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giovani

Castigo virtuale, punizione reale. Nuovi disagi adolescenziali

Febbraio 2011 - Anno VI - n.47

speciale panareo

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VOLONTARIATO ITALIANO: TRA IDENTITÀ E FUTURO S

ono molteplici i cambiamenti e le trasformazioni che la nostra società vive e sorprendente è la velocità con la quale essi si susseguono. Si assiste così all’affermarsi dell’individualismo e del narcisismo che generano omologazione, perdita di vincoli comunitari. Il volontariato in tutte le sue forme rappresenta una componente strutturale ed imprescindibile del panorama sociale dell’Italia e afferma i valori della solidarietà, del dono, della responsabilità. L’80% degli italiani ha fiducia nel volontariato: è quanto emerge dal XXIII Rapporto Eurispes presentato il 28 gennaio a Roma, nel quale c’è un lungo approfondimento sul tema del volontariato. Dossier pp. 8-11

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OLTRE IL RANDAGISMO

pesso agli onori della cronaca, i cani e i canili sono protagonisti di situazioni non sempre esemplari. I problemi legati al randagismo sono tanti e multiformi ed assumono caratteristiche diverse a seconda delle scelte di pubbliche amministrazioni e Asl. Secondo la Legge Regionale puglie-

se, ogni comune dovrebbe avere un canile sanitario, in cui i cani trovati per strada senza un Cip di riconoscimento, obbligatorio per legge ormai da tempo, dovrebbero restare sessanta giorni per consentire che siano ritrovati dai padroni o dotati di microchip e sterilizzati, se randagi. Continua a pag. 14

le parole che contano

“L’unico modo per realizzare i propri sogni è svegliarsi” Roberto Benigni

Il campo Rom di Lecce sotto i riflettori

FEMMINISMO, EVOLUZIONI DI UNA LOTTA

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emminismo liberale, socialista, femminismo anarchico, il movimento delle suffragette, il femminismo radicale fino al cyber femminismo. Evoluzioni di una lotta per un diritto proprio e naturale, confusa a volte nel tempo e che ha seguito in ogni paese un percorso differente con un unico nutrimento, la conoscenza, la cultura. Continua a pag. 12

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editoriale di Luigi Russo

VOLONTARIATO E 150° DELL’UNITÀ D’ITALIA

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bbiamo ancora nella memoria le parole e le immagini emozionanti di Roberto Benigni che faceva l’esegesi dell’Inno di Mameli nella terza serata del festival di Sanremo. Ha restituito un respiro straordinariamente ampio a quelle parole, andando a mettere in risalto i valori che sono alla base dell’Unità di un paese, l’Italia, che nel suo dna ha molto più di quanto riesce a dimostrare la maggior parte della sua attuale classe dirigente. A ben pensarci i valori dell’Inno sono molto simili ai valori, ai sogni, alle speranze dei volontari, che non mettono l’utilitarismo davanti alle loro azioni, ma il dono, la solidarietà, la speranza e l’impegno per costruire un mondo migliore. L’Italia, ha ricordato Benigni a noi italiani che la storia la dimentichiamo troppo facilmente o che l’abbiamo studiata molto male, è stata costruita e voluta da giovanissimi “volontari”, di destra e di sinistra, cattolici e atei, che hanno creduto, fino a dare la vita, contro ogni luogo comune e calcolo, al valore dell’unità del paese. Non hanno combattuto, pertanto, perché dovevano conquistare una poltrona o una carica politica, un vitalizio o un privilegio, ma perché volevano costruire un mondo migliore per loro, le loro famiglie, i loro figli. E ci sono riusciti, anche se i loro figli non comprendono appieno questo valore… L’unità d’Italia è antidoto all’impoverimento inevitabile delle secessioni, è un valore significativo in un tempo in cui si parla di “federalismo”, che non può che essere solidale: “Noi fummo da secoli/ calpesti, derisi,/ perché non siam popoli,/ perché siam divisi”. Forse per questo motivo a qualche politico leghista non piace la bandiera e l’Inno di Mameli. Ma sbagliano, per ignoranza e incapacità strategica. I volontari salentini e di tutta l’Italia il 17 marzo, “compleanno dell’Unità d’Italia”, faranno festa. Sicuramente, esporranno nelle loro sedi la splendida bandiera, segno di identità, e canteranno l’Inno Nazionale, inno di unità, solidarietà, sogno.


CSV INFORMA

SERVIZIO CIVILE NAZIONALE: SI PROGETTA! C

La Regione Puglia presenta le linee guida per la redazione dei progetti 2011

on la delibera n. 101 del 26 gennaio 2011, la Regione Puglia definisce i criteri per la redazione dei nuovi progetti di servizio civile che si realizzeranno a partire da settembre 2011. Tali criteri vanno a completare le indicazioni del “Prontuario contenente le caratteristiche e le modalità per la redazione e la presentazione dei progetti di servizio civile nazionale da realizzare in Italia e all’estero, nonché i criteri per la selezione e la valutazione degli stessi” approvato con il D.P.C.M del 4/01/2009. Ancora non sono stati resi noti i termini entro cui i progetti dovranno essere presentati, tuttavia, facendo riferimento al punto 4 della circolare del 17/06/2009, che prevede che le regioni possono adottare propri criteri aggiuntivi entro 60 giorni prima della scadenza annuale della presentazione dei progetti, è presumibile immaginare che tale scadenza debba situarsi a partire dal 1 aprile 2011. Poche le novità introdotte dai nuovi cri-

teri. In primo piano si pone l’ennesima riduzione del numero massimo di volontari richiedibili dal singolo ente, deliberata, si legge, a causa della prevista “significativa decurtazione dei finanziamenti”. Gli enti di IV classe, che costituiscono la maggioranza assoluta della po-

tazione dai risultati poco confortanti di 2 anni fa, l’attribuzione di punteggio premiale a quei progetti che introducano criteri di selezione tesi a favorire l’accesso al servizio a candidati con disabilità e/o bassa scolarizzazione. Sempre nell’ambito della premialità si

polazione dell’albo regionale, potranno disporre di un minimo di 2 e un massimo di 4 volontari. Viene inoltre ripresa, dopo la sperimen-

collocano infine percorsi di formazione, aggiuntivi alla formazione generale e specifica prevista per legge, che abbiano come tema il primo soccors La Regio-

IL VOLONTARIATO È FORMAZIONE

Nasce la rete europea VALUE che unisce università e volontariato, nel compito di riconoscerne il valore formativo ai fini dell’occupabilità

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are volontariato non significa soltanto aiutare gli altri. Molto spesso essere al servizio degli altri è uno strumento importante per aiutare se stessi. In una società sempre più complessa, qualsiasi azione, per essere espletata al meglio, ha bisogno di presupposti conoscitivi e competenze tecniche e relazionali. Per agire bisogna saper cosa e come farlo. Ecco allora che l’esperienza del volontariato, qualsiasi ne sia l’oggetto, presuppone a monte un’attività di acquisizione di conoscenze e competenze correlate. Praticamente, presuppone un percorso di formazione, molto spesso informale, ma pur sempre effettivo e reale capace di trasmettere al volontario, tutte quelle conoscenze effettivamente necessarie al corretto espletamento delle sue funzioni. Allo stesso dubbio però, è anche fuori discussione il fatto che quanto appreso, non avrà solo un suo specifico peso per l’azione volontaria, ma costituisce un bagaglio efficace e spendibile anche per gli altri contesti di vita in cui la persona è inserita. Partendo da queste premesse, nasce dunque la rete di

VALUE; un’iniziativa sostenuta dal settore Grundtvig del Programma di Apprendimento Permanente della Commissione Europea Un progetto, che riunisce 20 organizzazioni che rappresentano le università ed il volontariato di 13 paesi europei. Lo scopo generale della Rete VALUE è di facilitare e stimolare lo sviluppo della cooperazione tra le università ed il volontariato per riconoscere e formalizzare l’apprendimento complesso e spesso sofisticato apportato dal volontariato e rispondere alla gamma differenziata di obiettivi e bisogni personalizzati dei volontari che studiano. Fra le finalità più interessanti di questo percorso emerge l’attenzione alla redazione di linee guida europee finalizzate ad una certificazione univoca e riconosciuta, a livello europeo, delle competenze acquisite dalla persona e spendibili sul piano dell’occupabilità. I risultati emersi dalle varie iniziative della rete saranno presentati nella primavera del 2011, nel corso di una conferenza che si terrà ad Ankara, in Turchia. Luca Spagnolo

ne Puglia presenta le linee guida per la redazione dei progetti 2011 o, la comunicazione interpersonale e la lettura del territorio. In totale sono i 20 i punti aggiuntivi che possono essere assegnati dalla commissione valutatrice, tuttavia dal documento presentato dalla Regione non è possibile evincere il peso specifico di ognuna delle singole voci sopra citate. Al di fuori della valutazione di merito del progetto, ma egualmente importante per gli enti è la possibilità di co-realizzare fra enti diversi, la formazione generale nell’ambito di classi composte da 25 volontari. Tali collaborazioni dovranno però già essere preventivate in fase di redazione del progetto. Il settore Servizio Civile del CSV Salento è attivo per azioni di consulenza e supporto alle OdV, previo appuntamento e mail serviziocivile@csvsalento.it, tel. 0832/392640. Luca Spagnolo

I VOLONTARI? LA “NAZIONE” PIÙ POPOLOSA D’EUROPA

L’importanza della prestazione non retribuita per il sistema Europa. Sono oltre 100 milioni i volontari nell’Ue, che pesano per circa il 3% del Pil

Se i volontari europei costituissero una nazione a sé stante, sarebbe la più popolosa dell’Unione”: è con questa metafora che John MacDonald, capo della task force che lavora alla Commissione europea per l’Anno europeo del volontariato, vuole sottolineare l’importanza che la prestazione di tempo e d’opera non retribuita ha per il sistema Europa. Con oltre 100 milioni di volontari (praticamente un adulto su cinque), il volontariato arriva a pesare in certi Stati membri fino al 3% del Pil. Ma vi sono ancora molti ostacoli da superare per dare al settore gli strumenti per un maggiore sviluppo. Se ne è discusso ampiamente nel corso di una conferenza organizzata dal Comitato delle Regioni sul tema “Azioni delle autorità regionali e locali nell’Anno europeo del volontariato”. Mercedes Bresso, presidente del Comitato delle Regioni ed ex governatore del Piemonte, ha delineato nel suo discorso introduttivo le principali sfide che l’Europa deve affrontare per sfruttare appieno l’apporto sociale ed economico rappresentato

dai volontari. Innanzitutto ci sarebbe bisogno di introdurre uno statuto giuridico europeo per i volontari e le loro associazioni. Ciò fungerebbe da base per definire regole per permettere il finanziamento europeo per queste realtà e dare loro accesso agli appalti pubblici. “Bisogna poi superare gli ostacoli che bloccano lo sviluppo di un volontariato transfrontaliero più forte”, ha aggiunto Bresso. Un esempio: un disoccupato tedesco che volesse fare del volontariato all’estero per arricchire il proprio curriculum, perderebbe i sussidi di disoccupazione. Vi è poi la necessità di allargare alle fasce più basse della popolazione l’accesso al volontariato internazionale, generalmente dominato da giovani che hanno studiato. Infine, un punto chiave è rivedere e semplificare, all’orizzonte delle nuove prospettive finanziarie 2013-2019, i regolamenti finanziari per i fondi europei, per fare in modo che siano più accessibili alle realtà del volontariato. Antonio Carbone


ASSOCIAZIONI

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ON LINE IL NUOVO SITO DELL’ASSOCIAZIONE MARCO 6.31 L’associazione, nata nel 2000 per volontà di alcune famiglie che vivono quotidianamente la disabilità, lavora per il potenziamento dell’autonomia, dell’aggregazione e inclusione sociale

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’ on line il nuovo sito dell’associazione di volontariato “Marco 6.31”, completamente rinnovato dal punto di vista grafico e dell’impostazione. Nel nuovo sito, visitabile all’indirizzo www. marcoseitrentuno.it, è possibile leggere la storia dell’associazione, iscriversi alla newsletter, visualizzare una galleria di foto relative all’attività del gruppo. L’associazione, con sede a Surbo in Via Don F. Cosma 106, è presente sul territorio leccese dal 2000, ed è nata per volontà di alcune famiglie che si trovano a vivere quotidianamente la disabilità. Marco 6.31 ha lo scopo di garantire alle persone disabili il potenziamento delle proprie autonomie e la possibilità di trascorrere momenti di aggregazione e inclusione sociale. La finalità dell’associazione si esprime infatti attraverso i diversi servizi offerti: diurnato per circa 30 ragazzi disabili con la programmazione di attività la-

boratoriali (autonomia, motricità, teatro, giardinaggio, manualità, cognitivo, informatica, cineforum); trasporto delle persone disabili anche verso strutture specializzate ( “La nostra famiglia” di Ostuni e Brindisi”); trasporto degli anziani e trasporto scolastico (in convenzione con l’ente locale); servizi per il tempo libero (piscina, palestra e campi-estivi). Marco 6.31 realizza inoltre scatole porta-confetti caratterizzate

dal logo dell’associazione e dalla forma di casa legata al progetto “Vivere insieme”. Le scatole sono utilizzate come vere e proprie bomboniere per chi sceglie di fare una donazione all’associazione come opzione alternativa rispetto alla bomboniera tradizionale. Inoltre l’associazione ha partecipato come partner a diversi progetti con il Csv Salento, le Acli, l’Associazione “ArteMente” ( sul

tema del volontariato per il disagio psichico). Nell’ambito della progettazione sociale 2006 finanziata dal Centro servizi volontariato Salento, Marco 6.31 ha realizzato il progetto “Mi racconto diversamente”, che ha visto la realizzazione di diversi laboratori, di un corso di formazione specifico per i volontari e di un cortometraggio. Ogni anno l’associazione è protagonista di un evento (“Festa della persona disabile”) di promozione sociale sul territorio relativamente al tema della disabilità, attraverso convegni, momenti ludico-ricreativi e pubblicazioni. “Marco 6.31” si propone anche di realizzare una struttura per il “Dopo di Noi” ed è sostenuta in tale progetto dal tessuto socio-economico locale. La maggior parte delle entrate derivano da iniziative sul territorio di fund raising (festa associativa, donazioni di privati..) e dal tesseramento dei soci. Antonio Carbone

