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he di cronac

Il coraggio è la prima

delle qualità umane, perché è quella che garantisce le altre. Winston Churchill

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MARTEDÌ 6 MARZO 2012

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Mossa a sopresa della corte di Kollam che poi aggiunge: «Trattamento differenziato per via del loro status»

È scontro tra Italia e India

I due marò in carcere. La Farnesina: «Decisione inaccettabile» Il giudice decide il trasferimento degli italiani nella terribile prigione di Trivandrum: si teme per la loro salute. «Non ci stiamo» è la risposta del ministro Terzi. Esplode la crisi diplomatica UN INTERVENTO NECESSARIO

di Antonio Picasso

Sonia Gandhi ora non potrà fare l’indiana

anno rispettato la data, ma non le attese. L’ordinanza con cui il giudice indiano ha deciso la custodia giudiziaria nel terribile carcere di Trivandrum per i due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, è arrivata come una doccia fredda. Per i militari italiani il giudice ha escluso un trattamento di favore. a pagina 2

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di Giancristiano Desiderio e tutto dipendesse dalla giustizia, i due marò del San Marco non avrebbero quasi nulla da temere. Ma la loro vita e la loro sorte non dipendono solo dalla giustizia che, dopotutto, già si è espressa in modo sommario parlando di “prove incontrovertibili” e arrestando Massimiliano Latorre e Salvatore Girone gettandoli in un girone infernale delle carceri indiane di Kollam. La loro vita e la loro sorte, legate più che mai alla dignità del nostro Stato, dipendono dalla politica indiana e da un vento nazionalista che soffia nello stato di Kollam dove è quasi tutto pronto per andare al voto. a pagina 3

Crolla il palco della Pausini muore tecnico di 31 anni

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L’oltranzismo anti-italiano

Parla il generale Fabio Mini

C’è una manovra elettorale dietro questa escalation

«Riscriviamo la legge contro la pirateria o ci saranno altri guai»

Le proteste che hanno portato all’arresto dei marò sono state orchestrate dai nazionalisti, che vogliono battere il Congress

«È diventato necessario mettere anche un responsabile militare sui mercantili che devono navigare nelle zone a rischio»

Massimo Fazzi • pagina 4

Pierre Chiartano • pagina 5

Assemblea affollata a Torino: «Basta con le proteste»

Ciao Matteo, eri troppo giovane per morire

Dopo l’incidente prima del concerto di Jovanotti, un’altra tragedia nel mondo del rock Martha Nunziata • pagina 16

Caos nel partito dopo la sconfitta della Borsellino

Il No di Napolitano Palermo spacca il Pd Il Presidente non incontrerà i sindaci

Letta boccia l’asse con Vendola e Di Pietro

di Franco Insardà

di Marco Palombi

arte la “fase 2”anche in Val di Susa. Mostrato il pugno di ferro, il governo ha aperto il dossier sulle compensazioni al territorio: unica via per spaccare il movimento No-Tav e per riportare la pace nella zona. Una linea già emersa dal vertice di venerdì scorso tra Monti, Catricalà, Passera, Cancellieri, Severino, con il relativo piano di interventi: sgravi fiscali per i Comuni coinvolti, un sistema di convenzioni tra ferrovie e Comuni e corsi di formazione per gli abitanti da occupare nei cantieri. E Napolitano annuncia: «Non intendo incontrare i sindaci No-Tav».

hiaramente Palermo non è Las Vegas. Quel che accade in città, si dice in Nevada, resta in città. Nel capoluogo siciliano no. Quel che vi accade, e quel che vi è accaduto ieri, lascia subito la città, le sue specificità, il suo contesto, per emigrare al Nord, a Roma nel caso particolare, e divenire causa di ben altri, non previsti effetti. Insomma, dopo la vittoria di Fabrizio Ferrandelli su Rita Borsellino, spiegare cosa sta succedendo attorno alle primarie per la scelta del candidato sindaco del centrosinistra a Palermo è complicato e vive su livelli diversi e persino contraddittori.

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EURO 1,00 (10,00

CON I QUADERNI)

• ANNO XVII •

NUMERO

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45 •

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• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


L’Alta Corte di Kollam ordina l’arresto di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone: saranno rinchiusi nel carcere di Trivandrum

La guerra dei marò

Dietro la decisione del giudice ci sono tensioni internazionali e lotte interne che non fanno ben sperare per il futuro del processo in corso di Antonio Picasso anno rispettato la data, ma non le attese. L’ordinanza con cui il giudice indiano Gopakumar ha deciso un periodo di custodia giudiziaria per i due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, è arrivata come una doccia fredda. Per i due militari italiani, il magistrato ha escluso esplicitamente un trattamento di favore, in quanto non previsto dalle leggi federali. Ha mostrato comunque di aver recepito la complessità della causa in oggetto. Quindi ha disposto in linea generale la custodia giudiziaria nella prigione centrale di Trivandrum. Inoltre ha impartito disposizione alle autorità carcerarie affinché Latorre e Girone non siano alloggiati con gli altri detenuti e siano concesse loro assistenza medica e un permesso di interagire con visitatori italiani, ogni giorno, per un’ora tra le 10 e le 13. Per quanto riguarda la richiesta di una residenza esterna al carcere, Gopakumar ha detto che questo tema non è direttamente di competenza del tribunale e che, se il direttore generale aggiunto responsabile per le prigioni lo ritenesse necessario, lo stesso giudice potrebbe adotta-

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re una decisione su questa linea. Il fermo avrà una durata di altri 14 giorni. Poi ci sarà un nuovo round.

Ce lo aspettavamo? No. Forse perché gli italiani sono ottimisti di natura, oppure perché abbiamo sottovalutato l’inflessibilità di Delhi. È il caso di ribadirlo: calpestare i piedi all’India significa scomodare un gigante per nulla assopito e costantemente suscettibile. Agli occhi dell’opinione pubblica locale, delle autorità federali, ma soprattutto dei tenaci opportunisti dell’opposizione, i nostri marò sono due omicidi. E come tali vanno trattati. Ricordiamoci che le elezioni in Kerala non si sono ancora tenute e il Bjp, il partito di opposizione a quello del Congresso, ha deciso di cavalcare proprio questo cavallo propagandistico per accusare il governo di essere più sensibile alle questioni internazionali invece che alle condizioni di vita dei poveri pescatori locali. Per inciso, Sonia Gandhi è tornata proprio ieri dagli Stati Uniti, dove si è sottoposta ad alcune visite mediche. Il legame tra l’Italia e la donna più potente dell’India è sempre stato discontinuo. Lo attesta il fatto che oggi ci si ricordi di lei in

qualità di potenziale cinghia di trasmissione tra noi e loro. In passato tutto ciò è stato sottovalutato. Quando Sonia Gandhi avrebbe potuto aprirci un canale preferenziale per le relazioni economiche con Delhi, l’economia italiana si è fatta avanti in maniera molto timida. Adesso non possiamo pretendere di abbandonare il nostro ingiustificato snobbismo e che gli indiani facciano finta di nulla sulle cose passate. Bisognava aspettarselo quindi. Perché una superpotenza, come tale (e giustamente) l’India si ritiene, non può accettare che la piccola Italia tagli le sue acque territoriali sparando alle inerme imbarcazioni. Dettagli quelli per cui la zona non fosse sotto effettiva giurisdizione indiana, oppure che gli stessi pescatori siano facili alla trasformazione in agili corsari. Inezie i cavilli legali avanzati come nostra linea di difesa. Se non fosse per il legami economici e per il fatto che i due marò indossano un’uniforme che suscita rispetto, Delhi avrebbe liquidato l’affaire in maniera molto più sbrigativa. Da qui la superficialità nell’esame balistico e il rifiuto di osservare le leggi internazionali. Per l’India la questione è di politica interna. Non ci sono né

giurisprudenza né altre scienze che possano essere coinvolte.

Di questo primo uno a zero in favore della magistratura locale, la colpa non è del governo italiano. Al contrario, la Farnesina non poteva fare di meglio. Ha messo in campo le forze migliori che aveva. Su questo la tecnicità virtuosa del governo Monti si conferma ulteriormente. Poche cancellerie avrebbero potuto sfoderare un cannone del calibro di Staffan de Mistura. Pesante è anche il clima in cui il ministero degli Esteri sta operando. Non tanto quello laggiù, bensì il nostro qui in casa. Stampa e opinione pubblica italiane infatti si sono alleate nell’effettuare una pressione nevrotica e morbosa nei confronti della diplomazia, non rendendosi conto dell’inutilità dell’operazione. Anzi, non è da escludere che gli indiani si siano impuntanti proprio in seguito all’osservazione di quanto male ci siamo mossi in termini di comunicazione e gestione mediatica della vicenda. È un fato di fatto: sono suscettibili. Va aggiunto poi il carico da dodici della politica. Quella nostrana. La linea del “tirate fuori i marò” era scontato che non potesse funzionare. «Schiaffo alla no-


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Sonia Gandhi non potrà fare l’indiana Nel suo Paese è in atto anche una campagna contro di lei: perché non interviene? di Giancristiano Desiderio e tutto dipendesse dalla giustizia, i due marò del San Marco non avrebbero quasi nulla da temere. Ma la loro vita e la loro sorte non dipendono solo dalla giustizia che, dopotutto, già si è espressa in modo sommario parlando di “prove incontrovertibili” e arrestando Massimiliano Latorre e Salvatore Girone gettandoli in un girone infernale delle carceri indiane di Kollam. La loro vita e la loro sorte, legate più che mai alla dignità del nostro Stato, dipendono dalla politica indiana e da un vento nazionalista che soffia nello stato di Kollam dove è quasi tutto pronto per andare al voto. I due marò italiani sono nel mezzo di una lotta politica tra il Partito del Congresso e l’opposizione e sembra che la loro difesa sia un’offesa per l’India. C’è qualcuno in India che può fare qualcosa per i due marò? Sì, c’è. Ed ha un nome italiano e un cognome indiano: Sonia Gandhi, che è a capo del Partito del Congresso che è al governo della confederazione indiana. Sonia Gandhi, però, fa più l’indiana che l’italiana. E non è una battuta. Ce ne guardiamo bene, data la drammatica situazione. Noi non le chiediamo né di essere italiana, come reclamano le sue origini, né di fare l’indiana, come sembra fare senza battere neanche mezzo colpo. Noi le chiediamo solo giustizia e dignità.

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di Kollam l’opposizione sta soffiando sulla passione nazionalista e lei non intende associare il suo nome ad una sconfitta elettorale o ad un ridimensionamento del peso politico del suo partito. La storia di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone è così diventata qualcosa di più di un semplice processo a due militari che si sono trovati loro malgrado a scambiare due pescatori per due pirati. Una storia tutta marina e militare è diventata di fatto un caso politico, tanto nazionale quanto internazionale. E, per paradosso, le origini italiane di Sonia Gandhi non sembrano giocare a favore dei soldati del

cadrà in un modo o nell’altro su di lei. Se si disinteresserà del caso, la Gandhi sarà vista come l’italiana che non ha mosso un dito per due suoi “connazionali”. Se si interesserà al caso, la Gandhi sarà vista come una traditrice della nazione Indiana. Che pasticcio. Come uscirne? La scelta più sbagliata è proprio quella di voler “fare l’indiana”. Dal momento che il giudizio su die lei comunque ci sarà, allora, tanto vale provare a lavorare nell’unico modo possibile degno di nota: secondo giustizia. È inaccettabile che i due soldati italiani siano condannati ancor prima di essere processati. È inaccettabile che siano vittime di un processo sommario che è conseguenza di un vento nazionalista che soffia nella confederazione indiana e nello stato dove sono detenuti. È inaccettabile che una vicenda militare dai contorni confusi sia gettata in pasto alle emozioni di un’opinione pubblica che invoca vendetta. Il governo italiano, tramite la Farnesina, ha fatto sapere che l’Italia considera “inaccettabile” che i due marò sotto accusa per la morte dei pescatori indiani siano detenuti in carcere e chiede che sia fatto “ogni sforzo per reperire prontamente strutture e condizioni di permanenza idonee per i due militari”. Il ministro Giulio Terzi ha espresso la preoccupazione del governo italiano per la decisione del tribunale di Kollam. Lo scontro diplomatico è già nei fatti e non tarderà a riversarsi sulla personalità politica più importante dell’India, l’italo-indiana, Sonia Gandhi, se non troverà parole di forza e dignità per spiegare ai suoi elettori e ai suoi connazionali che chi porta il nome di Gandhi non può scambiare la giustizia con la vendetta.

C’è troppa Italia in questa storia perché la figlia di Stefano e Paola Maino possa far finta di nulla. Che si occupi o no del caso, tutti sanno che è italiana

Purtroppo, al momento la Gandhi una delle donne più potenti della Terra - sta facendo proprio l’indiana. Sembra che si ricoverata in ospedale per i postumi di un’operazione. Il ricovero, però, sa tanto di strategia della lontananza perché la leader del Partito del Congresso sa che proprio nello stato stra diplomazia» e «decisione inaccettabile». Le dichiarazioni dei nostri parlamentari, a margine della decisione del giudice Gopakumar, seguono un fil rouge che fa pensare quanto sia superficiale l’analisi dei fatti. Anziché riflettere sull’armatore e sul comportamento del comandante della Lexie, ci si è lanciati all’assalto delle autorità indiane. Queste hanno preso atto della nostra aprioristica ragione e si sono adeguate.

