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Maggio / Agosto N° 3 / 2016

Ci siamo

anche Noi


Cari lettori, in questi mesi, i ragazzi del C.S.R. di Viagrande si sono impegnati per rendere ancora più interessante il loro giornalino proponendo nuove idee e creando rubriche originali che potrete leggere all’interno di questo numero. Solitamente, nella prima pagina di un giornale, il lettore è abituato a trovare “l’Editoriale”, un articolo giornalistico in cui vengono trattati temi di attualità di particolare importanza; ma, essendo “Ci siamo anche noi” una creatura esclusiva dei nostri ragazzi, abbiamo fatto scegliere loro cosa pubblicare e, piuttosto che un articolo, hanno deciso di trasformare “l’Editoriale” in un’intervista a sorpresa! Proprio così! Da questo numero in poi, infatti, troverete questa nuova rubrica del nostro inviato speciale Vincenzo Di Grazia. Quindi… occhio! I prossimi intervistati potreste essere voi! Vi auguriamo buona lettura e vi ricordiamo che se volete commentare gli articoli scritti dai ragazzi o porre loro qualche domanda, potete scrivere a cisiamoanchenoicsr@gmail.com o visitare il nostro sito internet www.lachiocciola.csraias.it dove troverete il giornale in versione online.

EDITORIALE

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MUSICA

12

IDEABILE

22

ATTUALITA’

3

SPETTACOLO

13

RIDACCHIANDO

23

STORIE DI VITA

4

FAVOLANDO

14

PENSIERI E PAROLE

25

IO SONO

5

SPORT

15

EVENTI

26

IL FATTO

6

SPORTABILE

16

I CONSIGLI DI NONNO SARO 8

ART THERAPY

18

SCIENZA

9

COME GIOCAVAMO

20

CUCINA

10

DETTI E PROVERBI

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Dario Salanitro - Stefania Magrì

Stefania Magrì

Dario Salanitro

Carmen Arena - Loredana Gallina - Giuseppa D’Anna - Valentina Costanzo - Bianca Caniglia


a cura di Vincenzo Di Grazia

Vincenzo: Intervista a sorpresa! Vorrei farle alcune domande. Anna: Prego… prego… V. L’istruzione è importante! Che tipo di studente è stata: asina o secchiona? A. Né asina né secchiona. Ho studiato quel tanto quanto basta per imparare le cose necessarie. Quindi, asina no! Ma neanche secchiona. V. Ha mai fatto marachelle da bambina? Se si, qual è stata la più divertente? A. Marachelle! Io sono vecchia ormai, non posso ricordarmi! Mi metti in imbarazzo! No… no… V. Qual’era il suo idolo da adolescente? A. Mi piaceva molto Adriano Celentano. V. Oggi, i social sono parte integrante della nostra quotidianità, lei li usa? Se si, qual’è il suo preferito e quanto tempo trascorre a chattare? A. Mi sono addentrata da poco nel mondo dei social, ma uso solo WhatsApp perché Facebook mi sembra un cortile allargato! In ogni caso, in tutta la giornata lo uso al massimo un’ora. V. Se fosse un personaggio famoso, chi vorrebbe essere e perché? A. Se fossi un personaggio famoso… ehm… vorrei essere il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella! Ho molta stima di quest’uomo, è intelligente, sa parlare bene e invidio la calma con cui dirige il nostro Paese. V. Tutti abbiamo un sogno nel cassetto, il suo qual’ è? A. In questo momento, il mio sogno è andare in pensione, tornare a nuova vita, finalmente! Ho dato tanto, ho lavorato tanto, quindi adesso voglio dedicare del tempo a me stessa e alla mia famiglia.

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V. Come trascorre il suo tempo libero? A. Da ora in poi, avrò più tempo libero. Lo dedicherò a coltivare i miei hobby: curerò il mio giardino e dato che mi piace molto cucinare, preparerò nuove ricette prendendo spunto anche dalla rubrica di cucina del vostro giornalino, che mi auguro continuerete a farmi avere! Perché anche se non lavorerò più, al C.S.R. mi piacerebbe tanto averlo.

V. Qual è il suo piatto preferito? A. La pasta alla Norma!

V. Lo cucina da sé o glielo prepara qualcuno? A. Finora, lo ha sempre preparato la mia mamma! Adesso lo cucinerò io!

V. Che cos’ è per lei la felicità? A. Uh… felicità è una parola grossa! La felicità è tutto ciò che abbiamo e di cui ci accontentiamo! Ecco, per me è questa la felicità!

V. Si ritiene una persona felice o soddisfatta? A. Mi ritengo una persona soddisfatta.

V. Dopo quarantuno anni di servizio, raggiunge il traguardo della pensione. Come si sente e che progetti ha per il futuro? A. Sono serena, finalmente mi dedicherò alla cura personale! Mi piacerebbe fare fitness, si dice così? Insomma mi iscriverò in palestra perché non voglio più trascurare me stessa, anche se continuerò sempre a occuparmi della mia anziana madre e di mia sorella disabile.

V. Complimenti Signorina Amato. Grazie per averci dato la possibilità di conoscerla, non solo professionalmente, ma soprattutto come persona. A. Grazie a voi!

V. Tanti auguri per la pensione. A. Grazie, grazie davvero! Spero di potermela godere veramente!

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a cura di Liliana Grasso e Dario Salanitro ( Tnpee )

Immigrazione e traffico di bambini Io amo tantissimo i bambini, per me sono il dono divino più bello che possa esistere. Quando, a volte, accendo la televisione e sento i notiziari che parlano di bambini maltrattati, che vivono nella povertà assoluta, che abbandonano la propria terra in cerca di fortuna, io sto molto male. In questo numero del giornalino voglio parlarvi di un tema che purtroppo si conosce troppo poco e che le televisioni ,molto spesso, ignorano. Ogni giorno scompaiono diversi bambini e nessuno denuncia o fa ricerche per ritrovarli. Ma vi siete mai chiesti dove vanno a finire tutti questi bambini? La tratta di esseri umani, soprattutto di bambini, è un business che rende molto alle varie mafie. Sicuramente il volume di affari e i guadagni per la criminalità organizzata nel mondo sono notevoli. A causa dei vari conflitti in atto, soprattutto in Africa e Medioriente, le persone costrette a fuggire dai loro paesi sono milioni, e tra queste ci sono molti bambini. In questa migrazione globale, che ha raggiunto proporzioni apocalittiche, i più indifesi sono i minori, soprattutto quando sono soli, senza una famiglia o qualcuno che possa occuparsi di loro. Tante volte sui barconi che trasportano gli immigrati in Europa, si trovano bambini che hanno perso la famiglia, abbandonati a loro stessi. Molti arrivati in Italia si disperdono, nessuno li cerca e nessuno li reclama. Le organizzazioni criminali hanno capito molto presto di aver trovato una miniera d'oro. La malavita, in alcuni casi, utilizza i bambini come insospettabili corrieri della droga, altre volte li manda in strada per renderli parte di un vero e proprio esercito dedito all'accattonaggio. Però, se si può usare un eufemismo, non tutti sono così fortunati. La criminalità lucra anche col traffico di organi umani e con la vendita di minori a organizzazioni dedite alla produzione di film a carattere pedopornografico. Come tutte le persone che fuggono dalle guerre, anche i bambini sperano in una vita migliore. Quello che cercano è una nuova casa, del cibo, la possibilità di andare a scuola e studiare, e magari trovare un giorno un lavoro normale per potersi mantenere. Purtroppo, per molti, la speranza rimane vana perché cadono nella rete della criminalità organizzata, che non ha nessuna pietà nello sfruttare i minori per arricchirsi, e nessun rimorso nel mandarli a morire. Un vero inferno di cui si parla ancora troppo poco, se rapportato alle migliaia di notizie sul problema immigrazione che ci propinano ogni giorno. I vari governi europei dovrebbero essere più attenti perché la tratta dei bambini è un fenomeno in crescita ed una vergogna per l'umanità intera.

