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he di cronac

Il pessimista vede la difficoltà

in ogni opportunità; l’ottimista l’opportunità in ogni difficoltà

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Winston Churchill di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • VENERDÌ 18 MAGGIO 2012

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Le Borse ancora in rosso per un nuovo focolaio: è quello delle banche spagnole che affondano Madrid

L’ultimatum di Obama «Niente soldi all’Fmi se non salvate Grecia e Euro». E Cameron è con lui Londra segue Washington: «Senza un’Eurozona stabile, può saltare tutto. Subito gli Eurobond» Alla videoconferenza i leader Ue premono sulla Merkel: ora intervenire per favorire la crescita CONTROCORRENTE

di Francesco Pacifico

Protestano tutti i partiti, anche Lega e Idv

Ma io, tedesco, punto sulla politica di Hollande

all’inizio della crisi ad Atene sono emigrati verso lidi migliori 65 miliardi di euro (uno soltanto questa settimana) e quasi 3 milioni tra braccia e cervelli. È un futuro di disgregazione quello che aspetta l’Europa? Ieri se lo sono chiesto, in videoconferenza, i leader della Ue pressati da Obama: «Salvate la Grecia». a pagina 2

Il Pdl blocca D la legge contro la corruzione Il partito di Berlusconi: «Non facciamo ostruzionismo, difendiamo le nostre ragioni». Poi si spacca la maggioranza

di Stefan Kornelius

Der Spiegel rivela i programmi di Schäuble. Che non smentisce

Ma Berlino ha già un Piano B La Germania prepara l’uscita della Grecia dall’Euro. Svalutazione della dracma al 50%, inflazione al 40% e l’esercito a difesa delle banche. Ma il vero incubo di Atene è un altro: diventare terra di conquista della rampante economia turca

Riccardo Paradisi • pagina 6 Enrico Singer • pagina 4

uando si arriva nel ristretto cerchio dei capi di stato e di governo europei si può tirare il fiato. Una volta che si è qui, in mezzo ai presidenti, ai cancellieri e ai primi ministri, si è tranquilli, si è centrato l’obiettivo, si può guardare dall’alto l’opposizione nel proprio paese, le sue meschinerie e le sue critiche. Qui ci si divide la grande torta del potere. In assenza di una vera concorrenza sullo scacchiere europeo, i capi di governo sovrastano i parlamenti e i partiti e snobbano la Commissione europea. a pagina 3

Q

Dallo scudo antimissile all’Afghanistan, l’Alleanza cerca una strategia per il futuro

Un’altra morte sospetta

I Kennedy, tra leggenda L’intervento del generale Camporini prima del vertice di Chicago e tragedia

«Ecco come sarà la nuova Nato»

di Vincenzo Camporini

Al summit è allarme: arrivano i black bloc

in dagli anni Sessanta, da quando cioè i paesi europei dell’Alleanza Atlantica hanno concretizzato la rinascita economica e politica dopo le distruzioni del secondo conflitto mondiale, il tema del «burden sharing», cioè la condivisione degli oneri della difesa comune, è stato posto con enfasi crescente. Durante la guerra fredda, i paesi europei, hanno in qualche modo risposto alle sollecitazioni che venivano dall’altra parte dell’Atlantico. a pagina 10

F

EURO 1,00 (10,00

di Antonio Picasso

Gli anarchici sono stati invitati da Occupy

di Vincenzo Faccioli Pintozzi entre Chicago si prepara per il primo summit della Nato che si svolgerà in una città diversa da Washington, la polizia federale e gli “anziani” del movimento pacifista stanno mettendo in allerta le forze dell’ordine locali. Il problema è la presenza dei movimento dei black bloc, convocato da “Occupy Wall Street” per protestare insieme. a pagina 12

M

CON I QUADERNI)

• ANNO XVII •

NUMERO

94 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

a ex moglie di Robert Kennedy junior, Mary, è stata trovata morta nella sua casa a Bedford, nello stato di New York. Inizialmente la polizia locale ha mantenuto un ermetico riserbo sulla persona e sulle cause del decesso. Ma deve essere stato quel nome, Kennedy, a rompere indugi e remore. La donna, 52 anni e con precedenti di alcol e droga, ma anche dinamica architetto, pare che si sia impiccata.

L

a pagina 16

19.30


Sul tavolo della videoconferenza dei leader della Ue la «minaccia» americana. E Lagarde chiede alla Bce di abbassare i tassi

Obama alza la voce

«Basta fondi Usa all’Fmi se non salvate la Grecia», Washington teme di restare schiacciata dalla crisi europea. E preme sulla Merkel di Francesco Pacifico

ROMA. Dall’inizio della crisi ad Atene sono emigrati verso lidi migliori 65 miliardi di euro (uno soltanto questa settimana) e quasi 3 milioni tra braccia e cervelli. A Madrid – dove il premier Rajoy si affanna a smentire pericolosi paralleli con l’altro malato d’Europa – El Pais ha denunciato che i correntisti di Bankia avrebbero ritirato depositi per un miliardo di euro. Il governo e l’istituto appena nazionalizzato smentiscono. Ma è difficile rasserenare gli animi quando il Paese entra ufficialmente in recessione (-0,3 del Pil nel primo trimestre) e per piazzare circa due miliardi BARACK OBAMA

Per tutto questo, per arginare un contagio che ben presto potrebbe colpire anche la Francia, l’Europa ha deciso di cambiare strategia. E si presenterà al G8 che parte oggi a Camp David sorprendentemente unita. Non più divisa tra il fronte della crescita invocata prima da Cameron e poi da Monti e Hollande, e quello del rigore marchio di fabbrica della Merkel.

A ben guardare c’è ancora una volta la tentazione della Germania di approfittare della situazione. E – come già avvenuto in fase di Six Packt e Fiscal compact – rilanciare una riforma della governance della Ue per controllare meglio le economie meno virtuose. Il futuro presidente dell’Ecofin, e ministro tedesco delle Finanze Wolfang Schaüble, ha sotche tolineato «l’Europa deve avere un volto, una legittimazione democratica e un governo europeo». E secondo l’esponente bavarese l’unità politica passa per «un presidente dell’Europa eletto a suffragio universale»,

«Non possiamo continuare a impoverire gli Usa per aiutare l’Europa» e mezzo di Bonos a medio termine deve riconoscere rendimenti di un punto percentuale superiore alla media.

in grado di superare l’attuale meccanismo dei veti. E nella stessa logica, quella della guerra di posizione, il neoministro dell’Economia francese, Pierre Moscovici, si è presentato dichiarando che il Fiscal compact «non sarà ratificato così com’è, bisognerà completarlo con una strategia per la crescita. È necessario riorientare la costruzione europea, non per voltare le spalle alla responsabilità sul bilancio». L’economista riformista ha ricordato che «Francois Hollande l’ha sempre detto, bisogna combattere il debito pubblico, dobbiamo ridurre i deficit, dobbiamo mettere in sicurezza la situazione della Francia. È fondamentale: un Paese che si indebita è un paese che si impoverisce». Ma a sentire quanto si sono detti Angela Merkel, François Hollande, José Maria Barroso, Mario Monti, David Cameron e Herman Van Rompuy nella teleconferenza di preparazione al vertice per la prima volta i maggiori leader europei confermano all’unisono la volontà di salvare la Grecia, lanciare al più presto piani per accelerare la crescita e di continuare sulla strada delle riforme. Questo serrare le righe vuole essere una risposta a un’America, stanca di pressare la

Merkel e convincerla ad allargare i cordoni della Borsa. Se fino a qualche settimana fa gli americani promettevano persino risorse sul debito sovrano dei Piigs, nelle ultime 48 ore prima sono arrivati due preoc-

ANGELA MERKEL

contenere la crisi». Lanciando quello che sarà un refrain nella campagna di Obama, ha scandito che «l’economia americana deve ancora riprendersi dalla crisi e fronteggiare i rischi che provengono soprattutto dall’Europa». Il che può portare al cortocircuito se non si affrontano «la crescente competitività delle potenze emergenti e i pericoli alla sicurezza portati da Paesi come l’Iran». Quindi un uppercut che rischia di tramortire il Vecchio Continente. Il segretario al Tesoro ha fatto sapere che siccome «l’Europa è un’area molta ricca e ha la capacità di gestire, allora gli Stati Uniti non concederanno nuovi fondi attraverso il Fondo monetario internazionale».

«Se servono politiche che aiutino la crescita, siamo aperti a questa possibilità» cupanti moniti da Oltreoceano. Intanto Ben Bernake ha ammesso che la Ue resta la maggiore minaccia per la crescita americana. E così la Fed non esclude nuovi aiuti, mentre la Casa Bianca è pronta a studiare nuovi stimoli. Ma a dichiarare guerra al Vecchio Continente ci ha pensato Tim Geithner. Secondo il segretario di stato al Tesoro non soltanto gli europei devono fare di più, ma – Germania in testa – devono risolvere da soli i loro problemi. «E ce n’è ancora di lavoro da fare per

Con la Grecia che rischia di uscire dall’euro, la Spagna che rischia di spronfondare dentro un buco da 320 miliardi legato alle passate avventure sull’immobiliare e la Bce che deve lesinare le sue risorse sulle aste di rifinanziamento, l’out out americano sul Fmi potrebbe ac-


prima pagina

18 maggio 2012 • pagina 3

Ma io, tedesco, punto su Hollande L’editorialista della “Süddeutsche Zeitung”: «La politica contro nazionalismo e populismo» di Stefan Kornelius uando si arriva nel ristretto cerchio dei capi di stato e di governo europei si può tirare il fiato. Una volta che si è qui, in mezzo ai presidenti, ai cancellieri e ai primi ministri, si è tranquilli, si è centrato l’obiettivo, si può guardare dall’alto l’opposizione nel proprio paese, le sue meschinerie e le sue critiche. Qui ci si divide la grande torta del potere. In assenza di una vera concorrenza sullo scacchiere europeo, i capi di governo sovrastano i parlamenti e i partiti e snobbano la Commissione europea. Questo rende il Consiglio europeo così speciale e al tempo stesso così prevedibile. Perché nulla priverebbe più rapidamente il Consiglio del proprio potere che il conflitto e un ritorno al passato. Quando si è un uomo o una donna di stato, si è al di sopra delle ideologie. Per questo motivo il Consiglio ha reagito con tanta perplessità alla volgare menzione fatta durante la campagna elettorale greca e francese alle difficile alternative di fronte alle quali si trovava la politica europea, quando il nazionalismo e il populismo sembrano diventare una sorta di rimedio universale: spingere o meno la Grecia fuori dall’euro; distribuire aiuti o stringere la cinta; aumentare le imposte per i più ricchi o ridurle.

Q

Lo stato-nazione è diventato troppo angusto per questa Europa, che sul piano commerciale è da tempo alla mercé delle forze della globalizzazione, e che non può far valere il suo rango nel concerto delle potenze mondiali. Sono almeno dieci anni che l’Europa è alle prese con la globalizzazione. La sua prima reazione immatura è stata quella di creare l’euro e di dotarsi, senza convinzione, di un protocollo addizionale – il trattato di Lisbona. Il continente non si è mai veramente abituato alle curve ascendenti e discendenti della globaliz-

Finora, ai vertici dell’Ue non c’è stato confronto ideale né progettuale. Il nuovo presidente francese potrebbe riaccendere il dibattito e l’interesse dei cittadini

Ma allora chi decide per l’Europa? Un apparato istituzionale incompiuto? Se funzionasse meglio, questo Consiglio godrebbe di maggiore fiducia. Ma le questioni veramente centrali – la legittimità democratica, la sorveglianza e il controllo – rimangono in sospeso. Altrettante dimostrazioni dell’immaturità del continente. Le istituzioni nazionali sono troppo deboli per portare da sole il peso dell’intera Europa. celerare le tensioni sui mercati e sul debito sovrano. Al riguardo nuova impennata tra lo spread tra il Bonos spagnolo e Bund tedeschi (489 punti dopo il record di 497), mentre quello tra il Btp e il decennale tedesco arriva a 441 punti dopo un massimo di 449. Ma le tensioni sono ben visibili

MARIO MONTI

zazione, del libero mercato, dei capitali nomadi e del libero accesso all’informazione. Per questo motivo è sempre forte la tentazione di indossare i panni del patriota e godere del dolce comfort della nazione.

