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he di cronac

Un uomo che ha piegato

se stesso non è mai riuscito a fare dritti gli altri Meng Zu

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MARTEDÌ 24 APRILE 2012

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

La politica europea si interroga sui risultati delle elezioni che hanno premiato soprattutto gli estremismi

Sarkozy-Hollande? No, Monti Vista la Francia, viva l’Italia: il nostro premier è meglio dei due rivali Da noi con il solito provincialismo si fa il tifo per l’uno o per l’altro pensando agli interessi dei propri partiti, ma si dimentica che il Professore è un passo più avanti di tutti (anche di Angela Merkel) ROMA/PARIGI

GLOBALIZZAZIONE

Anche lì il bipolarismo non governa

Ma i Mercati voteranno contro la gauche

di Osvaldo Baldacci

di Desmond Lachman

è molta eccitazione in Italia intorno alle elezioni francesi. Ma davvero una sfida tra Sarkozy e Hollande sarebbe buona per l’Italia? Davvero questa situazione francese è meglio della nostra? E in che misura è ricalcabile? E quanto è compresa? O magari, al contrario, sono loro che devono imitare noi? Sono tante le domande che il voto di domenica impone a noi italiani. A patto che si guardi al tutto con un occhio non “provinciale”, non malato di esterofilia. E che con sincerità si guardi a dove eravamo finiti e dove siamo dopo cinque mesi di (difficile) cura-Monti. a pagina 3

entre i mercati si ritrovano di nuovo correttamente ossessionati dalle misere prospettive di crescita di Italia e Spagna – come si può vedere dal prezzo con cui vengono pagati i bond di quegli Stati – sembrano un poco distratti anche da due grandi eventi politici che potrebbero far ripiombare l’Europa in una fase critica, ancora più critica, di questa crisi. Il primo evento è l’elezione del nuovo presidente francese. Il secondo è rappresentato dalle elezioni parlamentari della Grecia – il 6 maggio – che potrebbero produrre la formazione del governo più debole mai apparso ad Atene. a pagina 5

C’

Piazze occidentali tutte in negativo

La speculazione non aspetta il ballottaggio: giù le Borse

M

Aspettando il voto del 6 maggio

Comunque vada, è finita la stagione dell’asse Berlino-Parigi Gli elettori di Marine Le Pen faranno la differenza. Ma il vero sconfitto c’è già: è la strategia basata solo sul rapporto con la Germania

Milano chiude a -3,8%. Lo spread sale sopra i 410 punti. Come previsto, pesano le incertezze sull’Eliseo. E in Olanda scoppia un’altra crisi politica: il premier si è dimesso Franco Insardà • pagina 6

Enrico Singer • pagina 4

Primo segnale positivo per i due militari detenuti in India: liberi l’8 maggio?

Tanzi, pesante condanna

Quarant’anni di impresa La Corte Suprema di Nuova Delhi accetta i rilievi della Farnesina per diciassette di carcere Parla il parroco delle vittime del Kerala

Sì al ricorso. E ora i marò sperano di Vincenzo Faccioli Pintozzi

er quanto lunga e farraginosa, la strada verso la liberazione dei due fucilieri italiani del battaglione San Marco trattenuti in India sembra essere più sgombra. La Corte Suprema di New Delhi ha ammesso il ricorso presentato dall’Italia in merito all’incostituzionalità della detenzione dei due marò. Il prossimo 8 maggio, insomma, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone potrebbero uscire dal carcere di Trivandrum. a pagina 10

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EURO 1,00 (10,00

«Vogliamo la verità, non la vendetta» di Massimo Fazzi India «non vuole punire nessuno senza motivo. Non abbiamo nulla contro i marò italiani, così come se fossero tedeschi, inglesi o spagnoli». Lo afferma Stephen Kulakkayathil, parroco di Quilon, il religioso che è stato vicino ai parenti delle vittime dell’incidente al largo delle coste del Kerala. a pagina 11

L’

CON I QUADERNI)

• ANNO XVII •

NUMERO

79 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

di Marco Scotti rima ancora di finire ai francesi di Lactalis, prima ancora di mettere in ginocchio 33.000 piccoli risparmiatori, prima ancora di diventare parte inscindibile di un binomio che principia con “crac” che è costato una condanna a 17anni di carcere al suo fondatore, Calisto Tanzi, c’è stato un momento in cui Parmalat era davvero “un gioiellino”. a pagina 8

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19.30


Bruxelles in allarme per l’impennata populista della Le Pen. Ma anche per le tesi del candidato socialista sul Fiscal compact

«Non balliamo il can-can» Siamo ancora provincialisti? L’Italia stavolta è più avanti. «Dai due sfidanti troppi dubbi sul futuro dell’Unione europea», dicono Ostellino e Rusconi di Errico Novi

ROMA. Nessuno si azzarda a ci consegna un vincitore di tapevocare la grandeur. Non può pa fragile nel suo primato, opfarlo lo sconfitto Sarkozy, ma presso dall’ansia per le scelte colpisce che neppure ci provi lo del centrista Bayrou (quinto stesso Hollande. Nessuna into- con il 9,13%) e privo di quella nazione trionfalistica a Parigi. chiarezza politica che incoragSolo toni tendenti al grigio se gerebbe analisi diverse. non al lugubre: soprattutto, è ovvio, da parte del presidente Non è un segnale rassicuranin carica che, nell’intimare al- te per l’Europa. «C’è un solo dal’avversario di non sottrarsi al to complessivo che si può ricaconfronto, esibisce più grevità vare da questo primo turno», che ardore. Ma se c’è un dato dice a liberal Gian Enrico Ruche colpisce, nel day after delle sconi, «ed è l’indebolimento del elezioni presidenziali francesi, sistema europeo». Il politologo è proprio nell’occasione man- dell’università di Torino ed edicata dai socialisti. Basta torna- torialista della Stampa lo dedure un attimo con GIAN ENRICO RUSCONI lo sguardo alle elegie funebri scritte per il socialismo e la sinistra europei negli ultimi anni, e si capisce che il momentaneo sorpasso di Hollande (28,63%) sull’uscente Sarkozy (27,18%) non rimargina affatto quelle lacerazioni. Nessuno potrebbe trovare il coraggio per parlare seriamen- ce da due aspetti: «Sia Sarkozy te di riscatto della sinistra euro- che Hollande danno una sensapea. Il primo turno per l’Eliseo zione di debolezza. Non è chia-

«C’è un solo dato su tutti: il sistema della Ue esce più indebolito da queste elezioni»

ro che cosa pensino, soprattutto rispetto al futuro dell’Europa. Nel caso del candidato socialista, si scorge il riflesso di un’indeterminatezza più generale della sinistra: né da questa campagna presidenziale, né da quanto affermano i leader socialdemocratici di altri Paesi, si riesce a scorgere cosa voglia davvero la sinistra, a quale futuro guardi per la Ue». E questo è il primo elemento. C’è l’altro segnale, più impressionante: «È la potenza della destra. Che poi non è un fattore di preoccupazione solo in quanto tale, ma a maggior ragione perché si somma che gli antieuropeismi di segno opposto. Mi chiedo: ma quanti partiti contro l’Europa ci sono oggi nel Vecchio Continente? Sono tanti, e soprattutto sono partiti collocati sulle cosiddette estreme di tutti e due i versanti. Formazioni di destra e altre riconducibili all’estrema sinistra, come Grillo in Italia, sono contro l’Ue. Che appunto esce davvero indebolita».

La difficoltà nel disegnare una proposta credibile è emersa proprio sul tema della crisi economica, e quindi dell’Unione europea, sia per Sarkozy che per Hollande. «Il primo è stato,

sul tema, di una mutevolezza sconcertante», dice Rusconi, «del secondo si ricordano affermazioni sulla Bce parse inconcludenti». Tanto è vero che a

PIERO OSTELLINO

danti per l’Eliseo balbettano, mostrano incertezze più che offrire soluzioni. «Va anche detto che sul futuro dell’Ue lo stesso Monti cambia spesso posizione», obietta il politologo torinese, «intendo dire che a mio giudizio noi italiani non abbiamo titolo per criticare la debolezza di visione dei due aspiranti all’Eliseo».

«Le scelte annunciate da Hollande puntano allo statalismo: è la morte dell’Europa» Bruxelles continuano a non manifestare particolare agitazione, nonostante il sorpasso del socialista che chiede di rivedere le funzioni della Banca centrale. «Sono boutade da campagna elettorale di cui ci si dimenticherà presto», è da tempo il commento più gettonato che si raccoglie tra i commissari dell’Unione. Il che però non intacca il ragionamento di Rusconi, e la sua principale conclusione: l’Europa ne esce male. Sull’Europa, in effetti, gli sfi-

È anche vero, come dice lo stesso Rusconi, che in queste presidenziali francesi «c’è un convitato di pietra, che è Angela Merkel: mesi fa era arrivata ad annunciare un sostegno diretto alla rielezione di Sarkozy, poi ci ha saggiamente ripensato». Non basta certo la dichiarazione di routine arrivata ieri dal portavoce Georg Streiter. «Dipende anche dalla proverbiale lentezza di riflessi della Germania, che ha sempre bisogno di tempo per elaborare un ’analisi, Ma è un fatto che adesso Berlino è più sola, lo sarà in ogni caso, comunque vada il secondo turno.


prima pagina

24 aprile 2012 • pagina 3

Anche lì il bipolarismo non governa Da noi la politica ha sconfitto gli estremismi. E ha trovato soluzioni economiche condivise di Osvaldo Baldacci è molta eccitazione in Italia intorno alle elezioni francesi. Ma davvero una sfida tra Sarkozy e Hollande sarebbe buona per l’Italia? Davvero questa situazione francese è meglio della nostra? E in quanto è ricalcabile? E quanto è compresa? O magari sono loro che devono imitare noi? Chi la pensa in modo inusuale è ad esempio l’intellettuale francese Alexandre Jardin che ha scritto una lettera al Corriere della Sera indirizzandola “cari italiani saggi”. L’autocritica sulla Francia: «il dibattito politico francese si è svolto come se i nostri 1.700 miliardi di debito pubblico fossero evaporati, come se la crisi finanziaria che sconquassa l’Europa non riguardasse la Francia». E pensare che da noi si prende l’elezione presidenziale francese come fosse la soluzione dei mali dell’economia europea… Macché: «Mentre voi, poveri italiani, siete abbastanza grulli da accettare riforme reali, tagli di bilancio spiacevoli, decisioni coraggiose...». Certo, le critiche sferzanti di Jardin non sanno certo di imparzialità, e accusano Sarkozy solo di dissimulare in campagna elettorale la sua saggia politica di rigore, o almeno così sembra giudicarla Jardin che comunque non deve considerare molto “presidenziale” la scelta di Sarko di «parlare della riforma della patente invece delle riforme economiche». Comunque lo scrittore d’Oltralpe ci mette sulla buona strada per una riflessione che non sia sotto l’effetto dopante dell’eccitazione elettorale. «Siete ormai troppo

C’

seri! Il vostro Monti vi ha dato alla testa. Siete quasi berlinesi», conclude Jardin, e non sembra intenderlo come un insulto. Beh, in effetti è quello che forse dovremmo pensare anche noi. Torniamo alla domanda inziale: siamo sicuri che la sfida elettorale francese sia per l’economia e la politica nazionale una cura migliore rispetto alla scelta italiana? Io direi di no. Tra Sarkozy e Hollande mi tengo Mario Monti.

Alcuni spunti. Intanto a fronte della grave crisi economica l’Italia ha scelto l’unione, la collaborazione, il mettere insieme le forze più sane del Paese. Ha scelto dei tecnici competenti, ma soprattutto ha visto le proprie forze politiche principali e più responsabili mettere da parte le proprie divisioni e lavorare insieme per tirar fuori il Paese dalla grave emergenza in

una crescita esponenziale dell’antipolitica, dell’antisistema, anche lì in Francia. Gli estremismi di destra e di sinistra sono cresciuti esponenzialmente arrivando a due cifre: oltre il 10% per il comunista Jean-Luc Mélanchon, quasi al 20 Marine Le Pen, che hanno forse più cose in comune che differenze, un libro dei sogni autarchico e di distribuzione di una ricchezza che non esiste. Si dirà, ma cose del genere ci sono anche da noi, e anche peggio.Vero, ma in Francia, in virtù del loro presunto bipolarismo, e ancor più in seguito al trend di basso livello che ha preso la politica transalpina, questi opposti estremismi sono più che mai capaci di condizionare gli sfidanti principali, sono in grado di attrarli nella loro area di influenza. Sono in grado di peggiorare le loro politiche. Esattamente il problema (grave) di cui ci stiamo provando a liberare in Italia. Qui da noi aver messo insieme le migliori forze riformiste, aver creato un governo di unità nazionale, avere una politica da grande coalizione ha permesso al Paese di liberarsi dal potere di veto delle ali estreme. Certo, è avvenuto tardi e il sistema si era abbastanza imbarbarito, tanto che ora è dura difendersi dagli assalti dell’antipolitica. Ma comunque è avvenuto: l’alternativa quale era (e qual è)? Arrendersi all’antipolitica? Non credo proprio.

