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OFF THE WEB


I migliori post del 2009


L’aula studio al 36 di Gaia Roncarelli

h 12.32. Sussurri, matite che cadono. Sedie che scricchiolano e sguardi furtivi che spiano chi arriva e chi se ne va. Di nuovo frammenti di dialoghi bisbigliati su esami troppo difficili, assistenti troppo bastardi, fidanzati troppo distratti. Il bip-bip di un telefonino che vibra su un tavolo, il fruscio leggero, ma costante di pagine sfogliate e svogliate. Bottigliette di plastica centellinate, fazzoletti accartocciati e tavoli scarabocchiati. Nell’aria nervosismo, rassegnazione e tanta voglia di fuga. Il silenzio è una coperta spessa e un po’ infeltrita. Lo stridio di un evidenziatore sulla carta richiama la mia attenzione, gambe del tavolo troppo corte e rumorose singhiozzano nel coatto mutismo collettivo. L’odore penetrante e irresistibile di un bianchetto che si sfoga su un errore di distrazione. Risate soffocate e maliziose, mormorii pettegoli, sguardi di intesa. Cerniere fulminee di zaini e astucci aperti e poi richiusi, cellulari carichi di speranze sbirciati in continuazione. Appunti prestati, fogli strappati, capelli sciolti ravviati


raccolti. Odore di polvere e dopobarba, tonfo sordo di passi pesanti su scale di legno. Occhi che lottano contro il sonno, occhi persi nel vuoto o tra le righe stampate, occhi che si cercano e poi si evitano imbarazzati. Unghie rosicchiate, chewingum masticate per ore, un piede batte impazzito sul pavimento. Teste chine, gambe accavallate, stiracchiamenti e sbadigli, sguardi impazienti all’orologio e alle vetrate illuminate da un sole scialbo. Fuori volti concentrati, dentro pensieri ribelli che svolazzano disobbedienti da un’analisi storiografica ai programmi per il venerdì sera con gli amici. Blocknotes, enciclopedie e dispense. Mani che sorreggono smorfie dubbiose e fronti corrucciate, che massaggiano tempie annoiate, che tormentano sciarpe e ciocche di capelli, che battono isteriche sulle tastiere pagine di tesine interminabili. Di nuovo occhiate all’orologio, un volto s’illumina: finalmente la pausa “caffè e sigaretta”. Poi le ore passano, ormai è buio, s’è fatto tardi e se no perdo l’autobus. Zip di giubbotti che si chiudono in fretta, un senso di euforia e libertà. Passi nel gelo senza scampo dei portici d’inverno, verso casa.


Vi scrivo dopo una notte di pensieri e tanta ansia. Una

Lettera a casa di Azeb Lucà Trombetta

sola cosa mi tornava in mente: la vostra generosità, il vostro essere per gli altri, il vostro rispetto per la vita, per i valori religiosi tramandati nei secoli. Allora mi sono messa in discussione, come figlia, come persona. Sono stata io a scatenare; io a scatenare tutto questo. Io la prima a rifiutarvi, la prima a far salire un muro, a nascondermi perché da sempre non volevo essere giudicata e controllata. Io a uccidermi? Non ho voluto seguire le regole. Non ho accettato nulla delle vostre scelte per me e mi sono distaccata da voi sempre di più. Ho mentito per anni, ho nascosto la mia anima, perché tutte le volte che faceva capolino qualcuno era lì pronto a prendere le misure per tagliare e ricucire ciò che andava e non andava. Per tutta una vita mi avete detto come vestire, come camminare, ma uscendo di casa mi cambiavo e camminavo come dicevo io. E anche lì mentivo. Avete sempre deciso sulla scelta dei miei amici. Potevo stare buona. Dovevo solo ringraziare ogni giorno ciò che mi era stato dato e offerto. “Onora il padre e la madre”. È questo che mi suonava in mente stanotte, mentre il coltello rigava la mia pelle. Non l’ho mai fatto. Perché? Perché la vostra vita non è la mia. Perché il controllo e il possesso non fanno parte dell’amore materno e paterno. Io ero quella che ero e volevo solo vivere. La mia vita non era così schifosa come appariva a voi, ero fiera di ciò che facevo perché lo facevo secondo ciò che sentivo giusto.


Ma voi, siete sicuri di aver letto il Corano? È lì che avete letto la necessità della mia morte? Oggi muoio con questo pensiero: cercavo qualcosa che non conoscevo, un sentimento che non ho provato sulla mia pelle. E che ormai non proverò più. Ancora una volta qualcuno ha scelto per me. Controllo e possesso, ecco cosa resta degli anni che ho alle spalle. Ma il resto? Controllo e possesso, ecco perché sto morendo. Perché mi sono ribellata a tutto questo. A casa sono sempre stata come un cane in gabbia. È quello che ho cercato di fare, anche commettendo degli errori, ma ci ho provato. Cercando di mettere radici, costruire il mio spazio, vivere. Vorrei poter restare dove sono, curare ciò che ho adesso. Avrei avuto una vita normale. Questa scelta sarà finalmente mia, mi dicevo, dettata da un desiderio di affetto e di calore. Senza più fuggire. Ma ora non vale più nulla. Le parole, i sogni, la mia vita. Avete scelto anche questo. Non ci sono più.