“L’ORTO DELLE DONNE” SBOCCIA IN PRIMAVERA

Un progetto di agricoltura biologica condivisa, per fronteggiare la crisi e ricostruire relazioni sociali

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deato e realizzato dall’associazione di volontariato “Donne del Sud”, con il patrocinio dell’Ufficio della Consigliera delle pari opportunità, Serenella Molendini, e in collaborazione con il CSVSalento, partirà in primavera il progetto “L’Orto delle Donne”. L’idea è quella di mettere gratuitamente a disposizione un pezzo di terreno e delle sementi, e di invitare donne di qualsiasi età, anche accompagnate da figli, nipoti, genitori, parenti e amici, a coltivarvi un orticello, sotto la guida di un agronomo, per poi, sempre gratuitamente, portare a casa i prodotti del proprio raccolto. Un progetto solidale anti-crisi per la realizzazione di

un orto biologico sociale, sia in campo che sui balconi. Nell’ambito dell’iniziativa si terranno infatti anche lezioni teoriche per poter avviare un piccolo orto anche sui balconi o sulle terrazze di casa. “In tempi di crisi economica e di depauperamento delle risorse ambientali- dichiara la presidentessa Tiziana Lezzi- l’orto rappresenta per noi donne l’esigenza di avere un contatto diretto con la terra, di conoscerne le potenzialità e di averne cura, consapevoli della stretta correlazione tra alimentazione e salute. Inoltre, il controllo della provenienza è un elemento necessario per garantire la freschezza e l’integrità delle verdure, così come

la sicurezza della non-contaminazione da sostanze chimiche e la qualità dei cibi che consumiamo: tutto questo sarà garantito da un tipo di coltura esclusivamente biologica”. Donne del Sud, nell’ambito della rassegna “Itinerario Rosa” promossa dal Comune di Lecce, il 24 marzo nella sala UTE del Castello Carlo V di Lecce, presenterà il convegno “Donne e Natura”, e darà il via al primo laboratorio gratuito, che si svolgerà dal 1° al 30 aprile, nei terreni dell’associazione, in via Sinisgalli a Lecce. Il primo obiettivo sarà quello di ‘formare’ le partecipanti al progetto, ovvero, insegnare loro le tecniche di coltura, della creazione del com-

post, di irrigazione e di raccolto, oltre a quelle culinarie, per la preparazione, ad esempio, di conserve alimentari, realizzate solo con ingredienti dei propri orti. “In questo caso-aggiunge Tiziana Lezzi-, il progetto servirà anche da ponte generazionale, che unirà l’esperienza di adulti appassionati di coltivazione, come, ad esempio, pensionati in grado di regalare all’orto il proprio tempo libero e l’esperienza acquisita negli anni, alla determinazione di noi donne di ridefinire il nostro ruolo sociale attraverso la riscoperta del legame con la nostra Madre”. Per informazioni: www.donnedelsud.tk Silvana Sarli

UN NUMERO VERDE PER NON ESSERE SOLI DI FRONTE ALLE DIFFICOLTÀ Lo offre l’associazione di volontariato “La Girandola”, che rivolge le proprie attività ad anziani soli, minori in condizioni di disagio, famiglie. Il disagio economico la prima emergenza

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a circa due mesi c’è un nuovo numero verde a disposizione dei cittadini, per aiutarli a non sentire più la solitudine. E’ il numero 800973234, offerto dall’associazione di volontariato “La Girandola”. L’associazione è attiva e impegnata sul territorio di Lecce in via Adda al n. 14 a partire dal 2009. Attraverso questo nuovo servizio “come Girandola intendiamo offrire un supporto telefonico sulle varie questioni rispetto a cui esercitiamo la nostra attività – sottolinea Monica Agrosì, presidente dell’associazione -, penso quindi

all’assistenza per aiutare gli anziani ad affrontare situazioni di solitudine, al sostegno per i minori che vivono quotidianamente condizioni di disagio sociale, al supporto informativo, psicologico e pratico per le donne che si trovano sole durante la gravidanza e nel post parto”. Il numero verde è attivo il mercoledì dalle ore 15.30 alle 18.30, il giovedì dalle 18 alle 19.30, il sabato dalle 9 alle 12. A disposizione gratuitamente, per rispondere al numero verde, sono operatori specializzati in settori specifici. I servizi che l’associazione

rivolge alla famiglia infatti sono di natura psicopedagogica con implicazioni sul fronte medico, sociale, legale, bisogna considerare quindi tutte le dinamiche insite all’interno dei nuclei familiari. “Riceviamo sette-otto chiamate al giorno, durante i giorni in cui il servizio è attivo, e in questo periodo si tratta soprattutto di richieste di aiuto dal punto di vista economico – spiega Agrosì -. In questi casi incontriamo direttamente le persone, per cercare di capire il tipo di disagio e indirizzarle ai nostri specialisti a seconda delle necessità. La nostra

intenzione è mettere in piedi un database con una lista delle richieste, in base alle esigenze e alle priorità, e su questi fondamenti cercare di offrire piccoli contributi utilizzando i fondi che come associazione riusciamo ad avere a disposizione. Ci servirebbe molto anche riuscire a rendere più noto il numero verde, in modo che chi ha bisogno sappia che è possibile usufruirne”. Per contatti con l’associazione si può scrivere all’indirizzo lagirandola2009@libero.it. Antonio Carbone


DISABILITÀ

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IL “NO!” DEL GOVERNO AL FONDO PER LA NON AUTOSUFFICIENZA Rigettati dal Governo nazionale gli emendamenti delle regioni per rifinanziare il Fondo per l’anno 2011, che la legge di stabilità di Tremonti, approvata a novembre scorso, ha azzerato. In Puglia dura la reazione dell’assessore Gentile

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e regioni italiane all’unanimità avevano approvato la proposta di due emendamenti per dotare il capitolo del Fondo nazionale per le non autosufficienze (Fna) di 400 milioni di euro per l’anno 2011 e di attingere per queste risorse al risparmio che il ministero dell’Economia contabilizzerà nel corso di quest’anno in ragione dell’innalzamento dell’età pensionabile delle donne. Ma entrambi sono stati rigettati dal governo nazionale. La notizia proviene dal tavolo di confronto tra governo e regioni sul decreto “milleproroghe”. “Ci era sembrata una proposta anche eticamente, oltre che politicamente, corretta – sostiene l’assessore regionale al Welfare della Puglia Elena Genti-

le - se pensiamo che la gran parte del lavoro di cura delle persone anziane e disabili non autosufficienti ricade sulle donne e che innalzare l’età pensionabile non è indifferente in una famiglia in un cui una donna lavora e c’è anche una persona non autosufficiente. Ma evidentemente questo piano discussione non è all’altezza del governo che l’Italia ha in questo momento: è un livello di discussione troppo elevato”. L’assessore Gentile ha stigmatizzato molto negativamente la notizia, perché spegne ogni speranza di poter confermare anche per quest’anno l’investimento necessario nei Comuni pugliesi per rafforzare le prestazioni di cura domiciliari e per concorrere al pagamento

delle rette per i centri diurni per disabili gravi, Alzheimer, ecc…, e per le residenze protette, ma anche per garantire i posti di lavoro degli operatori sociali e sociosanitari che in questo settore sono occupati. Eppure il ministro Sacconi prima di Natale aveva assicurato che il Fna 2011 sarebbe stato recuperato con i 400 milioni di euro di questo decreto. Ora il problema ritorna dove è sempre stato, nelle mani delle regioni e dei comuni che dovranno far fronte con risorse del tutto irrisorie a dare risposte minime, e quasi sempre inadeguate, alle famiglie e alle persone non autosufficienti, proprio in una fase di crisi, la cui morsa non accenna ad allentarsi. Né è pensa-

bile che il taglio del Fondo Nazionale Non Autosufficienza sia recuperabile con le risorse dei bilanci regionali, già falcidiati nei trasferimenti erariali a partire da quest’anno, in attesa di un federalismo che rischia di affamare ancor di più i territori e i ceti sociali più deboli del Paese. “Mi auguro, intanto – conclude la Gentile - che le parti sociali, le associazioni di categoria, gli enti locali e le imprese che operano in questo settore non restino in silenzio di fronte a questo scempio, sapendo riconoscerne i veri responsabili. Credo sia giunto il tempo di alzare la voce tutti insieme per pretendere il rispetto di diritti minimi e per la dignità delle persone”. Alice Mi

NUOVE PROCEDURE INPS CREANO DISAGI

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SONO QUELLE PER LA VERIFICA STRAORDINARIA DELL’INVALIDITÀ CIVILE. LO SOSTENGONO IL SINDACATO DELLE FAMIGLIE DEI DISABILI, SFIDA E LA FISH

uove procedure telematiche che, così ritenevano le persone disabili e i loro familiari, avrebbero dovuto alleggerire dalle incombenze di sottoporsi alle verifiche documentali per il riscontro dell’invalidità civile. E invece cosa accade? Piuttosto che snellire le procedure, si accumulano ritardi. Vediamo perchè. La causa sta nel non avvio della nuova procedura informatica e telematica. Annunciata nel 2009 come la panacea di tutti i mali, il software, nelle intenzioni dell’Inps, avrebbe dovuto garantire celerità nei procedimenti. “Dal primo gennaio 2010 l’intera gestione dei procedimenti di accertamento e riconoscimento delle invalidità civili è stata assunta dall’Inps. Con una Determinazione dell’ottobre 2009 – scrive la Fish denunciando la situazione di fatto - il Commissario straordinario dell’Istituto aveva annunciato e programmato l’avvio di una nuova procedura informatica e telematica che avrebbe garantito, oltre alla piena trasparenza degli atti, una maggiore celerità dei procedimenti a tutto vantaggio dei cittadini. Ad oltre un anno dall’avvio delle nuove procedure, vengono quotidianamente segnalati gravi ritardi e disagi per i cittadini. Si attendono ancora per mesi i certificati di invalidità, di handicap e di disabilità, essenziali non solo per ottenere eventuali provvidenze economiche, ma anche per accedere a prestazioni sanitarie e sociali e per iscriversi alle liste di collocamento”. Dalle note interne dell’Inps – continua la Federazione italiana per il superamento dell’handicap - si com-

prende che molte pratiche sono ancora cartacee e che gli arretrati si stanno accumulando giorno dopo giorno, confermando le preoccupate segnalazioni che quotidianamente giungono alla Fish e alle associazioni federate. Il tutto accade nell’indifferenza dei Ministeri che su questi aspetti dovrebbero vigilare. Una situazione di emergenza che non giova né alle

dato? O vi sono anche altre responsabilità esterne? In realtà le domande, data la scarsa trasparenza, sono molte e riguardano la gestione, i risultati, i costi economici e sociali, l’efficacia e i disagi di due gigantesche operazioni (le nuove procedure e i controlli straordinari) i cui contorni sono tutt’altro che chiari, ma che sembrano essere rilevanti, per ora, solo per la nostra

persone con disabilità, né a concretizzare l’effettivo contrasto alle false invalidità tanto enfatizzato in particolare dal Ministro Tremonti”. “Rimane l’interrogativo: l’Inps ha effettuato 300mila controlli sui falsi invalidi e ne deve svolgere altri 500mila entro la fine del prossimo anno. I ritardi nell’ordinaria amministrazione non deriveranno anche da questa missione che il Ministro Tremonti gli ha affi-

Federazione”. Una cosa è certa, però. “Per fare chiarezza e per smascherare eventuali mistificazioni, la Fish – conclude la nota - intende percorrere tutte le strade istituzionali per ottenere risposte formali e dati ufficiali da cui trarre conclusioni certe e su cui pretendere soluzioni di maggiore rispetto dei diritti civili”. A Lecce poi la questione è ancora più spinosa. Nei giorni scorsi, le persone

disabili si sono viste recapitare una nota dell’Inps che richiedeva la presentazione, in merito al piano straordinario delle verifiche sull’invalidità civile, la presentazione di tutta la documentazione medica accertante la patologia. Il tutto entro e non oltre 15 giorni dalla ricezione della nota. Tuttavia, la maggior parte delle persone, ha già consegnato da tempo (alcuni da decenni) la documentazione medica, nei preposti uffici ASL. Difatti, l’insistenza dell’Inps è proprio dovuta all’impossibilità di reperire tramite la Asl questa documentazione che pare essere svanita, con l’aggravante che la struttura sanitaria avrebbe l’obbligo della custodia. La questione non è affatto trascurabile: se infatti gli interessati non dovessero reperire e inviare la documentazione richiesta entro il termine stabilito, ci sarà la sospensione e la successiva revoca dei benefici economici. “Ed ecco come alle soglie del 2011 – sottolinea Vito Berti del sindacato Sfida di Lecce- dove i principi di correttezza e buona amministrazione dovrebbero evolversi, l’inefficienza della PA si ripercuote ingiustamente sul cittadino il quale oltre a subire la mancanza di dialogo e coordinamento della PA, è onerato di procurarsi della documentazione già in possesso della P.A., portarla da un ufficio all’altro della stessa P.A., con tutte le difficoltà a reperirla ed ad ottenerla, con il grave peso di vedersi revocato il beneficio economico qualora questa non venga prodotta nell’irrisorio termine di 15 giorni”. Alice Mi


STORIE DI DISABILITÀ

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A cura di Sara D’ARPE

INTEGRAZIONE SCOLASTICA: DOV’È?

Rimbalzo di competenze, tagli, scoperture. Per gli alunni disabili della nostra provincia l’esercizio del diritto allo studio è un’odissea di disagi, consumata tra rivendicazioni e intermediazioni di giudici e associazioni

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el periodo che intercorre tra l’assegnazione dell’organico e i primi di giorni di scuola, gli occhi di tutti sono puntati sull’integrazione scolastica degli alunni disabili, sulle scelte del Ministero, dei vari uffici scolastici, delle Asl e delle singole scuole. Molti i casi alla ribalta della cronaca, per assenza di insegnanti di sostegno e/o di assistenti ad personam, per Piani Educativi Individualizzati non coerenti con i bisogni dell’alunno o per classi troppo numerose. Arrivati alla fine del primo quadrimestre, sembra che questi problemi siano scomparsi o risolti. Ma in molti casi non è così, anzi ai problemi legati all’inizio dell’attività didattica, si sommano quelli emersi durante la prima tranche del periodo scolastico. Abbiamo scelto di raccontarvi due storie esemplificative di realtà molto diffuse, e spesso sottaciute, nella nostra provincia. I nomi utilizzati sono fittizi e rappresentano la situazione e le condizioni di tanti genitori e tanti alunni con disabilità.

