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Chi detiene un potere appena conquistato è sempre inesorabile. Eschilo

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 21 MARZO 2012

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Trattative a oltranza sul lavoro. Napolitano invita all’austerità e Bersani lancia un appello: «Colmate le distanze»

Un quasi accordo Anche l’intesa è ancora precaria. Monti: «Giovedì vertice decisivo» Cisl verso il sì, Cgil diffidente. Ora ciascuno presenterà un proprio testo e la sintesi spetterà al Parlamento. Fornero propone: «L’articolo 18 resta solo per i licenziamenti discriminatori» Parla Eugenia, la figlia della Tymoshenko

«Salvate Yulia, mia madre. Vladimir Putin la vuole morta» La leader ucraina è accusata di tradimento. «Il governo di Yanukovic vuole annientare i diritti umani controllando i giudici» A. Picasso • pagina 11

Tra corruzione e impotenza

Chi se la sente di scommettere sulla riforma dei partiti? DAL TAVOLO ALLA CAMERA

Parla il sociologo Bruno Manghi

Un metodo che riporta in scena la vera politica

«Rinunciate ai totem per battere il precariato» «Il vero obiettivo deve essere un futuro certo per i giovani» *****

Franco Insardà • pagina 3

di Osvaldo Baldacci ultimo miglio. Non è quello dei condannati a morte e neanche quello dei servizi telefonici. È quello che mancherebbe per raggiungere un accordo sul lavoro. Lo sanno tutti. Ci sono sul tappeto temi seri, da non sottovalutare, ma ci sono anche tante schermaglie ideologiche. a pagina 2

Cambio al vertice di Confindustria

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L’ultima battaglia di Emma, la guerriera Quattro anni dal no a Berlusconi all’addio della Fiat di Marchionne Vincenzo Faccioli Pintozzi • pagina 4

Il presidente ha paura che il massacro pesi sulle urne come a Madrid nel 2004

Ora Sarkò teme l’effetto-Atocha “Terminator” aveva una telecamera: ha filmato la sua strage? Nicolas Sarkozy. È anche una tempesta politica che investe le elezioni presidenziali. Finora la sfida sembrava destinata a decidersi sui temi dell’economia e del recupero della grandeur nazionale perduta assieme alla tripla A. Ora, si sta mettendo in moto una specie di effetto-Atocha: l’attentato alla stazione di Madrid che, alla vigilia delle elezioni politiche spagnole del marzo 2004, contribuì alla vittoria di Josè Luis Zapatero contro tutti i pronostici che erano favorevoli al suo avversario, Josè Maria Aznar. a pagina 12

di Enrico Singer he ad uccidere sia stato un ex parà neonazista che massacra con la stessa ferocia e con la stessa arma bambini ebrei innocenti e suoi commilitoni, o che sia stato un assassino jiahdista che sfrutta la colpevole disattenzione del Paese di fronte al vento di violenza antisemita che soffia in Europa, alimentato dalle centrali dell’odio di Teheran e di Damasco, quello che è successo a Tolosa non è soltanto una «tragedia nazionale», come l’ha definita

C

EURO 1,00 (10,00

CON I QUADERNI)

• ANNO XVII •

NUMERO

56 •

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• CHIUSO

di Riccardo Paradisi ent’anni dopo l’esplosione di Mani Pulite siamo di nuovo alle tangenti: una corruzione capillare e diffusa nell’intero Paese - dalla Lombardia alla Sicilia passando per le regioni centrali della penisola, quella del cosiddetto buon governo - trasversale ad ogni schieramento politico - dal Popolo della libertà al Partito democratico passando per i partiti antisistema. È di Rifondazione comunista Orfeo Goracci sindaco di Gubbio, a proposito di Umbria, accusato di corruzione e per soprammercato addirittura di molestie sessuali. Un sistema che non risparmia nemmeno i moralisti, un Per Campi intreccio e Sabbatucci, inestricasenza regole bile tra pocerte litica e aftal- un vero fari, mente sal- cambiamento do da sem- è difficile brare fisiologico, inevitabile, consustanziale alla stessa politica italiana. E così le tangenti non sono mai passate di moda, la corruzione non ha mai cessato di macinare la sua farina, solo che per un decennio la sua notizia è rimasta sfumata. Ha cominciato a diventare - a tornare ad essere - tormentone e notizia quotidiana al tramonto dello schema di potere bipolare eclissatosi insieme al berlusconismo. a pagina 6

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IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


Una riforma costruita sulle (giuste) mediazioni

Un metodo che rilancia la vera politica

prima pagina

pagina 2 • 21 marzo 2012

di Osvaldo Baldacci ultimo miglio. Non è quello dei condannati a morte e neanche quello dei servizi telefonici. È quello che mancherebbe per raggiungere un accordo sulla riforma del lavoro. Lo sanno tutti. Ci sono sul tappeto temi seri, da non sottovalutare, ma ci sono anche tante schermaglie ideologiche e certe tattiche finalizzate solo a incassare quanti più vantaggi possibili. Ecco, tutto lecito, ma ora si tratta di riuscire a percorrere quell’ultimo miglio, quello che manca per avviare la modernizzazione del sistema italiano. Il presidente Napolitano lo ha detto con una chiarezza coraggiosa e inusitata: trovate un accordo per fare quell’ultimo passo. Gli esperti del settore sanno tutti che quello dell’articolo 18 è un totem ideologico che le due posizioni contrapposte utilizzano per fomentare i propri sostenitori, e sanno altrettanto bene che i problemi sono ben altri.

L’

Quello che tutte le parti in causa devono avere bene in mente è che queste trattative non devono servire a difendere i privilegi di alcuni, che siano quelli dei lavoratori ipertutelati o quelli degli imprenditori che vengono liberati da ogni vincolo di responsabilità. L’obiettivo è quello di far crescere l’Italia e gli italiani, soffocati da un sistema arretrato e non competitivo. Bisogna rendere competitiva l’Italia, per dare lavoro agli italiani. Questo è l’obiettivo vero. Aziende che non possono rilanciarsi a causa dei troppi vincoli non sono certo in grado di produrre lavoro, ma solo di incancrenire problemi. Allo stesso tempo non deve essere permesso di creare aziende pirata, che arrivano, incassano, licenziano e se ne vanno. Insomma, bisogna avere la capacità di guardare con lungimiranza al bene comune, al rilancio dell’Italia, al superamento di una crisi che non è solo congiunturale ma è strutturale, non è solo finanziaria ma è anche economica e industriale. Questa è la grande occasione dell’Italia, riformarsi per tornare a crescere ed essere protagonista. Chi crede che questo avvenga solo con la bacchetta magica dei licenziamenti è un illuso o un illusionista, ma anche chi vuole conservare lo status quo è solo un ottuso o un egoista che non si rende conto di quanto questo status quo sia disastroso. Che si trovi un accordo che soddisfi tutti è da escludere, lo sappiamo bene. Sarebbe però opportuno che si faccia lo sforzo di trovare un accordo che – oltre ad essere utile – sia giusto, nel senso che distribuisca equamente l’insoddisfazione, e sia efficiente ed efficace, nel senso che serva all’Italia, a rilanciare la crescita e l’occupazione. Dal vertice di ieri pare che non sia uscito un accordo, ma questo va bene, se è uscito però un metodo valido: cioè sono state messe a verbale tutte le posizioni, con convergenze e divergenze, il governo si è impegnato a fare sintesi, e a presentare il pacchetto al Parlamento che è l’interlocutore naturale e deputato ad assumere le decisioni legislative per il Paese. Inoltre il governo si è impegnato a non finire qui il dialogo con le parti sociali, ma a continuarlo in seguito sulle singole norme. Giusto però che a un certo punto si tirino le fila del discorso e si dia la responsabilità e la possibilità di decidere a chi è deputato a farlo. Bene quindi il metodo, che oltretutto tiene conto di tutte le posizioni ma sterilizza i veti, e bene anche il procedimento, attraverso le parti sociali e fino al Parlamento, dando fiducia al governo, con l’idea che grazie al contributo serio e responsabile di tutti vada bene alla fine anche il contenuto.

Non è bastata una giornata di trattative febbrili sulla riforma del lavoro

Quarantotto ore Giovedì vertice conclusivo a Palazzo Chigi. Ottimismo della Cisl e timori della Cgil: il nodo è sempre l’articolo 18. Ma Monti spiazza tutti per evitare la rottura: «Il governo farà la sintesi delle proposte di ciascuno e alla fine sarà l’Aula a decidere» di Francesco Pacifico

ROMA. La riforma del mondo del lavoro può essere fatta anche per decreto. Perché un conto è convincere Sergio Marchionne a non smantellare Mirafiori, un altro far accettare a Susanna Camusso una profonda la riforma dell’articolo 18. Così ieri è dovuto scendere in campo direttamente Mario Monti per forzare un accordo che soltanto la Cgil sembra poter respingere. E per evitare – di riflesso – che assieme al no della maggiore confederazione possano seguire altri distinguo. Perché se il sindacato mal digerisce una piattaforma nella quale l’articolo 18 e il reintegro obbligatorio saranno confermati soltanto nei casi di licenziamenti disciplinari, alle aziende (piccole e grandi) non piacciono gli aggravi dovuti al fatto che saranno proprio i datori di lavori a pagare i futuri ammortizzatori universali.

Aprendo quello che per il governo deve essere il round decisivo nelle trattative, il premier ha prima mostrato la carota. E rinverdito l’adagio già espresso da Giorgio Napolitano per portare a miti consigli la Camusso: «Prevalga l’interesse generale». Quindi è arrivata la stoccata. Il presidente del Consiglio ha ricordato alle parti che «il Parlamento resta su questa materia l’interlocutore principale del governo». E tanto basta per far intendere che per la prima volta nella storia repubblicana una riforma di politica economica non verrà scritta a quattro mani con le parti sociali. Ma nel messaggio imprese e sindacati leggono una implicita minaccia: alle Camere il fronte riformista è

più trasversale e composito di quanto possa apparire. C’è il rischio di rendere più flessibile un testo che già dovrebbe abolire la maggiore tutela contro i licenziamenti di natura disciplinare. Il governo, infatti, confermando quanto paventato da settimane e ribaltato il metodo di lavoro. Così il vertice di ieri si è presto trasformato in un incontro per redigere «un verbale sulle posizioni di accordo o disaccordo che costituirà la base di proposta che il governo presenterà successivamente al Parlamento che rimane l’interlocutore principale». Ha spiegato il ministro del Lavoro, Elsa Fornero: «Entro venerdì si chiuderanno i testi. Oggi (ieri, ndr) verbalizzeremo il vostro giudizio. Questo è il quadro generale della riforma». E tanto basta per capire che – oltre al merito della questione – per Palazzo Chigi è prioritario anche l’impegno preso in Europa di chiudere il dossier alla fine del mese. Se quelle delle parti diventano soltanto delle «posizioni», dei pareri, allora è facile ipotizzare che in Parlamento arriverà una piattaforma molto simile ai desiderata dall’economista torinese. La principale novità, rispetto alle bozze circolate in questi giorni, è che tutte le imprese, anche quelle sotto i 15 dipendenti, dovranno applicare l’articolo 18 in caso di licenziamenti discriminatori. Per quelli dettati da motivi economici, invece, è previsto soltanto un risarcimento tra le 15 e le 27 mensilità. Più flessibilità invece sui licenziamenti disciplinari, quelli motivati per giusta causa. Sul modello di quanto avviene in Germania, sarà facoltà del giudice deci-


«Rinunciate ai totem, salvate i precari» «Ognuno faccia un passo indietro per togliere i giovani dall’incertezza» dice Bruno Manghi di Franco Insardà

ROMA. «Sono abbastanza ottimista sulla chiusura della trattativa. Se ci fosse qualche modifica all’articolo 18 in cambio di qualche apertura alle tutele dei giovani allora la situazione potrebbe cambiare e sarebbe un sacrificio accettabile». Per il sociologo torinese Bruno Manghi esistono, quindi, dei margini per chiudere al meglio la trattativa sulla riforma. Perché in questa fase tutte le parti, imprese e lavoratori, fanno fatica a imporre la loro linea al governo? Il governo sente di essere sotto osservazione da parte dell’Europa e ha assunto, con molta determinazione, la lettera della Bce nella quale erano indicate chiaramente le misure da adottare. Tra le quali l’ormai famoso articolo 18. È il nodo del problema? Al momento direi di sì, ma può stare certo che fra due anni non ne parlerà più nessuno. La questione degli ammortizzatori sociali, quella dell’assunzione dei giovani sono questioni, senza dubbio, molto più complicate e costose. Quello dell’articolo 18 ha assunto, come spesso accade nella storia, una dimensione simbolica dalla quale bisogna, in qualche modo, uscire con un po’ di buon senso. Ciascuna delle ha paura di perderci la faccia, perché ha mobilitato i suoi, pur nell’indifferenza generale. La situazione è simile a quella del ’96 con le 35 ore. Ci spieghi. All’epoca collaboravo con Romano Prodi e sulle 35 si rischiò una crisi di governo, perché Rifondazione comunista ne fece una questione ideologica. Dopo un’attenta analisi sui costi dell’operazione giungemmo alla conclusione che si trattava di cifre modeste, men-

tre lievitavano gli straordinari. La soluzione “astuta” per chiudere la partita fu quella di distinguere l’orario legale da quello contrattuale, per evitare che il conteggio degli straordinari non fosse così punitivo. Si elaborò un disegno di legge del quale si è persa ogni traccia da circa venti anni e nessuno ha più parlato delle 35 ore.

