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20224

he di cronac

Tutto ben considerato, lavorare è meno noioso che divertirsi

Charles Baudelaire

9 771827 881004 QUOTIDIANO • VENERDÌ 24 FEBBRAIO 2012

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Ancora un buon risultato per i titoli di Stato, che chiudono intorno ai 365 punti rispetto ai bund tedeschi

Monti, non ti fare imbrigliare! Il premier reagisce: «Non accetteremo passi indietro sulle riforme» Esplode lo scontro sulle liberalizzazioni: il Pdl difende le lobby. Il Terzo Polo: «Andando avanti in questo modo, il nostro sì non è scontato». E sul lavoro Pd e sindacati continuano a lanciare diktat TAXI & FARMACIE

La Commissione rivede (al ribasso) le stime

Il passo del gambero non si addice a questo governo

L’Europa boccia l’Italia: nel 2012 il Pil cala dell’1,3 %

di Osvaldo Baldacci he il Pdl stia diventando montiano è un bene per il Paese. Ma ora Monti stia attento a non cadere nella trappola. La conversione di Berlusconi è un gesto di responsabilità che va apprezzato, ma il tentativo di inglobare il professore è goffo. a pagina 3

C

IL NUOVO WELFARE

Cara Fornero, attenta a non farti imprigionare

Parla Massimo Cacciari

«Così il Pd non reggerà» «Dopo le elezioni del 2013, si scioglierà. Ha fallito lo scopo di un partito unitario» *****

Errico Novi • pagina 4

Parla Carlo Dell’Aringa

di Giancristiano Desiderio hi fa da sé fa per tre, dice il noto adagio che sembra fatto su misura per il governo Monti: se fa da sé fa contemporaneamente, come dimostrano peraltro i precedenti, per il Pdl, il Pd e il Terzo Polo. Una mossa da compiere. a pagina 3

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Peggio di noi solo Portogallo e Grecia: la ripresa è possibile ma solo a metà dell’anno. Draghi: «Il modello sociale europeo è obsoleto, difficile prevedere la fine della crisi»

«L’articolo 18 va abolito» «I posti di lavoro dipendono dalla voglia delle aziende di assumere. Ora una svolta» Francesco Lo Dico • pagina 5

La minaccia degli shabaab: «È partita una crociata, adesso è guerra»

A Londra si parla somalo La capitale inglese ospita un summit per l’emergenza in Africa di Luisa Arezzo

Il premier incontra Rajoy e Schulz

«L’Ue deve diventare un condominio»

aidoa, piccola cittadina somala a 250 chilometri dalla capitale, è tutto fuorché una ridente cittadina. Fino a una settimana fa era in mano agli shabaab, poi una lotta senza quartiere li ha buttati fuori. Proprio alla vigilia della conferenza internazionale di Londra. Come se il debolissimo governo somalo volesse dire: “la lotta contro gli integralisti islamici è viva e vegeta più che mai. La Somalia ha delle chance di ripresa”. Ieri però, due forti esplosioni hanno devastato il centro di Baioda; ci sono dei morti ma non è dato sapere quanti. Gli shabaab hanno rivendicato gli attentati e il loro messaggio politico (rivolto ai leader del vertice britannico) è chiaro: “non vi illudete, i vivi e vegeti siamo noi”.

ono i giorni in cui Mario Monti riceve ospiti internazionali a casa, nel senso di palazzo Chigi: ieri, prima ha visto il partner strategico nella battaglia antirigorista in Europa Mariano Rajoy, premier spagnolo, poi l’inventore della Microsoft Bill Gates, poi ancora il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz (più famoso nel ruolo di “Kapò”assegnatogli da Silvio Berlusconi).

a pagina 10

a pagina 7

B

EURO 1,00 (10,00

*****

Francesco Pacifico • pagina 6

CON I QUADERNI)

• ANNO XVII •

NUMERO

38 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

di Marco Palombi

S

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


pagina 2 • 24 febbraio 2012

il freno dei partiti

Lavoro e liberalizzazioni sono al centro dello scontro politico. Pd e Pdl tentano la strada dell’ostruzionismo

Il Terzo Polo alza la voce

È la parte politica che appoggia in maniera incondizionata l’esecutivo. Ma che adesso dice a Monti: «Non tornare indietro sulle riforme». Il premier rassicura, ma le polemiche si fanno sempre più fitte di Errico Novi

ROMA. Che prefiguri «sacrifici bilanciati» o «riforme alte» da approvare in Parlamento, Mario Monti non cambia tono. Parla con voce piana e lineare semplicità, anche se la materia è grave. È il suo stile. Forse il presidente del Consiglio sconta la sua distanza dai partiti proprio rispetto al linguaggio, in queste ore. Lui fa appello alla chiarezza, anche quando immagina appunto «un livello che renda veramente il Paese competitivo», nell’attuazione delle riforme: sia che si tratti di liberalizzazioni che del lavoro. Gli azionisti della maggioranza ricorrono invece a tecniche da vietcong: si rifugiano nella giungla delle micro-obiezioni, e provano a trascinare il governo nella palude.

