazione concettuale, Giulio Paolini sviluppa la sua ricerca fin dai primi anni sessanta e presto riceverà consensi e riconoscimenti per l’originalità del suo lavoro, diventando uno degli artisti più all’avanguardia a livello nazionale e internazionale. Presente alla cerimonia fiorentina ha accettato di rispondere ad alcune domande. Lei è un maestro dell’arte contemporanea… Questo lo dice lei. Anche per un fatto di età. Ho abbastanza anni per non sottrarmi a questo titolo. Può parlarmi di questo trittico “Fuoriquadro (Autoritratto)” che lei ha donato agli Amici degli Uffizi? È un autoritratto un po’ fuori schema perché sottrae all’area centrale della rappresentazione la figura che di solito è lo spazio del ritrattato. Si svolge invece, in quella triplice successione di superfici, un qualche cosa che sembra non assestarsi, per cui la figura di destra (nel quadro a destra del trittico) che guarda verso di noi o verso il centro dell’opera cerca di tenere, come dire, sotto controllo, ma più che lo sguardo della figura che sta sulla destra è importante, anzi presente, la parte centrale dove dal punto centrale si dipartono le diagonali in rosso che rappresentano il dimensionamento dell’opera in generale e che sembra essere lo sguardo dell’opera. Cioè anziché lo sguardo nostro verso il ritrattato o del ritrattato verso di noi, quello che viene fuori è il raggio che dal centro parte verso di noi e quindi sembra sostituirsi allo sguardo della figura. Invece è lo sguardo dell’opera. Lei ha scritto: “Ancora una volta, mi preme riflettere e sottolineare la mia particolare concezione della figura dell’artista, non inteso come individualità autonoma e originale ma come interprete perenne e impersonale di uno stesso immutabile ruolo: soggetto insostituibile, eppure invisibile, assume nomi diversi in epoche diverse. Presenza/assenza centrale nell’orbita ininterrotta della genealogia che presiede alla storia dell’arte: storia come “conservazione della specie (della bellezza)”, nella contesa senza fine tra “l’essere e il non essere” dello stare al mondo.” Un riferimento al neoplatonismo? Sì in modo dilettantesco, non sono uno specialista, ma quello è quanto riesco a capire, a prenderne possesso, il filone intellettuale che più appartiene, a quello che io cerco di fare come artista. Ci sarà nel prossimo futuro un incontro qui a Firenze dove lei parlerà del suo lavoro in generale e della sua poetica? Penso di sì, perché a settembre il mio lavoro verrà collocato proprio nel Corridoio Vasariano per cui ci sarà senz’altro motivo di una mia prossima visita.

L’autoritratto fuori dal quadro VISIONARIA di Simonetta Zanuccoli simonetta.zanuccoli@gmail.com

A Parigi il Comune commissiona a vari artisti deliziosi trompe-l'oeil dimensionati alle misure della facciata. Come quasi sempre, anche in questo caso è difficile capire dove finisce la realtà e inizia la poesia.

Finzioni parigine


C Le storie di Pam U O

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NUVOLETTE

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www.martinistudio.eu


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SU DI TONO

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I suoni della creatività giovanile

