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mobydick ALL’INTERNO L’INSERTO DI ARTI E CULTURA

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 19 MAGGIO 2012

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

La bufera greca, la debolezza dell’Euro e il timore di un contagio monopolizzano il vertice di Camp David

L’asse Obama-Monti-Hollande «Ora la Ue deve puntare sulla crescita». È giallo sull’uscita di Atene Dichiarazione comune franco-americana per fare pressing sulla Merkel. Il premier italiano oggi apre il G8 e rivendica: «Abbiamo le carte in regola per chiedere investimenti per lo sviluppo» PARADOSSI

di Francesco Pacifico

Nemo profeta in patria: criticato da noi, elogiato nel mondo

l G8 dell’Italia inizia con uno scatto d’orgoglio di Mario Monti. Chiamato ad aprire i lavori (e di fatto a mediare tra Europa e Usa), il nostro premier ha detto: «Il nostro Paese è stato il primo a mettere a posto i conti, per questo abbiamo le carte in regola per chiedere nuovi investimenti». E su questo, sugli “investimenti” ruoteranno i lavori dei grandi. a pagina 2

I

di Osvaldo Baldacci issione compiuta. Il governo Monti era nato prima di tutto per restituire all’Italia credibilità internazionale, e in questo modo rassicurare i mercati e ottenere le carte per rimettere in sesto una situazione economica difficile. Il ritorno di credibilità dell’Italia è arrivato. Tanto che il governo Monti è preso spesso ad esempio e il premier è chiamato spesso in ballo a livello internazionale per mettere una parola di buonsenso e fare opera di mediazione. È successo quasi miracolosamente l’altro giorno, quando Monti ha avviato quello che potrebbe essere un suo impegno fisso nei prossimi mesi. segue a pagina 2

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Ancora pochi mesi e niente reggerà più

Il mondo diviso sulle cause della crisi

Il sistema Italia stafacendo crac

Europa e Stati Uniti: quale globalizzazione?

di Enrico Cisnetto

di Francesco D’Onofrio

i salvi chi può, il “sistema Italia” non tiene più. Prima di tutto non tiene il sistema politico, che si ostina a non prendere atto del fallimento della Seconda Repubblica e, pur di fronte all’evidente perdita di credibilità agli occhi degli italiani, continua a balbettare con il solo scopo di procrastinare la propria completa, ormai inevitabile auto-distruzione. a pagina 4

di tutta evidenza che non vi è nessun serio esponente politico, al di qua o al di là dell’Atlantico, che possa per un solo momento immaginare di promuovere il rigore senza la crescita o, al contrario, la crescita senza il rigore. La questione infatti è molto più rilevante di quanto purtroppo non si sia talvolta costretti ad ascoltare in questo o quel dibattito televisivo. a pagina 5

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È

Protesta ufficiale della Farnesina che richiama l’ambasciatore a Nuova Delhi

Italia-India, è bufera diplomatica I marò incriminati di «omicidio e associazione per delinquere» di Antonio Picasso

Cosa dice la normativa internazionale

Vi spiego perché l’arresto è illegittimo

omicidio. La giustizia del Kerala si è espressa nel peggiore dei modi per Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. E la risposta della Farnesina non si è fatta attendere: immediatamente richiamato il nostro ambasciatore a Nuova Delhi. I capi di accusa depositati dalla polizia indiana fanno riferimento agli articoli 302, 307 e 427 del Codice penale indiano, che disciplinano i casi di omicidio, tentato omicidio e danni per delinquere. Per il primo dei tre, l’India prevede anche la sentenza capitale. a pagina 18

È

EURO 1,00 (10,00

di Natalino Ronzitti l 15 febbraio 2012, i fucilieri di marina imbarcati in funzione antipirateria sulla Enrica Lexie, sono stati illeggittimamente arrestati. Perché godono di immunità funzionale, secondo una prassi risalente addirittura al 1840. a pagina 18

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CON I QUADERNI)

• ANNO XVII •

NUMERO

95 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

Il summit di Chicago

L’Occidente ha ancora bisogno della Nato di Robert D. Kaplan

ualsiasi cosa si pensi dell’intervento in Libia, è lapalissiano che quest’ultimo abbia fatto una cattiva propaganda alla Nato. Come mi disse uno dei progettisti dell’aeronautica militare degli Stati Uniti, «Sembrava Biancaneve e i 27 nani, tutti in ginocchio davanti a lei» – con gli Stati Uniti nel ruolo di Biancaneve e gli altri stati membri della Nato nel ruolo dei nani. Le statistiche su quanto gli Stati Uniti abbiano dovuto fare da soli in Libia – spinti da inglesi e francesi – nonostante la diplomatica “foglia di fico”, sono devastanti per l’Alleanza. Più dell’80 per cento del gasolio usato nell’intervento proveniva dalle forze armate statunitensi. Quasi tutti gli ordini operativi provenivano dagli Stati Uniti. Delle decine di paesi coinvolti, solo a otto di loro fu concesso dai propri ministri della Difesa di sganciare bombe da aerei militari. a pagina 20

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19.30


il G8 sulla crisi

pagina 2 • 19 maggio 2012

«Nemo profeta in patria»: la storia si ripete

Criticato qui, elogiato nel mondo di Osvaldo Baldacci segue dalla prima Che sarà quello di mediare tra Merkel e Hollande per dare all’Europa una direzione che sappia coniugare rigore e crescita, concetti entrambi indispensabili che fin dall’inizio sono stati i pilastri fondamentali della strategia del governo italiano, secondo le possibilità contingenti. Sta accadendo adesso al G8, dove l’Italia è tenuta a svolgere lo stesso compito di mediazione. Per non dire poi del rapporto che lega Roma e Washington, visto che gli Usa si stanno orientando sull’Italia per rendere più proficuo e collaborativo il dialogo con l’Europa. Ricordiamo poi il successo dei viaggi in Asia, bilaterali finalizzati a produrre risultati concreti in termini di investimenti. Insomma, tutti si fidano di Monti. Un solo accenno al fatto che l’ultima speranza di risolvere la crisi politica greca, speranza per ora risultata vana, era stata riposta nel tentativo di creazione di un governo alla Monti.

Certo, lungi da noi il tentativo agiografico, il nascondere i limiti anche di questo governo, i problemi dell’Italia che purtroppo non si risolvono con un colpo di bacchetta magica, il caos politico che rischia di impantanare anche le iniziative governative. Ma siccome non avevamo attese messianiche su nessun governo, siamo pronti a riconoscere lo sforzo deciso che viene fatto attualmente per rimettere l’Italia su una rotta giusta e utile, anche se non priva di rischi e di burrasche. E in questo senso non si può non prendere atto dei riconoscimenti internazionali. Compresi quelli dei mercati, perché se la crisi continua, è però vero che ad esempio l’Italia è oggi di nuovo valutata meglio della Spagna, mentre pochi mesi fa era per la prima volta precipitata al di sotto di Madrid. Allora a questo punto sorge una domanda? Ma perché di fronte a tutto questo, di fronte al fatto che mezzo mondo ci invidia benignamente il premier e il governo, di fronte all’impegno di collaborare che solo poco tempo fa avevano preso insieme le principali forze politiche, perché ora tutto sembra di nuovo fragile e il governo è costantemente sotto accusa e sotto minaccia? Temo che l’unica risposta sia il troppo radicato senso di irresponsabilità che c’è nella classe dirigente italiana. Nemo profeta in patria si dice, e questo vale tanto più per l’Italia. Abbiamo risorse e capacità che nessuno ha, ma siamo forse troppo provinciali e ripiegati sui nostri piccoli interessi faziosi per riuscire ad avere la lungimiranza per guardare più lontano nello spazio e nel tempo, per andare oltre i nostri limitati interessi di bottega. Non tanto i cittadini italiani, che purtroppo rispecchiano questo modello ma sono giustificabili, i sacrifici pesano, le difficoltà sono grandi e oggettive,e non è necessariamente compito del comune cittadino avere una visione di insieme, capire le complessità dei problemi.

È compito della classe dirigente farsene carico, indicar le soluzioni, mostrare la meta cui si aspira, per stare tutti meglio. Se però la classe dirigente (non solo quella politica) pensa che la migliore arma per tutelare le proprie egoistiche rendite di posizione sia alimentare i peggiori istinti irrazionali, cavalcare la rabbia, promuovere la demagogia, le forze responsabili del Paese, ammirate nel mondo, finiscono per essere sgretolate in Italia.

I grandi verso un’intesa sulle misure da prendere per ridare impulso alle economie

Pressing a tre sulla Merkel

Obama, Hollande e Monti d’accordo: è il momento di puntare sulla crescita per salvare l’Europa. E il nostro premier: «Siamo stati i primi a sistemare i conti» di Francesco Pacifico

ROMA. Per far partire i project bond ci vorrà almeno un anno. E gli stessi tempi saranno necessari per intravedere i primi benefici portati dal defalcamento della spesa per gli investimenti dal patto di stabilità interno. L’apertura dei mercati interni – la panacea per un Vecchio Continente che fa fatica a intercettare le commesse dagli emergenti – prevede pacchetti di liberalizzazioni nazionali, che devono passare sotto le forche caudine di Parlamenti e corporazioni. Troppo per un’Europa che ormai produce soltanto disoccupati e minusvalenze. E che, come ha ricordato Obama a Hollande, deve «coniugare rigore e crescita».

In quest’ottica ieri si è aperto a Camp David un G8 dove il fronte angloamericano (con l’apporto di Russia e Giappone) non soltanto ha messo sott’accusa il rigore tedesco e la debolezza politica europea. Ma ha dato mandato a Mario Monti di riscrivere i rapporti tra i due lati dell’Atlantico e di frenare il rigore di Berlino. Infatti l’ex rettore della Bocconi è l’unico che ha l’autorevolezza sufficiente per convincere la City e le conoscenze dottrinali per discutere con Berlino e Parigi come riequilibrare il costo welfare europeo. Quello che finisce per rendere poco competitivo il Made in Europe. In prima battuta c’è la necessità di salvare Atene. Allentare il memorandum dei tagli da 11 mi-

liardi, garantire l’ultimo miliardo e più della nuova tranche di aiuti, spingere gli ellenici a non mettere il loro futuro nelle mani dell’estrema sinistra o dell’estrema destra. In ogni caso concludere un pezzo della crisi, iniziato due anni fa, proprio quando la cancelliera tedesca ha avvertito munifici fondi d’investimento e spregiudicati speculatori (il confine è più labile di quanto sembri) che i tedeschi non avrebbero pagato per le finanze allegre dei greci. Risultato, quello che poteva essere tamponato con una trentina di miliardi è costato quasi mezzo miliardo in termini di aiuti diretti, interessi sul debito sovrano e perdita di crescita. Ma soprattutto l’America e la Gran Bretagna vogliono che in questa fase si muovano i due Super Mario del Vecchio Continente. Draghi, dalla tolda della Bce, deve continuare con le sue operazioni di liquidità e abbassare ancora il costo del denaro, sfruttando anche una stagione di bassa inflazione. Monti, invece, ha il compito di isolare la Germania e di coagulare intorno a sé, alla sua figura di risanatore, il fronte dei Paesi convinti che, più dei tagli, soltanto una ripresa di export e attività possono rimettere in modo la Ue. La Germania dovrà farsene una ragione. E superare quel mantra – ieri l’ha ripetuto il futuro presidente dell’Ecofin, Wolfang Schäuble, «che vorra uno o due


il G8 sulla crisi

19 maggio 2012 • pagina 3

Ora anche Bruxelles ha il piano B Nuove voci su programmi e conteggi con Atene fuori dall’Euro. Ma stavolta l’Ue smentisce ROMA. Angela Merkel ha dovuto persino telefonare al presidente greco Carolos Papoulias. Mentre la Ue ha emesso una nota, che ha finito per smentire gli out out di Barroso: «La Commissione auspica che la Grecia resti membro dell’eurozona». Fatto sta che fioccano sulla stampa indiscrezioni su piattaforme di emergenza in caso di un default di Atene,“Piani b”, opera nella quale sono attivi soprattutto i “risk manager”di Berlino e di Bruxelles. Prima le ipotesi allo studio dei funzionari di Wolfang Schäuble – e riportate dal numero di liberal di ieri – quindi un’intervista del commissario agli Affari finanziari Karel De Gucht, che oltre a parlare di «scenari di uscita della Grecia (dall’euro)» ha messo non poco in imbarazzo le istituzioni europee. Al di là delle smentite ufficiale, è difficile pensare che governi, organismi internazionali o realtà private direttamente o indirettamente collegate con Atene stiano studiando dei sistemi e dei meccanismi per attutire le perdite. Non a caso ieri a un portavoce del governo tedesco è scappata una premessa alquanto allarmante – «Il nostro governo tedesco naturalmente ha la responsabilità verso i suoi cittadini di essere preparato a qualsiasi eventualità» – prima di ribadire il mantra che «negli ultimi due anni si è fatto tutto il possibile per tenere la Grecia nell’Eurozona. Abbiamo un programma e ci atteniamo a questo. Anche la Grecia vi deve aderire». Nei giorni scorsi ha fatto molto scalpore quanto riportato dal quotidiano greco ‘Kathimerini, secondo il quale la Banca europea per gli investimenti ha incluso nel contratto di finanziamento da 92 mi-

lioni di dollari alla Ppc (Public Power Corporation), la società elettrica ellenica, una clausola che prevede l’obbligo di rinegoziazione in caso di ritorno alla dracma. Mentre il gruppo britannico De La Rue, tipografia che stampa 150 tipi diversi di monete, si starebbe preparando all’eventualità di un ritorno alla dracma. Da Londra, e non soltanto perché nella city sono abituati a scommettere al ribasso contro l’euro, il Centre for Economic and Business Research ha stimato che se la Grecia tornerà a battere moneta propria, l’Eurozona potrebbe vedere il proprio Pil arretrare di due punti percentuali (375 miliardi di euro). Invece un’implosione della divisa comune costerebbe circa 1.250 miliardi (pari al 5 per cento del Pil) e tanto basta per capire il nervosismo la Germania. L’Ubs, aggiornando uno studio che un anno fa fece molto scalpore, ha calcolato che tornando alla dracma Atene vedrebbe sul breve termine dimezzare il suo Pil. Mentre la Germania vedrebbe ridurre la ricchezza procapite tra i 6mila e gli 8mila euro, contro i mille necessari per salvare le economie più deboli. Anche perché, al di là dei benefici sul breve termine (svalutazioni competitive e congelamento dei debiti per gli ellenici, alleggerimento della pressione sui Bund dovuta all’instabilità dei mercati per i tedeschi) i più poveri e più ricchi d’Europa pagherebbero soprattutto per i vincoli alla circolazione delle merci. Stando a quanto riportato dal settimanale Der Spiegel, il “piano B” tedesco prevederebbe che l’abbandono dell’euro da parte di Atene verrà deciso durante un fine settimana a mercati chiusi, portando un concambio

anni per tranquillizzare i mercati» e che, di conseguenza, fino a quella data è meglio non scatenare le ire degli operatori.

È indicativo che – nonostante i tagli al rating della Grecia da parte di Fitch e di 26 banche spagnole da parte di Moody’s – ieri le migliori performance borsistiche siano state realizzate a Madrid (+0,44 per cento) e ad Atene (+2,5). Non soltanto semplici rimbalzi se Londra ha lasciato sul terreno oltre l’1 per cento, Milano un limitato 0,3, Francoforte lo 0,6 Qualche assaggio l’ha già dato alla cena di benvenuto di ieri, ma oggi – aprendo i lavori su compito di Obama – Mario Monti descriverà un mondo sempre più diviso tra vecchie e nuove economie. E cercherà innanzitutto di mediare tra le due sponde dell’Atlantico: spiegherà, riportando anche il compromesso raggiunto alla videoconferenza con i suoi omologhi europei che è ora di accelerare sulla crescita, ma che si rischiano di bruciare i risultati finora ottenuti senza implementare le riforme per ridurre deficit e costo del lavoro. Non a caso, il premier italiano, ha fatto sapere tramite la Cnn: «Questo G8 avviene in un momento in cui la situazione finanziaria e economica mondiale ed euro-

di uno a uno: una dracma un euro. Nessun extracosto, grazie alla parità, per aggiornare software di gestione e i registratori di cassa, ma un esborso esorbitante visto che la vecchia divisa è destinata a crollare sui mercati.

I tecnici del ministero delle Finanze stimano una svalutazione iniziale tra il 50 e il 70 per cento, con il risultato di portare l’inflazione sopra il 50 per cento soltanto nel giro di un anno. Il che è un balsamo per ripagare le emissioni in circoIl titolo di “liberal” di ieri che anticipava il piano per l’uscita della Grecia

pea è molto complicata lo sappiamo tutti, dalla Grecia e per le implicazioni più vaste. È una occasione quindi doppiamente importante». L’ex rettore chiude una diplomazia tutta barzellette e ammiccamenti. «A Camp David rappresento un’Italia con le carte in regola». E forte di questo chiederà ai grandi del mondo «che ci sia una crescita molto più vigorosa che consentirà di mantenere nel tempo quegli equilibri di bilancio pubblico che l’Italia per prima e con tanta fatica ha raggiunto e intende mantenere in un quadro di crescita».

Di ieri poi l’uscita del commissario Karel De Gucht, che in un’intervista al quotidiano fiammingo De Standaard ha affermato che «Europa e Bce sono al lavoro per traghettare ordinatamente la Grecia fuori dall’euro, se la situazione dovesse precipitare». Mai in passato un esponente europeo si era spinto così avanti. E a riprova che non avesse equivocato la domanda, ha risposto al giornalista che gli chiedeva di specificare qualcosa in più sui piani: «Non posso dire di piu». Secondo il commissario belga, «la fine della partita è cominciata e non so come andrà a finire. Da chiedersi è sapere se tutti sapranno mantenere il loro sangue freddo nelle prossime settimane». Della stessa idea la Merkel, che si aspetta dal voto del 17 giugno un governo non ostile a lei e alla (f.p.) stessa Europa.

ner non imputa soltanto un’Eurozona claudicante, che non aiuterà la ripresa statunitense e rischia di mettere in discussione la rielezione di Barack Obama. Alla Casa Bianca non si comprende l’atteggiamento di Berlino, più interessato a rafforzare i rapporti con gli emergenti (Cina e Brasile in testa) che a garantire i flussi di scambio con l’Eurozona e gli Usa. La Merkel vuole salvaguardare un sistema che, sfruttando il pareggio di bilancio e i conti in regola, riesce a garantire forti sgravi fiscali e altissimi incentivi per la ricerca alle imprese esportatrici. Soldi senza i quali il made in Germany non sarebbe concorrenziale con i prodotti asiatici. Quarantott’ore fa Tim Geithner ha minacciato l’Europa (e di riflesso Berlino) che senza una politica più espansiva difficilmente la Casa Bianca darà il via libera all’aumento delle risorse destinate al Fondo monetario. Soldi che oggi servono per salvare Grecia, Irlanda e Portogallo, domani forse per salvare Spagna e Italia. Ma al momento la Merkel concede soltanto tiepide aperture sui project bond e si dice disposta ad accettare una maggiore inflazione per spingere i tedeschi a comprare di più. Anche per questo Obama deve affidarsi ai due SuperMario e spingere la Bce sulla strada della Fed.

Gli Usa alla Francia: «Dovete coniugare il rigore e la crescita». L’auspicio di Napolitano: «Questo concetto dovrebbe diventare un dato di fatto». Il ruolo di Draghi Gli dà manforte Giorgio Napolitano. Il presidente della Repubblica ha sotenuto che «conciliare le parole chiave rigore e quella crescita sia diventata la necessità del momento, è ormai un dato di fatto. Ora si tratta di verificare che conseguenze verranno tratte dal nuovo impegno europeo in proposito». Se la triangolazione è Obama Monti (e Draghi) e la Merkel, allora sarà necessario capire quali saranno le mosse della Germania. A Washington lo storico part-

lazioni, ma non eviterebbe un assalto alle banche per ritirare i depositi (si ipotizza anche l’utilizzo dell’esercito per difendere sportelli e bancomat) e le file davanti ai negozi di generi di prima necessità. Non sono esclusi neppure il congelamento dei conti correnti e la chiusura delle banche definita dallo Spiegel con l’eufemistica formula di un «periodo di bank holiday»: in pratica, sarebbe possibile prelevare soltanto 50-100 euro al giorno per le necessità quotidiane. Senza contare che questi provvedimenti rischiano di essere dei palliativi contro la fuga all’estero dei grandi capitali. Un capitolo molto doloroso per gli ellenici, visto che nei paradisi fiscali sono già volati circa 65 miliardi di euro.