L’articolo 18 ha assunto una dimensione simbolica, simile a quella delle 35 ore durante il primo governo Prodi

Finirà così anche con l’articolo 18? Penso di sì. Si farà qualche ora di sciopero e poi si andrà avanti. Si è varata una riforma molto più pesante, quella delle pensioni, e non mi pare che tranne qualche ora di sciopero sia successo altro. Quando, secondo lei, imprese e sindacati hanno perso la loro autorevolezza? Sono ormai anni che c’è questa tendenza, basta guardare a quello che succede in altri paesi europei. Non esiste un sindacato che discute di macroeconomia e una Confindustria tutti i giorni lo critica. Siamo fuori tempo.

dere sull’opzione del reintegro o su quella dell’indennità. in ogni caso non superiore alle 27 mensilità. Nei giorni scorsi il premier Monti aveva espresso non pochi dubbi sull’esperienza tedesca, perché, a suo dire, lasciare l’ultima parola al giudice voleva dire vincolarlo a una giurisprudenza che dallo Statuto dei lavoratori in poi ha guardato soltanto all’istituto del reintegro. Al riguardo, ieri mattina, al tavolo tecnico tra governo e parti sociali, sindacati e imprese si sono detti pronti a superare quest’empasse, vincolando tempi e modalità del reintegro a quanto previsto dai singoli contratti di categoria. Più in generale, la titolare del dicastero di via Veneto, ha sintentizzato il senso della sua proposta, ricordando ai presenti «il contratto di lavoro a tempo indeterminato diventa quello che domina su altri per ragioni di produttività e di legame tra lavoratori e imprese». A leggere tra le righe, sembra di riscontrare la filosofia del contratto unico ideato dal giuslavorista Pietro Ichino. «È un percorso», ha sottolineato l’economista, «che inizia con un apprendistato, investimento per formazione e non flessibilità, segue una stabilizzazione. Questo è il contratto sul quale imprese e lavoratori si devono impegnare per quell’incremento di produttività necessario affinché questo Paese cresca».

È un bene o un male? È sicuramente un ridimensionamento delle relazioni industriali, piuttosto che l’insieme dell’economia. Al di là di quelle che saranno le misure prese nei prossimi giorni come si stanno evolvendo le relazioni sindacali? Mentre si può discutere se il welfare è legittimamente un pezzo di relazioni industriali, le modalità di assunzioni e di licenziamento si modificano. Il problema è che ci si è incartati. Il sindacalismo ha giustamente tutelato i suoi e gli industriali hanno ottenuto una mano libera verso la precarietà. Perché la Camusso non è riuscita a portare a casa quella riforma più ampia degli ammortizzatori sociali che aveva vagheggiato una volta arrivata al governo? È una questione di costi, dal momento che gli ammortizzatori sociali hanno una base assicurativa a carico delle imprese. Lo Stato potrà continuare a mettere soldi pubblici ancora per un anno per quelli in deroga, ma poi alla fine il costo dovrà ricadere sulle parti. Hanno ragione, quindi, le piccole imprese a parlare di eccessivi irrigidimenti? Le pmi hanno tantissimi problemi di altra natura, ma potranno allegerirsi dei lavoratori a fronte del pagamento delle casse integrazioni. Guardiamo ai due colossi della rappresentanza. Che succederà in Confindustria che non ha ancora superato l’abbandono della Fiat e nel sindacato dove la Camusso è sempre più ostaggio dei massimalisti della Fiom e del pubblico impiego

simili, ma con scarsi risultati. Ancora più dura contro le finte partita Iva: quella che, ha aggiunto il ministro, «per più di 6 mesi lavora con un committente si trasforma in un contratto di lavoro subordinato». La Fornero però ha già fatto sapere di confidare molto anche sull’aumento della contribuzione per partite Iva e collaboratori. Sul versante della flessibilità in uscita, ecco a conferma che «i nuovi ammortizzatori sociali entreranno in vigore a regime nel 2017. Per il 2016 vige ancora il regime di transizione». Al centro il nuovo strumento as-

È difficile cambiare improvvisamente pelle, quando per anni e anni si lanciano determinate parole d’ordine. Basta ricordare la questione della scala mobile con Trentin che dovette mettere sul tavolo le sue dimissioni. E parliamo di Bruno Trentin... Quando oltre trent’anni fa scriveva il saggio “Declinare crescendo”aveva fotografato una situazione di un sindacato che allora era forte. Oggi invece? Purtroppo allora ci avevo preso. Già allora si vedeva che era un po’ troppo preso da se stesso. Poi, però, ha fatto una cosa fondamentale: la concertazione del 1993. Ha dimostrato, cioè, sul campo di non essere soltanto un retore, ma una persona che ha aiutato l’Italia a una superare crisi e a entrare nell’euro. E oggi? Se sul piatto dell’accordo ci fossero cose serie e significative ci potrebbe essere la decisione di sperimentare per un biennio l’alleggerimento dell’articolo 18. Se invece il piatto resta povero la retorica premia e la bandiera ideologica sarà tenuta alta.

to lo schema della Fornero, ma ha rilanciato chiedendo «maggiori politiche attive per il reimpiego». Forte, invece, l’imbarazzo in Cgil. Corso d’Italia, infatti, è in mezzo al guado. Da un lato non vuole ricadere nell’isolamento nel quale era finita ai tempi del governo Berlusconi. Dall’altro fa fatica ad accettare una stretta sull’articolo 18 senza ottenere forti compensazioni sul versante degli ammortizzatori sociali e della lotta al precariato. Non a caso ieri, prima del vertice, la Cgil ha fatto trapelare la sua rabbia dopo un direttivo molto teso. «Nonostante gli sforzi unitari per costruire una mediazione con il governo, l’esecutivo ha solo manifestato l’intenzione di manomissione dell’articolo18. È più che fondato il timore che in realtà l’obiettivo del governo non sia un accordo positivo per il lavoro ma i licenziamenti facili». Ma far passare l’accordo senza l’avallo – o il silenzio-assenso — della Cgil è un prezzo che in pochi vogliono pagare. Il Pd per esempio non può permettersi contrasti con la confederazione guidata da Susanna Camusso. Al riguardo non deve sorprendere il monito verso Palazzo Chigi di Pier Luigi Bersani: «Spero che si trovi un punto di sintesi e credo che il governo abbia tutti gli elementi per capire le distanze da colmare e trovare possibili punti di caduta». Quasi a voler rivalutare il peso degli impegni presi in Europa da Monti, il segretario ricorda che «c’è un messaggio utile per l’Italia e per il mondo ed è che l’Italia sta affrontando le riforme ricostruendo la pace sociale».

Il ministro Fornero annuncia l’ultima mediazione dell’esecutivo: «Per i licenziamenti discriminatori resta in vigore la vecchia norma. Nuovi paletti per quelli disciplinari e un indennizzo per quelli economici»

Contro la cattiva flessibilità il ministro ha annunciato il divieto a reiterare i contratti indeterminati oltre i 36 mesi. Già in passato si era provato a inserire norme

sicurativo Aspi, che sostituirà mobilità e disoccupazione e sarà pagato con un’aliquota del 1,4 per cento a carico delle imprese. Al riguardo proprio per venire incontro alle necessità delle realtà più piccole, Palazzo Chigi è pronto ad accettare una rimodulazione in base al numero dei dipendenti sull’aliquota dell’1,3 per cento prevista per la disoccupazione, mentre verranno esclusi dal pagamento dell’Aspi i contratti stagionali e sostitutivi. I sindacati – compresa una Cisl storicamente più collaborativa delle altre confederazioni – non hanno gradito questo ultimatum. Raffaele Bonanni ha approva-


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1990 Una giovanissima Emma Marcegaglia posa all’ingresso di viale dell’Astronomia, sede di Confindustria. Era il 1990 e la neo-laureata muoveva i primi passi nel circuito degli industriali e nell’azienda di famiglia

mma Marcegaglia non è passata inosservata. Nella storia degli ultimi, turbolenti anni di questa moribonda Seconda Repubblica – che potremmo oramai definire “tecnicamente” defunta – la leader degli industriali ha incrociato il fioretto con alcuni dei totem della storia della Penisola, uscendone quasi sempre in maniera limpida. A pochi giorni dal voto finale programmato per giovedì mattina.

E

si batte per il mercato». Sul dibattito interno destinato a proseguire fino alla sera prima della votazione finale Marcegaglia ha definito «legittime le critiche, anche le più aspre» ma ha chiesto che venga tutelato un principio sacro: «Confindustria è l’unica casa delle imprese, dovete volerle bene, preservare sempre la sua indipendenza». Di fronte alla platea confindustriale Squinzi e Bombassei – i due principali pretenden-

Quando i 187 membri della giunta sceglieranno il futuro presidente di Confindustria, il 17 marzo scorso è stato il momento degli addii per la leader degli industriali. Davanti al premier Mario Monti, al ministro del Lavoro Elsa Fornero, ai leader sindacali e a migliaia di imprenditori la Marcegaglia ha pronunciato il suo «ultimo discorso pubblico da presidente». Nonostante l’emozione ha affrontato il nodo che aspetta la nuova presidenza e «cioè il dibattito su come riformare il sistema confindustriale, come renderlo all’ altezza dei

Dopo l’uscita della Fiat da viale dell’Astronomia disse a Marchionne: «Fate come volete, ma non potete dire che eravamo noi in torto»

SILVIO BERLUSCONI «La volevo fare ministro e ora mi chiede di dimettermi. Ma chi si crede di essere? Posso essere sfiduciato solo dal Parlamento, se lo ricordi»

tempi e snellirlo». Ha riconosciuto che «va cambiato il volto di Confindustria per adeguarlo al mondo che cambia» ma ha ricordato che c’è anche un’altra rivoluzione realizzata nei quattro anni di sua gestione. La lotta alla criminalità e la fine di una «Confindustria che trattava sussidi per questa o quella impresa, e spero che quell’era non torni più, abbiamo deciso di essere la voce di chi

ti al trono di viale dell’Astronomia – hanno dimostrato grande affabilità reciproca. Hanno partecipato insieme alla cena a Palazzo Reale e non si sono sottratti agli scatti dei fotografi. Ma nelle retrovie i tattici non hanno mai smesso di negoziare, di contare i voti, di limare gli ultimi posizionamenti. In quello che sarà il secondo ballottaggio nella storia di Confindustria (il primo fu nel 2000 tra Carlo Callieri e Antonio D’Amato) le stime di voto dei reciproci schieramenti restano lontane. I pasdaran di Squinzi si ritengono in larga maggioranza e dagli ultimi conteggi sono certi di avere il 70 per cento circa dei voti. I rivali rivendicano e si accreditano una sostanziale parità: sono decisi ad andare alla conta finale escludendo qualsiasi negoziato preventivo.