di Laura Manescalchi laura.manescalchi@hotmail.it

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entiamo spesso utilizzare il termine “musica” in contesti vari e diversi, dalle canzoni all’ambient music, dalla musica classica alla musica di consumo. Seguo da molti anni quest’arte, definita appunto l’arte dei suoni e spesso mi domando dove sia rimasta la vera Ars, ovvero la capacità di trasmutare attraverso il mezzo sonoro l’interiorità dell’uomo e di metterla in contatto con l’Anima del Mondo. Faccio questa premessa perché fin dall’antichità la musica era considerata “magia”, era un mezzo che dava la possibilità di connettere il visibile con l’invisibile. Che cosa ci offre la musica di oggi? La riflessione che ciascuno può fare mostra un quadro chiaro: la musica offre principalmente divertimento, esaltazione del “sentimento”, nostalgie del passato, esibizionismo o esercizio accademico. Da alcuni anni lo sforzo che facciamo è di riscoprire la natura magica della musica, aiutare i giovani ed i giovanissimi a comporre i loro brani, a ideare le loro opere. Perché in primo luogo tutto nasce dal pensiero. Il risultato è veramente sorprendente: la composizione non e’ riservata a pochi eletti, appartenenti al passato, ma può essere sviluppata da molti, ognuno con i propri mezzi tecnici ed espressivi. Ho avuto il piacere di ascoltare decine di “prime esecuzioni” di giovani allievi che hanno riscosso grande apprezzamento. La caratteristica è che ognuno scrive la propria musica, in base alle inclinazioni personali: composizioni in stile celtico, medioevale, orientale, contemporaneo… L’insegnate può fornire accorgimenti tecnici, consigli su quali scale utilizzare (pentatoniche, modali, esatonali…) producendo sempre un risultato unico e soddisfacente per ogni allievo. Ci rendiamo conto che se usciamo dagli automatismi della vita quotidiana e ci poniamo ad ascoltare i suoni e come essi riverberino nella nostra immaginazione, possiamo certamente creare la nostra musica, utilizzare il nostro strumento anche come mezzo di conoscenza di Sé e come espansione di noi stessi. Durante i vari anni di lezioni abbiamo sperimentato che quando ad un nuovo allievo diciamo di ideare un proprio brano, la prima reazione è di incredulità. “Non mi riesce!” è la prima risposta. Attraverso un primo passo con improvvisazioni guidate sulle scale già citate e attraverso il principio della conferma e/o della negazione dell’idea, nascono degli spunti buoni. Successivamente occorre sottolineare il valore del silenzio tra un’idea e l’altra, l’importanza di ascoltarsi senza giudicare il “bello” e il “brutto”. Sono molti i passi che si fanno dopo il primo approccio, anche se il momento più bello è quando un giovane musicista si rende conto di avere il potere e la capacità di creare musica. In fondo l’uomo attraverso il pensiero crea, e credo che oggi sia importante far capire ai giovani che pensando e ascoltandosi possono essere partecipi di una creazione artistica e musicale. Per informazioni sulle nostre attività www.anima-musica.com

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Anima Musica ODORE DI LIBRI

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l’avvento dell’uomo antidiluviano

di Alberto Favilli favilli1975@libero.it

Una delle grandi avventure intellettuali e scientifiche dell’Ottocento europeo fu la scoperta dell’antichità dell’uomo e la nascita di specifici studi su preistoria e protostoria umana. Per il naturalista francese Cuvier la storia della Terra era stata caratterizzata da una serie di catastrofi naturali che di volta in volta annullavano il patrimonio biologico del pianeta: secondo questa idea, l’uomo era successivo all’ultima delle catastrofi, identificata da molti con il diluvio biblico. Alcuni geologi e paleontologi, tuttavia, avevano sostenuto la tesi dell’esistenza dell’uomo già nel Pleistocene, l’era geologica che ha preceduto l’attuale, Olocene. L’ipotesi della contemporaneità dell’uomo ai grandi animali dell’età ‘antidiluviana’, i cui resti fossili sono ben noti ai cultori di paleontologia, fu formulata nel 1847 dal francese Boucher de Perthes, ma la conferma scientifica giunse nel 1859 con gli scavi condotti dai geologi inglesi Falconer e Prestwich e dall’archeologo Evans alla Brixam Cave in Cornovaglia, che portarono alla scoperta, in strati pleistocenici, di manufatti umani associati a resti ossei di specie estinte. Nel medesimo anno il biologo inglese Darwin pubblicava The Origin of Species, manifesto della teoria evoluzionistica, con il

quale dimostrava come le specie animali e vegetali si fossero originate attraverso un processo di “discendenza con variazione” da un antenato comune. In questo modo si accoglieva una delle implicazioni più discusse delle prime ricerche sulle mutazioni degli organismi viventi, formulata dal naturalista, zoologo e botanico francese Lamarck in aperto contrasto con la visione creazionista: la derivazione dell’uomo da una scimmia antropomorfa. In questo panorama di studi, l’Italia si caratterizzò per essere il paese dove più veloce fu l’istituzionalizzazione di una nuova disciplina, la “paletnologia”, inaugurata con uno specifico programma di ricerca posto sotto il segno dell’etnografia comparata, in esplicito affrancamento dalle tre discipline maggiori del tempo, geologia, archeologia e antropologia. La rapidità del processo fu davvero sorprendente: poco