Certo, il fermo per i due marò è inaccettabile. Lo ha ammesso anche il ministero degli esteri. Perché l’India dovrebbe comunque attenersi a un codice di comportamento diplomatico. Ma è la logica reazione di un Paese abitato da 1,2 miliardi di persone, che vivono in uno stato di quotidiana indigenza e che per questo sono abituate a ragionare di impulso anziché secondo parametri di tranquillo benessere occidentale. Plausibi-

San Marco. Tuttavia, fino a quando la Gandhi potrà fare l’indiana? Fino a quando potrà puntare sul ricovero ospedaliero? I fatti politici si possono ignorare fino ad un certo punto. Si può far finta di nulla e girare l’angolo. Prima o poi, però, sono loro che vengono a cercare te. Così accadrà - vedrete anche con Sonia Gandhi. Secondo quanto riportato dal Times of India, il Chief Minister del Kerala, Oommen Chandy, ha dichiarato: “Nei confronti dei due fucilieri italiani non verrà mostrata alcuna indulgenza” e ha sostenuto che nei confronti dei militari italiani vi sono “prove incontrovertibili”. C’è troppa Italia in questa storia perché la figlia di Stefano e Paola Maino possa far finta di nulla. Che si occupi o no del caso dei due marò, tutti sanno che l’indiana Sonia Gandhi è italiana e, dunque, la sorte dei due fucilieri ri-

le immaginare una maggiore aplomb nelle stanze del potere di Delhi. Spinta dalla psicosi di essere vittima di un rigurgito post-colonialista, la magistratura del Kerala ha delimitato un territorio di competenza più vasto di quello che effettivamente è suo. Bisogna rendersi conto che questa faccenda dà più fastidio agli indiani piuttosto che a noi.

o sotto altri dossier. Così non è stato. Era naturale. L’Italia, e su questo non c’è dibattito, non avrebbe potuto lasciarsi trasportare dall’indolenza propria del subcontinente. Resta il fatto però che dobbiamo adeguarci alle regole indiane. Non tante alle leggi. Il che vuol dire imprevedibilità di tempi nella risoluzione del problema. È possi-

di de Mistura. Questo agli indiani non è andato a genio. Le pretese di arrivare in casa loro e riprenderci i nostri ragazzi senza che nessuna perizia venisse effettuata e con la presunzione di chiudere la pratica a tempi di record non fanno parte del caotico modus operandi di Delhi. Forse non abbiamo mai chiesto questo. Eppure così siamo stati

Anziché riflettere sull’armatore e sul comportamento del comandante della Lexie, ci si è lanciati all’assalto delle autorità indiane. Queste hanno preso atto della nostra aprioristica ragione e si sono adeguate, scatenandosi Nella più grande democrazia del mondo infatti i problemi con la magistratura, o più in generale di carattere giudiziario, non vengono né affrontati né scartati. Solo fatti da parte. A Kollam il giudice avrebbe con molto piacere messo il file di Latorre e Girone a un lato della sua scrivania, lasciando che venisse languidamente dimenticato, affondando nella polvere

bile pure che allo scadere di questo fermo, i due marò vengano rilasciati per una repentina decisione piovuta dall’alto. Ma questo potrebbe prevedere anche un preteso senso di riconoscenza. Come reagirebbe l’Italia se si sentisse dire dagli indiani: «Ci dovete un favore»? La voce grossa che abbiamo fatto qui in patria non corrisponde alle sofisticate maniere

fraintesi. Due erano in pratica le strade percorribili dall’Italia. Quella di entrare a Kollam e buttare giù la porta della guesthouse dover erano tenuti i due marò fino a ieri, oppure lavorare pazientemente ai fianchi della magistratura locale. La prima opzione è fuori portata. Non siamo in un film infatti. Il Piano B, invece, avrebbe potuto funzionare. Ed era questa la linea

presa da Terzi & Co. Ma si è scelta la terza via, cioè quella di inviare de Mistura con la sua elegante capacità di negoziazione, spalleggiato però da una vera e propria caciara. Non siamo stati coerenti. Il che ha fatto da fianco esposto alle decisioni del giudice di Kollam. Quindi? Quindi adesso ci tocca immaginare Latorre e Girone infognati in un carcere indiano che non è passato alla storia in qualità di istituto penitenziario modello. La città di Trivandrum, oggi nota con il nuovo nome di Thiruvananthapuram, è un centro industriale importante, nonché base strategica per l’aviazione militare. Con i suoi 700mila abitanti occupa una posizione precipua nell’economia di tutta la parte meridionale della penisola. È inoltre famosa per l’assenza di baraccopoli. Ma questo non ci garantisce che l’ambiente carcerario riservato ai due marò sia migliore rispetto ad altri contesti indiani.


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l’approfondimento

Il capo del governo locale usa toni durissimi per non passare come “difensore di chi uccide gli indiani”. Le elezioni il prossimo 14 marzo

Kerala, bel suol di odio Lo Stato dove sono rinchiusi i marò è uno dei più soggetti all’influenza del Partito nazionalista, che vuole vedere la fine dell’influenza laica del Congress nel subcontinente. Il rischio è che lo scontro da diplomatico diventi etnico di Massimo Fazzi

l Kerala non è il migliore degli Stati dove venire rinchiusi, se sei uno straniero in qualche modo collegato all’uccisione di due poveri pescatori indiani. E questo non è il periodo migliore per finire nelle patrie galere di quello Stato. Perché il prossimo 14 marzo ci saranno le elezioni legislative e, nonostante attualmente il Kerala sia governato dal “laico”Congress, sul collo sente il fiato non piacevole del Bjp, il partito nazionalista. Il Bharatiya Janata Party ha una lunga storia di odio: sin dai tempi del Mahatma Gandhi e dell’indipendenza del subcontinente, i fautori della “purezza indiana” hanno predicato un’autarchia fatta di massacri – soprattutto ai danni dei musulmani, poi fuggiti nel Pakistan di Ali Jinna – e di chiusura mentale. Furono proprio i membri del Bjp a protestare contro l’ultimo digiuno della Grande Anima, che aveva scelto una casa musulmana di Calcutta per fermare i massacri religiosi fra i seguaci di Maomet-

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to e quelli di Shiva: il gesto venne considerato come “tradimento”nei confronti della “vera anima dell’India”, e non è da escludere che fu proprio l’odio del Bjp ad armare la mano di chi mise fine alla vita terrena di “babu”. Nella giornata di ieri, come ai tempi dei pogrom antiislamici, alcune persone hanno manifestato a Kochi per chiedere l’arresto dei nostri militari: arresto poi ottenuto. Una fonte di AsiaNews, l’agenzia di stampa del Pontificio Istituto Missioni Estere, (anonima per motivi di sicurezza) ammette che «ci sono precise ragioni politiche dietro questo polverone che si è alzato. Il Kerala è guidato dal Congress (Inp) di Sonia Gandhi, italiana e cristiana. Tra poco il Paese andrà al voto per eleggere la nuova Assemblea legislativa. Di certo il Bjp vuole sfruttare questa situazione a suo vantaggio. È possibile che voglia spingere la Gandhi a intervenire per calmare le acque, e far passare l’idea che il Congress ha più a cuore i rapporti

internazionali che il bene della popolazione». L’arresto dei due soldati del Battaglione San Marco, dunque, rientra perfettamente nell’ottica di questo scontro, che ora da diplomatico rischia di diventare etnico: chi difende gli italiani odia l’India, chi gli dà addosso la ama. Se mettiamo nel conto che al momento la maggioranza statale è in mano al Congress, ma soltanto per due voti, e che il Bjp avanza a grandi passi – forte anche del controllo pressoché

Le proteste contro i nostri soldati sono orchestrate dal Bjp

totale dei mezzi di informazione locali – possiamo comprendere la ratio che si nasconde dietro le dichiarazioni rilasciate ieri dal capo dello Stato del Kerala. Secondo quanto riportato dal Times of India, il capo del governo del Kerala Oommen Chandy ha dichiarato: «Nei confronti dei soldati italiani non verrà mostrata alcuna indulgenza» e ha sostenuto che sulle spalle dei nostri marò vi sono «prove incontrovertibili». E poco importa che il giudice di

Kollam che li ha inviati in carcere abbia disposto che i due ricevano un trattamento differenziato, dato il loro status particolare. E che abbia lasciato alla polizia e alla direzione generale delle prigioni la libertà di disporre in seguito una diversa forma di custodia (fra l’altro la tv parla di cibo italiano che sarà messo a loro disposizione e della libertà di incontro pressoché totale con il nostro console in loco).

L’aspetto più ironico di tutta questa faccenda è che mentre India e Italia continuano con il loro braccio di ferro diplomatico, nato come abbiamo visto dalla morte di due “poveri pescatori”, la situazione delle famiglie delle due vittime «non va affatto meglio», come spiega ad AsiaNews p. Ignaci Rajasekaran, cancelliere dell’arcidiocesi di Trivandrum (Kerala). E la vedova di Pinku, il pescatore originario del Tamil Nadu, è ancora senza casa. Con il passare dei giorni, spiega il sacer-


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Secondo l’esperto, «la sorte dei due militari dipende anche dalle incertezze internazionali»

«Riscriviamo la legge anti-pirati altrimenti ci saranno altre crisi»

L’India sta «ricattando l’Italia», dice il generale Mini: «Ma è colpa anche dell’ambiguità delle norme speciali per garantire la sicurezza in mare» di Maurizio Stefanini

ROMA. «Le navi andrebbero militarizzate», per non lasciare spazio ad ambiguità. Sulla vicenda dei fucilieri del San Marco, trasferiti ieri in carcere, parla il generale Fabio Mini, già comandante della missione Nato in Kosovo. Un passaggio che in molti temevano visto anche il clima elettorale e surriscaldato che si vive da settimane in India. Probabilmente i due marò dovranno rimanere in carcere fino a quando il clima non si sarà stemperato. Poi la questione della giurisdizione potrebbe sbloccare la vicenda. L’episodio ha però aperto un problema sull’utilizzo dei militari a difesa del nostro naviglio con funzioni di antipirateria. Abbiamo chiesto a un esperto di questioni militari e di missioni internazionali come il generale Mini, come interpretare l’affaire di Kochi e quali implicazioni avrà sul futuro di queste missioni. «Speriamo innanzitutto che la vicenda dei due marò in India si risolva. Ovviamente rispettando le leggi, sia quelle internazionali che quelle indiane. Chiunque sia coinvolto in episodi di questo genere va processato, non può comunque godere di un’immunità. Il problema è stabilire di chi sia la giurisdizione. Poi saranno gli avvocati a sbrogliare il problema. Io sono sempre stato scettico sull’utilizzo di nostri militari in servizio attivo a bordo di naviglio commerciale privato. Perché non ci sono le caratteristiche di bene nazionale. Il rischio che corre un paese che fa questo genere di utilizzo dei propri militari corre dei rischi. Il rischio di essere coinvolti come nazione in questo genere di incidenti. Andrebbe tenuto presente quando si legifera permettendo questo genere di attività. Sono considerazioni che non spettano né ai marò e neanche al comandante militare. La Marina militare italiana ha voluto esercitare una sorta di diritto di prelazione sui team di protezione, rispetto ad altre soluzioni. Ma occorre capire che quando, come in questo caso c’è l’incidente o il misundertstanding ci va di mezzo lo Stato». Insomma, il generale accusa la parte politica di aver messo nei guai i militari. Nonostante le navi siano territorio nazionale e trasportino beni strategici come il petrolio oppure turisti che alimentano un florido settore economico, per Mini non sarebbe una ragione sufficiente per imbarcare dei militari armati. A patto che. «Non si militarizzi la nave, cioè non si ponga al comando del vascello un militare. Quando si è scritta la legge si è parlato di responsabilità dei team solo nel caso di un attacco pirata. Ma c’è un’ambiguità profonda. Ma il comandante della nave svolge i

compiti anche di polizia giudiziaria sia in acque internazionali che in acque territoriali di altri paesi o dell’Italia. Quindi si possono creare dei conflitti come credo sia avvenuto anche in questo caso, prendendo la decisione di attraccare

«Adesso diventa necessario mettere anche dei responsabili militari sui mercantili a rischio» al porto di Kochi in India. Io non so chi l’abbia deciso. Magari per salvaguardare gli interessi dell’armatore». Ma non è chiaro ancora da dove sia venuto l’ordine di attraccare in India. «Chiunque l’abbia fatto si è preso una responsabilità enorme, perché si sarebbe dato un tale ordine in presenza di un fatto contestato e non ancora accertato. E come se avessimo ceduto il diritto di sovranità sulla nostra nave». Dunque chi ha impartito quel “maledetto”ordine, anche se sotto pressione del governo di Delhi, l’avrebbe fatta proprio “grossa”. «Con delle conseguenze veramente gravi», chiosa il generale. Mini non esprime sull’episodio e crede possibile sia la versione dello scontro a fuoco accidentale che la versione che non sia stata la nave italiana protagonista dell’ingaggio armato col peschereccio indiano, ma un’altra unità che alcuni organi di stampa hanno individuato in un vascello

greco. «Sia l’errore di tiro, che lo scambio di unità. Mi pare ci fosse una nave greca nelle vicinanze. Loro smentiscono, ma chiunque vada per mare se non costretto smentirebbe. E non escludo che possa essere in atto un qualche tipo di contrattazione. Più si va avanti con l’analisi delle ipotesi e più emergono aspetti “schifosi”. Se qualcuno ha pensato che mandando la nave in porto si sarebbe potuto meglio salvaguardare l’interesse dell’armatore, significa che si è dato più importanza a quell’interesse piuttosto che a quello della giurisdizione italiana. Ed è un errore».