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a cura di Mimmo Di Pietro e Valentina Costanzo ( Psicologa )

Quello che voglio raccontarvi oggi, parte da un’idea di tanti anni fa e dal bisogno di avere accanto persone che credono in quello che fanno e che svolgono il loro lavoro con passione portando avanti dei valori come il rispetto e l’amore verso gli altri. Quando vivevo a Misterbianco, aiutato da alcune persone, abbiamo iniziato una ricerca per capire quanti ragazzi con disabilità ci fossero nella mia zona. Quello che abbiamo scoperto è che molti avevano gravi problemi a livello cognitivo e che spesso, troppo spesso, venivano trattati male, purtroppo anche all’interno delle famiglie. Quando ho saputo questa cosa mi sono sentito amareggiato, da un lato per la loro sofferenza, dall’altro perché avevo paura di non trovare mai una persona come me con un handicap, ma con il bisogno incessante di relazionarsi, di comunicare, di amare. Dopo un certo periodo, sono stato coinvolto da queste persone nel creare un’associazione che aveva come obiettivo la tutela di persone con disabilità. E fu grazie a questa nuova realtà che ho conosciuto una ragazza con la quale potevo rapportarmi e della quale mi sono innamorato. Questo è stato il periodo più bello, anche se ho iniziato a trascurare l’Associazione e poi, all’improvviso, il mio destino venne definito dalla morte di mia madre. Pensai, dunque, che aprire una casa famiglia fosse l’unica soluzione per non perdere tutto; richiamai l’associazione, ma ovviamente la risposta fu: “Mimmo come facciamo, non è facile e non ci sono le risorse!” Sapevo quale sarebbe stato il mio futuro: lontano dal mio paese, da quelle persone che tanto avevano fatto per me e che credevo mi avessero abbandonato… e così fu! In questi anni ho pensato spesso che si fossero scordati di me e di tutti gli obiettivi; in fondo, come dargli torto, ero stato io il primo ad allontanarmi. E invece, mi sono dovuto ricredere. Per fortuna ancora oggi, in questo mondo cosi sbagliato per tanti versi, esistono ancora persone che nel silenzio fanno tanto e che non dimenticano chi ha bisogno. Oggi, manca l’ultima firma e la casa famiglia finalmente aprirà! No, non è un sogno ma una realtà che si è realizzata nonostante le mille difficoltà e i tanti sacrifici dove l’unico denominatore comune che li ha spinti a continuare ad andare avanti è l’Amore! Ho raccontato tutto ciò perché credo sia importante condividere pezzi di “umanità solidale” soprattutto per far sì che, anche nei momenti più difficili, non si perda mai la SPERANZA! Mimmo Di Pietro

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a cura di Isabella Strazeri e Giuseppa D’Anna ( Logopedista )

Ciao, mi chiamo Isabella ho 46 anni e frequento il C.S.R. sin da quando ero piccola. Crescendo, ho cominciato a lavorare nel laboratorio di ceramica dove ho imparato a modellare l’argilla per poi creare, guidata dalla mia vigilatrice, oggetti di vari modelli che spesso vengono ordinati come bomboniere. Questa attività mi piace molto perché mi permette di trascorrere gran parte della giornata con i miei compagni e anche di guadagnare qualcosa. Infatti, due volte l’anno, quasi sempre a Natale e Pasqua, vengono organizzate delle mostre o all’interno del nostro centro o nei centri commerciali vicini, dove vengono esposti tutti i nostri lavori. In queste giornate c’è molta frenesia e confusione, ma sono comunque soddisfatta perché vendiamo quasi tutto ciò che abbiamo realizzato con gran successo! Lì mi diverto perché ci sono tante persone che si fermano a guardare il tavolo dove sono esposti tutti i nostri lavori mentre io spiego come sono stati realizzati e rifiniti. Oltre all’attività che svolgo al C.S.R., uno dei miei passatempi preferiti è andare ai mercatini! Questa passione è nata sin da quando ero piccola. Mia madre mi portava con sé ed io ero attratta da tutte le bancarelle che esponevano oggetti colorati. Ricordo gli odori delle bancarelle di frutta fresca e il carrettino del gelato che percorreva tutto il viale e passava fra le persone, scansandole. Io chiedevo a mia madre di comprarmelo e lei mi accontentava sempre; ora il gelato non lo mangio più così spesso… devo stare attenta alla linea! Ora che sono più grande, ci vado spesso con mia cugina Jolanda. Mi diverto a guardare le bancarelle della bigiotteria perché sono colorate, infatti molte volte compro collane o bracciali che abbino ai colori delle mie magliette. A mia cugina, invece, piace guardare soprattutto le bancarelle di borse e scarpe che sono la sua passione. Jolanda però ha un difetto: cammina molto velocemente, così a volte rimango indietro e, per farle dispetto, mi nascondo facendo finta di essermi persa! Lei, allora, torna indietro per cercarmi e poi ci facciamo due risate. Ai mercatini è bello perché c’è tanta gente, mi rilasso e il mio cuore si riempie di gioia quando incontro persone che conosco e si soffermano a scambiare due chiacchiere con me prima di fare ritorno a casa.

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a cura di Angelo Signorello

Un verso è poco, due sono “forse” troppi! È parafrasando questo detto che mi piace consegnare agli altri ciò che il cuore mi suggerisce. La poesia è un concetto stretto e la bravura dell’autore sta nel compattare e, al tempo stesso, rendere sonora l’opera. Il poetare è un’azione di prudenza, di eleganza, di decoro; elementi che purtroppo appaiono in questo contesto con lo stile della società odierna. La poesia, come chi ama, va ascoltata con rispetto; quando vibra l’anima, allora sì che si può parlare di una vera e autentica esplosione di sensazioni e di emozioni. L’universo della poesia, però, resta assai poco seguito rispetto ad altre forme letterarie o artistiche e ciò è uno svantaggio per chi si dedica a questo nobile hobby che, per leggi fisiologiche, di solito non evolve in fonti di guadagno, eccetto che per i Padri della Poesia le cui virtù vengono riconosciute, non di rado, dopo la morte. Se è vero, come la storia ci insegna, che siamo un popolo di poeti, di santi e di navigatori, come mai nei rari incontri di poesia si fa fatica a trovarvi volti nuovi? È demotivante per chi scrive in versi rimanere dentro la propria nicchia, sebbene spesso il colpevole è il tipico pudore che il poeta ha di chiudere l’opera in un cassetto, timoroso di sentirsi osservato dagli altri con lenti d’ingrandimento. Ma è anche vero che se il poeta non avverte la necessità di inviare messaggi emozionali, non ha senso stare a schiena curva e taccuino in mano! È per questo che se il sentimento d’amore manifestato da Leopardi nei confronti della desiderata Silvia o quello filiale di De Amicis verso la madre venisse meglio attenzionato ed opportunatamente valorizzato, soprattutto a scuola, forse potrebbe aiutare l’uomo ad essere più evoluto nello spirito. Non si è così sprovveduti da credere che la poesia sia la panacea per tutti i mali, ma potrebbe diventare un beneficio per accompagnare l’Animo verso un cammino di arricchimento interiore; arrivare a gustare i veri sentimenti, contribuendo in tal modo alla sua diffusione e coinvolgere un numero sempre più ampio di persone. La poesia non è una legge matematica con delle regole prestabilite, ma un’espressione libera, anche se la tendenza generale è sempre stata quella di ingabbiarla, come a scuola, dove è intrappolata o meglio uccisa quando si obbligano bambini e ragazzi ad impararla a memoria senza approfondirne il significato. Per parlare di poesia, come di qualsiasi altra materia, occorre che l’insegnante s’incarni in essa, che se ne innamori, che se ne nutra; solo così gli allievi potranno capire e apprezzare la bellezza di questo dono. Allora… magica poesia a voi! Che il vostro cuore possa sempre andarne alla ricerca. Arcangelo Signorello