più di tre lustri trascorsero dall’avvio dei primi studi sistematici nel 1860 alla fondazione del Museo Preistorico-Etnografico di Roma nel 1875 e alla creazione della cattedra di Paletnologia all’Università di Roma nel 1877, affidata al Pigorini, prima al mondo e unica fino al 1902. Come fu possibile la così precoce istituzionalizzazione di una disciplina preistorica in un paese dove la presenza delle antichità classiche e del pensiero cattolico si avvertiva in modo maggiore che nel resto d’Europa? A questa domanda offre una esauriente risposta Massimo Tarantini nel libro intitolato La nascita della Paletnologia in Italia (18601877), edito per i tipi de All’Insegna del Giglio. La tesi principale dell’Autore è che a determinare il rapido successo della nuova disciplina in Italia fu la contingenza tra preistoria e attualità politica, un legame che ebbe una doppia valenza. Da una parte, le ricerche evoluzioniste, entrate in aperta contraddizione con il dogma biblico, divennero parte della più ampia tensione tra laicismo e cattolicesimo e contribuirono alla costruzione di un’identità nazionale in opposizione ai modelli che guardavano a Roma antica. Dall’altra però, secondo un fenomeno tutto italiano, il radicato municipalismo individuò nella preistoria, e in particolare nello studio delle popolazioni protostoriche della penisola, uno strumento per valorizzare le tradizioni locali e per contrastare alcuni esiti del processo risorgimentale, in primis il rischio di ‘piemontesizzazione’ delle identità locali.


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PARIGI VAL BENE UNA FOTO

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di Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it

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Un pastis ed una informazione, s’il vous plait. Ho un appuntamento con una bella signora, alta, scura di capelli, con gli occhiali e gli occhi molto chiari. Forse è arrivata prima di me, sono sempre un poco in ritardo… Mi aspetta dentro? Merci, allora il mio pastis me lo potete portare di là, se non è chiedere troppo. Non immaginavo di rivederti qui. No, non mi dire niente, so di essermi comportato male, trés mal. Quanto tempo è passato, sei mesi? No, solamente cinque, mi sembra un secolo. Non mi sono più fatto sentire, non ti ho mai scritto né telefonato, neppure una mail… Et toi non plus. Hai ragione, ma toccava a me muovermi per primo e cercarti. Quando mi hanno detto che eri a Parigi, non riuscivo a crederci. Si tratta di una coincidenza veramente fortunata, ritrovarsi ambedue nella stessa città e nello stesso periodo. Immagino che ci sia un buon motivo per tutto questo. Niente accade per caso, anche se è sempre il caso a governare le nostre vite. Vuoi anche tu un pastis? Sì, ho ricominciato a bere, ma non troppo, e non mi sono più ubriacato da allora. Ho ricomin-

ciato anche a mangiare della carne, ma solo ogni tanto. Ed a fare la corte alle ragazze carine ed alle belle signore. Magari non sempre con successo. E soprattutto non le fotografo più, quasi mai. Lo so, dovrei vergognarmi e cercare altre cose nella vita. Qualcosa di più definitivo. Ma

che vuoi farci? Come diceva Brel, il faut avoir bien du talent pour etre vieux sans etre adultes… Io credo di riuscire molto bene ad invecchiare senza diventare adulto, forse questo talento lo possiedo per davvero. Ma non è una grande consolazione, alla fine. Rimarrò a Parigi

Rendez vous

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solo per un paio di settimane. Per lavoro? Non proprio, sto seguendo un mio progetto fotografico. E quasi un gioco, non è una cosa importante. Del resto non ci sono delle cose veramente importanti nella mia vita. E’ tutto molto provvisorio, evanescente, immateriale. Vivo di immagini, e non di cose concrete. Ma dimmi qualcosa di te, piuttosto. Quando mi hai detto di avere una figlia, qui a Parigi, non sono riuscito a rendermi conto della situazione fino in fondo. La notizia mi ha fatto capire alcune cose di te, ma mi ha fatto anche nascere molti dubbi e molte incertezze. Mi ha spalancato davanti agli occhi una voragine di cui non riesco a valutare l’ampiezza e la profondità. Ho capito di conoscerti così poco, nonostante tutto. In realtà nessuno riesce mai a conoscere gli altri fino in fondo. Se sei tornata a Parigi dopo tanti anni, ci deve essere un motivo serio. Forse si tratta proprio di tua figlia. Non conosco niente della tua storia né della sua, ma ti prego di raccontarmi tutto. Ti sono molto affezionato, lo sai, e mi sento profondamente in debito con te. Farò qualsiasi cosa per aiutarti. Per una volta, vorrei potere essere io ad aiutare te