Ma allora come possiamo difendere il nostro naviglio, visto anche che ben 30 navi militari (della missione Atalanta) non sono riuscite a stroncare la pirateria tra Corno d’Africa e Oceano Indiano? Qui il generale obietta sul significato d’interesse nazionale. «Non è detto che ogni nave con la bandiera italiana sia da difendere come interesse nazionale. È un interesse di un nostro operatore economico e concittadino. Le forze armate servono per difendere gli interessi nazionali. Se qualcuno afferma che la Enrica Lexie corrisponde a questa definizione allora la soluzione non è quella di mettere a bordo dei marò, ma quella militarizzare nave e comandante. Pensiamo a quanti Tir nell’Europa dell’Est vengono sequestrati, in una sorta di pirateria terrestre, mica nessuno ha mai pensato di mandare i Bersaglieri a scortarli. Le compagnie di trasporto pagano assicurazioni e compromessi di varia natura». Ora però la preoccupazione per la sorte dei nostri militari prende il sopravvento su considerazione di altra natura. Mini è chiaro e spassionato come sempre. «In India adesso c’è un problema di carattere elettorale, per cui l’opinione pubblica è surriscaldata sull’argomento. Quando passeranno gli interessi di carattere politico, la vicenda sulla giurisdizione prenderà il sopravvento».

dote, «stanno delineandosi due situazioni opposte. Il governo del Kerala si è attivato in modo deciso e concreto per aiutare Dora, la vedova di Jelestein. Oltre alle 500mila rupie, le ha offerto un lavoro statale. Inoltre, tutti i parrocchiani di Quilon [diocesi a cui appartiene la famiglia] si stanno muovendo per non farla sentire sola. Proprio grazie a questo sostegno, la vedova ha deciso di fare ricorso alla corte di Quilon, per ottenere altri aiuti». Di tutt’altro tipo la condizione in cui versa la vedova di Pinku, il secondo pescatore ucciso. A differenza dell’altra famiglia, di queste persone si è saputo molto poco sui giornali, sia italiani che stranieri. «La colpa - ammette p. Rajasekaran - è del governo del Tamil Nadu. A parte dare le 500mila rupie di risarcimento, non si è mosso più nulla. Il chief minister ha solo fatto visita alla vedova, esprimendo il proprio cordoglio per la morte di Pinku. Come arcidiocesi di Trivandrum, stiamo cercando di contattare i ministri dello Stato per spingerli a fare qualcosa. Ma essendo del Kerala non abbiamo una grande influenza». Per fortuna, anche nel caso della vedova di Pinku parrocchiani, abitanti del villaggio e Chiesa locale si sono attivati. «Tutti insieme - racconta il sacerdote - stanno organizzando una protesta per chiedere al governo del Tamil Nadu di trovare un lavoro e una casa a quella famiglia. Entrambe le vedove stanno soffrendo e vivono un forte senso di insicurezza: ma non avere un tetto sopra la testa è terribile. Spero che qualcosa cambi presto».

In tutta questa situazione brilla per inefficacia Sonia Gandhi, leader del Congress nata in Piemonte. Per anni ha avuto aiuti commerciali e uno speciale trattamento diplomatico da parte delle nostre cancellerie, che hanno visto nell’illustre politico – per quanto non imparentata con il Gandhi della libertà – un buon perno per scambi e aperture. Oggi la Gandhi sceglie di farsi ricoverare per “controlli”, risultati medici di una operazione condotta con successo lo scorso gennaio, e non si esprime: teme di essere tacciata come “italiana” dall’opposizione, che non aspetta altro, e sceglie la strada di Pilato. Chi la conosce bene dice che questa non è una novità, per una donna che non risponde a chi le parla in italiano e che nell’ultimo decennio ha preferito non essere mai collegata alle sue origini. Che un tempo, però, non le facevano poi così ribrezzo. La sorte del maresciallo Massimiliano Latorre e del sergente Salvatore Girone è nelle mani di queste persone e dei loro calcoli politici. La speranza è che l’India dimostri di essere degna del titolo di “più grande democrazia al mondo”e metta da parte l’odio.


politica

pagina 6 • 6 marzo 2012

Per l’ennesima volta, il risultato a sorpresa delle primarie (stavolta quelle nel capoluogo siciliano) scatena polemiche fra i leader nazionali del partito

Resa dei conti nel Pd Caos dopo la sconfitta di Rita Borsellino a Palermo. Letta: «Bocciata l’alleanza con Vendola e Di Pietro» di Marco Palombi

ROMA. Chiaramente Palermo non è Las Vegas. Quel che accade in città, si dice in Nevada, resta in città. Nel capoluogo siciliano no. Quel che vi accade, e quel che vi è accaduto ieri, lascia subito la città, le sue specificità, il suo contesto, per emigrare al Nord, a Roma nel caso particolare, e divenire causa di ben altri, non previsti effetti. Non si vuole negare qui “l’effetto farfalla” (un battito d’ali qui, il terremoto dall’altro lato del mondo) e anche di più: il reale è razionale, si sa, anche quando un fatto si fondi su un’analisi sbagliata. Insomma, spiegare cosa sta succedendo attorno alle primarie per la scelta del candidato sindaco del centrosinistra a Palermo è complicato e vive su livelli diversi e persino contraddittori.

Intanto va detto che ha vinto Fabrizio Ferrandelli, outsider 31enne, contro la più quotata (e sostenuta dai segretari nazionali Bersani,Vendola e Di Pietro) Rita Borsellino: i riconteggi delle schede sono in corso, ma mentre andiamo in stampa il risultato sortito dalle urne nella notte di domenica dovrebbe essere confermato. Al voto hanno partecipato molte persone: 30mila contro le 9mila della volta scorsa e, per capirci, cinquemila più che a Genova. E ancora: la pubblicistica un po’ disattenta – e qui la realtà vera e la realtà raccontata si fondono per non essere più riconoscibili – vogliono che Ferrandelli sia il cavallo di Troia di Raffaele Lombardo dentro le primarie dell’ex Unione o quel che ne resta. Il Pd, presentatosi al voto con più candidati, si isterizza per l’ennesima volta e qualcuno si spinge persino a chiedere (o piuttosto butta lì la suggestione che servirebbero) le dimissioni di Pierluigi Bersani. Tempo due giorni e Palermo non conterà più niente: la vicenda s’è già spostata a Roma e come finiranno o cosa è successo nelle primarie in Sicilia non interessa quasi più. Il problema è diventato cosa dovrà fare il Partito democratico alle elezioni del 2013 esemplificato nel dilemma “foto di Vasto” (alleanza di centrosinistra con IdV e Sel, sostenitori della BorselliCoalizione” “Grande no) o (Pd+PdL+Terzo Polo)? Chi è favorevole a quest’ultima ipotesi, ieri commentava le primarie di Palermo come se gli elettori fossero andati a votare alle primarie per bocciare la coalizione politica con Vendola e Di Pietro, gli altri minimizzavano dando la colpa ai candidati plurimi e alle faccende locali. Prima di

sviscerare gli effetti nazionali di questo voto informale, però, bisogna mettere qualche punto fermo.

Borsellino, sorella del magistrato ucciso dalla mafia, già candidata sconfitta alla guida della Regione, era sostenuta dalla segreteria del Pd nazionale e da quella siciliana, retta da Giuseppe Lupo, che al congresso appoggiava Franceschini e non Bersani ed è contrario all’appoggio alla giunta Lombardo (ma su questa desione ha dovuto abbozzare perché il partito siciliano l’ha messo in minoranza). La sconfitta di Borsellino, dunque, è la sconfitta di Bersani che l’ha appoggiata, ma anche della vecchia linea Franceschini: movimentismo sociale, un certo legame col gruppo Espresso e la sua linea di attacco morale al centrodestra. Oggi però Franceschini, dopo qualche mese di bersanismo, s’è riavvicinato a Veltroni e freme per l’alleanza al centro come ieri inveiva contro il berlusconismo in nome del nuovo Ulivo. Si può volere la Grande Coalizione a Roma ma non a Palermo? Delizie del politicismo, per carità, che ritroviamo anche sul lato del vincitore. Fabrizio Ferrandelli, infatti, è un caso strano e non si presta proprio del tutto a fare da sponsor “anti-Vasto”.

«Sono sempre stato di sinistra e non ho nessun accordo col Terzo Polo», ha detto il vincitore, l’ex-Idv Fabrizio Ferrandelli

Intanto, il vincitore delle primarie è un ex dipietrista: bancario, laureato in Lettere, dopo un debutto nel Partito Umanista, il nostro venne eletto in consiglio comunale nel 2007 con la lista “Orlando Sindaco”. S’intende Leoluca, che poi lo fece espellere dal partito perché voleva candidarsi alle primarie, mentre IdV aveva deciso di appoggiare Borsellino: in realtà, pare che non sia nemmeno stato espulso, forse sospeso, perché nessun organo interno ha messo nero su bianco la cosa. Non solo: al fianco di Ferrandelli, per dire, s’è schierata un eurodeputato di Italia dei Valori (corrente De Magistris) come Sonia Alfano e il suo collega Pd Rosario Crocetta, due intransigenti dell’antimafia e della rottura con le cricche (nonostante questo Leoluca Orlando sostiene che le primarie siano state “inquinate” non si sa da chi) . Più che ai due di Strasburgo, però, il candidato sindaco deve il suo successo alla strana congerie di “democratici” dissidenti che l’hanno appoggiato sul territorio: il senatore Giuseppe Lumia, il potente capogruppo del Pd all’Ars Antonello Cracolici e la corrente “Innova-

Rita Borsellino, la candidata sconfitta da Fabrizio Ferrandelli (nella foto qui accanto) alle primarie del centrosinistra a Palermo

La lezione delle “amicizie” sbagliate del segretario

Caro Bersani, stai lontano dalla foto di Vasto di Osvaldo Baldacci ra è senz’altro sbiadita, ma siamo sicuri che quella famigerata foto di Vasto fosse realmente a fuoco? Che abbia mai avuto una qualche valenza di documento storico e politico? O non è che magari è sempre stata poco più di una sfocata foto-souvenir che non si nega a nessuno? Il problema è che se ne devono rendere conto soprattutto i protagonisti, a partire da quel Pierluigi Bersani segretario di un Partito Democratico che ha perso tutti gli appuntamenti più importanti di fronte agli elettori. Inutile e persino controproducente ripetere che sono del Pd i candidati sindaci nella maggioranza dei comuni. Suona un po’ ridicolo paragonare splende e rispettabilissime cittadine di qualche migliaio di abitanti con Milano, Geno-

O

va, Napoli, Palermo e diverse altre ancora. Anche perché Palermo in realtà è un po’ in controtendenza con quanto accaduto fino ad adesso: finora aveva sempre vinto quella che viene definita sinistra, ma a Palermo invece ha vinto una linea più moderata e dialogante, e guarda caso che aveva fatto proprio lì la leadership del Pd? Si era schierata con la sinistra (magari per evitare una nuova brutta figura? Tentativo fallito).