Per quanto riguarda invece la stabilità e la prevedibilità democratica la situazione non è molto migliore – come testimonia un patto di bilancio claudicante. Un patto che vuole rispettare tutte le sovranità (così da permettere agli irlandesi di non votare no al referendum), ma al tempo stesso prevede di attribuire più potere all’Europa. Possiamo vedere in tutto ciò la fine della capacità di consenso dell’Unione? L’Europa ha bisogno di alternative, di confronti, di ideologia? Quando François Hollande si è gettato nella campagna elettorale con i suoi cavalli di battaglia socialisti, la cancelliera tedesca non è stata l’unica a storcere la bocca. Era necessario che la crisi scivolasse verso uno scontro sul credo politico

anche ieri, dopo le grandi perdite che hanno interessato tutti i mercati europei. A Londra il Ftse 100 cede l’1,24 per cento, a Milano il Ftse Mib perde l’1,46, a Francoforte il Dax cede l’1,18, Parigi registra un -1,2, mentre Madrid – dove il titolo Bankia ha lasciato sul terreno l’11 per cento – cala dell’1,11 e Atene arretra del 3,79. Va da sé che più diminuisce la capitalizzazione di Borsa e più si spende per il servizio al debito, meno risorse ci sono per le aziende per investire e per i governi per ampliare il raggio degli ammortizzatori sociali e degli strumenti di outplacement.

«Non c’è scelta: l’obiettivo di tutti resta lo sviluppo coniugato con il rigore»

della destra? Che ancora una volta si assistesse al ritorno dei “compagni” e delle loro ideologie polverose: socialisti contro neoliberisti, statalisti contro sostenitori della redistribuzione delle ricchezze? Risvegliando la voglia di ideologie, il nuovo presidente ha involontariamente messo il dito su quello che mancava all’Europa: la libertà di scelta, la polarizzazione, il dibattito democratico – e quindi la passione, quella che spinge la gente a impegnarsi in politica. L’istinto di Hollande ha mostrato che la passione permette di vincere le elezioni.

Ma ci vuole prudenza. L’Europa non è abbastanza forte per assorbire questo scontro. Non ancora. Nel club dei potenti Hollande non ci metterà molto a rendersi conto che i grandi problemi ai quali è confrontato il continente europeo necessitano di grandi coalizioni. Così questo realista diventerà ben presto un maestro del consenso, a fianco di Angela Merkel. Ma l’idealista che è in lui non dovrebbe abbandonare la sua fibra ideologica. L’Europa e le sue istituzioni, se saranno abbastanza forti, dovrebbero essere capaci di sopportare la forza della politica. © Süddeutsche Zeitung

Una situazione insostenibile, soprattutto se si pensa che la disoccupazione è un indicatore ritardato, che i posti di lavori continuano a calare anche se migliora l’economia. Ieri l’Ilo (l’Organizzazione internazionale del lavoro) e l’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) hanno stimato in un rapporto congiunto sul mercato del lavoro presentato al G20 del Lavoro, che a crisi finanziaria – dal 2008 ad oggi – ha bruciato circa 21,3 milioni di posti di lavoro tra i grandi del mondo. Con il risultato che la disoccupazione gio-

DAVID CAMERON

«O l’Eurozona torna stabile, con banche solide e politiche di sostegno, o saranno guai» vanile ha raggiunto un numero di unità pari a quota 37 milioni. Secondo le due organizzazioni per tornare al tasso di occupazione precedente alla crisi si dovrebbero creare circa 21 milioni di posti di lavoro soltanto nel 2012. Ma, siccome l’occupazione continuerà a crescere al ritmo attuale dell’1,5 per cento,

«sarà impossibile’ colmare il gap accumulato nei Paesi del G20 a partire dalla crisi scoppiata nel 2008». Intanto ad Atene continua una campagna elettorale tutto incentrata sullo spettro del ritorno alla dracma. Che non vuole neppure il leader della sinistra radicale Syriza, Alexis Tsipras. Ieri, dopo aver accusato la Merkel di stare giocando una partita a poker sulla pelle delle gente, ha annunciato attraverso la Cnn che «se la Grecia esce dall’euro, la prossima potrebbe essere l’Italia». Per questo raccoglie facili consensi – i sondaggi lo danno tra il 20 e il 23 per cento – promettendo che una volta eletto forzerà la mano all’Europa per «ottenere la cancellazione del cosiddetto memorandum firmato con la Troika e la sua rinegoziazione».


pagina 4 • 18 maggio 2012

l’approfondimento

Secondo il settimanale «Der Spiegel», Berlino ha già pronta la strategia per il ritorno della dracma. E Schäuble non ha smentito

Il Piano B

È quello preparato dalla Germania per gestire l’uscita della Grecia dall’Euro. Inflazione al 50% e l’esercito a difesa delle banche. Ma il vero incubo dei leader greci è un altro: diventare terra di conquista della rampante economia turca di Enrico Singer opo le elezioni del 17 giugno la Grecia tornerà alla dracma abbandonando la sua disastrosa avventura nell’euro? Questa – tecnicamente – è ancora un’eventualità, perché dalla nuova consultazione elettorale anticipata potrebbe anche venire fuori una maggioranza favorevole a rimanere nella moneta comune europea accettando tutte le condizioni che sono state poste da Bruxelles. Ma, politicamente, è quasi Wolfgang E un’illusione. Schäuble lo ripete in continuazione: il piano di salvataggio della Grecia non può essere rinegoziato. «Si tratta di un programma di aiuti che è stato preparato e discusso in modo estremamente dettagliato e non sarà il risultato di un’elezione a poterlo modificare», ha dichiarato il ministro delle Finanze tedesco – che è anche il candidato più forte alla presidenza dell’Eurogruppo – e la sua è una sentenza senza appello. È un messaggio inviato a chi governerà ad Atene domani come tra due mesi: le regole

D

per fare parte di Eurolandia sono cambiate, sono diventate più stringenti, sono fissate in quel fiscal compact che sarà, probabilmente, accompagnato anche da misure per la crescita – da un growth compact che potrebbe essere approvato già nel vertice europeo di fine giugno – ma che non prevede sconti per la Grecia. Di sicuro Schäuble non è un grande diplomatico. Era stato il primo a dire che l’euro può anche fare a meno della Grecia e non ha cambiato idea. Anzi, ha istituito una commissione di esperti per studiare lo scenario del ritorno alla dracma che il nuovo governo greco potrebbe decidere come suo primo atto.

La notizia della creazione di questa task force è stata data dal settimanale tedesco Der Spiegel che alla crisi greca ha dedicato la sua copertina con un’immagine molto eloquente: l’euro ridotto in pezzi tra le rovine dell’Acropoli. Wolfgang Schäuble non l’ha smentita. «Sarebbe ben strano se il nostro governo non si preparasse

a tutte le possibili emergenze in modo di essere in grado di dominare anche situazioni che non saranno facili per l’Europa», ha ammesso il ministro. Il “piano B” tedesco prevede sia quello che potrebbe accadere in Grecia con il ritorno alla dracma, sia quello che dovrebbe fare Eurolandia per minimizzarne i contraccolpi. Gli effetti del terremoto interno sono stati anticipati da più parti. L’abbandono dell’euro verrebbe deciso durante un fine settimana, a mercati chiusi, con un cambio di uno a uno: una drac-

La vecchia moneta sarebbe svalutata almeno del 50%

ma (in teoria) un euro. Per gli stipendi e i prezzi la parità offre il vantaggio di non dover cambiare i software di gestione e i registratori di cassa. Ma la tempesta comincerebbe alla riapertura dei mercati. E sarebbe devastante. La neo-dracma precipiterebbe fino a svalutarsi del 50-70 per cento. L’inflazione farebbe un balzo del 40-50 per cento nel primo anno. Immediato, invece, sarebbe l’assalto alle banche per ritirare i depositi e, per difendere gli istituti di credito e gli stessi bancomat, dovrebbe scendere in campo anche l’esercito. Nella fase cruciale di transizione (attorno a una settimana) il governo dovrebbe imporre il congelamento dei conti correnti e la chiusura delle banche definita dallo Spiegel con l’eufemistica formula di un «periodo di bank holiday»: in pratica, sarebbe possibile prelevare soltanto 50-100 euro al giorno per le necessità quotidiane. Ma anche così il rischio di fuga all’estero dei grandi capitali sarebbe enorme. Tra gli scenari considerati possibili c’è anche quello che prevede ten-

sioni sociali acute, scioperi e disordini con il razionamento di medicine, cibo, benzina.

L’unico vantaggio del ritorno alla dracma – svalutata rispetto al cambio di 340,75 per 1 euro dell’ingresso nella moneta comune, dieci anni fa – sarebbe quello di attirare di nuovo i turisti. Proprio i tedeschi chiamavano la Grecia (e, per la verità, anche l’Italia, la Spagna e il Portogallo) Vacanzeland. Ma per i greci importare prodotti dall’estero diventerebbe sempre più caro e la bilancia commerciale del Paese, già in forte passivo, andrebbe definitivamente in tilt perché tutte le materie prime, a cominciare dal petrolio, e tutti i prodotti industriali, comprese le automobili, arrivano da fuori e dovrebbero essere pagati in valuta pregiata. La fragilità del tessuto economico greco è la ragione di fondo della crisi finanziaria e per rimettere il Paese in carreggiata potrebbero essere necessari anni. E ci vorrebbe ancora l’aiuto dell’Europa. Nello scenario preparato a Berlino è prevista l’u-


18 maggio 2012 • pagina 5

La polizia teme che la gente possa essere spinta ad emulare il protagonista

«Attenti alle parole-pallottole» Un romanzo scatena le polemiche

Un serial killer si aggira per Atene uccidendo ricchi evasori fiscali. È la trama dell’ultimo romanzo di Petros Markaris che solleva un putiferio di Julian Borger n serial killer perlustra furtivamente la ricca periferia di Atene alla ricerca di vittime particolari: sono tutti greci molto benestanti che hanno evaso le tasse e i cui cadaveri saranno disseminati tra le rovine della città antica. Sono tutti avvelenati con la cicuta, con cui fu messo a morte Socrate. La Grecia sta patendo davvero di tutto di questi tempi, compresa una significativa impennata della criminalità. Ma questo horror è frutto di fantasia: è la trama dell’ultimo romanzo di Petros Markaris, scrittore di thriller e commentatore sociale del suo paese, una delle voci più ascoltate e citate nella crisi. Gli assassinii al centro della storia raccontata nell’ultimo libro di Markaris, che si intitola I Pairaiosi (La remissione, ndt.), stanno avendo un forte impatto sui lettori infuriati con l’élite del paese che ha evaso le tasse, la cui sconsideratezza ha contribuito a mettere in ginocchio la Grecia.

U

Molti lettori – al pari del protagonistavoce narrante, l’ispettore Costas Haritos – sono raccapricciati e al contempo provano una subdola forma di ammirazione nei confronti dell’assassino, che si fa chiamare l’Esattore Nazionale e che pretende soldi non per sé, ma per le casse dello stato. L’ondata di simpatia nei confronti del killer è stata tale tra la popolazione che Markaris ha ritenuto opportuno pubblicare in quarta di copertina una nota: «Attenzione, le azioni narrate in questo romanzo non devono essere emulate». «Volevo raccontare una storia reale su come si è sviluppata la crisi e come colpisce la gente comune», spiega Markaris nel suo appartamento ateniese. Ai suoi occhi una crime story costituisce la forma migliore di commento sociale e politico, perché buona parte di quanto sta accadendo oggi in Grecia di fatto è un delitto. «Il titolo, nell’antica Grecia, alludeva alla fine della vita, a quando si regolano i conti in sospeso», ha spiegato il settantacinquenne Markaris. «Ma nell’accezione odierna è un metodo per aumentare il gettito fiscale. In cambio del pagamento di una sanatoria al fisco – un condono, appunto – lo stato concede l’amnistia a chi non ha pagato le tasse». Nato a Istanbul da un genitore greco e uno armeno, Markaris si è stabilito ad Atene intorno ai trent’anni, ma scruta con occhio ancora straniero i problemi greci. «Questo è un sistema che si è andato costituendo giorno dopo giorno, sin dall’inizio del secolo, accelerando negli ultimi trent’anni». Il sistema in questione è comunemente chiamato clientelismo e riguarda l’élite greca – gli armatori, i medici, gli avvocati e i giornalisti più famosi – che finanzia i due partiti più importanti e ottiene le cari-

che più alte per i propri figli in cambio di investimenti e di un’esenzione fiscale praticamente a vita. Si tratta di una tacita collusione che è stata mascherata nei conti pubblici della nazione ed è venuta a galla in modo eclatante soltanto quando il paese non è più riuscito a ottenere prestiti sui mercati internazionali per continuare a finanziare le sue abitudini. Quando il governo uscente ha dato la caccia ai medici ateniesi nel tardivo sforzo di riscuotere una parte delle tas-

L’omicida uccide avvelenando le sue vittime con la cicuta, emblema della morte di Socrate se dovute, ha scoperto che la maggioranza non pagava proprio niente, avendo dichiarato di avere redditi inferiori alla soglia minima di reddito fissata in 12mila euro. Anche se ha automobili di proprietà del valore di molte volte superiore a quella cifra.