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a cura di Vincenzo Di Mauro e Carmen Arena ( Logopedista )

Le spezie della salute Vorrei proporvi una ricerca che mi è sembrata interessante, sulle spezie, sul loro uso , sulla loro origine e le proprietà curative. latino eriva dal d ” ie z e p e “s e speIl termin una merc a ic d in e ch erenzia “species” e si diff h c , e r lo va che di ciale, di aria. Ric in d r o e rc tano a dalla me erali, aiu in m li a s e sali vitamine grassi e i d tà ti quan lio. ridurre la mole meg ia r p o c S ucina. usati in c

Cosa sono le spezie A parte il pepe, la noce moscata e pochi altri “aromi” solo pochi conoscono le spezie nella loro complessità confondendo spesso profumi, aromi e spezie come fossero la stessa cosa. Le spezie sono di norma le sostanze ricavate da alcune varietà di piante aromatiche, provenienti per lo più da paesi tropicali. Di queste si utilizzano parti diverse secondo il tipo di spezia che si desidera ottenere; corteccia (per la cannella), radici (per lo zenzero), boccioli floreali (per i chiodi di garofano, e lo zafferano), semi (per il sesamo e la senape), bacche (per il pepe nero), frutti (per il pimento e la paprica); gli aromi o erbe aromatiche (il basilico, il cerfoglio, il coriandolo, il dragoncello, il prezzemolo, il rosmarino, la salvia e il timo), sono erbe o verdure (foglie e steli) generalmente coltivate negli orti ma presenti anche allo stato selvatico, normalmente consumate fresche o più raramente essiccate.

Origine delle spezie Le spezie sono conosciute e usate fin dalla più remota antichità, una profonda fiducia nelle loro proprietà ha spinto navigatori a trovare nuove rotte, Stati a combattere guerre, medici a scoprire nuovi farmaci e per secoli le spezie hanno mosso l’economia dell’Europa non solo per fini terapeutici e gastronomici ma anche per il piacere di profumare i cosmetici, l’aria e per onorare gli dei. Magellano ha compiuto la prima circumnavigazione del globo alla ricerca delle leggendarie “isole delle spezie”, Vasco da Gama ha navigato nelle pericolose acque dell’Africa e dell’India; Colombo, alla ricerca di un via più breve per raggiungere l’India, ha trovato il peperoncino.

Proprietà delle spezie Inoltre, molte hanno tante proprietà benefiche ed aggiungono al gusto il benessere e validi aiuti naturali alla digestione, all’equilibrio intestinale, alla produzione di flora batterica ed alla formazione di enzimi positivi. Molte spezie, particolarmente quelle più diffuse nella cucina indiana ed orientale, possiedono proprietà antiossidanti. Approfondimenti sulle proprietà benefiche delle spezie ed idee per ricette gustose e salutari nei nostri articoli specifici.

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a cura di Rosario D’Urso e Dario Salanitro ( Tnpee ) In questo numero del giornalino voglio proporvi alcuni semplici trucchetti che ho scovato su internet secondo me molto utili in cucina. Provateli e fatemi sapere se vi sono stati d’aiuto!

Mettete le ciliege sul collo di una bottiglia di vetro e infilzatele con una bacchetta da sushi o un bastoncino, in modo tale che il nocciolo cada giù in fondo alla bottiglia. Snocciolare le ciliege non è mai stato così facile!

Provate a congelare degli acini d’uva e ad usarli come ghiaccio per il vostro vino bianco. Avrete un calice fresco senza che il vino si diluisca con l’acqua ed in più della buona uva frasca da mangiare!

Avvicinare la bottiglia al tuorlo e attraverso una leggera pressione della mano sulla bottiglia far uscire l’aria per poi aspirare il tuorlo.

Una volta aspirato il tuorlo tramite una leggera pressione sulla bottiglia fate uscire il tuorlo riponendolo in un piatto pulito.

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a cura di Antonio Ursino e Carmen Arena ( Logopedista )

a Allenare la memoricome un muscolo

Oggi vorrei proporvi questo articolo del giornale “La Repubblica”, tratto da una ricerca medicoscentifica fatta da alcune università mondiali. L’articolo parla della memoria e dei mezzi per allenarla. Mi sembra veramente interessante e ne ho parlato nel gruppo di comunicazione insieme ai miei compagni. Secondo uno studio, esercitandosi è possibile migliorare la "work memory capacity" (Wmc, capacità della memoria di lavoro), ovvero l'abilità a immagazzinare informazioni o a recuperarle rapidamente. La memoria, insomma, è come un muscolo, e per potenziarla basta allenarla!

Calcoli matematici, videogiochi e sudoku non aiutano a migliorare le funzioni del cervello, ma in compenso potenziano la memoria. Secondo uno studio americano pubblicato su Psychological Science, esercitandosi con i classici giochi di "brain training" non si diventa più intelligenti, come tanto sbandierato dalle pubblicità, ma semmai si potenzia quel muscolo invisibile e straordinario che è la memoria. È infatti possibile, spiegano gli scienziati, migliorare la "work memory capacity" (Wmc, capacità della memoria di lavoro), che è la possibilità di immagazzinare informazioni o recuperarle rapidamente, soprattutto in presenza di distrazioni, stimolando “l’intelligenza fluida generale", ovvero la capacità di desumere relazioni, fare ragionamenti complessi e risolvere nuovi problemi. Anche attività come la meditazione possono rappresentare un ottimo allenamento. "La meditazione kundalini, ad esempio, aumenta lo spessore della corteccia del giro fusiforme (una parte del cervello critica per l'elaborazione delle proprietà visive e strutturali degli oggetti); la pratica linguistica incrementa le connessioni funzionali tra aree coinvolte nelle capacità linguistiche ed aree che "controllano" l'attività di queste ultime. È ovvio che diversi esercizi stimolano diverse aree cerebrali". L'attività fisica, ovviamente, fa la sua parte. Che la mens sana albergasse in un corpore sano si sapeva, ma gli scienziati della University of Pittsburgh, della University of Illinois, della Rice University e della Ohio State University hanno infatti dimostrato che bastano 40 minuti di camminata (meglio se a passo veloce) al giorno per rallentare il calo mnemonico fisiologico legato all'età e aumentare il volume dell'ippocampo, area del sistema nervoso deputata al mantenimento dei ricordi. Attenzione invece ai traumi: letteralmente paralizzano la nostra capacità di ricordare. Non bisogna inoltre dimenticare che non esiste "la" ma "le" memorie, e che queste sono tante quante le cause che scatenato i ricordi e le aree del cervello che quei ricordi formano, conservandoli o cancellandoli. In alcuni casi, cioè, il cervello dimenticherebbe perché ha vissuto un'esperienza sconvolgente che ha portato il suo substrato neurale a "funzionare meno", e l'ipofunzionamento sarebbe mediato dall'azione degli ormoni dello stress.