Quindi quello che emerge con costanza sia se si passa dalle primarie e vince la sinistra dipietrovendoliana (Milano, Genova) sia se si passa dalle primarie e i vastisti perdono (Palermo) sia se si va al voto e il Pd viene scavalcati dai De Magistris (Napoli), quello che emerge è l’incapacità della leadership


politica

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zioni” dell’ex ministro Dc Totò Cardinale (sua figlia è deputata), sostenitori del governo Lombardo e all’alleanza elettorale col Terzo Polo.

piddina di segnare la rotta. Non sarò certo io a chiedere al Pd di inseguire le pulsioni dell’elettorato: sono convinto anzi che le primarie così fatte servano solo a far danni, non a fare politica. Però al Pd si può chiedere se vuol fare qualcosa da grande. Forse è il caso che prenda atto che la vocazione maggioritaria è un’illusione senza senso, e lo dimostrano sia i risultati elettorali di vari generi sia le stesse politiche del Pd che cerca sponde ovunque. Di conseguenza il Pd non può tener dentro tutto e dire sì a tutto. La politica è fatta di scelte, nel dialogo, nel rispetto, ma di scelte. Se vuole guardare alla sinistra radicale e al giustizialismo dipietrista, il Partito Democratico non può guardare contemporaneamente alle scelte riformiste, al dialogo coi moderati, alle intese programmatiche col Terzo Polo, e al sostegno al governo Monti. Localmente ogni scelta è lecita se ci si attiene alle questioni appunto locali, ma se si traccia una linea strategica più ampia, nazionale, forse bisognerebbe dire che è molto difficile far passare per compatibile una linea riformista nell’appoggio al governo Monti con l’alleanza con chi di quel governo sta all’opposizione e non perde occasione per dirne peste e corna. Anche perché questo non è un governo comune, è una sorta di arco costituzionale che segna il cammino per il futuro: dentro o fuori. E allora Il Pd deve decidere. Se poi al suo interno ci sono troppe anime, molto divise su tutto, forse è il caso che si separino e contribuiscono

con impegno e coerenza a costruire ciascuno una realtà migliore nella propria area di pertinenza: se ne gioverebbero tutti, loro stessi ma anche il sistema politico e la democrazia. Altrimenti ogni volta ci sarà il condizionamento da parte delle ali più estreme e meno propositive.

Le primarie lo dimostrano: potrebbero essere un bell’esercizio di partecipazione civica, ma così regolate non fanno altro che confermare quello che in molti dicono da tempo, cioè che quella politica resta ingabbiata in un recinto di un bipolarismo fallito perché

Localmente ogni scelta è lecita ma, in chiave nazionale, il comportamento tenuto nei confronti del governo Monti deve essere conseguente condizionato dalle realtà più estremiste e spesso più capaci di parlare alla pancia della gente e di mobilitare passioni ed elettori ma di fazione, senza che questo porti necessariamente a una migliore politica amministrativa. Il PD troppo spesso appare frastornato da queste ondate di opinione, e si trova in grande imbarazzo su molti, troppi temi, dalla riforma del lavoro alla Tav, dalle alleanze al governo Monti e via

così. In questo modo mina anche davanti ai suoi elettori la propria credibilità e ben rispecchia quella che è la crisi dei partiti: partiti che vogliono sempre più raccogliere tutti, rappresentare tutti e in questo modo perpetuarsi, ma finiscono con non rappresentare nessuno. In democrazia invece i partiti hanno il compito di rappresentare una parte, etimologia del loro stesso nome. Rappresentare una parte non è una vergogna: vuol dire avere una idea di quel che si vuol fare, delle scelte, avere una visione ideale e sociale, e vuol dire mettere tutto questo a servizio del bene comune nel rispetto del necessario dialogo con le altri parti politiche da cui emerga una verità condivisibile, un nobile compromesso. In questo gli elettori si identificano, seguono una linea coerente, valutano, e magari a fatica, nel tempo, si lasciano conquistare. Se non c’è un’offerta decente, invece, giustamente si disaffezionano. Il PD è un buon esempio di fatica dei partiti: forse se cambia album fotografico fa un passo avanti buono per tutti.

Insomma, i fatti sono scivolosi: «Sono sempre stato di sinistra e non ho nessun accordo firmato col Terzo Polo», dice Ferrandelli; Mpa smentisce di avergli dato sostegno; senza contare la convivenza nella coalizione dei sostenitori tra star dell’antimafia e moralisti a corrente alternata come Cracolici (chiese le dimissioni di Cuffaro e del suo collega di partito Crisafulli indagati per mafia, difese invece il governatore Lombardo quando i magistrati cercarono pure lui). Tutto, comunque, pare essersi mosso attorno ai candidati (i due di cui abbiamo parlato più il rottamatore Faraone e la gauchiste Monastra) tranne che la “foto di Vasto” o la “Grande coalizione” per il 2013. Eppure è il significato che tutti a Roma hanno dato al risultato e dunque anche questo adesso è un fatto generatosi dalle primarie di Palermo: Enrico Letta, Marco Follini, l’intera area veltroniana, tutti sono corsi a dichiarare la morte dell’alleanza con Sel e Idv sancita dal voto dei trentamila palermitani. “Se il Pd si chiude a sinistra perde”, dice il quasi Veltroni, Walter Verini, ma nessuno spiega cosa si dovrebbe dedurre allora nei casi in cui il candidato del Pd perde con quello di sinistra come avvenuto a Genova o a Milano (quello è un voto a favore della “foto di Vasto”?).“Rispetto il dibattito interno al Pd e non mi permetto di dare giudizi”, spiegava in serata Pier Ferdinando Casini, convitato di pietra proprio di quel dibattito: “Indipendentemente dalle primarie di Palermo, se non c’è un’alleanza tra moderati e riformatori questo paese non si regge. Ed è per questo che io tengo molto al rapporto con Bersani, che esprime l’anima moderata e riformista del centrosinistra”. Non resta che il tempo di registrare la reazione di Luigi De Magistris, che si candidò a sindaco di Napoli anche grazie al fallimento (vedi accuse di brogli e voti cinesi) delle primarie del centrosinistra: “Non credo più a queste primarie così come sono. Appaiono sempre più lotte fratricide nell’ambito di schieramenti, regolamenti di conti, tra virgolette, politici. Si arriva quindi lacerati ed è difficile, a due mesi dalle elezioni, ritrovare un’unità vincente”. Amen.


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iamo giusti perché siamo visibili? Siamo non violenti perché c’è qualcuno che ci guarda? Siamo rispettosi della legge perché c’è quel guardiano notturno dello Stato? La risposta alle domande - in fondo sempre la stessa domanda - riguarda gli occhi e la visibilità. «L’uomo invisibile» è un sogno antichissimo e i fumetti lo hanno trasformato in supereroe. Ma l’uomo che non si vede volge più al male che al bene, come dimostra il grullo Calandrino della novella di Boccaccio o il film L’uomo senza ombra di Verhoeven. Per fornire una risposta più completa possibile dividerò l’articolo in due parti. Nella prima parte farò “cronaca”, nella seconda “filosofia”.

S

A Frattamaggiore, paesone in provincia di Napoli, una donna è picchiata da due scippatori. Reagisce alla rapina, dapprima scuote e poi prende vigorosamente a calci l’auto degli aggressori. La scena è ripresa dalle telecamere di videosorveglianza di un negozio di via Capasso e il filmato è messo in “rete”su YouTube. L’intento è chiaro: più persone vedono la scena dello scippo e maggiore è la possibilità che siano riconosciuti e acciuffati. C’è anche una taglia di duemila euro a chi porterà notizie. A pubblicare il video è il figlio della vittima: «Sì, l’ho caricato io in rete - dice Giuseppe M. al Corriere del Mezzogiorno -. L’ho fatto non solo perché si tratta di mia madre ma per denunciare l’ennesima vergogna della criminalità a Napoli. Certo, ho divulgato il video anche per stimolare i cittadini a dare una mano ai carabinieri per rintracciare quei due. Paura di ritorsioni? No, assolutamente. Se davvero dobbiamo piegarci sempre alla prepotenza allora è giusto che Napoli e il suo hinterland anneghino nel fango». Il filmato reca questa didascalia: «Rapina effettuata 2802-2012 in provincia di Napoli a Frattamaggiore in Via Rocco Capasso, ’n copp a Muntagnell. Se conoscete uno dei due rapinatori scrivetemi così passo da loro e gli insegno come si prende a schiaffi una persona. Quella signora è mia madre e a me ha dato molto fastidio il fatto abbiano allungato le mani su una signora indifesa. I due hanno anche rischiato di prendere le botte dalla signora. Che figura di merda. Ringrazio anticipatamente chi riuscirà a fornirmi i nomi delle 2 persone. Anzi darò 2000 euro, grazie». A Napoli non è la prima volta che un video che riprende una scena di criminalità cittadina è pubblicato al fine di avere notizie e rintracciare i malviventi. Tre anni fa ci fu il video shock dell’omicidio di Mariano Bacioterracino alla Sanità diffuso addirittura dalla Procura di Napoli con l’obiettivo dichiarato dei magistrati di essere aiutati a trovare il colpevole. Il figlio della signora scippata fa la stessa cosa, seguendo - si potrebbe dire - l’esempio della Procura. La diffusione del video della Procura andò a buon fine: il killer è stato arrestato. Giuseppe spera che accada la stessa cosa: «Abito fuori Napoli. Il filmato me l’ha girato mio padre, amico del negoziante titolare della telecamera di sicurezza. Mia madre ha sporto denuncia e in un certo senso ho sporto denuncia anch’io ma pubblicamente, in Rete. Spero possa essere utile a rintracciarli». La logica è molto semplice: più occhi guardano -

Platone, la giust Due rapinatori si sono costituiti dopo che il filmato del loro scippo era stato messo in Rete. Sempre più spesso rispondiamo alle immagini, non alla coscienza di Giancristiano Desiderio

anche con lo stimolo della taglia di 2000 euro - più possibilità di beccarli ci sono. Proprio Giuseppe insiste con il richiamo agli occhi: «L’ho fatto innanzitutto per far aprire a tutti gli occhi sulla vergogna che ogni giorno appesta Napoli. E poi per stimolare la gente a denunciare tali episodi». La Rete diventa un Grande Occhio che tutto

vede e a cui nulla sfugge o almeno così sembra.

Il caso dello scippo di Frattamaggiore finito suYouTube si conclude con un colpo di scena: i due scippatori non sono acciuffati ma si sono costituiti. Si sono consegnati ai carabinieri. La taglia non è stata spesa, i carabinieri sono arrivati

prima degli sceriffi, anche se non sono andati loro dai malviventi ma i malviventi sono andati da loro. Il video diffuso sulla Rete ha agito in modo indiretto o, se volete, in modo superdiretto influendo sugli stessi pensieri e volontà dei due scippatori. I due rapinatori, Raffaele De Rosa (20 anni) e Angelo De Rosa (21 anni), entrambi residenti ad Arzano, sapevano che il cerchio si stava stringendo. Anche perché uno dei due, per mettere a segno la rapina aveva utilizzato l’auto intestata al padre. Un ulteriore elemento che li rendeva ancora più visibili e riconoscibili. Si sono consegnati volontariamente solo perché le loro volontà erano ormai costrette ad agire in questo modo e ciò che li ha costretti a scegliere di consegnarsi ai carabinieri è il video della scena del crimine. Se non fossero stati visti, ora i due scippatori sarebbero liberi e mai e poi mai si sarebbero “volontariamente” consegnati alla giustizia. È il loro essere-visti che li ha resi “giusti” e non più violenti.

Passiamo ora alla filosofia. Apriamo il secondo libro della Repubblica, lì dove Platone scrive dell’anello di Gige. Leggiamo direttamente Platone che è chiaro come l’acqua delle isole greche: «La possibilità di cui parlo sarebbe realizzata nel modo migliore se toccasse loro la stessa facoltà di cui, a quanto si racconta, dispose un tempo Gige, l’antenato del Lidio. Era costui un pastore che serviva presso l’allora signore della Lidia. In seguito a una grande tempesta e a un terremoto, un tratto di terra si spaccò formando una voragine presso il luogo in cui pascolava. La vide e se ne meravigliò, poi discese e scorse, tra le altre cose meravigliose di cui racconta la favo-


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tizia e YouTube la, un cavallo di bronzo, cavo e provvisto di piccole porte. Vi si affacciò e vide che dentro c’era un cadavere, a quanto pareva, più grande delle misure umane, che non indossava nient’altro se non un anello d’oro alla mano. Lo strappò via e tornò fuori». E qui inizia la storia che più ci interessa. «Quando si tenne la consueta riunione dei pastori, per riferire ogni mese al re sulla situazione delle greggi, egli vi giunse indossando quell’anello. Sedutosi dunque insieme con gli altri, girò per caso il castone dell’anello verso se stesso, rivolgendolo all’interno della mano. Questo bastò a renderlo invisibile a quelli che gli sedevano accanto, sicché essi conversarono di lui come si fa di un assente. Lui si stupì e sfiorando di nuovo l’anello rivolse il castone verso l’esterno, e così facendo ritornò visibile. Avvedutosi di questo, ri-

Nella sequenza qui sopra, l’omicidio di Mariano Bacioterracino alla Sanità il cui video venne diffuso dalla Procura di Napoli per favorire le indagini. A sinistra, lo scippo di Frattamaggiore postato su YouTube

Nella ”Repubblica” il filosofo greco, con il mito di Gige, spiega che «nessuno è giusto per sua volontà, bensì perché è soggetto a costrizione». Perché il bene e il male hanno un solo elemento in comune: entrambi sono invisibili provò a controllare se l’anello avesse questa facoltà, e gli risultò che se rivolgeva il castone all’interno diventava invisibile, se all’esterno visibile. Una volta notata la cosa, fece subito in modo di essere incluso fra i messaggeri inviati presso il re. Giunse dunque dal re, sedusse sua moglie, e con l’aiuto di costei lo aggredì, lo uccise e si impadronì del potere». E qui la nostra storia diventa ancora più interessante. Infatti, Platone - che pure non si ritrova in questa idea di giustizia - dice che «se ci fossero due di quegli anelli, e uno se lo mettesse il giusto, l’altro l’ingiusto, nessuno sarebbe, è dato credere, tanto adamantino da resistere nella giustizia, astenendosi coraggiosamente dall’impadronirsi delle cose altrui, mentre gli sarebbe possibile prendere impunemente ciò che vuole nel mercato, entrare nelle case ed unirsi

con chiunque voglia, e uccidere o sciogliere dalle catene tutti quelli che vuole, e fare tutto il resto come se fosse, tra gli uomini, eguale a un dio. Comportandosi così, non farebbe nulla di diverso dall’altro, ma entrambi andrebbero nella stessa direzione».

