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he di cronac

Da un sillogismo non si può cavare nulla che lo spirito non vi abbia messo in anticipo André Gide

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • VENERDÌ 9 MARZO 2012

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Intanto le Borse festeggiano: il differenziale fra i Bund tedeschi e i nostri Btp scende sotto i 300 punti

Pdl, l’ora degli attaccabrighe Rivolta contro Riccardi. Monti: «Cali anche lo spread tra i partiti» Quarantasei senatori chiedono le dimissioni del ministro che ha definito “schifosa” la politica dell’ex maggioranza. Ma Alfano: «Siamo e saremo leali con il premier, però con la schiena dritta» RAGIONI DI UNO SCONTRO

Il vero “quid” è la successione a Berlusconi

Ligresti’s dinasty: storia di un tramonto

di Osvaldo Baldacci

La Bce «ha fatto quanto poteva»

La lezione di Draghi: «La ripresa già nel 2012»

onti è preoccupato che si allarghi lo spread tra i partiti. Ed ha perfettamente ragione. Se c’è qualcosa che è radicalmente cambiato da novembre ad oggi è il clima politico. E il Paese lo vede. a pagina 5

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di Giancarlo Galli

trangoliamo l’ultimo re con le budella dell’ultimo prete», disse il filosofo francese Diderot. Qualcosa di simile viene oggi ripetuto in Arabia Saudita. È solo una questione di tempo prima che le rivoluzioni che hanno travolto il mondo arabo lo scorso anno raggiungano il regno.

«Un tempo invecchiata e cadente, la lontana civiltà degli arabi oggi è travolta dai venti corroboranti del cambiamento. Una sorta di disordine fruttuoso».

ercoledì 29 febbraio, è apparso sul Corriere della Sera un corsivetto firmato Alfio Caruso. Recitava: «Con l’uscita di scena dei Ligresti si conclude la saga finanziaria dei paternesi a Milano, cominciata ottant’anni addietro con Michelangelo Virgillito e sviluppatasi grazie a Nino La Russa. Pater...no». Parole allusive, che hanno fatto saltare sulla sedia parecchi occupanti le poltrone dei Salotti buoni, spesso definiti i “Poteri forti” dell’Alta Finanza. A siglare con nome e coSalvatore gnome, senza na- e prole scondersi sembrano dietro l’ausciti nonimato, un giorna- dai salotti lista di lun- buoni della go corso, finanza d’alto e meritato prestigio come il Caruso, nato nel 1950 a Catania (quindi siculo), pluridirettore d’innumerevoli testate, esperto di “mafiosità”specie economica. Perché aveva scritto il necrologio dei conterranei Ligresti alle prese con la caduta del nuovo Impero, allorché Jonella Ligresti, figlia prediletta del capostipite, fa parte del Cda della Rcs, editrice del quotidiano?

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Breve ricognizione dei “cetacei politici”

Il Pdl in conclave a Orvieto

Quant’è dura la vita del Delfino

Un partito inquieto orfano di un progetto

Da Occhetto ai radicali, passando per l’incompiuto Martelli: i numeri 2 sono uccisi dal “padre” o dai “fratelli” che non vogliono compromessi

Gasparri e Verdini in libera uscita: «Nessuna crisi, siamo il riferimento dei moderati». Ma alla tre giorni di studio il clima è decisamente teso

Gabriella Mecucci • pagina 4

Marco Palombi • pagina 2

di Francesco Pacifico

ROMA. Introdotto un po’ di sano spirito anglosassone all’Eurotower, ora Mario Draghi è tornato a fare il tedesco. Lo si è compreso bene ieri, all’ultimo direttivo della Bce, servito al governatore per ricucire gli strappi con la Germania e – soprattutto – lanciare duri moniti agli Stati membri. a pagina 6

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Un articolo del capo del movimento per le riforme: «È solo questione di tempo»

«Ora comincia la primavera saudita» Il leader dell’opposizione: il nuovo vento arriverà anche in Arabia di Saad al-Faqih

Un libro racconta i musulmani di 50 anni fa

L’Occidente (troppo) miope sull’islam

«S

EURO 1,00 (10,00

di Daniel Pipes

CON I QUADERNI)

• ANNO XVII •

NUMERO

48 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


Più di 40 senatori non accettano le scuse del ministro Riccardi su “questa politica che fa schifo” e lo vogliono sfiduciare

Oltre Berlusconi?

Alla tre giorni di Orvieto il partito fa i conti con il problema della leadership Alfano: «Siamo e saremo leali con Monti, ma rimaniamo con la schiena dritta» di Marco Palombi l’inutile agitarsi degli impotenti. Né più, né meno. Il governo tecnico all’ingrosso funziona, lo spread s’abbassa nonostante prospettive economiche al limite del disastroso e allora chi ne ha bisogno cerca di ritagliarsi spazi di visibilità e potere di condizionamento. Questo è il pavimento su cui avviene la danza forsennata che un pezzo del PdL – soprattutto quello più recalcitrante nel sostegno a Monti – ha intrapreso attorno al corpo politico del ministro Andrea Riccardi, titolare della Cooperazione internazionale e l’Integrazione, due deleghe di difficile comprensione per il centrodestra. Un breve riassunto. È accaduto che il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, parlando privatamente con la collega Severino, si sia lasciato andare ad alcune considerazioni non proprio positive sulla scelta di Angelino Alfano di non affossare il vertice di palazzo Chigi mercoledì sera. Peccato che in ascolto ci fossero alcuni giornalisti: “Alfano voleva solo creare il caso. Vogliono solo strumentalizzare, ed è la cosa che mi fa più schifo della politica”, ha detto il ministro fornendo, peraltro, una definizione quasi scientifica dei fatti.

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Il PdL, ovviamente, s’è irritato assai e il ministro ha dovuto scusarsi con un comuni-

Niente radioattività e aumento dell’occupazione: ecco perché l’infrastruttura va avanti

E sulla Tav l’esecutivo mette un punto fermo ROMA. Non è necessario ricordare le polemiche, le proteste, gli incontri richiesti e gli incontri mancati, le opposizioni e le critiche. La questione della rivolta della Val di Susa, in parte contraria ai cantieri che devono costruire l’Alta velocità, ha dominato il dibattito pubblico delle ultime settimane. E il governo, in maniera coerente, ha sempre dato la stessa risposta: orecchie aperte alle proteste civili, condanna ferma per ogni forma di violenza. Ma tanta determinazione nel volere portare avanti con successo la costruzione di un’infrastruttura necessaria e richiesta dall’Unione europea. Per non sembrare però troppo impositivi, ecco che quattordici domande con altrettante risposte spiegano a chi è interessato perché il progetto si farà. Poi cartine e grafici. Un documento di 9 pagine pubblicato sul sito del governo per spiegare le ragioni del sì alla nuova linea di alta velocità da costruire in Val di Susa. Secondo il Governo la rete «è una componente essenziale del progetto europeo, che ha come obiettivo la realizzazione di grandi direttrici ferroviarie che attraversano gli Stati dell’Unione. La tratta costituisce un investimento strategico per il futuro del nostro Paese in termini di maggiore competitività, di abbattimento delle distanze, di prospettive di sviluppo». E sul rischio ambientale spiega: «In nessuna formazione indagata è stata individuata una presenza significativa di uranio e tutte le misure risultano al di sotto della soglie

di legge. Allo stesso modo le emissione in radon non presentano potenziale significativo».

«L’Unione Europea - continua il testo - ha finanziato la progettazione e le opere preparatorie della Nuova Linea Torino Lione nel 2008 per 671 milioni di euro. Tali impegni sono stati rispettati ed è ora in corso la realizzazione del sondaggio geognostico di Chiomonte». Da qui partiranno le due fasi. Nel dossier si ricorda che : «L’intero progetto interessa complessivamente 112 comuni tra Lione e Torino.Tutti gli 87 comuni francesi e la stragrande maggioranza di quelli italiani non si sono opposti all’opera. I comuni italiani contrari sono circa una dozzina ma, se si considerano quelli direttamente interessati dalla realizzazione di tratte in superficie e/o cantieri, sono solo due le amministrazioni esplicitamente contrarie (Chiusa San Michele e Sant’Ambrogio di Torino - 6.500 abitanti)».Ma, spiega sempre il documento, «come segno di attenzione nei confronti delle comunità locali coinvolte dal progetto, il prossimo CIPE stanzierà 20 milioni di euro, che rappresentano la prima tranche di 300 milioni di euro relativi all’intesa quadro tra Governo nazionale e Regione Piemonte, che dà corpo all’Accordo di Pracatinat. Inoltre, sono previsti 135 milioni di euro di opere compensative per il territorio». Insomma, basta con le critiche e l’opposizione senza senso e spesso violenta. L’opera serve e si farà.

cato: frasi estrapolate dal contesto, mi dispiace se ho offeso qualcuno, con Alfano ho un ottimo rapporto. Commento di Guido Crosetto, ex sottosegretario: “Riccardi dice di avere un rapporto cordiale e sincero con Alfano. Probabilmente, se fossero esistite le agenzie, avremmo potuto leggere le stesse parole pronunciate da un tale Iscariota”.

A parte le battute e le arrabbiature, ieri 46 senatori berlusconiani hanno scritto una lettera per chiedere al loro partito di presentare una mozione di sfiducia individuale contro il ministro: “Può darsi - si legge nella missiva - che lo strumento regolamentare sia discutibile, può darsi che le scuse del ministro Riccardi siano apprezzabili, ma per evitare che un governo del quale faccia parte il professore in oggetto abbia la nostra fiducia, ci è parso imprescindibile puntare su un’iniziativa ad hoc del nostro gruppo”. Primo firmatario è Francesco Nitto Palma, brevemente Guardasigilli, oggi impegnato a non farsi massacrare come commissario del partito in Campania. Dice di essere “molto offeso”, l’ex ministro: “Se la politica fa schifo, il ministro Riccardi ricordi che lui per primo fa politica e, se ha a cuore le sorti del Paese tanto quanto le abbiamo noi, assuma le conseguenti iniziative”. Che poi sarebbero le dimissioni. “Leggerò la lettera


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L’altro “spread” di Monti Il premier: «La distanza tra i partiti che sostengono il governo potrebbe ostacolare il rilancio» di Errico Novi

ROMA. Se contassero solo i numeri, non ci sarebbe materia per le polemiche. Primo: il governo Monti incassa la fiducia numero dieci dall’inizio del mandato (sul decreto semplificazioni, alla Camera) e lo score non è certo recessivo: 479 sì, il miglior esito a Montecitorio dopo il via libera al Salva-Italia. Secondo: c’è il dato ancora più incoraggiante dello spread, che per la prima volta da settembre scende sotto quota 300.Verso fine mattinata è proprio Monti, da Belgrado, a compiacersi del fatto che si ritorni ai livelli «dell’estate scorsa», con il differenziale «tra i titoli italiani e il Bund tedesco sceso sotto i 300 punti». C’è bisogno d’altro? Nella sostanza, no. Ma nelle forme del dibattito politico, qualcosa che non va c’è eccome. Lo stesso Monti non sottovaluta la questione. E a proposito di distanze, concede una battuta scelta non a caso: «Si restringe lo spread tra Italia e Germania e ora l’auspicio è che non si allarghi lo spread tra i partiti politici che sostengono il governo perché questo potrebbe intralciare le politiche di risanamento e il rilancio». Che è un modo anche piuttosto immediato per ricordare che se finora si è proceduto piuttosto speditamente, una crisi dei rapporti all’interno della maggioranza produrrebbe un’esiziale paralisi.

ferenziale: quello tra l’immagine di efficacia, affidabilità e rigore sempre più chiaramente riconosciuta al suo esecutivo, da una parte, e la sensazione che i partiti invece siano deboli, spiazzati, incerti del loro ruolo, dall’altra. Neppure questo spread, se si accentuasse, sarebbe incoraggiante. È vero che i numeri dei sondaggi lo rappresentano plasticamente allo stesso Berlusconi, ad Alfano e ai vertici del Pdl: la fiducia nel presidente del Consiglio sempre elevata e i consensi del partitone berlusconiano in costante calo. Quelli della fidata Alessandra Ghisleri e della sua Euromedia research non descrivono un

nervosismo in un giorno in cui si contano appunto i risultati, come fa notare per esempio Casini: «Non troviamo facili scuse, oggi il governo realizza simbolicamente il risultato di riportare lo spread sotto la soglia dei 300 punti, un dato impensabile, non è quindi il momento di dissociarsi né di indebolire, ma di dire che finalmente stiamo facendo qualcosa». Tanto più che di un apporto del Pdl sentirebbe la necessità tutta la maggioranza ma Monti più di altri: basta citare il caso Tav, sul quale il presidente del Consiglio, nel corso della sua visita serba, trova il modo di tornare: quello delle infrastrutture, dice, «è una sfida che anche un Paese come l’Italia deve porsi e vincere se vuole restare integrata e competitiva, le infrastrutture devono essere portate avanti, non arrestate». E una maggioranza coesa, come proprio Monti ricorda nella sua battuta sullo spread tra i partiti, è il presupposto indispensabile per andare avanti.