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a cura di Gina Laconeo e Carmen Arena ( Logopedista )

La cucina indiana Il cibo è vis La cucina indiana è una delle più complesse e varie del mondo dal to come do no e ben edizione da momento che è probabilmente quella che utilizza il maggior numero condivider e con gli altri, in di spezie e condimenti particolari, portatori di gustosi sapori ed infatti l’atto p iù sacro per un ind confondibili profumi. iano è l’os p it a lità. La tavola indiana, nelle sue mille varianti locali, è presentata con il Chiunque buss i alla porta è il suo piatto fondamentale che è il riso, che può essere pilaf, buriani, benvenuto. Qu esto perch é Dio può presen con curcuma o zafferano o ancora profumato agli agrumi e così tarsi sotto q u a ls iasi aspetto e in via. ogni mome nto... Il pane, occupa un ruolo fondamentale, sia che si chiami nan, più morbido e da mangiare caldo, o chapati simile alla piadina romagnola, o pappardam che ricorda la carta da musica sarda. Ogni piatto è inscindibile da una serie di curry (Stufati) fatti di carne (agnello o manzo) o vegetariani. Il riso e il pane vengono accompagnati da un tipico formaggio indiano il paneer. I secondi piatti sono quasi sempre cotti nel tandoor, il forno di terracotta rotondo riscaldato con la brace. Il Tandoor è un forno tradizionale dell'India nordoccidentale, una giara in terracotta con una apertura sul fondo della parete, per permettere la collocazione e l'alimentazione del carbone. Fu per secoli utilizzato per la cottura del pane, applicato sulle pareti interne, come ancora è comunissima pratica. La carne viene cotta attraverso l'ausilio di lunghi spiedi metallici, puntati direttamente nelle braci e appoggiati ai lati della giara. Di tanto in tanto gli spiedi vengono estratti e le carni, previamente marinate in una salsa non troppo piccante a base di yogurt e spezie, vengono spennellate con la stessa marinata o col burro chiarificato.

Budino indiano di carote (Gajar Halwa) Preparazione: Lavate le carote e grattugiatele fini. Lasciatele cuocer e insieme al latte di soia finche le carote non risultino morbide, girando di tanto in tanto, finch é il liquido si sarà assorbito. Aggiungete il malt o di riso o il miele, le uvette e le spezie. Continuate a cuoc ere per qualche m inuto fino a quando il composto si sarà addensato . Spegnere il fuoco e aggiungete le m an dorle macinate Versate in un piatto piano di vetro e gu arnite con le mandorle ta gliate a fiammiferi.

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700 g di carote 1L ½ di latte di soia o latte vaccino 1 tazza di malto di riso o qualche cucchiaio di miele ½ tazza di uvetta ¼ di cucchiaio di zafferano ¼ di cucchiaio di cardamomo macinato o cannella 1 cucchiaio di acqua di rose 1 cucchiaio di margarina vegetale ½ tazza di mandorle macinate ½ tazza di mandorle a fiammifero per decorare


a cura di Rosanna Famoso e Giuseppa D’Anna ( Logopedista ) Ciao a tutti, mi chiamo Rosanna e, fin da piccola, mi è sempre piaciuta l’estate perché in questa stagione la mia mamma faceva le conserve di pomodoro fresco. Ricordo con molto piacere questi momenti perché eravamo sempre in compagnia, per questo voglio condividere con voi la storia e la ricetta di questa deliziosa salsa. Il pomodoro fu uno dei prodotti che, dopo la scoperta dell’America, venne importato dall’oltreoceano. Inizialmente non riscosse molto successo poiché giudicato di gran lunga meno saziante rispetto agli altri cibi importati come patate e mais. Fu solo intorno al 1839 che venne utilizzato come condimento alla pasta; ma il problema era la breve durata, così nacque l’esigenza di trovare un metodo per la sua conservazione. Fu un’azienda situata in un piccolo centro vicino Parma che ebbe, per la prima volta, la brillante idea di iniziare a produrre conserve di pomodoro a livello industriale. Questa scelta apportò un significativo cambiamento nelle abitudini alimentari del nostro Paese. Una delle tradizioni meridionali, tuttora conservata, nei paesini lontani dalla città è la preparazione delle conserve di pomodoro. A fine estate, quando questo gustoso frutto, raggiunge la sua piena maturazione, le famiglie si radunano per preparare le conserve di pomodoro fresco dette, in dialetto antico siciliano: “I buttigghi” proprio perché la salsa ottenuta veniva conservata in bottiglie di vetro per garantirne l’integrità e produrne una scorta per l’inverno. pomod ori fre schi e polposi sale basilic o

pentola

Procedimento:  lavare accuratamente i pomodori;

molto capien te passat utto (a nche m anuale )

 privarli del picciolo e tagliarli grossolanamente direttamente nella pentola;  aggiungere una buona manciata di sale ed accendere la fiamma regolandola ad intensità media;

rimestare di tanto in tanto e mano a mano che si formerà il brodo, scolarlo (altrimenti la salsa risulterà acre e troppo liquida);  dopo aver eliminato varie volte il brodo in eccesso, spegnere la fiamma ed attendere che il pomodoro si raffreddi un po’ A questo punto si procederà col passatutto un poco alla volta. E la salsa sarà pronta per essere imbottigliata! Una piccola curiosità per conservare la salsa di pomodoro: si può congelarla (in questo caso è meglio mettere il passato in dei barattoli sterilizzati precedentemente) oppure si possono utilizzare bottiglie pulite e poi chiuse ermeticamente e successivamente bollirle per circa mezz’ora.

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a cura di Cecilia Di Mauro e Stafania Magrì ( Logopedista )

Ciao a tutti, mi chiamo Cecilia e oggi vorrei parlarvi di un artista che ha fatto la storia della musica italiana. Per me la musica è vita! Mi piace ascoltarla, ma soprattutto mi piace fare attenzione alle parole delle canzoni per capirne a fondo il significato e conoscere la storia che raccontano. La cosa bella di quando ascolto la musica è che molto spesso suscita in me emozioni e ricordi del passato. Una delle canzoni che più amo è “Più bella cosa” di Eros Ramazzotti contenuta nell’album “Dove c’è musica (1996).