A TREPUZZI, GENITORI DI RAGAZZO AUTISTICO CHIEDONO DEROGA TOTALE PER IL SOSTEGNO

Secondo il PEI il bambino ha bisogno di un adulto sempre vicino

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iovanni è un bambino di otto anni, che ha frequentato la scuola dell’infanzia seguito, a partire dal secondo anno, da un’insegnante di sostegno con dodici ore settimanali. Il primo anno di scuola il bambino non è stato presentato come “alunno in situazione di difficoltà”. Giunta l’età scolare, è stato iscritto alla scuola primaria ed è stato inserito in una classe di venti alunni. Quest’anno frequenta la seconda ed è seguito dall’insegnante di sostegno per sedici ore settimanali. Frequenta anche un centro riabilitativo per due giorni la settimana, per un totale di sei ore settimanali. I genitori si sono rivolti più volte all’“Ufficio X” dell’Ambito Territoriale della Provincia di Lecce (ex Provveditorato agli Studi) per chiedere l’aumento delle ore di sostegno per il proprio figlio. La risposta dell’allora responsabile dell’Integrazione Scolastica, Raffaele Cacchione, è stata sempre la stessa. Impossibile aumentare le ore di sostegno, fino ad arrivare alla deroga totale, a causa del contenimento della spesa pubblica. I genitori vorrebbero che Giovanni usufruisse del sostegno per tutte le ore scolastiche, ritenendo le sedici ore insufficienti a creare momenti di appren-

dimento rilevanti per la crescita della persona e della sua personalità. Secondo il suo PEI, Piano Educativo Individualizzato, “l’alunno presenta un’importante disturbo della comunicazione, iperattività e un ritardo in tutte le aree di sviluppo. Il linguaggio presenta gravi difficoltà ed è limitato a poche parole”. Il ragazzo è infatti affetto da “disturbo autistico grave con ritardo mentale di grado lieve” e nel suo PEI si pone l’accento su quelli che la scuola stessa definisce “comportamenti problema”: “ostilità e scarsa tolleranza ai cambiamenti con reazioni aggressive piuttosto forti e spesso pericolose per sé e per ciò che gli sta intorno. (…) In certi momenti è imprevedibile, preso da impulsi incontrollabili che si esprimono in instabilità, si alza all’improvviso, si avventa contro insegnanti e compagni, graffia, morde compromettendo tutto ciò che è il regolare svolgimento della lezione e incutendo un senso di paura nei compagni”. La situazione è quindi molto chiara agli insegnanti curriculari e all’insegnante di sostegno. Loro stesso ritengono che il bambino: “necessita, pertanto, della continua vicinanza dell’adulto che lo aiuti a controllarsi e attuare un inter-

vento personalizzato attraverso attività strutturate e l’uso di idonee strategie educative e sociali.” Sempre dal PEI risulta quanto arretrato sia il raggiungimento degli obiettivi nonostante gli stessi siano stati “rapportati alle sue reali potenzialità”, tenendo in particolare rilievo le aree affettivo-relazionali e della comunicazione. La famiglia si è rivolta anche al dirigente scolastico dell’istituto comprensivo che Giovanni frequenta, sperando in un suo intervento formale presso l’“Ufficio X”, in modo da ottenere la deroga totale per il sostegno. La scuola con sua nota del 22 dicembre 2010, fa presente come non ricada nelle competenze della scuola assegnare le ore di integrazione scolastica, cosa per altro vera, ma la nota non fa minimamente cenno se la scuola abbia o meno contattato l’ex Provveditorato per far presente le reali necessità di Giovanni. Alla fine i genitori hanno chiesto ad un’associazione di volontariato che si occupa di tutela di diritti delle persone con disabilità, di inoltrare formalmente la loro richiesta all’“Ufficio Scolastico X”. La famiglia è ora in attesa di una risposta, sperando nel buon senso e in un’attenta lettura del PEI dove è evidenziata con cura le reale situazione di Giovanni e le sue necessità educative e didattiche.

GALATONE, L’ASSISTENTE AD PERSONAM NON È DISPONIBILE S

La ragazza non parteciperà alle visite guidate insieme ai suoi compagni di classe

erena è una bimba di otto anni, affetta da “handicap mentale grave e non è autosufficiente”. La sua insegnante di sostegno è spesso assente per malattia e non viene sostituita. Secondo la Corte Costituzionale (sentenza n. 80 del 22 febbraio 2010) le scuole devono “immediatamente provvedere alla sostituzione del personale docente, anche per assenze di un solo giorno”, mentre nell’istituito frequentato da Serena le cose non stanno esattamente così. Le richieste di Miriam, mamma di Serena, sono davvero semplici e tutelate dalla legge. La scuola è l’unica che deve intervenire per la sostituzione dell’insegnante di sostegno quando è assente, anche contro la “continuità”. È infatti più importante che Serena abbia una qualsivoglia insegnante che segua il suo andamento scolastico, invece di rimanere da sola in classe senza alcun aiuto didattico. Secondo la mamma di Se-

rena i contenuti appresi da sua figlia sono ancora molto limitati: la mamma avrebbe addirittura constatato un lieve regresso. Ma i problemi principali sono con l’assistente ad personam: all’inizio dell’anno scolastico era sempre presente a scuola, ma dopo le vacanze natalizie la mamma di Serena, è stata informata che l’operatore è stato trasferito in altre sedi. Sembra incredibile che una bimba con gravi deficit e ben poca autonomia sia privata di una figura così importante. Serena infatti non è autosufficiente e giorni fa sua madre è stata chiamata dall’insegnante di sostegno per cambiarla, dato che la bimba era “bagnata” già da diverse ore. Le questioni legate alla presenza o assenza dell’assistente ad personam non influiscono solo sull’andamento scolastico di Serena: l’assenza di un operatore dedicato impedisce infatti alla bambina di partecipare alle vi-

site guidate che si terranno durante l’anno scolastico. Le insegnanti curricolari hanno già fatto cenno alla

famiglia che non solo affronta il disagio quotidiano della disabilità della figlia, ma la vede provarsi di un

diritto fondamentale, quello di avere pari dignità e pari opportunità. Eppure a tutte le istituzioni scolastiche, anche secondo la nota di chiarimento del ministero dell’istruzione del 30 novembre 2001, compete “la responsabilità di predisporre le condizioni affinché tutti gli alunni, durante la loro esperienza di vita scolastica, dispongano di servizi qualitativamente idonei a soddisfare le proprie esigenze”. Sempre nella stessa nota si legge che la scuola, “mediante i propri organi di gestione, deve adoperarsi attraverso tutti gli strumenti previsti dalla legge e dalla contrattazione, compresa la formazione specifica degli operatori scolastici per conseguire l’obiettivo della piena integrazione degli alunni disabili”. Così, nei rimbalzi di responsabilità tra scuola, Asl e Comuni, chi paga le conseguenze sono spesso le persone disabili e le loro famiglie.


SPECIALE GIOVANI

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A cura di Laura MANGIALARDO

CASTIGO VIRTUALE, PUNIZIONE REALE A

Episodi di violenza contro se stessi e contro gli altri. Storie di ordinaria follia inspiegabili se non inserite in un contesto più complesso

ccade di rado di rimbalzare sulla cronaca ma nella realtà quotidiana accade, e quando la questione diventa di dominio pubblico, risuona più forte perché intorno c’è il silenzio. Un giovane salentino, sedici anni compiuti, ha tentato il suicidio, o forse semplicemente ha voluto punire un padre che per una volta è stato più duro del solito impedendogli di giocare alla playstation. Si parla di nuove dipendenze, quella da internet, da shopping, da videogames, da sesso, da telefonino. Il protagonista di questa vicenda ne è vittima a tal punto da trascorrere notti intere

a giocare senza più avere la forza di andare a scuola, senza avere la capacità di vivere la normalità della sua età: studio, scuola, compagni, giochi tra ragazzi. Per questa ragione, per una volta, il padre, un professionista con la passione per le armi, ha imposto il suo potere paterno e per punizione ha deciso di sequestrargli la consolle. Un tempo la punizione era a letto senza cena. Tempi moderni, e moderne reazioni, anomali secondo gli studi, ma dettate da un modus vivendi talmente esagerato da rendere normale ogni eccesso.

AMORE D’ACCIAIO Tracce di una conversazione con Carlo Formenti, giornalista e docente di Teorie e tecniche dei nuovi media presso l’Università del Salento

S

ono abbastanza scettico sull’uso del termine dipendenza rispetto all’abuso che si fa di strumenti come la playstation, non tanto perché non esista il problema ma in quanto si rischia di assimilare determinate pratiche, comportamenti e disagi legati alle tecnologie di comunicazione con le vere dipendenze che possono essere le tossicodipendenze. In generale, ho una avversione nei confronti di letture semplificatrici riguardo a questi problemi. Lavorando al mio ultimo libro, ho avuto modo di leggere lo studio “Alone Together” di Sherry Turkle. Si tratta di un clamoroso manifesto di pentimento dell’antropologa da sempre classificata fra gli entusiasti nei confronti delle nuove tecnologie. La Turkle ha sempre sostenuto, infatti, che l’uso di queste ultime fosse di sperimentazione d’identità, uno stato moratorium attraverso cui i giovani adulti provano a capire meglio se stessi. In questo studio, invece, c’è una svolta a 360 gradi in cui l’antropologa ammette di aver sottovalutato una serie di problemi gravi. Il libro si occupa anche di pratica clinica e di come giovanissimi social-robot come i tamagotchi determinino una progressiva perdita di capacità di discriminare fra vivente e non vivente. A mano a mano che le forme di vita artificiale come i robot diventano in grado di assimilare anche emotività, capacità relazionali e “logiche” – e nelle ultime tecnologie anche emozioni e sentimenti come

nel caso di robot con interfaccia e modalità di relazione quasi umane – noi perdiamo la capacità di discriminare la realtà stessa. Iniziamo a considerare noi stessi come macchine, per cui la perdita del confine va nella direzione dell’assimilazione del corpo umano alla macchina e viceversa. In una società frammentata, senza grosse macro-identità – condizione facilitata anche da relazioni mediate dalla rete – c’è una progressiva perdita di sicurezza nella relazione con l’altro fino all’ansia. Rispetto alla relazione reale, con la sua ingombrante presenza fisica, fatta di odori e sapori ma anche di elementi di rischio, si preferisce comunicare con sms: persino la voce può diventare un problema rispetto alla possibilità di un rapporto più indiretto in cui si è un grado di gestire l’immagine che si vuole dare di sé all’altro. Si tratta di rischi con cui in passato eravamo costretti a convivere, come quello di perdere stima dell’altro o addirittura la propria autostima. Situazioni minacciose che portano a preferire il rapporto con la macchina, la quale si può identificare sia con lo strumento in sé che con un mondo in cui immergersi, come in “Second Life”. La questione, quindi, va dai videogames alla rete. Più che di dipendenza parlerei del divenire sempre più fragile dell’identità della net-generation che fa fatica a vivere e che da questo punto di vista è più dipendente dalla tecnologia.

E così è stato: la reazione del ragazzino è stata quella di punire ancor di più il padre sparandosi un colpo di pistola nello stomaco. Le sue condizioni, al momento in cui riportiamo questa riflessione, sono stazionarie. Tuttavia, per quanto si tratti di un caso eccezionale, desta preoccupazioni poiché rientra in un vero e proprio fenomeno. Secondo l’Istat, l’uso del cellulare nella fascia tra gli 11 e i 13 anni è passato dal 35,2% del 2000 all’83,7% del 2008. Nel 2010, sempre secondo l’istituto di statistica, nelle case del 21,5% delle famiglie (20,1 nel 2009)

c’è una consolle per videogiochi. I giovani maschi tra i 16 e i 24 anni trascorrono in media un’ora e 18 minuti al giorno alla playstation e molto di quel tempo è rubato allo studio e alla socializzazione. Casi da curare evidentemente, non solo nel corpo, che già in molti casi soffre vista la possibilità di entrare in un totale stato di trance da gioco, ma soprattutto nella psiche. In Val D’Aosta è già nata la prima clinica specializzata nella cura di fragilità adolescenziali che si trasformano nel tempo in dipendenze e patologie psichiatriche.

“USCIRE DALL’AUTISMO SOCIALE”

T

Intervento dell’educatore Luca Spagnolo

onino Cantelmi, psichiatra, afferma che “I ragazzi sono immersi in una realtà virtuale che desensibilizza nei confronti dell’aggressività. Non si ha più la percezione della gravità delle proprie azioni”. Il commento è a chiosa di un evento del 24 gennaio 2010, similare al fatto odierno. Basta, inoltre, una ricerca su Google con parole chiave adolescenza, violenza e videogames, per avere una triste varietà di cronaca a tema. L’equazione sembra dunque fatta. La società ha un nuovo mostro da blandire perché non esiga

dazi troppo alti. L’evento, in se stesso, è il campanello d’allarme, non il problema, ma le famiglie non sembrano esser in grado di percepirne i segnali. Si esigono alchimie educative sempre nuove, ma il dato è complesso e non esistono soluzioni pret à porter. Ci sono percorsi da tracciare e percorrere, che non sono compiti singolari, ma investono globalmente le agenzie sociali. E prima ancora di questo, c’è la necessità di uscire da un autismo sociale che ci disabilita alla comprensione dei segnali, prima che diventino tragedie.