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La logica dell’arte binaria di Chiavacci a cura di Aldo Frangioni aldofrangioni@live.it

Gianfranco Chiavacci (Pistoia, 19362011) è stato un maestro della sperimentazione veggente, un ricercatore sfrenato che per cinquant'anni ha lavorato sui codici iconografici e sui temi concettuali dietro l’approccio scientifico, concentrando i maggiori sforzi tra fotografia e pittura. Chiavacci ha sempre abitato e lavorato in Toscana. Autodidatta, ha creato le prime opere dalla seconda metà degli anni ’50. Verso il 1962 iniziò a frequentare i corsi IBM per programmatore di elaboratori elettronici. A livello locale ha avuto un lungo rapporto di amicizia e collaborazione con l'artista Fernando Melani. A Firenze ha frequentato l'ambiente della Galleria Numero di Fiamma Vigo, luogo di rilevanti dibattiti sui temi della sperimentazione. In questo periodo avvenne lo scatto dell'interazione tra ricerca artistica e teoria attorno alla programmazione sugli elaboratori elettronici. Ha scritto Aldo Iori: “L’opera di Gianfranco Chiavacci è frutto di cinquant’anni di serio lavoro artistico condotto con costanza e tenacia intorno a nodi cruciali del linguaggio e del pensiero contemporaneo. Le opere prodotte sono moltissime, a tutt’oggi quasi duemila e spaziano dalla pittura, realizzata con eterogenee tecniche classiche e sperimentali, a opere tridimensionali vicine alla scultura, da sperimentazioni materiche a indagini fotografiche, da piccoli libretti a diffusione limitata a episodi classificabili

come mail-art.” Chiavacci ha stabilito alcune coordinate per l'invenzione autentica. A suo parere bisognava eliminare il riferimento al sé pensante in un indecifrabile solipsismo o al sé storicizzato; di contro era necessario alimentare le conoscenze positive che trasformano il mondo e l'uomo in esso. In questa formula è la binarietà (la logica a due stati, da non confondere con la dualità o il dualismo) che diviene tecnica-processo per creare e indagare il mondo formale attinente la bidimensionalità. Si tratta di valutazioni radicali che nascevano nei primi anni Sessanta: a lunga distanza possiamo confermare l’intuizione dell’artista toscano rispetto ad un futuro che

avrebbe ragionato sempre più con una logica binaria. In parallelo alla ricca produzione di opere, Chiavacci ha de-

BIZZARRIA DEGLI OGGETTI

Radio Spagna Dalla collezione di Rossano a cura di Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it

Radio spagnola degli anni 40, in radica di noce, con intarsi di legni vari, in particolare alcuni di prezioso "bois de rose"; i pomelli sono in bachelite. Sulla scala delle stazioni sono elencate oltre alle principali città spagnole, varie città dell'Europa, dell' America, Nord Sud e Centro,e addirittura di Australia e Cina . Perfettamente funzionante ...ça va sans dire...

dicato ampio spazio all’approccio teorico, alla diffusione dei presupposti che muovevano le azioni pittoriche e fotografiche. Ha scritto diversi testi analitici, fornendoli e inviandoli per posta alle persone che potevano apprezzarne il valore. Ha anche elaborato libretti tra la funzione teorica e l’atto creativo. Per lui era fondamentale la comunicazione nel sistema dell’opera, anche qui anticipando l’approccio odierno di molti artisti. La mostra di Spoleto fa parte di un doppio progetto espositivo: dopo la tappa estiva sulla pittura, sarà Palazzo Fabroni (Pistoia, primavera 2014) a dedicare un’ampia antologica all’opera fotografica di Chiavacci.