Il primo amore di Mattia Matrone

Sembra minuscola e leggera tra le mie mani grandi, adunche e callose. L’ho ritrovata per caso su una mensola della cantina, lei, la prima, il primo amore che non si scorda mai. Credo che non ne fabbrichino piÚ da molto tempo, forse da prima che io nascessi. Oggi sarebbe considerato un giocattolo pericoloso e diseducativo, non ha nemmeno il marchio di sicurezza. La mia prima pistola, una vecchia scacciacani a tamburo, perfetta copia di una Colt a canna lunga: il mio giocattolo preferito. Credo di essere stato uno degli ultimi bambini del mondo che ha giocato ai cowboy. Lei, assieme ad un bel cappello a tesa larga e ad un antiquato cavallo a dondolo, mi accompagnava per immaginarie praterie, mentre canzoni dimenticate parlavano di un vecchio cercatore d’oro e di sua figlia Clementine. Ora sembra piccola nelle mie mani, la impugno bene soltanto con due dita, schiaccio il grilletto e mi sorprendo di come il meccanismo a molla, ancora perfettamente funzionante, riesca a far girare il tamburo cilindrico in plastica. Tempo fa vendevano dei piccoli anelli rossi di sei cartucce con polvere da sparo (completamente innocue) che, se inserite nel tamburo estraibile con un movimento estremamente realistico, venivano fatte esplodere dal


grilletto. Già quand’ero piccolo io non era facile trovarne di queste munizioni, penso di averle usate pochissimo. L’effetto però me lo ricordo: il rumore della detonazione non aveva niente da invidiare a quello di una pistola vera, mentre un leggero filo di fumo e talvolta una scintilla facevano tremare la mano e ti rendevano davvero partecipe di un’epopea western che oggi non viene più nemmeno raccontata e sognata. Vedere oggi la pistola con quella vernice dorata, scrostata dal tempo e dall’uso mio e di mio padre prima di me, è come ammirare un’antica reliquia di un mondo perduto. L’impugnatura in solida plastica nera e lucida, il meccanismo ancora in grado di far girare il tamburo sono tutto quello che resta di un bambino che da grande voleva fare il cowboy. Ora che è anche passato di moda sognare di fare l’astronauta, chissà se i bambini del futuro potranno ancora sognare, o si limiteranno a vivere secondo un database di processi razionali non dissimili dai computer e dai polli d’allevamento? Chissà se frugando tra le vecchie cose i bambini del futuro ritroveranno il loro primo amore, il loro passato? Chissà se potranno ancora chiudere gli occhi, come sto facendo io, nella scura umidità della cantina per poi riaprirli su immense praterie cavalcando verso il tramonto del lontano West?


Carissimo signor Milk,

Caro signor Milk di Azeb Lucà Trombetta

Il mio nome è Azeb Lucà Trombetta e vorrei essere reclutata da lei. Ho scoperto della sua esistenza poco tempo fa. I libri di storia, quella storia che si sta ripetendo oggi identica, non parlano di lei. Come non parlano mai degli uomini che hanno smosso le acque, che hanno aperto le menti, che hanno dato la loro vita per una giusta causa. Ho seguito attentamente e con il cuore sempre all’erta il film che racconta la sua storia. Ho rivisto le facce di quelli che oggi vengono ancora pestati, derisi e umiliati come all’ora. Mi dispiace dirglielo signor Milk, ma quello per cui lei è morto esiste ancora. La paura dell’altro (non del diverso, ma del proprio simile), l’ipocrisia vestita da cattolicesimo, l’impossibile che diventa possibile, diritti umani calpestati come cartacce a terra. Oggi la parola d’ordine è: questo non è morale. E allora giù con i pestaggi, con le minacce. E oggi come ieri, io come lei; non mi riferisco solo agli omosessuali, ma a tutte le categorie sociali dimenticate o se ricordate solo dopo la loro morte, molto spesso per disperazione o sotto i pugni di un codardo. Lei si è alzato in piedi e non ha mai smesso di credere, lottava dall’interno e dal basso per cambiare le cose, era seguito da mari di folle che hanno pianto alla sua morte. Ma lei, perché è morto? Un uomo ha premuto il grilletto, ma un sistema ha costruito quella pistola. Oggi un uomo stringe i pugni perché un sistema lo carica di rabbia. Come si fa con i cani da combattimento, gli uomini oggi sono rinchiusi in una gabbia di paura costruita ad hoc


e poi scagliati contro chi vuole solo vivere fuori da quelle

la sua carriera politica sia stata molto breve. Attivista per i

gabbie. Quello di oggi è un manicomio a cielo aperto: c’è

diritti

chi si taglia le braccia, chi si nutre per poi

commerciante e politico, ma con un fare da pacificatore,

autodistruggersi, chi ha manie di persecuzione e chi per

mai provocatorio, sempre sorridente. Nonostante la sua

nulla si scaglia contro chi gli passa davanti. Come vede

vita breve (è stato ucciso a 48 anni, ed è stato in politica

non è cambiato nulla, ed è questo dimenticare che mi

per molto meno, dal 1973 al 1978) ha incarnato per molte

spaventa, questo cancellare i ricordi, i fatti, le persone.

classi sociali (anziani, disabili, omosessuali, donne, iscritti

Oggi lei è dimenticato come tutti quelli che sono morti in

al sindacato) una figura militante per i diritti civili.

degli

omosessuali,

omosessuale

solitudine mentre il sangue gridava rispetto. Io non sono come lei, non scendo in piazza, ma oggi mi vien voglia di prendere un megafono e gridare al mondo: rispetto. Senza il mio sangue e quello di chi come me non vuole stare in gabbia. Ci sono albe e tramonti dopo questo buio? C’è forse la speranza che qualcosa cambierà? Mio caro signor Milk, io oggi ho paura di diventare come quei cani da combattimento, ho paura di scagliarmi contro il primo che passa. Spero di ricevere una sua risposta, ora la saluto e la ringrazio per il tempo dedicatomi. Cordiali saluti, Azeb Il mio nome è Harvey Milk e voglio reclutarvi tutti. Con queste parole, Harvey Milk era solito confrontarsi con il pubblico quando si trovava di fronte molte persone. Con uno stile tutto suo, dolce, gentile, mai sopra le righe, Milk è stato in grado di attirare su di sé l’attenzione della gente (non solo della comunità gay di San Francisco) e della stampa; è stato in grado di diventare un’icona, nonostante

…magari trova il tempo per rispondere.

