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uesta settimana il menù è

DA NON SALTARE

Sermonti, la voce di Dante I leader e i funzionari di governo devono studiare la raffinata cultura tradizionale, che contiene una conoscenza vasta e una erudizione profonda Hu Jintao Premier della Repubblica Popolare Cinese che ha appena deciso di scavare una miniera di rame nell'antica città morta di Mes Aynak in Afghanistan ponendo così fine a una dozzina di templi millenari e ai Buddha seduti del IV e VI secolo

Siliani a pagina 2

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Artisti fra follia e normalità

Della Bella a pagina 7

REBUS

Lo svelamento di Miccini

Mondaldi a pagina 6

OCCHIO X OCCHIO

Il fotografo scatta due volte

RIUNIONE DI FAMIGLIA a pagina 4

Psicologia delle folle

In cerca del meuzzin

Cecchi a pagina 7


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di Simone Siliani s.siliani@tin.it

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ittorio Sermonti è stato a Firenze lo scorso 11 aprile per tenere una Lectura Dantis dal titolo L’ombra di Dante nell’ambito del programma annuale della Società Dantesca. Ha accolto volentieri il mio invito a fare quattro chiacchiere per Cultura Commestibile. Una chiacchierata lieve eppure colta, autoironica ma seria, generosa ed essenziale, come è Vittorio Sermonti. Leggere (e ascoltare) Dante è diventato un fenomeno di massa grazie soprattutto alle letture e al racconto critico di Vittorio Sermonti in diverse città italiane: come vivi questa passione del pubblico tu che sei dall’altra parte del leggio? Cosa sedimenta nel pubblico e quale contatto instauri con chi ti viene ad ascoltare? Tu dichiari che se capire significa contenere, padroneggiare un oggetto complesso nelle sue articolazioni e funzioni, allora della Divina Commedia in generale tu non avresti mai capito troppo pur frequentandola da quasi tre quarti di secolo, non avendo capienza mentale sufficiente; cosa ti aspetti possa ritenere il pubblico che occasionalmente ascolta o si avventura per lo gran mare di questo monumento della letteratura mondiale? Se Dante è diventato “un fenomeno di massa”, non è colpa mia, o, quanto meno, non è a questo che mi adopero da decenni. Non si appella, Dante, al minimo comune buonsenso, al presunto buoncuore dei lettori, tanto meno di lettori posteri di sette secoli, che fra loro condividono poco più che rancori e spaventi. Dante è spigoloso, non è simpatico Dante. Ma quando il suo discorso si fa più enigmatico e denso: “Pensa, lettor!” scrive, non scrive: “Pensate gente! Dài, che facciamo coro...”. Vuole stanare da te la tua povera unicità che ti fa fratello degli altri poveri unici che tutti noi uomini siamo. Dirò di più: vuole cavarti di dentro il timido poeta che sei anche senza saperlo, comunque testimoniandolo con lo stupore e la confidenza con cui ascolti e assimili quelle terzine inappellabili. E a quegli “uni” mi indirizzo anch’io da anni, frugando con la trivella della Commedia falde profonde della loro emozione del reale, del loro sentimento della vita. Se poi c’è fra loro qualcuno che di Dante capisce più di me, tanto meglio. Escluderlo sarebbe insensato. La voce, questo mi pare il tuo vero “strumento critico” nel quale il saggista e il critico si scioglie. Non il ponderoso saggio, ma la capacità di porgere attraverso il medium vocale un testo tanto complesso quanto affascinante come la Commedia agli italiani. Come è nata in te questa idea e quando hai compreso cosa stava diventando per il pubblico? Questa è una storia che ho già raccontato... Insomma, quando nella primavera dell’85, su istigazione di Ludovica (Ripa di Meana, ndr), il poeta che ha avuto la sventatezza di sposarmi, andai a trovarlo qui a Fi-

Vittorio Sermonti durante una Lectura Dantis (foto tratta dal sito www.vittoriosermonti.it)

La voce di Dante

renze, via Lorenzo il Magnifico, per proporgli di assistermi nel nostro progetto dantesco, quel genio di Gianfranco Contini, dopo aver pazientemente ascoltato una ardente dichiarazione di intenti, per verificare la mia idoneità alla dissennata impresa, sillabò quello che lui stesso avrebbe definito un “continema”: “Mi foni!”. Gli fonai scrupolosamente il canto dei cognati romagnoli (Inferno, V); e lui: “Me lo ha solfeggiato benissimo. Ora me lo legga”. Glielo lessi con la libertà di mente e di cuore che mi sembrava lui volesse intimarmi. E proprio in ordine a quella libera esecuzione Contini decise di mettermi una mano sulla testa, e condividere i rischi dell’avventura; e io mi permisi l’impudenza di leggere Dante in pubblico. D’altra parte sono da tempo convinto che la nostra voce sappia di noi più di quello che sappiamo noi stessi, e che non esista strumento con cui dichiarare più compiutamente, più spudoratamente che cosa ci passa per la mente e per il cuore, e di chi


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sono quella mente e quel cuore. Fra i “dantisti” con cui hai lavorato per costruire questi racconti critici c’è Gianfranco Contini, di recente celebrato a Firenze in una bella mostra al Gabinetto Scientifico “G.P.Vieusseux”, “Gli scartafacci di Contini”. Come era lavorare con lui? Appunto. E lavorare con lui, (anche questa devo averla già detta; d’altra parte, se uno non si ripete alla mia età, mi domando che aspetta a ripetersi)... lavorare con lui è stato meraviglioso: da lui mi aspettavo la sanzione del maestro, e lui mi ha insegnato la famelica, ilare, meticolosa umiltà di uno scolaro sublime. Solo a lui - come ho scritto - si deve se i libri su cui si basa la mia “missione vocale” non contengono svarioni o sciocchezze, ma gli si deve anche, se quei libri esistono. Perché esistessero, almeno a me dovevano piacere. E devo al genio della sua generosità, e alla passione severa di Ludovica, se piacciono almeno a me. Hai confessato, durante l’incontro al cinema Odeon a Firenze su “L’Ombra di Dante”, di avere una predilezione speciale per il Purgatorio. Perché? L’ha definita “la Cantica più bella, come peraltro ognuna delle altre due, in quanto condivide con Paradiso e Inferno il privilegio della incomparabilità”. Tuttavia se un angelo con la spada ti costringesse a mettere in piazza le tue inconfessabili predilezioni, diresti il Purgatorio. Sono così vive le anime di questa “terra di mezzo”, così umani e sofferenti ma aperti alla speranza? Qui mi sembri di quegli intervistatori che includono la risposta nella domanda. Che dire? Sono d’accordo. E penso che la mia “predilezione per la cantica seconda” stia proprio nella constatazione che nessun poeta, nessun teologo, forse nessun essere umano ha mai immaginato morti così creaturalmente, così disperatamente vivi come le anime di purgatorio, che Dante racconta: quei penitenti sospesi, in una proroga speculare della vita, fra il rimpianto del corpo lasciato sulla terra e il desiderio del corpo che recupereranno in cielo dopo il giorno del Giudizio. Così vive, queste anime d’ombra, da suggerirci, da ingiungerci l’illusione senza la quale, forse, non sapremmo sopravvivere: che i morti pensino a noi. Nell’incontro di Firenze hai messo in relazione l’iconografia con cui si è accompagnata la Commedia nel corso dei secoli e la nostra percezione dei luoghi e degli “abitanti” delle tre Cantiche: una indagine che non si ferma agli illustratori storici (a partire da Gustave Doré) ma prosegue anche oggi. Puoi dirci qualcosa delle tue preferenze? Come conto si sia capito all’Odeon l’11 aprile scorso, fra l’ingente repertorio delle illustrazioni dantesche, canonizzate nelle litografie di Doré, e le immagine fosche, allarmate, discontinue, contraddittorie che ogni singolo lettore della Commedia spilla dalla propria esperienza di veglia e di sogno per collazionarle con il testo di Dante, io non avverto - in via di metodo - un rapporto felice, fermo re-