Eros riesce ad emozionarmi in modo assoluto! Com'è cominciata io non saprei la storia infinita con te che sei diventata la mia lei di tutta una vita per me ci vuole passione con te e un briciolo di pazzia ci vuole pensiero perciò lavoro di fantasia... ...cantare d'amore non basta mai ne servirà di più per dirtelo ancora per dirti che più bella cosa non c'è più bella cosa di te unica come sei immensa quando vuoi grazie di esistere...

Lo seguo fin dai suoi esordi al Festival di Sanremo. Era il 1984, e quell’anno trionfò fra le “Giovani proposte” con il brano “Terra promessa”. Questo brano venne pubblicato in tutta Europa perché, fin da subito, Eros venne considerato un artista internazionale. Nel 1985, Eros torna al Festival, questa volta come big, con il brano “Una storia importante” che diventa un successo europeo soprattutto in Francia. L’anno successivo, alla sua terza partecipazione consecutiva, trionfa al Festival di Sanremo con la canzone “Adesso tu”. Da quel momento in poi è un tripudio di successi anche a livello internazionale. I suoi tour ricevono un’audience sconfinata e i suoi dischi vendono milioni di copie in tutto il mondo.

Le sue collaborazioni con artisti internazionali sono un successo, tanto che nel 1988 intraprende una tournèe mondiale che lo porta a calcare le scene dei teatri e degli stadi in Sudamerica, Stati Uniti e Europa. Il successo ottenuto non cambia l’animo sensibile di questo artista che nel 2004 lo vede protagonista di un’iniziativa senza precedenti in Italia: un concerto gratuito per 12 mila bambini a Milano. L’ultimo lavoro discografico di Eros s’intitola “Perfetto”, pubblicato nel 2015; un album di inediti composto da 14 nuove canzoni che, in soli due mesi, vende 50000 copie. Un nuovo grande successo, per un artista eccezionale!

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a cura di Giuseppe Evola e Stefania Magrì ( Logopedista )

Fin da piccolo, ho sempre seguito i quiz trasmessi in tv. Ciò che più mi affascina è la competizione, l’aspettativa di scoprire il vincitore e allo stesso tempo imparare qualcosa di nuovo. Nei precedenti numeri di “Ci siamo anche noi”, vi ho raccontato di come è nato il quiz, come si sia evoluto e di colui che è stato il re del quiz: Mike Bongiorno. Oggi vorrei soffermarmi su un quiz odierno che a me piace molto perché stimola la mia voglia di continuare a imparare sempre nuove parole; sto parlando di Reazione a Catena, condotto da Amadeus su RAI Uno. Due squadre, composte da amici, parenti o colleghi si sfidano cercando di formare parole e completare catene di vocaboli. Fondamentale è una buona padronanza della lingua italiana, ma i concorrenti devono mostrare di avere anche un buon intuito e soprattutto un’intesa vincente. Le sfide che i concorrenti devono superare per cercare di vincere il montepremi sono: ‘Caccia alla parole’, ‘Le catene musicali’, ‘Quando, dove, come e perché’, ‘Una tira l’altra’, ‘L’intesa vincente’ e ‘L’ultima catena - parola’. L’Intesa Vincente è un gioco in cui due delle tre concorrenti devono descrivere la parola proposta senza usare sinonimi o parole che in qualche modo contengano la parola target. La terza concorrente schiaccia un pulsante quando ha intuito a cosa si riferiscono le altre due e dà la risposta. “Le intese a distanza” è il trio di concorrenti che, dall’inizio del programma, ha dimostrato di avere la migliore intesa vincente. E’ formato da Valentina Visentin, studentessa di economia e giocatrice e allenatrice di pallavolo; Francesca Silverio, studentessa di giurisprudenza, entrambe di Arborea, e la psicologa oristanese Manuela Cadoni, residente ad Assemini. In questo gioco detengono il record di Reazione a Catena con 17 parole trovate in un minuto con una vincita record totale di 320.000 euro. A me piace molto “Reazione a catena” perché è un quiz dove si impara la lingua italiana che, molto spesso, usiamo in maniera scorretta. Quando lo guardo con mia mamma, interagiamo e scopriamo insieme le parole ma io sono molto più bravo e, a volte, indovino le catene musicali prima dei concorrenti! Provate anche voi e fatemi sapere, magari potremmo giocare insieme!

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a cura di Vincenzo Di Mauro e Carmen Arena ( Logopedista )

Caro bambù, ho bisogno di te… C’era una volta un bellissimo e meraviglioso giardino. Era situato ad ovest del paese, in mezzo al grande regno. Il Signore di questo giardino aveva l’abitudine di farvi una passeggiata ogni giorno, quando il caldo della giornata era più forte. C’era in questo giardino un bambù di aspetto nobile. Era il più bello di tutti gli alberi del giardino e il Signore amava questo bambù più di tutte le altre piante. Anno dopo anno, questo bambù cresceva e diventava sempre più bello e più grazioso. Il bambù sapeva che il Signore lo amava e ne godeva. Un bel giorno, il Signore, molto in pensiero, si avvicinò al suo albero amato e questo con grande venerazione, chinò la testa. Il Signore gli disse: “Caro bambù, ho bisogno di te”. Sembrò al bambù che fosse venuto il giorno di tutti i giorni, il giorno per cui era nato. Con grande gioia, ma a bassa voce, il bambù rispose: “O Signore, sono pronto. Fa’ di me l’uso che vuoi”. “Bambù”, la voce del Signore era seria, “per usarti devo abbatterti”. Il bambù fu spaventato, molto spaventato: “Abbattermi, Signore, me che hai fatto diventare il più bel albero del tuo giardino? No, per favore, no! Fa’ uso di me per la tua gioia, Signore, ma per favore, non abbattermi”. Mio caro bambù, “se non posso abbatterti, non posso usarti”. Nel giardino ci fu allora un grande silenzio. Il vento non tirava più, gli uccelli non cantavano più. Lentamente, molto lentamente, il bambù chinò ancora di più la sua testa meravigliosa poi sussurrò: “Signore, se non puoi usarmi senza abbattermi, fa’ di me quello che vuoi e abbattimi”. “Mio caro bambù,” disse di nuovo il Signore “non devo solo abbatterti, ma anche tagliarti le foglie e i rami. Se non posso tagliarli, non posso usarti”. Allora il sole si nascose e gli uccelli ansiosi volarono via. Il bambù tremò e disse appena udibile: “Signore, tagliali!”. “Mio caro bambù, devo farti ancora di più. Devo spaccarti in due e strapparti il cuore. Se non posso farti questo, non posso usarti”. Il bambù non poté più parlare. Si chinò fino a terra. Così il Signore del giardino abbatté il bambù, tagliò i rami, levò le foglie, lo spaccò in due e ne estirpò il cuore. Poi portò il bambù alla fonte di acqua fresca vicino ai suoi campi inariditi. Là, delicatamente, il Signore dispose l’amato bambù a terra: un’estremità del tronco la collegò alla fonte, l’altra la diresse verso il suo campo arido. La fonte dava acqua, l’acqua si riversava sul campo che aveva tanto aspettato. Poi fu piantato il riso, i giorni passarono, la semente crebbe e il tempo della raccolta venne. Così il meraviglioso bambù divenne realmente una grande benedizione in tutta la sua povertà e umiltà. Quando era ancora grande e bello e grazioso, viveva e cresceva solo per se stesso e amava la propria bellezza. Al contrario nel suo stato povero e distrutto, era diventato un canale che il Signore usava per rendere fecondo il suo regno.

