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Š CTE 2008

Rag. Alessandro Susini Agente procuratore Promotore finanziario

e-mail: rasusini@virgilio.it Allianz Group

Agenzia Principale

San Donato - San Miniato Via L. Da Vinci, 40/42 56024 - San Donato Tel. uff. 0571 366072 - 360787 Fax 0571 384291

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Un dono di Dilvo Lotti per i dieci anni di Reality Era primavera a mare, un febbraio mite quando andammo a trovare Dilvo Lotti e Geppina per ricevere un dono graditissimo: un quadro, una festa di colori per i dieci anni della rivista Reality. Questa piccola festa fu allietata dal sentimento di Dilvo, un sentimento forte per la vita e l’amore a dispetto dei suoi 94 anni. Questo dono mi aiuta, ci aiuta, a portare avanti l’avventura di Reality. Il quadro di Dilvo è una ventata di ottimismo come gran parte della sua produzione artistica. Infatti anche quando Lotti ha dipinto scene forti e violente, come nel ciclo delle pitture spagnole, l’amore ha sempre vinto sulla morte, l’allegoria della corrida ha sublimato il sangue, l’ha risolto in visione estetica. La lezione di Dilvo: prendere il bello e il buono della vita, serve, eccome, anche per la nostra fatica quotidiana che è rivolta a raccontare il territorio e gli uomini che lo vivono, che lo fanno grande ogni giorno. L’arte di Dilvo è un incoraggiamento a vincere meschinità e invidie. “Bravi, andate avanti” - ci disse mentre ci consegnava la sua opera che abbiamo voluto in copertina. E noi andremo avanti, guardando all’arte e all’industria, al lavoro degli umili e alla tecnica. Andremo avanti con l’aiuto dei lettori, di chi crede in noi, di chi ci aiuta sottoscrivendo abbonamenti e spazi pubblicitari.


Segni nel sole

Dilvo Lotti per

Reality


Anno: 1998 - Edizioni: N. Frangioni Direttore: Mario Lepri Copertina dedicata a: Romano Masoni

Anno: 1998 - Edizioni: N. Frangioni Direttore: Mario Lepri Copertina dedicata a: Dilvo Lotti

Anno: 1999 - Edizioni: N. Frangioni Direttore: Mario Lepri Copertina dedicata a: Giuseppe Lambertucci

Anno: 1999 - Edizioni: N. Frangioni Direttore: Mario Lepri Copertina dedicata a: Antonio Bobò

Anno: 1999 - Edizioni: Argo srl Direttore responsabile: Mario Lepri Copertina dedicata a: Ivo Lombardi

Anno: 1999 - Edizioni: Argo srl Direttore responsabile: Mario Lepri Copertina dedicata a: Antonio Possenti

Anno: 2000 - Edizioni: Argo srl Direttore responsabile: Mario Lepri Copertina dedicata a: Raccolta copertine

Anno: 2000 - Edizioni: Argo srl Direttore responsabile: Mario Lepri Copertina dedicata a: Romano Masoni

Anno: 2000 - Edizioni: Argo srl Direttore responsabile: Mario Lepri Copertina dedicata a: Sergio Zanni


Anno: 2000 - Edizioni: Argo srl Direttore responsabile: Mario Lepri Copertina dedicata a: Gabrio Ciampalini

Anno: 2000 - Edizioni: Argo srl Direttore responsabile: Mario Lepri Copertina dedicata a: Tista Meschi

Anno: 2000 - Edizioni: Argo srl Direttore responsabile: Mario Lepri Copertina dedicata a: Lorenzo Viani

Anno: 2001 - Edizioni: Argo srl Direttore responsabile: Mario Lepri Copertina dedicata a: Pietro Annigoni

Anno: 2001 - Edizioni: Argo srl Direttore responsabile: Mario Lepri Copertina dedicata a: Pieter Brugel

Anno: 2001 - Edizioni: Argo srl Direttore responsabile: Mario Lepri Copertina dedicata a: Salvador DalĂŹ

Anno: 2001 - Edizioni: Argo srl Direttore responsabile: Mario Lepri Copertina dedicata a: Tamara De Lempicka

Anno: 2001 - Edizioni: Argo srl Direttore responsabile: Mario Lepri Copertina dedicata a: Egon Schiele

Anno: 2002 - Edizioni: Stefan sas Direttore responsabile: Mario Lepri Copertina dedicata a: Amedeo Modigliani


Anno: 2002 - Edizioni: Stefan sas Direttore responsabile: Mario Lepri Copertina dedicata a: Henri De Toulouse Lautrec

Anno: 2002 - Edizioni: Stefan sas Direttore responsabile: Mario Lepri Copertina dedicata a: RenĂŠ Magritte

Anno: 2002 - Edizioni: Stefan sas Direttore responsabile: Mario Lepri Copertina dedicata a: Moses Levy

Anno: 2002 - Edizioni: Stefan sas Direttore responsabile: Mario Lepri Copertina dedicata a: Hierony Mus Bosch

Anno: 2003 - Edizioni: Reality Frangioni N. Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: Vincent Van Gogh

Anno: 2003 - Edizioni: Reality Frangioni N. Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: Edward Hopper

Anno: 2003 - Edizioni: Reality Frangioni N. Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: Gustav Klimt

Anno: 2003 - Edizioni: Reality Frangioni N. Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: Kazimir Malevic

Anno: 2003 - Edizioni: Reality Frangioni N. Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: Alberto Giacometti


Anno: 2004 - Edizioni: Reality Frangioni N. Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: Silvestro Lega

Anno: 2004 - Edizioni: Reality Frangioni N. Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: Jan Van Eyck

Anno: 2004 - Edizioni: Reality Frangioni N. Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: Dilvo Lotti

Anno: 2004 - Edizioni: Centro Toscano Edizioni srl Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: Balthus

Anno: 2005 - Edizioni: Centro Toscano Edizioni srl Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: Cristiano Banti

Anno: 2005 - Edizioni: Centro Toscano Edizioni srl Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: Paul Delvaux

Anno: 2005 - Edizioni: Centro Toscano Edizioni srl Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: Henri Rousseau

Anno: 2005 - Edizioni: Centro Toscano Edizioni srl Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: Marc Chagall

Anno: 2005 - Edizioni: Centro Toscano Edizioni srl Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: Henri Matisse


Anno: 2005 - Edizioni: Centro Toscano Edizioni srl Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: “Madonna del Casale”

Anno: 2006 - Edizioni: Centro Toscano Edizioni srl Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: Canaletto

Anno: 2006 - Edizioni: Centro Toscano Edizioni srl Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: Eugène Delacroix

Anno: 2006 - Edizioni: Centro Toscano Edizioni srl Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: Giuseppe De Nittis

Anno: 2006 - Edizioni: Centro Toscano Edizioni srl Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: Dilvo Lotti

Anno: 2006 - Edizioni: Centro Toscano Edizioni srl Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: David Hockney

Anno: 2007 - Edizioni: Centro Toscano Edizioni srl Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: Giorgio De Chirico

Anno: 2007 - Edizioni: Centro Toscano Edizioni srl Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: Alberto Savinio

Anno: 2007 - Edizioni: Centro Toscano Edizioni srl Direttore responsabile: Alberto Pozzolini Copertina dedicata a: Alberto Burri


C T 1998/2008

Reality E

Anno: 2007 - Edizioni: Centro Toscano Edizioni srl Direttore responsabile: Margherita Casazza Copertina dedicata a: Giovanni Del Ponte

compie 10 anni!

La rivista per il territorio guarda avanti... Per il Centro Toscano Edizioni è un grandissimo onore festeggiare il decennale di Reality. Un ringraziamento a tutti coloro che in questi dieci anni hanno contribuito e contribuiranno alla realizzazione della rivista. Mi rivolgo alle società editoriali, ai direttori, ai giornalisti, ai grafici e ai collaboratori che si sono susseguiti. Grazie al loro volenteroso lavoro di grande professionalità hanno portato la rivista a buoni livelli editoriali. Ad ognuno il giusto riconoscimento. Il Centro Toscano Edizioni è la casa editrice del magazine Reality dal 2004. In questi anni ha acquisito esperienza nel campo dell’editoria locale pubblicando inoltre sette libri di vario genere, con certificazione ISBN, come potete vedere dal nostro sito web www.ctedizioni.it che è stato da poco rinnovato e ampliato nei contenuti. Da questo numero Reality acquisisce il riconoscimento ISNN, una certificazione nazionale. Oggi, guardiamo al passato con rispetto e voglia di imparare, ma siamo volti al domani. Reality magazine, sin dall’inizio, ha avuto come scopo descrivere e raccontare il suo territorio ai propri lettori. “Realtà territoriale” questo è il significato di “Reality”. Il mondo viaggia veloce, si dialoga non solo con le parole, ma soprattutto con le immagini, pertanto la grafica ricopre un ruolo importante. In virtù di questo nel corso del 2007 si è reso necessario, per mantenere la rivista ad ottimi livelli, come lo era nei suoi primi anni, dare un’impronta grafica diversa, rendendola ancora più accattivante. In questo numero, come potete notare, anche la copertina è cambiata, seguendo la linea grafica interna. Rinnovare non significa necessariamente rinnegare, anzi, rafforziamo il sodalizio con l’arte: l’opera, quasi a tutta pagina, si unisce in maniera forte, netta e decisa al nome della testata, Reality, come a voler rappresentare un’unica forza espressiva. L’immagine non è più centrata nella copertina, ma collocata in modo da incuriosire e catturare l’interesse del lettore. Naturalmente all’interno è riproposta in maniera integrale, sarà una sensazione emozionante apprezzarla, scoprendola nelle pagine seguenti, nella sua completezza. Vogliamo creare sinergie in modo che Reality sia una “rivista per il territorio”. Non sarà certamente facile realizzare questa volontà, ma certa è la nostra serietà, passione e determinazione. Ed è questo che vogliamo trasmettervi.


Parliamo di...

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o l o c a t t e p S Le tter atu Un filo che unisce la Romagna alla Toscana Uno scatto, un’immagine La croce, questa sconosciuta Due libertà Ho colto l’occasione Bringing cultures, meetings minds Aspettando l’estate Semplicemente emozionanti

Ex it brand new life: la nuova vita Il fascino delle trasparenze I nuovi progetti in Israele Arrivano una mamma e un papà a.skinshoes, chi rispetta l’ambiente rispetta... Eva Cavalli, il bello dei piccoli Centanni per non dimenticare Un vaccino per prevenire

Grande gospel con Cheryl RadioBruno Architettura del territorio Italian style Busatti, tradizioni e atmocfere toscane Voglia di volare I vestiti nuovi dell’imperatore Una politica per l’infanzia

Eventi

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Art Around Booking a Book Show Reel Juke Box

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Il distretto deve uscire dal guscio Convegno Mondiale “Case Passive” La conceria e le donne Pelle in rosa Pelle al vegetale cresce il fatturato 2007 Labor e Melissa: dettagli di successo Internet è business

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Le Vetrine

Il territorio di Santa Croce sull’Arno Castel Franco... una storia lunga mille anni La Bottega dei Della Volpaia Verdiana, la storia di una bambina prodigio Furon torracce per occhi inesperti Attilio Lolini Un ricordo di Elio Vittorini Lo scimmiotto color rosa

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Economia

Territorio

Sommario

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Società

Arte

Firenze omaggia il celeste impero Ottone Rosai: 50 dipinti Spade del Bon Droyt e bronzi di fede L’arte a Ferrara nell’età di Borso d’Este Artista o trasformista Action Painting: segni, colore e materia Bottoni & bottoni

Buona musica per un buon 2008 Buon anno dal Twiga La regina del Carnevale d’Autore Magia di Pitti Uomo In Versilia si ricorda il cinema Dentro l’immagine

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Reality MAGAZINE D’INFORMAZIONE Editore: Centro Toscano Edizioni srl Sede legale: via Viviani, 4 - 56029 Santa Croce sull’Arno (PI) Redazione: casella postale 36 - 56029 Santa Croce sull’Arno (PI) Studio grafico: via P. Nenni, 32 - 50054 Fucecchio (FI) Recapiti: Tel. 0571.360592 - Fax 0571.245651 E-mail: info@ctedizioni.it www.ctedizioni.it Abbonamenti - abbonamenti@ctedizioni.it Pubblicità: Tuscan Agency - Tel. 331 2955161 Direttore responsabile: Margherita Casazza - direzione@ctedizioni.it Redazione (redazione@ctedizioni.it): Angela Colombini, Angelo Errera Segreteria (amministrazione@ctedizioni.it): Carla Uberti Studio grafico (lab@ctedizioni.it): Francesco Falorni, Nancy Barsacchi Testi: Alessandra Casaltoli, Alessandro Giusti, Alessia Biagi, Andrea Berti, Andreas Quirici, Brunella Brotini, Carla Cai Graffagnini, Carla Cavicchini, Carmelo De Luca, Claudio Bernardeschi, Daiana Di Gianni, Daniela Giannoni, Elisa Caponi, Fernanda Masetti Fedi, Francesco Turchi, Giulia Cecchini, Giulio Panzani, Gianluc, Grazia Chiarini, Ilaria Duranti, Letizia Quaglierini, Paolo Pianigiani, Patrizia Bonistalli, Piero Benassai, Roberto Tarabella, Rossella Giannotti, Sara Taglialagamba, Serena Marzini, Silvia Pellegrini, Sofia Capuano, Stefania Catastini, Valerio Pagni, Valerio Vallini Stampa: Bandecchi & Vivaldi s.n.c.- Pontedera (Pi)

ISSN 1973-3658 Reality numero 47 - marzo 2008 Reg. Trl. Pisa n. 21 del 25.10.1998 Responsabile: Margherita Casazza dal 19.11.2007

© La riproduzione anche parziale è vietata senza l'autorizzazione scritta dall'Editore. L'elaborazione dei testi, anche se curata con scrupolosa attenzione, non può comportare specifiche responsabilità per eventuali involontari errori o inesattezze. Ogni articolo firmato esprime esclusivamente il pensiero del suo autore e pertanto ne impegna la responsabilità personale. Le opinioni e più in genere quanto espresso dai singoli autori non comportano responsabilità alcuna per il Direttore e per l'Editore. Centro Toscano Edizioni Srl P. IVA 017176305001 - Tutti i loghi ed i marchi commerciali contenuti in questa rivista sono di proprietà dei rispettivi aventi diritto. Gli articoli sono di CTE 2007 - Via G. Viviani, 4 56029 Santa Croce sull’Arno (PI), tel. 0571 360592, e-mail: info@ctedizioni.it - AVVISO: l’editore è a disposizione degli aventi diritto con i quali non gli è stato possibile comunicare, nonché per eventuali, involontarie omissioni o inesattezze nella citazione delle fonti e/o delle foto.


Mostre

Firenze omaggia il celeste impero P

TEXT Carmelo De Luca

alazzo Strozzi non delude i suoi visitatori! Al piano nobile della principesca dimora, sino al prossimo 8 giugno, una bellissima mostra celebra l’età d’oro della corte imperiale cinese in epoca Tang. L’esposizione racconta la corte attraverso i luoghi, le mode, lo stile di vita dell’aristocrazia cinese; l’arte funeraria attraverso i corredi funebri e le pitture murali, che illustrano le antiche credenze sulla vita ultraterrena; il mondo buddista e, infine, l’influenza occidentale sulle arti applicate. Per l’occasione sono esposti affreschi, vivide sculture di pietra, oggetti d’oro e d’argento, ceramiche, sta-

Fino all’8 giugno Palazzo Strozzi celebra la corte imperiale cinese in epoca Tang tue di terracotta ben proporzionate, lacche e splendidi vetri. Inoltre, una colossale statua di Buddha, collocata nel Cortile di Palazzo Strozzi e raffigurante l’imperatrice Wu Zetian (690-705), manifesta la purezza e l’eleganza che caratterizzò questo prolifico periodo. L’epoca Tang segnò una rinascita delle arti e della letteratura e la Via della Seta, che collegava l’Asia al Mediterraneo, aprì la Cina a influenze straniere che produssero magnifici riflessi nell’arte del tempo. Non a caso la scelta dei capolavori in esposizione ha l’obiettivo di fornire una panoramica dei modelli artistici, delle dinamiche politiche ed economiche, delle credenze religiose ed dei rituali funebri. Infatti la vita di corte rispecchiò il cosmopolitismo, la tolleranza e la voglia di vivere dei Tang: gruppi di attori, musici, monaci e dame raccontarono di questa vita lussuosa, che i no-

bili intesero proseguire nell’aldilà mediante la protezione dei famosi guardiani in terracotta delle tombe, coperti con invetriature a tre colori. Invero la scultura presente in mostra evidenzia tridimensionalità, arte plastica, tecnica realista e un uso esagerato nell’espressione artistica. Con netti contrasti fra bene e male, bello e brutto, questi manufatti possiedono un grande contenuto artistico, una superba abilità nel gioco delle luci e delle ombre, nella tecnica e nella prospettiva. Ma la vera rivelazione della esposizione fiorentina sono gli affreschi, testimoni delle peculiarità della società cinese di quel periodo, dell’importanza degli stranieri nella politica, dei vari aspetti del costume e della

moda femminile. Questi esempi, raffrontati con un superbo affresco eseguito durante la precedente dinastia Han, mostrano la grazia nella ritrattistica ma anche la tolleranza in una società multietnica. Reality


Mostre

Ottone Rosai: Cinquanta dipinti TEXT Valerio Vallini / PHOTO Florence Multimedia

I

l sorriso è il grande assente nella pittura di Ottone Rosai. Già quelle pitture nere ci avevano assalito durante gli anni universitari ad una mostra nelle stanze della Galleria L’Indiano di Piero Santi e Paolo Marini a tre passi da Piazza del Duomo in Firenze. Rosai era morto da poco. Nei suoi quadri che riproponevano scorci e gente da Santo Spirito a San Frediano, stradine strette dai muri alti, si svelava una Firenze senza svolazzi e trastulli, una diffusa presenza del dolore. Un dolore che rimandava a Viani ma senza l’espressionismo violento del viareggino. Un dolore pacato. Giorgio Cortenova, ha scritto: “Firenze rende omag-

“Solo, nell’alba grande, sconfinata”

gio a Ottone Rosai (1895-1957) con una rassegna di 50 lavori nel Palazzo Medici Riccardi, in cui sono racchiuse le contraddizioni di questo straordinario cantore della solitudine umana”. Perché contraddizioni? Perché come scrive ancora Cortenova “Rosai vive in un modo e dipinge in un altro”. È vero. Infatti come traspare dalle sue opere – almeno quelle giunte fino a noi – la sua lirica realista immersa nei silenzi, in composizioni senza tempo, denota uno spirito malinconico e indagatore, lontana, quasi aliena dai clamori dello squadrismo, del chiasso futurista, della violenza del reduce. In una Firenze che nei primi decenni del Novecento era all’avanguardia della cultura europea, Rosai fu l’interprete del ventre profondo della città, della sua lingua, della sua pelle. Nella sua pittura si bruciava e decantava la carica rabbiosa ed eversiva nei confronti del “fascismo borghese” che l’aveva portato ad aderire a quella fronda che trovò ne Il Selvaggio di Mino Maccari il manifesto di un’intera generazione. Si consumava e si depurava la sua dolorosa esperienza che era culminata nel più nero sconforto con il suicidio del padre. Di questo Rosai le cinquanta opere esposte ci danno l’essenza, l’itinerario che si snoda dagli anni dieci del Novecento con una “Vallesina” e una “Rotonda” del 1916 di temperamento naif, le “Follie estive” di stampo futurista. La “Serenata” e “L’attesa”del 1920 immergono nei contenuti tipici della sua arte sanguigna che trovano con “Incontro in via Toscanella” del 1922, la matrice del successivo


M svolgersi del suo lavoro sui gruppi, gli scorci e le fisionomie inserite in forme geometriche e volumetrie senza tempo come in “Donne alla fonte”, “Via Toscanella”, “L’artigiano”. L’impatto dei paesaggi geometrici e tonali, la morbidezza e la concretezza dei rustici, delle alberete, dei borghi, delle stradicciole che paiono condurre a svolte segrete, si incentra nella grandiosità dell’”Autoritratto” del 1933 dove traspare la malinconia della sua specialissima condizione di uomo di artista. Il visitatore non potrà restare indifferente a questo volto dove è scritta la vita, come agli scorci, alle viuzze, ai cieli plumbei e ventosi ai colori obliqui delle sere. L’ultimo Rosai - il Rosai del periodo chiaro - alterna forti figure plastiche: “Ritratto di A. Parronchi”, “Nudo” e “Nudo di ragazzo”, a segni decisi e netti, a vaporosità come “Strada di campagna” e “Santo Spirito”. L’amicizia è consacrata in un ritratto di Piero Santi del 1955 dove ci pare sia espresso un dolore o un abbandono e che indica, come leggeva Valsecchi “...a quale grado di furore pittorico fosse giunto il lavoro di Rosai”. Nella pagina precedente, da sinistra verso destra in senso orario: Ottone Rosai, 1950; Santo Spirito, 1954; Incontro in via Toscanella, 1922; manifesto della mostra. In questa pagina, da sinistra a destra in senso orario: Via Toscanella, 1922; L’Artigiano, 1922; Nudo di ragazzo, 1952

Reality


Mostre

Spade del Bon Droyt e bronzi di fede S

TEXT Carmelo De Luca / PHOTO

ino al prossimo 27 aprile, il Museo di Orsanmichele di Firenze offre al pubblico la visione della preziosa esposizione “A Bon Droyt, spade di uomini liberi, cavalieri e santi”. La mostra racconta la storia della spada quale elemento distintivo della cavalleria cristiana sino al Rinascimento e la sua evoluzione in simbolo di Stato e di Giustizia. Così le più belle lame d’Europa, provenienti

La preziosa esposizione fino al 27 aprile presso il Museo di Orsanmichele a Firenze da Besançon, Bruxelles, Parigi, Aosta e dalla stessa Firenze, adornano la gotica sala ospitante le celebri statue originali dell’edificio tardo-medievale. Tanti e importanti gli oggetti visibili all’occhio degli appassionati e dei curiosi, tra cui l’arma appartenuta a Re Renato d’Angiò, compagno di Giovanna d’Arco, quelle di Ludovico il Moro, Giovanni de’Medici, Gonfaloniere della Repubblica Fiorentina, e di Bonarroto Bonarroti. Un consiglio? Visitare questo luogo, ricco di arte e cultura, e ammirare dei reperti rappresentanti uno spaccato della storia europea. Ma la Sovrintendenza di Firenze riserva un’altra sorpresa! Infatti la decapitazione del Battista di Vincenzo Danti è tornata a nuovo lustro grazie ad un sapiente restauro che riporta agli albori il Santo inginocchiato, il carnefice con la spada levata e Salomè. L’evento verrà festeggiato con una importante mostra, presso il Bargello dal prossimo 14 aprile, nella quale saranno esposte altre celebri opere dall’artista provenienti da importanti istituzioni. Architetto, scultore e trattatista perugino del 500, Danti si forma nel culto di Michelangelo recepito attraverso la lezione di un manierismo intellettualistico. Lo storico Museo del

capoluogo toscano possiede il Mosè e il serpente, altro importante gruppo scultoreo dell’artista, da ammirare per l’esposizione primaverile e rispondente ad una ricercata sensibilità lineare sorprendentemente in contrasto con il filone artistico della sua personale formazione. Spade leggendarie e fantastiche Altachiara era la mitologica spada di Carlo Magno, detta pure “la Gioiosa”. nei racconti della Tavola Rotonda, attribuito alla spada di Lancillotto. Alcune fu forgiata per contenere la Lancia Sacra (simbolo dell’invincibilità che l’impeil legale rappresentante di Cristo sulla terra) nel pomello. Ame no Murakumo, letteralmente Spada del Paradiso, è una spada leggenmitologia shintoista giapponese. Fu trovata da Susanoo, il dio del mare e delle otto code del drago Yamata no Orochi quando la recise. Durlindana è, secondo la tradizione, la spada di Orlando, paladino del re La leggenda vuole che la spada fosse stata donata a Orlando proprio dal Gramr era il nome della spada che Sigfrido usò per uccidere il drago apparteneva a suo padre, Sigmundr, che la estrasse da un ceppo nel ficcata. La spada fu distrutta e riforgiata almeno una volta. Dopo essere un’incudine a metà. Cortana è la spada di Edoardo il Confessore re d’Inghilterra, conosciuta Grazia, che era una spada simbolicamente rotta. È una delle cinque spade l’incoronazione dei re e delle regine inglesi.

Lo stesso nome figura pure leggende raccontano che ratore derivava dall’essere daria appartenente alla delle tempeste, in una dei franchi Carlo Magno. sovrano. Fáfnir. Originalmente quale Odino l’aveva constata riforgiata spaccava anche come Spada di che venivano utilizzate per

Reality


Mostre

L’arte a Ferrara nell’età di Borso d’Este T

TEXT Claudio Bernardeschi

ra il 1450 e il 1471, in campo figurativo Ferrara è teatro di una crescita espressiva vertiginosa e senza riscontro nella storia della cultura europea. Durante il governo di Borso d’Este nasce e si sviluppa infatti il linguaggio ricercato e peculiare che ha reso celebre l’arte ferrarese del Rinascimento.

Una magnifica mostra a Palazzo dei Diamanti e a Palazzo Schifanoia Fulcro dell’esposizione sono le due massime personalità dell’epoca Cosmé Tura e Francesco del Cossa, ma non mancano a questa mostra, (organizzata da Ferrara Arte) dipinti, sculture, miniature, disegni, medaglie, oreficerie e arazzi provenienti da raccolte pubbliche e private italiane e straniere, di cui Ferrara si arricchì nel corso del Rinascimento. Durante i vent’anni del governo di

Reality

Borso (1450-1471) è nato il linguaggio ricercato ed eccentrico che ha reso celebre l’arte ferrarese del quattrocento. La mostra ripercorre questa parabola figurativa riunendo circa 150 opere provenienti dalle più prestigiose collezioni pubbliche e private del mondo. Non si può capire e studiare Cosmé Tura, Francesco del Cossa, Ercole de Roberti, i pittori di Schifanoia e gli artisti come Bono da Ferrara, Vicino da Ferrara, Baldassarre d’Este, Michelangelo Maccagnino e Michele Pannonio (ricordiamo il fondamentale studio di Roberto Longhi sull’Officina Ferrarese, Roma 1934) se non si studia come si deve gli artisti forestieri attivi presso gli Estensi: Pisanello, Andrea Mantegna, Leon Battista Alberti, Piero della Francesca e il fiammingo Rogier Van de Weyden (osservare alla mostra ferrarese con molta attenzione la Deposizione di Cristo 1450-55 della Galleria degli Uffizi di Firenze). La rassegna si apre con la rievocazione dei fasti della capitale estense al tempo di Leonello d’Este, il quale governò Ferrara dal 1441 al 1450, garantendo ai suoi possedimenti un fiorente periodo di pace; egli fu soprattutto un uomo colto e raffinatissimo che chiamò a lavorare presso di sé intellettuali e artisti quali Gentile Bellini e Pisanello (impegnati in una sorta di gara per l’esecuzione di un suo ritratto) e l’architetto trattatista Leon Battista Alberti che Leonello nomina giudice dell’importante concorso per il monumento del marchese Niccolò e che fornì indicazioni per il disegno del nuovo campanile della cattedrale. Alle medaglie e ai disegni di Pisanello, ai fogli del Breviario di Leonello, alle sculture di Michele da Firenze, ai capolavori di Jacopo Bellini e Bono da Ferrara (presente quest’ultimo con un San Girolamo della Galleria Nazionale di Londra, di influssi pisanelliani), oltre alla ci-

tata Deposizione del fiammingo Rogier Van der Weyden, è affidato il compito di ricostruire la variegata cultura figurativa di quegli anni. Quando nel 1934, lo storico dell’arte Roberto Longhi scrisse il suo fondamentale studio sull’Officina Ferrarese, tenne conto che la pittura a Ferrara segnò il passaggio dalle forme eleganti del gotico internazionale ad un nuovo linguaggio caratterizzato da cromie preziose e da una violenta espressività. Un ruolo di guida spetta ai miniatori, tra cui dominano Taddeo Crivelli e Giorgio d’Alemagna (Bibbia di Borso d’Este 1445-61, Modena, Biblioteca Estense), che fondano il gusto tardogotico con le forme geometriche e luminose del Rinascimento. Analoga commistione formale caratterizza la pittura; dall’eleganza di Angelo Maccagnino alla nobile eccentricità di Michele


R Pannonio e di Cosmé Tura. Il fulcro della mostra è costituito dalla consacrazione del nuovo stile elaborato dai due protagonisti dell’età di Borso: Cosmé Tura e Francesco del Cossa. Muovendosi tra Mantegna e la pittura fiamminga, Tura inventa un linguaggio fantasioso e al contempo prezioso e popolare e fortemente espressivo; osservate con molta attenzione la Pietà (146065) del Museo Correr di Venezia, secondo l’iconografia tedesca del Vesperbild, è due tondi raffiguranti il Giudizio e il martirio di S.Maurelio (1478-80), della Pinacoteca Nazionale di Ferrara e il S.Antonio da Padova (1485) della Galleria Estense di Modena, dove a prescindere dalla fisionomia dolce e asceta dell’effigiato, si può osservare la tragicità del volto, gli occhi socchiusi e la piega amara delle labbra carnose. Di conto, Cossa elabora una scrittura più morbida e plastica, felicemente cromatica e potenticamente prospettica. Nelle sue Madonne, nei suoi santi, nei penetranti ritratti, come il Ritratto d’uomo (1472-77) del Museo Thyssen Bornemisza, egli av-

via un dialogo aperto con la pittura di luce fiorentina. Questa ricerca formale culmina con l’esplosione attorno al 1470 di una “nuova pazzia nell’arte ferrarese” (Longhi): entrate nel palazzo Schifanoia e osservate con molta attenzione il ciclo di dipinti murali del salone dei Mesi, a cui un decennale restauro ha restituito piena leggibilità. Qui, nell’ultima impresa decorativa voluta da Borso, dove si conclude il percorso della mostra, Francesco del Cossa elabora un’abbagliante traduzione visiva della cultura di corte e delle ambizioni politiche del Duca e fa irruzione sulla scena la terra grande personalità di questa stagione, Ercole dei Roberti, un altro artista geniale e imprevedibile come documenta lo straordinario San Girolamo (1475 c.) del Getty Museum di Los Angeles. Da non perdere, nella Pinacoteca Nazionale di Ferrara, due capolavori di Ercole: la Madonna con il Bambino (1486 c) e il San Petronio (1475), che faceva parte del cosiddetto Polittico Griffoni, ossia la complessa pala d’altare che Francesco del Cossa dipinse nel 1473 per la cappella di Floriano Griffoni, nella Basilica di

San Petronio a Bologna.

Reality


Interviste

Artista o trasformista TEXT Carla Cavicchini

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ompletamente diverso! È il re del trasformismo però appare quieto, calmo, ed estremamente professionale. Parla tutto cadenzato e ti guarda con quella faccetta mista di ironia e furbizia...molto enigmatica. Somiglia non poco a Gianni Morandi e ne è pienamente consapevole, adesso poi che si è tagliato i capelli per la fiction ‘Carabinieri’... se non li avesse appena più scuri sarebbe la copia del cantante di Monghidoro. Ma veniamo al ‘re’ della serata: Dario Ballantini, per l’occasione a Firenze presso la Galleria del Palazzo Coveri, sul Lungarno Guicciardini, grazie alle sue “Visioni sommerse”. L’assessore alla valorizzazione delle tradizioni popolari fiorenti-

Fino al 19 aprile a Palazzo Coveri a Firenze la personale di Dario Ballantini ne Eugenio Giani ne osserva – anche - il notevole impegno pittorico, consacrandolo artista poliedrico.” La sua è una pittura che scava, presentandoci figure inquietanti che sta a noi decifrare. Andiamo incontro ad un mosaico di composizioni dove l’essere umano appare sbriciolato, sminuzzato, in una miriade di visioni capace di creare un’ottima policromia nel tormento ed allucinazione umana”. Effettivamente la personale dell’artista rispecchia un grande impegno che si snoda tra cubismo ed espressionismo. Una sorta d’ipnotizzazione di ‘bautte’, travestimenti del volto, che imprimono il loro essere, forse non molto diversi da noi stessi. Pier Paolo Pasolini ne è stato degno mentore, anche se il nostro col passar del tempo si è cimentato pure nell’avanguardia. Galleggia qua e la una bocca senza tralasciare un orecchio, un piede, un occhio, riecheggiando di conseguenza elementi ‘picassiani’. Tutto corre, viene ingoiato, come una sorta Reality

di “Tempi moderni”, ove l’affanno commuta le nostre residenze ormai inanimate poiché quello che prima ci appartava oramai è divenuto miraggio. Si ammirano quadri di grandi dimensioni (ben 35) in cui sono espressi nomi altisonanti del panorama artistico per il sensibile Dario, quali Caprile, Achille Bonito Oliva, Antonio Ricci e Giancarlo Vigorelli. Anche Francesco Martini direttore artistico della ‘Maison’ Coveri, invitando il foltissimo pubblico a decifrare il linguaggio che si respira nell’ambiente - nato ad hoc per chi dell’arte ne fa’ la propria musa - osserva che è difficile nelle molteplici trasformazioni dell’artista, tecnica e spettacolo, individuare quella a lui più consona, in quanto riesce ad eccellere in ogni campo. Ballantini dell’amata pittura racconta che è una professione e non un hobby, ancor prima delle imitazioni poiché dipinge da 25 anni e quindi è divenuta necessità. “Non riuscirei a farne a meno”. Non si nega alla domanda punzecchiatrice. “Eh...sono talmente abituato!” “Le quotazioni dei tuoi quadri sono aumentate grazie alla tua firma?” “Si, senza dubbio, ma non parlerei di meriti o demeriti: se le tele non fossero buone, allora la faccenda sarebbe triste, alle mostre però si dimenticano che sono un personaggio in quanto osservano, giudicano, e forse criticano. Da parte mia sono pari al mio trasformismo...o forse migliori! Ma sono le opere che debbono par-

lare, non il proprio operaio! Questo Ballantini è un tipetto strano: livornese ‘doc’, che ce l’ha un poco coi ‘livornesi’. E il ‘dhé’ lo lascia a casa volentieri. Chiaramente continua ad avere rapporti con la città labronica ma per lo più coi vecchi amici di Liceo e poi... lì ha famiglia. Del “Mercatino Americano” racconta che lo trasferiranno vicino al porto e, proprio lì, quando non c’aveva una lira, comprava i ‘Rayban’ per essere ‘figo’ ma anche fare le imitazioni. Ama la loro ‘torta’ (da noi è detta ‘cecina’) ma il cacciucco non gli piace molto poiché è troppo pesante, come del resto i suoi compaesani, a volte pure insopportabili. Simpatici... però, dalla simpatia troppo ostentata, quando poi addirittura non cadono nella maleducazione. Osservo che per uno che è del posto, non è proprio carino esprimersi così... ma lui...”Se sono permalosi peggio per loro e peggio per noi! Io c’ho patito la fame cara mia, ho fatto anni ed anni di gavetta ed una fatica enorme per emergere! E una volta arrivato il successo, c’è sempre qualcuno che storce il naso. Francamente più che di fortuna parlerei di faccia tosta, unita a tanta voglia di uscirne fuori. E comunque non bisogna rimanere ancorati alle comode radici”. Racconta poi che la “città dei quattro mori” è sì tollerante, ma non verso le altre cittadine, in quanto estremamente criticona, essa continua ad amare i Macchiaioli e ‘post-Macchiaioli, ‘sposando’ Fattori e non Modigliani. E lui


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invece predilige ‘Modì’. Quanto al Vernacoliere... sì, ci lavorano tutti i suoi amici, è estremamente satirico, di alto livello e di ottima grafica, però... per un pudico come lui: ”sulla parolaccia nutro molte riserve, il giornale è troppo sboccato, e quindi ai miei figli non glielo farei certamente leggere! Mi guarda perplesso e quindi aggiunge: “Senti, tutto sommato io Livorno la amo! È sciupata, tormentata, però c’è un mare...come nessuno al mondo! È arrivato il momento della mitica ‘Loren’, bellissima e baldanzosa, che però deve stare molto...ma molto attenta. Ma anche quello dei veri e ‘falsi’ Valentino. “La prima? No...non è il massimo della simpatia, è una che pone molta resistenza... e quindi prima o poi! Anche la Spaak...è un po’ sofisticatecca! Anche se meno della ‘Sofì ‘ nazionale. In genere si lasciano tutti avvicinare, poi, ovviamente esiste quello/a più brillante e quello meno! “Morandi, Cavalli, Moretti, la Brambilla, Montezemolo, Vittorio Emanuele, Franco Marini, ed il mitico Valentino. È vero che non ti vuol proprio incontrare e scappa come un fulmine se sei nei paraggi? “ “Verissimo, forse ha paura di vedersi allo specchio. Rimane però un record nella storia delle imitazioni in quanto è da 10 anni che è sulla breccia. “Senti, Valentino...” “Quello vero?” “Oh...mon dieu! Scusa se ti do del falso! Continuo! Di lui dicono che viva tra palazzi, alberghi, aerei” “Chi lo conosce osserva che è sofisticatissimo nonché maniaco della precisione, bon ton, accostamenti, ed altro ancora. Si, esagerato e forse un po’ partito! A ‘Striscia’ ha successo poiché è il prototipo della moda vista come stile di vita: dalle 6 di mattina alle 6 di sera. Rimane però che a lui debbo moltissimo...anche se deve stare ben concentrato che non gli saltino le punture del lifting! Ammesso che ce l’abbia! Adesso che ha lasciato la ‘Maison’ facciamo un Valentino che si adatta a tutti i tipi di professione, colui che si vuol occupare di tutto”. “Alle feste arrivi di sorpresa o ti invitano? “Ormai la trasmissione viene invitata...con Moretti, Marini, andiamo a Roma, Milano ed altre città spesso per prime cinematografiche” “Ti hanno mai sollevato di peso?” “A volte...poche, non ci hanno consentito di entrare, ma io non sono aggressivo, dopo un po’ lascio perdere. Adesso ciao.” “Un ciao che ‘suona’ di sollievo...ma “Kusa l’è ches’chi? Mi sunt’ lumbard! E un son mia di Lionno. Deh!