lui

stesso,


Padri e figli di Gaia Roncarelli

Per favore, quando le parli, chiamala “bambina mia”, accarezzandole la fronte con lo sguardo, poi ascoltala attentamente, senza alcun pregiudizio, perché quella bambina (la tua bambina, e lo sarà per sempre) ha qualcosa nel cuore, ha qualcosa a cui tiene su cui ha pensato e pensato e pensato, e ci tiene a dirtelo, a fartelo sapere, anche se non sa ancora come… Per saperlo avrebbe dovuto impararlo da Qualcuno, ma nemmeno Qualcuno, evidentemente, si ricordava come si fa, cosa si deve fare o dire, quando si parla ad un papà. Ah, mi raccomando, mentre lei parla non guardare le sue parole scorrere nel vento, ma ascoltala davvero, cerca di ascoltarle l’anima, cerca di capire cosa ti nasconde, e apprezza, invece, cosa ha trovato il coraggio di dirti, di cosa si lamenta e di cosa soffre ma non te lo confesserà mai, di cosa ha paura, cosa ama di te e di lei, di voi, del vostro cammino insieme. Mentre lei parla, è il tuo sangue che parla, la tua storia, la tua infanzia con i suoi angoli bui, le tue abitudini e i tuoi tanti, ma simpatici, difetti innati. Ascoltala, è come ascoltare te stesso e quello che sei riuscito a realizzare in questa tua lunga vita, per quanto sai e hai potuto fare. Poi, però, a un certo punto guardala negli occhi come si fa con un’adulta, perché è questo che lei sta diventando: guardala, è una donna ormai, non lasciare che cresca nella paura e nelle catene della tua autorità, non permetterle di diventare una donna-bambina, ancorata alle angosce e alle solitudini che solo l’infanzia conosce amaramente. Affrontala, dalle fiducia, che le rimanga bene impresso, a tua figlia, che le sue idee hanno un


valore, e questo valore è così alto da poter superare anche l’opinione di un papà, una persona così importante per la vita di ciascuno. E quando il silenzio scende tra voi, perché a un certo punto scende sempre il silenzio tra un padre e un figlio, bene, allora guarda lontano, guarda da dove viene questo silenzio, e con ancora le orecchie ronzanti di vuoto, parlale del tuo papà, di com’era, e di com’eri tu, cosa gli hai nascosto e cosa hai avuto il coraggio di dirgli, di cosa ti lamentavi e per cosa hai sofferto ma non glielo hai mai confessato, di cosa avevi paura allora e di cosa hai paura adesso, cosa amavi di lui e di te, di voi insieme. Parlale di te, sii sincero, e lei capirà, perché le bambine conoscono il linguaggio dei papà in tutte le loro sfumature, dette e non dette; tua figlia lo apprezzerà, crescerà forte e orgogliosa del suo papà che non ha paura del silenzio che viene da lontano, e sarà anche orgogliosa di sé stessa perché ha avuto il coraggio e l’amore di dirti quello che aveva nel cuore, quello che teneva a farti sapere, a cui aveva pensato e pensato e pensato. Guidala, perché lei non sa da dove cominciare, insegnale come fare, e se non lo sai nemmeno tu (perché nemmeno a te lo avevano insegnato), inventatelo, insomma prendi le redini del vostro cammino, sii un padre, sii quel Qualcuno che finalmente ha imparato, si è improvvisamente ricordato, o forse se lo è solo inventato, come si fa, cosa si deve fare e dire, quando si parla ad un papà.


Chiunque abbia un minimo di familiarità con la storia

La camera degli sposi

dell’arte avrà sicuramente presente la celebre volta della

di Mattia Matrone

trova scritto che è uno dei più alti esempi di ricerca

cosiddetta ‘camera degli sposi‘ del Castello di San Giorgio, dipinta da Andrea Mantegna a Mantova, su commissione della famiglia Gonzaga, tra il 1465 e il 1474. Sui libri si dell’illusionismo prospettico rinascimentale. Mantegna riuscì infatti a dipingere un finto lucernario circolare dal quale si affacciano putti e figure mitologiche, sopra i quali ammicca uno scorcio di cielo limpido, che dà l’illusione perfetta a chi vi si sdraia sotto di ammirare un lembo di quell’intensa e sterminata volta celeste, tipica della pianura padana. Il cielo, simbolo di libertà e di vita, ha affascinato per secoli gli artisti e gli architetti di tutto il mondo, i quali si sono cimentati spessissimo nell’impresa di ricrearlo sul soffitto di uno spazio interno, nel tentativo di regalare all’osservatore la sensazione di trovarsi ad ammirare un caldo lembo di limpida immensità diurna a qualsiasi ora del giorno e della notte. Pochi sanno, però, che quella del Castello di San Giorgio non è l’unica ‘camera degli sposi’ di Mantova. Ho infatti udito, proprio mentre mi trovavo a visitare il posto, una storia alla quale, anche se non fosse vera, mi piacerebbe credere con tutto me stesso. Si racconta che in città, alcuni anni fa, dall’altra parte del Mincio, nel periferico e degradato quartiere della Lunetta, viveva un modesto imbianchino con sua moglie. Persone semplici e modeste, sposati da molti anni e che avevano lavorato tutta la vita; una vita nella quale


Non so se questa storia sia vera; probabilmente no, ma

non avevano mai potuto concedersi altro lusso che

mi piace pensare che lo sia, come mi piace pensare che lo

passeggiare in riva al Mincio alla domenica e sedersi sul

siano le favole e i miti che popolano la mia fantasia di

prato a guardare il cielo, fantasticando su tutte quelle città

bambino. Non saprò mai se questa stanza esiste e se

sconosciute e quei paesi dove non avrebbero mai potuto

davvero il suo soffitto sia uguale a quello dipinto dal

permettersi di andare. Un giorno purtroppo accadde che

Mantegna, ma se davvero in una stanza, in qualunque

lei si ammalò gravemente. Nel giro di pochi mesi non

parte del mondo, c’è stato un gesto d’amore così grande

riuscì più a camminare e ben presto si ritrovò costretta nel

e così semplice, quella sarebbe davvero la ‘camera degli

letto, imprigionata da un polmone artificiale, lontana da

sposi’ che mi piacerebbe visitare.

quel cielo riflesso sul lago che non poteva più vedere e dimenticata da una morte che non aveva la pietà di sopraggiungere. Il povero imbianchino, non avendo figli e dovendo continuare a lavorare, era costretto a lasciare la moglie da sola nel letto tutti i giorni, immobile a guardare il soffitto. Quando poteva egli si accostava al capezzale della sua amata che non parlava più, piangendo e disperandosi nel vederla immobile e muta con gli occhi fissi sul quel soffitto bianco. Passarono due anni, finché un giorno, mentre vegliava su di lei, l’imbianchino non la sentì pronunciare qualcosa, un sussurro, nel quale però si distingueva bene la parola: “cielo”. Convinto che fosse l’ultimo desiderio della moglie e non sapendo di preciso come si potesse regalare il cielo, fece l’unica cosa che sapeva fare, prese vernici e colori e riprodusse perfettamente sopra il letto della moglie la volta della ‘camera degli sposi’, così lei poté tornare a vedere il cielo e, quando di lì a poco morì, le sembrò di morire libera sotto quello stesso azzurro che amava tanto ammirare nelle passeggiate della domenica assieme al marito.


