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Vincenzo Verzeni non è stato solo uno dei tanti Verzeni del paese. Vincenzo Verzeni è stato il primo serial killer della storia italiana, prima di Jack lo Squartatore, prima di tutti i cannibali americani, prima del mostro di Firenze. È il 1870, a Bottanuco abitano un migliaio di anime. I giornali non li legge nessuno: le notizie corrono tra i banchi della chiesa e lungo le rive dell’Adda, dove le donne scendono a lavare i panni. La mattina del giorno dell’Immacolata Concezione il Verzeni assiste alla messa, come ogni mattina; al termine esce sul sagrato, scambia due parole con qualche conoscente. Quattro giorni più tardi, sulla strada per Suisio, viene ritrovato il cadavere della quattordicenne Giovanna Motta; come recitano i verbali del processo è «deformato da molte ferite, spaccato a mezzo pel lungo, mancante di alcune parti e specialmente dei visceri», il collo mostra segni di morsi, la carne di un polpaccio è stata strappata. Passano due anni. Nel 1872 viene trovato un altro cadavere in paese: è quello di Elisabetta Pagnoncelli. Ancora morsi sul collo, organi asportati e lembi di carne strappata. Il terrore trova un volto e un nome solo nel 1873. Vincenzo Verzeni viene accusato dell’omicidio delle due donne e dell’aggressione di altre sei. L'eco del processo si diffonde per tutta la nazione. A impressionare i giurati è soprattutto la normalità del mostro di Bottanuco, «giovane onesto, dedito alle

pratiche religiose». Cesare Lombroso viene incaricato di stendere la perizia psichiatrica dell'imputato. A partire dalle caratteristiche del volto e del cranio, l'insigne criminologo definisce il Verzeni come affetto da forme di cretinismo e necrofilia di derivazione familiare. È lo stesso imputato a confessare a Lombroso i suoi delitti: «ho veramente uccise quelle donne e tentato di strangolare quelle altre, perché provava in quell'atto un immenso piacere. Le graffiature che si trovarono sulle cosce non erano prodotte colle unghie ma con i denti, perché io, dopo strozzata la morsi e ne succhiai il sangue che era colato, con che godei moltissimo» Il Verzeni scampa la fucilazione per il voto di un solo giurato ed è condannato ai lavori forzati a vita. La sua morte è avvolta nel mistero: secondo alcune fonti si sarebbe impiccato nella sua cella a Milano nel 1874. Ma alcuni documenti d'archivio, sembrano avallare l'ipotesi di una morte avvenuta proprio a Bottanuco, nel 1918. È passato più di un secolo da quei giorni di terrore: oggi, in paese, solo poche persone conoscono questa storia. Il tempo ha annacquato il ricordo dei delitti che sconvolsero queste vie così tranquille e persino il numero civico presso cui abitava il Verzeni non esiste più.

A cura di Nicola Fennino

CTRL magazine #29  

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