DIPENDENZE E RELAZIONI FAMILIARI A CONFRONTO Intervista a Mariolina Dell’Abate, presidente dell’Associazione Comitato Genitori

I

ragazzi sono sempre più vittime di nuove dipendenze. Avete riscontrato anche nella vostra associazione situazioni preoccupanti? Abbiamo avuto modo in più di un’occasione di confrontarci con genitori, soprattutto mamme, molto preoccupate perché i propri figli trascorrono troppo tempo davanti alla playstation. Il problema più grosso è di come intervenire in queste situazioni senza ricorrere sempre alle solite punizioni, spesso anche inutili. A questo si aggiunga l’incapacità di dialogare con i propri figli. Oggi c’è un preoccupante silenzio nelle case: ognuno vive nel suo mondo. Siamo tutti nella stessa casa, ma non siamo più una famiglia. Dunque, alcuni comportamenti possono essere determinati anche da una mancanza di relazione familiare che prepari alla relazione

con “l’esterno”? Non pensiamo che sia solo un problema di deficienza di relazioni familiari. La famiglia ha sì un ruolo importante, ma non è la sola. Vi è sempre una pluralità di fattori. Per ottenere dei risultati apprezzabili abbiamo bisogno di far interagire: famiglia, scuola, chiesa. Come si può cercare di far “uscire” i ragazzi dal loro mondo virtuale? Non c’è un’unica soluzione. Ogni ragazzo ha un suo approccio specifico al “mondo virtuale”. Siamo convinti che non bisogna comunque demonizzare eccessivamente questi giochi, perché crediamo che, come in tutte le cose, anche in questo caso ci sono degli aspetti positivi. Forse se riuscissimo a trasmettere ottimismo nel loro futuro e fiducia nelle loro capacità, avremmo fatto loro il miglior regalo della vita.


GIOVANI E POLITICA

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L’UNDICESIMA PIAGA D’EGITTO, È IL TEMPO DELLA LIBERAZIONE Intervista a Walid, ragazzo egiziano che vive in Italia con moglie e figlie. Qui lavora e parla un italiano perfetto, ma il suo pensiero rimane in Egitto

M

entre parliamo, l’Egitto sta vivendo un cambiamento radicale dopo trent’anni della sua storia sotto Mubarak. I primi segni della rivolta si notano anche in Italia: spiagge invase da profughi e mare ingordo di vite. Walid, cosa è accaduto in Egitto e soprattutto come si è creato questo movimento? La terra dei faraoni vede la rivolta. È la prima volta nella storia di questo Paese che la gente scende in piazza a protestare. Chiedono giustizia e nuove prospettive per un futuro più certo di un presente che ha escluso quei giovani che oggi a petto nudo urlano a tutto fiato libertà e vita dignitosa. La rivolta è nata attraverso facebook e twitter, dall’esigenza delle giovani generazioni stanche di essere escluse dalle decisioni dei politici. Finalmente i ragazzi si sono risvegliati dal sortilegio che li ha oppressi per anni e hanno deciso di ridare dignità al loro Paese. Contro cosa hanno reagito?

È nato tutto contro un regime che ha dato importanza solo ad una determinata fascia sociale, quella degli im-

prenditori. Non ha mai ha voltato lo sguardo verso i poveri che rappresentano il 40% della popolazione, non ha mai dato retta alla sofferenza di questa gente e alle loro grida. In Egitto, dove rispetto

a tanti altri Paesi, c’è maggior libertà di stampa e dove soprattutto ci sono tanti giovani molto colti, di diversi ceti sociali, era ormai in atto la mossa giusta e, come in un parto, lentamente si è dato vita alla rivolta popolare il 25 gennaio 2011. Da quel giorno memorabile, ogni giorno trascorso ha raccolto simpatizzanti che prima di quella data avevano paura di esprimersi liberamente. Quella appena conclusa, però, non è la rivolta dei poveri, perché a dare il via sono stati giovani benestanti che volevano un futuro migliore per il loro Paese. Per ironia della sorte tutto è cominciato attraverso internet e va ricordato che qualche anno fa la first lady, Susan Mubarak, promise che a breve in tutte le case degli egiziani ci sarebbe stato un computer. Penso che se avesse saputo tutto questo, non avrebbe mai osato fare quel passo. Le piazze sono piene, eppure fino al 25 gennaio si temevano scon-

tri religiosi più che politici… L’Egitto è la terra della pace. Spesso si è sentito parlare di persecuzione dei cristiani, ma in questi quindici giorni di rivolta nessuna chiesa è stata attaccata e nessun cristiano ha subito tortura. È stato commovente vedere in piazza Tahrir la commemorazione dei martiri della rivolta, celebrata con la messa cristiana insieme alla preghiera musulmana. Gli egiziani sono stati tutti insieme, senza differenze di religioni o di colori a ricordare la rivolta del 1919 contro l’occupazione inglese. I preti pregavano nelle moschee e gli sceicchi nelle chiese. Un detto egiziano recita “la religione è per Dio ma la terra dell’Egitto è per tutti”. Dov’è il tuo futuro? Mi piacerebbe che la mia famiglia potesse vivere con me in Egitto perché è la terra della pace, della gente sorridente, è un luogo accogliente in cui si sono rifugiati i profeti. L’Egitto è la mia terra dove il sole ti dà un bacio al mattino e il suo vento ti accarezza i capelli, è la terra dove i tuoi vicini di casa sono sempre con te nel bene e nel male, è la terra in cui si sentono le campane delle chiese e i richiami della moschea. Laura Mangialardo

. L’opinione

GIOVANI E POLITICA, UN COMPROMESSO POSSIBILE?

L

e nuove generazioni devono lottare ogni giorno contro diversi fattori che rendono sempre più difficili le loro condizioni sociali. Accentuato è il disagio tra i giovani, per una molteplicità di motivi ma anche perchè manca una classe politica dirigente capace ed affidabile. Le istituzioni appaiono spesso ai giovani distanti ed incapaci di risolvere i problemi. Non di rado questo porta ad una triste e drammatica decisione: il distaccamento dalla vita politica quotidiana. I giovani non hanno poca fiducia nella politica e nelle istituzioni, perché negli ultimi anni hanno ricevuto, da chi ci ha governato, solo incertezze e precariato. La deriva è quanto mai pericolosa e si ritrova spesso in espressioni quali “i politici sono tutti ladri e corrotti”, espressioni che denunciano qualunquismo se non vero e proprio nichilismo. Accade non di rado che ci si ricordi dei giovani solo durante le campagne elettorali: certo, è “naturale”, un bel po’ di consensi fanno comodo, aiutano a raggiungere gli obiettivi, ma d’altro canto i partiti non suscitano alcuna passione nei giovani e provocano spesso insofferenza per

la lentezza dei tempi. La politica non si occupa di quello che pensano e la distanza che li divide continua a crescere. Le politiche giovanili sono poi in concreto inesistenti e i politici non fanno nulla per incentivare la partecipazione dei giovani alla vita politica, pochi sono i leader di partito che ascoltano proposte o suggerimenti. Eppure tutti i giovani avvertono con una spiccata sensibilità, tutti i limiti della nostra società; ad esempio, si continua a vivere in famiglia molto più a lungo, perché non si ha la certezza di un lavoro stabile e, di conseguenza, si vede, in un futuro sempre più lontano, l’inserimento nel vero mondo del lavoro, quello fatto di diritti e doveri. Queste incertezze sul proprio futuro, l’impossibilità di considerarlo davvero come il tempo in cui si realizzerà il loro desiderio d’indipendenza, portano i giovani a essere rinunciatari rispetto all’impegno necessario, per realizzare la crescita di una società che sembra non attenderli, non ascoltarli. Proprio questa è

una delle ragioni per le quali le nuove leve non cercano più nei partiti risposte ideologiche e non guardano più, come i loro padri, ai leader della politica come bandiere , ma, chiedono una visione

nella quale credere, un modello nel quale identificarsi e attendono risposte concrete insieme a proposte che parlino di certezze. Le promesse non mantenute, gli scandali, l’opportunismo, i giochi di potere, queste sono le ragioni per le quali regna lo scetticismo tra le nuove generazioni che sono diventate il soggetto escluso da una politica e una cultura nate e cresciute in un mon-

do parallelo all’universo giovanile. Da alcuni recenti sondaggi, emerge questo diffuso disinteresse alla vita politica: il 69% dei giovani intervistati ha un’opinione negativa del mondo politico italiano e c’è una percentuale altissima d’indifferenza, diffidenza, rabbia e addirittura noia quando si pensa alla politica. Il 37% dei giovani si ritiene interessato alle informazioni che arrivano dalla politica, ma, una percentuale superiore al 45% non s’informa per niente. I segnali sono chiari: occorre innanzitutto ridare fiducia ad una generazione che fa fatica ad affacciarsi in questa società. Bisogna eliminare il pessimismo collegato alla visione che gli adulti hanno dei giovani, ascoltando le loro ragioni e fornendo chiavi di lettura e strumenti critici per interpretare la realtà e per facilitare l’approccio con la politica. C’è bisogno di una svolta, solo così si potrà contribuire a costruire, accanto alle nuove generazioni, un futuro migliore. Luigi Conte


DOSSIER

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VOLONTARIATO, TRA IDENTITÀ E FUTURO A cura di Luigi RUSSO e Valentina VALENTE

S

ono molteplici i cambiamenti e le trasformazioni che la nostra società vive e sorprendente è la velocità con la quale essi si susseguono. L’era della globalizzazione ha spalancato le porte del mondo consentendo il passaggio rapido di uomini, merci, capitali, informazioni ed ha creato una società aperta che, per dirla con Bauman, è una società esposta ai colpi del destino (Bauman, Modus Vivendi). L’avvento della globalizzazione ha portato alla condivisione di ingiustizie e diseguaglianze ed ha generato una crisi dell’io e del legame sociale. Si assiste così all’affermarsi dell’individualismo e del narcisismo che generano omologazione, perdita di vincoli comunitari. L’io globale o postmoderno tende all’autoaffermazione e all’autodeterminazione isolato dal mondo e costantemente sotto pressione. I processi disgreganti della globalizzazione hanno ridotto l’individuo alla mera funzione di consumatore volto a conseguire il suo benessere personale, a soddisfare i suoi desideri hic et nunc, desideri legati a mode passeggere e per questo destinate a cambiare con grande facilità (Pulcini, L’io globale: crisi del legame sociale e nuove forme di solidarietà). Continuamente alla ricerca di qualcosa che non trova, l’individuo moderno appare insofferente verso ogni vincolo, privo di certezze, inappagato e inappagabile. Le prospettive di vita sono instabili, come instabili sono i posti di lavoro, i legami affettivi, la posizione nella società e quindi l’au-

tostima e la fiducia in se stessi. Tutto questo genera nell’individuo paura, insicurezza e, inevitabilmente, chiusura e diffidenza verso l’altro. Il principio della nostra società è l’interesse, che divide e limita le relazioni interpersonali a rapporti funzionali che si consumano velocemente e che, in ogni caso, si esauriscono una volta conseguito un risultato, appagato un bisogno. La causa di questo cambiamento è da ricercarsi nel consolidamento nella società post moderna di uno spazio economico autonomo, distinto dalla sfera politica e sociale, per il quale affinché una società funzioni è necessario che ognuno persegua il proprio interesse egoistico (Deriu, Il dono in una società di mercato). Eppure, per l’antropologo francese Marcel Mauss (Saggio sul dono.

Il volontariato in Italia

N

on esiste una indagine statistica realizzata ad hoc negli ultimi anni, ma secondo le stime che provengono dalle realtà dei CSV italiani istituiti a partire dalle fine degli anni novanta per effetto della legge 266 del 1991, e che sono ormai presenti in tutte le province, c’è una certa disomogeneità della distribuzione territoriale del fenomeno volontariato, con un 29% nel nord-ovest, un 31% nel nord-est, un 20% nel centro, un 20% nel Mezzogiorno. Anche se sia il numero delle Associazioni, che il numero dei volontari, è in crescita. Disomogenea dunque la distribuzione sul territorio nazionale, con una concentrazione nel Nord, sebbene il fenomeno cresca nel Mezzogiorno, in misura maggiore rispetto alle altri regioni del paese. Un altro dato emerso dagli studi dei CSV è che all’aumento delle organizzazioni di volontariato corrisponde invece una ri-

duzione del numero medio dei volontari, una sorta di polverizzazione del fenomeno associativo, e questo si può spiegare innanzitutto con la nascita di un numero di nuove associazioni nell’area della tutela del patrimonio e dei diritti che inevitabilmente hanno un bacino ottimale nel territorio locale piuttosto che in quello

Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche) quella dell’uomo come “animale economico” è un’invenzione moderna, una creazione artificiale delle società occidentali. A sovvertire l’idea secondo la quale tutte le sfere della società sono regolate dal principio di utilità è il fermento culturale che negli ultimi anni con la Revue du M.A.U.S.S. (Movimento anti-utilitarista nelle scienze sociali) si concentra intorno alla riscoperta della cultura del dono e della gratuità, Probabilmente, lo spirito del dono gratuito, dell’essere legato indissolubilmente agli altri è stato solo offuscato dalle logiche dell’efficienza perché, come afferma Mauss, l’homo donator non è solo dietro di noi ma nel nostro presente. Tutta la nostra esistenza sociale si basa sulla logica del dono e, come

dalla spontanea volontà di cittadini, rappresenta il 73% delle OdV nate nel quinquennio 2000-2005, a fronte del 63,8% del periodo 1996-2000 e del 57,4% del 1990-1995 (Frisanco, Il sistema di rete e i rapporti con il territorio per la gestione dei progetti di volontariato). All’interesse consolidato dimostrato

