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uesta settimana il menù è

DA NON SALTARE

La responsabilità delle élites

L’Italia ha un grande elemento di esportazione che è il suo marchio, il suo stile di vita, il suo gusto Luca Cordero di Montezemolo

Focardi a pagina 2

PECUNIA&CULTURA

Pit stop su Ponte Vecchio

la verità su Pompei

Setti a pagina 5

OCCHIO X OCCHIO

Cartier Bresson fotografato

Cecchi a pagina 6

SCENA&RETROSCENA

Chi è il vero mostro?

RIUNIONE DI FAMIGLIA a pagina 4

Una tariffa per tutto

Un cane da fiorino d’oro

Siliani a pagina7


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DA NON SALTARE

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di Giovanni Focardi* giovanni.focardi@unipd.it

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o scorso febbraio si è svolto a Parigi un congresso internazionale dal titolo Faire des choix? Les fonctionnaires dans l’Europe des dictatures 1933-1948. Organizzato dal Conseil d’État e dall’École des hautes études en sciences sociales, l’iniziativa si proponeva alcuni obiettivi tra i quali: mettere a confronto studiosi francesi e di altri paesi con i tecnici, e cioè i pratici (consiglieri di Stato, prefetti, magistrati, ecc.); mettere a confronto studiosi di discipline diverse quali, giuristi, storici di varie tendenze, letterati, filosofi; infine mettere a confronto persone di generazioni diverse: si spaziava dai diretti protagonisti dell’epoca (arzilli 80-90enni), a chi sta per raccogliere il testimone, i giovani allievi dell’ultimo anno dell’Ena, che entreranno in servizio nell’amministrazione pubblica, pronti a percorrere rapide e importanti carriere che sboccheranno sia ai vertici dei ministeri che delle magistrature pubbliche, così come ai vertici delle imprese private (e magari ci sarà chi entrerà nel giornalismo, e altri in politica, come dimostrano i cursus honorum di diversi ex “enarchisti”, tra cui l’attuale presidente della Repubblica François Hollande). Per l’importanza che in Francia riveste l’alta funzione pubblica - vari membri del Conseil d’État sono presenti in ogni governo - il convegno è stato aperto sotto la presidenza effettiva di Hollande. Il quale ha ricordato che in quel “doloroso” periodo i funzionari di quasi tutta l’Europa dovevano scegliere tra “continuare a servire lo Stato oppure obbedire alla loro coscienza” e, riguardo al caso francese, Hollande ha aggiunto che la maggioranza dei funzionari scelse di “fare il proprio lavoro, dunque di correre dei rischi morali e astratti”, e di non “praticare la disobbedienza civile”, e cioè “di esporsi a pericoli fisici e immediati”. Le motivazioni di questi comportamenti sono state descritte da Marc Oliver Baruch che ha dimostrato come la gran parte dei funzionari abbia continuato a servire obbedendo a qualsiasi ordine gli venisse impartito, quasi senza pensarci, proprio a iniziare dai vertici. Da allora si pensi alla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1949 - si sono sviluppate istituzioni e una dottrina che hanno rafforzato i valori “inderogabili”, come pure nuovi principi a difesa dei funzionari, perché oggi questi ultimi di fronte a un ordine manifestamente illegale devono, o dovrebbero, disobbedire. Lo stesso Baruch ha illustrato i temi e la ragione del convegno: “Pensare insieme l’istituzione e l’individuo, l’ethos professionale e il caso di coscienza”, e dunque: come scelsero di comportarsi in un momento di forte crisi i funzionari? Questo il punto di partenza della riflessione allargata nello spazio geografico, come detto, a più nazioni. Un’annotazione sulla cronologia. Va ricordato che dopo la rivoluzione bolscevica del 1917 le élites politiche (e dell’amministrazione pubblica) di diversi Stati nel primo dopoguerra considerarono del tutto plausibile l’opzione del re-

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Quale scelta

gime dittatoriale, vista come una normale possibile scelta tra quelle disponibili; e questo ha indotto alcuni studiosi alla necessità di spiegare meglio le differenze allora esistenti tra i regimi “liberali” (che cosa significasse questo aggettivo di paese in paese) precedenti e coevi alle dittature che si instaurarono tra le due guerre. Comunque il 1933 resta l’anno cruciale, quello che sposta gli equilibri dei regimi europei i quali preferirono da allora sempre di più l’opzione dittatoriale a quella liberal-democratica. Le quattro sessioni erano organizzate in modo speculare tra loro: un presidente che dettava i tempi degli interventi e gestiva la discussione seguente; un’intro-

duzione di carattere ampio che squadernava una serie di punti rispetto a un argomento; due interventi specifici e, a chiudere, un intervento testimonianza che faceva da raccordo tra “ieri” (gli anni 30-40) e l’“oggi”: un “oggi” che di volta in volta erano - ad esempio - gli anni 60 (la crisi della IV République e la perdita dell’Algeria, e il seguente sbarco in pochi mesi di circa un milione di persone sul suolo francese; si immagini con quali problemi economici, sociali, logistici), o i primi anni 80 (l’arrivo al potere degli alleati comunisti di Mitterand, in un periodo in cui la guerra fredda era ancora in pieno svolgimento, e le seguenti perplessità di alcuni alti funzionari che si ri-

Le élites, le dittature e la responsabilità


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trovavano in posti ministeriali sensibili – alla Difesa - a servire politici marxisti) affidati a diretti testimoni di quegli stessi eventi (ex ambasciatori, ex prefetti, consiglieri di Stato, magistrati ordinari). Le sessioni hanno svolto i seguenti temi: Prise du pouvoir et mis au pas. Ogni regime tra le sue prime azioni mette sotto controllo l’apparato dello Stato, esclude alcuni gruppi di funzionari e ne promuove altri costringendoli - tutti - a una sorta di mercanteggiamento. Controllare, selezionare, epurare di volta in volta i “non fedeli”, come gli avversari politici, i massoni, gli ebrei, i borghesi all’est, sia dagli uffici pubblici, che dalla società tout court. Le droit, outil de légitimation ou garde-fou? Poiché tutte le dittature, anche le più sanguinarie, cercano la legalità formale che può essere strumento quindi di legittimazione per loro o, viceversa, di salvaguardia a livello legislativo per i gruppi di persone che finiscono al centro della repressione. Pratiques professionnelles et marges de manœuvre. Ovvero come le pratiche, il saper maneggiare con sottigliezza le procedure amministrative abbia permesso il successo, o il fallimento, di alcune politiche pubbliche, e cioè che lo zelo, finto o reale, di alcuni funzionari sia stato un fattore decisivo per condannare o salvare delle persone. Nonostante quelle dittature e quelle leggi in vigore, si poteva scegliere, dimettendosi per esempio, o cercando di

DA NON SALTARE

Una riflessione dello storico Giovanni Focardi

limitare gli effetti di specifiche norme, utilizzando a tal fine le competenze proprie del gruppo dei tecnici e dei giuristi (in alcuni Stati a fronte di cambiamenti radicali di regimi politici prevalse una certa continuità della cultura giuridica e di quella amministrativa). Personnes, institutions et réseaux: la difficile posture du cavalier seul. Questa espressione necessita di una spiegazione: come le istituzioni pensano, agiscono e reprimono? E come il funzionario agisce in rapporto all’istituzione? Il “cavaliere solitario”, o maverick, è in pratica colui che decide di proseguire per conto suo, o per una sua direzione non coincidente, o contraria, rispetto a quella dell’istituzione di cui fa parte. La difficile posizione, o condizione, era dovuta ai tempi duri che quelle generazioni di funzionari attraversarono trovandosi di fronte a situazioni in cui la scelta se rispettare o meno ordini gerarchici poteva costare non solo il posto in ufficio, ma la vita (la propria, quella dei familiari e quella di altre persone). Una “table ronde” conclusiva ha tirato le fila delle sessioni riassumendo e discutendo i temi emersi. Tra le osservazioni, sintetiche e generali che qui si possono fare, vale la pena di ricordare che il convegno si è focalizzato soprattutto sui vertici della funzione pubblica e un’attenzione particolare è stata data al variegato mondo dei giuristi

poiché tutte le dittature, anche quella nazista, hanno sempre tenuto a rivestire di legalità formale le loro azioni (comprese quelle più efferate). Inoltre merita sottolineare che l’esito finale, ex post, di quel periodo è stata una rinnovata attenzione ai diritti fondamentali, “umani”, che sono oggi codificati nelle costituzioni del secondo dopoguerra: dopo Auschwitz, la dichiarazione di San Francisco consacra “l’inderogabile”, la dignità dell’uomo è riconosciuta come intangibile (o dovrebbe esserlo visto che, ancora oggi, tale assunto è poco rispettato in varie parti del globo). Ad esempio i

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fatti seguiti a Genova 2001 – si pensi non tanto alle vicende della Diaz e di Bolzaneto, quanto alle svariate cause processuali che ne sono derivate - sono qui a contraddirci con una serie di comportamenti omertosi di svariati dirigenti delle forze dell’ordine (sic!) che spesso, nei tribunali, si sono trincerati in difese procedurali all’insegna della “facoltà di non rispondere”, tentando di deresponsabilizzarsi rispetto a quelle efferate azioni-, e sono stati condannati per non aver impedito i reati commessi. E poiché siamo in Italia, ma la questione riguarda tutta l’Europa meridionale e non solo, non dimentichiamoci la profonda trasformazione del diritto marittimo o, meglio, delle regole di soccorso internazionali per le imbarcazioni in difficoltà o in pericolo in mare aperto, che ha visto più di una regressione in ordine ai principi umanitari tuttora vigenti. O, ancora, la lunga scia di accadimenti contrassegnati da un uso sproporzionato della forza (che spesso trasmodava in violenza) commessi da membri delle varie polizie (che il nostro Stato ha ricevuto in eredità dai precedenti regimi) che punteggiano le cronache giudiziarie della penisola. Ci si potrebbe chiedere se un simile convegno sia possibile organizzarlo in Italia. La risposta è no, per più motivi, non ultimi forse quelli legati alle situazioni appena richiamate: anzi tutto non ci sono giovani funzionari che stanno per entrare o che stiano percorrendo una carriera nei vari settori dell’amministrazione pubblica, ed è improponibile tentare anche solo una comparazione tra chi esce dall’Ena e chi dalla nostrana Scuola superiore dell’amministrazione pubblica (non che quelli privati, ad esempio, i tecnici della Bocconi siano risultati tanto migliori, alla prova dei fatti); inoltre i valori repubblicani, che da noi sono in generale scarsamente visibili e che forse si potrebbero tradurre con l’espressione “patriottismo costituzionale” (con una buona dose di approssimazione; più vicina potrebbe essere la dizione di “patriottismo cattolico”, che rinvia ad altri valori), non godono certo di buona salute. Ancora, la cultura (per altro, solo quella giuridica, che di altre se ne è persa la traccia) delle élites amministrative non pare essere interessata ad aprirsi agli altri saperi (e, per altro verso, quanti tra i 35 saggi di recente nomina non sono di formazione giuridica? Come se solo quel “sapere” fosse necessario per risistemare il nostro paese) né gli stessi alti funzionari – salvo qualche rara e meritoria eccezione – sono interessati a conoscere la propria storia e le vicende delle istituzioni a cui appartengono. Una società senza Stato, come pure una “smemorata” amministrazione pubblica dall’insigne faiblesse (e chi non ricorda commette di solito errori), si riconosce anche da questi dettagli. Giovanni Focardi, insegna storia contemporanea all’università di Padova. Gli interventi video del convegno possono essere visionati all’indirizzo: www.canalu.tv/producteurs/ehess/conferences/faire _des_choix_les_fonctionnaires_dans_l _europe_des_dictatures_1933_1948