Nel braccio di ferro tra i riformisti al governo e l’élite hanno perso i riformisti. La crisi di governo ha portato alla convocazione di nuove elezioni. Nel frattempo i ricchi continuano a gremire i bar e i ristoranti più eleganti, mentre gli operai e buona parte della piccola borghesia devono far fronte alla povertà. Markaris stesso vive in un modesto appartamento nel centro di Atene che ha palesemente visto giorni migliori. Ormai la rabbia dilaga e compare in tutta la sua violenza sui muri sotto forma di graffiti e di scritte con le quali si minacciano gli immigrati di espulsione o peggio. Markaris riempie le pagine

dei suoi libri con quello che osserva nella realtà che lo circonda. L’incipit del suo ultimo romanzo è una frase dell’ex presidente Konstantinos Karamanlis, che definisce la Grecia un «enorme manicomio». Nel primo capitolo quattro signore anziane si suicidano lasciando tutte un biglietto col quale comunicano che i tagli alle loro pensioni non gli permettono più di acquistare le medicine e che non vogliono essere più un fardello per la società. Casi simili sono realmente accaduti negli ultimi due anni. Secondo le statistiche ufficiali il tasso dei suicidi è aumentato del 22 per cento, ma probabilmente il dato è ancora inferiore alla realtà. Spesso, infatti, le famiglie ortodosse per la vergogna cercano di mascherare i suicidi. Quando scopre le reali motivazioni dell’Esattore Nazionale, l’ispettore Haritos osserva asciutto che se tutti gli evasori fiscali del paese fossero stati assassinati la popolazione sarebbe ridotta «a qualche salariato, ai disoccupati e alle casalinghe». «Il sistema che ha guidato questo paese sin dalla caduta della giunta militare è fallito», dice Markaris. «L’austerity ha devastato il panorama politico. Resta da capire se la Grecia ce la farà a sopravvivere, e se l’Europa a sua volta riuscirà a sopravvivere alla rovina della Grecia. Non so che risposta dare a queste domande». © Presseurop.eu

scita della Grecia dall’euro, ma non dalla Ue. Per questo è considerato «opportuno» che il ritorno alla dracma – in greco drax significa manciata e da questa parola viene il nome della moneta – scatti dopo il primo luglio, quando il nuovo fondo permanente salva-Stati sarà entrato in vigore e consentirà di pilotare l’inevitabile bancarotta del Paese al quale la Ue confermerebbe comunque una parte dei fondi promessi da utilizzare per pagare i creditori internazionali che, poi, sono la stessa Bce e molte grandi banche tedesche e francesi. Ma, al di là delle ipotesi più o meno catastrofiche degli scenari previsti a Berlino, c’è da considerare un’altra ricaduta dell’eventuale addio di Atene all’euro. Una Grecia ancora più indebolita e fuori da Eurolandia diventerebbe terreno di conquista da parte del suo nemico di sempre, la Turchia, la “Cina dietro l’angolo”, che non è più interessata a entrare nella Ue in crisi, ma vuole accrescere la sua influenza secondo il sogno, nemmeno tanto segreto, di Erdogan che punta a resuscitare in chiave economica l’impero Ottomano.

Per la Grecia, che ha subito l’occupazione turca per quasi quattrocento anni – dalla caduta di Atene nel 1456 alla riconquista dell’indipendenza nel 1830 – sarebbe come ripiombare in un incubo. Eppure non si tratta di un’ipotesi di pura fantapolitica. La dracma debole favorirebbe la penetrazione di gruppi finanziari e industriali e in questo momento di crisi economica i colonizzatori più accreditati a invadere la Grecia non sono i Paesi della Ue, azzoppati dalle politiche di rigore, ma proprio la Turchia che, da tre anni a questa parte, corre al ritmo del 10 per cento di aumento del Pil e che ha una capitalizzazione di Borsa sette volte superiore a quella della Grecia. Nella campagna elettorale per il nuovo voto anticipato che sta per cominciare, questo pericolo potrebbe essere uno degli argomenti dei partiti – come Nea Dimocratia e Pasok – che ancora vogliono mantenere il Paese ancorato all’euro e al nucleo duro dell’Europa contro tutti gli estremismi di sinistra e di destra. Assieme a temi molto più vicini alle tasche dei greci. Tra i calcoli degli esperti del ministro delle Finanze tedesco, per esempio, c’è anche quello di quanto dovrà pagare chi ha contratto un mutuo in euro. Nell’ipotesi di un finanziamento da 100mila euro ottenuto da una persona che guadagna 2000 euro al mese, oggi la rata (660 euro) rappresenta circa un terzo dello stipendio e, dopo il ritorno alla dracma, ne rappresenterebbe quasi la metà. L’addio all’euro, insomma, più che risolvere i problemi della Grecia, li moltiplicherebbe. Soprattutto nel breve periodo. Ma la strada sembra obbligata. Almeno ad ascoltare Wolfagang Schäuble.


politica

pagina 6 • 18 maggio 2012

Le commissioni riunite non riescono a esaminare nemmeno un articolo della norma

Il Pdl blocca la legge contro la corruzione «Non è ostruzionismo, difendiamo le nostre ragioni» Pd e Udc insorgono: «Basta emendamenti, votiamo» di Riccardo Paradisi i fa presto a dire decreto anticorruzione, poi bisogna farla la legge. Il Pdl si mette di traverso nelle commissioni riunite Affari Costituzionali e Giustizia della Camera dove invece Lega, Idv, Pd e Udc chiedono di velocizzare la discussione, passando al più presto alle votazioni sugli emendamenti alla proposta del governo sulla lotta alla corruzione. Ne nasce uno scontro prolungato nelle commissioni affari costituzionali e famiglia dove alla fine passa nelle commissioni affari costituzionali e giustizia della Camera un emendamento del Pd al ddl anticorruzione che aumenta la pena per la corruzione per atti

S

Il ministro Severino si era rimessa all’Aula suggerendo di accantonare l’emendamento in modo da riflettere contrari ai doveri d’ufficio e la maggioranza si spacca. Il Pdl ha votato contro. A sostenere l’emendamento sono stati invece Fli e Idv. L’Udc, che avrebbe appoggiato la norma, alla fine decide di astenersi avendo capito che l’emendamento ha innescato una frattura tra i partiti che sostengono il governo.

Il ministro Paola Severino si era rimessa all’Aula suggerendo però di accantonare l’emendamento in modo da riflettere. «Se aumentiamo le pene per questo reato- dice Severino- dobbiamo di conseguenza aumentare quelle più gravi per concussione e per induzione e a catena quelle inferiori». Il capogruppo del Pdl Enrico Costa, chiedendo l’accantonamento dell’emendamento, dice: «L’approvazione di questa norma andrebbe a

certificare che ormai è nata una maggioranza diversa da quella che sostiene il governo. Questo atteggiamento non produttivo in termini di dialogo. Chiediamo che venga messo in votazione all’inizio della discussione della prossima seduta altrimenti temo che verranno compromessi i lavori. Mi sembra che il Pd stia cercando di fare una forzatura su questo emendamento». Il primo a prendere la parola era stato l’esponente del Carroccio, Raffaele Volpi, che si è richiamato all’articolo 44 del regolamento della Camera perché si inizi al più presto a votare. «Chiedendo di votare l’interruzione della discussione, e di passare al voto degli emendamenti, la Lega Nord ha scoperto il gioco della maggioranza che continuava a dilatare i tempi in commissione del decreto anticorruzione. E così il Carroccio si intesta il merito di aver smascherato le contrapposizioni all’interno della maggioranza, e quelle tra la maggioranza e il governo. Anche Il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, ha ritirato gli emendamenti presentati dal partito e lo stesso ha fatto l’Udc, con l’annuncio di Lorenzo Ria. Il Pdl da parte sua aveva respinto da subito le accuse di ostruzionismo: «Noi non stiamo facendo ostruzionismo stiamo difendendo le nostre ragioni – dice Manlio Contento – ci sono elementi importanti da valutare per migliorare la lotta alla corruzione. Ci aspettiamo una apertura del ministro su alcune questioni sollevate da noi sui minimi e i massimi di pena per consentire ai giudici di graduare la pena». Che il Pd fosse contrario ad accordi al ribasso lo si era capito subito parlando di “excusatio non petita, accusatio manifesta”. Prova a gettare acqua sul fuoco il leader Udc Pierferdinando Casini, che non vede ostruzionismo da parte del Pdl, ma la necessità di chiarire alcuni punti. «L’atteggiamento

del Pdl sul ddl anti-corruzione non è ostruzionismo. Penso che ci sia la necessità di chiarire, bisognerà farlo con serenità senza ultimatum da parte di nessuno».

Anche Angela Napoli del Fli, che è relatrice, aveva preannunciato di ritirare gli emendamenti di Fli se si fosse potuto votare subito l’emendamento del governo, ma poiché restano in campo tutti i sub emendamenti Pdl e quindi i lavori non si possono velocizzare più di tanto, Napoli ha deci-

A rischio l’elezione del Pdl Iorio: atteso l’intervento del Consiglio di Stato

Regionali in Molise: annullato il voto del 2011 Il Tar accoglie il ricorso del centrosinistra che aveva denunciato un vizio nella presentazione delle liste di Marco Palombi

ROMA. Qualcuno lo chiamerebbe contrappasso. Michele Iorio divenne padrone del Molise nel 2001 – e non s’usa la parola a caso – dopo aver fatto annullare per vizi formali nella presentazione delle liste, le elezioni vinte qualche mese prima dall’ulivista Giovanni Di Stasi. Oggi rischia di perdere la sua terra per lo stesso motivo: il Tar, infatti, ha ieri annullato le elezioni che nell’ottobre 2011 l’avevano per la terza volta confermato presidente della Regione. Don Michè, medico di provincia, già sindaco di Isernia e poi assessore regionale col centrosinistra, convertitosi dalla sera alla mattina al berlusconismo e a cavallo di que-

sto giunto al potere supremo, ha governato per undici anni su un “regno su cui non tramonta mai il sole”: così lo irridono gli antipatizzanti visto che il nostro non si accontenta certo dei suoi (peraltro costosissimi) uffici di Campobasso, ma ha pensato bene di aprirne un paio a Roma, uno a Bruxelles in un bel villino e di realizzare persino una “Casa Molise” a Buenos Aires. Sugli sprechi, in particolare della ricostruzione post-terremoto del 2002 e post-alluvione del 2003, la natura nepotista e clientelare del governo Iorio s’è scritto e detto di tutto in questi anni: per chi si sia perso i precedenti in questi anni fa testo un libro assai documentato di Vinicio

D’Ambrosio (Il regno del Molise, edizioni Il Chiostro). Quel che conviene spiegare invece è come si è arrivati alla decisione del Tar di ieri e cosa potrebbe accadere adesso. Era successo che il 16 e 17 ottobre scorsi don Michè era uscito vincitore per meno di mille voti dalle regionali: il suo competitor, appoggiato dal centrosinistra, altri non era che un suo ex sodale e compagno di partito, Paolo Di Laura Frattura, oggi con il fiocchetto arancione alla De Magistris/Pisapia, in realtà figlio d’arte di notabile democristiano, già candidato col PdL e organico al sistema di potere di Iorio. Avversario difficile, insomma, nel piccolo regno da 320mila abitanti che


politica

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so di mantenere anche quelli di Fli. I partiti si riuniscono ma mon sono bastati dieci minuti di confronto informale tra Pdl, Pd, Udc e Governo per trovare una strada per superare l’ostruzionismo del Pdl sul ddl anticorruzione. Durante la sospensione della seduta delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera si è solo trovato il modo di organizzare le votazioni in modo da anticipare il voto su alcuni subemendamenti all’emendamento. Severino sulle norme penali sui quali c’è una certa

L’Udc si astiene avendo capito che l’emendamento ha innescato una frattura in maggioranza

produce 30 euro ogni 100 che ne spende: Frattura è uso di mondo, vicino a quel po’ di società civile regionale, nato ad un parto col potere politico locale e per di più giovane, fotogenico e non usurato dal tempo come Iorio. Ne uscì una coalizione di centrodestra confusissima, col Terzo Polo che si squagliò in anteprima nazionale e una vittoria sul filo di lana: alla fine quei 900 voti di distanza furono ancor più duri da digerire perché frutto di tanto voto disgiunto per Frattura (evidentemente gradito anche a pezzi di centrodestra). Ne nacquero pure contestazioni fortissime dello sfidante su schede ingiustamente annullate e altre ingiustizie.