Organizzazioni di volontariato per territorio. Anni 1995-2003 Anni

Nord-ovest

Nord-est

Centro

Mezzogiorno

1995

32,7

30,3

22,6

14,4

1997

28,6

31,3

22,3

17,8

1999

29,4

32,0

20,0

18,6

2001

28,7

32,8

18,8

19,7

2003

28,5

31,5

19,3

20,7

Fonte: rilevazione Istat 2003 regionale o nazionale. Secondo la rilevazione Fivol del 2006, il numero di associazioni “indipendenti”, vale a dire non affiliate a grandi sigle nazionali, ma nate

dai volontari italiani nei confronti dei settori socio-assitenziale e sanitario, si affianca un interesse sempre maggiore per i settori della partecipazione civile,

analizzato da Mauss nel suo studio sulle società primitive, sul triplice obbligo di dare, ricevere e ricambiare. In questa logica lontana dal mercato, lo scambio non è un fatto economico, ma diventa simbolico, un mezzo per intessere relazioni, instaurare rapporti, creare legame sociale. Questa “riscoperta” della cultura del dono gratuito nella società contemporanea in cui tutto si vende e tutto si compra può rappresentare una alternativa, in grado di favorire, citando Latouche, “lo sviluppo di rimedi ai danni generati dal sistema” (Latouche, Ritorno al dono). Un sistema che, come dimostra la crisi economica in atto, è estremamente vulnerabile e per questo generatore di insicurezze e precarietà. In questo contesto, il senso del volontariato e della partecipazione si inscrivono proprio nella ricerca e nel bisogno da parte dell’uomo di comunità, di legami liberi che restituiscano fiducia e speranza. Il volontariato in tutte le sue forme rappresenta una componente strutturale ed imprescindibile del panorama sociale dell’Italia. É quanto emerge dal Rapporto Italia 2011 dell’Eurispes presentato a Roma lo scorso 28 gennaio, di cui diamo ampio conto in questo dossier. Il volontariato, come ha affermato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano “è un fenomeno straordinariamente vasto, vario e ricco di valori, una linfa vitale della nostra convivenza e un elemento caratterizzante e distintivo della nostra democrazia”.

per l’educazione, la protezione civile, la tutela dell’ambiente, del patrimonio storico-artistico e la difesa dei diritti. Si tratta di un volontariato responsabile dei beni comuni, che partecipa alla cosa pubblica da protagonista, che intende costruire, con azioni volontarie concrete, una società migliore, più inclusiva e solidale. Un volontariato che informa, denuncia, propone, che sollecita e stimola la partecipazione, secondo il principio di sussidiarietà presente nella nostra Costituzione all’art. 118. Un volontariato, insomma, come canale di cittadinanza attiva, che non può più accontentarsi di essere solo “la voce di chi non ha voce”, ma deve “dare voce a chi non ha voce”, aiutando tutti i cittadini, a cominciare dai più deboli, ad acquisire mezzi espressivi e potere di partecipazione e di decisione (Frisanco, Rapporto Biennale sul Volontariato in Italia).


DOSSIER

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VOLONTARIATO E TERZO SETTORE: LE SFIDE PER COSTRUIRE IL FUTURO

N

el maggio del 2010 con la pubblicazione del Libro verde il Forum Nazionale del Terzo Settore ha posto all’attenzione del Paese, delle forze politiche, delle organizzazioni sociali, dei cittadini, un’interessante proposta di lavoro, tesa a promuovere un ampio e partecipato dibattito intorno al tema del futuro del Terzo Settore, con l’obiettivo di definirne le nuove strategie «in questa fase, successiva al riconoscimento formale del proprio ruolo e del valore della sussidiarietà (…)». Il riferimento pare richiamare da una parte la lunga stagione della legislazione di settore, avviata nel 1991 con l’approvazione della legge 266 sul volontariato, e proseguita in maniera rilevante negli anni successivi, con l’approvazione della legge 381/1991 sulle cooperative sociali e della legge 383/2000 sull’associazionismo di promozione sociale, per citare alcune delle principali norme approvate in Parlamento; dall’altra rinvia all’affermazione del principio di sussidiarietà che, com’è noto, è stato introdotto nella Carta con la legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, che all’art. 4 sostituisce l’art. 118, indicando nell’ultimo comma: Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà. La necessità di ridefinire oggi ruolo e identità del terzo settore si rende evidente a fronte dei profondi cambiamenti in corso nella nostra società, sul piano demografico come su quello sociale, che spingono il movimento a raccogliere e rilanciare la sfida che lo stesso governo nazionale aveva posto in sede di approvazione del Libro bianco del welfare, nel quale - tra le altre cose - si chiedeva al terzo settore italiano l’avvio di una vera e propria fase costituente. Il contesto nel quale questo dibattito si avvia è noto: gli effetti drammatici della crisi economica cominciano a rendersi evidenti anche nel nostro paese, e rischiano di minare alla base, e in via definitiva, il patto di coesione sociale; la conseguenza più vistosa di tale processo è forse quella del progressivo indebolimento dei legami di comunità, conseguenza del pervicace affermarsi di nuove forme di individualismo ed egoismo sociale, che sembrano prevalere in modo pervasivo, soprattutto a danno delle persone che vivono in condizioni di maggiore disagio. A fronte della crisi della politica il mondo del non profit in questi anni è significativamente cresciuto in numeri e qualità. Al tempo stesso però le analisi più approfondite rilevano una spiccata tendenza del mondo non profit alla frammentazione, alla disorganizzazione, alla scarsa capacità di fare sistema, di fare

sintesi sul piano della rappresentanza; ciò appare vero soprattutto sulla dimensione locale e regionale, ma anche su quella nazionale, e diversi esempi se ne possono trarre nell’analisi dei processi di partecipazione connessi alla definizione delle politiche pubbliche. E’ stato rilevato che il sistema fatica a fare rete, accentuando la polarizzazione tra le grandi organizzazioni, quelle caratterizzate dalle larghe basi associative e dall’adesione alle sigle nazionali capaci di far valere i propri interessi, e le piccole organizzazioni, scarsamente rappresentate, che limitano la propria azione all’ambito locale, e faticano a reggere l’impegno del collegamento, della rappresentanza, del coordinamento. Prevale una certa tendenza alla autoreferenzialità, al ripiegamento verso se stessi e le proprie attività, all’individualismo; una tendenza cui certo non è estranea la cultura dominante nel paese, rispetto alla quale però il sistema dei valori di riferimento non appare, paradossalmente, sufficiente a fare argine. Se questa lettura è vera, s’intuisce la necessità di rinforzare la dimensione dell’appartenenza, del collegamento, del confronto e dello scambio fra le esperienze, alla ricerca di un comune senso operativo, di una comune visione che promuova, orienti e sostenga l’azione delle organizzazioni solidaristiche. Per quanto attiene lo specifico del volontariato questo rischio è stato in parte evitato con l’istituzione dei Centri di servizio, istituiti ai sensi della legge 266/91

e finanziati con le risorse derivanti dai patrimoni delle fondazioni bancarie, che hanno la funzione di sostenere e qualificare l’azione delle organizzazioni del volontariato, laddove essi agiscono in modo promozionale rispetto al territorio di riferimento. Su un piano più generale appare innegabile che una più convinta adesione a modelli organizzativi di tipo collaborativo, peraltro coerenti con le finalità, con i valori e le idee che s’intendono perseguire, consentirebbe al sistema delle organizzazioni non profit, a tutti i livelli, un miglioramento delle proprie capacità di azione, soprattutto sul piano della rappresentanza e dell’incidenza sulle politiche pubbliche. Il rapporto tra pubblica amministrazione e terzo settore si conferma così tema centrale nella riflessione sul futuro del sistema della solidarietà organizzata. A conferma di questa lettura si può rinviare al dibattito in corso da oltre un quindicennio in Italia sulle diverse interpretazioni del principio di sussidiarietà (si veda a tal proposito l’introduzione al volume Il valore aggiunto. Come la sussidiarietà può salvare l’Italia, a cura di G. Arena e G. Cotturri, Carocci, 2010), ciascuna delle quali rinvia ad una diversa concezione dello stato e della società. Una prima interpretazione che tende a rilevare il riconoscimento costituzionale alla natura pubblica dell’iniziativa dei cittadini, intesa come l’esercizio di responsabilità, condiviso con lo stato,

Il ruolo politico del volontariato

Il volontariato svolge un ruolo politico: partecipa attivamente ai processi della vita sociale favorendo la crescita del sistema democratico; soprattutto con le sue organizzazioni sollecita la conoscenza ed il rispetto dei diritti, rileva i bisogni e i fattori di emarginazione e degrado, propone idee e progetti, individua e sperimenta soluzioni e servizi, concorre a programmare e a valutare le politiche sociali in pari dignità con le istituzioni pubbliche cui spetta la responsabilità primaria della risposta ai diritti

delle persone”. Così recita la Carta dei valori del volontariato ed è questa la grande sfida per il futuro. Per poter partecipare il volontariato deve saper individuare le dinamiche sociali, essere autonomo, critico, innovativo, sedere ai tavoli della programmazione come corpo unico e unito e stimolare il cambiamento. Esercitare un “ruolo politico” non significa sostituirsi alle istituzioni e tanto meno gestire dei servizi, significa piuttosto partecipare alla costruzione delle politiche pubbli-

Fattore “collaborare con gli altri attori sociali” e item che lo compongono, indice di priorità sul totale dei volontari Indice di priorità Collaborare con gli altri attori sociali

0,73

Partecipare alla programmazione territoriale dei servizi

0,83

Partecipare all’elaborazione di progetti di interesse sociale

0,83

Attuare forme di collaborazione finalizzate su bisogni specifici

0,78

Promuovere forme di monitoraggio e valutazione dei servizi erogati dal Terzo settore

0,70

Promuovere forme di controllo e valutazione dei servizi erogati dalle istituzioni

0,64

Fare unità nell’azione politica

0,59

Fonte: “il futuro del volontariato” – fondazione “E. Zancan” Onlus

nell’individuazione e nella tutela dei beni comuni. Secondo questa lettura i cittadini sono alleati delle istituzioni, e tendono a condividerne le finalità attraverso il proprio autonomo impegno sociale. Una seconda interpretazione, fino ad oggi senza dubbio prevalente, è quella tesa ad affermare un ruolo forte da parte del terzo settore nell’organizzazione del mercato dei servizi o, se si preferisce, delle risposte della società civile alle domande e ai bisogni dei cittadini, riservando allo stato la funzione di regolazione, indirizzo e controllo del sistema. Quella che si apre per il terzo settore italiano è certamente una stagione importante, nella quale cercare, attraverso il confronto e la riflessione, le soluzioni migliori per affrontare i mutamenti in corso, le risposte possibili alle domande che la complessità propone alla nostra società. Lo stato dovrebbe valorizzare questo patrimonio di esperienze solidaristiche, sostenendone la crescita e lo sviluppo, opzione che appare contraddetta dalle recenti decisioni in merito alla mancata copertura dell’istituto del cinque per mille. Non sappiamo bene quale futuro, quale modello di società va definendosi nel passaggio epocale che ci tocca di vivere, quello che è certo, come dicono i grandi interpreti dei mutamenti sociali, che nulla sarà più come prima. Quel che è certo, aggiungiamo noi, che un investimento convinto sul valore della solidarietà sarà necessario anche per la società del futuro.

che e dunque proporre criticamente e in autonomia idee, progetti che siano di interesse comune. Perché questo sia possibile è necessario creare delle reti diffuse di volontariato che co-progettino, che dialoghino e collaborino fattivamente con le istituzioni in un clima di reciproca fiducia. Nel 2009, secondo una ricerca della Fondazione Zancan (Il futuro del volontariato) tra i bisogni maggiormente avvertiti dalle OdV emerge la collaborazione con gli altri attori sociali finalizzata alla programmazione territoriale dei servizi e all’elaborazione di progetti di interesse sociale. Verso questa direzione stanno volgendo le attività dei Centri di servizio per il volontariato, impegnati, soprattutto negli ultimi anni, a diffondere la cultura del progetto e la sperimentazione di progetti “in rete”, con l’obiettivo da una parte di creare relazioni stabili e non strumentali tra le organizzazioni e dall’altra di consentire un esercizio più efficace della loro funzione politica volta al cambiamento sociale.


DOSSIER

10

Il caso della Puglia

L

LA RICERCA REGIONE PUGLIA-CSVPUGLIANET

a Puglia è stata l’unica Regione Italiana che ha voluto fare chiarezza sul fenomeno del volontariato, investendo risorse significative per la rilevazione del numero delle associazione iscritte e non iscritte nei Registri Regionali, dei settori di intervento, del numero dei volontari. L’Assessorato alle politiche sociali e al Welfare di Elena Gentile, tramite l’Osservatorio Regionale del Volontariato, e in collaborazione con CSV Puglia Net hanno fatto un vero e proprio censimento del volontariato, cui si è aggiunta una indagine campionaria su circa 700 associazioni attive al 31 dicembre 2009. I risultati saranno presentanti nel mese di febbraio 2011, ma una dato appare con chiarezza: la Puglia rappresenta un caso significativo nel panorama nazionale, perché non solo ha recuperato negli ultimi 6 anni il gap numerico del volontariato rispetto alle Regioni del Nord, ma ha anche avviato un percorso di trasformazione “politica” dello stesso volontariato, e questo certamente per effetto della presenza dei CSV, ma anche per la presenza di politiche di welfare in cui il volontariato è stato considerato con un ruolo attivo e non residuale. Sono 2063 le organizzazioni di volontariato iscritte e non iscritte nel registro regionale censite in Puglia a fine 2009. Le organizzazioni sono distribuite per poco più della metà tra le province di Bari (25,9%) e Lecce (25,5%). A seguire le province di Taranto (19,1%) e Foggia (15,3%), quindi di Brindisi (8,5%) e della neonata BAT (5,6%). Rapportando il dato alla popolazione delle province pugliesi, secondo la comunicazione ISTAT aggiornata al 2009, emerge un dato di 8 associazioni per comune e di una associazione ogni 1978 abitanti. Dall’ultima indagine sul volontariato realizzata in Puglia dalla Fivol nel 2001 il numero di OdV è quasi raddoppiato passando da 1076 a 2063 per una percentuale pari quasi al +48%. Dal campione analizzato il dato relativo ai settori nei quali sono impegnate le organizzazioni conferma il dato nazionale: alto l’impegno nei settori tradizionali del Welfare, nello specifico il 19% delle OdV opera nel settore delle “Donazioni” (del sangue, degli organi ecc.) e il 15% nella “Tutela della salute” (settori socio-assistenziale e sanitario); seguono con una percentuale significativa i settori “Protezione civile” (13%), “Famiglia, infanzia e adolescenza” (11%) e “Disabilità”(10%). A seguire tutte le altre con la percentuale più bassa pari al Organizzazioni di volontariato per settore di attività prevalente Regione Puglia – Anno 2009