Nelle sue parole, uno sprone per scongiurare una crisi dei rapporti all’interno della maggioranza, che inevitabilmente produrrebbe una paralisi

È un allarme, che però il premier rivolge con il suo consueto stile misurato, senza incoraggiare drammatizzazioni. Ma il problema esiste. E Monti pare consapevole che all’origine ci sia anche un altro, ulteriore difcon attenzione e rispetto”, ribatte l’interessato, ormai circospettissimo nelle risposte.

L’uscita un po’ sguaiata dei 46 eletti del predellino in realtà ha finito per mettere in difficoltà proprio il PdL. I capigruppo – Gasparri e Quagliariello – pare non abbiano affatto gradito l’alzata di testa non concordata dei loro colleghi. Anche perché rischia di complicare i rapporti già difficili con gli altri partiti dell’attuale strana maggioranza, col resto dell’esecutivo e anche con la società civile, soprattutto quella cattolica (le Acli già parlano di “autogol”, Famiglia Cristiana della “casta che rialza la testa”): “Il fatto è che si restringe lo spread, l’auspicio è che non si allarghi

quadro meno pesante. Poi ci sono i due casi scoppiati nel giro di poche ore: prima il vertice a Palazzo Chigi disdetto da Alfano perché, a suo giudizio, Casini e Bersani ne avrebbero approfittato per parlare di Rai e di giustizia; poi la conseguente frase del ministro Riccardi su un aspetto, quello delle «strumentalizzazioni» definito «la cosa che mi fa più schifo della politica», con relativo finimondo innescato all’interno del Pdl.

Le reazioni visibili, a cominciare dalle firme raccolte tra i senatori del Pdl da Francesco Nitto Palma e da altri per sfidiciare Riccardi, oltrepassano la soglia di sicurezza anche dal punto di vista dei capigruppo, Gasparri e Quagliariello. È paradossale dover registrare tanto

quello tra i partiti politici che sostengono la maggioranza”, dice Mario Monti. Il rischio c’è. Il Pd difende più o meno compattamente il ministro: “C’è da restare senza parole – reagisce ad esempio Pierluigi Castagnetti - soprattutto se si va con la memoria solo a pochissimi

Non c’è intenzione, da parte del Terzo polo come del Pd, di assecondare il vittimismo pidiellino. Bersani anzi affronta la faccenda senza far nulla per nascondere il suo disappunto: «Se c’è un altro vertice ci vado ma non accetto un’esclusione di temi». E Casini parla apertamente di «giochini» che non è proprio il momento di fare. «Quando il premier ci chiama noi abbiamo il dovere di rispondere come segno di solidarietà e di sostegno, ciò di cui si discute le decide il presidente del Consiglio». Tanto per sgombrare il campo dall’equi-

governo tecnico. “Leggiamo con sconcerto dell’iniziativa di 46 senatori del PdL per la presentazione di una mozione di sfiducia al ministro Andrea Riccardi”, scrivono i tre leader del Senato Francesco Rutelli (Api), Giampiero D’Alia (Udc) e Mario Baldassarri (Fli): “Vo-

voco di un’agenda definita a danno del Pdl. E sull’idea che il vertice a tre di mercoledì saltato per la defezione di Alfano fosse una trappola per i berlusconiani, il leader centrista aggiunge: «È una cosa ridicola di cui non vale nemmeno la pena di parlare. Non è il momento di indebolire un governo che sta portando risultati».

Il tutto mentre Monti invia un messaggio di apertura anche a Putin: con gli auguri per la vittoria ricorda infatti che la Russia è un partner primario e auspica un bilaterale con Mosca da celebrarsi al più forte. Sempre da Belgrado il premier si sofferma sulle riforme fatte («sono molto soddisfatto di quelle che il Parlamento ha approvato e dei tempi veloci con cui lo fatto», si legge tra l’altro in un’intervista al quotidiano serbo Blic) e di quelle ancora da fare: «Nella struttura in cui operano le imprese italiane devono trovare sempre più vitalità, in un contesto sempre meno occupato da disavanzo, deficit, e vincoli corporativi che lo rendono costoso». Ma a cominciare dalle liberalizzazioni, è sempre il Parlamento a cui spetta la parola ultima, e Monti non manca, sempre nella conversazione con Blic, di riconoscerlo: «Dopo il lavoro fatto di recente dal Senato, aspetto con fiducia l’esame finale della Camera». Che è un segnale di incoraggiamento anche per i partiti, e innanzitutto per il Pdl, perché non si chiamino fuori.

stenitore dei tecnici, ha voluto smorzare i toni: “Il ministro Riccardi ha detto una cosa grandemente sbagliata, ma capisco che è incappato in un fuorionda. Capita a tutti, è capitato anche a me. Ho preso atto che ci sono state delle scuse. Sinceramente mi preoccupa di

Francesco Nitto Palma dice di essere “molto offeso”: «Se la politica fa schifo, il ministro Riccardi ricordi che lui per primo fa politica». «Leggerò la lettera con attenzione e rispetto», ribatte l’interessato mesi fa, quando ministri della Repubblica quasi tutti i giorni dileggiavano e insultavano una qualche figura istituzionale”. Ancora più netta la presa di posizione del Terzo Polo, che considera questa vicenda uno spartiacque nella breve vita del

gliamo che sia chiaro ai colleghi che una eventuale sfiducia al ministro Riccardi significherebbe per noi sfiducia al governo Monti”. La faccenda s’è messa talmente male che anche Maurizio Gasparri, non esattamente il più fervido so-

più l’incontro del ministro Severino con Casini e Bersani, è un fatto politicamente più grave”. È tanto vero che più di qualcuno tra gli adepti del predellino non l’ha presa bene: “Con le scuse di ieri del ministro la questione doveva e deve

ritenersi chiusa: l’iniziativa di Nitto Palma è inopportuna”, ha messo a verbale il friulano Saro. Mentre Cicchetto punta il dito sulla vera piaga che affligge il partito: la mancanza di leadership.

E a Orvieto dice: «Dobbiamo costruire un partito avendo la lucidità su cosa dobbiamo fare: siamo vissuti finora trainati da un grande carisma, quello di Silvio Berlusconi. Oggi questo carisma c’è ma è attenuato e dobbiamo compensarlo con la costruzione di un partito degno di questo nome, un partito che grazie ad Angelino stiamo costruendo faticosamente ma dobbiamo affrontare questa fase con la schiena dritta senza nessun senso di inferiorità».


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l’approfondimento

Nella saga della successione si salvano Casini e Fini, che hanno avuto il coraggio di abbandonare le “dittature partitiche”

Vita da Delfino

Angelino Alfano è solo l’ultimo di una serie di “cetacei” della politica finiti impallinati dal padre nobile o dai fratelli. Da Occhetto ai radicali, passando per Martelli, breve storia di una figura che la politica italiana non riesce a digerire di Gabriella Mecucci he vitaccia quella del “delfino”. Non dei simpatici animali che saltano spensierati in mare, ma di coloro che vengono indicati dai “grandi vecchi”della politica come loro successori. Un’investitura che non apre mai, o quasi, orizzonti rosei. L’ultimo leader colpito dalla “maledizione del delfino, è stato Alfano. Il suo grande sponsor, Silvio Berlusconi, ha cominciato a prendere le distanze da lui: basti pensare al pasticciaccio di “Porta a Porta”. L’ex premier aveva assicurato a Vespa la sua partecipazione. In ossequio alla par condicio ci sarebbero state due trasmissioni: una col cavaliere e l’altra con Bersani. Ma così facendo si finiva col rafforzare l’idea che il vero leader del Pdl non era il giovane Angelino, ma restava il vecchio Silvio. Per bloccare i sospetti e tacitare le malelingue Berlusconi ha dovuto fare macchina indietro e disdire la propria partecipazione alla trasmissione televisiva.

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Ma ormai la maretta nel partito era montata. Gli osservatori più attenti sostengono che parecchi dirigenti pidiellini se la prendono col governo Monti per impallinare Alfano, vero obiettivo del loro scontento. Acque agitate dunque per il sorridente e simpatico Angelino. Del resto non è che l’ultimo di una lunga serie di “delfini” colpiti dalla malasorte.

Nella storia del Belpaese ce ne sono tanti. I più sfortunati di tutti sono stati i Pannella’s boys. Per un lungo periodo ogni tanto ne appariva sulla scena uno nuovo. Ogni volta sembrava quella buona. E invece niente: il vecchio leader prima li creava e poi li accantonava. Si è formata così una piccola schiera di ex segretari radicali: giovani, intelligenti, di belle speranze, ma politicamente ormai “silenziati”. Ne fanno parte da Giovanni Negri a Marco Cappato. Si è salvato Francesco Rutelli che decise di andarsene. Non ce l’ha fatta inve-

ce Capezzone che, pur essendosi aggrappato alla portaerei berlusconiana, stenta a riemergere. Ma la “maledizione del delfino” non risparmia nessuno. In casa Pci ha colpito soprattutto Achille Occhetto. Di lui si può ben dire che nacque politicamente con le stimmate dell’animale acquatico. Basta guardare le foto dei funerali di Togliatti, per scorgerlo – poco più che ventenne – accanto al feretro del “Migliore”, mentre pronuncia l’orazione funebre.

Capezzone ha mollato Marco Pannella, ma il Cavaliere non lo ha salvato

Nella ritualità comunista una simile scelta corrispondeva ad una sorta di investitura. Ci volle tempo però perché la “promessa” si avverasse. Fu necessario arrivare al 1988. Qualcuno parlò della sua segreteria anche subito dopo la morte di Enrico Berlinguer, ma l’ormai non più giovane Achille dovette fare ancora tre anni di “delfinato”, Alessandro Natta “regnante”. Poi, alla non più tenera età di 52 anni, finalmente la lunga attesa finì: diventò se-

gretario a un anno dal leggendario 1989. Un momento difficilissimo. Cadde il muro di Berlino e pietre e calcinacci precipitarono tutti sulle sue spalle. Se la cavò bene, ma dovette chiudere “la casa madre” e farne una tutta nuova.

Dovette dire pubblicamente che quel Palmiro Togliatti che aveva ricordato il giorno del corteo funebre era stato uno stalinista. Dovette rompere con Alessandro Natta. Insomma, vecchi padri addio. Sciogliere il Pci fu un’impresa titanica che gli attirò contro tanti di quegli odi da essere condannato, appena la fortuna politica gli voltò la schiena, alla damnatio memoriae. Insomma, una vita da delfino, una breve parentesi da capo in mezzo alla tempesta, e poi un ininterrotto oblio. Una sorte politica importante ma durissima. L’uomo sul quale Achille Occhetto ha più di ogni altro scommesso è stato Walter Veltroni. Anche lui un eterno secondo (o terzo). Se-


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Se i partiti pensano che basti uno spread basso per tornare a fare i bambini, siamo finiti

Chi succederà a Berlusconi? Ecco l’enigma che spacca il Pdl

I messaggi cifrati e le minacce del centrodestra non devono ingannare: in gioco c’è la leadership, non il sostegno al governo tecnico di Monti di Osvaldo Baldacci onti è preoccupato che si allarghi lo spread tra i partiti. Ed ha perfettamente ragione. Se c’è qualcosa che è radicalmente cambiato da novembre ad oggi è il clima politico. Lo vede il Paese e lo vedono anche gli investitori e i Paesi alleati. Questo clima di collaborazione per raggiungere un fine superiore come la salvezza dell’Italia è di per sé un valore che dà risultati concreti. La percezione importante, e tutta la fatica fatta e da fare anche sotto il profilo economico rischia di essere vanificata nel caso in cui si percepisca un’inaffidabilità politica. È già accaduto con il governo Berlusconi dopo le manovre estive, pur pesanti, e lo stesso fenomeno si è manifestato all’inizio del governo Monti, quando è iniziato prima a calare l’interesse sul debito a breve termine (quello per il periodo in cui Monti garantiva di esserci), e solo dopo ha iniziato a calare anche quello a lungo termine, quello relativo all’incognita del dopo Monti. Una bella mano l’ha data la mozione con cui le forze politiche si sono impegnate a proseguire la stessa politica di serietà e di risanamento. L’unità d’intenti delle forze politiche ha dato fiducia e quindi valore.