Iorio lasciò dire e s’insediò: il riconteggio sulle schede “sospette”(tremila) gli tolse qualche voto, ma non abbastanza e dunque Don Michè poté restare presidente della regione col debito sanitario percentualmente più rilevante in Italia, debito che lui ha in larga parte provveduto a creare e per il quale è stato pure nominato commissario ad hoc del governo. Così va in Molise o almeno così andava fino a che otto elettori del centrosinistra si sono assunti l’onere di presentare ricorso al Tar su una

serie di irregolarità nella presentazione delle liste a sostegno del governatore, in particolare di quella chiamata “Molise Civile”: firme doppie e senza documenti, moduli senza data e altre amenità che avevano consigliato la commissione elettorale di escludere inizialmente la li-

so di far ripetere le elezioni. Ora c’è un nuovo problema: teoricamente don Michè ha ancora diritto a fare ricorso al Consiglio di Stato – e a questo lo spingerebbero anche i consiglieri di maggioranza, impegnati in questi giorni ad approvarsi una normetta in odore di incostituzionalità per

Nel 2001, quando diventò Governatore per la prima volta, l’esponente di centrodestra aveva fatto annullare le elezioni appena vinte dall’Ulivo sta, per poi riammetterla a ridosso del voto. Evidentemente le contestazioni hanno convinto i giudici amministrativi molisani, che ieri hanno deci-

prolungare obbligatoriamente la legislatura di otto mesi – ma tempo fa lui stesso aveva promesso nell’aula del consiglio regionale che non lo

avrebbe fatto, tanto era sicuro di avere ragione.

Si dovesse rivotare, i candidati sarebbero comunque ancora l’usato sicuro Iorio e il giovane Di Laura Frattura: il primo ha l’appoggio dell’Udc regionale, il secondo dovrebbe aver perso quello di Costruire Democrazia di Massimo Romano (4,23% ad ottobre), ma potrebbe avere il sostegno di Futuro e Libertà. Resta da chiarire, prima di queste elucubrazioni, un particolare per cui è necessario il dispositivo della sentenza: non si sa, infatti, se si dovrà rivotare nella stessa formazione del 2011, escluse le liste prive dei requisiti, oppure se il meccanismo andrà ripetuto ex novo. Nella seconda ipotesi ci sarebbe un’ulteriore dubbio da chiarire: la legge per l’elezione diretta dei presidenti di regioni pone il limite delle due candidature consecutive (Iorio, Formigoni ed Errani hanno presentato già la terza perché la prima volta che furono eletti non c’era il divieto) e don Michè s’è già giocato il bonus a ottobre. Qualcuno lo chiamerebbe contrappasso: il regno di Iorio, nato 11 anni fa per un cavillo, rischia cavillando di tramontare oggi. D’altronde, anche le cose più belle prima o poi finiscono.

uniformità di giudizio nella maggioranza. Altri emendamenti sono stati ritirati (a cominciare da quelli dell’Idv e dell’Udc) e saranno ripresentati per l’aula. Agela Napoli non partecipa all’incontro: «Sia chiaro che io sono l’unica - ha detto - che non partecipa a questo incontro-inciucio». Sale la protesta dell’Idv per quello che ritiene l’ostruzionismo del Pdl nelle Commissioni riunite, Affari Costituzionali e Giustizia della Camera. Il Pdl, è la denuncia di Di Pietro, dimostra con «il suo ostruzionismo che sono in Parlamento non per portare avanti un progetto politico giudiziario ma garantire le richieste che sono state fatte, di spuntare le ali ai magistrati». Di Pietro ritorna agli anni di mani pulite: «In questi giorni mi sembra di rivivere quello che ho visto con i miei occhi nel ’92-’93. Ma allora si restava a bocca aperta aspettando ogni mattina a chi sarebbe toccato e sperando di cavarsela». Oggi c’è «una forza politica in parlamento che usa mezzi formalmente leciti ma moralmente volgari per impedire la riforma dei reati contro la pubblica amministrazione». Di Pietro arriva al climax: «vorrei sapere chi è il mandante. Non una sola persona, ma un sistema di persone che in una nuova Castiglion Fibocchi si sta disponendo».

Le commissioni Giustizia e Affari Costituzionali della Camera alla fine hanno approvato un emendamento del Pd che aumenta le pene minime da 3 a 7 anni e quelle massime da 4 a 8 per il reato di corruzione per atti contrari a dovere d’ufficio. Federico Palomba dell’Idv, che per stoppare l’ostruzionismo del Pdl, aveva ritirato i circa 30 emendamenti del suo gruppo, attacca il Pd che non ha fatto altrettanto: «Non è possibile consentire votazioni di questo tipo solo per fare vetrina. Li dovevano ritirare come noi».


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La corsa più pazza del mondo È quella “paradossale” tra Achille e la tartaruga raccontata da Zenone. Oggi, quei rompicapo tornano riletti in chiave moderna in un nuovo saggio di Giancristiano Desiderio iuseppe, allora, dimmi chi è Zenone». Giuseppe, colto di sorpresa, ci pensa un po’ e dice: «Ah, sì, professò, è quello della tartaruga». «Risposta esatta» direbbe il grande Mike Bongiorno. Perché, in fondo, i filosofi presocratici sono un po’ tutti identificati così, sia dagli studenti sia dagli ex liceali: Talete è quello dell’acqua, Anassimene è quell’altro dell’aria, Anassimandro è già più strano perché è quello dell’apeiron e poi si continua: Empedocle è quello dell’aria e della terra, del fuoco e dell’acqua, Eraclito è quello del divenire e Parmenide è quello dell’essere è e il non essere non è. Ed è proprio qui che entra in scena il nostro Zenone di Elea che Giuseppe chiama «quello della tartaruga». Perché questa lentissima e invincibile tartaruga, talmente invincibile che neanche il velocissimo Achille è mai riuscita a battere, è passata alla storia della filosofia e della scienza dando filo da torcere a tutti, da Aristotele a Russel. Paradossale? Certo, ma era proprio qui che la «spalla di Parmenide» -come la definisce Luciano De Crescenzo nella sua Storia della filosofia greca che prima o poi farò adottare come libro di testo, almeno Giuseppe leggerà qualcosa voleva arrivare: a mostrare i paradossi che nascono se si ammette l’esistenza dei Molti e del Movimento.

«G

Cose accadute duemilacinquecento anni fa e passate di moda? Mica tanto.Vincenzo Fano ha appena pubblicato un ottimo libro per la Carocci editore intitolato proprio I paradossi di Zenone che sono quattro - la Dicotomia, l’Achille, la Freccia e lo Stadio - anche se Proclo nel suo commento al Parmenide di Platone riferisce che erano la bellezza di quaranta. E, aggiungo io sottovoce, meno male che a noi ne sono giunti solo quattro perché se ci fossero pervenuti anche gli altri trentasei rompicapi ci saremmo davvero rotti la testa nel tentativo di venirne, appunto, a capo. Qui, sulle pagine di questo giornale, non ho uno spazio infinito per parlare di tutti e quattro i paradossi e mi limiterò a parlare solo del più noto. Dunque, la storia della corsa più fa-

mosa della storia del pensiero filosofico e scientifico è questa. Achille e la tartaruga fanno un gara e siccome Achille è veloce e la tartaruga è lenta si decide di dare all’animaletto un vantaggio. Ma una volta riconosciuto il vantaggio, il guaio è fatto: Achille, anche se piè veloce, non potrà più raggiungere la tartaruga perché nel tempo impiegato per recuperare, la tartaruga si sarà mossa e così sempre all’infinito e Achille per quanto veloce non potrà percorrere l’infinito.

Lo scrittore argentino Borges in un brano della raccolta Discussione - Metempsicosi della tartaruga - descrive così la gara: «Achille corre dieci volte più velocemente della tartaruga e le concede un vantaggio di dieci metri. Achille percorre quei dieci metri, la tartaruga percorre un metro; Achille percorre quel metro, la tartaruga percorre un decimetro; Achille percorre quel decimetro, la tartaruga percorre un centimetro; Achille percorre quel centimetro, la tartaruga un millimetro; Achille Piè veloce il millimetro, la tartaruga un decimo di un millimetro e così infinitamente, senza raggiungerla...». Cosa non diversa da quanto aveva già detto Aristotele nella sua Fisica: «Questo argomento intende provare che il più lento, correndo, non sarà mai sorpassato dal più veloce: infatti, necessariamente, l’inseguitore dovrebbe giungere prima là donde il fuggitivo è balzato in avanti; sicché necessariamente il più lento conserva una certa precedenza». Cosa voleva dimostrare Zenone con i suoi paradossi? Che i critici di Parmenide, che non si sa bene chi fossero ma ce ne dovettero senz’altro essere dal momento che il filosofo di Elea affermava l’esistenza del solo Essere-Uno, avevano poco da prendere in giro il suo maestro perché affermando l’esistenza della pluralità e del movimento cadevano in una serie di contraddizioni a dir poco paradossali. Questo modo di argomentare di Zenone è passato alla storia con il nome di dialettica: cosa importante e fondamentale perché il filo-


il paginone

Un’illustrazione di Achille, un vaso attico con raffigurazione di corridori, una moneta greca con l’incisione di una tartaruga, il busto di Zenone, il libro di Fano “I paradossi di Zenone”, un disegno di Michelangelo Pace sofo non enuncia una dottrina ma discute le altre e le confuta inventando di fatto la discussione o dialettica.

Platone nel già citato dialogo Parmenide sottolinea l’importanza di Zenone a modo suo, ossia con grande chiarezza e vale davvero la pena rileggere il passo: «Capisco, Parmenide», disse Socrate, «che il nostro Zenone non vuole guadagnarsi il tuo affetto solo per altre cose con l’amicizia, ma anche con lo scritto. Infatti, in un certo senso, ha scritto lo stesso che hai scritto tu; però cambiando direzione, cerca di illuderci che dice alcunché di diverso.Tu, infatti, nel tuo poema dici che il tutto è uno, e fornisci di questo prove belle e buone. Zenone, da parte sua, dice che i molti non sono, e anch’egli adduce prove assai numerose e grandi. Orbene, il fatto che uno di voi due affermi l’uno e che l’altro neghi invece i molti, e che ciascuno di voi due parli in maniera da sembrare di non dire le medesime cose, pur dicendo all’incirca le medesime cose, mi dà l’impressione che i vostri discorsi vengano fatti al di sopra di noi». Proprio così, «al di sopra di noi». Al che: «Sì, o Socrate», rispose Zenone. «Però tu non hai colto per intero la verità del mio scritto. Però, come le cagne della Laconia, tu insegni bene e trovi le tracce delle cose dette. Ma, prima di tutto, ti sfugge questo: che il mio scritto non ha affatto la pretesa di essere scritto con il proposito che dici tu, e in modo da renderlo oscuro agli uomini, come se venisse portata a compimento una grande cosa. Ma

Spiega l’autore: «Oggi che forme di dogmatismo religioso, filosofico e scientifico prendono piede, il valore liberatorio dell’argomentare va ribadito con forza» tu parli di qualcosa di marginale, mentre, in verità, queste cose sono un soccorso al discorso di Parmenide, contro coloro che cercano di renderlo comico, sostenendo che, se l’uno è, ne deriva che il discorso subisce molte conseguenze ridicole e in contrasto con esso. Perciò questo scritto controbatte obiezioni contro coloro che affermano che i molti sono, e contrappone le stesse cose e anche di più, volendo dimostrare questo: che verrebbe a subire conseguenze ancora più ridicole la loro ipotesi“se i molti sono” che non l’ipotesi “se l’uno è”, se uno la segue in maniera adeguata».