DA NON SALTARE

La Divina Commedia disegnata da Seymour Chwast

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in bocca, e Virgilio è un atticciato boss goffamente insaccato nello smoking. D’altra parte, visto che giocare con Dante è un metodo tutt’altro che spregevole per cominciare a frequentarlo ed amarlo, confesso di considerare quei disegnini a china più danteschi, più curiosi, più scrupolosi di Dante del body building neoclassico di Gustave Doré. Paradossalmente? Sì, ma mica tanto. L’ombra è, infine, il segno della vitalità, non solo in Dante (hai mostrato il valore salvifico della stessa nel ciclo degli affreschi del Carmine di Masaccio con San Pietro che guarisce gli storpi allungando su di loro la sua ombra, riecheggiando la lezione di Longhi). L’ombra che Dante stampa contro la roccia e sbalordisce le “ombre senz’ombra” sulla spiaggia del purgatorio, come l’ombra terapeutica che più d’un secolo dopo i santi-popolani del Masaccio verseranno nei vicoli di Firenze, è un “controllo esistenziale”, un salvifico indizio di vita, più che un segno di vitalità: indizio che rianima - a sentir Longhi, e sarà bene sentirlo - la pittura del primo Quattrocento, e nella Commedia vale a definire la concretezza spaziale tutta terrena del secondo regno e insieme, fungendo da meridiana, a scandirne il calendario penitenziale. Hai parlato delle tue frequentazioni fiorentine negli anni di “Paragone” , la frequentazione di Longhi e della sua Parte, l’amicizia con Garboli: rievoca anche per noi il senso, l’insegnamento, la passione per la cultura e le lettere di quell’ambiente? E’ a rischio – notizia di questi giorni – la stessa eredità Longhi nella Fondazione a lui dedicata di via Benedetto Fortini, come ci ha ricordato in questi giorni Mina Gregori Sulle fortune a rischio dell’eredità Longhi non dispongo di informazioni confidenziali. D’altra parte, rimpiangere quei remoti anni del millennio

Intervista a Vittorio Sermonti aedo contemporaneo della Divina Commedia stando che nei secoli non sono mancati illustratori di straordinario tratto, talora francamente geniali (basterebbe pensare al Botticelli). Mi sembra comunque che le illustrazioni finiscano per intercettare e inamidare il flusso attivato nella visionarietà del lettore dalla visionarietà del poeta, dalle sue figure, dai suoi ritmi, dalle sue parole, e perfino dal rumore che fanno quelle parole nella tua testa. Perciò - scherzando ma non troppo mi sono permesso di accennare a una mia speciale condiscendenza per le vignette di un buffo disegnatore newyorkese, dove Dante ha l’impermeabile di Humphrey Bogart e la sigaretta

scorso, quelle remote persone (e Dio voglia che stiano ancora pensando a noi...) mi sembra un esercizio languido e debilitante, per quanto più che legittimo. Longi, Contini, qualche altro personaggio della mia giovinezza sono stati effettivamente grandissimi: a noi sta il duro ma emozionante compito di contagiare a chi non li ha conosciuti, e magari non sa nemmeno che sono esistiti, qualche coriandolo della loro grandezza. Quanto ai miei personali ricordi, tante volte ne ha parlato, che onestamente, a questo punto, non saprei se sto raccontando quei fatti lontani o il mio penultimo racconto.


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RIUNIONE DI FAMIGLIA

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LE SORELLE MARX

Psicologia delle folle

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I CUGINI ENGELS

In cerca di un muezzin

E’ sempre salutare vedere una fila fuori da una libreria (sempre che non sia a causa di una svendita fallimentare). Ma è abbastanza raro che un paio di sere fa passando di fronte alla Feltrinelli di Firenze ha impressionato la folla che assediava il negozio costretto a mettere anche un maxischermo per la presentazione della seconda fatica letteraria di Roberto Saviano, a sette anni di distanza del best seller Gomorra. Stavolta la sua penna si posa sul traffico e il mercato della cocaina, cassaforte di quei clan che lo hanno condannato a morte e costretto a vivere sotto scorta. Ma anche noi vogliamo indagare e ci chiediamo: per quale Saviano la folla è accorsa? Sarà per il cronista di cose mafiose, dal versante siciliano a quello calabrese, passando per la camorra e ma non disdegnando quelle internazionali? Oppure il fustigatore della politica fatta di ruberie e accordi sotto banco? O dell’opinionista su ogni argomento dello scibile umano, sempre con un occhio di riguardo alla giustizia? O anche per il compilatore compulsivo di liste, malattia introdotta da Fabio Fazio poi trasmessa alla politica sotto forma di puntinismo?

Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012 direttore simone siliani redazione sara chiarello aldo frangioni rosaclelia ganzerli michele morrocchi progetto grafico emiliano bacci editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze contatti

www.culturacommestibile.com redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.facebook.com/ cultura.commestibile

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Con la cultura non si mangia Giulio Tremonti

Non vanno di moda in questi tempi le moschee. Ad Aleppo il conflitto fra Bashar al Assad e gli

Finzionario

di Paolo della Bella e Aldo Frangioni

Saverio Ronzino, illustre ricercatore di nano-economia, ci “regala” un nuovo lavoro dedicato alle transazioni monetarie derivanti dalle mance. Abbiamo detto ci “regala” nel senso letterario del termine, poiché lo studioso non vende i propri libri ma li fa distribuire gratuitamente presso ristoranti, alberghi, bar e impianti balneari. Il Ronzino è celebre per il suo volume “L’accumulazione primaria proveniente dalle elemosine”. Un testo rivoluzionario di economia politica per valutare l’effettiva ricchezza delle nazioni, partendo da parametri marginalissimi, come il coefficiente “Offerta Libera” che calcola i valori quotidiani della carità elargita alle classi più povere scoprendo che c’è stata una diminuzione del 28,3% nel 2012. Il concetto “ronziniano” ribalta tutti i dati macro-economici (Pil, Spread, andamento delle Borse, inflazione e via dicendo) seguendo realtà che apparentemente appaiono minimali. Ed è così che veniamo a scoprire che nell’ultimi due anni le mance a camerieri, bagnini, portabagagli sono diminuite del 32,4%. E’ da un indizio come questo che si capisce che il crollo economico che ci dice l’Istat: pil -2,4%, consumi -3,9%, investimenti -8% è almeno 15 volte superiore: conseguentemente siamo molto, ma molto più poveri di quando pensiamo di essere.

oppositori del suo regime ha fatto pagare, oltre al debito umano di migliaia di vite, anche la Grande Moschea degli Omayyadi ricostruita nel XII secolo dopo un devastante incendio sull'artica struttura del 715 d.C.: rasa al suolo. A Colle di Val d'Elsa, nella belligerante (ma solo finanziariamente) Provincia di Siena, non si riesce ancora ad aprire la grande moschea, appena completata per un intervento del valore di 1,5 milioni di euro, per vari inceppi burocratici. Si tratta della seconda più grande moschea d'Italia dopo quella di Roma, ma non bisogna dirlo troppo forte perché altrimenti la gente si spaventa (e di cosa, poi? Noi saremmo più spaventati dell'apertura di un grande centro commerciale con le orde di consumatori della domenica che intasano strade e comprano, comprano, comprano di tutto...). C'è un solo luogo al mondo dove anche per le moschee tutto fila liscio che è un piacere: Firenze. D'altra parte non è una novità, qui tutto va per il meglio a sentire il nostro sindaco. La moschea? Che problema c'è? Fatto! ebbe a dire Matteo ormai qualche anno fa. Fatto, un accidente! Anche della moschea si è perso ogni traccia, fra percorsi partecipativi (che quando servono per procrastinare un'opera scomoda come la moschea sono un must, ma quando c'è da fare una strada o un impianto di trattamento di rifiuti, sono un inutile intralcio sulla strada delle decisioni rapide e necessarie), localizzazioni improprie e progetti farlocchi (come quello che copiava le forme di S.Maria Novella). La moschea si aggiunge alle tante opere dettefatte-dimenticate di Matteo. Il regesto sarebbe lungo, ma basti ricordare il “completamento” della facciata michelangiolesca della basilica di S.Lorenzo, la pavimentazione in cotto di piazza della Signoria, la demolizione dell'orrenda ed erigenda Scuola sottufficiali dei Carabinieri. Cosa volete che sia una moschea annunciata in più o in meno rispetto ad un simile schiocchezzaio annunciato?!


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di Paolo della Bella db@paolo.dellabella.name