Il significato del mito di Gige è molto chiaro: gli uomini rispettano le norme di legge solo perché temono le conseguenze dell’ingiustizia. Se potessero agire ingiustamente senza render conto della propria azione violenta non avrebbero alcuna remora ad essere ingiusti. Se si trattengono è perché hanno paura di essere loro stessi vittime. Il fatto di cronaca di Frattamaggiore e la favola raccontata da Platone sono perfettamente corrispondenti. I due scippatori, lontani dagli occhi della legge, usano violenza ad

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una donna e si appropriano della sua borsa. Credono di essere invisibili, anonimi, irriconoscibili ed è proprio questa loro invisibilità, come per il pastore Gige, a favorire il crimine. Al contrario, quando ritornano ad essere visibili, riconoscibili, fino ad avere un nome e cognome, i due malviventi decidono di consegnarsi alla giustizia che non rappresenta naturalmente la loro felicità ma neanche la loro massima infelicità. Diciamo che la legge, proprio come nel dialogo platonico sostiene Glaucone, è una via di mezzo tra felicità (sopraffazione e violenza) e infelicità (vittima di sopraffazione e violenza). È il classico “male minore” a cui i due scippatori di Frattamaggiore si sono attenuti nello scegliere cosa fare. Ma ciò che li ha spinti a consegnarsi è la visibilità inaspettata: erano usciti dal nulla e si erano rifugiati nel nulla, e questa loro posizione non visibile rendeva possibile per loro avere anche un’altra identità in cui apparire giusti, onesti, pacifici. Ma il video, ossia “il castone dell’anello rivolto verso l’esterno”, ha rovinato i loro piani che, alla lettera, sono stati scoperti. La chiusura della favola platonica è esemplare. «Questo è dunque un grande indizio, si potrebbe dire, che nessuno è giusto per sua volontà, bensì perché è soggetto a costrizione: la giustizia non è considerata alla stregua di un bene privato, giacché chiunque, laddove pensi di essere in grado di recare ingiustizia, lo fa. Ogni uomo pensa infatti che l’ingiustizia gli sia in privato molto più giovevole della giustizia, e pensa il vero, come affermerà chi sostiene questa teoria. Perché se qualcuno che disponesse di una tale possibilità non volesse mai commettere alcuna ingiustizia né mettesse le mani sulle cose altrui, sembrerebbe del tutto degno di compatimento per la sua demenza a quanti se ne accorgessero. Però lo loderebbero quando si trovassero l’uno davanti all’altro, ingannandosi a vicenda per la paura di subire ingiustizia. Così dunque stanno le cose».

Così stanno le cose, non c’è dubbio: «Nessuno è giusto per sua volontà, bensì perché è soggetto a costrizione» e ciò che “costringe” la volontà è la visibilità. Sarà per questo che la nostra vita è controllata, filmata, spiata da un numero inverosimile di telecamere, pubbliche e private? È questo Grande Occhio, che ci vede anche quando non lo vediamo, a renderci giusti e a rendere i nostri desideri conciliabili con i desideri degli altri? Insomma, facciamo il bene e rispettiamo la legge solo perché siamo visti ma se fossimo invisibili come Gige ci lasceremmo andare alle peggiori nefandezze? La visibilità ci rende buoni e l’invisibilità cattivi? La luce è il bene e il male sono le tenebre? Capovolgendo, almeno parzialmente, quanto qui ho sostenuto con l’aiuto della cronaca e di Platone, mi ritraggo inorridito da un mondo trasparente e da una vita che per essere giusta è interamente controllata e filmata dal Grande Occhio. Il bene, proprio come il male con il quale lotta senza sosta corpo a corpo, ha una sua natura invisibile.


Assemblea con il sindaco Fassino: «Finalmente il governo dà le informazioni giuste». L’Europa plaude alla «fermezza italiana»

Il No di Napolitano

Durissimo il Colle: «Basta comportamenti inammissibili. Non vedrò i sindaci». E gli amministratori piemontesi bocciano le proteste di Franco Insardà

ROMA. Parte la “fase 2” anche in Val di Susa. Mostrato il pugno di ferro il governo ha aperto il dossier sulle compensazioni al territorio: unica via per spaccare il movimento No Tav e per riportare la pace nella zona. Una linea già emersa dal vertice di venerdì tra Monti, Catricalà, Passera, Cancellieri, Severino, con il relativo piano di interventi: sgravi fiscali per i Comuni coinvolti, un sistema di convenzioni tra la stazione appartenente e i Comuni e corsi di formazione per gli abitanti da occupare nei cantieri.

E non a caso ieri il premier ha convocato il governatore piemontese, Roberto Cota, per annunciare lo sblocco di venti milioni destinati ai treni dei pendolari. Alla fine dell’incontro Cota era molto sollevato: «Monti mi è sembrato convinto sulla realizzazione della Tav e disponibile su questo discorso delle compensazioni. Nel prossimo Cipe del 9 marzo è previsto lo sblocco dei primi venti milioni di euro. Quello che bisogna fare, adesso, è intervenire sulla linea storica, prima di tutto con nuovi treni, per far capire che si fa la Tav per sviluppare il territorio e il nostro sistema produttivo, ma non si abbandonano i pendolari che prendono i treni locali per andare a lavorare». Per il governato-

Mentre l’altro attivista ha rinunciato alla nuova protesta sul traliccio dell’incidente

Abbà si risveglia dal coma e respira in modo autonomo ROMA. Luca Abbà, il militante No Tav ricoverato da lunedì scorso quando era caduto dal traliccio su cui si era arrampicato in Val di Susa, si è svegliato e respira autonomamente. La notizia è stata data da Maurizio Berardino, primario di rianimazione del Cto di Torino: «Abbà non è più intubato e riesce a respirare da solo con l’ausilio di una mascherina». I medici hanno riferito che capisce e reagisce agli stimoli esterni, a dimostrazione di «un lento e progressivo miglioramento delle condizioni generali». Il quadro renale, quello che più preoccupante, al momento è buono. «Occorre considerare che nei prossimi giorni - ha spiegato il dottor Berardino - il percorso di guarigione si dovrà confrontare con i rischi di infezione conseguenti al fatto che il paziente rimane a letto, alla presenza di lesioni cutanee, operate e no, che riducono le difese naturali».Con questo quadro clinico la prognosi potrebbe essere sciolta oggi e Abbà trasferito nel reparto ustionati già alla fine della settimana. Dal fronte No Tav è arrivata ieri un’altra buona notizia: è sceso dal traliccio, su cui era salito domenica sera, Turi Vaccaro. Si tratta dello stesso traliccio di fronte alla baita Clarea, appena fuori dalla nuova area di cantiere, dal quale una settimana fa era caduto Luca Abbà. Per tutta la notte le forze dell’ordine e il personale medico giunto sul posto hanno ten-

tato di convincerlo a scendere. Alla fine è sceso di sua spontanea volontà, dopo aver recitato alcune preghiere e fatto meditazione. Ha spiegato di averlo fatto per meditare e pensare a Luca.Turi Vaccaro non è nuovo a questi atti. Quest’estate aveva fatto lo sciopero della fame in cima ad un albero accanto al cantiere di Chiomonte, scendendo solo in seguito alla mediazione messa in campo da don Luigi Ciotti. È lui l’uomo che si vedeva nelle foto degli sgomberi del 27 giugno scorso, che a piedi nudi correva verso una ruspa, per bloccarne l’attività. Ora per Vaccaro si profila una denuncia per diverse violazioni a partire dall’interruzione di pubblico servizio visto che al traliccio era stata tolta la corrente, da quando era salito, che serviva ad alcuni paesi della Valle, ai quali la fornitura è stata assicurata comprandola da un altro operatore.

Saranno denunciati anche i No Tav, una ventina, per i fatti avvenuti lunedì scorso alla baita Clarea durante le operazioni di allargamento del cantiere della Torino-Lione. Il dossier delle forze dell’ordine è arrivato ieri in Procura. I militanti, che si trovavano sul posto pacificamente, sono accusati della violazione di sigilli (perché la baita era posta sotto sequestro) e di essere entrati nella zona vietata dall’ordinanza del Cipe che istituisce l’area di interesse strategico.

re piemontese realizzare la Tav è «un dovere per tutti, per le generazioni future e una grande occasione di sviluppo per la Val di Susa. Non farla vorrebbe dire dare l’immagine di un Paese dove non si decide niente e questo non può essere. Poi è importante per lo sviluppo del territorio. Non è tanto il numero delle persone che vanno da Torino a Lione, ma il fatto che attraverso la Tav ci si aggancia al Corridoio 5. Noi siamo una regione produttiva, fatta di industrie che hanno bisogno di strumenti per essere competitive».

Dal Quirinale è arrivata ieri una nota del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: «Sarò a Torino per un importante evento istituzionale già da tempo in programma (il convegno “La Magistratura nella storia dell’Italia unità”, in occasione del 150° anniversario ndr). Mi si rivolge ora qualche richiesta o invito perché colga l’occasione per incontrare gli amministratori della Valle di Susa, o una parte di essi. Sono ben consapevole della gravità delle tensioni insorte in quella realtà, con pesanti riflessi sull’ordine pubblico in altre parti del Paese. Ma non posso aderire a incontri in cui si discutano decisioni come quelle relative alla linea Torino-Lione: decisioni che non mi competono, che sono state via via assunte dalle istanze di governo re-


politica

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La riscossa del movimento “Sì-Tav” Perché a decidere su un tema comune - voluto dall’Ue - deve essere un gruppo di valsusani? di Vincenzo Faccioli Pintozzi lle manifestazioni di coloro che si auto-proclamano “No-Tav” – e che intendono in questo modo esemplificare sin dal loro nome l’avversione alla moderna rivisitazione del ‘male assoluto’, ovvero l’alta velocità ferroviaria – sembra in queste ore opporsi un movimento che, usando la stessa logica, potremmo chiamare “Sì-Tav”. Mentre i primi vantano scalatori di tralicci, difensori più o meno schierati in varie fasce della cosiddetta società civile, “pecorelle” smarrite e tanta voglia di fare, i secondi si limitano a opporre il buon senso. Niente pietre lanciate, autostrade bloccate, incontri vis-a-vis con i rappresentanti dell’ordine pubblico. Soltanto una domanda, dalla natura strettamente logica: «Se l’Alta velocità rappresenta un servizio di cui potrà usufruire l’Italia intera, e se essa ci viene richiesta dall’Unione europea, perché dovrebbe sovra di esse decidere la sola Val di Susa?». A questa prima domanda se ne possono accostare altre due, di diretta emanazione. La prima è semplice: «Perché io, cittadino italiano ma non valsusano, se voglio recarmi in Francia devo impiegare più tempo di quanto è nella media europea?». La seconda è un poco più complicata: «Perché l’intero Belpaese ha applaudito la decisione di imporre l’Ici alla Chiesa cattolica e alle altre confessioni religiose, decisione motivata dagli impegni contrat-

A

ti in sede europea, e ora non parla della necessità di rispondere in maniera positiva a quest’altro impegno, contratto nella stessa sede?».

La prima domanda è la più cogente, e riassume nei suoi contorni l’intero quid della questione; in un certo senso smaschera anche l’atavica tendenza italiana a dare retta a chi ruggisce e bela per le strade, piuttosto che procedere per il retto cammino. Certamente, i segnali che arrivano in questi giorni sono incoraggianti per il nostro movimento “Sì-Tav”. Il via l’ha dato il ministro Cancellieri lo scorso giovedì quando, dopo una riu-

per motivi di spazio e di pazienza personale delle decine di riunioni, comunicati, affermazioni, provocazioni che la politica ha fornito sull’argomento. Il senso comune è quello riassunto nella prima domanda. Perché l’intero Paese deve rinunciare a un servizio pubblico che migliora la rete dei trasporti, se ad opporsi è una singola fazione? E poi perché si dovrebbe cedere davanti alle richieste europee, dando l’impressione di non poter decidere in casa propria? D’altra parte, il governo e la fazione “Sì-Tav” non hanno usato la mano dura; anzi, in queste ore proprio l’esecutivo ha mostrato una morbidezza che rende appetibile l’idea di trasferirsi nella valle. Che fossero necessarie misure volte a “convincere”più ostinati oppositori della Tav il governo ne è già convinto dato che, dalla riunione di venerdì scorso tra Monti, Catricalà, Passera, Cancellieri, Severino, era emerso un piano con tre “bonus”: sgravi fiscali per i Comuni coinvolti, un sistema di convenzioni tra la stazione appartenente e i Comuni e corsi di formazione per gli abitanti che, una volta riqualificati, verrebbero occupati nei cantieri.