Chiaro? Ma, volendo aggiungere qualcosa - e la filosofia è tutta una “aggiunta” a Platone - vale la pena sottolineare che le argomentazioni di Zenone introducono in

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filosofia proprio l’elemento dell’argomentazione perché la verità non si coglie in base a un’intuizione sovrasensibile o con un intelletto superdotato. È vero, allora, quanto dice Vincenzo Fano nel suo lavoro: «Oggi, in un momento in cui varie forme di dogmatismo, non solo religioso, ma anche filosofico e scientifico, prendono piede, il valore liberatorio dell’argomentare va ribadito con forza. E questo lo si può fare in modo eccellente riprendendo in considerazione i suoi paradossi e la loro fortuna». Su Zenone di Elea ci sono giunte anche altre notizie. Relative alla sua morte. Spesso i filosofi non fanno una buona fine e muoiono di morte violenta. Insomma, qualcuno li fa fuori. Il problema è sempre lo stesso: se qualcuno dà fastidio va eliminato. E Zenone - soggetto, come si è capito, particolare - di fastidio ne diede non poco. E per una giusta causa: la sua città. Sembra che Elea fosse finita sotto la tirannia di Nearco, che non si sa se fosse il capo del partito dei democratici o il tiranno di Siracusa. Ad ogni modo, Zenone organizzò una bella congiura e finanziò una spedizione armata di aristocratici che, partendo da Lipari, avrebbe dovuto sbarcare con l’oscurità della notte sulla costa italica. L’impresa però non ebbe un lieto fine: Nearco scoprì tutto, lo sbarco avvenne tra le braccia dei soldati del tiranno e il filosofo finì in catene davanti a Nearco. E qui viene il bello cioè il brutto che, però, misura il valore di Zenone ancor più dei suoi famosi paradossi. Già in passato, a Dioniso che gli aveva chiesto quale fosse il maggior vantaggio della filosofia, Zenone aveva risposto immediatamente: «Il disprezzo della morte». Era giunto il momento di dimostrarlo. Nearco, infatti, fece di tutto per farlo “cantare” e avere i nomi degli altri congiurati. Ma non ci fu verso. Zenone utilizzò qui lo stesso procedimento della sua dialettica: feci sì i nomi, ma erano tutti i nomi degli uomini e dei politici più legati e vicini al tiranno che li eliminò uno ad uno ma così facendo si isolò e autoeliminò.

Zenone, però, fu torturato orribilmente. E quando la tortura divenne non più sopportabile chiese di parlare a Nearco perché solo a lui avrebbe detto i nomi di complici e congiurati. Quando Nearco si avvicino per udire i nomi, Zenone gli addentò l’orecchio e non mollò la presa fino a quando non fu colpito dalle spade dei carnefici. Ma non morì e fu ancora torturato ma per non parlare si mozzò la lingua e la sputo in faccia al tiranno. Allora Nearco - come racconta Diogene Laerzio nelle Vite dei filosofi capì che non c’era nulla da fare e diede ordine che fosse pestato in un mortaio e ridotto in piccoli pezzi. Così morì, da filosofo eroico, il secondo grande eleate. Fu davvero all’altezza dei suoi pensieri e dell’idea che aveva della vita e della morte. È vero, come disse Giorgio Colli, che anche se ammiriamo il suo coraggio davanti a Nearco, non è detto che, dal nostro punto di vista, la sua posizione aristocratica fosse migliore di quella del tiranno che, pur tiranno, aveva con sé il consenso di una parte del popolo.Tuttavia, è tale il coraggio mostrato che la nostra ammirazione va ben al di là di ogni considerazione di ordine politico. Tuttavia, è bene terminare l’articolo con un sorriso. Antistene il cinico mal sopportava gli eleati e le loro dimostrazioni contro il movimento. Si racconta che un giorno, non riuscendo a controbattere Zenone sul paradosso della freccia, si sia messo a camminare su e giù per la stanza fino a farlo esclamare: «Ti vuoi stare fermo un momento!». «Allora ammetti che mi muovo» rispose soddisfatto Antistene.


il summit di Chicago

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A Chicago è tutto pronto per il vertice del 20 e 21 maggio. Mentre continuano le frizioni con Putin

Ecco come sarà la nuova Nato

Scudo antimissile, Afghanistan, Smart defence, e partenariato strategico: l’Alleanza cerca una visione post-2014. Ma in questo periodo di crisi non è detto che la trovi di Vincenzo Camporini in dagli anni Sessanta del secolo scorso, da quando cioè i paesi europei dell’Alleanza Atlantica hanno concretizzato la rinascita economica e politica dopo le distruzioni del secondo conflitto mondiale, il tema del «burden sharing», cioè la condivisione degli oneri della difesa comune, è stato posto con enfasi crescente. Durante la guerra fredda, i paesi europei, anche se con qualche riluttanza, soprattutto da parte di quelli meno pronti all’uso della forza militare per sostenere le proprie politiche nazionali, hanno in qualche modo risposto, anche se con una certa riluttanza, alle sollecitazioni che venivano dall’altra parte dell’Atlantico (si rammenti, ad esempio, l’impegno, concordato nel «Programma di difesa a lungo termine» del 1978, a far crescere i bilanci della difesa, ogni anno, del 3 percento in termini reali).

F

Peraltro le sollecitazioni, ancorché ripetute, non apparivano fortemente pressanti, in quanto anche a Washington non si potevano negare due fatti: il primo che buona parte delle risorse finanziarie dedicate dai paesi europei all’ammodernamento dei mezzi finivano oltre Atlantico per acquisizioni da produttori statunitensi, con

ciò contribuendo direttamente all’economia Usa, il secondo che il solo fatto di costituire il campo di battaglia principale dell’ipotetico scontro fra i due blocchi costituiva di per sé un contributo sostanziale al «burden sharing». Con la caduta del muro di Berlino, il tema perse di vigore, in quanto tutti i paesi, Stati Uniti compresi, allentarono gli sforzi nel settore della difesa, volendo incassare quel «peace dividend» che appariva il giusto premio per la vittoria sul blocco sovietico. Ben presto, però, le crisi balcaniche riproposero la necessità per i paesi occidentali in generale e per la Nato in particolare di ridare sostanza alle proprie capacità militari e da parte americana cresceva la riluttanza a farsi carico di problemi di sicurezza che a Washington non apparivano

gli anni Novanta il parametro del 2 percento del pil da dedicare al bilancio della Difesa.

Da questa situazione trassero origine varie iniziative, sia circa specifici programmi, sia di più ampio respiro, che avrebbero dovuto indurre i governi europei ad un maggiore sforzo, basti citare fra questi ultimi il Sac (Strategic airlift command) e fra i primi la Dci (Defence capabilities initiative), iniziative però che portarono a risultati non all’altezza delle aspettative, per una serie di motivi, aggravati negli ultimi anni dall’esplodere delle crisi economico finanziarie da cui fatichiamo ancor oggi a uscire. E proprio queste crisi, esplose dal 2008, hanno indotto tutti i governi europei, compresi quelli militarmente più avanzati, Francia

La Smart Defence sarà la nuova carta con cui l’Alleanza dovrà coniugare la razionalizzazione delle spese e la nuova dottrina Obama che guarda a Oriente e lascia all’Europa nuovi compiti più prioritari, mentre era sempre più evidente la sostanziale incapacità dei paesi europei a gestire crisi che li investivano direttamente. Vennero così riproposte le sollecitazioni verso gli europei a fare di più e meglio, ponendo paletti ben precisi che, se risultavano pregiudiziali al fine di ammettere nuovi membri in seno all’Alleanza, da molti paesi vennero considerati solo un obiettivo di principio: tale è risultato sin dalla fine de-

e Gran Bretagna, a tagliare, a volte anche in modo drastico, i rispettivi bilanci della difesa, mentre negli Usa, anche per effetto degli sforzi bellici in atto, il Pentagono chiedeva ed otteneva sostanziali incrementi delle risorse. A questo punto l’Amministrazione Usa ritenne necessario riproporre con forza il tema del «burden sharing» e lo fece e lo sta facendo in modo coerente e corale, al punto che il discorso di commiato di

Robert Gates e le più recenti dichiarazioni di Leon Panetta potrebbero essere stati pronunciati dalla stessa persona. Raccogliendo, quindi, i forti segnali lanciati durante il vertice Nato di Lisbona del novembre 2010, alla tradizionale conferenza europea sulla sicurezza di Monaco dei primi di febbraio del 2011 (quella che una volta veniva denominata la Wehrkunde), il segretario generale della Nato Rasmussen lanciò il concetto di «Smart Defence» con lo scopo di trasformare in modo sostanziale le modalità di acquisizione di sistemi nell’ambito dei paesi dell’Alleanza, al fine di conseguire le necessarie capacità in modo più efficiente e costo-efficace.

La proposta venne formalizzata alla riunione Ministeriale del marzo 2011, durante la quale venne approvato il documento «Building Capabilities through multinational and innovative Approaches». In realtà di innovativo non c’è molto, se non la forte spinta degli Usa, che mettono i paesi europei di fronte alle loro responsabilità, dando evidenza di uno spostamento del centro di interesse americano dall’Europa al Pacifico e all’Asia, con toni mai uditi nel passato e dimostrando che alle dichiarazioni seguono i fatti. E la dimostrazione la si è subito avuta con il comportamento tenuto durante l’operazione Unified Protector, contro la Libia di Gheddafi: dopo un’iniziale brevissima partecipazione alle azioni offensive, le forze Usa si


il summit di Chicago

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In basso, Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato e Hillary Clinton. A lato e nell’altra pagina, un militare impegnato in Afghanistan. Fra domenica e lunedì gli Alleati definiranno “la strategia di transizione” e il calendario di uscita dal Paese, così come è stato messo a punto durante il summit di Lisbona nel 2010. Caldo anche il dossier sullo scudo antimissile, che dopo questo vertice dovrebbe diventare operativo. Motivo del “niet” di Putin a partecipare sono limitate a fornire alla coalizione le capacità abilitanti essenziali, di cui i paesi della coalizione stessa non disponevano, oppure disponevano in misura insufficiente (ricognizione, intelligence, identificazione e analisi obiettivi pre- e post-strike, rifornimento in volo, scorte logistiche di munizionamento), in sintesi si sono limitati ad evitare di far fare a Francia, Gran Bretagna e Italia la figura di potenze con ambizioni in alcuni casi globali, che non riuscivano ad avere ragione di un dittatorello a capo di un paese, in guerra civile, di 6 milioni di abitanti.

E dal momento che i bilanci scendono, a volte drasticamente (oltre il 10 percento in termini monetari, quindi molto di più in termini reali), e nessuno in Europa è in grado di acquisire e mantenere, se non in forma poco più che simbolica, tutte le capacità necessarie a condurre operazioni complesse, l’unica soluzione è quella di perseguire con convinzione e determinazione l’approccio multinazionale. Di ciò sono tutti convinti, che si discuta di quanto avviene nella Nato o che si parli di Pesc/Pesd nell’Unione Europea. Assistiamo dunque all’avvio di esercizi molto simili in entrambe le organizzazioni, così simili da richiedere uno sforzo specifico per evitare, per quanto possibile, duplicazioni e sovrapposizioni. Da un lato, quindi, abbiamo la Smart Defence, dall’altro il Pooling and Sharing. In entrambi i casi si tratta di mettere insieme risorse e competenze per acquisire in forma multinazionale capacità che nessuno potrebbe permettersi da solo. Limitando il nostro esame a quanto si fa nell’Alleanza Atlantica, si osserva che il compito è stato affidato congiuntamente al comandante di Act (Allied command for

transformation di Norfolk, Virginia), generale Abrial, e al vicesegretario della Nato, inizialmente l’ambasciatore Bisogniero, oggi l’ambasciatore Vershbow, che hanno costituito una specifica task-force per facilitare l’individuazione di proposte concrete su cui avviare la cooperazione tra i paesi.

Alla radice di tutte queste attività stanno, ovviamente, ben precisi scopi politici, il primo dei quali è quello di reagire alle sollecitazioni e alle esplicite accuse dei due segretari di Stato alla Difesa Usa già citati ai paesi europei di essere rassegnati ad una progressiva demilitarizzazione dell’Europa, reazione che, nell’attuale quadro economico-finanziario non può che essere quella di mitigare gli effetti delle riduzioni dei bilanci della difesa, mediante un migliore utilizzo delle risorse rimanenti; con ciò si risponderebbe anche alle antiche, ma sempre attuali, lamentele Usa in tema di «burden sharing», evidenziando la necessità e sfruttando le opportunità per una cooperazione più stretta tra le due sponde dell’Atlantico, in una situazione in cui, alla riduzione dei bilanci europei fanno da contraltare i tagli, assai pesanti in termini relativi, dei fondi destinati al Pentagono. Le lacune operative peraltro esistono e sono bene state evidenziate dalle operazioni contro la Libia di Gheddafi e si rende necessario sviluppare nuove metodologie di collaborazione internazionale, sia in fase di acquisizione di nuovi strumenti e sistemi, sia per l’utilizzo e il sostegno degli stessi operazioni durante. Al fine di mantenere e, se possibile, rafforzare il rapporto della Nato con l’Unione Europea è politicamente indispensabile che le attività e i programmi da avvia-

re in ambito «Smart Defence» siano coordinati e complementari con quelli che l’Ue sta portando avanti grazie al lavoro dell’Agenzia europea della difesa, che ha, in buona sostanza, gli stessi scopi. La task force di Act ha lavorato con molto impegno in questi mesi, con l’obiettivo di presentare al vertice Nato di Chicago del maggio

lontà di qualche stato membro di procedere, facendosi carico del ruolo di paese trainante; per il Tier 3, siamo ancora al livello della necessità di definire concetti di cooperazione.