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RIUNIONE DI FAMIGLIA

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I CUGINI ENGELS

Una tariffa per tutto Aggiorniamo il tariffario del Comune di Firenze. Dopo i 500mila euro per le chiavi della città e qualche restauro e i 200mila per un pezzo di Oltrarno adibito a succursale di Bollywood adesso possiamo sapere quanto vale una serata su Ponte Vecchio: 100mila euro (cena esclusa, quella si paga a parte) più una mancetta di 20mila per rimettere a posto qualche sasso di Santa Maria Novella. Anche se l'affitto ai rombanti motori dei ferraristi stride un po' con l'animo ecociclista di Fonzie Pilato Renzi non possiamo che gioire di questa svolta utilitarista di Matteo, impegnato nel duro compito di salvare città e paese dal barato economico in cui è precipitato. Ecco quindi il nostro listino per i prossimi eventi per valorizzare angoli nascosti della città più bella del mondo: una serata romantica a lume di candela sotto la loggia di Isozaki: 30mila euro più 5mila per assumere un custode che sa il giapponese agli Uffizi. una serata danzante per 100 persone nel cortile del Meccanotessile: 120mila euro più una fornitura di nuovi sanpietrini per sostituire quelli mancanti in via Panzani. una mezza maratona (anche qualche chilometro meno) sul tracciato della linea 2 della tranvia: 200mila euro e 4 tagliaerbe nuovi per i giardinieri. Infine il non plus ultra che solo la top ten di Forbes si potrà permettere. Un consiglio comunale accanto al Sindaco: 1 milione tondo tondo, compreso anche il rinfresco.

Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012 direttore simone siliani redazione sara chiarello aldo frangioni rosaclelia ganzerli michele morrocchi progetto grafico emiliano bacci editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze contatti

www.culturacommestibile.com redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.facebook.com/ cultura.commestibile

Con la cultura non si mangia Giulio Tremonti

LE SORELLE MARX

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LO ZIO DI TROTSKY

Il fiorino d’oro al cane della Colombo L’Odissea del Maggio Ormai la fantasiosa necessità del primo arrivo in città, merita di cittadino più telegenico d’Italia ha, di fatto, trasformato il fiorino d’oro da riconoscimento a cittadini che abbiano portato lustro a Firenze, a foto opportunity nella inarrestabile carriera nazionale di Renzi. Così quest’anno è toccato a Jovanotti, artista di indubbio talento, ma di cui è sfuggito a molti il particolare lustro dato alla città. Come rinunciare, però, al retweet della foto di Jovanotti seduto al posto del sindaco in sala Clemente VII? Dunque venuto meno il criterio del lustro, potremmo abdicare anche a quello dell’appartenenza alla razza umana e premiare il cane di Francesca Colombo, la dimenticabile sovrintendente del Maggio. L’animale con cui la sovrintendente era ritratta nella foto acclusa alla nota stampa inviata ai quotidiani al suo

sicuro il riconoscimento. Intanto perché di fronte ai proclami di “io ci metto la faccia sistemerò il Maggio” lui il muso gli è toccato metterlo davvero almeno sui quotidiani locali. E chissà quante fatiche ha dovuto sopportare mentre la sua padrona non solo non ha salvato il Maggio ma si è messa contro lavoratori, sindacati ed infine pure il suo sponsor, quel sindaco che l’aveva chiamata, che alla fine l’ha scaricata senza troppi rimpianti. Di certo non ha sofferto una vita grama, l’animale, grazie anche all’aumento di indennità che la proprietaria si concesse come primo atto e, invero, uno dei pochi di cui ha lasciato memoria. Certo l’animale non twitta e questo potrebbe recargli danno di fronte all’ennesima celebrità da premiare e fotografare ma, nel nostro piccolo, promettiamo una degna copertura dell’evento e comunque, qualcuno ricordi a Matteo, che i proprietari di animali domestici in Italia sono milioni e votano anche loro.

Finzionario

di Paolo della Bella e Aldo Frangioni

Renzi, si sa, è un artista. Talvolta funanbolo, per la sua capacità di camminare sul filo (“mi candido o non mi candido?”). Prestidigitatore, sempre, per la sua capacità di far apparire cose inesistenti (tipo il governo della città) estraendole dal suo magico cappello. Ma il suo vero talento è quello tersicoreo: tanto ha a cuore il corpo di ballo del Maggio che ha sviluppato le sue innate doti per il Pas de deux, ha indossato le scarpette a punta e... via! Demì plié, Pas de bourrèe, Pas Couru e Grand jeté avec pirouette; cioè preparazione, rincorsa, gran salto con piroetta e il gioco è fatto! Così in una lettera al Corriere della Sera lui ci spiega – preparazione - le mirabolanti cose che ha fatto per la cultura a Firenze, attribuendosi anche cose non fatte da lui (il nuovo teatro, le Murate e anche la restituzione del Forte alla fruizione pubblica). Poi prende la rincorsa: al Maggio “abbiamo aumentato la produzione, incrementato il sostegno degli enti locali, incentivato l'apporto dei privati” e solo per il taglio del FUS chiudiamo in perdita (mah, il taglio del FUS è stato ripristinato e il buco della “sua” Soprintendente è a due cifre, ma si sa è prestidigitatore!). Spicca il gran salto: “le masse artistiche saranno le protagoniste della grande inaugurazione del nuovo teatro” (fra 10 mesi, sic!). Piroetta: e mi dicono che voglio chiudere il Maggio?! Proprio io che più di ogni altro ho investito in cultura: vade retro Satana! Ma, scusa, Rudolf Nureyev o non avevi detto che volevi la liquidazione coatta ammiistrativa del Maggio? E cosa sarebbe, di grazia, se non la chiusura del Maggio? Una piroetta meravigliosa. Ma non è finita qui: quando atterra dolcemente al suolo, Renzi trova parole cortesi anche per il Ministro Bray che finora “si è purtroppo mosso in linea di perfetta continuità con il dolce far nulla dei suoi predecessori”. Quando è troppo, è troppo: o chi si crede d'essere questo Bray? Vorrà mica insegnare a lui come si fa a governare senza fare nulla?


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di Barbara Setti twitter @Barbara_Setti

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l World Heritage Committee ha redatto una “Bozza di decisione 37 COM 7B.77” relativamente a Pompei, che si riporta in traduzione italiana. Il World Heritage Committee, 1. Avendo esaminato il documento WHC-13/37.COM/7B.Add, 2. Richiamando le decisioni 35 COM 7B.96 e 36 COM 7C, adottate rispettivamente nelle sessioni 35 (UNESCO, 2011) e 36 (San Pietroburgo, 2012) 3. Prende nota delle numerose iniziative messe in atto dallo Stato contraente, incluso il “Progetto Grande Pompei”, sostenuto dalla Commissione Europea, e il progetto “Verso un sistema di governance”; 4. Registra che nel gennaio 2013 si è svolta una missione di monitoraggio congiunta World Heritage Centre/ICOMOS nel sito e richiede allo stato firmatario di attuare le raccomandazioni

La verità della missione, in particolare: a) concludere il nuovo piano di gestione, con il coinvolgimento di tutte le autorità preposte ai vari livelli, i diversi portatori di interesse e la comunità e inviarlo al World Heritage Centre per la revisione da parte degli organi consultivi entro il 1 febbraio 2014, b) includere nel nuovo piano di gestione un piano di uso pubblico e un piano di gestione del rischio, così come tutte le disposizioni per regolare e controllare lo sviluppo in prossimità della struttura c) garantire, attraverso il nuovo piano di gestione, che siano assegnati personale qualificato adeguato, appaltatori e finanziamenti per il controllo e la manutenzione del sito, d) inviare ufficialmente, entro il 1 febbraio 2014, al World Heritage Centre la proposta della nuova zona cuscinetto, secondo quanto previsto nei paragrafi 163-165 delle Linee Guida Operative e) monitorare attentamente la qualità dei lavori di intervento da realizzare nel quadro del “Progetto Grande Pompai” e la gestione quotidiana del sito; 5. Si richiede anche che lo Stato firmatario informi regolarmente e a tempo debito il World Heritage Centre su ogni progetto previsto, conformemente al paragrafo 172 delle Linee Guida Operative; 6. Richiede inoltre allo Stato firmatario di invitare una missione di monitoraggio congiunta World Heritage Centre/ICOMOS tra il 2014 e il 2015 al fine di valutare i progressi realizzati nell'attuazione delle misure di cui sopra; 7. Richiede inoltre allo Stato firmatario di inviare al World Heritage Centre una relazione di avanzamento entro il 1 febbraio 2014 e una relazione di aggiorna-

su Pompei

mento sullo stato di conservazione del bene e la relazione di quanto sopra detto entro il 1 febbraio 2015, perché sia esaminata dalla World Heritage Committee nella sua 39ma sessione nel 2015, al fine di prendere in considerazione, in assenza di progressi sostanziali, la possibile iscrizione del bene nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo. ********