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Se ora le stesse forze politiche pensano che la crisi sia risolta e che sia tornato il momento di giocare a braccio di ferro, di dividersi e comunque di perdere quel tono di impegno e serietà, allora siamo rovinati. Ha ragione Monti, questo spread non deve tornare a crescere. Ma c’è una cosa che Monti non può dire, per non irritare troppo la sua maggioranza che comunque è politica. E cioè che se è vero che c’è uno spread tra le forze politiche, è ancor più vero che c’è uno spread crescente dentro le forze politiche, che forse è la vera causa dell’altro. Uno spread da intendersi come una frattura, una effervescenza minacciosa, una grande crisi che investe pienamente il Partito Democratico e il Popolo della Libertà. I problemi del PD sono abbastanza evidenti, come mostrano le primarie, i loro risultati e le polemiche e ricorsi conseguenti.Troppe linee, troppa incertezza, troppe forzature nello stare insieme. Ma i problemi del PDL non sono da meno, anzi, e non sono poi tanto diversi. Si potrebbe cominciare ricordando i mal di pancia che accompagnano la formazione del governo Monti, la strenua opposizione anche di tanti che ora si riciclano come suoi sostenitori. Le polemiche sullo staccare la spina. Il passo indietro di Berlusconi e la successione di Alfano. Il tesseramento pieno di denunce, accuse, trucchi. I congressi discussi e troppo spesso vinti da ex AN che certo non rappresentano la maggioranza dell’elettorato. Le prime scissioni, come a Lecco, ma già prima in Sicilia. Il cambiamento

del voto del gruppo a furor di popolo sull’emendamento sulla responsabilità di civile dei magistrati. I voti in aula in difformità dalle indicazioni, col partito sempre diviso tra favorevoli, astenuti, contrari e tanti assenti. I rapporti più che burrascosi con la Lega e i timori di perdere consensi a favore di chi vince la gara al più populista. Il pressing di Storace. Il sollevamento sulle liberalizzazioni. Poi Berlusconi che torna in campo, probabilmente anche invocato da

È in gioco l’essenza stessa del “partito di plastica”: qualcuno lo vuole moderato, qualcun altro federalista una parte del partito, si fa vedere a Bruxelles, parla, dichiara, segna la linea, o anche più d’una a sostegno di Monti e però a volte anche contro il governo, partecipa ai vertici istituzionali più alti lasciando in secondo piano Alfano, e infine si prepara a una nuova discesa in campo con la prima serata a Porta a Intanto Porta. muove le sue carte per le

cose ce più gli stanno a cuore, le frequenze tv, l’assetto Rai, la giustizia.

Cose che stanno a cuore anche ad alcuni che lo circondano. Ma questo sembra troppo, e l’offuscamento di Alfano unito al caos Lega con le dichiarazioni di Bossi su Monti e poi le tangenti lombarde spingono il cavaliere al dietrofront, niente più Bruno Vespa. Nella stessa giornata scoppia il caos: niente più meeting prefissato tra Monti, Alfano, Bersani e Casini, è il segretario del PDL che si tira indietro, accusando non il premier ma gli altri partiti (e svelando quali sono i temi a cuore al PDL: giustizia e tv). Nel frattempo al ministro Riccardi scappa un comprensibilissimo commento negativo privato, e la fibrillazione del PDL trova un altro capro espiatorio contro cui incanalarsi. Ma la verità è che i problemi sono tutti interni al PDL , che mai come in questi tempi sta raggiungendo la temperatura di fusione. La verità è che si addensano le nubi sul futuro dei pidiellini, sempre più evidenti e tempestose. Quanti saranno ricandidati, e soprattutto quanti otterranno il seggio ed eventualmente una posizione di prestigio e potere? Quello che sta venendo meno è l’ombrello protettivo di Berlusconi, la sua leadership che era l’unico motivo e interesse di stare insieme. E non è detto che a tutti piaccia il delfino Alfano, non è detto che sia in grado di garantire tutti. Da una parte è troppo un nominato da Berlusconi, dall’altra sta tentando di riformare il partito in una direzione che potrebbe non piacere a molti notabili. Che finora hanno accettato il suo insediamento alla segreteria perché comunque era l’ombra di Berlusconi, ma ora che la successione diventa una possibile realtà, non sono più disposti ad accettare supinamente la sua leadership. D’altro canto sorge un altro problema: una domanda che in realtà abbiamo fatto tante volte e ci siamo anche risposti: ma il PDL è riformabile? Può esistere una successione a Berlusconi? Può esistere un PDL senza Berlusconi? Probabilmente no, per cui ciascuno dei superstiti si organizza come può. Chi come Alfano con prudenza tenta di trasformare il partito in un partito moderato e democratico, chi invece al contrario vorrebbe cristallizzare tutto così com’è il più a lungo possibile, chi pensa solo a ritagliarsi qualche feudo personale, chi cerca una via di uscita, chi cerca visibilità per rifarsi un seguito elettorale.

gretario per poco e poi di nuovo comprimario di lusso. Il “delfino” per eccellenza della recente storia italiana è stato però Claudio Martelli. A lui – al contrario dei due precedenti – non è mai toccato di diventare il primo, è sempre rimasto un animale acquatico. Eppure è stato uno degli uomini politici più intelligenti. Colto, innovatore, bello, affascinante, non gli mancava proprio niente per diventare un segretario eccellente dei socialisti.

“Pescato” da Craxi nelle fila dell’intellighentia milanese, venne promosso con straordinaria rapidità. E lui rispose alla fiducia datagli con una notevole serie di iniziative di altissimo livello. Fu la “mente” del convegno sui meriti e sui bisogni che rinnovò profondamente la cultura politica del Psi. Il new look socialista vivace e rampante trovò in lui la rappresentazione più convincente. E Bettino per un lungo periodo ne fu il grande sponsor: il giovane Claudio interpretava al meglio la sua volontà di cambiare volto al vecchio partito che aveva ereditato da De Martino. Insomma, sembrava il successore designato. Ma il diavolo anche questa volta ci mise la coda. Il Psi venne chiuso da “mani pulite”. Sparì dalla scena politica per non riaffiorare mai più. Martelli non solo non ne diventò mai il leader, ma nell’ultimo periodo entrò in rotta di collisione col padre: Bettino giudicò molto severamente alcune sue scelte politiche. Temette che nel momento più difficile della storia del partito, il “delfino”, anziché spalleggiarlo, si muovesse dietro le quinte per fargli le scarpe. Gli storici diranno come andarono le cose davvero, è certo però che i due si lasciarono con rancore. Craxi finì “esiliato” in Tunisia. Martelli scomparve dalla politica. Quando nacque la Seconda Repubblica, spuntarono quasi subito due “delfini” del cavaliere “sceso in campo”: Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini. Entrambi ebbero il fiuto – prima Casini poi Fini – di andarsene. Adesso la scomoda poltroncina del “delfino”è toccata ad Alfano. Non resta che fargli gli auguri. Fuori di metafora, la storia racconta che nessun “grande vecchio” riesce a piazzare il proprio uomo. Un po’ perché non lo vuole prima di tutto lui, un po’ perché le successioni sono eventi complessi, difficilmente determinabili a tavolino. Non sarebbe meglio imboccare la strada della fine dei “delfinati” e consentire la selezione del nuovo leader nell’ambito di un dibattito aperto e democratico? Un tal mister Obama ha scalato con le sue forze il partito democratico ed è diventato, a colpi di primarie, il Presidente degli Stati Uniti. Il tutto è accaduto in quattro o cinque anni. Non è meglio così?


economia

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Confermato il costo del denaro all’1 per cento, salta invece la stretta sui collaterali chiesta a gran voce dalla Bundesbank

La lezione di Draghi Il governatore respinge le pressioni tedesche e difende le maxi aste di liquidità da mille miliardi per aiutare le banche: «Sono state un successo» di Francesco Pacifico

ROMA. Introdotto un po’ di sano spirito anglosassone all’Eurotower – anche per frenare le isterie della Bundesbank sui rischi di inflazione – ora Mario Draghi è tornato a fare il tedesco. Lo si è compreso bene ieri, all’ultimo direttivo della Banca centrale europea, servito al governatore per ricucire gli strappi con la Germania e – soprattutto – lanciare duri moniti agli Stati membri, che pensano di rimettere in moto l’economia grazie alla generosità di Francoforte.

Infatti

Dr agh i

ha scandito che «non può funzionare un’Unione monetaria nella quale due o tre Paesi pagano per tutti gli altri. E non ci possono essere emissioni comuni senza regole vincolanti comuni, perché le regole sono i pilastri su cui poggia la fiducia reciproca tra Paesi che è essenziale per una Unione monetaria».

Non contento, ha toccato un tema molto caro ad Angela Merkel, delineando un’evoluzione dell’area che fino a un anno veniva rilanciato soltanto da politologi e storici. Per l’ex inquilino di Palazzo Koch, «se i Paesi non rinunciano a parte della loro sovranità nazionale sui bilanci, non c’è modo che possano stare assieme. Per questo sono pienamente fiducioso che il fiscal compact», il patto rafforzato sulla disciplina di bilancio che gli Stati membri stanno via via vidimando nei loro Parlamenti nazionali, «sarà pienamente attuato».

Richiamo ai governi: «Ora la palla passa a loro. Se i Paesi non rinunciano a parte della propria sovranità nazionale sui bilanci, non c’è modo che possano stare assieme» In quest’ottica si comprende facilmente perché al direttivo di ieri sia passata in secondo piano una nuova riduzione del costo del danaro (ancora all’1 per cento) e si sarebbe discusso principalmente delle misure

straordinarie messe in atto dalla Bce per aumentare la liquidità ed evitare il credit crunch. Al centro del contendere c’è sempre la lettera del presidente della Bundesbank Jens Weidmann, poi pubblicata dalla Faz,

con la quale il banchiere ha stigmatizzato soprattutto le ultime aste che hanno messo sul mercato oltre mille miliardi a un tasso inconcepibile per famiglie e imprese (1 per cento). L’ex consigliere della Merkel ha segnalato «rischi crescenti nell’area euro» e ha chiesto una stretta sui parametri per i collaterali che le banche possono depositare presso l’Eurotower in cambio di liquidità. Per il banchiere tedesco c’è il

Oggi scendono in piazza i metalmeccanici della Cgil. Fortissimo l’imbarazzo sia nel Pd sia per la segretaria Susanna Camusso