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n dubuffettiano “incallito” come me non poteva non andare al MAR Museo d’Arte della Città di Ravenna per la mostra Borderline. Artisti tra normalità e follia. La pubblicità e il catalogo recitano Da Bosch a Dalì, dall’Art Brut a Basquiat. Così come è evidenziato nei media, la presenza di Pieter Bruegel e Francisco Goya; di Baj e di Karel Apell; di Bacon e di Géricault. Se fosse per la quantità e la qualità di questi “nomi ufficiali” (di Bosch c’è un solo quadro ancorché attribuito, due di Dalì e nemmeno dei migliori, alcune stampe di Bruegel un Bacon bruttino e un legno di Baj), non ne varrebbe la pena, ma la straordinaria presenza delle “vere star”, i cosiddetti folli, ne fa una mostra davvero godibile. Molti dei quadri provengono dalla Collezione dell’Art Brut di Losanna, un singolare museo ideato e voluto e da Jean Dubuffet che proprio in Svizzera iniziò la ricerca e la raccolta di “produzioni d’arte extra culturali”. Nel corso gli anni riuscì a raccogliere oltre 1200 opere realizzate da artisti di differenti nazionalità, e nel 1967 ne espose una parte nel museo delle Arti Decorative di Parigi. Nel 1976 la collezione fu trasferita dalla Francia in Svizzera e si inaugurò la Collection dell’Art Brut di Losanna, dove regnano “artisti” che hanno vissuto il disagio mentale e che hanno una forza espressiva straordinaria. L’intento dei curatori, il direttore del Mar, Claudio Spadoni, l’editore Gabriele Mazzotta e lo psichiatra Giorgio Bedoni, era quello di “superare i confini tra giorno e notte, vero e falso, reale e sognato: confini instabili per definizione”. Ecco perché non potevano mancare gli autoritratti di Ligabue e molti altri outsider, i solitari, che hanno prodotto le loro opere nel silenzio e nell’emarginazione dei ricoveri psichiatrici. Sono i cosiddetti esponenti, a loro insaputa, dell’Art Brut, termine coniato nel 1945 sempre da Dubuffet, per indicare un’arte grezza, “brutale”, primitiva, fatta, come sottolineava, da pazienti autodidatti non soggetti a canoni e correnti estetiche. Sono i “valori selvaggi” dubuffettiani ma anche la creatività infantile a cui si riferisce Paul Klee: “l’arte è un impulso creativo e nasce analfabeta”. Alla creatività infantile è accostabile quindi anche quella dei primitivi non ancora manipolati da un sistema culturale. Accanto allo schizofrenico “famoso” Carlo Zinelli, straordinaria le serie dei pretini, troviamo Aloïse Corbaz, un’infanzia difficilissima, poi l’ossessione per il Kaiser Guglielmo II, sfociata nella follia. Ed ancora, gli splendidi disegni di Gino Sandri scomparso in un istituto psichiatrico, cui fu relegato dal 1924 , definito il Van Gogh italiano, “si difendeva dalla malattia dipingendo in modo quasi frenetico, appena poteva tenere in mano il pennello, per aiutarsi a vivere”. E poi Josef Hofer, Gaston Teuscher, August Walla, Sylvain Fusco, Oswald Tschirtner e altri ancora. Tutti straordinariamente “folli”!

Artisti fra normalità e follia

Una mostra al Mar di Ravenna

La copertina del catalogo della mostra e sopra il raffronto delle zuppe Campbell’s. A sinistra quella di Wölfli (1929), a destra quella di Warhol (1962)

In questo viaggio nella pittura di chi ha vissuto il disagio mentale, non poteva certo mancare Adolf Wölfli, ormai una vera star dell’art brut. A circa 30 anni viene internato nel manicomio di Waldau vicino a Berna dove rimarrà per il resto dei suoi giorni. Nel manicomio Wölfli inizia a disegnare, scrivere e comporre musica. Rappresenta uomini, animali, edifici e paesaggi. Tale personaggio attirò l’attenzione anche di Sigmund Freud e del vate del surrealismo André Breton, che lo prese come esempio e continuò, grazie a lui, gli studi che conduceva sul rapporto tra malattia mentale ed espressione creativa. In trenta anni di attività, Wölfli realizzò 1.300 disegni e diversi quaderni di scritti, oltre ad una biografia gigantesca di ben 25mila pagine chiamata La leg-

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genda di sant’Adolfo. Nella prefazione di Michele Mari, alla edizione italiana del libro Arte e follia in Adolf Wölfli, 1921, dello psichiatra svizzero Walter Morgenthaler, che fu medico curante di Wölfli nel manicomio di Waldau, si legge stupiti: “Immaginiamo un uomo non americano che trentadue anni prima di Andy Warhol metta in un quadro l’immagine fedele di una lattina di zuppa Campbell’s: già lo sbalordimento ci pervade. [...] immaginiamo che lo stesso uomo, senza mai essere stato in Francia e senza mai avere incontrato un dadaista né un surrealista, componga calligrammi serpentiformi alla Apollinaire e tratti artisticamente delle radiografie come farà Man Ray con i suoi ‘Rayographs’. Spingiamoci oltre e

immaginiamo che preceda Picasso nel recupero del primitivismo e disegni volti che sono simultaneamente di fronte e di profilo; immaginiamo che senza aver letto Borges quest’uomo chieda un numero spropositato di fogli di carta per realizzare una mappa di Berna in scala 1:1; immaginiamo che scriva poesie fondate su associazioni foniche e giochi di parole degni delle filastrocche di Lewis Carrol o dei limerick di Edward Lear, e che costelli la sua prosa di parole inventate o deformate ricorrendo a morfemi ebraici, latini e dialettali come aveva fatto Rabelais, come faceva Joyce e come avrebbero fatto Céline e Gadda;…” Singolare coincidenza o, come qualcuno maliziosamente ha asserito a proposito di Andy Warhol che avesse “l’occhio lungo”? Ed ancora, per gli amanti delle coincidenze, saltano all’occhio anche le iniziali sia del nome che del cognome: A. W. I “segni” del caso o del destino?


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di Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com

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efinire letterarie le esperienze poetiche totali non è certo semplice, tuttavia trasfigurare il sistema linguistico con operazioni che comportano l’uso dei segni, reagire alla complessità della crisi istituzionale e culturale interna alla letteratura e all’universo intellettuale del secondo Novecento, significa in qualche modo operare dentro e fuori il fare letterario. Tutta l’opera di Eugenio Miccini può essere letta nella direzione dello svelamento di un enigma poetico, ossia di una poeticità criptica esuberante e mai scontata. Una vera e propria analisi serrata sui misteri del linguaggio contemporaneo, in cui convergono le terminologie del Sistema della Cultura e del discorso sul senso comune. Un’azione poetica attraverso gli enigmi dell’immagine, verso l’esaltazione della poiesis e il tentativo della sovversione delle leggi logiche delle parole e delle loro relazioni reciproche. Nell’epoca della poesia post-ermetica – attraverso l’adagio popolare, il proverbio, il gioco, il rebus, il discorso criptico, il gergo popolare – si sviluppa la costante ricerca dell’artista e dell’uomo di lettere, intesa come un impegno volto a demistificare le modalità espressive del linguaggio comune, in quanto istituzione quotidiana e pratica moderna del discernimento del sapere e della conoscenza del reale. Era il 1978 quando Eugenio Miccini scriveva che “l’arte è un ripensamento che vive nel mondo degli oggetti per suscitare un mondo di concetti”, sottolineando la propria duplicità e radicalità artistica. Fin dai collages della “Poesia trovata” emerge chiara la volontà di operare lo scarto dalla norma canonica, di superare i limiti disciplinari fra le arti e irrompere negli schemi precostituiti del sistema culturale, analizzando in modo pragmatico l’universo sociale e politico. Con tale serie artistica Eugenio Miccini opera, sul versante figurativo, una rappresentazione mimetica del quotidiano attraverso le immagini tecnologiche di dominio pubblico, sul versante poetico/letterario, invece, opera una decostruzione semantica e ironica di tali figurazioni attraverso lo scontro/incontro con il linguaggio, trasfigurandosi in materia che fugge alla lettura. La parola diviene materia vivace e dinamica che tenta il riscatto della propria concretezza, materialità e fisicità, nel disperato tentativo di superamento del disordine contemporaneo, alla ricerca di un nuovo ordine rigeneratore. “Poesia trovata”, quindi, come operazione linguistica che si auto-valuta sulla base delle contraddizioni che essa stessa presenta: una compenetrazione di parola e immagine che ostenta l’estraneità reciproca, attraverso motti di spirito di una sovrastruttura destabilizzata dal senso comune sociale.

Eugenio Miccini - Poesia trovata: “Vie nuove”, 1968 - Collage su cartoncino - cm 35x50 – Courtesy Collezione Carlo Palli

Eugenio Miccini Verso lo svelamento dell’enigma poetico

Eugenio Miccini - Il vangelo, 1967 - Collage su cartoncino - cm 49,5x69 - Courtesy Collezione Carlo Palli


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di Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it

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a fotografia, si dice, ha la capacità di sintetizzare una storia in una immagine e di concentrare in un centesimo di secondo la durata di un intero evento. Questa convinzione viene rafforzata dai fotografi che hanno fatto della scelta del “momento decisivo” la loro bandiera, la loro poetica e la loro ragione d’essere. Henri Cartier-Bresson (1908-2004) pubblica nel 1952 il libro “Images à la sauvette”, cioé “in fretta e furia e di nascosto”, ma nell’edizione americana il titolo viene tradotto in “The decisive moment”. HCB alimenta l’equivoco affermando che “fotografare consiste nel riconoscere nello stesso istante, ed in una frazione di secondo, un fatto ed una organizzazione rigorosa delle forme, che danno all’evento la sua migliore espressione”, e quando sostiene che “le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento” e che “quello che voglio è catturare quel momento, parte della realtà”. Sono parole superate dalla tecnologia, che negli anni Sessanta offre fotocamere 35mm professionali motorizzate capaci di sequenze veloci, e nei decenni successivi offre motori sempre più veloci, fino ad esaurire un rullino da 36 pose in otto o dieci secondi, unico vero limite delle sequenze fotografiche dell’epoca. Oggi la tecnologia digitale offre fotocamere con schede di memoria per centinaia di immagini, motori che, senza l’inerzia della pellicola, permettono sequenze fino ad oltre otto scatti al secondo e riprese filmate in alta definizione. L’istante decisivo viene mortificato, annullato, schiacciato nella sequenza che analizza, viviseziona e spezzetta ogni azione, permettendo la verifica immediata di quanto registrato. Ma i fotografi non si sono mai fidati troppo della loro capacità di individuare e “bloccare” il momento decisivo, e davanti agli avvenimenti, hanno sempre scattato più di una immagine, per indovinare lo scatto giusto. Lo stesso HCB confessa di avere scattato molto, per selezionare rigorosamente le immagini “giuste”, quelle corrispondenti all’evento, ma ancora di più, alla sua poetica. HCB non ha mai permesso che fossero visionati i suoi rullini con gli scatti “scartati”, per ogni avvenimento ha sempre offerto una sola immagine, quella “decisiva”, destinata alla pubblicazione. Eppure anche di HCB si conoscono alcune immagini “doppie”, diverse e scattate in momenti immediatamente successivi. Una delle più note è quella del 1933 dal titolo “Arena di Valencia”, in cui un guardiano con berretto ed occhiali si affaccia ad una piccola finestra rettangolare, aperta nel portone numero 7, mentre alle sue spalle si muove un altro personaggio. Nel-