La decisione non condanna, quindi, il sito, all’uscita dal Patrimonio Unesco, come si è scritto frettolosamente su molte testate giornalistiche, né lo dichiara, a tutt’oggi, come patrimonio in pericolo, perché in attesa del Piano di Gestione che è, in genere, operazione “routinaria”, in quanto il Piano medesimo deve essere redatto ogni 5 anni e quello di Pompei è, appunto, in

scadenza. Certo, i punti che deve analizzare il Piano di Gestione non sono certo di poco conto: qualità e adeguatezza del personale, controllo sugli appalti, controllo e manutenzione del sito, monitoraggio del Progetto Grande Pompei, finanziato dall’Unione Europea con 105 milioni da spendere entro fine 2015, in maniera adeguata, con azioni mirate, senza sprechi ed evitando infiltrazioni malavitose. E come se non bastasse, il piano di gestione dovrà includere un piano di uso pubblico e di gestione del sito e azioni mirate sul contesto che ospita le tre aree archeologiche (perché ricordo si tratta di Pompei, Ercolano e Oplontis): utilizzando il piano paesaggistico esistente per i Comuni dell’area vesuviana, si deve quindi creare delle zone cosiddette “cuscinetto” per salvaguardare i siti archeologici, ma anche il contesto urbano di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata, adeguando quindi anche le città alla qualità dell’offerta culturale e del patrimonio archeologico. Quello che forse preoccupa è che non si tratta solo di un esercizio formale, da concludere comunque entro 7 mesi, ma di avere una ispezione di controllo sui siti tra circa un anno, per verificare lo stato di attuazione in vista della scadenza finale del 1 febbraio 2015, data per la quale si saprà il destino di Pompei. I giornalisti e i commentatori superficiali forse non hanno letto con attenzione queste note (o non avevano a disposizione una traduzione?), ma speriamo che lo facciano il Ministro e la struttura gestionale di Pompei che, importante ricordarlo, è una Soprintendenza autonoma (art.16, comma 3, lettera a della legge 4 agosto 2006, n. 248 ) e quindi dotata di autonomia scientifica, organizzativa, amministrativa e finanziaria Tempus fugit, dicevano da quelle parti prima del 24 agosto del 79 d.C.


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di Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it

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l fotografo ama descriversi come un occhio curioso ma invisibile, onnipresente ma incorporeo, appassionato ma impersonale, oggettivo ma quasi inesistente. Tuttavia il fotografo, come qualsiasi altro osservatore, con la sua sola presenza fisica altera tutto quello che vorrebbe descrivere. Ciò che egli guarda si modifica sotto il suo sguardo, ciò che egli vede si modella in base alle sue aspettative, ciò che fotografa si adegua a quello che è nella sua mente. Henri Cartier Bresson (1908-2004) voleva essere invisibile ed irriconoscibile, per potersi mescolare alla folla senza essere notato, per alterare il meno possibile la scena, per non interferire con il flusso della realtà. Per questo motivo ha quasi sempre rifiutato di farsi fotografare, e nelle rare occasioni in cui è successo, messo davanti ai colleghi fotografi, ha quasi sempre cercato di nascondere il volto dietro alla fotocamera. Nella sua immaginazione si vedeva così, con l’occhio perennemente dietro al mirino, intento a ritagliare ed a ricreare il mondo, a scrutare il visibile, a cogliere l’essenza delle azioni, anche minime, che si svolgono davanti al suo occhio. Henri Cartier-Bresson è stato prodigo di definizioni sulla fotografia e sul suo modo di fotografare, in bilico fra la filosofia zen e l’educazione dell’occhio. Piuttosto che parlare di lui, è meglio lasciare parlare lui, ed anziché parlare delle sue immagini, è meglio lasciare parlare le sue immagini. “La fotografia non è cambiata dalle sue origini, se non per gli aspetti tecnici, che non sono la mia maggiore preoccupazione” perché “la fotocamera per me è un blocco di schizzi, lo strumento dell’intuito e della spontaneità”, ed “è un’illusione che le fotografie si facciano con la fotocamera, si fanno con gli occhi, con il cuore e con la testa”. “Fotografare è trattenere il respiro quando le nostre facoltà convergono nel captare la realtà fugace, ed a quel punto l’immagine catturata diventa una grande gioia fisica ed intellettuale”. “Fotografare è mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio ed il cuore” e per questo motivo “la fotografia di reportage ha bisogno di un occhio, di un dito e di due gambe”. “Fotografare consiste nel riconoscere nello stesso istante, ed in una frazione di secondo, un fatto ed una organizzazione rigorosa delle forme, che danno all’evento la sua migliore espressione”. “Non è la fotografia che mi interessa, quello che voglio è catturare quel momento, parte della realtà”, “le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento”, “la fotografia è un’azione immediata, il disegno è una meditazione”. “Noi fotografi abbiamo sempre a che fare con cose che svaniscono di continuo, e quando sono svanite non c’è espediente che possa farle ritornare, non possiamo sviluppare e stampare un ricordo”. “E’ necessario sentirsi coinvolti in quello che si ritaglia attraverso il mirino” perché “fotografare vuol dire tenere nel più grande rispetto se stessi ed il soggetto” ed in ogni caso “le tue prime diecimila fotografie sono le peggiori”. Cartier-Bresson conclude che “per guardare bene bisogne-

Cartier Bresson

fotografato

rebbe imparare a diventare sordomuti” e termina in modo lapidario “la fotografia è un modo di vivere”. Per lui, sicuramente, lo è stato. Lu.C.C.A. (Lucca Center for Contemporary Art) – fino al 3 novembre


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SCENA&RETROSCENA

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di Simone Siliani

dialogo fra detenuti e che tu, spettatore (temporaneamente) libero, eri una presenza accidentale. Ma, a ben guardare, lo spettacolo si svolgeva nel palcoscenico interiore, quello della vita di ognuna di quelle persone (temporaneamente) recluse, libere ma obbligate a porsi domande – attraverso il medium teatrale – di senso; libertà che i “liberi” non riescono più a prendersi. E questo, forse, risponde alla domanda su chi siano davvero i mostri.

s.siliani@tin.it

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hi è il mostro? E’ questo nostro corpo nel quale siamo intrappolati? Vorremmo strapparcela via questa pelle che contiene talvolta troppo che vorrebbe scoppiare, altre volte niente e il vuoto ci inorridisce; comunque contiene qualcosa anche se perlopiù non sappiamo bene cosa. Ma allo stesso tempo, questa pelle è il nostro confine con il mondo esterno, luogo di respingimenti del diverso che destabilizza un ordine precario ma anche luogo di contatto e di attraversamenti. Ci vorremmo diversi, cambiati, trasformati, insoddisfatti di ciò che siamo o per non sapere ciò che veramente siamo e allora sognamo un impossibile esperimento che, smontando e sostituendo parti di noi, ci faccia “altri”: rivive così il mito di Frankestein all’interno del carcere fiorentino di Sollicciano, messo in scena dalla compagnia dei detenuti e, quel che più conta ben oltre il forte e non banale esito teatrale, da loro scritto (in collaborazione con Elisa Taddei, regista appassionata e coinvolta, “una di loro”) e sceneggiato. Domande e riflessioni che potrebbero essere un vezzo intellettualistico fuori da quelle mura, ma che lì dentro diventano potenti, “ultime”. Frankestein è anche l’impossibile inversione del corso della nostra esistenza: il passaggio dalla morte alla vita, che dentro un carcere assume contorni diversi perché è anche la storia di un incerto passaggio di confine fra costrizione e libertà. Dentro Sollicciano lo spettacolo (rappresentato nei giorni 27 e 28 giugno) non era solo sul palcoscenico: se ti giravi verso il pubblico, ti accorgevi che era nel

SCENA&RETROSCENA di Emiliano Bacci emilianobacci@gmail.com

La Compagnia della Fortezza compie 25 anni e VolterraTeatro, il festival di cui è simbolo e protagonista indiscussa (e indiscutibile) festeggia il compleanno con una settimana (dal 22 al 28 luglio) di spettacoli che avranno nel carcere nella fortezza medicea il palco e il cuore pulsante. Evento principale la nuova produzione degli attori detenuti di Armando Punzo che si confronteranno con l’opera di Jean Genet per Santo Genet Commediante e Martire – primo movimento. Il regista napoletano presenta così la sua elaborazione dei testi dell’autore francese, carcerato a sua volta: “È il punto di partenza di un lavoro complesso che tenta di trasporre sul piano teatrale il meccanismo di trasfigurazione della scrittura di Genet per il quale, attraverso un’operazione di tipo estetico l’arrogante immagine del reale viene tradita e sostituita dall’immagine riflessa in uno specchio, ingombrata di corpi estranei appariscenti, svuotata della inganne-

Abbiamo scelto un frammento della sceneggiatura scritta dai detenuti di Sollicciano per dare ai lettori solo la percezione dell'intensità del lavoro su di sé, sul corpo che dietro quelle sbarre è stato possibile fare.