La mina Fiom sulla riforma del lavoro Roma. La questura attende a piazza San Giovanni non più di 50mila persone. Eppure lo sciopero generale della Fiom, oggi in programma , rischia di mettere in imbarazzo non poco la Cgil e i tentativi di Susanna Camusso e del Pd di salvare l’articolo 18. Se non bastasse, il sindaco della Capitale, Gianni Alemanno, chiede alle forze dell’ordine uno sforzo in più per evitare spiacevoli disordini. Lunedì le parti sono attese in via Flavia dal ministro Elsa Fornero, che deve trovare una quadra sui nuovi ammortizzatori universali e che ieri si è detta «fiduciosa di trovare le risorse necessarie». Eppure c’è il rischio che un successo (mediatico) dell’appunta-

mento di questa mattina, spinga gli attori in campo a una maggiore rigidità. Carla Cantone, leader dei pensionati dello Spi e un tempo su posizioni non certamente massimaliste, ieri faceva sapere che la sua federazione sarebbe scesa in piazza, «perché aderisce sempre alle manifestazioni di lotta delle lavoratrici e dei lavoratori, quando c’è una grande vertenza e quando c’è una categoria in lotta. Ma i metalmeccanici della Fiom si trovano in una situazione molto pesante, per il lavoro, per i diritti e per la rappresentanza. Questo colpo di Marchionne di buttare fuori la Fiom dalle fabbriche Fiat è gravissimo. Per questo mi auguro che domani prevalgano le ragioni reali per cui si sciopera». Complice anche l’in-

vito di Maurizio Landini a parlare a un sindaco della Valsusa del fronte No Tav, il Partito democratico fa di tutto per mostrare soprattutto un approccio riformista alle questioni del lavoro. L’ex ministro Cesare Damiano che ben conosce i metalmeccanici per esserne stato un dirigente di primo piano, ieri ha appoggiato «l’idea di Elsa Fornero che queste riforme abbiano l’obiettivo di liberare le potenzialità del Paese e di favorire una maggiore equità tra generazioni». Quindi ha suggerito al governo «di trasferire da subito una quota delle risorse risparmiate, anche minoritaria, per migliorare il futuro previdenziale dei giovani e per riconoscere tutele sociali anche a chi svolge per lunghi periodi un la-

voro discontinuo». Dal canto suo Susanna Camusso ieri ha preferito occuparsi dei ritardi nell’inclusione femminile. Complice la data dell’8 marzo, il segretario generale della Cgil ha ricordato che «le donne, anche le più giovani, spesso rinunciano a cercare lavoro. E quando lo trovano è quasi sempre più precario e meno retribuito di quello degli uomini, mentre la riforma delle pensioni ha ulteriormente peggiorato la situazione». Tema che sta a cuore anche al ministro del Lavoro, Elsa Fornero, il quale ieri ha confermato un intervento contro le dimissioni in banco e ha ricevuto nel suo studio nove ragazze precarie, dopo che alcuni manifestanti della rete “Occupy Welfare” avevano occupato per


economia

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scutibile», le ha definite. Condividiamo tutti gli stessi obiettivi, ma vediamo un ritorno di fiducia sull’euro. Sta tornando la domanda da parte di fondi di investimenti e fondi pensione». Quindi, con un capolavoro di diplomazia, ha tranquillizzato sia gli istituti sia il governo di Berlino, molto preoccupato dopo aver impegnato più risorse degli altri partner per gli accantonamenti legati ai rischi nelle economie periferiche. «Non abbiamo discusso», ha aggiunto il presidente della Banca centrale, «di un eventuale irrigidimento delle norme sul collaterale, anzi, in effetti potrebbero essere più generosi. Ma la la gestione del rischio da parte della Bce è comunque molto attenta. La politica monetaria condotta dalla Bce è concepita per sostenere la crescita in tutti i Paesi dell’Eurozona e al momento può essere definita accomodante, ma in linea con il nostro obiettivo di mantenere la stabilità dei prezzi nel medio termine».

I mercati, forse,avrebbero voluto maggiori rassicurazioni su un ulteriore taglio al costo del danaro, ma complice la risoluzione favorevole nella trattati-

Madrid (+1,78). E l’onda lunga arriva fino ad Atene (+2,78 per cento), come dimostrano l’alleggerimento delle pressioni sui debiti sovrani dei Ventisette. Lo spread fra i Bund tedeschi e i Btp italiani decennali, per esempio, scende per la prima volta dallo scorso agosto a quota 298 punti. Eppure anche a Francoforte sanno che la strada da percorrere è lunga, come dimostrano le analisi sul breve termine dei suoi funzionari. L’intervallo di previsione del Pil 2012 scende tra -0,5/+0,3 per cento dalla precedente previsione di -0,4/+1,0. Nei fatti per quest’anno ci si attende una debole recessione, infatti la media della previsione sul Pil è pari a -0,2. Per il 2013 la stima di crescita scende tra zero/+2,2 per cento da +0,3/+2,3, ma resta positiva nei valori medi. Non a caso salgono le stime sull’inflazione, principalmente a causa dei prezzi delle materie prime: nel 2012 i prezzi al consumo sono previsti tra +2,1/+2,7 per cento rispetto alla precedente stima di +1,5/+2,5, mentre per il 2013 si passa a +0,9/+2,3 per cento da +0,8/+2,2. E non a caso il governatore nota che «ci sono segna-

Secondo gli analisti di Francoforte la ripresa resta debole: per il 2013 difficilmente la crescita del Pil dell’area supererà lo 0,3 per cento. Calo record per lo spread tra Btp e Bund rischio di vedere saltare, anche perché l’erogazione di danaro a prezzo politico finirebbe per tenere in piedi anche le banche con problemi di solvibilità. Cioè quelle che circa un anno fa proprio lo stesso Draghi chiamava «istituti zombie». La sortita di Weidmann non ha avuto gli effetti sperati, con il risultato che la Germania – dal punto di vista finanziario – è sempre più isolata nel suo tentativo di cristallizzare il rigore

imposto in questi ultimi anni e un sistema che proprio grazie a questo meccanismo riesce a garantire forti sconti fiscali alle sue imprese esportatrici. Non a caso 48 ore fa il quotidiano economico tedesco Handelsblatt ha riconosciuto la sconfitta e sottolineando il peso della tradizione anglosassone nel lavoro di Draghi. «Una scuola per la quale ciò che appare necessario e ragionevole nel breve periodo viene fatto. E ci si occu-

un’ora alcuni uffici del ministero di via Veneto. «E si è impegnata», hanno fatto sapere le contestatrici, «per una riforma complessiva che non sia uno specchietto per le allodole, perché non si vuole parlare con le allodole ma con i cittadini. Però non ne vuole sapere del reddito minimo garantito. Ci ha spiegato che così “tutti si sdraierebbero al sole a mangiare pasta e pomodori che costano poco”». Intanto, e non soltanto per questioni di tattica, prende le distanze dalla manifestazione il leader dei metalmeccanici della Cisl, Alberto Monticco: «L’enfasi che faziosamente una parte dei media stanno dando all’evento è la rappresentazione teatrale itinerante di un mondo che rifiuta di fare i conti con la realta, nell’inconsistente protagonismo del contro tutto, e tutti, a prescindere. Per Monticco, infatti, «il vuoto sindacale della manifestazione sta tutto lì, e nella fragilità delle mille motivazioni di uno sciopero che via via, è venuto a raccogliere, in un elenco senza fine,

pa del futuro a tempo debito», fa notare il giornale con un pizzico di presunzione. Eppure il primo a non compiacersi di questa vittoria è lo stesso Monti. Il quale, incontrando ieri la stampa, ha negato contrasti con i tedeschi. «Nessuno è isolato nel consiglio di governo della Bce, specialmente la Bundesbank». Al riguardo il governatore prima ha rivendicato l’esito delle maxi aste: «Un successo indi-

va tra i creditori privati e Atene sullo swap del debito greco, ieri hanno registrato soddisfacenti performance. I guadagni maggiori si son avuti proprio in Francia e Germania, le piazza finanziarie più esposti sui bond ellenici: il Dax di Francoforte ha chiuso in positivo del 2,45 per cento, il Cac 40 di Parigi ha segnato un progresso del 2,54. Bene anche il Ftse 100 di Londra (+1,18 per cento), il Ftse Mib di Milano (+1,62), l’Ibex di

li di stabilizzazione dell’attività economica ma permangono rischi al ribasso. La ripresa sarà molto ma molto graduale, se non lenta». Uno situazione che ha spinto il banchiere a richiamare la politica: «Il primo impatto delle misure non convenzionali è stato positivo. Ma ora la palla è in mano dei governi e degli altri attori, soprattutto banche, che devono andare avanti con le riforme e risistemare i bilanci».

dove le ragioni sindacali, cedono il passo e svaniscono, surclassate da motivazioni tutte politiche proprie piu’ di un partito di opposizione e non di un sindacato».

Il ministro Elsa Fornero tranquillizza le parti: «Troverò le risorse necessarie per i nuovi ammortizzatori sociali». Intanto dal Nazareno Cesare Damiano chiede di utilizzare quanto recuperato con gli interventi pensionistici per aiutare i più deboli

Parole, forse, in parte condivise dai settori più riformisti della Cgil e da ampi fronti del Pd, che ha deciso di non partecipare alla manifestazione, nonostante avesse dato la sua disponibilità a scendere in piazza il responsabile economico del partito, Stefano Fassina. Alza i toni invece la Fiom. Il segretario confederale (e responsabile dell’auto) Giorgio Airaudo, denuncia che «in alcuni stabilimenti Fiat, da Bolzano alle Marche, da Torino a Bologna, giungono alle nostre sedi da iscritti e lavoratori notizie di iniziative di dissuasione in vista dello sciopero generale di domani». Eccolo infatti «diffidare chiunque dal mettere in atto azioni antisindacali e ci riserviamo di tutelare i lavoratori e i nostri iscritti di fronte a qua(f.p.) lunque azione di questo tipo».


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LA DINASTIA

A sinistra, un’immagine del costruttore Salvatore Ligresti. Qui a fianco, uno scatto mentre abbraccia i suoi tre figli. A destra, questi ultimi in senso orario: Jonella (alla presidenza di Fondiaria-Sai, nel Consiglio di Mediobanca e Italmobiliare), Paolo Gioacchino (vicepresidente in Milano Assicurazioni e Premafin, consigliere in Fondiaria-Sai) e Giulia Maria (oltre che tenere la barra di Premafin, è nella Pirelli di Marco Tronchetti Provera)

ercoledì 29 febbraio, nella pagina di cronaca del Corriere della Sera, è apparso un corsivetto incorniciato: undici righe in tutto, firmate Alfio Caruso. Recitava: «Con l’uscita di scena dei Ligresti si conclude la saga finanziaria dei paternesi a Milano, cominciata ottant’anni addietro con Michelangelo Virgillito e sviluppatasi grazie a Nino La Russa. Pater...no».

M

Parole allusive, “cifrate”, che hanno fatto saltare sulla sedia parecchi occupanti le poltrone dei Salotti buoni, spesso definiti i “Poteri forti” dell’Alta Finanza. A siglare con nome e cognome, senza nascondersi dietro il paravento dell’anonimato, un giornalista di lungo corso, d’alto e meritato prestigio come il Caruso, nato nel 1950 a Catania (quindi siculo), pluridirettore d’innumerevoli testate, esperto di “mafiosità” specie economica. Perché aveva scritto il necrologio dei conterranei Ligresti alle prese con la caduta del nuovo Impero, allorché Jonella Ligresti, figlia prediletta del capostipite, fa parte del Consiglio d’amministrazione della Rcs, editrice del quotidiano? Donchisciottesco coraggio cui applaudire o segnale in codice (magari ispirato), a sostenere quel “partito della finanza” che vorrebbe il familistico clan Ligresti farsi finalmente da parte, smettendola con la “melina” nella cessione della galassia di partecipazioni azionarie in cui il loro “tot per cento”, accumulato nei decenni, arbitro di equilibri societari, è divenuto ostacolo al rinnovamento-risanamento della finanza nazionale. In proposito, rifacendoci al Calepino dell’azionista di Mediobanca (ottobre 2011), la famiglia Ligresti è pressoché onnipresente. Se papà Salvatore, dopo le disavventure giudiziarie-carcerarie degli anni Novanta, deve “accontentarsi” delle presidenze

onorarie della capogruppo Premafin, Fondiaria-Sai e Milano Assicurazioni, la figliolanza è ben piazzata su varie plance di comando. Paolo Gioacchino (il più timido, dicono) vicepresidente in Milano Assicurazioni e Premafin, consigliere in Fondiaria-Sai. La grintosa Jonella, pupilla di papà, la ritroviamo alla presidenza di Fondiaria-Sai, nel consiglio di Mediobanca e Italmobiliare (gruppo Pesenti), nonché, ripetendo, Corriere. La bella Giulia Maria, oltre che tenere la barra di Premafin, siede nella Pirelli di Marco Tronchetti Provera. Sulla potenza della Ligresti-Dinasty, ovvio, non si discute. Se rischia di mordere la polvere, è certo per una serie d’investimenti sbagliati, quantomeno azzardati, specie nell’immobiliare. Forse hanno fatto il “passo più lungo della gamba”, ma è ancora più vero che sono venuti meno gli appoggi, le “buone relazioni” che avevano patrocinato la loro ascesa. Occorre allora fare un lungo passo all’indietro, aprendo uno spiraglio e gettando un cono di luce nel misterioso sottobosco della Finanza italiana, laddove papà Salvatore ha tanto, profittevolmente, pascolato. Non fosse irriverente, da apprendista-stregone, o da “picciotto in fortunata carriera”, suggerisce una gola profonda.