In realtà il fronte che appoggia il titolare della Brembo sarebbe diviso tra chi vuol trattare «prima» e chi preferisce puntare a incassare il numero maggiore di voti e trattare «dopo». Una situazione comunque molto complicata, di difficile paragone con quella di dodici anni fa, anche se oggi come allora la Fiat è uno dei punti centrali del dibattito. Oggi perché è uscita da Confindustria e si è detta pronta a rientrare solo nel caso vinca Bombassei. Allora perché Callieri era espressione del gruppo torinese essendone stato direttore centrale dal 1990 al

Fenomenologia del presidente uscente di Confindustria

L’ultima battaglia di Emma la guerriera di Vincenzo Faccioli Pintozzi

La sfiducia al governo Berlusconi, la rottura con Marchionne, le liti con Fornero e Camusso. Storia di una leader che domani lascia 2008 La Marcegaglia con il suo predecessore, Luca Cordero di Montezemolo, e Alberto Bombassei. La successione del 2008 venne raggiunta con un accordo a maggioranza, mentre il prossimo presidente sarà votato


l’approfondimento

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2010 Emma Marcegaglia insieme all’allora premier Berlusconi. Il leader del Pdl aveva proposto il suo nome come ministro, ma l’accordo non fu raggiunto. Più avanti la Marcegaglia gli chiese un passo indietro

1998. All’epoca lo scontro si concluse con D’Amato vincente: prese 96 voti contro i 58 di Callieri.

E proprio l’uscita del Lingotto da Confindustria rimarrà una delle cifre principali del quadriennio targato Marcegaglia. La lettera con cui l’uomo dal pullover per tutte le stagioni annunci la sua decisione ai vertici confindustriali era datata 3 ottobre, e partiva con un “Cara Emma”. Salvo poi sparare delle bordate niente male: «Dopo anni di immobilismo, nel nostro Paese sono state prese due importanti decisioni con l’obiettivo di creare le condizioni per il rilancio del sistema economico. Mi riferisco all’accordo interconfederale del 28 giugno, di cui Confindustria è stata promotrice, ma soprattutto all’approvazione da parte del Parlamento dell’Articolo 8 che prevede importanti strumenti di flessibilità oltre all’estensione della validità dell’accordo interconfederale ad intese raggiunte prima del 28 giugno». La Fiat, proseguiva Marchionne, «fin dal primo momento ha dichiarato a Governo, Confindustria e Organizzazioni sindacali il pieno apprezzamento per i due provvedimenti che avrebbero risolto molti punti nodali nei rapporti sindacali garantendo le certezze necessarie per lo sviluppo economico del nostro Paese. Questo nuovo quadro di riferimento, in un momento di particolare difficoltà dell’economia mondiale, avrebbe permesso a tutte le imprese italiane di affrontare la competizione internazionale in condizioni meno sfavorevoli rispetto a quelle dei concorrenti. Ma con la firma dell’accordo interconfederale del 21 settembre è iniziato un acceso dibattito che, con prese di posizione contraddittorie e addirittura con dichiarazioni di volontà di evitare l’applicazione degli accordi nella prassi quotidiana, ha fortemente ridimensionato le aspettative sull’efficacia dell’Articolo 8. Si rischia quindi di snaturare l’impianto previsto

dalla nuova legge e di limitare fortemente la flessibilità gestionale». Per poi concludere: «Fiat, che è impegnata nella costruzione di un grande gruppo internazionale con 181 stabilimenti in 30 paesi, non può permettersi di operare in Italia in un quadro di incertezze che la allontanano dalle condizioni esistenti in tutto il mondo industrializzato. Per queste ragioni, che non sono politiche e che non hanno nessun collegamento con i nostri futuri piani di investimento, ti confermo che, come preannunciato nella lettera del 30 giugno scorso, Fiat e Fiat Industrial hanno deciso di uscire da Confindustria con effetto dal 1 gennaio 2012. Stiamo valutando la possibilità di

Indimenticabile lo scontro con Elsa Fornero. Alla titolare del Welfare che parlava di “paccata di miliardi” rispose: «Mi pare una paccata e basta» collaborare, in forme da concordare, con alcune organizzazioni territoriali di Confindustria e in particolare con l’Unione Industriale di Torino».

«Da parte nostra - prosegue il testo utilizzeremo la libertà di azione applicando in modo rigoroso le nuove disposizioni legislative. I rapporti con i nostri dipendenti e con le Organizzazioni sindacali saranno gestiti senza toccare alcun diritto dei lavoratori, nel pieno rispetto dei reciproci ruoli, come previsto dalle intese già raggiunte per Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco. È una decisione importante, che abbiamo valutato con grande serietà e attenzione, alla quale non possiamo sottrarci perché non intendiamo rinunciare a essere protagonisti nel-

lo sviluppo industriale del nostro Paese». E tanti saluti all’unità degli industriali. La risposta della Marcegaglia non si fece attendere, e non si dimostrò in alcun modo prona alla dimensione e al prestigio del Lingotto: «Pur rispettando la decisione perchè Confindustria è una libera associazione di imprese, non condividiamo le motivazioni di Marchionne in base alle quali ha deciso di uscire dalla nostra associazione. Mi ricordo – ha continuato di fronte alla platea degli industriali – che Marchionne mi aveva mandato una lettera a fine giugno, dopo l’accordo interconfederale del 28 giugno dicendomi che apprezzava l’accordo e aveva bisogno della sua validità retroattiva degli accordi di Pomigliano e Mirafiori e che se questo non fosse accaduto sarebbe uscito da Confindustria. Oggi grazie all’articolo 8 l’effetto retroattivo di Pomigliano e Mirafiori c’è. Marchionne dice che la sottoscrizione dell’accordo interconfederale avrebbe depotenziato l’articolo 8 ma questo non è vero».

Ma non si può dimenticare poi l’epico scontro con l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Che in settembre, ancora convinto di poter guidare il Paese fino alla fine della legislatura, era sotto attacco da tutti i fronti. Uno di quelli che lo fece più arrabbiare, però, fu proprio il fronte degli industriali. Lui, il self-made man, auto-proclamatosi paladino di un liberismo che non ha mai compreso appieno, venne messo all’angolo dall’Emma nazionale. Che gli chiese un passo indietro per il bene di tutti. In risposta, il Cavaliere sbottò: «Le avevo proposto anche di fare il ministro e ora mi dà gli otto giorni! Ma chi si crede d’essere. Mi può sfiduciare il Parlamento, non certo la Confindustria». Una Confindustria all’opposizione il premier proprio non se l’aspettava. D’altra parte, non era stato in grado neanche di prevedere il ciclone targato Monti che ne ha chiuso l’e-

2009 Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano insieme al leader degli industriali. Il capo dello Stato ha sempre espresso la più viva ammirazione per l’operato della Marcegaglia, che ha definito “una risorsa”

sperienza politica. Dimostrando una miopia e una lontananza dal sentire comune della nazione che gli sarebbe poi stato fatale, in modo particolare in vista del prossimo appuntamento elettorale previsto per le elezioni politiche del marzo del 2013: i sondaggi danno lui e il suo partito molto in basso, rispetto alle previsioni.

Non vanno poi dimenticati gli scontri al vetriolo con le altre due “donne forti”di questo tramonto della Seconda Repubblica. Quello con Elsa Fornero, ministro lacrimoso del malandato Welfare nostrano, può essere riassunto con uno scambio di battute fantastico. Alla titolare del ministero che parlava di «paccate di miliardi» la leader dell’Astronomia risposte: «Io non li vedo, questi miliardi. Mi sembra più che altro una paccata e basta». Il nodo del contendere erano (e sono) i soldini per i licenziati: chi li debba mettere è un tema su cui ancora non si sa nulla, ma fra le due furono scintille. Meno evidente la rottura PIER LUIGI BERSANI «Quella battuta sui sindacati che proteggono solamente ladri e assenteisti è pesante e molto grave. Se ne pentirà molto presto, temo...»

con Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, che tuttavia non ha risparmiato critiche (cui è stata data pronta replica) alla Marcegaglia. La questione della riforma del lavoro, che comunque non porterà a termine, le ha allontanate con molta forza. Insomma, l’Emma nazionale è divenuta a buon diritto una protagonista degli ultimi quattro anni italiani. E c’è da sperare che non rimanga un’icona sullo sfondo, ma decida di non perdere lo zeist combattivo e si riproponga sull’arena pubblica per contribuire a modo suo alla ripresa del Paese.


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Vent’anni dopo l’esplosione di Mani pulite, in Italia dilaga ancora la corruzione. Da Nord a Sud, dal Pd al Pdl

Scommettete sui partiti? «Senza nuove regole sul finanziamento e una severa autocritica, è difficile pensare che il sistema politico possa davvero riformarsi». Rispondono Giovanni Sabbatucci e Alessandro Campi di Riccardo Paradisi ent’anni dopo l’esplosione di Mani Pulite siamo di nuovo alle tangenti: una corruzione capillare e diffusa nell’intero Paese – dalla Lombardia alla Sicilia passando per le regioni centrali della penisola, quella del cosiddetto buon governo - trasversale ad ogni schieramento politico – dal Pdl al Pd passando per i partiti antisistema. È di Rifondazione comunista Orfeo Goracci sindaco di Gubbio, a proposito di Umbria, accusato di corruzione e per soprammercato addirittura di molestie sessuali. Un sistema che non risparmia nemmeno i moralisti, un intreccio inestricabile tra politica e affari, talmente saldo da sembrare fisiologico, inevitabile, consustanziale alla stessa politica italiana. E così le tangenti non sono mai passate di moda, la corruzione non ha mai cessato di macinare la sua farina, solo che per un decennio la sua notizia è rimasta sfumata.

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Ha cominciato a diventare - a tornare ad essere - tormentone e notizia quotidiana al tramonto dello schema di potere bipolare eclissatosi insieme al berlusconismo. Un tornante della storia recente che presenta una costante rispetto a quanto accadeva nei primi anni Novanta quando la fine della prima repubblica - che si sgretolava sotto la spinta della mutazione repentina del quadro internazionale fondato sulla guerra fredda – apriva il campo all’irruzione delle inchieste di Mani pulite. Il resto è storia recente e, appunto, attualità. La corruzione e in particolare la corruzione politica resta una piaga italiana e un capitolo di spesa – si fa per dire – tra i più gravosi per il Paese. La cor-

ruzione pesa infatti sulle tasche dei cittadini che si trovano a pagare una tassa annuale di 1000 euro. Secondo i dati della Corte dei conti, l’impatto della corruzione sull’economia italiana corrisponde a 60 miliardi di euro che si traducono in meno spese per i servizi socio-sanitari e scolastici. E più corruzione significa meno welfare :«Il finanziamento nazionale della spesa sociale nel nostro paese, è passato da 1 miliardo e 115 milioni di euro nel 2001 ai 339 milioni del 2011 e scenderà ancora a 193 milioni nel 2012 e 144 nel 2013». Un trend a cui gli italiani sembrano essere rassegnati: «Nonostante i cittadini percepiscano come sempre più elevato il livello di corruzione nel nostro paese, dimi-

Nel caso dell’Italia è successo che i partiti sono morti come strutture organizzate con la vicenda di Tangentopoli e la realtà è che non sono più rinati nuiscono le denunce: nel 2006, ultimo anno in cui si hanno dati omogenei, i crimini si sono ridotti di circa un terzo e le persone denunciate della metà». Oltre al costo economico esiste però anche il vulnus della rappresentanza. È evidente che partiti a un livello di credibilità pubblica sotto l’8% non hanno una legittimità pubblica riconosciuta. Servono dunque proposte come quella di rendere più trasparenti i bilanci dei partiti ma certamente non bastano.

«L’idea di estirpare completamente la corruzione e rendere virtuosa la politica – dice lo storico Giovanni Sabbatucci - è un’idea irrealizzabile e giacobina. Non sta in piedi insomma l’i-

dea di una politica disincarnata e angelica. Detto questo il tasso di corruzione in Italia è storicamente particolarmente elevato e si tratta di trovare il modo per contenerlo. La strada americana – quella delle lobby che apertamente spingono e condizionano la politica – mi sembra a questo punto, al netto di eccessi, la meno peggiore».