Chi è il vero

mostro: - In certi momenti della mia vita, il mio unico desiderio è stato quello di riuscire a non dimenticare mai quel giorno, quell’istante, quel pensiero. Ho deciso di scrivere sulla mia pelle. Come si scrive su un diario segreto. Le parole diventano immagini che scorrono attraverso un ago con inchiostro indelebile, del colore del mio stesso animo: blu, per i momenti di calma e le storie sono sfumature dove tutto scorre liscio, a volte malinconico. Il colore nero per quelle che nascono dalla rabbia. Una rabbia che arriva dallo stomaco, mi stringe e poi scelgo di imprimere sul mio corpo. Poi c’è il rosso…Il colore del cuore, perché è solo quello, cuore, il battito così forte, che mi detta immagini, comanda la mia mano in movimenti dolci e svuota ogni globulo rosso, perché è solo il rosso a sentirsi tirato in causa. Una gioia per la mia anima. Ho bisogno di un simbolo di immortalità, come un serpente che si rigenera attraverso la muta, qualcosa che possa procurare la morte, ma anche la vita, come avere il suo veleno dentro che incomincia a bruciarti in un dolore insopportabile, ma sapendo che da quel veleno si può ottenere l’antidoto. Quando studio un tatoo per me stesso provo euforia, ho già tutto in testa. Trovo il soggetto da disegnare, scelgo la grandezza e la parte del mio corpo dove farlo. Adesso ho molti tatuaggi, ciò significa che di cose da ricordare nella mia vita ne sono successe. Ogni tatoo ha il suo dolore e il veleno che contiene non sempre tira fuori l’antidoto; il significato che attribuisco a questi strati di pelle dipinta è sofferenza, una propria e personale sofferenza. Non è masochismo. Si tratta di condivisione. Perché ciò che voglio ricordare non è più dentro di me, nella mia testa, ma è sulla mia pelle, per essere guardato, e lì avrà sempre un posto d’onore fino a che il mio corpo lo custodirà per non dimenticare.

mostro? Lo spettacolo dei e con i detenuti di Solliciano

La Compagnia della Fortezza per i suoi 25 anni si regala Genet vole consistenza reale”. Oltre allo spettacolo della Compagnia della Fortezza e alla mostra di Mario Francesconi, nata dalla comuen volontà di portare “Genet in carcere”, il programma del festival prevede anche il Mercuzio non deve morire (27 luglio), spettacolo dello scorso anno della Compagnia, stavolta in versione da teatro all’italiana, Danio Manfredini con il suo Incisioni alla Fortezza, recital-concerto pensato per lo spazio scenico del Carcere (23 luglio), il ritorno a Volterra di Babilonia Teatri (vincitori dell’Ubu 2011) con Lolita (24 luglio) e la consueta finestra sulla nuova generazione di teatranti di Generazione Scenario (25 luglio). Il cerimoniere del finale del Festival, lontano dalle sbarre del carcere, sarà invece Marco Paolini, punto di riferimento del teatro di narrazione italiano che andrà in scena il 28 luglio al Persio Flacco. Per informazioni www.volterrateatro.it


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di Laura Manganaro* antonio.imprescia@libero.it

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ono trascorsi quasi due anni dalla presentazione di quel progetto “targato” Fintecna che prevedeva il recupero dell’ex area Manifattura Tabacchi di Piazza Puccini con la realizzazione di residenze private (700 appartamenti in due torri di 70 metri) e attività commerciali. Un progetto che destinava alla fruizione pubblica, cioè ai cittadini, appena il 4% dell’intera superficie (che occupa 103mila mq) e che condannava alla demolizione alcuni edifici di notevole pregio architettonico. Progetto, infine, è bene ricordarlo, che fu sposato in toto dal Comune, il quale avviò l’approvazione di una variante urbanistica per il cambio di destinazione dell’area, da pubblica a privata. Il Comitato per la tutela della ex Manifattura Tabacchi, formato da semplici cittadini, associazioni, gruppi di acquisto solidale, circoli, nacque, in quel contesto, con lo scopo immediato, di far sospendere il procedimento di variante (sono state raccolte e presentate come petizione al Comune, 1.500 firme)  ma, soprattutto, con l’obiettivo fondamentale di far partire un nuovo progetto, più coraggioso ed innovativo, capace sì di restituire alla città un complesso di grande valore dell’architettura razionalista degli anni ‘30, nella sua integrità ma, nel contempo, rianimato, rivitalizzato dall’ospitare funzioni ed istituzione di rilevante interesse pubblico. Da allora gli sforzi del Comitato sono stati rivolti ad incontrare, da un lato, possibili soggetti di rilevanza pubblica interessati ad occupare porzioni dell’area per lo svolgimento delle proprie finalità istituzionali; ed a ricercare, dall’altro, alleanze con enti ed associazioni di prestigio, che si muovono con finalità di tutela e salvaguardia del nostro patrimonio storico, culturale, artistico. Tutto questo mantenendo sempre costante il dialogo con l’assessorato ed i suoi uffici tecnici, attualmente impegnati nella stesura del nuovo regolamento urbanistico. Punto di arrivo attuale, di questo lungo lavoro, è stata l’ assemblea pubblica del 19 giugno scorso, promossa dal Comitato per informare la cittadinanza dello stato in cui si trova il progetto per il recupero dell’area e per stimolare la proposizione di nuove idee. L’assemblea si è rivelata occasione di un “felice incontro” tra privati cittadini, spesso impegnati in associazioni di salvaguardia e tutela pubblica, ed esponenti e rappresentanti di istituzioni che si muovono con lo stesso spirito. Le relazioni delle associazioni invitate: A.I.P.A.I., Fondazione Michelucci, Italia Nostra, Osservatorio Ordine Architetti, e gli interventi dei partecipanti e dei rappresentanti del Consiglio di Quartiere hanno messo in evidenza che, non solo l’ex Manifattura deve  essere recuperata nella sua integrità storica, ma che la valorizzazione della sua naturale vocazione pubblica si può realizzare solo con l’attuazione di un progetto che sia radicato nelle tradizioni di questa città, e cioè nel restauro,

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Manifattura Un’occasione Tabacchi irripetibile conservazione e recupero di tutto il patrimonio artistico, monumentale, librario: Firenze vanta, in questo ambito, un’eccellenza riconosciuta a livello nazionale e mondiale. Ma perché questo si realizzi è necessario che le pubbliche Amministrazioni, Comune, Provincia, Regione, lavorino insieme. Ecco, dunque, la proposta finale, suggerita dal Comitato al Comune ed avvallata dalle firme dei partecipanti (più di 150) all’Assemblea stessa, di indire un Forum, di ampio respiro, per consentire la presentazione di quei progetti che diano attuazione a queste idee, e per non sprecare un’occasione unica: non solo il recupero di un’area ma l’inizio di un nuovo sviluppo, culturale, economico, occupazionale, che parta proprio dalla periferia, come da anni accade nel resto dell’Europa e del mondo. *Comitato per la tutela della ex Manifattura Tabacchi di Firenze

PIANETA POESIA

Cinzia, una rivista degli anni ‘50 di Franco Manescalchi novecentopoesia@gmail.com

La mia vita letteraria inizia nel 1955, a diciotto anni, proprio con l'entrata a far parte di una piccola rivista letteraria, Cinzia, una palestra per molti giovani poeti, alcuni dei quali affermatisi poi nell'agone letterario. Nel 1956-57 salivo le scale della redazione di via degli Alfani, all'angolo con via della Pergola, un paio di volte al mese, per dare corpo e forma al nuovo numero, con l'entusiasmo di chi scopriva un nuovo mondo. Nella piccola stanza della redazione, Carlo Galasso, editore, direttore, redattore della rivista, si muoveva con domestica naturalezza e riservatezza. Il suo merito principale fu di avere aperto in modo incondizionato e indiscriminato le pagine della sua rivista a tutti coloro che avessero qualcosa da dire e che, in anni in cui prevaleva una visione scolastica della scrittura, lo dicessero con un certo garbo e con una certa novità. Lontano comunque dalle chimere ermetiche e dalla facilitas di un movimento allora imperante, fondato e diretto da Aldo Capasso: il Realismo lirico. Ricordo che su questi due fronti ci fu qualche contatto e qualche scintilla. Galasso, che aveva frequentato le scuole medie superiori nella stessa classe di Mario Luzi, gli si rivolse per avere una collaborazione, ma il grande poeta, con tono peraltro affabile e non certo avversativo, rispose negativamente perché, oppresso già da allora, afflitto da un'infinità di richieste, finiva

per sentirsi – rispose - “come il prezzemolo”. D'altronde, il connubio fra la poetica di Cinzia e l'ermetismo sarebbe risultato innaturale. E diciamo pure che l'esperienza di Cinzia ebbe il limite e il merito di rimanere una palestra di scrittura. Per l'altro versante, quello del realismo lirico che si rifaceva all'ultima stagione di Cardarelli, ricordo di essere stato artefice della realizzazione di un numero monografico nei confronti del movimento: un numero formato in folio, diversamente da quello dell'intera collezione. Come è avvenuto poi per quasi tutte gli altri periodici, si pubblicavano quaderni monografici che allora, per legge, dovevano risultare in allegato. Di particolare pregio fu la prima antologia stampata nel dicembre 1955, all’inizio della mia collaborazione, comprendente una serie di autori oculatamente scelti sia fra i giovanissimi che fra i poeti accertati.

Oltre a ciò, partecipando alla vita artistica cittadina, aprii una rubrica di critica d'arte la cui attenzione era rivolta alle mostre che si susseguivano di maestri ancora giovani come Midollini, Berti, Farulli, protagonisti di una stagione irripetibile. Fare ciò, fino all’avvento del computer, aveva un suo fascino: dare vita a una rivista letteraria significava mettere in opera un progetto culturale, ma anche mettere in campo capacità tipograficoartigianali di non poco conto. Anche per i molti poeti, ancora inediti, rappresentava l’avverarsi di un sogno vedere stampati sulle pagine di un periodico, per la prima volta, i propri testi. Il cartaceo era tutto. Per questo motivo, su Cinzia, avevamo creato una rubrica chiamata Campo aperto nella quale venivano pubblicati i testi dei giovani e dei principianti che poi hanno avuto – ripeto - un giusto riconoscimento. Si dava poi conto di quanto veniva pubblicato e per questo la redazione disponeva di un gruppo di critici e di collaboratori esterni o interni. E c'era poi una sezione di poeti affermati, che si ponevano come modelli da perseguire in una società letteraria come quella del secondo dopoguerra dove le istanze spirituali e sociali avevano più di un punto di riferimento. La rivista pubblicava inoltre brevi saggi di estetica, di poetiche, di filosofia che ne occupavano lo spazio iniziale. In una situazione aperta e dinamica, ma ancora povera di progetti sicuri, Cinzia rimase per molti un riferimento lunare, appunto, la meta di un primo “allunaggio” sulla carta stampata.