Carmelo di Akio Takemoto

La colpa probabilmente era tutta dei germi. I germi che stanno nell’aria. Piccoli, talmente piccoli che manco si riesce a vederli. Questo si ripetevano un po’ tutti dopo quell’orribile giorno in cui tutto era cominciato. Una nenia il cui eco si poteva captare qui e là nelle strade ormai deserte, nonostante le finestre ben serrate e i cuscini a tappare eventuali spiragli. Era successo tutto all’improvviso, o meglio, la tragedia era stata ampiamente annunciata, ma il peggio venne d’un colpo. Giornali, tg, internet… a niente era servito il tamburellare costante dei mezzi di informazione. Il velo si era lacerato mentre ancora i cinici gridavano all’allarmismo ed alla paura immotivata. E’ inutile che vi illudiate: il virus c’è e presto colpirà anche voi. Benvenuti nel nuovo millennio e nell’era delle malattie psicosomatiche. Eppure c’era chi ci aveva visto lungo, chi si era fidato del mezzo busto ben pettinato che alle 8.20 precise sul nono e sul settimo canale per tre settimane, ogni sera, aveva annunciato l’imminente arrivo dei germi. Carmelo, il vecchietto del sesto piano. Lui, ad esempio, ci aveva creduto sin dall’inizio. Ciecamente. “Chiudetevi in casa, non parlate con altre persone, neanche al telefono… gli esperti ritengono che il virus si possa propagare anche attraverso i cavi delle linee telefoniche. E ricordate che quando accarezzate la testa di un bambino, accarezzate un nido di batteri”. A Carmelo neanche piacevano i bambini. Puzzano, hanno sempre il moccio al naso e soprattutto strillano di continuo


cercasse di evitare la compagnia di quel nonno burbero e noioso. “Quando cucinate state attenti a non prendere nulla che sia fresco e quindi non controllato dagli esperti. Comprate solo cibo in scatola e ricordate che in mancanza di aria i germi non possono sopravvivere”. Da quando l’aveva sentito per la prima volta Carmelo non aveva più osato cacciare il naso fuori dalla porta di casa. Se ne stava rintanato sotto il plaid sulla sua poltrona: i suoi lp di Peppino di Capri e le bottiglie di San Giovese che ormai stavano finendo. Così si era salvato. Tutti gli altri erano morti. I suoi amici, i suoi parenti, gli altri inquilini della palazzina al 23 bis. Persino Danielino non ce l’aveva fatta, anzi probabilmente con tutti quei capelli era stato lui il primo ad infettare gli altri. La televisione non la guardava più. Dopo la prima decina di vittime del virus aveva cominciato a chiedersi se forse, metti che, d’altronde è possibile che, i batteri viaggiassero anche attraverso le onde radio. D’altronde gli esperti non possono mica controllare tutto… qualcosa gli sarà sfuggito per forza!! Ogni tanto passava il pomeriggio dietro la finestra ad ascoltare, in attesa di qualche rumore, di qualche altro sopravvissuto. Niente, solo quelle maledette voci che si ostinavano a parlare da qualche parte del virus, che nel frattempo continuava a mietere vittime. “Evitate di guardarvi allo specchio. Il virus si propaga soprattutto da una persona all’altra”. Questo era l’ultimo consiglio che aveva ascoltato prima di spegnere anche la tv. Se li era annotati tutti. Trentadue pagine scritte con grafia minuscola e precisa. Ormai l’aveva letto talmente tante volte che lo sapeva a memoria. Quanto tempo era passato? Un mese? Forse due. Poi accadde. La sentì nitidamente, ma non ci volle credere. Poi ne sfrecciò un’altra e un’altra ancora.Che il pericolo sia passato? I sopravvissuti abbiano nuovamente cominciato a vivere normalmente? Dopo due giorni si decise ad aprire la finestra del salotto e dare un’occhiata di fuori. Una bella giornata


e, se provi a tirargli un bel manrovescio, ecco che attaccano a piangere e piangere. Suo nipote non lo vedeva quasi mai. Sin da quando era poco più che un settenne aveva cominciato, ogni qual volta veniva a fargli visita, a raccontargli storie lunghissime, storie insulse e noiosissime. Non ci volle molto perché Daniele, questo il nome del poverino, scappasse e di sole lo accecò. I suoi occhi, ormai abituati alla penombra dell’appartamento ci misero un po’ a riabituarsi, ma le sue narici, che per così tanto tempo avevano respirato solo quell’acre aria viziata dal chiuso, si spalancarono subito e godettero di quell’esplosione di odori freschi. Agosto stava ormai per giungere al termine e Milano cominciava a ripopolarsi della folla di vacanzieri frustrati. Il virus, una banale influenza, aveva mietuto solo fra le venti e le trenta vittime, tutte con complicazioni dovute a precedenti problemi di salute. Carmelo questo non lo saprà mai. Morirà precipitando dalla finestra in seguito ad un infarto. Dopo un mese e due settimane chiuso in quell’appartamento del civico 23 bis, l’aria fresca, il sole e le nuvole che si muovevano veloci nel cielo gli erano apparsi semplicemente troppo per poter resistere e il suo cuore aveva ceduto. Danielino, il nipote, al funerale verserà un lacrima, che scenderà veloce e frivola dall’occhio sinistro. La sua mano destra altrettanto veloce e frivola la spazzerà via d’un colpo. Danielino negherà fino alla fine che in fondo gli mancheranno le lunghe e noiose storie di quel vecchio e burbero nonno.