C’è chi, tra ironia e sorpresa, dice che siamo diventati «rigorosi come i tedeschi»: in realtà il caso-Italia comincia a fare scuola in Europa

Si rafforza l’impressione che manchi una vera leadership europea. Sarà una deformazione professionale», dice Rusconi, che dedica parte preponderante dei suoi studi al sistema politico tedesco, «ma non posso fare a meno di giudicare i fatti degli altri Paesi secondo il probabile punto di vista tedesco». Non si può fare a meno di notare d’altronde che Monti è stato il solo leader in grado di intrecciare una dialettica produttiva con la cancelliera tedesca. Il solo che, in particolare sul Fiscal compact, sia riuscito a ottenere delle aperture da Berlino. Sarkozy invece è parso un semplice comprimario, incapace di influire sulle scelte europee della Germania. Hollande non sembra essere in grado, se divenis-

cui si trova (ancora adesso). In Francia invece si trovano di fronte al massimo delle divisioni possibili, a lacerazioni sociali forti, a una politica fatta di scontro e di accuse reciproche, a una gara propagandistica a chi illude meglio gli elettori. Ecco, in questo scenario il quadro politico si è andato ancor più frammentando, i contendenti principali non arrivano insieme al 60 per cento dei consensi, e in un consenso dove nonostante la tensione l’affluenza al voto è comunque calata. Per risultato ci troviamo di fronte a

se presidente, di costruire con Berlino un asse più solido, e soprattutto efficace, rispetto a quello Merkel-Sarko.

A Bruxelles sono preoccupati soprattutto per il rischio populista segnalato dal 17,9% di Marine Le Pen, terza tra gli aspi-

E allora è meglio cercare di ripartire con la responsabilità italiana che puntare alle divisioni e alla demagogia france-

pe come Piero Ostellino, «non ci si rende conto forse che tutta l’Europa è già clamorosamente indebolita dall’insensata, accanita difesa dello stato novecentesco». Cioè l’editorialista ed ex direttore del Corriere della Sera è convinto che «sia Sarkozy che il suo sfidante siano espressio-

se. Anche perché, al di là del quadro politico, c’è il quadro economico. Molti si rallegrano delle elezioni francesi perché assegnano loro il ruolo di panacea per l’economia europea: finalmente basta il rigore franco-tedesco, si potrà tornare alle politiche di crescita (cioè di spesa) francosocialiste. Siamo sicuri che si potrà tornare a una politica di spesa che crede di essere sovrana anche sopra la matematica? E poi, che c’entra questo con la storia della crescita? La possibile vittoria di Hollande (e di conseguenza però anche la direzione in cui viene spinto Sarkozy per cercare consensi) viene letta come un rafforzamento della linea della crescita a scapito del rigore. Ma siamo sicuri che sia possibile una crescita senza rigore? E soprattutto, chi dice che il governo Monti non voglia la crescita? Il problema forse non è semplicemente quello di rendersi conto di dover fare i conti con la realtà? Di non poter crescere senza aver prima messo a posto le cose, senza il rigore necessario a sanare gli anni di insensatezza? Siamo sicuri che la vera crescita non sia quella di cui stanno provando a mettere le base quei poveri italiani che si sono affidati ai tecnici del governo monti, ma grazie a una politica responsabile?

esprime con disincanto, senza anatemi. «In questa sorta di necrofilia Sarkozy è meno invischiato perché rappresenta la continuità, in Hollande la degenerazione è più leggibile: se pensi che sia giusto portare la pressione fiscale effettiva fino al 75 per cento sei matto da le-

Nel sorpasso di Hollande, meno trionfale del previsto, non si vede certo il riscatto di un socialismo europeo da tempo in afasia. E come dice l’editorialista della Stampa, «il gelo di Berlino fa intuire che la Merkel sarà comunque più sola» ranti presidenti e titolare di una specie di golden share in vista del ballottaggio. «Non sfugga come la destra estrema e la sinistra di Hollande vadano a confluire più o meno nella stessa direzione», fa notare un altro fine osservatore dei fatti d’Oltral-

ne di questa crisi europea, legata appunto alla pretesa di tenere in vita un modello di Stato nato dopo la crisi del ’29 e, nella sua tarda evoluzione, più simile al modello sovietico che alla democrazia liberale». Giudizio estremo? Ostellino però lo

gare. Vuol dire che il tuo ideale è la Ddr, o meglio l’Urss. È una nuova forma di totalitarismo, che potremmo definire burocratico». E nella visione di Ostellino l’Italia è messa peggio: «Siamo il laboratorio dove si assiste alla soppressione del-

la politica da parte del totalitarismo amministrativo. Il bello è che ora in Francia avanza l’idea di insistere nell’errore. È quello che ho personalmente sostenuto nella mia polemica con Gianfranco Pasquino: la follia è pensare di rimediare alla crisi accentuando i caratteri che l’hanno provocata. Ci si riporta a modelli totalitari novecenteschi, falliti ma vivi nella testa di alcuni.Tutti quei sistemi, dal nazismo al fascismo, al comunismo, avevano un comune denominatore: l’odio per il liberalismo. Nell’Unione europea tutto questo già c’è, in realtà: si vede nelle assurde direttive che arrivano di fatto a vietare specifici consumi alimentari. L’Europa è morta, e il caso francese è il segno di questa fine».


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l’approfondimento

Gli elettori francesi si riposizionano in vista del ballottaggio. Ma le maggiori preoccupazioni arrivano da Berlino

Ha perso la Merkel

Sulla carta, i numeri avvantaggiano Sarkozy sullo sfidante, anche se Marine Le Pen a questo punto farà la differenza. Ma intanto, comunque vadano le cose il 6 maggio, uno sconfitto c’è già: è l’asse di ferro con la Germania di Enrico Singer ualunque sarà il risultato delle alchimie politiche che Nicolas Sarkozy e François Hollande tenteranno nelle prossime due settimane per conquistare i voti che gli mancano per rimanere, o per entrare, all’Eliseo, un verdetto è già uscito, chiaro, dal primo turno di queste elezioni presidenziali. All’alba del 7 maggio non soltanto la Francia, ma anche l’Europa non sarà più la stessa.

Q

Sia perché, per una di quelle di coincidenze che ogni tanto riserva il destino, domenica 6 maggio ci saranno le elezioni parlamentari anche in Grecia che potrebbero sconvolgere il già precario equilibrio del potere a tutto vantaggio di chi – come i comunisti o l’estrema destra – chiede di uscire dall’euro, se non dalla stessa Ue. Ma soprattutto perché il vento cambierà a Parigi che è una capitale-chiave dell’Europa, l’altro polo di un asse, quello con Berlino, che è in crisi da tempo e che

sembra destinato a trasformarsi in un confronto. Considerazione addirittura banale se a vincere il ballottaggio sarà Hollande, perché lo sfidante socialista ha condotto tutta la sua campagna contestando le scelte europee di Sarkozy e in particolare, il fiscal compact voluto da Angela Merkel, e adesso – anche per recuperare i consensi andati a Jean-Luc Mélenchon, il tribuno dell’ala dura della gauche – accentuerà i toni e la necessità di un cambiamento (del resto, il

L’esponente dell’estrema destra è l’unica che sia andata oltre i sondaggi

suo slogan è proprio «il cambiamento è adesso»). Molto meno scontato, e per nulla banale, invece, è considerare la virata sui temi europei che il presidente in carica ha avviato sin da quando è cominciata la sfida e che ora si appresta ad accelerare perché la sua permanenza al timone del Paese è appesa al filo della speranza di ottenere anche i voti andati a Marine Le Pen, la“pasionaria nera” che, sull’Europa,

era in singolare sintonia con le proposte di Mélenchon, ma che ha ottenuto quasi il doppio dei suffragi e che è la vera protagonista della consultazione di domenica perché è l’unica che – a differenza di tutti gli altri – è riuscita a superare anche le più rosee previsioni dei sondaggi della vigilia.

Nei commenti del day after i politologi francesi, e non solo,

concentrano la loro attenzione su due punti forti e indiscutibili. Il successo delle estreme, il ”voto della rabbia”come è stato definito, e la quasi parità tra Hollande e Sarkozy (forse è già il caso di scrivere per primo il nome dello sfidante, anche se l’altro è ancora presidente) che lascia aperto qualsiasi risultato finale. La matematica è a favore di Nicolas Sarkozy – che, non a caso, ha detto «da domani si ricomincia» – perché la somma del suo 27,1 per cento, più il 18,2 di Marine Le Pen e il 9,1 del centrista François Bayrou dimostra che una robusta maggioranza dei francesi (il 56,5 per cento calcolando anche il 2,1 per cento andato complessivamente ai due candidati minori della droite, Nicolas Dupont-Aignan e a Jacques Cheminade) non si può considerare pro-Hollande. Lo sfidante ha, sì, conquistato la palma del primo posto superando Sarkozy con il 28,6 per cento, ma il totale aritmetico dei voti ottenuti dalla sinistra non va oltre il


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Nel mirino anche le elezioni greche che rischiano di indebolire Atene

Ma i mercati voteranno contro Hollande

Nella crisi del debito europeo uno scossone politico non farebbe molto piacere agli investitori mondiali di Desmond Lachman entre i mercati si ritrovano di nuovo correttamente ossessionati dalle misere prospettive di crescita di Italia e Spagna – come si può vedere dal prezzo con cui vengono pagati i bond di quegli Stati – sembrano un poco distratti anche da due grandi eventi politici che potrebbero far ripiombare l’Europa in una fase critica, ancora più critica, di questa crisi. Il primo evento è l’elezione del nuovo presidente francese. Il secondo è rappresentato dalle elezioni parlamentari della Grecia – previste per il 6 maggio – che potrebbero produrre la formazione del governo più debole mai apparso ad Atene. La scorsa settimana il Fondo monetario internazionale ha rivisto le previsioni di crescita per Roma e Madrid: questa revisione ha creato nuova preoccupazione nei mercati, dato che il Fondo mette in dubbio la capacità di riportare la sostenibilità fiscale delle due nazioni su un piano accettabile. Inoltre c’è il fattore della crescita: la severa austerità di bilancio adottata da Italia e Spagna fa prevedere un declino del Prodotto interno lordo per entrambi pari a circa il 2 per cento ogni anno fiscale.

M

Partito democratico e il Pasok – i due partiti al momento al governo – saranno fortunati se rimarranno in Parlamento. Avanza la sinistra estrema, che arriverà almeno al livello dei centristi.

Ancora peggio, il Fondo prevede che la recessione economica che sta colpendo la Spagna potrà minare gli sforzi di quel governo per ridurre il deficit di bilancio, attestato al 6 per cento del Pil per il 2012 e il 2013. Allo stesso modo, l’Fmi prevede che un’economia italiana più debole non farà altro che impedire a Roma di stabilizzare il suo rapporto fra debito pubblico e Pil, che secondo i tecnici arriverà a toccare il 124 per cento entro il 2013. Se si vuole fermare questa pesante retrocessione per la terza e la quarta economia del Vecchio Continente, l’ultima cosa che serve alla crisi del debito europeo è un evento politico destabilizzante. Esattamente quello che sta accadendo in Francia e Grecia. A Parigi il Partito socialista di Francois Hollande sta consolidando il proprio successo elettorale contro Nicolas Sarkozy. Allo stesso modo, in Grecia i sondaggi dicono che il nuovo

Il significato di una vittoria alle elezioni di Francois Hollande in Francia – per il corso della crisi dell’euro – non deve essere sottovalutata. Questo non solo perché lo metterà in rotta di collisione con il cancelliere tedesco Angela Merkel, a causa della sua insistenza sul fatto che in Europa le politiche economiche dovrebbero essere più orientate alla crescita e che il patto fiscale europeo recentemente concordato dovrebbe essere riaperto. Ma anche per la sua insistenza su una imposta sul reddito del 75 per cento per coloro che si trovano nella fascia più alta dei redditi e la sua guerra dichiarata al sistema finanziario. Ecco perché è improbabile che possa essere ben accolto dai mercati. In tale contesto, Hollande farebbe meglio a ricordarsi come i mercati punirono selvaggiamente Francois Mitterand nel 1981-82 per le sue politiche economiche e finanziarie non ortodosse. Allo stesso modo, un debole governo greco avrà un effetto significativo sulla crisi del debito perché non farà altro che rinforzare la convinzione dei mercati secondo cui Atene è semplicemente non in grado di rispondere in maniera positiva alle condizioni imposte dall’Europa per aprire la seconda linea di credito concessa al Paese per evitarne il collasso. In particolare, i mercati sono (correttamente) molto scettici sul taglio di bilancio pari al 5,5 per cento del Pil entro il 2013 e il 2014, che il Parlamento dovrebbe approvare entro giugno. Dubitano inoltre che la Grecia possa mettere in atto quelle riforme strutturali – radicali e dolorose – su cui insistono i loro partner europei e il Fondo monetario internazionale. Ma se Atene non mantiene le sue promesse arriverà il default, e questo si propagherà per tutto il continente. Colpito da debolezze politiche che ad oggi non può proprio permettersi.

