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mobydick ALL’INTERNO L’INSERTO DI ARTI E CULTURA

he di cronac

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 17 MARZO 2012

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Nuovo record positivo per il differenziale fra Btp e Bund: 275 punti. Era da agosto che non andava così bene

Quale di queste foto preferite? È chiaro che non c’è alternativa all’unità nazionale: anche dopo il 2013 Bersani caustico: «Per le alleanze non guardo le foto». Casini insiste: «Solo una maggioranza così può dare stabilità al Paese». Camusso frena sull’articolo 18, ma Fornero: «Accordo imprescindibile» ISTANTANEE STRATEGICHE

SCENARI VIRTUOSI

OPPORTUNITÀ POLITICHE

Guai se il governo Monti fosse solo una parentesi

Sì, ma ora bisogna Usiamo questo mettere in campo nuovo clima un Grande Progetto per rifare i partiti

di Giancristiano Desiderio

di Enrico Cisnetto

di Francesco D’Onofrio

asco Rossi canta “sono ancora qua, eh già”. Perdonatemi, ma Casini, Bersani, Alfano uniti dal presidente del Consiglio, Mario Monti, possono dire altrettanto: «Siamo tutti qui. Nessuna defezione». Perché è vero che questa fotografia, già passata alla cronaca, rischia di passare anche un po’alla storia, ma speriamo che non passi in cavalleria. È meglio dirlo subito: lo scatto è da preferirsi alla “istantanea”di Vasto che non a caso è durata lo spazio di un mattino. Ma è da preferirsi anche alla foto con canottiera di Bossi e Berlusconi. O a quella della manfrina con Scilipoti, che trovate sopra. a pagina 3

è da rallegrarsi che, dopo le inutili e stucchevoli polemiche che lo hanno preceduto, il vertice tra governo e leader politici sia andato nel migliore dei modi. Solo che su quel tavolo mancava un dossier decisivo per le sorti dell’Italia, così come di quelle di Monti e del sistema politico, alla ricerca di una modalità per terminare al meglio la legislatura ma soprattutto per gestire le elezioni del 2013 e quanto accadrà dopo. Mancava il “grande progetto”, il piano per passare dall’emergenza dello spread al rilancio del Paese. Ma attenzione: non solo il recupero della crescita perduta. a pagina 4

embra che stia riprendendo – e che sia persino capace di concludere positivamente – l’antico dibattito sulla disciplina legislativa dei partiti politici. Nel corso della ultima legislatura sono state infatti presentate alcune significative proposte di legge su questo specifico tema. Il dibattito in Commissione Affari Costituzionali alla Camera ha proceduto sin qui in un modo fortemente caratterizzato dal fatto che una legge sui partiti politici è ritenuta necessaria, quanto meno per quel che concerne il finanziamento stesso dei partiti, anche nella forma del cosiddetto rimborso delle spese elettorali. a pagina 5

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Arrestato George Clooney: manifestava a favore del Sudan di Madawi al-Rasheed

CON I QUADERNI)

• ANNO XVII •

NUMERO

di Marco Scotti

mettere definitivamente la già erosa sfera di influenza russa nella regione. I sauditi forse pensano che sconfiggere la Russia questa volta in Siria potrebbe dare loro nuovo vigore.

Arabia e Russia si contendono la Siria

EURO 1,00 (10,00

Il premier convince anche la Fiat erfetto. È questa la definizione che Sergio Marchionne ha dato dell’incontro con il premier Mario Monti e John Elkann a Palazzo Chigi. Dichiarazioni che fanno ben sperare per il futuro italiano della Fiat, soprattutto nel giorno in cui gli impianti del Lingotto si fermano per uno sciopero delle bisarche. Anche perché allo stop imposto si aggiungono numeri in grado, ancora una volta, di far tremare Marchionne e la famiglia Agnelli. In un settore in pesantissima flessione come quello dell’automobile ,il Lingotto ha segnato dati peggiori di tutti gli altri competitor, riducendo la propria quota di mercato dal 7,8 al 7,2%.

Regolamento di conti tra Riyad e Mosca per gestire il futuro di Damasco

Sconfiggere la Russia nel mondo arabo fu una priorità per l’Arabia Saudita, ancor prima di diventare un vero e proprio impegno in Afghanistan negli anni ‘80. L’attuale crisi siriana è forse l’ultima possibilità di compro-

Marchionne: «Incontro perfetto»

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WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

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IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


Bersani prova a smarcarsi: «Alle alleanze serve anche il sonoro». Ma 15 Pd lo avvisano: «Niente accordo con Di Pietro e Vendola»

Ricomincio da tre

Il cammino della maggioranza è ripreso con successo e la “squadra” della foto di Casini è l’unica che può salvare il Paese anche dopo il 2013 di Riccardo Paradisi na foto non basta per fare una maggioranza, ma è un modo di comunicare anche fotograficamente che c’è una maggioranza, che non è sparita. Come dice il leader dell’Udc Casini nella didascalia alla foto di cui in fondo è il regista: «Volevo fare una foto ad Alfano e Bersani. Poi il presidente Monti ha accettato la provocazione e abbiamo delegato lo scatto al vicesegretario generale».

U

Pubblicare la foto è stato «un modo di comunicare anche fotograficamente che la maggioranza c’è, non è sparita, nessuno ha fatto defezioni». Una foto non fa una maggioranza ma certamente testimonia che per ora una maggioranza c’è. Se poi questa maggioranza – anomala quanto si vuole ma capace di sostenere un governo istituzionale la si compara con altre due emblematiche foto celebri, quella di Vasto per intenderci o quella più antica di Berlusconi e Bossi in canottiera intenti a siglare lo storico patto che ha saldato per tre lustri il centrodestra - verrebbe da auspicare che questa maggioranza possa anche durare. Non solo come «prova che i partiti davanti a temi cruciali trovano punti di intesa» come dice Ca-

sini, ma anche come auspicio che il disagio profondo del Paese trovi una rappresentanza responsabile che lo governi piuttosto che avventure populiste che avrebbero come unico risultato quello di aggravarle. Certo, non basta una foto. «Se fosse stata sufficiente quella foto non saremmo stati lì 6 ore a discutere senza completare l’ordine dei lavori» come dice il segretario del Pdl,

vilmente alternativi, ma alternativi». Detto questo però Bersani ammette che il vertice di Palazzo Chigi è andato bene «Si sono confermate le norme anti corruzione, e c’è stata una discussione buona sui temi del lavoro. Ma non è stato un accordo, quello tocca alle parti sociali. È venuta fuori un’indicazione netta al Governo per lavorare all’accordo. Sto lavorando per un centrosinistra di

Francois Hollande e di sostenere invece il leader centrista Francois Bayrou, sono Giuseppe Fioroni, Marco Follini, Carlo Chiurazzi, Lucio D’Ubaldo, Anna Rita Fioroni, Antonio Rusconi, Maria Pia Garavaglia, Gianluca Benamati, Enrico Farinone, Giampiero Fogliardi, Tommaso Ginoble, Gero Grassi, Luciana Pedoto, Giovanni Sanga, Rodolfo Viola. «Il Partito democratico - si

«L’Italia ha bisogno di una sua fisiologia, di correggere questo bipolarismo - dice il segretario del Pd Bersani - ma restando in un meccanismo di alternanza, andando davanti agli elettori» Angelino Alfano e il segretario Pd Bersani sulla stessa linea e per dovere d’ufficio insiste: la foto di Casini non sostituisce quella di Vasto. «Oltre alle foto servono i sonori... Bersani glissa anche sull’invito del leader dell’Udc ad andare avanti con questa maggioranza oltre il 2013. «L’Italia ha bisogno di una sua fisiologia, di correggere questo bipolarismo ma restando in un meccanismo di alternanza, andando davanti agli elettori».

Ora con gli altri partiti che compongono la maggioranza «stiamo facendo il possibile per affrontare l’emergenza. L’Italia è ancora molto nei guai, ma siamo alternativi. Ci-

governo, con un patto serio per la governabilità per portare questo all’incontro con le forze moderate che intendano riformare questa democrazia su basi costituzionali, per un patto di legislatura». Ma Bersani ha dei problemi interni al Pd sulla rotta da seguire. Il Foglio ieri anticipava un documento sottoscritto da quindici parlamentari del Pd critico contro la scelta di Bersani di firmare un manifesto unico “per un nuovo rinascimento europeo” insieme con Sigmar Gabriel (presidente tedesco dell’Spd) e Francois Hollande. I firmatari del documento, in cui gli esponenti del Pd chiedono a Bersani di non appoggiare alle elezioni francesi

legge nel testo della lettera perde la sua anima se sceglie di irrigidire ideologicamente il messaggio d’innovazione che gli compete. E la perde, ancora più concretamente, se smentisce il suo ancoraggio alle grandi intuizioni di politica estera nelle quali vive il retaggio della straordinaria tradizione dell’umanesimo e del cosmopolitismo italiano. È in questa cornice che i padri dell’Europa, da De Gasperi a Spinelli, hanno pensato e promosso il modello federale europeo come nuovo orizzonte di pace, di sviluppo e crescita civile». C’è una fetta buona del Pd che di ritornare alla foto di Vasto e a ciò che comporta non ci pensa proprio insom-


prima pagina

17 marzo 2012 • pagina 3

Un’immagine che è già nella storia Guai se il governo Monti fosse una parentesi. Il vertice di ieri fa pensare a come sarebbe bella un’Italia unita di Giancristiano Desiderio asco Rossi canta “sono ancora qua, eh già”. Perdonatemi, ma Pierdinando Casini, Pierluigi Bersani, Angelino Alfano uniti dal presidente del Consiglio, Mario Monti, possono dire altrettanto: «Siamo tutti qui. Nessuna defezione». Perché è vero che questa fotografia, già passata alla cronaca, rischia di passare anche un po’ alla storia, ma speriamo che non passi in cavalleria. È meglio dirlo subito: lo scatto, postato dallo stesso Casini su Twitter, è da preferirsi alla “istantanea”di Vasto che non a caso è durata lo spazio di un mattino.

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Ma è da preferirsi anche alla foto con canottiera di Umberto Bossi e Silvio Berlusconi. In queste immagini, un po’rubate e un po’studiate (un bel po’), c’è anche la nostra storia di italiani comuni. Perché la foto davanti al caminetto di Palazzo Chigi racconta un Paese unito, mentre gli altri “scatti”illustrano un’Italia divisa che se non è l’un contro l’altra armata è senz’altro l’un contro l’altra insultante. Casini non nasconde il suo pensiero e ha già manifestato con chiarezza le sue intenzioni: è bene che l’Italia possa contare su un governo di unità nazionale anche dopo il 2013. In verità, la formula stessa di “governo di unità nazionale” è pomposa, ampollosa, come se dicesse di più di quel che è. E in fondo è proprio così. Il governo Monti, molto più realisticamente, gode della fiducia parlamentare dei principali partiti di governo degli ultimi anni o degli ultimi due decenni. Ecco, detta così la cosa è più semplice e vera. Soprattutto, al di là delle formule, il governo Monti con il sostegno parlamentare del Pdl, del Pd e del Terzo Polo ha tirato fuori l’Italia da un imbuto che andava dritto nel disastro finanziario, economico, sociale e persino democratico, e ora ancora in un clima di unità e coesione nazionale si

ma. E d’altra parte mentre tra gli attori della foto di Vasto corrono più polemiche che incontri – le primarie sono, a proposito, un detonatore continuo di conflitti. I capigruppo dei partiti di maggioranza Pdl, Pd e Terzo polo - si vedranno invece da ora in poi stabilmente per discutere dei temi nell’agenda del Parlamento. Su punti concreti tra cui quelli già messi a fuoco nel vertice che ieri in una nota Palazzo Chigi declinava con tono da verbale notarile.

Prima di tutto il mercato del lavoro. «Il Presidente ha sottolineato la necessità di una riforma ad ampio raggio dei diversi aspetti del mercato del lavoro per la credibilità

Il governo Monti - con il sostegno parlamentare del Pdl, del Pd e del Terzo Polo - ha tirato fuori l’Italia da un imbuto che andava dritto nel disastro finanziario procede a ristrutturare la parte economica e sociale di un Paese che non ha alcuna voglia di “decrescere” e restringersi. Se il governo Monti sul campo lavora bene, allora, non sarebbe da stolti archiviarlo come se fosse stata solo una parentesi? Perché bisognerebbe ritornare a dividersi se ora disponiamo di un metodo di governo e di controllo che dà buona prova di sé? In fondo, la proposta di Casini è tutta qua. La fotografia postata su Twitter avrebbe bisogno di una “didascalia” diversa o integrativa del tipo: “Siamo uniti oggi come domani”. Tuttavia, si ode tanto a destra quanto a sinistra una vocina che dice: ma la democrazia ha bisogno del sistema dei partiti e di un’alternanza al governo. È questo il progetto al quale si è lavorato per tanto tempo, almeno dal 1994. Come non essere d’accordo? È proprio

dell’impegno riformatore del Governo anche a livello internazionale e soprattutto per giungere ad un aumento dell’occupazione e della crescita. Il ministro Fornero ha enunciato i principi della riforma che è oggetto di un dialogo intenso e costruttivo con le parti

vero: il miglior sistema democratico, quello più compiuto e giusto, è quello dell’alternanza in cui due, ben due classi dirigenti e politiche si sfidano e si autolimitano e si alternano al governo del Paese. Questo sarebbe il sistema migliore. Sarebbe. Perché nei fatti quei benedetti fatti che sono la cartina di tornasole della politica e della vita in generale - si è rivelato il peggiore. Mentre, per paradosso, il sistema senza alternanza che dovrebbe essere il peggiore si sta rivelando il migliore. O, almeno, sta funzionando. Una buona classe politica e dirigente è senz’altro quella che prende atto della realtà. Credetemi: il rendersi conto di qualcosa è già qualcosa.

Come sarebbe bello avere due classi politiche tra loro in competizione ma anche tra loro saldamente accomuna-

piego; la revisione delle norme che regolano il licenziamento dei lavoratori, distinguendo tra il licenziamento per ragioni discriminatorie da quello per ragioni disciplinari e quello causato da ragioni esclusieconomiche; il vamente rafforzamento delle politiche

te da valori nazionali e di governo. Bellissimo. Purtroppo, se vi girate intorno e provate a cercare una fotografia del genere non trovate. L’Italia è una nazione che per suo carattere e per sua storia riesce a partorire una sola classe dirigente alla volta. Il parto gemellare non è in grado di farlo e se lo fa le vien male fin dalle origini con Romolo e Remo, con i guelfi e i ghibellini, i Montecchi e i Capuleti. Una volta che si è divisa, l’Italia non riesce a riunirsi. Dunque, una volta che è stata unita con risultati più che apprezzabili, perché sfasciarla? Però, c’è anche un altro argomento che fa capire l’importanza di non perdere ciò che si è guadagnato con gran fatica e a rischio di perdere tutto: le due principali gambe delle due ex coalizioni non riescono più a stare in piedi da sole. Guardate il Pdl e il Pd nella loro splendida solitudine. Non hanno più la forza non solo elettorale ma anche politica di reggere un governo che governi. In verità, questa forza non l’avevano neanche prima. Ma mentre prima potevano comunque far finta di governare e tiravano a campare, ora - e ancor più domani - questa finzione non è più praticabile. E sapete perché?

Perché di mezzo c’è stata quella “parentesi”del governo Monti che ha cambiato tutto. Si dice che abbia cambiato, in meglio la reputazione dell’Italia all’estero, che abbia cambiato i conti, che abbia cambiato lo spread.Va bene, tutto vero. Ma la verità è che ha cambiato anche la politica e i partiti che di colpo sono invecchiati. La Seconda repubblica è finita senza cadere o, se volete, è caduta senza far rumore (anche se il silenzio è assordante). Mettetela come vi pare, sta di fatto che il prossimo governo dovrà essere almeno all’altezza pratica e politica del governo Monti e l’unica foto che c’è in giro per avere un governo altrettanto valido è quella postata da Casini su Twitter.

temi della giustizia, «si è convenuto sulla proposta del governo, esplicitata dal ministro Severino, mirante a: - integrare una più ampia disciplina anti-corruzione nel disegno di legge dell’on. Alfano; pervenire ad una nuova disciplina delle intercettazioni telefoniche,

I capigruppo dei partiti di maggioranza - Pdl, Pd e Terzo polo si vedranno da ora in poi stabilmente per discutere dei temi nell’agenda del Parlamento: dalla giustizia al lavoro passando per gli esteri sociali: la semplificazione delle tipologie contrattuali, al fine di facilitare l’accesso dei giovani ad un impiego stabile; la revisione degli ammortizzatori sociali assicurando l’universalità di un nuovo sistema di assicurazione sociale per l’im-

attive e dei servizi per l’impiego». «I leader politici - si legge poi - hanno espresso l’auspicio che gli orientamenti esposti possano trovare l’accordo delle parti sociali e ottenere un’approvazione tempestiva da parte del Parlamento». Sui

tenendo conto delle iniziative dei gruppi parlamentari; intraprendere una revisione del processo del lavoro che ne riduca la durata e che ne rafforzi l’efficacia in termini di certezza del diritto; pervenire ad una soluzione equilibrata e

condivisa sulla responsabilità civile del magistrato».

Il ministro degli Esteri Terzi ha illustrato le linee di politica estera in corso, in particolare nella sua dimensione mediterranea. «Il ministro si è in particolare soffermato sulle azioni del governo affinché sia possibile giungere a una ricostruzione precisa degli avvenimenti che hanno portato alla tragica scomparsa dell’ingegner Lamolinara in Nigeria e ha riferito sugli ultimi sviluppi relativi alla situazione dei due maro’italiani trattenuti in Indi». Nel vertice si è registrata anche una convergenza che mira a «pervenire ad una soluzione equilibrata e condivisa sulla responsabilità civile del magistrato». Poco non è.


mondo

pagina 4 • 17 marzo 2012

La Camusso non vuole andare allo scontro con Mario Monti, ma non può accettare diktat e restrizioni sull’articolo 18

Susanna l’equilibrista Monito del leader della Cgil al governo: «Anche una bellissima riforma non crea posti di lavoro» di Franco Insardà

ROMA. Quasi due mesi fa Mario Monti, dal salotto televisivo di Fabio Fazio, disse chiaro e tondo che «l’articolo 18 non è più un tabù». Ieri seduta sul divano di Serena Dandini, a ”The show must go off’” su la 7, Susanna Camusso ha ribadito che non si transige sui diritti. Martedì il premier presenterà ai sindacati la sua riforma sul mondo del lavoro e per quella data la leader della Cgil spera che il governo affievolisca la stretta sull’articolo 18 e che le imprese (grandi e piccole) si uniscano contro un pacchetto troppo costoso e troppo rigido.

Ieri su twitter era stata chiara: «Anche una bellissima riforma del lavoro non determina la creazione di un solo posto di lavoro. Tema vero per Italia è crescita». A chi le ha chiesto se un accordo sia vicino ha risposto che «come sempre io dico che gli accordi sono possibili quando c’è un merito che viene condiviso. Credo che ci sia ancora della strada da fare». Una strada che per la Camusso ha molte curve pericolose e che prevede dei passaggi molto ostici sui

quali la Cgil potrebbe essere costretta ad arretrare. A partire dal tema caldo dell’articolo 18: «Vedremo quali proposte saranno fatte. Quelle sentite fino ad ora dal governo non ci convincono e non vanno bene. Per noi l’articolo 18 è una tutela generale. Ha una funzione di deterrenza rispetto all’arbitrio dei licenziamenti. Quindi la discussione deve partire dal salvaguardare questo principio. Chi dice che bisogna liberalizzare i licenziamenti disciplinari sta dicendo che deve tornare il libero arbitrio nei rapporti tra datori di lavoro e dipendenti. C’è una cosa di cui non si parla ma in queste ore forse è bene ricominciare a parlarne: la maggioranza dei licenziamenti disciplinari che le aziende tentano di fare derivano da processi di mobbing».