Arte

Action Painting: segni, colore e materia TEXT Sara Taglialagamba

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ome se ogni pennellata, ogni sgocciolio di colore, ogni sovrapposizione di materia ed ogni macchia fosse un’emozione. Spontanea, improvvisa ed indelebile. Come se ogni particella sulla tela fosse nel suo esatto posto, nonostante la casualità dell’azione. Come se ogni tela custodisse e celasse ricordi, pensieri, sussurrando anche allo spettatore più distratto “vivi le tue emozioni attraverso le mie”. Tutto questo è action painting. Diffusasi attorno agli anni 40 e 60, prevalentemente in America, ma anche in Francia dove invece fu nota con il nome di Tachisme, l’action painting è stata più volte posta in connessione con l’espressionismo astratto, tanto da essere detta anche astrazione gestuale. Infatti, muovendosi sulla scorta dell’astrattismo di Mondrian e Kandinsky, essa recupera il dato astratto non tanto per la dimensione più conosciuta di anti-figurazione, quanto

Reality

per la capacità di suscitare emozioni attraverso il colore e il segno. Proprio la qualità dei segni e dei colori di suscitare emozioni, affermatosi in sordina nell’Astrattismo, si pensi in particolare al Der Blaue Reiter di Kandinsky, traeva alimento anche dalla ventata introspettiva

La casualità di un gesto per rendere immortale un’emozione della psicanalisi freudiana di inizio secolo. Il termine venne coniato dal critico americano Harold Rosemberg nel 1952 con l’obbiettivo di segnalare il cambiamento della prospettiva estetica dei pittori e dei critici appartenenti alla Scuola di New York: si sottolinea dunque che gli elementi essenziali diventano la fisicità e l’oggettualità delle opere. Le superfici vengono coagulate e

incrostate da linee, colori perché l’azione diventa protagonista al pari della materia: queste opere non dovevano CREARE emozioni, SONO emozioni. Se il processo creativo diventava parte essenziale dell’azione, il dipinto risultava soltanto la manifestazione fisica di tutto il processo: da qui l’importanza dell’Happening, fulcro dello svolgersi del processo creativo. La casualità della creazione dipendeva direttamente dall’atto inconscio per cui il pittore faceva gocciolare sulla tela distesa a terra il colore senza una griglia mentale di composizione, in assoluta libertà lasciando che fosse la parte inconscia della psiche ad esprimersi. Personaggio chiave dell’action painting è stato Jackson Pollock che, ispirato dalla tecnica dei nativi americani detta Sand Painting ammirata durante gli anni 40, affascinato dai moralisti messicani e dalla loro tecnica del colore puro ed infine attratto


dal surrealismo, in particolar modo da quello automatico di Andre Masson, riuscì a creare un proprio stile servendosi del suo corpo, su cui aveva il massimo controllo, unito al viscoso scorrere del colore, alla forza di gravità, alla casualità dell’azione e al modo in cui la tela assorbiva le macchie cromatiche. Si trattava dell’unione del controllabile e dell’incontrollabile. Si muoveva energicamente attorno alle tele spruzzando, spatolando, facendo colare e sgocciolare il colore quasi in una danza e non si fermava finché non vedeva ciò che voleva in origine vedere, oltre agli strati di colore sovrapposti. “Quando sono “dentro” i miei quadri, non sono pienamente consapevole di quello che sto facendo. Solo dopo un momento di “presa di coscienza” mi rendo conto di quello che ho realizzato. Non ho paura di fare cambiamenti, di rovinare l’immagine e così via, perché il dipinto vive di vita propria. Io cerco di farla uscire. È solo quando mi capita di perdere il contatto con il dipinto che il risultato è confuso e scadente. Altrimenti c’è una pura armonia, un semplice scambio di dare ed avere e il quadro riesce bene” è grazie a queste parole di Pollock dunque che ogni tela ci sembrerà accessibile, vivibile, capace di riuscire nel suo intento: quello di trasmetterci emozioni. Reality


Bottoni&bottoni I

TEXT Ilaria Duranti

l bottone è un piccolo oggetto di uso quotidiano, ma è anche testimone dei mutamenti della storia della moda e per raccontare tutta la sua evoluzione nel corso del tempo dobbiamo risalire molto lontano nel passato.

Un piccolo testimone dei mutamenti della storia e della moda Alcuni ritrovamenti archeologici testimoniano alcuni reperti simili come uso a quello dei bottoni: uomini e donne, infatti, usavano appuntare il vestito con spine vegetali e lische di pesce. Anche successivamente, nell’Età del Rame, possiamo segnalare qualcosa di simile a questo piccolo ma fondamentale oggetto, che però era usato soprattutto come ornamento. L’antichità classica non contemplava i bottoni, infatti, a trattenere il drappeggio di pepli, tuniche, stole e toghe erano deputati cinture, spilloni, fermagli e fibule. E anche se romani cucivano qualcosa di simile sulle loro toghe, che dalla forma a mezzaluna, si chiamava, lunula, questa era solo una spilla decorativa. Fu con l’avvento del Cristianesimo, che si cominciò a sentire l’esigenza di accessori con i quali fermare gli abiti dalle lunghe pieghe, che dovevano nascondere le curve del corpo umano. Dobbiamo aspettare ancora qualche secolo, però, prima che i bottoni fac-

ciano la loro vera e ufficiale comparsa e anche se non ci è dato sapere chi li abbia inventati, è evidente che il loro luogo d’origine fu la Francia. Pian piano essi si diffusero anche in Italia con i diversi nomi di pomelli, peroli, maspilli... Venivano realizzati ricorrendo soprattutto a materiali pregiati quali argento, oro, corallo, ambra, perle... Quando nel 1300, seguendo lo stile neogotico, si lanciò la moda dei vestiti attillati, il bottone per la prima volta si mise a fare il suo mestiere: quello cioè di chiudere soprattutto corsetti e abiti. Nel 1400 il bottone cadde vittima delle Leggi Suntuarie, che regolavano il lusso nell’abbigliamento cittadino, al fine di evitare inutili ed immorali sfarzi. Una di queste leggi, emanata a Firenze nel 1415, recitava: ”La donna non possa, ardisca e presuma portare più argento che una libbra d’imbottonatura”. Papa Clemente VII (1478 – 1534), invece, i bottoni se li faceva fabbricare anche da affermati artisti come Benvenuto Cellini e vediamo che anche le classi più basse della borghesia ci tenevano ad esibire bei bottoni, che attaccavano e staccavano di volta in volta dagli abiti. Infatti, i bottoni in materiali preziosi erano considerati un buon investimento economico: facili da nascondere in caso di furti, comodi da portare via, in caso di improvvisa fuga o usabili al posto del denaro, in caso di emergen-

za. Addirittura in molti luoghi (come Liguria, Alto Adige e Sicilia) un set di bottoni in filigrana faceva sempre parte del corredo delle spose. Nel 1670, in Inghilterra, apparvero i primi bottoni da camicia maschile in oro e argento , il cui numero indicava lo “status” sociale del proprietario. Se prima questo accessorio aveva dimensioni ridotte, a partire dal ‘700‘800 acquisirono sempre più dimensioni di maggior rilievo, variando dai 2 ai 4 centimetri. Erano simili a piccoli quadri e riportavano ritrattini, paesaggi, decorazioni floreali, animali, miniature dipinte a mano su smalto, avorio, porcellana, vetro, con resine naturali, bachelite, madreperla, celluloide e confezionati nelle forme più svariate, come quella quadrata, rettangolare, o più elaborata in stile barocco o dovunque potesse arrivare la fantasia umana. Con l’avvento della Rivoluzione Industriale, in grado di fabbricare utensili su larga scala, l’uso dei materiali preziosi andò perdendosi, lasciando posto a una produzione, che privilegiava piuttosto i materiali poveri, come legno e tartaruga. Nei primi anni del XX secolo il movimento artistico dell’Art Déco rilanciò i bottoni dal punto di vista estetico e artistico: avevano delle forme particolari, come quelle di serpenti, sigarette, cesti di fiori, gatti, volpi, funghi...molti erano foderati o decorati con passamanerie. Nel XXI secolo, nonostante le Guer-


Mostre

Appesi a un filo: bottoni in mostra a Palazzo Pitti

re Mondiali, che colpiranno pesantemente le economie di molti stati, non si fermerà comunque il cammino dei nostri bottoni e vi fu chi pur di fabbricarli arriverà a ricavarli dai parabrezza dei bombardieri in disarmo. E poi negli anni ’40 arriverà la grande moda con Coco Chanel, che accostando metalli, pietre colorate, inventerà addirittura uno stile che rimarrà inconfondibile nel tempo. La seconda metà del ‘900 ha visto l’alternarsi di diverse tendenze per questo accessorio. Negli anni ’60 vennero proposti in versione gioiello, a volte macroscopici imitanti pietre preziose e tempestati di strass o semplicemente coloratissimi. Nel ’70 invece tornarono umili e di materiale povero, mentre negli anni ’80 – ’90 rividero rinascere la loro fortuna. Oggi gli stilisti hanno cambiato il modo di vestire e in molti nuovi modelli i bottoni non esistono, sono sostituiti da zip o fabbricati in plastica e metalli poco appariscenti. Spesso non viene data loro l’importanza che si meriterebbero, anche perchè le sarte cominciano piano piano a scomparire e le mercerie a chiudere. Credo non si debba dimenticare la storia che il bottone ha percorso per arrivare sino a qui, rimanendo un classico nel suo genere, resistendo tenacemente e trasformandosi nelle mani del suo creatore, come pochi capi o accessori hanno saputo fare.

Il collezionismo dei bottoni antichi è una tradizione tipicamente inglese e francese, di conseguenza non si sono avute, fino ad oggi, nel nostro paese esposizioni monografiche dedicate a questo accessorio. Ora, però, anche l’Italia ha deciso di celebrare questo piccolo dettaglio di moda e di ripercorrere parte della sua storia. Appesi a un filo è il nome della mostra allestita presso la Galleria del Costume di Palazzo Pitti a Firenze. Saranno visibili circa 3000 bottoni raccolti nel corso degli anni dall’ingegnere e imprenditore milanese Alberto Riva, scomparso nel 1924, che ha messo insieme anche esemplari molto rari, che vanno dal 17° al 20° secolo. Raccogliere, collezionare... sono inclinazioni proprie dell’animo umano e questo intelligente personaggio intuì la valenza storico-artistica e anche estetica contenute nelle ridotte dimensioni di questo accessorio. I bottoni in mostra sono spettacolari e preziosi, tanto da potersi considerare quasi dei gioielli: cammei con inserti di porcellana, smalti, ritratti, miniature...Numerosi sono gli esemplari che si possono considerare dei piccoli capolavori, con riferimenti alle più diverse espressioni artistiche della loro epoca. I bottoni di questa collezione sono esposti fuori dal loro naturale contesto e distaccati dal passato e se questo da un lato può privarli di parte della loro identità, dall’altro li allontana dal loro esclusivo significato funzionale e dal loro essere rilegati a opere marginali nel campo della storia dell’arte. Fino a tempi relativamente recenti il bottone ha riguardato quasi esclusivamente l’abbigliamento maschile, dove erano sparsi un po’ ovunque in corrispondenza delle aperture (un solo capo di abbigliamento arrivava a superare i 24 bottoni); mentre alle donne i bottoni erano talvolta perfino proibiti, per cui si dovevano usare, in alternativa, lacci e ganci per chiudere le loro vesti. Nel 1612 venne riconosciuto dall’Accademia della crusca il lemma “bottone”, con una voce dettagliata che ne sottolineava l’aspetto tecnico, ma che anche metteva in risalto quello di un oggetto dove erano riversate creatività e inventiva, come spesso non accadeva per altre parti dell’abito. Alcuni bottoni in mostra sono particolarmente pregevoli, con paesaggi e figure, talvolta dipinti da illustri pittori, che non disdegnavano questa attività come mezzo di sostentamento, altri in metallo e pietre preziose, simili a gioielli contemporanei, altri ancora in strass... Vi sono poi alcune immagini di veri e propri manifesti politici, come quelli che inneggiano alla presa della Bastiglia o ai personaggi del Risorgimento italiano. Nel percorso espositivo sono stati inseriti anche molteplici oggetti e opere d’arte, che danno l’opportunità al visitatore di apprezzare i bottoni in rapporto alla produzione contemporanea di altri manufatti e quindi di apprezzarne maggiormente anche le scelte stilistiche. La mostra, voluta da Caterina Chiarelli, direttrice della Galleria del Costume e da lei curata insieme a Dora Liscia Bemporad, dell’Università di Firenze, ha visto la collaborazione, insieme a cultori di provata competenza, di giovani studiosi.

Reality


Dal Lindenau-Museum di Altenburg

prima metà del XIX dal barone Bernhard August von Lindenau e poi donata alla città tedesca che gli ha dato i natali, la raccolta è da alcuni anni al centro di studi sistematici che ne hanno permesso la catalogazione della parte più consistente, quella rappresentata dalle tavole toscane

15 Marzo - 06 Luglio 2008 SANTA MARIA DELLA SCALA Piazza Del Duomo 2 (53100) Tel. 0577 224811 - Fax 0577 224829 infoscala@sms.comune.siena.it www.santamariadellascala.com

ROMA

PERUGIA

1485 -1547

dall’8 febbraio al 18 maggio PALAZZO VENEZIA Via del Plebiscito 118 Tel 06 68192230

LIVORNO

Fattori e il Naturalismo in Toscana

Sebastiano del Piombo

tutta l’arte intorno a te

ART AROUND

Maestri Senesi

SIENA Riunita nel corso della

Prima retrospettiva monografica mai realizzata sul veneziano Sebastiano Luciani detto “del Piombo”, che pure a Roma ha dipinto gran parte dei suoi capolavori. Vicino a Michelangelo, la cui amicizia terminò in occasione di un litigio alla cui base vi erano divergenze su come dovesse essere affrescata la Cappella Sistina, divenne, nel secondo decennio del Cinquecento, l’unica vera alternativa allo stile di Raffaello Sanzio.

FIRENZE

Saranno esposte circa 40 opere, per lo più di grandi dimensioni, per mettere in luce il rapporto tra l’artista e alcuni epigoni toscani della generazione successiva (i Tommasi, Sorbi, Cecconi, Micheli, Panerai, Gioli, Cannicci, Ferroni). Una mostra di nicchia, che arricchisce la parallela monografica di Livorno con un capitolo assai significativo circa il percorso di Fattori dal realismo al simbolismo. dal 19 marzo al 22 giugno (FI) dal 20 aprile al 6 luglio (LI) VILLA BARDINI (FI) Costa San Giorgio 4 Tel 055 294883 / 055 290112 GRANAI DI VILLA MIMBELLI (LI) Tel. 0586 811114 MUSEO FATTORI (LI) Tel. 0586 808001

Pinturicchio Celebrazione del 550° anniversario della nascita di un protagonista del Rinascimento Italiano, artista-simbolo della città di Perugia

dal 2 febbraio al 29 giugno GALLERIA NAZIONALE DELL’UMBRIA Corso Pietro Vannucci 19 Tel 0755 721009


Dichiaro di essere Emilio Isgrò A cura di Marco Bazzini e Achille Bonito Oliva. La mostra, allestita nelle sale espositive del Centro Pecci, ripercorre le tappe fondamentali dell’attività di Emilio Isgrò, artista, poeta e scrittore. Realizzata per l’occasione, Dichiaro di essere Emilio Isgrò, oltre ad essere l’opera che dà il titolo alla retrospettiva, è il grande lavoro (400x300 cm) che apre la mostra. La rassegna, concepita insieme allo stesso Emilio Isgrò, protagonista della scena artistica nazionale e internazionale del nostro tempo, è un percorso che tocca i diversi capitoli di una vivace attività creativa affermatasi sin dai primi anni ‘60.

PRATO

PIETRASANTA

fino all’11 maggio 2008 CENTRO PER L’ARTE CONTEMPORANEA LUIGI PECCI Viale Della Repubblica 277 Tel 0574 5317 - Fax 0574 531901 info@centroartepecci.prato.it www.centroartepecci.prato.it

Enrico Baj Apocalisse Tragica e grottesca, ironica e preoccupata, l’Apocalisse di Enrico Baj mette in scena, quasi teatralmente, il degrado della contemporaneità, le macchie nere e gli incubi generati dal sonno della ragione, le attese e le premonizioni, l’esuberanza del mostruoso.

dal 15 marzo al 25 maggio CHIESA E CHIOSTRO DI SANT’AGOSTINO Via Sant’Agostino 1 Tel 0584 795226 cultura@comune.pietrasanta.lu.it

AREZZO

Mushroom

fino al 31 dicembre 2008 MEGA+MEGA CENTRO D’ARTE CONTEMPORANEA Via Andrea Cesalpino 2 Tel 0575 357092 mega@megamega.it www.megamega.it

Artista e critico penseranno ad una installazione che non si limiterà ad essere solo site specific. Considerando ausiliaria la valenza dell’opera, l’artista è chiamato a rispondere della propria creatività e talento produttivo. Pertanto si tratterà di operazioni di vera e propria re-invenzione dello spazio espositivo, da intendere come elemento strutturale del lavoro. I curatori sono Francesco Marmorini, Matilde Martinetti, Ivan Quaroni e Viviana Siviero. La galleria di MEGA+MEGA è uno spazio espositivo concepito come sfida all’arte. In pieno centro storico, esso consta di un ambiente di dimensioni pari ad un metro cubo, tramite il quale proporre un pensiero e non una semplice possibilità espositiva fine a se stessa.

la vetrina di Reality


Territorio

Il territorio di Santa Croce sull’Arno I nomi dei luoghi I

TEXT Valerio Vallini

l capoluogo e gran parte del suo territorio, si affacciano sulla riva destra dell’Arno. Ciò che resta dello spazio rurale incontra a nord il canale Usciana per una fascia larga pochi chilometri e poi s’inerpica in qualche profilo collinare che termina a nordovest prima di Poggio Adorno.

Viaggio sui luoghi e i nomi di Santa Croce sull’Arno Come scrisse Cristina Bilanceri in una tesina dal titolo Caratteri storici e morfologici di Santa Croce sull’Arno. “Un rapporto determinante con questa particolare situazione geografica sta alla base della configurazione urbana”. Anche la Bilanceri, come Mauro Ristori nel suo La colonia romana di S.Croce sull’Arno, sottilinea l’importanza della “centuratio” romana costituita per ordine dei triunviri Lepido, Antonio ed Ottaviano, nel 42 a.C. per i veterani della battaglia di Filippi. Tale suddivisione territoriale denota ancora oggi la morfologia e una parte della corrispondente toponomastica. (Via di Pelle e Via Donica sono, fra gli altri, evidenti derivazioni da Apulius e Dominica). Naturalmente, di qui a dire della derivazione dell’abitato dell’attuale Santa Croce da questo antico agro lucchese ce ne corre. Anche se non è compito di questo scritto l’affrontare l’origine e lo sviluppo di Santa Croce nei secoli, tuttavia anche per una puntuale designazione dei nomi dei luoghi è bene sfatare alcune leggende metropolitane come quelle che vorrebbero la fondazione di Santa Croce originata da quell’antico insediamento latino oppure, più tardi, intorno al 1000, una derivazione della città da parte di calderai o zingari. Da quest’ultima confutazione l’alone romantico del santacrocese itinerante e vagabondo ne soffre, ma ne guadagna la verità storica. Per queste considerazioni ci conforta l’autorevolezza Reality

di Francesco Salvestrini che ha curato e tradotto gli Statuti del comune di Santa Croce (Prima metà del secolo XIV-1422). In sintesi, scrive il Salvestrini, agli inizi del ‘200, dati i contrasti con la vicina Fucecchio dei conti Cadolingi, gli abitanti dei quattro popoli facenti capo ad altrettante chiese parrocchiali (S. Tommaso di Vignale, S.Vito della Villa [d’Elmo], S. Andrea in Valdarno e S. Donato in Mugnano in Oltrarno) si riunirono attorno ad un oratorio centrale denominato S. Croce sul Poggetto sia per la venerazione del crocifisso del Volto Santo, sia perché la località era rialzata e ad una certa distanza dall’Arno. Per quanto riguarda la data precisa di fondazione della “Terra murata”, cioè circondata di mura, di Santa Croce, fondamentale ci pare il rilievo di Giulio Ciampoltrini laddove scrive nel suo La piazza del comune di Castelfranco di Sotto “... fra l’estate del 1252 e la primavera del 1253, si pose mano anche alla fondazione da parte di Lucca dei due castelli di Castelfranco e di Santa Croce che dovevano raccogliere la popolazione sparsa nei villaggi” popolazione impaurita, aggiungiamo noi, da una sanguinosa battaglia presso S. Vito, avvenuta nell’anno 1252. A fugare ogni dubbio sulla fondazione del castello di Santa Croce, il Ciampol-

trini prosegue così: “Il 14 aprile 1253 era già costituito nei suoi ordinamenti il Castrum Sancte Crucis”. Senza nulla togliere alla competenza di Ciampoltrini, pare per noi plausibile che queste mura abbiano circondato una serie di residenze già esistenti dal 1209 al 1224 ma questo sarà meglio trattato in una pubblicazione che vedrà la luce entro l’anno 2008. Intanto per approfondimenti da parte dei lettori si rimanda a La piazza del comune di Castelfranco di Sotto a cura di Giulio

Arturo Dazzi, Monumento ai caduti, 1928


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Lunetta della Collegiata, sec. XIII

Ciampoltrini e Elisabetta Abela. Detto questo proseguiamo il nostro viaggio sui luoghi e i nomi di Santa Croce sull’Arno arricchendo quelli già citati sopra con altri antichi e recenti, dovuti alle caratteristiche dei luoghi, alla memoria di personaggi illustri, ad agglomerati, a centri demici dispersi, a ruderi che raccontano la storia. È il caso, per esempio, di Bordicino che fa pensare ad un agglomerato di casupole nei pressi del confine con Castelfranco di Sotto, di Via Lami che rimanda a Giovanni Lami, della Corte delle Casinaie in Via del Bosco. Un affondo nel medio evo sono i resti di quello che fu un “castellare”, un enigmatico cartiglio in Corso Mazzini,

i resti della torre di S. Tommaso e la chiesetta di S. Andrea ricostruita nel Cinquecento con pietre e laterizi dell’ XI secolo. Una miniera di informazioni viene fuori dall’esplorazione delle vie del centro storico delle quali a ripercorrere a ritroso la denominazione si scorre un bel pezzo della storia cittadina. Per non svelare troppo della pubblicazione in fieri si può indicare a mò di esempio, che troppo spesso i nomi delle strade, delle piazze, dei luoghi, rispecchiano vicende umane storiche e politiche. A volte la toponomastica segue percorsi stravaganti che denotano miopie e ottusità come l’aver rinominato nel 1907 la piazza S. Cristiana nel nome di Carlo Marx, e la via omonima nel nome di Emilio Zola; la via San Michele Arcangelo, oggi Via Ciabattini, in via Giordano Bruno. Nomi rispettabili ma che niente hanno a che fare con la storia del luogo. Esempi di tal genere non mancano neanche nella seconda metà del Novecento con battezzi e sbattezzi che si rincorrono più o meno legittimamente.

Per quanto riguarda le zone rurali e fluviali si pensi inoltre all’etimo etrusco dell’Arme divenuto Gusciana ed oggi Usciana. Cosa dire del Porto alle Lenze, e di Staffoli, l’antica Staphili, e di Poggio Adorno e del Guerrini e la mitica e misteriosa Rosaiolo con il suo ponte sull’Uscana indagata e descritta dall’esimio Lami nel suo Odeporicon? Le cose da dire sono molte, moltissime. Le curiosità da togliersi, innumerevoli. L’intento che ci guida è quello di una trattazione divulgativa che unisca l’aderenza ai fatti storici, la validità delle fonti, la serietà della ricerca, ad uno stile leggero senza la pesantezza dell’accademia.

Stemma Vescovo Banduccio Duranti, sec. XVI

Resti del Castellare, sec. XIV

Reality


Territorio

Castel Franco... una storia lunga mille anni

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TEXT Daniela Giannoni

Porta a Caprognano) anna delle antiche “Cinche se poi nei secoli hanno que Terre del Valdarno cambiato denominazione. Inferiore” fu il Castello La “porta a San Pietro” Franco, che come gli altri nuanticamente guardava il clei vicini (Santa Croce, Monvillaggio dei Santi Pietro e tecalvoli, Santa Maria a MonBarbera e successivamente e Fucecchio), ha lontane te fu chiamata “Porta alle origini etrusche; ma la storia Campane”, in quanto vi fu “documentata” di queste costruita sopra una torretterra parte dal VIII-IX secolo ta di forma quadrata dove quando esistevano numerosi vi furono poste sei camagglomerati urbani intorno a pane che suonavano solo piccoli oratori. Questi villagdurante le feste solengi, anteriori alla fondazione ni. Nel centro della torre del Castello, si chiamavano c’era un orologio alla “RoCaprugnana, Catiana, Patermana”. Da questa Porta no e Vigesimo. parte una “strada MaeNel Duecento le continue stra” che conduce all’altra lotte tra le grandi potenze, Porta chiamata “a PaterFirenze, Lucca e Pisa, portano”, dal nome dell’antico rono la popolazione a riunirvillaggio. Questa strada si all’interno di una cinta muera un tempo tutta lastriraria che la proteggesse. cata con pietre quadrate All’inizio del secolo Castele vi si affacciavano le abilo Franco era sottoposto tazioni più belle ed imal dominio di Lucca, poi portanti, come quella del pervenne sotto il comando Cancelliere della Comunipisano, per passare definitità che si ergeva sulla Piazvamente nel 1330, insieme za; quest’ultima di forma quadrata si sversalmente. Alcune di queste artealle altre “Terre”, sotto il Comune di trova a metà della strada, lungo la rie portavano i nomi di Santi (via San Firenze. Il Castello Franco si trovava quale nacque anche la chiesa ColleDomenico, via San Pietro, via di Santa in una posizione strategica, a metà giata di San Pietro e Paolo. Chiara, di San Michele); le altre si chiastrada tra le potenze di Firenze e L’entrata della Chiesa, con i tre portomavano via della Badia, via de’Turi, Pisa, irrigato dal fiume Arno e dalla ni, si affacciava però sull’alGusciana (oggi Usciana). tra “strada Maestra”, Via Le mura racchiusero un peLe vicende storiche Grande, di fronte al Palazzo rimetro di quasi un miglio di una cittadina che conserva del Podestà. Alle estremità (poco più di un chilometro), questa strada sorgevano con quattro porte, ognuna l’originale nucleo urbano-medievale di le altre due porte, “Porta posta ai quattro punti cardiCatiana,” verso l’omonimo nali. Erano porte di grandi villaggio, che nasceva a mezzogiorvia del Castagno, via di Paduletta, via dimensioni che venivano chiuse tutte no, detta successivamente “Porta ad della Croce e via dei Novelli; inoltre le notti e rimanevano serrate in temArno” perché da qui si raggiunge il c’erano altre piccole traverse, piccoli po di guerra. Ancora oggi si possono fiume, in località il Callone, dove, già vicoli come via di San Matteo, via di notare le vestigia dove c’erano i grossi dal Medioevo, vi era una Pescaia con Bondormi, via Santa Chiara, chiasso arpioni e, in ogni porta, le fessure delun arco sotto il quale i navicelli erano de’ Novelli, di San Michele etc. le cataratte. All’interno delle mura diobbligati a passare per dichiarare la Le porte delle mura si chiamavano fensive vi erano (e tutt’ora ci sono) due propria mercanzia al Doganiere. Alcome i villaggi verso le quali erano strade principali, di uguale dimensiocuni documenti attestano le enormi state costruite (Porta a San Pietro, ni, sia in lunghezza che in larghezza, somme di denaro che provenivano Porta a Paterno, Porta a Catiana e e otto strade che si incrociavano traReality


T

da questa ricca dogana allo Stato fiorentino. Addirittura la famiglia de’ Medici, nel 1573, fece costruire la Pietraia e Steccaia che servivano a riunire le acque del fiume per alimentare il Mulino del Callone e di Montopoli. Poco dopo furono costruiti gli argini lungo l’Arno, non solo in Castello Franco, ma anche lungo l’argine destro delle Terre confinanti. Tornando all’interno delle mura cittadine, entrando da “Porta Catiana” si vede in lontananza l’altra Porta, quella “a Caprugnano”, così denominata perché legata al villaggio di Caprognana, più tardi chiamata “Porta a Gusciana”, dal nome del fiume-fosso che scorre poco lontano, ovvero a settentrione. Anche lungo questa strada si trovavano edifici di bell’aspetto; la via, incrociandosi nel mezzo con l’altra arteria “Maestra”, forma una sorta di croce, proprio all’altezza della Piazza. Nel corso dei secoli, all’interno delle mura, nacquero numerose chiese o monasteri, come quello di San Matteo, che si trova entrando dalla “Porta alle Campane”, che comprendeva il convento ed annesso la Chiesa dell’ordine Agostiniano; questo complesso fu fondato nel 1632 per volere della famiglia de’Turi,

proprietari di quasi tutti i casamenti della contrada. La Chiesa, di forma quadrata, aveva la capacità di accogliere fino a 1500 persone, ed ospitava anche il coro delle Monache. Il secondo monastero, con annessa chiesa, era dedicato ai Santi Iacopo e Filippo, detto “delle Monache vecchie” e si trovava lungo la strada chiamata “dei Forni”, o “Castagno”. Questo convento risale ad un periodo anteriore rispetto all’altro, infatti fu addirittura fondato nel 1333 per volontà di Frà Guglielmo, Vescovo di Lucca, il quale vi fece persino venire due monache dal vicino monastero della Beata Cristiana di Santa Croce. Alla fine di via Paduletta si trovava invece il Nuovo Conservatorio dell’Oblate di Santa Chiara fondato nel 1632 dal Cavaliere Domenico

Montanari; infine non dimentichiamoci della Badia di San Frediano che nasceva lungo la strada che ha poi preso il suo nome, ovvero via della Badia, e dell’altra Badia, quella dedicata a Santa Maria Maddalena. Quest’ultima è forse la più antica perché risalente al XIII secolo e al tempo, aveva addirittura il proprio Priore. Inoltre all’interno delle mura esistevano delle “Compagnie” ed uno “Spedale”, intitolato a San Pietro, risalente alla seconda metà del Quattrocento, che poteva ospitare più di trecento persone. Nel XVI secolo le anime che abitavano all’interno delle mura erano circa 1400 e molti erano i negozi che praticavano il commercio: i documenti dell’epoca parlano di botteghe di sarti, calzolai, speziali, macellai, legnai, così come non mancavano le persone acculturate, come medici, notai e letterati. L’unica cosa che rimaneva fuori le mura era il camposanto che si trovava nella stessa posizione di oggi, ovvero lungo la strada che conduce a Monte Falcone. Dalla ricostruzione storico-urbanistica di Castelfranco si evince come in realtà l’assetto del centro storico è rimasto perlopiù inalterato e tutt’oggi si possono ritrovare, nella costruzione urbanistica, le tracce di un passato, non così lontano.