Il socialista ricordi la lezione impartita a Mitterrand, eretico dal punto di vista economico

43,5 per cento se si considera che Mélenchon si è fermato all’11,1 per cento, la verde Eva Joly al 2,2, il trotzkista Philippe Poutou all’1,1 e la candidata di Lutte Ouvrière, Nathalie Arthaud, allo 0,5 per cento. Ma la matematica conta fino a un certo punto nel sistema elettorale francese che al primo turno consente di votare per diversi candidati – questa volta erano dieci – e poi impone la scelta secca tra i due ammessi al duello decisivo. Al ballottaggio le maggioranze di disfano e si ricompongono. Una parte di chi ha votato al primo turno (l’affluenza ha toccato l’81 per cento) non va a votare al secondo perché l’odio per un finalista è pari al disprezzo per l’altro. E, comunque, chi aveva dato il suo appoggio a uno dei candidati eliminati dalla corsa, più che scegliere il meno peggio, cerca di sbarrare la strada a quello che proprio non vuole vedere all’Eliseo. È un po’ come il gioco della torre dalla quale qualcuno si deve buttare giù.

È il meccanismo che si riassume nella regola “al primo turno si vota a favore, al secondo si vota contro”. E che scatterà inevitabilmente anche questa volta mettendo in crisi tutti i calcoli matematici, anche quelli più raffinati che cercano di tenere conto delle diverse sensibilità degli elettori. Per esempio, quelle evidenti tra chi, nella droite, ha votato per la frontista Marine Le Pen, o per il moderato centrista François Bayrou: un elettorato che rappresenta complessivamente il 27,3 per cento, ma che al ballottaggio potrebbe dividersi tra l’appoggio a Sarkozy, l’astensione e, in qualche caso, anche il sostegno a Hollande. I sondaggi, per il momento, continuano a prevedere la vittoria dello sfidante che diventerebbe, così, il secondo presidente socialista della Quinta Repubblica francese, dopo François Mitterrand che, nel 1981 e poi nel 1988, ottenne una doppia vittoria consecutiva quando ancora il mandato presidenziale era di sette anni. Il popolo della sinistra, naturalmente, ci spera. Ma non ci crede del tutto. Un po’ per scaramanzia, un po’ perché Sarkozy è un caparbio lottatore e un po’ perché il clima che si respira in Francia non è lo stesso della grande svolta promessa da Mitterrand più di trent’anni fa a colpi di nazionalizzazioni. Oggi più di allora ogni riforma sociale, ogni impegno per combattere la disoccupazione o per rilanciare l’economia nazionale, deve essere misurato e concordato con l’Europa che, da comunità economica, è diventata unione (il Trattato di Maastricht è del 1992). E che, soprattutto, è legata dalla moneta comune di quei diciassette Paesi di Eurolandia che costituiscono il nucleo duro della Ue a ventisette. Ieri, da Berlino, è ar-

rivata la prima reazione di Angela Merkel. «Continua a sostenere Nicolas Sarkozy», ha detto il portavoce del governo tedesco Georg Streiter, che ha definito «preoccupanti» i risultati del primo turno, riferendosi all’avanzata dell’estrema destra, ma ha anche dichiarato che «le elezioni si chiuderanno il 6 maggio e che la Germania è convinta che la buona collaborazione con l’Eliseo non sarà messa in discussione dal voto». Si tratta di un augurio che tradisce una preoccupazione. Paradossalmente Berlino, più che lo strappo di Hollande, teme un nuovo atteggiamento di Sarkozy.

In caso di vittoria dello sfisocialista, Angela dante Merkel ha già messo in conto un diverso gioco di pesi e di contrappesi nei rapporti con Parigi. Ma se fosse l’ex fedele alleato a cambiare strategia e obiettivi, il nuovo rapporto sarebbe più delicato e potrebbe anche pesare sui risultati delle elezioni politiche che, in Germania, ci saranno nel 2013. È chiaro che Sarkozy dovrà differenziare la sua proposta sull’Europa da quella di Hollande proprio per arrivare a quel confronto decisivo sui programmi che ha auspicato anche ieri per consentire ai francesi di fare la scelta giusta il 6 maggio. Ma è altrettanto chiaro che si trova nella scomoda posizione di chi accusa il suo avversario di essere un pericolo per l’Europa, ma deve allo stesso tempo andare incontro al “voto della rabbia”che ha favorito Marine Le Pen. Finora Sarkozy ha fatto la voce grossa con la Ue soltanto sul Trattato di Schengen sulle frontiere aperte definito una pericolosa breccia nella politica francese sull’immigrazione. Ma non è detto che questo sia sufficiente per calamitare i voti andati alla “pasionaria nera”. Sarkozy ha detto di capire e di voler interpretare il voto di protesta. Per la prima volta, così, un presidente in carica non soltanto è arrivato secondo al ballottaggio, ma ha implicitamente ammesso di avere sbagliato. Più che difendere i successi ottenuti – e sarebbe stato davvero difficile farlo con il Paese che ha perso colpi in un periodo di crisi – ha detto che adesso si tratta di scegliere «colui che dovrà proteggere i francesi per i prossimi cinque anni». Proteggerli dalla disoccupazione, dall’inflazione, dalla perdita di competitività. Non cedendo all’euroscetticismo in stile Le Pen (o anche Mélenchon), ma spingendo su un europeismo che non insista sull’unico tasto del rigore di bilancio, secondo la ricetta tedesca, ma anche sulla crescita. Una scommessa difficile per Sarkozy, almeno quanto è difficile per Hollande. La Francia del 7 maggio, per il momento, è ancora un’incognita. Ma sarà di sicuro un’altra.


economia

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Mercati condizionati dalle dimissioni del governo olandese e dal primo turno Oltralpe

Torna in campo la Borsa globale

La corsa all’Eliseo e la crisi politica in Olanda affossano anche Milano e Francoforte. Si allarga lo spread tra Btp e Bund (410 punti) ma non va meglio per quelli francesi e spagnoli di Franco Insardà

ROMA. Soffia un brutto vento in Europa, dall’Olanda alla Francia, che fa tremare i mercati finanziari sotto i colpi del populismo, dell’euroscetticismo e del nazionalismo. Borse in picchiata con Milano che chiude a -3,83% e lo spread tra Bpt e Bund che ha superato i 410 punti, 15 in più rispetto alla chiusura di venerdì, un livello che non veniva raggiunto dal mese di gennaio. Piazza Affari ieri è stata la peggiore del Vecchio continente, ma anche le altre borse hanno fatto registrare risultati negativi. Male Francoforte dove il Dax è sceso del 3,36% a 6.523 punti, Londra con il Ftse 100 a 1,85% a 5.665,57 punti mentre il Cac 40 di Parigi ha fatto segnare 2,83% e Madrid 2,76%.

con il fiato sospeso l’Europa. Nel 2011, il deficit sul Pil è sceso rispetto al 2010, mentre in entrambe le aree è aumentato il debito pubblico. Secondo i dati Eurostat, nell’area euro il disavanzo sul Pil è sceso dal 6,2% al 4,1%, mentre nei 27 dal 6,5 al 4,5%. Per quanto riguarda il rapporto tra il debito pubblico e il Pil, nell’eurozona è salito dall’85,3% all’87,2% nell’ultimo trimestre 2011, mentre nell’Ue a 27 dall’80 all’82,5%. Il deficit sul Pil dell’Italia si è attestato al 3,9%, contro il 4,6% del 2010, mentre il debito pubblico italiano è al 120,1% del Pil nell’ultimo trimestre dell’anno scorso (pari a 1.897.179 miliardi), contro il 119,3% del trimestre precedente. A marzo, secondo i dati Istat, balzo delle esportazioni italiane, cresciute del 4% rispetto al mese precedente, mentre le importazioni registrano una diminuzione dell’1,5%. La bilancia commerciale torna in attivo di 495 milioni di euro, rispetto al disavanzo di marzo 2011 (-3.064 milioni).

Secondo l’Istat è in forte calo ad aprile la fiducia dei consumatori sia per quanto riguarda il clima economico sia generale sia personale

I listini europei, dopo il primo turno delle presidenziali francesi e le dimissioni del premier olandese Mark Rutte e le inevitabili elezioni anticipate, hanno, infatti, reagito davvero male. Rutte si è dimesso dopo il fallimento dei negoziati sulla riduzione del deficit pubblico con il partito di estrema destra di Geert Wilders che appoggiava esternamente il suo governo. Con queste premesse l’apertura della settimana borsistica non poteva che aprirsi nel segno dei ribassi per i listini del Vecchio Continente dopo che, a Washington, i Paesi del G20 hanno assunto l’impegno di aumentare di oltre 430 miliardi di dollari le risorse a disposizione del Fondo monetario internazionale, in aggiunta alla quota prevista dalla riforma del 2010. Anche lo spread tra i titoli decennali francesi e il Bund si allarga a 147 punti e continua ad ampliarsi anche il differenziale della Spagna che torna sopra il livello di 430 punti. Da Berlino il portavoce del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble ha dichiarato: «Il percorso della crisi dell’eurozona non è finito, sono ancora molte le misure da prendere e le riforme da fare, la strada però è quella giusta». Mentre tra gli investitori la sensazione è che la linea rigorista tenuta dai paesi europei potrebbe subire delle revisioni. E così l’incertezza dell’area euro tiene

Uno dei dati più preoccupanti diffusi dall’Istat è il crollo, ad aprile, della fiducia dei consumatori che passa da 96,3 a 89,0, con l’aumento significativo del saldo delle risposte relative all’evoluzione futura della disoccupazione (da 88 a 106). Il peggioramento, diffuso a tutte le componenti, è particolarmente marcato per il clima economico generale che scende da 85,4 a 72,1, mentre il clima personale scende in misura meno accentuata (da 100,1 a 94,3). In forte calo risulta anche l’indicatore riferito al clima futuro, che passa da 86,3 a 76,6, e quello relativo alla situazione corrente (da 102,6 a 96,7). I numeri diffusi dall’Istat confermano questo clima e le aspettative sull’andamento generale dell’economia Italiana risultano in forte peggioramento (i saldi diminuiscono rispettivamente da -111 a -127 e da -45 a -69). Peggiorano i giudizi e le previsioni sulla situazione economica della famiglia (rispettivamente da -54 a -63 e da -25 a -39) e le valutazioni prospettiche sul risparmio (il saldo scende da -71 a -85). In ca-

Sopra la manifestazione degli operai dell’Alenia: nell’altra pagina il ministro del Welfare Elsa Fornero

Il ministro a un’assemblea organizzata dalla Fiom in Alenia

Fornero, sfida in fabbrica di Marco Palombi

ROMA. La giornata di ieri è servita almeno a dimostrare una cosa: la prima liberalizzazione da fare in Italia è quella dei cervelli. L’antefatto è la presenza di Elsa Fornero all’assemblea dei lavoratori di Alenia Caselle, a Torino, organizzata dalla Fiom. Missione del ministro era spiegare il suo punto di vista sulla riforma del lavoro approvata dal governo e discutere con le persone presenti. Bene, sarebbe normale dire, finalmente c’è un po’ di dibattito pubblico non addomesticato. Macché. A parte Fiom, che ha organizzato, tutto un coro di scomuniche: Cgil confederale e Cisl su tutti (non la Uil), ma anche pezzi di politica (specialmente Idv, che vorrebbe intestarsi lo scontento

del mondo del lavoro). Il punto è che un ministro non può andare in fabbrica a parlare o litigare direttamente con la gente («farà disinformazione»), quello è compito dei sindacati: sostanzialmente la circonvenzione d’incapace – tali sembrano essere i lavoratori agli occhi di certi loro rappresentanti – è compito di chi la fa per mestiere, sennò i sindacalisti che ci stanno a fare? Curioso anche l’atteggiamento delle altre Rsa di Alenia Caselle, che hanno fatto un presidio davanti all’azienda: Fornero non può andare in una assemblea organizzata da una sola sigla. Perché non aderite anche voi? Perché «un ministro non può parlare direttamente coi lavoratori saltando i sinda-


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lo sono i giudizi sulla convenienza all’acquisto di beni durevoli (da -84 a 100). Le valutazioni prospettiche sull’evoluzione nei prossimi dodici mesi, rileva ancora l’Istat, segnalano una accentuazione della dinamica inflazionistica (il saldo sale da 33 a 50). A livello territoriale il clima di fiducia peggiora marcatamente in tutte le ripartizioni. L’unico risultato confortante viene dalle esportazioni con un incremento del 4,0% rispetto al mese precedente, mentre le importazioni registrano una diminuzione dell’1,5%.

cati». Non ha il certificato che glielo consente, per così dire. Fatto sta che Fiom e Fornero l’hanno fatto lo stesso: ne è scaturita un’assemblea tesa, ma composta, in cui alla professoressa è stato riconosciuto almeno “l’onore delle armi”, se non quello della ragione. “Abbiamo apprezzato il coraggio”, era il commento unanime alla fine, “ma non ci ha convinto”.