Il problema italiano infatti, secondo Sabbatucci, è l’opacità: «Un’aleatorietà dei bilanci avvantaggia quelli che vogliono approfittarne. È più facile andare a prendere quello di cui si ha bisogno. Il caso Lusi lo dimostra bene, mi sembra. Ma il fenomeno della corruzione non investe solo la politica, comprende anche settori della burocrazia, della magistratura contabile, delle forze dell’ordine. Il motivo è lo stesso: se le procedure sono opache e poco formalizzate è inevitabile che dilaghi più corruzione di quella che ci sarebbe fisiologicamente». L’occasione insomma fa l’uomo di potere ladro. Ma è anche la storia italiana, il carattere nazionale a contenere in sé i presupposti di questa deriva? «Sono sempre stato diffidente – dice Sabbatucci - nei confronti delle interpretazioni antropologiche. Anche se la scarsa dimestichezza con la dimensione della statualità e del pubblico è una caratteristica italiana. Ma essendo un dato storico non è un dato definitivo: il carattere nazionale è modificabile con buone leggi e buoni governi. In Italia abbiamo autisti indisciplinati ma ormai, a parte qualche città d’Italia, i caschi e le cinture se li mettono tutti. Si tratta di trovare delle buone regole. Quando le avremo applicate vedremo che questi caratteri storici verranno smussati. Soprattutto si creeranno dei passaggi intermedi di sanzione tra la totale impunità e le manette». Che siano però i partiti politici da soli a darsi queste regole Sabbatucci ne dubita: «Serve una spinta forte dell’opinione pubblica che li costringa, che faccia loro capire che riformarsi è nel loro interesse, considerando l’impotenza a cui le disinvolture di questi ultimi anni li hanno portati». È dura e realista anche l’analisi di Alessandro Campi, politologo dell’università di Perugia e direttore dell’Istituto di studi politici.


politica A sinistra, l’assemblea della Regione Lombardia. Sotto, in ordine alfabetico, i dieci indagati del Consiglio regionale lombardo. Nel colonnino a sinistra, Daniele Belotti, Davide Boni, Angelo Giammario, Romano La Russa, Nicole Minetti. Nel colonnino a destra, Franco Nicoli Cristiani, Filippo Penati, Massimo Ponzoni, Gianluca Rinaldin, Monica Rizzi. In basso, il sindaco di Bari Michele Emiliano «I partiti una sola cosa dovrebbero fare – dice Campi - per guadagnare nuovamente di credibilità: revisionare da cima a fondo il meccanismo che attualmente regola i rimborsi elettorali: la vera origine del disincanto e del malessere che rischia prima o poi di travolgerli per la seconda volta». Ma Campi è pessimista: «La mia impressione – dice a liberal - è che questo malgrado l’esibizione di buone intenzioni non avverrà mai. Nel caso dell’Italia è successo che i partiti sono morti come strutture organizzate con la vicenda di Tangentopoli e la realtà è che non sono più rinati. C’è stato un tentativo di rimetterli in piedi che però non ha funzionato, adesso, dopo trent’anni, pensare che possano rinascere è illusorio. Non a caso il tentativo è quello di mettere assieme dei blocchi politici che rappresentino interessi pressanti di oligarchie il cui collante è l’interesse basico».

Ci dovremo preparare insomma a una lunga stagione in cui avremo finzioni di partiti che non hanno possibilità di organizzarsi su una base diversa del semplice interesse. «Un quadro però compatibile con la democrazia – dice Campi - che ha bisogno di aggregazioni di interessi. È un’altra storia rispetto ai partiti storici che convogliavano interessi che si inserivano in una tradizione culturale con un radicamento culturale e territoriale. Quella forma di partito è stata però spazzata via dal ciclone di Tangentopoli vissuto come una liberazione dalla partitocrazia ma che ha poi significato lo sradicamento di strutture che avevano innervato per decenni la società italiana, lasciando un vuoto di rappresentanza e un’anarchia corporativa diffusa». C’è una sorta di finzione pietosa alla base delle riflessioni che si fanno sulla politica sostiene Campi: «Abbiamo bisogno di credere che questo sistema si autoriformerà. Ma se non ci si è riusciti in vent’anni ora che si fa, si ricomincia daccapo? No, la realtà è che andiamo verso una democrazia rappresentativa postpartitica. È un orizzonte che dobbiamo accettare e che dovremo abituarci a leggere con strumenti nuovi».

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Il sì alla Convenzione europea deve ancora aspettare

Legge anticorruzione, i tempi s’allungano Il Parlamento decide un nuovo rinvio: manca ancora il via libera del Pdl (e di Ghedini) di Marco Palombi

ROMA. «C’è un ddl all’esame delle Camere che contiene misure sulla prevenzione della corruzione e su quello potremmo intervenire per irrobustirne l’impianto». Filippo Patroni Griffi lo ha annunciato lunedì, subito dopo aver sentito il ministro dell’Interno Cancellieri definire la lotta alle mazzette «una partita di rugby piuttosto dura». Peccato, verrebbe da dire, che la Guardasigilli Paola Severino avesse annunciato il testo del governo per l’inizio di marzo e invece l’arrivo in aula della legge – che bivaccava in commissione a Montecitorio da mesi dopo una svogliata approvazione in Senato – slitterà ancora di almeno due settimane (all’inizio di aprile, se va bene) come deciso ieri dalla Conferenza dei capigruppo. Il problema, per dirlo brevemente, è che quel testo – così com’è stato messo insieme dalle trattative Ghedini-Bongiorno all’inizio e poi peggiorato a palazzo Madama – difficilmente avrebbe effetti apprezzabili contro la corruzione. A questo si riferisce Patroni Griffi parlando di “irrobustire” il ddl soprattutto dal lato della prevenzione: il fatto è che i vari Parlamenti italiani non hanno mai ratificato la Convenzione di Strasburgo del 1999 in materia, firmata dall’allora governo D’Alema, e sono dunque sconosciuti al nostro ordinamento reati come la corruzione tra privati o l’autoriciclaggio, base in questi anni delle più rilevanti indagini sul tema nel Vecchio continente. L’esecutivo Monti – lo ha detto esplicitamente il ministro della Giustizia – punta alla ratifica a breve: la corruzione, non volendo considerare l’aspetto morale, non è estranea infatti al processo di risanamento dei conti pubblici e diminuzione della spesa pubblica che sono il core business del governo. Fosse tutto così semplice, però, la Convenzione sarebbe legge da dieci anni: la giustizia, invece, continua ad essere un terreno minato, soprattutto quando l’azione del legislatore si trova a sfiorare – e capita decisamente spesso – le vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi. Insomma, il Pdl sta “trattando” il ddl anticorruzione alla vecchia maniera, tentando di trasformarlo nell’ennesima legge ad personam.

Anche stavolta, infatti, le disavventure del Cavaliere stanno bloccando il libero dibattito del Parlamento e un provvedimento necessario rischia di trasformarsi nell’ennesimo prolungamento del berlusconismo senza Berlusconi (vedi la Rai). Conviene andare con ordine. Tempo fa l’Ocse – le cui indicazioni spesso e volentieri consideriamo carta straccia – alla fine di uno studio sul fenomeno della corruzione consigliò all’Italia di allungare i tempi di prescrizione e prendere qualche provvedimento per evitare

che i corruttori si difendano sempre (e spesso con successo) affermando di essere stati costretti a pagare dal politico o dal funzionario pubblico. Ebbene, queste due indicazioni nel dibattito politico italiano è adesso diventato «l’Ocse ci chiede di abolire il reato di concussione» (quello che commette il pubblico ufficiale che illecitamente ottiene un favore o soldi da qualcuno), come hanno spiegato D’Alema e Finocchiaro. Tecnicamente la proposta sul tavolo, in realtà, è quella di cambiare nome alla concussione facendola divenire una ipotesi aggravata dell’estorsione, con relativo aumento di pena, quanto alla tecnica di di-

La trattativa verte sulla ridefinizione del reato di concussione: proprio quello per il quale Berlusconi è sotto processo a Milano fesa degli imprenditori è difficilmente eliminabile per via normativa e la responsabilità di decidere nel merito toccherà sempre al giudice in ogni singolo processo. Qual è il problema? Si chiederà il lettore. Il problema è che Silvio Berlusconi è sotto processo a Milano proprio per concussione (oltre che per favoreggiamento della prostituzione minorile) per il caso Ruby e a pensar male si fa peccato eccetera. A stare agli emendamenti finora presentati – Idv e Pd in particolare – il processo sulla famosa telefonata in Questura per far liberare l’allora 17enne prostituta di origine marocchina non dovrebbe correre rischi, ma la trattativa sotterranea tra il Pdl (Ghedini in persona, dicono) e il governo continua. Puntare sul clima nuovo e il mutato scenario politico sarebbe cedere all’ottimismo: è stato fin troppo evidente in questi anni che il Cavaliere non conosce il confine tra gli interessi suoi e quelli di tutti.


il paginone

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onfronto e rispetto delle idee altrui, senza però rinunciare alla ricerca della verità, senza cedere al relativismo culturale. È questo il senso profondo di Sillabario per la tarda modernità (Cantagalli), di Sergio Belardinelli. Un volumetto dove sono raccolte tutte le voci che l’autore ha scritto per la rubrica“parola chiave”di Mobydick. Belardinelli è un cattolico convinto e spiega che cosa vuol dire l’atteggiamento sopra enunciato per lui: «Nessun cristiano – scrive nella prefazione al libro – si mette a discutere con un “altro”, assumendo che Gesù possa non essere“la via, la verità e la vita”. Ma nemmeno può farlo supponendo a priori che l’altro sia nel torto, per il semplice fatto che la pensa diversamente. Al contrario. È Gesù stesso che lo spinge a cercare il “buono” che sicuramente c’è anche nell’altro e a valorizzarlo... L’altro insomma può diventare una buona opportunità, non per rinnegare se stessi o indebolire la propria identità, ma per rafforzarla, per renderla più consapevole, diciamo pure, più riflessiva».

C

Se teniamo ben salda questa idea di fondo, il libro di Belardinelli, all’apparenza inevitabilmente frammentario, si ricompatta e assume un significato unitario, caratterizzato da una meditata critica della modernità. La voce forse più ricca e più bella è quella che riguarda l’illuminismo. Al centro della riflessione «l’illusione di certa cultura moderna che ritiene di guadagnare in libertà accantonando la verità». «In altre parole – e qui sta il paradosso – ci siamo dimenticati che l’illu-

sioni sia di Papa Benedetto sia di Papa Giovanni Paolo secondo sono alla base di questo ragionamento. C’è la Fides e ratio wojtiliana e il discorso di Regensburg dove si affrontava proprio il tema dell’«incontro fra fede e ragione, fra autentico Illuminismo e religione». Queste grandi tematiche ritornano, anche se su un piano diverso, quando scegliamo nel Sillabario per la tarda modernità un’altra parola chiave: multiculturalismo. Un concetto che è stato purtroppo identificato col relativismo. Quasi – scrive Belardinelli – che «ogni cultura, ogni valore, ogni stile di vita debbano essere considerati sullo stesso piano». Oppure è stato usato «come una sorta di arma per gettare discredito sia sulla tematica della universalità, sia, più ancora, su quella dell’identità culturale... Siamo insomma di fronte a qualcosa che assomiglia molto alla fuga da se stessi, anzi all’odio per se stessi». Questa deriva che è ancora in atto, ha visto nascere i primi anticorpi con l’11 settembre. Il terribile giorno delle Torri gemelle ha segnato una svolta profonda: da allora gruppi ancora piccoli e tra loro poco comunicanti di uomini di cultura hanno cercato di invertire la rotta e hanno difeso l’Occidente e le sue radici religiose. È vero che ancora la tendenza a disconoscere il ruolo fondante del cristianesimo è largamente maggioritaria: basti vedere come è finito il tentativo di citarlo nella Costituzione europea. Ma è altresì certo che ormai anche una parte non insignificante di intellettuali non credenti si è impegnata a difendere il Cristianesimo e la partecipazione della

La critica della

Nel “Sillabario per la tarda modernità” di Sergio Belardinelli un’affascinante rilettura di grandi temi universali, attraverso parole-chiave che sono diventate simboli del tempo presente di Gabriella Mecucci minismo viveva principalmente del pathos di una ragione capace di cogliere la verità. Di conseguenza, come peraltro aveva intuito Friedrich Nietzsche, venuto meno questo pathos, finisce per venir meno anche l’illuminismo». Ma è proprio in una società dove la verità non viene ricercata che finisce con l’essere «debilitata» ogni forma di esercizio autentico della libertà. E infine: «L’Occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire un grave danno». Un’avversione che andrebbe contraddetta tirando fuori il coraggio di «aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza». Le rifles-

Chiesa cattolica al discorso pubblico. Concetti analoghi a quelli espressi alla voce multiculturalismo li ritroviamo anche nella voce tolleranza. «Ho l’impressione - scrive Belardinelli - che tolleranza sia diventata da noi soprattutto un’arma da usare contro il lessico dell’identità. Solo coloro che non hanno convinzioni, che non si sentono radicati in una cultura o in una terra possono essere tolleranti: è questo il nostro pregiudizio». Per avere questa caratteristica si finisce così col non coltivare alcun orientamento. L’errore è profondo perché in realtà per essere tolleranti non dobbiamo imboccare la via del sincretismo e del disorientamento, ma piuttosto recuperare forti ancoraggi. La nostra non deve essere però un’identità chiusa, riottosa ad aprirsi al-

l’altro, ma piuttosto capace di favorire il dialogo senza pregiudizi e, al tempo stesso, senza abbandonarsi al relativismo.