La chiesa di San Pietro (oggi dei SS. Pietro e Paolo) di Castelfranco. Le immagini sono state tratte dalla pubblicazione La “Piazza del Comune” di Castelfranco di Sotto, Giulio Ciampoltrini e Elisabetta Abela, Lalli Editore, 1998

Reality


A spasso nel tempo

La Bottega dei Della Volpaia L

TEXT Sara Taglialagamba

a necessità di misurazioni oggettive è stata avvertita dall’uomo sin dall’antichità per il bisogno di tradurre le sensazioni soggettive, come il passare del tempo, la misurazione delle dimensioni e il rilevamento delle distanze, in dati misurabili. Inizialmente il bisogno di scandire ed organizzare le fasi delle giornate mediante il ciclico alternarsi del giorno e della notte portò al bisogno di regolare il passare del tempo: basandosi sul ciclico alternarsi del

Misurare cielo e terra nel Cinquecento sole e della luna, unita all’osservazione del regolare ripetersi del cicli della natura, fu possibile arrivare all’invenzione di particolari strumenti capaci di scandire il tempo. D’altro canto, la necessità di misurare territori, determinare confini e calcolare distanze portarono alla realizzazione e all’impiego di strumenti astronomici di rilevamento. Tutti questi dispositivi, capaci di misurare il tempo e le distanze, impiegarono a partire dall’antichità congegni semplici che poi si perfezionarono diventando sempre più funzionali e complessi: si passò infatti da sistemi iniziali rudimentali come bastoni, verghe, cippi e colonne a strumenti sempre più sofisticati e precisi di tipo astronomico come astrolabi, meridiani, sfere armillari, orologi astrologici e meccanici. Cielo e terra, dunque, iniziarono ad essere osservati, rappresentati e calcolati: l’uomo idealmente vi estendeva il proprio controllo e con esso, dunque, anche il proprio dominio. Depositari di una lunga tradizione di costruttori di strumenti scientifici furono i Della Volpaia, famiglia di artigiani, astronomi, matematici, ingegneri ed architetti originari della zona senese vicino a Radda in Chianti, ma trasferitosi ben presto a Firenze dove attorno al 1456 è aperta la loro fiorente bottega in Via degli Albertinelli, non a caso successivamente ribattezzata Reality

Via dell’Oriuolo. Per tre generazioni, in un periodo compreso tra il XV e il XVI secolo, i membri della famiglia descrissero i propri lavori in alcuni quaderni di appunti e memorie: i taccuini di bottega che ci hanno lasciato sono ricchi di informazioni non soltanto sul loro lavoro di artisti-artigiani, ma anche dei loro rapporti intessuti con le famiglie fiorentine più potenti del tempo, tra cui i Salviati, i Rucellai ed ovviamente i Medici, oltre ai legami di amicizia che li legarono a grandi artisti come Michelangelo, i Sangallo e Leonardo. Capostipite della famiglia fu Lorenzo che, come già anticipato, aprì bottega nel 1456 a Firenze in Via degli Albertinelli, poi ereditata dai suoi figli Camillo, Benvenuto, Eufrosino e Bernardo, dando avvio alla fiorente attività di costruttore di strumenti scientifici. Il collezionismo mediceo desideroso di accaparrarsi strumenti scientifici garantì l’indiscusso successo di Lorenzo: nel suo lavoro si univano in maniera indissolubile le indiscusse capacità tecniche che trasformavano gli strumenti in raffinatissimi object d’art e le enciclopediche conoscenze scientifico-matematiche-astronomiche di Lorenzo, coordinate sotto la regia di una

versatilità originale. Lorenzo fu l’artefice del preziosissimo Orologio dei Pianeti, oggi purtoppo perduto, celebrato dal Vasari come “cosa rara e la prima che fosse mai fatta di questa maniera”. Su commissione di Lorenzo il Magnifico che voleva farne dono al re Matteo Corvino d’Ungheria, il Della Volpaia infatti costruì quello che è stato definito il suo capolavoro: un grande orologio che mostrava i moti dei pianeti, inclusi Sole e Luna, in tutta la loro complessità secondo la concezione geocentrica dell’universo di Tolomeo. In esso, la semplice misura del tempo intesa in senso utilitario risultava secondaria perché il tempo era preminentemen-


te una coordinata per stabilire i rapporti dei corpi celesti. Grazie all’alta specializzazione acquisita e alla fama di artista di corte, Lorenzo fu incaricato di ottemperare agli incarichi di moderatore per la manutenzione dei grandi orologi pubblici cittadini, che scandivano ritmicamente la vita della maestosa Firenze rinascimentale. Lorenzo morì a Firenze nel 1512 e fu celebrato dalle parole di Benvenuto Cellini come colui che, grazie al suo ingegno “pareva che egli fussi vissuto lungamente nei cieli”. La bottega passò ai figli: Camillo, a differenza dei fratelli, rimase stabilmente a Firenze rilevando la bottega e le cariche paterne: ereditando la perizia e l’abilità di Lorenzo fu un abilissimo costruttore di orologi, nel 1514 fu nominato temperatore dello orologio dei pianeti del padre che, a causa della morte del re D’Ungheria restò a Firenze e fu posto in Palazzo Vecchio, mentre nel 1534 fu incaricato di compiere previsioni astrologiche per stabilire il momento opportuno per la posa della prima pietra della Fortezza da Basso, progettata da Antonio da Sangallo. Sappiamo invece che Benvenuto nel 1534 progettò per la cittadella di Pisa un mulino per il grano e uno per macinare il carbone. Durante l’assedio di Firenze del 1529 costruì insieme allo scultore Niccolò Tribolo un plastico della città e dei suoi dintorni che fu segretamente inviato al papa mediceo Clemente VII desideroso di seguire lo svolgersi delle vicende. Il plastico fu probabilmente un salvacondotto per Roma dove si trasferì nel 1531 su invito del cardinale Giovanni Salviati: dovette riscuotere una fama considerevole se ricevette dal pontefice un appartamento nel cortile del Belvedere, dove ospitò Michelangelo al quale era legato da profonda amicizia. Eufrosino lasciò Firenze per Venezia, dove soggiornò nel 1530: sappiamo che progettò uno strumento per misurare le distanze e le altezze. Ritornato a Firenze, svolse l’attività di architetto dirigendo nel 1534 i lavori della Fortezza da Basso, progettata da Antonio da Sangallo. Successivamente si trasferì a Roma dove, rivelando doti di esperto cartografo, nel 1547 eseguì la prima mappa della Campagna romana su commissione di papa Paolo III. Da Roma sappiamo che dovette trasferii in Francia. L’ultimo esponente della grande famiglia di costruttori di orologi fu Girolamo, figlio di Camillo che ereditò di fatto la bottega di Via dell’Oriuolo. Morto il padre nel 1560, gli successe alla manutenzione dell’orologio grande di Palazzo Vecchio e restaurò l’orologio dei pianeti costruito dal nonno Lorenzo. La Bottega conobbe grazie alle sue eccezionali doti di costruttore una nuova fiorente stagione: la sua attività e la sua fama seppero travalicare i confini fiorentini per approdare anche nelle altre città della penisola, da dove infatti arrivavano numerose commissioni. Intanto nel 1564 progettò un orologio per Piazza S. Marco a Venezia, dove arrivò grazie alla raccomandazione del vescovo di Ragusa Ludovico Beccatelli come “Buon maestro d’oriuoli et teoriche dei pianeti et simil cose”. Girolamo morì il 25 novembre 1614 senza eredi visto che la bottega dei della Volpaia intanto andava registrando un periodo di stasi a seguito delle nuove scoperte scientifiche che avrebbero rivoluzionato da lì a poco la storia della scienza. Se la bottega alle soglie del Seicento si doveva necessariamente arrendersi davanti alle innovative scoperte galileiane, sono gli strumenti scientifici e astronomici dei Della Volpaia che ancora oggi, facendo bella mostra di se nelle collezioni in tutto il mondo, testimoniano e rivendicano la loro unicità di ingegnosi e raffinatissimi object d’art.


Curiosità

Verdiana, la storia di una bambina straordinaria V

TEXT Paolo Pianigiani

erdiana è gloria nostra. Così dissero gli Attavanti, una famiglia in vista di Castelfiorentino, quando la Santa dei serpenti fu innalzata agli altari. E misero i simboli della Santa, il paniere in vimini e i due serponi attorcigliati, nel loro stemma nobiliare. È probabile che Verdiana, delle cui origini vere poco o nulla sappiamo, venisse accolta in famiglia come

Castelfiorentino ne vanta la paternità lavorante e, apprezzata per la sua onestà e affidabilità, le fu affidata la cura dei beni e del magazzino della fattoria. Già come guardiana di greggi si era distinta per un particolare rapporto con i fenomeni naturali: una volta calmò le ire di un torrente in piena, un’altra tracciando un segno in terra protesse il gregge dalla pioggia. Ma come guardiana di masserizie la sua bontà fu subito nota ai poveri, che si rivolgevano a lei per avere aiuto. Si era nel pieno della carestia del 1195 e Verdiana, tradendo a fin di bene la fiducia del padrone di casa, Jacopo Attavanti, regalò una partita di fave ai poveri. Ma questi cereali, preziosissimi per la carestia, erano stati venduti dal padrone a caro prezzo. Al momento di predisporre la consegna per l’indomani, ci si accorge della mancanza. Verdiana, serenamente, spiega che le aveva donate a chi ne aveva bisogno per vivere... immaginiamo le ire di Jacopo. Ma Verdiana, fidando in un aiuto divino, passa la notte in preghiera, e la mattina dopo, eccole lì, al loro posto, moltiplicate per la gioia dell’acquirente. La fama della Santa si sparge, e arrivano feReality

deli (e immaginiamo richieste) da tutte le parti. E lei decide di andare in pellegrinaggio, come usava allora, a Santiago, in Galizia, nella lontanissima Spagna. Ma non parte da sola, è accompagnata da un gruppo di concittadini, per garantire la sua sicurezza in quel viaggio pericolosissimo. Dopo la Spagna è la volta di Roma. Quando ritorna in patria la sua decisione è presa, trascorrerà il resto della vita da reclusa, per dedicarsi interamente al Signore. Fu costruito sulla terra dei Rigoli, una famiglia di coloni, una cella in mattori, con copertura a botte, e lì

Verdiana visse di lavoro e di rinunce, in compagnia di due enormi serpenti, che avevano il compito di tormentarla, per rendere ancora più dura la sua sofferenza. Quando arrivò la sua ora, furono le campane di Castelfiorentino, senza essere toccate da mano umana, ad annunciare la morte della Santa, e anche un bambino in fasce ebbe per un attimo l’uso della parola. Era il primo di febbraio del 1236, e in questo giorno si venera ancora Santa Verdiana, la cui fama è ancora vivissima in tutta la Valdelsa e altrove, nelle terre cristiane.


La Santa Verdiana di Bruna Scali Una scultura che attraversa i secoli PHOTO Alena Fialová

Fusa nel bronzo, per diventare eterna. Così come nel popolo di Castelfiorentino, l’immagine e il culto di Santa Verdiana è radicato ormai da secoli. Anzi, fin da subito, fin da quando Verdiana era una ragazzina dagli strani poteri, dovuti alla straordinario spirito devozionale e alla ferrea volontà, segnali e significati indispensabili ai Santi. Bruna Scali, pittrice castellana, ha in altre occasioni impegnato la sua capacità artistica ad illustrare la figura della Santa. In passato ha anche realizzato una storia a fumetti sui fatti eccezionali che portarono questa bambina di umili origini ad avvicinarsi così tanto al mistero divino da restarne prigioniera per sempre. L’opera in bronzo, fusa dalla fonderia Salvadori di Pistoia nel 2004, prese forma nell’estate del 2003, attraverso un lungo lavoro di rilievi plastici, bozzetti, giochi di volumi e di luce. A differenza della pittura o del disegno, dove sono in gioco sempre le due dimensioni e l’infinito variare dei colori e dei chiaroscuri, nella scultura il protagonista assoluto è il metallo nello spazio. Il racconto di una visione ha preso forma così prima nella plasticità della creta, per dare vita all’esito ultimo della colata incandescente. Ma qui tutto nasce nello sguardo, dagli occhi sbarrati da una visione divina nasce il movimento, la vibrazione della scultura. Ed è un attorcersi delle forme che sviluppa il racconto, a seguitare il fremito dallo sguardo fino all’ultima fibra della veste. E in simbiosi con le due serpi, che sembrano quasi parte del corpo della Santa. Anche il cesto di vimini, simbolo di semplicità e lavoro, è presente, incastonato nel busto come un diamante oscuro. Le mani che si avvolgono sul corpo limitano e dilatano le superfici: sono appigli lucidissimi, in contrasto con i toni ricchi di ombra del fondo. Le dita nervose e lunghissime parlano del lavoro e delle opere della Santa, dei suoi umili mestieri di reclusa, delle sue mille rinunce. Lo sguardo che accende il volto di Verdiana si allontana nel vuoto, a perdersi in luoghi invisibili a occhi umani. Non è l’estasi mistica raggiunta o in corso, come nel distendersi languido di Santa Teresa del Bernini, ma è un continuo fremito, un tendere verso che ci inquieta e ci incanta, a seguire l’infinito del sogno senza tempo che l’opera in bronzo racchiude. Ed è un movimento barocco di accumuli e respiri, che rendono vibrante la scultura: è viva a tutto tondo, non ha un punto di vista privilegiato. In ogni angolo ha un brivido, una storia, un’emozione da trasmettere. È un’opera resa possibile solo da una profonda partecipazione interiore ed emotiva dell’artista alla vita terrena e spirituale di Santa Verdiana. Ancora oggi la scultura, creata per una collocazione pubblica, non ha trovato la sua casa, o la sua via o la sua piazza. Spero che presto si arrivi a una giusta soluzione, perché ciascuno possa ogni giorno, passando da Castelfiorentino, ricevere anche visivamente il messaggio antico e modernissimo che questa straordinaria Santa continua, dal profondo dei secoli, ancora a donarci.


Itinerari

Furon torracce per occhi inesperti... L’

TEXT&PHOTO Serena Marzini

insediamento di Castelvecchio sulla cima di una collina in Valdelsa, equidistante tra San Gimignano e Volterra, si può anche raggiungere seguendo la SP 69 di Cellole per imboccare dopo 8 km un bivio che porta al Monte Cornocchio. Giunti ad una catena che delimita l’inizio del percorso, si prosegue a piedi, addentrandosi in un rigoglioso bosco senza particolari difficoltà per circa un’ora. Arrivando oggi a Castelvecchio, troverete un ingresso con un ponte levatoio, una torre occidentale che è l’edificio più grande e recente, resede di un civile o militare importante, il mastio, i fortini, i bastioni, la Chie-

... poi la collina brulla ed isolata divenne avventura indimenticabile sa, il deposito dell’acqua ed i mulini. La cinta muraria lunga circa ottocento metri comprende un’area interna di ventimila metri quadrati, di cui dodicimila occupati da fabbricati. Si possono distinguere le case civili situate per lo più tra l’ingresso e la Chiesa. Sono tutte costruite allo stesso modo: al piano terreno suddivise in due spazi di cui uno usato come magazzino per gli alimenti e l’altro come ricovero degli animali. Al piano superiore, accessibile da una scala esterna, c’è il tipico alloggio composto di due locali, uno per mangiare e l’altro per dormire. I militari abitavano in fabbricati più solidi come le torri ed i bastioni. Opposta alla torre occidentale, sull’estrema punta della collina, si intravede la torre orientale, un tempo alta circa venti metri, magnifico punto di osservazione e vedetta per raccogliere segnalazioni di pericolo. Il borgo, probabilmente abitato in Reality

epoca etrusca e di cui resterebbero tracce in un’ara pagana e nella cripta della Chiesa ricavata da una tomba risalente a quel periodo, fu conquistato nella seconda metà del VI secolo dai Longobardi che scacciarono la popolazione locale. Questa terra che narra la storia di uomini accolti dalla ricchezza della natura, dalla mitezza del clima e dall’abbondanza dell’acqua, fu campo di aspre lotte e contese. L’esistenza ufficiale di Castelvecchio viene attestata in un documento del 1140 con il nome di “Castrum Vetus” il cui proprietario è il Vescovo di Volterra. Il castrum in epoca romana era uno stabile accampamento militare, mentre nel Medioevo questa parola fa riferimento ad una cittadella fortificata da una cinta muraria nata intorno ad un castello o ad una Chiesa. Tant’è che l’edificio centra-

le era, ed è attualmente, la Chiesa Canonica di San Frediano, che custodisce i resti di un vero gioiello, il primo affresco del territorio comunale di San Gimignano di scuola senese, datato attorno al 1275, raffigurante Dio attorniato da un gruppo di angeli e santi. Il termine “Vetus”, o vecchio, va interpretato come il borgo più antico in tutta la zona della Valdelsa. Nel 1300 quando l’importanza di Castelvecchio andrà diminuendo, verrà costruito sul vicino monte “Speculo”, Castelnuovo, (quel nuovo sta a significare di recente costruzione) divenuto in seguito Castelsangimignano. Tornando alle vicende della grande e solitaria cittadella, nel 1208 si rese necessario rinforzare e ricostruire le mura in quanto ago della bilancia fra San Gimignano e Volterra a causa della sua posizione geografica.


Nel 1210 il Vescovo Ildebrando de’ Pannocchieschi, afflitto da gravi problemi economici, stipulò la cessione di Castelvecchio al Comune di San Gimignano che mantenne un rapporto di sudditanza con il Vescovo pagando il tributo del fodrum, consistente in una certa quantità di frumento. Di controparte, in caso di attacco esterno, l’autorità volterrana sarebbe intervenuta a difesa del castrum. In realtà le guerre fra Volterra e San Gimignano iniziarono senza tregua dal 1212 per cento anni, e Castelvecchio, cittadella con stanziamento fisso di militari, depredava le terre volterrane godendone i frutti al riparo di un guscio invincibile. Nel 1308 Volterra riunì ogni truppa disponibile per far capitolare il nemico, la battaglia fu lunga ed estenuante, con considerevole numero di perdite dell’una e dell’altra parte. Nel 1309 fu stabilito, con intervento arbitrale, l’allargamento di circa due chilometri del confine meridionale di San Gimignano. Ciò decretò il declino di Castelvecchio non più baluardo di frontiera e presto soppiantato dalla nuova fortezza di Castelnuovo. Negli anni successivi il castrum, ridotto ad un villaggio dove vivevano poche famiglie di pastori e boscaioli, fu colpito dalla peste, poi da violente scosse di terremoto che portarono all’abbandono progressivo dell’abitato, nonostante fosse stata ricostruita la torre occidentale. Verso la fine del 1400, la ripetuta richiesta di aiuto economico a San Gimignano, deciso a contenere gravosi oneri e continue spese, si rivelò come arma tagliente: Castelvecchio fu decretato centro di diffusione di peste con l’ordine di non far uscire ed entrare nessuno. Agli inizi del 1600, la rupe, un tempo abitata da cercatori d’argento, contadini, pastori, commercianti di lana, rimase in compagnia del sibilo del vento. I due torrenti che scorrevano intorno alla collina iniziarono a versar lacrime per la paura della dimenticanza. Nel 1970 esisteva un posto poco noto chiamato Le Torracce, termine dispregiativo a identificare ruderi di torri che spiccavano dalla fitta vegetazione. Gli spregiudicati che si avventuravano nel groviglio di sentieri impraticabili, non avevano certa coscienza di ciò che si nascondeva. L’associazione culturale “Gruppo Storico di Castelvecchio“ di cui il Dott. Luciano Giomi è il responsabile, ha risvegliato questo borgo addormentato, lavorando con passione e criterio per ripulire la fitta boscaglia, riportando alla luce antichi tesori, insegnando il rispetto per la tutela e la conservazione del patrimonio ambientale. Non solo, ha fatto sognare e innamorare ragazzi che si sono sentiti uniti immaginando una vita lontana, ingegnosa e diversa: proprio per questo straordinaria. Tutti gli anni ad agosto il gruppo organizza campi di ricerca. Quando incontrerete Castelvecchio, i vostri occhi saranno pieni, di rimando alla distrazione di chi vide solo mozzi. Chi si è adoperato per la conservazione di quest’incantevole lembo non lo ha fatto per gentil concessione, ma per condivisione e consapevolezza. Quando lascerete questo posto, forse tornerete. Camminando per un sentiero, trovai tanti corbezzoli a terra. Là c’era la mia infanzia, ed un sapore che sen-

Per il piacere dei cinque sensi: Ristorante La Mandragola - San Gimignano Ristorante Fuori Porta - San Gimignano Ristorante Casa al Chino - San Gimignano Ristorante Il Pozzo degli Etruschi - Volterra


Lo scaffale dei poeti

Attilio Lolini

TEXT Valerio Vallini

Noterella critica

La vita Attilio Lolini è nato in provincia di Siena nel 1939, dove tutt’ora risiede a San Rocco a Pilli. Soprattutto poeta e pamphlettista, ha tradotto e traduce, testi simbolisti e contemporanei. Giornalista dell’Unità e del Manifesto, critico musicale e librettista, editore dei “Quaderni di Barbablù. Fra le sue prime opere: Negativo Parziale, 1974; Notizie dalla necropoli, 1976; I resti di Salomé, 1983. Ha pubblicato numerose plaquette poetiche, prevalentemente con le Edizioni L’Obliquo, tra le quali una traduzione-rivisitazione dell’Ecclesiaste. Insieme a Sebastiano Vassalli ha inoltre pubblicato, in prosa, Belle lettere (Einaudi 1991). Nella Collezione di poesia è uscita nel 2005 l’antologia Notizie dalla necropoli (1974-2004), un’antologia di testi selezionati dallo stesso autore per rappresentare trent’anni di scrittura poetica che gli ha valso i premi Viareggio e Mondello nel 2005. Reality

Negli anni Settanta, anni disgraziati e miserabili, segnati da lutti e cattivi maestri, c’era chi scriveva poesie. Poesie d’amore e d’amarezza, poesie che specchiavano e riscattavano quei tempi bui. Fra quei poeti c’era anche Attilio Lolini che cantava Da “Le giubbe Rosse”, 1977, “.../ in queste strade / della vecchia Firenze / mentre fingiamo un gruppo / unito almeno / nelle illusioni/ riparto rievoco ironizzo/...”. Erano illusioni di cambiamento positivo, di possibile riscatto “.../ a questa oscenità / che dissero vita /...”; c’era il Lolini traduttore de “Le voyage e il suo doppio”, 1981; ricordo, in quegli anni, una sua lettura sul palco di una casa del popolo. In una mano le carte dei versi, nell’altra il microfono, l’immancabile sigaretta fra le labbra, e il ciuffo biondo cadente che gli dava un’aria vagamente esistenzialista. C’era già nei suoi versi quell’ironia sottile e insieme sarcastica come ne “I resti di Salomé”-1983, El Bagatt Bergamo, “ / poesia leucemia/ ah la tua boccuccia/ française che spiffera/ il signor verlaine/ mi sono arruffianato/ uno che dicono potente/ stava in disparte/ mi guardava male/ poveraccio/ anch’io squittisco/ tramo/ che pena vendersi/ quando nessuno ti compra/”. Solitudine e tristezza del poeta e della poesia derelitta in un mondo – fu detto – di “edonismo reaganiano”, le “febbri del sabato sera” , la “Zeromania”, tutte cose più che comprensibili dopo il decennio nero delle sedicenti Brigate Rosse. Comprensibili ma non accettate da chi nella parola poetica cercava non un programmato innamoramento, ma una ragione di vita. A quella ragione di vita Attilio si è mantenuto fedele negli anni fino a quella sorprendente autoantologia di Notizie dalla necropoli, Einaudi, 2005. Qui si ritrova molta parte della poesia di Lolini. Poesia nuova e rinnovata nel solco della sua tradizione poetica: “/ Aspettiamo l’alba / come

avesse / riccioli e parrucche/ mettendo giù versi / senza profumo/ come fiori d’erborista / la gente sorride/ ai giorni allineati/ come barattoli / nei supermercati./ ”. È il Lolini di sempre, fedele a se stesso, che s’interroga sulla poesia “/ La poesia non abita più qui/ non c’è poesia dove vivi/...”. E tuttavia la poesia c’è, non può non esserci “/La poesia è da altre parti/ fugge il presente scortese/ e l’uggioso futuro/.” Si volge all’infanzia senza la melassa dell’infanzia, ma con una voce che atterrisce “/Oggi le rose/ non escono/ dai bocci/ e le ginestre/ dell’infanzia/ sono acqua./”. Versi amorosi e paurosi come uno schiaffo di una consapevolezza, un rientro nella realtà “/ un rapido rientro/ in questa stanza/ per aprire le grigie/ vuote valigie./ ; Nichilismo? Pessimismo? Tutt’altro. È amore della vita molto spesso diventato aceto, per i troppi vuoti, le tristezze, le domande vane. Notizie dalla necropoli si chiude con una voluta indifferenza, una domanda di senso. “.../ ombre curve e sbandate:/ dico a quelli che passano/ ehi, voi chi siete/ dove andate?/ ”.


S DA UNA STAZIONE ALL’ALTRA (1974-1980) da una stazione all’altra sgombrare smammare sbolognare musica da questura suona sempre ci hanno detto filate alé filate ci annusano si puzza almeno irrecuperabili ha detto il brigadiere le scimmie proletarie son dentro le utilitarie sempre i soliti sempre vai a fidarti di penose chiacchiere di solidarietà infingarde morti noi signori e madame si chiude coraggio sole dei ricchi che ce la fai anche stamani *** abbiamo lasciato tracce in giro frammenti

VESTO GIOVANE (1981-1990) Poesia leucemia ah, la tua boccuccia che spiffera mi sono arruffianato uno che dicono potente stava in disparte mi guardava male poveraccio anch’io squittisco tramo che pena vendersi quando nessuno ti compra.

Le ginestre

Luna

Se te ne vai con passo lento avrai sul volto gli schiaffi del vento.

Ruota la luna ingiallita sto a guardare il cielo nulla m’importa delle stelle

Oggi le rose non escono dai bocci e le ginestre dell’infanzia sono acqua. Il pianista Qualche volta un lieve tepore segnala la primavera in arrivo come i rumori di coloro che altrove sono vivi la luce s’allunga ha i colori d’un serpentello rapido sull’erba essiccata come la mano d’un pianista in un finale di sonata.

POESIE FUTILI (1991-1996) Paese d’inverno

CANTI SENZA SOLE (1997-2003)

C’è un luogo dove gli anni sono uguali le notti combaciano perfette; fiorisce il mandorlo in mezzo al gelo.

Il mattino tempestoso

anche la nostra giovinezza si spegne

Se cerchi l’oscurità la troverai così albe, tramonti il filo che lega a questa intensa ebbrezza.

la tempesta ha aperto il grigio velo del cielo

è tempo di sbaraccare

La gente mi pare strana quando si fa più luce andiamo, caro amico, nel paese d’inverno.

si spegne il millennio muore goffo estraneo

infingardi dilettanti barammo malamente sull’orlo di questo secolo infame ah le mie carte truccate tutte sul tavolo presto è tempo partiamo le notti saranno sempre più lunghe e i rimorsi non daranno tregua

La poesia La poesia non abita più qui non c’è poesia dove vivi nelle case nelle strade dove ti disperavi oppresso da inutili rimorsi da infingardi progetti subito abbandonati. La poesia è da altre parti fugge il presente scortese e l’uggioso futuro.

Quando viene il mattino le nuvole paiono brandelli di barbe sfilacciate

ecco un’alba davvero adatta a me quando viene da piangere senza sapere perché. Yogurt Dicono che sono depresso mi metto sotto un cipresso poi faccio colazione con uno yogurt alla depressione alla radio parlano di guerra in Palestina

niente della dura abominevole natura vivo rincantucciato come non fossi nato ombra curve e sbandate: dico a quelli che passano ehi, voi chi siete dove andate?

QUATTRO POESIE INEDITE (Febbraio 2008) MESI Come si parte con un vestito scolorito e lacero nei mesi aridi o in quelli freddi fantasmi a tessere il vento. LA STORIA Ho spacciato altri libretti poeta in trasferta le chiacchiere un vento circolare ora penso che la storia sia un otre gonfio da suonare o bucare. SOSOSTRIS Qui non c’è acqua ma soltanto terra i gabbiani gridano sui terrapieni delle discariche con il becco ostentando carte da sandwich

succhio una gelatina poi un sorbetto

il mare è una pozza dove affiorano foglie secche ragni drappeggiati

incerto se stare in piedi o rimettermi a letto.

voci che odi uscire da pozzi essiccati.

Immagini tratte da: rivista Poesia n°29/1990, Crocetti Editore; Fra sogno e bisogno.

Reality


Letteratura

Un ricordo di Elio Vittorini Q

TEXT Alessandra Casaltoli

uarant’anni dalla morte di Elio Vittorini (Siracusa, 1908), autore che seppe cogliere le contraddizioni e le nuove istanze di un periodo storico che ha segnato profondamente il destino politico e sociale dell’Italia, gli anni pre-bellici e post-bellici, operatore culturale intuitivo e passionale, politicamente impegnato ma mai vincolato o asservito alla logica di partito. Di lui ci ha parlato la Signora

Un intervista a Colomba Lalli, la compagna del fratello Ugo Vittorini Colomba Lalli, sua cognata, compagna del fratello Ugo, e l’abbiamo intervistata per commemorare lo scrittore, scoprire quello che forse nella finzione letteraria può sfuggire. Lei conobbe Elio Vittorini dopo la guerra, negli anni in cui pubblicava già per grandi case editrici, quando era già un autore affermato. Com’era questo siciliano tra gli amici, in famiglia, dismessi i panni dell’intellettuale? Senz’altro una persona che aveva la capacità di coinvolgere senza forzare. In estate quando passavamo le vacanze insieme a Livorno, dovevamo saperci organizzare perché gli amici venivano a trovarlo numerosi, spesso si fermavano, allora si cambiava programma, si progettavano viaggi, gite. Amava viaggiare tanto quanto scrivere. La sua terra d’origine, la Sicilia, è un posto, nei romanzi, riveduto idealmente e non realmente, più ricordo d’infanzia come un sogno che nostalgia o radice. Ne sentiva la mancanza? Perché non tornò mai a viverci? Perché in effetti non ne sentiva la mancanza. Non aveva neppure un rapporto molto stretto con i familiari diversamente da quella che era la norma per la nostra generazione, diversamente da quello che rappresenta per gli emigrati la terra d’origine. Ma lui non si sentiva un emigrato, neppure Reality

all’inizio, quando appena dopo il primo matrimonio con Rosa Quasimodo andò a Firenze a fare il correttore di bozze, quando andò in Svizzera a fare il manovale. E comunque resta il fatto che la voglia di conoscere, di scoprire nuovi e diversi luoghi, persone, usi, era latente in lui già dall’infanzia. Ce ne parli. Che cosa raccontava Vittorini della sua infanzia sull’isola? Qual’era il rapporto che aveva con la madre, con il padre? Perché le figure parentali nelle sue opere non sono mai connotate positivamente? Vittorini stesso ha parlato della sua infanzia nelle narrazioni che ritroviamo in Conversazione in Sicilia, quelle in cui si dice che Silvestro, il protagonista, era solito giocare interi pomeriggi da solo con il fratello. Si, della sua infanzia ne parlava Elio ricordando i progetti che già allora animavano i giochi suoi e di Ugo, il fratello minore, il più vicino per età e per indole. Collezionavano cartoline illustrate immaginandosi le città, il mondo fuori dall’isola. In effetti non rammentava spesso i genitori. Del padre diceva sempre che era stato un uomo molto severo, rigido, ma istruito ed attento alla preparazione culturale dei suoi figli. Fu lui a leggergli fiabe, storie, racconti. Poi c’era la nonna materna. Elio le era molto affezionato, se era legato alla sua terra da qualcosa, penso che fosse per lei. Era una donna energica, di carattere, ma dolce con i nipoti, materna. Ancora una domanda sulla Sicilia: come mai Vittorini, nonostante l’impegno sociale e politico sentiti molto fortemente sin da giovanissimo, tace un triste primato che ha reso l’isola famosa anche oltre oceano gia dagli inizi del secolo scorso e cioè la mafia? Penso proprio per il fatto che non ebbe modo e tempo di vivere questa realtà. Altre esperienze lo segnarono profondamente: le delusioni politiche, la guerra, l’esperienza partigiana e tutte comunque lo portavano lontano dalla realtà della sua terra. Non credo

che Vittorini avesse sottovalutato la faccenda o si vergognasse di parlare dell’argomento; semplicemente non gli apparteneva quel vissuto come lui non sentiva di appartenere alla Sicilia, senza rinnegarla. Era uno spirito libero. Tanto da non temere l’espulsione dal partito fascista a causa delle critiche ai franchisti spagnoli, l’ostruzionismo che ne derivò verso le sue opere, controllate, censurate, rifiutate dal regime e non temere neppure in seguito di portare avanti le proprie idee senza piegare il suo lavoro di intellettuale ad una logica di partito, abbandonando il P.C.I. nel 1947 a causa della disputa con Togliatti: Infatti. La libertà e la democrazia erano valori imprescindibili per lui, due punti fermi per cui doversi impegnare, ognuno a suo modo; lui da scrittore con i mezzi dell’intellettuale. Ma dopo la rottura con Alicata e Togliatti Elio non parlava molto di


politica quasi fosse un argomento ormai esaurito. Si parlava di fatti politici, di persone, di eventi, ma l’ideologia Vittorini l’aveva risparmiata per i suoi interventi scritti. Era sicuro così di poter essere veramente utile alla società, da libero pensatore. Ma l’impegno politico per lui fu anche azione. Vittorini partecipò alla resistenza in prima persona, fu partigiano. Che cosa pensava dei partigiani, di sé in quel frangente? Si sentiva un rivoluzionario? Era animato più da una fede politica o ideologica? Dalla fede nelle istanze ideologiche della politica dei movimenti di liberazione, dunque dalla convinzione di lottare per un ideale di libertà, dalla volontà di condividere quest’ideale. Vittorini fu partigiano a Milano; Uomini e no è chiaramente autobiografico ma il protagonista, il partigiano Enne2 non è un eroe. Si chiede chi sia, che cosa renda differente lui e i suoi uomini dagli altri, i fascisti, i tedeschi. No, Elio non considerava il fatto di aver partecipato alla resistenza un atto di eroismo ma un dovere. Nel 1957 esce Diario in Pubblico. Dopo Vittorini si occuperà quasi solo di editoria, rifiutandosi tra l’altro di pubblicare Il gattopardo per Einaudi. Furono le delusioni politiche a determinare ad un certo punto della vita e della carriera l’abbandono dell’attività di narratore? Per quanto riguarda Il gattopardo, la scelta è significativa dell’indole della persona: Vittorini era scrupoloso ma determinato nei suoi giudizi. Non cambiò mai opinione, posso testimoniarlo. Per quanto riguarda l’attività di narratore, era un percorso per Elio, su cui tornare, ripensare, anche allontanandosi per capire meglio. È stato il caso però a fare che quella sia stata la sua ultima opera. In realtà pensava di poter scrivere ancora molto; la malattia lo ha fermato, non la politica. Vittorini in molti dei suoi romanzi ripete che l’uomo ci appare più uomo, più essere umano, nella povertà e nella malattia. Come visse questa sua ultima esperienza? Cercando di reagire, combattendola come un nemico, con una grande forza di volontà. Talvolta era prostrato, abbattuto, altre volte fiducioso e pieno di speranza. Fu una lunga malattia. Non si lamentava però, non vi si riferiva esplicitamente ma cercava tenacemente di resistere. Ginetta che gli era stata vicina nei giorni della resistenza a Milano rischiando la vita gli fu indispensabile anche allora naturalmente. Fu alla fine che lei accettò di sposarlo. Perché solo alla fine? Entrambi avevano ottenuto l’annullamento dalla Sacra Rota: Elio avrebbe voluto sposarla molto prima, fu sempre lei a rifiutarsi. Era un rapporto che non aveva bisogno di firme e contratti e Ginetta, la quale crebbe i figli che Elio aveva avuto con Rosa Quasimodo, era sicura di questo e forse anche un po’ fiera. Poche settimane prima di andare in coma Elio le disse “Neppure adesso mi vuoi sposare?”. Il Sindaco di Milano celebrò la cerimonia in casa. Fu un momento molto doloroso, per tutti noi. Poco tempo dopo fu la fine. Anche Montale, suo grande e sincero amico, gli fu accanto negli ultimi giorni. Vittorini aveva molti amici tra gli scrittori e gli artisti a lui contemporanei. Vuole ricordarcene alcuni? Pavese, Gadda, Curzio Malaparte, Renato Guttuso, Italo Calvino ed altri, veramente tanti. Era un uomo di grande fascino, come ho già detto, e dopo un primo momento di diffidenza era pronto ad aprirsi ad un’amicizia incondizionata. Era una persona