Se il Bambù fosse rimasto alto, nobile, con le sue foglie e rami verdeggianti, non avrebbe mai scoperto il senso della sua vita. La preoccupazione di noi stessi, del guadagno, della carriera, del divertimento, dell'immagine sono le nostre "foglie", i nostri "rami". La vera gioia è donarsi, consegnarsi, dimenticarsi per rendere felici gli altri.

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a cura di Emilio Rizza e Salanitro Dario ( Tnpee ) In questo numero vorrei parlarvi di un grande uomo, forse molti non lo conosceranno, ma è stato uno che ha cambiato la storia dello sport mondiale riuscendo ad unificare tutti gli atleti del mondo attraverso una competizione nota in tutto il mondo. Lui è Pierre de Coubertin l’uomo che ha ridato luce alle olimpiadi. C’è chi lo sport lo fa, chi lo cambia, chi lo fa progredire, e chi lo inventa. E per inventarlo a volte basta una frase, una frase che rimane per sempre il simbolo di tutte le discipline sportive, ripetuto da qualsiasi allenatore, in qualunque epoca. “L’importante non è vincere, ma partecipare”. Pierre de Coubertin non si limitò a coniare questa frase storica, (citando il vescovo Ethelbert Talbot). Il barone di Coubertin fece molto di più, ridiede vita agli antichi Giochi Olimpici, quelli che si svolgevano in Grecia più di 700 anni fa! Nella testa del barone la folle idea partì quando venne a sapere di alcune scoperte archeologiche che, proprio in quegli anni, avvennero a Olimpia, la città greca che ospitava i Giochi antichi. Gli archeologi trovarono di tutto, da edifici a oggetti votivi, persino a una fiaccola. Oltre a questo, a fine ’800, de Coubertin fu ispirato da un viaggio in America dove vide che nelle Università gran parte della formazione dei giovani passava dallo sport. Tornato in Francia non ebbe dubbi, doveva riportare in vita le Olimpiadi. La prima cosa fu organizzare un congresso internazionale alla Sorbona di Parigi allo scopo di pubblicizzare il suo progetto. Quel giorno, il 23 giugno 1894, nacque il CIO, il Comitato Olimpico Internazionale, del quale il barone divenne segretario generale, la presidenza andò invece a Demetrius Vikelas, un letterato greco che ebbe il compito di organizzare i primi Giochi Olimpici Moderni, proprio nello stesso posto dove nacquero quelli antichi, in Grecia, ad Atene. Le prime Olimpiadi moderne furono un successo, grazie alla grande pubblicità di de Coubertin e all’intelligenza organizzativa di Vikelas. Nel 1896 ben 241 atleti di 14 nazioni diverse, un numero altissimo per l’epoca, si ritrovarono ad Atene per confrontarsi in 10 discipline diverse. Da tutto il mondo arrivarono tifosi a seguire l’evento e le gare ebbero un grande risalto internazionale. Il barone c’era riuscito, lo sport era rinato, reinventato, risorto. Il grande successo globale, quello che conosciamo ancora oggi, arriva nel 1908 a Londra, da quel momento in poi i Giochi diventano un appuntamento mondiale irrinunciabile, conditi da particolari importanti aggiunti dalla genialità del barone. I cinque cerchi, simbolo che rappresenta i 5 continenti e il giuramento olimpico, anch’esso ancora attuale. Ma anche la fiaccola olimpica e addirittura uno sport: il pentathlon moderno. Pierre de Frèdy, barone di Coubertin, scomparve a 74 anni. Venne seppellito vicino alla sede del CIO, nella città di Losanna, il suo cuore però è in un altro posto, custodito per sua volontà in un monumento nel posto in cui nacque tutto: l’antica Olimpia.

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a cura di Alessandro Noè e Bianca Caniglia ( Psicologa )

Il Nuoto Paralimpico è presente fin dalla prima edizione dei Giochi Paralimpici, ossia fin dalle Paralimpiadi di Roma 1960 e vi possono partecipare atleti con problemi fisici, assenza di arti, paralisi, affetti da nanismo, non vedenti o con difficoltà mentali e psichiche. Così come per il Nuoto per normodotati, anche i disabili posso gareggiare in tutte e cinque le categorie, ossia stile libero, dorso, rana, farfalla e misto e le distanze variano a seconda delle categorie stesse: nello stile libero si gareggia per i 50 mt, i 100 mt, i 200 mt, i 400 mt e la 5 km in acque libere; nel dorso, nella rana e nella farfalla le distanze sono 50 mt e 100 mt; ed infine nei misti 150 mt e 200 mt. I nuotatori vengono classificati a seconda del sesso, dell'età e del grado di disabilità; quest'ultimo si suddivide a sua volta in base alla tipologia, suddivisa in categorie. Ogni categoria è poi abbinata al tipo di specialità che viene classificata con delle lettere: S per lo stile libero, il dorso e la farfalla; SB per la rana e SM per il misto. Il nuoto paralimpico è una delle discipline di punta del movimento degli sport disabili, sia in termini di tesserati, sia per quanto riguarda la scia di medaglie conquistate in ambito internazionale ed in Italia è rappresentato dalla FINP, Federazione Italiana Nuoto Paralimpico, che è nata nel settembre 2010.

La mia esperienza Oggi vorrei raccontarvi la mia esperienza con questo bellissimo sport… Sono Alessandro, un atleta paralimpico di nuoto. Ho sempre praticato questa disciplina, ma avevo bisogno di qualcuno che potesse aiutarmi a perfezionare gli stili che pratico (50 dorso e doppia bracciata) così, tramite internet, ho conosciuto l’associazione “Il faro” onlus di Augusta, di cui faccio parte da circa quattro anni. Lo scopo dell'Associazione è quello di promuovere lo sport tra persone che come me hanno difficoltà a muoversi liberamente, facciamo attività sportiva a livello agonistico; in particolare: nuoto, handbike (bicicletta speciale a tre ruote con spinta a braccia) e atletica leggera. E siamo affiliati alle rispettive federazioni di competenza. Questa è la mia passione e spinta alla vita! Faccio nuoto da quando ero piccolo e sin da subito mi sono appassionato, per questo ho provato a convincere i miei compagni del centro a fare sport.

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Molti di loro mi dicono che non vogliono venire per il brutto tempo, il freddo e preferiscono invece restare a letto. Io rispondo loro: meglio l’allenamento perché i frutti si vedono e le soddisfazioni arrivano nelle gare. Per me lo sport è tutto! Il nuoto è uno sport completo: spalle, dorso, gambe… mi fa sentire bene, soprattutto libero! In piscina mi sento libero di muovermi; tutto è più facile, fuori mi sento bloccato mentre in acqua ciò non accade. L’acqua è gioia. E poi, le gare fanno pure contenti i miei. Prima di gareggiare mi sale una cosa a livello dello stomaco: la mia amica ansia; ma dopo, mi sento leggero e soddisfatto. Ai campionati regionali FINP Sicilia, svoltisi a Palermo il 15 maggio 2016, sono arrivato secondo nella gara singola stile “50 dorso” e, insieme ai miei compagni, abbiamo guadagnato il secondo posto anche nella classifica a squadre mentre, alle fasi finali, tenutesi a Catania il 26 giugno, a sorpresa e per un solo punto di vantaggio, la nostra squadra ha conquistato il 1° gradino del podio! È stata un’esplosione di gioia perché a tifare per me c’erano tutte le persone che mi vogliono bene, parenti e amici. Mi sono emozionato e ho pianto di gioia. Se potessi identificare lo sport con un colore sarebbe l’azzurro: come l’acqua, come il colore dei miei occhi… un modo diverso di vedere il mondo. Ah, dimenticavo… Azzurro come il cielo dove volano i piccioni in libertà.