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di Paolo della Bella db@paolo.dellabella.name

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a mostra di Emil i o Isgrò comincia volutamente dove finiva l’antologica che il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato presentò nel 2008 con il titolo Dichiaro di essere Emilio Isgrò rovesciando i termini della storica affermazione Dichiaro di non essere Emilio Isgrò, l’opera realizzata nel 1971. Il catalogo Electa, in doppia edizione italiana e inglese, rispecchia la concezione della mostra che cerca di ampliare lo sguardo sull’artista avvalendosi delle testimonianze e dei contributi di intellettuali e personaggi della cultura non necessariamente legati al mondo dell’arte. Si parte dalla sorprendente lettura socio-politica che della Cancellatura dà Ferruccio de Bortoli; si continua con il dialogo inedito tra Gillo Dorfles e l’artista (2010) raccolto da Beatrice Benedetti; e via via con le riflessioni e i punti di vista dello scrittore Aldo Nove, del regista Roberto Andò, dell’artista Maurizio Cattelan, del filosofo Davide Bondì, della laureanda Clelia Mangione che sta lavorando a una ricerca sul  tema: La cancellatura dopo Isgrò. Emilio Isgrò Modello Italia (2013 – 1964) a cura di Angelandreina Rorro Gnam di Roma 20 giugno – 6 ottobre 2013

A fianco Isgrò invaso dalla sua arte di Paolo della bella, autore anche della foto della mostra romana

Isgrò a Roma cancella lo Gnam MINUTAGLIE

Social network

Foto dall’archivio Roberto Minuti


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LUCE CATTURATA

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Notturni urbani di Sandro Bini www.deaphoto.it

Sandro Bini - Isolotto - Firenze 2011

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Firenze 2004-2013 Il brivido lungo e misterioso della notte in cittĂ 


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di Angela Rosi angelarosi18@gmail.com

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ic dulce est è la mostra di Giovanni Gaggia per Archi-tè Incontri Trasversali, tre cuori per anni sospesi nel tempo hanno trovato il loro destino e nuova vita in Unus papilio erat, mummificati e restituiti a noi per ricordarci che il dolore, le separazioni e la morte sono sempre esistiti, che fanno parte della vita, che la morte separa ma anche riunisce ciò che è allontanato, ricuce legami e paradossalmente ci restituisce alla vita. In questo luogo, raccolto come una cappella, si evoca la sacralità della vita, dei legami affettivi, della trasformazione da crisalide in farfalla e poi ancora in bozzolo. In lingua egiziana mummia, sch, vuol dire anche dignità e nobiltà e nell'imbalsamazione l'unico organo che non rimosso era il cuore perché sede dell'anima, Gaggia restituisce dignità e nobiltà all'anima, la sola che può restituire sentimenti e amore. Il video Ali squamose, 2009 è la performance dell’artista, dove tre cuori di maiale sono aperti a metà da tre uomini a indicare che ciascuno ha il cuore dolorante, a turno aprono il proprio cuore che diventa farfalla con ali vischiose e sanguinolente, i cuori sono asciugati dal sangue che è raccolto. Ogni uomo dona il suo cuore a una donna che dondolandosi e cantando la canzone “Ma che freddo fa” di Nada ricuce i cuori con filo d'oro, d'argento e nero; il maschile “chiede” al femminile la riparazione del proprio cuore. La donna cuce, ricama, fa suture, rammenda le ferite, ricuce le sofferenze e i legami affettivi, le divisioni. Essa potrebbe essere una vecchia o una giovane madre o ancora tutte le figure femminili che vogliamo, lei incarna il femminile che può lenire e curare i dolori della vita. Ricuce gli abbandoni, le separazioni, i lutti come dire che solo il femminile può aiutare a ricomporre l'unità divisa trasformandola in altro riunendo ciò che il dolore, la sofferenza ha ferito, tagliato, strizzato e prosciugato. I nostri cuori possono essere inariditi, senza che il sangue vivo e denso scorra e allora solo l'amore e il canto dolce e frammentato possono ricreare legami mancanti. Gaggia dopo la performance ha messo i cuori nel congelatore, li ha resi marmo, duri, freddi sospesi e in attesa fino a dare loro, oggi, la giusta sistemazione con sensibilità e pudore. La morte separa ma anche unisce e ricuce, mani creative suturano le ferite del cuore farfalla anima. Suoi fogli di cotone bianchi dove i cuori hanno lasciato le loro impronte Gaggia ha disegnato oggetti appartenuti ai passeggeri del DC-9 precipitato a Ustica nel 1980, con queste opere l’anello si chiude e il suo lavoro è diventato un percorso dalla morte alla vita attraverso il sangue. La mostra sarà visibile fino al 12 luglio al Palazzo San Clemente Archispazio Biblioteca di Scienze Tecnologiche Architettura Via Micheli 2 a Firenze.

PUÒ ACCADERE

La morte separa, unisce e ricuce

Struzzi in città

Giovanni Gaggia ad Archi-tè di Firenze

di Susanna Stigler susannastigler@gmail.com

Firenze, Luglio 2013


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VISIONARIA

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di Simonetta Zanuccoli simonetta.zanuccoli@gmail.com

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rima del loro ingresso sul palcoscenico urbano delle grandi vetrine di fine 800, a grandezza naturale, fatti di cera, legno e imbottitura, i manichini erano piccole bambole di circa 50 centimetri utilizzate fin dal 700 dalle grandi sartorie per presentare in dimensioni ridotte le loro creazioni nei salotti della ricca borghesia e nobiltà del tempo in modo che le signore potessero scegliere le loro elaborate acconciature con la comodità e

Mannekijn nelle vetrine

parigine

riservatezza dovute al loro status sociale. Proprio per le dimensioni ridotte di questi primi esemplari pare che l' etimologia di manichino derivi dalla forma ridotta mannekijn, piccolo uomo, della parola olandese mann, uomo. In seguito, usciti dalle case di lusso, per suscitare fascinazione e curiosità a un pubblico di strada, i manichini hanno dovuto sempre riflettere l'ideale di bellezza femminile del tempo: si pensi a Cynthia, sofisticata creatura ideata negli anni 30 dallo scultore Lester Gaba sulla quale Cartier esponeva i propri gioielli, alle donne sorridenti, bistrate, dai biondi capelli a onda scolpiti del dopoguerra, oggi ricercati cimeli di modernariato, a quelle realisticamente sexy con grandi e ricciolute parrucche sintetiche degli anni 70 fino ad arrivare alla multietnicità political correct di Benetton. Superato il periodo minimalista del plexiglass, quello pop dei corpi senza testa, il desiderio di lusso sempre più irraggiungibile del nostro tempo ha creato nelle grandi città vetrine-spettacolo con scenografie evocatrici di suggestioni, popolate di manichini sempre più reali e somiglianti a quelle modelle sempre più irreali che sfilano nelle passerelle dei grandi stilisti. A Parigi ho fotografato alcuni di questi manichini, personaggi di elaborate istallazioni che interrompono la distratta fretta del quotidiano con racconti epici che durano il tempo di

PECUNIA&CULTURA di Carlo Francini carlofrancini@gmail.com

Pochi giorni fa a in occasione del 37° Comitato del Patrimonio Mondiale, che si è tenuto a Phnom Penh in Cambogia dal 16 al 27 giugno, i Giardini e le Ville Medicee (dodici ville e due giardini) sono entrati, insieme all’Etna, a far parte della lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Conviene dare dei numeri. Dall’approvazione della Convenzione internazionale per la protezione del Patrimonio Culturale e Naturale del 1972, che istituiva la lista del patrimonio mondiale, i siti iscritti per il loro valore eccezionale universale sono 981. Di questi 759 sono culturali, 193 naturali e 29 misti in 160 paesi. La Convenzione del 1972 è stata ratificata da 190 paesi. Proseguendo con le cifre è bene ricordare che l’Italia detiene il primato con 49 siti iscritti (45 culturali e 4 naturali) e la Toscana ha ben 7 siti iscritti: Centro Storico di Firenze, Centro Storico di Siena, Piazza dei Miracoli a Pisa, San Gimignano, Pienza, la Val d’Orcia e ora i Giardini e le Ville Medicee. Dal 1982 quando Firenze, primo sito toscano, è entrata nella lista a oggi molto è cambiato nell’approccio e nel valore dato a questa opportunità. Se le prime candidature si rivolgevano a icone del patrimonio culturale e naturale con una notevole facilità di ingresso, le

Ville Medicee la sfida è nella gestione

Foto di Adriano Bartolozzi

attuali candidature devono essere sostenute con forza e con un importante capacità progettuale e gestional. E questo è un gran bene. Innanzitutto per dare una reale credibilità alla lista. Con una certa frequenza si sono inseriti beni proposti autonomamente dai paesi firmatari della convenzione che, alla resa dei conti, non hanno dimostrato una reale capacità gestionale. La chiave di tutto è proprio nella volontà di voler salvaguardare il valore eccezionale universale definito attraverso i criteri previsti dall’UNESCO e di mantenerne l’integrità e l’autenticità. Al momento della candidatura lo stato proponente identifica e propone i criteri che ritiene più opportuni, criteri che passano al vaglio di ICOMOS e che ven-

gono ratificati dal Comitato del Patrimonio Mondiale al momento dell’iscrizione. Questi criteri diventano un segnavia per la gestione del sito: e questo vale anche per il nuovo sito Giardini e Ville Medicee. Non è il caso di ripercorrere tutto l’iter della candidatura, che ha visto un forte impegno della Regione Toscana, ma mi trattengo proprio sui criteri che si possono riassumere nei concetti di serialità” dodici ville e due giardini...compongono questo sito che testimonia l’influenza della famiglia Medici sulla cultura europea” di innovazione “rappresentano un sistema innovativo di costruzione rurale in armonia con la natura”, di internazionalità” sono un punto di riferimento per le residenze principesche di tutta Italia e d’Europa”e del moderno concetto di paesaggio “i giardini e l’integrazione con l’ambiente naturale hanno aiutato lo sviluppo dell’apprezzamento del paesaggio caratteristico dell’Umanesimo e del Rinascimento”. Questi criteri costituiranno i capisaldi della gestione. E proprio una gestione efficace sarà la vera sfida per i giardini e le ville medicee come lo è quotidianamente per tutti i siti patrimonio dell’umanità.