C’era una volta

Lo scimmiottino color rosa Q

TEXT Carla Cai Graffagnini

uando nacque quello strano scimmiottino con la pelle rosa e la poca peluria che lo ricopriva, a tutto il branco sembrò una meravigliosa novità, perché nella foresta dove abitavano non era mai successo. Dopo qualche mese, però, quella diversità di colore incominciò a infastidire tutti. Lo guardavano con curiosità e pian piano il branco incominciò ad averne paura

In un angolo di foresta la nascita di uno scimmiottino suscitò curiosità come se invece di uno scimmiottino fosse un mostriciattolo colorato. Lo allontanavano, e quando lui cercava di avvicinarsi scappavano lasciandolo solo. Ormai era diventato soltanto una macchia colorata. Addirittura una volta successe che una scimmiotta gli rubò dalle mani la banana che aveva trovato e che stava per mangiare. Lui ci rimase molto male e capì che non poteva più avere nessun aiuto dal suo branco. Eppure era allegro e agile, si arrampicava sugli alberi e si divertiva a saltare da un ramo all’altro. Però era solo: nessuno che giocasse con lui, o che con lui andasse in cerca di cibo. Alla fine nessuno si occupò più di lui né lo cercò. Lo scimmiottino diventò triste e non capiva perché quella sua pelle colorata non piacesse a nessuno. Incominciò ad aggirarsi tra alberi sconosciuti e lontani, finché una volta vide uno scimmiottino che come lui era solo e mangiava delle noccioline. I due si guardarono e quello che mangiava le nocciole gli fece cenno di avvicinarsi offrendogli un po’ del suo pasto goloso. Lo scimmiottino rosa temeva che anche lui lo scacciasse, invece quando gli fu vicino lo acReality

carezzò e lo guardò con curiosità. All’improvviso il cielo si oscurò e cominciò a piovere forte. Lo scimmiottino tirò quel suo nuovo compagno con sé nel rifugio che si era costruito con due tavole di legno nel groviglio di foglie e di rami per ripararsi dai furiosi acquazzoni equatoriali. Stettero vicini uno all’altro, facendosi cenni e carezze e quando lo scimmiottino rosa stava per andarsene l’altro gli fece capire che poteva rimanere. Così i due diventarono amici. Saltavano tra i rami, giocavano insieme e si dividevano quello che trovavano da mangiare. Una sera lo scimmiottino rosa cominciò a tremare ed il suo amico lo tenne vicino per riscaldarlo. Ma non bastava. Forse si era ammalato ma lui sapeva come curarlo. Scese dall’albero e nella giungla bassa cercò le erbe che servivano a guarire e che lui conosceva. Risalì fino alla tana, le triturò fini pestandole

con i piedi e poi le mise in bocca al compagno malato che non ne voleva sapere di ingoiarle. Alla fine ci riuscì e la notte passò tranquilla. La mattina dopo, però, la bocca dello scimmiottino rosa era secca e arida e lui fece capire che aveva sete. Il suo amico se lo issò sulle spalle, e così aggrappati uno all’altro scesero dall’albero. Avanzarono verso un laghetto che dondolava le sue acque al sole e lo scimmiottino rosa scese dalle spalle dell’amico che lo avvicinò all’acqua temendo che ci cascasse dentro. Il piccolo malato bevve con avidità, si bagnò la bocca il muso, si strofinò gli occhi e stava per buttarsi dentro al lago perché l’acqua lo rinfrescava. L’altro fu svelto a riacchiapparlo. Caddero insieme sul terreno umido di foglie e ci si rotolarono dentro. Alla fine lo scimmiottino rosa si alzò e incominciò a camminare un po’ traballante. L’altro gli saltò intorno per fargli


capire che era felice perché era guarito. Forse aveva fatto indigestione di noccioline o forse i raggi caldi del sole gli avevano bruciato quella sua pelle rosa e delicata. Tornarono insieme nelle tana, rimasero vicini e certamente si dissero, con i loro suoni gutturali, che si volevano bene e che sarebbero rimasti sempre insieme. Lo scimmiottino rosa abbracciò il suo amico e strofinò il muso contro il suo, come per ringraziarlo di quello che aveva fatto per lui. Nessuno li cercò più. Ora lo scimmiottino rosa era felice perché aveva trovato un suo simile che non badava alla sua pelle rosa, non lo prendeva in giro, ma lo aveva avvicinato e gli voleva bene per quello che era veramente: buono, allegro e affettuoso. Il suo amico lo aveva accettato perché aveva capito che non era colpa sua se la sua pelle era così rosa e diversa da tutti. Forse, chissà, i due scimmiotti sono ancora in quell’angolo di foresta, giocano, saltano tra i rami e la sera si addormentano stanchi e soddisfatti. Ora, se qualcuno vedesse lo scimmiottino rosa e gli si avvicinasse troppo per curiosità o per studiare quella sua differenza di colore, il suo amico sarebbe sempre pronto a difenderlo e questo dava allo scimmiottino rosa una vera sicurezza. Una volta un bambino trovò in un cioccolatino un biglietto stampato dove c’era scritto “Se avrai la fortuna di trovare un amico, non lo lasciare mai e abbi fiducia in lui, perché l’amicizia sincera è il dono più bello che la vita offre”. Il bambino chiese ad un uomo cosa volessero dire quelle parole perché lui non le capiva bene. L’uomo alzò le spalle, gli scompigliò i capelli e rispose: “Niente di speciale”. Peccato: perché i bambini ai cioccolatini ci credono.


Anniversari

Un filo che unisce la Romagna alla Toscana

U

TEXT Giulio Panzani

n filo ideale, quello che sta unendo la Romagna alla Toscana, in questo inizio d’anno, ma che va oltre nella condivisione di valori dei quali fu portatore Emilio Rosetti, uno dei piu’ grandi studiosi italiani dell’Ottocento, romagnolo d’origine ma emigrato in Argentina dove, nel 1865, fu il fondatore della facoltà d’ingegneria di Buenos Aires realizzando numerosi progetti di fra i quali la ferrovia trans-andina fra la capitale

Ernesto Teodoro Moneta è stato l’unico Nobel italiano per la Pace. Era il 1907 e il Cile, il molo del porto di Paranà e la stazione di La Plata oltre a luoghi di culto e a monumenti di grande rilievo architettonico. Nel primo centenario della scomparsa l’ingegner Rosetti, che si era trasferito in Sud America proprio per contribuire con altri studiosi italiani alla nascita dell’università di Buonos Aires, è stato ricordato a Milano, al Mausoleo intitolato alla sua famiglia dal figlio, avvocato Doro Rosetti, giurista di grande spessore e presidente della “Società per la Pace e la Giustizia Internazionale” cui si deve l’impegno determinante per l’inserimento, nella Costituzione della nostra Repubblica, di quell’articolo 11 nel quale si ripudia la guerra come strumento di offesa alle libertà dei popoli. Un ricordo esteso, pero’, anche al successore di Emilio ed all’unico Nobel italiano per la Pace, del 1907, e cioè Ernesto Teodoro Moneta che dell’ingegnere romagnolo era cognato. Ma cosa c’entra, dunque, la Toscana con queste figure di primissimo piano della storia e della cultura nazionali e qual’è la ragione che spiega una memoria condivisa? Il fatto è che venuti meno Reality

gli eredi diretti di Emilio Rosetti con la scomparsa della nipote Diana, che fu fra l’altro ultima esecutrice delle volontà testamentarie del nonno anche con la creazione di una Fondazione che ha sede nella città natale, a Forlimpopoli, gli unici parenti rimasti sono i pronipoti, di ramo collaterale, dell’ingegnere, da parte cioè di Adolfo Rosetti, medico, alcuni dei quali residenti proprio nel Comprensorio del Cuoio. “Una parentela che si è rafforzata nel ricordo –spiega la professoressa Maria Teresa Campanini, figlia appunto di una delle sorelle Rosetti, le ultime della famiglia- anche se si è perduta nelle cose comuni che s’identificavano nell’antica Fornace Rosetti, di Selbagnone, la residua comproprietà di famiglia sopravvissuta fino agli anni ’70 quando venne definitivamente abbandonata e ceduta per una ristrutturazione”. A Fucecchio è vissuta fin dal 1947 Liliana Rosetti, farmacista, che ha tenuto fino all’ultimo i rapporti con amici e altri parenti argentini legati allo “zio Emilio” mentre la casa di Doro, a Milano, è stata acquista da un’altra pronipote da parte di Adolfo. Le celebrazioni milanesi del centenario della scomparsa dell’ingegnere, alle quali hanno partecipato fra l’altro Vittorio Sgarbi in qualità di assessore alla cul-


A tura della città, il presidente della Fondazione, Luciano Ravaglia, e il sindaco di Forlimpopoli, Paolo Zoffoli, potrebbero inoltre avere un’eco a Fucecchio o a Viareggio con l’assegnazione di un premio speciale, per la promozione della cultura, proprio alla Fondazione. Un’idea, questa, che il presidente del comitato organizzatore delle due importanti manifestazioni, Paolo Briganti, ha deciso di sottoporre alle commissioni giudicatrici quanto prima. Col che si consoliderebbe un rapporto che oggi è soltanto virtuale, proponendo nel medesimo tempo i significati dell’opera di Rosetti e di Moneta, appunto espressi nell’internazionalità della cultura e della pace. “I primi passi sono già stati fatti spiega Briganti - con l’approccio alla Fondazione e alla sua dirigente Chiara Arrighetti, peraltro di origine fiorentina. Anche se il nostro progetto puo’ apparire soltanto simbolico non puo’ sfuggirne, a chi lo valuti con attenzione, lo spirito che è quello di riuscire ad essere almeno un tassello di un quadro che

Milano

si sta formando pian piano a livello nazionale per riscoprire le radici piu’ forti della nostra storia. Cosa tanto piu’ importante, questa, nel contesto multietnico e multiculturale che sta affermandosi nel nostro Paese”. Per inciso, le celebrazioni hanno ricevuto il plauso della Presidenza della Repubblica, della Presidenza della Camera e il patrocinio del Ministero dei Beni Culturali. Lo stesso patrocinio che viene concesso, da sempre, al premio organizzato a Viareggio. “Ragione di piu’ per sostenere questa candidatura –conclude Paolo Brigantiriproponendo, con essa, gli ideali del “prozio” di nostri concittadini fucecchiesi. Di “prozii” illustri abbiamo piu’ di un esempio: quello di Giuseppe Montanelli, uno dei piu’ importanti pensatori del Risorgimento, nelle pagine del grande giornalista fucecchiese Indro. Perché non aggiungerne un altro, dunque, con colui che il Nobel Teodoro Moneta defini’ un esempio di bontà e di giustizia il cui spirito non puo’ non sopravvivere al di là del proprio tempo?”.

Reality


Fotografia

Uno scatto, un’immagine... P

TEXT&PHOTO Valerio Pagni

er me la fotografia è linfa vitale, non posso pensare ad una vita senza il suo mondo affascinante, cerco sempre situazioni nuove, eventi, personaggi, manifestazioni dove posso trovare e vedere le immagini attraverso il mio occhio, attraverso il mio punto di vista. Il mio vedere e leggere la fotografia si è molto evoluto, grazie soprattutto ai consigli e gli scambi di opinioni, che ormai da 10 anni a questa parte avvengono nel mio club fotografico (C.R.E.C. Piaggio Pontedera); cerco attraverso le immagini di riproporre o meglio di raccontare le sensazioni, le emozioni che io provo fotografando soprattutto la gente a volte per la loro particolarità somatica a volte per l’energia positiva che emanano i loro sguardi, a volte per la loro caratteristica ambientazione, comunque in queste situazioni spesso percepisco l’essenza invisibile che si cela dentro ognuno di noi e che solo chi la sa vedere riesce a tirarla fuori. Se avete l’opportunità di vedere qualche lavoro mio capirete che io amo la fotografia con tutto me stesso. Concludo questa mia introduzione dicendo che una buona immagine, secondo me deve avere la forza di raccontare, colpire e a volte di stupire, deve avere energia. valeriopagni@hotmail.com

Sono nato a Livorno 36 anni fa e mi sono iscritto alla FIAF (federazione italiana associazioni fotografiche) nel 99 con il club fotografico C.R.E.C. Piaggio di Pontedera, partecipo attivamente a concorsi e manifestazioni fotografiche riscontrando buoni risultati, ho esposto oltre 20 mostre tra personali e collettive. Collaboro con alcuni comuni della zona per la promozione turistica con libri e brochure, cito a proposito: libro Per le vie del borgo (immagini di S. Maria a Monte) anno 2002, libro Cd Guide N 15 con la casa editrice CLD nel 2004, libro Fratelli d’europa (tratta i gemellaggi tra S. Maria a Monte e Bientina con i rispettivi Fontvieille e Saint Rèmi De Provence) anno 2005, la brochure Vicopisano immagini di un viaggio, 2 brochure su S. Maria a Monte, il libro Buti e la sua gente con la Tagete Edizioni anno 2006 e Pontedera un ponte verso il mondo nel luglio 2007. Collaboro con la S.I.R. Comunicazione editoria turistica, con la Tagete Edizioni e con alcune riviste, ma detto questo vorrei riproporvi quello che ha scritto Enzo Gaiotto della rivista Fotoit nel 2002: in fondo le foto di Valerio hanno questa inusitata prerogativa, oltre a distinguersi per evidenti pregi iconografici, sembrano emanare l’impalpabile profumo della fantasia e della creatività. Il 24 marzo viene presentato a Santa Maria a Monte il libro fotografico Santa Maria a Monte e il Festival d’ Europa.

Reality


Riflessioni

La croce; questa sconosciuta È

TEXT Alessia Biagi

strano come a volte le situazioni più impensate, possono diventare lo scenario di richieste più o meno velate di confronto, su quella fede religiosa che, dovrebbe, essere profondamente nostra, ma che è divenuta la più sconosciuta cosa nota della nostra vita.

La parte di infinito che è nell’uomo non si zittisce mai Questo ossimoro rende bene l’idea: chiunque in casa ha una croce, molti di noi la portano al collo, pochi si ricordano la verità che significa, troppi, ormai, ne hanno timore; anzi, diciamola tutta: ne hanno paura. Riflettevo su questo ripensando all’ultima volta che sono uscita a cena fuori; essendo fornita di un numero di bis-cugine da far invidia ad un parco macchine, come dice mio marito, ho la fortuna di frequentare parenti che sono da sempre anche amici, per lo più coetanei, simpatici, con i quali divertirsi ma anche confrontarsi. Alla faccia del detto, parenti serpenti. Partendo dal presupposto che l’atmosfera di queste serate non è tale da indurre pensieri troppo elevati, dato che siamo sempre la compagnia più rumorosa e dedita alla risata di tutto il locale, capirete la mia sorpresa quando, inaspettatamente, la conversazione è scivolata su Gesù. Figura a volte nebulosa, fin tanto che nasce in una mangiatoia al canto poetico degli angeli, tutto fila liscio, ma quando per risolvere il problema, ha la bella pensata di farsi attaccare ad una croce come un ladrone qualsiasi, le cose cambiano. La croce appunto, questa sconosciuta, chi non ha paura della croce, ma sarebbe meglio dire: chi non ha paura di ciò che non conosce? Noi Reality

non sappiamo cos’è la croce e non vogliamo saperlo, ci fermiamo all’apparenza, alla superficialità, troppo cruda, troppo dolorosa, a che può servire? Capiamo bene, però, che sia per il cattolico più fervente, passando per quello fai da te, fino al cosiddetto cattolico adulto, dichiarare apertamente questa paura non è una passeggiata di salute; l’escamotage è presto trovato, accantoniamola, non parliamone più, sorvoliamo, lontano dagli occhi lontano dal cuore e chi più ne ha più ne metta. Ma la parte di infinito che è nell’uomo non si zittisce con i giochetti, gira gira si torna sempre lì, a quel Dio del quale portiamo l’immagine e la somiglianza; anche una cena chiassosa può servire, e così fra una tagliata, un passito e una fetta di torta... ma la croce, perché? A domanda rispondo con domanda: chi l’ha detto che l’uomo non può avere paura della croce? Rico-


noscere di averne paura è già il terreno fertile nel quale Dio può incontrarci, riconoscere che dietro la croce c’è una realtà straordinaria ma molto esigente, ci dà la misura di quello che siamo: creature. Di questa lotta fra il timore di Dio e l’attrazione per Lui, ha scritto don Divo Barsotti, grande mistico dei giorni nostri vissuto qui vicino: ”Essere cristiano non è difficile, è impossibile, perché essere cristiano vuol dire abbracciare Iddio e noi siamo piccoli, troppo piccoli”. Lo sgomento, il timore di Dio sono allora una componente normale della nostra umanità, ma non sarebbe tanto semplice ammetterlo? Sembra ma non lo è, ammettere questo significa farsi umili davanti a Dio, ma anche a noi stessi e il mondo ci dice che questo non è cosa buona; riconoscere i nostri limiti fa saltare il castello di carte della nostra società. Un castello dove facciamo della scienza, scientismo; della laicità, laicismo, adorati più di un dio. Apriamo gli occhi, è proprio questa omissione che ci frega; pensare di essere infallibili e onnipotenti ci imprigiona nei recinti delle ideologie di turno. Solo la verità ci fa liberi , solo constatando la nostra finitezza ci riappropriamo di noi stessi. L’umiltà di lasciarsi amare: una frase così semplice e tanto bella, sembra quasi una poesia; ma tanto lirismo non ci scoraggi, l’importante è continuare a cercare e Dio si fa trovare da chi lo cerca, da chi lo interroga, fosse anche davanti ad una fetta di torta.


Libri

Due libertà

I

TEXT Angela Colombini

l 29 gennaio, in occasione del Giorno della Memoria è stato presentato presso l’Auditorium La Tinaia, all’interno di Complesso Corsini a Fucecchio, Due libertà di Graziano Bellini. Si apre con questa pubblicazione la collana “Narrativa” per il Centro Toscano Edizioni. Il racconto narra di

Un racconto scritto con il cuore degli uomini e con gli occhi della storia due paesi toscani, Querce e Galleno, attraversati dalla linea del fronte nell’estate del 1944 e di Luca e Gianna, i due protagonisti, due ragazzi travolti da un amore intenso fatto di sguardi. Sullo sfondo appaiono a tratti scene di vita quotidiana della civiltà contadina e le vicende tragiche della guerra nei giorni dell’eccidio del Padule di Fucecchio. Molte le persone intervenute e con piacere dell’autore molti i giovani, a cui questo racconto è principalmente rivolto perchè non si dimentichino mai gli orrori della guerra. L’emozione del pubblico si è toccata con mano sia durante la lettura di alcuni passi del libro, da parte dell’Assessore alla Cultura del Comune di Fucecchio Riccardo Cardellicchio, autore anche della prefazione, sia durante la proiezione di un breve video con le immagini di quegli anni, semplici e duri al tempo stesso.

Graziano Bellini, Riccardo Cardellicchio - Assessora alla Cultura del Comune di Fucecchio e Margherita Casazza, direttore del Centro Toscano Edizioni. In basso: il pubblico intervenuto

Reality


Edizioni: Bandecchi & Vivaldi editori “[...] La poesia di Vallini, che s’inserisce nel solco principale del nostro secondo Novecento, si è fatta via via più nuda e oggettiva, più ordinata nella dizione, per giungere qui a un grado di nitore oggi non comune, grazie al quale l’aspetto descrittivo - graffito con segno chiaro, di una evidenza enigmatica - enuncia un senso esistenziale intenso, non afferrabile che in parte [...]”. (Estratto dalla recensione di Marco Cipollini).

POESIA

TEATRO

NARRATIVA Edizioni: Intilla Editore

Andrea Genovese L’anfiteatro di Nettuno

novità editoriali assolutamente da possedere

booking a book

Valerio Vallini Realtà dei luoghi

La scrittura di Genovese, talvolta leggera e ironica, talvolta icastica e tagliente, mentre ricostruisce una psicologia giovanile (la propria), al tempo stesso scolpisce personaggi e vicende e, attraverso le incursioni nel presente o nel passato, smaschera con violenza polemica le ipocrisie e i luoghi comuni che presiedono alla definizione della nostra storia nazionale. Le pagine su Salvatore Giuliano sono emblematiche del rovesciamento di valori a cui tende l’autore. D’altra parte, il libro si configura anche come una dichiarazione di guerra al nostro mediocrissimo e corrotto mondo degli addetti ai lavori, di quei lavori che una volta si definivano letterari.

A cura di Stella Casiraghi Non chiamatemi maestro Edizioni: Skira

A dieci anni dalla scomparsa, la figura di un genio del teatro italiano del Novecento. Una raccolta di temi sensibili attraversa questa selezione degli scritti di Giorgio Strehler. Mago straordinario di illusioni, seppe sporcarsi le mani” nell’arena della storia e interpretare ogni urgenza sociale e umana impegnandosi a realizzare un teatro comprensibile a tutti. Stella Casiraghi è responsabile delle relazioni culturali del Piccolo Teatro di Milano, docente di Storia del Teatro e dello Spettacolo all’Università IULM di Milano.


Peter Behrens La legge dei sogni Edizioni: Einaudi

Fergus ha quindici anni quando vede morire i suoi genitori. L’Irlanda sta precipitando verso l’apocalisse della Grande Carestia che di lì a poco dimezzerà la popolazione del paese. Ha così inizio un’epopea di violenza e redenzione, tra avventure picaresche, incontri indimenticabili e amori disperati.

NARRATIVA

Alice è una bambina obbligata dal padre a frequentare la scuola di sci. È una mattina di nebbia fitta. Persa nella nebbia, staccata dai compagni, finisce fuori pista spezzandosi una gamba. Resta sola, incapace di muoversi, al fondo di un canale innevato, a domandarsi se i lupi ci sono anche in inverno. Mattia è un bambino molto intelligente, ma ha una gemella, Michela, ritardata. La presenza di Michela umilia Mattia di fronte ai suoi coetanei e per questo la abbandona nel parco, con la promessa che tornerà presto da lei. Questi due episodi iniziali, con le loro conseguenze irreversibili segneranno le vite di Alice e Mattia.

Paolo Giordano La solitudine dei numeri primi Edizioni: Mondadori

NARRATIVA Massimo Donà L’anima del vino

DIARIO

Edizioni: Bompiani

Dopo Filosofia del vino, nuove frizzanti divagazioni sul segreto della vite; perché il vino è alimento inesauribile della riflessione filosofica, che vi vede riflesse buona parte delle proprie magnifiche ossessioni. L’autore vuole invitarci a bere con cognizione di causa, possibilmente guidati da quel senso di responsabilità che dovrebbe in verità ispirare ogni atto della nostra esistenza mortale. E poi, finalmente, le due anime di Donà riescono a fondersi in un’unica proposta editoriale: perché questo volume propone in allegato il nuovo CD musicale che il filosofo-jazzista ha voluto dedicare alla bevanda legata a Dionisio.

la vetrina di Reality


Interviste

Ho colto l’occasione A

EDIT Margherita Casazza

nche io ho colto l’occasione per presentare ai lettori un’intervista a Daniele Falleri, un giovane che con volontà e capacità è riuscito a realizzare il suo sogno. Come hai iniziato la tua carriera artistica? Non è nata da un giorno all’altro ma è stato un percorso passo dopo passo,

La nascita di un nipote ha riportato Daniele Falleri al suo paese natale: Santa Croce sull’Arno. Lo abbiamo intervistato per voi sapevo dove volevo andare e dove non volevo rimanere. Alla base di tutto c’era l’amore per la scrittura. Ho avuto la voglia di scrivere fin da ragazzo: crescere, comunicare, raccontare storie. Dopo la maturità al liceo ho anticipato il militare. Poi sono andato in Germania, a Berlino (quando c’era ancora il muro); una città fuori dall’ordinario con tutto e il contrario di tutto. Poi in Inghilterra. Ritornai a Firenze, mi iscrissi alla scuola interpreti, studiando però sia in Inghilterra che in Germania, laureandomi in lingue con specializzazione parlamentare. In quel periodo, durante le manifestazioni aperte al mercato straniero, gli organizzatori delle mostre per Pitti cercavano ragazzi e ragazze della scuola interpreti, si accettava per guadagnare qualche soldo, capitava che alcune ditte cinesi e giapponesi ci facessero indossare dei capi. Un’agenzia pubblicitaria di Firenze mi lasciò il suo biglietto da visita nel caso in cui fossi stato interessato a lavorare con loro, perché gli sembravo una figura adatta per il mondo della moda. Il biglietto da visita è rimasto inutilizzato per un anno, poi dietro le varie

insistenze di un’amica andai all’agenzia, mi dissero che ci sarebbe stato un casting: cercavano dei ragazzi sui 20/25 anni, volevano 4 nuovi volti maschili per la moda. Mi scelsero fra 70 ragazzi ed iniziai a fare il modello per case di moda, attore per la pubblicità (feci una ventina di spot regionali e nazionali), dopo fui chiamato a fare l’attore per cortometraggi e cinema amatoriale. Una volta mi dettero una sceneggiatura e per la prima volta, io che ho sempre amato scrivere, mi trovai in mano un testo scritto con una tecnica diversa, una scrittura per immagine. Mi trovai così a dare un consiglio amatoriale e mi proposero: perché non provi a scriverlo tu? Pensavo ai miliardi di scritti nel cassetto che non aveva mai letto nessuno, mentre ora quello che scrivevo si faceva subito, quello che scrivevo era vivo. A quel punto decisi di provare a studiare questa tecnica, feci corsi di sceneggiatura, continuai a fare l’attore per poter rimanere nell’ambiente. Oggi mi occupo di regia e di scrittura, di costruzione dei personaggi, di actor coaching Cosa ami di più, fare l’attore o il re-

gista e perché? Prediligo la regia per la sceneggiatura e la scrittura teatrale. La scrittura teatrale la posso fare quando voglio, scrivo quello che amo e se è bello e piace ok se è brutto pazienza. Scrivere per la televisione è una responsabilità maggiore rispetto al teatro, con la TV entri in contatto con le persone, entri nelle case con forza. Mentre a teatro è il pubblico che ha scelto di andare a vedere quello spettacolo. Diverso è anche il prodotto finale. In quello televisivo difficilmente riesci a riconoscerti mentre quello teatrale è l’anima dell’autore. Mi piacciono tutti e due, quando faccio televisione cerco sempre di alternare poi con il teatro, per avere il tempo di riconciliarmi con il lavoro di regia. Quale dei registri con cui hai lavorato ammiri di più e perché? Il regista che preferisco e con cui ho lavorato da più tempo è Raffaele Mertes, con cui ho girato le ultime serie televisive, la Sacra Famiglia, girato in Giordania l’anno scorso. Le riprese sono durate 3 mesi. Lui mi ha insegnato molto sia per Reality


quanto riguarda la gestione del set che il rapporto con il produttore o lo sceneggiatore. È nato come direttore della fotografia e tecnicamente è preparatissimo. Ha un’esperienza ventennale, ed è quello che mi ha permesso il salto di qualità. Quali sono, secondo te, le caratteristiche che deve possedere un regista per essere geniale? Mai perdere di vista il pubblico. Quelli geniali apparentemente, ma fine a se stessi, fanno cose incredibili, e secondo loro, fanno vedere molto, inseriscono delle idee che possono esser considerate geniali. Per me la genialità è il prodotto che hai, il tipo di materiale che stai manipolando. L’obiettivo è che il pubblico recepisca quello che vuoi. Questo per me è geniale: non vedere l’impronta della regia, ma evidenziare l’emozione della storia, dell’immagine che stai raccontando. Sul set quali sono i sentimenti che riesci a far interpretare più facilmente? Per certi versi quelli più facili sono quelli “drammatici”, in un modo o nell’altro si riesce a portare un attore a interpretare una scena drammatica. Ci sono vari percorsi per scuoterlo emotivamente in modo che esprima quell’emozione, mentre per le parti brillanti, comiche, è più difficile poichè ci sono dei tempi, ci deve essere un’ironia di base che, anche se è un frammento, riesco a esaltarla e a renderla più evidente, però se non c’è, è impossibile da far esprimere. E a quel punto si gioca tutto con strumenti alternativi, con il montaggio, con le scene, con l’inquadratura o la ripresa per sopperire a quella che è un’incapacità comica dell’attore Di che cosa ti stai occupando adesso? Quando parlo dei miei lavori teatrali do sempre una beccata, dicendo “se vuoi venire o no”, ma questa volta mi sbilancio perché La Divina Commedia, lo spettacolo che stiamo rappresentando, è decisamente straordinario, non ha precedenti a livello nazionale. Un progetto enorme dal punto di vista produttivo. A Roma è stato costruito un teatro apposta per lo spettacolo con capienza di 2600 posti, un teatro enorme. Per dare un’idea dell’entità del progetto ti do alcuni numeri: doppio cast per cantanti e attori in modo da avere un sostituto per ogni eventualità. È una mix fra musical e opera lirica, è tutto cantato e viene presentato con una struttura simile all’opera in chiave moderna. È spettacolare in tutti i sensi, 30 ballerini, 10 acrobati, 30 persone fra sarti, truccatori, direttori di palcoscenico e altro. Ci sono 3 strati di proiezione, i primi 2 trasparenti per una profondità di immagine. Gli spettatori restano a bocca aperta. Le coreografie sono fantastiche, ad esempio un grifone, con corpo di leone e testa d’aquila, che incontra Dante nella Divina Commedia. Queste creature sono


state dis e gn a t e da Carlo Rambaldi e quando siamo andati a fare il colloquio con lui, ci siamo trovati a tavolino per discutere del progetto. Lui è venuto con la statuetta dell’oscar e l’ha messa sul tavolo e ci ha detto: di che cosa dovevamo parlare? - ci ha voluto far capire chi avevamo davanti. Si rappresentano Inferno, Purgatorio e Paradiso, tutto il percorso dalla selva oscura a Dio. Lo spettacolo sta andando benissimo, a Roma fino al 9 marzo, e ad aprile a Milano al Palasport Trussardi, dopo Milano dovrebbe venire Firenze e finita la stagione andremo all’estero, anche a Berlino. Questo progetto teatrale è un colossal e questa esperienza è più di quando potessi sperare. Abbiamo il pieno da 3 settimane, tutto esaurito e abbiamo fatto persino i doppi spettacoli, siamo a Roma da fine novembre (ca. 140.000 spettatori). Come era Daniele da bambino? Ero alto e da ragazzino era un problema perché sembravo sempre più grande di quello che in realtà ero. Sembravo un ripetente mentre invece ero un anno avanti. Era timido apparentemente, arrossivo per niente. Dentro avevo molta voglia di esprimere le mie emozioni e la rabbia per la difficoltà a comunicare quello che sentivo. Questo è quello che mi ha fatto fare il salto nel senso che, come una pentola a pressione, quando sono scoppiato sono andato lontano. Ero un ragazzino che aveva voglia di esprimersi e non riusciva a trovare il modo di farlo. Inizialmente con la scrittura, ma era una cosa che rimaneva privata finchè non sono riuscito a trovare un canale per poter portare fuori quello che avevo dentro. Il teatro è stato terapeutico. Sono riuscito a trovare un modo per esprimermi e sfogare le emozioni e ho raggiunto una tranquillità interiore che mi ha portato alla serenità. Sento che la mia vita concide con ciò che sono nel bene e nel male. Che cosa ti aspetti dal futuro? Cerco di avere obiettivi grandi dove puntare come riferimento per cercare di crescere, ma cerco di non perdere mai di vista quello che mi sta succedendo al momento, le occasioni che mi si presentano, è questo che mi ha permesso di arrivare dove sono. Dico sempre che il mondo è diviso in due parti. Non come spesso si pensa, quelli che hanno le occasioni e quelli che non le hanno, si divide fra quelli a cui le occasioni arrivano e non le riconoscono o non hanno il coraggio di affrontarle e quelli che invece le sfruttano con coraggio e incoscienza. Do sempre il massimo. Il mio lavoro cerco sempre di farlo da oscar. Una cosa che mi affascina di quello che faccio è il rinnovarmi continuamente.


Cinema

Bringing cultures, meeting minds N

TEXT&PHOTO Andrea Cianferoni

el mondo odierno il cinema è un importante veicolo per ridurre le distanze tra persone di differenti Paesi e culture. I film possono aiutare a capire meglio la realtà che ci circonda.