L’incontro – un’assoluta novità o giù di lì nella storia della Repubblica – comunque non è stato una passeggiata, né un minuetto: a parte l’applauso finale, di cortesia e rispetto, il migliaio di presenti ha testimoniato il suo dissenso coi mugugni, le interruzioni, la diffidenza di fondo. La ministro, dal canto suo, non ha fatto che ripetere le sue opinioni. Sulla riforma delle pensioni, per dire: «È dura? Certo che lo è – ha scandito – Ma sono 20 anni che si fanno riforme delle pensioni e tutte le volte c’era un motivo per bloccarle. Questa è stata una botta, lo ammetto. Ma quando il malato è grave, non ci sono alternative». Affermazioni non gradite in Alenia, dove ci sono circa 1.500 futuri “esodati”: «Ho scritto una lettera ai sindacati per trovare una soluzione – ha spiegato Fornero – il ministro non ce l’ha in tasca». I lavoratori in uscita dall’azienda grazie ad un accordo collettivo del dicembre 2011, a governo Monti già in carica, non rientrano in-

fatti tra i 65mila esodati calcolati dal governo (che sono già fuori dalle aziende): «Servono nuovi provvedimenti, ma troveremo il modo». Mugugni diffusi e persistenti. Certo, mai come quelli seguiti alle parole della professoressa prestata al governo sulla riforma del lavoro: «È necessaria perché il nostro mercato negli ultimi 15 anni ha funzionato troppo poco: poca occupazione, di bassa qualità e precariato. Si è creata un’occupazione mor-

«Non abbiamo soluzioni in tasca, ma certi problemi vanno affrontati. E risolti». Contestazioni ma anche rispetto e sopresa per l’offerta di dialogo di e fuggi per i giovani: flessibile, ma di una flessibilità non sana, non positiva. È importantissimo cambiare, perché occupazione di questo tipo non crea i presupposti per la produttività. Così il Paese non cresce. Non crea prospettive ai giovani, e manda i lavoratori in pensione troppo presto. Il Paese era bloccato e senza crescita». Qui i presenti si sono fatti sentire: «Cambiare l’articolo 18 non serve – ha gridato uno - non è questo che ferma gli investimenti». Un

altro momento caldo è seguito poco dopo, quando Fornero ha fatto riferimento al debito pubblico «che ci costa un miliardo al giorno». «E sempre noi dobbiamo pagarlo», è stata la risposta della platea, «dov’è l’equità?».

Critica, come le altre, variamente ripresa anche dagli interventi dei lavoratori alla fine del discorso del ministro. L’ultimo ha davvero idealmente chiuso il cerchio. «Sono Michele, ho 32 aani e non ho un futuro», ha iniziato l’operaio: «Quando l’ho vista piangere in tv dopo l’allungamento dell’età della pensione, ho pensato che finalmente c’era qualcuno diverso. Poi mi sono ricreduto». Il riassunto di Giorgio Airaudo, responsabile auto della Fiom, tra i moderatori dell’incontro: «Fornero non ha convinto i lavoratori, lo ha ammesso anche lei. È stata comunque un’assemblea vera, in cui Fornero è stata spesso interrotta ha fatto dialogo e battibecchi con i lavoratori. L’applauso finale è di cortesia, noi pensiamo che si debba andare allo sciopero generale contro questa riforma, bloccando il paese».

Secondo la Confederazione italiana agricoltori non «solo crolla a picco la fiducia dei consumatori, ma anche la tavola ne risente: quattro famiglie su dieci tagliano la spesa alimentare; il 60% cambia addirittura menù, mentre il 35% è costretto a optare per prodotti di qualità inferiore. Una situazione che non sembra destinata a cambiare, visto che le difficoltà economiche delle famiglie restano forti e che il clima di fiducia è sempre più basso». Negli ultimi dodici mesi, secondo la Cia, «il 41,4 per cento delle famiglie italiane ha ridotto gli acquisti di frutta e di verdura, il 37 per cento quelli di pane e il 38,5 per cento quelli di carne bovina. Se, invece, si analizza la ripartizione geografica, si rileva che nelle regioni del Nord il 32 per cento delle famiglie ha limitato gli acquisti; in quelle del Centro la percentuale di chi ha tagliato i consumi sale al 37 per cento (il 38 per cento ha ridotto il pane, il 46 per cento il pesce, il 35 per cento la carne bovina). Mentre nelle regioni del Sud si arriva al 49 per cento (il 38 per cento ha ridotto il pane e il 48 per cento la carne bovina)». E per quanto riguarda la scelta di prodotti di qualità inferiore, l’orientamento delle famiglie, a livello nazionale, ha riguardato «il pane per il 40,2 per cento, la carne bovina per il 46,2 per cento, la frutta per il 44,5 per cento, gli ortaggi per il 39,7 per cento, i salumi per il 32,5 per cento».


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Calisto Tanzi è stato condannato a 17 anni di carcere per il crac Parmalat: una storia drammatica, piena di complicità e furbizie. Molto italiana, insomma

La finanza e gli a di Marco rima ancora di finire ai francesi di Lactalis, prima ancora di mettere in ginocchio 33 mila piccoli risparmiatori e una parte importante del capitalismo italiano, prima ancora di diventare parte inscindibile di un binomio che principia con “crac”, c’è stato un momento in cui Parmalat era davvero “un gioiellino”, come il titolo del film di Andrea Molaioli dedicato alla vicenda, in cui Remo Girone veste i panni di Calisto Tanzi e Toni Servillo quelli del ragionier Fausto Tonna. C’è stato un tempo in cui Calisto Tanzi, condannato ieri dalla Corte d’Appello di Bologna a 17 anni e 10 mesi per le vicende legate al crollo di Parmalat, era uno dei “selfmade man”più famosi e stimati dello Stivale. Un uomo tranquillo, sempre sorridente e disponibile, capace di creare un impero. Una storia, però, senza lieto fine, che inizia nel 1962.

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L’incipit del racconto non è opera nostra, ma la motivazione con cui, nel 1984,Tanzi fu insignito dell’onorificenza di Cavaliere del Lavoro, cui fece seguito nel 1999 quella di Cavaliere di Gran Croce: «Diplomato in ragioneria, ha interrotto gli studi alla morte del padre per sostituirlo nella direzione di una piccola azienda familiare di salumi e conserve». Ma la sua vocazione era un’altra e nel 1962 fonda la Parmalat SpA di cui è Amministratore Unico e principale azionista. «La Società è diventata una multinazionale del latte in brick e in ogni altro tipo di confezione. Lavora mediamente 20.000 quintali di latte all’anno distribuiti in 140.000 punti di vendita. Molte consociate e molte diversificazioni nel settore alimentare. Il marchio della Società si è diffuso grazie anche alla sponsorizzazio-

ne sportiva nel campo della Formula Uno, dello sci, del calcio e di altre discipline agonistiche». Una storia di successo, raggiunto con sacrificio e con dedizione. Eppure, la Parmalat, da eccellenza italiana si è ben presto trasformata in un enorme buco nero alimentato dalla forza dirompente dell’ingordigia del capitalismo e della politica. Una vicenda che deflagra in tutta la sua potenza solo nel 2003, ma che ha inizio negli anni 80.

Nel 1984, infatti, la Parmalat apre il suo secondo stabilimento a Nusco, comune dell’avellinese che ha dato i natali a Ciriaco De Mita. Desta qualche perplessità la decisione di Tanzi: per la posizione dell’impianto, che è in mezzo al nulla e dista oltre quaranta chilometri dalla più vicina uscita dell’autostrada, e per alcune vicende poco chiare che sfociano nel ritrovamento all’interno della fabbrica di rifiuti tossici provenienti da La Spezia. Tanzi inoltre partecipa alla ricostruzione dell’Irpinia, devastata dal terremoto del 1980. Ma anche in questo caso qualcosa non torna: Tanzi si presenta alla procedura per accedere al credito erogato con il decreto 216 relativo alla ricostruzione dell’area con dieci giorni di ritardo rispetto al termine del bando. Non basta, chiede che gli

vengano erogati aiuti per otto miliardi di lire: ebbene, nonostante il ritardo, ne ottiene undici, addirittura tre in più rispetto alla richiesta avanzata. Il tempo passa e attorno alla Parmalat, che continua a macinare utili record, iniziano ad addensarsi nubi più pesanti. Le amicizie di cui Calisto Tanzi si circonda iniziano ad utilizzare la sua azienda come una sorta di bancomat: erogatrice di fondi verso imprese di amici (o amici di amici) che versano in cattive acque e che vengono acquistate a cifre nettamente superiori al loro valore reale da parte della Parmalat. Un fiume di denaro che inizia a partire da Collecchio e si dirige verso pesci sempre più grossi. Lo stesso Tanzi, durante una delle udienze del processo relativo al crac Parmalat, ha dichiarato di avere iniziato a dirottare cifre ingenti verso le banche già dalla fine degli anni Sessanta: in cambio, erogazione di credito e possibilità di pilotare la nomina di alcuni membri dei consigli di amministrazione. Ma poiché non esistono riscontri oggettivi su quanto dichiarato da Tanzi, bisogna raccontare solo quanto effettivamente verificato: è il caso, verso la fine degli anni 80, dell’acquisizione di Margherita Yoghurt, fortemente indebitata, e della Cipro Sicilia, oberata da debiti per 150 miliardi di lire. Non basta.A queste operazio-

Tutto comincia nel 1962 quando il “giovane imprenditore” fonda quello che diventerà un impero (con i piedi d’argilla) fondato sul latte: negli anni Ottanta l’azienda ne lavora in media 20.000 quintali all’anno, distribuiti in 140.000 punti di vendita ni che non hanno alcun valore finanziario ma servono soltanto ad accontentare gli amici, si aggiunge la rilevazione di una ottantina di agenzie di viaggio, che ben poco avrebbero avuto a che vedere con latte e merendine, se non fossero state care ad amici influenti del patron. Si stima che già alla fine degli anni 80 la Parmalat, nonostante prodotti di enorme successo, a causa di politiche dissennate avesse accumulato un importante indebitamento, stimato in oltre cento miliardi di lire. Questo anche perché la strategia di internazionalizzazione dell’azienda, che si era rivolta con particolare attenzione al mercato sudamericano e del sud-est asiatico, era stata con-


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amici degli amici Scotti dotta con eccessiva leggerezza, procedendo all’acquisizione di catene di supermercati e di linee produttive per cifre che lo stesso Tanzi definì“orrende”. Un’eccessiva disinvoltura che rischiava di costare all’azienda il futuro.

Siamo agli anni 90, quando la strategia di Tanzi inizia a farsi ancora più spregiudicata. In quel periodo, infatti, mentre il polverone di Tangentopoli stava per rovesciare un’intera classe politica, la Parmalat, con sede a Collecchio, inizia una serie di pericolose acquisizioni che la porteranno, come vedremo tra poco, ben oltre il baratro, trascinando con sé decine di migliaia di piccoli risparmiatori che avevano deciso di investire i denari di una vita in obbligazioni dell’azienda emiliana. Una vicenda che merita di essere scandagliata – anche se ancora siamo nel campo delle ipotesi – è quella relativa al finanziamento del partito Forza Italia. Se, infatti, è noto l’endorsement fatto dal patron di Parmalat sia nel 1994 sia nel 2001 a favore dello schieramento guidato da Silvio Berlusconi, è ancora da accertare se già nel 1992 Tanzi abbia, di fatto, portato avanti un sorta di finanziamento “amichevole”dell’idea politica di Berlusconi attraverso la rinuncia agli sconti di cui poteva beneficiare sulle reti del gruppo Fininvest: un inserzionista con il peso di Parmalat, infatti, avrebbe avuto diritto, data la mole di pubblicità prodotta sulle reti di Berlusconi, a un importante sconto. C’è chi ritiene che Tanzi vi abbia rinunciato proprio per finanziare la creazione di Forza Italia. Ma si diceva dei primi anni 90: è proprio nel 1990, infatti, che Calisto Tanzi acquista la società calcistica Parma, appena entrata nell’empireo della Serie A. Una squadra tosta, con un allenatore gentiluomo come Nevio Scala. I primi successi non tardano ad arrivare: qualificazione alla Coppa Uefa, vittoria della Coppa Italia e della Supercoppa Italiana, conquista della Coppa Uefa contro la Juventus invincibile di Marcello Lippi nel 1994. E poi, l’acquisto di giocatori di primissimo livello: Faustino Asprilla, Juan Sebastian Veròn, Hernan Crespo, Enrico Chiesa, Lilian Thuram, Fabio Cannavaro, Gianluigi Buffon. Una generazione di campioni straordinari che

È a partire dagli anni Novanta che, per ottenere sponde politiche, il gigante di Collecchio inventa fondi spazzatura e un conto bancario che non esiste. E precipita nel baratro del fallimento, trascinando con sé migliaia di risparmiatori ignari riesce a insidiare lo strapotere di Juventus e Milan nell’ultimo decennio del Secondo Millennio. Ma non è certo la squadra di calcio – che iniziava tuttavia a incidere pesantemente sui bilanci dell’azienda – la cagione dei mali della Parmalat. Altri affari dissennati, infatti, costrinsero Tanzi a scegliere la strada della quotazione azionaria. «Ma come si fa – immaginiamo si chiedesse il patron passeggiando nervosamente nel suo ufficio in centro a Parma – a quotare in borsa un’azienda che ha perdite significative e che inizia a non avere più soldi?». La risposta la prendiamo in prestito dal film Il Gioiellino:Toni Servillo, con il suo sguardo impenetrabile e gelido, ha la soluzione pronta: «I soldi ce li inventiamo». Anche senza indulgere ulteriormente nella trasposizione cinematografica della vicenda del crac, quanto avviene dalla metà degli anni 90 in poi sembra veramente un documentario sulla cosiddetta “finanza creativa”. La Parmalat, infatti, oltre a essere oberata di debiti, possiede degli asset non strategici che gravano sul bilancio aziendale con debiti pesantissimi:

In alto, Tanzi in Tribunale a Bologna e con il figlio Stefano, allora presidente della squadra del Parma calcio

su tutti, Odeon Tv che con i suoi 120 miliardi di buco impedisce all’azienda di Collecchio di superare gli esami della Consob. Tanzi riesce a venderla e, contestualmente, ottiene un prestito da 160 miliardi da un istituto di credito. In questo modo può ripianare completamente i bilanci e procedere alla quotazione in borsa della società.