Henri Cartier-Bresson - Arena di valencia (1933)

Il fotografo scatta

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sempre volte

l’immagine più nota si vede una sola anta del portone, con un ragazzo che scivola contro il muro per sfuggire al controllo. Nell’altra si vedono le due ante del portone, con un secondo guardiano che guarda nell’interno. Sono due immagini simili ma diverse. HCB ha decisamente promosso la prima, lasciando tuttavia vivere anche la seconda. Dal momento decisivo al momento “quasi” decisivo?


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di Caterina Liverani caterinaliverani@virgilio.it

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ll’interno del canone shakespeariano incontriamo Marco Antonio due volte: la prima nel Giulio Cesare del 1599 e la seconda in Antonio e Cleopatra, 1607. Prima dipinto come valente condottiero, atleta senza rivali e oratore capace di commuovere gli animi con il suo celebre discorso al popolo romano, ben diverso è il suo carattere nella tragedia che racconta il suo amordie per la regina d’Egitto: “Guarda bene, e vedrai il terzo pilastro del mondo mutato nel giullare di una cortigiana” questo Antonio nelle parole di uno dei suoi seguaci all’inizio del I Atto. È stato l’amore, forza distruttrice e sfrenata in questo caso, a rendere l’eroe un fantoccio che trascorre i giorni in ozio e le notti in banchetti. Antonio è cambiato senza opporsi ma arrendendosi completamente ad una nuova dimensione che prima del suo incontro con Cleopatra gli era sconosciuta. Tutti gli uomini coinvolti hanno subito il fascino di questa donna straniera che anche Cesare aveva amato, senza però dimenticare Roma come ha fatto Antonio che durante l’ Atto I addirittura inveisce: “Si sciolga Roma nel Tevere e crolli il grande arco dell’ordinato impero!”. Questa è Cleopatra, una creatura quasi ultraterrena che né gli anni né la fatica possono far appassire e nella quale “i peccati dei sensi diventano vere grazie”. Viene evocata vestita come Iside, dea della fertilità, e associata all’acqua del Nilo, mutevole e inafferrabile. “Devo fuggire da questa regina incantatrice” dice a se stesso Antonio che mentre è ancora ad Alessandria d’Egitto ha appreso della morte di sua moglie Fulvia in patria. In The meeting of Antony and Cleopatra dipinto attorno al 1885 da Lawrence AlmaTadema, pittore olandese attivo in Inghilterra nella seconda metà dell’Ottocento spesso impegnato in soggetti storici, è rappresentato il primo incontro tra la regina d’Egitto e Marco Antonio come lo racconta Enobarbo, seguace e amico del triumviro, nella seconda Scena del secondo Atto: “Il vascello su cui sedeva, come un trono brunito bruciava sull’acqua: la poppa era d’oro battuto, d’argento i remi che battevano i colpi al suono dei flauti. In quanto alla sua figura immiseriva ogni descrizione: giaceva sotto il suo baldacchino –stoffa intessuta d’oro-. Dal vascello un invisibile strano profumo colpisce i sensi delle rive adiacenti. La città riversò il suo popolo su di lei”. Gli elementi barocchi evocati dalle parole di Shakespeare trovano puntuale corrispondenza nella ricchezza del colore dei tendaggi e nelle rose appese tutt’intorno al baldacchino che insieme ai tre piccoli bracieri retti dagli schiavi sembrerebbero essere responsabili dell’invisibile e strano profumo. L’esotismo più che a Cleopatra, che malgrado la tiara fra i capelli e gli scettri in entrambe le mani ha l’incarnato, l’acconciatura e il fascino di una gentildonna vittoriana, è affidato alle due schiave a seno nudo e ai loro ornamenti, mentre la luminosità dell’Egitto, che i protagonisti dell’opera contrappongono al grigiore dei colonnati romani, è riflessa dall’acqua e dagli scudi dei soldati.

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Cleopatra

SPIRITI DI MATERIA

Leonetto Leoni dal barroccio alla scrittura di Franco Manescalchi novecentopoesia@gmail.com

Fra i narratori formatisi nell’ambito fiorentino delle Giubbe Rosse, di Rosai e degli Ermetici, Leonetto Leoni (nato a Riparbella, Pisa, nel 1915) era il più riservato, ma certamente non inferiore a quelli che maggiormente, poi, sono rimasti nelle pagine letterarie. In una rivisitazione cronologica degli ospiti delle Giubbe Rosse della fine degli anni Trenta leggiamo: “a gettare le basi del gruppo letterato è di solito il più affezionato del locale, forse perché vi ha scritto le sue pagine più ritorte, Raffaello Franchi. Alla spicciolata lo raggiungono Sebastiano Timpanaro, Alberto Carocci, Vieri Nannetti, Arturo Loria, Leonetto Leoni, (ahimè, l'elenco mi diventa un sommario di Solaria!), dopo qualche po’ Bonaventura Tecchi, Eugenio Montale e Alessandro Bonsanti, perché prima sono passati da Pégaso, infine ...Elio Vittorini. “ Molto amico di Rosai, lo vediamo nelle foto storiche di gruppo e in una serie di ritratti che Rosai stesso tratteggiò con mano libera e felice fra il 1952 e il 1954 e che ora sono in dotazione della galleria Pananti. Ebbe dimestichezza anche con Mario Marcucci che illustrò con una serie di

acquarelli il suo libro “Racconti brevi”. La sua prima opera, “Malinconia”, 1942, tratta di un suicidio per amore, ma in realtà trova nell’evento un motivo per un viaggio nel vasto mondo di un storia di formazione che, fra gli altri, fu apprezzato da Giorgio Pasquali nel 1943 sul Corriere della sera. Ma l’opera che più lo mise in evidenza è “Il Garzella”, uscito da Vallecchi nel 1967, un romanzo autobiografico che affonda la sua narrazione nelle radici della famiglia d’origine di Riparbella e nel mondo epico popolare della Maremma Pisana. Qui emerge il ritratto del padre, anarchico barrocciaio maremmano, impo-

nente nella sua energia pari alla sensibilità e alla dignità, purtroppo offesa dal regime del tempo. “Sono tornato a Riparbella per rivedere la casa dove nacqui e vissi fino al 1936 quando mio padre fu costretto a venderla. Vi sono tornato di notte per non essere riconosciuto dai paesani che, altrimenti avrebbero potuto ricominciare il discorso interrotto venti anni prima da mio padre con un addio. Mio padre era un barrocciaio, figlio di un barrocciaio, nipote di un barrocciaio che trasportava carbone dalla Maremma a Pisa ai tempi del granducato. Gente robusta e silenziosa, sempre pronta a usare la frusta pur di non parlare con nessuno, fosse anche un amico, perché ad essi costava più aprire la bocca che muovere il braccio. Il carattere dei miei vecchi me lo sono immaginato guardando mio padre quando ero bambino: così somigliante al ritratto del nonno e del bisnonno, appesi in salotto, da farmi sentire uguale a loro in tutto, ai miei fratelli, ai Garzella che sarebbero venuti dopo di noi come statue uscite dallo stesso stampo : imponenti di fuori e vuote di dentro. Era proprio un monumento, mio padre. forte e onesto ma non libero: poche volte lo vidi comportarsi come avrebbe voluto, spesso come un ribelle prigioniero di un'idea altrui: l'ordine che trovò nascendo nel mondo dove regnava Umberto e governava il Crispi. Anche se odiava il re, il suo era un odio degno di un anarchico dei vecchi tempi che, in duello, non prende la mira; e se, poi, non colpisce l'avversario tira un sospirone di sollievo.”