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PECUNIA&CULTURA

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di Simone Siliani s.siliani@tin.it

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e cronache quotidiane dal mondo dei beni culturali ci restituiscono un quadro di grande confusione, di sbandamento, come di una nave senza nocchiero sbattuta dai venti e dalle correnti del tempestoso oceano, senza una chiara direzione. E’ stato così per il caso che ha sfiorato il ridicolo della circolare che, in attuazione di una norma europea, voleva i direttori dei musei lasciare il proprio ruolo ogni tre anni per evitare i rischi di corruzione. Circolare che avrebbe impedito piuttosto la programmazione della curatela che non la corruzione non avendo i direttori dei musei autonomia di gestione amministrativa e che il Ministro Bray ha fatto ritirare in extremis. Poi, sempre per rimanere su terreni di confine con il ridicolo, abbiamo letto l’intervista dell’ex Ministro Bondi su la Stampa dell’8 luglio scorso. Se dall’intervista espungiamo le dichiarazioni folkloristiche ed esilaranti (“Anche un bambino farebbe funzionare il Colosseo e Pompei, se solo se ne usassero le entrate”, oppure “Volevo annunciare le dimissioni un secondo dopo aver ottenuto la fiducia. Ma per il bene del governo dovetti sacrificarmi ancora una volta”), essa rivela un impianto ideologico che si incardina su due assunti: il pubblico si ritragga dall’occuparsi strutturalmente dei beni culturali perché questi non costituiscono un sistema complesso che meriti una politica strategica come si conviene a materia di interesse pubblico e lasci il posto ai privati che soli hanno competenze e dinamismo per poterli valorizzare. Un impianto ideologico che si fonda sulla cultura come risorsa per lo sviluppo economico. Ora, questa ideologia non è appannaggio della destra liberista ma alberga vieppiù in molti ambienti del centrosinistra che pretende di nobilitarla come l’unica soluzione moderna e riformista del settore. Di più, essa è entrata in quel poco di discorso pubblico che si fa intorno ai beni culturali, per cui nell’opinione pubblica questi hanno valore solo in quanto e nella misura in cui producono ricchezza, attirano turismo e, dunque, danno lavoro o rimpinguano le casse pubbliche. I beni culturali così perdono il valore che hanno in sé e se ne riconosce solo quello che è utile per altro. Un amico, insospettabile al proposito, mi diceva giorni fa di essere d’accordo sull’affitto a privati di Ponte Vecchio proprio perché così almeno avrebbe fruttato qualcosa per le casse comunali. Così lo studio della fondazione Symbola e Unioncamere ci spiega che con la cultura si mangia perché esa frutta il 5,4% del Pil e il 5,7% degli occupati del paese; se si considera la “filiera della cultura” comprensiva del turismo la percentuale sul Pil sale al 15,3%. Questi dati potrebbero avere un senso se poi guidassero la politica a logiche conseguenze che sarebbero quelle di investire risorse pubbliche in questo settore che ha un moliplicatore più alto di latri (ogni euro di valore aggiunto investito qui, ne produce – sempre secondo Symbola e Unioncamere – 1,7 sul resto dell’economia). Così,

Beni culturali nella tempesta

ad esempio, i soldi investiti nel Maggio, seppure non consentono l’equilibrio di bilancio della Fondazione, dovrebbero essere considerati un moltiplicatore per l’economia quanto meno della città. Ma così non è, tanto che proprio sotto il di-

castero di Bondi il budget del MiBAC scese dallo 0,28% allo 0,19% del bilancio dello Stato. Quindi una considerazione “utilitaristica”, ancillare dei beni culturali quali leva dello sviluppo economico del paese si è dimo-

STRANIERI INFATUATI

Un libro infatuato di Francesco Calanca francescocalanca@hotmail.com

Il 7 giugno scorso, presso la villa del Palmerino, già proprietà della raffinata anglofiorentina Violet Paget in arte Vernon Lee, è stato presentato il volume curato da Serena Cenni e Francesca Di Blasio Una sconfinata infatuazione, Atti del Convegno Internazionale “Firenze e la Toscana nelle metamorfosi della cultura angloamericana 18611915”. La pubblicazione, interamente consultabile all’indirizzo web www. consiglio. regione. toscana. it/ upload/eda/pubblicazioni/pub3990.pdf , intende investigare l’attività culturale degli espatriati angloamericani nei fatidici anni successivi all’Unità d’Italia nel 1861 e Firenze capitale nel 1865, in un momento in cui il flusso di intellettuali internazionali aumenta in maniera consistente, anche perché incoraggiato dal ruolo che la Toscana ebbe nei movimenti risorgimentali. È proprio Firenze, spiega Serena Cenni, con la sua cultura già aperta a impeti protofuturisti, a rappresentare un baluardo di libertà e a rendere gli intellettuali angloamericani desiderosi di “recepirla, ma anche di difenderla intensamente”. I saggi del volume dipingono un territorio caratterizzato da una tessitura di contaminazioni -più o meno evidenti- che nascono proprio dall’incontro e, talvolta, dallo scontro fra diverse culture.