Il libro di Belardinelli, partendo da un forte ancoraggio filosofico, non sfugge ai grandi e concretissimi problemi dell’oggi che hanno determinato laceranti scontri. I primi fra questi riguardano l’autodeterminazione e la biopolitica. Il fatto cioè che ciascun individuo deve poter scegliere sull’inizio e sulla fine della vita. E non solo della sua, ma anche di quella degli altri. Il problema infatti non è tanto e solo il diritto al suicidio (ciascuno può ucci-


il paginone grande equilibrio quindi quello che occorre fare. Una sperimentazione che tenga insieme valori profondi e capacità di cogliere le opportunità e i rischi dell’oggi. L’intero libro del resto è il tentativo di non negare la modernità ma di confrontarsi con essa in modo critico. Senza rifiuti ma ansenza che aprioristiche accettazioni. Del resto alcuni problemi e interrogativi che ci pone la nostra contemporaneità sono antichi come il mondo. Che cosa è la felicità? È una domanda a cui oggi si risponde allo stesso modo in cui Callicle rispondeva nel Gorgia di Platone. E cioè: è felice colui che può provare tutti i desideri possibili e godere nella loro soddisfazione. Ma nello stesso dialogo si suggerisce un’altra e più profonda scelta: «Il bene e il piacere non sono la stessa cosa», e conviene «tenere a freno l’anima nei suoi desideri e non concederle di fare se non quello per cui potrà essere migliore».

Potremmo continuare a sfogliare questo prezioso libretto voce per voce, sicuri di trovarci molte perle di saggezza. Ma l’ultima parola chiave che cite-

ragion “dura” dersi quando e come vuole), ma il diritto all’eutanasia e il diritto all’aborto. In entrambi questi due casi viene chiamato in causa un altro che non siamo noi. Belardinelli mette in discussione la sovrapponibilità del concetto di libertà e di autodeterminazione che Nietzsche considerava «la maggiore autocontraddizione che sia stata concepita sino ad oggi, una specie di stupro e d’innaturalità logica». Colui che si autodetermina è un essere a sua volta determinato dall’educazione che ha ricevuto, dai valori che gli sono stati tramandati o imposti, dalla società e da tanto altro.

Gli interrogativi sulla vita vengono affrontati in questo profondo libretto non dimenticando mai la loro drammaticità, il grande dolore di chi li vive e la comprensione e vicinanza che dovremmo riuscire ad esprimere verso queste persone. Al tempo stesso si cerca di restituire a tali questioni tutta la loro complessità e problematicità rifuggendo da pericolose semplificazioni. La “voce”sulla biopolitica inizia con un’inquietante citazione di Foucault sulla quale vale davvero la pena riflettere: «Mi sembra che uno dei fenomeni fondamentali del Diciannovesimo secolo sia stato ciò che si potrebbe chiamare la presa in carico della vita da parte del potere. Sin tratta, per così dire, di una presa di potere sull’uomo in quanto essere vivente, di una sorta di statalizzazione del biologico...». Un avvertimento questo che

assume un rilievo particolare se accostato alla ormai raggiunta capacità manipolativa sul piano genetico e alla possibilità di determinare tecnicamente la nostra vita biologica. In questo girovagare fra le parole chiave incontriamo anche la famiglia. Anche qui troviamo un paradosso della contemporaneità: tanto più infatti il nucleo familiare tradizionale (uomo, donna, figli) viene sottoposto a critiche e attacchi, tanto più la società si fa individualista, tanto più si avverte il bisogno di un luogo dove le relazioni siano improntate alla gratuità e all’amore. Da una parte si nega

Illuminismo, famiglia, biopolitica, multiculturalismo. Sono solo alcune delle grandi questioni brillantemente affrontate nel volume che raccoglie gli scritti dell’autore, apparsi nell’inserto «Mobydick» la famiglia e dall’altra la si desidera ardentemente. Belardinelli difende la famiglia tradizionale - come luogo di reciprocità fra i sessi e fra le generazioni - ma non pensa che si debba tornare al passato negando quanto di nuovo e di diverso caratterizza il nucleo attuale. È uno sforzo di

remo è la più importante per il suo autore. Si tratta della voce Dio che riassume la tensione religiosa che percorre tutte le altre. Oggi che assistiamo all’eclisse di Dio, Belardinelli lo rivendica anche al di là del «suo straziante silenzio». «Tutta la realtà – scrive – parla di Dio. Quando domandiamo dell’uomo, quando domandiamo del bene, della verità, della giustizia, della bellezza, dell’amore, anche se solo implicitamente, domandiamo anche di Dio». È il nostro essere uomini, capaci di interrogarci sul senso della nostra vita e di ciò che ci circonda a condurci a Dio. Si può condividere o meno la posizione di Belardinelli, ma è difficile non riconoscere che la sua risposta nasce da una ricerca affascinante e colta, capace al tempo stesso di partire sempre dalla realtà esplorandola con coraggio. La sua fede – per dirla con Pascal – è un rischio da correre. Non toglie nulla e promette di dare molto. Permetteranno i lettori che alla fine delle prime riflessioni che ispira questo bel libretto, si faccia anche un piccolo atto di orgoglio: quello di complimentarci con liberal, e in particolare con Mobydick. Non è normale che un quotidiano ospiti una rubrica “difficile” e utilissima come “parola chiave”, alla quale Belardinelli ha collaborato insieme a tante altre importantissime firme, a partire da quella di monsignor Rino Fisichella. Si può esserne fieri.

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il personaggio Parla Yevhenia, la figlia della Tymoshenko, in Italia per difendere i diritti in Ucraina

Salvate Yulia o Putin la ucciderà La leader arancione accusata di ”tradimento” «Yanukovic manovra la magistratura. A Kiev stiamo tornando ai tempi dell’Urss. Il mondo deve fare qualcosa. Subito» di Antonio Picasso

ROMA. «Mia madre è solo uno dei

La leader dell’opposizione in Ucraina, Yulia Tymoshenko. Più a destra, la figlia Eugenia: in questi giorni è in Italia per parlare di diritti

tanti casi di persecuzione. Un piano di annientamento dei diritti umani da parte del governo diYanukovic». A parlare èYevhenia Timoshenko, figlia della più celebre Yulia, ex Primo ministro dell’Ucraina, protagonista della rivoluzione arancione di quasi otto anni fa e ora detenuta in isolamento. È possibile che Yevhenia, 32 anni, con un accento inglese privo di qualsiasi flessione dell’Est, non immaginasse a suo tempo che avrebbe mostrato al mondo l’immagine di sofferenza di sua madre. È facile ritenere che, al momento di scegliere la London School of Economico e poi di sposare il cocker Sean Carr,Yevhenia sognasse una carriera di manager in qualche banca d’affari della City. E non di giocare il ruolo di promotrice del rispetto dei diritti umani di fronte a parlamenti e governi dell’Europa occidentale. Yevhenia Timoshenko è a Roma in questi giorni. Proprio oggi incontrerà le massime autorità dello Stato e poi terrà una conferenza stampa nella Sala gialla di Montecitorio. Ieri, accompagnata da Gianni Vernetti, ha concesso questa intervista a liberal. «Ci tengo a sottolineare che si tratta di un’iniziativa trasversale e che coinvolge tutti i partiti», ha sottolineato a margine il deputato del Partito democratico. Yevhenia, partiamo dall’attualità è fresca di queste ore il mandato di accusa di alto tradimento, nei confronti di tua madre, da parte della Corte suprema di Kiev. Ce lo aspettavamo. La decisione fa parte di un disegno politico di Yanukovic. È del 2010 la riforma del sistema giudiziario che prevede un preciso controllo della magistratura da parte del governo. Questo significa nominare e licenziare i giudei,intervenire eventualmente anche con il sostegno delle Forze armate nella giurisdizione civile, mettere in discussione il processo di democratizzazione del mio Paese.

Un passato già vissuto da Kiev e non tanto tempo fa. Esattamente. Stiamo tornando ai tempi dell’Unione sovietica, quando il nucleo centrale dell’esecutivo faceva il bello e il cattivo tempo in ogni settore della vita pubblica. L’Ucraina sta diventando una dittatura. Pensi che la fonte di questo destino sia in Russia e abbia in Putin il diretto responsabile? Francamente non so come si viva in Russia. Forse adesso il nuovo presidente sarà davvero costretto ad aprire agli altri partiti e magari a liberalizzare il mercato. Quel-

La stanno umiliando psicologicamente e anche da un punto di vista fisico. È sorvegliata ventiquattr’ore su ventiquattro.Videocamere e microfoni non le permettono nemmeno di dormire o farsi una doccia senza che sia sorvegliata. Le autorità penitenziarie non le hanno concesso una visita medica, o di un familiare per ben sette mesi. Solo da poco le è stato messo a disposizione un medico tedesco, quindi imparziale, il quale ha certificato che mia madre è davvero in pericolo di vita. Tuttavia, non è l’unica a pagare un prezzo così alto i disegni di Yanukovic. Ma lo sai che appena lo 0,2% dei

«Il presidente russo forse sarà costretto ad aprire agli altri partiti e magari a liberalizzare il mercato» lo che sta succedendo in Ucraina però nasce nel Cremino. Il disegno è chiaro: Kiev deve essere autoritaria, ma anche abbastanza manipolabile. Una dittatura debole, in pratica. Non debole perché parzialmente aperta in termini di dibattito politico. Non debole perché disponibile a piccole riforme. Bensì gestibile: una classe politica priva di colonna vertebrale e tenuta in piedi da Mosca. Un progetto al quale tua madre si è sempre opposta. Sì. E per questo ne paga le conseguenze. Come sta? Poche settimane fa ti hanno concesso di stare alcuni giorni con lei in cella e dopodomani la rivedrai.

processi celebrati nel mio Paese possono essere dichiarati trasparenti? Mia madre sta lottando contro questo scandalo. E questo le fa tenere alto il morale. Adesso però l’accusa di alto tradimento rischia di compromettere tutto il vostro impegno. Assolutamente no. Come ho detto ci aspettavamo una mossa del genere. Ed è per questo che ci siamo messi in moto ben prima della Corte suprema. Io stessa sono qui a Roma per denunciare quello che sta succedendo a Kiev e quello che succederà. La magistratura fedele a Yanukovic ha raccolto in 25 volumi le accuse contro mia madre. Ha falsificato


L’ultima accusa di Yanukovich contro l’ex premier

Alto tradimento di Laura Giannone olpevole di alto tradimento. Ecco l’accusa che ieri il parlamento ucraino ha votato contro Yulia Tymoshenko, “colpevole” di aver ingannato il suo paese per il contratto sul gas con la Russia rinnovato quando era premier nel 2009, e per cui è già stata condannata in tribunale a sette anni di carcere con l’accusa di aver abusato del suo potere. La Verkhovna Rada ha votato con 266 voti a favore (sui 450 seggi della camera) una mozione per trasferire il caso di alto tradimento alla procura generale e ai servizi di sicurezza, in seguito all’inchiesta condotta dalla commissione inquirente istituita in Parlamento per indagare sulla legittimità del contratto stipulato nel 2009 fra Gazprom e Naftogaz per la vendita di gas russo all’Ucraina. Commissione presieduta da Inna Bogoslovskaya, che dal 2010 è entrata a fare parte del Partito del presidente Viktor Yanukovich, che contro la leader della rivoluzione arancione sta conducendo una battaglia senza quartiere mirata soprattutto a tenere fuori dal campo politico la Dama Yulia dalle prossime elezioni. «Gli atti di Tymoshenko sono i segni di alto tradimento e devono essere investigati», ha dichiarato Inna Bogoslovskaya, sottolineando che tale contratto si è tradotto in una spesa supplementare di miliardi di dollari per il paese. La procura ucraina sta indagando anche su presunti reati finanziari commessi da Tymoshenko quando dirigeva l’impresa di famiglia Sistemi energetici unificati negli anni Novanta. Dunque l’assedio continua, è a tutto tondo e chiaramente se ne frega delle pressioni e preoccupazioni dell’Europa su una deriva autoritaria di Kiev. D’altronde, proprio pochi giorni fa la linea di Yanukovich nei confronti della Ue è stata nuovamente chiarita, quando ha alzato spallucce davanti all’intimazione della Corte di Strasburgo all’Ucraina di fornire a Yulia Tymoshenko le cure mediche necessarie, cosa che avrebbe implicato il trasferimento dell’ex premier dal carcere in cui si trova ora. «Le autorità

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«È sorvegliata ventiquattr’ore su ventiquattro. La stanno umiliando. Anche fisicamente» la sua firma e preconfezionato testimonianze. Ora ha emesso una condanna. O per lo meno una richiesta di vent’anni di carcere. Il tutto senza che la difesa potesse fare qualcosa. All’inizio le era stato messo a disposizione un avvocato d’ufficio, dopo siamo arrivati a due. Hanno avuto solo due giorni per consultare le migliaia di pagine scritte contro di lei. Sembra sensato? Ma a questo punto come avente intenzione di muovermi? Il mio e dei collaboratori di madre è un impegno di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni europee in merito a un dramma vissuto da migliaia di persone,vittime delle violenze e delle torture nelle carceri ucraine e delle altre ex repubbliche sovietiche. Siamo qui a Roma per lanciare un appello affinché Kiev non venga abbandonata. L’Ucraina è una nazione europea, con una storia giovanissima e un sincero desiderio di democrazia. Lo ha dimostrato con la rivoluzione, lo ha confermato con il sostegno che il suo popolo ha offerto aYulia Timoshenko e a tutti gli altri oppositori dell’attuale governo. È giusto che l’Unione europea presti la sua attenzione a questo stato di cose. L’Ucraina non è sottomessa, anzi, il suo desiderio di riscatto è ben vivo.