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LETTERE&LETTERATI

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di Simone Siliani s.siliani@tin.it

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e appoggio la faccia alla porta a vetri e dimentico per un attimo che dietro di me si sta svolgendo una visita guidata alla nuova Scuola Nazionale Magistrati, posso immaginare quante volte Dino Campana, negli ultimi quattordici anni della sua vita (dal 1918 al 1932) trascorsi qui nell’ospedale psichiatrico di Castelpulci, avrà lasciato scivolare il suo sguardo da questa collinetta lungo il “viottolone” fino giù nella scarna piana di nord-ovest di Firenze e poi su fino a Monte Morello. Gli sarà sembrato ridicolo, forse, quel nome che racchiudeva la parola “monte”, mentre per lui, vero montanaro, abituato alle aspre rocce dell’Appennino, sarà stato poco più che una collina. Il suo sguardo non incontrava certo questa informe e disordinata distesa di cemento, funzioni, macchine, brulichio di affannoso di uomini e cose che oggi è la Piana, senza più un vuoto dove appoggiare e riposare lo sguardo. Furono per Dino 14 anni di relativa calma piatta, durante i quali - stando alle testimonianze dello psichiatra Carlo Pariani (autore di una Vita non romanzata di Dino Campana scrittore e di Evaristo Boncinelli scultore, edito da Vallecchi nel 1938) e del suo amico infermiere Barbetti – Campana sembra intento ad elidere sistematicamente il suo passato di scrittore. Del resto, già nel 1917 aveva scritto a Sibilla: “Perdonami se non voglio essere più poeta neppure per te. Sai che neppure le acque e neppure il silenzio sanno più dirmi nulla - e senti la mia infinita desolazione”. Sembra saltare a pié pari la sua produzione poetica, rammentando semmai i suoi studi di chimica a Bologna. Dopo i Canti orfici del 1914 pubblicò soltanto 5 poesie su varie riviste e dei molti frammenti, abbozzi e testi incompiuti si ha testimonianza (parziale?) solo nel volume Inediti pubblicato da Vallecchi nel 1942 a cura di Enrico Falqui. Non poeta, dunque, ma “Gran letturale” lo definisce un suo collega internato Ermanno Borghesi Innocenti, il “Chiucchero”. Campana non scrive più neppure una riga e meno che mai accenna ai pochi visitatori o ai medici della sua precedente identità di scrittore che pure gli era così necessaria. Nei dialoghi con Pariani commenta, richiesto, alcune sue poesie. Ad esempio, definisce Toscanità - a Bino Binazzi “una fantasia pittorica, sono stati di fantasia. Sono colorismi più che altro”; e non può tornare in mente la sua dichiarazione poetica programmatica Ma, perlopiù schiva le domande: “Non saprei cosa dirle riguardo a la mia passata attività letteraria che fu esigua e frammentaria” gli scrive il 23 aprile 1927. E, ancora nel 1927: “Non mi occupo realmente di nulla... Il mio piccolo libro contenente poesie patriottiche fu dedicato all’Imperatore Guglielmo per confusione di idee. Testimoniava in forma di insufficienza di caratteri che l’ambiente in cui ero destinato a vivere, stante un indebolimento de la volontà prodottomi da una nevrastemia giovanile”. Solo nell’aprile 1930, a seguito della ristampa dei Canti Orfici, scrive a Bino Binazzi ricordando “i nostri sogni

Tornare

a Castelpulci seguendo la voce di

cini (all’epoca medium nei difficili rapporti con la Aleramo), testimonia di alcuni stralci di questo Faust riportandovi un dialogo fra Faust e Mefistofele. Nella lettera a Bino Binazzi del 1930, infine, Campana riferisce di “rimasugli di versi, povertà, strofe canticchiate se ne potrebbe riempire un quadernetto. Ma che farne”. Che, per un matto, non è niente male quanto a riferimenti culturali. Vorrei, lo confesso, in questa mattina di fine aprile di quasi un secolo dopo fare come lui, come lo racconta il “Chiucchiero”: “si metteva col libro negli angoli, si appoggiava ai muri e strisciava, strisciava fino a terra … poi leggeva il libro per terra ...”. Scivolare lungo queste pareti fresche di calce dopo il restauro che ha restituito Castelpulci ad un uso civile, con uno dei suoi libri in mano (forse Friedrich Nietzsche; l’unica attività in quegli anni pare fosse quella di qualche traduzione, piuttosto dal tedesco): questo vorrei fare ora, in questo Castello della famiglia Pulci. Trovo triste ironia il fatto che in questo manicomio in cui visse i suoi ultimi monotoni anni Dino Campana vi sia oggi la scuola nazionale dei magistrati, che più volte ebbero a che fare con Dino. Lorenzo Bertolani, conoscitore di Dino, della sua vita e della sua opera, tiene una lezione commossa sul lungo soggiorno di Campana a Castelpulci, la cui traccia si può trovare a questo indirizzo web http://www.infinitetracce.it/content/nel -peggiore-dei-mondi-possibili-dino-campana-castel-pulci/113 Cita la lettera che Dino scrisse 83 anni fa a Bino Binazzi che oggi vorrei quasi assumere a manifesto di questi tempi grigi che viviamo: tutto va per il meglio nel peggiore dei mondi possibili.

Campana d’arte”. Ma soprattutto testimonia, con lucidità, dei progetti letterari lasciati cadere: “Credo mi avessi consigliato allora a scrivere un altro libro ma il mio ideale sarebbe stato di completarlo formandone un piccolo Faust con accordi di situazione e di scorcio”. D’altra parte, una lettera del 26 settembre 1917 a Leonetta Cecchi Pierac-


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LUCE CATTURATA

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I confini della città di Sandro Bini www.deaphoto.it

Un racconto per immagini dalla periferia fiorentina (2001-2013)

Sandro Bini - I Confini della Città - Ponte a Ema - Firenze 2013

ICON di Angela Rosi angelarosi18@gmail.com

Alla Galleria Immaginaria di Firenze fino al 6 maggio 2013 L'ascesi della materia di Luca Brandi. Ascesi in origine significava esercizio, allenamento di un atleta per il superamento di una prova. La pittura di Brandi è una “prova”, un percorso ascetico della materia, alchimia per trasmutare i metalli e per uno sviluppo spirituale. In galleria, richiamate da queste opere, aleggiano le sculture di Brancusi, pura materia che si eleva al cielo. Le tele verticali di Brandi, come le vetrate delle cattedrali gotiche, s’innalzano verso l'alto, verso Dio, narrandoci storie. Le storie non si rivelano subito, i monocromi rossi sono d'impatto e il dialogo è immediato, gli altri sono misteriosi e hanno bisogno di tempo per svelarsi allo spettatore e forse è proprio questa la loro forza cioè ci impongono l'ascolto del quadro e di noi stessi, bisogna soffermarci per entrare in sintonia e udire cosa vogliono raccontarci. Queste opere, apparentemente quasi monocrome, attraggono e respingono, i

Il percorso ascetico di Luca Brandi neri ci assorbono al loro interno, ci riflettono, ci invischiano e poi ne usciamo lentamente per vedere figure, forme, sindoni con sussulti della materia. Spesso il nero, il solo nero, predomina: “ il colore nero è difficile da rendere deve essere steso in modo perfetto perché, sul nero, tutte le imperfezioni si vedono” dice Brandi. I supporti in tela di lino o in alluminio, i colori metallici, le pennellate a croce in ricordo della Croce di Cristo portano a liberare la materia verso l’ascesi. Nella pittura di Brandi tutto è superamento di una prova anche le pennellate precise, stese e stratificate alla ricerca dell’oltre la materia stessa e del colore. Stare

di fronte alla tela e dipingerla strato su strato è estraniarsi dal mondo per immergersi nella materia e sondarne la profondità. Nel suo studio Brandi diviene un monaco eremita, il suo lavoro è una sottile sfida, dove la pittura è meditazione e il basso va verso l’alto e la pennellata orizzontale crea il verticale. Le sue opere conservano il sapere del piccolo Luca che aiutava il suo maestro, Romolo Prati, nell’esecuzione di grandi rappresentazioni religiose su pannelli per le sagrestie di alcune chiese di Firenze. Dipingeva le aureole dei santi e imparava la tecnica d’intelaiatura su pannello e la stratificazione della pittura nella preparazione dei fondi per le grandi opere. Il passaggio da figurativo a monocromi non ha tolto all’arte di Brandi la capacità di comunicare come le pitture sacre perché in queste opere la materia è sacralità.