Curiosità! Ne 1873 venne importato in Occidente da John Arthur Trudgen, maestro di nuoto australiano, un nuovo stile, quello morbido e veloce dei polinesiani. Il nome derivava dall’inglese “to crawl”, strisciare: un movimento sincronizzato di gambe e braccia a pelo d’acqua, con la respirazione effettuata girando alternativamente la testa a destra e sinistra. Ma a farlo conoscere professionalmente ovunque fu l’americano Johnny Weissmüller, vincitore dei 100 metri stile libero alle Olimpiadi di AmsterJohnny Weissmüller dam nel 1928. Datosi poi al cinema e diventando uno dei più famosi Tarzan della storia, Weissmüller diffuse popolarmente il crawl anche attraverso le sue pellicole cinematografiche, in cui non mancava mai almeno una scena che lo vedesse impegnato a nuotare, tra coccodrilli e ippopotami del fiume, il suo fantastico crawl.

Perché non ci sono campio

ni di nuoto neri?

I neri nel nuoto sono svantaggiati per ragioni fisiologiche. Hanno una densità ossea più elevata rispetto ad altre popolazioni e una minor percentuale di tessuto grasso: perciò galleggiano meno facilmente. Inoltre, hanno una maggior percentuale di fibre muscolari “veloci”, quelle predisposte per gli sforzi rapidi e intensi, ideali per correre i 100 metri in 10 secondi o “schiacciare” la palla nel canestro. Nel nuoto invece la gara più breve, i 50 metri, richiede più di venti secondi.

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a cura di Antonio Ursino e Carmen Arena ( Logopedista ) In questa rubrica vorrei parlarvi dei Mandala, rappresentazioni grafiche che attraverso il colore esprimono il nostro mondo interiore e i nostri stati d’animo. Tramite internet ho scoperto la possibilità di poterli colorare anche on line, ciò mi aiuta a concentrarmi. Colorare un mandala è diventata un abitudine piacevole per concludere la seduta di terapia logopedica.

Il mandala è una struttura circolare in cui tutti i punti tendono verso il centro. Gli scienziati la definirebbero una struttura a rotazione simmetrica. La visione orientale parte dal presupposto che il mandala sia stato creato dal centro che, a sua volta, contiene ogni cosa. In effetti, si potrebbe immaginare che un mandala sia nato soffiando in un punto che viene così riempito di spazio e tempo. I buddisti e gli induisti hanno costruito e costruiscono le fondamenta dei loro templi a sua immagine e allo stesso modo descrivono il corso della vita. Nella sua forma classica il mandala era rappresentato da quattro torri corrispondenti ai quattro punti cardinali con un simbolo di unità nel mezzo. Ciò sta ad indicare che esistono diverse strade che conducono ad un obiettivo. Il tragitto porta dal centro verso il centro: dal centro percepito inconsciamente, al centro ricercato con consapevolezza. È come nelle favole in cui il protagonista parte da un punto (solitamente la propria casa) e durante il suo viaggio affronta il mondo e le sue difficoltà, commette errori, fa esperienze e mettendosi alla prova, scopre le proprie risorse e i propri talenti per poi tornare di nuovo al punto di partenza, la casa, ma più maturo e consapevole. Il mandala é una specie di mappa interiore che guida chi vuole percorrere un percorso di crescita personale. Un modo per far emergere, accogliere e tradurre in colore emozioni, sensazioni, idee, vissuti, per costruire o ricostruire il proprio ordine interno. É un processo che, rende visibile il nostro caos interno e, dandogli forma, ci aiuta a passare dal disordine ad un ordine dinamico e nuovo. La forma del cerchio e della simmetria del mandala genera dentro di noi una percezione d’ordine e di armonia: é una forma definita che fa da contenitore a emozioni o pensieri disarticolati e confusi per passare ad un ordine armonico. Ogni volta che ci dedichiamo ad un mandala, facendo silenzio e vuoto intorno a noi, possiamo dare ascolto ai nostri pensieri più intimi, alle emozioni più profonde e nascoste nella nostra anima. É un vuoto di parola, perché stiamo in silenzio, un vuoto di pensiero razionale, perché chi colora sta solamente in contatto con la sua anima, nell’ascolto di cosa emerge, ed é anche un vuoto di senso logico, perché nel colorare si agisce semplicemente, senza alcuna spiegazione. Partoriamo sul foglio vuoto il nostro interno pieno: ci esercitiamo così nella consapevolezza! L’atto di colorare, inoltre, risponde al bisogno profondo di ognuno di mettere insieme i propri pezzi interni in modo armonico, trasformando “cose note ma sgradevoli” in “cose ignote ma gradevoli”.

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Come ogni altra esperienza artistica, crea armonia anche fra gli elementi sgradevoli e spaventosi, proprio perché non li nega, ma semplicemente cambia il rapporto tra le diverse parti. Colorare un mandala ci dà l’opportunità di stabilire un punto fermo nella giornata e magari in quelle successive, a cui può ancorarsi la nostra anima e ci permette di dedicare con regolarità e continuità, un tempo ed uno spazio solo a noi stessi, totalmente liberi da ogni impegno. Con la pratica ci alleniamo ad accogliere, senza giudicarlo, tutto quello che emerge dal profondo. Colorare un mandala diventa un efficace addestramento mentale che favorisce la chiarezza, la concentrazione e la tranquillità della mente. In questo modo non é solo uno strumento ma può insegnarci il corretto atteggiamento mentale con cui affrontare la vita. Ci sono diversi modi per creare, disegnare o colorare un mandala. Si possono usare conchiglie, foglie, sassolini, petali di fiori, terre colorate, disegnarlo sulla sabbia, sulla neve, sull’acqua. Oppure crearlo e colorarlo con pennarelli, pastelli, acquerelli, tempere. Solitamente poi si cancella o si brucia e in questo modo il mandala ci insegna anche a praticare il non attaccamento.

Il mandala ci consente di: 1- imparare a gestire i confini, ad accettare quelli fondamentali; 2- trovare se stessi, tranquillizzarsi; 3- centrarsi e concentrarsi rimanendo rilassati; 4- orientarsi ad un modello di vita; 5- integrare meglio le esperienze; 6- imparare a vivere in risonanza con un modello; 7- vivere esperienze di unità; 8- sviluppare una personalità armoniosa; 9- attingere forza dal proprio centro.