Trascorre così un’altra giornata delicatissima, per il premier, attivo sui due fronti caldi, quelli appunto del decreto liberalizzazioni in discussione a Palazzo Madama e della trattativa con le parti sociali sul lavoro. Fa il punto verso ora di pranzo, nella conferenza stampa congiunta

con cui lui e il premier spagnolo Rajoy rilanciano la palla delle misure anti-crisi nel campo europeo. «Facciamo i lavori in casa nostra ma per uscire dalla recessione dobbiamo fare affidamento anche su migliorie da apportare al condominio europeo». Frase solo in apparenza di routine: poco prima dell’incontro con i giornalisti, Monti riceve la cattiva novella di Bruxelles con la revisione al ribasso delle stime sul pil italiano, ricacciato al -1,3% per il 2012. Il risultato è peggiore anche dello score attribuito alla Spagna. Il Professore non lo dice, ma il collega che gli sta a fianco può farsi forte di un passo riformatore meno contestato di quanto non avvenga all’esecutivo di Roma. Lui invece, Monti, ha una strada più impervia. A dargli una mano arriva un Bersani che allontana lo spettro di una rottura sul mercato del lavoro: «Abbiamo siglato un patto di lealtà a cui non verremo meno, questo governo deve durare fino al termine della legislatura».

E soprattutto, se sul lavoro non ci fosse il sospirato accordo

con le parti sociali, «il Pd sosterrà comunque Monti», assicura Bersani, anche se, aggiunge, «diremo la nostra». Lo spirito del leader pd insomma è sinceramente collaborativo, al limite ispirato a un ruolo da peacekeeper che il partito pare intenzionato a ritagliarsi. Si tratta di un passo avanti, rispetto alla polemica a distanza innescata nei giorni scorsi dalle dichiarazioni del ministro Fornero. L’impegno a restare in ogni caso sulla nave del governo viene rinnovato, da Bersani, direttamente a Monti, in un incontro serale. Ma certo il presidente del Consiglio deve prendere atto di quanto sia stato faticoso, anche sul versante pd, recuperare il necessario equilibrio. Meno semplice, più vicino all’immagine della palude, è il mercanteggiare imbastito nella commissione Industria del Senato sul decreto liberalizzazioni. Si arriva a momenti di tensione persino più acuti di quelli registrati tra Fornero e Camusso, con il Pdl che da una parte spinge perché le aperture si facciano (vedi Gelmini e altri) e dall’altra prova a ridimensionare i provvedimenti. Al mo-

mento di mandare in stampa il giornale, non è ancora concluso il secondo round di Palazzo Madama che dovrebbe produrre una sintesi su farmacie, tribunale delle imprese e separazione della rete gas. Certo è che gli sforzi dell’esecutivo per riscrivere alcuni articoli, a cominciare da quello sulla vendita dei medicinali, non sono sempre agevolati dai partiti.

Sul terreno delle eccezioni al decreto, infatti, la tecnica della “palude” trova più immediata applicazione. E ad attuarla è il Pdl assai più degli altri. Sulle farmacie innanzitutto, dopo averlo già fatto con successo sui taxi. Dal centrodestra infatti si tira la corda in modo da innalzare la soglia minima di abitanti necessari per aprire nuovi esercizi: era stata fissata a 3.000, i berlusconiani chiedono 3.800, alla fine ottengono un via libera a 3.300 che vuol dire il 10 per cento in meno di nuove aperture. Non è poco. Sull’altro piatto della bilancia c’è la possibilità per le parafarma-