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il G8 sulla crisi

Una totale, forse drammatica operazione verità: ecco cosa è mancato all’Italia. Così viviamo al di sopra delle nostre possibilità

Il crac

Vent’anni di bugie su conti, finanza e nuovi equilibri internazionali: il risultato è stata una politica che non riesce a decidere nulla e un’economia attaccata dalla speculazione. Se almeno gli «uomini di buona volontà» si unissero... di Enrico Cisnetto i salvi chi può, il “sistema Italia” non tiene più. Prima di tutto non tiene il sistema politico, che si ostina a non prendere atto del fallimento della Seconda Repubblica – è lo stesso atteggiamento che ha impedito di fermare per tempo l’inutile alternanza tra due poli caratterizzati da difetti genetici speculari – e pur di fronte all’evidente perdita di credibilità agli occhi degli italiani, continua a balbettare con il solo scopo di procrastinare la sua completa auto-distruzione. Le questioni più evidenti sono quelle che riguardano le regole di finanziamento dei partiti, la composizione delle Camere, la legge elettorale e più in generale tutto ciò che ha a che fare – giusto o sbagliato che sia – con il tema della cosiddetta “casta”. Punti, questi, su cui si sta mettendo in scena un vero e proprio suicidio di massa da parte dell’intero ceto politico, compresi quei pochi che vorrebbero fare

S

le dovute riforme, cui però spetta ora il compito di azioni dimostrative eclatanti se vogliono tentare di sottrarsi al rito sacrificale collettivo.

Ma è chiaro che le vere questioni su cui il sistema politico si è ridotto a farsi imputare, esponendosi al pubblico ludibrio, il proprio status e i relativi privilegi – domandarsi: perché quando le cose vanno bene, non succede? – sono quelle relative a tutto ciò che potremmo definire “non governo”. Dell’economia, prima di tutto, ma anche della giustizia, dell’amministrazione della cosa pubblica in tutti i suoi aspetti, nazionali e locali. Insomma, sull’intera gamma delle materie che fanno parte di un programma di governo. È qui che è caduto l’asino. Per vent’anni – a partire cioè da una stagione maledettamente somigliante a quella che viviamo ora, anche se questa è infinitamente peggiore – agli italiani

sono state raccontate una montagna di fregnacce. Non si è detto loro, per esempio, che il mondo stava cambiando in modo radicale per effetto di accadimenti epocali: da un lato, la globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia (così forte che poi produrrà a partire dall’estate del 2007 una catastrofica crisi mondiale), la rivoluzione tecnologica e la creazione dell’Euro con il relativo

Lo squilibrio tra produzione reale e welfare resta un grave problema

stravolgimento di tutti i paradigmi economici; dall’altro lato, la fine degli assetti geo-politici decisi a Yalta che ha modificato il ruolo internazionale dell’Italia. Invece che discutere di come riorganizzare il Paese di fronte a questi stravolgimenti, prendendo le conseguenti decisioni, ci siamo accapigliati su “Berlusconi sì, Berlusconi no”, rimanendo inerti.

Così non si è detta la verità, un po’ per paura che fosse impopolare, ma soprattutto per ignoranza – molti non hanno capito ancora adesso cosa sia successo – e per totale mancanza di idee su come affrontarla. E disconoscendo la realtà, i governi altro non potevano fare che mostrarsi incapaci di guidare i processi di cambiamento. Con il risultato che il nongoverno ha portato declino, e quest’ultimo, a lungo andare, ha mandato in cortocircuito le contraddizioni su cui era stato

costruito nei decenni precedenti il benessere diffuso degli italiani. Le architravi su cui si reggeva il nostro vivere ben al di sopra delle nostre possibilità, prima sono marcite, ora stanno crollando. E qui siamo al secondo pezzo del “sistema Italia” che sta cedendo di schianto: il sistema economico. Dopo l’avvento dell’Euro siamo riusciti in qualche modo a mettere rimedio alla mancanza di quel formidabile additivo competitivo che per anni è stata la svalutazione della lira, facendo crescere un pezzo di capitalismo internazionalizzato, specie nei settori di nicchia, capace di esportare tanto il classico made in Italy quanto i macchinari di altissima tecnologia. Ma per il resto è stato un disastro: capitalismo assistito, interi settori privi di reale concorrenza, terziario di scarsa qualità, apparati pubblici e para-pubblici mostruosamente grandi e pesanti. Cui si aggiunge debito pubbli-


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Prima di decidere la terapia, bisogna capire la ragione di quello che è successo

Europa e Usa: due idee diverse sul futuro della globalizzazione Il nodo non è tra chi vuole il rigore e chi la crescita, ma sull’origine della crisi: è nata dai mercati senza regole o dai bilanci in difficoltà? di Francesco D’Onofrio er quanto possa apparire paradossale, si sta discutendo del rapporto tra rigore e crescita, quasi che vi fosse qualcuno, tra gli europei o tra gli statunitensi, che possa ragionare nel senso di una versione aggiornata del vecchio brocardo“moglie ubriaca e botte piena”. È di tutta evidenza che non vi è nessun serio esponente politico, al di qua o al di là dell’Atlantico, che possa per un solo momento immaginare di promuovere il rigore senza la crescita o, al contrario, la crescita senza il rigore. La questione infatti è molto più rilevante di quanto purtroppo non si sia talvolta costretti ad ascoltare in questo o quel dibattito televisivo, allorché viene esaminata la situazione economica italiana nel contesto della lettera della Bce, che indica gli interventi finanziari necessari per evitare un vero e proprio collasso economico-finanziario dell’Italia. Non del tutto sufficiente è stato del pari il dibattito parlamentare relativo alla introduzione nella Costituzione italiana del principio sostanzialmente tendente alla parità di bilancio. In questo caso è persino sembrato che vi sia qualcuno contrario al principio della parità di bilancio in quanto tale, perché è altrettanto di tutta evidenza che gli squilibri di bilancio fanno parte persino del trattato di Maastricht, anche se il principio della parità di bilancio è in qualche modo tendente a rafforzare proprio la previsione del deficit di bilancio prevista a Maastricht.

P

La questione di fondo tra Europa e Stati Uniti concerne la natura della crisi economico-finanziaria in atto: si tratta di un ciclo tendenzialmente orientato alla recessione, o di un esito per così dire “strutturale” connaturato al dominio pressoché incontrollato della finanza sulla stessa economia reale? Nel primo caso infatti – come ripetutamente affermano esponenti politici ed economici statunitensi – si tratta di operare nel ricordo specifico delle azioni intraprese al tempo della Grande Crisi del 1929; nel secondo caso – come ripetutamente affermano esponenti politici ed economici tedeschi – si tratta di affermare consapevolmente che l’equilibrio di bilancio costituisce premessa essenziale per una qualsiasi politica economica tendente alla crescita. La divergenza tra Stati Uniti e Unione Europea non è tra chi vuole la crescita e chi impone il rigore, ma riguarda il giudizio – politico prima ancora che economico – sulla crisi in atto. Si tratta di una crisi iniziata negli Stati Uniti nel corso del decennio precedente soprattutto perché mancava una qualunque disciplina legislativa relativa all’utilizzo degli ormai famosissimi “derivati”(sì ché la crisi europea in atto è da intendersi in qualche modo una conseguenza della originaria crisi statunitense e non una sorta di crisi integralmente europea) o si tratta

di due crisi strutturalmente diverse sì ché possono occorrere discipline economico finanziarie necessariamente diverse le une dalle altre?

Nella prima ipotesi saremmo in presenza di una modalità specifica del capitalismo finanziario in tempo di globalizzazione: da un lato avremmo una sorta di sostanziale accettazione da parte angloamericana della attuale fase storica del

Anche la scelta di puntare su conti in parità è stata presa dai governi senza un sufficiente dibattito

capitalismo inteso quale modo di produzione anche tendenzialmente sganciato dalla manifattura, sì ché occorrerebbe una politica economico-finanziaria tendente sia al rigore del bilancio, sia alla introduzione di discipline legislative concernenti proprio questa fase del capitalismo prima ancora che posti di lavoro strutturalmente legati alla produzione manifatturiera. Se così fosse, sarebbe corretta la posizione tedesca che ritiene che quella in atto sia una crisi strutturale del capitalismo e non una crisi ciclica congiunturale come fu quella del 1929, che diede vita al New Deal di Roosevelt. Nella seconda ipotesi ci troveremmo di fronte ad una vera e propria congiuntura economico-finanziaria rispetto alla quale l’obiettivo strategico resta quello della creazione di posti di lavoro, anche a costo dell’incremento del deficit di bilancio.

Ad aggravare ulteriormente questa situazione sta il fatto che gli Stati Uniti da un lato sono un vero e proprio Stato continentale anche se federale, mentre in Europa abbiamo una sorta di moneta continentale senza che vi sia un adeguato Stato di pari livello. Non si tratta di una astratta questione accademica, come hanno molto opportunamente posto in evidenza molti studi recenti dell’una e dell’altra sponda dell’Atlantico. La novità straordinaria che costituisce un elemento diverso anche dalla crisi del ’29 è per altro oggi rappresentata dal processo di globalizzazione in atto che tende a modificare alla radice il rapporto tra l’Europa e gli Stati Uniti da un lato, e il resto del mondo dall’altro. Questo rapporto è stato a lungo considerato quale contrapposizione anche ideale di fondo tra l’Occidente eurostatunitense e l’Oriente prevalentemente sovietico, mentre oggi il processo di globalizzazione tende ad una sorta di multipolarismo mondiale nel quale è proprio il rapporto tra Europa e Stati Uniti a richiedere una diversa capacità di riflessione e di analisi da parte di entrambi. Il fatto che si svolgano quest’anno le elezioni presidenziali statunitensi, e l’anno prossimo le elezioni tedesche generali, introduce un ulteriore e molto significativo elemento di tendenza alla tutela dell’interesse nazionale nazionalisticamente inteso, che rischia di occultare la sostanza stessa del problema che abbiamo di fronte. Si deve cercare invece un equilibrio tra rigore e crescita nuovo sia per gli Stati Uniti sia per l’Europa, perché un nuovo equilibrio è necessario in questo tempestoso tempo di globalizzazione nel quale gli uni e l’altra non sono più detentori del sostanziale monopolio delle decisioni economiche e finanziarie del mondo.

co altissimo, spesa pubblica al 52% del pil, economia sommersa, evasione fiscale di massa. Era questa economia malata, produttrice di reddito “virtuale”, che andava profondamente riformata prima che la crisi mondiale travolgesse tutti. Non avendolo fatto, prima (anni Novanta) abbiamo prodotto meno ricchezza degli altri, poi (anni Duemila) abbiamo avuto la “crescita zero”, quindi (dal 2008 in poi) una lunga e pesante recessione. Se a questo si aggiunge che la pressione speculativa sui debiti sovrani europei ci ha messo tra i candidati al default (rischio misurato dallo spread) e ha fatto esplodere le contraddizioni dell’eurosistema, ecco spiegato perché tutti i nodi sono venuti al pettine e quel «vivere al di sopra delle nostre reali possibilità» su cui abbiamo sempre giocato sta scomparendo. Sì, abbiamo un bel patrimonio accumulato – anche se è fatto al 70% di immobili, e oggi la mancanza di domanda sta facendo crollare i valori – ma ce lo stiamo letteralmente mangiando.

E qui siamo al terzo e ultimo architrave del sistema paese che sta cedendo, il welfare nostrano. Costruito sui redditi gonfiati dall’economia di panna montata, con diritti acquisiti talmente diffusi e aspettative talmente crescenti da rendere difficile la sua razionalizzazione, oggi presenta dei conti – specie nella sanità e nella pubblica amministrazione – che non sono più saldabili. Sono finiti i soldi, saltano tutte le compatibilità. Cioè proprio nel momento in cui, con la recessione in atto e la fine di un modello di sviluppo insano, i servizi e l’assistenza sociale sarebbero più necessari. Guardando a questo scenario, in cui una politica screditata dovrebbe chiedere a cittadini che per anni sono stati ingannati e illusi di accettare i sacrifici necessari per rimediare alle cause della crisi economica e ai difetti dello stato sociale, squilibri di cui fino a ieri hanno beneficiato, non è difficile immaginare che siano inevitabili due conseguenze, che corrispondono ad altrettanti stati d’animo diffusi nel Paese: il tirare i remi in barca dei delusi e sfiduciati, che pur avendo una situazione personale e famigliare tranquilla non ne hanno più voglia ed evitano di spendere come di investire (figuriamoci di progettare il futuro); l’esplodere della rabbia degli incazzati, di cui abbiamo ogni giorno di più evidenza (dai suicidi alle intimidazioni a Equitalia, fino all’estremo del ritorno del terrorismo). Gli uomini di buona volontà e consapevoli dei rischi che stiamo correndo, si uniscano prima che sia troppo tardi. (twitter @ecisnetto)


politica

pagina 6 • 19 maggio 2012

Sfida all’ultimo voto a Parma tra centrosinistra e grillini a caccia dei cinquantamila astenuti del primo turno

Sfida a cinque stelle Duello comico a distanza tra Grillo per il “suo” Pizzarotti e Gene Gnocchi a sostegno di Bernazzoli. Ma, visti i debiti, c’è poco da ridere di Franco Insardà

ROMA. L’ultima volta che Parma è stata al centro dell’attenzione mediatica mondiale fu per il crac Parmalat. Oggi come allora i riflettori dei media nazionali e internazionali si sono accesi sulla città ducale: oltre ai maggiori quotidiani italiani e ai tanti collegamenti televisivi, sono arrivate troupe dalla Svizzera, la Cnn, e gli inviati di Le Monde, del New York Times e di tante altre testate straniere.Tutti in attesa di sapere se nella capitale del made in Italy alimentare da lunedì ci sarà un sindaco grillino. La sfida tra Vincenzo Bernazzoli, candidato del centrosinistra, e Federico Pizzarotti del Movimento 5 Stelle è all’ultimo voto, dopo i risultati del primo turno (39% per Bernazzoli e 20% per Pizzarotti) Il Partito democratico è in allarme per un sondaggio riservato, commissionato dal Movimento di Grillo, che dà Pizzarotti al 53%, mentre Bernazzoli sarebbe al 47%. L’entusiasmo dei grillini è alle stelle, corroborato da un sondaggio Swg sulle intenzioni di voto degli italiani, realizzato in esclusiva per la trasmissione Agorà di Rai Tre, secondo il quale il Movimento 5 Stelle si attesta al 13,7%, confermandosi terzo

L’Udc lascia libertà di voto e Mauro Libé dice: «Siamo preoccupati, Parma deve prendere una decisione che considero la più difficile di tutta Italia» partito italiano, il Pdl scende sotto il 18% e il Pd al 24%. Per quanto riguarda il “partito del non voto”, attualmente si attesta al 43,7%, somma complessiva di quanti sono indecisi o non rispondono (22,6%) e gli astenuti (21,1%). E proprio gli astenuti saranno i determinanti nella sfida di Parma, dove i contendenti si sono giocati tutte le carte possibili fino all’ultimo, sperando di intercettare anche i voti che al primo turno sono andati all’ex sindaco Ubaldi, sostenuto dall’Udc, al candidato del Pdl, Paolo Buzzi, e a Roberto Ghiretti, della lista Parma Unita.

Mauro Libé, responsabile nazionale del dipartimento enti locali dell’Udc, ha detto: «C’è preoccupazione da parte nostra perché Parma deve prendere una decisione che considero la più difficile di tutta Italia. Da un lato un rappresentante dell’antipolitica come Pizzarotti che bloccherebbe Parma e danneggerebbe lo sviluppo della città e i suoi cittadini per esempio con il pagamento delle penali derivanti dalla chiusura

dell’inceneritore: fare propaganda è una cosa, amministrare è diverso. Sull’altro versante la proposta politica di Bernazzoli, chiuso a sinistra, vincolato in un abbraccio mortale che ha messo in difficoltà i moderati della sua coalizione, senza nessun segnale di apertura nei confronti di una città che è cambiata, che da tempo si è aperta culturalmente al futuro». E Roberto Rao ha aggiunto: «Se oggi dobbiamo aspettare che Grillo ci insegni come uscire dai problemi allora significherebbe la sconfitta dei partiti tradizionali». Quanto alle alleanze Rao ha osservato che «noi non vogliamo rompere il Terzo polo o andare da soli, vogliamo creare un soggetto nuovo. Il bipolarismo così com’è non è la panacea, noi siamo aperti e ci mettiamo in discussione». Anche il Pdl, in una nota del coordinatore dell’Emilia Romagna Filippo Berselli, ha invitato i suoi elettori a «non votare per i candidati, ma piuttosto a lasciare scheda bianca nell’urna, perché né l’uno né l’altro sono portatori di valori e di programmi incompatibili con quelli del Pdl». Ma in caso di vittoria di Pizzarotti, il Pdl resterebbe completamento escluso dal Consiglio comunale, mentre con l’elezione di Bernazzoli avrebbe almeno un eletto. In quella città che fino a un anno fa la giunta di centrodestra, guidata da Pietro Vignali, governava prima di essere coinvolta in un’inchiesta per corruzione. A questo si è aggiunto il quasi default finanziario, visto che il Comune è alle prese con circa 700 milioni di debito, di cui oltre la metà generati dalle aziende partecipate. Ma qualche tentazione di appoggiare il candidato del Movimento 5 Stelle si è registrato dalle parti del centrodestra, oltre all’endorsment ufficiale di Marco Pannella «a titolo personale», come ha chiarito il leader radicale, aggiungendo: «Pizzarotti ha dichiarato che ha avuto vicinanza al Partito Radicale, anche a Rifondazione Comunista, ed è sicuramente persona capace di apprendere».

I due candidati hanno proseguito la loro campagna elettorale senza esclusione di colpi. Il centrosinistra per contrastare i grillini sul terreno della comicità hanno schierato giovedì sera Gene Gnocchi a sostegno di Bernazzoli, per anticipare lo show finale del comico genovese di ieri sera in piazza della Pace, con tanto di dirette tv e streaming. Gnocchi ha detto che il presidente della provincia è «una persona perbene ed è la persona giusta per Parma», prima di attaccare il comico genovese: «Grillo impedisce ai suoi di parlare, si esprime in modo populista e, ad

Il Terzo polo corre da solo in 6 città. Ancora in calo Pd e Pdl

La domenica dei ballottaggi

Sono 118 quelli che completeranno la tornata amministrativa. Fari su Genova, Palermo e L’Aquila di Federico Romano ono centodiciotto i ballottaggi che completeranno la tornata amministrativa del 7 maggio. Un appuntamento su cui è concentrata l’attesa spasmodica dei partiti politici allarmati dal secondo avviso di sfratto ricevuto da elezioni a carattere locale. Il primo avvertimento era arrivato l’anno scorso con la vittoria di candidati outsider come Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli.

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D’altra parte i fattori che giustificano l’allarme degli attori politici tradizionali sono la crescita esponenziale dell’astensionismo, il boom del Movimento 5 Stelle, il crollo di Lega e Pdl, la deludente tenuta del Pd che vince in coalizione con candidati scelti tra partiti concorrenti. Palermo, Genova, Parma, L’Aquila sono le città più importanti chiamate al voto. I comuni dove il Terzo polo presenta candidati a sindaco autonomi sono Genova, l’Aquila, Cuneo, Agrigento, Trani e Lucca; a Isernia con il Pdl e ad Asti con il Pd. A Genova è strafavorito Marco Doria, vincitore delle primarie in quo-

ta sinistra radicale ai danni del sindaco uscente Marta Vincenzi (Pd) e della sua storica rivale in casa Roberta Pinotti. Doria è passato al primo turno con il 48,5%, ma prendendo meno voti della coalizione (Pd, Idv, Sel, Fds, Lista Doria, Psi, Liste civiche) attestatasi al 51,1%. Il suo antagonista terzopolista è Enrico Musso che con il 14,8% ha staccato il grillino Paolo Putti (13,7%) e il candidato del centrodestra Pierpaolo Vinai (12,7%). A Palermo è praticamente già sindaco Leoluca Orlando (Idv, Fds,Verdi) passato al primo turno con il 47% dei consensi con un distacco di 30 punti percentuali, su Fabrizio Ferrandelli (Pd, Sel, Lista Ferrandelli).