Immaginatevi che un blackout generale colpisca tutto il

già i titoloni delle testate giornalistiche nei primi giorni:

Un blackout particolare

panico generale, suicidi, alcolismo e tossicodipendenza in

di Gaia Roncarelli

mondo. Sì, però, non un blackout troppo generale, ma un po’ più particolare, che fa spegnere solo le televisioni. Sì, le televisioni e basta. Cosa succederebbe? Mi immagino

aumento, politica in fermento… Ma niente, il blackout continua invincibile, non si riesce a riparare manco un televisore. Stop, silenzio, finito, tutto disattivato, kaputt. Improvvisamente il grande tirannosauro mediatico, urlante e ciarliero, sterminatore di quiete e procreatore in perenne attività di futili argomenti da salotto, gossip e spot pubblicitari deliranti viene irrimediabilmente zittito, imbavagliato. Ve lo ripeto, già vedo scorrere davanti agli occhi alcune scene appena successive al “disastro”. Ma dopo? Continuerebbe tutto così all’infinito, finché non si riaggiusta tutto e finché tutti i teleschermi non tornano ad illuminarsi? Siamo diventati davvero così pigri e dipendenti da queste macchine che ci hanno totalmente disinnescato il senso critico? E se non fosse così? Beh, se così non fosse… Ecco che i primi ottimisti si riscuotono dal proprio torpore e corrono ad accendere le radio, tanto per continuare a riempirsi le orecchie di rumore; alcuni volenterosi e i meno pigri tra i pigri, invece, decidono di farsi una passeggiata, ne approfittano per una gitarella fuori porta; i patiti di soap opera e gli spettatori nati si fiondano ad affollare cinema e teatri; i timidi, i soli e i solitari si chiudono in casa a leggersi un buon libro.


C’è però chi vuole tenersi sempre informato, e subito si

ricacciati per un po’ nelle tasche delle giacche… I

piazza su internet, mentre chi vuole svagarsi, si svaga,

collezionisti di francobolli diventano più famosi dei

ovviamente: i gruppi di amici decidono di andare a bersi

calciatori, le cuoche provette più ammirate delle veline. La

una birra o un caffè (dipende dall’ora e dai gusti di

‘Sagra del Raviolo’ raccoglie più adesioni dei provini del

ciascuno), così per fare quattro o cinque chiacchiere,

Grande Fratello, le pentole Mondialcasa ormai servono

oppure c’è chi sceglie di alzare la cornetta e di farsele

solo come elmetti immaginari nelle guerriglie tra bambini,

comodamente seduto in poltrona, quel gruzzolo di

e San Valentino è stato istituito come festa nazionale, con

chiacchiere, magari con qualcuno che non sentiva da

salatissime multe per chi osa dimenticare anniversari e

tanto, troppo tempo… Alcuni riprendono a litigare, altri a

compleanni. Re-impariamo il suono del vento, mentre

fare l’amore in ogni stanza, altri ancora ricominciano a

diventano patrimonio mondiale dell’umanità il colore delle

scrivere diari e a comporre poesie, qualcuno recupera

nuvole, il fruscìo delle foglie e la profondità dell’orizzonte;

hobbie

svaghi

recuperiamo familiarità con sguardi d’intesa e silenzi

dimenticati e sogni nel cassetto, scheletri nell’armadio e

eloquenti, l’abisso dentro noi stessi ci fa un po’ meno

ragni dal buco. Aumentano le affluenze a mostre d’arte,

paura. Cominciamo ad ammirare ogni scenario, dalla

aste d’antiquariato e di modernariato (tanto per non fare

piazza alla radura, dai giardinetti pubblici alla campagna

torto a nessuno), partite di hockey a cavallo e di tiro con

in cui si stempera ogni periferia, spogliato da qualsiasi

l’arco da seduti, corsi di lotta nel fango e di mimo parlato,

colonna sonora o applauso demenziale di sottofondo. Che

di uncinetto e di tecniche per la costruzione di sculture di

Briatore organizzi

ghiaccio; fioriscono tornei di scacchi, di briscola e di

Billionaire non è più affar nostro, che la velina Taldeitali

monopoli, di golf e di tiro alla fune, sfide di karaoke e

rimanga incinta del calciatore Coso, o che lo tradisca con

mosca cieca, sempre più seguite le lezioni di scalata e di

l’imprenditore Pincopallo non ci interessa più, il

découpage, i laboratori di scrittura creativa e di

tormentone sul nuovo colore must dell’estate, o il dibattito

cromoterapia, le lezioni universitarie, i festival e le sagre

demenziale se le donne preferiscono gli uomini calvi o

paesane. I visi tornano ad illuminarsi, ma anche ad

capelloni ci lascia indifferenti (anzi, solo infastiditi).

abbronzarsi (finalmente si sta più all’aria aperta), cala il

Torniamo a vivere e ad ascoltare, l’espressione “parlare a

tasso di suicidi e d’obesità, l’alcool è ben accetto solo se

vanvera” cade in disuso e scompare dai dizionari. Il

moderato e in compagnia, gli iPod che sparano nelle

silenzio diventa più prezioso dell’oro, più fondamentale

orecchie musica assordante e alienante vengono

dell’aria. Poi, però, tanto improvvisamente ed

trascurati

e

passioni

accantonate,

una

nuova

serata

luccicante

al


inspiegabilmente come quando era scoppiato, ecco che termina il blackout: gli schermi tornano ad illuminarsi, ma stavolta non c’è nessuno a riempirli. Se ne sono andati via tutti, ognuno a rincorrere i suoi guai, ognuno in fondo perso dentro ai fatti suoi… Uomini, donne, vecchi e bambini, impiegati e giardinieri, medici e postine, pasticcieri e vigili del fuoco, segretarie e camionisti, persino i telespettatori nati si guardano allibiti, non sanno più se gioire o dispiacersi, non sono più sicuri di voler esultare.