«Vedremo quali proposte saranno fatte. Quelle sentite dall’esecutivo non ci convincono. Per noi l’articolo 18 è una tutela generale. Ha una funzione di deterrenza rispetto all’arbitrio dei licenziamenti» te cose. Se uno ha davanti una macchina, manutenzione può anche voler dire cambiare il motore. Oppure metterci l’olio». A proposito di motori a Marchionne manda a dire: «Per la Fiat l’Italia non sia la «ruota di scorta”. Chiediamo al gover-

Sull’accordo dice: «Abbiamo enumerato quali sono le cose necessarie per arrivare a un accordo. Manutenzione dell’articolo 18 può voler dire tan-

no che la Fiat investa in Italia, che faccia dei modelli per essere concorrenziale sul mercato europeo, non consideri l’Italia la ruota di scorta delle produzioni degli altri Paesi. Questa mi pare la sfida rispetto alla quale risposte non ci sono».

La crisi vista dal regista Alessandro D’Alatri: «Lo Stato è del tutto carente, non fornisce più stimoli o esempi»

«Cambiate film. I giovani non lo guardano» on le bandiere dei “NO TAV”, in discoteca al sabato notte, alla ricerca di emozioni a buon mercato, o allo stadio, a tifare per la propria squadra, ma anche “contro”; contro gli avversari, contro i genitori, contro gli insegnanti, contro la polizia, contro il potere costituito. I giovani del terzo millennio hanno almeno due cose in comune: il disagio e i diversi modi per esprimerlo. E il cinema, spesso, lo ha raccontato benissimo questo travaglio, da Ovosodo di Paolo Virzì a Genitori e figli – Istruzioni per l’uso di Giovanni Veronesi, passando per Notte prima degli esami di Fausto Brizzi, fino a La febbre e Sul mare di Alessandro D’Alatri, regista, autore, sceneggiatore, che ha accompagnato liberal in un viaggio nell’universo giovanile. D’Alatri, i giovani vivono il momento più difficile del nostro paese, dal dopoguerra ad oggi?

C

di Martha Nunziata Prima di tutto parlare dei giovani significa entrare in un disagio tutto da comprendere, anche se, a mia memoria, la condizione dei giovani è sempre stata legata ad un travaglio, soprattutto nei modi di comunicare e nel linguaggio. Io, per esempio, avevo vent’anni negli anni

tali per scandire le fasi della nostra esistenza: penso all’esame di seconda elementare, il primo vero rito di passaggio, poi a quello di quinta. In seguito c’erano la comunione, poi la cresima, la terza media, il motorino, tutte quelle conquiste che rappresentavano fondamentali

La condizione dei ragazzi è sempre stata legata ad un travaglio, soprattutto nei modi di comunicare e nel inguaggio. Le nuove generazioni non hanno più i riti di passaggio

’70 e i giovani certamente non se la passavano meglio di quelli di adesso così come negli anni ’80, quelli della ”generazione dei paninari”, anni caratterizzati da un vuoto culturale notevole. I giovani di oggi non hanno più i riti di passaggio, che per noi sono stati fondamen-

momenti educativi e di crescita. Eppure lei, anche nelle sue opere, ha spesso dimostrato una comprensione quasi affettuosi nei confronti dei giovani… È vero, io nutro una grande tenerezza nei confronti dei giovani. E li capisco

nel loro disagio contingente perché è anche il nostro, perché questo é un momento di disagio per tutti. Io sono padre di due adolescenti e so qual è la lotta di un genitore: è impari. Lo Stato è completamente assente, oppure, quando è presente, fornisce modelli sbagliati, come ho cercato di raccontare in Commediasexi: la società e i media esaltano solo le veline, o i calciatori, soldi facili e stipendi milionari. Perché la scuola non riesce più ad andare incontro alle esigenze dei giovani? La scuola non ha più quello charme che aveva una volta, manca un rapporto di seduzione, non riesce ad affascinare, a causa di insegnanti che sono solo degli stipendiati che non riescono ad infondere l’amore per la scuola, perché spegne, non accende: è rimasta ai tempi di De Amicis. Perché la società è molto più interessante di come è la scuola. Eppure i


mondo

17 marzo 2012 • pagina 5

re a dire al governo che su quel settore non può essere scaricato l’ennesimo aumento dell’Iva, delle accise e di conseguenza dei prezzi potrebbe trovare i lavoratori d’accordo»

Ma come ha spiegato Raffaele Bonanni, leader della Cisl, in campo ci sono tanti soggetti: «C’è Camusso, la Cisl, la Uil, gli imprenditori, il governo, i partiti. Nessuno può accampare la pretesa di fare secondo il proprio volere. Ognuno deve convergere verso l’altro. È ora di finirla nella politica e nel sociale che ognuno trascini dalla propria parte. Non si può più continuare così in un Paese lacerato tra problemi economici e occupazione. Non c’è né entusiasmo né scoramento, ma c’è il clima giusto per fare un accordo, perché quello che fa male è non fare un accordo. Ci mancano alcuni giorni, è chiaro che bisogna fare delle limature, però come abbiamo fatto il grosso, facciamo anche il piccolo, a meno che c’è chi si va a cercare i problemi, la Cisl non

zioni che sono il futuro come ben sapeva Marco Biagi». Elsa Fornero si è detta «fiduciosa che questa riforma si farà con il consenso. Non ho l’accordo in tasca e lavoriamo almeno per una settimana». Sottolineando che è necessario «superare le divisioni» presenti tra le parti politiche, nel sindacato e all’interno dei datori di lavoro.

E proprio dal fronte imprenditoriale si sollevano i maggiori dubbi. La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha rinnovato al governo l’invito a cambiare la proposta sulla flessibilità in entrata contenuta nella riforma del mercato del lavoro presentata dall’esecutivo. «Il ministro ci aveva fatto vedere alcuni giorni fa un testo che noi avevamo sostanzialmente approvato, ma l’ultimo che ci è stato sottoposto non va bene, perché prevede anche sulle forme di buona flessibilità, quindi, l’apprendistato e i contratti a termine, un aumento di costo significativo, maggiore burocrazia e soprattutto

Raffaele Bonanni avverte: «La Cgil, la Cisl, la Uil, gli imprenditori, il governo, i partiti. Nessuno può accampare la pretesa di fare secondo il proprio volere. Ognuno deve convergere verso l’altro» Parlando a un’iniziativa sindacale a Firenze, ha chiesto che il governo «dia dei segnali sul precariato e i rapporti di lavoro illegali: a quel punto la trattativa sulla riforma del mercato del lavoro ci potrebbe essere un’inversione di tendenza. La trattativa potrebbe anche essere un’occasione non è detto che lo sia, ma potrebbe essere un’occasione per passare dal dire che la precarietà è un grande problema al “proviamo a cambiare qualcosa”. Se non si

comincia a invertire la tendenza non cambierà mai».

Sull’ipotesi di “modello tedesco” per la riforma del mercato del lavoro, emersa al vertice fra Mario Monti, Alfano, Bersani e Casini il segretario della Cgil ha ribadito: «Continuo a pensare che la trattativa vada fatta con le parti sociali. Non ho notizie, se non quelle giornalistiche, su cosa si siano detti, vedremo cosa ci dirà il governo al tavolo martedì».

giovani sono molto più creativi, capaci di elaborare, usare con grande facilità ipad, computer, macchine fotografiche molto sofisticate. Solo le Università all’estero forniscono gli strumenti adeguati ai nostri tempi, perché la nostra è una scuola punitiva, selettiva nella competizione inutile, incapace di far interessare i giovani ad un pensiero, ad un linguaggio, alla cultura, al teatro, a Pirandello, Eduardo, Shakespeare, poi al cinema. Oggi, invece, il linguaggio della società verso i giovani è di una violenza inaudita. Lo Stato non aiuta i giovani, ha detto, e la scuola nemmeno. E la famiglia? Non tutte le famiglie hanno una struttura culturale in grado di accompagnare i giovani nel loro percorso di crescita, eppure lo Stato, oggi, abusa, ed è un abuso che definirei quasi sessuale, delle famiglie, che sono diventati veri e propri ammortizzatori sociali senza però essere riconosciuti come tali: le famiglie sono lasciate sole. I comportamenti derivati dei giovani della canna, dei lucchetti (il simbolo degli innamorati di quella che è conosciuta come “generazione Moccia”, ndr) e dei sassi dai cavalcavia sono facili da giudicare ma occorrerebbe vedere

Quanto alla minaccia annunciata di Rete Imprese Italia, l’organizzazione che raggruppa organizzazioni degli artigiani e del commercio, la Camusso la considera «sbagliata. Rete Imprese Italia pensa che il governo stia caricando di troppi costi le imprese e minaccia di disdettare i contratti nazionali. Ovvero, il governo mi fa un torto e io me la prendo con i lavoratori. Sarebbe un modo vecchio, sbagliato e contro il lavoro, disdettare i contratti nazionali. Prova-

a quale carico di violenza vengono esposti questi ragazzi dalla società. E qualcuno dovrebbe chiedersi perché lo sta facendo. Giudicare le conseguenze, mai le causali. Chi sta rispettando, oggi, le regole in questo paese? I manager, le grandi industrie, lo Stato, chi? Sono questi gli esempi che circondano questi

si va a cercare i problemi». Ma per il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, un’intesa è «imprescindibile». Intervenendo a Bologna alla cerimonia per ricordare i 10 anni dalla morte di Marco Biagi il ministro ha ribadito che «nel mercato del lavoro trovare un accordo è un elemento importante e imprescindibile che dà un valore aggiunto di notevole importanza alla qualità della riforma. Non è fatta contro qualcuno, ma per il Paese e per le giovani genera-

ragazzi. Abbiamo parlato per una settimana, sulle prime pagine dei giornali, della farfalla di Belen, diventato motivo d’argomento nei telegiornali: è chiaro perciò che una ragazzina di provincia, magari con meno risorse culturali a disposizione, traduce tutto questo come la strada per il successo, come il compor-

più incertezza. Deve essere chiaro a tutti e credo che da parte del presidente Monti lo sia se ci dovessimo presentare ai mercati con una piccola riforma e soprattutto su questo aspetto della flessibilità in uscita la loro reazione sarebbe negativa». L’auspicio della Marcegaglia è che ci sia «ancora lo spazio per raggiungere un buon accordo». Un accordo che potrebbe essere siglato da tre donne, come si augurò Elsa Fornero lo scorso 8 marzo.

tamento vincente. Questa società è diseducativa, e questi ragazzi, con una società così, sono fin troppo bravi: noi, alla nostra età, abbiamo occupato per mesi le scuole per molto meno. È per questo che nel suo ultimo film lei ha esaltato una figura di giovane molto particolare, quasi fuori dal suo tempo? È esattamente per questo. Io amo molto la figura di questo giovane barcaiolo, il protagonista di Sul mare, che è un ragazzo atipico, senza la macchina, senza il telefonino, senza gli abiti griffati e i modelli sbagliati. Li ho conosciuti, questi giovani italiani che vivono senza questo trend, vivono con il mare, lanciano lo sguardo lontano. Il film è stato proiettato proprio la settimana scorsa a Los Angeles, ed ha avuto molto successo, perché racconta come eravamo, ne è venuto fuori un ritratto dolcissimo, come sono dolcissimi tutti i giovani di oggi. Perché i giovani italiani di oggi devono affrontare tanti nemici: il malcostume, la sciatteria di questo paese, la solitudine, perché i sistemi di comunicazione di massa li lasciano soli, e il mancato riconoscimento del talento, come racconto in La febbre.


pagina 6 • 17 marzo 2012

l’approfondimento

L’esecutivo sta facendo un ottimo lavoro, considerato quanto rischiavamo pochi mesi fa. Ma non basta: serve un piano sviluppo

Il Grande Progetto

Buone notizie da vertice e governo, ma non nascondiamoci la realtà: siamo ancora all’inizio. Serve un grande piano di revisione della spesa pubblica. Per poi continuare con un mega piano di investimenti privati e statali è da rallegrarsi che, dopo le inutili e stucchevoli polemiche che lo hanno preceduto, il vertice tra governo e leader politici sia andato nel migliore dei modi. Solo che su quel tavolo mancava un dossier decisivo per le sorti dell’Italia, così come di quelle di Monti e del sistema politico, alla ricerca di una modalità per terminare al meglio la legislatura ma soprattutto per gestire le elezioni del 2013 e quanto accadrà dopo. Mancava il “grande progetto”, il piano per passare dall’emergenza dello spread al rilancio del Paese. Ma attenzione: non solo il recupero della crescita perduta, pensando sia possibile ottenerla ripristinando le vecchie condizioni della produzione di ricchezza.

C’

No, stiamo parlando dell’adozione di un nuovo modello di sviluppo, totalmente diverso da quello del passato, e di un piano radicale di modernizzazione che cambi pelle e faccia al Paese. Sia chiaro: qui non si vuole

di Enrico Cisnetto affatto sottovalutare l’importanza di quanto ha fatto e sta facendo il governo del presidente Monti. Anzi.

Non ci sfugge che soltanto quattro mesi fa eravamo con un piede (e mezzo) nel baratro, che stavamo drammaticamente correndo il rischio di diventare la Grecia, e che senza la virata impressa dalle dimissioni di Berlusconi e dalla più complessiva resa di un sistema politico

L’Europa continua a essere una clamorosa incognita

ormai fallito nel burrone del default ci saremmo finiti, causando un’immane tragedia all’Europa e all’economia mondiale. Così come non ci sfugge quanto abbia giocato per allontanarci da quel pericolo la credibilità personale di Mario Monti e di alcuni dei suoi ministri – insieme all’apprezzamento unanimemente riscosso dal Capo dello Stato per aver portato a termine senza “spargimento di sangue” un’operazio-

ne tanto complessa e delicata – e come sia stata complessivamente positiva la gestione di quella che è stata chiamata fase uno e fase due, seppure con alti (pensioni) e bassi (liberalizzazioni). Né abbiamo preso in considerazione i tentativi dei due partiti maggiori – tra l’altro autolesionistici in termini di consenso popolare – di aprire contenziosi su alcune questioni, come giustizia e Rai, rispolverando il vecchio stile della

contrapposizione armata della Seconda Repubblica. Non a caso sono velocemente rientrati, ed escludiamo siano sintomo del pericolo che la legislatura trovi un qualche inciampo che le impedisca la conclusione a tempo debito.

Insomma, il governo merita fin qui un buon voto e francamente non crediamo ci sarà qualcosa o qualcuno che ne interrompa il cammino. Ma è sufficiente? La risposta è senza mezze misure: no. Primo perché quel pericolo, segnalato dall’esplosione dello spread, è allontanato ma non del tutto sgombrato dal campo, e dunque sarebbe un errore che il differenziale con i bund tedeschi sotto i 300 punti sia di per sé sufficiente a metterci al riparo. Anche perché l’Europa continua ad essere una clamorosa incognita, tanto più che la probabile vittoria socialista in Francia e la possibile sconfitta di Angela Merkel in Germania ai prossimi appuntamenti elettorali po-


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Il dibattito è antico e complicato, ma non è una questione di filosofia: è un problema che crea insofferenza

Usiamo questo tempo di unità per riformare i partiti politici

Già ai tempi della costituente erano uscite tre proposte distinte: ha vinto quella elettoralistica, che però non si è dimostrata efficace di Francesco D’Onofrio embra che stia riprendendo – e che sia persino capace di concludere positivamente – l’antico dibattito sulla disciplina legislativa dei partiti politici. Nel corso della ultima legislatura sono state infatti presentate alcune significative proposte di legge su questo specifico tema. Il dibattito in Commissione Affari Costituzionali alla Camera ha proceduto sin qui in un modo fortemente caratterizzato dal fatto che una legge sui partiti politici è ritenuta necessaria, quanto meno per quel che concerne il finanziamento stesso dei partiti, anche nella forma del cosiddetto rimborso delle spese elettorali. Si tratta di un dibattito antico perché fu proprio all’Assemblea Costituente che si discusse sul significato del metodo democratico che secondo alcuni doveva riguardare anche la vita interna dei partiti, laddove per altri il metodo democratico doveva riguardare solo il rapporto dei partiti tra di loro ma non anche una specifica modalità di organizzazione dei partiti medesimi. Non si trattava soltanto di un raffinato dibattito teorico, perché era in gioco la sostanza stessa del patto costituzionale che si andava a definire nella Costituzione repubblicana.

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Occorre infatti ricordare che la vita politica italiana, all’indomani della seconda guerra mondiale, era determinata dal fatto stesso di una decisiva azione politica condotta da soggetti che si definivano appunto partiti politici, e che nell’insieme avevano assunto una sorta di ruolo costituente, come è testimoniato dal fatto che essi erano riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale, al quale si finiva appunto con l’attribuire anche una sorta di potere costituente. Come gli atti della Costituente dimostrano, vi erano sostanzialmente tre idee di partito politico: l’una poneva in risalto soprattutto il carattere individualistico ed elettorale dell’associazione in partito politico; l’altra poneva in evidenza la sostanza per-

sonalistica della idea stessa di partito che si concretizzava nella rigorosa difesa dei corpi intermedi tra società e Stato; l’altra infine, che sull’onda del modello sovietico rivendicava orgogliosamente una propria e distinta idea di democrazia, e quindi di partito politico teso per l’appunto alla realizzazione concreata di quella democrazia. Non sorprende pertanto che una volta ritenuta essenziale la salvaguardia di questa distinzione tra i diversi modelli di partito

Appare opportuna una formale e piena attribuzione della personalità giuridica alle strutture politico, non si registrasse alcuna intenzione di dar vita ad una comune idea di democrazia interna dei partiti politici medesimi. Troppe infatti erano le differenze di fondo tra individuo, persona e classe, perché si potesse giungere ad una qualche comune idea di partito politico. Per tutto il tempo che ha caratterizzato la cosiddetta Prima Repubblica, non vi è stata pertanto alcuna possibilità politica di dar vita ad una legge sui partiti politici che vedesse sostanzialmente insieme i sostenitori della libertà individuale accanto ai sostenitori del personalismo comunitario ed ancor più accanto ai sostenitori della classe operaia, intesa quale soggetto promotore di una asserita democrazia autentica. La fine della Prima Repubblica ha assistito ad una sorta di larghissima espansione del prin-

cipio individualistico ed elettorale. La conclusione dell’esperienza politica del cosiddetto socialismo reale ha a sua volta fatto ritenere non più comunque proponibile l’affermazione di un partito politico sostanzialmente ancorato all’idea di classe operaia. L’avvento del Governo Monti sta pertanto rendendo ora sempre più evidente l’opportunità di procedere in questo scorcio di legislatura ad una legislazione sui partiti politici, come non era mai avvenuto prima di ora, e come testimoniano per l’appunto i lavori “rapsodici” della Commissione Affari Costituzionali prima e dopo l’avvento del Governo Monti.