A L’Aquila, dove il tema è il terremoto e la ricostruzione, il sindaco uscente Massimo Cialente (Pd) ha riscosso il 40,5% delle preferenze e domenica e lunedì se la giocherà con lo sfidante Giorgio De Matteis, vicepresidente vicario del Consiglio regionale, sostenuto da Udc e Mpa, che al primo turno ha totalizzato il 29,1% e al ballottaggio spera di agguantare i consensi di Pierluigi Pro-


politica A sinistra Beppe Grillo; a destra il candidato a sindaco di Parma del Movimento 5 Stelle Federico Pizzarotti; sotto quello del centrosinistra Vincenzo Bernazzoli e in basso Enrico Musso, lo sfidante del Terzo Polo di Marco Doria del centrosinistra al ballottaggio per il comune di Genova

La buona politica riparte dagli Enti locali

Cosa insegna il laboratorio Puglia di Angelo Sanza

La sfida è avvincente e vede contrapposti un politico di professione, come il presidente della provincia di Parma Vincenzo Bernazzoli, e Federico Pizzarotti, manager quest’area nell’ultima settimana è stato minimo (-0,3%).

Su Grillo e la sua presenza mediatica c’è anche una polemica da registrare tra il Pd e il Movimento 5 Stelle. Secondo i democratici è grave che a due giorni dai ballottaggi, i Tg propongano molti servizi monografici su Grillo che primeggia, sia nei tempi di parola che di notizia, con un vantaggio di oltre 7 punti rispetto agli altri leader. «Gli squilibri sono gravi perché determinano un automatico vantaggio a favore dei grillini» sostiene Vinicio Peluffo, deputato del Pd, rendendo noti i dati del monitoraggio dei Tg della giornata del 17 maggio realizzato dall’Osservatorio del Pd sul pluralismo dell’informazione televisiva. Secondo questi dati Grillo raggiunge il 20%. Seguono Bersani 12%, Casini 12%, Alfano 6%, Maroni 4%, Di Pietro 3%, Fini 3%, Vendola 2%, altri Pdl 6%, altri Pd 1%. Anche nei tempi di notizia Grillo è al primo posto con il 12%.

Nel capoluogo abruzzese, partita aperta tra il sindaco uscente Cialente e De Matteis, sostenuto da Udc e Mpa, che al primo turno ha totalizzato il 30 per cento due maggiori partiti e in particolare il Pdl con un meno due per cento che lo colloca sotto il 18%, mentre il Pd perde quasi un punto. Segni di ripresa, invece, per la Lega Nord che guadagna oltre l’1 per cento. Ma a rimanere prevalente è l’area del non voto, con quasi la metà degli italiani (43,7%) che al momento è indecisa (22,6%) o dice che si asterrà (21,1%). Lo spostamento di

conclusione del primo turno delle amministrative l’Udc ha registrato un radicamento diffuso in tutti i comuni pugliesi, affermandosi spesso come forza di governo. Abbiamo dato sostanza al nostro progetto facendoci guidare dalla qualità degli uomini e dalla adeguatezza dei programmi. Siamo convinti di rappresentare in Puglia forze sane della società civile, pronte a costruire un laboratorio per la buona politica. Quel laboratorio, fortemente voluto dall’Udc, ha spesso sorretto politiche progressiste sensibili nei confronti dei cittadini più poveri oppressi dalla crisi che pervade il Paese per coniugare giustizia sociale, rigore e crescita. Possiamo affermare con orgoglio di aver intuito e anticipato ciò che solo in questi giorni il governo Monti ha proposto in favore del Mezzogiorno, dei giovani, degli anziani e dei più poveri. Bisogna pertanto insistere nel percorrere ogni strada possibile per favorire l’incontro tra forze moderate e progressiste della società italiana. Il nostro sostegno al governo Monti nasce certamente dalla necessità di riparare i danni compiuti da chi ha governato prima, ma anche per avviare politiche nuove su welfare, lavoro e sviluppo. È di queste nuove proposte che vorremmo parlare facendo dialogare i governi locali con il governo nazionale. Attivare un confronto con coloro della società civile che in questa stagione elettorale hanno scelto di protestare rimanendo lontano dai seggi o esprimendo un voto contro questo sistema politico-rappresentativo. Un ruolo importante dovranno giocarlo i partiti tradizionali sempreché sapranno autoriformarsi.

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esempio, sul tema della giustizia parla quasi come Berlusconi. Le differenze ci sono eccome». Una sfida tra comici per una città che ha davvero poco da ridere vista la pesante eredità della precedente amministrazione. I grillini fanno paura e tentano un’impresa storica: conquistare il primo capoluogo di provincia e la cosa avrebbe un rilievo nazionale, creando non poche preoccupazioni alle formazioni politiche tradizionali. Alla vigilia, si dicono convinti di poter intercettare i voti di chi al primo turno ha scelto altri candidati e di chi si è astenuto. La vittoria di Pizzarotti, viene considerata a portata di mano: «vincere - spiegano i grillini - sarebbe un messaggio incoraggiante per il Paese». Al Pd che accusa il movimento di Beppe Grillo di non avere esperienza e di non esser capace di governare, i grillini rispondono che «trattandosi di un movimento unico, senza alleanze, garantisce una maggiore governabilità rispetto al Pd che è diviso». E puntano molto sugli astenuti: «Oltre 9mila persone sono andate a ritirare il certificato elettorale. Quindi, persone che non avevano votato al primo turno».

perzi (Pdl). Una sfida aperta. Ma l’attesa più grande è per la probabile seconda ondata grillina. Il Movimento 5 Stelle del comico genovese infatti continua a salire nelle intenzioni di voto secondo un sondaggio Swg e arriva questa settimana all’13,7% con un balzo in avanti di oltre due punti, confermandosi terzo partito italiano. In calo invece i

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Il Pdl, in caso di vittoria del candidato del Movimento 5 Stelle, resterà fuori dal Consiglio comunale, dove era maggioranza un anno fa nell’area dell’Information Tecnology di una banca che ha dovuto prendere quindici giorni di ferie per i ballottaggi. Due candidati molto diversi anche nelle modalità di scelta della loro giunta. Bernazzoli ha dichiarato che chiamerà assessori in base alle specifiche competenze, garantisce esperienza e conoscenza della macchina amministrativa e ricorda che a giugno potrebbero mancare i soldi per pagare i dipendenti comunali. Pizzarotti vuole scegliere i suoi assessori tramite curricula da inviare on line, ne ha ricevuti quasi duecento, e ha dichiarato: «Non mi consulterò con Grillo, non ho neppure il cellulare». Insomma Parma si conferma così laboratorio nazionale: qui si chiuse la stagione dei sindaci di centrosinistra, iniziò quella del civismo con l’elezione di Elvio Ubaldi. Qui un anno fa gli indignati iniziarono un assedio alla giunta di centrodestra fino a costringere l’ex sindaco Vignali alle dimissioni.Vedremo che cosa succederà lunedì.

Con il risultato di queste amministrative sta già emergendo uno scenario con equilibri nuovi. Già al primo turno questo voto ha dato messaggi che segnalano la scomposizione dei vecchi schieramenti. Non è servito a molto il mimetizzarsi dietro liste civiche per aggirare la perdita di credibilità e frenare la protesta anti-sistema. La buona politica oggi può partire dalla buona amministrazione nei Comuni e provare a contrastare il malessere sociale. Ripartire dal basso dunque, dagli enti locali, può rappresentare un segno di serietà e buon governo purché i comuni sappiano adottare modelli virtuosi nella spesa pubblica e offrire una classe dirigente credibile. Dobbiamo renderci conto che oggi è l’ora della verità e del realismo, ma anche della serietà e della correttezza morale per combattere le ondate demagogiche che si nutrono degli errori del governo nazionale e degli scandali nelle regioni. Siamo fiduciosi che al secondo turno, questi nostri progressi saranno confermati e rafforzati dal voto dei cittadini.


politica

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La nuova strategia terroristica e il fantasma degli anni di piombo econdo gli esperti dell’antiterrorismo è falsa la lettera di minaccia della Fai contro il premier Monti e il presidente di Equitalia. Ma sono vere le bombe che negli ultimi mesi sono stae recapitate alle varie sedi dell’agenzia di riscossione. E c’erano precisi riferimenti ad Equitalia nel documento della Fai diffuso per rivendicare l’attentato al dirigente dell’Ansaldo Roberto Adinolfi, gambizzato lo scorso 7 maggio a Genova.

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Equitalia insomma è un bersaglio privilegiato, quello che rischia d’essere più popolare, ma s’è visto che non è l’unico nel mirino dell’antagonismo sociale che rischia di assumere tinte violente. Sono 14mila gli obiettivi potenzialmente sensibili ad azioni terroristiche secondo la mappatura fatta venerdì dal Viminale. Peraltro le nuove recrudescenze di lotta armata, gli incitamenti neobrigatisti a ripendere le armi e alcuni anniversari importanti che cadono in questi giorni– l’omicidio Calabresi, quello di Moro e di Massimo d’Antona – forniscono l’occasione di una riflessione su vecchio e nuovo terrorismo. Angelo Ventrone studia da anni la storia e la cultura della lotta armata nel nostro paese. È ordinario di storia contemporanea all’università di Macerata e autore di Vogliano tutto (Laterza) dove ci si interroga sui motivi che hanno spinto almeno due generazioni a credere nella rivoluzione. Ventrone ripete spesso che sugli anni del terrorismo ”è stata fatta poca storiografia e troppa testimonianza”. Forse è anche per questo che restano tanti misteri irrisolti e soprattutto che l’Italia in questa materia del terrorismo non impara mai la lezione? «Si è anche per questo – dice a liberalVentrone – c’è un difetto di analisi storica che impedisce ancora la comprensione scientifica della lotta armata e ne dimostri da un lato l’inumanità e dall’altro l’inutilità. Ma c’è anche un altro fattore che spiega la natura evergreen della violenza politica: ossia che la cultura rivoluzionaria è dura a morire. È nella sua natura non accettare mai smentite definitive dalla storia». L’impressione di Ventrone è che esista una continuità tra vecchi e nuovi terroristi, anche se sono diverse le sigle, la formazione e le culture politiche. «L’impressione è che le nuove leve abbiano contatti con le vecchie: c’è tutto un sommerso della contestazione radicale degli anni Settanta che può aver trasmesso il fuoco alla generazione successiva. I nuovi terroristi peraltro conoscono abbastanza bene la storia precedente, c’è una continuità di temi anche nelle documentazioni». Anche l’esistenzialismo armato esplicitamente presente nell’ultimo volantino del Fai era presente nella mentalità dei vec-

«Colpiscono Equitalia per colpire lo Stato» Lo storico Angelo Ventrone: «Il nemico è sempre il ”regista dell’imperialismo globale”, ma ora cercano consensi facili» di Riccardo Paradisi

chi terroristi. «Noi abbiamo sempre immaginato la lotta armata come una forma estrema di lotta allo sfruttamento. In realtà in essa ha sempre agito una pulsione esistenzialista, la ricerca di una vita autentica, in opposizione alla modernità della tecnica. I vecchi terroristi, soprattutto quelli di Prima linea, erano ossessionati dall’avvento del mondo orwelliano del controllo totale». Di fronte alla complessità moderna la cultura rivoluzionaria tende alla semplificazione: «I terroristi scelgono vittime in carne ed ossa per dare un volto a un potere che non si riusciva a identificare e che loro chiamavano il Sim: Stato imperialista delle multinazionali. È un po’ quello che accade oggi con la gambizzazione di un tecnico dell’Ansaldo o con un attentato a Equitalia interpretato come il braccio violento di un potere tecnico che non tiene in nessun conto gli individui». Niente di nuovo dunque da questo punto di vista. «C’è qualche novità nel linguaggio. Meno legnoso, meno condi-

L’impressione è che esista una continuità tra vecchi e nuovi terroristi, anche se sono diverse sigle, formazione e cultura politica

zionato dai testi sacri. Il ”cittadinismo” però è in fondo quello che i brigatisti chiamavano riformismo. Resta una certo gusto per l’estetica della violenza. Il piacere con cui gli anarchici dicono di aver sparato al dirigente dell’Ansaldo ricorda l’ebrezza che Toni Negri avvertiva quando si calava il passamontagna prima degli scontri. Nella memorialistica dei terroristi sono aspetti molto presenti: per Segio, di prima linea, il Mucchio selvaggio era un film cult, Morucci andava in giro con l’impermeabilone western per calarsi meglio nel personaggio». Nondimeno i terroristi di ieri sentono il bisogno di scrivere moltissimo per giustificare omicidi e gambizzazioni. «Da una parte infatti la violenza serve a restituire senso alla tua vita, dall’altra nel momento in cui togli la vita ad altri uomini, sei costretto a prendere le distanze dall’abiezione che compi. E così nelle memorie dei terroristi, neri e rossi, questa idea di vivere in apnea è molto presente, si respira un impressione di de-

realtà». I terroristi, soprattutto di sinistra, parlavano di una violenza difensiva rispetto a quella dello Stato. Ma Ventrone smentisce questa tesi. «Si è parlato di Piazza fontana come perdita dell’innocenza, della lotta armata come reazione alla violenza istituzionale. Certo, piazza Fontana esaspera le tensioni ma il passaggio all’azione armata è deciso già da prima. Parte della sinistra extraparlamentare era pronta a quel passo».

La violenza per i brigatisti era ”una forma di intelligenza politica”: «Il suo uso strappava il velo di Maya della realtà, rivelava con le morti pesanti quelle che Segio chiamerà le morti leggere. E non è che quelle morti leggere, invisibili non ci fossero. Dalla metà degli anni Sessanta in poi le morti bianche sono quattromila all’anno. Il problema era, come lo è oggi, capire che la risposta non poteva essere la violenza armata. Una prassi che disumanizza soprattutto chi la agisce.Tutte le relazioni dei terroristi diventano avvelenate e paranoiche. La stessa analisi della realtà è deformata, la scelta degli obiettivi allucinata. Si arriva a degli assurdi: si spara ai riformisti perché sono visti come i più fedeli servitori dello Stato, agli architetti delle carceri modello perché nello sforzo di far star meglio i detenuti umanizzano il sistema repressivo». E poi paradossi: «le Br chiedono la convenzione di Ginevra per i prigionieri politici. Ma poi non li applicano ai loro di prigionieri. Le loro vittime non sono più nemmeno esseri umani. Ma simboli, funzioni». In nome di cosa? Della rivoluzione ovviamente, dopo la quale però non si capisce mai bene che società potrà mai sorgere. «I brigatisti parlavano tra loro di una sorta di società emancipata, dove tutti avrebbero potuto avere tutto, dove le classi non avrebbero più diviso gli uomini, dove il dispiegamento del benessere, grazie all’abbondanza garantita dalla tecnica e dalla collettivizzazione avrebbe garantito una vita felice, fatta di non lavoro». Al netto della tecnica, avversata dai neoanarchici, assomiglia molto alla ”vita in armonia con la natura”immaginata da quello del Fai. «Gli anarcoinsurrezionalisti non hanno però la prateria da incendiare: non c’è un grande movimento collettivo, non c’è un soggetto sociale unitario né un contesto internazionale favorevole. C’è, questo si, un grande disagio sociale e una grande angoscia diffusa per l’estrema complessità di una realtà dove i pericoli arrivano da dimensioni fuori controllo come la speculazione finanziaria. Ecco allora che sparare a un ingegnere che lavora per l’Ansaldo, è un modo disperato e folle di semplificare le cose. Una tentazione che potrebbe essere contagiosa»


mobydick

INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

Da non perdere “Another Earth” il film di due giovani pieni di talento (lei, la Marling, è anche protagonista e sceneggiatrice insieme a lui, Cahill, il regista). Una vicenda filosofico-metafisica con premesse fantascientifiche: una bomba

nother Earth è una bomba di profondità, un film filosoficometafisico, con una premessa fantascientifica che dà spessore alla storia. L’entusiasmo del critico a volte alza troppo le attese e lo spettatore resta deluso. Qualunque opinione ci si faccia di Another Earth, è decisivo vederlo se si tiene alle credenziali di cineintenditori. Il film mischia diversi elementi e generi: tragedia, fantascienza, metafisica, racconto di formazione, rapporto vittima-carnefice, storia d’amore, vite azzerate da ricostruire, espiazione. Il miracolo è che questi elementi si fondano in una coesione convincente, con una logica interiore quieta e inquietante. Dalla prima scena si resta agganciati agli eventi, senza cali di tensione. Ogni scena è imprevedibile e poi appare inevitabile, segni di una narrazione di qualità. Una coppia è in macchina con la loro figlioletta, ferma a un semaforo. Rhoda Williams (Brit Marling) è una teenager appassionata d’astrofisica. Ha appena preso la licenza liceale, con voti tali da farsi ammettere alla rigorosa Massachusetts Institute of Technology.

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PREMIATA DITTA BRIT & MIKE di Anselma Dell’Olio


premiata ditta brit &

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Dopo una festa di diploma, è alla guida, ubriaca, mentre la radio trasmette la notizia della scoperta di un’esatta replica della terra, un pianeta ora visibile a occhio nudo. Eccitata e brilla, mette la testa fuori del finestrino per guardarlo, sbanda e demolisce l’auto della famiglia Burroughs ferma all’incrocio. La bimba e la madre incinta restano uccise sul colpo; il vedovo, John (William Mapother, In The Bedroom) finisce in coma in ospedale. Rhoda è condannata per omicidio colposo. Quattro anni dopo la vediamo uscire dal carcere; i genitori con il fratello adolescente la vengono a prendere. Si sente la notizia che Burroughs si è svegliato dal coma e presto tornerà a casa. Nella villetta di famiglia, Rhoda si muove con circospezione nella sua vecchia camera, in mezzo a modelli del cosmo, un telescopio e disegni che testimoniano i suoi interessi e la promettente carriera da scienziata mai cominciata, ormai alle spalle. Ha l’incertezza di chi si muove su un terreno minato, sconosciuto. Si trasferisce nell’attico, più lontano dalla famiglia che cammina sulle uova intorno a lei, colma d’affetto ansioso. Così è più vicina al cielo e al misterioso pianeta perfettamente speculare al nostro: stessi continente, stessi oceani, stesso tutto. Forse anche le stesse persone: i nostri doppi.

me dipendente di un’azienda per le pulizie domestiche: dice che è in offerta una prova gratuita. La casa ha il disordine di un uomo poco abituato a vivere da solo. Si vede la confusione di uno scapolo involontario e disorientato. Dapprima diffidente, l’uomo alla fine accetta che si dia una sistemata al suo squallore domestico. John e Rhoda sono due persone silenti e gelose della propria solitudine, con profonde ferite interiori che combaciano; ma solo lei lo sa. Per il momento. Con il tempo si stabilisce tra loro un rapporto affettivo incerto, delicato, psicologicamente credibile. Il merito è del regista (gli attori sono perfetti e ben diretti) che sin dall’inizio stabilisce un tono sicuro, carico d’attesa, di peso emotivo riverberante che non molla; e della sceneggiatura, scritta a quattro mani con Marling. Il film ha ricevuto due premi e molti elogi a Sundance. Mike Cahill ha sfondato con il

tato ed eccezionalmente geniale. Cahill, Marling e un altro collaboratore, Zal Batmanglij (Sound of Her Voice), tutti amici all’università, si sono trasferiti a Los Angeles per tentare la fortuna, prendendo casa insieme. A Marling offrivano soltanto i soliti ruoli della fidanzatina usa e getta del protagonista, o della bionda in bikini inseguita dal mostro nei film horror. Ha collaborato ai due film in contempo-

L’ex detenuta cerca lavoro. La responsabile dell’agenzia vuole trovarle un posto adeguato alla

sua preparazione e intelligenza. Rhoda respinge con fermezza l’offerta: preferisce lavori manuali dove non è costretta a interagire, a conversare con altre persone. È ben felice di accettare un lavoro da bidella in una scuola. Felicità è parola grossa. Poco dopo prende il treno dei pendolari per andare in una località vicina. Il passato per lei non è passato: è il suo unico presente e pensiero. Il cuore si ferma quando si capisce che è a casa di Burroughs, compositore ed ex professore universitario. Rhoda era minorenne all’epoca del disastro che ha privato John della sua famiglia; il nome dell’automobilista assassino non era mai stato divulgato. L’ormai ventenne si presenta a John coanno V - numero 19 - pagina II

suo debutto nel cinema narrativo (ha girato un documentario, Boxers and Ballerinas, sul rapporto Usa-Cuba) e Marling si è imposta come la prima attrice giovane, bella, intellettuale e autrice di cinema che si ricordi. Ha un carisma luminoso e insolito, un viso espressivo che trasmette emozioni complesse. Lei e Cahill si sono conosciuti alla Georgetown University. Brittany Hayworth Marling, nasce il 7 agosto, 1982 a Chicago, si laurea in economia e inizia a lavorare alla Goldman Sachs. Le offrono un posto fisso (prima della crisi economica) ma sceglie di abbandonare la finanza per l’arte. La sua fortuna (e lo è davvero, anche secondo lei) è di avere un gruppo di lavoro affia-

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ranea. Scrive Another Earth con Cahill al mattino e nel pomeriggio lavora a Sound Of My Voice con Batmanglij, anche lui debuttante nel lungometraggio. Acclamato a Sundance anche il secondo film, Sound è uscito a fine aprile in America, accolto con rispetto e ammirazione come Earth, e distribuito sempre da Fox Searchlight. Parla della leader di un culto (sempre Marling) che dice di essere venuta dal futuro, e incita i suoi adepti a prepararsi ad avvenimenti apocalittici che lei avrebbe già vissuto. Una coppia di giornalisti arriva per indagare e smascherare la sedicente guru come impostora, ma trovano una persona e una situazione più complesse e complicate di quanto immaginassero. (C’è da augurarsi che sia distribuito nelle sale durante la prossima stagione, e non buttato via in estate).