Settore prevalente WELFARE Donazioni

Tutela della salute

PARTECIPAZIONE CIVICA

Valore %

19% 15%

Protezione civile

13%

Disabilità

10%

Famiglia, infanzia e adolescenza Cultura, sport

11%

7%

Tutela territorio, dell’ambiente e del patrimonio storico-artistico

7%

Povertà

5%

Diritti civili, detenuti, ex detenuti Terza età

Immigrazione, solidarietà internazionale Devianze e dipendenze

5% 3% 3% 2%

Fonte: Ricerca Regione Puglia-CSV Puglia Net 2011

2% per “Devianze e dipendenze”. Accorpando i settori nelle due macroaree del Welfare e della partecipazione civica, emerge che nel 2009 le organizzazioni impegnate in attività di tutela dei beni comuni, in attività educative, di informazione e sensibilizzazione della popolazione locale su questioni di rilevanza sociale rappresentano il 64% dell’universo verificato. Emerge dunque un volontariato di cittadinanza, confermato anche dal dato relativo agli utenti: l’attività dei volontari si rivolge per il 49% di essi ai cittadini in maniera generica. Seguono le persone disabili con il 12%, i bambini e minori con l’11% e i malati con il 6%. Gli altri soggetti come per esempio adolescenti, alcolisti, anziani, detenuti, immigrati, tossicodipendenti sono rappresentati da percentuali di gran lunga inferiori, dal 1% al 3%. Ben il 74% delle organizzazioni del campione, inoltre, nasce da iniziativa spon-

Utenti delle OdV – Regione Puglia – Anno 2009

Utenti

Valore Percentuale

Malati

6%

Bambini e minori

11%

Disabili

12%

Cittadini

49%

Fonte: Ricerca Regione Puglia-CSV Puglia Net 2011

tanea di un gruppo di cittadini che si uniscono autonomamente per rappresentare i bisogni di una parte della cittadinanza. Tuttavia le OdV affiliate e federate a grandi sigle nazionali (59%) costituiscono una componente rilevante del fenomeno pugliese, in particolare nel settore della donazione del sangue. Elevata la matrice “laica” delle organizzazioni pugliesi, sempre più orientate verso la propria mission e sempre più pronte ad accogliere gruppi di fedi ed ideologie diverse in nome delle finalità per le quali sono nate ed operano. Il volontariato pugliese appare sempre più strutturato: il 98% delle odv dispone di un organo di gestione (Presidente, direttivo), il 92% di organi di indirizzo Matrice culturale dell’organizzazione

Matrice culturale

Cristiana o di altra fede Nessuna

Aconfessionale

Non sa, non risponde

Valore percentuale 43% 36% 20% 2%

Fonte: Ricerca Regione Puglia-CSV Puglia Net 2011

(Assemblea soci) e il 46% di organi di controllo (revisori dei conti, garanti ecc.). Il Presidente e il segretario sono figure presenti in quasi tutte le organizzazioni. In circa la metà dei casi, il 53%, vi è un responsabile amministrativo. In misura minore, ma comunque consistente, sono presenti figure attuali come il responsabile della formazione (23%), il Direttore (22%, che nel 2% dei casi è presente senza il Presidente), il Responsabile della comunicazione (19%), il Responsabile di progetto (18%), e il Responsabile raccolta fondi (14%). Certamente, questa tendenza alla formalizzazione e ad una maggiore strutturazione è strettamente collegata alla propensione delle OdV ad iscriversi al registro regionale del volontariato, al fine di godere di alcuni vantaggi resi dall’iscrizione e altresì di intraprendere un rapporto di collaborazione e condivisione con le amministrazioni pubbliche. Nel 2010 le organizzazioni iscritte al registro regionale pugliese sono 1051 un dato che, rispetto al 2003, è aumentato del 49,5%. Sempre più evidente infatti è la volontà dei volontari di svolgere una funzione pubblica nella società, di dialogare con le istituzioni e di partecipare alla costruzione delle politiche sociali. In linea con il dato nazionale, le OdV pugliesi dialogano principalmente con il Comune di appartenenza (34%) e hanno sviluppato un rapporto di collaborazione con le pubbliche amministrazioni. Nello specifico, nel 40% dei casi si tratta di una collaborazione a partire da una proposta autonoma da parte delle organizzazioni, nel 23% di un coinvolgimento nei servizi attraverso un’azione programmata e concordata delle amministrazioni e nel 17% di una partecipazione alla programmazione dei servizi. Un rapporto che appare, comunque, controverso, non soltando per i problemi legati alla burocratizzazione che rallenta e rende difficile la collaborazione, ma, come emerso anche durante i focus group per l’indifferenza riservata ai volontari. Da qui, la necessità di rivolgersi all’Assessore “amico” o particolarmente Quale rapporto si è sviluppato con le PA

Collaborazione

40%

Nessun rapporto

18%

Coinvolgimento Partecipazione Altro

23% 17% 2%

Fonte: Ricerca Regione Puglia-CSV Puglia Net 2011

sensibile che dia loro ascolto e considerazione. Emerge quindi il problema del rapporto diretto e privilegiato che, spesso, ostacola la collaborazione con gli altri attori sociali.


DOSSIER

I

IL TREND DEL VOLONTARIATO PUGLIESE

l trend dei volontari attivi nelle organizzazioni pugliesi nell’ultimo quinquennio, sia a livello regionale che provinciale, rivela una crescita continua con un salto particolare dal 2006 in poi. Dalla ricerca Regione Puglia-CSV Puglia Net emerge la presenza in Puglia di un “popolo del volontariato” che al 1 settembre 2009 può essere attendibilmente stimato inStima dei volontari attivi per provincia – Anni 2005-2009 2005

2006

2007

2008

2009

BA

15247

14741

19435

20754

23364

BAT

1891

2242

2616

2946

3220

BR

4584

4712

4955

5805

6017

FG

15042

16555

17666

19276

22284

LE

13911

12950

14466

17548

19550

TA

10243

10906

11902

13870

14699

TOT

60919

62106

71041

80199

89134

Fonte: Ricerca Regione Puglia-CSV Puglia Net 2011

torno alle 90.000 unità. Secondo questa stima e i dati Istat sulla popolazione residente in Puglia al 01.01.2009, il 2,2% dei pugliesi sarebbero impegnati nel volontariato attivo. Questo dato, considerando il trend costantemente in crescita dal 2006 secondo la la ricerca Regione Puglia-CSV Puglia Net, ma comunque in crescita già dagli anni ‘90 ad oggi come attestato dall’indagine Istat sulle organizzazioni di volontariato del 2003, sembra destinato a crescere negli anni prossimi a differenza di quanto sembra accadere nel resto d’Italia dove in questi stessi anni il fenomeno del volontariato si è mantenuto stabile o con ritmi di crescita decisamente più contenuti. Il volontario pugliese ha in media un’età matura ed è occupato. Il 48% dei volontari ha un’età compresa tra i 30 e i 45 anni e il 25% tra i 46 e i 65 anni. Solo nel 19% dei casi è un giovane con età compresa tra i 19 e i 29 anni. Il 43% dei volontari è occupato. Seguono a distanza le casalinghe con il 20%, i pensionati e gli studenti, entrambi con il 13%, e gli inoccupati con l’11%. Una problematica avvertita dai volontari durante i focus group è proprio la difficoltà di coinvolgere i giovani, aspetto questo che rientra nella problematica generale del reclutamento di nuovi volontari. Quello della partecipazione giovanile è un problema avvertito da tutte le OdV, in particolare da quelle impegnate nei settori del Welfare. I motivi di questa scarsa partecipazione sono molteplici. Certamente, un peso importante assume la precarizzazione del lavoro, l’insicurezza e l’instabilità che ne derivano, la corsa affannosa alla ricerca di un posto stabile che mettono in crisi il legame sociale e la propensione ad occuparsi dell’altro. I giovani in questo contesto si avvicinano alle organizzazioni di volontariato con la speranza di trovare lavoro o di ricevere una formazione che sia spendibile altrove. D’altra parte, però, bisogna chiedersi se le organizzazioni di volontariato riescano a promuovere la cultura del dono e quanto sappiano “contaminare” e coinvolgere con le proprie attività le giovani generazioni. Perché un giovane scelga di fare volontariato e di iniziare un’esperienza di vita in un’associazione è necessario che il volontariato “adulto” promuova il suo significato vero e autentico, che proponga azioni concrete e un ascolto “attivo” con i giovani. I giovani contemporanei, figli di una liquidità guidata dall’individualismo, richiedono luoghi significativi ed esempi di concretezza e di coerenza tra idee, ideali e pratiche, chiedono motivazione e partecipazione. Per vincere lo scetticismo dei giovani e per garantirsi la continuità e la costanza del loro impegno, occorre coinvolgerli nelle azioni, farli sentire parte di una comunità e dei suoi valori, aprirsi ad un ascolto partecipato e partecipante Questa è la grande sfida del volontariato nel nuovo millennio: essere promotore del cambiamento sociale e rendere i giovani i grandi protagonisti del cambiamento.

I

11

XXIII Rapporto Eurispes, l’Italia vista attraverso sei dicotomie

l 28 gennaio scorso è stato presentato il Rapporto Italia 2011 dell’Eurispes, Istituto di Studi Politici e Economici e Sociali, presieduto da Gian Maria Fava, che opera in Italia dal 1982 nel campo della ricerca politica, economica e sociale. Giunto alla ventitreesima edizione, il Rapporto è stato costruito attorno a sei dicotomie: fiducia/sfiducia; progettazione/improvvisazione; benessere/malessere; cittadino/ sudditanza; nord/sud; uomo/donna. Tematiche ritenute rappresentative dell’attualità politica, economica e sociale del nostro paese. Le sei dicotomie sono illustrate attraverso altrettanti saggi, accompagnati da sessanta schede fenomenologiche. Il Rapporto è arricchito dall’indagine campionaria sulla situazione economica delle famiglie, la fiducia nelle istituzioni, l’orientamento dell’elettorato, il rapporto tra banche e cittadini, il gradimento nei confronti di servizi pubblici e privati, la salute, il testamento biologico e l’eutanasia. In occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia è stato importante poi andare a capire quali siano i sentimenti dei cittadini rispetto alle differenze tra nord e sud, quale il senso del vivere in Italia e quanto sia diffusa e radicata l’idea di Europa. Andando più nel dettaglio il Rapporto ci fa osservare come la situazione economica delle famiglie è di forte disagio. Un numero sempre

crescente di famiglie italiane sono costrette, a causa del peggioramento generalizzato della condizione economica del paese, a grandi sacrifici per riuscire ad arrivare alla fine del mese. Lo scenario prospettato dalla crisi incide pesantemente sulla quotidianità e sul futuro degli italiani tra cui i pessimisti sono la maggioranza (il 51,8% considera la situazione economica del paese peggiorata). La maggioranza del campione, inoltre prevede situazioni ancora peggiori per i prossimi dodici mesi. Cresce la quota di quanti sostengono che i prezzi siano aumentati e cresce anche il numero di quanti indicano un eccessivo aumento del costo della vita. Si reagisce tagliando le spese superflue come regali, viaggi, tempo libero. Una famiglia su tre è costretta a mettere mano ai risparmi. Aumentano le famiglie con difficoltà a pagare il mutuo o l’affitto della casa. Infine cresce la voglia di tentare la sorte attraverso il gioco con la speranza di avere un colpo di fortuna che risollevi le finanze. La Puglia presenta delle situazioni di eccellenza, per esempio nel campo del volontariato, in cui la nostra è stata l’unica tra le regioni italiane ad aver fatto chiarezza sul fenomeno del volontariato, investendo risorse per la rilevazione del numero delle associazioni iscritte e non iscritte nei registri regionali, dei settori di intervento, del numero di volontari. Alice Mi


SPECIALE DONNE

12

A cura di Laura MANGIALARDO

FEMMINISMO, EVOLUZIONI DI UNA LOTTA

Dalle suffragette al cyber femminismo, dai movimenti degli anni ‘70 alle donne in piazza oggi, la battaglia per dignità e pari diritti delle donne non si è mai fermata

F

emminismo liberale, socialista, femminismo anarchico, il movimento delle suffragette, il femminismo radicale fino al cyber femminismo. Evoluzioni di una lotta per un diritto proprio e naturale, confusa a volte nel tempo e che ha seguito in ogni paese un percorso differente con un unico nutrimento, la conoscenza, la cultura. In Italia, il moderno femminismo nasce con la contestazione studentesca, filo marxista, riprende la questione femminile vista dalla lavoratrice. Secondo questa visione, se l’operaio è sfruttato, la donna lo è due volte, sia come lavoratrice sia come donna in relazione all’uomo. Nel 1972, viene così pubblicato La coscienza sfruttata, a Trento, da un gruppo di donne unite nel circolo “Lotta femminista” nato contemporaneamente alla rivolta studentesca.

Già alcuni anni prima, però, in Italia erano stati costituiti il Fronte italiano di liberazione femminile (FILF), nel 1969, e il Movimento per la liberazione della donna (MLD), espressione del Partito radicale, che avanza richieste concrete: istituzione del divorzio, informazione sui metodi anticoncezionali, legalizzazione dell’aborto, creazione di asili nido. A distanza di 40 anni circa dalla sua nascita, però, i diritti raggiunti dalle donne italiane, sono ancora pochi, si pensi alle quote rosa che non vengono rispettate, alla disoccupazione femminile, alle donne uccise nelle mura domestiche. Dall’’800 ad oggi si sono susseguite lotte per un’uguaglianza molto spesso più dichiarata che reale. Anzi, un’uguaglianza mai effettivamente raggiunta, e a dirlo non sono solo i numeri ma anche i contenuti. Basti pensare che

in Italia a firmare protocolli contro lo sfruttamento dell’immagine femminile nella pubblicità, è una donna che ha prestato l’immagine del suo corpo nudo per fare calendari, recuperando buone dosi di profitto. Ma l’uguaglianza non si ha soprattutto nei posti di poteri e di lavoro. Secondo l’Istat dal 1993 al 2009, di 1,8 milioni di occupate, solo 218 mila (ossia il 12,1%) hanno interessato le regioni meridionali. Non solo. Il tasso di occupazione femminile nel nostro Paese si conferma fra i più bassi in Europa: appena il 46,1% di occupazione, inferiore di circa 12 punti percentuali rispetto a quello medio della Ue.