Il governo fornisce incentivi, l’infrastruttura viene pagata da Bruxelles, la sua utilità sarà comune. Cresce sempre più l’onda di chi vuole l’Alta velocità

sponsabili e che hanno già formato oggetto, nel corso di parecchi anni, di molte discussioni e mediazioni. Proprio in coerenza con la natura del mio mandato e del mio ruolo, non entro nel merito di contrasti politici. Ma considero mio dovere riaffermare il principio di legalità, il rispetto delle leggi e delle forze poste a presidio dello Stato democratico, come supremo valore costituzionale e fondamento della convivenza civile. Rivolgo perciò il più caldo appello a quanti restano non convinti della pur rilevante importanza, per l’Italia e per l’Europa, di quell’opera, affinché desistano da comportamenti inammissibili. C’è bisogno nel Paese di un clima costruttivo, nel quale l’attenzione e gli sforzi si concentrino sull’impegno a garantire sviluppo, occupazione, giustizia sociale». Per il governatore Cota la situazione in Val di Susa è «in parte

nione in Prefettura con le parti locali, ha chiarito: «La Tav si farà. E il dialogo si potrà avere soltanto con coloro che a esso non contrappongono la violenza». A seguito del titolare degli Interni sono arrivate dichiarazioni più o meno bipartisan sulla necessità di completare l’infrastruttura, l’indegna fuga di Bersani dalla segreteria nazionale del Partito democratico “assediato” da una cinquantina di manifestanti e la scelta del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di non ricevere i sindaci coinvolti nel corso della sua visita odierna in Piemonte. Non diamo conto

diversa da quella che viene rappresentata: ci sono tanti amministratori locali che sono a favore e infatti alcuni di questi mi hanno chiesto un incontro». L’appuntamento è fissato per questa mattina, mentre ieri le istituzioni piemontesi e i parlamentari eletti nella regione hanno deciso di chiedere nei prossimi giorni un incontro al presi-

Il tutto per una cifra tra i 27 e i 54 milioni di euro. Senza contare i denari stanziati dall’Unione europea per la realizzazione della rete ferroviaria e gli incentivi già approvati per

Piero Fassino ha sottolineato come «per la prima volta da qualche giorno nel dibattito pubblico finalmente ci sono elementi informativi che per anni non si è riusciti a far arrivare, e cioè, che il progetto che si sta costruendo non è quello iniziale, ma che è stato cambiato radicalmente per tener conto delle istanze della valle e che l’opera è di rilevante

la popolazione locale. Una combine che non solo addolcisce la pillola ma rende l’opposizione al progetto ancora meno comprensibile ai più.

Il secondo punto, la seconda domanda, è un poco più polemica ma egualmente cogente. Perché quando si è trattato di imporre l’Ici alle strutture commerciali gestite dalla Chiesa – e dalle altre religioni, non le dimentichiamo – la società civile si è alzata in piedi a sostegno del governo, citando i legacci dell’Unione europea al riguardo, mentre per la Tav questa motivazione è stata tenuta sotto tono? Se si leggono le “150 motivazioni” contro la Tav, almeno quelle disponibili sul sito web dei manifestanti, non si incontrano problemi seri: soltanto previsioni, recriminazioni e poco altro. Si sostiene che il traffico ferroviario va bene così com’è, si sottolinea il crollo del volume dei passeggeri, si parla di uranio “forse”nascosto sotto i monti. Insomma, a fronte di “sì” motivati e reali si incontrano dei “no” abborracciati.

ria al movimento No Tav devono avere il coraggio di parlare. Voglio ricordare che siamo in provincia di Torino, non siamo in altre province, l’omertà non serve. Dobbiamo lasciare fuori dalla valle la violenza. Il No Tav pacifico io lo invito anche a casa mia, ma la violenza non l’accetto e deve essere bandita». L’interesse dell’Europa per la

L’appello di uno dei sindaci Sì Tav, quello di Chiomonte Renzo Augusto Pinard: «Tutti quelli che hanno un’opinione contraria al movimento No Tav devono avere il coraggio di parlare. La violenza non l’accetto e deve essere bandita». dente del Consiglio. Decisione presa nella riunione alla Provincia di Torino alla quale hanno partecipato tra gli altri il sindaco di Torino, Piero Fassino, l’assessore regionale ai Trasporti, Barbara Bonino, il presidente della Provincia, Antonio Saitta, e il commissario di governo per la Tav, Mario Virano.

per lo sviluppo e la crescita della Valsusa e del Paese e infine che dei 25 Comuni interessati ce ne sono ben 12 a favore». Da uno dei sindaci Sì Tav, quello di Chiomonte, Renzo Augusto Pinard, fatto oggetto di minacce nelle scorse settimane, arriva un messaggio chiaro: «Tutti quelli che hanno un’opinione contra-

realizzazione dell’opera è stato sottolineato sia dal coordinatore europeo del Corridoio 5, Laurens Jan Brinkhorst che ieri ha incontrato in prefettura a Torino il prefetto Alberto Di Pace, e i rappresentanti degli enti locali piemontesi, sia da Helen Kearns, portavoce del commissario europeo per i Trasporti,

Siim Kallas: «È una connessione strategica per l’Italia e per l’Europa, uno dei corridoi trans-europei co-finanziati dall’Ue, e per questo motivo daremo pieno sostegno per la sua realizzazione. Come gestire le proteste è una questione che riguarda solo il governo italiano». La Kearns ha ricordato che tra Italia e Francia è stato sottoscritto un accordo e per quanto stabilito «occorre andare avanti».

L’Unione europea, dunque, continuerà a monitorare perché «i due paesi tengano fede agli impegni presi». E sul rischio che si possa perdere la quota comunitaria di co-finanziamento la Kearns ha chiarito: «Questo rischio c’era prima di Natale, quando i due paesi non avevano raggiunto un accordo, ma adesso che c’è questo accordo il commissario Kallas ha promesso questi fondi».


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grandangolo Cosa c’è dietro il 64 per cento del nuovo, presunto trionfo

Opposizione ancora troppo divisa, ecco lo scudo del terzo Putin

Migliaia di giovani in piazza per contestare un’altra vittoria piena di brogli. Si mobilitano soprattutto a Mosca, dove sono appena visibili le sembianze di un Paese moderno e libero. E dove persino i conteggi ammaestrati lasciano lo zar sotto il 50 per cento. Ma né il magnate della finanza Prokhorov, né il seguitissimo blogger Navalny sono in grado da soli di trascinarsi dietro l’immenso mare dei disillusi di Enrico Singer utin che si commuove fino alle lacrime annunciando la sua vittoria «in una lotta aperta e onesta», come tiene subito a dichiarare a fianco di un Dmitri Medvedev ridotto al ruolo di presentatore. Di fronte, una folla di giovani riunita sotto le mura del Cremlino quando nei seggi lo spoglio è appena cominciato. Altri giovani che, a distanza di 24 ore, invadono a migliaia piazza Pushkin per gridare che non riconoscono il risultato di un voto «sporco come quello per la Duma». Le percentuali della commissione elettorale che arrivano puntuali a confermare le previsioni della vigilia con il consenso per il presidente che raggiunge quota 63,75. I filmati che testimoniano i brogli con le schede infilate a pacchi nelle urne e gli autobus che scaricano gli stessi elettori in diversi seggi per quella che, sin dai tempi dell’Urss, è chiamata la «giostra» delle elezioni. Casi liquidati in fretta come marginali e risolti con l’annullamento dello scrutinio in qualche distretto che non cambia il dato finale.

P

Tutto quello che abbiamo visto finora fa parte di un copione già scritto: è l’inizio, scontato, della terza presidenza di zar Vladimir Vladimirovich. Il VV-3, come dicono i russi che si rivolgono, specialmente alle persone importanti, usando il nome e il patronimico più che il cognome. Sembra la sigla di un missile e il suo lancio è avvenuto rispettando i piani studiati a tavolino fin nei dettagli. Quello che è ancora da scrivere, invece, è il copione di che cosa accadrà da oggi in poi perché, se

la conferma alla guida della Russia era ampiamente prevista, per Putin la sfida più difficile comincia adesso. Su due fronti. Uno è esterno: dipende dalla capacità di organizzarsi dell’opposizione che non ha ancora la forza per scalzarlo e che non ha trovato un vero leader, ma che è ormai una realtà con cui fare i conti e che sembra decisa a strutturarsi. L’altro fronte è interno. Dipende da quello che farà Putin, dai progetti che ha in mente per mantenere il suo potere, da come gestirà il suo terzo mandato, dalle riforme che farà o che sarà costretto a fare. Anche dalle sue scelte in politica estera che peseranno sui rapporti di Mosca con l’Occidente. A partire dall’atteggiamento che prenderà sulla Siria e sull’Iran.

La prova che Putin ha già cominciato ad affrontare è quella delle contestazioni. Da ieri sera la punta di lancia dell’opposizione si è riunita nel centro di Mosca che è letteralmente sotto assedio, circondato da uno schieramento impressionante di forze anti-sommossa. E i suoi gruppi più radicali hanno l’intenzione di non mollare e di trasformare piazza Pushkin in un presidio permanente, anche al costo di scontrarsi con la polizia. Incidenti ci sono già stati. Gli agenti sono intervenuti non appena i militanti hanno cominciato a scandire slogan contro Putin, arrestando lo scrittore Eduard Limonov e alcune decine di persone. La manifestazione è la quarta in tre mesi, quando i brogli elettorali a favore del partito Russia Unita, nel dicembre del 2011, hanno innescato le più vaste

proteste antigovernative dal crollo del comunismo, vent’anni fa. Allora a scendere nelle strade erano stati altri giovani che non avevano avuto paura nemmeno di opporsi ai carri armati schierati dal regime ormai morente. Oggi il rischio che una scintilla di violenza inneschi un incendio esiste, ma la situazione è molto diversa. Prima di tutto l’opposizione è divisa. Gli stessi risultati elettorali, per quanto manipolati, dimostrano che ci sono almeno quattro componenti ufficiali (i comunisti, gli ultranazionalisti, i liberali e i socialdemocratici) che hanno in comune soltanto l’avversione per il capo del Cremlino e che esiste anche una quinta componente – la più interessante – che in gran parte ha alimentato il non voto (quasi il 40 per cento dei 110 milioni di elettori) o che ha scelto gli altri schieramenti più per protesta che per adesione a una proposta politica.

Nella media dei voti della Federazione russa, i comunisti di Ghennady Zyuganov sono al 17 per cento, i liberali dell’oligarca Mikhail Prokhorov sono al 7 per cento, i nazionalisti di Vladimir Zhirinovskij sono al 6 per cento e i socialdemocratici di Sergeij Mironov al 3 per cento. Ma se la sterminata periferia della Federazione (89 entità istituzionali tra Repubbliche e territori autonomi) è decisiva sull’esito complessivo delle elezioni, Mosca e San Pietroburgo hanno un valore a parte perché è nelle due metropoli russe che si concentra il nuovo ceto medio postsovietico. E il caso di Mosca è esemplare: nella capitale, Vladimir Putin non ha nemmeno rag-

giunto il 50 per cento dei voti. Anche le cifre addomesticate dal presidente della Commissione elettorale centrale,Vladimir Churov, hanno assegnato a Putin soltanto il 47,2 per cento dei voti a Mosca. Secondo, con un risultato di tutto rispetto, Mikhail Prokhorov (20,2 per cento) che ha dimostrato di essere più radicato e popolare anche nelle altre aree urbane. Terzo il comunista Ghennady Zyuganov (19,1 per cento). La capitale, dove l’affluenza è stata del 58 per cento – il che significa che il partito del non voto è stato qui ancora più forte – ha umiliato, invece, sia Zhirinovskij che Mironov con percentuali tra il 4 e il 2 per cento. Questi dati confermano che l’epicentro dell’opposizione russa si trova proprio nella capitale – attenzione, parliamo sempre di una megalopoli di oltre 13 milioni di abitanti – dove si concentrano i nuovi imprenditori e gli intellettuali, dove ci sono le migliori scuole e università, dove ci sono le banche. In altre parole, dove c’è la Russia efficiente. O, almeno, quella che insegue un modello di sviluppo capace di spezzare il circolo vizioso della corruzione che soffoca a tutti i livelli un’amministrazione pubblica ancora molto potente, passata quasi indenne dai tempi dell’Urss a quelli di Eltsin e di Putin. Tuttavia soltanto in parte questa nuova borghesia si riconosce in Prokhorov.