Ora i tre amici e sodali sono lanciati con il vento in poppa nel cinema istituzionale e il loro futuro è radioso. Se «il sistema Hollywood» li deluderà, sono pronti a tornare al cinema indipendente, avendo fatto due affascinanti, a dir poco, film a bassissimo costo (150 mila dollari!), aguzzando l’ingegno e rubando immagini quando non potevano

pagare le location (l’uscita di prigione di Another Earth, per esempio) e girando con una videocamera Sony EX3 camcorder. E adesso chi glielo dice ai Centautori, sempre a frignare perché lo Stato non è abbastanza sollecito nell’assecondare e finanziare i loro progetti destinati a incassi imbarazzanti? Questi tre artisti americani oggi hanno dai 27 ai 31 anni e già la corona d’alloro in testa; non si sa se ridere o piangere, pensando ai nostri bamboccioni viziati, che alla stessa età dipendono ancora da mamma e papà. Sentite come sono state improvvisate le riprese dell’uscita dal carcere. Con la macchina della mamma di Cahill, regista e star, parcheggiano davanti al penitenziario. Marling si infila il costume di scena (una tuta da carcerata) in auto; poi con un materassino da palestra arrotolato sotto il braccio, si presenta alle guardie, fingendo di essere una maestra di yoga attesa per una lezione ai detenuti. Mentre regna la confusione tra le guardie, che non trovano il suo nome sulla lista dei visitatori del giorno, Marling molla per terra il materassino ed esce dalla hall della prigione. Intanto Cahill riprende tutto dal finestrino abbassato dell’auto; buona la prima, naturalmente, a costo zero. I due leggono in Internet come creare la neve con pannolini stracciati e acqua. Ho visto la scena e non mi sono accorta del trucco fai-da-te. Il film è stato fatto interamente così in giro per Los Angeles, inventando soluzioni a buon mercato e per il rotto della cuffia; è stato montato nell’appartamento del regista. Per loro essere giovani, squattrinati e con l’urgenza di raccontare storie, erano tutte sfide da superare, anziché carburante per il risentimento.

Marling nasce resistente alle scuse e profondamente curiosa. È cresciuta con una madre imprenditrice immobiliare che dava alle figlie carta bianca solo in libreria. Nemmeno un penny per i giocattoli, ma con piena libertà di comprarsi tutti i libri che desideravano: la libertà di esplorare. Dopo aver sentito Yumeji’s theme, composizione per archi di In the Mood for Love di Wong KarWai, ha imparato a suonare il violino da una video-lezione su YouTube. Quando ha deciso di essere autore, ha comprato o preso in prestito tutti i libri che trovava su come scrivere una sceneggiatura e li ha studiati a fondo. Marling sa che imparare l’arte della sceneggiatura non è semplice. «La gente pensa che sia facile, perché c’è tanto spazio bianco. Non è vero, è la parte più difficile e ci vuole tempo; costa la stessa fatica di un romanzo. La bravura dei filmmaker di talento sta nel dare tantissimo con molto poco».

È esattamente quello che hanno fatto lei e Cahill con Another Earth. Tra i pochi ma incisivi avvenimenti del film, c’è la messa in comunicazione di una scienziata con il pianeta speculare in diretta tv; si trova a conversare con il suo esatto alter ego. L’eventualità di un doppione, del monologo interiore che diventa dialogo, è il motore filosofico del racconto. Un imprenditore lancia un concorso per un viaggio su Terra 2. S’invia un tema sul perché si dovrebbe essere prescelti per questa avventura; i migliori avranno un posto sulla prima navetta d’esplorazione su Terra 2. La possibilità di un incontro con un altro se stesso fa correre la fantasia e dà uno spessore raro all’opera. L’unico effetto speciale è quello dell’orbo gemello. In Melancholia, Lars von Trier ha usato effetti speciali e girato immagini indimenticabili di stravolgente splendore. Senza avere la sua esperienza né il suo budget, i cineasti principianti sono riusciti a fare un film meno perfetto tecnicamente, ma che ha un tono autoriale sicuro, dura 92 stringati minuti e nei contenuti non ha nulla da invidiare al film del maestro danese. Se non andate a vederlo, poi non venite a dire che non c’è niente d’interessante al cinema. Da non perdere.


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architettura

nche se la cadenza Biennale dell’evento è dichiarata fin dal nome, nel nostro paese essa sembra cogliere di sorpresa gli organi preposti alla nomina dei curatori, come se ogni Biennale di architettura fosse un assoluto imprevisto! Anche quest’anno il curatore del Padiglione Italia, la più importante (se non l’unica) manifestazione capace di diffondere in tutto il pianeta i fasti (o i nefasti) dell’architettura nazionale, è stato nominato qualche giorno fa. Mancano poco più di tre mesi per ideare e allestire la mostra per la nuova Biennale di Architettura di Venezia, che aprirà al pubblico il prossimo 29 agosto e sarà visitabile per tre mesi, fino al 25 novembre. Risale solo alla fine di dicembre 2011 anche la designazione del curatore generale della tredicesima edizione: l’architetto e designer inglese David Chipperfield, progettista di fama internazionale il cui nome è legato al pluripremiato progetto di restauro del Neues Museum (2009) di Berlino. Londinese, classe 1953, si forma negli studi di Norman Foster e di Richard Roger, affianca l’insegnamento come visiting professor in numerose università in Austria, Italia, Regno Unito e Stati Uniti; fonda il proprio studio professionale nel 1984 e oggi, nelle sedi disseminate tra Londra e Shanghai, conta circa 250 dipendenti. In Italia ha all’attivo una serie di progetti, come la Ansaldo - città delle culture - a Milano e la Cittadella della Giustizia a Salerno (si veda il recente volume F. Irace, David Chipperfield, Electa 2011). In continuità con la precedente edizione (2010), curata dalla progettista giapponese Sejima dello studio Sanaa, l’organizzazione della grande esposizione è affidata a un architetto militante; il curatore è scelto tra illustri personalità: architetti, critici e studiosi di architettura (i nomi dei candidati curatori restano tuttavia gelosamente custoditi!).

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La mostra come di consueto occuperà gli spazi dell’Arsenale e dei Giardini della Biennale, dove saranno riallestiti i padiglioni dei paesi stranieri che, incrementati da luoghi espositivi localizzati nel centro storico, consentiranno la presenza di ben 55 paesi stranieri. In questa edizione per la prima volta ci saranno: Angola, Repubblica del Kosovo, Kuwait, Perù e Turchia. Lo scorso 2 maggio, ospite della facoltà di Architettura della Sapienza di Roma, si è tenuta la prima conferenza di presentazione della Biennale dove, dopo i saluti di prammatica del preside Renato Masiani, e una breve premessa di Paolo Baratta, presidente della Biennale di Venezia, Chipperfield ha lanciato il suo programma, fondato sullo slogan dell’architettura come Common Ground. Laconico. Estraneo a ogni accattivante formula, Chipperfield ha eviden-

L’onda verde cavalcata da Zevi jr. di Marzia Marandola

Il curatore del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia ha solo tre mesi per realizzare il suo programma: stringato ed ecumenico, punta sul rapporto con la produzione industriale senza trascurare i risvolti ecologici. Intanto il direttore David Chipperfield si dichiara anti-archistar ma ne invita numerose. Meno Renzo Piano...

ziato soprattutto cosa non ci sarà nella sua Biennale: «Non sarà la Biennale delle archistar» ha sottolineato; il mondo dell’architettura non sarà rappresentato da «una serie di protagonisti isolati, innalzati su piedistalli come tanti profumi al dutyfree di

Luca Zevi e il suo progetto per gli esterni del Museo della Shoah di Roma. Sopra, David Chipperfield e il Neues Museum di Berlino di cui ha firmato il restauro. In alto, un’immagine della Biennale Architettura di Venezia 2010

un aeroporto». Il Common Ground allude all’architettura intesa come un territorio condiviso, dove convergono e si confrontano idee e istanze differenti. L’architettura poggia sempre sul suolo, ma in senso metaforico essa è anche il suolo comune

nel quale si innestano risorse economiche, ipotesi concettuali, valori condivisi e figurazioni simbolicamente significative, che sfociano in una rappresentazione sociale necessaria, utile e servizievole per la comunità tutta e per i singoli individui. Chipperfield ha designato per la grande esposizione 58 nomi tra architetti, artisti, fotografi, critici e studiosi: questi coinvolgeranno colleghi per un totale di 103 partecipanti. Al di là delle generose dichiarazioni del curatore, l’elenco degli invitati è in realtà affollato di archistar: dall’esuberante e immancabile stella anglo-irachena Zaha Hadid, all’olandese Rem Koolhas, fino al solitario e geniale guru svizzero dei Grigioni, Peter Zumthor, passando per Peter Eisenman, Norman Foster, Steven Holl, Herzog e De Meuron. Enigmatica l’assenza nel parterre de Rois di Renzo Piano. Gli italiani invitati sono tutti rigorosamente milanesi: da Cino Zucchi al gruppo San Rocco di Milano, a Fulvio Irace a Vittorio Magnago Lampugnani.

Al di là di questi nomi, l’Italia come sarà rappresentata alla Biennale? Mentre già da mesi sono nominati i curatori dei padiglioni stranieri, il Padiglione Italia ha appena trovato il curatore nell’architetto Luca Zevi, figlio di Bruno, famoso storico e critico dell’architettura. Zevi junior si occupa di pianificazione urbanistica, è presidente della sezione laziale dell’Istituto nazionale di architettura (InArch) e progettista del Museo nazionale della Shoah a Roma. Il Padiglione è gestito dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, che dichiara di aver selezionato la proposta Zevi tra quelle di dieci candidati, dei quali sono rimaste finora ignote le proposizioni. Lo stringato nella forma quanto ecumenico nei contenuti programma di Zevi si incentra sul rapporto tra architettura e produzione industriale: un’associazione che nell’Italia dello sviluppo economico ha dato frutti significativi, ora spesso appassiti, come l’Ivrea di Olivetti, mentre sembrano fiorenti i nuovi grandi marchi del Made in Italy che, talora, investono anche sulla qualità dell’architettura dei luoghi di produzione. Accanto a questo tema impegnativo sono enunciati altri ambiti prossimi quali l’Expo 2015 di Milano. Immancabile il risvolto ecologico «Nutrire il Pianeta» sul riuso del territorio per una riduzione del consumo di suolo. L’onda verde è potenziata dalla volontà dichiarata di rendere il Padiglione energeticamente autosufficiente tramite razionalizzazione dell’acqua, corrette opzioni alimentari, con tanto di allevamento di piccoli animali da cortile! Infine tutti i materiali dell’allestimento, a mostra chiusa, verranno virtuosamente riciclati (come?). Tutto questo sarà ideato, creato e compiuto in poco più di tre mesi. Auguri!


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ostmoderno sul vocabolario c’è: senza trattino. Postideologico, no. Né col trattino né senza trattino. Eppure, così come la crisi della modernità e dei suoi fondamenti (razionalità, progresso ecc.) è oggetto di dibattito e si discute anche sulla portata innovativa, sui limiti e sulle contraddizioni delle avanguardie culturali novecentesche; analogamente ci interroghiamo sulla crisi delle ideologie, prendiamo le distanze da tutti gli «ismi» e più che mai da quelli che hanno sventolato la bandiera della «totalità» (comunismo, fascismo, nazismo) e, diventati tutti all’improvviso liberal-democratici (ma liberalismo e democrazia cosa”sono?), facciamo riferimento, con maggiore o minore convinzione, qualche volta con diffidenza e stanchezza, o addirittura con disgusto, a forze politiche che ci tengono a dichiararsi post-ideologiche. Allora, siamo post-ideologici, sì o no? Già, ma che vuol dire? Che dobbiamo tenerci lontani da ogni ermetico impianto dottrinario, evitando fanatismi, schematismi, parole d’ordine, veti e divieti, e stando ben attenti a non demonizzare l’«altro» che, come ci insegnano destra e sinistra (se esistono ancora nell’era post-ideologica…), non è un nemico ma un avversario? Che dobbiamo essere aperti, pragmatici e magari (Mario Monti e Gianni Morandi docent) «tecnici»? Be’, più o meno, siamo - o diciamo di essere - tutti d’ac-

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Modugno e Simone Weil, la Callas e Marilyn, Ernst Jünger e Lucio Battisti, Gaber e Carlo Michelstaedter, Vincenzo Cardarelli e Woody Allen, Kerouac e Rino Gaetano, Cesare Pavese e la Magnani. Sono alcune delle icone di un Novecento post-ideologico che compaiono nell’“Album” di Marco Iacona. Che è un invito al superamento della logica del conflitto. E alla riscoperta… di aut aut (per dirla, stavolta, con Alain de Benoist, teorico di quella Nouvelle Droite, da cui prese le mosse la Nuova Destra italiana di Marco Tarchi, Franco Cardini, Stenio Solinas, Maurizio Cabona ecc.)? Insomma, no alle ideologie, sì alle idee.Tesi e antitesi si guardano di brutto l’una contro l’altra armata? E noi celebriamo la sintesi. In un tripudio libertario che ignora faziosi ostracismi. Suggendo fior da fiore e facendo tutto fruttificare nell’immaginario nostro e per l’immaginario collettivo. Dove lo spazio si apre a tutte le Muse che tra l’altro vanno crescendo di numero. Perché dopo la decima - quella del cinema - sono nate e godono di ottima salute anche quelle della pubblicità,

Secondo l’autore - classe 1964, categoria baby boomer il post ’900 «inizia quando è possibile raccontare le storie senza l’ombra di un “ismo”» cordo. Lungi dal sanguinoso scontro, allora, e ben vengano l’operoso impegno civico e il fecondo confronto dialettico. Anche acceso ma educato (ammesso - e non concesso che siano cresciuti educazione e rispetto nell’era postideologica…). E ben vengano le contaminazioni, le trasversalità, le sfide culturali, gli azzardi, le oltranze. Siamo nel XXI secolo, ragazzi, mica possiamo continuare a scannarci su quale sia stata la «meglio gioventù» nel tempo delle «belle bandiere»! E non è forse vero che proprio dal «secolo breve» (per dirla con Eric Hobsbawn) o dal «secolo sterminato» (per dirla con Marcello Veneziani, che ci convince di più), ci vengono variegate suggestioni e sollecitazioni a pensare in termini di et et, piuttosto che

del fumetto, della canzone, della tv, del web, della telefonia mobile ecc. ecc. Uno scialo di comunicazione. Un altro mondo rispetto a quello dei nonni, dei padri e di tutti quelli che la mezza età l’hanno già superata.

Marco Iacona - classe 1964 - giornalista, scrittore e autore di questo vivacissimo Album di un secolo. Icone di un Novecento postideologico (Rubbettino, 245 pagine, 14,00 euro), non è poi tanto lontano dal fatidico appuntamento con i cinquant’anni, ma in ogni caso «rientra a pieno titolo - come scrive Luciano Lanna nella Prefazione - nella categoria dei baby boomer italiani del secondo dopoguerra, quei dieci milioni di ex ragazzini cui il sociologo Fausto Colombo ha de-

dicato un saggio - Boom. Storia di quelli che non hanno fatto il ’68 (Rizzoli) - e che in quasi mezzo secolo di vita sono andati avanti a pane e televisione, oltre che a dischi, fumetti e cantautori, crescendo in case fornite di frigorifero, lavatrice, piccolo schermo e in camerette dotate di ogni comfort (…). Come spiega analiticamente Colombo, si è trattato di una generazione che si è riconosciuta soprattutto nei film, nei romanzi, nelle canzoni e nei programmi televisivi, e che ha provato in prima persona a fare cinema, giornali e giornaletti, musica e persino la radio, non appena fu tecnicamente possibile e il monopolio della Rai venne spezzato da una storica sentenza». Una generazione post-ideologica. Interessata a mille forme di espressione-comunicazione, all’insegna dell’«immaginario giovanile condiviso».Vogliosa - di nuovo Alain de Benoist - di «pensare simultaneamente ciò che per troppo tempo è stato pensato contraddittoriamente». Forte di un archivio-laboratorio dove entrano i più svariati «materiali». E Iacona non gioca davvero al risparmio quanto a icone, visto che nel suo variegato e variopinto album figurano come riferimenti personaggi fascinosi e difformi come Carlo Michelstaedter e Cesare Pavese, García Lorca e Pier Paolo Pasolini, Elémire Zolla e Francesco Tomatis, Ernst Jünger e Vincenzo Cardarelli, Jack London e Jack Kerouac, Charles Bukowki e Leonardo Sciascia, Simone Weil e Marilyn Monroe, Anna Magnani e Maria Callas, Domenico Modugno e Lucio Battisti, Giorgio Gaber e Rino Gaetano, Woody Allen e Andy Warhol… Che cos’hanno in comune? Sono postideologici o i loro messaggi nelle diversissime forme di comunicazione - vengono recepiti e rielaborati dalla generazione post-ideologica «che

“Volare È biparti di Mario Bernardi Guardi

Dall’alto, a sinistra, in senso orario: Maria Callas, Giorgio Gaber, Jack Kero Ernst Jünger, Rino Gaetano, Simone Weil, Cesare Pavese, Marilyn Monr Vincenzo Cardarelli, Woody Allen, Lucio Battisti e Domenico Modugno Sono alcuni dei personaggi citati dal Marco Iacona nel suo “Album di un secolo. Icone di un Novecento postideologico” (Rubbettino e anno V - numero 19 - pagina IV


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sterie, ci mostra come queste icone possano appartenere, a vario grado, a una sensibilità bipartisan che sa aprirsi al futuro. Facendo tesoro di segni, suggestioni, «linguaggi» che non sono, non possono essere estranei alle contrapposte passioni del Novecento. E tuttavia le nostre icone, i nostri personaggi, pur avendo a che fare con una definizione di campo, in certi casi anche dura e tragica, non esauriscono energie e risorse nella logica del conflitto. Hanno spesso sul collo il fiato dell’attualità si pensi a Pavese o a Pasolini - e ne sono anche inevitabilmente condizionati: eppure il loro sguardo va oltre. Il Pavese, iscritto al Pci, che raccontava con pietas i morti repubblichini; il Pasolini naturaliter cristiano che condannava l’aborto, gli scempi della modernità, l’omologazione ecc., testimoniano oggi ancor più di ieri. Ed è indubbio che i monologhi di Gaber, e le canzoni di Modugno, Battisti, Rino Gaetano contengano riserve di futuro ben più lucide e sorprendenti dei monologhi di Celentano e di tutta la canora compagnia di giro sanremese.