Già questi dati possono indurre qualche perplessità, perplessità che crescono quando si analizzano i titoli dei singoli

I bilanci scendono, a volte drasticamente, e nessuno nella Ue è in grado di mantenere, se non in forma poco più che simbolica, tutte le capacità necessarie a condurre operazioni complesse 2012 risultati concreti, o che comunque indichino una reale volontà di progresso da parte dei paesi membri; sono state quindi identificate una serie di “idee”, alcune delle quali possono già essere considerate nella fase progettuale (Tier 1, per 15 progetti), altre come proposte potenziali (Tier 2, per 30 proposte), altre infine sono delle semplici idee, ancora da elaborare (Tier 3, 142 ipotesi di collaborazione). Per i progetti del Tier 1 esistono almeno due stati membri che intendono procedere nell’attuazione, con una nazione leader, per quelli del Tier 2 sono necessari ulteriori approfondimenti e, soprattutto, l’espressione della vo-

progetti, anche di quelli che appaiono più concreti e di più immediato conseguimento : del Tier 1 fanno parte, ad esempio, «Computer and Information Systems e-Learning Training Centers», oppure «Pooling of Deployable Air Activation Modules» e ancora «Remote Controlled Vehicles for Route Clearance», per citarne solo alcuni dei quali l’Italia ha assunto la leadership, o ne vuole seguire attentamente gli sviluppi. Come si può constatare, si tratta di capacità certamente significative, soprattutto nell’attuale quadro strategico, ma che non muteranno in modo sostanziale le potenzialità degli strumenti militari dei paesi dell’Alleanza e

che non comporteranno apprezzabili risparmi, ammesso che ne comportino, per i bilanci della difesa dei singoli paesi.

In origine le ambizioni dell’iniziativa vanno bene al di là di questi primi, modesti risultati: tre erano e restano le linee concettuali lungo le quali ci si vuole e, aggiungo, ci si deve muovere se si vuole davvero conseguire una maggiore efficienza dell’utilizzo delle risorse (umane, strumentali e finanziarie) che gli stati membri della Nato riservano per le loro capacità militari: «Specializzazione» in particolari aree capacitive, attraverso un processo di consultazione e cercando di mantenere a livello Nato la più ampia gamma di capacità possibile; «Cooperazione nell’acquisizione, pooling, sharing e maintaining in commune» delle capacità che non possono essere realizzate (in entità sufficiente) da singole nazioni; «Definizione delle priorità sugli investimenti», sulla base di quanto deciso a Lisbona. Il fatto di averli elencati in ordine inverso, rispetto a quello che viene usualmente utilizzato nei documenti ufficiali, risponde ad un’esigenza concettuale che non può essere dimenticata o trascurata in quanto ciò dà un’esatta immagine della importanza relativa di tali linee, con riferimento alle finalità di tutto l’esercizio: risparmi veri, uniti a reali crescite delle capacità operative si potranno conseguire solo se si accetterà il principio che i paesi, anche quelli che hanno le più vaste ambizioni politico-militari, dovranno concentrarsi su quello che sanno fare meglio, accettando di dipendere dalla piena e indiscussa solidarietà degli altri alleati per tutta una serie di altre capacità indispensabili, ma che non si potranno più permettere.


il summit di Chicago

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Geostrategia a tutto Risk

Del resto alcuni paesi, e non solo i più piccoli, hanno già di fatto intrapreso questa strada, ma l’hanno fatto e lo stanno facendo in modo assolutamente non coordinato e praticamente senza consultarsi con gli altri membri della Nato, né tanto meno, con le strutture centrali dell’Alleanza; accanto a quelli che hanno affidato la loro difesa aerea ad altri, ci sono quelli che hanno rinunciato alle capacità delle operazioni subacquee e ce ne è uno, che un tempo «governava le onde», il quale almeno per dieci anni ha rinunciato alla capacità di proiezione del potere aereo dal mare, stipulando un accordo bilaterale con un altro paese, che invece tale capacità conserva. È ovvio che un progetto di questa portata, da attuare in modo razionale e coordinato, presuppone un accordo politico fortissimo, in cui non ci deve essere più spazio né per le fughe in avanti, né per riluttanze preclusive, come si è purtroppo visto in occasione della crisi libica, poi sfociato in un intervento militare cui hanno direttamente partecipato solo otto membri dell’Alleanza. Si tratta di uno sviluppo che francamente non

appare possibile in un quadro Nato, mentre potrebbe essere possibile in un’Unione europea che trovi finalmente la strada per un’evoluzione in senso federativo, anche magari con un numero ridotto di aderenti.

La seconda linea concettuale appare più promettente, anche perché è già stata percorsa nel passato, a volte con grande fati-

ca, ma spesso con successo. Anche qui sorge spontaneo un confronto con l’Ue, che al tema sta dedicando molte energie, tramite l’azione determinata di Claude-France Arnauld, attuale direttore dell’Agenzia europea della difesa (Eda), ma con risultati concreti ancora tutti da dimostrare, se si eccettua la costituzione di una flotta da trasporto aereo virtuale, che deve an-

Esce oggi in edicola il nuovo numero di Risk, il bimestrale di politica estera e geostrategia che analizza e spiega i temi più impegnativi e urgenti dell’agenda politica internazionale. In questo numero, Acque pericolose, un ricco dossier su come vincere la battaglia contro i nuovi pirati (vere bande criminali cresciute all’ombra di Stati falliti) che infestano i mari dal Golfo di Aden allo Stretto di Malacca, senza dimenticare il Golfo di Guinea. Fra gli autori, Natalino Ronzitti,Virgilio Ilari e Andrea Nativi. E poi degli approfondimenti sulla Nato (il saggio di Vincenzo Camporini che qui vi anticipiamo), lo Yemen (Laura Quadarella) e l’Iran (Pejman Abdolmohammadi).

È la prima volta che i due movimenti si uniscono. La polizia e l’Fbi emanano l’allerta generale

È allarme black bloc Gli anarchici, invitati da “Occupy Wall Street”, proveranno a fermare il summit del Patto atlantico di Vincenzo Faccioli Pintozzi entre Chicago si prepara per il primo summit della Nato che si svolgerà in una città diversa da Washington, la polizia federale e gli “anziani” del movimento pacifista stanno mettendo in allerta le forze dell’ordine locali. Il problema è la presenza dei movimento dei black bloc, convocato da “Occupy Wall Street”per protestare insieme contro le spese belliche imposte dal Patto atlantico ai Paesi membri. Il Chicago Tribune scrive: «I dimostranti che appartengono al cosiddetto blocco nero sono anarchici fai da te che appaiono durante le manifestazioni di massa, spesso il loro teatro sono i summit mondiali, e incitano alla violenza».

M

stano».Sellers non è uno qualunque: nel 1999 ha guidato le manifestazioni di massa contro l’Organizzazione mondiale del commercio, “colpevole” di non voler rivedere un gruppo di accordi economici sfavorevoli alle nazioni meno industrializzate.

Secondo l’attivista, che continua il suo operato a favore di diverse cause, i manifestanti del gruppo black bloc «non sono altro che parassiti». «La loro tattica

che il “blocco nero”scatena delle violenze inaudite le manifestazioni che, senza di loro, rimarrebbero pacifiche: «In effetti, creano situazioni violente che portano violenza a chi sta intorno a loro. In prima persona non rischiano mai nulla».

Seattle, di cui Sellers è cittadino, conosce questo fenomeno molto bene. Nel 1999, infatti, le proteste contrarie all’Organizzazione mondiale del commercio divennero un simbolo del movimento contrario alla globalizzazione: e quelle immagini erano molto spesso immagini violente. Norman Stamper era all’epoca il capo della polizia: la cooperazione, spesso molto problematica, fra lui e Sellers evitarono la degenerazione delle manifestazioni. Intervistato dalla Ntc, la televisione di Chicago, si dice del tutto d’accordo con il suo vecchio avversario: «I black bloc hanno un unico scopo, ovvero infrangere ogni regola che si possa immaginare. Vogliono far arrabbiare i manifestanti non violenti in modo

John Sellers, “anima” della marcia del 1999 contro l’Organizzazione mondiale del Commercio, attacca: «Sono soltanto vandali senza ideologia, che vogliono la violenza senza pagarne lo scotto»

John Sellers, della Seattle’s Ruckus Society, aggiunge: «Parliamo di un gruppo di autonomi, composto da una cinquantina di cellule. Sono per lo più giovani, vestiti di nero, che con le loro provocazioni non fanno altro che far dimenticare perché gli altri manife-

– continua – è quella di confondersi con il gruppo per usarlo come scudo. Non vogliono assumersi alcuna responsabilità per il loro operato, hanno bisogno di migliaia di persone innocenti dietro cui nascondersi prima di lanciare i loro sassi». Ma la cosa peggiore, sottolinea Sellers, è


il summit di Chicago cora maturare criteri, concetti e metodologie di attuazione. Una delle tendenze più evidenti è che tutti sono pronti e desiderosi di mettere a disposizione di altri paesi le proprie capacità, soprattutto nei settori dell’addestramento e di parte della logistica, che risultino ridondanti rispetto alle esigenze nazionali, ma nessuno è disposto a rinunciare a componenti della propria struttura, per usufruire di quelle che altri possono offrire. La Nato, invece ha al suo attivo una serie di realizzazioni importanti, a partire dal sistema di comando e controllo della Difesa aerea, già realizzato ai suoi albori e poi, via via, ammodernato ed evoluto, per proseguire con la flotta Naew (Nato airborne early warning), i noti E3-A, con base a Geilenkirchen, e più recentemente il programma Sac (Strategic airlift command), con tre velivoli C17, basati a Pàpa, in Ungheria e infine, dopo

voluti, in primis, dagli Stati Uniti e come tutti, nessuno escluso, abbiano comportato acquisizioni «off the shelf» di materiale di produzione americana. In questa categoria si potrà far ricadere lo sviluppo e la messa in opera del sistema di difesa anti missili balistici, che tanto rilievo ha nel dibattito sia all’interno dell’Alleanza (uno dei temi

vere verso capacità Abm il sistema Samp-T, e dopo il fallimento dell’unico programma di cooperazione industriale transatlantica (tra Usa, Germania e Italia), il Meads. Anche qui si chiederà agli europei di mettere una parte più o meno cospicua di finanziamenti, ad esclusivo favore dell’industria della difesa Usa.

A Chicago si apriranno molti dossier importanti, ma non appena si dovrà passare alla loro concreta realizzazione, torneranno a diventare preminenti gli interessi industriali di ciascun Paese

C’è davvero da domandarsi come mai risulti impossibile ad un insieme di paesi europei di elaborare un progetto comune, che risulti tale da colmare un gap capacitivo riconosciuto come tale dall’Alleanza, e di negoziarne con successo l’attuazione con il partner d’Oltreatlantico: evidentemente le gelosie nel nostro continente sono tali da non permettere il conseguimento della massa critica necessaria e l’ansia di far combaciare work-share con costshare ha costretto nel passato e

una gestazione durata quasi un ventennio, il programma Ags (Alliance ground surveillance), che vedrà schierati a Sigonella cinque (almeno questo è il numero al momento pianificato) Global Hawk.

Sono tutte imprese in cui un numero variabile di paesi membri hanno deciso di unire

le proprie risorse finanziarie e umane per fare acquisire all’Alleanza capacità che altrimenti non sarebbero state disponibili, se non per concessione degli Usa, che invece ne dispongono nazionalmente. Non si può, tuttavia, non osservare come tutti questi programmi siano stati

da costringerli a fare qualche stupidaggine. Per capire come funziona bisogna immaginare una rotonda in cui tutti camminano ordinatamente: a un certo punto, da una strada laterale, entrano nel circolo dei violenti che picchiano uno a caso. Poi spariscono e tornano vestiti normali: non si fanno prendere».