C Le storie di Pam U O

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NUVOLETTE

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www.martinistudio.eu


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SU DI TONO

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di Dario Collini dario.cll@gmail.com

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on capita tutti i giorni di essere invitati alla corte di un Principe. Dopo trecento anni, Ferdinando figlio primogenito del Granduca Cosimo III apre le porte della sua villa di Poggio a Caiano (pettegolezzi di corte dicono sia la sua favorita). Seguendo il viale d’ingresso si apre uno scenario straordinario, le luci in contrasto con l’oscurità del crepuscolo permettono alla Villa di apparire in tutta la sua magnificenza, quasi manifestazione fantasmatica: due rampe di scale incorniciano le vetrate d’ingresso, le quali a loro volta dischiudono le arcate fuggenti in prospettiva, fino al cuore dell’abitazione. Un teatrino nel teatro della corte (contrappunto ironico, chissà se cercato o svelato solo all’occhio di noi postumi), al quale tuttavia siamo costretti a dar le spalle. Prender posto e scambiare sguardi di complicità con blasonati e nobildonne, gioco di vivaci ammiccamenti al quale nessuno in sala si sottrae. Là in prima fila siede il Principe Ferdinando, in trepidante attesa: il concerto si apre con due composizioni di suo pugno (tristemente condannate all’anonimato da un destino impietoso, avverso al sangue blu): la Tochata e l’Aria alla francese (che di francese ha soltanto la struttura, quanto basta per rivelare nobili intendimenti). Per l’occasione sono schierati i Cantori di San Giovanni (gruppo corale dell’Associazione culturale “coro del Duomo di Firenze”, imparentato con la prima cappella musicale di Santa Maria del Fiore costituita per volontà di Cosimo il Vecchio qualche secolo fa) e l’ensemble strumentale “Musici in villa” (l’organico è costituito da violino, viola, violoncello, fagotto e organo) diretti dal giovanissimo M. Umberto Cerini (è dell’85!), scelto da Ferdinando in persona per passione e competenza (entrambe traspaiono dal volto disteso e carico di bonomia). Seguono ai capolavori del Serenissimo la Sinfonia V in la minore di Pietro Sanmartini (1636-1701), avvezzo alle grandi celebrazioni di Stato, un Mottetto a quattro voci (O Sacrum Convivium) e due responsori (Jerusalem surge e O Vos Omnes) di Giovanni Maria Casini (16521719). Ma per la serata si sono raccolti anche Martino Bitti (1656-1743), violinista virtuoso del Grande Principe di Toscana e compositore, con la Sonata a 3 in do maggiore, e il celebre Giacomo Antonio Perti (1661-1756), con la Messa breve a quattro in sol minore e il Dixit Dominus tratto da Messa e salmi concertati op. 2. Bello e prezioso l’organo utilizzato per il concerto (risalente al 1703, realizzato da Lorenzo Testa): restaurato negli anni Settanta presso l’Opificio delle Pietre dure e i laboratori della Fortezza da Basso, mostra le canne tra i riccioli d’oro delle decorazioni incassate in una struttura geometrica che si mimetizza con i marmi contigui della sala. Tra ieri e oggi, antico e moderno, maestosità e leggerezza, prosaicità e fasto il tutto si combina in una armonia dissonante perfetta. Gli invitati si alzano dopo un lungo applauso, appagati dalle inedite sonorità (molte delle composizioni mai

Alla corte del Graduca

sono state pubblicate e giacciono nei fondi delle biblioteche di Firenze, Dresda e Bologna). Sul volto un sorriso sornione, quello di chi ha potuto fare un miracoloso quanto inaspettato salto nel passato. Quello stesso che ho intravisto sul viso del Principe Ferdinando che spariva dietro alle tende di velluto delle finestre ai piani alti.

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Mabu di Angela Rosi

la foresta senza mappe di Noumeda

angelarosi18@gmail.com

Sognare, volare, nuotare, respirare a pieni polmoni in Unmapped Mabu di Noumeda Carbone, il buio della foresta di Mabu in Mozambico ci avvolge penetrante. Ci circondano l’umidità, il profumo, i fiori che scendono a cascata su di noi, esseri strani, pesci, ragni, meduse filiformi, maschere, con una suggestione che non finisce mai neppure quando lasciamo Area di confine per tornare sulla via, alla nostra casa e al quotidiano, conosciuto e sicuro. Abbiamo visto qualcosa che si è aggrappato e non ci lascia, un mondo si è schiuso ai nostri sensi, siamo rimasti affascinati e conturbati dallo splendore che non conosce limiti e confini. E’ la bellezza nascosta all’uomo, autosufficiente e rigenerante, è la natura rigogliosa che spazia e cresce indisturbata che ci ha invaso. Sconfinando la nostra area di confine cioè la nostra pelle e senza preavviso ci ritroviamo catapultati in una zona che ci rinnova e ci apre ad altro, un luogo ossigenato dal quale possiamo attingere nei periodi brutti della nostra vita. Tutto è Unmapped non mappato, non identificato, non schedato, non classificato, non trovabile subito. In questa società in cui tutto deve essere immediatamente ri-

conoscibile e dove ci muoviamo con mappe satellitari, entrare in questo spazio non mappato è una boccata d’aria fresca, è ossigeno per il nostro corpo, è libertà vera e potente che ci rende liberi di varcare i confini di noi stessi per non mapparci mai più. Que-

sto luogo non luogo è Mabu, la foresta dalla vegetazione lussureggiante, sconosciuta fino a pochi anni fa e non mappata, ci riflette nei fiori bianchi su fondo nero e nella fauna colorata dai contorni non netti e senza confini perché le opere di Noumeda possono accrescersi all’infinito, diventare altro e altro ancora. Con la gioia della trasformazione e della sperimentazione le pillole che formano le opere diventano cellule di organismi viventi in Area di confine spazio fisico, di relazione e temporale che lega l’esterno, la città e l’interno, lo studio di architettura e design Arksign. In questo dialogo tra il fuori e il dentro queste opere trovano la loro sistemazione e la possibilità di essere un ponte tra ciò che conosciamo e ciò che è Unmapped. Noumeda dà forma alla foresta Mabu che abbiamo in noi, incantata, piena di vita, con infinite opportunità non ancora sperimentate e proprio per questo spesso inaccessibile. Con Unmapped Mabu Noumeda Carbone ci permette di varcare la soglia ed entrare in un’area incontaminata della nostra vita con leggerezza e tanta curiosità. La mostra è visibile ad Area di confine – Arksign Studio di Architettura e Design Via dei Pilastri 10/r Firenze.


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aldofrangioni@live.it

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n dieci album e otto taccuini di disegni sono conservati nel Museo di Bassano del Grappa 1876 disegni di Antonio Canova. I quaranta disegni selezionati per la mostra fiorentina affrontano il momento della progettualità e dell’ideazione con splendidi monocromi a tempera, bozzetti e modelli. “Il visitatore seguirà due percorsi, legati ai due concetti evidenziati nel titolo, la bellezza e la memoria: due cardini del pensiero filosofico e letterario e della creatività artistica tra preromanticismo e purismo – spiega Giuliana Ericani direttore del Museo Civico di Bassano del Grappa e curatrice della mostra - Il primo momento trova la sua incarnazione nella figura femminile e nella traduzione moderna della venustas classica che Canova traduce nella Venere Italica, progettata e realizzata per la Tribuna degli Uffizi tra il 1804 e il 1812, di cui si potrà ammirare in mostra lo straordinario gesso. In tale rielaborazione uno spazio importante è occupato dal concetto della “grazia”, dalla realizzazione de “Le Grazie” e dalla lettura foscoliana del capolavoro di Canova. Alla base dell’ideazione della Venere sta anche una lunga vicenda proget-

tuale sulla figura femminile stante e in movimento, oltre che lo studio attento dell’immagine femminile reale ripensata sui modelli della statuaria classica, sulle figure mitologiche e sugli esempi pittorici delle danzatrici ercolanensi. Il risultato è la traduzione reale della scultura classica in

Antonio Canova

a cura di Aldo Frangioni

la bellezza e la memoria

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una immagine “di vera carne” e, in contrapposizione, la creazione di un bello ideale legato alla figura femminile. Il secondo momento presenta la progettazione del monumento funerario visto, secondo la lettura di Alfieri e di Foscolo, come ricordo individuale delle gesta del singolo per la memoria della nazione. Si ripercorre in mostra la progettazione e realizzazione, tra 1806 e 1810, della bella e suggestiva Tomba di Vittorio Alfieri, tuttora visibile nella basilica di Santa Croce, che prevedeva una prima idea in forma di stele, poi trasformata in sarcofago, significativamente attestato in mostra da una serie di disegni, oltre che da un modello e da un monocromo. Si sottolinea così l’intento di perpetuare la memoria del singolo personaggio costruendo un bello ideale legato al ricordo». “La mostra dedicata a Canova – dice Pina Ragionieri, direttrice della Casa Buonarroti – rappresenta dunque una luminosa eccezione; si collega però con la situazione attuale, che vede la nostra realtà in rapporto con l’Opera di Santa Croce con il tramite di un progetto scientifico, che già ha dato luogo a varie iniziative comuni. In questo caso, il collegamento avviene attraverso lo svolgersi del tema della memoria, che rimanda alla tomba canoviana di Vittorio Alfieri».

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Coda Zabetta Grandi volti su vecchi tessuti portano in Italia Roberto Coda Zabetta, dopo un intenso anno di mostre in giro per il mondo. I grandi volti dipinti su vecchi tessuti (200x150 cm) sono come scudi, maschere di guardiani incorruttibili, depositari e protettori di una conoscenza –e di una verità– che nasce da una riflessione sul passato e che genera una bellezza nuova.