Occorre infatti aver presente che oggi si registra una crescente insoddisfazione degli italiani nei confronti dei partiti politici sia per ragioni antiche di latente qualunquismo nazionale, sia per la progressiva scomparsa del senso positivo del futuro, che concorre a fare avvertire come sempre più intollerabile lo statuto del “politico”, sempre più inteso in senso di privilegio e non di servizio. Necessaria dunque appare oggi una legge sui partiti politici perché per un verso sono venute meno talune delle distinzioni sul concetto di democrazia interna – che erano radicali al tempo della Costituente – e, per altro verso, vi è un bisogno crescente di riconquista della fiducia popolare nei confronti dei partiti politici medesimi. Occorre peraltro che si conservi anche nella disciplina legislativa – che è pur necessaria – un sufficiente margine di libertà che ciascun partito politico deve pur conservare per quel che concerne la propria organizzazione interna, ed in particolare i rapporti tra centro e periferia. Appare opportuno infatti procedere nel senso di una formale attribuzione della personalità giuridica ai partiti politici, soprattutto per costruire su di essa una disciplina nuova del finanziamento stesso dei partiti. Altro infatti è un partito politico che vive esclusivamente nel momento elettorale (locale, regionale, nazionale o europeo che sia), altro è un partito politico che statutariamente affermi di voler operare anche nella continuità di indirizzo politico tra l’una e l’altra elezione. Ed è proprio in riferimento alla organizzazione dei partiti politici che il rapporto strettissimo tra tempo e spazio – locale, regionale, nazionale ed europeo che si voglia – che si svolge proprio oggi la contesa su quell’asserito partito nuovo che dovrebbe veder la luce alla conclusione dell’esperimento politico in atto.

trebbe cambiare – sperabilmente in meglio, ma cambiare – lo scenario dell’eurosistema.

In secondo luogo, il mix tra la recessione in atto – attestata non solo dalla caduta del pil, ma anche dal crollo della produzione industriale e da una contrazione dei consumi che ci ha portato indietro di trent’anni – e il clima di sfiducia che deprime ogni ceto e angolo del Paese, rende urgente – in modo non meno impellente di quanto non sia stato per l’emergenza default – un intervento strutturale per il rilancio del Paese. Certo, un anno di tempo davanti è poco, e per di più con la prospettiva che la seconda parte di questo tempo sarà condizionata in modo crescente dalla eventuale riforma delle legge elettorale, dalla necessità di modulare l’offerta politica in vista del voto e dal lavorio per costruire il dopo elezioni (in cui è ricompreso anche il rinnovo della presidenza della Repubblica, primo atto della prossima legislatura). Ma la definizione di un grande progetto che delinei su basi diverse il futuro del Paese non si può più rinviare. Anche perché, purtroppo, di questo dibattito non si vede neppure l’ombra. Non c’è dentro il governo o da esso animato, non c’è alcuna iniziativa – ma forse neppure nessuna consapevolezza della sua estrema necessità – da parte dei partiti e dei gruppi parlamentari. I termini noi li abbiamo indicati più e più volte. Si deve partire da un grande piano di abbattimento del debito pubblico – obiettivo che deve sostituire l’inutile e per certi versi dannosa rincorsa all’azzeramento del deficit corrente – e di revisione della spesa pubblica. Per poi continuare con un mega piano di investimenti, anche e soprattutto pubblici (quelli privati arriveranno se ci saranno i primi), tesi ad ammodernare le nostre infrastrutture materiali e immateriali, ad aiutare il nostro capitalismo a riconvertirsi verso produzioni e forniture di servizi a ben più alto tasso di innovazione tecnologica, a far diventare “industriale” l’offerta turistico-culturale. Questo dopo aver reimmaginato il nostro modello di sviluppo, assodato che quello fin qui seguito è obsoleto e che gli unici che si sono salvati sono quei pezzi di industria manifatturiera che sono stati capaci di internazionalizzarsi (purtroppo pochi rispetto alla struttura complessiva del capitalismo nostrano). Troppo ambizioso? Forse. Ma ineludibile. Lo avvii Monti o i partiti trovino in esso il motivo del tanto evocato ritorno della politica, ma questo processo va messo in moto. Pena il definitivo declino dell’Italia. (www.enricocisnetto.it)


economia

pagina 8 • 17 marzo 2012

Sergio Marchionne e John Elkann, amministratore delegato e presidente di Fiat Italia. I due ieri si sono recati a Palazzo Chigi a bordo della nuova Panda per un vertice con il capo del governo, che è stato definito “perfetto” dai due partecipanti. A sinistra il presidente del Consiglio Mario Monti

I due vertici aziendali sono arrivati a Palazzo Chigi a bordo della nuova Panda, di colore rosso fiammante

Monti convince la Fiat

Elkann e Marchionne vanno dal premier: «Incontro perfetto» Ma il Lingotto segna il punto peggiore rispetto ai competitor di Marco Scotti erfetto”. È questa la definizione che Sergio Marchionne ha dato dell’incontro con il premier Mario Monti e John Elkann a Palazzo Chigi. Dichiarazioni che fanno ben sperare per il futuro italiano della Fiat, soprattutto nel giorno in cui gli impianti del Lingotto si fermano per uno sciopero delle bisarche. Anche perché allo stop imposto si aggiungono numeri in grado, ancora una volta, di far tremare Marchionne e la famiglia Agnelli. In un settore in pesantissima flessione come quello dell’automobile – poiché la crisi, unita all’aumento esponenziale del costo dei carburanti, terrorizza i consumatori – il Lingotto ha segnato dati peggiori di tutti gli altri competitor, riducendo la propria quota di mercato dal 7,8 al 7,2%. Una contrazione che testimonia come la casa torinese, capace di riguadagnare consensi di pubblico e addetti ai lavori con l’introduzione di macchine come la “Punto”, ha perso quella spinta propulsiva che la animava qualche anno fa, venendo di fatto superata dalla concorrenza che non ha mai smesso di cercare di conquistare nuove quote di mercato.Tanto che in Germania la Volkswagen ha distribuito ai propri dipendenti un bonus di 7500 euro, analogamente a quanto fatto da Porsche.Vuol dire che il settore è in difficoltà, ma significa anche che chi sa come muoversi può riuscire ancora adesso a realizzare impor-

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tanti profitti. In questo scenario a tinte fosche si inserisce il confronto avvenuto nel pomeriggio di ieri tra il premier Mario Monti e i due uomini forti del Lingotto: John Elkann e Sergio Marchionne, giunti a Palazzo Chigi a bordo di una Panda rossa guidata dall’amministratore delegato. Non è difficile ipotizzare gli argomenti caldi: uno su tutti, l’ipotesi ventilata a più riprese dall’amministratore delegato di chiudere alcuni stabilimenti in Italia e spostare la produzione in luoghi in cui la manodopera costi meno.

D’altronde, come ha detto più volte Marchionne, la Fiat è un’azienda che deve guardare al profitto, e non può permettersi sentimentalismi di sorta. Ma, al contempo, l’Italia non può in alcun modo cedere di fronte alla richiesta del Lingotto di rivedere ulteriormente i meccanismi di ammortizzatori sociali pena il trasferimento dei propri stabilimenti altrove. E c’è chi ipotizza che il CEO stia premendo per una rottura definitiva di tutti i contatti con l’Italia forzando la mano anche sulla partita di Confindustria: dopo la burrascosa uscita di un anno fa, Marchionne ha dichiarato qualche giorno fa che solo la vittoria di Bombassei – in questo momento dato in svantaggio rispetto al suo antagonista Squinzi per

conquistare la poltrona occupata da Emma Marcegaglia – potrebbe convincere il Lingotto a rientrare in seno alla struttura di Viale dell’Astronomia. Affermazione che potrebbe anche essere un modo elegante per ribadire, qualora dovesse realizzarsi la probabile vittoria di Squinzi, la volontà della Fiat di abbandonare definitivamente l’Italia. Né sembra rasserenare l’animo di Sergio Marchionne l’idea del

governo di rimettere mano ai contratti di lavoro, con particolare attenzione a quell’articolo 18 che, almeno secondo il manager italo-canadese, sarebbe un autentico deterrente per Fiat e per tutti coloro che vogliano investire in Italia. Tant’è che dopo la contrattazione di Mirafiori del gennaio dell’anno scorso, Marchionne ha proseguito sulla strada intrapresa, di fatto chiedendo l’estensione di un modello di contrattazione “ad aziendam” a tutti gli stabilimenti italiani del Lingotto. Pena, la fuoriuscita dall’Italia con conseguente eliminazione di decine di migliaia di posti di lavoro. Se Marchionne fosse a capo di qualunque altra società, non gli si potrebbe che dare ragione, perché obiettivo di un’azienda di quelle dimensioni, specie in un momento di contrazione dei consumi, è la diminuzione dei costi di produzione per aumentare i profitti. Né si vogliono minimamente discutere le abilità manageriali di un uomo in grado di aumentare di sei volte il valore delle azioni di Fiat tra il 2005 e il 2007 e di acquistare l’americana Chrysler dando all’azienda di Torino quel respiro internazionale che le mancava. Non si dimentichi, infatti, che per troppo tempo Fiat è stato, per gli americani, l’acronimo di Fix It

Again Tony, cioè “aggiustala ancora, Tony”, a testimonianza di una scarsa affidabilità imputata alla casa torinese. Ma è un dato di fatto incontrovertibile che la Fiat abbia, nei confronti dell’Italia, una sorta di dovere morale che dovrebbe quantomeno costringerla a riflettere maggiormente prima di lanciare strali incendiari ora contro i lavoratori, ora contro i governi, ora contro la Confindustria.

Il meccanismo degli incentivi per la rottamazione, lanciati nel 1997, fu creato per ridare ossigeno alle casse di una Fiat sull’orlo del tracollo: una rete di salvataggio che l’allora governo Prodi decise di lanciare a favore di un’azienda storica e di decine di migliaia di posti di lavoro. Fu un successo, tanto che la boccheggiante azienda torinese riuscì ben presto a riconquistare quote di mercato perdute anche grazie all’introduzione di nuovi modelli, affiancati a quelli“storici” come la Panda. Gli incentivi alla rottamazione, per loro stessa natura, non possono però essere eterni e devono essere gradualmente sostituiti da politiche aziendali che prevedano l’introduzione di nuovi modelli tarati sulle esigenze dei nuovi consumatori: quindi vetture compatte, poco costose, dai consumi ridotti e con ampie dotazioni tecnologiche, senza per questo abbandonare dover necessariamente de localizzare. Se davvero l’incontro con Monti è stato “perfetto”, ce la farà anche Fiat.


mobydick

INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

I romanzi sono seconde vite. Spesso più reali della stessa realtà. Tutto sta a saper osservare le parole come fossero quadri. È l’assunto del trattato confessione sul rapporto tra lettura e scrittura del Nobel Orhan Pamuk

ESSERE ANNA

KARENINA di Pier Mario Fasanotti

e si guarda il mondo in modo frettoloso e superficiale si ricava un gran vantaggio: tutto appare semplice, normale, quasi banale. Prendiamo per esempio un uomo che legge un libro: è un’operazione meccanica, magari da ascrivere alla categoria dello svago. Le cose cambiano, e radicalmente, quando si cercano le ragioni della lettura e si esaminano gli sconvolgimenti intimi e sociali che un volume (buono, ovviamente) produce. La lettura, osservata con lenti di potente intellligenza, diventa allora rivoluzione, ovviamente in grado di cambiare la vita, o modificarla sensibilmente, di persone e anche di popoli. Occorre, se non si vuole rimanere all’apparenza delle cose, fidarsi di un grande scrittore come Orhan Pamuk, turco (nato nel 1952), premio Nobel nel 2006. Pamuk ha scritto un godibilissimo trattato-confessione sul rapporto tra chi legge e chi scrive (Romanzieri ingenui e sentimentali, Einaudi, 133 pagine, 18,00 euro). L’incipit promette di entrare nel cuore vivo e pulsante della lettura e della scrittura: «I romanzi sono seconde vite».

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essere anna

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karenina

Se la biblioteca è come la mamma eliziosamente crudele e desolatamente vero questo libricino della trentenne francese Sophie Divry (La custode dei libri, Einaudi, 65 pagine, 10,00 euro). È il monologo dinanzi a uno sconosciuto pronunciato da una bibliotecaria di mezza età, frustrata negli affetti e nella vita professionale, ma estremamente lucida nel porre in risalto tutte le connessioni esistenti e possibili tra libri e persona.Vive da decenni in uno scantinato d’una biblioteca di provincia. E questa lei la definisce «arena in cui ogni giorno si rinnova la lotta omerica fra i libri e i lettori». Il suo è amore e odio verso le migliaia di volumi che cataloga ogni giorno. Se da un lato afferma che «non c’è posto in cui ci si senta più miserabili», dall’altro la frequentazione con grandi autori risulta essere confortante, barriera - non si sa quanto robusta, tuttavia - contro la depressione, il senso della «finitudine» che ciascun uomo, ammesso che non sia o un «barbaro» che vive solo sul possedere, avverte quando è onesto con se stesso. La bibliotecaria racconta della sua poca carriera, d’essere stata impedita all’insegnamento, di un amore franato miseramente e quindi dell’acre diffidenza verso i sentimenti. Si autodefinisce «scarafaggio», uno dei tanti falliti che popolano le città. Eppure, aggiunge, «stare vicino ai libri aiuta tantissimo». Sì, perché «le lunghe scaffalature ci rimandano un’immagine ideale, quella di tutti gli ambiti dell’intelligenza umana». Un dire e un contraddire, a seconda dell’umore istantaneo, del peso dei ricordi, ma soprattutto della confessione di un impossibile innamoramento verso uno studente giovane e gelido, «molto perbene» ma che mai posa gli occhi sulla donna del sottosuolo, immersa nella solitudine e distratta soltanto dalla lunga consuetudine alla lettura («Per me tacere è naturale e non sopporto lo svago»). Un buon libro ci porta lontani, ci fa dimenticare noi stessi, azzera il brusio volgare del mondo. La gran quantità di libri in mezzo ai quali trascorre le ore di impiegata statale è una sorta di fortino per la bibliotecaria matura (ma non vecchia), ma

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anche l’appiglio orgoglioso che le consente di formulare giudizi, sull’umanità del suo presente, su quella del passato, e sulla Storia, la sua passione intellettuale. Il libro, quello che legge nello scantinato e nelle sue sempre uguali sere di persona sola, le apre le porte dell’intimità: «Quando leggo non sono più sola, converso con il libro. Può essere molto intimo. La sensazione di avere uno scambio di idee con l’autore, di poterne seguire il percorso, di esserne accompagnata per settimane intere». Lei che ha letto più di cento libri sulla Rivoluzione francese, s’arroga il diritto di «assolvere» il brutale Robespierre: «Sì, lo so, so tutto, la ghigliottina, il Terrore… in realtà a Robespierre è toccata la parte del cattivo. E non va bene essere cattivi, non fa certo salire nei sondaggi… ma avrei voluto vedere voi: mille anni di monarchia da abbattere, e al governo dovevano andarci degli agnellini?». Occorre - aggiunge la nostra bibliotecaria segretamente innamorata d’un ragazzo che non la osserva mai - sognare una rivoluzione. La quale «non si fomenta nel rumore, ma nel silenzio mormorante delle letture personali». Ci si sciacqua la bocca con la parola «cultura». Facile, troppo facile: «La cultura non è un piacere. La cultura è uno sforzo permanente dell’essere per sfuggire alla propria vile condizione di primate non civilizzato». Ma da quel sottosuolo la visuale del mondo odierno è ferocemente nitida. E la donna che legge, e ama segretamente, se la piglia contro chi non entra mai in una biblioteca. Eccolo qui l’uomo che non varcherà mai la soglia: «Il tipico uomo bianco e ricco, tra i trentacinque e i cinquant’anni… a quell’età fa parte dei barbari dominanti… il caro signore non frequenta le infrastrutture pubbliche, non lo si vedrà mai su un autobus… non condivide niente con gli altri, il signore possiede». Altero, sicuro di sé, ignorante. E gli manca un gesto fondamentale: «Entrare in una biblioteca è tornare nel grembo materno… sì, come la mamma, la biblioteca ti dà il bacio sulla bua e tutto si risol(p.m.f.) ve».Tutto forse, salvo il sentirsi ignorata da un possibile pazzo amore.

Vite vere, anche se si presentano con le bizzarre parvenze del sogno. Ma sappiamo che noi sogniamo supponendo che i sogni siano reali, «e i sogni lo sono per definizione». E ancora: «Sappiamo che queste seconde vite ci appaiano più reali della realtà, o quanto meno le confondiamo con la vita reale». Siamo comunque dinanzi a percorsi estremamente complessi e intimamente legati alle dinamiche psichiche di ciascuno di noi, visto che l’arte del romanzo «si affida alla nostra capacità di credere simultaneamente a strati contradditori».

Il modo con cui si legge un romanzo non è uno solo. Pamuk legge e riflette su ciò che legge da quarant’anni. Si può stare ovunque, anche su una comoda poltrona collocata in una stanza confortevolmente tiepida, ma la nostra mente, se abbiamo in mano Guerra e pace o Anna Karenina di Tolstoj (autore che il nostro premio Nobel considera un gigante) va lontano, per trovarsi in mezzo alla neve. L’ambiente è attrazione emotiva: per esempio non accade con gli scritti di Kafka, ove «le atmosfere interiori sono soffocanti» e prevale la parola che è prima e fortemente parola e concetto (o metafora) salvo poi diventare immagine, ma immagine meno universale e più nostra. Pamuk, rifacendosi all’arte orientale e alla miniatura (il suo romanzo Il mio nome è rosso è soltanto una conferma), pone estrema attenzione all’arte del vedere: «Il lettore ha l’impressione di trovarsi non fra le anno V - numero 10 - pagina II

parole di un romanzo, bensì in piedi davanti a un quadro». Così come, leggendo di Anna Karenina immersa (ma fin dove?) in un libro a bordo d’un treno, ci troviamo dietro lo stesso finestrino, dal quale vediamo scendere la neve e addirittura percepiamo il senso del freddo e della desolazione d’una pianura annebbiata dal bianco. E veniamo ora al titolo del saggio di Pamuk. Perché il romanziere deve essere «ingenuo e sentimentale», o ambedue le cose? La scelta di questi due aggettivi risale a un trattato di Schiller a proposito dei poeti: i primi sono tutt’uno con la natura, «sono di fatto natura, calmi, crudeli, saggi». La loro scrittura è spontanea - noi oggi diremmo «di getto» - e non coinvolge grandi preoccupazioni sulle conseguenze etiche o intellettuali procurate dalle parole. Il tipo «sentimentale» è di fatto un essere angosciato, riflessivo, contorto, si chiede con un tormento

continuo se le sue parole possano davvero racchiudere la realtà, e prima ancora individuarla. A fianco di questo affanno creativo c’è sempre il dubbio, talvolta sfiancante, che riguarda la riuscita della comunicazione.