Allora,

inaspettatamente,

la

rivoluzione.

Spengono tutti la televisione. E chi s’è visto, s’è visto. Peccato davvero che non esista alcun blackout generale. Sì, però, non troppo generale, solo un po’ più particolare.


Illustrissimo Primo Levi... di Azeb Lucà Trombetta

Illustrissimo Primo Levi, mi permetto di disturbarla, perché credo sia arrivato per me il momento di chiarirmi le idee. Chiedo a Lei di farlo, chiedo alla Sua mente di illuminare la mia. Non so se arrivano i giornali italiani dove è lei ora, non so se ha sentito gli orrori che il mondo sta vivendo. Sono una delle tante giovani che camminano in una strada interrotta da mille buche e mille interruzioni (ha presente la Salerno-Reggio Calabria? Ecco, la vita di un giovane corrisponde un po' a quel tratto di autostrada). Sono una di quelle tante che cercano di alzare la testa per vedere cosa c’è più avanti, lì in fondo, lì dietro la montagna di corruzione, di egoismo e di individualismo. Spero sempre che qualcosa esca fuori da tanto male e da tanto buio. Ha per caso sentito qualcosa in merito ai gay maltrattati a Roma e non solo? Ha per caso sentito dell’aria di terrore che circola per le strade? Sa dirmi cosa sia successo? Sa darmi una spiegazione o ancora meglio una soluzione? Per ora lascio spazio a Lei, ma se dovesse venirmi qualche altra domanda Le chiedo di poterla disturbare nuovamente. Cordiali saluti, Azeb


Mia carissima Azeb, una volta scrissi: “voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici; considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no”. Scrissi tutto questo in un periodo particolare della storia dell’umanità, ma prima della morte credevo che le cose sarebbero cambiate, tanto orrore non si sarebbe riproposto. Tu vivi con l’entusiasmo della tua età come è giusto che sia; soffro all’idea che ancora ci sia ciò che ho lasciato, ciò che ha toccato la mia vita ferendomi a morte. Se questo è un uomo mi chiedevo io, e oggi che risposta potrei darti? Mi chiedi una spiegazione, mi chiedi di darti addirittura una soluzione, ma piccola mia come faccio? Ho parlato di inferno guardando il mondo. Ero certo che l’inferno fosse ciò che vivevo: “una camera grande e vuota, e noi stanchi stare in piedi, e c’è un rubinetto che gocciola e l’acqua non si può bere e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente”. Mi chiedevo ai tempi se fosse possibile pensare e addirittura tu oggi mi chiedi di trovare una strada risolutiva. Ma non si può pensare, mi dicevo allora, e oggi ripeto: “non si può pensare, perché è come essere già morti”. È morta l’umanità. La diversità fa ancora paura? Oggi come allora “si giace in un mondo di morti e di larve. L’ultima traccia di civiltà è sparita intorno all’uomo e dentro l’uomo. È l’uomo che uccide, è l’uomo chi fa o subisce l’ingiustizia; non è uomo chi, perso ogni ritegno, divide il letto con un cadavere. Chi ha atteso che il suo vicino finisse di morire per togliergli un quarto di pane”. Se vuoi una risposta continua a chiederti come me “se questo è un uomo”. Ricorda che “parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta, ecco perché è non-umana l’esperienza di chi ha vissuto, e sta vivendo giorni in cui l’uomo è una cosa agli occhi dell’uomo”. Non è il problema dei gay; non è il problema dei clandestini; non è una questione di politica, ma è una questione quasi amletica: “essere o non essere?” un uomo. Non ti aspettare nulla, ma lotta tu stessa contro l’inumanità mantenendo la tua umanità. Cordiali saluti, Primo Levi


Notturni festivi: aitante moraccione sicuro di sè in

Lo sciopero dei verbi finiti

tentativo di seduzione di una biondina finta svampita, ma,

di Gaia Roncarelli

misero imbarazzo prima del congedo.

inciampando rumorosamente, ecco tutti i festaioli mezzi ubriachi e divertitissimi, provocante biondina compresa. Fallimentare segreta danza appartata con biondina e

Nuvoloso

e

solitario

quattrocchi,

lacrimando

per

ispirazione poetica, in una strada accerchiata di visi curiosi, tra cui uno, femminile e quattrocchi, arrossito e illuminato da lui: prossima storia amorosa d’ispirazione poetica per il nuovo aspirante Romeo. Umiliazioni adolescenziali: incontri inaspettati di vecchie fiamme dei banchi di scuola, il ricordo bruciante di lei e lui insieme, “Ancora insieme?”, “No, no”, risposta divertita. Sapore dolce di rivalsa sul rivale, ora calvo postino depresso, da un mormorio di paese. Maliziosi e duraturi sguardi incrociati. All’improvviso, risata ristretta e riparo dietro pagine di un saggio storico da parte del destinatario. La fine? Volto interrogativo e attonito del mittente: ridicolo e poco credibile leggendo libri al contrario! Rosseggiando sulle onde, sorriso rilassato e voglia di romanticismo. Brilluccicando tra le ombre, segreti sospiri smorzati, impauriti da improvvisi fari accesi, possibili e,


inquisitori. Albeggiando tra i gabbiani, risvegli pigri ed infreddoliti, capelli arruffati e umidi, rientri furtivi nelle camere silenziose e non vissute. Urla stizzite in camere separate, seguite da una fuga riparatrice fuori dal condominio, ultima arma dopo scuse inefficaci e accuse di pazzia e visionarietà. Libri, occhiali e mutande giù da un balcone tra stupore cittadino e ghigni di comari affacciate. Il tradimento svelato al pubblico della strada, durante il rossore dell’imputato ormai inerte. Presentimento di pettegolezzo mai scollato dal proprio cappotto. Silenzio carico d’aspettative. Un evento imminente tra i brividi dei fili d’erba. In un attimo, occhi fissi tra le foglie e sentimento di sangue e violenza come un prurito della terra. Un paio di orecchie svettanti nel cielo, l’immobilità allarmata della preda e presentimento della fine, ma rifiutato per istinto di sopravvivenza. Infine, lo scatto atteso ed annusato. La fine inesorabile la reazione inutile. Il sangue colante da una gola in singhiozzi. Ultimo singhiozzo. La bestia assassina ormai trasparente nel verde della foresta.