Dubai International Film Festival: l’incontro del cinema occidentale con quello orientale

Bringing cultures, meeting minds. È questo ormai da quattro anni il motto del Dubai International Film Festival, manifestazione che si pone l’ambizioso obiettivo di far incontrare il cinema del mondo occidentale (europeo e americano) con quello orientale e dei Paesi Arabi. A Dubai, ben 141 film provenienti da 52 diverse nazioni del mondo sono stati i protagonisti per otto giorni insieme allo star system internazionale. Ad aprire la rassegna, che si è svolta nella spettacolare struttura di Madinat Jumeirah (proprio di Reality

fronte all’hotel Burj al Arab, soprannominato “La vela”, ormai il simbolo di Dubai) il film thriller Michael Clayton di e con George Clooney, il quale ha presenziato alla serata di gala insieme al presidente onorario del Festival, lo Sceicco Ahmed Bin Saed Al Maktoum. Se le fans del celebre attore americano si sono dovute svegliare alle prime luci dell’alba per riuscire ad accaparrarsi la prima fila dietro le transenne del red carpet e per poter stringere la mano o carpire un autografo al loro idolo, non da meno hanno fatto

gli uomini, il giorno successivo, per Sharon Stone, madrina d’eccezione della serata di gala AMFAR Cinema Against Aids, svoltasi nella esclusiva località Bab Al Shamms, spa resort in pieno deserto. Durante l’asta che ha preceduto il dinner, per il quale ogni partecipante ha sborsato 2000 dollari, sono stati battuti alcuni lotti donati dalla stessa Stone, tra cui un’auto Lincoln Continental del 1961 (battuta per 400 mila dollari), preziosi capi di alta moda firmati Ungaro, John Galliano, Roberto Cavalli e Louis Vuitton, una


cena privata con la Stone in data da definirsi nell’esclusivo ristorante Spago di Berverly Hills (battuta per 110 mila dollari), e un ritratto di Marylin Monroe. Nel complesso, durante il gala, sono stati raccolti ben 3 milioni di dollari, che andranno ad aggiungersi ai fondi provenienti dalla Fondazione di Bill e Belinda Gates, produttrice del film documentario della regista indiana Mira Nair (già Leone d’Oro a Venezia nel 2001) Aids Jaago, storia del dramma vissuto da quattro diverse famiglie indiane dopo la scoperta del contagio dal virus. Tra gli ospiti particolarmente apprezzati dal pubblico del festival vanno citati l’attore e produttore afro-americano Danny Glover, il poeta brasiliano Paulo Coelho, e la cantante di origini cubane Gloria Estefan che insieme al marito Emilio Estafan ha presentato un film

documentario intitolato 90 Millas ed ha tenuto un concerto nell’anfiteatro di Dubai Media City. Nella pagina precedente, in alto: veduta esterna del palazzo del Cinema. In basso da sinistra: George Clooney, Dita von Teese, Kabir Bedi, Sharon Stone e Kenneth Kole, Il produttore italiano Enrico Pastura con Adel Ibrahim, Red Carpet per il cast di “Aids Jaago”. In alto: Il direttore del Festival di Dubai Abdulhamid Juma e in basso la festa sulla spiaggia dell’hotel Burj al Arab.

La parola al direttore del diff, Abdulha Mid Juma: Direttore, la programmazione del DIFF ha incoraggiato il dialogo tra cinematografie di Paesi molto diversi gli uni dagli altri. Come siete riusciti a creare questa formula cosi innovativa? Non credo ci sia un segreto che ci ha portato a questo risultato quanto una serie di elementi che hanno favorito la creazione di un festival che si trova a metà strada, sia geograficamente che culturalmente, tra Oriente e Occidente e che rappresenta un punto di incontro tra Europa, Asia e Africa. La programmazione, che ha previsto delle sezioni dedicate al cinema indiano, al cinema dell’Africa, al cinema degli stessi Emirati, è stata incentrata proprio sull’intento di fornire al pubblico del festival e alla critica uno sguardo a 360° sulla cinematografia di questi continenti. Quali sono i vostri programmi per il futuro? In quale direzione andrà il Festival di Dubai? Nel 2008 ci sarà una nuova sezione competitiva dedicata al cinema asiatico e africano. Inoltre l’animazione sarà ben rappresentata viste le enormi potenzialità di innovazione date da questo settore. Con Dubai Media City stiamo incoraggiando le produzioni e le professionalità dei giovani registi e produttori. Che ne pensa del cinema italiano? Sono un grande appassionato del vostro cinema, soprattutto di quello degli anni 50 e 60. Film come “La Dolce vita” e “La Ciociara” rappresentano la storia delle cinematografia mondiale, le vostre attrici, sia del passato che del presente, anche negli Emirati Arabi Uniti, sono prese come un esempio e un modello di bellezza ed eleganza. Ci ha fatto molto piacere che nel Festival di quest’anno fosse presente una produzione italiana, il film di Raul Bova e Maurizio Santarelli intitolato “Me, The Other”.

C

Reality


AVVENTURA Solo il meglio del cinema

show reel DRAMMATICO

Alla ricerca dell’isola di Nim Regia: Jennifer Flackett, Mark Levin Distribuzione: MOVIEMAX Data di uscita: 11 Aprile 2008 Dopo aver accompagnato il padre scienziato in un isola deserta nel Sud dell’Oceano Pacifico, una ragazzina rimane da sola in seguito alla scomparsa in mare del padre. La ragazza inizia così a comunicare per via elettronica con un personaggio che lei pensa essere il protagonista di un libro. In realtà sta comunicando con l’autrice del libro, che vive in una grande città un’esistenza fatta di solitudine e chiusura...

COMMEDIA In amore niente regole Regia: George Clooney Distribuzione: UIP Data di uscita: 11 Aprile 2008 Stati Uniti, anni ‘20. Il proprietario di una squadra di football americano, sport che va per la maggiore in America, acquista una promessa di questa disciplina, proveniente da grandi successi con la squadra del suo college e da una campagna militare dalla quale ritorna come un eroe. I due però, si innamorano della stessa donna, una giornalista, e per questo entreranno presto in conflitto...

L’altra donna del re

Regia: Justin Chadwick Distribuzione: UIP Data di uscita: 24 Aprile 2008 In un epoca nella quale il destino delle donne era deciso dal proprio padre, due sorelle, Mary e Anne Boleyn, si innamorano dello stesso uomo, il re Enrico VIII d’Inghilterra. Mentre una si attiene alle regole, l’altra sceglie di seguire una nuova strada. Il re, che fu l’amante della prima delle due sorelle, andò a sposare in seguito la seconda...


AZIONE Tutti pazzi per l’Oro

Regia: Andy Tennant Distribuzione: Warner Bros Data di uscita: 25 Aprile 2008

Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo

Regia: Steven Spielberg Distribuzione: UIP Data di uscita: 23 Maggio 2008

AVVENTURA

Una coppia decisamente “avventurosa”, dopo aver passato gli ultimi otto anni alla ricerca di un famoso tesoro perduto, dal valore inestimabile, é ridotta ormai senza un soldo ed una crisi matrimoniale la sta portando dritta al divorzio. Ma proprio quando tutto sembra che stia andando per il peggio, un nuovo indizio riaccende le speranze e gli mette sulla giusta strada per arrivare al tesoro; il problema ora é che non sono gli unici a cui fa gola il tesoro e quindi devono fare di tutto per arrivare prima degli altri pretendenti...

L’ultima mirabolante avventura dell’eroe-archeologo Indiana Jones, sempre alle prese con un fantastico passato. Nel cast lo straordinario e immancabile Harrison Ford e al suo fianco Shia LaBeouf, Cate Blanchett, Ray Winstone, Karen Allen, John Hurt, Jim Broadbent, Alan Dale e Joel Stoffer

Il nome del mio assassino

THRILLER

Regia: Chris Sivertson Distribuzione: MOVIEMAX Data di uscita: 11 Luglio 2008

Una ragazza, Dakota, viene rapita e mutilata da un pericoloso serial killer, ma fortunatamente riesce a fuggire venendo soccorsa e portata in ospedale. Qui, per la sua somiglianza, viene scambiata con la figlia di una coppia molto importante in città, scomparsa giorni prima. Quando lei cerca di spiegarlo, i medici pensano che la ragazza abbia dei problemi mentali dovuti al trauma, ma intanto la vita della sua sosia é in forte pericolo...

la vetrina di Reality


Spettacolo

Aspettando l’estate... C

TEXT&PHOTO Andrea Berti

onto alla rovescia per la XXIX edizione del Festival La Versiliana di Marina di Pietrasanta promosso ed organizzato dalla Fondazione La Versiliana che si terrà, come da tradizione, nei mesi di luglio e agosto all’interno del magnifico Parco di Viale Morin che custodisce la Villa, oggi in fase di restauro, che fu dimora di Gabriele D’Annunzio e che ispirò una delle poesie memorabili (e belle) della letteratura italiana: La pioggia nel Pineto. Un’edizione che, nonostante i numerosi top secret su programma teatrale e Incontri al Caffè, ha già fatto segnare sul taccuino degli enchormen-conduttori del più pre-

Resoconto e anticipazioni delle attività della Fondazione “La Versiliana” stigioso salotto estivo d‘Italia due grandi colpi: Emilio Fede e Giulio Andreotti. Il Direttore del Tg4 e il Senatore a vita faranno parte dell’equipe di conduttori nella gestione settimanale a rubriche al fianco dei confermatissimi Romano Battaglia, allo storico-giornalista Enrico Nistri, all’esperto di cucina e benessere Fabrizio Diolaiuti, allo show man Paolo Ruffini e al gallerista e mercante d’arte Fabrizio Moretti. I due “grandi” nomi erano stati associati al Festival in più di una occasione ma la conferma, ufficiale, è arrivata dal Presidente della Fondazione La Versiliana Massimiliano Simoni che promette altri “colpi” per l’estate: “Fede e Andreotti, il primo straordinario giornalista, il secondo coscienza critica della nostra politica, saranno due dei conduttori del Caffè estivo. Entrambi sono stati ospiti del nostro salotto, sia in estate che in inverno. Quest’estate saranno loro a fare doReality

mande ai tanti ospiti che stiamo contattatando in queste settimane. Fede e Andreotti potrebbero non essere le uniche new entry. Ci sono contatti avanzati con altri importanti conduttori”. Riserbo assoluto, come anticipato, sulla lista degli Incontri che verrà svelata qualche settimana prima dell’apertura del Festival. Certa, e altrimenti non poteva essere, la presenza dei politici di spicco di Parlamento e Senato, di giornalisti e scrittori, autori dei best seller del momento e delle pietre miliari della letteratura moderna, e ancora medici e personaggi della tv e della mondanità, attori, ballerini e le grandi menti dei nostri tempi. La vera novità, un vero e proprio strappo alla regola, potrebbe essere l’anticipazione, in pillole, del Festival anche nel mese di giugno. L’intenzione, fa sapere Simoni è quella di aprire un mese prima il Parco ed il teatro all’aperto per ospitare concerti ed esibizioni musicali: “L’idea, e siamo già oltre l’idea, è di aprire i cancelli del Parco già a giugno. La Versiliana, il suo Parco sono un luogo magico che può essere goduto ed apprezzato, non solo a luglio e agosto. Inseriremo alcuni concerti di grandi artisti e di gruppi musicali italiani e stranieri per iniziare ad abituare il nostro pubblico e i nostri visitatori a vivere La Versiliana in un momento nuovo. Non nascondo che il mio sogno è quello di ospitare eventi anche nel periodo invernale. Lo spazio non manca e nemmeno le strutture

per ospitare momenti di dibattito, come il Caffè, o mostre e rassegne, visto che proprio da quest’estate riavremo la Fabbrica dei Pinoli, uno spazio storico e unico, che abbiamo riportato al suo splendore originario”. Nel programma del teatro all’aperto non mancheranno i balletti e le operette, la commedia romantica e divertente, i grandi classici, il musical, la comicità e gli one-man show, e naturalmente un ricco bouquet di prime nazionali con gli straordinari interpreti del teatro nazionale ed internazionale. Ma sul palinsesto per ora ci è dato sapere poco o nulla proprio per non rovinare la sorpresa su quella che sarà l’edizione che avrà il compito di lanciare il trentennale del Festival che si celebra nel 2009. E sarà, dicono, un’edizione memorabile. Intanto si è appena conclusa l’edizione invernale delle attività organizzate dalla Fondazione con il contributo del Comune di Pietrasanta e la Banca di Credito Cooperativo


della Versilia e della Lunigiana, main sponsor anche della kermesse estiva. Il Caffè nel Chiostro di S. Agostino si è concluso alla fine di marzo portando all’ombra del campanile di Piazza Duomo il meglio della letteratura nazionale: da Fabio Volo, con il suo libro campione di vendite Il Giorno in più, presentato in anteprima, allo psichiatra Vittorino Andreoli, al commissario-giallista Michele Giuttari, passando per Giulio Andreotti, Marcello Lippi e Franco Ballerini, Franco Cardini e Arrigo Petacco, Paola Saluzzi, Lidia Ravera, Maria Rita Parsi e molti altri. Sipario calato anche sul teatro che ha offerto nove spettacoli in abbonamento, tra cui Sinfonia d’Autunno con Rossella Falk, l’Otello di Sebastiano Lo Monaco e Non si Paga!Non Si paga di Dario Fo con Marina Massironi e un fuori programma di Pupo che proprio da Pietrasanta ha lanciato la sua nuova tournée nazionale dello spettacolo Il Grande Croupier: tu che fai, vedi? Anticipazioni e resoconti delle attività di una delle Fondazioni più conosciute e stimate in Italia che ha una sola ambizione: offrire la qualità di momenti unici ed irripetibili che lascino un segno dentro l’anima di ognuno di noi. Per i programma e tutte le anticipazioni del Festival e delle attività promosse dalla Fondazione andare su


Tecnologia

Bang&Olufsen: semplicemente emozionanti

L’

Bang & Olufsen: Loggia Rucellai - Via della Vigna Nuova angolo Piazza Rucellai - Firenze

azienda nasce da una grande passione e dalla volontà di Bruno Cei di condividere con i propri clienti e spesso amici, nonché con i collaboratori, l’ambizioso progetto

Nati con l’obiettivo di realizzare sistemi tecnologicamente avanzati di realizzare sistemi autovideo “semplicemente emozionanti”. Tagliati su misura per il cliente. Ma tutto ciò è estremamente complesso, molte sono le competenze che contribuiscono a fare di una semplice fornitura un’operazione di successo. Innanzi a tutto la professionalità, la serietà e la trasparenza

del nostro lavoro. Poi l’esperienza maturata nel corso di molti anni in ogni settore dell’audio, dal professionale all’amatoriale fino all’Home Cinema e, più recentemente, al settore nautico ed alberghiero. Ma tutto questo è ancora niente senza la forte e motivata passione ed il grande eclettismo di tutto lo staff tecnico. Ciò ha comportato spesso il “rimettersi in discussione” con noi stessi prima ancora che con il pubblico, con la nostra professionalità. Lo abbiamo sempre fatto senza esitazioni, spinti da quel grande fuoco che ci alimenta e si rinnova ogni volta che iniziamo un nuovo progetto. La nostra forza è anche la consapevolezza di offrire sempre e comunque le migliori soluzioni alle

richieste che riceviamo, di riuscire a tradurre in realtà le vostre aspirazioni, di realizzare i vostri sogni. Grazie a Voi amici e clienti, abbiamo reso possibile il tradurre le nostre idee comuni in fatti, che giorno dopo giorno, sono destinati a creare emozioni condivise.

Reality


Musica

Grande gospel con Cheryl S

TEXT Patrizia Bonistalli PHOTO Agenzia Pubblicitaria Key

ingolare e molto gradita è stata la strenna natalizia che la Delta Consulting ha ideato durante le trascorse festività, per ringraziare i propri clienti e gli enti coinvolti nella propria attività: la nota società è stata sponsor unico di uno spettacolare av-

La Delta Consulting sostiene un grandioso evento musicale venimento musicale tenutosi in Santa Croce sull’Arno presso il Teatro Verdi, ragguardevole promotore di rassegne culturali e artistiche ad ampio spettro. Il gruppo ha sostenuto il Concerto di musica gospel organizzato dall’Associazione Scorribanda di San Miniato, che ha avuto luogo il 2 gennaio alle 21.15; un modo originale di porgere gli auguri, in un spirito artistico perfettamente all’unisono con l’atmosfera celebrativa, offrendo ai soggetti destinatari una reale opportunità di arricchimento culturale piuttosto che un dono materiale. Durante la serata, la nutrita platea si è entusiasmata ascoltando un toccante repertorio di brani ritmati e coinvolgenti, riconducibili alla tradizione afro-americana della musica sacra. In questa occasione, gli spettatori allietati e commossi hanno incontrato ed acclamato una delle espressioni vocali più promettenti della nuova generazione, la solista Cheryl Porter; protagonista indiscusso del trattenimento è stato il suo canto possente, elegante e sfumato, arricchito armoniosamente di elementi gospel, jazz, blues e soul. Ad accompagnare la suggestiva voce si è unito il St. Jacob’s Choir, corale di vivo successo il cui repertorio polifonico si compone primariamente di musiche di autori americani famosi. A tal punto appassionante, la voce di Cheryl ha pervaso gli animi dei presenti e chiunque si è lasciato raggiungere nel profondo ne ha senz’altro ricevuto

un’emozione difficile da perdere. Interprete solenne, Cheryl ci ha trasferito il patrimonio vocale custode di una grande tradizione ed altresì della sua personale storia: nata a Chicago, studentessa in canto classico nella prestigiosa Northern Illinois University e divenuta celeberrimo soprano, il suo animo e la sua arte si radicano intimamente nella memoria degli spirituals negri agli inizi dell’800: chiamate anche canzoni del grano, erano

le canzoni che i primi schiavi africani d’America usavano intonare ritrovandosi nelle riunioni di campo a ballare e cantare per ore. La diffusione degli spirituals nel Nuovo Mondo e in Europa porterà intorno al 1930 allo sviluppo di canti ispirati al Vangelo, da cui il termine gospel. Nel giugno 1966 durante il festival tenuto al Madison Square Garden di New York, l’applaudissimo ed ancor oggi indimenticabile “Oh Happy Day” di Joe Bostic decreterà un successo senza precedenti del suddetto genere. L’evento che il gruppo della Delta Consulting ha ritenuto di appoggiare e con cui ha scelto di rendere omaggio ai propri ospiti, ha marcato la circostanza commemorativa di un prolungato fenomeno storico, che si è tradotto in musica e tramite essa si è rinnovato nelle epoche, come espressione incisiva di un messaggio di forte richiamo culturale ed artistico. Lo spettacolo gospel ospitato nel nostro Comprensorio all’alba del nuovo anno ha impregnato l’atmosfera di casa nostra delle più belle sensazioni; lasciandosi attraversare da esse si percorre un “ponte per andare oltre il vissuto ad ampliare la nostra spiritualità”, così come ha enunciato

Reality


Musica

Da Radio Quattro a Radio Bruno, storia di una emittente E

TEXT Elisa Caponi / PHOTO Archivio RadioBruno

ra il 15 novembre del 1975. Grazie all’entusiasmo e alla determinazione di alcuni giovani soci fondatori, ebbe inizio la storia di una delle più conosciute ed apprezzate emittenti radiofoniche private della nostra regione. Radio Pisa fu la tredicesima radio privata a nascere sul territorio italiano, in tempi in cui “fare radio” era ancora un’avventura. Radio Quattro è stata per oltre 25 anni una delle emittenti più ascoltate in Toscana, la colonna sonora della vita di molti di noi. Radio Bruno è una realtà mediatica in forte crescita e vigorosamente proiettata nel futuro. Per chi non lo sapesse, quelle appena citate altro non sono che le tappe fondamentali dell’evoluzione di una emittente che si è sempre tenuta al passo coi tempi per rispondere al meglio alle esigenze dei propri ascoltatori, i quali continuano a ricambiare la dedizione dimostrando un incredibile affetto. Molte voci, moltissimi personaggi si sono alternati dietro ai microfoni di Radio Quattro e nei corridoi della sua storica sede situata in via Francesca Sud a Castelfranco di Sotto, persone che hanno trascorso bei periodi della loro vita fra quelle mura per poi lanciarsi in sfide differenti, approdando con grande successo nel mondo della musica, della televisione e dello spettacolo, ma anche persone che hanno deciso di legare inscindibilmente la loro esistenza a quella dell’emittente. Lo stesso, identico percorso, negli stessi anni ma sul versante opposto dell’Appennino, lo stava affrontando un’altra radio, quella Radio Bruno che, partendo con lo stesso entusiasmo “pionieristico” della nostra Radio Quattro, è cresciuta in 30 anni di storia fino a diventare la stazione numero uno dell’Emilia Romagna. Il comune desiderio di allargare i propri orizzonti ha spinto le due emittenti ad uni-

Reality

re le loro forze in modo da poter estendere la reciproca presenza sul territorio. Dal 1 Marzo 2006, le ex frequenze della amatissima Radio Quattro ospitano le trasmissioni di Radio Bruno Toscana, ossia il palinsesto musicale della radio emiliana integrato da un’ampia sezione informativa locale curata dalla redazione toscana ereditata da Radio Quattro. Ancora oggi, così come era stato in precedenza, l’informazione e l’attaccamento al territorio restano uno degli assi nella manica giocati dalla dirigenza dell’emittente per conquistare la fiducia e la fedeltà dei propri ascoltatori. Quella di Marilena Berti, che molti ricorderanno nelle vesti di giovanissima conduttrice agli esordi, poi cresciuta professionalmente come giornalista, è ancora la voce principale dei notiziari radiofonici. D’altra parte, “Radio Bruno Sport: Tutto il calcio minuto per minuto”, la pluripremiata (ricordiamo il premio Millecanali come miglior trasmissione sportiva italiana realizzata da una emittente privata) trasmissione domenicale dedicata al calcio dalla Serie A fino alle categorie dilettanti è indissolubilmente legata alla voce di colui che da sempre l’ha condotta e resa possibile dimostrando una professionalità ed un attaccamento senza eguali, Maurizio Bolognesi. Direttore artistico, speaker, giornalista, Maurizio per la radio ha fatto veramente di tutto, ma niente al mondo è mai riuscito ad allontanarlo dal “suo” appuntamento della domenica. Dopo aver parlato dei due personaggi che ad oggi incarnano maggiormente la storia e la continuità dell’emit-


tente, accenniamo in chiusura ad alcuni ex collaboratori di Radio Quattro che dopo essersi “fatti le ossa” con la radiofonia fra le mura della emittente pisana hanno riscosso consensi ed accresciuto la loro popolarità a livello nazionale. Iniziamo con Carlo Conti, il quale lavorava per la radio ai tempi dei suoi primi provini in RAI, conducendo una sorta di Hit Parade. Continuiamo con comici della levatura di Giorgio Panariello, Leonardo Pieraccioni, Cristiano Militello, Gianni Giannini, Niki Giustini, Graziano Salvadori, Andrea Agresti, i quali, alternandosi in momenti diversi, hanno dato vita a programmi di successo fra i quali ricordiamo il seguitissimo “Radio Quattro Variety” (che si aggiudicò il Pegaso di Tascabile TV nel 1992 come trasmissione radiofonica dell’anno) e lo storico “Scusate la radio” di Gianni Giannini (vincitore anche questo di un Pegaso d’argento) che tutti ricordiamo con simpatia. Come dimenticare infine il giovane Andrea Bocelli che proprio a

Radio Quattro concesse la sua prima intervista? Inutile dire che l’intento di Radio Bruno è quello di portare avanti il successo ottenuto negli anni da Radio Quattro, di veder crescere ancora il numero degli ascoltatori grazie anche ad una capillare copertura degli eventi toscani (musica, teatro, manifestazioni sportive, festeggiamenti carnevaleschi, veglioni di fine anno) senza dimenticare gli spettacoli autoprodotti, dal tour musicale del Radio Bruno Estate che porta ogni anno gratuitamente la musica del momento nelle piazze della Toscana alle presenze invernali nelle discoteche più in voga. Il 2008 porterà agli ascoltatori di Radio Bruno moltissime novità. Nuove frequenze per Grosseto e la riviera tirrenica, una nuova sede per l’emittente che sarà finalmente visibile agli automobilisti in passaggio dalla Fi-Pi-Li, nuove partnership sportive, più eventi dal vivo, tantissimi appuntamenti in esterna... Perché la nostra radio non è fatta solo di musica.

Nella pagina sinistra, dall’alto verso il basso: dopo Radio Pisa, con l’arrivo di RadioQuattro la nuova sala trasmissione; la prima sede in via Leonardo da Vinci, 36 a Castelfranco di Sotto con l’auto sponsorizzata; una fase di registrazione, si riconoscono Charly Sanguemisto e Maurizio Bolognesi; i primi grandi ospiti a Radio Pisa, arriva Don Backy; Giorgio Panariello e Maurizio Bolognesi; Festa dei 20 anni sul palco un duo d’eccezione: Aleandro Baldi e Petra Magoni. In questa pagina, in alto a sinistra: insieme alla proprietà della radio e al cavalier Capecchi, giovani di belle speranze diverranno poi tutti famosi: Giogio Panariello, Leonardo Pieraccioni, Walter Santillo, Niki Giustini, gli Specchio, Cristiano Militello. Sopra: immagini di RadioBruno Estate. Qui a fianco la redazione di RadioBruno: (da sinistra) Francesco Menchini, Marco Nardi, Elisa Caponi, Marilena Berti, Maurizio Bolognesi. Contatti Tel. 0571-479483 - redazionetoscana@radiobruno.it Le frequenze Firenze-Prato: 102.100 / 103.000 Pistoia - Lucca - Arezzo - Pisa - Livrono Siena - La Spezia: 103.000 Massa Carrara - Versilia: 102.000 Grosseto - Piombino: 103.300


REM

In uscita il primo aprile. La band USA ha lavorato al progetto a Vancouver e Dublino con il produttore Jacknife Lee. Parlando del nuovo disco il cantante del gruppo Michael Stipe ha confessato “Il più veloce realizzato dalla band in 20 anni... Le canzoni di ‘Around The Sun’ sono grandi, ma durante il processo di registrazione avevamo perso il punto di riferimento, ora l’attenzione è tornata ai massimi livelli...”.

“And the stories the same, You don’t have to explain”

la musica che ci piace ascoltare

juke boxe

Accelerate

H.A.A.R.P.

Muse

Sono già arrivati nei negozi le registrazioni dei due concerti che i Muse hanno tenuto al Wembley Stadium di Londra nel luglio scorso. Rispettivamente in cd dalla serata del 16 luglio e in dvd da quella del 17: entrambe ottennero il tutto esaurito e segnarono un evento. Critica e pubblico sono accomunati nel giudizio entusiasta per questa band che con soli 4 album ha già conquistato mezzo mondo con il suo rock alternativo, ricco delle più svariate influenze. Prova ne sono anche le tante nominations e premi vinti, tra cui gli Ema e i NME Awards. Questa doppia uscita dal titolo “Haarp”raccoglie la summa della loro opera fino a questo momento, compreso uno speciale backstage e una galleria fotografica.

“Give me all the peace and joy in your mind“

GHOSTS I-IV Nine Inch Nails

Il nuovo album strumentale dei Nine Inch Nails sarà pubblicato in CD negli USA l’8 aprile. Si tratta di un progetto con 36 brani. Si possono avere gratuitamente i primi nove scarcandoli dal sito della band. Reznor, vate del rock industriale, ha collaborato a questo progetto con Moulder, Atticus Ross, Alessandro Cortini, Adrian Belew e Brian Viglione. L’opera viene offerta in diverse vesti: un doppio CD, una edizione deluxe, con un DVD e un disco Blu-Ray, infine una edizione deluxe ultra-limitata con in più un vinile quadruplo, in 2.500 copie autografate da Reznor.


“Non si fa la rivoluzione, l’hanno detto in televisione...”

Rivoluzione

Frankie Hi Nrg Mc La partecipazione a Sanremo di un artista come Frankie Hi Nrg, rapper torinese che si è fatto un nome prevalentemente nell’underground prima di raggiungere una certa notorietà solo da qualche anno, è stata piena di alti e bassi. Se da una parte finalmente Frankie ha potuto lanciare le sue rime taglienti riguardo tutto ciò che non va della società italiana sfruttando un mezzo come il Festival, che garantisce un ampio bacino di ascoltatori, non sono stati comunque pochi i rovesci della medaglia.

Elio e le storie tese La prima estratta dal titolo “Parco Sempione”, è una canzone irriverente che tratta lo sfogo di un frequentatore dell’ormai Ex parco di Milano. Numerose le collaborazione artistiche per questo disco, da Claudio Bisio a Giorgia, da Irene Grandi ad Antonella Ruggero, Paola Cortellesi, Carla Fracci, Claudio Baglioni e altri....

“Parco Sempione Verde e marrone, dentro la mia città”

Studentessi

Discipline

Janet Jackson

“Do you like my style“

Torna la regina del “Pop’n’B”! Debuttante a soli sedici anni col primo album Janet Jackson si piazzò in vetta alle classifiche, ed è arrivata a conquistarsi 5 Grammy Awards. Il 22 febbraio è uscito il suo decimo album che annovera una lunga lista di prestigiosi produttori: Jermaine Dupri, Ne-Yo, Stargate, Tricky Stewart e The-Dream. Disponibile la versione deluxe dell’album, con un bonus DVD contente i ‘dietro le quinte’ (commenti e interviste a Janet) dal photoshoot, in studio, delle prove, e dal set del video Feedback - il primo singolo che ha lanciato il nuovo album.

la vetrina di Reality


Design

Architettura del territorio

TEXT Stefania Catastini

... in mezzo allo strapotere del “ruralismo”, la nostra è una piccola voce di resistenza Rispondono i giovani architetti del Laboratorio Di Architettura (LDA.iMdA) 1. Laboratorio Di Architettura. Perchè? L’idea nasce dal “fare” del periodo universitario. In una piccola stanza presa in comodato d’uso gratuito studiavamo per gli esami, facevamo concorsi d’architettura internazionali, progettavamo mostre. Il coinvolgimento interdisciplinare è sempre stato una costante del nostro lavoro; architetti, scultori, pittori, artigiani, grafici pubblicitari e qualche maldestro professore della facoltà d’Architettura ci davano dei consigli e partecipavano al nostro Laboratorio. 2. Ricerca e professione, quindi. Si, la ricerca aiuta la crescita professionale, stimola il confronto ed impone di essere costantemente a conoscenza del dibattito disciplinare contemporaneo. La professione esige tempi di risposta immediati, pone di fronte alle problematiche in modo diretto, a volte rude. Tali aspetti si completano l’un l’altro, paradossalmente; cosi almeno è stato per noi. 3. I vostri progetti spesso si collocano in aree agricole: perché queste forme? Ci piace pensare ad un popolo in evoluzione che continuamente interagisce con lo spazio in modo attivo, per questo crediamo che l’architettura non possa essere nè una parentesi storicista nè un episodio di esclusiva sensazionalità. 4. I grandi tetti neri. Perché? Nascono dalla volontà di reinterpretare la classica copertura a capanna divenendo un unico elemento monolitico che spesso dialoga con la morfologia del terreno. È un modo per abbracciare la tipicità del luogo rivisitandola in maniera contemporanea. 5. Cosa intendete per ruralismo? Fare architettura oggi è rischioso ed impegnativo perché l’architettura è imposta a tutti e resta fisicamente alle generazioni future. Il ruralismo è un aspetto dello storicismo diffuso nei territori rurali ma non solo: è la mania o smania di copiare pedissequamente oggetti dal passato senza una minima attenzione e interpretazione della vita contemporanea. 6. Più precisamente? Tutte le arti hanno seguito un proprio percorso evolutivo; purtroppo l’architettura si è allontanata sempre di più dalle arti seguendo leggi di mercato più o meno vantaggiose. Non essendo più considerata arte è sempre stata meno fruita da uomini con animo artistico ed i pochi rimasti hanno forse sentito un certo senso di spaesamento. L’unica certezza in questa situazione di scoramento generale è rappresentata dallo scimmiottare qualcosa che già esiste. 7. E la resistenza? Fa parte delle volontà di esercitare una professione che si nutre di passione, amore, intuizione, arte, e che volge lo sguardo verso il futuro in senso ottimista. 8. Quando parlate di contemporaneo che cosa intendete. Contemporaneo non vuol dire di moda ma legato alle nuove esigenze del vivere; l’uomo passa gran parte della sua quotidianità in luoghi indoor, spostandosi velocemente. L’architettura deve dare delle risposte a queste nuove condizioni provando a modificarle. Reality


D

9. Il rapporto con la committenza. È necessario incontrare sul proprio percorso persone illuminate che abbiano la capacità, rara, di lasciarsi contaminare dall’architettura. Qualcuno ancora esiste. Per fortuna. 10. Gli interni? Crediamo sia importante inventare spazi da vivere e non oggetti da vedere. Fondamentale il rapporto con la luce naturale e con il ciclo solare, aprirsi verso sud e chiudersi verso nord. Ogni edificio ha la possibilità di trovare scorci interessanti. Basta cercarli. 11. Questa vostra architettura. Ogni cosa nuova e diversa è cibo per la mente; abbiamo bisogno di desiderare per creare architettura; sarebbe bello se, per avere una “boccata d’aria fresca”, non fosse necessario dover prendere un aereo ma, voltato l’angolo, stupirsi. 12. Il futuro. Citiamo semplicemente le parole di un grande architetto da poco purtroppo scomparso: “...No. Non amo parlare del futuro, anzi credo che spostare i problemi al futuro sia un modo, certe volte criminale, di non guardare in faccia al presente...” (Ettore Sottsass) 1. Abitazione privata loc. La Rotta, Pontedera (PI) 2. Abitazione privata loc. La Rotta, Pontedera (PI) - Interni 3. Abitazione privata loc. Marti, Montopoli (PI) - Interni 4. Abitazione privata loc. La Rotta, Pontedera (PI) - Ingresso 5. Complesso polifunzionale loc. La Serra, San Miniato (PI) Interno appartamento 6. Fabbricato plurifamiliare loc. San Donato, San Miniato (PI) 7/8. Fabbricato plurifamiliare loc. San Donato, San Miniato (PI) - Particolare 9. Complesso polifunzionale loc. La Serra, San Miniato (PI) Particolare 10. Complesso polifunzionale loc. La Serra, San Miniato (PI)

RICCA Antonio s.n.c. - Via Toscoromagnola 357 La Rotta - Pontedera (Pisa) - (1,2,4) GIORGI Costruzioni s.r.l. - Via del Piano 18 San Miniato Basso (Pisa) - (6,7,8) L.G.A. s.n.c. di Loguercio e Lopardo - Viale Marconi San Miniato Basso (Pisa) - (5,9,10)

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Progetti LDA.iMdA architetti associati architetti Gianni Bellucci - Stefania Catastini - Paolo Posarelli

LDA.iMdA - Lo studio in via XXIV maggio - San Miniato

Reality


Eventi

Style

Italian I

l mese di febbraio ha visto Firenze imporsi sul panorama internazionale grazie a due manifestazioni fieristiche ad alto richiamo di visitatori. Palazzo Corsini ha ospitato, per il terzo anno consecutivo, Interiors l’alta decorazione d’arredo in esclusiva per i soli addetti ai lavori. L’evento fiorentino si propone, in tal senso, di offrire un’ampia panoramica sulle capacità produttive delle piccole e medie imprese per i buyers e gli operatori dei settori contract e complemento d’arredo. Interiors si distingue per la selezione dei marchi presenti in mostra al fine di offrire il meglio del settore. Il bellissimo allestimento espositivo e la principesca ambientazione hanno contribuito alla

Interiors e Immagine Italia, due eventi in perfetto stile italiano presentazione ottimale del prodotto mediante le caratteristiche, la creatività e l’originalità del medesimo. Classe, lusso, ricerca del particolare, design, artigianalità, qualità del materiale adoperato rappresentano gli ingredienti di un successo oramai consolidato. Al debutto Immagine Italia, manifestazione legata alle collezioni di biancheria per la casa, intimo, lingerie e tessile per l’arredamento. Presso la Fortezza da Basso, duecento imprese espositrici, trecento marchi, ventimila metriquadri espositivi hanno permesso un percorso tra suggestive vetrine attraverso un itinerario che ha percorso idealmente le principali vie dello shopping italiano di qualità, da via Monte Napoleone e via della Spiga di Milano a via Dei Tornabuoni di Firenze. Le aspettative dei mass media e degli operatori del settore sono state lusinghiere, lo dimostrano gli oltre 7000 visitatori che hanno confermato l’attenzione verso un evento destinato a diventare polo attrattivo del settore per la varietà e per la qualità dei prodotti presentati. Reality

TEXT Margherita Casazza


Reality

Busatti, tradizioni e atmosfere toscane

S

TEXT&PHOTO Giampaolo Russo

ono accorsi in trecento al cocktail party dai sapori toscani per l’opening dello showroom Busatti in piazza di Spagna a Roma. Ad accogliere gli ospiti, invitati dalla pr Benedetta Lignani Marchesani, il padrone di casa Giovanni Sassolini Busatti, discendente

Presentate ad un selezionato pubblico le novità della celebre maison di tessuti della famiglia che nel 1842 fondò ad Anghiari (Arezzo) la celebre maison di tessuti per arredamento realizzati al telaio. In un’atmosfera campestre-contemporanea, vino rosso e mini crostini di cacciagione e al tartufo hanno deliziato i palati di Eliana Miglio, Roberta Beta, Maria Claudia Barbiellini Amidei, Andrea Cordero di Montezemolo, Federica Vanzina, Guglielmo Giovanelli Marconi, e molti altri ancora. Le radici dell’azienda Busatti sono da sempre in Toscana, anche se ormai sono più di 60 i negozi disseminati in tutto il mondo. Nella seconda metà del 1700 Niccolò e Giuseppe Busatti, provenienti dal Valdarno, aprono ad Anghiari un forno per pane all’interno di Porta Fiorentina. La loro iniziativa riscuote tale

successo che il figlio di Niccolò, Mario, apre una bottega di generi diversi. Un suo discendente, agli inizi dell’Ottocento, ingrandisce la bottega inserendovi anche i primi macchinari tessili. L’azienda prende corpo grazie anche al lavoro di alcune famiglie del Paese che, possedendo un telaio, lavorano fibre di canapa e lino. Il laboratorio Busatti si trova da sempre nel cuore geografico della Toscana e del Rinascimento italiano: nel raggio di 100 km sono nati Piero della Francesca, Michelangelo, Leonardo da Vinci, Raffaello. Il laboratorio è sempre stato nella cantine del cinquecentesco palazzo Morgalanti. Poi le esigenze di mercato lo hanno fatto crescere. La parola d’ordine tuttavia è sempre stata quella di non rinnegare mai le origini, la qualità e l’artigianalità del manufatto. Antiche macchine da carderia lavorano le lame rustiche dell’Appennino. Telai a navetta figli della prima rivoluzione industriale inseriscono lentamente le trame, conferendo ai tessuti quelle morbidezze ormai introvabili nei tempi moderni. Mani esperte rifiniscono e abbelliscono questi prodotti con gigliucci, orli a giorno, ricami e pizzi. I tessuti, le tovaglie, gli asciugamani e i centro tavola sono il risultato di quasi due secoli di esperienza, duecento anni durante i quali innovazione e tradizione sono stati sapientemente amalgamati.