E noi lettori? José Ortega y Gasset sosteneva che leggiamo romanzi di avventura o cavallereschi, principalmente per vedere che cosa succede. Oggi, precisa Pamuk, sarebbe meglio parlare di «romanzo letterario», che ha la sua calamita nella «atmosfera». Tutto questo regge alla prova della storia? No, afferma Pamuk, convinto com’è che «i romanzi si leggano fondamentalmente nello stesso modo». Scatta in noi, naturalmente, un meccanismo tale che ci fa tradurre le parole in immagini. Ciò non esclude affatto il nostro continuo interrogarci sull’ambiguo dosaggio tra invenzione e realtà. O meglio: «Leggere un romanzo

significa capire il mondo secondo una logica non cartesiana; che per me è la tenace capacità di credere simultaneamente a idee contradditorie»… così «a poco a poco, si profila dentro di noi una terza dimensione di realtà, quella articolata del romanzo, composta da elementi che contrastano l’uno con l’altro e nello stesso tempo vengono accettati e descritti». Ma sotto sotto, la vera e assillante domanda che ci poniamo è la seguente: qual è il centro, o baricentro, del romanzo? Senza dubbio trattasi di un nucleo segreto. Esiste, ma va cercato da posizioni soggettive. Assolutamente. Già Coleridge, nelle sue lezioni su Shakespeare, diceva: «Il carattere delle dramatis personae, come nella vita reale, non viene detto al lettore, sta a lui scoprirlo». E il lettore, immerso in un libro, diventa un’«altro», ossia vede il mondo con occhi altrui. Ecco perché, annota Pamuk provocatoriamente ma assai brillantemente, «la letteratura è un argomento più interessante della mera psicologia». Se la psicologia o più ancora la psicoanalisi ci spinge verso una speleologia dell’intimo (subconscio compreso, ovviamente), la letteratura non è da meno, anzi. Questa è opinione di chi scrive questo articolo, diffidente verso l’ingabbiamento dell’universo in schemi rigidi e connotati da un conforto personalistico. Ma è supportata da quanto Pamuk a un certo punto afferma a chiare lettere: «C’è un modo diverso di capire la propria vita» dato che «per comprenderne l’unicità (il baricentro?, ndr) si deve

prestare attenzione all’esperienza soggettiva». Diventare un altro, vivere altre vite. È essenziale. Anche per uno che scrive, come Pamuk: «Per me scrivere un romanzo significa riuscire a scoprire nel paesaggio (il mondo) gli stati d’animo, le emozioni, i pensieri dei miei personaggi». E per far questo accantoniamo l’idea aristotelica del tempo, ossia quella «linea retta che collega momenti astratti». Pamuk è ben consapevole che il suo percorso non è affatto lineare. Semmai è un sentiero a zig-zag. Il paesaggio, ossia il mondo popolato di tante persone che chiamiamo personaggi, ci impone di imboccare una via se vogliamo difficile, ma senza subbio affascinante, molla di crescita spirituale e cognitiva di ognuno di noi.

Un’altra cosa interessante dice il turco Pamuk, ossia che l’invenzione del romanzo avvenuta in Francia e in Inghilterra ha importato in culture lontane, genericamente orientali, il concetto di finzione. Un’operazione che ha risvolti socio-politici che non vanno sottovalutati, anzi. Molti scrittori non occidentali hanno inteso usare l’invenzione narrativa «come scudo contro la repressione governativa, magari dicendo “non accusatemi, i miei romanzi sono il prodotto della mia immaginazione”, e nello stesso tempo volevano vantarsi di dire apertamente la verità». Non è poco, anzi è moltissimo per popoli oppressi. Letteratura è quindi anche strumento di libertà: che nessuno può censurare all’infinito.


MobyDICK

arte

na cosa sia subito chiara: non ci si illuda che dietro le pareti del Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio possa saltar fuori, un giorno, fotografata, telescopizzata o chissà come, fantascientificamente estratta, la Battaglia di Anghiari. Come Minerva dalla testa di Giove: bella infiocchettata, appena truccata come una diva di Hollywood, pronta a passare sotto i riflettori dell’Oscar degli Oscar delle Arti e consegnare in mano del sindaco-rottamante Renzi (poco rottamante, questa volta: anzi in knicker-bocker kaki da Indiana Jones) le chiavi dello scoop mediatico del Secolo. Come in queste ore si sta profilando, su televisioni e giornali, in seguito alla conferenza stampa fiorentina in cui (alla presenza di Cristina Acidini, dunque si parla d’un’ufficialità sinora non concessa alle ricerche, con lettere di diffida, tuoni e denunce in Procura, ecc.) l’ingegnere Maurizio Seracini, dell’Università di San Diego (qualcuno ridacchia) ha consegnato parte dei risultati, per molti incoraggianti, della sua indagine endoscopica, sotto la pelle grandiloquente della medicea, glorificante Battaglia di Scannagallo, dipinta dal Vasari stesso (storico-testimone-ri-strutturatore del Palazzo e freschista a sua volta. Che gran bella, indistricabile matassa gaddiana!).

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Si celia un poco, per contenere la febbre incontrollata dello scoop alla Codice da Vinci, ma per ricordare anche una verità inconfutabile (e qui le testimonianze parlano chiaro): che Leonardo questo capolavoro promesso e atteso non l’ha mai terminato, e se n’è partito mogio da Firenze dopo un ennesimo scacco. Parola di Vasari, che su questo vizio caratteriale («tanto vario ed instabile» era) l’ha più volte, moralisticamente, «ripreso». Sin da giovanissimo: un vero vizio. «Ma come opera, che portava tempo, e come quasi interviene in tutte le cose sue, rimase imperfetta». Quando s’intraprende un’opera che richiede tempo e pazienza (Leonardo è troppo sperimentale e inquieto per saper portare a termine i suoi «capricci» e le sue «pazzie», letteralmente), ecco subito l’insuccesso in agguato. E il cortigiano Vasari, che non può permettersi certo questi lussi e non li permette nemmeno agli ex-compagni di strada poi manieristi, Pontormo e Salviati, crudelmente bacchettati e boicottati nelle Vite, non lesina reprimende, da burbero cap’uffizio. Persino per il ritratto della Gioconda, su cui si dilunga magi-

Uno scorcio della Sala dei Cinquecento a Palazzo Vecchio a Firenze. Nelle altre immagini i disegni preparatori di Leonardo per la “Battaglia di Anghiari” e il ritratto di Giorgio Vasari

Ipotesi d’una battaglia di Marco Vallora stralmente a lungo, ma senza averlo mai visto dal vivo, s’incaponisce a dire che «quattro anni penatovi lo lasciò imperfetto». Un vero leitmotiv ossessivo! Ma che ci fosse «sotto» come una disposizione metafisica, platonica, al lasciar tutto allo stato «mentale»? «Vedesi bene che Lionardo per l’intelligenza de l’arte cominciò molte cose e nessuna mai ne finì, parendogli che la mano aggiugnere non potesse alla perfezzione dell’arte ne le cose, che egli si imaginava, conciò sia che si formava nell’idea alcune difficultà sottili e tanto meravigliose, che con le mani, ancora ch’elle fussero eccellentissime, non si sarebbono espresse mai». Il che contrasterebbe, ma non è vero, con la sua bulimia sperimentale, quasi alchemica, bachelardiana, per trovare una materia aurea adatta a realizzare quei suoi sogni immateriali: impossibili. Oppure, c’è alle spalle una verità più sentimentale, melanconico-nostalgica-freudiana? «Talché l’opra fusse retardata dal desio, come disse il nostro Petrarca». Che esitasse cioè a staccarsi dalla sua opera, perché non la sentiva, sensualmente, ultimata mai? E dire che a partire dalle Vite, ma non solo (vedi anche l’Anonimo Gaddiano, non Carlo Emilio!) ci sarebbero miriadi di citazioni da riportare, sulla Battaglia di Anghiari. Un’altra puntata? Per esempio su quella turba di figure in zuffa, che non vogliono certo esaltare la possanza toscana, ma anzi, la follia della guerra. E poi «la maestria incredibile che egli mostrò nelle forme e ne’ lineamenti de’ cavagli» e la capacità di dipingere fin la polvere che entra negli occhi e li arrossa. Ovvio, l’opera, commissionatagli dal Gonfaloniere Pier Soderini (non proprio caro ai Medici) ma soprattutto, a grande richiesta, dai fiorentini («la

città intiera disiderava ch’egli le lasciasse qualche memoria e ragionavasi di fargli fare qualche opera notabile e grande, donde il pubblico fusse ornato et onorato di tanto ingegno, grazia e giudizio», e certo Leonardo non la prese sottogamba, ne fa fede quella nuvola vorticosa di corpi in esplosione, ch’egli immaginò, come documentato dagli schizzi portentosi - nel tempo a Firenze, Venezia, Windsor e Budapest) se realizzata integralmente, sarebbe divenuta un capolavoro assoluto.

Aria da scoop intorno alle tracce del presunto affresco di Leonardo sullo scontro ad Anghiari tra milanesi e fiorentini, rinvenute sotto un’opera di Vasari a Palazzo Vecchio. Ma ha senso cercare leggendarie colate di colore?

Ma qualcosa intervenne, e qui le fonti, comunque, le possiamo sondare. Il lavoro in Santa Maria Novella sui cartoni, che tutti andavano a vedere, rapiti da quella «scuola del mondo», come certificato da Cellini, il nemico giurato di Vasari. E Rubens ne diede una testimonianza grafica portentosa. E poi l’ingegneresca macchina da guerra («edifizio artificiosissimo») del ponteggio, che si solleva e s’abbassa, ecc. ecc. E i disegni studiati meticolosamente da Adolfo Venturi e soci. Ma soprattutto ci sono le prove che Leonardo non si limitò ai cartoni, entrò in Palazzo Vecchio, lavorò da giugno a ottobre, con una squadra nutrita di collaboratori, e con vicende di pagamenti e di denari piccatamente restituiti («io non sono dipintore da quattrini»). Non fole, dunque, ma testimonianze e impasti e pigmenti, che poi uno sventurato braciere, che doveva seccare i suoi «modi stranissimi nel cercare olii per dipingere e vernice per mantenere l’opere fatte» non fece il suo dovere. Perché «fece una composizione d’una mistura sì grossa, per lo incollato del muro, che continuando a dipignere in detta sala, cominciò a colare, di maniera che in breve tempo abbandonò quella, vedendola guastare». Domanda preliminare e rimandata: ha senso cercare se questa «colata» leggendaria esiste ancora, dopo tanto scetticismo scientifico?


il paginone

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a dov’è il prode Carlo Magno?», si chiedeva nel XV secolo François Villon nella sua Ballata dei signori del tempo che fu. «Passato è il tempo che Berta filava», dice d’altronde il noto proverbio: e sembra che anche questo riferimento popolare a un passato ormai mitico si riferisca a Berta dal Gran Piè, madre del grande sovrano. Grande in senso metaforico e anche letterale, visto che l’esame delle ossa ci testimonia un colosso di 1,92 che già oggi farebbe la sua figura, ma che a epoche in cui l’altezza media era sul metro e 60 doveva essere considerato un portento della natura. E figuriamoci, poi, se figlio di un noto tappo come Pipino il Breve. È vero che da quel gigante, stando ai cronisti, usciva poi una curiosa voce chioccia. Ma George Minois ci ricorda che anche Charles de Gaulle era un «gigante dal ventre prominente e dalla voce in falsetto». L’uno e l’altro eccezioni per una storia di Francia in cui, da Pipino il Breve appunto a Luigi XIV e da Napoleone a Mitterrand e Sarkozy, i capi di Stato hanno corrisposto piuttosto allo stereotipo del bassetto con le dimensioni dell’ego inversamente proporzionali alla statura.

«M

Eppure, ci ricorda questo libro che Minois ha pubblicato in francese nel 2010 e che è uscito ora in italiano per Salerno (Carlo Magno primo europeo o ultimo romano, 550 pagine, 29,00 euro), «al momento del bilancio», allo storico avvertito è difficile non «palesare un certo imbarazzo». E qui è il caso di evidenziare come lo stesso Minois, un allievo della École normale supérieure classe 1946 e insegnante di storia e

geografia fino al 2007 al prestigioso liceo Ernest Renan di Saint-Brieuc, ha sì scritto testi a raffica: ce ne risultano per lo meno 35 in appena 23 anni. E però le opere per cui è più noto, e che riguardano la maggior parte delle sue traduzioni in italiano, sono dedicate a quel tipo di storia della mentalità, che assieme alla storia delle cose è una della conseguenze più importanti di quel tipo di rivoluzione storiografica che ha appunto operato in Francia la famosa scuola delle Annales. Citando alla rinfusa: Piccola storia dell’inferno, Piccola storia del diavolo, La Chiesa e la guerra, Storia del riso e della derisione, Il pugnale e il veleno, Storia del mal di vivere, Storia dell’avvenire, La ricerca della felicità. Anche in questo volume, i densi capitoli e paragrafi che sono dedicati a temi come la cultura, l’ambiente, la monetazione, l’agricoltura o il modo di combattere ci ricordano questa provenienza «annalistica». Ma prima di arrivare a questa concretezza, il capitolo iniziale è dedicato a una specie di fantasma. Il mito di Carlo Magno: mille anni di metamorfosi. Un personaggio che è via via presentato come un campione del germanesimo: pur dopo aver asservito la Germania alla cultura cattolico romana con una trentennale campagna di conquista che nella sensibilità moderna non può non acquisire tratti da genocidio. Un santo: pur essendo stato utilizzato contro la

Uomo per tutte le stagioni, esagerando in mania regolatoria insegnò come si poteva provare a costruire l’unità nella diversità

MobyDICK

Ha lasciato dietro di sé una grande fama, ma lo storico Georges Minois, autore di una biografia appena pubblicata in Italia, fatica a capirne il motivo. La sua grandezza, in parte dovuta al carattere lacunoso della documentazione che lo riguarda, risiede più negli intenti che nelle realizzazioni Chiesa dall’Impero durante la lotta delle investiture, non essendo in effetti mai stato canonizzato in modo formalmente valido, e avendo condotto una vita privata non proprio esemplare. Un antenato dei re di Francia: pur se la sua lingua materna era un dialetto medio tedesco, portò alla fine della sua vita la capitale nella germanica Aquisgrana, andò sul trono grazie al golpe di suo padre contro i sovrani legittimi merovingi, tentò di annegare la nascente identità francese in un più generico calderone europeo, e provò anche a dividere i suoi domini tra i figli in un modo del tutto sprezzante dei confini della nazione francese come si sarebbe formata nei secoli a venire.

Poi è stato visto come antesignano delle Crociate; ma anche come propugnatore del dialogo tra Cristianità e Islam, per la famosa alleanza con l’Harun al-Rashid delle Mille e una notte. Ma a parte che l’agguato di Roncisvalle lo avevano fatto i baschi e non i mori, in Spagna le truppe carolingie combatterono con la dinastia Omayyade, che lì si era rifugiata dopo

Carlo Mag Un’idea plat di Maurizio Stefanini essere stata estromessa dal califfato di Damasco con un golpe che gli Abbasidi avevano dato quasi in contemporanea a quello dei Carolingi contro i Merovingi. A loro volta, al confine tra Asia Minore e Siria gli eserciti Abbasidi si affrontavano invece con i bizantini dell’imperatrice Irene: che, a parte i frequenti scontri militari per delimitare il limite dei rispettivi domini tra Italia e Balcani, con Carlo Magno aveva a sua volta un contenzioso legittimista, per il fatto che questi si era proclamato imperatore romano proprio sul-

anno V - numero 10 - pagina IV

L’incoronazione di Carlo Magno, avvenuta la notte di Natale dell’800 per mano del papa Leone III, la sua corona e la statua equestre (Tesoro della Cattedrale di Metz). Sopra, il ritratto (con due particolari) dell’imperatore di Albrecht Dürer


gno? atonica l’assunto che con una donna a occuparlo era come se il trono dei Cesari si fosse reso vacante. Insomma, Carolingi con gli infedeli Abbasidi contro i rivali cristiani dell’Impero Romano d’Oriente e Abbasidi con gli infedeli Carolingi contro i rivali musulmani dell’Emirato di Cordova: dialogo tra civiltà, o Patto Molotov-Ribbentrop dell’Alto Medio Evo?

C’è poi un Carlo Magno cavaliere, universitario, principe degli umanisti. Un uomo per tutte le stagioni, lo definisce Minois. C’è il Carlo Magno

che nel XVIII secolo riesce a essere contemporaneamente l’eroe degli illuministi e degli anti-illuministi. C’è il Carlo Magno che fornisce il grande prototipo a Napoleone. C’è il Carlo Magno eroe di quel movimento romantico che è nato proprio in opposizione a Napoleone. C’è il Carlo Magno celebrato dalla Terza Repubblica come antesignano dell’educazione obbligatoria. C’è il Carlo Magno del nazismo, con i collaborazionisti francesi per i quali le Ss creano appunto una divisione Charlemagne. E c’è il Carlo Magno che gli anti-fascisti celebrano come antesignano della nuova Europa Unita, in effetti nel suo nucleo originario a sei corrispondente quasi al millimetro con il Sacro Romano Impero carolingio: perfino Aquisgrana si trova nei pressi di Bruxelles, e Minois fotografa anche una mania burocratica e regolatrice del grande imperatore, che effettivamente sembra anticipare il dirigismo europeo più deteriore. Il Carlo Magno che prescrive quali piante si debbano coltivare, «vogliamo che ci siano negli orti tutti i generi di piante, cioè: il giglio, le rose, la trigonella, la balsarnita, la salvia, la ruta, l’abrotano, i cetrioli, i meloni, le zucche, il fagiolo» e avanti per altre 13 righe, come catastrofico annuncio delle direttive comunitarie sulla lunghezza di banane e preservativi e sulle etichette della Nutella. Eppure, passando «dal mito alla realtà» il secondo capitolo segnala la relativa scarsità e non affidabilità delle fonti che sono pur minuziosamente esaminate, in «una delle epoche più caotiche e più difficili da studiare della storia europea». Lo stesso «rinascimento carlingio» che il grande sovrano propizia è paragonato da Minois a «una fase di lieve riscaldamento nel contesto di una profonda età glaciale». Insomma, «c’è qualcosa di vano nel tentativo di cogliere la personalità di un uomo vissuto 1200 anni fa e su cui disponiamo di così pochi dati relativi alla sfera dell’intimità». «È già arduo cogliere in tutte le sue sfumature la psicologia dei nostri contemporanei: descrivere quella dei personaggi medievali, con l’aiuto di fonti frammentarie e deformate, è come voler ricostruire una cattedrale a partire dai frammenti di una colonna, da un paio di vetrate e dalla base del campanile». «Carlo Magno ha lasciato dietro di sé una grande fama, ma si fa qualche fatica a capirne il motivo. Un grande guerriero di cui non si può citare alcuna vittoria, un grande amministratore a cui non si può attribuire alcuna innovazione decisiva, un grande capo di

Stato il cui regime degenererà e crollerà rapidamente, un grande fondatore di un impero il cui territorio si frantumerà solo trent’anni dopo la sua morte, un grande protettore delle lettere durante il cui regno non è stata scritta alcuna grande opera». Un dato «disorientante», ma che spiega il perché in questa biografia si sia cimentato uno specialista in storia delle mentalità. Proprio perché il Carlo Magno della realtà è difficile da ricostruire, è diventato una sorta di idea platonica. «Il suo destino postumo sopravanza quelli di Cesare o Napoleone, restati più umani e dunque più limitati e vulnerabili alla critica. Essi hanno i propri partigiani e i propri avversari. Carlo invece, al di sopra della mischia, è diventato una figura ideale, e ciò si deve in parte al carattere lacunoso della documentazione che lo riguarda: in assenza di documenti accusatori, l’immaginazione può correre senza limiti, fino a farne un santo, laico o cristiano a seconda dei casi. Cesare e Napoleone sono per gli uni geni organizzativi e militari, per gli altri invece abominevoli tiranni sanguinari, peraltro finiti male. Carlo Magno sembra invece trascendere queste categorie, rimanendo un po’ irreale».