Ma il trucco funziona per poco: i troppi affari sballati hanno ormai portato Parmalat a un passo dal tracollo, che rischierebbe di diventare realtà se non fosse per il secondo e più azzardato procedimento di finanza creativa.Viene creato un fondo di investimento, Epicurum, su cui Parmalat stornava cifre importanti. Ovviamente il fondo era fasullo, ma serviva a ingannare i mercati, che venivano ulteriormente beffati da altre due operazioni parallele: da un lato, si emettevano false fatture a credito per testimoniare la bontà del lavoro di Parmalat e per dimostrare alle banche l’imminente incasso di ulteriore danaro; dall’altro, veniva creato un finto conto corrente in una filiale di Bank of America il cui saldo, ovviamente truccato, ammontava a quasi quattro miliardi di euro. Con una liquidità così elevata e con fatture ancora da incassare, quale banca avrebbe ri-

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fiutato di finanziare Parmalat? E infatti, molti cascarono nell’inganno ordito, aprendo i cordoni della borsa. Un’altra operazione dissennata segna la fine del Millennio per Parmalat: nel 1999, infatti, la Eurolat di proprietà del gruppo Cirio, fu acquistata dall’azienda di Collecchio per 324 miliardi di lire, una cifra enormemente superiore al valore reale. Tanto da far sorgere il dubbio che qualcuno di estremamente influente avesse fatto pressione su Tanzi perché portasse a termine l’acquisizione ad un prezzo gonfiato.

Siamo nel Terzo Millennio e i nodi iniziano a venire definitivamente al pettine, almeno all’interno del sistema bancario: ormai Parmalat è prossima al collasso e necessita di un’iniezione di liquidità che nessuno sarebbe disposto a concedere. A meno che non si trovino finanziatori esterni disposti ad acquistare obbligazioni (i famigerati bond) della società di Collecchio. Già, ma chi sarebbe disposto a farlo? I piccoli risparmiatori che, ignari di quanto sta succedendo nella pancia della Parmalat, vengono spinti ad acquistare obbligazioni dell’azienda – valutate come sicure – investendo il proprio gruzzolo. Un’operazione che funziona per un po’, fino a quando, nel 2003, la Consob non scopre in che stato versano i conti della Parmalat e lancia l’allarme. Non appena si diffonde la notizia delle reali condizioni dell’azienda, viene imposto al consiglio di amministrazione di conferire pieni poteri al commissario Enrico Bondi. Il quale inizia una lenta e difficile opera di risanamento. Intanto però il mese di dicembre sancisce la fine dell’impero di Tanzi: l’8 dicembre si scopre che i 600 milioni del fondo Epicurum non esistono, il 12 dicembre, contestualmente alla restituzione dei 150 milioni del bond, il commissario Bondi scopre l’esistenza di un ulteriore buco di 80 milioni di euro. Il titolo, sospeso dal mercato azionario per tre giorni, perde l’11 dicembre il 46% del proprio valore. Il 15 dicembre, l’intero consiglio di amministrazione si dimette. Ma la notizia più terribile arriva il 19 dicembre, quando Bank of America comunica che il conto da 3,9 miliardi di euro, che rappresentava l’attivo della società di Collecchio, non esiste. Il 26 dicembre Calisto Tanzi, l’imprenditore dalla faccia gentile e dai modi garbati, viene arrestato. È la fine di un impero. Il 1° gennaio del 2004 Enrico Bondi decide che il primo asset che dovrà essere ceduto per ripianare l’enorme indebitamento di Parmalat è la squadra di calcio del Parma. Che, dopo aver regalato trionfi e soddisfazioni, diviene l’emblema del crollo di Tanzi e delle sue ambizioni. Un insegnamento che non sembra essere stato ancora del tutto introiettato dalla finanza mondiale.


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mondo

In India la stampa cambia marcia: apre con la foto di Latorre e il titolo “È un eroe!”, perché ha salvato un fotografo AP

Più vicini alla libertà Caso Marò, la Corte Suprema accoglie il ricorso di Roma e spiana la strada alla scarcerazione di Vincenzo Faccioli Pintozzi er quanto lunga e farraginosa, la strada verso la liberazione dei due fucilieri italiani del battaglione San Marco trattenuti in India sembra essere più sgombra. Ieri la Corte Suprema di New Delhi ha deciso infatti di ammettere il ricorso presentato dall’Italia in merito all’incostituzionalità della detenzione dei due marò. I giudici hanno chiesto al governo dell’Unione indiana e allo stato del Kerala di presentare una memoria e hanno fissato la prossima udienza sul caso per il prossimo 8 maggio. Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono accusati di avere ucciso due marinai locali il 15 febbraio scorso e per questo detenuti al carcere di Trivandrum. Nella petizione si definisce illegale la detenzione dei due fucilieri del reggimento San Marco, poiché viola il principio dell’immunità sovrana e gli articoli 14 e 21 della costituzione indiana, in quanto l’incidente è avvenuto in acque internazionali e, dunque, la giurisdizione sul caso appartiene all’Italia. Inoltre, i 136mila euro versati dall’Italia (come “gesto di buona volontà”) alle famiglie dei due marinai uccisi sembra essere un segnale chiaro.

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Venerdì, assumendo una posizione a sorpresa rispetto alla linea tenuta nei mesi scorsi, il governo centrale ha comunicato all’Alta Corte che la polizia del Kerala “non aveva l’autorità” per trattenere la petroliera Enrica Lexie - tuttora bloccata nel porto di Kochi - né per indagare sul caso, verificatosi in acque internazionali. La posizione di New Delhi ha fatto infuriare il governatore del Kerala, Oomen Chandy, che ha protestato contro la procura generale, chiedendo che non sia più l’avvocato Kirit N. Raval a rappresentare il governo centrale davanti alla Corte Suprema su questo caso. Nel frattempo ieri il governo indonesiano si è offerto di spiegare all’India la “prospettiva italiana” sul caso dei marò. Lo ha riferito il ministro degli Esteri, Marty Natalegawa, al termine di un colloquio a Giacarta con il titolare della Far-

La petroliera era nelle mani dei pirati da quattro mesi

Libera la “Enrico Ievoli”, tutti illesi gli italiani a bordo ROMA. Dopo quasi quattro mesi di attesa, la petroliera ‘Enrico Ievoli’ è stata rilasciata dal commando di pirati che l’aveva sequestrata al largo dell’Oman. A bordo ci sono sei marinai italiani: sequestrati dai pirati il 27 dicembre scorso e condotti in un porto somalo, stanno tutti bene. L’annuncio è stato dato dal ministro degli Esteri GiulioTerzi. I familiari dei sei marinai italiani, cinque siciliani e un pugliese, sono già stati avvisati. «Stiamo molto bene, è tutto sotto controllo. L’equipaggio sta benissimo» sono state le prime parole del comandante Agostino Musumeci, riferite dall’armatore, che ha comunicato: «La nave è già partita dalle coste della Somalia e a bordo ci sono i militari italiani». La Ievoli era stata catturata al largo delle coste dell’Oman. A bordo ci sono 18 persone, sei delle quali italiane. Gli altri marinai sono 5 ucraini e 7 indiani. Il mercantile, lungo 138 metri, trasportava circa 15.750 tonnellate di Soda caustica. Partita da Fujairah (Emirati Arabi Uniti) era diretta nel Mediterraneo. La nave appartiene alla società Marnavi di Napoli. La ‘Enrico Ievoli’aveva già avuto a che fare con i pirati, nel marzo del 2006. Il cargo era in navigazione al largo delle coste yemenite di Aden quando si sono avvicinati alcuni barchini con presunti pirati a bordo. Il comandante della motonave aveva dato l’allarme ed era intervenuta in soccorso una unità della Marina militare italiana, la fregata Euro, che si trovava in zona. In quel caso bastò il sorvolo dell’elicottero militare a far allontanare i due motoscafi. La liberazione riapre il dibattito su cosa fare con l’emergenza pirateria: il numero di vascelli sequestrati e trattenuti per mesi aumenta ogni anno, e la giurisdizione internazionale non ha ancora trovato una quadra comune a tutti i Paesi. La presenza di militari a bordo non basta.

I giudici hanno chiesto al governo dell’Unione indiana e allo Stato del Kerala di presentare una memoria e hanno fissato la prossima udienza sul caso per l’8 maggio nesina, Giulio Terzi. «Posso capire le ragioni di entrambi» ha affermato il ministro - riconoscendo che si tratta di «una questione ovviamente sensibile e importante per ambedue le parti. Ho ascoltato - ha aggiunto - il punto di vista italiano e

Massimiliano Latorre blocca con le mani l’auto che sta per investire un fotoreporter dell’Ap

auspico di essere in grado di comunicarlo in modo appropriato, se questo può essere utile, all’altra parte».

Tuttavia, la controparte indiana difende i continui rimpalli giudiziari. «Non c’è stallo giuridico. Quanto sta accadendo rientra nelle consuete procedure previste dal Codice penale indiano. L’India è un Paese democratico con un buon sistema giudiziario». È il commento ad AsiaNews di Vincent Panikulangara, avvocato cristiano dell’Alta corte del Kerala, sui nuovi rinvii nel caso dei marò italiani, accusati dell’uccisione di due pescatori indiani il 15 febbraio scorso. Nessuna notizia dei risultati della perizia balistica, condotta da esperti indiani e italiani ormai più di un mese fa. Secondo SM Krishna, ministro indiano degli Esteri, il prolungamento di custodia giudiziaria è «una decisione giusta. L’arresto dei due marò non intaccherà le relazioni diplomatiche con l’Italia». Krishna è stato a colloquio con il capo del governo


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Parla Stephen Kulakkayathil, parroco di Quilon in Kerala

«Vogliamo ottenere la verità, non una vendetta» di Massimo Fazzi India «non vuole punire nessuno senza motivo. Non abbiamo nulla contro i marò italiani, così come se fossero tedeschi, inglesi o spagnoli». Lo afferma ad AsiaNews p. Stephen Kulakkayathil, parroco di Quilon ed ex segretario generale del Kerala Region Latin Catholic Council (Krlcc), smentendo in modo categorico un possibile clima di tensione e risentimento in Kerala nei confronti dei due fucilieri del Reggimento San Marco. Il 5 marzo scorso il giudice di Kollam ha stabilito il trasferimento nel carcere di Trivandrum di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, per l’omicidio di due pescatori indiani, Jelestein e Ajai Binki. I marò si trovano in un’area diversa della prigione, conforme al loro status. E ora si attende il pronunciamento sulla giurisdizione del caso. La sentenza ha scatenato una nuova ondata di polemiche. Molti in Italia associano la fermezza mostrata dalle autorità indiane a questioni di politica interna, e ne vedono la causa nelle imminenti elezioni. Il parroco di Quilon esclude però questa possibilità: «Sono elezioni suppletive. Due mesi fa è morto un ministro dello Stato e deve essere sostituito». Infatti, a differenza delle votazioni concluse in Uttar Pradesh e a Goa questa settimana, il Kerala ha eletto la nuova assemblea legislativa il 13 maggio 2011. Al voto ha vinto il Congress, anche se con un margine di soli 4 seggi in più rispetto al Partito comunista-marxista (Cpm).

L’

(chief minister) del Kerala Oomen Chandy, che ha rilasciato alcune dichiarazioni giudicate “preoccupanti” dalle autorità italiane. Il capo del governo ha infatti ribadito che «il crimine è avvenuto in acque territoriali, e quindi i militari italiani devono essere giudicati secondo la legge indiana». Ma il ricorso ammesso ieri dai giudici di Delhi smentisce l’uomo, accusato da più di una parte di essere in cerca di facile propaganda in vista delle prossime elezioni.

