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Il pre-concerto è stato malinconico. Mentre sul palco dello Zapata (centro sociale di Genova che festeggiava i 18 anni di esistenza e che ha devoluto l’incasso della serata agli alluvionati) si alternavano sei o sette ragazzini troppo assuefatti all'idea di rap proposta da Club Dogo e compagnia, Kaos si è seduto dietro un tavolino improvvisato con davanti alcuni dei suoi ultimi cd in vendita. Ha fatto qualche foto e firmato autografi controllando di tanto in tanto il cellulare, senza preoccuparsi del casino che il gruppo d’apertura stava facendo con degli improbabili testi su processi e inseguimenti. Dopo un’ora si è alzato e ancora con la giacca sulle spalle è andato dietro il palco, salutando chi lo riconosceva, per poi sedersi con calma su una sedia, sigaretta in mano. Impossibile non pensare al film The Wrestler di Darren Aronofsky e allo stereotipo del vecchio campione riciclato nei circuiti di periferia, con i suoi rituali e uno stile che sembra datato. Un’immagine quasi nostalgica, in un periodo in cui chi non merita e ha una carriera molto più banale conduce programmi su Mtv, fa concerti nei palazzetti e ha la colpa di lasciarsi dietro una scia di giovani fan che all'hip hop non associano più l’originalità delle rime e la qualità della metrica, ma solo le belle donne e gli orologi d’oro. Ma lui, Kaos, sembrava disinteressato anche a questo. Con il suo ultimo album, Post Scripta, uscito su etichetta indipendente KAGE, si è guadagnato di nuovo il titolo di

re del rap. A lui però l’hanno affibbiato gli ascoltatori, non ha dovuto imporlo come titolo dell’album. Vederlo però così tristemente aspettare il suo turno mentre i ragazzini sul palco aumentavano di numero scendendo di qualità, ha fatto sorgere qualche dubbio sulla sua tenuta. È ancora lo stesso o si è adagiato alla figura di vecchio saggio? Va avanti per inerzia o lotta per far conoscere cosa vuol dire rap? La risposta è arrivata subito. Supportato da uno strepitoso Dj Craim (anche fare i beat è un’arte, non basta un Mac), Kaos è salito sul palco con una carica incredibile da subito. Da esperto di live, gli è bastata una canzone per far saltare tutto il pubblico, con le mani che si muovevano all'unisono. La solita voce roca ma senza sbavature ha aperto con La zona morta e tutti quelli che si erano addormentati con il gruppo di apertura hanno avuto un piacevole risveglio. Pezzi da ogni suo album precedente hanno tenuto viva la serata, senza un attimo di pausa, tanto che il cantante è arrivato stremato alla fine, come chi ha dato tutto, ma si è sacrificato per non fare un solo errore o togliere qualità allo show. Fra il pubblico, anche i giovani che avevano aperto il concerto. A uno di questi, che tanto aveva ostentato in stile Guè Pequeno il suo orologio sul palco, non pochi avrebbero voluto dire: “Ascoltati le canzoni di Kaos, sono queste le Cose preziose”. A cura di Andrea Indiano

CTRL magazine #29  

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