Cosa vuol dire terrorismo fascista? di Mattia Matrone

Studiare storia non mi è mai dispiaciuto, certamente mai quanto studiar matematica, ma se c’è una parte di storia che non sono mai riuscito a studiare in nessun ordine di scuola, è quella che comprende gli ultimi cinquant’anni. I programmi ministeriali italiani sembrano tarati apposta in modo che l’apprendimento dei fatti storici si fermi più o meno al primo dopoguerra. La lentezza di certi professori fa il resto, finendo per lasciare lo studente nella più completa ignoranza di ciò che è accaduto nel mondo contemporaneo dalla fine della seconda guerra mondiale, fino al momento in cui (all’incirca all’età di sei anni) egli non inizia ad assimilare il concetto di tempo. Sembra quasi che qualcuno voglia farci dimenticare qualcosa, qualcosa accaduto recentemente, ma non così tanto da averne memoria diretta. Sono i dati più facili da cancellare, basta riempire la testa dello studente di nozioni storiche risalenti a mille o duemila anni fa e il gioco è fatto. Questa storia deve finire, è proprio il caso di dirlo, altrimenti noi povere nuove generazioni cresceremo senza quel tassello di memoria più vicino a noi. Tocca a noi indagare e riportare alla luce quello che gli adulti vogliono farci dimenticare, non, dicendo esplicitamente “dimenticatevi di questo!”, ma più semplicemente non parlandone e basta. Per esempio, proprio a Bologna, in questi giorni, cade una delle più terribili ricorrenze della storia recente, corone di fiori e frasi di circostanze per alcuni, occasione per noi giovani di cominciare a capire un po’ di quel recente passato, che spesso sembra ancora più misterioso della preistoria. Non parlerò molto del fatto


in sé; anche se non sembra, se ne è infatti già parlato tanto e basterà cercare per sapere e per ascoltare parole cariche di rabbia e disperazione, alle quali siamo sordi da troppo tempo. Io sapevo qualcosa, ma il resto ho dovuto scoprirlo da solo e, più scoprivo, più mi salivano lacrime di rabbia, sia per quello che è successo, sia perché nessuno ne parla quasi più. Vorrei ora che anche voi cominciaste la vostra ricerca da qui, da quello che sapevo io. Bologna, stazione centrale, 2 agosto 1980, uno squarcio nel muro della sala d’aspetto. Chiedevo ai miei, quando da piccolo passavo di lì: “Mamma che cos’è questo?” “È scoppiata una bomba qualche anno fa, vedi quei nomi? Sono i morti, alcuni erano bambini come te” “Perché sono morti?” “Perché… dai muoviti, che perdiamo il treno” “Ma, ma cosa vuole dire: TER-RORISMO FA-SCI-STA?” “Una cosa brutta, bruttissima”, tagliava corto lei, spingendomi sul treno. Una cosa brutta, bruttissima, sapevo solo questo, da qui è partita la mia ricerca. Quando una lacrima vi uscirà dagli occhi, vorrà dire che anche voi, l’avete saputo, e, se un po’ già lo sapevate, vorrà dire che vi sarete ricordati.


Interviste


Ildi Akiomondo di Piero Marsili Libelli Takemoto


La prima cosa che mi viene in mente guardando il tuo stream su Flickr è come ogni singola foto riesca a raccontare storie e persone. Da dove trai l’ispirazione per i tuoi scatti? Tutto quello che ho visto, tutte le persone che ho incontrato e tutti i luoghi che ho visitato hanno fatto di me quello che oggi sono. Non esiste una singola ispirazione. Tutto quello che vivi contribuisce al tuo bagaglio. Ieri avevo dei modelli, oggi sono.

Guardando i tuoi lavori si percepisce una strana atmosfera che sconfina spesso nel surreale, ma che al contempo è brutalmente legata al quotidiano. Cosa ti spinge a far questo tipo di fotografia? Intanto ogni fotografo ha, durante tutto il suo percorso professionale e artistico, una evoluzione, in cui si pone come obiettivo la ricerca del proprio stile. Ciò vale ancor di più se lo si fa come free-lance, perché in quel caso diventa anche necessario distinguersi. Quindi, se all’inizio, ad esempio, ci si cimenta in foto di strada, poi, inevitabilmente nasce il bisogno di trovare una propria forma per esprimere la propria idea. Questo avviene per modelli, per esperienze, ma poi sfocia in qualcosa di profondamente personale e unico. La fotografia, lo scatto, diviene un’opera unica e personale, quasi identitaria. Io sono stato, ad esempio, molto influenzato dal teatro d’avanguardia degli anni ottanta, in cui i luoghi, le atmosfere e i contenuti erano molto surreali, perché in quegli anni si stava operando un profondo e netto distacco dal teatro classico, una vera e propria rivoluzione culturale. Quello che infatti ne è scaturito nella mia esperienza di fotografia  è stato l’atto di comporre la mia idea di provocazione, di critica, quasi di rivoluzione in alcuni casi.


Un’altra cosa che non si può non notare subito è che viaggi molto. Cosa ti piace raccontare

attraverso

la

macchina

fotografica dei mondi che incontri? Quando parto per intraprendere un viaggio, solitamente, so già cosa voglio raccontare. Gran parte della “scuola” l’ho fatta da fotogiornalista e questo ha innanzitutto significato

imparare

a

raccontare

le

minoranze. Quello che interessa raccontare è la parte del mondo, dei luoghi, della gente, che solitamente non si conosce, di cui normalmente non si parla o, in molti casi, non si vuole parlare. C’è poi, però, anche un altro aspetto del viaggio. Anche se si parte con un progetto e una destinazione, sempre, durante il percorso, un fotografo incontra

persone

e

scopre

situazioni

inaspettate, impreviste, ma ugualmente interessanti. Davanti a questo non ci si tira mai indietro, anzi, da una scoperta, da una sorpresa, nascono altri reportage e si arricchisce un archivio, al punto che, se eri partito con l’idea di portare a casa un lavoro, poi, finisci per portartene quattro.