Prima è stato citato Putin, come responsabile di questo disegno di autoritarismo, ma anche perché nuovo presidente russo. Cambierà qualcosa adesso che è tornato al Cremino? Le trasformazioni, se ci saranno, si limiteranno alla Russia. Al Cremlino, e questo già Medvedev lo ha dimostrato, si è forse inclini a un pacchetto di riforme interne, ma non al dialogo con gli ex satelliti dell’Urss. Putin, che di quella Unione sovietica è un nostalgico, è convinto che Ucraina, Bielorussia e gli Stati del Caucaso possano ancora svolgere il ruolo di gregari in suo favore. Eppure le istituzioni internazionali potrebbero fermare questa deriva. Almeno a Kiev. È quello che speriamo. Certo, quando Fondo monetario e Banca mondiale si sono offerte per sostenere le riforme che Yanukovic avrebbe dovuto fare, questo si è chiuso a riccio. Un rifiuto grave, che ha pesato e spinto altri partner di essere più inflessibili. In tal senso, confidiamo in Strasburgo e Bruxelles, dove i singoli membri del Parlamento e del Consiglio d’Europa si ricordano diYulia Timoshenko. L’immagine personale di madre potrà salvare se stessa, ma anche tutti coloro che sono vittime delle circostanze.

ucraine debbono consentire a Yulia Tymoshenko di ricevere le cure mediche adeguate alle patologie di cui soffre», aveva detto la Corte europea dei Diritti dell’Uomo dopo aver esaminato con procedura d’urgenza l’istanza inoltrata dall’ex primo ministro di Kiev, nell’estate scorsa. Applicando l’art. 391 del regolamento, la Corte ha raccomandato al governo di far ricoverare, se necessario, la detenuta che soffre di problemi alla schiena in una clinica specializzata. Quindi di per-

La Verkhovna Rada ha votato la mozione con 266 voti a favore (su 450 seggi) metterle di lasciare il carcere di Kharkiv, nell’est dell’Ucraina, dove sta scontando la sua pena.

Yulia Tymoshenko, 52 anni, è stata primo ministro nel 2005, e poi dal mese di dicembre 2007 al marzo 2010. È stata condannata anche all’interdizione dai pubblici uffici per tre anni e, secondo i suoi sostenitori, questo era il vero obiettivo del presidente Viktor Yanukovich, considerato il regista della vicenda giudiziaria della leader del fronte filo-occidentale che nel 2004 contribuì non poco a costringere l’attuale presidente ad accettare nuove elezioni e, in fin dei conti, la sconfitta. Il processo Timoshenko, evidentemente di natura politica, potrebbe essere considerato una triste conferma del progressivo declino democratico in Ucraina. Ma in realtà è molto di più. Al confine orientale dell’Unione europea è in corso una battaglia strategica che potrebbe determinare il futuro di tutti i paesi dell’Europa dell’est. L’Ucraina, 50 milioni di abitanti, è in bilico tra l’influenza russa e quella dell’Unione europea. Dalla“scelta di campo” di Kiev dipenerà il futuro di altri piccoli paesi dell’Europa orientale come Moldavia, Bielorussia e Georgia.


mondo

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Francia in lutto, osservato un minuto di silenzio in tutto il Paese. Mentre continua la caccia al serial killer

Tolosa, effetto Atocha La strage alla scuola ebraica si abbatte sulla corsa presidenziale come una tempesta. Sarkozy: «Trovare l’assassino!». Il capo dell’Eliseo teme che la tragedia incida sul voto. Come fu per Aznar dopo l’attentato di Madrid di Enrico Singer he ad uccidere sia stato un ex parà neonazista che massacra con la stessa ferocia e con la stessa arma bambini ebrei innocenti e suoi commilitoni, o che sia stato un assassino jiahdista che sfrutta la colpevole disattenzione del Paese di fronte al vento di violenza antisemita che soffia in Europa, alimentato dalle centrali dell’odio di Teheran e di Damasco, quello che è successo a Tolosa non è soltanto una «tragedia nazionale», come l’ha definita Nicolas Sarkozy. È anche una tempesta politica che investe le elezioni presidenziali. Alla prima tappa della corsa all’Eliseo manca esattamente un mese – si vota il 22 aprile – e quindici giorni dopo ci sarà il decisivo ballottaggio tra i due candidati che raccoglieranno più consensi. Finora la sfida sembrava destinata a decidersi sui temi dell’economia e del recupero della grandeur nazionale perduta assieme alla tripla A. Ora lo sdegno e la pena per i sette morti – i tre alunni della scuola ebraica, il rabbino loro professore e i tre paracadutisti uccisi qualche giorno prima – sta mettendo in moto una specie di effetto-Atocha: l’attentato alla stazione di Madrid che, alla vigilia delle elezioni politiche spagnole del marzo 2004, contribuì alla vittoria di Josè Luis Zapatero contro tutti i pronostici che erano favorevoli al suo avversario centrista, Josè Maria Aznar.

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Così in Francia, al di là dell’orrore, ci si chiede già quale effetto avrà una simile carneficina sulla scelta del prossimo presidente della Repubblica francese. Un intellettuale come Bernard Henry-Levy ha lanciato una proposta: che tutti i candidati democratici – «e sottolineo democratici», ha scritto – non solo sospendano, come hanno fatto, per qualche giorno la campagna elettorale, ma dimentichino quello che li

contrappone per gridare tutti insieme, e senza secondi fini, il rifiuto categorico dell’antisemitismo e delle sue conseguenze sempre criminali. Sarebbe bello. Sarebbe, soprattutto, giusto e necessario perché in Francia, dove vive la più numerosa comunità ebraica d’Europa, gli attacchi agli ebrei non sono una novità – l’elenco è lungo dall’attentato della rue Copernic a quello della rue des Rosiers – e negli

che, poco più di vent’anni fa, tutta la classe politica, ad eccezione del Front National, seppe sfilare insieme, con François Mitterrand allora presidente in testa, dopo la profanazione di 34 sepolture ebraiche nel cimitero di Carpentras. Adesso l’impegno andrebbe rinnovato con una manifestazione comune, guidata da Nicolas Sarkozy fianco a fianco con il suo sfidante François Hollande e con gli al-

Nel 2004 le bombe fatte esplodere alla stazione della capitale spagnola (che provocarono ben 191 vittime) contribuirono alla vittoria di Luis Rodriguez Zapatero ultimi anni, anzi, sono aumentati. Sarebbe anche la garanzia, o almeno, dovrebbe essere la garanzia, che chiunque avrà le chiavi dell’Eliseo per i prossimi cinque anni metterà al primo posto della sua azione la lotta all’antisemitismo che, poi, significa il rispetto e la tutela dei cittadini senza distinzione di origini e di religione. Bernard Henry-Levy ricorda

tri candidati, da organizzare, magari, nella Place du Capitole di Tolosa, luogo importante per la storia di Francia perché è in quella piazza che, il 16 settembre del 1945, il generale Charles de Gaulle «venne a predicare l’unità del Paese che oggi va ritrovata per dire apertamente che è la Francia intera che è stata attaccata in questi giorni di sangue». Purtrop-

po sembra che non sarà così. La sfilata dei leader a Tolosa c’è stata, aperta da Sarkozy che ha ripreso i panni del presidente ed è stato il primo a portare la sua solidarietà alle famiglie delle vittime.

Ma ognuno ha fatto la sua parte: poche ore dopo è arrivato Hollande, poi gli altri. Marine Le Pen – che pure ha visitato Israele dieci giorni fa – ha condannato i «criminali attacchi», ma è l’unica che non è andata a Tolosa. Il «no collettivo all’antisemitismo come primo dovere della politica», secondo l’appello di Bernard Henry-

Levy, non ha superato gli steccati della corsa all’Eliseo. Ma, di sicuro, la influenzerà. Dopo la strage di Tolosa anche i sondaggisti hanno preso una pausa di silenzio. Per rispetto, dicono ufficialmente. Per rifare i loro calcoli, dicono i più cinici. È indiscutibile, comunque, che questa esplosione di violenza razzista è piombata in un momento particolarmente delicato. Proprio quando Nicolas Sarkozy cominciava a vedere un raggio di luce in fondo al tunnel. I sondaggi non erano più così ostili. Uno, addirittura, gli assegnava un vantaggio di un punto su François Hollande che, dall’inizio della corsa, è sempre stato il grande favorito. Gli altri prevedevano un pareggio: 28 per cento contro 28 per cento al primo turno. Non è mai successo e, forse, non succederà perché tutto si deciderà nelle prossime settimane. Come sempre le presidenziali si vincono o si perdono quando il traguardo è in vista. E, dopo Tolosa, questo è ancora più vero. Al punto che tutti sanno molto bene che la battaglia cruciale si combatterà al ballottaggio. In Francia non c’è un Putin capace di sbaragliare gli altri concorrenti con il 63 per cento dei voti già al primo appuntamento elettorale. Sarkozy e Hollande dovranno aspettare lo spareggio che è fissato per domenica 6 maggio. Questo significa che dovranno aggiungere ai loro voti quelli di chi avrà dato la sua preferenza al primo


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turno agli altri candidati. Tanto a destra, quanto a sinistra. E qui il tunnel di Sarko piomba di nuovo nel buio perché i sondaggi continuano a decretare il successo finale del suo avversario. Paradossalmente. Perché la somma dei voti del centrodestra (la candidata del Front National, Marine Le Pen, e il candidato centrista, François Bayrou, sono complessivamente al 30 per cento) supera quella dei voti del centrosinistra. Ma la politica non è soltanto matematica. È capacità di mobilitazione e il nemico più pericoloso per Nicolas Sarkozy è l’astensione al secondo turno di una fetta importante degli elettori di Bayrou e della Le Pen che aprirebbe le porte del palazzo dell’Eliseo al candidato socialista. Sarebbe la seconda volta nella storia della Quinta Repubblica, dopo François Mitterrand.

Sull’atteggiamento dell’elettorato della destra estrema – e non solo – peserà il comportamento di Sarkozy sul nuovo capitolo dell’odio razziale aperto dal massacro alla scuola ebraica. Con risultati oggi difficilmente prevedibili. Ma se, un mese fa, la marcia dell’uomo

da Nicolas Sarkozy e della sua squadra di consiglieri. E la Francia forte, secondo Sarkozy, è un Paese che deve mettere i suoi interessi al primo posto in Europa. Anche al costo di sacrificare su questo altare l’asse con la Germania. L’interesse della Francia sul quale Sarkozy ha più insistito finora è quello di rivedere gli accordi di Schengen sulla libera circolazione delle persone all’interno dei confini comuni aumentando i controlli sull’ingresso degli immigrati (tra i quali ci potrebbero essere anche dei terroristi) alle frontiere esterne dell’Unione. Sarkozy non ha mai nominato l’Italia, ma il riferimento ai «Paesi colabrodo» attraverso i quali i clandestini arriverebbero in Francia è esplicito. «Non si può lasciare la gestione dei flussi migratori soltanto nelle mani di altri», ha detto Sarkozy che ha rivendicato il diritto di «sanzionare, sospendere o escludere da Schengen uno Stato in difetto, così come si può punire un Paese di Eurolandia che non rispetta i propri obblighi di bilancio». È una proposta che sembra fatta apposta per sedurre gli elettori del Front National.