La polizia di Chicago ha emanato diversi ordini per la cittadinanza in previsione delle imponenti manifestazioni di domenica e lunedì. Secondo uno dei volantini che circolano “i black bloc non sono anarchici e non hanno credo. Vogliono soltanto causare il maggior numero di danni possibile”. Per fermarli, sono state allertate diverse branche del sistema di sicurezza americano. Che, almeno per ora, sembrano funzionare bene. Proprio ieri mattina, 12 anarchici “non americani”sono stati messi in stato di fermo dalla polizia locale. Ancora non sono stati spiccati altri ordini di cattura, ma il sovrintendente di polizia Garry McCarthy spiega che «non saranno tollerati atti violenti. Non è pensabile che le autorità rimarranno a guar-

principali del vertice di Chicago di maggio), sia all’esterno, soprattutto in relazione al dialogo, faticosissimo, con la Russia. Anche in questo caso, tuttavia, non si vede che cosa possano mettere sul tavolo delle trattative i paesi europei, nonostante le ambizioni francesi di far evol-

dare uno sparuto gruppo di teppisti violenti mentre fanno i loro comodi».

Il problema vero sembra venire dall’unione con “Occupy Wall Street”, il movimento pacifico che da mesi tiene in scacco le autorità di diverse metropoli statunitensi – prima fra tutte, ovviamente, New York e la sua Borsa – e che accusa il governo centrale di aver ceduto la propria sovranità ai poteri finanziari occulti. Il McCormick Place, centro congressi di Chicago dove sono previsti gli incontri Nato, sarà circondato da agenti federali. Che dicono di “comprendere” le ragioni dei manifestanti americani: «La disoccupazione è alta – dice uno di loro, anonimo per ovvi motivi, al Chicago Tribune – e vedere i mega bonus dei manager di Wall Street in questi anni di crisi fa venire diverse domande a molti cittadini. Ma quello che non è pensabile è che questo malcontento metta a rischio la sicurezza dei nostri concittadini». Da parte loro, gli aderenti al “blocco nero” per adesso la prendono con ironia. Su “Anarchist news dot org”, il forum di discussione (pubblico e quindi di fatto auto-

censurato dagli stessi utenti) in cui si incontrano gli arrabbiati di tutto il mondo, c’è un post dedicato proprio a Chicago. L’autore, che si firma Chicago May Day, scrive: «Non abbiamo intenzione di distruggere nessuna proprietà privata. E ci dispiace per quelle andate perdute durante gli scontri del 1° maggio [in cui un gruppetto di anarchici diede fuoco a due bancomat e alcune macchine ndr], ma speriamo che capiate le nostre ragioni». A fianco una vignetta che prende in giro un treno – che rappresenta lo Stato – fermo a un binario: «Bloccate le nostre aspettative!», dicono i protagonisti della vignetta.

Nel resto del forum ci sono varie richieste di partecipazione alla protesta e un post in cui vengono descritte le contromosse governative: «Ci aspettano almeno 20mila agenti in tenuta anti-sommossa e altri 30mila riservisti messi sull’allerta dal governo centrale. Chi viene deve mettere in conto la possibilità di passare nelle galere di Chicago un periodo non proprio corto. Non siamo affiliati con alcun movimento pacifista. E diciamo “no”alla Nato».

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costringe oggi a meccanismi così complessi da minare alla radice la fattibilità di progetti comuni. Sulla terza linea concettuale, la «definizione delle priorità negli investimenti» non c’è molto da dire, anche perché da decenni la Nato applica una metodologia di verifica periodica, in un quadro coordinato, dell’evoluzione degli strumenti militari dei paesi membri.

Il problema non sta nella mancanza di dati o di indicazioni per i vari governi, bensì nella consolidata pessima abitudine che alle intenzioni coordinate e dichiarate poi non seguono i fatti; ben venga dunque un ulteriore stimolo politicamente forte, ma non ci si illuda che questo stimolo sia sufficiente a plasmare le politiche di investimento, o qualche volta, soprattutto in questa congiuntura economica, di disinvestimento dei singoli paesi. Che cosa dunque dobbiamo attenderci come esiti e sviluppi del vertice di Chicago in tema di «Smart Defence»? Temo non molto: verranno sviluppati un certo numero di progetti da gruppi di lavoro appositamente costituiti, secondo tempistiche che mal si raccorderanno con reali esigenze operative; non appena poi si dovrà passare alla concreta realizzazione, torneranno a diventare preminenti gli interessi industriali di ciascun paese che, a loro volta, stimoleranno tentazioni protezionistiche mai sopite e che anzi, in tempi di crisi economica e di forti preoccupazioni occupazionali, troveranno rinnovato vigore, e non solo da questa parte dell’Atlantico, ma anche, per non dire soprattutto, negli Usa, che il protezionismo nel campo dell’industria della difesa l’hanno sempre dimostrato nei fatti, come evidenziato dalle recenti vicende degli aerorifornitori e del C27. Con ogni probabilità verranno fatti progressi nella difesa antimissile, cercando, ove possibile, un’intesa con la Federazione russa, e nel settore dell’Istar, con l’Ags, colmando lacune da tempo sentite ed in qualche caso, come nella filiera intelligence per la campagna libica, ampiamente sperimentate, ma è legittimo il dubbio che tutto ciò costituisca un modo smart di plasmare gli strumenti della difesa, o almeno un modo più smart che nel passato.


cultura

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Una minuta analisi delle opere e una lunga intervista svelano i “retroscena” letterari dello scrittore siciliano. In un libro di Gianni Bonina

Identikit di Camilleri Da Verga a Pirandello, da Sciascia a Simenon. Gli antecedenti di un autore non solo “giallista” di Pier Mario Fasanotti erto, è solo una delle tante curiosità. Che pochi sanno o si ricordano: il commissario Salvo Montalbano è stato fatto nascere non a Vigata, paese d’invenzione letteraria, ma a Catania. Ce lo spiega il suo creatore, Andrea Camilleri: «È stata una scelta ragionata volendo fare una sorta di ecumenismo della Sicilia, senza divisione tra orientale e occidentale». Di ragionato, nei libri di Camilleri, uno degli scrittori più prolifici (e siamo tutti contenti che sia così), venduti e amati, c’è molto. Assieme però a fiumi sotterranei che attraversano lo stile e le tematiche dei narratori dell’isola, a cominciare da Pirandello,Verga e Sciascia. È da poco in libreria un grosso libro dedicato a Camilleri firmato Gianni Bonina, giornalista e critico tra i più preparati e arguti che siano presenti oggi nel panorama italiano. S’intitola, appunto, Tutto Camilleri (Sellerio, 828 pagine, 26,00 euro). Accanto all’analisi minuta dei testi, sia gialli che romanzi storici, Bonina interroga l’autore e quindi ne esce un ritratto dello scrittore difficilmente trovabile altrove, anche se di lui si parla molto. Inevitabilmente il testo è destinato a un continuo e veloce aggiornamento, visto che Camilleri scrive tanto. Ovviamente non contiene l’esame dell’ultima, gustosissima, raccolta di racconti ambientati a Vigàt, intitolata La Regina di Pomerania (Sellerio, 301 pagine, 14,00 euro).

Montalbano deve il suo nome a Vasquez Montàlban. Le sue avventure? Nascono da una notizia di cronaca nera che poi sbiadisce

Nel suo testo Bonina constata che Camilleri oggi viene ritenuto soprattutto un giallista, l’autore insomma della serie con Montalbano. Anni fa Camilleri scrisse in una prefazione: «Avevo letto di autori che avevano detto di essere ossessionati da alcuni loro personaggi e l’avevo trovata una civetteria letteraria. Dovetti constatare che era una realtà». Ricordando che Georges Simenon, talvolta infastidito dal suo Maigret, per sei anni non scrisse più del commissario parigino «perché quasi si vergognava», Camilleri al critico confessa: «Io non ho di queste preoccupazioni. Forse perché mi sono

lantemente il concorso, ma lo chiamarono due anni dopo.Viene definito un autore“fortemente sperimentalista”, anche perché l’uomo è caratterialmente contrario ad appiccicarsi adosso etichette e «non si è mai preoccupato di tenersi dentro un genere né di mantenere il passo». Non segue un “canone”, salta - e io direi con una marcata allegria creativa - da un modello all’altro. Essere sperimentali comprende ovviamente la lingua. La sua è un impasto dialettale siciliano, che ormai non ha più bisogno d’essere spiegato: una sola volta, assecondando l’editore Garzanti, accettò di stendere un glossario.

C

rassegnato all’idea che i recensori facciano di ogni erba un fascio, cioè non distinguano più per esempio nelle mie opere tra quelli che sono i romanzi che gialli non sono e quelli che sono esplicitamente gialli. Mi definiscono giallista italiano, pazienza. Per loro sono diventato solo uno scrittore di gialli, ma non mi ritengo tale». Bonina fa una vera e propria disanima del materiale letterario di Camilleri, per anni dipendente (e sceneggiatore) della Rai ove entrò in ritardo perché “comunista”: aveva superato bril-

È inevitabile, pensando alla Sicilia, accostarlo a Leonardo Sciascia di cui fu amico: entrambi, dice Bonina, la vedono come metafora. Se il primo la spiega, il secondo la racconta. E ancora, puntualizza Bonina: «Sciascia porta il mondo in Sicilia, Camilleri porta la Sicilia nel mondo». E tutti e due paiono usciti dallo stesso studio di architettura cultural-letteraria, quello di Luigi Pirandello.

È inevitabile, considerata la terra, soffermarci sul cancro della Trinacria: la mafia. L’autore del Giorno della civetta vede e addita la “intermediazione parassitaria”. Bonina scrive che nel romanzo citato (del 1961) Sciascia è il primo ad attirare i lettori di romanzi sul tema mafioso, ma aggiunge che non ne ha colto lo spirito. Affermazione che mi suona francamente contestabilissima, derivata dalla convinzione secondo cui Sciascia descriveva una mafia che si considerava “invulnerabile”. Sarebbe troppo semplice obiettare che invulnerabile Cosa Nostra si sente ancora oggi. Poco importa, a mio avviso, che qualcuno non la consideri così strapotente (ma ne siamo sicuri, soprattutto se ci brighiamo di seguire le cronache del nord Italia, terreno dove la mafia si è fortemente incistata malgrado ridicole e “autorevoli” (sic!) smentite?), l’importante è la percezione che essa ha di se stessa. E non mi pare che i mafiosi siano sfiorati dal dubbio. In ogni caso Bonina prosegue spiegando che Camilleri «sostiene un’interpretazione diversa del mafioso, ma anche lui restituisce della mafia una recensione, perché quella che conosce è la stessa di Sciascia». Per fare un po’ di chiarezza in quello che rischia di essere un labirinto critico-storico barocco, conviene riportare ciò che lo stesso Camilleri dice su questa tematica. Prendiamo per esempio il romanzo intitolato Par condicio, quello che più s’addentra nel ventre mafioso, ove sguazzano i clan dei Sinagra e dei Cuffaro, oppure il racconto La forma dell’acqua. A domanda, Camilleri risponde: «A me basta questo: che i lettori capi-

Andrea Camilleri è nato a Porto Empedocle il 6 settembre del 1925. Sotto, da sinistra: Vasquez Montàlban, Leonardo Sciascia e Luca Zingaretti nei panni del commissario Salvo Montalbano, la cui personalità è come un “puzzle” molto simile al padre dell’autore

scano che Vigata è teatro di forti presenze mafiose. Non intendo parlare di mafia - l’ho detto e lo ripeto - se non in forma marginale, nei miei romanzi. Farne i protagonisti di un romanzo anche scadente significa sempre e comunque nobilitarli. E io questo non voglio concederglielo». Ma “la forma marginale”- affresco e miniatura insieme anche di certi comportamenti privati e pubblici, c’è. Eccome se c’è. Della mafia si sente la puzza. Un fetore forte. Bonina insiste nel ricordargli che in un suo romanzo un mafioso è diventato co-protagonista. E lo scrittore replica seccamente: «Io non l’ho visto in un ruolo così alto, narrativamente parlando. Sulla mafia non ho cambiato parere. Ma i mafiosi in Sicilia (e anche un po’dovunque) ci sono o non ci sono? E se ci sono, bisogna parlarne». C’è un punto, poi, in questo voluminoso testo, in cui Camilleri ha modo di chiarire meglio la sua posizione sulla vecchia e nuova mafia: «Cerchiamo allora di far capire la cosa alla coscienza nazionale anche se la coscienza nazionale si guarderà bene dal farsi capire da me. Le differenze tra mafia antica e nuova non sono sottili. Quella antica aveva un codice d’onore, delirante quanto si vuole, criminale quanto si vuole, ma codice. Un vecchio mafioso, dovendo ammazzare uno che passeggiava sottobraccio alla moglie, avrebbe detto alla donna, prima di sparare: “Signora, si scosti”. La mafia nuo-

va non avrebbe aperto bocca e avrebbe ammazzato tutti e due. È chiaro questo esempio alla coscienza nazionale?».