Panikulangara è avvocato della Corte suprema dell’India e non si occupa del caso dei due pescatori indiani. Nel 1973 ha vissuto in Italia per qualche tempo. Sui continui rinvii aggiunge: «Il procedimento penale avviato dallo Stato del Kerala viene portato avanti dai tribunali preposti. I rinvii sono decisi dalla singola corte, non sono connessi gli uni con gli altri. È naturale, che ci voglia del tempo: la questione della giurisdizione, come il rilascio della petroliera, sono stati presentati all’Alta corte su richiesta dei familiari più vicini delle vittime e dal proprietario del peschereccio». Secondo l’avvocato, alcune richieste delle autorità italiane risultano incomprensibili, come quella di

Nella petizione si definisce illegale la detenzione dei due fucilieri del reggimento San Marco, poiché viola il principio dell’immunità sovrana e gli art. 14 e 21 della costituzione indiana una sistemazione privilegiata.«I due militari - sottolinea sono accusati di omicidio, provengono da un Paese diverso: come potrebbero essere rilasciati su cauzione? C’è forse qualche luogo sul pianeta Terra dove gli accusati in un omicidio possono godere di certi privilegi? Noi amiamo il popolo italiano. Ma la sensazione che si ha qui, è che le autorità italiane stiano dando questa grande attenzione al caso più per ragioni politiche, che per difendere i diritti legali dei due accusati».

La notizia dell’ammissione del ricorso, quindi, sembra sparigliare le carte e dimostra una nuova sensibilità dell’opinione pubblica nei confronti dei nostri marò. A conferma, si aggiunge la notizia pubblicata sul giornale indiano The new sunday express, uscito con una foto e con il titolo “Massimiliano Latorre, un eroe!”. La stampa indiana racconta l’atto di eroismo di cui il marò tarantino è stato protagonista sabato mattina fuori il carcere di Tri-

vandum mentre, con Salvatore Girone, si recava al colloquio giornaliero con i familiari.

Nella ressa che si era creata per riprenderli, un fotoreporter dell’Ap con una maglietta gialla era inciampato cadendo a terra proprio mentre un’automobile, alle sue spalle, stava facendo retromarcia. Latorre - riportano i media indiani, e una fotografia immortala l’attimo - si è lanciato verso la vettura, bloccandola con le mani. Il fotografo, Aijaz Rahi, di 39 anni, attraverso i familiari ha ringraziato Latorre per il gesto: «Il suo intervento è stato provvidenziale a evitare che io subissi danni dal veicolo in retromarcia, e mi ha subito aiutato a rialzarmi. Gli sono molto grato». A dimostrazione del fatto che non sono, almeno non sembrano, assassini.

«Le persone qui - ribadisce p. Stephen - vogliono capire che cosa è davvero accaduto, proprio come voi italiani. Tutti noi siamo in attesa dei risultati delle prove balistiche. E ammiriamo molto l’operato del sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura. Il suo modo di muoversi, di cercare il dialogo, e anche di difendere e confortare i due marò. È l’atteggiamento giusto. Semmai, i dubbi sono altri: perché il capitano della nave non è stato fermato?». Una domanda che, nelle ultime ore, si affaccia anche in Italia e ancora non trova una risposta. L’altro nodo fondamentale è quello legato alla giurisdizione del caso, non ancora decisa. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare stabilisce le acque territoriali fino a 12 miglia nautiche dalla costa. Superata questa soglia, la Carta riconosce poi la cosiddetta ”zona contigua”: un tratto di ulteriori 12 miglia nautiche (un totale di 24), in cui lo Stato che determina la territorialità può continuare a esercitare le proprie leggi. Esiste inoltre una ”zona economica esclusiva” di 200 miglia nautiche, entro la quale lo Stato costiero può esercitare il diritto di sfruttamento esclusivo delle risorse. «La legge indiana - spiega p. Stephen ad AsiaNews garantisce ai nostri pescatori di spingersi fino a queste 200 miglia nautiche per pescare». Ecco il punto: secondo la versione dei pescatori (sostenuta dalle autorità indiane), il peschereccio si trovava entro la zona contigua, dato il diritto sancito dalla legge indiana di spingersi ben oltre quell’area. In attesa che si faccia chiarezza, lo scorso 12 marzo le diocesi di Quilon, Kochi e Trivandrum hanno organizzato una protesta non contro il governo italiano, ma contro quello indiano, per chiedere maggiori misure di sicurezza per i pescatori. «È stata una marcia che raccoglierà 200mila persone e arriverà davanti al segretariato (ufficio del capo del governo, ndr) di Trivandrum». Intanto, la vita della comunità sta tornando alla normalità, anche se con lentezza. «Il piccolo di Jelestein - racconta il sacerdote - è tornato a scuola, ha gli esami tra poco. Per il resto, è passato ancora troppo poco tempo. La perdita di un marito e di un padre non sono ferite che si rimarginano in fretta».


mondo

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L’Italia riconfermata alla guida della missione Onu in Libano

La diplomazia da battaglia Parla Paolo Serra, comandante di Unifil che guida un “esercito di pace”: «Dobbiamo gestire la situazione locale come se fossimo un unico corpo» di Antonio Picasso

NAQURA. Il generale di divisione Paolo Serra è da pochi mesi il nuovo comandante e capo missione di Unifil. Per la seconda volta, in trenta due anni di presenza dei caschi blu in Libano, l’incarico viene assegnato a un italiano. Prima di Serra, tra il 2007 e il 2009, c’è stato Claudio Graziano. Nessun altro Paese ha avuto onore e onere di guidare Unifil due volte. Segno, questo, che l’Onu nutre la massima fiducia nel nostro Paese, come peacekeeper in questa area del Medioriente. Lo stesso fa il governo di Beirut. Serra si schernisce di fronte a questa realtà di fatti. Non potrebbe fare altrimenti. Il suo ruolo gli

Viviamo in una situazione che, vista da fuori, appare tranquilla. Tuttavia è fragilissima

impone di indossare al tempo stesso un basco azzurro e una feluca da grande ambasciatore. Il comandante dell’Unifil, infatti, non è solo un militare. Perché ogni giorno si deve approcciare a un contesto politico tra i più intricati dello scacchiere internazionale. È lo stesso Serra a sottolinearlo. «Viviamo in una situazione che, da fuori, appare tranquilla. Tuttavia è fragilissima». È il paradosso del Libano del sud, dove l’instabilità si è ormai cristallizata. Dove si vive alla giornata, sempre in attesa del colpo d’artiglio del «perfido sionista», come dicono i sindaci di queste parti. Un colpo al quale Hezbollah e Amal saprebbero come reagire. E con essi, forse, anche le Forze armate libanesi. Visto che ormai Israele è diventato un nemico nazionale, che associa sciiti e cristiani. Ma non è dei venti di

guerra che si parla con il generale Serra. Bensì di Unifil, incastonata in una società dai futuri fluidi. Tema sul quale il comandante elabora le sue riflessioni con calma. Facendo bene attenzione a ogni singola parola. Perché l’Onu è in Libano sì come forza di supporto del governo di Beirut e dell’esercito nazionale. Ma è anche ospite. Quindi sotto pressione e osservazione. Ogni suo passo rischia di apparire avventato. Una virgola al posto sbagliato in una dichiarazione è potenziale fonte di imbarazzo o di crisi diplomatica. Con il pericolo di rovinare sei anni, o forse trentadue, di fine tessitura. «La fragilità di questo mondo è data dalla condizione fattuale di cessate il fuoco». Senza però che si possa parlare di stabilità della regione, o perfino sognare un’ipotesi di accordo di pace tra Israele e Libano. La guerra dei 34 giorni, quella che Hezbollah ha vinto sul campo e che per questo è riuscito a far passare come lotta di resistenza nazionale, è vecchia di sei anni. Osservandola oggi, con tutto che è accaduto in Medioriente, sembra lontanissi-

ma. Eppure, da quei bombardamenti, morti e martiri, non è cambiato nulla. O meglio, è cambiato tantissimo. Ma non secondo i parametri di misura occidentali. Agli occhi dei meno attenti, le sottili evoluzioni rischiano di sfuggire.

«Trovo al contrario straordinarie le iniziative dei tripartite meeting», commenta Serra. Riunioni, queste, che si svolgono mensilmente in una sperduta postazione chiamata 1-32 Alfa, sulla Blue line, a ridosso del-

la costa. In quel punto, dove si dice che termina Israele e altrettanto si suppone possa iniziare il Libano, i due governi – tuttora nemici – si confrontano. Unifil fa da cinghia di trasmis-

sione tra le rispettive esigenze. Insieme si cerca dove potrebbe passare un potenziale confine. Si tratta di un lavoro certosino: neanche 120 chilometri, la cui giurisdizione richiede di essere

Nell’esplosione sono rimaste ferite 7 persone. Hezbollah e Amal si sfilano

Mentre a Tiro avanza l’ombra dell’estremismo Un attentato contro il Nocean, locale che vende alcolici, fa temere una ripresa del fondamentalismo di Giovanni Radini ella notte tra domenica e lunedì, una bomba ha colpito il ristorante Nocean di Tiro, Libano del sud. Il bilancio è di sette feriti e fortunatamente nessuna vittima. Il locale, nel contesto di un grande centro commerciale a est della città, stava per chiudere, quando l’esplosione ha colpito alcuni membri del personale, i quali erano ancora impegnati a sistemare la sala. Secondo il proprietario si tratta di un’intimidazione in quanto al Nocean si vendono e consumano alcolici. Non sarebbe la prima volta che un ristorante viene preso di mira in Libano per questo motivo. L’episodio più recente risale al dicembre scorso. Anche in quel caso, non si registrarono vittime.

N

Tuttavia l’attentato capita in un momento di calma piatta per

il Paese dei cedri. O meglio, Beirut a oggi osserva con trepidazione i suoi distretti settentrionali, quelli confinanti con la Siria e quindi esposti a eventuali sconfinamenti della guerra civile, come pure a flussi di profughi.

Per entrambi i fattori al momento la situazione è sotto controllo. Ed è ancora più ordinaria a sud, dove caschi blu ed esercito libanese sembra che abbiano trovato il giusto mezzo per monitorare strade e città. D’altra parte, in Libano le cose accadono quando l’attenzione internazionale è volta da tutt’altra parte. Il che fa pensare che l’attacco di Tiro nasca da una sommatoria di elementi. Tutti da verificare. La città è il fulcro del Libano del sud, vale a dire epicentro di Hezbollah, o se vogliamo dell’intera comunità sciita. C’è anche Amal infatti. A poche decine di chilometri ci si imbatte in quella blue line oltre la quale c’è Israele. Ma soprattutto a Tiro e din-


mondo d’azzurro-Onu, è già un miracolo. «Specie se si osservano le attività poco mature da parte di alcuni giovani nei villaggi più prossimi alla Blue line». Un eufemismo, quello del Force Commander, per indicare il lancio di pietre contro mezzi civili israeliani, da parte di ragazzi libanesi, nei pressi di Kfar Kila, un villaggio poco distante dalla base di Naqura. Proprio in quell’area, Tzahal, l’esercito israeliano, ha deciso di sostituire con un muro la rete che separa la sua giurisdizione e da quella di Beirut.

Un casco blu dell’Onu vigila nei pressi della Blue Line. Nella pagina a fianco, il generale Paolo Serra che guida la missione Unifil

discussa metro per metro. Ha ragione Serra: il fatto che il banco del dialogo non sia ancora saltato, anzi, che si sia arrivati a quasi metà della Blue line, con i suoi pilastri dipinti

torni c’è Unifil. È abbastanza per comprendere le cause dell’attentato? Se il proprietario del Nocean avesse ragione, i destinatari della bomba sarebbero tutti coloro che consumano alcolici.