Al di là del mito, per Minois Carlo Magno è stato «non un genio, ma un talento pragmatico, che ha beneficiato di un regno eccezionalmente lungo». «Eccellente organizzatore, è molto concreto, capisce ciò che è possibile e rifiuta di impegnarsi in imprese impossibili», anche se è «irrealizzabile» quell’ideale di fare del suo Impero la Città di Dio del suo amatissimo Sant’Agostino, che peraltro è l’utopia che dà alla sua azione la necessaria forza propulsiva. «Autoritario, esigente, implacabile, non è certo un re di buon cuore. È un uomo del suo tempo violento, e può fare strappare gli occhi o decapitare come chiunque altro». «La grandezza di Carlo Magno sta dunque più nei suoi intenti che nelle sue realizzazioni. Stabilizza l’Occidente dopo quattro secoli di continui disordini, e ciò ha tanto affascinato gli animi, ma il suo regno è come una grandiosa parentesi tra i 250 anni dei re Merovingi “fannulloni” e i 300 anni degli ultimi deboli Carolingi e dei primi fragili Capetingi». Insomma, «Carlo Magno è nella storia soprattutto l’effimera incarnazione di un ideale». Il punto di passaggio dal mondo romano all’Europa, e colui che, pur esagerando spesso in mania regolatoria, insegnò comunque come si poteva provare a costruire l’unità nella diversità.

Narrativa

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Nella casa dei saltimbanchi di Nicola Fano

lice - la voce narrante poi il signore di sopra e la signora di sotto; e quindi figli, moglie e nipoti dell’uno e dell’altra: è una specie di compagnia di saltimbanchi quella che anima Sottosopra, il nuovo romanzo di Milena Agus (Nottetempo, 144 pagine, 14,50 euro). Tutto succede dietro i vetri e i balconi (ricordate i riverberi degli sguardi incerti in Le finestre di fronte di Simenon?) di un caseggiato alla Marina di Cagliari. La vita reale c’è, con annesso bagaglio di temi cruciali (i dissesti economici, l’integrazione, il conflitto tra cultura rurale e cultura cittadina, le famiglie omosessuali…), ma sembra rimanere oltre quelle finestre, poiché la compagnia di saltimbanchi è il microcosmo dentro il quale tutto si consuma, tutto esplode e tutto si risolve. Date anima a una casa e la vedrete farsi essere umano pieno di contraddizioni. Sono le contraddizioni che Milena Agus racconta con una levità che è solo sua (una volta si sarebbe tirata in ballo la leggerezza dell’ultimo Calvino) ma senza mai tirarsi indietro di fronte ai guai nei quali siamo immersi tutti fino al collo. Ebbene: chi racconta (anzi chi scrive, perché questo è un romanzo nel romanzo) è una ragazza il cui padre s’è ucciso dopo essere stato scoperto traditore dalla moglie che, poi, è uscita di senno. Il signore di sopra è Mr. Johnson, un suonatore di jazz, violinista, abbastanza in età, che anni prima ha rinunciato a fama e denaro per scarsa fiducia in sé (e, nella nostra società di cretini che si ritengono geniali, già questo basta a farci capire che qui siamo nel mondo delle favole). La signora di sotto è Anna, figlia di strada e di sfortuna, che vive facendo lavori domestici. I due (Mr. Johnson e Anna) per caso si incontrano, forse si innamorano e sicuramente cercano di costruire un’altra vita nella quale invecchiare.Tra il desiderio e la realtà, però, ci sono altri buffi personaggi: la figlia bellissima di Anna, il figlio caparbio di Mr. Johnson (con figlio-genio a carico) e la moglie del violinista che, a un certo punto, ritor-

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na dal marito per provare a riprendersi il pezzo finale della propria vita. Tra colpi di scena, invenzioni e azzardi, si arriva alla conclusione della storia (che non vi diremo, ovviamente) senza capire se quel che capita pagina dopo pagina sia la realtà dei fatti (può essere vero un romanzo?) o il finale che i personaggi desidererebbero dare alle loro avventure. Scale, finestre, balconi, vasi di rose, tazze di caffè, credenze, poltrone sfondate: lo scenario familiare è questo; e la famiglia è quella larga composta da tutti i personaggi che uniscono se stessi in un destino comune. Fuori c’è il vento. Il vento che allevia i ricordi pesanti, in Sardegna, come sa chiunque ne sia soggiogato. Nel bene e nel male. Ecco: il romanzo di Milena Agius è come se fosse chiuso nel caseggiato della Marina mentre fuori infuria una tem-

Istantanee di un microcosmo che vive dietro vetri e balconi, tra realtà e finzione. Nel nuovo romanzo di Milena Augus pesta di vento. Salvo che non si riesce mai a capire se l’ululare del ponente sia foriero di tempeste o di libertà. Un po’ una e po’ le altre, probabilmente: dipende dai punti di vista; dalla finestra o dal balcone dai quale si guarda la vita scorrere, fuori. Allo stesso modo, questo piccolo romanzo perfetto resta sospeso: tutto dipende dalla disposizione del lettore, perché nessuna pagina si chiude, nessuna storia finisce. Questo, del resto, è il bello dei saltimbanchi: che non possono prescindere dallo loro ambiguità. I loro trucchi sono perfetti come la loro abilità circense; fanno ridere e fanno piangere. Insomma: non sono la vita (perché sono attori) ma sono come la vita. Esattamente come capita qui in Sottosopra e come dovrebbe capitare nei romanzi. Nei migliori, almeno.


spettacoli È sempre new l’onda degli Stranglers MobyDICK

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nch’io sono inciampato nel peggio del punk inglese, facendomi abbindolare da Sex Pistols,Vibrators, UK Subs, Adverts e compagnia intronata di voci, di chitarre, di tutto. Ho l’attenuante, però, d’essermi rialzato quasi subito: giusto il tempo di pizzicare quella collettiva, grande truffa del rock’n’roll, accorgermi di quant’era patetica e fare un rapido dietrofront. Certi miei coetanei, invece, si son goduti quell’insopportabile, fracassona presa per i fondelli da quando è nata (1976) a quando è passata a miglior vita (1979). Non si sono mai più ripresi, poveracci. Quel benedetto dietrofront (gliene sarò sempre grato) è merito degli Stranglers. Nel 1977, anno topico del punk movement, compro due ellepì: quello degli «strangolatori», intitolato Rattus Norvegicus; e quello dei Damned dal titolo stupidamente triplicato in Damned Damned Damned. Metto sul piatto del giradischi quest’ultimo, e a malapena (rischiando la sordità) riesco ad ascoltarne quattro o cinque pezzi. Passo a Rattus Norvegicus paventando ulteriori delusio-

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Teatro

di Stefano Bianchi ni, e invece scopro che il punk non è solo un’accozzaglia di schitarrate e urla belluine. Anche gli Stranglers, da punkettari, fronteggiano a muso duro il Sistema: però lo tramortiscono con l’ultrarapidità di assoli ben strutturati, col suono démodé di una tastiera che ricorda i Doors, con un canto possente e rivoluzionario. Fra rock fangoso, blues dei bassifondi e incursioni dark, quell’album che sintetizzava il succo«intellettuale» del punk senza allinearsi ai facili escamotages di sputi e spille da balia, è tutt’oggi fra i miei preferiti. E ringrazio il vocalist e chitarrista Hugh Cornwell, il bassista Jean-Jacques Burnel, il batterista Jet Black e il tastierista Dave Greenfield di avermi aperto occhi e orecchi, predisponendomi a ciò che

di più bello e creativo sarebbe arrivato dopo: la new wave. Ho continuato a seguire gli Stranglers negli anni Ottanta e Novanta, passando dal deflagrante No More Heroes allo sprezzante Black And White; dal mitteleuropeo The Raven agli estetizzanti La Folie e Feline. Ho metabolizzato le loro défaillances e applaudito, nei Duemila, il rinnovato fuoco creativo di Norfolk Coast e Suite XVI. E adesso che il revival tocca qualche reduce della new wave, in prima fila ci sono anche loro col diciassettesimo disco intitolato Giants. Insieme a Burnel, Black e Greenfield, dal ’90 non c’è più Cornwell che è stato sostituito da John Ellis, Paul Roberts e (pare in modo definitivo) da Baz Warne, che sia in studio sia dal vivo s’alterna al canto con Burnel. Spesso giostra-

to sul mainstream (ma con le proverbiali gocce di veleno rock che spiazzano) l’album inizia con lo strumentale Another Camden Afternoon: basso pulsante, chitarra bluesy, svisate di Hammond e un refrain che ricorda il Peter Gunn Theme di Henry Mancini. Freedom Is Insane, invece, si palesa in stile Comfortably Numb dei Pink Floyd per poi evolversi in un corposo rock, mentre Lowlands corre a perdifiato fra tentazioni heavy e vezzi progressive. E se Boom Boom vola oltreoceano dettando un country-rock niente male e la felpata My Fickle Resolve s’insinua a sorpresa nel jazz, Time Was Once On My Side procede a strappi masticando funk e rock, Mercury Rising svela propensioni reggae e Adios (Tango) è un divertissement dalla scorza elettronica e dalla polpa elettrica. Bentornati in concerto, miei affezionatissimi Stranglers, il 17 aprile al Viper di Firenze e il 18 al Live Club di Trezzo sull’Adda (MI). The Stranglers, Giants earMUSIC/edel, 15,99 euro

Don Giovanni da Molière a Madame Kustermann a dove origini il mito di Don Giovanni non ci è dato sapere, sicuramente ha scatenato infiniti riverberi artistici. Chi lo vuole di ispanica discendenza, chi lo ipotizza figlio della decandenza nord europea… Troppo intrigante per essere liquidato al volo, troppo canagliesco e sfuggente, troppo universale. Insofferente, bugiardo, capriccioso, arrogante, volubile, egoista… avrebbe le stigmate dell’impopolarità eppure Molière, Goldoni, Kierkegaard, Max Frisch, Mozart, Tirso de Molina, Byron, Hoffmann, Diderot, Hofmannsthal, Losey, Saura, Fellini…. Le arti tutte hanno contribuito ad accrescerne l’eco in un rimando di interpretazioni a contrasto. Non più di un anno fa abbiamo dato conto, proprio su queste pagine, di una trasposizione al femminile del ben noto seduttore (a opera della giovane e pluripremiata Compagnia della Costellazione). Ogni volta rimettendo in gioco il combattimento tra

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di Enrica Rosso istinto e ragione, tra cervello e cuore. A tutt’oggi la competizione è aperta… La messa in scena ora proposta da Alberto Di Stasio percorre la scrittura di Molière nell’adattamento di Manuela Kustermann - impegnata in scena nei panni di

Sganarello - su cui si innesta la selezione musicale estratta dall’omonima opera scritta da Wolfgang Amadeus Mozart su libretto di Lorenzo Da Ponte.Tutto si consuma in una scena linearmente nuda tesa a ospitare le finestre poetiche evocate

dai dipinti surreali di Stefano Di Stasio. L’incipit dello spettacolo è affidato al celeberrimo «Deh vieni alla finestra o mio tesor...» intonato da un Don Giovanni monitorato a vista da Sganarello - sornione e un poco annoiato, intento a smaltire i postumi della passata bisboccia, ma subito pronto a balzare sulla sua prossima preda. Il regista Alberto Di Stasio costruisce uno spettacolo ben ritmato, sapido, in cui la quarta parete viene senz’altro abolita a sancire uno spazio scenico più fluido, immaginativamente più libero; una scelta volta soprattutto a sottintendere uno scambio più sincero con il pubblico presente in sala (sarà proprio Don Giovanni a rivolgersi alla platea in un confronto vis à vis). Madame Kustermann, patronne del teatro, con questa interpretazione si toglie un altro bel sassolino dalla scarpa, a dimostrazione che l’aderenza a un ruolo è indipendente dal sesso e dall’età anagrafica. Una bella lezione di stile, portata avanti per tutto l’arco dello spettacolo con femminile grazia

e femminea arguzia e lungimiranza calibrate ad arte: chapeau! Fabio Sartor è il libertino del titolo, quasi geometrico, per quanto lineare, nella sua motivazione. La sua capacità di fascinazione è proprio questa: tanto languido nell’asciuttezza dei gesti quanto assertivo nel perseguimento del suo scopo, a tratti donchisciottesco. Di contro Gloria Pomardi porta in scena la sua vivida energia femminile con cui incide lo spazio a contrasto con i ruoli che è chiamata a interpretare (il Commendatore, in quanto spettro e marmorea statua) e si fa carico di coreografare i movimenti di tutta la compagnia con esiti diversi a seconda di chi li esegue. Alberto Caramel si diverte e fa sorridere nei panni di Petruccio, Gusman e Dimanche. Ben connotate anche le due figure femminili interpretate da Emanuela Ponzano (Donna Elvira) e Luna Romani (Carlotta). Costumi un po’ sciatti seppure divertenti e allusivi.

Don Giovanni, Roma, Teatro Vascello, fino al 25 marzo, info: www.teatrovascello.it - tel. 06 5881021


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Memoriette

letteratura

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enedetto Croce racconta in una delle sue splendide paginette di cronache napoletane che un nobile scendendo lo scalone di un antico palazzo vide spuntare dall’ingresso un noto iettatore. Poco dopo il nobile cadde. Lo iettatore salì in velocità e chiese se poteva fare qualcosa per aiutarlo. «No, grazie, avete fatto abbastanza».

B

Quando nel ’59 tra tante polemiche il Premio Nobel fu assegnato a Quasimodo, memorabile rimase l’apertura dell’articolo di Cecchi che diceva: «A caval donato non si guarda in bocca, ma dentro questa bocca ci voglio guardare». Quando Montale fu nominato senatore a vita (1967), Ungaretti che si avvicinava agli ottant’anni era in viaggio in Brasile. Aveva conosciuto una giovane ragazza alla quale dedicò le sue ultime poesie d’amore, ma chi voleva bene a Ungaretti era un po’ in pena perché pensava al dispiacere che certamente aveva avuto per la nomina di Montale che lo aveva scavalcato. Pochi giorni dopo Ungaretti tornò in Italia in nave e sbarcò a Napoli. Andai a prenderlo: scese allegro e sorridente, mi abbracciò e prima di ogni altra cosa mi disse: «Montale è senatore, Ungaretti fa all’amore». Per Vincenzo Talarico, Cardarelli si poteva definire come il più grande poeta morente.

A New York il produttore cinematografico Dino De Laurentiis aspettava con il cuore in gola di avere la risposta per il suo colossal La Bibbia che aveva bisogno di un grande finanziamento. Entrò nella chiesa cattolica di Saint Patrick e si mise a pregare, da buon napoletano, San Gennaro. Accanto a lui c’era un vecchietto che a voce alta non smetteva di ripetere: «Fammi trovà ‘sti cento dollari, San Gennaro, sennò sono rovinato… Ti prego San Gennaro, fammi trovà ‘sti cento dollari». De Laurentiis tirò fuori cento dollari e glieli dette dicendo: «Non puoi sta’ a scassar i palle a San Gennaro per cento dollari!».

Il miracolo

di San Gennaro di Leone Piccioni

Nel dopoguerra nei programmi dei partiti ricorreva spesso l’augurio di accadimenti «progressivi». Mario Missiroli, nel suo spiritoso cinismo disse una volta a De Gasperi: «Bada che in Italia di progressiva non c’è che la paralisi». Missiroli riceveva spesso importanti personalità nel suo salotto. Una sera era da lui un presidente della Repubblica. Missiroli ripeteva: «Siamo nelle Sue mani, Presidente, siamo nelle Sue mani»; poi, accompagnato l’ospite alla porta, dopo averla chiusa, si voltò verso gli amici dicendo: «In che mani!».

«Il buon nocchiero quand’ode il mar che rugge/ volta la schiena e lesto se ne fugge» (Renato Fucini 1843-1921). In Armenia prima del genocidio un governatore della regione decise di aumentare le tasse e mandò un ispettore in città a vedere come la popolazione aveva preso questa decisione. L’ispettore riferì che aveva trovato molto malumore e molta tristezza. Il governatore decise di aumentare ancora le tasse: l’ispettore andò e tornando ri-

A Ottone Rosai, grande pittore fiorentino, fu dato incarico di dipingere una immagine del Cristo per un Tabernacolo nella zona del viale dei Colli. Passava allora come un grande critico d’arte un prete, Padre Spirillo, di cui si temeva molto il giudizio specie per opere di carattere religioso. Alla inaugurazione del Tabernacolo, Rosai, molto emozionato, non andò ma andarono i suoi amici, Caproni, Luzi, Tirinnanzi. Rosai attendeva il loro ritorno: «Com’è andata?», «Molto bene» gli risposero. «E Padre Spirillo che ha detto?», «L’opera gli è piaciuta ma ha espresso qualche perplessità sulla reale somiglianza con il Cristo». E Rosai: «Sa una sega Padre Spirillo com’era fatto Gesù!».

spose che aveva trovato una città morta: negozi chiusi, lumi spenti, una grande desolazione. E il governatore: «Ancora tasse!». Questa volta però al ritorno l’ispettore si dichiarò assai stupito perché aveva trovato la città in festa; luci accese, negozi aperti, cene, balli e canti. E il governatore: «Togliere immediatamente tutte le tasse».

Achille Campanile da giovane si presentò al giornale La Tribuna a Emilio Cecchi che vi lavorava, per farsi conoscere ed eventualmente avere un incarico. Cecchi ebbe simpatia e lo mise alla prova. Gli chiese di fare il titolo per una notizia dalla quale risultava che una vedova inconsolabile, che si recava ogni giorno, e talvolta più volte al giorno, a pregare sulla tomba del marito, era morta. Campanile propose questo titolo: «Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino».

Le preghiere di Dino De Laurentiis per ottenere i finanziamenti per la sua Bibbia. La iella secondo Croce. Ungaretti e Montale senatore. Emilio Cecchi, la vedova e Achille Campanile. Il Cristo di Rosai, Burri e la Vucciria di Guttuso. Missiroli e il Presidente. Solitudine a Katmandu

Battuta genovese: una signora che aveva assistito al Carlo Felice alla rappresentazione della Norma uscendo diceva al marito: «Vale più un tocco di Belin che tutta l’opera di Verdi». Ci fu una festa a casa dell’illustre professore Pavolini, padre di Corrado e di Alessandro che poi fu un terribile gerarca fascista di Salò. Il brindisi toccò a Maccari: «Eccellenza facciam voti/ che sian meglio i nipoti!». Un noto giornalista romano, cercando un po’ di tregua per tutte le preoccupazioni in un periodo di solitudine e meditazione, decise di passare dei giorni nella capitale del Nepal, a Katmandu. Arrivò di sera e andò in albergo. La mattina dopo uscì pregustando l’aria che avrebbe respirato in solitudine e subito, per strada, incontrò Paola Pitagora e altri amici romani. Un famoso quadro di Guttuso, la Vucciria, dedicato al principale mercato di Palermo, non suscitava pareri positivi in Burri. Era talmente pieno di oggetti dipinti il quadro - diceva Burri - che se Guttuso avesse voluto aggiungere anche solo uno spicchio d’aglio non avrebbe trovato il posto.