Dall’alto in senso orario: Paola e Giovanni Sassolini Busatti con Stefano e Liliana Carucci, Benedetta Lignani Marchesani con Chiara Monti, Francesca Campello, Francesca Riario Sforza, Maurizio Paternò, Maya Kokocinski e Giovanni Tommasi Ferroni, Maria Sole Vismara, Anna Trimarco, Ester Crimi, Costanza di Canossa, Chiara e Barbara Federici, Guglielmo Giovanelli Marconi con le commesse, Antonio Marini con Ilaria Filo della Torre

Reality


Passioni

Voglia di volare C

TEXT Margherita Casazza

osa è questo rumore in cielo? Alzo gli occhi al cielo ed ecco che vedo un aereo, ma che aereo! Non è tanto in alto come dovrebbe essere, però è grande e colorato, ma cosa sarà? È un areomodello, di notevoli dimensioni, ma dova siamo? Ah ecco! Vicino a noi vediamo una pista per aereimodelli. Ci sono tante persone

Da un pezzetto di legno nascono... gli aereomodelli di Graziano Pagni radunate vicino ad una sola, domando: ma chi è quel signore? Ma come! Non conosci Gaziano Pagni? È stato ed è ancora un punto di riferimento per noi che amiamo questo sport. Mi avvicino incuriosita per vedere se lo conosco, ma sì, certo che lo conosco, viviamo nel solito paese, Santa Croce sull’Arno. Lo saluto e gli chiedo se posso andare a trovarlo per farmi raccotare la sua storia. Noi della rivista amiamo andare in cerca di personaggi, amiamo scoprire quante eccellenze ruotano intorno a noi. Arrivo a casa di Graziano e insieme a sua moglie Giuliana mi fanno vedere tantissime foto di vari modelli costruiti da Graziano, altre che lo ritraggono in giro per il mondo mentre partecipa alle gare più prestigiose. Ci vorrebbe un libro per raccogliere queste innumerevoli immagini. Sono affascinata e gli domando: - Gaziano ma come è nata questa passione e scusa la mia ignoranza in materia, ma da dove vengono tutti questi aerei? Li hai comprati? Dove? Mi guarda e mi dice: - Scusa; ma li ho fatti tutti io! Lo guardo sbalordita e chiedo:- ma come hai fatto?

Allora con pazienza incomincia a raccontare la sua storia. “Ero molto piccolo e durante la guerra, appena sentivo passare un aereo sopra la mia testa, correvo per andarlo a vedere. Mia madre mi inseguiva gridando: “È pericoloso, siamo in guerra!”. Io avrei voluto avere un aereo mio fra le mani. Ma ecco un giorno la casualità; davanti a casa mia c’era un falegname e i pezzetti di legno non utilizzati li buttava in un angolo. Mentre sognavo ad occhi aperti, lo sguardo cadde su un pezzetto di legno fra i tanti che sembrava mi chiamasse, pareva proprio un‘ala del mio sognato aereo. Incominciai a provare a costruirlo e man mano che crescevo mi informavo, studiando meccanica e aereodinamica. Così è iniziato il mio percorso da costruttore di modelli di aereo che volavano telecomandati e per curiosità partecipai a diverse gare. Ecco la mia storia. Durante gli anni questa passione si è accresciuta facendomi conoscere


in tutto il mondo. Sono stato campione italiano di aereomodellismo per tanti anni. Ho vinto campionati in tutto il mondo e posso dire che, forse, mi conoscono più in America che in Italia. I miei modelli sono stati studiati anche dall’aereonatutica dato che avevo adottato un tipo di costruzione particolare per alcune parti dell’aereo poi utilizzate anche per quelli militari. Adesso ci sono anche tanti giovani che praticano questo sport visto che c’è la possibilità di acquistare modelli già costruiti che rendono pìu semplice volare. I computer con i loro programmi hanno di fatto superato le difficoltà che esistevano tanti anni fa, dove bisgnava sperimentare per capire la tecnica di volo. Oggi no; è il computer che calcola i fattori di rischio e decide il percorso da adottare in gara. Per seguire questo sogno ho sacrificato il tempo da dedicare alla famiglia, ma mi hanno amato e sostenuto proprio perchè ho voluto realizzare un mio desiderio. Oggi sono in pensione e trascorro il mio tempo libero in un garage dove continuo a costruire i miei amati aerei”. Per raccontare la sua storia non è sufficiente questo spazio. Vi vogliamo solo incuriosire. Andate a scoprire anche voi Graziano Pagni.


Società

I vestiti nuovi dell’imperatore TEXT Letizia Quaglierini

S

e fosse ancora vivo in questo 2008 Erich Fromm probabilmente non scriverebbe “Essere o avere” ma “Essere o apparire”. Il mondo virtuale che certi film avveniristici ci propongono non sarà solo una realtà del futuro ma ha già una parte preponderante nella vita odierna. Non c’è bisogno di collegarsi con un programma come “second life” per vivere in una community virtuale. Basta vedere e ascoltare cosa avviene ogni giorno, nella nostra realtà.

Erich Fromm oggi avrebbe scritto “Essere o apparire” Personaggi della politica, della finanza, dello sport, della cronaca sono percepiti come, più o meno scientemente, appaiono pittosto che per quello che sono o che fanno. Un Marco Tronchetti Provera, ad esempio, con l’aplomb che manifesta, col piglio pseudo-nobiliare che ostenta, grazie a quel suo profilo augusteo e alla sua relazione con la modella radical-chic Afef, è assurto al ruolo di semidio della scena mondana. E mentre veleggia elegante nel mare di Portofino trasmette l’immagine di un cavaliere assolutamente estraneo ad affari spregiudicati, che gli hanno procurato miliardi a discapito delle aziende che ha gestito e del personale che vi era impiegato. Uno, ad esempio, la cessione dei sistemi ottici a Cisco e la tecnologia dei componenti ottici ad American Corning, che grazie al meccanismo delle stock options gli ha procurato un introito personale di 500 miliardi; operzione definita dal WallStreet Journal “vergogna per il capitalismo italiano”. Non sublimata ma vittima dell’apparenza è invece Hillary Clinton. Una candid foto, dove la sua facReality

cia segnata, senza calzette sulla lente della macchina fotografica, senza ritocchi elettronici usati per modelle e politici, viene scelta e spiattellata sul sito americano cult Drudge Report. Deduzione: la sua antica faccia solcata da rughe non può diventare il prossimo volto dell’America.

Il tam tam comincia: Hillary è vecchia, è una megera che saremmo costretti a veder sfiorire e sfasciarsi per quattro anni, se la eleggessimo. Viene fuori il socio-biologico. Ormai la politica è apparenza, sei quello che appari, non contano le idee per cui combatti, nè il programma che proponi; è una poli-


tica da bovari che rivaluta persino lo squallore del teatrino italiano. E Sarkozy, col suo feilleuton sex-politically-uncorrect è vittima o carnefice? La liason con la dark-lady della moda, passata poi alla musica, è utile per far dimenticare l’angoscia delle banlieu parigine? Oppure il matrimonio con l’italienne, definita Terminator per la sua attitudine a sfasciare menages,lo rende inviso a quei francesi che in lui avevano visto il condottiero che avrebbe riconsegnato alla Francia quella grandeur un po’ appannata? Nella nostra Repubblica delle veline, come l’ha definita la giornalista Candida Morvillo, invece, impera e pontifica il burattinaio Lele Mora, che fornisce modelli e stereotipi per tutte le fasce sociali: dal tronista al modello, dal calciatore alla valletta, dalla show-girl alla cantante, dal presentatore al fotografo mitico (leggi Corona). E come in un gioco di ombre cinesi vediamo quello che non esiste. Ma il capolavoro del nulla mediatico lo ha perfezionato l’ereditiera americana Paris Hilton, che è diventata idolo e modello per milioni di teen-agers nel mondo, grazie alla sua sovraesposizione in avvenimenti e situazioni insignificanti quando non deprecabili, ma supportati da una gigantesca diffusione ad ogni livello. Ricordate la fiaba di Andersen “I vestiti nuovi dell’imperatore”? Quando il monarca sfila in mutande per le strade della città, tutti applaudono fingendo di ammirare gli abiti nuovi, finchè un bambino urla: l’imperatore è in mutande. Anche oggi il re è nudo ma nessuno, purtroppo, se ne accorge.


Società

Una politica per l’infanzia M

TEXT Sofia Capuano

entre l’attenzione e l’impegno rivolti ai servizi educativi nel Comune di Santa Croce sull’Arno contano ormai su 25 anni di storia è negli ultimi che si è radicalizzata una vera e propria politica per l’infanzia che la crescente domanda, ovviamente favorita e sostenuta dalla progressiva offerta, ha rinforzato e reso possibile. La recente dilatazione delle liste di attesa per il Nido d’Infanzia ha posto una serie di riflessioni rispetto alle quali si è proceduto ad un’attenta valutazione del bisogno espresso e delle potenziali risposte che il servizio avrebbe potuto sostenere. Il nido d’infanzia “Petuzzino”, il servizio storico del

I servizi educativi: la lunga esperienza di Santa Croce sull’Arno Comune, accoglie oggi 54 bambini di età compresa fra tra i 3 e i 36 mesi ed è aperto dalle 7,30 alle 18,30 suddiviso in tre sezioni di 18 bambini di età eterogenea. È di recente costruzione l’ultimo nato nel Comune di Santa Croce sull’Arno: il Micronido Arrì Arrò, aperto dalle 7,30 alle 14,30 per 16 bambini di età compresa tra i 12 e 36 mesi. Oltre al Nido”Petuzzino”, da oltre 10 anni l’offerta dei servizi rivolti ai bambini e alle loro famiglie conta anche sulle attività del Progetto Maricò che attraverso spazi aperti ai più piccoli di età compresa tra 0 e 6 anni propone situazioni di gioco e socialità, attività strutturate laboratoriali, progetti rivolti alla Scuola per l’Infanzia, formazione e sostegno alla genitorialità. Attraverso aperture settimanali Maricò si propone come spazio gioco rivolto a tutti i bambini e le bambine. All’interno del progetto è attivo anche un Centro per le Famiglie che offre ai genitori Reality

opportunità di incontro e confronto sulla condizione genitoriale e mirati interventi di esperti sulle problematiche relative alla crescita e allo sviluppo dei bambini. Rispetto alla qualità dei servizi presenti sul territorio lo studio effettuato intorno alIa rappresentazione del bambino ha permesso una specializzazione degli stili educativi ad essa connessi. Rispettivamente, i servizi non si riconoscono più in un ruolo tipicamente assistenziale ma nella deriva progressista che le dinamiche sociali hanno suggerito che si traduce nella qualità della proposta educativa offerta a bambini e famiglie. L’ambiente rappresenta, all’interno di questa cornice, un frame fondamentale per lo sviluppo delle potenzialità e dell’identità del bambino: nei servizi presenti sul territorio si presenta come spazio organizzato, accogliente, capace di comunicare

con immediatezza le possibilità e le modalità del suo utilizzo sia al bambino che all’adulto. Anche la scelta dei materiali rappresenta uno dei cardini della riflessione sulla qualità che ha ispirato l’organizzazione dei servizi: si predilige l’impiego di materiali naturali, oggetti di recupero, poco strutturati che lasciano spazio alla creatività dei bambini. Oggetti e materiali che, avendo a che fare con il reale, sollecitano l’imitazione di esperienze di vita familiare e of-


Il sindaco di Santa Croce sull’Arno Osvaldo Ciaponi, l’Assessore Paolo Giannoni, l’Assessore Rosa Dello Sbarba e l’Assessore Sabrina Guidi

frono opportunità di trame di gioco volte alla creatività. Tutto questo ispira l’attività, sia l’impostazione del Nido che quella degli spazi di Casa Maricò. Il nido è stato concepito e viene gestito sulla base del rapporto di continuità che si istituisce con le altre esperienze che il bambino compie al di fuori di esso, e dalle quali non si può prescindere: in questo senso la prospettiva ecologica dello sviluppo umano è quella che meglio sintetizza il tipo di approccio utilizzato che assume come riferimento l’importanza della relazione tra contesto familiare e contesto educativo. In questo, la figura dell’educatore si rivela una chiave importante di

accesso al servizio secondo le modalità previste per la mediazione tra bambino e ambiente, attraverso un atteggiamento osservativo e di disponibilità empatica, al fine di costruire una relazione significativa. Il diario è uno degli strumenti più importanti utilizzati all’interno del Nido e racconta, attraverso le immagini e le parole, il percorso che ogni bambino intraprende all’interno del servizio. Per sostenere i bambini nel loro percorso di crescita è importante infatti che l’esperienza educativa della famiglia entri in relazione con quella che si svolge fuori dal contesto familiare ed è compito degli adulti, genitori ed educatori, insieme e in continuità creare contesti


Creatività

I

Ex it brand new life: la nuova vita TEXT Giulia Cecchini l progetto travel-viaggio locale, realizzato nell’ambito dei programmi delle politiche giovanili con il patrocinio di Provincia di Pisa, Comune di Castelfranco di Sotto e Gruppo Aziendale Ecolevante, è partito a settembre 2007. Il 16 febbraio 2008 alle 16.30 ha inaugurato in anteprima l’esposizione Ex it brand new life - La vita nuova alla chiesa Ss. Jacopo e Filippo, a conclusione dei 5 mesi di progettualità. L’esposizione è terminata il 2 marzo contando più di 600 visitatori. La mostra è stata definita dai ragazzi stessi un evento di comunicazione intersistemica nel senso che tutte le discipline artistiche, set e costume design, design d’oggetti d’uso, fotografia, cinema, arte performativa si fruiscono insieme e la visione nella globalità ci dà il messaggio. La scelta di titolare la mostra Ex it brand new life nasce dal fatto che i ragazzi hanno voluto sottolineare l’importanza di dare una seconda chance agli oggetti, una seconda vita, che è brand new cioè nuova di zecca. Il messaggio contenuto è trasversale alle discipline e alle tematiche trattate: l’intento è quello di sensibilizzare il pubblico ed i giovani in

particolare, alla sostenibilità ambientale, al riciclo, alla creatività e alla cooperazione fra individui sul territorio. Secondo i ragazzi del gruppo questa è una miscela vincente per progredire ed innovare ponendo sempre attenzione alle tematiche trattate. Il collante è l’uso estetico del rifiuto e la creatività come strumento che modifica profondamente l’ambiente dandogli una nuova prospettiva, una seconda possibilità. Il lavoro è organizzato interamente da un gruppo di giovani provenienti dalla nostra comunità ed a cui si sono uniti tanti ragazzi provenienti da varie parti del Valdarno: Empoli, Pontedera, Santa Croce sull’Arno, Fucecchio, San Miniato. Le fasi di lavorazione sono tre: nella prima, detta di pre-produzione, i costume designer, Simone Pascucci e Paola Cecchini hanno realizzato abiti scultura e di scena reinterpretando materiali di scarto e destrutturazione dell’abito e stoffe. Mentre Alessandra Santini si è occupata della realizzazione del design d’oggetti d’uso e del set. Al termine di questa fase è stato realizzato un set fotografico di styling in locations caratteristiche del Valdarno: la Bretella del Cuoio, la cartiera abbandonata di Roffia e lo zuccherificio ottocentesco di Apertura al pubblico: Dal lunedì al venerdì 10.00/13.00 - 16.00/19.00 Sabato e Domenica 16.00/19.00 Mercoledì chiuso

Reality

Granaiolo. Il risultato, circa 3000 scatti catturati da Simone Manzi e Manuele Vestri, faranno parte dell’esposizione finale. La seconda fase che si è aperta il 9 novembre con un casting all’Orto di San Matteo per la realizzazione di un cortometraggio ambientato a Castelfranco di Sotto che racconta la storia di un gruppo di ragazzi le cui vicende si intrecciano sullo sfondo del nostro territorio. In questa Emanuele Farnesi e Giulia Cecchini si sono occupati della scrittura e direzione del cortometraggio. I ragazzi che hanno collaborato sono molti ed tanti altri si sono aggiunti nel percorso: attori, comparse, tecnici del suono, operatori e assistenti di produzione. Guido Cecchini, Elena Guidi, Eva Giannoni, Andrea Lippi, Andrea Pucci, Giulia Bachini, Sonia Falchi, Alessia Marchi, Filomena Lovisi, Erik Tonelli, Andrea Zega, Lorenzo Olivo, Sara Rosselli, Letizia Susini , Simone Nuti, Lorenzo Nacci, Eleonora Veltri, Gherardo Pascucci, Stefania Soldaini, Camilla Fioravanti sono alcuni dei ragazzi che già hanno collaborato.


Orologi

Il fascino delle trasparenze P

ensiamo quando, la fantasia, l’estro, si fondono con il rigore delle meccaniche e le strabilianti capacita’ manuali di abili maerstri orologiai. Da questa misciela di caratteristiche, nascono veri e propri capolavori quali gli squelette o “scheletrati”. Una vera e propria paternita’ a questa tipica lavorazione è difficile attribuirla, gia’ a meta’ del 600, si praticava quest’arte. Probabilmente applicata ai movimenti, da abili maestri che, realizzavano automi e modificavano tabacchiere “all’ora molto diffuse tra’i nobili’” con fini intarsi ed incisioni.

Una lavorazione nata già nel Seicento Per realizzare questo tipo di modifiche, generalmente si parte da un normale movimento e si devono conosciere approfonditamente, oltre le nozioni di orologeria, le caratteristiche dei vari metalli che si vanno a lavorare. Come detto, si parte da una base e si comincia con lo sbozzo, che consiste nel segnare prima e poi rimuovere, quelle parti di metallo sui ponti e le platine, considerati in eccesso per la visione dei meccanismi in movimento. Dopo questa fase, si praticano piccolo fori dove poter inserire la lama del seghetto a mano e si comincia a tagliare. Dopo l’eliminazione del metallo, si devono rifinire le parti, usando prima una fine lima, in seguito diversi tipi di carte abrasive, di differenti grane. Per le finiture grossolane, vengono anche utilizzati, dei motori con statore e manipolo, dove vengono fissati gli utensili. Questa metodologia, per velocizzare il lavoro, viene adottata per la lavorazione seriale. Dopo lo sbozzo e la rifinitura, si procede all’incisione. Nelle grandi maison, questa delicata operazione, viene realizzata da veri e propri maestri miniatori, che a mano libera, con il bulino, realizzano motivi floreali, o sciene varie di una delica-

TEXT Roberto Tarabella

tezza unica. Tanto che quando li si vede all’opera, sembra che i metalli su cui corre la punta affilatissima e delicata dell’ utensile, sia la tela, dove il pittore trasferiscie le proprie emozioni. In realta’ è tutto calcolato e realizzato con approfondito scrupolo e precisione micrometrica. Nella precedente fase è quindi necessario valutare, la giusta quantita’ di metallo da lasciare, sia per le incisioni, che per il normale funzionamento del movimento, in quanto questa modifica, non deve alterare le caratteristiche di base, in merito a precisione ed affidabilita’. Le ultime fasi di lavorazione, sono dedicate alla rifinitura che consiste nella lucidatura degli angoli vivi, che vengono profilati e stondati ad arte. In oltre, si procede, ad un approfondito controllo e lavaggio delle parti, per eliminare ogni minimo residuo di polvere creato durante le varie fasi di lavorazione e la prolungata manipolazione. In termini prettamente tecnici, questi movimenti, possono risultare, in qualche modo meno affidabili dal punto di vista cronometrico. In quanto realizzati generalmente con ponti e platine in oro, o per l’asportazione di parti considerevoli di metallo, che essendo realizzato in lega termocompensata, possono essere intaccati equilibri a livello molecolare, con ripercussioni sulla precisione. Ma vista

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la prevedibile “vita” di questi orologi. Queste sono puntualizzazioni, si realistiche ma da controllo di laboratorio e poco riscontrabili nel normale utilizzo di questi, che oltre il pregio e la funzione dell’orologio, acquistano, l’unicita’ e la preziosita’ di un vero ed unico gioiello fatto a mano. lorologiaio@tarabellaorologi.it

Reality


Solidarietà

Nuovi progetti in Israele I

TEXT&PHOTO Piero Benassai

l Consiglio di Amministrazione della San Miniato Foundation, l’ente di diritto israeliano, costituito dalla Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato, dalla Banca Cassa di Risparmio di San Miniato e dalla Regione Toscana, che si è riunito nei questi giorni a Gerusalemme, ha deliberato di finanziare 21 delle 350 domande (233 da Betlemme e 117 da Gerusalemme Est) ricevute in un mese in risposta al bando emesso lo scorso mese di ottobre.

La San Miniato Foundation finanzia con operazioni di microcredito 21 progetti a Gerusalemme e Betlemme Di queste 16 sono localizzate a Betlemme e 5 a Gerusalemme Est. Si tratta, tra gli altri, di progetti che riguardano il potenziamento o al riattivazione di laboratori artigiani, di una fabbrica di cioccolata, di studi medici e di attività commerciali legate al turismo, che nonostante la permanente tensione in Terra Santa ha ripreso vitalità. Ciascun progetto ammesso ha potuto beneficiare di un finanziamento massimo di 7 mila euro ed ogni beneficiario avrà 36 mesi di tempo per restituire, senza interessi, la somma ottenuta. La selezione delle domande è avvenuta tramite interviste dirette con i proponenti e l’analisi da parte di un Comitato Tecnico di Valutazione misto formato dal Presidente della Fondazione CRSM, Dottor Alessandro Bandini, dal Presidente della San Miniato Foundation, Massimo Bacchereti, dal Direttore Generale della Cassa di Risparmio di San Miniato S.p.a., Enrico Provvedi, dal Dr. Hazboun della Camera di Commercio di Betlemme, dal Dr. Danny Reality

Shanit del Centro Peres per la Pace, e dall’Avvocato Ehud Guht. Il bando inizialmente disponeva di un finanziamento di 70 mila euro che però è stato elevato a 100 mila euro per far fronte al consistente aumento delle domande, che testimonia che la San Miniato Foundation ha intercettato un bisogno reale, e la semplicità delle procedure per accedere al microcredito, l’aiuto avuto nella fase istruttoria, la velocità di risposta e l’assistenza continua di personale specializzato, l’hanno fatta conoscere ed apprezzare dalla gente. La San Miniato Foundation rappresenta un’iniziativa unica a livello europeo riservato ad attività economiche a Gerusalemme Est ed a Betlemme ed attraverso queste

azioni di microcredito, mira a limitare l’esodo di molte famiglie che, a causa della crescente disoccupazione e delle misure restrittive imposte dallo stato di occupazione dei Territori, sono tentate di emigrare per trovare all’estero migliori condizioni di vita. La recente missione a Gerusalemme dei vertici della Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato e della San Miniato Foundation è servita a fare un bilancio anche di come è stato gestito il primo bando di finanziamenti, emanato nel 2006.I risultati sono stati estremamente positivi dei 15 finanziamenti erogati ben 13 sono stati restituiti ed i mancato rimborso di due imprenditori è dovuto a comprovate difficoltà oggettive.


Adozione

Arrivano una mamma e un papà: un abbraccio che dura per sempre

L’

esigenza e l’urgenza di occuparsi dei bambini, di salvaguardare i diritti di tutti i bambini, è da sempre compito e dovere della società tutta. Oggi, decine di migliaia di bambini, nati e non tenuti, esiliano negli istituti e si trovano abbandonati un’altra volta: è incalcolabile come e quanti di essi siano inghiottiti ed offuscati negli istituti, tra mura impersonali dove una stanza sembra quella di venuti al mondo qualunque, destinati ad essere nessuno e di nessuno; rimbombanti strutture senza identità, che cambiano nome, a volte neppure censite o addirittura che si dissolvono nel nulla, non lasciando traccia di se, come a ripetere il comportamento dei genitori biologici. Ogni nuovo nato, anche abbandonato, ha diritto ad una famiglia. La coppia, marito e moglie, con l’arrivo dei figli si organizza su una nuova relazione che vede se stessa anche come coppia genitoriale, si diventa, quindi, anche un padre e una madre; così nuovi vincoli si creano e si sviluppano per andare a determinare la crescita di tutto il nucleo. Nella famiglia adottiva vi è in primis una non avvenuta genitorialità biologica, così la coppia passa alla scelta adottiva attraverso una privazione biologica e una “fantasia luttuosa” rispetto all’essere genitore. Tale senso di perdita, richiama altresì inevitabilmente la percezione insita nella storia del bambino che, per quanto da un punto di vista giuridico risulti figlio legittimo, conterrà nella sua eredità il senso di abbandono e di solitudine. È questo il contesto emotivo che definisce l’ambiente che accoglierà il bambino: uno spazio emozionabile scisso tra accoglienza ed abbandono, paure ed aspettative. L’essere adottato risente certamente della spaccatura, dell’annullamento che provoca l’essere abbandonati; d’altro canto, l’adozione può rappresentarne la cura, il processo vitale di cicatrizzazione della ferita. Si tratta di una ferita invisibile, un “ta-

EDIT Daiana Di Gianni (psicologa) & Patrizia Bonistalli

glio”, che c’è e permarrà, ma che non deve neppure essere negato perché è fondamento dell’identità dell’individuo, ed in più se “accolto” può assu-

morte. Per il genitore l’esperienza di madre e padre non ricade più a quel punto sull’aspetto funesto di perdita che la mancata genitorialità biologica

“Chi adotta un bambino non deve solo prendersene cura ma esagerare tutto ciò che riguarda la cura del bambino in modo che questi si sappia tenuto saldamente” (D. Winnicot) mere colore e significato di continuità e speranza. Vero è che l’essere stato talmente e a tutti i costi voluto assurge come meravigliosa intoccabile verità da svelare ad un bambino, incrollabile perno interiore a cui far riferimento per tutta la vita. L’adozione è per un bambino una sorta di seconda nascita, un incontro dopo la scomparsa, un fiorire di sentimenti dopo la sensazione di

aveva generato, perché il vissuto che prende forma dentro i genitori, il pensiero di madre e padre che si sviluppa nelle loro menti e quella sorta di aura magica che si forma attorno alla nuova triade, dona riposo a tutti i vissuti di privazione e non riuscita. L’amore che genera, è l’amore che non teme di donarsi; è grazie all’amore che si genera la nuova vita. Reality


Salute

a.skinshoes chi rispetta l’ambiente rispetta anche i tuoi piedi

L

a Dermatite Allergica da Contatto da scarpe non costituise più un problema. La soluzione ci viene proposta da Karuna grazie alla realizzazione di una calzatura innovativa: a.skinshoes, l’unica scarpa in pelle ecologica ed antiallergica che rispetta la tua pelle senza calpestare l’ambiente.

Karuna ha brevettato l’unica scarpa in pelle ecologica antiallergica: a.skinshoes Dopo anni di ricerca avanzata e progettazione, Karuna, società impegnata da sempre nello sviluppo di pratiche sostenibili, ha brevettato a.skinshoes, l’unica scarpa in pelle ecologica ed antiallergica studiata per risolvere la DAC da scarpe. La Dermatite Allergica da Contatto da scarpe è un problema fastidioso che compromette notevolmente la qualità di vita dei soggetti che ne sono affetti e può facilmente complicarsi con infezioni batteriche e micetiche, soprattutto nei pazienti diabetici. Oggi sono note le sostanze che causano la DAC. Esse appartengono a tre principali categorie merceologiche: concianti, collanti e prodotti per la rifinizione, in particolare coloranti.

Dopo circa tre anni di sperimentazione è stata individuata una nuova tecnologia innovativa per il trattamento del pellame e la costruzione della scarpa. La caratteristica principale di tale processo è quella di non impiegare alcun componente chimico segnalato come responsabile di DAC. Tale metodologia di concia è unica in termini di selezione ed impiego dei componenti; il processo adottato per la realizzazione del pellame a.skin avviene infatti all’interno di un’unità produttiva specializzata, con macchinari appositamente dedicati. Nella fase di concia, tintura e ingrasso vengono utilizzati prodotti di origine naturale che provengono dall’industria alimentare e cosmetica, non allergeni, e l’esclusione di tutti i metalli e di ogni altra sostanza dannosa per l’uomo e per l’ambiente. La superficie della tomaia viene trattata con cere naturali che le donano un aspetto semplice e naturale, lasciando trasparire le piccole imperfezioni che caratterizzano la vera pelle. I collanti utilizzati nel montaggio delle scarpe sono tutti a base d’acqua e i lacci e le giunture in cotone non

trattato. Queste particolari caratteristiche rendono a.skinshoes di una traspirabilità e di una morbidezza ineguagliabili. Al progetto di ricerca e sviluppo ha contribuito attivamente il Dipartimento di Scienze Dermatologiche dell’Università degli Studi di Firenze sia in fase di sperimentazione, che in fase di monitoraggio dell’efficacia anti-allergica del pellame. La preziosa collaborazione continua ancora oggi e prevede l’esecuzione costante di test d’uso con calzature a.skinshoes da parte di soggetti sensibilizzati (affetti e non da Dermatite Allergica da Contatto da scarpe). In fase di produzione, calzature di differenti lotti, sono prelevate a campione per l’effettuazione di test chimici effettuati in laboratori specifici certificati UNI EN ISO 9001 e UNI EN 14001. Questi controlli danno all’utente la certezza assoluta di un prodotto di inequivocabile affidabilità. a.skinshoes è la calzatura in pelle ecologica ed antiallergica che assicura una qualità e un’efficacia costantemente controllate, nel rispetto della salute dei piedi e della Reality


Interviste

Eva Cavalli: il bello dei piccoli N

TEXT&PHOTO Carla Cavicchini

on esiste solamente “Il bello delle donne”, ma anche la bellezza e spigliatezza de il “Bello dei piccoli” protagonisti indiscussi nell’ultima edizione di Pitti Bimbo. Agili e sciolti - e come non esserlo? - i nostri modelli nella bella fascia d’età che va dallo zero (o quasi) ai 15 anni, si sono divertiti da matti unendo fantasia e giocosità all’evento prestigioso che, puntualmente, si ripete ogni anno. E senza dubbio è stata un annata buona, poiché per loro le famiglie spendono non poco, puntando a linee e stoffe altamente versatili, per sbizzarrirsi in capi a seconda del momento, sempre in pieno comfort. Protagonisti come sempre i ‘piumot-

I bimbi debbono stare nel loro mondo il più a lungo possibile ti’, così teneri e morbidoni, per tenerli ben caldi, permettendogli però di giocare in estrema libertà. Si è visto pertanto un gioco altamente fiabesco, capace di portare sulle passerelle dei vari stand, ‘ballerine’ immacolate coi deliziosi ‘tutù, ma anche coroncine, ‘baschi’ siculi ben abbassati sugli occhi, sciarpette tutto fare, (anzi! da indossare per l’esattezza) da stringere non solamente al collo, ma da esser portate con naturalezza al punto vita e - perché no? - annodate alla testa per creare uno stile nuovo ed etnico. Bene quindi al “Made in Italy” che finalmente impazza, rendendo protagonista la nostra bella moda dopo anni di stracci “usa e getta”, incapaci però di allontanare il fashion italiano che ritrova il giusto spazio per adulti e piccoletti. Un ‘tratto’ capace di catturare altamente la nostra curiosità è stato quello dello stilista Roberto Cavalli, durante il piacevole passatempo “Music Lessons”, dotando appunto i bimbi, di Reality

tamburi, chitarre, sassofono e pianole, per un’orchestra di tutto riguardo. E questo sotto la guida della dolcissima moglie di Cavalli, signora Eva. La loro collezione autunno-inverno 2008-2009 ha proposto uno stile ben rivisitato del classico “college-inglese”, assai più pratico, ricco di stemmi, lasciando però i vecchi colori del panna, verde e bordeaux. Fiocchi e pizzi invece nel mondo pieno di nuvole per i piccini, ma anche gonnelline in jeans, e tan-

to chiffon con morbida seta e velluto dèvorè. Per le signorinelle il nero veniva ben sdrammatizzato dal fucsia, rosa e grigio, proponendo caldi tessuti di flanella e panno scozzese. Occhio altamente attento anche alle fodere, quale ‘anima’ del capo, e belle le felpe con maniche “a sbuffo”. E come non menzionare i mille angeli e micetti che si posavano sulle felpe, con le immancabili paillettes, giusto stile di Cavalli.