E chi, se non i caschi blu – tra loro anche il nostro contingente – oppure i cristiani locali, può farlo? Il ristorante peraltro è al terzo piano di un edificio, dove è situato anche un McDonald’s, simbolo della globalizzazione made in Western countries. Tutto questo per dire che l’attentato è di matrice islamica? Può essere. Ma dalla lista andrebbero esclusi Hezbollah e Amal. In quanto il loro interesse odierno è la crescita economica della regione e, in maniera più estesa, il dominio politico del Paese. Tiro, da pochi mesi, è meta di un impercettibile turismo, il quale timido ma curioso si aggira tra le rovine del porto fenicio, il teatro romano e il centro di impianto crociato. È un turismo che porta soldi, per quanto ogni tanto si voglia concedere una birra. Bevanda, questa, apprezzata anche da molti musulmani. Sebbene non lo ammetteranno mai. Ora, che senso avrebbe devastare un ristorante (fonte di reddito) da parte di due partiti che a Tiro, come nel resto del distretto, sono solidamente al potere? Sempre dando per valida l’accusa del proprietario del Nocean, è plausibile che la miccia sia stata accesa da altri. Bombaroli islamici sì, ma non sciiti. Ein el-Hilweh, piuttosto che Nahr el-Bared, campi profughi classificati come palestinesi, in realtà crogiuolo delle

Per questo è in corso un intervento edilizio. Bene, i giovani sciiti manifestano la propria contrarietà lanciando pietre e con esse provocazioni. «Immaturità», appunto. Unifil, muovendosi con cautela tra le pieghe del mandato Onu, cerca di realizzare un mutual understanding. «Credo che solo il termine inglese rispecchi l’essenza del concetto: mantenere aperto il dialogo tra tutti». D’altra parte, non è un delitto chiedersi quanto le conquiste raggiunte finora siano sostenibili. Al di là degli obiettivi in agenda per Unifil, è evidente che per il Libano mala tempora currunt. O comunque nubi cariche di pioggia possono sopraggiungere. Specie dalla Siria. Argomento sul quale Serra preferisce non sbottonarsi. «Posso solo dire che, nel caso da Beirut emergesse la richiesta all’Onu di intervenire per tamponare la crisi d’oltre confi-

più disparate correnti estremiste, non sono così lontani da Tiro.Attraversando di notte i Wadi – profonde gole scavate da torrenti e piogge – si può passare sotto il naso delle Forze armate libanesi e, purtroppo va ammesso, anche sotto lo sguardo vigile di Unifil. Per quanto i caschi blu siano sempre all’erta, qualcosa può sfuggire. Del resto, se l’ultimo attentato è di quattro mesi fa, a livello statistico, la situazione può dirsi decisamente sotto controllo. Torniamo però al campo profughi. Da lì può essere partito l’ordigno, sulle spalle di un salafita (presenti soprattutto a Nahr elBared), o di un jihadista (attivi a Ein el-Hilweh), il cui obiettivo è creare difficoltà un po’ a tutti. Perché la bomba al Nocean non avrà fatto vittime. Tuttavia ha innescato una catena di allarmi che chiama in causa il governo di Beirut, le forze di sicurezza che a esso fanno capo, Unifil e pure le milizie sciite. Anzi, se vogliamo nella lista possiamo inserire anche Israele, che conosce chi si muove nel Libano del sud e sa che Hezbollah non può essere l’autore di gesti tanto sconclusionati.

L’ex porto fenicio sta ritornando ai fasti del turismo di 30 anni fa, anche se avanza con molta lentezza

Detto questo c’è un’ultima ipotesi: quella del regolamento di conti. Chissà perché il Medioriente è sempre immune dall’eventualità della criminalità comune. Un ristorante che non paga il pizzo può saltare in aria a Roma, a Milano, ma non in Libano. Eppure a Tiro dovrebbe essere molto più semplice trovare dell’esplosivo invece che in Italia. Perché allora non pensare al Nocean come a una qualsiasi vittima di una mafia locale?

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ne, il Palazzo di vetro sarebbe pronto a muoversi». Tuttavia, «la crisi siriana resterebbe comunque fuori dalla competenza del mandato prescritto dalla risoluzione 1701». «Certo, c’è la buona volontà delle parti». Almeno sul versante libanese. Vuoi perché Hezbollah è concentrata a confermare la sua immagine di forza di governo. Vuoi perché il dialogo nazionale a Beirut è una realtà concreta. Ma anche perché Unifil è a oggi sostenuta e partecipata da ben 37 Paesi. «Al di là delle risorse militari e degli uomini dispiegati, si tratta di una concertazione politica senza eguali a livello internazionale». Si aggiungano vantaggi e benefici che ricadono sulla popolazione locale e sulle Forze armare libanesi. Queste ultime, infatti, non sono ancora nelle condizioni di gestire autonomamente la sicurezza del Paese. «Ma stanno crescendo!» Le Laf (Lebanese armed force, per intenderci) sono responsabili della bonifica dalle cluster bomb. Mentre sono in aumento i loro check point. Non è da escludere che un giorno chiedano ancora più indipendenza.

La gente, da parte sua, trova nelle Nazioni Unite un volano economico e culturale. «Prendiamo le iniziative Cimic (Civil Military Cooperation, cellula di colegamento tra i comandi militari con le istituzioni locali, ndr). Unifil realizza pozzi d’acqua, luminarie nelle strade dei villaggi, scuole». Chi scrive è stato di recente testimone di queste opere. «Attività che hanno sempre ritorni sociali di inestimabile valore. Perché una garantisce crescita economica, l’altra implica una maggiore garanzia di sicurezza». Punti di deboli in Unifil? «Preferisco parlare di spazi di miglioramento. Non solo nell’approccio con il mondo locale, ma anche in seno alla missione stessa. Manca infatti un modello standard a tutti e 37 i partner nel confrontarsi con le istituzioni libanesi». È logico: militari cinesi, indiani e italiani hanno in comune le stellette. «E tra soldati è facile intendersi». Diverso è quando si parla con Beirut e i sindaci locali. «Finora la sobrietà e la disponibilità del governo Mikati ci hanno favorito. Tuttavia serve che Unifil abbia una sola voce, a prescindere dall’uniforme, dal comandante e dal singolo contingente». E se quella voce fosse italiana? Alla fine siamo bravi peacekeeper e l’Onu ce l’ha confermato. «Ho detto che serve un approccio omogeneo». Nulla più. Serra torna a schernirsi. Alla diplomazia, si aggiunge l’austerità dell’alpino. Nel frattempo, fuori dalla base, le onde del mare continuano a rifrangersi sulle coste. Un mare che non fa distinzioni tra coste israeliane e quelle libanesi. Un mare e una costa che hanno gli stessi, identici colori. Di qua e di là della Blue line.

e di cronach

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cultura

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Presentato ieri sera a Roma dall’autore “Cerco fatti di Vangelo 3”: «La cronaca di ogni giorno dimostra l’attualità dell’annuncio»

Circondati dal Vangelo La santità può essere intorno a noi, basta saperla cercare. Un libro (alla terza edizione) ne è la prova di Luigi Accattoli esperienza di giornalista – lo sono ormai da quattro decenni – mi ha permesso di cogliere, attraverso i terminali della professione, così tanti segni cristiani tra la nostra gente che mi sono proposto di condurre alcune inchieste sboccate in quattro volumi: “Cerco fatti di Vangelo” (Sei 1995), “Cento preghiere italiane di fine millennio” (La Locusta 1996),“Nuovi martiri” (San Paolo 2000),“Cerco fatti di Vangelo 2” e “Cerco fatti di Vangelo 3” (ambedue della EDB) che è il testo che presento adesso. Oltre e prima delle pubblicazioni in volume conduco l’indagine con il mio blog – www.luigiaccattoli.it – che ha una pagina intitolata Cerco fatti di Vangelo. Il motto che ho scelto vorrebbe comunicare in breve lo spirito dell’impresa che vado svolgendo: come uno dice “cerco pellicce usate”, o “cerco mobili d’epoca”, così io cerco “fatti di Vangelo”, cioè storie che attestino la possibilità di essere cristiani oggi nel nostro Paese. Mi sono convinto negli anni che ci sono santi intorno a noi sconosciuti anche a se stessi, più numerosi di quanto immaginiamo e genuinamente evangelici, benché spesso non rispondenti alle “note” della santità canonica. Li chiamo “i santi delle strade e delle siepi” con riferimento alla “Parabola del banchetto”nella narrazione che ne fa Luca al capitolo quattordici: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili a entrare, perché la mia casa si riempia”.

L’

alle storie di vita. Si tratterà pur sempre di vite convertite, altrimenti non sarebbe lecito parlare di santità neanche in via di ipotesi; ma si tratterà per lo più di conversioni che non sempre comportano un completo adeguamento alle regole di vita e al linguaggio dell’ufficialità ecclesiastica.

Credo vi sia una particolare attualità del Vangelo nell’Italia di oggi – un’attualità riscontrabile nella cronaca d’ogni giorno. Per fatti di Vangelo intendo le testimonianze cristiane più radicali e disinteressate, direttamente ispirate alle beatitudini e all’esempio

Il teologo Hans Urs von Balthasar (1905-1988) ha distinto una volta tra la santità donata dallo Spirito e quella educata dalla Chiesa e ha richiamato l’attenzione sulla “infinita varietà di sfumature grigie” che intercorrono “fra le pecore nere e le bianche”, cioè “tra i peccatori abituali e i santi canonizzati” (“Sorelle nello Spirito”, Jaca Book 1974, pp. 27 e 37). Ispirandomi alla parabola di Luca e alle intuizioni del teologo vado tracciando una panoramica di esempi di santità che fioriscono ai nostri giorni tra le spine della vita quotidiana e di cui spesso sono portatrici persone che non eleggeremmo in un Consiglio pastorale, né inviteremmo a svolgere la funzione di catechisti. Ci sono insomma – oggi come sempre – anche gli irregolari e i clandestini della santità. Ma forse oggi più che in altre epoche possiamo prestare loro la giusta attenzione, sollecitati dalla crisi dei modelli canonici di santità e aiutati da un clima culturale che guarda con simpatia

In un tempo di grandi mutazioni dovremmo riscoprire la capacità di avvertire le novità divine, i nuovi segni dell’amore di Dio di Gesù: la fede pagata con la vita, ogni forma di misericordia, la povertà scelta o accolta, la sofferenza redenta dalla grazia, l’amore senza motivo e quello per i nemici, l’accettazione della morte nella speranza della risurrezione. È attraverso tali fatti che i cristiani d’Italia hanno saputo dare in questi anni risposte creative a incredibili esplosioni di violenza, alle solitudini metropolitane, alla crisi sociale della famiglia, all’arrivo tra noi di altre genti, alla droga e all’Aids, a ogni nuova paura della morte. Sommando le storie delle pubblicazioni

che ho richiamato all’inizio e quelle del blog credo di aver preso in esame oltre un migliaio di “fatti” riguardanti singole persone. Eccone una rassegna per categorie: cristiani che negli ultimi decenni sono morti a centinaia nella missione alle genti, per salvare gli ebrei dalla persecuzione nazista, per la giustizia e la dignità dell’uomo; donne che rinunciano a cure antitumorali e simili per non danneggiare il bambino che hanno in seno e rimandano le terapie a dopo il parto, affrontando a volte la morte con grande serenità e generosità; persone che dichiarano di perdonare gli uccisori dei parenti; uomini e donne che si “addormentano nella speranza della risurrezione”, che cioè accettano la malattia, la vecchiaia e la morte fidando nella promessa del Signore; tra questi i malati di Aids che compiono un cammino di conversione e muoiono santamente (vi sono casi in ogni nostra città); portatori di menomazioni che resistono a esse e le vincono e si mettono al servizio dei fratelli meno fortunati e lo fanno nel nome del Signore; innumerevoli cristiani che si dedicano – nella quotidianità – al servizio del prossimo, a missioni di pace, al soccorso dei poveri in ogni parte del mondo; coppie che adottano bimbi menomati per amarli due volte; o realizzano “case aperte” e “case famiglia” per dare un focolare a chi non ce l’ha; sposi e genitori e cristiani comuni – sempre più numerosi – che partono per attività missionarie, a volte portando i figli.

Alcuni di questi fatti costituiscono un dono dello Spirito alla nostra epoca: erano cioè parzialmente o anche totalmente sconosciuti alle generazioni che ci hanno preceduto. Essi ci invitano a leggere con gratitudine il tempo che ci è stato donato: che non presenta soltanto prove per la fede, ma gode anche di particolari doni. Tra questi doni c’è sicuramente la testimonianza del perdono agli uccisori dei parenti. Le famiglie cristiane che affermano un tale perdono – di portata epocale fu il perdono dei Bachelet (1980) – rendono comprensibile il miracolo dell’amore dei nemici nella società secolare. Ultimamente su questa frontiera abbiamo conosciuto Carlo Castagna: il “papà Castagna”di Erba, marito padre e nonno di tre delle quattro vittime di quella strage (2006), che afferma l’intenzione di perdonare appena apprende il fatto e la conferma quando vengono arrestati e condannati i colpevoli. Ultimissimamente – agosto 2011– i giornali hanno narrato la vicenda di Carolina

Porcaro (di Sovico, Monza) che ha dichiarato il proprio perdono all’uccisore del figlio diciottenne. Indicherei poi – come un segno dell’epoca – il recupero di una liturgia del morire cristiano, con riferimento a tutti i cristiani che lasciano questo mondo parlando ai parenti e agli amici della speranza nella risurrezione. Io la chiamo “Celebrazione ecclesiale della propria morte”e il primo riferimento è al vescovo di Padova Filippo Franceschi (1924-1988) che volle l’unzione degli infermi in cattedrale, il giovedì santo, dai suoi preti.

Segno dell’epoca sono anche i “martiri della giustizia”: i Bachelet (+1980) e i Tobagi (+1980), i Taliercio (+1981) e i Ruffilli (+1988), i Livatino (+1990) e i Borsellino (+1992), ma anche Dalla Chiesa (+1982) e Moro (+1978). Non è attraverso il sangue di quei martiri dalla vita ordinaria e attraverso le parole dei loro familiari che la testimonianza viva della fede ha incrociato l’epoca? Tra i malati di Aids che vivono storie di conversione, citerò il modenese Paolo Caccone, che muore “monaco di Monteveglio”nel 1992 ed Enrico Baragli, milanese, non battezzato, che in ospedale legge il Vangelo e chiede il battesimo poco prima della morte avvenuta nel 1990. Caccone è attirato alla fede dall’esempio di un monaco incontrato in ospedale e Baragli dalla dedizione di


cultura

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l’avvicinamento alla morte. Più ampiamente dirò che tra le storie di conversione da me raccolte è frequente il riconoscimento dell’influsso esercitato dai cristiani che affrontano serenamente la morte. Citerò un esempio che mi sembra parlante: riguarda un’infermiera di Montebelluna, Treviso, che si chiama Alessandra Mattiazzi, che potremmo dire convertita dalla “serenità contagiante dei morenti”. “Ho scelto la fede – ha raccontato al quotidiano Avvenire del 14 aprile 2001, in occasione del battesimo chiesto a 24 anni, essendo stata “educata dai genitori in un clima di agnosticismo” – quando ho capito perché tanti malati che assistevo andavano incontro alla morte per nulla angosciati, anzi con una serenità contagiante. Ora il mio sogno è di poter realizzare una famiglia e di poter educare i figli alla gioia che deriva dalla fede”.