Terzo uomo più ricco di Russia (13,7 miliardi di euro la sua fortuna, secondo Forbes), 46 anni, due metri e 4 centimetri di altezza che spiegano anche la sua pas-


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sione per il basket (che lo ha portato all’acquisto dei Nets del New Jersey), l’oligarca anti-Putin ha fatto fortuna con le privatizzazioni seguite al crollo dell’Unione Sovietica. È presidente di Norilsk Nickel e Polyus Gold, colossi nei settori del nickel e dell’oro, nonché di Onexim Group, gigantesco fondo di investimento privato, e quando si è affacciato per la prima volta in politica lo ha fatto all’ombra del Cremlino che gli aveva riservato la presidenza del partito Giusta Causa, un’invenzione degli strateghi che affiancano Putin per dividere proprio il fronte dell’opposizione. Prokhorov è rimasto alla guida di quella formazione-civetta soltanto dal giugno al settembre del 2011, quando ne è uscito fragorosamente accusando il partito di essere «manovrato» dai putiniani. Nei tre mesi di campagna elettorale da outsider ha lanciato molte proposte di rottura, compresa la grazia per Mikhail Khodorkovsky, nemico giurato di Putin, condannato al carcere fino al 2016.

di formazioni politiche e di leader anche in periferia. Un progetto a lunga scadenza, insomma. Una rivoluzione lenta, non una prova di forza in stile arancione, come avvenne a Kiev. Tantomeno una “primavera” che potrebbe trasformare la piazza Rossa in una piazza Tahrir. Certo, il rischio di un’imprevedibile esplosione di violenza che potrebbe far saltare tutti i

Di sicuro più ascoltato dai giovani è

piani è sempre in agguato. Ma l’obiettivo dell’opposizione, per il momento, non sembra quello di costringere Putin a improbabili dimissioni, quanto quello di costringerlo a un possibile compromesso che apra la strada a una effettiva democratizzazione della vita politica russa.

Alexei Navalny, il blogger che è diventato l’icona del movimento di protesta e che, anche ieri, era in piazza Pushkin in prima fila a denunciare i brogli del voto presidenziale. Navalny, un avvocato di 36 anni, definisce Russia Unita «il partito dei ladri e dei farabutti» e ha fatto della lotta alla corruzione il suo cavallo di battaglia. Ma l’opinione prevalente degli osservatori politici russi, anche i più radicali come Alexei Venediktov, direttore della radio d’opposizione Eco di Mosca, è che né l’oligarca Prokhorov, né il blogger Navalny riusciranno a diventare i leader di un movimento che è ancora in una fase nascente, che ha la consapevolezza di avere bisogno di tempo per organizzarsi. E che considera già una vittoria importante costringere Putin a venire a patti, a fare concessioni. La più significativa sarebbe quella di non rimangiarsi le riforme promesse dopo le prime manifestazioni contro i brogli nelle elezioni del 4 dicembre per la Duma: a partire dal ritorno all’elezione dei governatori dello sterminato impero federale che, dal 2004, sono di nomina presidenziale. Concentrando, allora, tutto il controllo del potere al centro, Putin aveva di fatto tolto ossigeno all’opposizione che, adesso, per riconquistarsi un ruolo non soltanto a Mosca o a San Pietroburgo spera che VV-3 allenti le briglie del potere consentendo la nascita e lo sviluppo

Il fenomemo più interessante è quello dell’enorme astensionismo. Di fronte al quale il presidente forse cambierà linea

Ecco che il fronte dell’opposizione s’intreccia a quello interno: al progetto che lo stesso Vladimir Putin insegue per il suo terzo mandato. IlVV-3 sarà più autoritario o più liberale? Reagirà all’opposizione – che è, comunque, la più forte che ha mai dovuto fronteggiare dalla sua ascesa al potere nel 2000 – con il pugno di ferro, o

con il dialogo? Paradossalmente, Vladimir Putin si trova nella condizione in cui si trovò Mikhail Gorbaciov negli ultimi anni dell’Urss. Gorbaciov, allora, tentò di riformare dall’interno il sistema con la glasnost (la trasparenza) e la perestrojka (il rinnovamento). Oggi Putin, se volesse davvero convincere l’opinione pubblica russa – e quella internazionale – della legittimità del suo potere dovrebbe scegliere la strada della riforma del sistema che lui stesso ha costruito in quasi dodici anni: due mandati presidenziali e uno da primo ministro grazie alla “staffetta” con Dmitri Medvedev che sta per ripetersi adesso a parti invertite. Prevedere le intenzioni di Putin oggi è più difficile di quanto non sia immaginare il futuro dell’opposizione perché anche gli osservatori politici russi si dividono tra chi crede che lo spazio per il dialogo, alla fine, sarà trovato e chi è convinto che il vero obiettivo dell’uomo forte del Cremlino sia soltanto quello di mantenere il suo potere assoluto il più a lungo possibile. Adesso, di fronte a sé ha un nuovo mandato presidenziale che, in base alla riforma fatta passare proprio da Medvedev, è diventato di sei anni e che gli consentirebbe, poi, addirittura un altro mandato consecutivo. Come dire che potrebbe battere il record di Leonid Breznev, che guidò l’Urss per diciotto anni dal 1964 al 1982, e avvicinarsi a quello di Stalin: quasi 29 anni, dal 1924 al 1953. In un’intervista concessa alla vigilia delle elezioni, a chi gli chiedeva se un simile primato di longevità di comando non lo imbarazzasse, Putin ha risposto ricordando che, in Germania, Helmut Kohl ha governato per sedici anni, dal 1982 al 1998, senza che nessuno gridasse allo scandalo. Ma il problema è sempre con quale consenso popolare si governa e con quale gioco di possibile alternanza politica.

Se il primo banco di prova dell’atteggiamento di Putin sarà la sua reazione alle proteste dell’opposizione cominciate ieri in piazza Pushkin, un altro segnale sarà la sorte che avranno le ultime mosse del presidente uscente Dmitri Medvedev che ha ordinato alla Procura la verifica della legittimità della sentenza di condanna per l’ex magnate del petrolio, Mikhail Khodorkovsky. Il procuratore generale, Yuri Chaika dovrà, entro il primo aprile, analizzare la legittimità e la validità delle sentenze pronunciate contro 32 persone – tra le quali, appunto, Khodorkovsky e il suo principale socio, Platon Lebedev – che stanno scontando una pena a 13 anni di carcere. Il Cremlino non ha fornito ulteriori dettagli, ma ha fatto sapere che la decisione è stata presa da Medvedev dopo un incontro con esponenti dell’opposizione che, il 20 febbraio, gli avevano consegnato una lista di persone considerate prigionieri politici. Medvedev, inoltre, ha chiesto al ministro della Giustizia, Aleksandr Konovalov, di spiegare entro il 15 marzo i motivi del rifiuto di registrare Parnas, un partito di opposizione che annovera tra i suoi esponenti anche l’ex vicepremier Boris Nemtsov. L’altra sera, quando Putin si è presentato da trionfatore sotto le mura del Cremlino, Medvedev era al suo fianco e lo ha presentato sul palco come il suo successore. Ma a Mosca c’è chi giura che queste decisioni siano un’eredità avvelenata lasciata a Vladimir Putin dall’uomo che ancora spera di poter prendere, un giorno, il suo posto. Senza staffette e con la benedizione dell’opposizione.

e di cronach

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La funzione di San Petronio è come la laurea honoris causa concessa a Dalla dall’università

Non c’è ipocrisia nell’addio a un gay di Luigi Accattoli d ampliare la generosità delle “esequie” nelle chiese c’era stato, nel luglio del 1997, il funerale di Gianni Versace nel Duomo di Milano e nel settembre del 2007 quello di Luciano Pavarotti nel Duomo di Modena. Ma credo che la messa di addio dell’altro ieri per Lucio Dalla in San Petronio, a Bologna, sia stato un fatto di maggiore peso e non solo un’altra eccezione riconosciuta a un personaggio troppo amato da tutti per poterlo salutare con discrezione.

A

gna. «La fede cristiana è il mio unico punto fermo, è l’unica certezza che ho», aveva detto all’Osservatore Romano nel settembre del 1997: «Sono credente. Credo in Dio perché è il mio Dio. Lo riconosco negli uomini, nei poveri soprattutto, in tutti coloro che hanno bisogno di aiuto. Mi ha sempre colpito la decisione di Cristo di nascere povero. Lui, povero, è il futuro. Gesù capiva la gente, i suoi amici erano pescatori, prostitute, persone semplici e povere».

Dalla era un omosessuale come Versace ed era un cattolico praticante – e trasgressivo – come Luciano Pavarotti, che non era omosessuale ma divorziato e risposato. La gran fama popolare e la condizione di cristiani marginali unisce i tre casi. Ma in Dalla c’è di più. Due sono le novità venute da San Petronio: quella messa di addio non è stata solo un “atto dovuto”, di carattere cittadino più che ecclesiale, come – più o meno – nei due casi precedenti, ma essa si è svolta come un esplicito riconoscimento comunitario del “credente e praticante” Lucio Dalla; ad essa era presente e al termine di essa ha parlato – commuovendo tutti – quel Marco Alemanno che da otto anni era il “compagno”inseparabile di Lucio, che era ben noto come omosessuale, anche se non ostentava né rivendicava, anzi viveva con domande e con qualche disagio quella sua condizione. Per capire quello che è successo in San Petronio occorre qualche minimo richiamo al cristiano Dalla. Abbiamo visto il teologo Vito Mancuso leggere la prima lettura, il padre domenicano Bernardo Boschi tenere l’omelia, Enzo Bianchi formulare le intenzioni della “preghiera dei fedeli”, il francescano Enzo Fortunato dare voce a un saluto venuto dal Sacro Convento di Assisi: sono le persone e gli ambienti con i quali il cantante conduceva la sua combattuta ricerca di Dio. E bisognerebbe aggiungere i benedettini del monastero di Santo Stefano in Bologna, nonché il prete della parrocchia vicina a casa, in piazza dei Celestini, dove Lucio era stato battezzato e dove andava a messa la domenica e qualche volta leggeva all’ambone.

“Io credo che la morte sia solo la fine del primo tempo (…). Ci ho sempre creduto. È stato uno sviluppo continuo, ed è sempre rimasto intatto questo stupore davanti al mistero. Credo più nelle cose che non si vedono che in quelle che si vedono. Quello che non vediamo c’è di più”(intervista a Io donna del 5 novembre 2011). Possiamo salutare con favore quanto è avvenuto in San Petronio. Ci è arduo ma dobbiamo prendere atto che ci sono in messo a noi tanti omosessuali cristiani, benchè la cristianità non li sappia riconoscere. Ogni cristiano e ogni cristiana sanno che il fratello o la sorella, il figlio o la figlia, l’amico o l’amica omosessuale è capace di amare e di ricevere amore. E sanno che è questo che conta di fronte a Dio. L’insieme dei cristiani – cioè la Chiesa – sa che gli omosessuali non sono estranei all’azione della Grazia e, se sono credenti, avvertono il bisogno, l’ansia, di sentirsi dire che la loro vita di fronte a Dio non è inutile, ma è anzi preziosa. Il cristiano e la Chiesa sanno tutto questo ma ancora non hanno le parole per dirlo. Abbiamo alle spalle una storia troppo lunga di persecuzione degli omosessuali motivata con le Scritture perché sia possibile proclamare le Scritture a loro saluto. È stato possibile – ed è avvenuto in maniera credibile – nel caso di Lucio Dalla sia per la intensità della sua ricerca nella fede, sia a motivo della discrezione e del riserbo con cui egli aveva vissuto la sua condizione.