Se un mese fa la marcia dell’uomo tranquillo Hollande, dell’anti-eroe, come lui stesso si definisce per smarcarsi dal protagonismo del Presidente sembrava inarrestabile, adesso la partita è aperta

L’allarme terrorismo è salito al livello scarlatto, il più alto

La telecamera di Terminator l killer di Tolosa, soprannominato “Terminator” dagli inquirenti francesi, potrebbe aver filmato la strage. L’uomo aveva infatti una piccola telecamera attaccata al collo, mentre sparava all’impazzata contro bambini e genitori di fronte alla scuola ebraica. Lo ha raccontato alla polizia un testimone della strage, secondo quanto ha confermato ieri il ministro dell’Interno francese, Claude Guèant, che coordina una caccia all’uomo di dimensioni mai viste nel sud-ovest del paese, sulle tracce del misterioso omicida che ha ucciso prima dei soldati e poi ha aperto il fuoco in una scuola ebraica. Sono le conseguenze della dichiarazione di passaggio al livello «scarlatto» del piano antiterrorismo Vigipirate, un procedimento mai adottato nella regione e al quale si ricorre in presenza di una «minaccia gravissima e certa». Centotrenta ufficiali di polizia giudiziaria e esperti di profili psicologici della polizia scientifica sono sulle tracce dell’uomo fuggito su uno scooter rubato. Nuovi elementi sono intanto giunti a preoccupare Gueant e i 40 «superflic» della direzione Dnat (antiterrorismo) arrivati da Parigi di rinforzo ai colleghi di Tolosa. Innanzitutto la piccola telecamera che - ha specificato Gueant l’uomo avrebbe avuto «sul petto, attaccata ad una tracolla». È un elemento che preoccupa ancora di più la polizia, perchè è la dimostrazione della freddezza e dei piani inimmaginabili di una specie di «terminator». Sulla cui psicologia lavorano i «profiler», gli specialisti dell’individuazione del carattere e del tipo di killer, coadiuvati in queste ore da specialisti di Internet che stanno passando al setaccio tutti gli indiriz-

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Centotrenta ufficiali di polizia giudiziaria ed esperti di profili psicologici della polizia scientifica sono al lavoro zi IP del sito di vendite on line tramite il quale il killer aveva attirato uno dei militari uccisi, facendogli credere che avrebbe comprato la sua moto. In mano agli inquirenti c’è poco: i filmati della videosorveglianza della scuola, che danno qualche indicazione sulla corporatura, il modo di camminare e lo scooter utilizzato. Su quest’ultimo particolare - si tratta di uno Yamaha Tmax 500 cc - resta in piedi l’interrogativo sul colore: sarebbe lo stesso rubato ad inizio marzo e utilizzato per gli agguati ai militari, ma in quei casi era nero, alla scuola era di colore bianco.

tranquillo Hollande, dell’antieroe – come lui stesso si definisce per smarcarsi dal protagonismo di Sarkozy – sembrava inarrestabile, adesso la partita è aperta. Prima di Tolosa era diventata lo scontro tra due populismi. Quello di sinistra che promette di ridiscutere gli ultimi protocolli economici europei – a partire dal fiscal compact voluto da Angela Merkel – e quello di destra che minaccia di denunciare gli accordi di Schengen – come ha fatto Sarkozy nel discorso elettorale di Villepinte – se l’Europa non inasprirà la sua politica sull’immigrazione. Quando si devono cercare i voti nelle riserve di caccia della concorrenza tutto è permesso. Ma se il populismo del programma di François Hollande non è una novità e non sorprende, la svolta di Sarkozy è il frutto di una strategia studiata a tavolino conquistare il secondo mandato. Drammatizzando anche quello che potrebbe succedere nel caso contrario: lo stesso presidente ha annunciato che si ritirerà dalla politica se sarà sconfitto e la première dame, Carla Bruni, è arrivata a confessare di avere paura che il marito possa morire improvvisamente («Temo per lui, per la sua salute, perché lavora troppo e mette tutto se stesso in quello che fa»). Ma è nello slogan scelto per la sfida elettorale – “une France forte” – che si riassume il motivo conduttore della strategia studiata

Sarkozy ha anche ipotizzato la sospensione unilaterale da parte di Parigi dell’accordo di Schengen nel caso in cui le richieste francesi non dovessero essere accolte entro dodici mesi. Ha rilanciato, insomma, la politica della “sedia vuota” che fu del generale Charles de Gaulle e questo, se allarma Bruxelles e i sinceri europeisti, piace alla vecchia droite.

Come il tono del suo nuovo linguaggio: «Credo nella logica dei diritti e dei doveri, credo nei valori della solidarietà ma anche in quelli della responsabilità. L’Europa non può essere un ventre molle, uno spazio aperto a tutti i venti. L’Europa deve tornare ad essere un ideale, una volontà, una protezione». Nei trenta giorni che ancora mancano al primo turno del 22 aprile, il piano di Sarkozy era – e probabilmente resta – quello di dimostrare che Hollande, più che un antieroe, è un personaggio opaco, cresciuto nell’apparato del partito socialista, che non ha mai avuto esperienze di governo, che propone cose irrealizzabili e che non è capace di fronteggiare le emergenze: un pericolo per la Francia che ha bisogno di uomini pronti a scegliere e a decidere. Come lui che è tornato il lottatore di una volta. E per questo spera almeno che la polizia scovi al più presto l’assassino di Tolosa e di Montauban per restituire credibilità alla sicurezza, di cui è stato sempre paladino.


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È l’ultima imbarcazione della compagnia di bandiera Italia di Navigazione che ha spopolato fino all’avvento degli aerei

Là dove muoiono le navi Verso la demolizione l’ex transatlantico Augustus. Anche le crociere se la passano male di Marco Ferrari l 4 marzo scorso ha compiuto 60 anni ma il suo non è stato un anniversario felice: l’ex transatlantico “Augustus” ha cominciato a essere demolito ad Alang, in India, là dove vanno a morire le navi. Si tratta dell’ultima imbarcazione della compagnia di bandiera Italia di Navigazione che ha spopolato sui mari e sugli oceani finché non è stata soppiantata dall’era degli aeroplani. Sino al 1976 ha portato la sua eleganza sui moli di New York e Buenos Aires, saluti, fiori, bandierine e lacrime d’addio.

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C’era un tempo in cui il palazzo di Piazza De Ferrari, a Genova, sede della compagnia, un elegante edificio di inizio Novecento che oggi ospita la Regione Liguria, era paragonabile a ciò che è ora la torre di controllo dell’aeroporto di Heathrow a Londra. In un immenso pannello ricco di puntini illuminati si dipanavano le rotte dei transatlantici che da Genova portavano in tutto il pianeta, New York, Rio de Janeiro, Buenos Aires, Barcellona, Lisbona, Dakar, Città del Capo, Bombay, Sidney. Grandi imbarcazioni si muovevano verso i porti principali smuovendo milioni di emigranti, viaggiatori d’affari, uomini del cinema e dello spettacolo, diplomatici e persino truppe militari, all’occorrenza. Nata nel 1932, l’allora “Italia Navigazione” unificava le tre principali compagnie italiane, ovvero Navigazione Generale Italiana, Lloyd e Cosulich. In nome dell’orgoglio nazionale raggiunse l’apice nel 1933 quando l’italiano “Rex”vince il premio “Nastro azzurro” (Blue ribbon) come nave più veloce (28 nodi) sulla traversata dell’Oceano Atlantico. Sino a metà degli anni sessanta, pur sentendosi oramai condannata dai voli intercontinentali, la società sfornò monumenti del mare come la “Michelangelo” e la “Raffaello”. Ma già nel 1977 si ripiegò sulle crociere e quindi nell’81 sui container. La flotta più famosa del mondo venne così spazzata via. La“Raffaello” e la “Michelangelo” furono vendute allo Scià di Persia poco prima della rivoluzione di Khomeini. La prima è un ammasso di lamiere nel porto di

Bushehr, mortalmente colpita dai missili iracheni nel 1982; la seconda è stata demolita nel 1991 a Karachi, in Pakistan, dopo essere rimasta ancorata quindici anni a Bandar Abbas. Tre transatlantici,“Verdi”,“Donizetti”e “Rossini”andarono in demolizione nel 1977 con lo scoppio della crisi societaria. La “Colombo” era stata trasferita in Venezuela nella speranza di fornirgli un futuro nelle acque calde dei Caraibi, ma nel 1982 ha preso la via dei cantieri di Taiwan dove è stata smontata pezzo dopo pezzo. La “Leonardo” è deceduta nel 1980 nel porto della Spezia, dove era in attesa di smontaggio, per un furioso incendio visibile in tutto il Tirreno. La “Marconi” si è riconvertita in “Costa Riviera” sino al 2002 quando per motivi di modernità e sicurezza è uscita dal servizio per essere anch’essa demolita.

zioni di linea) alle navi da crociera (grandi gioielli del divertimento), dal viaggio sul mare alla vacanza sul mare. Se la storia dei transatlantici è finita con la loro progressiva scomparsa, la storia della navigazione è continuata grazie all’evoluzione delle navi ad alta velocità. Così le crociere, dagli anni Novanta hanno portato il“viaggio per mare”a vivere una nuova stagione d’oro. Un business che non ha conosciuto soste sino alla tragedia della “Costa Concordia”, affondata il 13 gennaio a pochi metri dalla costa dell’isola del Giglio, e al successivo episodio del 26 febbraio riguardante la “Costa Allegra”su cui si è sviluppato un incendio mentre era in navigazione nell’oceano indiano. Nell’ultimo ventennio si è assistito ad una crescita media dell’8% annuo del traffico crocieristico. Nel 2005 sono stati sti-

Ogni anno trecento navi di grosso cabotaggio vengono demolite da un esercito di operai indiani. In quell’area, il fenomeno delle maree dà vita al più grande bacino per lo smantellamento degli scafi L’unica nave a resistere è stata la “Augustus” cambiando nome e bandiera per ben sette volte dal 1976 ad oggi fungendo anche da traghetto tra Hong Kong e Canton. Forse qualche attento passeggero era riuscito persino a riconoscere quell’orgogliosa nave classe 1952. Nel 1999, poi, una compagnia filippina l’acquistò per ridarle un destino crocieristico chiamandola “Asian Princess”, ma dopo i lavori di ristrutturazione nei cantieri di Subic, non se ne è fatto nulla. Così la ex “Augustus” ha funzionato solo come ristorante galleggiante della catena Manila Hotels che è riuscita a conservare questo gioiello architettonico italiano sino ai giorni nostri. Nel 2000 si era ventilata la possibilità di trainare sino a Genova la maestosa imbarcazione per esporla al Porto Antico, al pari della “Queen Mary” a Long Beach o della “Rotterdam”in Olanda, ma il progetto è naufragato per gli alti costi previsti, circa 15 milioni di euro. Sarebbe stata il simbolo di un’epoca di passaggio, quella dai transatlantici (grandi imbarca-

mati 13 milioni di crocieristi in tutto il mondo, nel 2011 si è toccata la cifra dei 16 milioni di passeggeri, di cui quasi 11 milioni movimentati in Italia, meta principale, oltre che leader del settore. Nel tempo l’enorme successo di questo tipo di vacanza ha portato al fenomeno del gigantismo navale con imbarcazioni sempre più voluminose, vere e proprie città galleggianti con 4-5 mila abitanti, dotate di ogni confort, dal casinò al cinema, dalle piscine ai centri benessere.