“Don Salvatore” venuto alla luce nel 1932 in Paternò (Catania), agiata famiglia con terre fertili (agrumeti), catena d’empori tessili, ha un fratello, Antonio. A guerra finita, i genitori decidono: Antonio sarà medico, Salvatore ingegnere. Come si è puntualmente verificato. Tralasciando i successi del “dottore” (sempre più all’ombra protettiva del fratello che lo agevolerà nell’acquisizione di rinomate cliniche private, passate o sul punto di esserlo in altre mani), seguiamo l’ingegnere. Università di Catania, poi Padova, dove si laurea. A Milano («era la mia grande aspirazione», dirà), giunge in divisa coi galloni di sottotenente conseguiti al

I Ligresti

Fine della Quasi onnipresente nei posti-chiave della finanza sin dagli anni ’50, la “stirpe di Mediobanca” (e non solo) oggi deve affrontare la solitudine del capofamiglia. Restano però i figli, ben piazzati in altre plance di comando di Giancarlo Galli corso allievi ufficiali di Firenze. Trasferito all’ufficio demanio dell’aeronautica “conosce molta gente”.

Compaesani della caratura del senatore missino Antonino La Russa e del tycoon Michelangelo Virgillito,

che ha fatto una montagna di soldi acquistando a prezzi stracciati stabili bombardati; nonché la giovane Giorgina Susini, figlia dell’architetto-capo del Provveditorato di Milano alle Opere pubbliche. (Seguono matrimonio e prole). Presto, in un susse-


il paginone

corsa guirsi di tumultuose vicende borsistiche, don Salvatore sale di grado: uomo di fiducia, comprimario, protagonista. Sfruttando la simpatia di cui gode nella Mediobanca di Enrico Cuccia. (Ancora sangue siciliano).

Quel che piace a Ligresti è la qualifica di “costruttore”, nell’accezione più ampia e positiva del termine. All’inizio degli anni Ottanta è considerato il più potente dei cementificatori, teso a realizzare (parole sue, in una rara intervista) la «Milano del Duemila». Non millanta: nel ristrettissimo giro delle frequentazioni vi sono il sindaco socialista Carlo To-

gnoli e Paolo Pillitteri, cognato di Bettino Craxi. Ligresti non è politicamente etichettabile: cavalca l’onda dei vincitori di turno, pur di garantirsi il business immobiliare, ma scivola (luglio 1992) sulla buccia di banana delle speculazioni, finendo in galera. Le parole con cui la Cassazione respinge la richiesta di libertà provvisoria, sono inequivocabili per chi disponga di un’etica, ancorché minima: «Persona adusata alla corruzione e al venale intrallazzo con politici di rango (...) capacità inquinatrice per lo spregiudicato uso del potere economico e delle entrature politicoamministrative». Come si può mantenere nel severo consiglio di Mediobanca una persona di tale profilo? Enrico Cuccia è irremovibile: «Gli amici si manifestano nel bisogno. Maramaldo è la figura storica che più detesto». Perché Cuccia difende con tanto accanimento, oltre all’amico Ligresti, il Ligresti-consigliere?

S o l i d a r i e t à i n t e r e s s a t a , viene spontaneo supporre. In carcere, messo sotto torchio da Antonio di Pietro, pur confessando il pagamento di tangenti, mantiene il riserbo tipico di tanti personaggi della sua terra. Esacerbando i magistrati che vorrebbero strappargli l’identità dei referenti, il segreto di legami che vengono da lontano e dai quali emerge un chiaro intreccio politica-affari. In una Milano che si pretende Capitale Morale! Lo straordinario sta nel prosieguo: nonostante carcere e condanne, pur defilatosi dalle luci della ribalta, resta protagonista, almeno sino alla morte di Enrico Cuccia, nel 2000. Poi la sua stella prende ad appannarsi. Certo, non s’arrende. Tenta un’ultima offensiva, in vista dell’Expo 2015, ma la crisi edilizia che va a braccetto con quella della Borsa iniziata nel 2008, gli taglia le gambe. Meglio: emerge la fragilità di un Impero che non può più affi-

GLI AMICI

Tra le buone conoscenze di Ligresti, in senso orario: il senatore missino Antonino La Russa; l’ex sindaco di Milano, il socialista Marco Tognoli; il tycoon Michelangelo Virgillitto, che fece una montagna di soldi acquistando a prezzi stracciati stabili bombardati; e soprattutto (nella foto qui a destra), il potente banchiere Enrico Cuccia

darsi alla “comprensione” di Mediobanca. Scomparso Cuccia, anche il gioiello della finanza italiana è entrato in zona di turbolenza. Ancora più decisivo: don Salvatore ha da fare i conti con le banche: già amiche, ora arcigne. Così la saga dei Ligresti, padre & figli, sta arrivando al redde rationem. Molti sostengono che Salvatore dovrebbe mollare, farsi da parte. Chiudere baracca (c’è Unipol in pole position), l’ex gioiello Fondiaria-Sai, ma lui tergiversa. E sembra

Jonella e Giulia Maria le ritroviamo salde ai vertici di Fondiaria-Sai e Premafin. Paolo Gioacchino, anche in Milano Assicurazioni poter tenere tutti quanti in stallo, forse nel comprensibile timore che prenda ad “esternare”, squarciando il velo sui misteri della Grande Finanza italiana dagli anni Cinquanta ai nostri giorni.

L’èra Cuccia e il travagliato dopoCuccia, una stagione caratterizzata da una sostanziale carenza di leadership: ragion per cui le “nostre care banche” arrancano; e preoccupate della loro sopravvivenza, lesinano il credito frenando ogni possibile ripresa. Quindi don Salvatore da Paternò ha da avere più di un asso nella manica. Intoccabile, comunque da trattare coi guanti.

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Ricapitalizzazione, paura degli eredi MILANO. La missiva inviata due giorni fa al consiglio di amministrazione di Premafin da parte di Sator e Palladio, nella quale si sollecitava una replica alla proposta alternativa al piano Unipol in vista della scadenza fissata per la serata di ieri, è stata per tutto il giorno all’esame dei legali del gruppo Ligresti. Lo si apprende da una fonte vicina alla famiglia. È comunque allo stato escluso, viene spiegato, un cambio di rotta: la decisione, come esplicitato dal consiglio di Premafin di venerdì scorso, resta infatti quella di lasciare cadere la proposta delle due finanziarie, anche a causa dell’esclusiva firmata con Unipol, “senza che succeda nulla”, sottolinea la stessa fonte. Secondo indiscrezioni di stampa, la lettera delle società guidate da Matteo Arpe e Roberto Meneguzzo apre la strada a possibili azioni legali, chiamando in causa il “fondato sospetto di gravi irregolarità”. La sollecitazione, che evidentemente prova a difendere gli interessi dei soci di controllo cercando di evitare, se possibile, una diluizione eccessiva, si basa sul recente ricalcolo del margine di solvibilità della compagnia assicurativa che rispetto al 75% segnato mesi fa ora navigherebbe al di sopra del 90%. Una soglia che, sulla carta, potrebbe consentire di rivedere al ribasso l’ammontare dell’iniezione di liquidità. Un’opportunità, tuttavia, che non sembra incontrare il favore delle banche creditrici, in primis Mediobanca. E per almeno due ragioni: perché si ritiene necessario costituire comunque una riserva che consenta di affrontare ulteriori chiari di luna dei mercati e perché si dubita che l’Isvap possa prendere a riferimento un valore non certificato da bilancio o semestrale.


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mondo

Una nuova generazione ha preso in mano la diplomazia del Paese candidato ad entrare in Europa

I tre moschettieri serbi Dimenticare gli anni di Milosevic ed entrare nell’Ue: è la missione di Vuk Jeremic, Bozidar Delic e Borislav Stefanovic, giovani politici emergenti cresciuti all’ombra di Boris Tadic

Da sinistra, Vuk Jeremic, Bozidar Delic e Borislav Stefanovic. Nell’altra pagina: a destra, il premier Monti, ieri a Belgrado con una delegazione di 6 ministri, e in basso, Angelina Jolie

di Laura Giannone oris Tadic, subito dopo il conferimento dato alla Serbia dello status ufficiale di Paese candidato ad entrare in Europa, ha detto di aspettarsi l’inizio dei negoziati di adesione alla Ue «prima della fine dell’anno», precisando che Belgrado avrà raggiunto «un obiettivo strategico sostanziale solo una volta ottenuta la data per l’inizio dei negoziati». Il presidente spinge giustamente sull’acceleratore per portare a casa un risultato politico fondamentale, ma sa bene che se è arrivato a questo punto deve moltissimo a quelli che molti analisti definiscono i suoi tre jolly: ovvero Vuk Jeremic, il suo ministro degli Esteri; Bozidar Delic, il vicepremier incaricato dell’integrazione europea e Borislav Stefanovic, capo negoziatore per il Kosovo, il diplomatico che una decina di giorni fa ha ottenuto l’accordo di cooperazione con Pristina. Un’intesa che secondo il parere generale ha aperto alla Serbia le porte dell’Ue. Ambiziosi, cosmopoliti e sicuri di sé, questi nuovi politici serbi si assomigliano e condividono una fedeltà assoluta al loro mentore e leader, il presidente Bo-

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ris Tadic. Ed è proprio attraverso di loro che il capo dello stato serbo vuole portare a termine il processo di avvicinamento all’Europa.

Dall’arresto dei criminali di guerra (nel 2011 il paese balcanico ha chiuso il suo conto con la giustizia internazionale, arrestando e consegnando al Tribunale penale dell’Aia (Tpi) gli ultimi due

Tanto che il governo di Belgrado, solo fino a dieci anni considerato un paria, ha ottenuto lo status di candidato all’Unione europea. Un riconoscimento a cui Vuk Jeremic, Bozidar Delic e Borislav Stefanovic hanno contribuito parecchio. Certo non sono i soli, ma diciamo che sono i tre politici che più di ogni altro stanno lavorando a un risultato a lungo ritenuto impossibile: aprire le porte del-

Ambiziosi, cosmopoliti e sicuri di sé, questi nuovi amministratori si assomigliano e condividono una fedeltà assoluta al presidente, loro mentore e leader. Puntando a modernizzare l’immagine del governo super ricercati per crimini di guerra: Ratko Mladic e Goran Hadzic), alla riconciliazione con i paesi vicini e ai rapporti, almeno a livello diplomatico, più distesi con il Kosovo (senza però dimenticare che Tadic esclude il riconoscimento del piccolo stato balcanico). L’immagine della Serbia sulla scena internazionale da quando questi tre sono al lavoro è migliorata parecchio.

l’Ue alla Serbia senza concedere nulla o quasi sul Kosovo. Se si pensa che l’Ue solo pochi mesi fa aveva chiesto a Belgrado di non ostacolare più la partecipazione del Kosovo alle conferenze regionali, di accettare di mettere il tribunale del Kosovo settentrionale sotto la tutela di Eulex, la missione europea di polizia e giustizia, e di porre rimedio ai problemi delle telecomunicazioni e della distri-

buzione dell’elettricità nella regione, ottenendo di fatto solo la fine delle tensioni fra Belgrado e Pristina e una timida apertura su Eulex, si capisce il lavoro di cesello fatto da Jeremic.