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non ha fatto il ‘68» e che può accoglierli e comprenderli «insieme»? Iacona, nei suoi percorsi colti e accattivanti, dunque grazie a una scrittura che arriva al segno evitando tortuose fumi-

Se poi andiamo a ribellioni capaci di attraversare e lacerare le ideologie diventando il «bello e dannato» di una testimonianza a futura memoria, London, Kerouac e Bukowski sono qui a raccontarci cosa si può scoprire «sulla strada» o facendo peripli nel cuore, nello spirito, nelle viscere: ed è, a nostro avviso, un sovraccarico di umori unico e che da vari decenni a questa parte trova solo sbiaditi epigoni nel maledettismo esibizionista delle rock star. Impossibile, poi, non emozionarsi di fronte a certe vite «esemplari»: una manciata d’anni, ventitrè, quella di Carlo Michelstaedter; un secolo e più quella di Ernst Jünger. Nell’uno e nell’altro sapienza oracolare e straordinaria veggenza. Gli interrogativi su Apocalisse e dintorni forse potremmo formularli meglio se, piuttosto che ricorrere al sensazionalismo pseudo-esoterico, ci avventurassimo nelle loro pagine, o in quelle di Simone Weil o Elémire Zolla. All’album di Iacona va riconosciuto anche questo valore aggiunto: è un invito alla lettura, scoperta o riscoperta che sia. All’ascolto, anche: di un inno alla giovinezza, all’ebbrezza, all’amore, come Volare; dei graffi melodici e dei vagabondaggi emozionali di Battisti; delle stralunate e surreali (o iperrealistiche?) filastrocche di Rino Gaetano. E poi, ai piani alti, vertiginosi, lei, la Divina Maria Callas. Da ritrovare con altri due donne che hanno lasciato im-

pronte non cancellabili: Marilyn Monroe e Anna Magnani. L’americana, l’italiana: universali. Post- ideologia e oltre, dunque: e le icone che raccontano ed evocano. E propongono. Offrendosi a ogni sensibilità aperta come spunto per una ricognizione/progetto. Ma quanti sono, caro Iacona, su questa lunghezza d’onda? Ricordando una rivistina neofascista di fine anni Quaranta, con punti esclamativi, appelli, esibiti miti identitari, passione ideologica, vinti contrapposti ai vincitori in nome di valori non negoziabili ecc., Iacona scrive: «Oggi, quel mondo di sessant’anni fa non esiste più. Quel mondo per il quale uomini e donne patirono fame e stenti e piansero la morte dei loro cari è una stagione da consegnare alla memoria dei libri e ai racconti degli anziani. La guerra, insomma, “quella” guerra, è finita da un pezzo». E ancora: «Questo volume è il racconto, ora pesante ora leggero, di un Novecento postideologico, di un secolo senza nemici né alleati, imprevedibile, aperto come un film di Woody Allen (…). Il post Novecento inizia quando è possibile raccontare le storie di ognuno di noi, abili o mediocri nelle nostre fortune o sfortune, senza l’ombra di un «ismo», ed è ciò che fa un genio come Woody Allen per esempio (campione di umorismo yiddish), ma è anche quel che ha fatto Clint Eastwood, lasciando morire ogni pregiudizio da duro per scelta». La guerra è finita forse per Iacona e pochi altri, è finita per chiunque, se aveva dei pregiudizi, li ha superati, si è messo sulla strada del «giudizio», si confronta con tutte le contraddizioni della storia e della cultura del Novecento, non teme di fare i conti con il proprio passato, non ha paura della propria ombra e ha una gran voglia di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Ma di questi spiriti eletti ce ne sono pochi in giro. A me sembra che i violenti attacchi subiti da Pansa per aver scritto sulla guerra civile, da antifascista, quello che Giorgio Pisanò aveva scritto da fascista, siano una triste riprova che viviamo ancora nell’era ideologica e che la guerra non è finita. Non è finita se c’è ancora qualcuno che riesce a impedire che si parli di foibe in un’aula universitaria. Se permane il terrore di essere se stessi, è finita la guerra o siamo ancora nel dopoguerra? C’è libertà di dibattito o no? Si può scrivere un libro di storia post-ideologico? È possibile, ora, nel 2012, «raccontare le storie di ognuno di noi senza l’ombra di un “-ismo”»?

altre letture di Riccardo Paradisi

Max Gallo dal Re Sole a Gesù i piedi della croce sul Golgota, Flavio, il centurione romano incaricato di condurre a termine il supplizio, guarda Gesù di Nazaret che agonizza. E quando il condannato muore e il tuono scuote il cielo, nasce in Flavio una domanda: e se davvero quest’uomo fosse Dio? Incaricato da Pilato di sorvegliare, il centurione scopre un mondo nuovo: quello in cui visse Gesù nei trentatré anni della sua esistenza terrena. A scrivere la storia di Gesù con Era Dio (San Paolo, 302 pagine, 17,00 euro) stavolta non è un romanziere o un religioso ma uno storico: Max Gallo, biografo di Napoleone e Cesare, Re Sole e Garibaldi. Attratto non da un mito ma appunto da un avvenimento storico. L’incarnazione del figlio di Dio.

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Habermas per l’Europa. Malgrado tutto on è popolare oggi difendere l’Europa. Lo fa Jurgen Habermas in Questa Europa è in crisi (Laterza, 98 pagine, 14,00 euro), offrendo una narrazione che rilanci il futuro dell’Ue sulla base della sua storia e di quanto di positivo ha già assicurato. Il saggio chiarisce la via per pensare una democrazia transnazionale, possibile solo coinvolgendo le opinioni pubbliche in un grande dibattito sul futuro costituzionale dell’Europa, nel quale prevalgano le argomentazioni razionali, non la confusione e i pregiudizi di chi cerca consenso sfruttando populisticamente la paura del cambiamento. Ma per fare questo le classi dirigenti politiche europee devono impegnarsi a fondo. Un orizzonte auspicabile ma da un lato le classi dirigenti latitano mentre la crisi economica continua a mordere.

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Un dizionario di stile e di scrittura n tempi di analfabetismo telematico, di tesi di laurea non scritte in italiano, di povertà linguistica generalizzata, il Dizionario di stile e scrittura a cura di Marina Beltramo e Maria Teresa Nesci (Zanichelli, 29,80 euro) è uno strumento

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utilissimo per riappropriarsi della propria lingua. Per affrontare tutti i temi connessi allo scrivere: dalla ricerca e organizzazione dei contenuti fino alla cura della comprensibilità, della correttezza e dello stile editoriale. Il dizionario è rivolto a professionisti della scrittura, come giornalisti, comunicatori aziendali, redattori di case editrici, autori di opere su carta o per il web, ma anche a studenti e a chiunque voglia perfezionare le proprie conoscenze.

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Perché in Italia non esiste la destra politica ell’ultimo numero della rivista del Mulino di cultura e di politica diretta da Michele Salvati (Il Mulino, 384 pagine, 14,00 euro) c’è un saggio di Ernesto Galli Della Loggia che spiega perché in Italia è sempre esistita una destra anomala rispetto al resto d’Europa. Della Loggia fa derivare l’anomalia dal Risorgimento dove si sono avute profonde commistioni fra destra e sinistra a partire dal connubio Cavour-Rattazzi. Un’anomalia che prosegue con il fascismo che porta in sé impulsi reazionari e insieme rivoluzionari. Che si perpetua nel dopoguerra dove lo spazio della destra è lasciato vuoto esistendo solo il centro e la sinistra. Uno spazio riempito infine da Silvio Berlusconi. Che non risolve l’anomalia ma la reitera.

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La Germania segreta di Stefan George rnst Kantorowicz era uno storico ebreo tedesco. Biografo di Federico II, combattente della prima guerra mondiale, esponente di quella Germania aristocratica e conservatrice la cui élite ruotava intorno alla figura sublime di Stefan George, il vate della nazione tedesca. Con l’avvento del nazismo Kantorowicz è costretto alla fuga dalla Germania. Ma in quello stesso anno, in una memorabile lezione universitaria, lascia ai suoi allievi una riflessione su una certa idea di Germania. Un discorso ora pubblicato assieme ad altri saggi in un volume a cura di Gianluca Solla Germania segreta (Marietti 1820, 200 pagine, 22,00 euro). La stessa idea di Germania che animerà nel ’44 i congiurati dell’Operazione Valchiria

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Jazz

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urante il prossimo mese di luglio, gli appassionati di jazz saranno costretti a qualche viaggio fra Perugia e Roma. Nel capoluogo umbro, durante Umbria Jazz, almeno due sono gli appuntamenti da non mancare. Il 13, Sonny Rollins si esibirà nel suo unico concerto italiano. L’ultima volta che l’ottantaduenne sassofonista fu ascoltato, sempre a Umbria Jazz, era il 2010. Un altro concerto di grande interesse è quello del 6 con Stefano Bollani e Chick Corea. I due pianisti si erano già incontrati a Orvieto e il disco registrato in quell’occasione, di cui abbiamo parlato su queste pagine, ha ottenuto in tutto il mondo un grande successo. L’interesse, ma soprattutto la curiosità, per questo nuovo incontro è dunque grande. Per quanto riguarda la Capitale sono tre le date da non mancare. Alla Cavea dell’Auditorium giungeranno, l’8 Bobby McFerrin, il 14 Pat Metheny, che suonerà il 12 anche a Perugia e, soprattutto, il 29 luglio il trio di Keith Jarrett, da tutti considerato ormai uno dei più importanti artisti americani contemporanei. Nel corso della sua carriera ha inciso più di ottanta album e collaborato con un numero importante di musicisti, Miles Davis, Art Blakey, Charlie Haden, Paul Motian ma soprattutto Gary Peacock e Jack DeJohnette, che fanno parte del suo trio ormai da quasi quarant’anni, quando Jarrett lasciò il quartetto di Charles Lloyd, dove venne rilevato da Michel Petrucciani. Da qualche settimana è stato pubblicato il suo ultimo cd, un doppio album registrato dal vivo, nell’aprile del 2011 al Teatro Municipal di Rio de

spettacoli

I REDIVIVI DEL ROCK o l’arte dell’ologramma di Bruno Giurato

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Lirica

zapping

inalmente la soluzione definitiva per gli amanti del rock, finalmente l’ologramma. Già, perché dai Metallica a Udine (che hanno rifatto paro paro il black album del 1991) in poi si sono capite le coordinate per la stagione rockettara, poppettara e concertara: celebrazione dei mostri sacri e dischi sacri, all’insegna della più bieca nostalgia. Da Billy Idol a Springsteen, da Madonna ai Radiohead, sarà una parata senza fine all’insegna del revival, ma a prezzi alti, altissimi, in biglietteria. E qui prende corpo (si fa per dire) l’idea dei Queen, che il 14 maggio hanno fatto esibire il vero Freddie Mercury durante una concerto a Londra. Niente spiritismo, niente zombie, niente cloni, per una volta. È bastato un semplice ologramma. La trovata in effetti era già stata impiegata da tempo in Giappone: la rockstar Hitsune Miku è un ologramma che ai concerti raccoglie migliaia di giapponesini entusiasti. Il fatto che un gruppone cone i Queen abbia sdoganato l’ectoplasma da palco apre a nuovi esaltanti scorci. Meglio un Mick Jagger di oggi, con tutte le rughe, o uno in diretta dai Seventies? La seconda ovviamente. Meglio una Madonna attuale, cadente e isterica, o una d’antan, diciamo del tempo di Like a Virgin? La seconda che abbiamo detto. E a questo punto chi ci impedisce di sognare il ritorno di Michael Jackson se non direttamente di Kurt Cobain? E chi ci impedirebbe di sognare una nuova release del videogioco Guitar Hero, con un Jimi Hendrix in 3d che viene fuori nel nostro soggiorno e duetta con noi poveri ammazzacorde su Vodoo Chile? Nessuno, chiaro. Sognamo, quindi la liberazione definitiva secondo i canoni rock, una liberazione dalla carne, una nostalgia che si fa mitologia e tira dritto all’eterno e al paradiso. Oleografia e olografia.

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Keith Jarrett da Rio a Roma di Adriano Mazzoletti Janeiro davanti a un pubblico entusiasta. Il concerto che ha visto Jarrett esibirsi da solo senza i suoi consueti accompagnatori, Peacock e DeJohnette, è composto di grandi temi di musica di derivazione jazzistica e classica suddivisi in quindici parti. Prodotto come sempre da Manfred Eicher, Rio (Ecm), questo il titolo dato al doppio album, offre l’occasione ancora una volta di ascoltare temi straordinariamente accattivanti con «le consuete e ipnotiche oasi jarrettiane in primo

piano, per un lavoro dalle sfumature solari con all’interno melodie modali», come è stato scritto per la presentazione del disco. Oggi quei 140 minuti di concerto rivivono nella testimonianza discografica, che per l’ennesima volta si rivela il massimo, decisivo ausilio perché tanto patrimonio del jazz non vada perduto. Dobbiamo convenire che il jazz contemporaneo sarebbe tanto o poco più povero se Manfred Eicher non avesse pensato di far registrare i grandi musicisti di oggi, non solo in studio, ma anche nel corso dei concerti, come questo di Jarrett assolutamente imperdibile.

Per Gregor Samsa il Maggio sceglie una donna in assoluto la prima commissione che nella sua storia il Maggio Musicale Fiorentino, giunto alla 75ma edizione, affida a un compositore donna. Debutta martedì 22 maggio al Teatro Goldoni di Firenze (con repliche il 24 e 25) La Metamorfosi, prima opera lirica di Silvia Colasanti, ispirata al celebre racconto di Franz Kafka. Rivivono così le traversie di Gregorio Samsa, tranquillo commesso viaggiatore che improvvisamente, un mattino, si risveglia trasformato in orrido scarafaggio. Egli tergiversa cercando di nascondere agli altri il suo nuovo stato, ma, all’immancabile scoperta della verità, sarà respinto e rinchiuso dai suoi stessi familiari, fino a una morte lenta e alla cinica eliminazione dei suoi resti. Un’illustre allegoria del rifiuto sociale della diversità.Vincitrice di vari concorsi, ormai eseguita in sedi importanti, a 37 anni una carriera in costante ascesa anche internazionale, Silvia Colasanti si è formata nel Conservatorio di Roma, si è perfezionata nell’Accademia di Santa

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di Francesco Arturo Saponaro Cecilia con Azio Corghi, e poi con musicisti quali Fabio Vacchi, Wolfgang Rihm, Pascal Dusapin. Invitata alla prestigiosa manifestazione fiorentina, quest’anno dedicata alla cultura della Mitteleuropa, la compositrice si è orientata verso il testo kafkiano, apparso esattamente cento anni fa. L’allestimento impegna un attore,

Silvia Colasanti, autrice dell’opera lirica “La Metamorfosi” che debutta il 22 maggio al Maggio Musicale Fiorentino (© foto di Antonio Meloni)

solisti di canto, coro, orchestra da camera del Maggio, sotto la direzione di Marco Angius, esperto conoscitore e interprete di musica contemporanea. Regia, scene, costumi, luci e ideazione video sono di un protagonista del teatro di prosa e lirico come Pier’Alli, che firma anche il libretto. «L’impianto drammaturgico ricalca la tripartizione narrativa kafkiana - spiega la compositrice - in una partitura che nell’insieme rispecchia le modalità narrative dell’originale: al lento procedere della vicenda corrisponde una musica che racconta la metamorfosi, la transizione continua; improvvisamente, a questo incedere dilatato, si alternano stacchi repentini, nei quali l’azione precipita e incalza. Questa mia Metamorfosi procede dunque lungo un duplice andamento, nella cui cornice la visione musicale disegna via via, nella propria trasfigurazione sonora, i diversi spunti di solitudine, rassegnazione al proprio destino, crisi familia-

re, e quindi di inquietudine, alienazione, capacità di amare, rapporto con la diversità e suo rifiuto».Tra i principali problemi musicali, la resa vocale del protagonista, Gregorio, in quanto figura ibrida, metà uomo metà animale. Soluzione: un personaggio molteplice, a più voci, che non appare mai e che sul palcoscenico è impersonato da un mimo. Fuori scena si alterneranno a interpretarlo un attore, quando Gregorio parla con se stesso, e il coro maschile che bisbiglia o canta quando egli si rivolge all’esterno di sé, al padre e alla madre che non ne riconoscono la voce. Curioso che, contemporaneamente alla stesura dell’opera, una metamorfosi personale profonda, molto positiva e promettente, abbia attraversato anche la vita privata di Silvia Colasanti. Sì, l’arrivo sul palcoscenico di un grande teatro lirico, ma soprattutto l’arrivo recente del piccolo Antonio, che è venuto alla luce subito dopo la conclusione della partitura. A dimostrazione che successo professionale e maternità possono conciliarsi.


Memoriette

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letteratura

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da. Mio cognato allungò una mano per prendere il ganascino di Giovannino ma sbagliò mira e prese il ganascione di Gadda. Figuriamoci lui!

Richiesto in una intervista di un giudizio sulla gente della sua Brianza definita dall’intervistatore «un po’ primitiva, un po’tarda», Gadda rispose: «Non tutti, per loro fortuna, sono condannati a essere intelligenti».

uando era alla Rai Carlo Emilio Gadda riguardava i testi prima che andassero in onda. In una rassegna di storia Carlo Arturo Jemolo aveva scritto: «Si recò al Quirinale». Gadda, monarchico, cancellò e scrisse con gioia sadica: «Si recò da Sua Maestà Vittorio Emanuele II padre della Patria unificata». Un’altra volta trovò in uno scritto un elogio del cinema neorealista italiano. Al lato del foglio scrisse un suo giudizio, come del resto faceva spesso: «Macaco!». Quando l’annunciatore lesse il testo fornitogli pronunciò: «Il neorealismo macaco del cinema italiano».

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A qualunque domanda anche per gioco gli ponesse Giulio Cattaneo, Gadda rispondeva sempre. Alla domanda se avesse ricevuto volentieri un sovrano in incognito rispose: «Il ricevere un sovrano in incognito sarebbe stata per me una delle scocciature più formidabili». Scriveva a Contini: «Ora dovrò riprendere il lavoro… Vorrei stare (latinamente) su un poltronone, vestito di uno zimarrone rosso con pantofolone ai piedi e questi, adagiati pian pianissimo su cuscini di damasco gonfio di mollicelle piumicine di cigno. Sorbendo squisiti aromi mokerecci, assaporando lontane musiche. Invece: inghiotti rospi, carlo emilio!».

Gadda era a Roma alla pensione Gargiulo nei tempi duri della fame. Arrivava da Firenze Calamandrei: portava con sé una borsa con dentro pane, ampolline d’olio, vino, pentolini con fagioli e carne. Disponeva tutto sulla tovaglia e poi divorava tutto, sveltissimo, senza mai offrire nulla. Diceva Gadda affamatissimo: «Stendeva la tovaglia, metteva le ampolle come se avesse dovuto dir Messa: poi la celebrava con grande rapidità».

A proposito di

Carlo Emilio Gadda scriveva a Contini che piuttosto che riprendere il lavoro avrebbe preferito «stare (latinamente) su un poltronone, vestito di uno zimarrone rosso con pantofolone ai piedi e questi, adagiati pian pianissimo su cuscini di damasco gonfio di mollicelle piumicine di cigno...» di Leone Piccioni

Di una collaboratrice domestica che ebbe per un certo tempo Gadda diceva: «Se le chiedo un bicchiere d’acqua, va a cercare un piatto, poi un bicchiere, poi prende la bottiglia e va a riempirla e poi riempie il bicchiere e poi bussa alla porta e finalmente l’acqua arriva e la sete è già passata». Raccontava Gadda che durante la guerra in retrovia, in una locanda si trovò a letto la figlia della proprietaria: «Gridava, smaniava, mugolava, si lamentava e io a dirle “Ma stia zitta per carità, stia zitta! Il capitano ci potrebbe sentire”». Il capitano infatti dormiva nella stanza accanto. E noi a chiedergli: «Ma come: ci stavi facendo all’amore e le davi del lei?», per ricevere questa risposta: «L’avevo appena conosciuta!». Su Mussolini, tra le tante altre cose scritte contro di lui in Eros e Priapo: «Il costruire un sistema filosofico sulla propria indole ghiandolare… non è operazione filosofica. Autoerotomane, affetto da violenza ereditaria… questo qui, Ma-

«Agli inviti reiterati della gentile ex discepola - scriveva Gadda - aveva, more solito, nicchiato, indugiato e risposto Ni, cioè sì, cioè no: e poi non c’era andato del tutto». Da fervente monarchico Gadda non digeriva la storia d’amore tra l’attore Maurizio Arena e la Principessa di Savoia Maria Beatrice detta Titti. Dovevamo andare a colazione con lui: il giorno prima Goffredo Parise, il giorno dopo io. Se Gadda avesse toccato il tema Titti avremmo risposto allo stesso modo. E infatti Gadda si chiedeva come fosse potuto accadere tutto ciò. Parise afferrò la bottiglia dell’acqua minerale e mostrandola a Gadda disse: «Sai dicono che l’abbia così!». Lo stesso capitò a me e anch’io presi la bottiglia dell’acqua minerale. Gadda si alzò di scatto, rosso paonazzo, e a voce forte gridò: «Ma allora è vero!».