La prima compagnia a raccogliere la sfida del nuovo mercato del mare è stata la Costa, nata nel 1854 e sviluppatasi attorno alla forte domanda di prodotti alimentari italiani da parte delle nostre comunità di emigranti sparse per il mondo. Dopo le due grandi guerre, la distruzione della flotta passeggeri italiana, la crisi economica e il flusso migratorio transoceanico postbellico, nel 1947 la famiglia Costa decise di inaugurare un servizio passeggeri di prima classe, dotato di aria condizio-

Nell’immagine in alto, l’ex transatlantico Augustus. Qui sopra, uno scatto del “Rex”. In basso, un’illustrazione del “Rossini” nata, e di una classe intermedia. Con l’aumento del fenomeno emigratorio in seguito le classi divennero tre. Nel 1959 Costa realizzò la prima nave al mondo completamente dedicata alle crociere di svago, della durata di una o due settimane, negli Stati Uniti o nei Caraibi. Questo tipo di mercato, però, non era ancora particolarmente sviluppato, almeno fino all’inizio degli anni Novanta, quando si affermò l’idea della nave come albergo galleggiante, grazie all’avvento del turismo di massa. In quest’ottica, la nave stessa diventa luogo di vacanza: sparisce completamente la divisione in classi, le cabine tendono a uniformarsi e si moltiplicano i luoghi di divertimento. La Costa Crociere, leader europea del settore, dal 1997 appartiene all’americana Carnival Corporation, il più grande co-

losso dei mari che oltre alla compagnia italiana possiede altre 11 compagnie in altrettanti Paesi del mondo. Ted Harrison, il fondatore della Carnival, comprò la sua prima nave all’inizio degli anni Settanta al prezzo di simbolico di 1 solo dollaro in un momento in cui molte compagnie si trovavano sull’orlo del lastrico. Ebbe ragione. Il mercato è cresciuto a dismisura sino al drammatico naufragio all’isola del Giglio. Ora il mondo dello shipping si sta interrogando. Ci sarà ancora un futuro per le grandi navi dello svago? Secondo Micky Arison, proprietario del gruppo Carnival, ci sarà da soffrire ma il business della crociera si salverà e con esso anche i marchi più famosi come la Costa. Questo nonostante il fatto che la Carnival chiuderà il primo trimestre dell’anno in rosso, con


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una perdita di 139 milioni di dollari. A fine esercizio, comunque, ci dovrebbe essere un utile (fra gli 1,40 e gli 1,70 dollari per azione), in netta contrazione rispetto al 2011, quando gli utili erano di 2,42 dollari. Il marchio Costa, che è uno dei principali protagonisti della scena mondiale, dovrebbe quindi resistere. «La società - spiega Arison - è forte e continueremo a lavorare in questo periodo difficile. Riusciremo a riguadagnare la fiducia nel marchio Costa e nella reputazione che la squadra manageriale ha costruito». Le prenotazioni sulle navi Costa, subito dopo l’incidente, sono crollate, ma nel medio periodo si confida in una ripresa. «Lavoriamo senza sosta per capire cosa è andato male e per assicurarci che questo non accada mai più» spiega Arison, che annuncia anche che il gruppo ha avviato una revisione delle procedure di sicurezza e emergenze. «Siamo molto rattristati per quello che è accaduto, una tragedia che ci ferisce tantissimo, ma vogliamo ribadire che è stato un incidente - continua il presidente. - Abbiamo più di cento navi e abbiamo

La prima compagnia a raccogliere la sfida del nuovo mercato del mare è stata la Costa, nata nel 1854 e sviluppatasi attorno alla domanda di prodotti alimentari da parte dei nostri emigranti nel mondo sempre fatto e continueremo a fare il massimo per mantenere gli standard di sicurezza al più alto livello possibile».

Tutti i piani di sviluppo vengono dunque confermati. Per la “Concordia”, invece, è stata dichiarata la «perdita totale». L’“Allegra”, invece, dopo l’incendio in sala macchine e il suo rimorchio alle Seychelles, sembra destinata a concludere la sua carriera. Forse anche per lei si apre l’ultima rotta verso Alang là dove il fenomeno delle maree crea il più grande bacino per lo smantellamento degli scafi sulla costa del Gujarat. Ogni anno 300 navi di grosso cabotaggio vengono demolite da un esercito di operai indiani sottopagati ed esposti ai più alti rischi per la loro salute. Prenderà invece un’altra destinazione la “Love Boat”, la prima nave diventata teatro di posa della famosa serie televisiva di

grande audience capace di battere Beautiful, Star Treck e A Team. Al termine di una lunga e dolorosa trattativa, ciò che resta della nave “Love Boat” è stato venduto a Genova a una società turca, la Cemsan, specializzata in demolizioni, per poco più di due milioni e mezzo di euro. Il triste destino dell’imbarcazione segue il declino della fiction che ha spopolato sulle televisioni di tutto il mondo dal 1977 al 1987 e che ora va in onda in una versione restaurata, in molte emettenti di diversi Paesi, come le più famose pellicole della storia del cinema. Ambientata a bordo di una nave vera, la “Pacific Princess”, si basava su personaggi fissi, vale a dire i principali membri dell’equipaggio: il capitano Merrill Stubing, la direttrice di crociera Julie McCoy (sostituita nelle ultime stagioni da Judie McCoy), il barman Isaac Washington, la figlia del capitano Vicky Stubing, il dotto-

re Adam Bricker e Burl Gopher Smith. E accanto a loro, crociera dopo crociera, porto dopo porto, grandi firme del firmamento di Hollywood. Ora che Love Boat è andata in pensione, sostituita da serie più cruenti come Criminal Minds, NCIS e C.S.I., anche la location della fiction è pronta per essere smontata, dopo essersi dedicata alle crociere in Sudamerica ed essere stata venduta a una società spagnola con l’obiettivo di concludere in bellezza la sua carriera nel Mediterraneo. Proprio qui, invece, sono iniziati i problemi. La nave, costruita negli anni Sessanta, aveva bisogno di essere rimessa a nuovo e liberata dall’amianto nascosto dietro ai pannelli. Gli spagnoli si erano così affidati ai cantieri San Giorgio del Porto di Genova ma quei lavori, ordinati nel 2008 e in gran parte già svolti, non sono mai stati pagati. Il cantiere, che nell’operazione di restyling ha investito sei milioni di euro, non ha potuto far altro che rivolgersi al Tribunale di Genova che ha sequestrato la nave, mettendola all’asta. La “Pacific”è così rimasta ancorata alla banchina del porto, nell’area delle riparazioni navali, con tanto di comandante e di equipaggio, nell’attesa che qualcuno decidesse di comprarla per farla nuovamente navigare. Niente di tutto questo. Anche le aste (ne sono state fatte tre) sono andate deserte. Troppi i quattro milioni di euro di base iniziale. Alla fine, l’agenzia marittima ”Ferrando & Massone”, shipbroker specializzato in questo settore, ha scelto la strada della trattativa privata. Prima del suo ultimo atto un’artista milanese, Federica Grappasonni, ha avuto accesso alla nave, documentandone ogni angolo, anche i più remoti. Un viaggio nella memoria, che l’artista ha raccolto nel suo sito con innumerevoli rimandi alle avventure della “Love Boat”. L’attuale comandante, Benedetto Lupi, controlla ogni giorno quei saloni e quelle scalinate che molti hanno visto solo in televisione. Anzi, si può dire che la crociera moderna, come stile di vacanza di massa, si è sviluppata anche grazie alla fortunata serie televisiva.

Trasmessa in Italia dal giugno del 1980 con la famosa sigla di Little Tony Profumo di Mare, la serie Love Boat era diventata molto seguita perché vedeva attori famosi apparire sul piccolo schermo, cambiando ogni puntata e creando storie d’amore sempre diverse. La particolarità che la rendeva speciale era che la nave “Pacific Princess” in realtà fungeva anche da normalissima nave da crociera. I passeggeri paganti sapevano che sarebbero stati catapultati sul set di un telefilm, frequentando gli stessi spazi dei personaggi famosi. Una vera pacchia per normali e attempati croceristi trasformati in occasionali attori.

e di cronach

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ULTIMAPAGINA La storia del consulente tedesco che sta cercando di dar vita a un’agenzia di rating tutta europea

Markus Krall, solo contro le di Heike Buchter arkus Krall, Markus Krall, 49 anni, è l’ultima speranza dell’Europa. E lo sa: il vecchio continente ha bisogno del suo successo. Da alcune settimane l’analista della società di consulenza Roland Berger va avanti e indietro per l’Europa. Quasi tutti i giorni incontra i dirigenti di una banca, di una compagnia assicurativa o di un fondo di investimenti. Quasi tutti i giorni si intrattiene con il responsabile di un’impresa, presenta il suo progetto e distribuisce pacchi di documenti. Ci sono molte cose da fare, da spiegare. Finora Krall ha organizzato una sessantina di incontri: il suo obiettivo è ottenere almeno una trentina di firme, ognuna delle quali può valere in media dieci milioni di euro. Il traguardo ultimo è raccogliere 300 milioni: soldi destinati a dar vita una nuova agenzia di rating tutta europea. In questi ultimi vent’anni in molti ci hanno provato, ma senza fortuna. L’iniziativa di Krall è probabilmente l’ultima possibilità che ha l’Europa per opporsi allo strapotere delle tre agenzie anglosassoni che dominano il mercato mondiale del rating del credito: Standard & Poor’s Ratings Services (S&P), Moody’s Investors Service e Fitch Ratings, le cosiddette Big Three. Krall è convinto che queste agenzie non abbiano più molti amici in Europa. Ma anche i suoi avversari sono molto influenti. Qualunque impresa, banca o stato che voglia procurarsi del denaro presso degli investitori sui mercati finanziari ha bisogno di un rating del credito. E più questo rating è alto, più le condizioni di accesso ai capitali saranno favorevoli. Per ottenerlo, quasi tutti gli operatori si rivolgono ai tre pesi massimi del settore.

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Il potere delle Big Three è profondamente radicato nei regolamenti e la loro popolarità presso gli investitori è solida. Krall sa di dover combattere una battaglia impari, ma non si scoraggia. La creazione di una fondazione europea che si occupai di rating è alla base del suo progetto. Krall spera di arrivare sul mercato con le sue prime valutazioni entro 12-18 mesi dal lancio della fondazione. In un primo momento valuterà l’affidabilità degli stati. Le imprese e le banche verranno in seguito. In tre anni l’analista tedesco prevede di assumere un migliaio di persone. Secondo i suoi piani, in cinque anni la nuova agenzia dovrebbe arrivare a coprire il 25 per cento del mercato europeo, e in dieci anni un quarto di quello mondiale. E la concorrenza? Di agenzie di rating ne esistono già parecchie. Stando alle fonti ufficiali, in tutto il mondo ce ne sono tra le 70 e le 150. La maggior parte, però, ha un carattere regionale o settoriale. Ma gli investitori e i soggetti coinvolti tendono a preferire la valutazione di un’unica impresa: un servizio che è offerto solo dalle Big Three. I governi sanno bene che ogni downgrading rende molto più difficile per un paese prendere in prestito denaro sui mercati finanziari. È per questo motivo che Atene e Lisbona versano ogni anno centinaia di migliaia di euro alle agenzie di rating. Nella fase iniziale della sua attività, Krall vuole attenersi allo schema classico in vigore, secondo

BIG THREE non farebbe che provocare altri problemi. Il manager di un fondo di investimento, per esempio, si vedrebbe improvvisamente libero di scegliere i titoli su cui investire. E sarebbe tentato quindi di comprare titoli che presentano un migliore rendimento ma un rischio maggiore.

L’Ue sogna di poter rompere il monopolio di Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch e di liberarsi dalla spada di Damocle dei downgrading inaspettati cui le agenzie sono retribuite dagli stessi operatori che vengono valutati. I profitti dei tre pesi massimi del settore mostrano che la concorrenza è molto limitata: nel 2011 il margine operativo di Fitch arrivava al 31 per cento, quello di S&P al 41 e quello di Moody’s al 44. Sebbene sia un consulente d’impresa, Krall non mira a simili profitti. Anche se la nuova agenzia di rating europea sarà finanziata da fondi privati – altrimenti come sarà possibile giudicare gli stati in modo indipendente? – tuttavia non sarà così attenta al profitto come le Big Three e non sarà quotata in borsa come Moody’s. I trenta investitori coinvolti, lo statuto giuridico della fondazione e la minore importanza attribuita alla ricerca del profitto dovrebbero garantire l’indipendenza dell’agenzia. O almeno così si augura Krall. Negli Stati Uniti come in Europa il legislatore sta cercando di mitigare l’importanza dei rating delle Big Three. Il problema è sapere quali criteri potrebbero sostituire quelli usati attualmente per le valutazioni. La soppressione pura e semplice del sistema attuale

A tutto ciò bisogna poi aggiungere la fedeltà degli investitori. Se i tre pesi massimi del settore sono ancora così influenti, è soprattutto perché nel corso dei decenni i fondi pensione, gli hedge funds, le compagnie assicurative e le banche si sono abituati a fidarsi di loro. Il sistema di valutazione delle Big Three è semplice, contribuisce a semplificare le complessità del mondo finanziario e permette di comparare i titoli su scala internazionale. E dunque, ammesso che riesca a creare un’agenzia europea di rating, Krall dovrà poi trovarsi una sua clientela. Krall, tuttavia, non si scoraggia. Da tempo la Roland Berger ha puntato sul suo progetto, sperando di ottenere qualche buon contratto. E poi l’analista tedesco ha anche un altro asso nella manica: un asso che potrebbe aiutarlo a cambiare una volta per tutte le regole del gioco. Si tratta di uno studio della Roland Berger che mostra come le stesse società di investimenti americane siano proprietarie di Moody’s e di McGraw-Hill, il gruppo che controlla S&P’s,Vanguard, Capital World, State Street, BlackRock, solo per citarne alcune. Questi rapporti sollevano il problema del conflitto di interessi, considerato che le agenzie valutano anche le imprese che figurano tra i loro azionisti. Inoltre lo studio sottolinea l’esistenza di ”strutture a carattere monopolistico” sul mercato del rating a causa dell’alto grado di interconnessione tra i soggetti attivi nel settore. Moody’s e S&P, tuttavia, smentiscono categoricamente l’idea di un ”sistema statunitense di rating” sotto tutela.


2012_03_21