L’insieme dei cristiani sa che gli omosessuali non sono estranei all’azione della Grazia

Stregato fin dai tempi di “Gesù bambino” (titolo originale della canzone “4 marzo 1943” di Sanremo 1971) dalla dolcezza creativa del suo canto, dei suoi testi, dei gorgheggi, delle “clownerie”, degli istrionismi leggeri che lo caratterizzavano, ho sempre considerato Lucio Dalla un menestrello cristiano che riusciva a dire a suo modo la fede evangelica all’umanità di oggi. Il 9 luglio 1999 aveva avuto la laurea ad honorem in Lettere e Filosofia (Discipline di arte musica e spettacolo) dall’Università di Bologna. Ecco: per me quella messa di addio è l’equivalente per la Chiesa di ciò che quella laurea era stata per l’Università. L’Università di Bologna l’ha riconosciuto come un maestro della comunicazione, la Chiesa di Bologna l’ha riconosciuto come un suo figlio. Aveva musicato i Salmi, aveva scritto il testo della canzone Caro amico ti scrivo in conversazione con il padre Michele Casali, in uno dei chiostri dello storico convento domenicano di Bolo-

A chi protesta perché in chiesa hanno chiamato Marco Alemanno “amico e collaboratore”, invece che “compagno” di Lucio, io dico che questa reticenza era un prezzo accettabile perché egli potesse parlare. A chi accusa la Chiesa di ipocrisia perché concede al Dalla discreto ciò che non concederebbe al Dalla dichiarato dico che va rispettata la fatica degli uomini di Chiesa a conciliare le condanne dell’omosessualità che sono nelle lettere dell’apostolo Paolo e la “comprensione”per la sua situazione che è l’unica parola di cui dispongano al momento e da appena mezzo secolo. A tutti quelli che si sono interessati ai fatti di San Petronio, dedico le parole della canzone di Lucio “Amore disperato”che dice tutto sulla condizione in cui è vissuto e sulla domanda che si poneva: “Che cosa vuoi sapere, è meglio non sapere / L’amore che mi chiedi non può finire bene / Non può finire bene / Il cielo non lo vuole (…) Amore disperato / Amore mai amato / Amore messo in croce / Amore che resiste / E se Dio esiste / Voi, voi / Vi ritroverete là, là”. www.luigiaccattoli.it

Polemiche fra il mondo omosessuale e la Chiesa

Lucio Dalla, la tempesta scatenata dalle esequie


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A proposito dell’orientamento non dichiarato dal cantante e dal suo compagno

Che idea assurda l’outing obbligatorio di Errico Novi ome sempre i grandi fanno scandalo. Lucio Dalla non è mai stato un autore, un artista, scandaloso. Ma visto che è un grande, riesce a far scandalo suo malgrado, innescando un corto circuito di accuse, soprattutto da parte di chi protesta per presunte ipocrisie. fa effetto e notizia inevitabilmente Lucia Annunziata perché parla dei funerali bolognesi – e di Marco Alemanno, del padre confessore Gabriele Cavina che non impedisce ad Alemanno una struggente testimonianza – nel corso di In mezz’ora, che è trasmissione seguitissima. Ma Annunziata non è sola. Nei giorni addietro Gay.it e altri siti omosessuali avevano rilanciato antiche polemiche dello stesso presidente onorario dell’Arcigay Franco Grillini sul mancato outing di Dalla. La Annunziata se la prende più con il provicario della diocesi bolognese, più con quel sacerdote che consente ad Alemanno di intervenire durante la cerimonia solo perchè il cantautore non aveva mai proclamato il proprio orientamento sessuale.

C

a tutti i costi farsi paladino di chi ha orientamenti sessuali diversi dall’etero?

Però sembra ipocrita anche l’idea che a San Petronio si sia fatto finta di nulla, che il prete non sapesse quale posto avesse Marco nella vita di Lucio. Si sa, sapevano tutti e la Chiesa – nel suo rappresentante – sapeva. Semplicemente la Chiesa non ha avuto esitazioni nell’amare chi amore ha dato a tutti e anche a lei. Perché supporre ipocrisia? Perché supporre bigottismo? Cosa avrebbe placato tali accuse, una frase esplicita di Alemanno sulla sua relazione con Dalla? Ecco, appunto: se è a questo che pensavano Annunziata, Grillini e altri, con tutta la comprensione possibile, è in loro che si intravede una punta di ipocrisia.

La materia è difficile, perché ha a che vedere con i dolori per le offese, con la memoria di un ghetto che oggi è immateriale e in passato ha avuto connotati molto fisici. Ma Lucio Dalla era un angelo e volava su tutto, come quelle Rondini della poesia letta da Marco Alemanno ai funerali. Volava alto, leggero, come ancora don Gabriele ha ricordato, senza il bisogno di abbandonarsi a vendette, rivendicazioni. Dalla è sempre stato così, non solo rispetto al suo orientamento sessuale. Dalla è stato quello che ha preso un De Gregori meno che trentenne ridotto all’afasia dalle aggressione fisiche subite durante un concerto da parte degli autonomi milanesi, lo ha riportato più o meno miracolosamente su un palco. E Banana Republic non fu semplicemente un “indimenticabile evento nella storia della musica leggera italiana”, fu un atto rivoluzionario rispetto alla cappa di piombo degli anni Settanta. Riportò decine di migliaia di giovani negli stadi della musica in un tempo in cui le violenze parevano impedire i grandi concerti. De Gregori al Palalido, nella primavera del ’76, ne aveva ricevuto una dimostrazione, ma capitarono cose simili a Venditti, a Lou Reed e a molti altri. Dalla passò con la leggerezza di un angelo anche sulla nube tossica degli anni Settanta. Prese dalla polvere del disgusto pure De Gregori e ripopolò gli stadi di tutta Italia. Come se per lui le minacce degli autonomi potessero scivolare via. Come se la cappa di piombo ristagnasse troppo in basso per impedire a un angelo come lui di volare leggero.

In chiesa sapevano tutti, soprattutto la Chiesa come istituzione, e nessuno ha sentito il bisogno di precisare nulla. C’è però una logica, in questa vicenda, nelle polemiche che forse trascinano dentro un po’ del dolore di tutti per l’addio al grande artista. C’è l’idea che un orientamento omosessuale debba essere per forza testimoniato. Che l’outing sia un dovere. Come se chiunque, se orientato in modo diverso dall’eterosessualità, fosse vincolato a una specie di missione. E no. Ma perché mai dev’essere così? Forse una ragione comprensibile c’è, ed è nelle orribili, insopportabili discriminazioni che gli omosessuali devono continuare spesso a sopportare, in Italia, e di fatto ovunque. Può darsi che dipenda dall’insopportabile cattiveria, dalla disgustosa inciviltà di chi ancora oggi, ormai in forme sempre più sottili e meno esplicite ma non per questo più accettabili, continua a offendere, umiliare, discriminare. Può darsi che la morte di una persona celebre si offra agli occhi di chi sconta su di sé il prezzo di simili aberrazioni come un’occasione di rivalsa, da non perdere. Ma questa è una forzatura. È un eccesso, una pretesa senza senso, che nasce come reazione a quelle manifestazioni incivili. Ma può essere che la storia degli omosessuali, in Italia e non solo, sia sempre accompagnata da questi rancori, da sospetti, da un’assurda idea di diserzione affibbiata a chi non vive in trincea? Ma perché mai Dalla avrebbe dovuto

Figurarsi allora se uno così aveva il problema di replicare alle volgarità degli omofobi. Ma che? Dalla era troppo impegnato a gustarsi il suo genio, e a lasciare in regalo a tutti poesia e gioiellini pieni di vita e di corporea bellezza. Nessuno può stupirsi del fatto che se ne sia infischiato di proclamare a tutti di chi fosse innamorato. Fa parte delle cose belle che Dalla ci ha lasciato. Il suo essere solare, la capacità di sprigionare vita e cieco amore per le cose, sarebbero stati impossibili se anche lui si fosse fatto imprigionare dagli obblighi della militanza, di qualunque militanza si trattasse. Ed è anche per questo, per il suo essere leggero eppure pieno vita, che Lucio appartiene al meglio della storia di questo Paese. Dicono che nessun provicario di nessuna diocesi cattolica avrebbe concesso al compagno o alla compagna di un omosessuale quel tipo di testimonianza struggente, se i due avessero contratto matrimonio in uno dei Paesi in cui è consentito. Tutto da dimostrare. Piace pensare che Dalla abbia dato amore e ricevuto amore da chiunque, anche dalla Chiesa cattolica. Piace pensare che lo scambio sia avvenuto in questi termini. E non avrebbe senso credere per nessuna ragione al mondo che idee più o meno accettabili di coerenza con la condizione degli omosessuali avrebbero dovuto privarci della bellissima, commovente, meravigliosa testimonianza d’amore che il compagno di Lucio ci ha offerto domenica.

L’artista bolognese volava così alto da ignorare i bigotti come la politica avvelenata degli anni Settanta

A fianco Marco Alemanno, compagno degli ultimi anni del cantante deceduto lo scorso giovedì. In alto un’immagine dopo i funerali a San Petronio


ULTIMAPAGINA

Un altro incidente mortale prima di un concerto: il palco di Laura Pausini crolla e uccide un ragazzo di 32 anni

Addio Matteo, l’angelo del di Martha Nunziata na pagina bianca, e 24 righe scritte di proprio pugno, colme di parole commosse, per ricordare un amico, prima ancora che un collaboratore. Il sito internet di Laura Pausini da ieri appare così, da quando un destino maledetto si è portato via Matteo Armelini, un operaio di 31 anni, di Roma, morto nel crollo del palco in allestimento che ieri avrebbe dovuto ospitare il concerto della cantante al Palacalafiore di Reggio Calabria.

U

La Pausini ha scritto: «Queste parole per me sono davvero molto difficili e dolorose... mi trovo in uno stato di confusione e fragilità molto forti. Questa notte il nostro amico e compagno di viaggio Matteo Armellini ha perso la vita. Matteo - ricorda la cantante romagniola - era un rigger, un tecnico esperto, un ragazzo giovane, forte, riservato, gentile e sempre attento a far sì che il suo e il nostro lavoro fosse il migliore di tutti. La tragedia che sta colpendo la sua famiglia, me, i miei tecnici, la mia band, i miei ballerini e tutti i miei collaboratori è più grande di ciò che si possa immaginare». Matteo Armellini aveva cominciato il suo lavoro di rigger per necessità, poi diventata vera e propria passione, come raccontano gli amici, che lo descrivono come una persona serena, equilibrata e solare. Faceva parte dello staff che segue la cantante nel «Laura Pausini Inedito

Accanto, il palco di Jovanotti crollato a Trieste nel dicembre scorso. In alto, invece, la struttura che ieri ha ceduto a Reggio Calabria

PALCOSCENICO

La vittima si chiamava Matteo Armelini e da anni viveva organizzando musica. La cantante: «Mi inchino davanti all’amore che mettevi per ogni tuo gesto» World Tour» e stava lavorando all’allestimento della struttura che avrebbe dovuto sorreggere l’impianto luci, audio e video: «Matteo si trovata a terra in attesa di iniziare il proprio lavoro – ha dichiarato Fernando Salzano, il produttore del tour - e a causa del cedimento della struttura di appendimento, necessaria per ospitare gli impianti audio, luci e video, è stato travolto ancor prima che iniziasse il lavoro

di allestimento della nostra produzione. Matteo, travolto dall’ammasso di metallo, è morto sul colpo, in un incidente nel quale sono rimasti feriti altri due operai, entrambi, per fortuna, fuori pericolo. Secondo il comando provinciale dei Vigili del Fuoco di Reggio Calabria l’incidente è avvenuto prima delle 2 della scorsa notte, all’interno del Palacalafiore».

Matteo Armellini è l’ultimo dei tanti, troppi caduti sul luogo di lavoro, le cosiddette “morti bianche”: in realtà morti assurde, perché fare l’operaio oggi è come andare in guerra, non ci sono sempre norme di sicurezze minime per i lavoratori, e le persone perdono la vita per cercare di guadagnarsi da vivere, per la famiglia. Un paradosso intollerabile, reso ancora più assurdo dai numeri: l’anno scorso 663 persone hanno perso la vita sul posto di lavoro, l’11,6% in più rispetto al 2010. Una vera e propria carneficina, come ha sottolineato il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni, che su Twitter ha scritto: «È triste che ancora una volta la preparazione di un concerto porta alla morte di lavoratori. Basta omicidi nel lavoro. Prima la sicurezza». E in molti, soprattutto nel mondo della musica, hanno scelto di affidarsi al microblog per partecipare al dolore per la scomparsa di Matteo. Soprattutto chi, come Lorenzo Cherubini Jovanotti, aveva vissuto in prima persona una tragedia dai connotati incredibil-

mente simili, il 12 dicembre, quando a Trieste morì il ventenne Francesco Pinna, nel crollo di un’impalcatura del Palatrieste: «Vicino alla famiglia di Matteo Armelini. Molto dolore per quello che è accaduto di nuovo stanotte a Reggio Calabria». Jovanotti poi ha sottolineato l’opportunità di un esame di coscienza per evitare che questi incidenti si verifichino ancora, con tutte le parti in causa che dovrebbero pensare ad una riforma del settore: «Serve una discussione molto seria tra organismi competenti su come possiamo migliorare il livello di sicurezza. Le normative ci sono e nei tour vengono rispettate ma dobbiamo capire tutti noi coinvolti cosa deve cambiare». Fiorella Mannoia, invece, scrive di «un luogo di felicità che si trasforma in un luogo di tragedia», mentre Giorgia affida allo sgomento la sua reazione: «No io non lo so... ma che sta succedendo?!». Appunto: che sta succedendo? Il dolore trasforma le parole dei Negramaro quasi in un testo: «Le parole sono crollate sotto i resti di un altro palco distrutto». Non sempre, però, anzi, quasi mai, è la scarsa professionalità ad uccidere. Dietro le morti bianche c’è altro: il fattore tempo, la fretta, la mancanza di procedure di sicurezza. Ma anche l’incuria, l’ignoranza e lo sfruttamento. Tutti elementi, come sottolineato anche dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, indegni di un paese civile.

2012_03_06  

Caos nel partito dopo la sconfitta della Borsellino Dopo l’incidente prima del concerto di Jovanotti, un’altra tragedia nel mondo del rock A...