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a cura di Salvatore Bonaccorso e Dario Salanitro ( Tnpee )

Pensando ai nostri giorni, mi è venuto in mente di scrivere un articolo inerente a come si giocava una volta. Ricordo come io trascorrevo le mie giornate da fanciullo, senza annoiarmi e sempre allegro. I ragazzi di oggi, purtroppo, non sanno più giocare perché i nuovi giochi non stimolano più la fantasia e soprattutto la socializzazione. Sono tutti giochi strutturati e individuali. Una volta giocavamo con niente o con materiale riciclato, utilizzando molto la fantasia e la creatività. Il nostro punto d’incontro era la strada o meglio “a vanidduzza”. Personalmente questo articolo mi è piaciuto tantissimo, anche se molto vasto da trattare proverò a fare un elenco ed una breve descrizione dei giochi che più mi hanno appassionato. Ecco alcuni dei vecchi giochi siciliani catanesi: U tuppetturu, Ammiccia-ammuccia, Caricabotti, Carriolu a pallini, U sciangateddu, A megghiu visula, A ncugna, A pammata, I cciappeddi

Ti ho ritrovato in una cassapanca vecchio tuppetturu dalla punta aguzza e dal legno scrostato per i colpi che davi e ricevevi nelle risse. Ti ho rivisto con gli occhi del fanciullo che ti avvolgeva nello spago, attento, e ti lanciava con la mano ferma facendoti ruotare. Non chiamatelo trottola, vi prego. La trottola è un giocattolo rampante scintillante di luci e di colori, da far girare nelle stanze chiuse. U tuppetturu era figlio della strada, figlio d'un altro tempo, di altri giochi, fratello del ragazzo che lo usava nelle lotte con avversari forti e che con cura poi lo riponeva in una tasca dei calzoni corti. Ero io quel ragazzo e tu, tuppetturu, accendi la memoria proprio quando gli anni son tanti e la mia mano è stanca. Non dirmi di lanciarti, non potrei, ritorna alla tua vecchia cassapanca. di Giuseppe Loteta (Poeta)

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Il gioco del tuppetturu è stato probabilmente il più famoso simbolo degli antichi giochi siciliani. Questa piccola trottola il più delle volte veniva costruita “artigianalmente” dai falegnami. Lo scopo del gioco era o far girare il più a lungo possibile u tuppetturu, o riuscirlo a prenderlo e farlo ruotare sul palmo della mano. Era anche previsto un pegno per l’ultimo classificato. A inizio gioco veniva stabilito un numero di colpi – dette “pizziate” – che u tuppetturu del perdente doveva subire. Spesso questi colpi, dati con il chiodo del tuppetturu, distruggevano letteralmente quello dell’ “appuzzatu”.


a cura di Di Mauro V. Torre A. Sciuto C. Colella A. Fiorenza G. e D’Anna Giuseppa ( Logopedista )

OGNI FIGHITEDDU DI MUSCA E' SUSTANZA Meglio di niente

SENTISI FRISCARI ARICCHI (Chi non ha mai detto: "mi friscanu aricchi! sa' cu m'annintuva! ". Letteralmente vuol dire “Mi sento fischiare le orecchie. Chissà chi sta parlando di me!” Anticamente, si credeva appunto che, quando si avvertiva un ronzio ad un orecchio, ci si trovasse sulla lingua di qualcuno.

CU A VOLI COTTA E CU A VOLI CRURA (Chi la vuole in un modo e chi in un altro. La frase si addice a più persone in continuo disaccordo).

CANI CA NUN CANUSCI PATRUNI (Il cane qui, simboleggia una persona ingrata, che non ricambia il bene ricevuto).

OGNI LASSATA E' PIDDUTA (Ogni lasciata è persa. Infatti le occasioni bisogna saperle cogliere al volo, quando si presentano. Ciò che si rifiuta oggi, forse non sarà piu' possibile averlo domani).

CHI 'NNICCHI E 'NNACCHI! ("Ma che c'entra! ", "ma che mi racconti!", come voler dire anche: "ma questa cosa non ha senso! " Il detto, molto probabilmente trova origine nel motto latino “Nec hic, nec hoc”che vuol dire “Né questo, né quello”.

STA' BENI, LAMENTATI! (Si dice a chi, pur godendo di una buona situazione economica, ha sempre il vizio di lamentarsi o di mostrarsi pessimista quando sta per intraprendere una iniziativa).

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a cura di G. Pori - G. Giardina e Loredana Gallina ( Tnpee ) In collaborazione con alcuni ragazzi del C.S.R. di Viagrande, sono stati creati ausilii di uso quotidiano per sviluppare la loro autonomia. Per tale motivo, è stata creata questa nuova rubrica “Ideabile” (fusione del termine idea e dell’aggettivo abile), in cui vi mostreremo le creazioni dei ragazzi, dall’idea originale al prodotto finale e al suo utilizzo. Oggi vi presentiamo il PORTA BEVANDE! Il prototipo, ancora in uso, è nato dall’unione di un manico di scopa, una tavoletta di legno e due porta bicchieri in plastica, adattabile a carrozzine che avessero la disponibilità di un qualsiasi foro in cui inserire il manico.

La sua evoluzione è avvenuta affinché il porta bevande fosse utilizzabile in varie tipologie di carrozzina. A tale scopo, ne è stato realizzato uno nuovo utilizzando un braccetto, un morsetto (facilmente adattabile a qualsiasi carrozzina), una staffa di fissaggio, 4 viti e bulloni, un vassoietto in legno (realizzato nel laboratorio di falegnameria del nostro centro) e porta bicchieri in plastica. Di seguito, la scheda tecnica per poterlo realizzare. Per info contattateci a cisiamoanchenoicsr@gmail.com SCHEDA TECNICA 1 braccetto serie Flexible (venduto da Amazon) 1 morsetto serie super Clamp (venduto da Amazon) 1 staffa di fissaggio per piedi in metallo con 4 fori (acquistabile in qualsiasi ferramenta) 4 viti da legno 1 vite in metallo 4 bulloni 1 vassoio in legno 1 Porta bicchieri in plastica

STAFFE DI FISSAGGIO

PORTA BICCHIERI

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MORSETTO

BRACCETTO

VASSOIO IN LEGNO

PORTA BEVANDE ASSEMBLATO


a cura di Salvatore Bonaccorso e Dario Salanitro ( Tnpee )

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Dedicato a te Dedicato a te che piangi di notte, perché gli altri dormono e non possono sentirti... Dedicato a chi soffre, ma fuori ride con gli altri facendo finta di niente… Dedicato a chi nella vita sbaglia, a chi asciuga le lacrime degli amici e non chiede mai niente in cambio… Dedicato ai tuoi occhi che stanno leggendo questo messaggio, che forse non condividerai mai... Ma non fa niente... la vita è fatta così! Giuseppe Giardina

Estate Estate è gioia Estate è calore Estate è scoprire nuove emozioni Estate è l’azzurro Estate è dolce e salata Estate è solitudine Estate è riposo Estate è fare quello che ti va, con chi ti va! Asero Laura

Sono Antonio Gesualdo Nonostante le mie difficoltà vorrei poter avere una famiglia tutta mia, perché il mio handicap è solamente fisico ma cuore e mente sono uguali a qualunque altro uomo. Antonio Gesualdo

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Hai una storia da raccontare o una poesia da pubblicare? Hai vinto una gara o hai qualcosa da segnalare?

SCRIVICI a “cisiamoanchenoicsr@gmail.com� Noi la pubblicheremo!

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Giornalino maggio settembre  

Giornalino C.S.R.

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