La compagna dello stilista fiorentino è una donna molto solare: dolcemente abbronzata, alta, sorridente, dotata di grande charme. Con un filo di trucco, anzi, ancor meno, si presenta con capelli castani morbidi, ingentiliti da lievi meches, e camicetta bianca semplice ed essenziale. L’ho già detto, ma credete, sorride molto. Come una vera e propria fata. E se la collezione è firmata anche ‘Devils’ con tanto di spadaccino al posto della ‘i’, lei è invece proprio angelica, col suo bellissimo volto botticelliano. Ed alla fine dell’intervista ringrazia e saluta. Cosa che non tutte fanno. Anzi! Signora, bambini e moda, com’è il rapporto? “I bimbi debbono stare nel loro mondo il più a lungo possibile. Con la moda devono giocare, questa non vuol essere certamente una forzatura. Lo stesso vale per i vestiti... questi abiti da cerimonia che lei vede, abbiamo cercato di tradurli alla vita odierna,grazie a tessuti nuovi, nuove proporzioni, mixando appunto ‘sweeter’ col rito.” E i piccoletti si divertono? “Io lo vorrei proprio! L’abito per loro deve essere sdrammatizzato, una cosa ironica, proprio per far conservare loro l’innocenza. Ma questo vale anche per noi donne? Lei che dice? Ed ecco che i suoi occhi si allungano a fessura; stavolta son loro a sorridere con grande garbo -. Lo stile ‘Cavalli’ punta molto sul maculato: questo per ogni fascia d’età? “Sì, guardi ci sono questi tocchi, chiaramente per i più piccini sono più delicati. Anche il piccolo bordino è meno aggressivo e più dolce”. Da buona austriaca, vede la diffe-

renza tra i nostri ‘bimbi’ e quelli del Nord d’Europa? “Sì... senza dubbio. Senz’altro quelli di ‘su’ sono più indipendenti ed autonomi. Quelli italiani subiscono l’ansietà delle mamme. Sono infatti troppo protettive, e questo per loro non è un bene, poiché faticano ad uscire dal guscio dalla famiglia”. E lei come vive qui, diciamo da fiorentina? “Esatto...ormai sono italiana! Qui c’è la mia famiglia, la mia vita, il mio lavoro! La Toscana è una terra bellissima, invidiatissima all’estero. L’amo tutta. Empoli? La conosco di passaggio, sono venuta varie volte nei vostri laboratori lavoriamo molto nell’empolese e dintorni, specie nel settore pellame – è di questi giorni di un’azienda di Limite contattata dalla maison Cavalli - n.d.a. -. Ci sono tante aziende e, grazie a loro, sono anche la nostra forza. Chiaramente operiamo anche molto nel capoluogo con l’artigianalità che aiuta a realizzare i nostri sogni, e mi creda, non è facile trovare questo ovunque”. Vi occupate anche del sociale? “Moltissimo. Le richieste piovono continuamente da tutto il mondo. Partecipiamo ad aste benefiche, serate a tema, eventi ad hoc, ed anche altro”. Da stilista dell’azienda ‘Cavalli’ nonché ‘deux ex-machina’ quali sono le proposte che la sua fervida fantasia suggerisce? “Guardi, ci sono mille progetti giornalmente, e noi lì a tavolino che pensiamo per poi operare. Si, mi occupo principalmente della parte stilistica ed anche di quella visiva. Siamo un buon pool di circa 700 persone che quotidianamente si trova all’Osmannoro, nella sede principale per continuare questo lavoro...” - che per lei, sono sicura, è semplicemente fiabesco -.


Società

Cento anni per non dimenticare I

TEXT Grazia Chairini & Fernanda Masetti Fedi

l 2007, Anno Europeo delle Pari Opportunità si è appena concluso ma gli obiettivi, dichiarati dal Parlamento Europeo e riconosciuti anche dall’Amministrazione Comunale di Santa Croce sull’Arno che ha aderito nel 2006 alla “Carta Europea dell’uguaglianza fra donne e uomini nella vita locale e regionale”, rimangono prioritari: sensibilizzare sul diritto alla parità ed alla non discrimi-

La Fidapa in collaborazione con la Commissione Pari Opportunità ricorda l’otto marzo nazione, stimolare il dibattito sulla partecipazione equilibrata di uomini e donne alla vita sociale, favorire e valorizzare la diversità come risorsa, nel rispetto delle altrui differenze, per promuovere una società più solidale. Ecco che l’otto Marzo 2008 diventa a maggior ragione una tappa importante di un percorso già iniziato, un giorno di riflessione sui temi dibattuti nell’anno precedente e non solo.

Luisa Cattaneo, interprete dello spettacolo “Prima dell’alba”

Reality

Opera di Linda Francalanci

Ricordare le origini della festa dell’8 Marzo vuol dire aver ben presenti i motivi che hanno portato le donne e gli uomini che le hanno sostenute a lottare negli anni contro lo sfruttamento, le discriminazioni, la violenza sessuale ed anche oggi a favore di una società più giusta, più equa. Nel 1908, a New York, le operaie dell’industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni, finché l’8 marzo il proprietario, Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Allo stabilimento venne appiccato il fuoco e le 129 operaie prigioniere all’interno morirono arse dalle fiamme. Successivamente questa data venne proposta come giornata di lotta internazionale per i diritti delle donne proprio in ricordo della tragedia. È trascorso un secolo da quel giorno e tante conquiste sono state fatte da parte delle donne ma il cammino è ancora lungo. Basta pensare che in Italia i risultati delle inchieste di governo hanno accertato che ogni due giorni una donna viene uccisa in casa e che due milioni 938mila nel 2006 hanno denunciato violenza sessuale o maltrat-

tamenti, mentre sette milioni e mezzo sono le donne che riconoscono di aver subito violenza sessuale, nel 69% dei casi autore della violenza è il marito o un amico. L’importante è che l’otto Marzo non sia solo un giorno di festa in cui si regalano o si ricevono mimose o si esce a cena fuori con le amiche ma serva da stimolo per continuare a lottare, donne e uomini insieme, tutti i giorni per migliorare la società in cui viviamo. Con questo invito il Comitato d’Ente e la Consulta delle Pari Opportunità del Comune di Santa Croce sull’Arno in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura, hanno organizzato varie iniziative: proiezione di film per le scuole nell’auditorium “Vallini” della Biblioteca Comunale sul tema “La donna italiana nel grande cinema italiano”dal tre all’otto Marzo; proiezione del film “Lars e una ragazza tutta sua” di Craig Gillespie al Supercinema Lami, il giorno quattro; presentazione del testo teatrale “ Prima dell’Alba” di Stefano Massini, il 7 marzo, al Teatro Verdi, seguito dall’intervista all’autore, in collaborazione con l’Associazione FIDAPA; partecipazione alla “Festa della donna” organizzata al Circolo Primavera, l’otto marzo, dal Coordinamento donne pensionate SPI-CGIL


S in collaborazione con le Associazioni multiculturali “Insieme per l’uguaglianza” e “Leoni e Azzurri”; incontro di “Voci di donne”, il 19 Marzo, sul tema “Cibo, emozioni e memoria” al Centro Maricò alle 15. Collaborazione, rispetto delle differenze, dar voce a chi non ne ha, questi sono aspetti molto importanti nella programmazione delle iniziative del Marzo 2008. Con questo spirito è stata accolta la proposta dell’Associazione FIDAPA, di rappresentare a teatro “Prima dell’Alba. Lettera al figlio” di Stefano Massini. La Fidapa, che ha lo scopo di promuovere e sostenere le iniziative delle donne che operano nei vari campi dell’attività economica, sociale e culturale, ha come tema sociale di questo biennio il rispetto: “della Persona e della sua dignità, della Donna, dei soggetti deboli, dei diversi, dell’Altro; il rispetto delle regole, dei ruoli, della natura, dell’opera dell’uomo, delle tradizioni...”. In questo contesto ben s’inserisce la scelta di un giovane drammaturgo che ha la capacità di “dar voce a quelle storie che non farebbero altrimenti notizia” come quella della protagonista,“una figura femminile isolata dal mondo, in un cono di luce ferreo, squadrato ben

delineato e tangibile. Fuori dal tempo e fuori da ogni dettaglio”. Prima dell’Alba è un monologo serrato, denso, direttamente ispirato al caso di Amina Lawal, il cui avvocato Hauwa Ibrahim fu commossa spettatrice del debutto fiorentino. In una anonima cella di una anonima “fabbrica di morte”, una altrettanto anonima condannata a morte attende di dare alla luce un figlio. La regola è ferrea: subito dopo il parto, qualcuno siglerà la sua morte a norma di Legge. E dentro questo assurdo illogico sta tutta la tragedia di un monologo che nasce come dialogo impossibile fra una madre destinata a morire ed un figlio destinato a vivere. “Come l’eco di una voce che ormai ha perso la memoria di se stessa”. Dialogo impossibile che si compie sullo sfondo di uno Stato carnefice che attende in silenzio, nell’ombra. Sospesa nell’atmosfera rarefatta di una notte che muore nel giorno, la condannata tenta l’impresa ostinata di una lettera che sfidi il futuro, un ritratto di vita in righe di inchiostro. L’autore stesso dice: “..il monologo è scritto in versi (di diversa forma e misura) con il preciso intento di raccontare lo schema del tempo, il suo rincorrere cadenzato di secondi e minuti. Volevo che il tempo risultasse un elemento onnipresente, ossessivo, marcato e

l’unico modo era ingabbiare il monologo in una griglia di accenti e misure fisse. Un reticolato di versi appunto. E come tale ve lo consegno”. “...questo testo in endecasillabi di Stefano Massini ha il profilo di una alta preghiera laica. La Condannata non ha nome, non si sa niente di lei, vive in funzione del suo canto. E proprio per questo il suo dramma diviene eterno, oltre la storia ed oltre il presente... (prof. Cesare Molinari, docente di Storia del Teatro e dello Spettacolo Università di Firenze). Le parole sono struggenti, coinvolgenti, lo spettatore non può non rimanerne coinvolto. Così è l’inizio: Immobile.Ferma. Le palpebre strette. Immobile.Ferma. Distesa in un letto. Immobile.Ferma. Respiro il silenzio. Immobile.Ferma. Presente a me stessa. Cerco una prova per dirmi che esisto

Due parole su Stefano Massini È nato nel 1975 a Firenze. Ha vinto all’unanimità il Premio Pier Vittorio Tondelli al Premio Riccione 2005 (la Giuria presieduta da Franco Quadri ha lodato la sua scrittura “limpida, tesa, di rara immediatezza espressiva, che riesce a darci anche visivamente il tormento con feroce immediatezza drammatica”). Una raccolta di quattro suoi testi sarà pubblicata nel 2006 da Ubulibri. Nella prossima stagione 2006/2007 debutteranno nei teatri italiani “L’odore assordante del bianco” (testo vincitore del Tondelli, che sarà diretto dall’autore e prodotto dal Teatro Metastasio di Prato/Stabile della Toscana) e “Processo a Dio”, allestito da LaContemporanea con regia di Sergio Fantoni e un cast in cui svetta Ottavia Piccolo. Fra gli altri suoi testi, si ricordano “Memorie del boia” (già presentato dal Teatro di Rifredi di Firenze con le scene di Lele Luzzati), “Muro di silenzio” (portato in scena con Anna Bonaiuto), “La gabbia-figlia di notaio” (accolto da grandi consensi di pubblico e critica) e “La fine di Shavuoth”, un intenso ritratto del giovane Franz Kafka. Alcuni testi sono già in corso di traduzione all’estero, dalla Svezia al Portogallo, dove sono stati accolti con fortissimo interesse.

Reality


Medicina

Un vaccino per prevenire TEXT Dott. Brunella Brotini e infezioni genitali prodotte dal papilloma virus umano (HPV) sono oggi la malattia sessualmente trasmessa più frequente tra le adolescenti e le giovani donne. Ci sono circa 200 tipi di papillomavirus: alcuni producono lesioni cutanee chiamate verruche volgari, altri risiedono nelle mucose, nell’ano e nell’apparato genitale maschile e femminile e talvolta danno origine a lesioni chiamate papillomi o condilomi: si presentano sugli organi genitali come piccole escrescenze di colore biancastro, pruriginose. Si rimuovono con un intervento chirurgico, o con il laser. Di tutti questi virus alcuni sono oncogeni, cioè sono la causa del tumore del collo dell’utero. Si stima che il 70% della popolazione si infetterà, prima o poi, con questi virus nel corso della vita, spesso nei primi anni successivi all’inizio dei rapporti sessuali. Fortunatamente per la donna il rischio di ammalarsi di tumore della cervice dell’utero, una volta entrata in contatto con il virus è molto basso, ma se l’infezione è persistente il rischio c’è e oggi è possibile prevenirlo grazie al nuovo vaccino già in commercio. Esso è indicato nella fascia di età dai 9 ai 26 anni, preferibilmente prima dell’inizio dei rapporti sessuali. La vaccinazione sarà gratuita per le dodicenni, ovvero le bambine nate nel 1997 e nel 1996 (per recupero). Per le altre fasce di età sono attualmente in discussione da parte delle ASL Toscana forme di offerta di vaccino in compartecipazione di spesa da parte del cittadino in modo da far risparmiare alla popolazione parte dei costi. (Il prezzo del vaccino si aggira sui 500 euro per ciclo completo di vaccinazione). I vaccini disponibili sono due, entrambi sicuri ed efficaci nel prevenire il tumore del collo dell’utero, ma solamente uno dei due è in grado di proteggere anche dai condilomi (o creste di gallo o verruche). (Dati gentilmente forniti dal Dr. Luigi Rossi, Presidente della Sezione Toscana della Società Italiana Igiene e Medicina Preventiva, Dirigente Medico ASL11 Empoli). Il ciclo di vaccinazioni consta di tre iniezioni intramuscolari da eseguirsi in 6 mesi. Si sottolinea che la trasmissione del virus avviene per contatto sessuale e che l’utilizzo del condom può ridurla ma non impedirla e che il numero elevato di partner, promiscuità sessuale, fumo di sigaretta, uso di contraccettivi orali, sono fattori di rischio. Prevenzione importantissima è invece il pap-test da eseguire ogni tre anni dal 25° al 65° anno di età, con il quale è possibile individuare le lesioni della mucosa del collo dell’utero. L’introduzione del vaccino segna un grande passo in avanti nella prevenzione, ma è necessario che il messaggio venga recepito dalle ragazze che sono esposte al contagio e dalle famiglie che devono farsi carico di responsabilità diretta nella protezione delle adolescenti. Reality


Tecnologia

Quando il cliente è una “firma” I

l cliente tradizionale della Conceria sta cambiando, non tanto per l’utilizzo finale della pelle, quanto per la natura del cliente; questo non è più solo chi produce il manufatto, ma anche e sempre più la “FIRMA”, che sviluppa l’idea, crea il campione e poi lo vende tramite la Sua rete di agenti.

L’ultima evoluzione è l’utilizzo del mondo web: pubblicare documenti ai quali i clienti possono accedere con una password La produzione viene demandata a terzi approvvigionandoli con il materiale che la stessa ordina o fa ordinare alla Conceria; se poi si considera che la ditta che produce ed effettivamente utilizza la pelle può essere fuori dall’Italia, spesso in Asia, aumentano le procedure informatiche da gestire, se spedizione e fatturazione fanno carico alla Conceria stessa. Tutto questo sta producendo un profondo cambiamento nel suo sistema informativo in quanto il rapporto con le “Firme” è molto più dinamico e la Conceria deve essere in grado di scambiare con loro ed in maniera automatica tutta una serie di informazioni che vanno dall’acquisizione dell’ordine, la sua produzione nella varie fasi, fino alla sua spedizione finale. Inoltre tutto il ciclo di lavorazione per chi produce per il settore moda è molto più frastagliato per la varia-

bilità degli articoli e dei colori e generalmente più complesso e qualitativamente superiore dovendo rispettare degli standard di qualità elevati in tempi di consegna sempre più ristretti. L’ultima evoluzione, per snellire il sistema di comunicazione fra Conceria e Cliente, a maggior ragione se questo è una “FIRMA”, è quello di utilizzare il mondo web; in pratica la Conceria per evitare un aumento del lavoro al personale interno usa il proprio sito internet per pubblicare tutta una serie di informazioni commerciali, quali fatture, stato degli

ordini, listini ecc. alle quali il Cliente accede con una propria password. Con lo stesso sistema il Cliente può immettere i propri ordini ricevendone conferma per e-mail una volta che sono stati processati dalla conceria. A tutte queste esigenze già risponde il software della SUED, Business Partner IBM, sviluppato in anni di collaborazione con le concerie del comprensorio Toscano e referenziato in più di cento installazioni, sia in ambiente iSeries/i5 IBM, che personal computer integrato con AD-HOC Revolution, software gestionale della Zucchetti.

0571.32132 - www.sued.it Reality


Economia

Il distretto deve uscire dal guscio TEXT Francesco Turchi

“U

no dei segreti del Distretto è il “patto sociale” che lo caratterizza. Qui non ci sono Paperoni che arrivano da fuori, fanno i loro interessi e se ne vanno. Qui gli imprenditori vivono a fianco degli operai e si cerca di creare benessere per tutti. Questo è un modello espor-

Secondo Graziano Turini la filiera deve crescere in tema di comunicazione tabile». L’ex sindaco di Castelfranco e attuale assessore provinciale alle attività produttive, Graziano Turini, conosce bene la realtà del Valdarno e indica agli addetti ai lavori la strada da seguire: «Siamo all’avanguardia nella depurazione, nel rispetto per l’ambiente e in tema di sicurezza i dati sono confortanti. Ma non dobbiamo restare un’isola solitaria: gli addetti ai lavori devono “esportare” questo modello, far sapere in giro per il mondo che qui c’è un Distretto con determinate caratteristiche, che produce bene, con passione, e limitando i danni all’ambiente, rispettando i diritti dei lavoratori, garantendone la sicurezza. Una sensibilità che a mio modo di vedere è in crescita costante, di pari passo con

l’ingresso nel mondo del lavoro, con ruoli di responsabilità, delle donne e della nuova generazione in generale, che è cresciuta convivendo con la questione ambientale, acquisendone maggiore consapevolezza». Secondo l’assessore provinciale, tutta la filiera deve crescere in tema di comunicazione: «Bisogna lavorare in modo da far sapere cos’è realmente il Valdarno, perché ancora oggi, troppo spesso, al di fuori dei confini provinciali, sento accostare automaticamente la nostra zona all’inquinamento dell’Arno». Secondo Turini, il Distretto deve uscire dal guscio: «Si deve cercare un collegamento con altri Distretti e cercare delle sinergie: penso per esempio al settore della nautica, che sta andando molto bene

e che potrebbe trainare anche la pelle; ma il mio pensiero va anche al settore della meccanica: un filo diretto potrebbe portare vantaggi notevoli alle nostre aziende». In quest’ottica deve però essere lasciato da parte il campanilismo: «La realizzazione della nuova sede di Poteco deve servire da esempio: grazie alla sinergia tra enti pubblici e imprenditori, avremo una struttura di riferimento per tutta l’area: tra questo progetto e quello della zona industriale di Santa Maria a Monte, arrivano sul territorio 6,5 milioni di euro di soldi pubblici: questo significa che gli enti pubblici sono disponibili a supportare i privati, in un quadro di sviluppo economico». I presupposti ci sono tutti: «Qui c’è la filiera intera della produzione. Bisogna prendere coscienza e capire l’importanza dei singoli segmenti: in quest’ottica si sono fatti dei passi importanti negli ultimi anni e la sede di Poteco ne è la testimonianza. Noi abbiamo dato la disponibilità ad utilizzare le nostre risorse per ricompattare la filiera, ma abbiamo anche trovato terreno fertile tra gli imprenditori, che stanno acquisendo la consapevolezza che per essere protagonisti dei mercati mondiali, bisogna abbattere certe barriere». Soprattutto in un momento come questo: «Al di là della situazione internazionale, dell’euro forte e di altri fattori, da sempre il Distretto è chiamato a fare i conti con alti e bassi. Il rilancio passa necessariamente dagli investimenti sulla qualità. Il settore conciario è solido e ha più volte dimostrato in passato di essere in grado di superare le crisi. Per quanto riguarda il calzaturiero, le aziende che sono rimaste hanno capito come devono lavorare: puntando sulla qualità. Il Distretto ha tutti i requisiti per imporsi, in maniera unitaria, sui mercati internazionali».

Reality


Industria

Convegno Mondiale “Case Passive” I

TEXT Rossella Giannotti

l Distretto Industriale di Santa Croce Sull’Arno ed in particolare l’esperienza di Assa e della nuova sede realizzata nel rispetto delle caratteristiche tecniche tipiche delle Case Passive, sarà protagonista al prossimo Convegno Mondiale in tema che si svolgerà a Norimberga nei giorni 11, 12 e 13 aprile 2008.

Parteciperà anche Assa il prossimo 11,12 e 13 aprile a Norimberga Come più volte detto, la realizzazione è stata seguita con particolare interesse dal Passiv Haus Institut; si tratta infatti, del primo edificio costruito in zona climatica completamente diversa dalle tradizionali dove il fattore umidità, soprattutto in estate, poteva mettere in evidenza o quanto meno condizionare i risultati dell’investimento. I fatti hanno dimostrato che non è così, questa tipologia di costruzione è in grado di dare risultati positivi indipendentemente dalle condizioni climatiche esterne garantendo un ricorso al fabbisogno energetico sia in estate sia in inverno nettamente inferiore ad un normale edificio costruito secondo le tradizionali tecniche applicate. Tutto questo sarà documentato a Norimberga e sarà data evidenza dei primi risultati del sistema monitoraggio installato nell’edificio che consente di registrare 24 ore su 24, temperatura interna e esterna, umidità interna ed esterna e soprattutto, quanto tempo l’edificio riesce a mantenere costante la temperatura grazie esclusivamente al funzionamento dell’impianto di ventilazione dotato di recuperatore ad alta efficienza che si attiva utilizzando l’energia prodotta dall’impianto fo-

tovoltaico di cui l’edificio è dotato. Il Convegno di Norimberga si ripete ormai da 12 anni e in quei giorni sono attesi circa 1000 partecipanti provenienti dall’Europa, Nord e Sud America, Russia e Asia; è un appuntamento importantissimo e ricco di spunti interessanti che oltre ad offrire l’opportunità di conoscere nuove esperienze ed approfondire le conoscenze tecniche proprie delle “Case Passive”, permette di poter visitare l’esposizione allestita in contemporanea dove sono presenti imprese edili, costruttori di finestre, porte, impianti d’areazione, isolanti e quant’altro in materia. Per Assa e per il Distretto di Santa Croce Sull’Arno, sarà un’ottima occasione per far conoscere anche in ambienti nuovi e certamente non

tradizionali, la particolarità del Distretto stesso e delle sue produzioni, la tradizione legata alla produzione conciaria e le nuove applicazioni che si stanno sviluppando per il cuoio nel settore dell’arredamento e rivestimenti d’interni, il tutto valorizzando l’attenzione all’ambiente ed allo Sviluppo Sostenibile radicata da anni nel nostro territorio. Corrette politiche energetiche non si improvvisano ma si programmano perché hanno bisogno di tempo per la loro stessa attivazione e per misurarne i risultati; a Norimberga da 12 anni si organizza un Convegno Mondiale nel quale l’attenzione è concentrata su un settore specifico, quello dell’edilizia e delle costruzioni questa è la dimostrazione che da tempi ancora più remoti Reality


R si è avviata una ricerca mirata sul problema energia nel suo complesso e sulle possibili soluzioni nei vari settori economici. Oggi, la competitività di ogni singola Azienda così come di un Distretto Industriale piuttosto che un Settore Economico è il risultato di un insieme di fattori all’interno dei quali la componente ricerca di base e innovazione occupano un posto di rilievo in tutti i campi e per tutti i settori; non spingere fortemente su questi aspetti e non attivare politiche di programmazione significa rischiare di compromettere lo sviluppo delle nostre Aziende con conseguenze gravi per la competitività delle stesse. Oggi in assenza totale di una corretta politica energetica, il costo che ognuno di noi deve e dovrà sostenere, è certamente più alto se confrontato con quanto sostenuto in qualsiasi altro Paese Europeo. Di innovazione, ricerca, sviluppo e salvaguardia delle tradizioni locali, si è parlato recentemente anche con gli studenti di un Istituto Tecnico Professionale giunto da Parigi

Reality

con l’obiettivo di conoscere “l’arte della concia delle pelli” le stesse da loro utilizzate per la produzione di borse ed oggettistica in pelle di vario genere. Nell’occasione, oltre a visitare la Sede di Assa, è stato spiegato loro come e perché è nata l’industria conciaria nel nostro territorio e come si è sviluppato in seguito il sistema Distretto conservando tutta la tradizione delle produzioni. Hanno conosciuto le nostre aziende dislocate, fase dopo fase, su tutto il processo produttivo fino ad arrivare al prodotto finito descrivendo loro, passo dopo passo, l’importanza e gli investimenti che il sistema Distretto ha realizzato per superare tutti gli elementi di criticità ambientale tipici dell’industria conciaria. L’Istituto Tecnico Parigino che abbiamo accolto, di fatto è una scuola di specializzazione per addetti al settore pelletteria. Dalle conversazioni che abbiamo avuto con il personale insegnante e con gli studenti, abbiamo appreso quanto di estremo interesse fosse per loro capire come si riesce a produrre il

pellame ovvero quella materia prima considerata da loro stessi la più nobile, utilizzata per la realizzazione dei loro manufatti. La formazione è un altro tema importante non soltanto per consentire la nascita di figure professionali in grado di cogliere tutte le opportunità utili al settore ma, anche per tornare ad attrarre interesse nei giovani che troppo spesso considerano la conceria e tutto quanto le gira attorno, come un ambiente privo di opportunità e di un futuro certo. Percorsi formativi all’interno dei quali attivare incontri tra mondo della scuola e mondo del lavoro e delle aziende possono permettere il superamento di pregiudizi che allo stato attuale condizionano negativamente il nostro settore rischiando di comprometterne l’immagine e la crescita. Assa ha partecipato alla stesura dei progetti formativi assieme alle altre Associazioni del territorio e contiamo possano essere attivati al più presto; iniziative di questo tipo sono tra le priorità individuate a livello Distretto.


Industria

La conceria e le donne D

ue mondi spesso convergenti, ma non sempre coincidenti. La conceria è maschia, quasi per definizione. La donna no, anche se sta facendo strada fra bottali e prodotti chimici, allargando i gomiti e raggiungendo posizioni senza dubbio migliori di quelle che spettavano alle rappresentanti del presunto sesso debole qualche anno

TEXT Andreas Quirici

Foto di Graziano Pagni tratta da “L’uomo e la concia”

La presenza delle donne è tangibile e apprezzabile ogni giorno di più fa. A spiegare bene cosa sia successo dal 2001 a oggi tra concerie e donne sono i dati proposti dallo studio di Claudio Gufoni. Una serie di riferimenti che prende spunto dalle buste paga dei dipendenti di 200 tra concerie e lavorazioni conto terzi nel 2001 e 160 imprese nel 2008. Primo dato: il numero delle donne è cresciuto praticamente in ogni dove all’interno delle aziende del Comprensorio del cuoio. Se nel 2001, su 200 aziende e 2762 lavoratori censiti erano 486 per una percentuale del 18%, nel 2008 le donne sono 476 tra dipendenti (437) e soci lavoratori (39), ma su una base di riferimento inferiore di 40 unità rispetto al precedente rilevamento. Altro dato e questo è una vera bomba, perché, nonostante il minor numero di imprese interessate dalla ricerca, nel 2008 le donne impiegate o che svolgono mansioni di tecnici impiegati sono 213, contro 185 uomini. Il 54% contro il 46%, mentre nel 2001 erano 198 donne e 216 uomini. Apprezzabile e assai significativo il numero relativo alle donne capireparto all’interno di concerie e lavorazioni conto terzi. Nel 2001 c’era una sola donna che comandava in un reparto. Oggi sono addirittura tre. Certo, in questo ambito la strada è ancora

lunga, ma senza dubbio l’aumento in una posizione di lavoro così delicata e da sempre occupata dagli uomini fa ben sperare anche per il futuro. E il dato delle signore o signorine qualificate come “operaie” nelle fabbriche è in calo: dal 13 al 12%. Anche questo un aspetto significativo di quanto stiano correndo verso posizioni sicuramente migliori e di più alto livello, oltre che di responsabilità. È un mondo che cambia e che fermenta ogni anno di più. Il Comprensorio del cuoio come tutto il resto del mondo, certo, anche se la strada è ancora lunga e a maggior ragione in un ambiente lavorativo che è sempre stato, storicamente, organizzato, gestito e vissuto dagli uomini. Le cose stanno cambiando, forse un po’ lentamente rispetto a quanto sarebbe necessario, ma nelle

concerie la presenza delle donne è tangibile e apprezzabile ogni giorno di più. Sempre più donne gestiscono l’export delle imprese. Sempre più donne contrattano direttamente con il cliente il prezzo di una pelle. Sempre più donne agiscono all’interno del comparto stile e fungono da vere e proprie ideatrici di contenuti moda. In quest’ultimo caso, verrebbe da dire che, non potrebbe essere altrimenti. Ma si tratta di un concetto non proprio scontato in un ambiente che ha venduto qualità sotto forma di pellame in tutto il mondo, ma che adesso cerca le donne per dare quel qualcosa in più che riesca a far mantenere una leadership internazionale riconosciuta un po’ da tutti, operatori di mercato e consumatori finali.

Reality


©CTE


Lavoro

opera nel settore di consulenza tecnica alle aziende Gli argomenti trattati sono molteplici: • • • • • • • •

inquinamento atmosferico, idrico, acustico e trattamento rifiuti sicurezza sul lavoro e prevenzione incendi corsi di formazione personalizzati certificazione ambientale ISO 14001 pratiche di inizio attività produttive progettazione acustica e termica dell’edificio progettazione di impianti di termo-condizionamento e elettrici risparmio energetico e produzione di energia da fonti pulite e rinnovabili

In tutti questi settori Delta Consulting mette a disposizione 10 tecnici qualificati e costantemente aggiornati; segue passo passo la propria clientela, garantendo una consulenza specializzata, affidabile e continua nel tempo.

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Il punto di vista Delta Consulting è nata con l’obiettivo di migliorare le condizioni di lavoro in ogni tipologia aziendale e di far crescere nei propri clienti la sensibilità verso la tutela ambientale. In questa ottica, all’interno di REALITY nelle prossime uscite, saranno trattati argomenti tecnici specifici riguardanti i temi sopra citati.