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aldofrangioni@live.it

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Nuovi volti

Italia, Aprile 2013

PUÒ ACCADERE susannastigler@gmail.com

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omenica 28 aprile 2013, alle ore 17,00, la GAMC di Viareggio in collaborazione con BAU associazione culturale presenta in anteprima il decimo numero della rivista/laboratorio BAU Contenitore di Cultura Contemporanea, una delle più originali e significative pubblicazioni d'artista attive oggi in Italia. Già approdata in importanti musei, biblioteche e collezioni, dal MaRT di Rovereto alla Tate Modern di Londra, dal 2004 BAU si presenta annualmente sotto forma di “scatola” formato UniA4 in tiratura di 200 copie, con contributi numerati e firmati di numerosi autori italiani e internazionali. In dieci anni, la “rete” di BAU ha coinvolto seicento autori da oltre trenta nazioni. Per festeggiare il decennale, la redazione BAU ha proposto ai partecipanti del nuovo numero di intervenire su ben dieci differenti spunti tematici. Hanno aderito 105 autori attivi nelle più diverse discipline, alcuni dei quali saranno presenti alla GAMC domenica 28 aprile (dalle ore 17,00 alle 19,00) con performance, azioni sonore, installazioni ed altro. L’incontro, a cura della redazione BAU, sarà introdotto dalla direttrice dott.ssa Alessandra Belluomini Pucci e presentato da Vittore Baroni, Antonino Bove e Luca Brocchini. BAU, associazione culturale no profit, nasce nel 2004 a Viareggio ad opera di un gruppo di artisti e curiosi attenti ai multiformi aspetti della cultura del nostro tempo. Grazie a una rete diffusa e in costante espansione di contatti, il progetto si materializza ogni anno in una rivista d’autore, BAU Contenitore di Cultura Contemporanea. BAU è un punto d’incontro che stimola dialoghi, confronti e scambi tra le più varie discipline: grafica, collage, fotografia e arti visuali in genere, ma anche ricerche poetiche e narrative, esperienze acustiche e performative, documenti legati al mondo della moda, del design e a tutto ciò che è prodotto dalla creatività. La rete operativa di BAU si esprime anche nella progettazione di mostre, convegni, rassegne ed eventi. Gli autori di BAU Dieci: Giuliano Allegri, Silvia Ancillotti, Alain AriasMisson, Maria Rebecca Ballestra, Christian Balzano, Gianni Barelli, Vittore Baroni, Massimiliano Barsottelli, Keith Bates, Chiara Bettazzi, Lapo Binazzi, Maicol Borghetti, Antonino Bove, Luca Brocchini, Myriam Cappelletti, Dino Castelvecchi, CianographicSisters, Cielosereno (A.V.), Ryosuke Cohen, Philip Corner, Gianluca Costantini, Gianluca Cupisti, Paolo della Bella, Fabio De Poli, Gabriele Dini, Graziano Dovichi, Bartolomé Ferrando, Luc Fierens, Jenamarie Filaccio, Raffaella Formenti, Aldo Frangioni, Ignazio Fresu, György Galántai, Carlo Galli, Beatrice Gallori, Antonella Gandini,

Massimo Giacon, Luca Giorgi, Federica Gonnelli, Patrizia Gozzini, Devis Granziera, Johnny Grieco, Gruppo Open, Caterina Gualco, Gumdesign, Karl-Friedrich Hacker, Maurice Henry, I Santini Del Prete, Emilio Isgrò, Jacques Juin, Karadanatromnostazer, Susanna Lakner, Alessio Larocchi, Luca Leggero, Andrea Lemmi, Le Rane, Sara Lestini, Gian Paolo Lucato, Paolo Lumini, Gianni Macalli, Riccardo Macinai, Ruggero Maggi, Edoardo Malagigi, Tonka Malckovic, Attilio Maltinti, Michele Mariano, Paolo Antonio Martini, Graciela Gutierrez Marx, Paolo Masi, Anthony Moman, Gertrude MoserWagner, Giuliano Orsingher, Carlo Palli, Gioni David Parra, Manuel Perna, Guido Peruz, Beatrice Pieroni Lubé, Alessandro Poli, Rudy Pulcinelli, Resmi Al Kafaji, Enzo RossiRòiss, Michael Rotondi, Lola Savino, Luciana Schinco, Arturo Schwarz, Antonella Serafini, Fulgor C. Silvi, Skim, Renato Spagnoli, Aldo Spoldi, Tipigrafici, Maurizio Marco Tozzi, Tommaso Tregnaghi, Paolo Vandrasch, Maurizio Vanni, Tommaso Vassalle, Paolo Vegas, Sandra Viani, Tatiana Villani, VipCancro, Renato Volpini, Lutz Wohlrab, Reid Wood, Virginia Zanetti, Stefano Zattera. Informazioni: GAMC Viareggio - tel. 0584 581118 - www.gamc.it - gamc@comune.viareggio.lu.it BAU Associazione Culturale www.bauprogetto.net - info@bauprogetto.net

di Susanna Stigler

a cura di Aldo Frangioni

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ODORE DI LIBRI

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di Marco Pacioni pacionim@gmail.com

È

paradossale, ma il puro suono di una lingua è udibile solo da chi non è completamente familiare con quell’idioma. Chi sta tutto dentro la propria lingua attribuisce immediatamente significato alle parole, indovina il loro ritmo prima che lascino la loro scia nell’aria e così perde la fantasia acustica che la lingua stessa stimola come analogia fonica. A causa dello spazio e del tempo che deve colmare affinché il suono acquisisca senso, chi percepisce il puro suono delle parole è una sorta di esiliato culturale. Il motivo di questo peculiare esilio culturale non è soltanto dovuto all’espatrio, ma anche dal vivere all’interferenza tra culture e idiomi differenti, per ognuno dei quali si produce uno scarto. L’ostacolo che sbarra dal tramutare istantaneamente in significato tutto ciò che una lingua pronuncia può talvolta tramutarsi in una risorsa poetica, nell’acuire la percezione acustica fino al punto da utilizzare suoni e rumori come momenti epifanici del mondo linguistico e culturale nel quale non si è completamente entrati e di quello dal quale non si è definitivamente usciti. In tale non immediata visibilità del significato e nel conseguente affinamento degli altri sensi che da ciò deriva, si può vedere anche una continuazione moderna del mito del poeta cieco che procede a tentoni e si fa guidare da voci. Mito di cui si sente l’eco, ad esempio nell’importante scritto di poetica Conversazione nella montagna di Paul Celan che all’autore è probabilmente suggerito anche dalle prose autobiografiche dell’ammiratissimo poeta ebreo di lingua russa Osip Mandel’štam (1891 – 1938). Alcune fra le più importanti di esse sono state ora tradotte e raccolte in  Il rumore del tempo e altri scritti (a cura di Daniela Rizzi, Adelphi, pp. 209, 19 euro). Presi nel loro insieme, questi scritti si possono considerare come un resoconto che dall’adolescenza arriva fino alla fine degli anni venti. I testi qui raccolti sono anzitutto il tentativo reiterato di rilevare l’essenza degli eventi, dei luoghi, delle provenienze e delle persone fra fin de siècle, vita sociale divisa della comunità ebraica da cui proveniva la famiglia di Mandel’štam, nuovo secolo annunciato dall’inquietante marzialità della modernità urbana di San Pietroburgo e il tradimento stalinista del sogno rivoluzionario. L’auscultante scrittura di questi testi di Mandel’štam è un potente esercizio di attenzione alle involontarie tracce che le persone lasciano cadere mentre interagiscono e alle quali in genere non si presta cura. La prosa di Mandel’štam, lavora proprio a recuperare e rievocare tale corpo di fondo, a desaturarizzare l’ambiente in cui sono immersi gli eventi per rendere leggibile il mondo a cui essi danno vita at-

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Mandel’štam Prose per un’epica (e una poetica) del ‘900

traverso frammenti riepilogativi, scene pregnanti che travalicano la biografia e tentano di diventare epocali. Per il fatto di essere anche una poetica già volta in poesia, questi scritti di Mandel’štam, sotto questo punto di vista, potrebbero essere paragonati al più tardo Trattato poetico (Adelphi) del polacco Czeslaw Mylosz. Prima di Mylosz e di Celan, Mandel’štam investe e quasi sacrifica la materia autobiografica alla dimensione epica, al tentativo di esprimere un’epoca attraverso l’amplificazione dei dettagli, preferendo alle coesioni narrative i punti dove gli eventi e i personaggi smagliano la trama. La prosa e la poesia di Mandel’štam sono rapsodiche e a volte impongono quelle che Celan chiamava sospensioni o svolte del respiro che danno come risultato un’epica a latere.