Ne dà conto Ornella De Zordo, nel suo contributo sulla mazziniana Jessie White Mario, che illustra come molti intellettuali inglesi portassero in Italia un’ideologia spesso liberale e democratica (fu il caso anche di Elizabeth Barrett e Robert Browning). Altri tipi di “scambio” sono quelli dei mercanti d’arte e dei collezionisti, come Janet Ross, studiata da Alyson Price e Irene Campolmi, che testimoniano il desiderio di trasformare la propria dimora in un museo (caratteristica, peraltro, tipicamente britannica soprattutto in età vittoriana); così come fa anche Mabel Dodge a Villa Curonia, che si muove fra Rinascimento e avanguardia futurista, esplorando, scrive Carla Locatelli, “tendenze artistiche contemporanee e innovative, che serpeggiavano nei salotti italo-americani”. Tra i contributi più significativi (purtroppo ci è impossibile citarli tutti), i Sitwell di Mirella Billi, Henry James di Giovanna Mochi, D.H. Lawrence di Stefania Michelucci e E.M. Forster di Francesca Di Blasio, che forniscono esempi interessanti, attraverso un attento studio dei testi letterari, del desiderio di accettazione e integrazione da parte della comunità anglofiorentina e, al contempo, dello sguardo “alieno” degli espatriati sulla cultura toscana.

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strato nei fatti essere perdente o, almeno, non abbastanza convincente per spingere il decisore pubblico a operare di conseguenza. Ciò perché si è perso di vista il senso profondo di cosa cia la cultura e a cosa serva; perché si è creata estraneità fra il significato profondo della cultura e la vita degli italiani, appunto banalizzandola nella forma di business. E’ quanto sostiene il recente Rapporto Annuale di Federculture, “Cultura e sviluppo. La scelta per salvare l’Italia”, che mette in discussione anche la qualità dell’intervento dei privati nel mondo dei beni culturali. Tema che, almeno a parole è ammesso dai pasdaran del privato in cultura, come nel caso di Albino Ruberti (Civita): "occorre manetenere la centralita’ pubblica del patrimonio per quanto riguarda la proprieta’, per la gestione invece va ampliata la collaborazione, non tanto sui grandi siti come il Colosseo o gli Uffizi, quanto piuttosto sui piccoli musei e luoghi culturali di cui e’ piena l’Italia. ... Bisogna solo aumentare la quantita’ e la qualita’ dei servizi nei grandi musei, e in questo i privati possono essere di aiuto allo Stato. Sui musei piu’ piccoli invece va lanciata la sfida ai privati". E quello del ruolo dei privati nei beni culturali sarebbe un tema che, se affrontato seriamente e fuori dalle opposte tifoserie e mantenendo saldi i paletti costituzionali che attengono alla finalità dei beni culturali, varrebbe da solo un impegno di legislatura per un Ministro. Il cui altro impegno programmatico potrebbe essere la riorganizzazione del sistema pubblico di intervento integrato sui beni culturali. Non ci riferiamo qui alla riforma del Codice dei Beni Culturali (per il quale il Governo ha già ricevuto la delega dal Parlamento), bensì all’organizzazione del Ministero, del sistema delle Soprintendenze e soprattutto al circuito – ad oggi inesistente – della governance pubblica che si estende nelle diverse articolazioni della Repubblica, cioè lo Stato, le Regioni e gli Enti Locali. Quest’ultima sarebbe la vera novità rivoluzionaria: riconoscere l’esistenza di questi diversi livelli di governo territoriale del sistema dei beni culturali e regolamentarlo, non per subordinarlo ad un autoreferenziale centro, ma riconoscendone dignità e diversificati ruoli e, soprattutto, concentrandosi sugli strumenti di cooperazione fra le strutture tecniche del Ministero (centrali e periferiche) e quelle delle Regioni (che a loro volta dovrebbero coordinare quelle dei Comuni). Anche questo sarebbe obiettivo di legislatura che richiede determinazione e costanza. Al contrario di ciò che vorrebbe Bondi che auspica la soppressione del Ministero, “attribuendono le competenze all’Interno per gli archivi, all’Ambiente per le sovrintendenze, alla Presidenza del Consiglio per lo Spettacolo”. D’altra parte, che volete, “l’attuale ministero non può occuparsi di tutto, dagli archivi allo spettacolo fino ai Beni culturali e ambientali. Bisogna tornare a com’era prima che lo creasse Giovanni Spadolini”. E, infatti, diremmo che il ministro Bondi ha messo tutto il suo impegno per smontare il Ministero. Ricostruire è affare assai più complesso, ma assai più necessario e urgente.