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oung Adult è un titolo con un doppio senso. YA nell’editoria statunitense è la sigla per romanzi destinati a un target di lettori tra i 10 e i 20 anni. La protagonista del film, Mavis Gary (Charlize Theron), scrive romanzi YA, e lei stessa è bloccata in un’eterna adolescenza, è una giovane adulta. Solo che ha 37 anni, con al suo attivo un divorzio, una carriera in picchiata e un appartamento più simile a una discarica che a una casa, specchio della sua anima. Era la più magnifica creatura al liceo di Mercury, paesino nella provincia del Minnesota. Era la reginetta di bellezza, la prima della classe, sognata da tutti i compagni di scuola. Dopo il diploma era schizzata via verso la metropoli di Minneapolis e una carriera da Scrittrice, sollevata di lasciare al loro destino insignificante i suoi ex concittadini. È molto duro quando il momento più alto della tua esistenza risultano essere gli anni da liceale, mentre caracolli verso i quarant’anni. Dei vecchi tempi Mavis conserva la mirabile avvenenza e la convinzione nonostante tutto - che grazie alla sua conclamata superiorità antropologica, tutto le è dovuto, dal successo letterario al maschio più ambito, anche se è felicemente accasato. Ma la serie YA per la quale Mavis fa il ghost writer da anni (i libri portano la firma della scrittrice originaria, la sua è nascosto all’interno), il suo unico provento, è stata cancellata. Le resta da scrivere l’ultimo romanzo, ed è in grave ritardo. Non si sa se ha il blocco dello scrittore per la depressione, o se vuole solo allontanare il vuoto che seguirà. Le è facile rimorchiare maschi, ma la sua bellezza eterea maschera un egotismo granitico e superbo. Si medica le offese e le ferite della psiche, tra cui l’onta per i fallimenti, con ettolitri di superalcolici, preferibilmente bourbon liscio. Tra bevute omeriche e junk food che consuma con magnifica noncuranza, ci si chiede quanto potrà ancora durare il viso d’angelo, la pelle setosa, il fisico bestiale da top model. Ma intanto ci sono, anche se adesso è sprofondata in una pozza tossica di autocommiserazione, odio per la gloria crudelmente negata e un cocente desiderio di vendetta, se non di riscatto. Meglio ancora, l’una e l’altro.

Y

Dopo aver agganciato il solito sconosciuto in un locale, si sveglia in un letto non suo, con un braccio maschile drappeggiato sul suo petto. Theron è una fantastica attrice. Il suo sguardo mentre prende le misure della situazione in cui si trova, esprime volumi di cinismo e di disgusto. Si sfila da sotto l’arto pesante e fila via senza salutare. Invece del caffé quando si sveglia a casa sua, trangugia Coca Cola a

La favola nera di Mavis Gary di Anselma Dell’Olio temperatura ambiente da una bottigliona sul comodino. Mentre giace in coma vigile e semi etilico, circondata da vassoi vuoti di pranzi pronti, scongelati nel forno a microonde, e il suo cagnolino Dulce aspetta paziente una passeggiata o un poco d’attenzione che non arrivano mai, la macchina del fax comincia a ruttare, in pendant col suo ruttino dopo la bevanda gassata. Sotto la foto di una neonata, si annuncia l’arrivo della primogenita di Buddy, il fidanzato del liceo, da lei scaricato per andare in-

contro al suo (presunto) luminoso destino nella grande città. Ora è umiliata da un fax che sembra sbeffeggiarla, sbattendole in faccia la famiglia felice del suo ex. Nello sprofondo della depressione, la possibilità di una soluzione, di una vittoria sottratta alle ceneri della sconfitta, le si schiude davanti. Prepara in fretta una borsa, infila la cassetta compilation che le aveva regalato Buddy nel mangianastri, e parte con Dulce nella bagnarola fatiscente per tornare vent’anni dopo al paese. Questo è

“Young Adults”, firmato da Diablo Cody (sceneggiatura) e Jason Reitman (regia), l’impareggiabile coppia di “Juno”, è una commedia post romantica senza conformismo e prevedibilità. Da non perdere

cinema

solo il prologo di un film scritto dalla sorprendente Diablo Cody (Juno, The United States of Tara), e diretto dal figlio d’arte (papà Ivan è il regista geniale di Ghostbusters) Jason Reitman (Thank You For Smoking, Tra le nuvole, Juno). Con magica concretezza, Reitman e Cody raccontano una veristica favola nera, una commedia post romantica senza un’oncia di conformismo o prevedibilità. È vero che gli anni del liceo in America sono culturalmente molto diversi dai nostri. In Italia, specie in provincia, c’è più vita in comune, c’è la comitiva, il gruppo. In America - una meritocrazia competitiva - sono più individualisti. I posti più alti sono occupati dal capitano della squadra di football (Buddy) e dalla più bella del reame, miracolosamente scampata a goffaggine e pedicelli adolescenziali. Eppure tutti capiscono cosa significa essere una star in età precoce, sentirsi titolate a prendere anche quello che non ci appartiene, per il solo fatto di essere splendide e benedette dalla natura. Non occorre essere cresciuti in Minnesota per cogliere la scemenza di un non-battesimo (della piccola di Buddy) chiamato, per ineffabile hippismo equo e solidale, «la cerimonia del nome». Per non offendere nessuno, si allestiscono insipide caricature altermondiste di una sapida liturgia.

Le avventure di Mavis a Mercury sono agghiaccianti quanto esilaranti. Appena arrivata va a bere e incontra Matt (Patton Oswalt), un compagno di classe che all’inizio non risconosce, anche se aveva l’armadietto accanto al suo per quattro anni. Gli confessa subito il suo obiettivo: «liberare» Buddy (Patrick Wilson) dalla presunta palla al piede della famiglia. Che lui sia felicemente accasato è per lei inconcepibile. Il matrimonio è solo un dettaglio da superare. Oswalt è un formidabile attore (e comico tv) e il rapporto tra i due dà spessore al film. Matt è handicappato a causa di un brutale pestaggio subito da liceale: gli aggressori pensavano fosse omosessuale. La calda solidarietà ricevuta come vittima dell’odio antigay sparisce di colpo quando compagni e concittadini scoprono che è un etero frainteso. Ora passa il tempo nel suo man cave, a fare bourbon d’annata e modellini. Il punto di contatto dello sgraziato Matt con la dea Mavis è il cocciuto ancoraggio nel passato e l’autoreferenzialità. Ritmo e risate abbondano, e dopo il film rivive nella memoria. Mavis sarà una nevrotica illusa ed egocentrica, e Matt un tipo patetico impantanato nel risentimento per l’ingiustizia subita, ma come ha detto Charlize Theron in un’intervista, «berrei volentieri una birra con loro». Da non perdere.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g

Il conto della crisi non deve essere presentato sempre ai soliti noti ISTITUZIONE DEL PARCO DEL MEDITERRANEO LA GRANDE LUCANIA (I PARTE) La Grande Lucania non è un’identità geopolitica di oggi, si è costituita tanto tempo fa sulla base di un sistema sociale fondato sulla democrazia, l’arte, il costume e l’economia. Essa si estendeva dalla Porta Rosa di Ascea fino alle Tavole Palatine di Metaponto, dal Promontorio di Capo Palinuro fino alla foce del Basento sullo Jonio. La rappresentazione cartografica della Grande Lucania più antica si trova nella Tabula Peutingeriana che risulta essere la sola carta geografica che ci permette la conoscenza della regione in età classica. La Grande Lucania occupava una vasta area, per larga parte pianeggiante ed assolata e, nell’interno, increspate dai massicci nevosi, ampie zone dell’Appennino Meridionale da cui si scorgevano le bellezze del Golfo di Policastro e i caldi tramonti del Golfo di Taranto. Una comunità unita ed ospitale, autentica testimone della grande storia. Ricordiamo che gli Enotri, antichi abitanti della Lucania, accolsero sui lidi di Ascea i Focei, una popolazione errante, padrona con le sue pentacontere dei mari incogniti, respinta ovunque andasse, per costruire insieme nel 540 a.C. la città diVelia, patria di Parmenide e Zenone. In quel tempo,Velia (Ascea) raggiunse una tale floridezza, economica e culturale da oscurare sia la padronanza della città di Sibari nel golfo di Taranto che il predominio di Poseidonia (Paestum) nel mar Tirreno. Un grande parco del pensiero, così potrebbe intendersi la antica Lucania, che ebbe vita e sostanza nella Magna Grecia con la scuola pitagorica di Heraclea e la scuola eleatica di Velia: due facce di quella medaglia che è la storia della civiltà mediterranea, la cui linfa del sapere deriva da quel mondo antico. Accanto a questa scuola di pensiero che fu detta “eleatica” sorse una scuola medica la cui fama varcò gli stessi confini del territorio tanto che Plutarco ci narra che navigò verso Elea d’Italia per trattenervisi e riacquistare la sua salute. Gaetano Fierro

APPUNTAMENTI Giovedì 22 marzo - ore 16 Centro Convegni Matteo Ricci Piazza della Pilotta 4 - Roma MEETING “La religione della libertà”. Introduce: Ferdinando Adornato. Intervengono: Mino Bahbout, Abdellah Redouane, Giovanni Battista Re, Conclusioni: Antonio Tajani, Pier Ferdinando Casini, Giulio Terzi di Sant'Agata Venerdì 20 aprile - ore 11 Centro Convegni Matteo Ricci Piazza della Pilotta 4 - Roma CONSIGLIO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL VINCENZO INVERSO COORDINATORE NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

REGOLAMENTO E MODULO DI ADESIONE SU WWW.LIBERAL.IT E WWW.LIBERALFONDAZIONE.IT (LINK CIRCOLI LIBERAL)

La crisi economica, fino a pochi mesi fa negata, era stata percepita da moltissimo tempo dalle fasce più deboli della popolazione (pensionati, precari, lavoratori dipendenti ) che hanno visto sempre più aumentare il loro disagio economico. Era una crisi lenta ma costante che, in questi ultimi anni, ha visto aumentare il numero delle famiglie più prossime all’indigenza. Nella attuale situazione economica finanziaria operare per il risanamento del bilancio è doveroso ma non è sufficiente, perché deve crescere l’economia del Paese, anche per non rischiare un’altra manovra. La politica non deve solo risolvere i problemi giornalieri ma deve proiettare la sua azione verso il futuro per costruire una società migliore nella quale il divario fra la ricchezza e la povertà non sia eccessivo. È bene tornare a parlare della crisi anche per dire, a chiare lettere, che non ci siamo né assuefatti né rassegnati e per ribadire che è giusto che alla soluzione debbano contribuire, in misura maggiore e determinante, chi più ha e chi più ha avuto nel passato. Sono necessari segnali forti in più direzioni. Occorre dare impulso ai lavori pubblici perché è il lavoro che crea la sana economia e dà una vera boccata di ossigeno alle famiglie e al commercio. Il conto della crisi non deve essere presentato sempre ai soliti noti (reddito fisso) ma deve essere rivolto nei confronti di coloro che hanno contribuito a crearla o ad aggravarla (evasori fiscali, capitali all’estero, ecc.).

Luigi Celebre

IMPRENDITORI DISPERATI PER COLPA DELLE BANCHE

UNA ESPRESSIONE CONDIVISA

Quanti altri piccoli imprenditori dovranno ancora ricorrere a gesti estremi prima che qualcuno prenda provvedimenti seri? Tempo fa a togliersi la vita erano i giovani di leva militare causa il nonnismo, ora i “nonni” sono altri e si chiamano banche che chiudono i rubinetti del credito, nonostante abbiano avuto imponenti iniezioni di liquidità dalla Bce a tassi risibili. Il disegno criminoso è molto semplice e il dolo è più che evidente: si toglie il denaro alle aziende e in quella maniera ci si può impadronire dei beni immobiliari di chi si ritrova con l’acqua alla gola. Sono migliaia gli imprenditori vittime di una usura bancaria e altrettante sono le denunce che vengono presentate in Procura, con richiesta di accesso al fondo previsto dalla legge 108/96. Se lo Stato vuole davvero fermare questa ecatombe, inizi pure a erogare quanto previsto da quella legge, al momento non lo sta facendo, anzi attraverso le parole di Befera e quelle del commissario straordinario antiracket e antiusura fa sapere che se è lo Stato ad applicare interessi superiori a quelli previsti per legge tutto va bene. Ma stiamo scherzando?

Marco Dell’Aquila

Alcuni senatori volevano sfiduciare il ministro Andrea Riccardi per aver pronunciato la frase «politica schifosa». Ma dove vivono questi senatori e direi tutti i parlamentari che non sanno tradurre e portare avanti la volontà degli elettori? Se interpellassimo i milioni di elettori al riguardo si pronuncerebbero con epiteti ben più pesanti.

Lorenzo Buffo

LA SFIDUCIA NEI PARTITI È ORMAI AI MASSIMI LIVELLI Leggo che la sfiducia ai partiti è al 91 per cento e viene naturale chiedersi se quel 9 per cento che manca è rappresentato da coloro che campano con la politica nei partiti! Più che criticare il disgusto degli italiani, vorrei evidenziare che il 9 per cento è troppo. Non potendo eliminare il malcostume e i faccendieri, almeno facciamo lo sforzo di ridurre i parassiti, che all’ombra di un simbolo, fanno i loro comodi. Le accuse rivolte al tesoriere della Margherita, se provate in tribunale, sarebbero la prova evidente di dove saremmo arrivati, con il responsabile politico all’oscuro dello sperpero fatto con il denaro dei contribuenti. Chiudiamo i rubinetti e finanziamoli direttamente con l’8 per mille, specificando a chi devono andare. Ge-

L’IMMAGINE

Piloti con gli sci Per andare più veloci del vento può essere indispensabile rimanere immobili: lo sa bene Ben Hedley, l’atleta britannico che si sta allenando all’interno di una galleria del vento per superare i 210 km orari sugli sci. Il chilometro lanciato, o speed ski, è lo sport non motoristico più veloce del mondo: gli atleti subiscono accelerazioni pari a quelle dei piloti di Formula 1, superando i 200 km/h in meno di 6 secondi

LE VERITÀ NASCOSTE

Ai veleni ci pensano le piante Nelle operazioni di bonifica una mano la può dare anche la natura, grazie alla capacità fitodepurativa delle piante. A Torino, il Comune e l’Università di Chimica Agraria hanno in corso una sperimentazione per realizzare sull’area delle ex ferriere Fiat una collina costruita col terreno contaminato da molti metalli pesanti prelevati dai siti industriali dismessi. La sperimentazione inizialmente sarà condotta su una collina in miniatura: 20mq per 2 metri di altezza, costruita con 400 metri cubi di terreno inquinato, con l’obiettivo di impiegare poi oltre 100mila metri cubi. Nella terra inquinata, ricoperta con materiale inerte per evitare dispersioni, saranno piantati cespugli e alberi giovani (pioppi e salici) scelti per la loro elevata capacità e rapidità di assorbire i metalli presenti nel terreno. Con cadenza annuale le piante verranno tagliate, triturate, trattate e smaltite come rifiuti tossici. La bonifica, con l’eliminazione totale degli inquinanti, dovrebbe completarsi nell’arco di dieci anni. Certo, tempi lunghi. Ma i costi, rispetto alle altre tipologie di trattamento, sono decisamente competitivi: 800mila euro in tutto contro i 5,6 milioni richiesti da una bonifica tradizionale.

stiamo direttamente noi i partiti e chi è povero si chieda perché o chiuda bottega.

Lettera firmata

RIPENSANDO LA LEGGE SULLO STALKING Da un po’ di tempo il notiziario della mattina si apre con una cadenza impressionante di omicidi, stupri e violenze alle donne. L’ultima qualche giorno fa: un uomo ha ucciso prima l’ex convivente che l’aveva lasciato e il suo compagno, poi ha rivolto la pistola contro la figlia di lei e il fidanzato, due ventenni. E nella cronaca delle ultime settimane troviamo: la ventenne ferocemente stuprata in Abruzzo, la polacca massacrata a pugni e calci dal convivente, la cinquantenne a Milano picchiata da un uomo conosciuto su Facebook, la quarantenne che non è morta per le botte ma per uno spillone che l’ex compagno le ha conficcato nel cuore: avevano un figlio e lei era andata fiduciosa dall’ex per un chiarimento. Molto spesso le donne sono uccise alla fine di una lunga serie di angherie e violenze, che neppure la legge contro lo stalking, in vigore da tre anni, è riuscita a proteggere. Forse si potrebbe davvero ripensare la legge (lo si chiede da più parti, e in altri Paesi come la Gran Bretagna lo si sta già facendo), perché lo stalker non sia solo punito ma curato.

Silvia Cinelli

TASSE VESSATORIE SUGLI IMMOBILI Molte persone in questi ultimi anni, non sapendo più dove mettere i propri risparmi per non perderli miseramente, li hanno investiti in immobili; ora non si potrà neanche più in quelli, perché comportano oneri eccessivi. E allora che fare? Le case non sono beni che rendono, ma sono beni che costano. Se si vuole mantenerli in buono stato e non farle diventare in breve tempo catapecchie, bisogna pagare continuamente o quasi. Se a queste spese si aggiungono tasse vessatorie, le proprietà diventano beni insostenibili.

Cristiana Dossi


mondo

pagina 18 • 17 marzo 2012

La tesi della professoressa di antropologia delle religioni al King’s College di Londra

Regolamento di conti Arabia Saudita e Russia si “combattono” da anni. Ma è sulla pelle della Siria che giocano il rush finale di Madawi al-Rasheed configgere la Russia nel mondo arabo fu una priorità per l’Arabia Saudita, ancor prima di diventare un vero e proprio impegno in Afghanistan negli anni ‘80. L’attuale crisi siriana è forse l’ultima possibilità di compromettere definitivamente la già erosa sfera di influenza russa nella regione. I sauditi forse pensano che sconfiggere la Russia questa volta in Siria potrebbe dare nuovo vigore alla loro vecchia mitologia di sconfiggere l’ateismo nel mondo e sostenere i musulmani sunniti a livello globale. Mentre la Russia è cambiata negli ultimi vent’anni, il regime saudita è ancora molto dipendente dall’esigenza di proporsi come difensore dell’Islam sunnita. Simili pretese sono sufficienti a preoccupare i russi nel loro cortile di casa. L’ostinazione russa nel respingere gli appelli al Consiglio di sicurezza dell’Onu a rovesciare il presidente siriano Bashar Assad, o quelli a lanciare un intervento militare contro di lui, riflette il tormento di Mosca all’idea di perdere il suo ultimo al-

S

lo centrale russo, al cui interno l’adozione delle strategie, delle ideologie e dell’iconografia del jihadismo globale è stata visibile a partire dagli anni ‘90. Le connessioni ideologiche e religiose saudite di gruppi che sfidano le politiche russe continuano a ossessionare il presidente russo Vladimir Putin decenni dopo la fine del jihad afghano. Nella mente di molti russi, il “wahhabismo” è una religione perversa che può produrre gente come Ibn al-Khattab (miliziano nato in Arabia Saudita che combatté con i mujahidin ceceni (N.d.T.) ) e colpire con attacchi terroristici nel cuore di Mosca.

Potrebbe risultare sorprendente, quindi, che Mosca – piuttosto che Londra o Washington – fu la prima a riconoscere l’occupazione saudita del Hijaz e ad aprire un consolato a Gedda nel 1927. L’Unione Sovietica aveva ragioni interne per stabilire questa presenza inaspettata nella terra delle due sacre moschee. In un momento in cui ai musulmani delle repubbliche sovietiche veniva

L’ostinazione di Putin a respingere gli appelli dell’Onu riflette il tormento di Mosca all’idea di perdere il suo ultimo alleato arabo. Se Assad cade, la sfera di influenza russa nella regione sarà nulla leato arabo. Probabilmente, dietro la posizione russa vi è ben più del timore di perdere una base navale nel Mediterraneo e contratti per la vendita di armi. Sembra che Mosca non voglia creare un precedente storico in cui dimostranti musulmani oppressi cercano la solidarietà internazionale e musulmana contro i loro dittatori.