SCENA&RETROSCENA a cura di Aldo Frangioni aldofrangioni@live.it

Una primavera ricca di soddisfazioni per il “Centro Danza Fiesole”, la piccola ma prestigiosa scuola di danza che fa parte delle attività della Polisportiva Valle del Mugnone e che da alcuni anni è diretta da Amina Pellucci, giovane insegnante fiesolana con alle spalle una lunga esperienza di ballerina classica. Il 24 marzo, in occasione della rassegna “Firenze & Danza” svoltasi all’ObiHall di Firenze, il gruppo di allieve di danza contemporanea si è aggiudicata, con il brano Désordre di René Aubry e la coreografia della stessa Amina Pellucci, la partecipazione al Gran Galà di Solidarietà in programma al Teatro Ariston di Sanremo il 9-10 maggio prossimi nell’ambito delle attività a favore della LILT (Lotta contro i tumori). Il Centro Danza Fiesole è stato selezionato, insieme ad altre diciannove scuole a livello nazionale, quale ”scuola partner”. Inoltre, una ragazza del gruppo, Irene Aglietti, ha ottenuto una prestigiosa borsa di studio presso la Sanremo Productions Academy per l’anno 2013-2014. Le scuole selezionate per partecipare al Gran Galà sono l’asse portante della manifestazione sanremese, poiché dal punto di vista artistico portano sul

A passo di danza da Fiesole fino a Sanremo

palco dell’Ariston esibizioni scelte dal responsabile nazionale Davide de Giorgi, in collaborazione con il direttore artistico Ermanno Croce al fine di creare uno spettacolo vario ed emotivo (dal musical alla danza classica, dal canto moderno alla danza contemporanea, dalla tradizione al folk). Un modo, insomma, per formare gli artisti del domani. Sempre all’ObiHall di Firenze, lo scorso 13 aprile il Centro Danza Fiesole ha partecipato con alcuni gruppi

di allieve al concorso “Firenze & Danza” aggiudicandosi ben tre importanti riconoscimenti: le allieve del 3° livello hanno vinto il terzo premio nella categoria “classico baby”, mentre quelle del 1° corso accademico hanno ottenuto sia un secondo posto per il “neoclassico children” e un terzo posto nella categoria “contemporaneo children”. Oltre alle coppe la scuola e le allieve si sono viste assegnare dalla giuria anche quattro borse di studio singole e due di gruppo.


C Le storie di Pam U O

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NUVOLETTE

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www.martinistudio.eu


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ODORE DI LIBRI

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di Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it

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eltrinelli, Firenze, in chiusura della serata di presentazione del suo ultimo libro Addio a Roma, con piacevoli tranches di lettura fatte da lei stessa, Sandra Petrignani rievoca i suoi trascorsi di giornalista e narra un aneddoto che mi incanta: anni fa i giornali venivano preparati nel “sottosuolo” dai tipografi, questi di fronte a discussioni sull’opportunità di mettere o meno una virgola ripetevano “domani ‘sto giornale starà a incarta’ ova “ bagno di realtà impossibile per noi scrittori del web!!!un vantaggio? Ma!!! Refusi, mancati congiuntivi e virgole sbagliate resteranno a futura memoria. Addio a Roma è un libro piacevolissimo, un lungo viaggio in una città di sogno abitata da artisti, attori, registi, intellettuali, scrittori e scrittrici, una città in cui una donna giovane, elegantissima e dall’eccezionale competenza artistica popola di capolavori la Galleria Nazionale di Arte Moderna. Bellissima senza i trucchi odierni, intelligente, oggetto di ignoranti ostilità di politici e saccenti parrucconi, Palma Bucarelli, foto di copertina, mi ha molto affascinato. Pasolini, Moravia-Morante, Fellini, Gadda con la sua stravaganza, Calvino, Flaiano, Attilio Bertolucci e altri notissimi geni del nostro recente passato non sono in discussione. Il libro inizia con le riprese del celeberrimo Vacanze Romane, 1952, e finisce con la tragica morte di Pasolini, 1975. I Grandi sono presentati nella loro fragile umanità, bizzarrie e tensioni, abitudini e manie, discussioni e invidie, amori e rabie, ricchezza e più spesso povertà sono narrati con aneddotica leggerezza, fra documento e gossip. De Chirico fu sempre adiratissmo con Palma Bucarelli che promuoveva... Picasso e Pollock e ignorava le sue opere, la chiamava “amazzone delle croste”, più tardi per l’ammirazione per Burri e i suoi Sacchi “Palmina degli stracci”, lei e i suoi, almeno due, uomini “il terno del letto”. Morante-Moravia, uniti nei nomi e litigiosissimi. Nella vita della scorbutica Morante un segreto pesantuccio, lei e i suoi fratelli non erano figli del padre, ma di un “amico” di famiglia, lo seppero quando da grandi. Sandra Petrignani dice che l’idea di scrivere di Roma l’ha avuta l’editore, il libro le ha richiesto una decina di mesi per la raccolta di documenti e letture, circa 3 mesi di lavoro giorno e notte, impossibile distogliere il pensiero pena perdere qualcuno dei tanti fili, per scriverlo. Nel libro c’è una ragazza Nina, nome che omaggia la svolazzante leggerezza di Ninetto Davoli, che è di totale fantasia e che l’Au-

Addio a Roma

BIZZARRIA DEGLI OGGETTI

Dalla Collezione di Rossano

Per fare fette di pane perfe tte a cura di Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it

Tagliapane italiano da negozio anni ‘50. Alzando la leva e poi abbassandola con un deciso movimento la lama gira sul pane che va appoggiato sotto e arretto e lo affetta; questo oggetto rende agevole il taglio del pane e possibile la regolarità dello spessore delle fette. Oggetto di piacevole estetica può risultare molto utile in caso di pranzi e cene numerose..

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trice dice essere stato il suo spazio di sollievo rispetto all’obbligo della verità documentale. Nina lavora come aiuto in casa e poi come segretaria di Palma Bucarelli, realizzerà il sogno di diventare scrittrice in un mondo diverso da quello in cui è cresciuta, dopo la morte di Pasolini, è lei che ci accompagna nella conoscenza di tante importanti persone da Picasso a Carlo Levi, da Mario Schifano a Ingeborg Bachman.


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PECUNIA&CULTURA

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di Mario Setti mariosetti@tin.it

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i recente è stato inaugurato un Tavolo della Contemporaneità per Firenze dall’Assessore alla cultura Sergio Givone. Trovarsi tutti intorno ad un tavolo a ragionare di un tema così delicato dopo tanti anni di tentativi e incertezze ha del miracoloso. La mossa nasce dall’indicazione politica fortissima della prossima riapertura del Forte Belvedere. Durante l’incontro sono venuti fuori i temi ormai tradizionali della questione: rete, interdisciplinarità e contaminazione, i luoghi del contemporaneo. Attorno a questo si sono manifestati dubbi, racconti di storie di forse troppi anni fa, vicende legate a singoli accadimenti, insomma, ho avvertito che stava andando in scena una sorta di seduta collettiva in merito ad una mancanza non elaborata nel tempo. Sappiamo benissimo che a Firenze non c’è un museo o un centro della contemporaneità, intendo un centro internazionale che a livello di immagine, presenza, spazi, possibilità economiche possa essere un punto di riferimento globale, cosa che dovrebbe naturalmente esserci. Ecco, l’abitudine alla delusione, a questa assenza, ha prodotto quindi un velato scetticismo, e forse un solo errore grave: mescolare e unire modernità e contemporaneità. Ciò che a quel tavolo era un desiderio latente è qualcosa che ormai nascerebbe a dir poco vecchio. Proviamo quindi a volare sopra il passato, a passare da un ambito moralistico e formalmente etico ad un ambito estetico, nel quale anche gli errori e le assenze di questi anni vengano messi in scena (ciò che non va in scena è osceno appunto), in cui si esponga a livello globale la contemporaneità impossibile di

Un tavolo da scardinare

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Firenze. La modernità è certo bloccata dalle nostre parti: al tavolo avremmo avuto bisogno degli urbanisti, dei sociologi, di tutti i settori dell’Amministrazione per affrontare la modernità, che appunto opera nel dare la possibilità della fruizione delle politiche culturali. In concreto: non apriamo un nuovo museo, facciamo piuttosto la tranvia per andarci. Più che un coordinamento sarebbe utile uno scardinamento, la creazione di punti fermi attorno alle due certezze della condizione dell’uomo, ciò che non siamo e ciò che non vogliamo. Già spostare l’attenzione su questo sarebbe un secondo passo a mio giudizio positivo, ricco di prospettiva.