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Industria

Pelle in rosa

U

TEXT Francesco Turchi

serie di intere il via a una ar d ci r e p a e ma lin , imprenditri donne in pri ne e ragazze e n o Tr d . te i e d ri an i in ce al n n rm co ssio maniera dete onali e profe l mondo delle tribuendo in n le storie pers all’interno de co re sa , e io questi anni le ro sc o o o n tt cu l co tu lle e de re e far ne che se in e o ta p n viaggio zi n n o lla vi e cc n d ra co i o d d la o vorano più o mon Con nno l’obiettiv donne che la ma linea nel o il mondo. ri te tt p n tu in ta in o lle n e to viste che avra so d iu o e osc e ogni giorn merito è anch qualità ricon o dirigenti, ch e in Italy un marchio di ella moda, il d lla cu e m mad o imposte co a rendere il nsorio si son re p m la scrivania. co l e d mpio, a ne o dietro al concerie o zi u d ro p , per ese in ta , a ra u b it m b o a ll’ e no i che ha meno n torno. So r gli effett

non gge pe ale schiera conciario e l- valutare una le re o tt se base a qu l e in o n V n , fe i o o ll re n n e p e ia m i i p o Fiam rimo .Ep ittadin Emanuela a pensata par- di p i io; sui c te a h o e n l’ u h o e c C o tt , c lm e e ti ro a li li e u sp g o V tt Ore” ri sorzio ento p una mo solo. A n 4 e m o 2 , C a la l le l m e e a o u d S m a n a c a Il m “ ari ente Em ». o leggere «Sono una la stessa c pi è presid finirsi così ricoperto ), nel risc anali di cronaca rosa nze a a a pento ». Ama de h lz n ri a a e c ff to a im a e lt i h ss a c d a a nelle “sta p im sm la se n i tt a n in d fr o se ti d a n n a la ia U r e le p i. e r sc p im lp e e o o p ri io V i i zi rz a zion Fiammelli da decenn Cis (Conso Allora c’è sp e contesta donna che ne di commerciache nel aldo” dell ? n c i” a “ n o a o donna non d tt m o o , ri b nello a una io e è che una - dei espanso profess lia, p o te a m ig c n o a su m ’E c rt ll i fa la tto di a o i d p , re d e a Camera coniug rio per il fa iscarich erto. L’im conceria p d a C a ll « ro ll e p e d e i n g ic o le g d n a ta – peg vanta r tutti, ndac lista e l’im nella mia vi ci sono pe aspetti dei collegio si é zi si h a rc n sp e o a P li lt « in g i. st : so . tt a de ina erti tracon gli affe dedicarmi a due cose tto e mercio di Pis o dna. Un ssere femm onsapevolezza che c e su l e n è i tu d i c la cio. Io ho sidenza rima d – ho scelto ma ci vuole onquistati col sacrifi na... n . La pre he viene p o c ro ri d , lt a a a a p li n l’ l u ig a r c so m nno rata nti a tutto: esclu ale pe to: alla fa re conside pre fatto guardi va lavoro dava . o origin on ha mai p d il n n m e o o n se m lia u l L’ o ig e . n m » mossa n al lavoro «Io mi so messo la fa i non avere rimpianti hanno sem no sempre l’appoggio degli uomini e loro economia, in base ed ir n d o c o ss to Anzi: mi so o n p a e di solo e solt inazione, i sta in. Io parlo del lavoro ciò che m sua determ rofes- altrettanto a o L tt . » tu ri ia to il p m alu dei miei fa petenza e alle qualità riche alla quale v m ca o c re a a n ll a o zi a e it un o coll hanno fatt sionali, le a Al«Il futuro della pelle è...rosa». Emanuel dondelle è do mon «Il i: derighi non ha dubb per io spaz tanto c’è re setto to ne. E in ques i, iator conc di glia fami una in ciuta Cres noi». iden pres Emanuela è la moglie dell’attuale la, Ego a e Pont te del Consorzio conciatori di : «I Attilio Gronchi, della conceria Samanta ano avev – a nuel Ema miei fratelli – racconta o. una conceria, che non andava benissim cose le e o Attili e anch tà socie in Poi entrò to». col tempo sono andate per il verso gius .. iera. ucch Lei nel frattempo faceva la parr a e paes in zio «Proprio così. Avevo un nego noil po, Iaco o avut Ponte a Egola. Abbiamo è stro primo figlio, che oggi ha 32 anni; ma

Trent’anni in giro per il mo ndo a promuovere le sue aziende, con pa ssione e dedizione, fino a sacrificare, o comu nque a condizionare la propria vita privata. Donatella Starnotti ha iniziato a bazzicare la conceria di famiglia, la Vesta di Ponte a Egola , fin da ragazza. E ha ancora bene impressi nella mente quelle giornate trascorse in compagnia del suo babbo, in giro per la Ro magna a fare consegne con il furgone. Ma anche i viaggi estivi, con l’obiettivo di affinare la conoscenza delle lingue: «Nel ’78 non era così usuale che una ragazza partisse da sola, prendesse l’aereo e andasse all’estero. I miei genitori me lo permettevano. Non mi hann o mai ostacolato e

Reality

più dopo la nascita di Azzurra, quattro anni zio». tardi, che ho deciso di chiudere il nego a in Quando è iniziata la sua avventur conceria? don«Nel 1986. Allora c’erano pochissime dire devo Ma re. setto nel no ne che lavorava ionib disp e tto rispe to trova pre che ho sem al ente lità nei miei confronti. Anzi, specialm tempo, la presenza di una donna in azien i molt sotto e da si rivelò molto important no c’era pio esem un aspetti: tanto per fare i i rifinitori che mi chiedevano consigli. Ogg e donn tante sono ci : biate cam le cose sono ho che lavorano all’interno delle concerie. Io un buon rapporto con tutte loro».

questo mi è servito tanto: anche se, la prima volta che mi accompagn arono all’aeroporto, sembrava che partis si per la guerra... Ho iniziato coi paesi europei. E poi ho iniziato a girare il mondo». La pa ssione per le lingue straniere accompagna Donatella da una vita: «Frequentavo Lingu e e letterature straniere all’università. Poi eb bi dei problemi di salute, che mi tennero per diversi mesi lontana dall’università; persi il ritmo e decisi di abbandonare gli studi» . Ha dei rimorsi? «No. Avevo perso i con tatti con gli amici del mio corso e la laurea non avrebbe cambiato il corso della mia vita. Da sempre frequentavo

iIn vent’anni è diventata un punto di rifer da... azien mento all’interno dell’ an«Ho iniziato lavorando qualche ora, cerc dei enze esig le con ro lavo il e do di coniugar re, setto to ques in entri do quan Ma miei figli. i ssion è facile farti prendere la mano: ti appa me, a esso e ti fai coinvolgere, come è succ che ora seguo le collezioni». proQuanto è difficile lavorare al fianco del ? anni ti ques tutti prio marito per me «Conosco Attilio dal 1964. stiamo insie lavoil iamo divid Con . sera alla ina matt dalla y, a ro e la vita privata, così come gli hobb ne; itazio l’equ cominciare dalla passione per : fiere le per do mon andiamo in giro per il

la conceria e per me è sta to naturale lavorare nell’azienda di famiglia: ho sempre vissuto in quest’ambiente, ma no n è stata un’imposizione della famiglia. Iniz iai a lavorare e lasciai gli studi, anche se mi ma ncava pochissimo alla laurea. Ricordo che i miei familiari ci rimasero male e che han no sperato a lungo che completassi gli studi. Ma lo considero da tempo un capitolo chiuso ». Com’è stato il suo primo impatto con il settore conciario? «Il mio è stato un ins erimento graduale. Questo settore è sempre stato prevalentemente maschile. Ma io non ho incontrato grosse difficoltà per il fat to di essere donna.


I

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lp o V i l l e m uela Fiam

Eman

to il loro o compiu n n a h o p em E nel fratt ntrare in e . i .. d nomia, Le o li rs o so perc ato in eco lto da re re io sc u u g la i st o n n è o g n n o a si han ndo ppe onardo h re. Finché sciuti sente nceria e di Giuse ie re si c n o te io n a g o st S ra e . l’ a co oè carriera? e aziend a scuola e sempre parlare di e onard iata la sua Economia no andati nda. Anch ro genitori o e in h lo so zi 0 , i li a 7 ll’ 9 Com’è iniz to o io a 1 n ia l e o d e intorn canze; ento po era a ta ureata n m v vi m la ri e ra te le o i, con la g sf l n o a a e n so tr st h e a i l «M ciò c i scola ic godev oltà ch are de rs c rl o a fa iù a p p rc n a i e a n n p zo d u n , a ro fu “lo si fa” ei lo la alla . Tre commercio quando ci un uomo lino d’Ego abbiamo seguiti n che donne o io o e p h M m i c i a a d d a d a zz ta ri a ole end , li ti gli stud conce frequenta consapev : dell’azi . Termina rare nella te a Egola o la si n o vo rn o è g a la P h io c ’E i a g rc ti d i d e a o o p ia m p , le così auto Molin o do ustria tardi iniz conceria era giusto bile ind he giorn llora era a c a é sin ta n h e n e a c ti rc o , h c ri e c fa lia p , o se to ig i, tt ro ri m volt suoce dell’aspe si sono in e mio ma stione di fa rto coin ccuparmi nza che io di una que ’75 ho ape l se va e , . a N i» te tt . n a iniziai ad o n o e tr va im m io to tantiss l’ammino molto g ioni». e ho impara continuato a gestire se loro era simo press fi e d o in h : lia lo studio e a di famig dell’aziend sima che si lis a rm o n nistrazione a n o rs e una p nitiva sono a fondo». ta ento dei a n g e è imp nell’inserim to u v a a h Che ruolo onceria? c in ppe e Leli g fi i suo uno. Giuse ss e n te n e «Assolutam

Emanuela Alderighi ma tutto questo non ha mai rappresentato orto un problema per noi. Abbiamo un rapp bellissimo». E i suoi figli? ra «Iacopo segue il mercato estero della nost a, scelt ta ques fatto ha i azienda: finiti gli stud a: ccat azze ta rivela è si anni di che a distanza Sadella za ntan rese rapp in do gira il mon manta. Buona parte delle fiere le fa lui, men i alcun nto tre io e Attilio ci siamo tenuti solta rsa: dive a scelt eventi. Azzurra ha fatto una e vive a Milano ed è disegnatrice per Dolc laha poi oda, Polim il & Gabbana. Ha fatto alla vorato per Ferragamo, prima di passare re esse o sann e com di pio esem un D&G. è

La mia era una condizio ne particolare: andavo in giro e mi confron tavo coi clienti con il vantaggio di essere la figlia del padrone e quindi sono sempre sta ta vista da una prospettiva diversa. Comu nque, avendo sempre frequentato l’ambie nte, fin da ragazza, tutto è stato più naturale ». Quanto è difficile coniug are il lavoro e la vita privata? «Tanto. Si devono fare delle scelte e dare delle priorità. Ho alle spa lle un matrimonio finito e ora sono legata a un’altra persona. Ma sono consapevole che ho potuto fare certe scelte nel mondo del lavoro soltanto perché non ho figli: in quel caso sarebbe

dinamiche le donne». Ma in conceria c’è posto per le donne? quel «Assolutamente sì. Perché abbiamo to ques in ntale ame fond è dinamismo che eimpi altri in e io uffic in ite, vend lavoro: alle ro lavo tanto gira ci iario conc al no ghi. Intor iman le per le donne, che se si rimboccano è non che re, che possono dare tanto al setto , anta Sam alla noi e affatto maschilista: e anch ale entu perc lta un’a o avut abbiamo sempre dare di dipendenti donne. La pelle riesce a . ioni» isfaz grosse sodd alle Anche il nome dell’azienda è dedicato donne... ca«Lo ha scelto Attilio. In realtà non è dedi

il to a una persona in particolare: gli piaceva ». bene ato port ha ci che , anta nome Sam E il 2008 come è iniziato? al«È presto per dirlo. Questo è tradizion per e unqu mente un periodo calmo. Com ntarquanto ci riguarda non possiamo lame i, zion colle e nuov ca, ci, grazie a tanta ricer tante fiere».

Donatella Starnotti stato molto più difficile portare avanti entrambe le cose. E comu nque ci vuole tanta elasticità mentale». C’è posto per le donne in conceria? «Sicuramente sì. Io son o sempre stata dell’opinione che le cos e basta volerle veramente, impegnarsi a fondo e avere tanta volontà. Altrimenti diven ta dura per tutti: io ho sempre lavorato con passione, senza contare le ore e facendo de lle rinunce. Ho fatto delle scelte e ho individ uato le mie priorità, cercando poi di dare tut ta me stessa». Con l’obiettivo di tenere il passo coi cambiamenti del settore... «Sicuramente in questi trent’anni sono cam-

biate tante cose. Quand o ho iniziato la nostra attività era “un distrib uire” e oggi invece è “un vendere”. Sono cam biati i mercati e i rapporti con gli istituti di credito: e girare il mondo, almeno per qu anto riguarda le nostre aziende, è diventato fondamentale». Come giudica l’attu ale situazione del settore? «Sono momenti duri e in generale c’è da correre più che in passato. Pe r il resto, il periodo clou arriva ora: sono sta ta a Parigi, tra poco c’è Anteprima a Milano. Ma l’appuntamento principale, quello che ver amente può darci delle indicazioni importa nti, resta Lineapelle, Reality in programma ad aprile ».


Economia

Operazione Risparmia con Carismi TEXT Ufficio Marketing

obiettivo di CARISMI di porsi come interlocutore privilegiato in Toscana per tutte le famiglie e per coloro che hanno un’attività economica, non può mai prescindere dall’attore protagonista: il CLIENTE. La crescita della Banca si è basata per oltre 175 anni sulla testimonianza continua di clienti che ne hanno apprezzato lo stile e la serietà. Testimonianze che hanno permesso ad un numero sempre maggiore di persone di conoscere la qualità di Carismi e di avvalersi dei suoi servizi. “Abbiamo un patrimonio molto ricco formato dai nostri attuali clienti e desideriamo puntare gran parte delle nostre azioni di marketing sul rafforzamento della relazione e sulla ricerca di potenzialità inespresse e di nicchie di esigenza ancora non soddisfatte” sostiene il Direttore Generale Enrico Provvedi. La soddisfazione delle esigenze dei clienti è sempre stato obiettivo primario della Banca ed ora CARISMI vuole premiare, con un messaggio tangibile, tutti coloro che si fanno portavoce nei confronti di amici e conoscenti della buona relazione e della qualità dei servizi che sperimentano ogni giorno nei rapporti con la Banca, tanto da divenirne diretti promulgatori. Oggi al cliente che “presenta” un amico, un parente o semplicemente un conoscente, CARISMI offre uno sconto di 34,20 euro sulle spese del conto, mentre a chi si avvicina per la prima volta all’offerta CARISMI viene garantita la gratuità del canone del conto corrente per tutto il 2008.


E

I clienti affezionati di CARISMI hanno così la possibilità di mettere a frutto il rapporto di fiducia e di soddisfazione instaurato con la propria banca ed i nuovi clienti hanno l’opportunità di provarne una nuova senza alcun impegno economico e senza dover pensare a nessuna pratica burocratica. Spesso è proprio il timore di dover affrontare tutte le attività burocratiche che frena le persone a cambiare banca. Passare a CARISMI è in realtà molto semplice perché basta affidarsi al loro servizio ed il gioco è fatto. Pensano a tutto loro, anche alle attività necessarie per trasferire il conto e tutti i servizi dalla banca attuale del cliente. L’offerta, attiva fino a aprile 2008, si inserisce nell’ambito più ampio dell’operazione “RISPARMIA CON CARISMI” che prevede, oltre ai benefici per i nuovi clienti e per i loro “presentatori”, la possibilità di attivare il servizio CARISMI ON LINE senza alcun costo aggiuntivo, con il quale è possibile effettuare gran parte delle operazioni bancarie on line - via internet e via telefono - ed ottenere così ulteriori riduzioni delle spese. Nuovissimo il servizio di invio elettronico della documentazione contabile della banca, tra cui l’estratto conto e le ricevute delle singole operazioni effettuate, che permette un abbattimento totale delle spese postali con un risparmio mensile veramente significativo. Vuoi saperne di più? Consulta il sito internet www.carismi.it oppure rivolgiti al numero verde 800717171, il personale CARISMI sarà lieto di descriverti nel dettaglio tutte le modalità per beneficiare dei vantaggi dell’operazione “Risparmia con Carismi”.

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Reality

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Industria

Pelle al vegetale, cresce il fatturato 2007

È

una realtà d’eccellenza. Dal 1994, anno della fondazione, il Consorzio Vera Pelle Italiana Conciata al Vegetale, che ha sede a Ponte a Egola, lavora per promuovere e diffondere nel mondo la cultura e la tradizione della pelle conciata con tannini vegetali. Unisce ventisei concerie, produttrici di pellami di altissima qualità. Il Consorzio è presieduto da Andrea Ghizzani, affiancato dai vice Paolo Quagli e Massimo Boldrini. Secondo i dati forniti a un recente evento promozionale a Milano, il fatturato per l’anno 2007 si è attestato sui 163.500.000 euro, con un incremento del 1,02% rispetto

Il 18 marzo Natural Sensations sbarca a Seul al 2006. A causa dell’attuale situazione di mercato e dei problemi legati al cambio euro/dollaro, la quota export delle concerie è leggermente diminuita passando dal 51% nel 2006 al 49% nel 2007. Nell’ambito delle attività portate avanti dal Consorzio, si segnala una ricerca che ha sondato a livello nazionale l’orientamento dei consumatori sull’accessoristica della moda in pelle. L’indagine ha coinvolto oltre 1600 persone di tutte le età, sesso, identità sociali, professioni, residenti in ogni parte d’Italia. Alcuni dati sono particolarmente interessanti perché identificano “segnali deboli” di nuovi processi culturali nel comportamento d’acquisto. Ad esempio, qualità e marca non vengono automaticamente associati, anzi solo il 5% della popolazione sostiene che la notorietà della marca sia sufficiente come garanzia di qualità. La “italianità” del prodotto è un fattore d’acquisto per il 19% della popolazione (prima della marca e del fattore moda). La “moda” (a cui si dichiara più o meno attento non più della metà della popolazio-

Foto: Archivio Consorzio Vera Pelle Italiana conciata al vegetale

ne) dovrebbe esser più sinonimo di “comodità” e “utilità” che di “apparenza” e “visibilità” (ma a sentire i giovani è il contrario). Infine, si fa strada una élite valoriale che punta alla qualità della vita e, più che moda e lusso, mette al centro la natura (17%). La stessa pelle al vegetale, prodotto di nicchia, è conosciuta dal 9% della popolazione (1% solo pochi anni fa). Per promuovere la Vera Pelle Italiana Conciata al Vegetale, è stato creato nel 1997 l’omonimo marchio con obiettivi precisi: garantire l’origine italiana del prodotto; salvaguardare l’ambiente; certificare la naturalezza del pellame; garantire alti standard durante il processo di concia (Norma UNI 10885). Questo marchio, di proprietà del Consorzio, così come delle concerie che vi sono associate, può essere concesso da queste ultime, tramite un contratto di licenza d’uso, ai clienti che possono così contraddistinguere

gli articoli finiti con un cartellino di garanzia recante il marchio. I cartellini sono distribuiti dal Consorzio ai produttori che realizzano manufatti con pellame conciato al vegetale, fornito esclusivamente dalle concerie associate. La numerazione progressiva permette al Consorzio di effettuare controlli sui prodotti finiti e, nell’eventualità, di rintracciare sia la conceria fornitrice del pellame che il produttore del manufatto. I cartellini, circa nove milioni quelli distribuiti fino ad oggi, sono disponibili in più versioni: italiano/inglese, italiano/giapponese, inglese/francese, italiano/russo e italiano/tedesco. Martedì 18 marzo il Consorzio Vera Pelle Italiana Conciata al Vegetale sbarcherà per la prima volta a Seul in Corea del Sud con Natural Sensations, un evento esclusivo nato con l’obiettivo di diffondere a livello mondiale la conoscenza della tradizione italiana della concia al vegetale. Reality


Creatività

Labor e Melissa: dettagli di successo I

TEXT Patrizia Bonistalli

ntrecci decorativi, merletti pregiati, eleganti fregi, ... applicazioni ornamentali splendidamente realizzate in tutti i tipi di pelle: è solo una premessa sintetica alle singolari elaborazioni realizzate dall’azienda “Melissa”, discendente diretta di “Labor”, su commissione delle più importanti aziende italiane ed estere. Creata e

L’espressivo evolversi di un’attività familiare condotta da Carlo Calvetti e Giuseppe Pertici, “Labor” sorge in Ponte a Egola come guardolificio ed opera da circa quarant’anni nel settore del design e della creazione: in seguito alla nascita ed all’evolversi della giovane “Melissa”, le due realtà raggiungono la produzione ragguardevole di una varietà di accessori in pelle e cuoio, promuovendosi nei settori di calzatura, abbigliamento, arredamento ed oggettistica, e rivolgendosi ai più illustri nomi della moda. Questi soggetti da indossare si presentano in modo straordinario, ancor più perché riprodotti in qualsiasi tipo di pelle, conferendo forte caratterizzazione ad un capo o accessorio, ed essendo inoltre creati nella materia che contiene la nostra storia locale ed è oggetto dell’impegno quotidiano per la più ampia porzione d’imprese del luogo. Il gusto per una compiutezza classica s’intreccia ad una sensazionale creatività, dando vita a variegate forme e decori che rievocano l’eleganza trionfale dei pizzi, nonché l a ricer-

catezza delle applicazioni più accurate. All’affacciarsi di ogni nuova stagione, dal laboratorio Melissa sgorgano disegni autentici e singolari che raggiungono l’interpretazione più qualificata da cui fluisce la realizzazione più ineccepibile, altresì in collaborazione con stilisti che hanno frequentato le migliori scuole di moda di Firenze. Tale progetto impegnativo e vasto, nato e cresciuto in seno ad un nucleo fami-

liare, si è potuto svolgere contando sul contributo che ogni singolo membro ha prestato e continua ad apportare nel perseguimento di un obbiettivo comune. Figura d’intenso carattere, la signora Annamaria introduce fieramente la propria attività riferendo, in primis come donna e madre, di aver compiuto una scelta importante: non aver mai rinunciato ad un cammino lavorativo a pieno carico. Donna cordiale e tenace, è riuscita straordinariamente a trasmettere un modello di forza e volontà alle proprie figlie Melissa, Greta e Beatrice, tre personalità distinte e affascinanti, guidate ognuna dal proprio individuale talento. In tutto il comparto si effonde il loro spirito d’ini-


C ziativa stimolato durante gli studi artistici e sagomato sull’esperienza e sulla forza di mettersi in gioco; giovani e creative, hanno creduto fortemente in se stesse, ponendosi alla prova allorché le confezioni già affidatesi alla qualità di Labor iniziarono a richiedere tali e quali intrecciature e lavorazioni anche per l’abbigliamento. Si parte dunque dall’acquisire conoscenza dei probabili materiali e dalla stesura dei primi modelli, fronteggiando il pretenzioso e altalenante mercato; sull’onda di ciò “ Melissa” si sviluppa, perfezionandosi in una audace varietà di presentazioni e giungendo ad essere un riferimento per le più grandi firme della moda. Ciascun motivo ornamentale è studiato e prospettato con un approccio geniale, che sia esso un accostarsi armonizzato di piccole pietre in cuoio su un capo, oppure l’avvicendarsi armonico di soggetti floreali in pelle su un accessorio, o infine il risalto di un ornamento unico: la scelta è posta sul particolare come tratto distintivo di un insieme. I dettagli danno voce a qualcosa che rimarrebbe altrimenti indistinto. Nell’ampio atelier situato sul retro degli uffici, si procede con compostezza

e con l’attenzione ai migliori standard di qualità sotto tutti gli aspetti. Forme originali e differenziate vengono cucite sui capi grazie alla manualità sartoriale propria di chi ha reso il lavoro un’arte. Lo staff di laboratorio e progettazione partecipa sinergicamente incorporato nella lunga passione e

nell’ottima preparazione raggiunta da Labor e da Melissa, approdando a risultati eloquenti e richiami di stile fortemente riusciti, all’altezza di una domanda sempre più meticolosa e competitiva. Ad aggiungersi, il supporto dei nuovi e imponenti macchinari laser che, tramite un processo minuzioso di incisione e foratura attivato dai computer, rendono effetti sorprendenti su qualunque tipo di pelle e cuoio. Ogni elemento decorativo trasmette una palpabile finitezza, un’eloquente espressività, ancor prima di esser apprezzato sulla nostra borsa o giacca. Un particolare che sia indosso intenso e valorizzante diviene stile inconfondibile, frutto della osservazione e della definizione superiore. Il supporto e la consulenza forniti da Melissa nella ricerca del gusto più fresco ed azzeccato e dello stile più accattivante, costituiscono elemento cardine nell’attività di Labor; in tale prosieguo lavorativo generazionale il lavoro ha guadagnato nuovi sbocchi, merito anche di un nucleo intonato in cui nuove attitudini hanno trovato spazio e sostegno.

Photographia di Marco Bonucci

Studio Fotografico: Matrimoni Interni Foto per cataloghi Still life Via della Libertà 12 - Santa Croce sull’Arno - Pisa tel. 0571-367485 - cell. 335-7686739 mail:marco.bonucci@tin.it Reality


Tecnologia

Internet è business I

TEXT Silvia Pellegrini

nternet è una rete straordinaria per fare Business, se ancora per molte attività non lo è diventata, il motivo non è da attribuirsi al fatto che essa stessa è inefficace, ma piuttosto è il modo in cui viene utilizzata ad essere inefficiente.

Stai sfruttando questa grande risorsa in tutta la sua potenza? Attraverso questo straordinario mezzo di comunicazione che è internet, tutti i giorni, decine di migliaia di utenti, ricercano prodotti e servizi analoghi a quelli che può offrire anche la tua azienda. Se ancora la tua attività non sta raccogliendo questo grande flusso probabilmente il tuo sito non rispetta le caratteristiche di un sito addetto al Business e di conseguenza molte richieste potrebbero essere soddisfatte dalla tua concorrenza. Il tuo sito appare visibile e ben posizionato nei motori di ricerca? Il tuo sito ha una bella veste grafica che colpisce l’attenzione senza per questo essere lento nell’apparire stancando subito chi aspetta di visitarlo e magari passa oltre?

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5

Sensi

di Margot

Luci sul passato

sottili incandescenze scoppi fragorosi Nella notte

stridenti gocce

di un radioso domani


Foto Elle

Buona musica per un buon

2008

In questa pagina le immagini del concerto di Marco Masini e del concerto gospel organizzati dalla Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato per festeggiare insieme l’arrivo del nuovo anno. (Foto Riccardo Lombardi)


Buon anno dal Twiga In questa pagina le immagini della festa di fine anno presso il Twiga di Marina di Pietrasanta (Lucca). La rivista Reality come ospite gradito! (Foto Fischio)


La regina del carnevale d’Autore TEXT G ianluc

A

PHO

TO

on co B Mar

ucci

l carnevale santacrocese d’autore 2008 spiccava, fin dalla prima uscita, la maschera in pelle - bianca - della regina francese Maria Antonietta, soprannominata l’austriaca per le proprie origini, che poi morirà sulla ghigliottina al culmine della rivoluzione francese. Il costume era nel gruppo la Lupa, che al primo corso sfilò per terzo. Però Maria Antonietta era fin da sùbito entrata nell’immaginario degli spettatori e aveva incantato anche la giuria che deve assegnare i premi. E così il gruppo del presidente Vinicio Bruni e del costumista Alessandro Fagiolini ha vinto la targa per la mascheLa maschera in pelle ra in pelle, messa indossata da Roberta in palio dalla rivista Reality, e consegnaPrimieri ha vinto la targa ta dal direttore Marmessa in palio da Reality gherita Casazza. “Sono 7 anni che m’immaschero con la lupa, è la seconda volta che indosso la maschera in pelle – racconta Roberta Primieri Chelli, originaria di Santa Maria a Monte, che ora abita a Fucecchio -. L’altra volta abbiamo fatto i Puffi, ed era un abbigliamento in pelle molto semplice, il gatto. Questa è stata più impegnativa, come ruolo, e anche come portarla perché più pesante”. Il movimento, il sorriso, il candore affascinavano. “Fin dall’inizio – prosegue - ero soddisfatta di portarla, ed è importante che chi si maschera sia convinto, e a suo agio, nel costume che indossa. Quando si collabora alla realizzazione, si sente la maschera come più propria. “Ed è anche un piacere, aver contribuito a crearla dà una soddisfazione doppia. Con


R la pelle di Santa Croce, conosciuta dalle griffe nel mondo. Pensavo tuttavia che, come talvolta accade nelle competizioni, alla fine non andasse proprio così; anche se tutti lo dicevano che non dovevo temere confronti. E fino alla proclamazione, sono stata con il batticuore. Un’emozione fortissima, con il mio ringraziamento al gruppo la Lupa che continua a crescere”. Il carnevale è in rilancio, i veglioni sono stati partecipati, il giovedì grasso è riuscito nonostante il maltempo, e siamo andati in diretta, con entusiasmo, in televisione su Rai Uno alla prova del cuoco con Antonella Clerici”. Per vincere, la regina Maria Antonietta, alias Roberta Primieri Chelli, ha dovuto misurarsi con un agguerrita concorrenza di maschere in pelle, premiata a loro volta con una targa di questa rivista. Quella degli Spensierati, era stampata con riviste e giornali; per il gruppo di Stefano Zingoni e Maurizio Donati, all’interno della mascherata “Con stimoli e progetti il carnevale che non ti aspetti”. Al Nuovo Astro di Sandro Deidda e Gloria Dei, la maschera della lontana madre patria africana, in “Bomba libera tutti”. Invece la Nuova Luna di Luzio Gozzini e Deanna Dell’Unto aveva un “Carnevale... di fuoco”, e tra gli uccelli, il rapace con la maschera in pelle. Per la cronaca, ha vinto in assoluto il gruppo Nuovo Astro, che si è aggiudicato anche la maschera buffa con il gruppo gospel sul carro. Il premio maschera bella è andato a Michela Mannucci con “Frizzante” (del gruppo Gli Spensierati). Per Carnevale domani (categoria bambini) ha vinto Jacopo Pieri del gruppo Nuova Luna. il premio maschera ecologica lo ha vinto Ivetta Parentini del gruppo Nuova Luna. Questo gruppo ha primeggiato anche con i tagliandi del quotidiano Il Tirreno. Soddisfatto, al termine della rilanciata manifestazione carnevalesca, il neo presidente dottor Carlo Ricciardi. “Ci voleva un medico per curare il carnevale, un ortopedico per farlo marciare di nuovo”; scherzavano a fine manifestazione gli spettatori del carnevale santacrocese. Ricciardi a sua volta ha ringraziato i gruppi, la Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato e tutti coloro che hanno contribuito economicamente allo svolgimento degli eventi collaterali alle sfilate, “senza l’apporto dei quali – ha sottolineato – il cartellone 2008 non sarebbe riuscito così ricco, e quindi partecipato”. Per l’anno prossimo – il mandato è triennale – sono attese ulteriori, coinvolgenti, iniziative.

Reality


Magia di Pitti Uomo TEXT Carmelo De Luca

Pitti Uomo 2008, emblema del fashion, ha riconfermato il suo primato nel campo delle tendenze, della qualità, del lusso. Ciò è frutto di una predisposizione verso un mercato richiedente un prodotto unico e di qualità. Grazie a tali caratteristiche, la manifestazione fiorentina rappresenta la meta degli affari e della creatività: lo dimostra l’eleganza maschile proposta presso il Padiglione Centrale della Fortezza da Basso, cuore storico dell’esposizione. La kermesse altresì ha proposto Fashion District, sezione dedicata all’avanguardia dell’uomo di oggi; New Beat, spazio riservato ai giovani marchi che propongono le anteprime di progetti avveniristici; Rooms, emblema della versione sofisticata dell’haute couture contemporanea; Sportswear e Informale, pensati per progetti specifici di layout come Batrax e La Martina Polo Player Gear. Ma Pitti Uomo rappresenta una vetrina in cui glamour e mondanità camminano in simbiosi e gli eventi esclusivi e modaioli, ad esso legati, sono stati tantissimi. A tal riguardo il Discovery Fashion Project 2008 è stato Adam Kimmel che, presso l’Istituto d’Arte di Porta Romana, ha presentato Menswear Collection F/W 08-09. Australian Wool Innovation ha proposto, a Palazzo Corsini, i suoi abiti realizzati con le bellissime lane dai giovani designer del progetto The Apprentice Idea, presentati da sostenitori del calibro di Karl Lagerfeld, Donatella Versace, Francisco Costa per Calvin Klein, Paul Smith e Franca Sozzani. Presso la Stazione Leopolda Woolrich, storico marchio americano apprezzato dai giovani, ha curato una allegra sfilata alla quale hanno partecipato star italiane e internazionali. Toy Wach, nel corso di un delizioso petit lunch, ha presentato la nuovissima collezione di orologi in policarbonato caratterizzati dal lusso del particolare e dalla originalità del design che li rende moderni e portabili. Magnifica la se-

rata mondana presso lo storico Grand Hotel Savoy, emblema del lusso, del confort e della ospitalità tutta toscana, promossa dalla griffe Johnny Lambs sostenitore di una moda portabile, fresca, curata e status symbol di chi vuol sentirsi giovane. E, ancora, l’accattivante sfilata di Mason’s; il lunch di Pal Zileri all’Harry’s Bar; il raffinato cocktail Gallery of Genius di British Menswear Guild in collaborazione col magazine Esquire presso l’Educatorio del Fu-

ligno; il party-evento organizzato da Sweet Years presso lo storico cinema Gambrinus; la magnifica serata Yeti in Love organizzata presso la celebre boutique Luisa Via Roma per presentare la nuova collezione Post Card AI 08/09; il cocktail firmato Dochers negli storici ambienti del prestigioso Museo Nazionale Alinari della Fotografia, dove è stata presentata la bellissima mostra Star On Stage dedicata al top della cinematografia americana e, infi-


ne, il 43° L’Altro Uomo Party, che porta a Firenze i dj più trendy del momento. Una menzione speciale va all’evento Donna Simonetta Colonna di Cesarò, la prima donna della moda italiana. Palazzo Pitti le dedica una mostra che racconta l’istituzione di uno stile dalle linee innovative dell’abito, cambiando il gusto di aristocratici e celebrità ma anche stili di vita del mercato internazionale. Oltre cinquanta modelli documentano la creatività sartoriale di Simonetta, rappresentante di rilievo delle prestigiose stagioni della couture italiana. Il progetto è stato realizzato grazie alla sensibilità dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze e al contributo dell’omonima Provincia.

La grande manifestazione fiorentina meta degli affari e della creatività


In Versilia si ricorda il cinema TEXT Alessandro Giusti

Le due mostre cinematografiche “La Dolce Vita scandalo a Roma e Palma d’oro a Cannes” e “La Dolce vita sotto l’ombrellone”, tenutasi al Fortino di Forte dei Marmi, ha un sapore particolare, un certo retrogusto che sa di tradizione storica e di “amarcord”; guardando dal Fortino la vicina spiaggia sembra proprio di rivedere un disilluso Marcello salutare una ragazzina con un semplice ed eloquente gesto della mano, mentre alle sue spalle orde di ”viveurs” vociferano attorno ad un mostro marino. L’idea di questa mostra itinerante nasce dalla volontà del professor Francesco Alberini, presidente della Scuola Nazionale di Cinema a Roma, per onorare il decennale della morte di Federico Fellini. Presentata a Cannes nel 2003 la mostra si sposta prima a Torino, poi due volte a New York, Maiemi, Acapulco, Los Angeles, San Diego, Berlino, Madrid e ben tre volte a Roma; nella sua sosta Pisana la mostra fa da coronamento al concerto che il Premio Nobel Piovani dedica a Fellini. La mostra su Renato Salvatori getta invece un ampio sguardo sulla “dolce vita” della versilia. L’inaugurazione è avvenuta alla presenza di ospiti illustri quali il direttore dell’Archivio Luce e docente di Cinema alla LUMSA Claudio Siniscalchi, al docente di cinema presso l’Università di Pisa e collaboratore di Fellini Pier

Marco De Santi e degli autori del libro “Renato Salvatori il povero ma bello che volle farsi attore” Ludovico Gierut e Umberto Guidi. Viareggio, la ”perla della versilia” si appresta a celebrare due dei suoi più illustri cittadini con una cerimonia importante, un premio dedicato al più grande uomo di lettere viareggino, Mario Tobino, assegnato al grande decano del cinema italiano Mario Monicelli. Un rapporto, quello tra il cinema e la letteratura, che il regista riassume con parole molto semplici ma dense di significato: ”sono lusingato, non mi sarei mai aspettato di ricevere un premio legato alla letteratura. Avrei voluto studiarla in gioventù, ma poi ho scelto il cinema e devo dire che i fatti mi hanno dato ragione”. Monicelli è da due anni impegnato a dirigere il film “Le rose del deserto”, tratto dal romanzo “Il deserto della Libia” di Tobino e dal brano “il soldato Sanna” che è in “Guerre d’Albania” di Giancarlo Fusco. Ad officiare la premiazione erano presenti il Sindaco di Viareggio Marco Marcucci, il Presidente della Provincia di Lucca Stefano Baccelli, il Presidente del Premio Viareggio Rosanna Bettarini, il Presidente della Fondazione Tobino Andrea Tagliasacchi e la nuova segretaria letteraria del Premio Viareggio Gloria Manghetti.


Foto Alena Fialovรก

Foto Alena


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Centro Toscano Edizioni

Reality 47  

Reality è un magazine trimestrale che parla di te e del tuo territorio: la Toscana, terra ricca di arte e cultura! Vogliamo trasmettervi il...

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