Le travagliate regioni della Cecenia e del Caucaso settentrionale continuano ad essere una minaccia alla sicurezza russa. Di conseguenza, il difficile rapporto della Russia con l’Arabia Saudita ha molto a che fare con le sfide interne di Mosca, in particolare riguardo alla popolazione musulmana rimasta sotto il control-

detto di liberarsi dalle catene della religione, il loro governo centrale comunista cercava di gettare ponti in una regione dove un consistente numero di esuli musulmani sovietici provenienti dalla Cecenia, dal Caucaso e dalle repubbliche dell’Asia centrale era precedentemente emigrato in cerca di rifugio, dopo le continue repressioni russe. Il Hijaz fu meta di molti musulmani sovietici che cercavano di sfuggire agli esperimenti russi e stalinisti volti a bandire la religione dalla vita delle persone. Avere un punto d’appoggio a Gedda era dunque auspicabile per i russi, per rimanere in contatto con potenziali intrighi e placare i musulmani sovietici in patria. La frattura tra comuni-

L’inviato speciale delle Nazioni Unite si è detto «deluso» dalla sua missione nel Paese

Appello di Kofi Annan: «L’Onu sia unito»

I Paesi del Golfo chiudono le ambasciate a Damasco. La Turchia pensa a dislocare il suo esercito al confine di Antonio Picasso na zona cuscinetto? Tanto vale entrare in Siria. Come il quotidiano turco Hurryiet aveva anticipato, il governo di Ankara sta valutando seriamente la creazione di una fascia protetta lungo il confine meridionale. L’obiettivo è cauterizzare l’afflusso di profughi dalle città siriane. Ieri, Ahmet Lutfi Akar, direttore della Red Crescent turca ha reso note le stime di quella che si annuncia una crisi umanitaria prossima ventura. I 14mila profughi, accampati in 7 tendopoli, possono schizzare al mezzo milione nei prossimi giorni. Il catastrofismo della previsione giustifica le misure adottabili. Più sono i siriani che possono scappare, più è motivata la fascia sicurezza. Tuttavia, dislocare l’esercito turco sul confine – vale a dire anche in Kurdistan – significa aumentare la tensione in un posto dove la temperatura politica è costantemente calda e dove un colpo può sempre partire. Il mondo comunque sembra fiducioso. Sicuro che nel Paese la guerra civile si protrarrà a sufficienza per poter dare il tempo alle cancellerie straniere di valutare (con calma) come intervenire. Il ministro degli Esteri francese, Alain

U

Juppé, per l’ennesima volta ha escluso un intervento con la forza. Peraltro, ha aggiunto di aver «percepito nel linguaggio di Sergei Lavrov (ministro russo degli Esteri) una leggera evoluzione». Cosa intendesse il capo della diplomazia d’oltralpe non si è capito. «Per il momento questo non ha portato la Russia a cambiare veramente passo e accettare una risoluzione che ci darebbe la base giuridica per un intervento dell’Onu». E proprio ieri l’inviato delle Nazioni Unite in Siria, Kofi Annan, ha lanciato un ap-

Il padre di Asma Assad, Fawaz Akras, ha detto che quanto sta accadendo nel Paese è del tutto normale. «Succede anche a Londra». L’uomo è primario cardiologo al Cromwell Hospital pello al Consiglio di sicurezza dell’Onu invitando i Paesi che ne fanno parte a «superare la situazione di stallo» e a «raggiungere sulla Siria una posizione unica per aiutare la sua missione di pace». Annan ha anche aggiunto che i primi risultati della sua missione a Damasco per cercare di mettere fine alla sanguinosa repressione in corso, sono stati «deludenti». Nel frattempo prosegue la chiusura delle am-


L’attore-attivista arrestato durante un sit-in contro gli orrori in Sudan

Manette per George Clooney George Clooney è stato arrestato di fronte all’ambasciata del Sudan, a Washington, durante un sit-in di protesta per i «crimini di guerra» commessi dal regime di Omar al-Bashir nel Kordofan del Sud. L’attore, sorridente, è stato ammanettato dagli agenti, che avevano appena arrestato anche suo padre, Nick, 78 anni. Per portare alla luce il blocco degli aiuti umanitari alle Nuba Mountains, Clooney e altri attivisti avevano organizzato un atto di disobbedienza civile, con «l’occupazione» del suolo di proprietà dell’ambasciata. Solo mercoledì scorso l’attore aveva parlato di fronte al Congresso Usa di una «campagna di morte» in corso nel paese africano, ottenendo la promessa di

smo e Islam, aggravata da decenni di politiche della Guerra Fredda, facilitò l’arruolamento saudita nella battaglia per sconfiggere “l’impero del male”, in primo luogo nel mondo arabo.

Sopra, Vladimir Putin e il re saudita Abdullah. Sotto, Bashar e Asma Assad

Dall’Egitto allo Yemen, e dall’Iraq all’Afghanistan, l’Arabia Saudita divenne attiva nello sforzo di erodere l’espansione dell’Unione Sovietica nella regione. Dopo la morte del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, l’Arabia Saudita cercò di attrarre il suo successore, Anwar Sadat, nel campo arabo-americano indebolendo così l’influen-

la Lega araba. «Siamo favorevoli a una soluzione politica, ma prima bisogna riportare la calma nelle strade». Che significa: «Fateci finire le cartucce, che abbiamo ancora tanto da sparare». Damasco sa quali carte giocare. Il raìs si è detto pronto a cooperare con le Nazioni unite. Ma finché queste non saranno unite per davvero, la Siria potrà andare avanti con la sua autonoma violenza. Il Consiglio di sicurezza è spaccato infatti. Senza che nessuno voglia davvero risaldarlo. «Il Consiglio deve superare lo stallo», ha detto Annan. Ci credesse almeno lui!

basciate a Damasco. Ieri è stato il turno proprio di quella turca e delle rappresentanze dei Paesi del Golfo. «Si salvi chi può!» dicono le feluche. Ma lo dicono tra loro. Perché la popolazione non può salvarsi. Tanto più ora che i confini stanno per essere chiusi anche dall’esterno. Se non altro l’Unione europea ha deciso di andare contro corrente. La sua delegazione diplomatica resterà. È strano tanto sfoggio di coraggio da parte di Lady Ashton.

C’è quasi da pensare che la scelta di Ankara nell’alzare un muro alla frontiera torni in favore del regime. Sua è la determinazione a «combattere il terrorismo» e poi, forse, a normalizzare il Paese. Assad ha infatti accettato l’offerta postagli da Kofi Annan, a Damasco fino all’altro giorno, come rappresentante dell’Onu e del-

La guerra civile siriana si sta consumando come un preciso gioco dei ruoli. Gli ignavi sono i governi occidentali: esitanti nel dire la verità. E cioè che della Siria non importa nulla a nessuno. Anzi, più si va avanti con un conflitto che non tracima dai confini nazionali, meglio è. Gli aguzzini sono ovviamente gli Assad, con una deriva grottesca. Il padre di Asma Assad, Fawaz Akras, ha detto che quanto sta accadendo nel Paese è del tutto normale. «Succede anche a Londra». Il dottor Akras è primario cardiologo al Cromwell Hospital (South Kensington, vicino ad Hyde Park).Visto che è lui ad abitarci nella City, prendiamo la sua come una testimonianza veritiera. E immaginiamoci l’esercito di Sua Maestà che, invece di fare il cambio della guardia a Buckingham Palace, spara la massa di rivoluzionari. Grottesco appunto. Infine c’è la popolazione. Quella che, nella tragedia siriana, è la vera protagonista. È la personificazione della bontà, desiderosa di una cosa molto semplice: essere libera. Come tale è vittima dei carnefici e dell’indifferenza. Se c’è una cosa non positiva, ma meno negativa rispetto al trend generale è che lo scontro non sembra confessionale. Non è l’Islam – sunniti contro sciiti e alawiti, o altre minoranze – a ispirare la guerra civile. Lo ha confermato anche il patriarca melchita, Gregorio III, da qualche giorno in Italia. «La situazione è difficile per tutti. Non solo per i cristiani». È un male comune che, forse, potrebbe spingere a un confronto unicamente politico.

Barack Obama di fare pressioni sul “collega” cinese Hu Jintao, sostenitore del presidente sudanese. I due leader si vedranno il 26 e il 27 marzo a Seul in Corea del Sud. Clooney, è tornato da poco dal Sud Kordofan, una delle regioni contese tra Sudan e Sud Sudan, dove sono in corso da mesi violenti combattimenti tra le truppe di Khartoum e le forze di Juba. «Essere arrestati è sempre umiliante, non importa cosa tu abbia fatto, ma sono contento di essere qui insieme con mio padre», ha detto l’attore secondo quanto riporta il twitter di Ann Curry della Nbc. George Clooney ha aggiunto: «Cerco di suscitare l’attenzione, il Congresso deve sapere, il presidente deve sapere».

za russa. In Iraq e Libia, Riyadh spesso accusò i russi di sostenere la politica radicale di questi regimi. Le relazioni russo-saudite entrarono in una nuova fase di ostilità con il jihad afghano. Per un decennio, l’immagine dei comunisti “senza Dio” che occupavano e opprimevano dei correligionari musulmani infiammò la fantasia saudita, dando al regime di Riyadh una grande opportunità di dimostrare le sue credenziali islamiche attraverso il sostegno attivo alla lotta di liberazione afghana. Ancora oggi, il ricordo della partecipazione saudita al jihad afghano rimane vivo tra gli anziani veterani del jihad, che lo commemorano con canzoni e una viva iconografia online. Il regime saudita si vanta della sua saggia politica religiosamente ispirata per sconfiggere l’ateismo, e cerca di dimenticare che questo jihad gli si ritorse contro, tormentandolo negli anni successivi.

In Arabia Saudita, il regime di Assad è ugualmente dipinto come una dittatura atea, l’ultimo Stato guidato da una minoranza eretica che opprime i musulmani sunniti, mentre viene sostenuto dai russi. Molti dotti religiosi sauditi hanno già invocato la de-

zionale degli “Amici della Siria” tenutasi a Tunisi, a cui hanno partecipato 60 paesi. Riyadh ha respinto il suggerimento del presidente tunisino Moncef Marzouki che la crisi siriana fosse risolta tramite dei negoziati, la concessione di una via di fuga ad Assad, e la formazione di un governo di transizione sulla falsariga dell’accordo appoggiato dai sauditi nello Yemen. Al-Faisal ha abbandonato la conferenza dopo aver sentito queste proposte. La mossa di Al-Faisal non può che essere interpretata come una posizione diplomatica che lascia trapelare i piani del suo paese di armare i ribelli siriani nonostante l’assenza di un consenso internazionale. A tal fine, i legami di vecchia data con la dinastia Hariri in Libano saranno senz’altro utili, se non altro per l’ostilità condivisa nei confronti del regime siriano.

Il punto di transito più probabile per inviare armi e jihadisti è l’area impoverita di Akkar nel nord del Libano, con la sua popolazione sunnita dimenticata. Su YouTube, i ribelli siriani hanno già diffuso le immagini della “Brigata Re Abdullah” presumibilmente creata per omaggiare l’impegno del regno saudita a ro-

Riyad è convinta che una sconfitta del Cremlino potrebbe rinvigorire la battaglia sunnita a livello globale. Lotta che potrebbe scatenare una resa dei conti in Cecenia e nel Caucaso capitazione di Assad, qualora dovesse essere catturato, e l’inizio di un jihad islamico globale contro le sue truppe alawite. Per molti sauditi, la rivoluzione siriana è una guerra di religione contro la blasfemia, la repressione e l’eresia. Riyadh è stata inizialmente esitante a riconoscere il Consiglio Nazionale Siriano, ad armare l’Esercito Siriano Libero, o ad appoggiare appelli al jihad in Siria lanciati da personaggi come il dotto religioso Aaidh alQarni. Nel febbraio 2012, tuttavia, i sauditi ha assunto una dura posizione contro Assad, con il ministro degli esteri Saud al-Faisal che ha dichiarato che armare i ribelli siriani sarebbe un’eccellente idea. Ciò avvenne in occasione della Conferenza interna-

vesciare Assad armando i rivoluzionari siriani. Questa è senza dubbio una politica molto rischiosa, che scatenerà forze radicali tristemente familiari e provocherà una lunga guerra civile, una pulizia etnica e un conflitto settario in Siria e nei paesi vicini. Il rifiuto russo di simili piani può essere compreso solo nel contesto delle sue sfide interne e dell’eredità storica del suo travagliato rapporto con il regime saudita. Il ricordo degli interventi religiosi e militari sauditi nel cortile di casa di Mosca continua a ossessionare i leader russi. È una sventura per i siriani che la loro rivoluzione sia diventata il terreno sul quale vengono regolati vecchi conti in sospeso, tra cui la rivalità russo-saudita.


reportage

pagina 20 • 17 marzo 2012

David Wolman, guru della rivista Wired, ha vissuto un anno senza usare contanti. E usando solo il telefonino

La fine della moneta

Stop a carte di credito, bancomat ed e-bank. Per vendere e comprare basta un cellulare. Perché il futuro è “mobile” di Maurizio Stefanini he End of Money and the Future of Civilization si intitolava il libro che Thomas Henry Greco pubblicò nel giugno del 2009 (Chelsea Green Publishing, 280 pagine, $19,95: ma l’autore tiene comunque talmente a diffonderne i concetti che si può scaricarlo liberamente on line).“La fine della moneta e il futuro della civiltà”. The End of Money: Counterfeiters, Preachers, Techies, Dreamers - and the Coming Cashless Society è il libro che David Wolman ha fatto uscire lo scorso 14 febbraio (Da Capo Press, 240 pagine, $25). “La fine della moneta: falsari, predicatori, maniaci della tecnologia, sognatori – e la società senza contanti che sta arrivando”). Due personaggi abbastanza diversi. Greco è infatti un noto utopista: un community economist, come li chiamano negli Usa, che da oltre trent’anni sta studiando alternative autogestionarie al presente modello di “economia centralizzata”, da lui considerato disastroso. Wolman è invece un editorialista del noto mensile di New Economy e nuove tecnologie Wired, altrimenti noto come “la Bibbia di Internet”; e scrive anche per una qualità di testate relativamente ortodosse come New York Times, Wall Street Journal e Newsweek. Un terzo profilo ancora è quello del governo Monti: che col suo Decreto Salva Italia ha introdotto un obbligo di tracciabilità che dal 7 marzo riguarda anche il pagamento delle pensioni che superano i mille euro, obbligando dunque i beneficiari a provvedere all’accredito attraverso strumenti e prodotti come un libretto di risparmio o un conto corrente.

T

Eppure, sempre lì si va a battere. Governi tecnici accusati di essere al servizio dei banchieri, anche se poi hanno inferto all’Abi uno schiaffo tale da provocarne le dimissioni dei vertici per protesta; un teorico della galassia no global nemico di tecnocrati e banchieri; un guru del futuro digitale: tutti d’accordo che il vecchio tipo di moneta deve sparire, per lasciare il posto a una nuova era. In principio fu il baratto. Poi i metalli preziosi. Poi dischetti in cui la quantità di metallo era

pre-stabilita. Poi una moneta il cui valore nominale era sempre più separato da quello facciale: al punto che in qualunque sistema bimetallico la “moneta cattiva scacciava la buona”; secondo quella Legge di Grisham enunciata da quel ministro elisabettiano che aveva notato come la gente tendesse a spendere la moneta con meno valore e tenersi quella più pregiata.Vennero dopo ancora le banconote, ma con diritto di farsele cambiare al valore equivalente in oro: il gold standard. Poi le banconote non più convertibili in metallo, ma in dollari: il sistema di Bretton Woods. Poi le banconote non più convertibili. Le carte di credito. I pagamenti via Internet. E adesso addirittura i pagamenti via telefonino. Ognuno di questi passi, accompagnò o seguì una Rivoluzione: il semi-mitico re Creso inventò la moneta; la rivoluzione francese impose gli assegnati, già intravisti da Marco Polo in Cina; la guerra franco-prussiana fece saltare il sistema bimetallico; la prima guerra mondiale pose fine al gold standard; dopo la seconda guerra mondiale fu inventato il sistema di Bretton Woods, ucciso dalla Guerra del Vietnam; e la rivoluzione della New Economy ha reso sempre più possibile quella definitiva virtualizzazione della moneta che ha fatto appunto parlare di trionfo dell’economia virtuale su quella reale. Fino a questa crisi, di cui si è ap-

punto detto che avrebbe dovuto riportare dal “virtuale” al “reale”. Nella stessa Italia, agli albori della crisi il governo Prodi provò a dare un colpo di grazia all’assegno col decreto d’urgenza attraverso cui il 19 gennaio 2007 introdusse l’obbligo della non trasferibilità, salvo il bollo da 1,5 euro. E poi con la crisi dei subprime arrivò anche l’allarme per le carte di credito, tant’è che la stessa American Express fu costretta a trasformarsi in banca per poter accedere all’aiuto governativo.

In principio fu il baratto. Poi i metalli preziosi. Poi dischetti in cui la quantità di metallo era pre-stabilita. Poi le banconote, ma con il diritto di farsele cambiare al valore equivalente in oro

A livelli più estremi, come già in Argentina dopo la crisi di 10 anni fa, anche in Grecia è riapparso il baratto. Anzi i baratti, dal momento che in varie città sono nati meccanismi diversi. Ma proprio il modo in cui questi baratti avvengono sembrano portare a un’ulteriore spinta verso la virtualizzazione. Prendiamo ad esempio il Tem di Volos: città della Tessaglia di 140.000 abitanti dove sono nati Giorgio de Chirico e il musicista Vangelis. In greco, Tem è la sigla di Unità Locale Alternativa: non si usa solo al posto dell’euro, ma anche come integrazione, dal momento che ci si possono ottenere sconti ai negozi. Ma ci si scambiano soprattutto cibo fatto in casa, consulenza software, servizi da baby-sitter, giardini per fare feste, lezioni per apprendere a suonare strumenti musicali o lingue. Il Tem di Volos presup-

pone comunque un’iscrizione a Internet, ed ha un grado di sofisticazione che ricorda più una carta di credito, che non i mercati del neolitico. Un’unità di Tem ha infatti il valore di un euro, e si può utilizzare per scambiare beni e servizi. I membri aprono i propri conti partendo da zero, accumulano crediti offrendo prodotti e servizi, e li perdono acquistando. Si possono anche chiedere prestiti: fino a 300 Tem. Ma bisogna restituirli entro un periodo di tempo determinato. Si possono anche ottenere assegni, con un timbro speciale per evitare le falsificazioni. Cresciuta in breve da 50 a 400 membri, la rete conta anche se un veterinario, una ottica e una modista, che accettano i Tem in cambio dei propri servizi. Gli utenti possono anche dare voti o fare suggerimenti, per migliorare il servizio. E ogni mese viene anche organizzato un mercato all’aperto in Tem. Un’altra rete sta a Patrasso: città del Peloponneso che con i suoi 210.000 abitanti è la terza della Grecia, dopo Atene e Salonicco. Lì l’unità di scambio è invece chiamata obolo: come la moneta che gli antichi greci mettevano nella bocca dei defunti per permettere loro di pagare il passaggio sulla barca di Caronte. Oltre a baratto e moneta alternativa contabilizzata via Internet contempla anche una “banca del tempo”, in cui si possono contabilizzare servizi come assistenza medica o lezioni di lingue, che, di nuovo, nella Grecia di oggi vanno come il pane. Una terza rete è a Agialeia, nell’antica Acaia. È gestita da un’associazione “Economia amica”, che ha 3000 iscritti, e che organizza mercatini con un servizio di arbitrato, in caso di dispute sul valore delle utilità scambiate. Anch’essa ha poi istituito l’elikion, moneta autogestita del valore di 90 centesimi: altri 10 li prende l’Associazione. In Parlamento è stata già votata una legge per appoggiare queste reti. Come in Argentina, il baratto serve a compensare sia la rarefazione della moneta, sia la crescente informalizzazione dell’economia. Quando già le reti di baratto argentine erano arrivate a interessare 6 milioni di persone con 6200 centri di scambio e una fatturazione da


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e di cronach

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

Sotto, immagini evocative di una società senza più contanti e sempre più virtuale. A sinistra, l’americano David Wolman, autore di “La fine della moneta”

Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

punto di questa esperienza, e di altri incontri. Ad esempio, con Bernard von NotHaus: un tipo residente nelle Hawaii che l’Fbi ha catalogato come domestic terrorist e un tribunale condannato come falsario per aver creato non solo la Free Marijuana Church of Honolulu, ma anche il Liberty Dollar, la Royal Hawaiian Mint Company e la National Organization for the Repeal of the Federal Reserve and Internal Revenue Code. Tutte strutture, queste ultime, il cui obiettivo è quello di immettere in circolazione monete autogestite, in modo da “fare concorrenza” al dollaro Usa.