SCENA&RETROSCENA

La Pergola parte prima di Marco Pedrieri marco@marcopredieri.it

Il Teatro della Pergola lancia con anticipo la stagione, 2013/2014, forte dei numeri in crescita, illustrati dal direttore Marco Giorgetti: “abbonati in aumento, una media di 8.500 euro di incasso a replica e una copertura dei posti, sempre a replica, pari al 68%”. Lasciate alle spalle le difficoltà dei grandi lavori, terminati, del delicato passaggio dall’Eti alla nuova Fondazione (la prossima sarà la terza stagione targata Comune di Firenze/Ente Cassa di Risparmio) il teatro è pronto a issare le vele verso il futuro, adottando come immagine proprio una metafora nautica: un galeone che varca un mare di poltrone rosse. Restano da chiarire le apertura internazionali, più volte sbandierate ma ancora nebulose, affidate al regista Maurizio Scaparro, che in prima persona at-

tende risposte dal presidente della Fondazione Sergio Givone. Promesse novità in tal senso entro giugno. Intanto vanno avanti i progetti di formazione per giovani professionalità tecniche della scena, con l’avvio di quattro master in collaborazione con la Fondazione Torre del Lago Puccini. Novità l’apertura di una libreria negli spazi dell’ex biglietteria. E ora il cartellone. Diciotto titoli tra classico e contemporaneo, senatori e nuove star, con un occhio attento alla contemporaneità e agli autori italiani e 5 prime nazionali. Il via il 5 no-

vembre con Gabriele Lavia e “I pilastri della società” di Ibsen, coprodotto dalla stessa Pergola col Teatro di Roma. A seguire il divo Pier Francesco Favino con “Servo per due” rivisitazione dell’Arlecchino servitore del Goldoni, Stefano Accorsi e Marco Baliani con “Giocando con Orlando” e Fabrizio Gifuni col cavallo di battaglia “Na specie di cadavere lunghissimo” da Pasolini e Somalvico, con la regia di Bertolucci. Toni Servillo a dicembre sarà interprete, accanto al fratello Peppe, e regista de “Le voci di dentro” di Eduardo mentre per capo-

danno Emanuele Salce e Chiara Francini saranno protagonisti di “Ti ho sposato per allegria” di Natalia Ginzburg. A gennaio torna la ditta Mauri/Sturno con “Una pura formalità”, dal film omonimo di Tornaotre, per passare il testimone al “Riccardo III” shakespeariano di Alessandro Gassman. Rivedremo Filippo Timi con un suo controverso “Don Giovanni” e di seguito Sebastiano Lo Monaco con Lelia Mangano de Filippo in “Non è vero ma ci credo” di Peppino. A cavallo tra febbraio e marzo Mario Martone dirigerà le “Operette Morali” di Leopardi. Nuovo Pirandello per Sandro Lombardi che torna al sodalizio col regista Federico tiezzi in “Non si sa come”. Si apre a marzo il dibattito sul Craxi di “Una notte in Tunisia” interpretato da Alessandro Haber. Massimo Popolizio vestirà il “John Gabriel Borkamn” di Ibsen mentre graditissimo è il ritorno di Eros Pagni, con Tullio Solenghi, nei “Ragazzi irresistibili” di Neil Simon. Chiudono ad aprile Geppy Gleijeses, con l’inseparabile Marianella Bargilli e Lucia Poli, nel classico Wilde “L’importanza di chiamarsi ernesto”, e Umberto Orsini con Valeria Solarino nel Pirandello “Il gioco delle parti”. Abbonamenti in vendita da subito.


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di Laura Monaldi

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berto Malquori, Bruce Mc Lean, Maurizio Nannucci, Luigi Ontani, Roman Opalka, Giuseppe Penone, Vettor Pisani, Emilio Prini, Arnulf Rainer, Helmut Schweizer, Stelarc, Aldo Tagliaferro e Michele Zaza – che hanno fatto del corpo non solo il soggetto della propria arte, ma anche un oggetto di ricerca, espressione e riflessione.

lauramonaldi.lm@gmail.com

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diversi linguaggi dell’Arte contemporanea hanno visto nel corpo un territorio identitario, mistico e simbolico attraverso cui esprimersi, rimettendo in gioco le regole morali della società, nel tentativo di far ‘rivivere’ – nel presente della performance e negli occhi dello spettatore – la propria esistenza artistica fra ribellioni, esaltazioni e contaminazioni tecnologiche. Il corpo come espressione, teso alla riacquisizione delle proprie identità, è il centro tematico della mostra inaugurata al Museo Pecci Milano, lo scorso 18 aprile, a cura di Angela Madesani, Annamaria Maggi e Stefano Pezzato. Il titolo paradigmatico – Corpi in azione/Corpi in visione. Esperienze e indagini artistiche 1965-1980 – mette in luce la volontà di un’indagine trasversale, di un approfondimento storico e tematico sugli artisti che hanno lavorato sul corpo e con il corpo, in un periodo storico e sociale ideologico e ribelle, alla ricerca del significato profondo e complesso che sta alla base dei rapporti esistenti fra arte e corpo. Nell’ampio spettro di opere in mostra, si possono ammirare i limiti e le possibilità del corpo e della mente di Marina Abramovic; l’autoritrattismo di Francesca Woodman e Cindy Sherman; le indagini analitiche di Bruce Nauman e Dan Graham; i rapporti fra corpo e natura di Joseph Beuys; la contemporaneità analizzata da Gilbert & George; i travestimenti di Jürgen Klauke e le ambivalenze di Urs Lüthi; i tagli storici e storiografici di Günther Brus, Rudolf Schwarzkogler e Fabio Mauri; le inclinazioni ideologiche e politiche di Gianfranco Baruchello, Fernando De Filippi e quelle più marcatamente femministe di Gina Pane, Ketty La Rocca, Eleanor Antin, Valie Export, Ana Mendieta, Joan Jonas e Birgit Jurgenssen. Un quindicennio di sperimentazioni multimediali caratterizzate dalla carica emotiva e narcisistica degli artisti, volti a instaurare un legame di intima complicità con lo spettatore, con provocazioni di matrice antropologica, sociale e plastica, secondo le diverse tendenze artistiche che hanno animato tale periodo. Ne sono esempio le opere degli esponenti della Narrative Art ( John Baldessari, Bill Beckley, Peter Hutchinson, Joachen Gerz, Franco Vaccari, Roger Cuthfort, Michael Badura e Cioni Carpi), dell’Arte Povera (Michelangelo Pistoletto), di Fluxus (Allan Kaprow, Al Hansen, Charlotte Moormann, Giuseppe Chiari), della Land Art (Dennis Oppenheim), e dell’Azionismo Viennese (Hermann Nitsch). Una mostra esaustiva e ad ampio raggio che annovera le sperimentazioni di tutti quegli artisti – come Vito Acconci, Vincenzo Agnetti, Giovanni Anselmo, Gabor Attalai, Dobroslaw Baginski, Giorgio Ciam, James Collins, Giuseppe Desiato, Gino De Dominicis, John Hilliard, Robert Kleine, Ro-

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Michelangelo Pistoletto - Venere Maria – Nudo color seppia, 1962-1974 - Serigrafia su acciaio inossidabile lucidato a specchio - cm 125x150 – Courtesy Collezione Carlo Palli Sotto Stelarc - Event for rock suspension, 1980 - Fotografia - cm 79x105 – Courtesy Collezione Carlo Palli

Corpi in Corpi azione in visione ICON

Un’idea su un’idea di bellezza di Matteo Rimi

Viviamo giorni grigi. Giorni la cui agenda quotidiana ci convince ad imbastardire il nostro cuore, inaridire il nostro animo, lasciando spazio, in questa terra desolata, all’approssimazione, alla sciatteria, alla brutturia di modi e pensieri. Mossi dalla certezza di essere stati ormai derubati della tranquillità, non ci accorgiamo che basterebbe uno sguardo diverso, un respiro con altro ritmo, per ritrovare l’armonia con tutti, con il tutto, con noi stessi. Aggressivi con chi sentiamo diversi da noi, ci appigliamo ad ogni possibile pretesto per dichiarare il nostro malessere, per non ammettere che un tuffo in tutto ciò che ci rende donne e uomini sarebbe in grado di ristabilire il nostro equilibrio. Ci sentiamo traditi dal prossimo, dalla politica, dall’economia, senza renderci conto che il primo grande tradimento lo abbiamo subito da noi stessi, quando abbiamo svenduto la coerenza alla prima lusinga, all’ennesimo comodo sotterfugio. Tutti

sono nemici, tutti sono rivali: neghiamo la nostra apertura al vicino solo perché riteniamo desideri cose diverse dalle nostre, o forse troppo uguali. Certo non è mai troppo tardi, anche se la strada non è semplice e ci chiede di radunare tutte le nostre convinzione e volontà. E allora ben vengano tentativi come quello che si sta compiendo di questi tempi alla Strozzina, perché, con modi

e voce diversi, è possibile tracciare una linea per separarci da ciò che ci allontana dalla vera essenza di noi, dalla nostra bellezza, e scegliere finalmente la parte in cui stare. Perché la bellezza è l’unica Rivoluzione possibile verso il caos del nostro pieno esistere, come ebbi a dire durante una più piccola esperienza artistica in quel di Fiesole, quando mi ritrovai A proclamar bellezza.


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L’ULTIMA IMMAGINE

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Golfer, San Jose 1973

berlincioni@gmail.com

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni

Bene, quando pensavo di aver concluso con la storia del golf ho ritrovato questa immagine e non ho saputo resistere alla tentazione di presentarla al pubblico di Cultura Commestibile. Non avevo mai visto tante palline da golf in così poco spazio, ma probabilmente questo dipendeva esclusivamente dal fatto che prima della mia esperienza negli States non avevo mai avuto rapporti con questo sport, che molti mi dicono decisamente bello, interessante e rilassante. Mi sono quindi limitato a registrare la bellezza formale di questo giovane immerso in una quantità inverosimile di palline, perfettamente inserite in uno splendido prato verde illuminato dalla solita, intensa e bellissima luce californiana! Aggiungere altro mi parrebbe assolutamente superfluo.

Cultura Commestibile n. 27  

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