NON È UN PAESE PER DONNE

È stato lo slogan che ha riempito, negli ultimi mesi le piazze d’Italia reali e virtuali, contro lo sfruttamento dell’immagine femminile. Intervista ad Antonella Mangia della Casa delle Donne di Lecce

Lo striscione che campeggiava nel grande salone della Casa delle Donne di Lecce, presso l’ex Liceo Musicale ‘Tito Schipa’, recitava il nostro corpo non è un campo di battaglia. I locali dell’ex-Liceo hanno ospitato una breve ma intensa stagione di attività della Casa delle Donne di Lecce. Poi l’amministrazione provinciale li ha reclamati per procedere alla loro ristrutturazione e sono tornati nello stato di abbandono in cui erano prima, e chi sa quando i lavori di ristrutturazione avranno inizio”. Racconta così, Antonella Mangia, dell’associazione La Casa delle Donne di Lecce, l’esperienza che la vede coinvolta insieme con molte donne della provincia. Ma quali sono le necessità delle donne in una società moderna? “C’è un grande bisogno di protagonismo, di una presa di parola pubblica, di entrare in prima persona, e come soggetti

che si autodeterminano, sulla scena della politica, della vita cittadina, del dibattito culturale, fuori dagli schemi e dagli stereotipi imposti dall’esterno. Questo modello di società in cui storicamente ci troviamo a vivere, sta progressivamente e con sempre maggiore aggressività riproponendo uno stereotipo di donna divisa tra due opzioni: o angelo del focolare/donna in carrieracomunqueperbene o puttana. In ognuno dei due casi essa viene espropriata del suo corpo che viene sottratto alla sua autodeterminazione e diventa terreno di scontro della politica e dei rapporti di potere. Quella stessa politica e quei rapporti di potere dai quali le donne per la maggior parte sono escluse.” Si parla di oggettivizzazione del corpo, credi che sia un problema solo femminile? “Oggi la politica e i rapporti di potere si

Mensile delle associazioni di volontariato della Provincia di Lecce Febbraio - Anno VI - n.47 Iscritto al n.916 del Registro della Stampa del Tribunale di Lecce il 24/01/2006 Direttore Responsabile: Luigi Russo Redazione: Serenella Pascali (coordinatrice), Luigi Conte, Sara Mannocci, Sara D’Arpe, Laura Mangialardo, Luca Spagnolo, Silvana Sarli Grafica e impaginazione: Sergio De Cataldis Sede: Centro Servizi Volontariato Salento - via Gentile, 1 - Lecce Tel. 0832.392640 - Fax 0832.391232 - Direttore: 335.6458557

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esercitano sui corpi di uomini e donne, che vengono disciplinati, controllati, nonché modellati secondo le esigenze del potere economico e politico. Il corpo delle donne, in particolare, non solo viene usato come merce per vendere altra merce, non solo è oggetto che deve produrre il piacere (sessuale) degli uomini, ma deve assoggettarsi a ben precisi canoni estetici, che altro non sono che un altro modo di renderle più docili e più produttive, nelle camere da letto come nelle relazioni familiari, come, sopratutto, nelle relazioni economiche e sociali. Il corpo viene ‘vivisezionato’ in tante singole parti, la bocca, le rughe intorno alla bocca, le rughe sulla fronte, i capelli, la pelle, il seno... e per ognuna di queste parti c’è un prodotto da vendere, una merce che corrisponde ad un desiderio indotto, un canone estetico di bellezza imprescindibile. L’autodeterminazione delle donne viene continuamente rimessa in discussione da chi ha la pretesa di normalizzare i comportamenti sessuali, le scelte di relazione affettiva, la libera scelta di essere o non essere madri.” Il corpo femminile come campo di battaglia, dice Antonella Mangia, ma, aggiunge, “per noi, la Casa delle Donne significa questo: rivendicare ed esercitare il diritto a mettere in campo i nostri sogni, da protagoniste”.

DONNE DEL NORD E DONNE DEL SUD, STORIA DI UN DIVARIO ANCORA ATTUALE A colloquio con Serenella Molendini, consigliera regionale di parità

S

econdo lei, esiste ancora una differenza tra le lavoratrici settentrionali e le lavoratrici meridionali? Assolutamente sì. Le donne meridionali pagano pratiche culturali che scoraggiano la loro presenza nel mercato del lavoro e che più che al nord sostengono una visione dicotomica di ruoli tra l’uomo e la donna in cui il primo ha la funzione di breadwinner e la seconda quella di caregiver. La donne del Nord sono state favorite da un investimento forte in politiche sociali e di conciliazione che, al contrario, non si è verificato al Sud. Basti pensare alle differenze presenti in termini di servizi per l’infanzia. Le conseguenze sull’occupabilità femminile sono note. Basti pensare che tra le donne inattive, per motivi familiari, 291mila dichiarano di non poter cercare lavoro per la mancanza di servizi di cura per i figli. Di queste, 174mila vivono nel Mezzogiorno (il 59,8% del complesso) (dato 2009). L’ultimo trimestre del 2010 ha registrato un incremento dell’occupazione femminile, cosa ha determinato il cambiamento? E’ necessario partire dal cambiamento di rotta in materia di politiche sociali e di conciliazione che la Regione Puglia ha intrapreso a partire dal 2004. Il 2010, infatti, riprende la tendenza positiva registrata a partire da quell’anno in relazione al miglioramento costante dei tassi di occupazione e attività femminili, miglioramento che si era arrestato nel corso del 2009 in corrispondenza della grave congiuntura economica. Tra il 2004 e il 2008, infatti, la Puglia aveva registrato più che positive performance negli indicatori relativi alla partecipazione delle donne nel mercato del lavoro, con un’ impennata dal 22,7% al 30,2% (+7,5%), mentre il tasso di disoccupazione femminile era sceso di ben 6 punti percentuali, passando dal 21,8% al 15,8%. Nello stesso periodo i posti degli asili nido in Puglia sono cresciuti del 185%. La ripresa è avvenuta, dunque, perché la Regione Puglia ha innanzitutto cercato di rispondere alla domanda insoddisfatta di servizi di cura.


SPECIALE ROM

13

A cura di Lara ESPOSITO

QUEL PASTICCIACCIO DEL PANAREO I

Il campo rom di Lecce sotto i riflettori: breve cronistoria di una comunità sgomberata

l campo Panareo acquista la forma strutturale che oggi conosciamo grazie ad un investimento del comune di Lecce per la costruzione di 16 case di circa 60 mq in cui vivono fino a 8-10 persone e che si aggiungono ad una decina di container già presenti. A causa dell’insufficienza degli spazi destinati, il settore dei lavori pubblici comunale decise di lasciare in piedi le baracche delle 14 famiglie e 6 single (circa 80 persone) escluse dal progetto – quelle che ad oggi sono le “campine”. Il 25 gennaio 2011 un’ordinanza del comune di Lecce ordina lo sgombero entro 30 giorni di queste ultime per permetterne la demolizione, pena il pagamento delle spese di demolizione e dello smaltimento del materiale. All’iniziativa segue un accorato tentativo di mediazione con l’Amministrazione da parte della Rete antirazzista Salento, da anni impegnata a dialo-

gare insieme ai Servizi sociali con gli abitanti del campo. Nonostante la ricerca di confronto, il sindaco Paolo Perrone decide di non attivare tavoli di ascolto con il popolo Rom. Di

BUONE PRATICHE DI DIALOGO

Esempi concreti di relazioni costruttive con il variegato universo rom. Dal nord al sud Italia, quattro percorsi che fanno la differenza

L

e storie che raccontano la presenza del popolo rom in mezzo a noi sembrano disegnare uno scenario sempre uguale a se stesso, segnato principalmente da campi sosta e sgomberi. La sensazione è che si ritenga quasi impossibile innescare una relazione costruttiva che non si risolva nella sbrigativa pratica dell’allontanamento dai centri abitati. In molti casi manca una seria riflessione su ciò che si vuole dare e – perché no – ricevere da comunità con un vissuto così distante dal nostro. Buone pratiche di relazione con il variegato popolo rom, però, sono state attivate negli anni, ad opera soprattutto del terzo settore. A Milano, parte della comunità rom di via Rubattino ha lasciato la strada grazie a percorsi di accompagnamento all’autonomia attuati dalla Comunità Sant’Egidio in collaborazione con altre associazioni e ai cittadini del quartiere, mirati alla ricerca della casa, all’attivazione di corsi di lingua italiana per gli adulti e di percorsi di formazione professionale e avviamento al lavoro per i ragazzi. Nella Comunità cristiana dell’Isolotto a Firenze, il dialogo con la comunità rom si intreccia con la questione femminile grazie al progetto “Laboratorio Kimeta” che cura il percorso di formazione-lavoro di cucito-ricamo-maglia-uncinetto “Donne per le donne”. Nella più vicina Bari dalla volontà comunale nasce la cooperativa di lavoro “Artezian – servizi di

trasporto e facchinaggio” costituita da uomini e donne rom del quartiere Japigia. Da una costola di “Artezian” prende forma, inoltre, il laboratorio “sArte della ri-creazione”, in cui donne rom e italiane si attivano per la produzione di abiti e accessori di riuso. Anche la nostra Lecce ha innescato percorsi di incontro e inclusione con la comunità rom del Panareo. Lo Spazio Sociale Zei-circolo Arci, Meticcia cooperativa sociale e NaeMI forum delle donne native e migranti hanno attivato laboratori di sartoriamaglieria e costruzione di gioielli con 30 donne del campo nell’ambito del progetto “WorkingRom”. Il leitmotiv è sempre lo stesso: conoscere da vicino il proprio interlocutore.

concerto con il Prefetto, infatti, e alla presenza del vicepresidente regionale Loredana Capone, delibera l’abbattimento delle “campine” e si impegna a elargire un contributo di 500-600

euro per l’acquisto di roulotte dove alloggiare. A lungo termine, invece, si prevede un possibile finanziamento regionale o ministeriale per mettere in sicurezza il campo.

“NON TOLLERARE PIÙ IL DATO DI FATTO”

J

acopo, mio figlio, è nato a Brindisi da genitori leccesi. Mirko è nato a Lecce da genitori slavi da tempo residenti in città. Entrambi vivono a Lecce e frequentano scuole italiane ma per le istituzioni, i media, il senso e i luoghi comuni l’uno è diverso dall’altro. Perché il secondo è considerato un nomade, senza diritto ad una casa e quindi destinato, senza scrupoli, al campo rom della masseria Panareo. Sta in questo doloroso paradosso la vicenda che torna ad essere affrontata in questi giorni, situazione che non è un problema da delegare al sindaco, tirandosi fuori da ogni responsabilità che compete invece all’intera comunità salentina. Perché, se un territorio vasto come il nostro nel quale vivono circa ottocentomila persone, non riesce a dare soluzione al futuro dell’unica comunità di cittadini rom della nostra provincia – costringendola a vivere da vent’anni in un campo sosta che, nonostante gli sforzi, è un’offesa al decoro,

all’accoglienza, all’integrazione – vuol dire che la colpa è di tutti. Perché scontiamo tutti un ritardo culturale nei confronti della diversità e di come affrontarla. Ecco perché, partendo da quella odiosa ordinanza che prevede l’abbattimento delle “campine” per motivi d’igiene e salute, senza però neanche porsi il problema di quale alternativa dignitosa offrire a chi le occupa, si deve compiere uno sforzo comune per segnare un nuovo passo, per decidere di non “tollerare più il dato di fatto”. Non dobbiamo soffiare sul fuoco delle polemiche inutili: al di là delle responsabilità ricadenti su chi governa la città da quindici anni, ormai è anche vero che quella dell’integrazione della comunità rom in città non è stata in cima ai pensieri di larga parte della sinistra presente nelle istituzioni e nei partiti. Quello che di buono s’è fatto è principalmente merito di quelle realtà associative che in silenzio, e spesso nell’indifferenza, hanno costruito progetti, realizzato mediazioni, promosso integrazioni. Sono loro che devono fare da ponte per costruire finalmente una consapevolezza diffusa nella nostra comunità circa la situazione dei rom della nostra provincia. Che, ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, non può che partire da una constatazione: superare la logica dei campi, garantire a chi li vive condizioni di vita degne, assegnando ai rom la possibilità di poter accedere all’assegnazione delle case popolari. Chiedendo loro in cambio il rispetto delle regole, l’osservanza dei doveri. Carlo Salvemini Promotore di Lecce 2.0dodici, laboratorio d’idee partecipate


SPECIALE CANILI

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A cura di Sara D’ARPE

OLTRE IL RANDAGISMO

S

LA VOCE DELL’ASL

L’evoluzione della situazione sul territorio, tra il ruolo dell’Asl, l’impegno dell’amministrazione e quello dell’associazionismo

pesso agli onori della cronaca, i cani e i canili sono protagonisti di situazioni non sempre esemplari. I problemi legati al randagismo sono tanti e multiformi ed assumono caratteristiche diverse a seconda delle scelte di pubbliche amministrazioni e Asl. Secondo la Legge Regionale pugliese, ogni comune dovrebbe avere un canile sanitario, in cui i cani trovati per strada senza un Cip di riconoscimento, obbligatorio per legge ormai da tempo, dovrebbero restare sessanta giorni per consentire che siano ritrovati dai padroni o dotati di microchip e sterilizzati, se randagi. Trascorso questo tempo i cani dovrebbero essere trasferiti in un canile-rifugio più adeguato. Non è usuale nella provincia di Lecce trovare cani dotati di microchip e sterilizzati e si può facilmente dedurre che ciò non fa parte del modus operandi di molti dei padroni di cani. C’è

quindi forse bisogno di interventi che mirino a cambiare la mentalità dei cittadini. I cani randagi sono quasi sempre cani di proprietà abbandonati o figli di cani non sterilizzati. Spesso si trovano intere cucciolate vicino ai

rifiuti o in aree di campagna, proprio perché molti ritengono un comportamento inumano sterilizzare gli animali. Ci sarebbe da chiedersi se non sia più inumano abbandonare per strada cuccioli non svezzati.