Diventato ministro degli Esteri a 31 anni (oggi ne ha 37) Vuk Jeremic si è fatto la ossa nella scuola anglosassone, essendo cresciuto alla Kennedy School of Government, il vivaio americano dei politici di domani. Ed è proprio con un’efficienza tutta americana che «ha difeso l’intransigenza serba sul Kosovo. Nazionalista e filo-occidentale, ha incarnato la difficile posizione diplomatica che la Serbia ha cercato di difendere dopo l’indipendenza della sua ex provincia nel 2008» ha scritto di recente il quotidiano francese Le Figaro in un suo articolo. Una linea che ha mostrato anche i suoi limiti: nel 2010 Jeremic, considerato intransigente, se non arrogante, è stato spostato a un altro settore che si è rivelato ancora più interessante: convincere i paesi non allineati a non riconoscere il Kosovo. Così, da Calcutta a Teheran a Città del Messico, Jeremic ha riattivato


mondo

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Per la prima volta il vertice ha assunto subito un sapore europeista uper Mario non ha traduzione, nemmeno in serbo. E del resto non sarebbe servito un vocabolario per prevedere che anche a Belgrado il nostro presidente del consiglio avrebbe avuto successo. La visita di Monti ieri in Serbia è passata, con la solita discrezione, agli annali. Il premier era accompagnato da cinque ministri, più un generale “a quattro botte”, vale a dire un Capo di stato maggiore. La rosa era composta da Terzi, Cancellieri, Catania, Clini, Passera e infine dal comandante generale della Guardia di Finanza, Nino Di Paolo. Tutti a stringere la mano al presidente serbo Tadic e al suo primo ministro Cvetkovic. Il vertice bilaterale ha assunto subito il sapore di carattere europeo. Proprio da questi giorni la Serbia può fregiarsi dello status di “candidato all’Unione europea” e quindi esporre sulla facciata dei suoi palazzi pubblici la bandiera azzurro-stellata comunitaria a fianco di quella nazionale. L’occasione, come hanno espresso Tadic e Monti insieme, è motivo di orgoglio per i rappresentanti politici di Belgrado. Il presidente del consiglio, da europeista convinto e con il suo trascorso istituzionale a Bruxelles, non poteva che condividere lo spirito di ottimismo. Era dal 2000 che un premier italiano non atterrava nella capitale serba. Ed era necessario Monti per farci ricordare quanto i Balcani siano fondamentali per l’Italia. È anche vero che, in questi dieci anni, le relazioni bilaterali sono cresciute in maniera signifi-

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Super Mario conquista Belgrado Sostegno all’euro-integrazione e rafforzamento della cooperazione economica bilaterale di Antonio Picasso cativa. L’Italia è il terzo partner commerciale per il Paese balcanico. «E desidera crescere ulteriormente», ha detto il ministro allo sviluppo economico Passera. La presenza delle nostre aziende al di là dell’Adriatico è consolidata da oltre mezzo secolo. Hanno raggiunto le 400 unità, dalle 150 che erano del 2009, con un complessivo di 20 mila al libro paga.

Unica stecca del summit, il Kosovo. Roma è favorevole all’indipendenza della regione, ma Tadic non ne vuole sapere

Risale agli anni Cinquanta l’apertura dello stabilimento Fiat di Kragujevac, dove veniva prodotto il modello di allora della Cinquecento. Ed è in agenda per luglio l’avvio delle catene di montaggio per la realizzazione della versione più recente. «La Cinquecento è stata

L’attrice dichiarata persona non grata al Paese

Tutti contro Angelina a quando Nella terra del sangue e del miele, il film diretto da Angelina Jolie è uscito nei cinema serbi, la stampa ha attaccato ferocemente la sua regista. Nel film i serbi sono rappresentati come «terroristi, tagliagole e stupratori», scrive il quotidiano serbo Kurir, secondo cui l’attrice è da oggi persona non grata in Serbia. Mentre il resto della stampa ricorda che alla stesura del copione hanno partecipato il generale Wesley Clark e Richard Holbrooke, rispettivamente il comandante delle forze Nato che hanno combattuto i serbi nel 1999 e il negoziatore degli accordi di Dayton per l’indipendenza della Bosnia-Erzegovina. Se-

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condo il settimanale Blic, invece, si tratta soltanto di una storia d’amore ricostruita a partire da testimonianze dell’epoca. E gettando acqua sul fuoco invita «i patrioti a non inscenare un dramma nazionale per un semplice film», denunciando piuttosto che «ancora oggi alcuni individui tengono la Serbia in ostaggio e continuano a fare la guerra al mondo intero». Il film, calorosamente accolto a Sarajevo (addirittura con una standing ovation), racconta la storia d’amore tra un ragazzo serbo e una musulmana, relazione interrotta dalla guerra di Bosnia e che li vedrà riunire in un campo di concentramento, dove lui è un soldato e lei una dei prigionieri.

un punto in comune del nostro passato e spero che rappresenterà un punto di incontro per il futuro», ha detto Tadic. Ma la lista degli ambasciatori dell’imprenditoria italiana è lunga.Tra i più illustri bisogna ricordare Benetton, Goldenlady ed Edison. Con quest’ultima è in fase di definizione la nuova centrale di Kolubara B, un progetto termoelettrico da 750 mw, che dovrebbe essere terminata entro cinque anni. Sempre in campo energetico, è in cantiere anche una serie di impianti idroelettrici e di reti di trasporto. Altre opportunità sono attese nella realizzazione delle infrastrutture, nel settore ferroviario, oltre che tessile e abbigliamento. Il presidente serbo ha menzionato anche la costruzione di un’autostrada in di-

con successo le vecchie reti jugoslave, con grande irritazione dei suoi amici americani. Dieci anni separano Bozidar Delic, il vicepremier ministro serbo incaricato dell’integrazione europea, dal giovane collega Vuk, ma i due uomini condividono lo stesso percorso. “Boza” ha fatto il suo apprendistato in Francia, dove è arrivato all’età di dieci anni senza parlare la lingua. Qui ha frequentato gli istituti più prestigiosi: liceo Louis-leGrand, Sciences Po, Hec. Economista di successo con l’aria da yuppie, ha fatto carriera fra il settore privato e incarichi da consigliere politico. Dal 2007 Delic lavora a fianco del presidente Tadic con un solo obiettivo, l’Europa. Più sensibile di Jeremic, è riuscito a convincere gli europei che «legare il Kosovo all’Europa avrebbe finito per fare il gioco degli estremisti in Serbia». La sua missione è far dimenticare Slobodan Milosevi\u0107, e per compierla può essere molto duro. «Il vostro problema è che continuate a vedere la Serbia attraverso il prisma del passato. Anche con me, parlate come se fossi Milosevi\u0107», affermava arrabbiato qualche mese fa con il dito puntato. Nell’estate 2011, dopo che Angela Merkel aveva fatto capire ai ser-

rezione del Montenegro, la quale potrebbe avere paternità italiana. A margine del summit, sono stati siglati ben sei memorandum di intesa per il sostegno al processo di integrazione della Serbia nell’Ue.

I ministri degli Esteri Terzi e Jeremic hanno firmato un accordo di cooperazione in materia di protezione civile. Una «Dichiarazione congiunta sulla lotta a criminalità organizzata, droga, terrorismo, armi e traffico di essere umani» è stata invece oggetto dei due ministri dell’Interno, Anna Maria Cancellieri e Ivica Dacic. Per quanto riguarda l’agricoltura, Mario Catania e Dusan Petrovic si sono occupati di un protocollo di cooperazione in materia di sviluppo rurale e per la qualità del settore. Gli ultimi due documenti hanno riguardato la protezione ambientale, a firma Clini-Dulic, e la partnership in materia di illeciti fiscali economici e finanziari. Da qui la presenza del generale Di Paolo, il quale si è incontrato con l’Ispettore capo della Polizia fiscale serba,Vesna Aleksic. Unica stecca del summit, il Kosovo. L’Italia, già con il governo Berlusconi, si è espressa in maniera favorevole all’indipendenza della regione – percorso comunque già avviato. Belgrado però non intende tirarsi indietro. L’argomento rappresenta «una linea rossa, al di là della quale la Serbia non può retrocedere». «Non riconosceremo mai lo Stato del Kosovo, ma cercheremo di promuovere una soluzione del problema», ha detto Tadic.

bi che la strada per l’Ue «passava da Pristina»,Tadic ha deciso di calare il suo terzo jolly, Borislav Stefanovic, 37 anni, incaricato di negoziare direttamente con gli albanesi le modalità di una ”cooperazione tecnica”. Ed infatti è stato lui a lavorare ed ottenere l’accordo di cooperazione con Pristina cheha aperto alla Serbia le porte dell’Ue.

Certo, i successi diplomatici dei serbi sono anche dovuti alla debolezza dei loro avversari, privi di una classe dirigente degna di questo nome: un’asimmetria simboleggiata da Hashim Thaci, il primo ministro kosovaro accusato dal Consiglio d’Europa di aver organizzato un traffico di organi durante la guerra del 1999. I media serbi osservano che negli ultimi tempi il volto di questo ex diplomatico a Washington appaia sempre più provato, e continuano a chiamarlo con affezione “Borko”. Fino a qualche anno fa il ragazzo suonava il basso in un gruppo punk,“Generazione senza futuro”– un nome nel quale molti ragazzi serbi si erano di certo riconosciuti. Ma questo era prima che i tre moschettieri serbi scegliessero di salire su un nuovo palco, quello internazionale.


mondo

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L’analisi del leader del Movement for Islamic Reform, il movimento di opposizione alla monarchia assoluta

La scommessa saudita La famiglia degli Al Saud cerca di placare il vento di primavera che soffia a Riad. Un tentativo minato da assenza di libertà e disoccupazione di Saad al-Faqih trangoliamo l’ultimo re con le budella dell’ultimo prete», disse il filosofo francese del XVIII secolo Denis Diderot. Qualcosa di simile viene oggi ripetuto in Arabia – o per essere più precisi in Arabia Saudita, com’è oggi chiamata sotto l’attuale autocrazia dinastica. È solo una questione di tempo prima che le rivoluzioni che hanno travolto il mondo arabo lo scorso anno raggiungano il regno saudita. La maggior parte dei fattori che hanno portato alle rivolte

«S

fusione degli strumenti di comunicazione ha abbattuto le barriere e privato il regime saudita della segretezza e dei raggiri su cui fondava la sua legittimazione. Le tv satellitari gestite dall’opposizione ora esprimono un messaggio alternativo, mentre internet e i telefoni cellulari permettono una facile interazione, rendendo i dibattiti virtuali più efficaci di quelli reali. Negli ultimi due mesi, un account anonimo di Twitter, @mujtahidd, ha attirato più di 220.000 sostenitori, grazie alla sua capacità di denunciare la

Negli ultimi due mesi, un account anonimo di Twitter, @mujtahidd, ha attirato più di 220.000 sostenitori, grazie alla sua capacità di denunciare la corruzione in modo dettagliato e preciso arabe sono presenti in Arabia. Il regime saudita detiene decine di migliaia di prigionieri politici, molti dei quali senza un’accusa precisa – solo un esempio dell’oppressione di cui soffrono le persone nel paese. La scala della corruzione è impressionante. Il più recente bilancio del paese, per fare solo un esempio, non rende conto di 100 miliardi di dollari. In questo paese dagli enormi proventi petroliferi i tassi di disoccupazione sono in forte rialzo (attualmente oltre il 30%), il salario medio è inferiore ai 1.300 dollari al mese, con una discrepanza enorme tra le classi, e il 22% della popolazione vive in povertà. In conseguenza della corruzione, la ricchezza petrolifera ha avuto scarso impatto sulla qualità della vita del cittadino medio, come avviene nei vicini paesi del Golfo.

Quel che è peggio è che la famiglia reale continua a trattare il paese e la sua gente come una sua proprietà privata. Invece di cercare di offrire ai cittadini l’identità forte che la gente desidera, è stata rafforzata la sottomissione alla famiglia reale degli Al-Saud.Tuttavia, come altrove nel mondo arabo, la dif-

corruzione in modo dettagliato e preciso. @Mujtahidd ha già pubblicato migliaia di tweet molto ben informati sui diversi membri della famiglia reale, compreso il re. La popolarità di @mujtahidd è andata al di là di Twitter, tanto che è ormai sulla bocca di tutti; a tal punto che il blocco del suo account all’interno del regno non è riuscito in alcun modo a fermare il crescente numero di sostenitori. Questa prontezza ad abbracciare la cam-

pagna di indiscrezioni condotta da un individuo anonimo è una dimostrazione di quanto poco la gente si fidi dei media ufficiali del paese.