Questi volti sono una porta, segnano un confine: da un lato la Storia, personale e universale, che non si può e non si deve dimenticare, dall’altro il futuro che, consapevole della propria memoria, procede con passo animato dalla speranza. “Vuole essere una riflessione sul Novecento trascorso –afferma l’artista– su tutte le sofferenze che esso ha generato,

BIZZARRIA DEGLI OGGETTI

Il Cubo Dalla collezione di Rossano a cura di Aldo Frangioni aldofrangioni@live.it

Al Complesso Post-industriale EXMARMI di Pietrasanta dal 7 luglio all’8 agosto è esposta la mostra Scudo a cura di Tony Godfrey: appositamente concepite per l’occasione, le opere presentano un approfondimento e un superamento della tematica affrontata a Rio de Janeiro, al MAC - Museo di Arte Contemporanea di Niteroi, sulla vicenda dei desaparecidos. A partire da questa, infatti, Coda Zabetta si addentra in se stesso e produce, per la prima volta, una serie di lavori introspettivi, che non nascono da un fatto di cronaca. Si tratta di 24 nuovi lavori su tessuto e alcuni disegni progettuali ri-

a cura di Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it

Mitico oggetto che ha rivoluzionato l’idea di radio, prodotto dal1964 dalla Brionvega, a sua volta mitica ditta che produsse oggetti elettronici bellissimi molti dei quali si trovano ora in musei di Arte Moderna. Radioricevitore 502 TS detto semplicemente “Cubo”, design di Marco Zanusso e Richard Sapper. Non più colori scuri, grigi e marroni, non più forme grandi e classiche, ma un semplice cubo dagli angoli stondati, apposita impugnatura di acciaio per portaselo dietro, colori vivaci, giallo, rosso, si apre e, dividendosi in due, mostra comandi e stazioni al suo interno. Ne vengono ancora prodotti di identici per amatori. Questo è originale e funzionante, ovviamente.

un monito a non dimenticare e a trasformare il passato in uno scudo che ci protegge dagli errori già commessi. Un lavoro che nasce sì dall’amarezza, ma che la supera e guarda oltre con nuova fiducia. Oggi ho bisogno di immagini e pensieri esterni che, con una lettura diversa, mi permettano di sentirmi migliore”.


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di Cecilia Chiavistelli cecilia.chiavistelli@gmail.com

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resso la Pensione Bencistà di Fiesole è in corso la seconda edizione del Festival “Design With a View”, tre giorni di confronto, (5, 6 e 7 luglio) tra designers, studenti, addetti ai lavori e community per indagare, da una prospettiva specifica tra arte e design, l’evoluzione del territorio urbano e i cambiamenti a livello sociale che ciò comporta. Realizzato da Think Benci in collaborazione con il Master in Communication Design del Central Saint Martins College of Arts and Design di Londra, la ricerca che sarà presentata alla Pensione Bencistà offre un'ampia visione dei cambiamenti sociali e delle modifiche ambientali influenzate dal design. Attraverso i tredici lavori presenti al Festival, che rappresentano le tesi degli studenti del Master in Communication Design del Central Saint Martins, accuratamente selezionati attraverso un concorso, sono state evidenziate tre aree di interesse che riguardano la relazione tra l'individuo e gli elementi che lo circondano quotidianamente:“ Spazi urbani”, “Spazi domestici” e “Spazi interpersonali” in relazione con la Città. Ogni singolo progetto ha dato un apporto considerevole ad una visione nuova del territorio, caratterizzata dalla componente universale della ricerca. Gli studenti selezionati, presenti all’evento nella Pensione Bencistà, provengono da diverse nazioni, tra cui Spagna, Inghilterra, Messico, Cina, Giappone e Francia e unitamente alla componente teorica concretizzeranno il loro intervento con abstracts o prototipi, tra cui un progetto di interaction, una rivista con il tema dell’identità, un progetto editoriale sull’ideologia politica e il design, un progetto sociale con un gruppo londinese che ha prodotto un murales in una zona della città con un alto tasso di extracomunitari, con l’aiuto e la collaborazione degli abitanti. Il festival è organizzato in un percorso articolato fra la mostra dei 13 progetti, un ciclo di conferenze con alcuni professionisti del design conosciuti a livello internazionale e workshops tenuti dagli studenti del Master in un dialogo - confronto fra tutti i partecipanti. Think Benci, il comitato organizzatore, composto da giovani professioniste operanti all’interno della Pensione Bencistà, propone progetti di residence con il coinvolgimento di scuole di arte e design, artisti e designer, nazionali ed internazionali. Il Festival che si svolgerà nei locali della Pensione Bencistà, da sempre luogo di ritrovo e di confronto fra artisti, musicisti e letterati internazionali, è patrocinato dal Comune di Fiesole, dall'AIAP, da ADI Toscana e DcomeDesign.

Per un weekend Fiesole capitale del design

STRANIERI INFATUATI

Il Castello di Vincigliata che strega Temple-Leader di Francesco Calanca francescocalanca@hotmail.com

L’eccentrico infatuato John Temple-Leader, ricchissimo londinese divenuto a 18 anni unico erede di un’enorme fortuna basata sul commercio di carrozze, scelse le colline di Settignano per far rivivere il proprio sogno romantico nella fortezza di Vincigliata, come avevano fatto prima di lui, nella Gran Bretagna della seconda metà del Settecento, i potentissimi William Beckford a Fonthill e Horace Walpole a Strawberry Hill. Temple-Leader progetta un’architettura che Francesca Baldry definisce appropriatamente “romanzo in pietra”, sia perché include e si ispira alla letteratura cavalleresca di Walter Scott, ai poemi di Lord Byron e agli idilli medievali di Alfred Tennyson, sia per il carattere onirico e anti-realistico dell’opera, che se ad alcuni può apparire “posticcio”, in realtà si pone come un’originalissima riscrittura e reinvenzione del passato medievale toscano e, nella fattispecie, fiorentino. Il carattere pittoresco del paesaggio, con i suoi 120 ettari di bosco, infiamma la passione di Temple-Leader, che vede le rovine del castello in stato di avanzato degrado e ne commissiona alcuni disegni ora conservati agli Uffizi. Tale infatuazione lo spinge a cercare la collaborazione di una serie di artigiani e illustri maestranze locali, tra cui l’architetto Giuseppe Fancelli, per dare forma, fra il 1857 e il 1860, a un pastiche eclet-

tico e moderno, che mescola elementi gotici e rinascimentali, tondi in terracotta di ispirazione robbiana e teste di animali in pietra serena di foggia romanica, blasoni antichi e simboli coevi, richiami a monumenti fiorentini esistenti, come il palazzo del Bargello, e a solitarie torri etrusche disperse nel cuore dell’Umbria. La sua opera non si pone come mera emulazione delle forme o dei contenuti del passato, nei quali, inevitabilmente, Temple-Leader si identifica e vuole penetrare, ma intende far rivivere lo spirito di cooperazione della “bottega” tipico dell’arte medievale e rinascimentale, creando un fenomeno di ibridazione culturale unico nel suo genere, un concreto esempio gothic revival fra le colline fiorentine. Vincigliata “somiglia” al passato, ma lo rende presente, cambiandolo di segno, per riattualizzarne le forme in una sorta di visione parodica che, si potrebbe dire, riesce ad anticipare perfino il postmodernismo.

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L’APPUNTAMENTO

Alexander e Ivan Jakhnagiev a Valencia

La galleria O+O di Valencia presenta una bi-personale di Ivan e Alexander JAKHNAGIEV presentati dalla gallerista Enriqueta Hueso. Le ultime opere della famiglia JAKHNAGIEV padre e figlio, artisti internazionali che vantano nel curriculum numerose e qualificate mostre e performance in Europa e America. In mostra oltre 20 opere, tecnica mista su tela di varie dimensioni, per un viaggio lirico e onirico nel mondo degli jakhnagiev. Pittura, astratta che è alla ricerca della forma e che conduce in un’esperienza sensoriale di cromatismo vibrante.


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ISTANTANEE AD ARTE

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di Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com

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Daniele Lombardi

per ilPecci

GRANDI STORIE IN PICCOLI SPAZI di Fabrizio Pettinelli pettinellifabrizio@yahoo.it

La maschera fiorentina, Stenterello, non è come Pulcinella a Napoli: non scaturisce naturalmente, non è l’immediata e spontanea sublimazione del sentire popolare; come dice il nome, nasce stentatamente e, se riesce a diventare espressione della fiorentinità, lo deve non tanto al suo modo di essere quanto alla bravura degli attori che gli diedero vita. Creato dall’orologiaio Luigi del Buono nel 1791, in epoca lorenese ebbe due grandi interpreti: Amato Ricci, che recitava al “Teatro degli Arrischiati” in Piazza Vecchia di Santa Maria Novella (oggi Piazza dell’Unità) e Lorenzo Cannelli, che calcava le scene del “Teatro dei Solleciti” in Borgo Ognissanti e che veniva arrestato un giorno sì e l'altro pure perchè era solito iniziare lo spettacolo con questa frase: "C'è troppi Stenterelli in Firenze. Siamo tre: Piazza Vecchia primo, Leopoldo II e Borgognissanti terzo". Nella seconda metà dell’800 il più famoso interprete di Stenterello fu Raffaello Landini, che morì in scena nel 1884, in un teatro di Livorno, mentre, incredibilmente, stava recitando una farsa intitolata “Stenterello e il suo cadavere”: particolare macabro, fu scritto che le corone di fiori utilizzate per l’allestimento scenico servissero anche per il funerale

Via Novelli

Cronache del teatro fiorentino

dell’attore. La figlia di Raffaello, Garibalda, attrice a sua volta, sposò il capo-comico Andrea Niccoli e, insieme a lui, fondò la “Compagnia del Teatro Fiorentino”, destinata a dominare le scene del primo ‘900. Ad Andrea, però, il personaggio di Stenterello andava stretto: le maschere non “tiravano” più e il pubblico si stava

disaffezionando, tant’è vero che la compagnia aveva deciso di intraprendere una lunga tournée in America, in cerca di miglior fortuna. Si racconta che la sera del 31 dicembre 1907, all’interno del Teatro Alfieri, la compagnia stesse festeggiando la prossima partenza quando, passando di lì per caso e attratto dal clamore, entrò nel teatro Augusto Novelli, prolifico autore teatrale fino ad allora di non grande successo. Novelli chiese a Niccoli di rinviare la partenza di un mese, impegnandosi a scrivere per lui una “vera commedia in vernacolo fiorentino”. Il 29 gennaio 1908 andava in scena all’Alfieri “L’acqua cheta” e Niccoli non partì più. Le avventure del fiaccheraio Ulisse e di sua moglie Anita, delle figlie Ida (l’acqua cheta) e Anita, del bacalaro Stinchi e del falegname Cecco conquistarono talmente il pubblico di tutta Italia che, pochi anni dopo, Giuseppe Pietri musicò la commedia, con arie indimenticabili come “Ona, ona, ona la più bella rificolona”. Novelli e la compagnia Niccoli passarono di successo in successo, per toccare l’apice nel 1911 con la commedia “Gallina vecchia”, uno dei testi teatrali del ‘900 italiano più rappresentati in assoluto: se il personaggio di Nunziata ha avuto interpreti come Ave Ninchi e Sarah Ferrati, ci piace ricordare un’edizione con il compianto Carlo Monni nel ruolo di Bista.