Gadda con Pietro Germi sul set del film tratto dal suo “Quer pasticciaccio brutto de’ via Merulana”. A sinistra, Benito Mussolini. In alto lo scrittore

Appuntamento a Piazza del Po-

salutarci con le sue cerimonie.Venne un altro signore, salì su quell’ultimo taxi e partì. Gadda cominciò a imprecare contro se stesso e le sue cerimonie dandosi ripetute pacche sulla fronte: «fai cerimonie - diceva - fai cerimonie».

polo con Gadda e Bo. Bo e io saremmo andati a colazione insieme e invitammo anche Gadda a venire con noi. Gadda - vero o non vero - declinò con molta cerimonia l’invito dicendo che era occupato. Si avviava a prendere un taxi e sulla piazza ce n’era uno solo. In nostra compagnia,Gadda s’avvicinò per prenderlo e seguitava a

Una fine d’anno nel ’52 vennero a casa di mio padre tra gli altri amici Gadda e Bo. Il mio figlioletto Giovanni aveva pochi mesi, ma lo portammo ugualmente dal nonno. A una certa ora lo svegliammo perché fosse di buon augurio agli altri. Lo tenevo in braccio io: da una parte avevo mio cognato piuttosto brillo, come spesso gli accadeva, dall’altra parte Gad-

donna bona, non aveva manco finito di imparucchiare quattro sue scolaresche certezze, che son qua mè, son qua mè, e fò tutt mè, tutt mè!».

Queste Memoriette le abbiamo interamente dedicate a Carlo Emilio Gadda. Abbiamo un po’ scherzato con lui, pensiamo di aver messo in luce certi lati del suo carattere che hanno comunque molta importanza anche ai fini della conoscenza delle sue opere. Non chiediamo scusa a Gadda perché anche lui si sarebbe divertito, lui che era, che è e che rimarrà uno dei più grandi narratori che siano esistiti nel Novecento.


Camera con vista

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n recente spettacolo dedicato da Fabrizio Gifuni a Pier Paolo Pasolini, un concerto spettacolo di Cosimo Cinieri, una mostra in corso a Milano fino a luglio, Pasolini a Casa Testori, con l’esposizione di cinquanta suoi dipinti e disegni, lettere inedite e altri scritti autografi, celebrano il novantesimo della nascita dello scrittore di Casarsa (1922-1975) e, soprattutto, dimostrano la sua vitalità, mai sopita veramente in questi quasi quarant’anni dalla morte, mentre su altri autori scende dopo la scomparsa uno strano colpevole silenzio o una sorta di rispettosa indifferenza. Pasolini profeta, Pasolini martire, Pasolini corsaro, «scomodo» e contraddittorio, arrabbiato e dolente, scandaloso, chiacchierato, amatodiato dai suoi contemporanei, amato e letto dalle giovani generazioni che in genere se ne fregano del passato, poeta delle ceneri e delle rinascite, autore di un cinema struggente e forse non ancora capito del tutto. Come un grande albero che affonda più nel profondo le radici e spinge i grandi rami più in alto.

MobyDICK

ai confini della realtà

U

E che sparge i suoi semi e ispira altre opere con la sua ombra; un’ombra luminosa, però, pronta a ritirarsi lasciando la parola a chi da lui ha imparato qualcosa e inevitabilmente lo rimpiange. Il libro di Emanuele Trevi, per esempio. Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie, 256 pagine, 16,80 euro) che in copertina ha una splendida foto di Elisabetta Catalano del ’69 con Pasolini bellissimo, come poteva essere intensamente, seriamente bello, desiderabile per gli uomini e per le donne, e Laura Betti sfrontata, orgogliosa di quella vicinanza. Il libro di Trevi non è un saggio e non è un romanzo, ma è un saggio ed è un romanzo. Come sa fare lui. È su Pasolini, in particolare su Petrolio, l’ultimo sulfureo «romanzo», e viene da Pasolini: è insieme un omaggio e una storia semplicemente autobiografica. È il ritratto tremendo di una donna tremenda, Betti appunto, un ritratto gigante, sordido e grandioso che la immortala se stessa e altra, a suo modo poetica, per il breve o eterno per sempre della letteratura. Trevi ebbe la ventura nei primi anni Novanta, trentenne disoccupato e con velleità artistiche, di trovare un lavoretto al Fondo Pasolini che la Betti dirigeva a Roma, Quartiere Prati. Dirigeva non è la parola giusta, lo covava, custodiva, difendeva da qualsiasi intromissione, fosse pure quella indispensabile di uno studioso come Walter Siti, o come il malcapitato Trevi (e altri come lui) che dovevano per contratto mettere le mani fra le sacre carte dello scrittore scomparso. Assistiamo perciò a un repulsivo braccio di ferro fra la Giaguara (così veniva chiamata l’attrice nei suoi anni d’oro) e il giovane disorientato, messo in scena con insulti irripetibili, umiliazioni fantasiose, urla belluine da una parte, e con una forma di succube indifferenza, geniale apatia, mefistofelica sfida passiva dall’altra. Emanuele resiste probabilmente in nome di un amore per PPP grande quanto

L’evergreen PPP

(e la “vedova” Giaguara) di Sandra Petrignani quello della sedicente vedova, ed è questo amore, sempre commisto al malessere e a una certa salvifica ripugnanza, che gli permette di leggere con una comprensione inedita, spigolosa e veggente quell’opera stravagante, incompleta, forse incompiuta, forse no, che è appunto Petrolio. Nel corpo a corpo con Pasolini (diretto o mediato dalla sua temibile guardiana) lo scrittore Trevi sembra trovare più chiaramente se stesso impostando una voce nuova rispetto anche ai suoi migliori scritti precedenti, più alta e sicura, intonata a una verità personale e pubblica che mancava da molto tempo nella letteratura italiana, visto che vi-

manzo Oggi è un secolo e che nel 2005 in C’era una volta Pier Paolo Pasolini s’interrogava sulla sua eredità poetica, torna a raccontare di lui in un appassionante libro-vagabondaggio: Pier Paolo Pasolini raccontato ai ragazzi (Dalai editore). Da quel perdigiorno, imprevedibile affabulatore siciliano che è, bighellone, irregolare, attaccabrighe, profondo conoscitore di Roma dove vive da sempre, Abbate raccoglie e dispiega una notevole quantità di dettagli, ricordi, testimonianze in ordine caotico solo in apparenza, bussa agli indirizzi che furono di PPP e chiacchiera con i nuovi proprietari, accumula indizi, rilegge pagine decisive, sparge i dovuti pettegolezzi. Anche lui vittima della Giaguara («me ne andai sbattendo la porta») non la risparmia, eppure la capisce e riesce ad

A novant’anni dalla nascita, spettacoli, mostre, concerti e libri celebrano il poeta di Casarsa. Come quello di Emanuele Trevi, che racconta i suoi anni di lavoro al Fondo Pasolini, difeso, più che diretto, da Laura Betti. O quello di Fulvio Abbate viamo in «un’epoca in cui l’eccellenza letteraria coincide sempre di più con l’abilità di intrattenere» come scrive in una pagina desolante per la limpida consapevolezza della deriva culturale in corso, «simile a un colpo di stato spirituale», «fenomeno ineluttuabile e repentino» che ci sta travolgendo con la forza crescente di una valanga e che Pasolini aveva previsto con malintesa disperazione.

Anche Fulvio Abbate, che all’intellettuale friulano aveva già dedicato il ro-

avere anche parole tenere per lei: «Diceva: tu non capisci niente, sei un poveretto. Povero me. Povera Laura. Povero mondo», oppure: «Era poi, qualità impagabile, spietatamente sboccata, sboccatissima», e infine: «un’arpia vera, infrequentabile per molti versi, tuttavia accanto a questa sua principale attività di megera abilitata sia al borbottio sia al ringhio ne coltivava molte altre non meno celebri e forse addirittura invidiabili: diva, cantante, attrice, organizzatrice culturale, agitatrice…». Sembra inevitabile, parlando di Pasolini, inciampare nella Betti, e in tanti altri celebri personaggi, protagonisti di un’epoca che sem-

bra adesso molto più lontana del cinquantennio sì e no che ci divide: pittori come Mario Schifano e Toti Scialoja, poeti come Attilio Bertolucci e Giorgio Caproni, scrittori come Alberto Moravia e Paolo Volponi, formidabili presenze di una scena letteraria, politica, culturale che sapeva alternare il Piper, appena aperto in via Tagliamento, alla costruzione di grandi architetture narrative, a feroci attacchi al potere costituito. E anche morirne, come forse accadde a Pasolini. Abbate appoggia questa tesi, la tesi dell’eliminazione politica dello scrittore che forse aveva le «prove così acuminate da mandare in carcere alcuni intoccabili» (al contrario di Trevi sicuro invece che, se Pasolini avesse avuto prove concrete, sarebbe andato a portarle ai magistrati). Ma non è questo il punto, che continuerà a dividere fino a una conclusione accettabile del caso. Il punto è la vita, non la morte di Pasolini, e quanto di straordinariamente fecondo c’è nella sua opera e nella sua leggenda.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g LE VERITÀ NASCOSTE Mobilitazione civica antisprechi: iniziativa apprezzabile del governo Se un fulmine UN GRANDE PROGETTO PER USCIRE DALLA CRISI (I PARTE) Il 14 marzo scorso si è tenuto il convegno “Non rassegnamoci al declino”, organizzato dalla Fondazione Sturzo e dal Movimento per l’Europa Popolare, dove importanti esponenti del mondo della politica, dell’economia, del sociale e della cultura, in primis l’on. Angelo Sanza, il prof. Roberto Mazzotta e il prof. Paolo Maria Floris, hanno affrontato le principali tematiche legate alla difficile situazione in cui versa il Paese. A partire da quanto emerso in quell’occasione, possiamo riflettere su come l’attuale crisi economica stia mettendo in difficoltà tutte le società e le economie mondiali, causando un rallentamento dei cicli economici e incidendo nel tenore e negli stili di vita degli abitanti dei Paesi sviluppati. Anche gli Stati in via di sviluppo vedono la loro crescita rallentare, mentre nei Paesi poveri l’aumento del prezzo dei generi di prima necessità ha portato, e porterà, a rivolte e a migrazioni di massa. Questi fenomeni globali, ma con ricadute differenti nei vari contesti socio-economici, impongono anche all’Italia di ripensare i propri modelli economici, culturali e politici per poter superare questo momento storico sfavorevole. Questa non è una crisi congiunturale o prettamente finanziaria, ma investe tutti gli ambiti della nostra società e ha le proprie radici nella cultura e nella morale del nostro Paese, da cui derivano le scelte e gli stili di vita delle singole persone. Per lungo tempo si è pensato che ci fossero dei diritti economici acquisiti e intoccabili e che questi dovessero essere garantiti a tutti. Si sono così creati vasti strati sociali che avevano un tenore di vita mediamente elevato, pur non dovendo lavorare, o lavorando poco o male. Questi fenomeni non riguardano solo la sfera economica, ma sono il frutto di scelte culturali e sociali che una collettività compie. Le crisi che si sono susseguite dal 2008 ad oggi, hanno reso queste situazioni non più economicamente sostenibili. Ma per poter modificare la società italiana non bastano solo i tagli economici, la lotta agli sprechi e la caccia alle truffe assistenziali o previdenziali, ci vuole anche una svolta culturale che imponga un ripensamento complessivo e condiviso della nostra società e che riproponga la centralità, sia in ambito pubblico che privato, di tematiche e valori messi in secondo piano, durante gli ultimi trent’anni. È a partire da queste considerazioni che possiamo affermare che l’Italia non deve cedere alla rassegnazione, ma deve credere che un futuro migliore è possibile, a patto di avere l’onestà di rimettersi in discussione. Dario Nicolini C O O R D I N A T O R E CI R C O L I LI B E R A L CI T T À D I MI L A N O REGOLAMENTO E MODULO DI ADESIONE SU WWW.LIBERAL.IT E WWW.LIBERALFONDAZIONE.IT (LINK CIRCOLI LIBERAL)

La campagna antisprechi impostata sul diretto coinvolgimento di noi cittadini è un’iniziativa lodevole del Governo Monti. Chi meglio di noi che viviamo quotidianamente sulla nostra pelle gli sprechi, i disservizi e il malfunzionamento delle burocrazie potrà dare delle vere e reali indicazioni al governo. L’auspicio è che il processo avviato ponga le basi per una vera manovra civica capace di mettere fine agli odiosi sprechi, rilanciare i servizi al cittadino e favorire la partecipazione al governo della cosa pubblica. Il coinvolgimento diretto dei cittadini dovrebbe essere accompagnato da una parallela consultazione delle organizzazioni civiche e di tutela dei diritti da anni impegnate nella lotta agli sprechi e al malaffare nella Pubblica Amministrazione. Per evitare che l’iniziativa si riduca ad uno sfogatoio sterile incapace di suggerire priorità a quanto emerge dalla sensibilità civica degli italiani, occorre che il Governo renda conto dei risultati di questa iniziativa, garantendo la totale accessibilità alle informazioni che verranno raccolte con le segnalazioni.

Lettera firmata

ULTIMATUM DEGLI ITALIANI ALLA POLITICA Analisi del voto amministrativo 2012, l’ultimatum degli italiani alla politica. Il terremoto, lo tsunami e la Caporetto dei politicanti e dei fallaci sistemi di selezione della classe dirigente. Con il centrodestra fuori dai giochi in tutte le principali città (sprofonda a L’Aquila) e la Lega Nord costretta a prendere atto di una disfatta mai così forte, gli italiani stanno ridisegnando il quadro politico nazionale, imponendo ai partiti storici una svolta decisiva, pena l’estinzione. Qual è la morale della favola? Se ancora non esistono un Partito Conservatore e un Partito Democratico autenticamente occidentali in Italia, perché le classi dirigenti sono intrappolate nel feudalesimo italiota gerontocratico, gli italiani hanno fatto chiaramente intendere, esercitando la propria sovranità, che sono loro il primo Partito del Paese.

Nicola Facciolini

LA SCUOLA “FACILISTA” ALIMENTA LA VIOLENZA Il dilagare della violenza giovanile, dentro e fuori della scuola, è preoccupante. Si resta quasi increduli, per non dire spaventati, di fronte a certe notizie: adolescenti senza scrupoli, scippatori, teppisti ed assassini, spesso in gruppo, pronti ad ogni violenza non solo nei confronti di loro compagni o di persone anziane, ma persino di persone care o dei propri genitori. Il problema di

questi giovani sbandati si va facendo sempre più scottante ed è indubbio che c’è anche la responsabilità della scuola, ossia di coloro che l’hanno voluta come è oggi. Nessuna analisi onesta del degrado morale ed educativo che oggi caratterizza la generazione in crescita può prescindere da ciò che accade nella scuola, non fosse altro che su di essa si scaricano gli sbandamenti delle famiglie e le ideologie imperanti nella società. Sappiamo tutti che il più delle volte si tratta infatti di ragazzi cresciuti nella bambagia, senza ideali e senza interesse, reucci dispotici di famiglie inconsistenti, prone ad ogni lagnoso capriccio, con tante ore a disposizione, perché la scuola non li impegna più, ma anche perché ha smesso di educarli al sacrificio e al rispetto di sé e degli altri, pronti a tutto pur di uscire dalla noia, con licenza di vivere da piccole canaglie irresponsabili. I tanti rampolli che oggi scorazzano per l’Italia allo stato brado, maleducati ed ignoranti sono il risultato anche di una scuola facilista: niente più esami o bocciature, bando ai compiti e all’impegno, enciclopedismo ludico, fioritura di “crediti” a coprire le carenze di fondo: Una scuola che ha ridotto i docenti a semplice personale di assistenza, umiliandone la professionalità. Una scuola che invece di essere fonte di apprendimento, di formazione, di educazione dei ragazzi alla vita è solo sede di un parcheggio irresponsabile.

Maria Rita Colella

L’IMMAGINE

colpisce un aereo

Recentemente un fulmine ha colpito l’aereo del neopresidente francese Hollande, mentre era in volo per Berlino, dove avrebbe dovuto incontrare il cancelliere tedesco Angela Merkel. L’aereo è rientrato e Hollande è ripartito da Parigi alla volta di Berlino con un altro aereo. I fulmini colpiscono regolarmente ogni aeroplano, una volta l’anno circa (o ogni 1000 ore di volo). Ma raramente causano incidenti. Il motivo principale è che gli aeroplani hanno una struttura metallica, cioè conduttrice di elettricità: la corrente scorre sulla superficie della fusoliera e non raggiunge l’interno, proseguendo la sua corsa nel vuoto. È lo stesso motivo per cui anche un’automobile fornisce un buon riparo in caso di temporale. Tuttavia ciò non basta a offrire assoluta sicurezza ai passeggeri dei voli. L’8 dicembre 1962, per esempio, un fulmine colpì un Boeing 707, incendiando il deposito di carburante e causando la morte di 81 passeggeri. Oggi, gli aerei statunitensi ed europei hanno un sistema di protezione che previene gli incendi al serbatoio, e un altro sistema per proteggere i circuiti elettronici di controllo. Di conseguenza, gli incidenti sono estremamente rari. L’ultimo negli Usa è proprio quello del 1962, mentre l’ultimo in Europa risale al 1981.

AFFINCHÉ I GIOVANI RESTINO IN ITALIA Ci stupiamo spesso della massiccia cosiddetta “fuga dei cervelli”. Ma questo rappresenta un processo naturale nel momento in cui la maggior parte delle nostre università non sono in grado di garantire un futuro ai nostri giovani. Io stesso, che ho vissuto e lavorato tanto in America, mi permetto di suggerire quest’esperienza perché si ha bisogno di motivazioni. Lo specializzando invece (parlo del mio settore medico) viene utilizzato per cercare di coprire tutte le mansioni che il medico non riesce a svolgere, senza dare in cambio gli stimoli giusti. Bisognerebbe creare già proprio in questa età, tra i 25 e i 30 anni, dei gruppi di ricerca completi di laboratori, dove il giovane sia una figura centrale con l’aspettativa di potersi guadagnare un dottorato di ricerca o un assegno di ricerca per poter rimanere altri anni all’Università, sviluppando i propri progetti. Tutto questo, generalmente, non succede: da qui la voglia di andarsene.

Alessandro Bovicelli - Bologna

SI PAGA DI PIÙ PER AVERE DI MENO

Puzzle di puzzle Se in questa foto non riuscite a mettere a fuoco il soggetto, non preoccupatevi. Si tratta di un paesaggio fantasy creato dall’artista Gerhard Mayer con una tecnica davvero curiosa. Ha preso dozzine di puzzle, ha mescolato insieme tutti i pezzi e con questi ha dato forma a quanto gli suggeriva la sua fantasia, creando mosaici di 18 metri, da guardare come se fossero quadri

Sono medico di Medicina generale da 30 anni. Tempo fa (forse ingiustamente), Lo Stato, in cambio di tasse sopportabili “passava” sciroppi vitamine, supposte e creme… Tutto questo oggi non c’è più per «razionalizzare la spesa», si dice. Intanto a fronte di tasse salate, ci ritroviamo a dover pagare non solo dei ticket, ma anche farmaci per intero, oltre a sopportare ritardi nell’esecuzione di indagini. Dove sarà stata razionalizzata la spesa? Dove finiscono i soldi delle tasse? Se guardo alla pletora di burocrati ed impiegati nella Sanità, la risposta è immediata.