400 milioni di crediti al mese, però, il sistema collasso, per l’impossibilità di evitare le crescenti falsificazioni. Nel frattempo, comunque, il peso si era ripreso.

È possibile, dunque, che anche in Grecia il modello di “moneta autogestita”che è appunto celebrata da greco uscirà di scena, se e quando l’economia ellenica si rimetterà a posto. Ma Wolman ci parla anche di altri fenomeni che invece sono destinati a durare e ad estendersi, come in particolare la cosiddetta rivoluzione dell’MBanking. Nata a fine anni ’90, fino al 2008 questa banca via telefonia mobile era considerata dagli esperti con scetticismo, e in Italia ancora se ne parla poco. Ma nel Terzo Mondo, grazie alla diffusione del cellulare e delle schede pre-pagate, ha scatenando una vera e propria rivoluzione economica. La sussidiaria kenyana di Vodafone Safaricom, ad esempio, lanciò nel 2007 un servizio M-Pesa per permettere ai 100.000 venditori di schede di formalizzare i servizi di trasferimento bancario in precedenza fatti in modo informale, raggiungendo 10 milioni di persone, il 10% della popolazione adulta, e incassando nel 2009 250 milioni di dollari. Nello Zambia è nato allo stesso modo Celpay, e nelle Filippine Gcash e Smart Money. Ma nel 2010 Safaricom ha fatto il passo ulteriore di offrire assieme a Equity Bank un conto corrente su cellulare: M-Kesho.E adesso si sono aggiunti altri prodotti finanziari, come assicurazioni e prestiti: di nuovo, formalizzando quello che i singoli stavano già facendo in modo spontaneo, e offrendo così un’alternativa radicale a carte di credito, bancomat e ebank. Insomma, l’era del denaro virtuale, col conseguente maggior moltiplicatore della

Nel 2007, in particolare, gli se-

La rivoluzione della New Economy ha reso sempre più possibile la definitiva virtualizzazione del denaro. Che moltiplica la velocità di circolazione della valuta

velocità di circolazione della moneta, per un miliardo di persone che non hanno conto in banca o computer, ma hanno un cellulare con cui fare Sms.

Per fine 2012 si calcola a livello mondiale un utile da 8 miliardi di dollari per questo business che riattualizza alla luce della telefonia cellulare antichi strumenti della storia economica del passato: dalle lettere di cambio al sistema hawala. In Kenya già il 20% del Pil è mosso via M-Pesa, e in India è stato stimato che ogni 1% di incremento dell’M-banking riduce la povertà rurale dello 0,42% ed

aumenta la produttività economica dello 0,34%. Ma sul fatto che il money transfer sia rivoluzionario la garanzia maggiore è forse proprio nel fatto che in Somalia gli al-Shabab hanno tentato di proibirlo. Secondo i jihadisti, veicolerebbe infatti “valori anti-islamici”. In molti ritengono che stava togliendo spazio all’hawala, su cui gli alShabab ricavano lucrose percentuali. Ma se così è nel Terzo Mondo, figuriamoci nel Primo! Wolman, in effetti, ha fatto l’esperimento di non usare contanti per un intero anno: e c’è riuscito, con un paio di eccezioni. Nel suo libro ha parlato ap-

questrarono due tonnellate di monete d’oro e d’argento con l’immagine di Ron Paul: il congressista del Texas vicino al Tea Party e candidato alle primarie repubblicane. Ma a Tokyo Wolman è andato poi a informarsi sugli ultimi gridi della tecnologia in materia di anti-contraffazione. In Oregon si è incontrato con appassionati di numismatica che però sono risultati a sorpresa abbastanza possibilisti sul tema di una diffusione del denaro virtuale: malgrado il colpo mortale che ciò potrebbe arrecare all’oggetto della loro passione. E nelle campagne della Georgia ha pure ascoltato le argomentazioni di fanatici religiosi, per i quali la fine del contante è l’anticamera di Armageddon. Ma d’altra parte, quando si è saputo dell’obbligo della rintracciabilità oltre i 1000 euro, non è che i pensionati italiani l’hanno vista in modo troppo diverso. Dopo altre due tappe al Digital Money Forum di Londra e alla Banca Centrale islandese, a confrontarsi con sostenitori della virtualizzazione monetaria e con coloro da cui è partita l’ultima grande crisi appunto da eccessiva virtualizzazione dell’economia, Wolman ha concluso il suo viaggio proprio a Delhi, a scoprire come proprio quei poveri che sono tradizionalmente i più penalizzati dalla mancanza di contante possono ora diventare protagonisti dell’economia proprio grazie al money transfer.

Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Orio Caldiron, Anna Camaiti Hostert, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza

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parola chiave LAICITÀ

La questione, ormai, non riguarda i rapporti tra Stato e Chiesa. Oggi la posta in gioco della dimensione pubblica della religione è il senso stesso della modernità occidentale di Sergio Belardinelli ino a una ventina di anni fa, soprattutto in Europa, coloro che si occupavano di religione lo facevano in genere con sussiego e con la quasi certezza di avere a che fare con una forma culturale relegata nell’ambito delle convinzioni intime degli individui, per di più prossima al tramonto. Qualcosa però, proprio negli anni Novanta del secolo appena trascorso, incominciava a muoversi anche nella direzione opposta. La vivacità, mai spenta, della religione nella vita civile americana, il magistero di Giovanni Paolo II, la globalizzazione e la ripresa del tema dell’identità, le discussioni sull’opportunità o meno di menzionare le radici cristiane nella Costituzione europea, le sfide della bioetica e della biopolitica, il progetto culturale della Chiesa italiana e, infine, l’attentato terroristico dell’11 settembre 2001: questi e altri eventi hanno finito col riproporre con grande vigore, anche in Europa, il tema della dimensione pubblica della religione, della sua importanza per l’identità dei popo-

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li e delle nazioni, generando, come era facile immaginare, anche una ripresa della riflessione sulla laicità dello Stato. Quanto all’Italia, specialmente a seguito dell’esito referendario sulla famosa legge 40, abbiamo assistito addirittura a una vera e propria reazione laicista contro la religione in generale e la Chiesa cattolica in particolare.

Tuttavia in questi ultimi tempi, anche grazie alla decisa pacatezza con la quale Benedetto XVI rivendica di continuo la centralità della religione cristiana per la laicità delle istituzioni politiche dell’Occidente e grazie altresì alle buone ragioni che vengono addotte in proposito, mi pare che il clima si vada un poco rasserenando. Non che, ovviamente, non permangano divergenze anche profonde in ordine al modo di concepire i rapporti tra religione e politica o tra Stato e Chiesa. Mi sembra tuttavia che, almeno tra gli studiosi e gli uomini politici più avvertiti, si vada attenuando la virulenza polemica e vada cre-

scendo invece una maggiore attenzione alle ragioni dell’altro. Soprattutto direi che incominciamo un po’ tutti a renderci conto della vera posta in gioco. Discutere di laicità oggi non significa infatti, o almeno non significa più, discutere semplicemente dei rapporti tra Stato e Chiesa o tra religione e politica; non significa nemmeno riaccendere il fuoco della vecchia Questione romana. La posta in gioco è piuttosto il senso stesso della modernità occidentale. La nostra cultura è giunta a un bivio decisivo: può assecondare la profezia di Nietzsche sulla fine della morale e quindi perire; oppure può rilanciare una riflessione in grande sulle sue radici cristiane e trarsi fuori così dalle derive scientiste, evoluzioniste, funzionaliste, relativiste e via di seguito, nelle quali rischiamo di rimanere impantanati. La verità, la ragione, la natura umana, il diritto naturale: sono questi, dunque, i veri temi sui quali il tempo presente sollecita tutti a pensare. La differenziazione tra religione e politica, il pluralismo e la li-


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per saperne di più

Alexis de Tocqueville

Sergio Belardinelli L’altro Illuminismo Rubbettino Jürgen Habermas Tra scienza e fede Laterza Pierre Manent Storia intellettuale del liberalismo Ideazione Vittorio Possenti Le ragioni della laicità Rubbettino

Lord Acton

Gian Enrico Rusconi Come se Dio non ci fosse Einaudi Angelo Scola Una nuova laicità Marsilio

Jürgen Habermas Anche i cittadini laici possono a volte imparare qualcosa dai contributi religiosi, ad esempio quando nei contenuti normativi di verità di un enunciato religioso riconoscono intuizioni proprie, cadute sovente in oblio.

Massimo Teodori Laici. L’imbroglio italiano Marsilio

Una laicità resa possibile e in parte purtroppo anche ostacolata, almeno in un certo periodo della storia europea, da settori considerevoli della cultura cristiana, ma che oggi nessuno dovrebbe mettere più in discussione, specialmente se si vuole impedire che la politica si faccia religione: una tentazione sempre viva sia tra i clericali che tra i laicisti.Viviamo, come si sente dire spesso, in una società «aperta». Dobbiamo tuttavia riconoscere che le opinioni in merito al signiEugène Delacroix, “La libertà che guida il popolo”. Sopra, una scena del film “Habemus Papam” di Nanni Moretti. A sinistra, una vignetta satirica sulla Questione romana e una strada di Madrid durante la Giornata Mondiale della Gioventù

Quando tra un popolo non esiste più religione il dubbio si impadronisce delle più alte sfere dell’intelligenza e paralizza in gran parte le altre. Ci si abitua ad avere, sulle materie che maggiormente interessano noi e i nostri simili, solo delle idee confuse e mutevoli; si difendono malamente le proprie opinioni o le si abbandona, e siccome si dispera di poter risolvere da soli il maggiore dei problemi che il destino umano presenta, ci si riduce vilmente a non pensarci più.

La mia storia è quella di un uomo che ha iniziato la sua vita credendosi un autentico cattolico e un autentico liberale, e che perciò ha rinunciato a ogni cosa che nel cattolicesimo non fosse compatibile con la libertà e a ogni cosa che in politica non fosse compatibile con il cattolicesimo.

Camillo Ruini Verità e libertà Mondadori

bertà delle nostre istituzioni liberaldemocratiche, la consapevolezza (soprattutto da parte dei non credenti) che questa differenziazione e questo pluralismo si sono sviluppati grazie al contributo decisivo della fede cristiana, nonché la consapevolezza (soprattutto da parte dei credenti) che in una società pluralista occorre saper rendere ragione delle verità che derivano dalla propria fede, evitando la pretesa che esse diventino vincolanti per tutti senza il consenso almeno della maggioranza degli interessati; tutti questi sono tratti importanti della particolare cultura politica, diciamo pure, della particolare laicità, che si è sviluppata in Occidente.

hanno detto

Viviamo in una società “aperta”, ma occorre mettersi d’accordo su questo termine. Siamo aperti perché siamo liberi, ma libertà e apertura non sono sinonimi di indifferenza. Dobbiamo superare la “laicité” francese e guardare alla “religious freedom” americana

ficato da attribuire a questa apertura sono assai discordanti e che, su almeno un paio di questioni, occorre trovare al più presto un accordo. Detto in modo un po’ schematico, si tratta di riconoscere anzitutto che la nostra società è aperta perché libera; in secondo luogo che questa apertura non va interpretata come indifferenza a tutto, ma che anzi, più si fanno impegnative le sfide con le quali dobbiamo fare i conti, più diventa indispensabile uscire dalla sua autocomprensione relativista, chiarendo le condizioni storico-culturali che l’hanno resa veramente possibile. Come ho già detto, in gioco è la vicenda stessa della modernità e della cosiddetta secolarizzazione, a proposito della quale giova forse ripetere qualcosa che almeno i classici della sociologia, da Max Weber a Niklas Luhmann, hanno sempre sottolineato con estrema chiarezza, e cioè che senza il cristianesimo non avremmo mai avuto né la scienza, né la politica, né il diritto, così come si sono sviluppati a partire dall’epoca moderna. Quanto alle resistenze da parte della Chiesa cattolica al loro dispiegamento, solo in parte giustificate dall’aggressività mostrata nei confronti della stessa Chiesa da certa cultura moderna, esse costituiscono una vicenda amara, della quale, specialmente in Italia, sentiamo ancora oggi gli effetti negativi. La Questione romana, il clericalismo e il laicismo che ne sono scaturiti hanno ostacolato non soltanto lo sviluppo di una laicità consapevole dell’importanza della differenziazione di religione e politica e della loro necessaria intercon-

nessione. Ma soprattutto (e questo vale non soltanto per l’Italia) direi che ci hanno fatto dimenticare il debito della modernità nei confronti della tradizione cristiana, rendendo in questo modo estremamente labile l’identità della nostra cultura politica e la sua capacità di fronteggiare le grandi sfide che abbiamo di fronte, prima fra tutte quella dell’incontro con l’Islam.

In un’epoca come la nostra, nella quale, un po’ come ai tempi dei conflitti confessionali susseguitisi alla Riforma, torna a farsi sentire il problema della convivenza tra diverse culture e diverse confessioni religiose, avremmo bisogno di una cultura e di istituzioni capaci di garantire, politicamente e giuridicamente, la pacifica coesistenza di cittadini di diversa appartenenza religiosa e confessionale. Ma per conseguire questo obiettivo dobbiamo superare la prospettiva della laicité francese e guardare invece alla religious freedom americana. Con una battuta si potrebbe dire che mentre in gran parte dell’Europa la distinzione della sfera religiosa da quella politica avviene in un contesto di reciproca delegittimazione, in America avviene all’insegna della reciproca amicizia. Alla volontà dell’illuminismo politico europeo di mettere la religione in un angolo corrisponde la volontà dell’illuminismo politico americano di tutelare e valorizzare il ruolo pubblico della religione. Mi pare pertanto che su questo punto i nostri amici americani abbiano ancora qualcosa da insegnarci.


ULTIMAPAGINA

Melinda Looi vive e lavora in Malaysia, dove - nonostante la sua fede - è divenuta stilista di “moda coranica”

Una buddista disegna il velo di Massimo Fazzi onciliare il rigore islamico con tessuti ricchi e linee moderne e femminili. Melinda Looi, malaysiana, buddista e stilista di fama internazionale, veste le donne musulmane rispettando i precetti di moderazione imposti dal Corano, ma in una chiave del tutto moderna. «La moda - racconta ad AsiaNews - è un linguaggio universale declinabile in molti modi. Disegnare abiti per le donne islamiche non è mortificante. Eleganza, fantasia e bellezza passano anche per la modestia, non si contraddicono». Madre di tre figli, di recente Melinda Looi ha sfilato con le sue creazioni anche all’Islamic Fashion Festival (Iff), rassegna internazionale nata dopo l’11 settembre 2001 con l’idea di proporre un’immagine dell’islam diversa da quella legata al terrorismo. Figlia di una nota sarta, Melinda è cresciuta lavorando nell’azienda di famiglia, ma sognando di diventare grafica. Invece, dopo aver frequentato un corso di disegno di moda alla La Salle Fashion School di Kuala Lumpur, la stilista ha vinto il concorso Malaysia Young Designer Award nel 1995. In palio, una borsa di studio che le ha permesso di volare a Montreal e terminare il corso.

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«In Canada - spiega - ho scoperto che la

ISLAMICO

moda non è solo disegnare vestiti. È conoscere culture e tradizioni diverse. In questo senso, è una vera e propria forma d’arte. Le mie linee sono nate così: volendo creare “pezzi d’arte”». Broccati, chiffon, batik e dettagli preziosi si coniugano con linee femminili, asimmetrie e grande immaginazione, tradendo le origini

Stato, la Malaysia è un Paese multiconfessionale: il 61% della popolazione è musulmana; il 19,8% buddista (per lo più di origine cinese); il 9,2% cristiana; il 6,3% indù. Il restante segue le filosofie taoista e confuciana. La Costituzione garantisce libertà di culto, anche se in alcuni Stati il fondamentalismo islamico è presente.

Madre di tre figli, di recente ha sfilato con le sue creazioni anche all’Islamic Fashion Festival, rassegna internazionale nata dopo gli attacchi avvenuti ll’11 settembre 2001

Per Melinda, essere buddista in un Paese musulmano non ha influenzato il suo lavoro. In realtà, spiega, «sono state proprio le mie amiche e clienti musulmane a spingermi a disegnare abbigliamento islamico. È una ricchezza, perché mi ha permesso di scoprire a fondo aspetti di questa cultura che non conoscevo». A riprova di questo, alla fine di febbraio ha partecipato per la terza volta all’Islamic Fashion Festival (Iff). Dopo il debutto nel 2006 ad Abu Dhabi, l’Iff ha fatto il giro del mondo: Astana, Bandung, Dubai, Singapore, New York, Londra e Montecarlo. L’edizione 2012 si è svolta a Manila il 23 e 24 febbraio. «L’Iff - sottolinea Melinda - è una piattaforma internazionale per la moda islamica, che accoglie stilisti, modelle e ospiti di ogni religione e

multiculturali e multietniche della stilista. «La Malaysia - spiega - è una fonte d’ispirazione infinita. Mi sento una privilegiata per essere nata e cresciuta qui. Basta camminare per le strade di Kuala Lumpur per vedere l’influenza delle culture cinese, indiana, persiana, araba e inglese. Lo stesso vale per le religioni». Pur riconoscendo l’islam sunnita come religione di

cultura. Il loro motto, ’Scoprire la bellezza della modestia’, evidenzia il fatto che una donna può essere elegante anche coperta. Così, le creazioni degli stilisti che partecipano offrono alle donne musulmane la possibilità di vestire secondo i precetti del Corano, ma soddisfando il desiderio di essere alla moda». Negli anni, la stilista malaysiana ha dato il suo nome a tre diversi marchi, venduti in Asia, Europa e Stati Uniti: Melinda Looi Couture, le creazioni d’alta moda, che comprende anche sofisticati abiti da sposa; Melinda Looi Prêt-à-Porter, collezione fatta di abiti da cocktail, accessori e scarpe.

Lanciata nel 2010, MELL è l’ultima creazione di Melinda Looi, un guardaroba alternativo dalle linee casual, tutto in cotone organico, ovvero coltivato senza l’uso di pesticidi. La scelta “ecologica”, spiega, «rappresenta un dovere. L’industria della moda ha contribuito a rendere l’attuale situazione economica, sociale e ambientale così critica. MELL è il primo marchio certificato della Malaysia che usa cotone organico. La strada è ancora lunga, ma io cerco di fare la mia parte».


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