I moderati alzino la voce contro eventuali passi indietro

Il tema del lavoro è fondamentale per il futuro

Fare il gambero non si addice a questo governo

Cara Fornero, ora attenta a non farti imprigionare

di Osvaldo Baldacci

di Giancristiano Desiderio

he il Pdl stia diventando montiano è un bene per il Paese. Ma ora Monti stia attento a non cadere nella trappola di essere fatto sembrare pidiellino. La conversione di Berlusconi è un gesto di responsabilità che va apprezzato, ma il tentativo di inglobare il professore è goffo e pericoloso. Monti può essere un’ancora di salvezza per il Pdl, ma solo a patto che dimostri il proprio ritorno a una politica di rigore e di serietà accodandosi all’impegno del governo. Se al contrario cercherà di fare proprio il premier, rischia solo di coinvolgerlo nella propria crisi di credibilità. Ci vuole prudenza da parte di tutti. L’Italia non si può permettere questo. Non era proprio il Pdl che voleva impedire preventivamente ogni impegno politico futuro dei membri del Governo? Ora è tutto cambiato. Calma e sangue freddo. Il progetto deve andare avanti, ma il progetto vale più delle singole persone e molto più dei singoli partiti, perché è il progetto di rimettere in carreggiata l’Italia, l’intero Paese. Per questo non ci si può permettere adesso di aprire crepe con ipotesi di posizionamenti politici. Per fortuna Monti questo lo sa e di lui ci si può fidare. Ma anche in un’ottica post-2013, come peraltro l’Udc dice da tempo (ben lieti che gli altri si accodino), Monti o chi per lui possono essere utili proprio per continuare una esperienza di collaborazione fra le parti, al di sopra delle parti. E infatti Monti può anche essere una risorsa per il futuro. Se vuole potrà essere anche una risorsa di parte (quale semmai la sceglie lui), è un cittadino cui non si può negare questo diritto. Ma sarebbe più utile all’Italia, almeno stando alla situazione attuale, mettere insieme tutte le forze utili a proseguire quel lavoro sulle grandi riforme strutturali di cui il Paese ha bisogno e che nessuna “parte”o partito è in grado di affrontare da solo. In questo senso il governo non solo non deve cedere alle lusinghe fuori tempo di candidature future, ma non deve lasciarsi neanche imbrigliare nelle quotidiane beghe di parte. Non deve pensare che l’attuale appoggio che riceve dal Pdl sulla riforma del lavoro sia un appoggio esteso a qualsiasi azione prossima, e non deve cedere alle pressioni di parte, delle categorie e - con un controsenso - soprattutto del Pdl sulle liberalizzazioni.

hi fa da sé fa per tre, dice il noto adagio che sembra fatto su misura per il governo Monti: se fa da sé fa contemporaneamente, come dimostrano peraltro i precedenti, per il Pdl, il Pd e il Terzo Polo. La posizione del governo Monti sulla riforma del lavoro, incluso il licenziamento dell’articolo 18, è quella che, anche al di là dei mugugni e dei contrasti veri o presunti, metterebbe tutti d’accordo. Il perché lo sanno tutti: l’Italia non può fare a meno di questo governo che ha ottenuto buoni risultati e ha dimostrato con i fatti di saperci fare. Dunque, Monti ascolti, consideri, discuta ma poi - cioè ora - tiri dritto perché ciò che si è deciso sta fatto bene e sia le “parti sociali” sia le “parti politiche” lo sanno bene. Poi, naturalmente, c’è la questione Pd ossia la questione della sinistra. Niente di nuovo sotto il pallido sole invernale.Volete, forse, che a sinistra non ci sia una questione? Lui, Bersani, pensa di essersela cavata con una battuta: «Siamo un partito che non ha un padrone, dove si discute e si prendono le decisioni insieme su vari temi, a partire dalla legge elettorale e dalla riforma del lavoro. Sono il segretario di quello che sarà partito del secolo nel quadro del riformismo europeo». Sì, ma con un piccolo ma proprio piccolo particolare: la discussione sul tema del lavoro e dei suoi cambiamenti si sarebbe dovuta fare già da molto tempo. Anzi, se andassimo alla ricerca del tempo perduto della Seconda repubblica ci renderemmo conto che di altra non si è discusso che di come riformare il lavoro che, nel frattempo, cioè in venti anni, ha avuto tutto il tempo di cambiare un bel paio di volte. E la sinistra? Sempre a discutere. Anzi, a scioperare. Perché io - e anche voi - tutta la storia sull’intangibilità dell’articolo 18 me la ricordo bene. La grande mobilitazione voluta dalla Cgil di Sergio Cofferati contro il governo Berlusconi ve la ricordate? Il punto è proprio qua: a sinistra la linea sul lavoro la detta il sindacato e il partito deve seguire. Non sarebbe ora di invertire i rapporti? Altrimenti, Bersani “il partito del secolo” come lo fa? Non si rende conto che al massimo rischia di rifare il partito del secolo scorso?