“UN NUOVO PARCO CANILE PER RISOLVERE LE CRITICITÀ”

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La voce del Comune di Lecce: intervista ad Alfredo Pagliaro, assessore al randagismo

ssessore, cosa ci può dire in merito al rifugio Lovely? E’ una struttura data in comodato d’uso e viene in questo momento gestita dalla Lupiae Servizi. Ora che è scaduto il contratto, dobbiamo valutare il futuro di questa struttura o attraverso le associazioni di volontariato o realizzando un bando di gara in attesa del nuovo parco canile. Come pensate di strutturare il nuovo parco canile? Abbiamo questo terreno espropriato alla malavita organizzata e ci è stato messo a disposizione dopo una battaglia portata avanti a Roma perché ritenevano che un canile non potesse avere uno scopo sociale. Il nuovo parco guarda con molta attenzione alle necessità della città, quindi ospiterà circa 200 cani circa ma sarà modulare, i moduli verranno rimossi man mano che i cani si ridurranno. Ci sarà spazio anche per il canile sanitario. Sarà un parco vero e proprio dove poter trascorrere una giornata, con una eventuale pensione per cani e un servizio veterinario 24 ore su 24. Avremo uno spazio per la rieducazione degli animali, spazi conviviali e una sala dove trasmettere film per le scuole. Abbiamo creato

uno spazio tale che ci permetterà di risolvere il problema randagismo in questa parte del paese. E riguardo al canile sanitario? Il primo problema era mettere in ordine alcune strutture e siamo partiti dal canile sanitario, che abbiamo ristrutturato, creando la sala operatoria per il compito più importante, quello della sterilizzazione. Rimane il problema del numero dei cani: il canile sanitario dovrebbe averne un numero limitato ma purtroppo, data la disponibilità di posti nel rifugio Lovely, il canile sanitario tende a sovraffollarsi. Non sarà anche a causa del fatto che al canile Lovely non ci sono molte adozioni e che nascono nuovi cani? Si, le adozioni sono molto poche e non sono promosse forse perché il canile si trova lontano o per i contrasti tra la Lupiae servizi e l’associazione. I cani sono tutti dotati di microchip e sterilizzati, mi riferisco a quelli all’interno del rifugio Lovely curati dalla Lupiae Servizi. Ma l’associazione ha diritto, secondo il comodato d’uso, a portare cani all’interno e potrebbero essere non sterilizzati. E il monitoraggio che state organizzando come funziona?

Abbiamo previsto, primi in Italia, un censimento degli animali della città di Lecce e del circondario. Si tratta di 14 comuni, compreso Torchiarolo della provincia di Brindisi. Abbiamo coinvolto l’Università di Statistica e di Biologia col settore ecologia ed abbiamo presentato questo progetto alla Regione Puglia, mi auguro che possa venire finanziato.

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I criteri e l’ambito dell’assistenza sanitaria

l compito dei veterinari dell’Asl dovrebbe essere quello di dotare di microchip e sterilizzare i randagi, curare quelli feriti o vaccinare e sverminare i cuccioli. Il responsabile per l’Asl di Lecce, Giovanni Tortella, vice Presidente del Consiglio Direttivo dell’Associazione nazionale medici veterinari Puglia, in un incontro della Consulta Ambiente del Csv Salento tenutosi a Lecce nel gennaio scorso ha affermato: “E’ compito della Asl dare l’assistenza ai cani nei canili sanitari secondo l’art.8 ultimo comma Legge 12/’95. Quando si parla di assistenza sanitaria però cosa si intende? Solo per la lesmaniosi si hanno delle Linee Guida dell’Istituto Superiore di Sanità, che si è espresso sul trattamento dei cani affetti da questa malattia. Gli accertamenti di laboratorio non si possono assicurare e non si fa nemmeno patologia clinica. Non ci si occupa di patologia infettiva. Allora la Asl dovrebbe trovare un posto dove fare patologia clinica e decidere anche che prestazioni fornire. La Asl non dovrebbe neppure fare il vaccino per il cimurro. La Legge 281/1991 sottolinea che i cani catturati devono avere solo la vaccinazione per la rabbia, il trattamento per l’echinococco, e altri trattamenti profilattici per le malattie trasmissibili all’uomo. Quindi gli altri vaccini non sono compito nostro. Si è deciso in Commissione regionale di farlo comunque secondo principi generali del regolamento di polizia veterinaria”.

ASSOCIAZIONE NUOVA LARA

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“Entrano 250 cani all’anno. Quando è possibile li liberiamo, previa sterilizzazione e dotazione di microchip”

ll’ingresso del canile sanitario di Lecce c’è una ampia sala con i cani arrivati da poco, nell’attesa e nella speranza che vengano ritrovati o adottati. Prima di arrivare nella zona dove realmente i cani risiedono, c’è un patio dove gli animali passeggiano mentre le gabbie vengono pulite. Nella parte nuova del canile i cani sono rinchiusi in genere due per gabbia, tre se sono di piccola taglia. Paola Gorgoni, presidente dell’associazione Nuova Lara e responsabile del canile, ci guida a conoscere i cani, spesso nelle gabbie ci sono animali che in libertà vivevano insieme. Se ora sono in canile è perché in strada erano arrivati da poco e non riuscivano a trovare cibo o acqua, o perché cani pericolosi per l’uomo. “I cani che sono qui, quando possono essere rimessi sul territorio, vengono riportati nel luogo dove sono stati trovati, previa sterilizzazione e dotazione di microchip, questo ce lo garantisce

un’ordinanza del comune di Lecce”, ci spiega Gorgoni. “È anche una questione logistica: non sarebbe possibile tenere qui tutti i cani che entrano. Sono 250 all’anno. Sappiamo che sul territorio ci sono volontari che se ne occupano, portano acqua e cibo e sono attenti alle loro condizioni di salute. Il canile qui è di cemento, i cani restano nei box e non ci sono spazi verdi. Non li liberiamo se sono di piccola taglia, perché di più facile adozione. La liberazione viene fatta dall’associazione Nuova Lara, non dal Comune o dall’Asl”. Nella parte più vecchia del canile l’associazione ha predisposto tettoie con materassi in cui i cani possono riposare, “la struttura però è vecchia e non abbastanza grande – sottolinea Gorgoni – i posti sono veramente pochi per un comune delle dimensioni di Lecce, noi cerchiamo di sopperire per quello che l’amministrazione o il servizio sanitario non riescono a fare”.


AMBIENTE

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SOCIAL FORUM, PRESENTATA LA CARTA ETICA DELL’ACQUA P

A Dakar protagoniste le reti della società civile mondiale che difendono l’acqua come bene comune. Presente il Comitato per il contratto mondiale sull’acqua per distribuire pubblicamente la Carta

artite le attività auto organizzate al Forum sociale mondiale di Dakar. Le associazioni e le reti della società civile mondiale hanno proposto conferenze e workshop su pratiche di economia solidale, migrazioni e sviluppo, questione ambientale, accesso alle risorse del pianeta. Martine Aubry è intervenuta a un dibattito sull’acqua come bene comune al quale ha assistito tra il pubblico anche Massimo D’Alema, arrivato a Dakar come presidente della Fondazione Europea dei Progressisti. In contemporanea l’Ong italiana Acra ha condotto un workshop portando l’esperienza della cooperazione per la gestione comunitaria delle acque nelle zone rurali di tre paesi africani: sono intervenuti i rappresentanti delle comunità in Senegal, Tanzania e Burkina Faso. Poco dopo Danielle Mitterand con France Libertés ha aperto i

lavori di una tavola rotonda sul diritto all’accesso all’acqua nelle aree rurali e urbane in Africa. Presente alle iniziative il Comitato Italiano per il Contratto mondiale sull’ Acqua (Cicma) che, durante la tavola rotonda di France Libertes, ha presentato La Carta Etica dell’Acqua. La Carta sostiene una cooperazione per garantire il diritto all’Acqua per tutti, e la

gestione della risorsa a livello pubblico e comunitario, - spiegano Paolo Rizzi e Laura Bergomi, membri del direttivo nazionale Cicma - la Carta è stata pubblicata a dicembre ma ci lavoriamo da tre anni e nel 2007 a Nairobi abbiamo coinvolto anche l’African Water Network; è il risultato di un lavoro collettivo che come Cicma abbiamo portato avanti con la coo-

perazione italiana CeVi, Cipsi, Acra, Cospe, Legambiente e internazionale France Libertés – Fondation Danielle Mitterand (Francia), Cerai (Spagna), Green (Belgio), Humanitas (Slovenia), Kessa Dimitra (Grecia), Trasnational institute (Olanda). Il Comitato per il Contratto Mondiale sull’Acqua è a Dakar per distribuire pubblicamente la Carta e per condividere con gli altri movimenti il referendum contro la privatizzazione dell’Acqua previsto a giugno in Italia. I workshop sull’Acqua previsti durante il Forum si concluderanno con l’Assemblea Tematica per condividere proposte concrete in vista del World Water Forum previsto a Marsiglia nel 2012 e al Contro Forum organizzato in contemporanea dai movimenti mondiali per l’Acqua. Sara Mannocci

AXA PRESENTA IL BILANCIO SULLA RACCOLTA RIFIUTI NEL 2010

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Diminuisce la produzione di rifiuti solidi, aumenta la raccolta differenziata.

arà per la maggiore sensibilità da parte dei cittadini, sarà per l’impegno profuso dal Comune di Lecce e dall’AXA, azienda che ne gestisce il servizio di igiene urbana, ma nel 2010 si sono registrati dati incoraggianti in merito alla raccolta dei rifiuti: la produzione dei rifiuti solidi urbani (RSU), la spazzatura tradizionale per intenderci, è diminuita a favore di un’impennata di quella differenziata. In particolare, il 2010 si è chiuso con 25.800 tonnellate di RSU raccolti, contro le 26.100 del 2009;

solo 3 tonnellate in meno (- 1,1%), ma accompagnate dall’aumento del 74% della raccolta multimateriale, 459 tonnellate in più, raccolte rispetto al 2009 (1.076 contro 617). Il dato è molto importante, soprattutto in ottica previsionale: quest’anno, infatti, inizierà il sistema di raccolta monomateriale, e l’incremento notevole sin qui riscontrato, sicuramente andrà ad incidere positivamente sulle quantità che verranno raccolte di ogni singolo rifiuto/materiale. Già con il regime di raccolta multimateriale, nel 2010 si è

registrato un aumento della raccolta di carta, legno, cartone, e plastica, nonché il buon risultato della raccolta dell’Alluminio (inesistente nel 2009) che nel 2010 ha raggiunto quasi le 2 tonnellate. Nel dettaglio, la carta raccolta ha raggiunto le 403,5 tonnellate nel 2010, contro le 322,2 del 2009, con un aumento pari al 25,2% (+ 81,3 t); la raccolta del legno è aumentata del 15,5%, ossia 21,2 tonnellate in più rispetto al 2009 (157,3 t raccolte nel 2010); 870 sono state le tonnellate di cartone raccolte nel 2010 a fronte

delle 777 nel 2009 (+ 93 tonnellate, + 12%); infine, la plastica raccolta è aumentata di oltre 3 tonnellate rispetto al precedente anno, segnando un aumento di 3 punti percentuali (114 ton del 2010, contro le 110,6 del 2009). I risultati del servizio di AXA hanno inoltre segnato il significativo aumento della quantità raccolta di Rifiuti Ingombranti (beni durevoli, Raee, ecc.) che nel 2010 ha raggiunto le 151,5 tonnellate, aumentando del 9% (+ 12,5 t) rispetto al 2009. Silvana Sarli

MAL’ARIA DI CITTÀ 2011. LEGAMBIENTE PRESENTA IL NUOVO DOSSIER

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La Puglia nei limiti di legge, ma nessun miglioramento significativo rispetto al 2010

mog in città: nei capoluoghi pugliesi vengono rispettati i limiti di legge, ma la qualità dell’aria non migliora. E’ il dossier “Mal’Aria di città 2011”, presentato nei giorni scorsi in tutta Italia da Legambiente, ad illustrare i livelli di inquinamento atmosferico rilevati dalle centraline di monitoraggio dislocate nel territorio regionale, confermati dai dati pubblicati dall’Arpa Puglia, sulla qualità dell’aria delle città di Bari, Andria, Barletta, Brindisi, Taranto e Lecce. I principali inquinanti monitorati (PM10, PM2.5, Ozono, Biossido di azoto, Monossido di carbonio, Biossido di zolfo e Benzene), sono tutti rientrati nei limiti di legge. Le centraline di monitoraggio hanno riscontrato alcune criticità solamente nel caso delle polveri sottili, in par-

ticolare per il PM10 (insieme di sostanze solide e liquide con diametro inferiore a 10 mic r o n . Derivano da emissioni di autoveicoli, processi industriali, fenomeni naturali). I valori di riferimento per l’inquinante PM 10 (Dlgs. 155/2010) prevedono un limite di

50 nanogrammi per metro cubo (µg/m3), calcolato su una media giornaliera, con uno sforamento dei limiti non superiore alle 35 volte in anno. Solo il comune di Torchiarolo, in provincia di Brindisi, ha superato il limite 69 volte. All’interno dei limiti, invece,

tutti gli altri comuni. La centralina peggiore di Bari, a piazza Luigi di Savoia, ha riportato 35 superamenti. Mentre quella di Taranto in via Machiavelli, 31 sforamenti. Discrete tutte le altre centraline pugliesi. In provincia di Lecce, secondo i dati di Arpa Puglia, il maggior numero di sforamenti di Pm10 è stato rilevato dalla centralina di Villa Baldassarri a Guagnano, con 23 sforamenti, seguono l’ITC Costa di Campi Salentina, con 22 sforamenti, Arnesano, 20, Lecce Garigliano e Giorgilorio, 13, Lecce Piazza Libertini, 12, Lecce-Piazza Palio, 10, Santa BarbaraGalatina, 9. Nel dossier, inoltre, Legambiente Puglia ha denunciato come Trani e Foggia siano gli unici capoluoghi ancora privi di centraline. Si.Sa.


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Volontariato Salento - mensile delle associazioni di volontariato della provincia di Lecce