Francesco Logiuri


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mondo

Gli inquirenti depositano un dossier di 196 pagine contro i marò. A giorni l’avvio del processo. L’India prevede la pena capitale

«Sono colpevoli!» Formalizzata l’accusa di omicidio per Latorre e Girone. La Farnesina richiama l’ambasciatore e apre una crisi diplomatica con Delhi di Antonio Picasso omicidio. La giustizia del Kerala si è espressa nel peggiore dei modi per Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. E la risposta della Farnesina non si è fatta attendere: immediatamente richiamato il nostro ambasciatore a Nuova Delhi. I capi di accusa depositati dalla polizia indiana fanno riferimento agli articoli 302, 307 e 427 del Codice penale indiano, che disciplinano rispettivamente i casi di omicidio, tentato omicidio e danni per delinquere. Le accuse comprendono anche la violazione dell’articolo 3 della Convenzione Internazionale per la repressione degli atti illeciti nella navigazione marittima. Domani saranno tre mesi esatti che i due fanti di marina italiani sono scesi dalla Enrica Lexie e sono stati messi ai ferri. A questo punto i tempi per un loro auspicabile rilascio si allungano. Il processo dovrebbe iniziare la prossima settimana. Ma è impossibile avanzare previsioni su quando potrebbe terminare e soprattutto in che maniera. Purtroppo per Latorre e Girone va ricordato che l’India prevede la sentenza capitale nei casi di omicidio. La polizia del Kerala ha redatto un dossier di 196 pagine, in cui si legge che la nave italiana Enrica Lexie

È

Il comandante dei sei fucilieri del San Marco e, dunque, principale imputato è incriminato anche di tentato omicidio, danni e associazione a delinquere stava navigando a 20,5 miglia nautiche dalla costa indiana quando i due militari avrebbero aperto il fuoco contro il peschereccio St. Antony, provocando la morte di due marinai indiani. Nel documento, vengono elencati fra i reperti sequestrati il Voyage Data recorder –

il diario di bordo scritto in italiano e inglese – e l’armamento in dotazione al team dei sei soldati: sei pistole Berretta, due mitragliette leggere e 1690 pallottole. Latorre viene indicato come indiziato principale in quanto comandante della squadra. Girone invece figura come imputato gregario. Gli altri quattro componenti dell’unità sono tornati a Roma una decina di giorni fa. L’Italia continua a rivendicare la propria giurisdizione sul caso. Insiste nell’affermare che le acque in cui si sarebbero svolti i fatti erano internazionali.

Un’affermazione che il Tribunale del Kerala non ha mai voluto certificare in maniera esaustiva. La nostra Legge 131/11 prevede «l’immunità funzionale dei nostri soldati e, quindi, ove avessero commesso dei reati, la competenza a giudicarli è dei tribunali italiani». Agli indiani questo è stato sempre detto. Loro però non hanno mai fatto una piega. Al contrario, hanno pure invocato il Sua Act, una convenzione internazionale del 1988 sul terrorismo marittimo, per giustificare la loro giurisdizione. Era il 15 febbraio quando questa storia ha cominciato a essere fonte di dibattiti, argomentazioni, ma anche proteste.

A destra, i marinai d’Italia manifestano per i nostri marò. In alto: Oomman Chandy e Latorre e Girone. A destra, l’Enrica Lexie e Staffan de Mistura, sottosegretario agli Esteri

Cosa dice esattamente la normativa internazionale

Quell’arresto è illegittimo La Convenzione del diritto del mare dà ragione all’Italia. Ma Delhi fa orecchie da mercante di Natalino Ronzitti l 15 febbraio 2012 i fucilieri di marina, che facevano parte del team di militari imbarcati in funzione antipirateria sulla Enrica Lexie, hanno sparato alcuni colpi per reagire contro un attacco di pirati. Successivamente la nave, che era diretta in Egitto, è stata richiesta dalle autorità indiane di dirigersi nel porto di Kochi, allo scopo di identificare i pirati che, a dire delle autorità dell’India, erano stati catturati al largo delle sue coste. Si trattava però di un escamotage per attirare la nave nelle acque indiane. Poiché era stato colpito un battello da pesca indiano che operava nelle acque in cui transitava la Enrica Lexie, due fucilieri di marina sono stati accusati di aver ucciso due pescatori che si trovavano sul battello. Per tradurli dinanzi alla giustizia indiana, la polizia locale è entrata a bordo della nave italiana, nono-

I

stante fosse stata contestata da parte delle nostre autorità la giurisdizione locale. L’arresto dei fucilieri è a nostro avviso chiaramente illegittimo. Essi godono di immunità funzionale, secondo una prassi risalente al caso McLeod del 1840 e costantemente riaffermata. La norma appartiene al diritto internazionale consuetudinario e non è necessario stipulare un Status of forces agreement (Sofa, Accordo sullo status delle forze armate) ad hoc, come è stato erroneamente detto anche da qualche commentatore italiano. Da parte italiana si avanza un’ulteriore argomentazione contro l’illegittimità del fermo. Si è affermato che l’eventuale azione illecita è avvenuta in alto mare e quindi la Enrica Lexie era sottoposta alla giurisdizione italiana. Come può essere affermata la giurisdizione indiana dato che la sparatoria è avvenuta in


mondo Chi è l’uomo che sta mediando e gestendo la crisi

Tutte le cartucce di Staffan de Mistura Ha il “de” minuscolo, quindi nobiliare, come richiesto dalla vecchia scuola della diplomazia. È nato a Stoccolma, da madre e padre italiano, originario della Dalmazia. Sebenico, oggi Croazia. Patriziato della Serenissima, quindi. Staffan de Mistura, 65 anni, sottosegretario agli Esteri del governo italiano incarna la figura canonica dell’ambasciatore di lungo corso. La sua carriera è internazionale. Per 36 anni ha prestato servizio praticamente in tutte le agenzie dell’Onu. Fino a diventare Rappresentante Speciale per le Nazioni Unite in Iraq, dopo aver toccato le aree di peggiore crisi del post guerra fredda: Libano, Ruanda, Somalia, Sudan, Balcani e infine Afghanistan. È per la sua global vision che il ministro Terzi l’ha scelto. Staffan de Mistura: un uomo per tutte le stagioni. Speriamo anche per i monsoni dell’Oceano indiano. Finora ha mantenuto le promesse.

Aveva detto che non avrebbe abbandonato i due fanti di marina nelle prigioni indiane. E così è stato.Aveva detto che, in caso di processo, avrebbe alzato i toni. E infatti ieri de Mistura ha replicato con fermezza a un mellifluo Chandy dopo che questi gli comunicava l’accusa di omicidio per Latorre e Girone. L’India potrà andare avanti quando vuole. Difficile però che riesca a raggirare de Mistura.

Prima in India poi qui da noi. All’inizio si pensava a una questione di seconda mano, che si sarebbe conclusa in fretta. In Italia però molti non avevano idea dell’ostinazione non tanto di Delhi quanto delle istituzioni subalterne. Irremovibili dalle proprie convinzioni, oltre che influenzate dall’opinione pubblica locale. Sono passati tre mesi dall’apertura di questa crisi. Per noi si tratta di una questione ancora da risolvere. Per l’India è un capitolo del passato. All’inizio si pensava che il caso non volesse essere risolto per ragioni elettorali. Il Kerala era prossimo al voto e a nessuno avrebbe fatto comodo prendere le difese di due militari stranieri indicati dall’elettorato locale alla stregua di colonialisti assassini. Poi però le urne si sono aperte e pure chiuse.

alto mare? In base al principio della giurisdizione passiva, poiché i due pescatori uccisi erano di nazionalità indiana e la nave su cui si trovavano indiana. Nello stesso tempo l’Italia ha giurisdizione poiché i colpi, a supporre che fossero andati a segno, sono partiti da nave battente bandiera italiana. Si tratta di un concorso di giurisdizione. Quale deve prevalere? Secondo l’art. 97 della Convenzione del diritto del mare del 1982, deve prevalere la giurisdizione dello stato della bandiera, nel nostro caso quella italiana, che disciplina i casi di collisione e «di ogni altro incidente della navigazione». Il caso della Enrica Lexie non è un caso di collisione e difficilmente la sparatoria può essere qualificata «ogni altro incidente della navigazione», poiché questa dizione comprende solo casi vicini alla collisione come il danneggiamento

di cavi o di altre strutture permanenti. Irrilevante è pure l’art. 94 Unclos, che assoggetta alla giurisdizione e al controllo dello stato della bandiera le navi in alto mare, poiché esso riguarda piuttosto le bandiere ombra e il dovere di esercitare la giurisdizione e i controlli di sicurezza. Un’altra possibile interpretazione, a nostro parere più fondata, a favore dell’esclusiva giurisdizione italiana per i fatti avvenuti in alto mare, potrebbe derivare dall’art. 92 della Convenzione e dal principio dell’esclusiva giurisdizione dello stato della bandiera in alto mare, tranne i casi «espressamente» previsti dai trattati o dalla Convenzione del diritto del mare. Tra questi non rientrano i tiri avvenuti in acque internazionali per contrasto alla pirateria. (Estratto di un articolo dell’autore uscito ieri sulla rivista Risk)

Il caso quindi è scaduto in una situazione ben peggiore di quella della strumentalizzazione politica: l’indifferenza. L’Hindustan Times il giornale più letto del subcontinente non tocca la materia dall’inizio del mese. E non ha alcuna intenzione di tornarci sopra. Si sperava che Sonia Gandhi, presidente del Congress party, potesse mettere la sua buona parola di donna più influente di Delhi, ma anche italiana, per agevolare la nostra posizione. Era una visione provinciale delle dinamiche di potere indiano. Se infatti la signora Gandhi fosse intervenuta, probabilmente il processo di Girone e Latorre oggi sarebbe già in corso. Ma è quasi altrettanto certo non starebbe volgendo in loro favore. Se c’è una cosa che la più potente famiglia indiana cerca di tenere un penombra è proprio l’origine straniera della sua leader. “L’italiana”, la chiamavano così ai tempi di Indira e Rajiv Gandhi. La apostrofava beffarda la cognata Maneka. Sono passati quasi vent’anni, Sonia (ex) Maino non mette piede in Italia da tempo. E se lo fa non se ne accorge nessuno. Ma i suoi natali nel nostro Veneto sono ancora oggetto di attacchi populistici da parte dell’opposizione induista. No, è stato un bene

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che il vertice del Congresso non si sia intromesso nella questione. Dal canto suo, il governo italiano ha cercato di fare l’impossibile. Le ripetute visite del sottosegretario agli esteri, Staffan de Mistura, a Delhi ma soprattutto nel Kerala si sono scontrate su un muro di gomma. È comprensibile quindi che il nostro diplomatico ieri abbia espresso il suo «forte disappunto».

Dall’incontro con il primo ministro del governo locale, Oommen Chandy, non è emerso nulla. «L’unica cosa che Chandy poteva e doveva fare in questa vicenda era eseguire la richiesta della Corte suprema di rendere operativo il trasferimento di Girone e Latorre dal carcere di Trivandrum a un’altra struttura, invece di accettarla allontanandone però l’esecuzione di altri 20 giorni». De Mistura contesta proprio questa improvvisa efficienza di cui lo Stato del Kerala ha fatto sfoggio. Se la polizia non avesse depositato ieri le accuse, il pool di difesa dei nostri soldati avrebbe potuto chiederne la liberazione, dato che domani sarebbero scaduti i 90 giorni di detenzione massima consentita. Chandy, ricevendo e mettendo subito in pratica gli ordini superiori, ha fatto decadere i termini di carcerazione preventiva. E così si va al processo. C’è da chiedersi quanto potrà servire l’intervento spirituale dell’arcivescovo di Trivandrum, Maria Callist Soosa Pakiam. Oggi è in agenda una sua visita ai militari. Incontro importante in termini spirituali. Resta in dubbio il feedback pratico. Soprattutto perché il Kerala è uno stato ad alta den-

Nell’atto ci sarebbe anche l’esatta localizzazione del luogo dell’incidente: entro le 22 miglia dalla costa e quindi all’interno delle acque territoriali sità cristiana e le due vittime dell’incidente – possiamo chiamarlo così? – erano anch’essi cristiani. Quanto il capo ecclesiastico della comunità locale ha interesse a mettersi di traverso contro i suoi stessi fedeli e intervenire in favore di chi è visto dalla piazza come uno assassino colonialista?

L’India è una grande potenza. Si è detto anche questo vero? Per molti aspetti, possiamo dire che lo siamo anche noi. Forse è per questo che nessuno degli amici e alleati che Roma e Delhi condividono si è interessato della questione.Tutti ci hanno valutato troppo bravi per evitare di cadere in un ginepraio. Oppure tutti hanno fiutato l’odore di bruciato e hanno preferito non sporcarsi le mani. Da Londra a Washington, da Parigi a Mosca le timide e iniziali buone intenzioni di mediare sono cadute nel nulla. E questo è stato un male. Perché la vicenda Latorre-Girone è un precedente esplosivo nei casi di pirateria o presunta tale. Ma anche perché, di norma, un contenzioso tra due governi amici – come si pensava che fossero quello indiano e l’italiano prima di febbraio – è giusto che si risolva nel miglior modo possibile e anche in fretta. Un terzo soggetto ci avrebbe potuto fare comodo. Invece siamo arrivati ai ferri corti. Ieri, al termine di questa brutta pagina nelle relazioni italo-indiane, la Farnesina ha richiamato ufficialmente in Italia il nostro ambasciatore, Giacomo Sanfelice di Monteforte. È la prassi per avviare una formale crisi diplomatica. Forse Monteforte avremmo dovuto richiamarlo prima.


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grandangolo Apre domani il vertice di Chicago. L’analisi di un grande esperto

C’è chi dice che è finita, ma la Nato è il gendarme del mondo

L’intervento in Libia è stato fatale all’immagine dell’Alleanza. E ne ha mostrato tutti i limiti. Ma seppur squilibrata, ingombrante, burocratizzata e privata del suo scopo madre (la difesa dell’Europa dall’ex Urss), è cruciale quanto mai. Perché unisce la Ue, evita una deriva tedesca verso la Russia e garantisce la sopravvivenza dei Paesi dell’Est di Robert D. Kaplan ualsiasi cosa si pensi dell’intervento in Libia, è lapalissiano che quest’ultimo abbia fatto una cattiva propaganda alla Nato. Come mi disse uno dei progettisti dell’aeronautica militare degli Stati Uniti, «Sembrava Biancaneve e i 27 nani, tutti in ginocchio davanti a lei» – con gli Stati Uniti nel ruolo di Biancaneve e gli altri stati membri della Nato nel ruolo dei nani. Le statistiche su quanto gli Stati Uniti abbiano dovuto fare da soli in Libia – spinti da inglesi e francesi – nonostante la diplomatica “foglia di fico”, sono devastanti per l’Alleanza. Più dell’80 per cento del gasolio usato nell’intervento proveniva dalle forze armate statunitensi. Quasi tutti gli ordini operativi provenivano dagli Stati Uniti. Delle decine di paesi coinvolti, solo a otto di loro fu concesso dai propri ministri della Difesa di sganciare bombe da aerei militari. Molti hanno volato in missione solo per essere simbolicamente presenti. Ma mentre molti attacchi aerei sono stati portati a termine da velivoli non americani, gli Stati Uniti hanno gestito la fine logistica della guerra.

Q

«L’Europa è militarmente morta», mi ha detto un generale degli Stati Uniti. Nel 1980 la spesa per la difesa dei paesi europei equivaleva al 40 per cento della spesa totale della Nato. Oggi la spesa dell’aeronautica militare statunitense è superiore alla spesa del ministero della Difesa inglese. I budget militari dell’Eu-

ropa occidentale stanno crollando, nonostante i loro politici permettano ai loro eserciti di partecipare esclusivamente in azioni di soccorso umanitario. In definitiva la forza militare di un paese si basa sulla salute delle relazioni civili e militari all’interno della società. Negli Stati Uniti il dibattito e le tensioni sul giusto ruolo dell’esercito in una società democratica sono molto alti. Nonostante questo, gli americani sono profondamente orgogliosi del loro esercito, anche nel corso di guerre che sono diven-

La spesa totale dell’aeronautica militare Usa supera quella del ministero della Difesa inglese tate pantani. Non si può dire lo stesso dell’Europa occidentale, dove la professione del soldato è guardata dall’alto al basso. (Gran Bretagna, Francia e Danimarca fanno eccezione). Gli europei tendono a considerare i propri militari come servitori civili in buffe uniformi. L’idea secondo cui sono i militari che difendono le loro libertà democratiche è qualcosa che molti europei trovano divertente. A vederla così, si potrebbe concludere che la Nato, che comprende

le forze armate degli Stati Uniti e della maggior parte dei paesi in Europa, è finita. Perché preoccuparsi di un’alleanza in cui la schiacciante maggioranza dei membri ha forze armate che non ricevono alcun sostegno dall’opinione pubblica? L’intervento in Libia non è forse la prova che anche nelle cosiddette operazioni Nato gli Stati Uniti eseguono il lavoro altrui senza il ritorno di alcun credito? L’Afghanistan - nonostante gli spargimenti di sangue che hanno interessato paesi come Canada e Danimarca - non costituisce forse la prova che la Nato restringe principalmente l’azione degli Stati Uniti senza darle il giusto sostegno sul campo di battaglia? Il Kosovo non è forse la prova che il ruolo della Nato è così ingombrante con la sua burocrazia che ci sono volute molte settimane per sconfiggere un regime altamente vulnerabile in Serbia?

Tutto questo è vero, ma ci porta anche fuori tema. Anche durante la Guerra Fredda, la Nato era completamente dominata dagli Stati Uniti. Inoltre, i paesi dell’Europa settentrionale erano di gran lunga più operativi all’interno della Nato che con i loro vicini meridionali, che dagli anni ’50 agli anni ’80 venivano corrotti e intimiditi per continuare a stare tranquilli. (E quando qualcuno protestava, come il primo ministro greco Andreas Papandreou negli anni ’80, a nessuno importava). Ma visto che la Nato non aveva combattuto guerre calde du-

rante la Guerra Fredda, questa scomoda verità è stata oscurata. Se una guerra calda convenzionale fosse scoppiata nel cuore dell’Europa nel corso della Guerra Fredda, gli Stati Uniti avrebbero schiacciato ogni sforzo occidentale.