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SCENA&RETROSCENA

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da un testo di Giancarlo Cauteruccio

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ella tessitura drammaturgica di questo lavoro si innestano le storie di altre tragedie, attraverso la narrazione di due donne contemporanee che hanno avuto la forza e il coraggio di raccontare l’insensatezza della violenza e della sopraffazione: il massacro dei Tutsi nel Rwanda raccontato da Yolande Mukagasana in “Le ferite del silenzio”, e la Cecenia cui ha dato voce Anna Politkovskaja, pagando ogni giorno, fino alla fine, un prezzo altissimo. Questo ponte lanciato tra i secoli, tra il mito e la realtà, ci rende tristemente consapevoli del fatto che Troia continuerà a subire assedi, in altri luoghi e in altri tempi e sotto altri nomi, e per ragioni anche più vili di una moglie rapita. Nello scenario architettonico l’affondo registico si fa più certo, e più doloroso, sulla testimonianza sensibile dei personaggi, interpretati da giovani artiste, affiancate in questa speciale edizione da attrici della scena nazionale che

Crash Troades

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hanno voluto prestare la loro voce e il loro corpo a un'azione dove l'arte del teatro si fa azione politica, denuncia concreta. La recitazione asciutta che a tratti echeggia la monotonia ossessiva dei bollettino di guerra, o di una preghiera tantrica, destruttura il ruolo interpretativo delle attrici restituendo una forma di testimonianza reale dell'esperienza di donne sottoposte a terribili condizioni di sopruso. Qui a Careggi, in questo spazio modernissimo, aperto, in questo luogo di cura, le donne possono rendere ancor pià visibili le proprie ferite, le bruciature sui loro abiti sembrano ancora fumanti, la loro voce ancora più disperata e concreta. Come se dal mondo omerico a oggi il tempo avesse fatto solo una velocissima corsa. Come se dall'architettura dei ruderi archeologici al contemporaneo segno architettonico del nuovo ingresso dell'ospedale fiorentino, non esistesse alcuna distanza temporale. I nomi dei personaggi della tragedia si confondono con quelli delle vittime del 'femminicidio' in un'azione che raduna in un’unica arena, in un solo campo profughi, in una sola trincea sia il pubblico che le interpreti. Crash Trōades è il mondo di Ecuba e delle donne troiane visto con la filigrana dell’emergenza contemporanea, una tragedia che odora di napalm e

Un’azione d’arte contro il femminicidio GRANDI STORIE IN PICCOLI SPAZI di Fabrizio Pettinelli pettinellifabrizio@yahoo.it

“La Repubblica” dà notizia della prossima uscita di un film diretto da George Clooney: “The Monuments Men”, dedicato alla storia (vera) di un reparto dell’esercito americano al quale Roosevelt aveva affidato il compito di salvare le opere d’arte depredate che i nazisti volevano distruggere per nascondere almeno in parte i loro crimini. Firenze, come al solito, era un passo avanti. Rodolfo Siviero era nato a Guardistallo nel 1911; trasferitosi bambino a Firenze, si era laureato in Storia dell’Arte e aveva aderito con convinzione al fascismo, tanto da entrare, nel 1934, nel SIM (Servizio Informazioni Militari), Nel 1937 Siviero viene inviato a Berlino, sotto la copertura di borsista di storia dell’arte, per raccogliere informazioni dirette sul regime nazista. . Dopo l’8 settembre Siviero entra nella Resistenza e, per la sua attività antifascista, viene imprigionato e torturato a Villa Triste per due mesi dagli sgherri della banda Carità, senza che dalla sua bocca esca una sola parola che possa tradire i compagni di lotta. Tornato in libertà, inizia a monitorare l’attività del Kunstschutz, il corpo militare nazista voluto da Goering che, formalmente, aveva il compito di proteggere i tesori artistici dai danni della guerra, ma che, di fatto, si

Via Fra’ Giovanni Angelico

Un angelo del bello occupava di saccheggiare i musei di tutta l’Europa occupata, in particolare l’Italia. Grazie ai suoi contatti viene a sapere che il Kunstschutz si prepara a trafugare dal convento di Montecarlo, vicino a San Giovanni Valdarno, la preziosissima “Annunciazione” di fra’ Giovanni Angelico.