Come hai cominciato? Dopo aver visto Blow Up di Michelangelo Antonioni, sono uscito dal cinema con la convinzione che quella del protagonista fosse la professione che più mi avrebbe appartenuto. Ho capito cioè che avrei voluto fare il fotografo. Ma è stato quando sono venuto in possesso, per una incredibile coincidenza, di una macchina fotografica, che ho iniziato davvero a interessarmene. All’inizio, con grande curiosità, acquistavo le riviste specializzate per apprendere la tecnica, ma mi sono anche proposto, con una  dose di coraggio e sfacciataggine, alle testate giornalistiche. Ho iniziato in questo modo a lavorare per il Corriere della Sera, come fotografo di cronaca. Da lì, poi, mi sono trasferito a Roma, ho iniziato una lunga collaborazione con L'Espresso ed è iniziata la lunga serie di esperienze, tutte molto diverse, tutte costruttive.


Ora la domanda immancabile: analogico o digitale? Ieri analogico. Oggi digitale.

Un consiglio ad un giovane che vuole intraprendere il tuo percorso? Si potrebbero dare tanti consigli, infiniti. Il percorso di ogni fotografo è unico. Ciò che veramente conta, in un lavoro così difficile e complesso è la passione. Questo è un mestiere che bisogna amare come si amerebbe una donna, è una necessità prima ancora che una professione.


Matteo Nazzari: l'idea dietro l'obiettivo di Akio Takemoto


La prima serie di fotografie che si incontra aprendo il tuo sito è intitolata “Hotel rooms project”. Ci spieghi come è nato e cosa vuoi raccontare con questa serie? Il progetto ‘HRooms’ è nato quasi per necessità. Per lavoro viaggio parecchio e negli ultimi anni spesso era più il tempo

Le figure femminili protagoniste dei tuoi scatti sono quasi

che passavo in camere d’albergo che non quello a casa. Ho

sempre fuori dagli schemi e indubbiamente trasgressive,

deciso

che

delle femme fatale con frequenti rimandi iconografici e

descrivessero il mio tempo trascorso in una camera che non

culturali; il tutto condito con un non indifferente gusto ludico-

era la mia e che in tanti casi lo sarebbe stata anche solo per

estetico… come ti vengono in mente certi personaggi? Da

una notte. Attualmente il progetto ‘HRooms’ conta una

dove trai l’ispirazione?

quindi

di

immortalare

alcuni

momenti

ventina di scatti, ma personalmente ho un archivio di scatti compiuti in circa un centinaio d’hotel in Italia ed all’estero. La

I miei soggetti preferiti sono effettivamente molto spesso

cosa singolare, e forse ovvia, è che ho ormai capito che si

particolari e trasgressivi. Trovo infatti molto affascinante il

tratta di un progetto che non avrà mai fine,  quantomeno fino

provare a fotografare persone che sono già di loro natura

a quando mi capiterà di viaggiare così frequentemente.

particolari. Il far sembrare particolare o singolare un soggetto che nella nella vita reale non lo è affatto lo trovo meno interessante rispetto a fotografare soggetti che particolari e trasgressivi lo sono realmente. L’ispirazione per certi personaggi penso sia abbastanza personale, mentre per quanto riguarda le influenze direi Guy Bourdin nella fotografia, Lynch nel cinema. Tra tutti comunque il mio sogno resta quello di poter riuscire un giorno a rendere fotograficamente quello che Ray Caesar riesce a rendere con le sue illustrazioni.


Il tuo stream di Flickr è ricchissimo di foto e tu rispondi sempre ai commenti degli altri utenti. Questo strumento che alla fin fine è ancora nuovo ti è di aiuto in qualche modo? Lo usi per sondare i vari feedback alle tue foto? Flickr mi ha dato l’opportunità di conoscere personalmente diverse persone ed in alcuni casi sono nate anche collaborazioni a livello fotografico. Mi ha inoltre dato l’opportunità di essere contattato da magazines, agenzie o organizzatori di mostre. Il basarsi su Flickr per ottenere dei feedback sulle foto è molto relativo in quanto un feedback positivo è indice di diversi aspetti. In Flickr capita di imbattersi su stream favolosi con feedback scarsissimi ed in altri con foto di qualità oggettivamente scarsa con feedback molto positivi. Il fatto essenziale è che in realtà Flickr può essere considerato un vero e proprio social network, non una vetrina per fotografi. Se una persona è in cerca di feedback

per

poter

valutare

meno

soggettivamente i propri lavori il giudizio che ne otterrà da Flickr, buono o cattivo che sia, non può assolutamente essere preso troppo seriamente.


Come hai cominciato? Ora delle domande di rito di CrossingTV: analogico o digitale? Scattando tutto quello che vedevo. Dopo ho passato la fase in cui piĂš niente sembrava

Digitale per l’ovvia comodità, anche se personalmente ritengo che il

degno di esser fotografato ed infine cercando di

fascino della pellicola non sia stato sostituito dal fascino del digitale.

concentrarmi su quello che volevo realmente fotografare.


Un consiglio ad un giovane che vuole intraprendere il tuo percorso? Scattare più foto possibili e cercare di crearsi uno stile personale in cui ci si riconosce. Trovo che l’avvento del digitale abbia portato con sé l’assurda

convinzione

che

più

si

ha

un’attrezzatura fotografica costosa fra le mani e più si faranno fotografie favolose. Penso che più che preoccuparsi di andarsi a comprare l’ottica da 2.000

euro ci si dovrebbe

preoccupare di inginocchiarsi per ottenere un’inquadratura migliore. Inoltre tentare di essere originali. Il problema della maggior parte dei fotografi è che cosa non sanno che fotografare… Il digitale ha fatto sì che tantissime persone si siano avvicinate alla fotografia ed i fotografi bravi, anche solo in Italia, sono tantissimi, ma quelli che cercano di proporre un qualcosa di originale non sono in molti. Personalmente penso ci si dovrebbe più concentrare sull’idea che non sulla bellezza dello scatto in sé.


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