Certamente, nel corso della Guerra Fredda, la Nato aveva uno scopo principale, che oggi ha perso: difendere l’Europa centrale dalle divisioni sovietiche. La scomparsa di quello scopo principale indebolisce incredibilmente la Nato. E il ritiro di due delle quattro squadre di combattimento dell’esercito statunitense dall’Europa entro il 2014 la indebolirà ancora di più, anche con gli spiegamenti missilistici in Europa orientale. Questo però non significa che l’alleanza non serva a nulla. Infatti, l’indebolimento dell’Unione Europea per via dei suoi debiti rende la Nato più cruciale di quanto lo sia mai stata dalla caduta del Muro di Berlino – cruciale in quanto agente politico stabilizzante all’interno della stessa Europa. Soprattutto per l’Europa orientale, la Nato serve da sigillo di approvazione per quegli ex stati comunisti che hanno combattuto per ottenere gli investimenti esteri e evitare quindi che la Russia potesse metterli a repentaglio. La geografia governa ancora. La Russia, per via della sua storia di invasioni dall’Europa, richiede ancora un gruppetto di stati-cuscinetto nell’Europa orientale. Quindi la Russia farà il possibile per minare quegli stati che vanno dalla Polonia


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e di cronach

Ufficio centrale Nicola Fano (direttore responsabile) Gloria Piccioni, Errico Novi (vicedirettori) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Il summit in pillole

I principali dossier in discussione

L’Afghanistan, lo scudo antimissile, la cooperazione militare, il partenariato strategico: sono questi i principali temi in discussione al vertice Nato di Chicago. Afghanistan. Gli alleati dovranno definire e approvare “la strategia di transizione” e il calendario di uscita dal paese, previsto per il 2014. Ma anche decidere come garantire l’attività di addestramento e supporto al nuovo esercito e alle forze di polizia afgane. Difesa antimissile. La Nato annuncerà il completamento della prima fase del suo scudo antimissile dispiegato nell’Europa dell’Est e che sarà finito nel 2018. Questo dossier è il principale argomento di discordia tra la Nato e la Russia. Cooperazione militare. Chicago sarà la base di lancio della Smart defence, che mira a promuovere progetti di cooperazione militare per attenuare l’impatto della crisi sui bilanci delle Difese nazionali e sollevare gli Stati Uniti di parte delle spese. Partenariato strategico. Una delle priorità Nato è «rafforzare la sua rete di partenariato nel mondo», al di là dell’Europa e dell’America settentrionale. Non a caso al vertice di Chicago saranno rappresentati anche l’Australia, la Nuova Zelanda, la Corea del Sud e il Giappone.a

a sud verso la Romania. La Nato è un meccanismo politico, diplomatico e militare diretto contro il disegno russo. Inoltre, tanto più l’Europa vacilla per la sua crisi finanziaria, tanto più grande sarà la possibilità di invasioni geopolitiche ad opera della Russia e quindi tanto più rilevante diventerà il ruolo della Nato. Il ruolo della Nato inoltre è rilevante per quanto riguarda la futura direzione geopolitica della Germania. Finché esisterà la Nato e la Germania ne farà parte, svolgendo un fondamentale ruolo politico se non militare, allora le possibilità che la Germania confluisca in un’alleanza con la Russia in futuro sono ridotte. Analiticamente non è corretto credere che solo perché un’organizzazione politico-militare è meno utile ora di quanto

Gli europei considerano i propri militari come servitori civili in buffe uniformi lo sia stata un quarto di secolo fa, allora è completamente inutile. La Nato ha una sua burocrazia, protocolli, interoperabilità tra le forze armate dei membri e ogni sorta di procedure operative standard affinate nel corso di decenni che sarebbe semplicemente irresponsabile eliminare. La Nato è in grado di agire senza problemi nelle emergenze umanitarie con cui l’opinione pubblica europea è a proprio agio, riducendo quindi in qualche modo il fardello degli Stati Uniti. La Nato, come le Nazioni Unite in alcune occasioni, forniscono ancora copertura diplomatica su diversi livelli per le azioni americane. La Nato è l’egemonia americana a buon mercato. Immaginate quanto la guerra in Iraq sarebbe stata un fiasco minore se si fosse trattato di una vera e propria operazione Nato, piuttosto che di un’operazione ampiamente unilaterale. Senza organizzazioni come la Nato e le Nazioni Unite, la potenza americana è più solitaria in un mondo che diventa anarchico. A parte i noiosi dettagli di sicurezza forniti da al-

cuni paesi Nato in Afghanistan, la Nato non migliorerà nel combattere guerre calde perché l’opinione pubblica dei paesi dell’Europa occidentale non intende pagare il prezzo che comportano questo tipo di guerre. In ogni caso, i conflitti terreni sono problematici specialmente per le forze armate in quelle società ad orientamento pacifista. La Nato idealmente potrebbe essere adatta per missioni di soccorso aeree e navali in Africa e oltre.

Detto questo, la Nato sarà tenuta in vita perché non farlo significherebbe mettere a repentaglio una certa coerenza politica europea. L’iniziativa della “difesa intelligente”(la smart defence) è un esempio calzante, in base al quale i singoli paesi coordineranno sempre più le loro politiche di acquisizione di armi. Ad esempio, gli olandesi stanno sciogliendo i loro battaglioni di carri armati e ripongono fiducia nelle unità tedesche, e non solo per difendere il territorio olandese. Con i risparmi, gli olandesi investiranno in radar di difesa contro gli attacchi missilistici per le loro fregate, una dote di cui beneficeranno tutti i membri dell’Alleanza. Coloro che occasionalmente screditano la Nato, ritengono che l’Europa non si troverà di fronte a incubi geopolitici nel proprio futuro. Ma potrebbero sbagliarsi. Basta guardare a queste configurazioni militari rivitalizzate: un battle group nordico che includa gli stati baltici e scandinavi così come l’Irlanda; e il gruppo Visegrad che includa Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Questi in un futuro più o meno prossimo potrebbero sostituire parzialmente la Nato; ma potrebbero anche continuare a cadere sotto l’ombrello della Nato. E si tratta di risposte alla potenza militare russa a est. Una Russia più dinamica, un nord Africa più caotico e continui malcontenti e sottosviluppo nei Balcani potrebbero porre delle sfide all’Europa. Se lo faranno, la Nato fornirà un pratico meccanismo di costruzione della fiducia. Agli Stati Uniti serve che la Nato collabori nell’organizzare la difesa europea, di modo che Washington possa concentrarsi su Medioriente e Asia. La Nato non è grande, ma per ora va abbastanza bene.

Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Orio Caldiron, Anna Camaiti Hostert, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza Ufficio pubblicità: Maria Pia Franco 0669924747 Agenzia fotografica “LaPresse S.p.a.” “AP - Associated Press” Tipografia: edizioni teletrasmesse Seregni Roma s.r.l. Viale Enrico Ortolani 33-37 00125 Roma Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1 Diffusione Ufficio centrale: Luigi D’Ulizia 06.69920542 • fax 06.69925374 Abbonamenti 06.69924088 • fax 06.69921938 Semestrale 65 euro - Annuale 130 euro Sostenitore 200 euro c/c n° 54226618 intestato a “Edizioni de L’Indipendente srl” Copie arretrate 2,50 euro Registrazione Tribunale di Salerno n. 919 del 9-05-95 - ISSN 1827-8817 La testata beneficia di contributi diretti di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni. Giornale di riferimento dell’Unione di Centro per il Terzo Polo

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parola chiave STANCHEZZA

Esiguo e fragile è lo spazio lasciato libero dal fare, dal dominare, dall’antagonismo. Ma quando questo affanno si dissolve, allora possiamo prestare attenzione e metterci in ascolto di Maurizio Ciampa uò apparire inconsistente la parola stanchezza. Inconsistente e priva di significato, se non nell’ambito della fisiologia spicciola o della psicologia individuale. Comunque non una parola-chiave da annoverare fra le voci di un lessico che metta in evidenza le tracce essenziali della storia d’Occidente, che è poi l’intento di questa rubrica. Stanchezza è parola dai tratti indefiniti, difficile da fissare perché troppo mobile. Sfuma, evapora come un umore dell’anima. Certo si possono ripercorrere delle parentele importanti: lo Spleen di Baudelaire ad esempio, l’oleosa inerzia dello Spirito sfinito, che s’insinua, come un cuneo dolente, nel bel mezzo dello squadrato, solerte, Ottocento. Tutta la grande letteratura di questo secolo, da Flaubert a Dostoevskij, è un inventario di insidiose stanchezze. «Chi non ha sentito la fatica del suo corpo!» scrive Flaubert a Louise Colet, «Quanto pesa la carne!». Il corpo è in Flaubert una membrana sfibrata dalle tensioni nervose, avvezza al deliquio. «L’essere flaubertiano ha vissuto per svenimen-

P

ti», dice il critico Jean-Pierre Richard. E c’è poi una stanchezza che viene dall’accumulo della Storia, come un fardello che pesa sulle spalle dell’uomo occidentale, una sorta d’ingorgo, di saturazione o, se si vuole, di esaurimento. Una linea di prospettiva testimoniata da un lungo arco di pensiero che procede da Nietzsche e arriva fino a Cioran. «L’uomo - dice appunto Cioran -, giunto all’estremo dell’esaurimento disporrà soltanto di una coscienza vuota senza che nulla possa riempirla: un troglodita disilluso, un troglodita stanco di tutto».

Questo esteso entroterra della stanchezza, qui appena accennato, probabilmente non basterebbe a inserire questa sfuggente, mercuriale parola nel lessico di cui si è detto all’inizio. Ma avendo scoperto, attraverso un piccolo libro appena uscito, che si sta approssimando una società della stanchezza, le cose evidentemente cambiano. Il libro (La società della stanchezza, pubblicato da Nottetempo) è di un filosofo di origine coreana che insegna in Germania, ByungChul Han, studioso di Heideg-

ger, ma anche di teoria dei media, che attraversa molti dei pensieri del Novecento, dalla Arendt a Foucault, ma ha nello scrittore Peter Handke, una delle voci più importanti della letteratura europea, e nel suo Saggio sulla stanchezza (uscito in Italia nel ’91 da Garzanti), un punto di riferimento privilegiato. Quale è allora la stanchezza di cui parla Handke, ripresa da Byung-Chul Han? Non è lo svuotamento, il deliquio dell’anima di Baudelaire, e non è lo sfinimento di Flaubert, e non è neppure un’esperienza del sottosuolo dell’uomo come si sviluppa in Dostoevskij. Questa stanchezza non ha un profilo negativo, non ci allontana dal mondo, ma al mondo ci riporta. E, nella sua sfera e nel suo lento movimento, il mondo non è più lo spazio dell’azione o della prestazione, della forza o del dominio, ma è il luogo ritrovato di un nuovo libero sentire. Un esempio? È nei bellissimi versi che accompagnano Il cielo sopra Berlino, il film di Wim Wenders del 1987 (con dialoghi di Handke): «Quando il bambino era bambino,/ camminava con le braccia ciondo-


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per saperne di più

hanno detto François de La Rochefoucauld

Byung-Chul Lan La società della stanchezza Nottetempo

La riconciliazione con i nostri nemici è soltanto desiderio di migliorare la nostra condizione, stanchezza di combattere e timore di qualche esito nefasto.

Peter Handke Saggio sulla stanchezza Garzanti

Robert Anson Heinlein È sorprendente notare quante volte la “saggezza matura” somiglia alla stanchezza.

Peter Handke Il peso del mondo Guanda

Fernando Pessoa Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta, che è la più spaventosa delle stanchezze. Non pesa come la stanchezza del corpo, né inquieta come la stanchezza della conoscenza emotiva. È un peso della coscienza del mondo, un non poter respirare con l’anima.

Franz Kafka Il messaggio dell’imperatore Adelphi

Su Tung Po Poter stare in ozio vale quanto essere potenti.

Hannah Arendt Vita activa Bompiani

Giorgio Vasari Gli elevati ingegni talor che manco lavorano, più adoperano...

Friederich Nietzsche Umano troppo umano Adelphi

loni,/ voleva che il ruscello fosse un fiume,/ il fiume un torrente/ e questa pozzanghera il mare.// Quando il bambino era bambino,/ non sapeva di essere un bambino,/ per lui tutto aveva un’anima/ e tutte le anime erano tutt’uno.// Quando il bambino era bambino/ non aveva opinioni su nulla,/ non aveva abitudini,/ sedeva spesso con le gambe incrociate,/ e di colpo si metteva a correre,/ aveva un vortice fra i capelli/ e non faceva facce da fotografo».

La poesia dura ancora a lungo con una sorprendente catena d’immagini nitide e di parole terse, ma i versi riportati possono bastare a farci capire che cosa Handke intende per stanchezza: il disarmo dell’io (l’espressione è di ByungChul Han) e la riconciliazione con il mondo, che può portare il nome magico dell’infanzia, ma ha anche altri nomi. Momento o intervallo di pace, la definisce il nostro filosofo sulla scia di Peter Handke. Le maglie dell’io si allentano, la corazza della soggettività, che spesso c’imprigiona e ci separa dagli altri, si indebolisce, una sorta di tranquilla spossatezza o di stordimento ci attraversa. Ma i sensi restano vigili, più lenti forse, ma in attività. È allora, nello spazio lasciato libero dall’io, che può passare il mondo. E non solo il mondo nel suo insieme materico e sensibile, ma l’altro uomo, gli altri, perché la stanchezza, in cui si dissolve l’affanno del fare, è disposizione verso chi ho di fronte, può di-

Virginia Woolf Nell’ozio, nei sogni, la verità sommersa viene qualche volta a galla.

È una sorta di non-potere: l’uomo stanco si abbandona, si siede e, lasciandosi alle spalle la tensione della posizione eretta, finalmente guarda il mondo e ne gusta le forme

ventare attenzione e ascolto. «Così ce ne stavamo seduti nel mio ricordo sempre fuori al sole pomeridiano - e ci godevamo parlando o in silenzio la comune stanchezza. Una nuvola di stanchezza, una stanchezza eterea ci univa allora», scrive Handke riportato da Byung-Chul Han. È troppo poco per ipotizzare, o arrivare a riconoscere, in

Monaco buddista seduto. In alto, una raffigurazione di Oblomov, il protagonista dell’omonimo romanzo del 1859 di Ivan Goncharov. Nella pagina accanto, momenti di pausa dall’affanno del fare

quel gesto semplice (ce ne stavamo seduti), una possibile società della stanchezza? Che forse è soltanto un intervallo o una smagliatura, e non può essere assunta come una struttura o un modello. Se è così ci dobbiamo adattare all’idea che anche la nostra relazione all’altro è un intervallo e una smagliatura difficili da stabilizzare. Nessuna con-

tinuità, solo strappi. La capacità di raggiungere gli altri è uno stato d’eccezione ed è del tutto transitorio come può esserlo l’infanzia. Volendo guardare le cose con una certa radicalità - qualche volta non guasta - si può arrivare a concludere che è davvero esiguo e fragile lo spazio lasciato libero dal fare, dal dominare, dall’antagonismo che degenera in violenza. È la nostra normalità. Poi, circoscritto punto di contraddizione, subentra la stanchezza, come un’irruzione improvvisa e imprevedibile. Una sorta di non-potere: l’uomo stanco si abbandona, si siede, lascia gli strumenti dell’operare, e, sedendosi, lasciandosi alle spalle la tensione della posizione eretta, finalmente guarda il mondo e ne gusta le forme. Questa è la stanchezza. E direi che merita attenzione, perché la matassa dell’operare umano si è terribilmente imbrogliata, ed è bene non voltare le spalle ai gesti semplici.

«Gli dei si stancarono, le aquile si stancarono, la ferita si richiuse stancamente», scrive Franz Kafka in una sua personale e alquanto misteriosa rielaborazione del mito di Prometeo. Nelle parole di Kafka si compendia il tentativo di Byung-Chul Han di dare sviluppo alla stanchezza che cura le ferite, non necessariamente una società, qualcosa meno, forse soltanto un’accolita, una provvisoria compagnia di uomini seduti, in pace, che tornano a guardare il mondo e se lo raccontano.


ULTIMAPAGINA Proiettato ieri il film del regista italiano che racconta vizi e follie di un possibile concorrente del “Grande fratello”

Il “Reality” di Garrone arriva a di Andrea D’Addio atteo Garrone torna a Napoli, lì dove si è costruita la sua fama internazionale dopo aver girato Gomorra. Lo fa con toni più che mai lontani dal film tratto dal libro di Saviano, una commediadramma sulla pazzia che ha come epicentro il Grande Fratello. Ecco la ragione del titolo, Reality, parola inglese che dovrebbe essere tradotta come realtà, ma che messa accanto a “show” diventa sinonimo di finzione. Luciano, il protagonista, è un pescivendolo napoletano con moglie e tre figli. Dopo aver passato il primo provino, si convince che sarà preso nella “casa”e comincia a pensare ogni suo gesto già controllato e giudicato da qualcuno. A spingerlo in questa direzione sono le aspettative di una comunità che non vede l’ora di avere qualcuno famoso, specchio di una società quantomai concentrata sulla celebrità e sul successo.

M

«Dopo “Gomorra” volevo fare un film più sorprendente, ma più il tempo passava e più mi rendevo conto di tergiversare. Poi, all’improvviso, ho trovato una storia piccola che potevo trasformare in qualcosa di più grande. E ho deciso di ripartire da lì. Non è però un film timido, so che in molti si aspettavano un gangster movie, ma io e miei sceneggiatori non abbiamo scritto questa storia con in mente una denuncia, volevamo raccontare una favola, con un simbolismo di fondo», ha dichiarato il regista in conferenza stampa. E ha continuato: «Il nostro personaggio è un Pinocchio moderno, ormai il confine tra realtà e sogno è sempre più stretto, anche se faccio fatica a dire che la storia di Luciano è rappresentativa di tutto il nostro Paese». Le reazioni alla proiezione mattutina riservata ai giornalisti non era stata delle più calde, poche le risate (per un film che si presentava come commedia non è un buon segno) e ancora di meno gli applausi sui titoli di coda. Purtroppo sull’impatto sociale negativo dei Reality Show si è già detto tutto il possibile e l’abilità di Garrone nel girare ogni piccola scena con una grande cura per i dettagli, riuscendo a trasmettere la tragicità della situazione sulla pelle degli stessi spettatori, non è abbastanza forte per giustificare un intero film. Peccato, in alcuni momenti, soprattutto all’inizio (con un lungo piano-sequenza preso dall’elicottero), Garrone dimostra di avere l’occhio del grande regista e i dieci minuti della «villa dei matrimoni» che aprono il film sono in grado di raccontare un intero mondo di persone e sensazioni. La scelta di Garrone di puntare su attori sconosciuti (c’è giusto un cameo di Claudia Gerini nelle vesti di presentatrice del programma) si rivela invece vincente, tanto se si parla dei comprimari che dell’attore protagonista Aniello Arena, voluto fortemente dal regista dopo averlo visto all’opera con la Compagnia della Fortezza, ovvero il gruppo teatrale del carcere di Volterra dove è detenuto con una condanna all’ergastolo per strage. Per girare il film Arena ha dovuto ottenere speciali permessi, anche se, logicamente, non gli è stato consentito di presenziare alla presentazione del film qui sulla Croisette. Lavorava sul set di giorno, e la sera ritornava in carcere. Garrone ne ha parlato così: «Per me è un incrocio tra Totò e De Niro e lo avrei già voluto per Gomorra, ma allora il magistrato non mi diede il permesso». Do-

CANNES Il protagonista, Luciano, dopo aver passato il primo provino, si convince che sarà preso nella “casa” e comincia a pensare ogni suo gesto già controllato dall’alto po i fratelli Taviani premiati a Berlino con Cesare non deve morire, un altro film italiano quindi porta all’attenzione dei media la riabilitazione dei carcerati attraverso la recitazione. Il successo di Gomorra tre anni fa ha dato la possibilità a Garrone di poter chiedere, e ottenere, la prestigiosa collaborazione del compositore parigino Alexandre Desplat, già tre volte candidato all’Oscar e tra i musicisti più conosciuti al mondo, tanto che sono sue altre due colonne sonore di film in concorso: Rust and Bone di Jacques Audiard e Moonrsie Kingdom di Wes Anderson, entrambi passati nei primi due giorni di kermesse. «Non le ho fatte contemporaneamente. Su Rust and Bone ho lavorato solo di riflesso, mentre la colonna sonora di Moonrise Kingdom l’ho scritta a novembre, a New York e quella di Matteo a gennaio e a Parigi. Per me è cruciale lavorare su un progetto alla volta», ha detto il musicista. Per Garrone non è certo un buon momento “mediatico”. Qualche settimana fa il regista ha dovuto incontrare i pm Giovanni Conzo e Cesare Sirignano per contraddire quanto detto su di lui

dal pentito Oreste Spagnuolo che ha parlato di 20mila euro dati da Garrone al clan dei casalesi per potere girare Gomorra.

Un’ipotesi smentita dallo stesso Matteo Garrone che però ha confermato l’incontro: «Sì, sono stato a casa di Alessandro Cirillo (uno del clan dei Casalesi, ndr), ma non sapevo che fosse ai domiciliari. Aveva un atteggiamento strano, sembrava un po’ un camorrista. Ci andai perché me lo chiese Bernardino Terracciano, (attore di un suo film, ndr). Non ero solo e nessuno parlò di soldi». Per girare Reality non ci dovrebbero essere state intromissioni di nessun tipo, ma il rischio che gli starscichi di questa polemica che ha fatto il giro del mondo si possano riversare anche sul giudizio della giuria presieduta da Nanni Moretti non può essere del tutto escluso. Reality forse non avrà la forza di puntare alla Palma d’Oro, ma Aniello ha sicuramente tutte le carte in regola per ambire ad essere il migliore attore. Magistrato permettendo...

2012_05_19  

Vi spiego perché l’arresto è illegittimo La bufera greca,la debolezza dell’Euro e il timore di un contagio monopolizzano il vertice di Camp...

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