Voci riformiste provenienti dagli ambienti più diversi sono sempre più udibili nella società. La maggior parte provengono dalle file dei religiosi – com’è avvenuto in altri paesi arabi dove sono avvenute sollevazioni. Sono proprio questi riformatori religiosi, non i liberali, che ripetono l’appello di Diderot a una resa dei conti sia con i principi che con la gerarchia religiosa a loro sottomessa. È questo tipo di apparente contraddizione – assieme alla complessità della mappa geopolitica dell’Arabia – che rende molti osservatori incapaci di prevedere il futuro politico del regno. I media occidentali, laddove del tutto notano il fermento in atto in Arabia, si concentrano sulla rivolta sciita e sulla posizione delle donne. È vero che gli sciiti sono molto attivi nelle proteste – le loro manifestazioni sono numerose. Tuttavia, essi sono una minoranza e il regime li accomuna all’Iran, così le loro proteste rimangono isolate e autonome. Il re-

gime ha finora utilizzato con successo queste proteste a suo vantaggio, persuadendo la maggioranza sunnita del rischio di una “presa di potere” sciita nella provincia orientale. E all’interno dell’Arabia, dove entrambi i sessi sono privati dei loro diritti fondamentali, l’attenzione del mondo occidentale sulla lotta per i diritti delle donne si è rivelata un boomerang, in quanto essa è ormai associata agli impopolari “valori occidentali”. La concentrazio-

ne dell’attenzione occidentale esclusivamente su queste due questioni fa comodo al regime saudita, perché dà l’impressione che esso non debba fronteggiare sfide più gravi che minacciano la sua stessa esistenza. Il regime è più interessato al fatto di essere rappresentato in Occidente come un regime stabile e resistente che non come un regime che rispetta i diritti delle minoranze o che incoraggia i valori occidentali. Qualsiasi rilevante sfida interna alla sua stabilità porterebbe le potenze occidentali a perdere la loro fiducia nella capacità del regime di servire i loro interessi.

Dunque perché la rivoluzione non ha ancora raggiunto l’Arabia? Le tradizionali inibizioni sono ancora presenti. Nonostante la convinzione diffusa che un complessivo cambio di regime sia necessario, i riformatori continuano a mostrarsi esitanti a dichiarare il loro punto di vista, per non parlare poi del fatto di adottarlo. L’establishment religioso ufficiale, i cui membri sono nominati direttamente dal re, continuano a mostrarsi concilianti con il regime in un paese dove la religione è il principale protagonista della


mondo

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Scritto da un famoso giornalista inglese e pubblicato da “Life”

La miopia occidentale sull’Islam arriva da lontano Solo 50 anni fa, secondo un libro che ha fatto storia, gli arabi erano un unico popolo, tollerante e dedito a un culto «semplice» di Daniel Pipes n tempo invecchiata e cadente, la lontana civiltà degli arabi oggi è travolta dai venti corroboranti del cambiamento. Una sorta di disordine fruttuoso sta sostituendo i vecchi schemi di vita». Queste parole, che suonano come attuali, sono state pubblicate nel 1962, in un libro di 160 pagine e pieno di immagini intitolato The Arab World (Il mondo arabo, Club degli editori, 1963, ndt.). Il volume vanta tre pregi che lo rendono meritevole di una recensione, esattamente a cinquant’anni di distanza. Innanzitutto, sono stati i redattori della rivista americana Life, poi diventata settimanale, a produrlo, il che implica una centralità culturale. In secondo luogo, un ex-alto funzionario del dipartimento di Stato, George V. Allen, ne ha scritto l’introduzione, il che denota che il libro aveva delle credenziali fornite dalla classe dirigente. In terzo luogo, il testo è stato scritto da Desmond Stewart (1924-1981), un acclamato giornalista britannico, storico e romanziere. The Arab World rappresenta certamente un artefatto di un’altra epoca; se è vero che non edulcora interamente il suo argomento, Stewart offre però un approccio benigno, trasparente, paternalistico che zittirebbe anche gli scrittori più eufemistici di oggi. Ad esempio, egli suggerisce a un visitatore occidentale nei paesi arabofoni di entrare nel «regno di Aladino e Ali Baba». S’incontra poco di questo sentimentalismo nell’era di al-Qaeda. In modo più interessante, il libro dimostra come un analista eminente possa facilmente travisare il quadro generale.

«U

politica. Le persone sono bombardate dall’allarmismo dei media che associa il cambiamento al caos e allo spargimento di sangue, com’è avvenuto in Yemen, Siria e Libia. Ancor più significativo è il livello di sfiducia tra gli attivisti, che rende difficile qualsiasi atto collettivo di protesta. L’attivismo politico in Arabia è stato quasi inesistente, mentre concetti come “libertà di espressione”,“condivisione del potere”, “trasparenza”e “responsabilità di fronte ai cittadini” sono considerati come stranieri. Questo non significa che il cambiamento sia impossibile. Perfino l’erede al trono, il principe Nayef (principe

esempio – continuerà ad essere efficace finché la gente non raggiungerà la soglia oltre la quale la paura diventa irrilevante, come si è dimostrato in Siria e altrove nella regione. Quanto al sostegno internazionale al regime, da parte dell’America e dell’Europa, esso si sta già ritorcendo contro il regime stesso perché il popolo vede che gli Al-Saud svendono il paese a “padroni” occidentali.

L’equilibrio dei fattori in Arabia sta chiaramente evolvendo in direzione di un profondo cambiamento. Un cambiamento di tale portata di solito è scatenato da un evento atteso – co-

I media occidentali benché notino il fermento in atto nel Paese, si concentrano sulla rivolta sciita e sulla posizione delle donne. E non segnalano le pecche del regime ereditario, vice primo ministro e ministro degli interni) è considerato con così poca riverenza che vi sono appelli all’interno del paese perché egli sia posto sotto processo. Un attivista ha scritto una lettera aperta a Nayef affermando che dopo la morte dell’attuale re (ormai quasi novantenne) scoppieranno le proteste. Nel frattempo i dotti religiosi ufficiali vengono ripudiati in favore di quelli indipendenti, in quanto l’establishment religioso è visto sempre più come complice della corruzione dilagante nel paese. L’allarmismo dei media ufficiali sauditi – riguardo a una possibile presa di potere sciita, ad

me la morte del re – o da un incidente inaspettato – com’è stato nel caso di Bouazizi, la cui autoimmolazione ha scatenato la rivolta in Tunisia. Due settimane fa, una tribù di Taif, vicino alla Mecca, ha impedito alle forze di sicurezza di applicare un’ordinanza reale confiscando le loro terre. Essa ha costretto le autorità ad annullare l’ordine di confisca attraverso una protesta concreta. In tutto il paese la gente si chiede: se una piccola tribù può riottenere la propria terra attraverso proteste pacifiche, perché l’intera nazione non dovrebbe reclamare i propri diritti in un modo analogo?

a respingere le manifestazioni dell’islamismo, che a suo avviso, «hanno un’aria antiquata ed esercitano poco fascino tra i giovani». In breve, Stewart non sa niente di supremazia islamica dalle sue origini ai tempi moderni.

Un terzo tema riguarda la determinazione araba a modernizzarsi: «Una delle sorprese del XX secolo è stata il modo in cui i musulmani arabi hanno accettato il cambiamento e il mondo moderno». Ad eccezione dell’Arabia Saudita e dello Yemen, Stewart ritiene che ovunque «il modernismo arabo è una forza tangibile, visibile e udibile». La sua miopia riguardo le donne rende la lettura sbalorditiva: «L’harem e i suoi pilastri psicologici sono stati fatti saltare con la dinamite nel XX secolo». «Nelle questioni economiche (…) sono quasi uguali agli uomini». Egli vede ciò che vuole, insensibile alla realtà. Continuando con questo insensato ottimismo,

«L’harem e i suoi pilastri psicologici sono stati fatti saltare con la dinamite nel XX secolo. E in economia le donne contano quanto gli uomini»

Come suggerisce il titolo, uno degli argomenti riguarda l’esistenza di un unico popolo arabo dal Marocco all’Iraq. Per rendere conto di questa “tradizione“ Stewart è stato costretto a ricorrere a un’analogia con il mondo animale: «Gli arabi hanno una peculiare cultura comune di cui non possono sbarazzarsi con più facilità di quanto un colibrì possa cambiare le sue abitudini di nidificazione con quelle di un tordo». Ignorando i falliti tentativi arabi di unificare i loro paesi, Stewart ha predetto che «qualunque cosa accada, le forze unificanti perdureranno». Niente affatto: questa spinta è venuta meno poco dopo il 1962 ed è scomparsa a causa della sua futile premessa che solo la lingua araba definisce un popolo, ignorando la storia e la geografia. Il suo secondo tema riguarda l’Islam. Stewart scrive che questa fede «semplice» ha sollevato l’umanità «a una nuova altezza» e che «non è pacifista, ma la sua parola chiave è salaam o pace». Egli definisce l’Islam una «fede tollerante» e descrive storicamente gli arabi come dei «conquistatori tolleranti» e «sovrani tolleranti». I musulmani trattano gli ebrei e i cristiani in modo «tollerante». Tutta questa tolleranza spinge Stewart con nonchalance, ma in modo incauto,

Stewart racconta come gli “arabi” siano fermamente decisi a «distruggere i vecchi stereotipi». Egli scrive del VII secolo come nessuno oggi oserebbe fare, soprattutto non dopo il fallimento delle ambizioni irachene di George W. Bush e l’avventura libica di Barack Obama: «I primi quattro califfi erano democratici come lo statista britannico William Gladstone, se non come l’americano Thomas Jefferson». Stewart sostiene addirittura che «la civiltà araba è parte della cultura occidentale e non orientale», qualunque cosa ciò possa significare. Per inciso, cinquant’anni fa l’Islam era talmente arcano che le due dozzine di esosi redattori di Life che facevano parte dello staff editoriale del volume hanno erroneamente scritto nella didascalia di una foto che ritraeva il pellegrinaggio islamico alla Mecca che esso: «ha luogo ogni anno in primavera». Gli errori dei predecessori hanno un effetto umiliante. Un analista come me spera di non essere così ottuso come Desmond Stewart e Life, e di non fare figuracce col passare del tempo. Anzi, io studio la storia con la speranza di avere una visione più ampia e in tal modo di non essere limitato dalle ipotesi correnti. Nel 2062, mi direte come mi sto comportando.


cultura

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L’evoluzione del “potere morbido” e della “politica del denaro” ormai rischia di colpire anche chi, nel mondo, lotta per la libertà in Cina

Goebbels a Pechino È “erede” del peggiore ministro hitleriano la nuova propaganda del Partito comunista di Wei Jingsheng egli ultimi anni, al regime comunista cinese piace usare una frase molto affascinante: “Potere morbido”. Il popolo cinese ha più familiarità con il linguaggio tipico dei comunisti cinesi: “Un regime nato dalla canna del fucile”. Perché ora questa frase affascinante sul “potere morbido”? Facendo delle osservazioni attente, scopriremo che questo cosiddetto “potere morbido” non riguarda i valori fondamentali degli occidentali, come libertà e democrazia, ma soltanto un vecchio adagio che accompagna il Partito comunista sin dalla sua fondazione: la propaganda. Il Partito crede in quel principio enunciato da Josef Goebbels, ministro della Propaganda di Adolf Hitler: «Se dici una grossa bugia e continui a ripeterla, alla fine il popolo ci crederà».

N

Ma oggi l’approccio del governo comunista cinese si è espanso più che ai tempi di Stalin e Mao Zedong. Non usa soltanto i media nazionali che monopolizza, ma porta la sua propaganda a livello mondiale, combinata con la natura del mondo capitalismo burocratico. Una delle tecniche usate prevede l’acquisto dei media. Se si osservano i media cinesi con base fuori dalla Cina si riscontra un fenomeno comune: quei giornali che erano anti-comunisti o neutrali all’inizio della loro storia, nel corso di un decennio circa sono divenuti media che lodano il Partito comunista. Inoltre, per evitare che i propri lettori siano troppo arrabbiati con loro, questi media hanno scelto la posizione di nascondere gli orrori e difendere il regime comunista. Minimizzano i crimini compiuti dal Partito e consigliano la riconciliazione a tutti i costi con quel governo, sottolineano che non si deve assolutamente resistere al Partito comunista. Da questa evoluzione dei media sono nati persino dei think tank pro-riconciliazione. Se come premessa mettiamo il fatto che il Partito comunista dichiara in maniera esplicita ogni

giorno che non si riconcilierà con alcuna opposizione, di quale riconciliazione parliamo? È semplicemente un sinonimo per dire “resa”. Questi think tank sono veramente incredibili.Ti convincono che una persona è un’idiota quando invece è sveglia e con gli occhi spalancati. Per l’invidia Josef Goebbels uscirebbe fuori dalla sua tomba. Goebbels penetrò nei media del nemico e usò la fidu-

I giornali che erano anti-comunisti o neutrali all’inizio della loro storia, in 10 anni sono divenuti “governativi” cia del popolo nei confronti di libertà e democrazia per fare propaganda a favore del fascismo. Ci riuscì molto bene. Il servizio tedesco della Bbc venne riempito di spie dalla cultura nazista. Ora l’infiltrazione del Partito comunista cinese nelle reti televisive oltremare ha soltanto ampliato i propri scopi. Il governo comunista cinese corrompe gli accademici e gli istituti di ricerca occidentale, usando i propri metodi per controllare queste istituzioni e spin-

gere via alcune persone, mentre ne fanno entrare altri. Sono ancora più decisi, al punto che potrebbero creare della confusione del processo decisionale dell’Occidente.