Molto forte è anche l’attrazione della carità.“Mi attirava al cristianesimo e a chiedere il battesimo l’amore per il prossimo. Nel mio cammino è stato importante Francesco Canova (19081998) con il suo collegio padovano per medici missionari (Cuamm): io ero indiano e induista e lui mi ha accolto alla pari dei cristiani e degli italiani”: parla così Surendra Narne – 75 anni, indiano, otorinolaringoiatra, ex direttore dell’Unità operativa di Chirurgia Endoscopica delle vie aeree all’ospedale di Padova – in un’intervista che gli ho fatto nel novembre del 2011 per il mio blog.

Accanto alla santità canonica c’è una santità donata dallo Spirito che segnala le vie da percorrere per proporre il Vangelo ai contemporanei una suora ospedaliera che nei Vangeli e la vita dei si prende cura di lui. cristiani ispirata a quella L’adozione o l’affido di parola. bimbi focomelici (senza Tra le storie che ho narbraccia e gambe), cerebrorato vi sono attestazioni lesi, sieropositivi sono fatti di chi (brigatista o bandifrequenti nelle nostre coto: da Cavallina a Cavalmunità. E sono di certo gelero) si dice convertito sti di santità. “Avvenire”, dalle parole di Gesù sul “Famiglia cristiana”, il setperdono, o dal perdono ricevuto in carcere dai fatimanale “Vita” e altri periomiliari delle vittime; e di dici pubblicano rubriche chi narra di essere partiche segnalano i bimbi che to, nel suo cammino di attendono d’essere accolti e scoperta della fede, dalle danno notizia di quelli che parole “beati i poveri” o hanno trovato una famiBenedetto XVI. In apertura la “Crocifissione” di Tintoretto. dal soccorso avuto dai glia. Luminoso, in questo, è Nella pagina a fianco la copertina di “Cerco fatti di Vangelo 3”, cristiani nel momento del l’esempio della Piccola fal’ultima fatica letteraria del giornalista Luigi Accattoli più forte abbandono (momiglia dell’Assunta di Montetauro, Rimini. L’accettazione del Tra le donne che pospongono le cure renti di Aids, per esempio). figlio menomato, o la scelta del bambi- per non danneggiare la gravidanza – Nessuno dice di essere stato convertito no menomato per l’adozione è un dono nei miei volumi di “Fatti di Vangelo” ne dalla lettura di un’enciclica di Giovanni del cielo, nuovo rispetto al passato, ho narrate 18 – ce ne sono che convivo- Paolo II ma molti fanno riferimento alquando c’era minore disponibilità ad no con il padre del bambino e magari le parole evangeliche e ai gesti a esse accogliere questi infelici. Anche la rea- lo sposano solo in prossimità della ispirati che sono venuti da lui: ha perzione all’handicap e la battaglia a fa- morte: dovremmo dire che un atto d’a- donato l’attentatore, ha chiesto perdovore di altri portatori di handicap è un more eroico riconcilia pienamente con no per le colpe dei cristiani, ha abbracdono di oggi. Per la prima volta nelle il Signore, come una volta si diceva ciato malati di Aids e prostitute, ha prenostre comunità si sperimenta qualco- che il martirio liberava da peccati e ir- dicato ai confini della terra, ha rivolto moniti ai mafiosi, ha dato attestazione sa che dà concretezza al comando regolarità canoniche. di perseveranza nella malattia, ha afevangelico di porre gli ultimi ai primi posti: le associazioni ecclesiali fanno Dalle storie di vita che vado racco- frontato la morte a viso aperto. spazio ai disabili, gli scouts li portano gliendo mi sono fatto qualche idea su ai campeggi, ciechi e spastici final- che cosa converta l’uomo d’oggi: lo Colpisce il gran numero di coloro mente sono ammessi alla professione convertono il Vangelo e i fatti di Van- che si dicono “toccati” dalla testimogelo. Cioè la parola di Gesù attestata nianza offerta dal Papa sofferente nelsolenne nelle comunità religiose.

A volte può essere un simbolo, poniamo una nuda croce, ad attrarre. “Una sera, guardando dalle sbarre della cella, vidi in lontananza una croce illuminata, sopra la cupola di una chiesa. Mi rivolsi a quella croce e chiesi aiuto. Il giorno successivo chiesi al cappellano di poter avere una Bibbia”: così narra l’avvio della propria conversione Fulvia Miglietta, genovese, una volta brigatista rossa e oggi catechista.

Indico tre possibili input che potremmo cavare da una pedagogia ecclesiale più attenta alle storie di santità ordinaria che fioriscono oggi in Italia. La via testimoniale potrebbe indurci a una proposta più biblica e narrativa e meno dottrinale e controversistica; a una più vigile presa in considerazione del vissuto cristiano come luogo teologico; a un qualche superamento del perbenismo ecclesiastico e del perfettismo canonistico. In un tempo di grandi mutazioni culturali e antropologiche dovremmo riscoprire la capacità di avvertire le novità divine, i nuovi segni dell’amore di Dio che vengono inviati alla nostra epoca. Accanto alla santità canonica c’è una santità donata dallo Spirito che segnala le vie da percorrere per proporre il Vangelo ai nostri contemporanei. Sono vie che spesso si allontanano dalle strade maestre praticate in passato. Occorre vincere il timore di percorrerle: “Esci per le strade e lungo le siepi”. www.luigiaccattoli.it


ULTIMAPAGINA Londra annuncia: l’Isola di Sant’Elena, per la prima volta, avrà un aeroporto. E i fan dell’imperatore esultano

Napoleone può fuggire in

di Marco Ferrari el 1995 è sbarcata la televisione, nel 2015 atterrerà il primo aereo. E se gli psicologi hanno notato scarsi cambiamenti nei bambini dopo quindici anni di piccolo schermo, film, cartoni animati, trasmissioni della Bbc, è invece probabile che con l’arrivo degli aeroplani tutto o quasi tutto cambierà a Sant’Elena, considerata sino all’altro giorno l’ultima vera isola del mondo, al pari di Tristan da Cunha, distante 1.350 miglia. Per il nuovo impianto: inizio lavori a maggio, costo previsto 200 milioni di sterline, una bella somma in tempi di austerity. La colonia britannica dove Napoleone morì in esilio nel 1821, nel sud dell’Atlantico, a 2.000 chilometri dalle coste dell’Africa e a 3.000 da quelle americane, verrà collegata con il resto del mondo, secondo quanto annunciato dal ministro per lo Sviluppo internazionale Andrew Mitchell. I britannici giustificano un tale investimento a scopi turisti. Rispetto ai 950 visitatori di oggi, tutti in arrivo su navi da trasporto, crociere e barche a vela, si toccherà quota 30 mila presenze l’anno. Previsto a proposito la costruzione di un albergo a 5 stelle e un campo da golf. L’aeroporto verrà inaugurato nel 2015, avrà un terminal di 3.500 metri quadrati e in una pista lunga quasi due chilometri in grado di ospitare aerei delle dimensioni di Airbus A320 o di Boeing 737-800. Non ci saranno tuttavia voli diretti dal Regno Unito. Per raggiungere l’isola sarà necessario fare scalo in Sud Africa.

N

I 4.255 Saints, come sono chiamati gli abitanti dell’isola, sono divisi: c’è chi è stufo dell’isolamento e spera di ottenere buoni vantaggi dall’arrivo del turismo di massa e chi invece guarda con preoccupazione all’ecosistema prezioso ed unico dello scoglio atlantico studiato da Darwin.\u2028 Già nel 2005 il Regno Unito aveva annunciato piani per l’edificazione di un aeroporto, ma nel 2008 tutto era stato sospeso a causa di problemi di finanziamenti. Ad aggiudicarsi l’appalto era stata l’italiana Impregilo. Tra ritardi e tentativi del governatore di velocizza-

AEROPLANO re l’iter, nell’ottobre del 2009 fu annunciato che il governo di Sua Maestà aveva deciso di bloccarne la costruzione. Nel novembre 2011 il governo britannico ha dato l’ok definitivo e quindi ora si passa alla fase di avvio dei lavori grazie a un nuovo accordo tra la società sudafricana Basil Read che progetterà e costruirà l’impianto - e il ministero per lo Sviluppo Internazionale, che finanzierà il progetto.

Siamo in pieno Atlantico, ma il fatto sembra interessare più il continente latino americano che quello africano. L’Argentina considera la costruzione dello scalo un vero smacco. Un aeroporto a Sant’Elena di fatto agevolerà la rotta verso le contese isole Falkland-Malvinas, l’arcipelago posto di fronte alla costa meridionale argentina,

Lo scalo aprirà nel 2015: fino ad allora, i trasporti di linea per il luogo dove morì Bonaparte continueranno a essere garantiti solo da un cargo che fa sei viaggi all’anno controllato da Londra e rivendicato da Buenos Aires. \u2028Non a caso si è tornato a parlare dell’infrastruttura in occasione del trentesimo anniversario di quella inutile guerra e delle nuove, crescenti tensioni tra Gran Bretagna e Argentina a causa della scoperta di quattro pozzi di petrolio nelle acque dell’arcipelago atlantico: le trivellazioni, che dovrebbero cominciare a breve con la collaborazione di cinque aziende statunitensi, porteranno in superficie fino a 700 milioni di barili di greggio, per un guadagno stimato in 120 miliardi di euro nei prossimi venti anni. Buenos Aires non ha mai abbandonato l’idea di recuperare, attraverso “la diplomazia della pace”, rivolgendosi anche all’Onu, la sovranità delle 200 isole atlantiche dei gruppi Malvinas, Georgia Australe, Sandwich e Orcadi per un totale di 16 mila chilometri quadrati, anche se i kelpers, gli abitanti della Falkland, sono fedelissimi sudditi della corona britannica, dediti alla produzione della

pregiata lana, e non ne vogliono sapere di passare sotto i vessilli porteños. Ora un nuovo colpo alle pretese argentine con i lavori per l’aeroporto a Sant’Elena, ancora più cruciale di fronte all’ipotesi, già ventilata varie volte, che possa essere interrotto l’unico servizio aereo internazionale delle Falkland, quello proveniente dal Cile. Attualmente ci sono solo due modi per raggiungere le isole: la prima è grazie al servizio offerto da Lan, che unisce la capitale britannica a Port Stanley, con scalo a Madrid, Santiago del Cile e Punta Arenas , nell’estremo sud del Cile. L’altra è costituita dalla rotta della Forza aerea britannica, che vola dal Regno Unito fino all’isola di Ascension, più a nord di Sant’Elena e da lì alle Falkland-Malvinas. Invece l’unico modo di raggiungere l’isola di Sant’Elena è attraverso il servizio navale da Cape Town, via Tristan da Cunha (dove la nave resta al largo senza poter approdare per mancanza di banchina), due volte al mese. La “Saint Helena”, una vetusta nave mista mercantile-passaggeri, sei volte l’anno parte dall’Inghilterra per le isole atlantiche con rotta Ascenson, Sant’Elena, Tristan, Città del Capo. In 15 giorni si può giungere a Jamestown, la piccola e modesta capitale di Sant’Elena con soli 714 abitanti, nota per la famosa scala di Giacobbe (Jacob’s Ladder) che collega il centro alla guarnigione disposta sulla Ladder Hill. Di fatto l’isola vive di contributi pubblici, circa 20 milioni sterline l’anno, con un reddito medio di 4 mila sterline.

Scoperta il 18 agosto 1502 dal navigatore portoghese João da Nova Castella che la battezzò col nome della santa del giorno, Sant’Elena Imperatrice, l’isola disabitata fu utilizzata prima dalla Compagnia Olandese delle Indie Orientali e quindi dal 1659 dalla Compagnia Inglese delle Indie Orientali, che vi inviò dei cittadini bianchi con alcuni schiavi.Tra l’ottobre 1815 e il 5 maggio 1821, il villaggio interno di Longwood fu sede della prigionia di Napoleone Bonaparte, che vi fu seppellito fino a quando la salma non venne riportata in Francia nel 1840. Ciò non toglie che Longwood sia oggi meta di un pellegrinaggio di patiti dell’ex imperatore: ma che cosa diventerà, dal 2015?


2012_04_24  

Milano chiude a -3,8%. Lo spread sale sopra i 410 punti.Come previsto,pesano le incertezze sull’Eliseo. E in Olanda scoppia un’altra crisi p...

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