Siviero non perde tempo: con la complicità di due frati francescani del convento di Piazza Savonarola, riesce ad arrivare al dipinto un giorno prima dei nazisti e a nasconderlo in un posto sicuro fino a guerra finita. Subito dopo accorre a Fiesole: travestito da ufficiale repubblichino requisisce tutti i dipinti lasciati nella sua villa da De Chirico, costretto a fuggire per la moglie ebrea, e li nasconde in un deposito della Sovrintendenza Fra il 3 e il 25 luglio 1944 i nazisti svuotano gli Uffizi e gli altri principali musei fiorentini e trasportano il bottino in Alto Adige; Siviero, dopo aver combattuto per la liberazione di Firenze, si lancia sulle loro tracce e guida i reparti dell’85esima e dell’88^ divisione americana al loro recupero in Val Passiria. Il 21 luglio 1945 arriva a Campo Marte FS un treno merci di 13 vagoni con le opere d’arte; il giorno dopo il generale Hume, comandante militare alleato, le riconsegna ufficialmente al sindaco Pieraccini, di fronte a una folla di fiorentini in lacrime, quasi fosse tornato un loro parente dato per morto. Nel 1946 De Gasperi lo nomina plenipotenziario per il recupero delle opere d’arte e, ancora nel 1963, Siviero ritrova a Los Angeles due dipinti di Antonio del Pollaiolo. Dalla morte di Siviero, nel 1983, la sua casa del Lungarno Serristori, per suo volere, è diventata un museo

viaggia sul web, cruda come la poesia non è mai stata. Le ragioni del titolo: il greco antico e lapidario di Trōades viene illuminato dai riflessi dei catarifrangenti organici di James Ballard, da quello che resta di “Crash”, dell’incidente (o forse dalla co-incidenza) fertile e inquietante tra la natura umana e la sua metamorfosi, oltre le rivoluzioni postmoderne. Crash Trōades chiama in azione le tecnologie, che con consapevolezza linguistica, concorrono alla messa in scena. L’innesto tra i testi e gli attraversamenti delle immagini, delle sonorità, del canto trascinato fino a diventare rumore, perviene a una trattazione della materia tragica che supera pathos e sentimentalismi. Con questa ulteriore tappa di un progetto, nato nei luoghi urbani della Toscana, si attua un nuovo esperimento in uno spazio concepito con grande maestria dagli architetti e che oggi la direzione dell'Ospedale di Careggi, insieme alla Regione Toscana e alla Fondazione Toscana Spettacolo ci offrono la possibilità di rendere teatro di un forte e significativo incontro. Incontro in cui un numeroso esercito di donne della società civile potrà portare in scena i nomi delle centinaia di vittime della tragedia del femminicidio e comporre un inaspettato grande coro contro questo scempio sanguinario dei nostri giorni. Stasera ore 22.00 Nuovo Ingresso dell’Ospedale di Careggi


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L’ULTIMA IMMAGINE

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Giovane coppia, San Jose, 1974

berlincioni@gmail.com

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni

Tutto il mondo è paese, specialmente quando si tratta di matrimoni. I tempi sono ormai cambiati e anche in Italia ci siamo “tragicamente” avvicinati agli standard internazionali. Oserei dire anzi, e senza timori di smentite, che spesso li abbiamo già superati alla grande. All’epoca i nostri “weddings” erano meno appariscenti per ciò che riguardava la mise dei futuri mariti. Questo era quanto avevo potuto verificare di persona nel giro delle mie conoscenze. Qui siamo a casa di Beth, una compagna di studi di mia moglie che si era appena sposata con un simpatico giovane di origine filippina. L’impressione che ebbi quando li vidi in posa per le foto nel “backyard” di casa loro fu quella di trovarmi al matrimonio del “maître” del ristorante di bordo di una nave crociera diretta verso uno dei molti lidi esotici sulle ineffabili rotte del Mar dei Caraibi.


Cultura Commestibile 38