Questa abilità si spiega con il fatto che la maggioranza dei politici occidentali capisce meno di politica ed economia, ma capisce molto di campagne e spettacoli. Da un punto di vista più ampio, la loro capacità di giudizio dipende dalle istituzioni accademiche e dagli studiosi. Quindi corrompere studiosi e istituzioni accademiche diventa un modo diretto ed efficace per influenzare le scelte dei governi occidentali. Proprio come già osservato per i media, gli stessi fenomeni possiamo trovarli nel mondo accademico. Le istituzioni di ricerca controllati dai capitali privati occidentali si affannano per essere amiche del Partito comunista cinese al punto che diventano ridicole, perché non si accorgono di quanto lo siano diventate. Un noto istituto di ricerca ha pubblicato una lista relativa alla felicità globale, e ha annunciato con solennità che il popolo cinese è il più felice al mondo. Se siete interessati ai guadagni annuali di questo istituto o ai donatori, saranno sempre i cinesi quelli più alti in lista. Al di là di questi scherzi fatti senza volere, la maggior parte dei docenti e degli istituti cercano in qualche modo di salvarsi la faccia. Tuttavia quei ricercatori che un tempo criticavano con forza il regime comunista ora escono dal buio e promuovono “pace, razionalità e non violenza”, sostenendo che il Partito comunista sia molto migliorato nel tempo, e che se la Cina ha qualche problema anche gli Usa hanno i loro ecc… L’implicazione di questo assioma è

A fianco, una delle grandi immagini di Mao Zedong che nel 2011 il governo di Pechino ha esposto per festeggiare i cento anni del Partito comunista cinese. In basso, uno scatto di Joseph Goebbels, una fotografia dell’esercito cinese e, nella pagina a fianco, un’illustrazione di Josip Stalin

che i diritti umani in un’autocrazia mono-partitica siano simili a quelli delle nazioni democratiche. Persino l’assistente Segretario di Stato americano per i diritti umani è arrivato a dire parole senza senso come queste. Quindi potete vedere come la voce unita sotto al Quotidiano del Popolo sia influente rispetto alla scelta delle politiche americane.

Limitarsi a corrompere un gruppo di docenti non è certo abbastanza. Dopo tutto, i docenti hanno ancora un minimo di codice morale e un minimo di lettori, quindi devono tenersi in equilibrio fra il denaro e la propria faccia. Quindi ecco una frase di Chen Yun, alto dirigente del Partito comunista: «Il no-

stro esercito è ancora quello di cui possiamo fidarci di più». Ed ecco perché ci sono istituti professionali per la propaganda, che il Partito incarica di fare il loro lavoro. Nonostante questi bugiardi professionisti all’interno del governo cinese abbiano un’eloquenza eccellente, hanno anche il problema di una credibilità molto bassa se non addirittura negativa. In altre parole, tutto quello che questi bugiardi professionisti lodano è spesso definito dalla maggior parte delle persone cine falso, senza bisogno di altre analisi. Tutto ciò che invece condannano viene considerato buono in maniera indiscriminata. Non soltanto i cinesi: persino gli stranieri hanno imparato questo sempli-


cultura

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e di cronach

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ce metodo di giudizio. L’effetto negativo della propaganda è divenuto un collo di bottiglia per la propaganda comunista, in casa e all’estero.

Quindi il governo comunista cinese ha preso in prestito un trucco della pubblicità moderna. È chiamato dalla scienza politica di Taiwan e Hong Kong packaging. Quando le coperture sono addobbate con della carta da zucchero, saranno in grado di abbattere gli obiettivi meno pensabili. Se le persone fossero costrette a vivere in una coperta di protezione ogni giorno, sarebbero molto stanche. Oltre ai cinesi costretti a vivere in questa coperta, la maggior parte degli occidentali che vive felice non ha un’armatura anti-proiettile: quindi possono essere colpite in maniera semplice da quelle coperture. Negli ultimi anni ci sono state molte istituzioni di questo tipo. Dal punto di vista nominale stanno facendo ricerca e studio ma, dal punto di vista pratico, stanno facendo propaganda. In superficie si occupano del mondo intero, ma in realtà si concentrano sulla Cina. Ti diranno come e quanti gli africani soffrono in maniera miserabile, ma non diranno che la Cina sta splendendo. Hanno an-

le politiche dei governi. La funzionalità di queste celebrità e politici usati per il packaging non si limitano a questo. I loro fan e le loro relazioni con tutti i settori della società aiutano in maniera intenzionale o meno questi istituti e influenzano l’opinione pubblica, così come le politiche governative.

Oggi l’approccio del governo si è espanso più che ai tempi di Stalin e Mao. Non usa solo i media nazionali che monopolizza, ma esporta la propaganda che un’altra caratteristica essenziale: reclutano un grande numero di star e studiosi famosi dell’Occidente, in modo particolare i vincitori di premi ed ex membri di governi stranieri, per confondere le persone con il loro packaging.

E mentre vengono manipolati da alcuni ex diplomatici e dirigenti del Partito, alcuni giornalisti occidentali molto bravi con la propria lingua vengono assunti per creare per il Partito un packaging anche linguisti-

co. Questi istituti di packaging usano in maniera diretta i toni della propaganda del Quotidiano del Popolo. Dato che le loro facciate sono coperte da un gran numero di celebrità in diverse industrie, accoppiati con degli scrittori inglesi, nessuno nei media occidentali si azzarda a criticarli. Questo modo di fare è molto potente, e colpisce quegli occidentali che non hanno difese. Si è sviluppato fino al punto di guidare l’opinione pubblica, e giocare un’influenza non usuale verso chi decide

La politica del denaro è il peggior passo indietro compiuto dalle democrazie occidentali. È stata usata in maniera molto efficace dal Partito comunista cinese oramai capitalista. In questa competizione fra autocrazia e democrazia, l’influenza del denaro è un passo indietro che svolge il ruolo del traditore interno alla fortezza.

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ULTIMAPAGINA A Genova, fino al 30 marzo, la mostra «Donne del sud del mondo: cuore di imprese e integrazione»

Il lato rosa del commercio di Marco Ferrari i sta affermando un fenomeno nuovo e originale: il commercio equo e solidale, una pratica avviata da associazioni, cooperative, missionari, gruppi cattolici, con un’elevata presenza di volontariato, con l’intento di contrastare il commercio tradizionale che si basa su pratiche ritenute dannose (prezzi alti stabiliti dalle multinazionali indipendentemente dai costi di produzione; impossibilità di piccoli commercianti, contadini e artigiani di sfornare sul libero mercato internazionale i loro prodotti; ricorso al lavoro di fasce deboli della popolazione quali donne, bambini, interi villaggi e persone con scarsa produttività e quindi impossibilitate a vivere sul mercato). A questo nuovo fenomeno è dedicata la mostra Donne del sud del mondo: cuore di imprese, integrazione ed economia solidale in corso al Castello D’Albertis di Genova sino al 30 marzo. L’esposizione è la scoperta di un mondo al femminile fatto di minuscole storie di integrazione, imprenditorialità e solidarietà. Il filo rosso, una nuova figura che sta crescendo nel cono sud del pianeta: la donna promotrice di uno sviluppo sostenibile, sociale, economico, ambientale, incentrato a valorizzare i prodotti tipici dei paesi d’origine.

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Oggi sono oltre 10mila le donne impegnate nel commercio equosolidale distribuite su tre continenti, Africa, Asia e Sudamerica. Le ritroviamo in questa mostra attraverso foto, filmati, video, documenti, interviste e oggetti tradizionali. Per far conoscere meglio questo mondo a una città commerciale e portuale come Genova sono state avviate numerose attività didattiche per le scuole e un fitto calendario di eventi con laboratori, corsi di cucina e rassegna cinematografica. Si scopre così che il Commercio Equo e Solidale è un approccio alternativo al commercio convenzionale e si fonda su una relazione paritaria fra tutti i soggetti coinvolti nella catena, dai produttori ai consumatori. Anche nell’attuale congiuntura di crisi si sta confermando il valore di un sistema virtuoso che da quasi trent’anni genera sviluppo di produttori svantaggiati con un impatto positivo sul miglioramento delle condizioni di vita delle comunità di origine, spesso impiantate in zone disagiate, desertiche, lontane dalla costa. Questo nuovo tipo di lavoro femminile traina l’economia globale, come spiegano le teorie economiche e raccontano i fatti. Insomma, dalle donne che inventano “imprese” viene la spinta giusta per modificare la vita di intere comunità e salvare determinati contesti sociali. Secondo la Fair Trade Federation le donne sono infatti fra il 70 e l’80% dei lavoratori artigianali ed il commercio equo e solidale le sostiene nel percorso di emancipazione, valorizzandone il potenziale imprenditoriale e l’esperienza nelle tecniche tradizionali. Da Asia, Africa e America Latina giungono storie di donne che hanno rovesciato le regole del mercato. In parallelo, in Italia, donne emigrate cercano di superare le diffidenze con esempi di integrazione. Nella prima sezione della mostra, dedicata all’Italia, si possono vedere sei video interviste, sei esperienze personali in cui il lavoro in proprio ha rappresentato un percorso efficace di integrazione sociale ed economica. Marocco, Eritrea, Senegal, Ghana, Egitto sono i paesi di provenienza di queste donne che hanno rovesciato le regole di una società che vorrebbe confinarle ai margini. Nella seconda sezione, dedicata all’Africa, ritroviamo due fo-

SOLIDALE

Emerge ovunque ormai un mondo al femminile fatto di solidarietà e imprenditorialità. Il filo rosso, lo sviluppo sostenibile cus, esperienze di agricoltura equo solidale portate avanti dalle donne di Taliouine (Marocco) e di Meru Herbs (Kenya).Taliouine è una cooperativa situata in un’area povera e isolata dove è riuscita a implementare la produzione dello zafferano, l’oro rosso del Marocco e a superare i confini e le logiche del souk. Camomilla, carcadè e confetture di frutta esotica sono invece alcuni dei prodotti confezionati dalle donne di Meru

Herbs, un’organizzazione nata attorno ad un progetto idrico che ha portato acqua e lavoro a oltre 4mila persone del Kenya centrale. Sete, sari, ricami, saponi con i loro colori e profumi sono presenti nella sezione asiatica, protagoniste le donne indiane del progetto Sasha e quella della Palestina. Nel primo caso si tratta di una organizzazione che coinvolge 5mila artigiane nella regione del West Bengala in India che produce prodotti tessili e spezie. Nel secondo osserviamo un gruppo di socie palestinesi che realizzano timo, miele, tessuti ricamati a mano e sapone d’olio di oliva. Per l’America Latina sono state scelte le esperienze di Allpa, in Perù e Aj Quen in Guatemala che contrastano il lavoro minorile e la discriminazione di genere e garantiscono condizioni di lavoro dignitose. A Allpa oggi lavorano 500 donne, oltre mille famiglie, 100 laboratori artigianali impegnati nella produzione di ceramica chulucana. Aj Quen riunisce invece gruppi di artigiane Maya, soprattutto vedove e ragazze madri, vittime delle violenze perpetrate in trentacinque anni di guerra civile. I prodotti sono realizzati a mano sui telai a cintura in uso fin dall’epoca precolombiana e riprendono i motivi dei capi indossati dalle donne dei villaggi guatemaltechi.

Nella mostra si possono vedere anche un documentario girato in Bolivia dove si è insediata una rete di donne ritratte dal fotogiornalista Aldo Pavan, un altro realizzato da Syusi Blady, faccia nota della televisione italiana, proprio a Aj Qeun e un terzo di Nicola Moruzzi e Giovanni Pompili, un viaggio di Kalhua, cantante spagnola di origine marocchina, attraverso il Mediterraneo. La mostra è proposta dalla Bottega Solidale assieme agli enti pubblici liguri. La Bottega Solidale è una organizzazione senza fini di lucro che opera dal 1990 per la promozione di un’economia solidale. Oggi vanta mille soci, 130 volontari e 20 lavoratori ed è una delle principali realtà di commercio equo e solidale italiane.

2012_03_09  

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