o scorso 25 giugno il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato – fondato e inaugurato nel giugno 1988 con la prima esecuzione dell’opera Ofanim I di Luciano Berio - ha festeggiato i suoi 25 anni di attività, offrendo al pubblico una speciale e suggestiva esibizione musicale del pianista, compositore e artista visivo Daniele Lombardi, il quale per l’occasione ha donato il manoscritto originale di Glitch. La composizione, scritta proprio in memoria di Luciano Berio, nacque in seguito alla riflessione dei due artisti sui sistemi di notazione musicale e i rapporti che intercorrono fra il suono e il segno grafico. Dal dialogo scaturì l’idea del compositore di ibridare in un unico contrappunto la scrittura cifrata e quella visiva. Il Glitch consta di sei tavole contenenti frammenti sparsi di notazioni tradizionali e un pattern in notazione visiva. I sei esecutori interpretano la loro relativa tavola per circa tre minuti ciascuno con ingressi singoli, per interagire successivamente insieme, realizzando un dialogo musicale armonico, dove le voci strumentali si uniscono e si intrecciano, creando un contrappunto denso di suggestioni. Il musicista fiorentino ha aperto il concerto con una performance solista al pianoforte, eseguendo Gorgogliatoremix 2 (2009) per pianoforte, remix di samplers di Gorgogliatore e video (10’) e Mitologie 5 (2003), per pianoforte e video (11’), la cui notazione grafico-visiva è stata proiettata sulla parete della sala museale, al fine di mettere in evidenza la fusione espressiva e formale di segno, suono, gesto e visione, nella metafora della musica come energia espressiva e spazio, tipica delle ricerche artistiche di Daniele Lombardi. Nell’atmosfera museale arte e musica si sono amalgamate armoniosamente, creando una dimensione coinvolgente e appassionata. Glitch (2012) si è dislocato per le sale espositive, permettendo al pubblico di partecipare attivamente alla performance, seguendo visivamente e personalmente l’ingresso dei sei strumentisti per godere, infine, della totalità dell’improvvisazione proiettata in tempo reale sulle facciate del museo. Fra musica e pittura, la dinamica dell’esecuzione ha visto protagonista al pianoforte Daniele Lombardi, al contrabbasso Massimo Ceccarelli, al flauto e flauto basso Roberto Fabbriciani, alle percussioni Jonathan Faralli, al clarinetto contrabbasso e clarinetti modificati Paolo Ravaglia e alle tastiere Francesco Giomi: voci di un’improvvisazione sentita e accurata, che ha dato vita a un contrappunto nel quale l’aspetto armonico sembrava superare il melodico, pur mantendendo intatto l’effetto di accordo, tipico della migliore tradizione contrappuntistica.


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PECUNIA&CULTURA

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di Simone Siliani s.siliani@tin.it

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l dibattito sui beni culturali proprio non riesce ad uscire dal gorgo fra la Scilla della superficiale polemica giornalistica e la Cariddi del silenzio tombale. Anche le recenti modifiche del Codice dei Beni Culturali contenute nel Disegno di legge in materia di Semplificazioni del Governo del 17 giugno inerenti l’affitto di opere d’arte non sfuggono a questo destino. Le opposte tifoserie si sono schierate, inalberate e fronteggiate e ottime persone dell’uno e dell’atro fronte hanno alzato toni e, però, abbassato il livello del dibattito e ignorato altre questioni. Pagliuzze negli occhi altrui e travi nei propri, secondo l’adagio evangelico. Per evitare di cadere anche noi nel gorgo, mi ripropongo di andare alla fonte, la norma, e capire esattamente di cosa veramente stiamo parlando e anche di cosa, disgraziatamente, non si parla. La norma interviene sull’art.67 del Codice dei Beni Culturali che riguarda “altri casi di uscita temporanea” di cose e beni culturali dal Paese. Quindi, prima di tutto, si agisce su quei casi in cui non è vietata l’uscita delle opere d’arte dal Paese cioè quella “definitiva” contemplata nell’art.65 del Codice. Non è contraria alla legge e alla Costituzione, come ha sostenuto Salvatore Settis, questa fattispecie tanto che è contemplata e normata dal Codice che impone condizioni e modalità per l’uscita “temporanea”. E’ importante dire che la norma proposta non deroga affatto da queste condizioni, anzi vi si adegua stabilendo due fattispecie aggiuntive addirittura in un caso, a mio avviso, limitando “cosa” possa uscire e per “quanto” tempo. L’art.67 già stabilisce che per poter essere autorizzate ad uscire all’estero le cose e i beni devono essere preventivamente “sottoposti ad analisi, indagini o interventi di conservazione da eseguire necessariamente all’estero” (co.1 lett. c) e l’uscita sia richiesta in “attuazione di accordi culturali con istituzioni museali straniere” per una durata non superiore a 4 anni (co.1 lett.d). La modifica stabilisce che l’uscita, “dietro pagamento di un corrispettivo”, debba avvenire in attuazione di “accordi culturali con istituzioni museali straniere, che ne garantiscano la corretta e adeguata conservazione e protezione e si impegnino ad esporli alla pubblica fruizione”. Due aspetti importanti perché significa che chi richiede un’opera dovrà farsi carico all’interno del corrispettivo anche dei costi di conservazione e protezione (che includeranno anche l’accompagnamento da parte dei funzionari, che era preoccupazione di Settis). Inoltre, l’obbligo di esposizione al pubblico fa segnare un punto a favore della fruizione dell’opera perché, per espresso vincolo della proposta di modifica, rientrano in questa casistica di opere solo quelle non esposte alla pubblica fruizione in

Travi,

Italia. A me pare, dunque, che siano garantite sicurezza e funzione culturale delle opere in uscita temporanea (per non più di 10+10 anni). Piuttosto, vorrei segnalare cose ben più complesse contenute nel DDL “semplificazione” inerenti i beni culturali che, a causa della distorsione giornalisto-polemistica del dibattito, non hanno suscitato la giusta attenzione. Il DDL contiene (art.2) una vasta delega al Governo ad adottare – entro 12 mesi – decreti legislativi correttivi e integrativi dell’intero Codice e anche una ulteriore delega ad adottare decreti correttivi e modificativi di questi stessi decreti nei successivi 12 mesi. Una (possibile) modifica radicale del Codice per 24 mesi che lo farebbe diventare una sorta di cantiere permanente sottoposto alle oscilla-

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pagliuzze, zioni di governi diversi (giacché se i primi decreti potrebbero essere fatti dal governo Letta, è quasi sicuro che i decreti correttivi dei decreti correttivi fra 24 mesi li farà un altro governo). Peraltro i principi e i criteri direttivi di tale delega sono quanto mai laschi e ampi. E’ giusto ed opportuno che una simile delega su un Codice che abbraccia ambiti di competenze e soggetti così ampi e diversificati sia affidata al solo strumento del decreto governativo? Già sulla scelta di “codificazione” più di un esperto si espresse in modo dubitativo all’epoca della redazione del Codice (v. Introduzione di Marco Cammelli al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, ed. il Mulino, 2004). Dubbi che oggi si rinno-

noleggi,

Una riflessione sulla questione dell’affitto delle opere d’arte all’estero vano di fronte a questa delega e all’altro contenuto della modifica proposta e ignorata dai più nel DDL “semplificazione”. L’art.14 stabilisce che si possa procedere a raccogliere “presso il pubblico contributi, anche di modico valore, destinati, con vincolo di scopo, a specifiche iniziative a tutela dei beni culturali o paesaggistici” e detta modalità e forme con cui “i funzionari del Ministero per i beni e le attività culturali” possono farlo. La prima domanda è: perché solo loro, cioè lo Stato, e non anche i funzionari di Regioni e Comuni che pure svolgono iniziative a tutela di beni? Qui si riscontra il limite della scelta di “codi-

e denari ficazione” che fa centro esclusivamente sullo Stato e non prende atto che ormai, piaccia o no, esiste una soggettività di Regioni ed enti locali che concorre con lo Stato (come vuole l’art.9 della Costituzione) a governare il sistema dei beni culturali e paesaggistici. E poi la seconda contraddizione della norma che prevede che se, “per qualunque ragione”, lo scopo per cui i cittadini devolgono erogazioni liberali (ai quali si applicano i benefici fiscali di legge... dunque, solo alle iniziative dello Stato?) non venisse attuato dopo tre annualità, quegli stessi soldi vanno a finire nel calderone generale del bilancio dello Stato seppure destinato alla spesa del Ministero per i beni e le attività culturali. Con buona pace del “vincolo di scopo”. Ma la madre di tutte le domande è se la decretazione governativa sia strumento congruo e legittimo per una vasta riforma di una legge (la n.42 del 2004 appunto il Codice) che è norma direttamente attuativa del dettato costituzionale all’articolo 9? Io penso francamente di no. Ma perché mai di questi temi, che evidentemente non frizzano, non si dibatte, neppure fra gli esperti.


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L’ULTIMA IMMAGINE

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Eastridge Shopping Center, San Jose, 1972

berlincioni@gmail.com

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni

Quando ho visto per la prima volta a poche miglia di distanza dalla casa dei miei suoceri questo Shopping Center credevo di aver scoperto la luna. Mi affascinavano gli spazi, l’architettura, la luce, i giochi d’acqua e tutte le altre cose che non avevo mai visto prima in vita mia. Tutto era concentrato in questo incredibile luogo del consumo. Mi stupiva però il fatto che la gente andasse ln quel luogo non tanto, o non solo, per fare shopping, quanto per trascorrere lì il proprio tempo libero e incontrare persone! Ai miei tempi per fare queste cose si andava al Bar, alla Casa del Popolo o al Dopolavoro dei Postelegrafonici! Non sto a dirvi le considerazioni che facevo circa la pochezza culturale di questi “barbari” che passavano ore ed ore della loro giornata immersi in questo delirio del consumo. E’ stata chiaramente la mia scarsa perspicacia che mi ha impedito di capire subito come questi sarebbero diventati in brevissimo tempo anche i nostri modelli di socializzazione quotidiana.


Cultura Commestibile 37