Torniamo a Montalbano, il cui nome è un omaggio all’amico scrittore spagnolo Vasquez Montàlban. Secondo Bonina è una sorta di “eretico”, con un ideale giusnaturalista, un uomo che diffida dei codici e se potesse farebbe tutto da solo, senza tribunali, giudici, polizia scientifica, medico legale. Eh, no, puntualizza Camilleri: «Un investigatore senza codici, giudici, Scientifica eccetera, mi farebbe paura. Ma siamo sicuri che Montalbano non tenga in nessun conto queste cose? E allora tutte le domande che fa a Pasquano, il medico legale? E al collega della Scientifica? Direi meglio che non ne fa una religione, e in questo senso è eretico. Ma ce lo siamo scordati che Montalbano viene dal Sessantotto».Viene da lì, ma non è un “comunista”, come qualcuno velenosamente sostiene, è solo


cultura

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volte si sono visti? «Cinque, sei volte, forse più. Avevamo un progetto: volevano farci scrivere un libro insieme, ma succedeva che le volte in cui ci incontravamo finivamo sempre per parlare d’altro, per cui l’unica soluzione che trovammo fu di mandarci dei lunghissimi fax. Per un po’ l’abbiamo fatto». A proposito di Pirandello, Gianni Bonina gli fa notare che il topos geografico Montelusa si trova in una novella del premio Nobel, L’altro figlio. Come reagisce il “ladro di parole”? Con una candida confessione: «Ci ho fatto caso, sì. L’ho rubata a lui. Ci sono anche delle novelle, Cronache di Montelusa, dove si parla di Girgenti, che mi sono piaciute molto. Sono qui a riconoscere un furto». Non finisce qui l’inquisizione critica di Bonina, il quale gli fa presente che nel Giorno della civetta di Sciascia compare alla fine una Livia nativa di Parma che dice di amare la Sicilia ma di non esserci mai stata. Risposta: «Probabilmente è stato un transfert inconscio. Sa che me ne sono accorto dopo? Rileggendo quel romanzo mi sono detto “Mannaggia, potevo cambiarle il nome”. Devo dire però che la Livia di Sciascia non mi aveva colpito particolarmente...».

un riformista. A chi somiglia ‘sto sbirro che legge buoni libri? All’autore? No, Camilleri ha sempre rigettato la famosa frase pronunciata da Flaubert a proposito della sua Madame Bovary, ossia c’est moi. Camilleri è chiaro: «Montalbano è come un puzzle composto da tante tessere. Le tessere che appartengono a mio padre sono il settanta per cento». E ancora: «Proprio perché ragiona sulle cose, perché non ha preconcetti, perché esamina una cosa da tutti i lati possibili, soffre spesso di ripensamenti, contraddizioni, ecc. Non è in possesso di una verità rivelata. E come tutti gli uomini che si affidano molto alla ragione, spesso rischia di essere fregato dai sentimenti». Negli ultimi episodi gialli, il commissario accentua ed esaspera la propensione di interloquire con se stesso. Nella vita quotidiana e pure nei sogni s’addentra in una bolla metafisica. Camilleri: «Quando ognuno di noi ragiona solo con se stesso, non viene fuori un io contradditore? A me capita e continua a capitare. Certo, il fatto che abbia pochi amici (ma farebbe a questi amici una vera confidenza? Boh) accentua l’importanza del dialogo con se stesso e aumenta lo spazio del contradditore». E come nasce la vicenda che mette al centro il poliziotto? La cosiddetta fonte autorevole, ossia l’autore, ce lo spiega: «Una notizia di cronaca (in genere nera) è sempre alla base dei miei

Montalbano. Ma una notizia di cronaca, da sola, non basta a fare un romanzo. Bisogna stravolgerla, ampliarla, farci entrare situazioni diverse e nuovi personaggi. Strada facendo, la notizia ispiratrice sbiadisce tanto da non essere più riconoscibile, sommersa dalle invenzioni. Ecco perché, alla fine, devo avver-

tire i lettori che si tratta di storie di fantasia».

Il flic di Vigàta non è come Maigret, che ha una moglie, paziente e un po’ sottomessa. Certo, c’è la fidanzata (assai pedante talvolta) Livia, che abita a Genova. Ma i due non si sposano. Quanto c’è di Simenon in Camilleri? C’è molto, indubbiamente. «Ma non solo di Simenon» precisa l’autore. «E poi come farebbe Montalbano a vivere con una donna che non sa stare ai fornelli? Perché Livia è negata, non è solo una malignità di Adelina (la donna che

È uno sperimentalista che non si è mai preoccupato di seguire un genere o un canone. Piuttosto un’“allegria creativa”

gli prepara i piatti preferiti e fa le pulizie a Marinella, ndr)». In ogni caso Camilleri non ha alcun problema nell’affermare di aver assorbito l’atmosphère simenoniana: «Ho preso tante cose da Simenon. Ma la principale resta quella di aver imparato da lui, attraverso lo smontaggio e il rimontaggio dei suoi romanzi per sceneggiarli per la televisione, la struttura del giallo all’europea, che è assai diversa dalla struttura del poliziesco all’americana». Come abbiamo accennato, c’è stata un’intensa amicizia con lo spagnolo Montalbàn. Quante

Tornando, inevitabilmente, a Pirandello, Camilleri è anche l’autore della Biografia del figlio cambiato. Il grande Luigi aveva il terrore di essere stato cambiato quand’era in culla. Camilleri riprende la questione delle donne, anzi i “donni”, che nell’agrigentino sono quelle che scambiano i bambini in fasce assegnandole a famiglie estranee. Camilleri, ripercorrendo la vita del “tragediatore”, insiste sul fatto che questi è vissuto per tutta la vita convinto di essere un figlio cambiato. Si spiegherebbero così Il fu Mattia Pascal, La ragione degli altri, La favola del figlio cambiato e Sei personaggi in cerca d’autore. Afferma Camilleri: «Non si deve prendere alla lettera che Pirandello credesse realmente alla sua sostituzione nella culla: l’ipotesi che fosse stato scambiato gli nasceva, per assurdo, constatando la totale e conflittuale diversità dal padre… non so come siano andate realmente le cose… sta di fatto che Pirandello alla fine scopre d’essere identico al padre». Storia complessa che vien tutta fuori in Sei personaggi in cerca d’autore, in cui il tradimento del padre si sgancia dalla persona e per questo è in un certo senso “perdonato” (come personaggio). In modo scherzoso, Camilleri ricorda che da ragazzo era discolo e che i suoi genitori con finta bassa voce dicevano che non era figlio loro ma di un carrettiere. Ovviamente non è questo il solo elemento che sta dietro le quinte del pirandellismo di Camilleri. Che è cosa ben più articolata e complessa.

e di cronach

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ULTIMAPAGINA Uno scatto della famiglia Kennedy ai tempi della presidenza di Jfk (al centro). Fra gli altri, alla sua destra, il padre Joseph, dietro il fratello Robert Francis, anche lui assassinato (foto in basso). Sotto, Jackie Kennedy. In basso, la macchina presidenziale di Jfk poco prima degli spari. Mary Richardson Kennedy assieme Robert Kennedy Junior

Trovata morta Mary Richardson, l’ex moglie di Robert junior, figlio di Bob. La polizia pensa a un suicidio

Maledetta famiglia di Antonio Picasso a ex moglie di Robert Kennedy junior, Mary, è stata trovata morta nella sua casa a Bedford, nello stato di New York. Inizialmente la polizia locale ha mantenuto un ermetico riserbo sulla persona e sulle cause del decesso. Ma deve essere stato quel nome, Kennedy, a rompere indugi e remore. La donna, 52 anni e con precedenti di alcol e droga, ma anche dinamica architetto, pare che si sia impiccata. La dinastia più popolare d’America conta l’ennesima morte violenta. Sospetta. Chiacchierata. È troppo presto e certamente sono ridotti gli indizi per ventilare ipotesi di dubbio suicidio e quindi omicidio. Dici Kennedy e a priori pensi a una morte sospetta. L’ultimo lutto risale al 2011, data di morte di

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condanna a due mesi di reclusione per omissione di soccorso. Ted, che era al volante della macchina, non scontò mai la pena. Addio Washington però. Non si va a fare il presidente con i precedenti penali in disordine. Andando a ritroso, le morti violente di Jfk e di suo fratello Bob, nel ’63 e nel ’68, hanno fatto la storia. Un po’ per gli aloni di mistero che le circondano, un po’ per le incancellabili immagini televisive. Prima di loro nel 1944, il fratello maggiore Joseph era precipitato con il suo aereo durante una missione. Era un pilota della marina degli Stati Uniti. Il 29enne Joe non è stato l’unico Kennedy morto in volo.

Black. Bob e Mary hanno avuto quattro figli, ma nel 2010 si sono separati. L’istanza di divorzio, depositata anni fa, non ha mai avuto un seguito. In quest’ultimo periodo, l’ex consorte del noto attivista per i diritti umani si era ritirata nella proprietà dove l’altro ieri ha trovato la morte, nella contea di Westchester. A Bedford appunto. Nel frattempo Bob si è trasferito a Los Angeles. In passato si è parlato dei Kennedy davvero come della dinastia degli Usa.

La sorella Kathleen Agnes, sconosciuta ai più, ma in Gran Bretagna nota alla Corte di San Giacomo come marchesa di Hartington, è scomparsa nei cieli francesi nel 1948. Con lei c’era l’eventuale futuro secondo marito, Peter

KENNEDY La donna è stata trovata cadavere mercoledì pomeriggio nella sua abitazione di Bedford, a nord di New York. Aveva 52 anni e lascia 4 figli Kara Kennedy. Il padre Ted è scomparso due anni prima. A pochi mesi di distanza è stata la volta anche di sua sorella Eunice.Tutti e tre sono stati decessi naturali. Ted era malato da tempo di cancro al cervello. Con la sua dipartita si è chiuso per sempre il capitolo dei magic brothers che avrebbero dovuto conquistare la Casa bianca tra gli anni Sessanta e Settanta. Ted non vi riuscì per uno scandalo. Anch’esso bordato di sangue. L’incidente d’auto in cui perì la giovane Mary Jo Kopechne provocò al già allora senatore per il Massachusetts una

Wentworth-Fitzwilliam. O più semplicemente ottavo conte di Fitzwilliam. Noblesse oblige. Ben più discussa e recente è stata al tragica fine di John John, avvocato e giornalista, precipitato con il suo aeroplano all’età di trentanove anni. L’incidente risale al 1999. Con lui sono rimaste uccise la moglie Carolyn Besette e la cognata Lauren. John John era il secondogenito del presidente Kennedy. Quel bambino che fa il saluto militare ai funerali di Stato del padre. A noi piace ricordarlo in un’immagine più tenera. E cioè mentre gioca sotto la scrivania della Stanza ovale. Dei figli di Jfk, l’unica in vita oggi è Caroline, che ha 55 anni. Gli altri due fratellini, Arabella e Patrick, non sono sopravvissuti alla nascita. Bob Kennedy, da parte sua, ha avuto undici figli. Due di loro sono già scomparsi. David nel 1984, a 29 anni, per overdose. L’altro, Micheal, in un incidente sugli sci ad Aspen (Colorado). Non aveva 40 anni. Robert Kennedy Jr. invece è del 1954 e ha sposato la appena defunta Mary Richardson nel 1994, dopo essere stato legato per una decina d’anni con Emily Ruth

Belli, ricchi, potenti. Il sorriso pronunciato e inconfondibile se lo tramandano da generazione a generazione.

Un clan cattolico e della più ferrea tradizione irlandese di Boston e di tutto il New England. Gli scheletri nell’armadio sono sempre stati tanti. Non solo quelli di Jfk, con i fatti di Dallas e Marylin Monroe. Ma anche i legami con la mafia, durante il proibizionismo, con il Ku Klux Klan e il nazismo. Il mito dei Kennedy è sempre stato un continuum di chiaroscuri. Delle cui ombre i giornali sono sempre stati ghiotti. I più accaniti detrattori attribuiscono a Jfk i peggiori disastri della politica estera statunitense durante la guerra fredda. Baia dei porci e Vietnam in primis. Forse è un’interpretazione eccessiva e facilona della storia. Sta di fatto che ormai il clan, per quanto ricco e influente sia, ha esaurito le sue ambizioni politiche. Il fascino del loro sogno americano ha fatto posto una soap opera agrodolce. Lutti, gossip e molti luoghi comuni. È quel che resta della famiglia reale d’America.


2012_05_18