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Esse avranno un effetto positivo solo se saranno fatte tutte e tutte insieme, altrimenti si trasformeranno in una prova di forza tra corporazioni peggiorando la situazione economica e lanciando la gara a chi meglio difende i propri interessi disgreganti. Al contrario il governo, come disse proprio lo stesso Monti, nasce proprio per scontentare tutti, ed è solo in questo modo nell’attuale situazione che può fare il bene comune. Dovrà scontentare i sindacati e anche la Confindustria, tutte le corporazioni, il Pd come il Pdl. Non perché abbia la verità assoluta in tasca e sia al di sopra di tutti, ma proprio perché attraverso la misura di uno scontento ugualmente distribuito (e possibilmente attraverso un consenso di compromesso anche un po’obtorto collo) potrà misurare se sta andando nella giusta direzione. In questo senso la vera forza del governo è proprio la sua indipendenza che gli consente di valutare le migliori soluzioni, e se ai partiti non stanno bene (è lecito) il governo deve sentirsi libero (e pronto) di tornare a casa. Se invece si appoggia troppo a destra o a sinistra finirà per restare imprigionato. Una lecita scelta di campo per il futuro, ma non ora. Il Pd non regali Monti al centrodestra come il Pdl non lo regali al centrosinistra.

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Spesso, però, le cose non sono come appaiono. Se Bersani si è irrigidito, non è solo perché nel Pd convivono due partiti, la destra di Follini e la sinistra di Fassina, ma anche perché c’è chi pensa che la storia di Monti debba continuare anche dopo la legislatura e chi pensa che la storia di Monti debba finire con la legislatura. I primi sarebbero i “montiani”- il gruppo di Veltroni, Gentiloni, Letta e Franceschini - e i secondi sarebbero i “bersaniani”- il gruppo di Bersani che guida il Pd. Almeno così dice il Corsera. Che sia vero o meno non importa più di tanto. È verosimile. Ma cosa c’entra con i soliti dilemmi della sinistra il governo Monti? L’esecutivo non ha il problema di governare domani o di vincere le elezioni tra poco più di un anno. Ha il problema di governare qui e ora per riformare ossia dare nuova forma a un mercato del lavoro che è rimasto nel secolo scorso mentre i suoi soggetti sono nel nuovo secolo. Molto spesso si è detto e si è sentito dire che la battaglia in favore dell’articolo 18 è una “battaglia di civiltà”. In realtà, è vero il contrario: si ha bisogno di nuove norme per provare a dare non solo opportunità ma anche lavoro e occupazione a chi è rimasto fuori. Un problema che è meglio risolvere ora altrimenti la sinistra, con o senza governo, se lo ritroverà domani ancora davanti e ancora una volta discuterà su cosa fare.

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cie di vendere le medicine di fascia C “delistate” (cioè suscettibili di fare eccezione al monopolio delle farmacie) anche nei centri con meno di 12.500 abitanti. Ammesso che regga fino al probabile maxi-emendamento. Esemplare è la dichiarazione del capo dei senatori pdl, Gasparri: siamo certi che il testo approderà in aula con ulteriori misure in grado di rendere più libera la nostra economia e più considerato l’apporto di tanti settori». Visto l’esempio offerto da altri, e dopo l’invito del responsabile Economia dell’Udc, Galletti, affinché «Pdl e Pd non sposino le corporazioni», a un certo punto è proprio il Terzo polo a sbattere i pugni sul tavolo.

Al culmine di un briefing mattutino, infatti, i parlamentari della coalizione moderata impegnati sul decreto, ai quali si unisce Rutelli, fanno sapere che «se il testo non venisse migliorato, potremmo convocare i nostri senatori e deputati per decidere come comportarci». Stavolta insomma sono Udc, Fli, Api e gli altri moderati del Terzo polo a non dare nulla per scontato. Si tratta di uno strappo prefigurato per consentire al governo di uscire dalla tenaglia: Pdl da una parte sulle liberalizzazioni, Pd dall’altra sul lavoro, e non solo. Proprio dal fronte democratico, infatti, arriva uno scherzetto non da poco nell’aula di Montecitorio: poco prima dell’ok definitivo al decreto milleproroghe, il cui è articolato è difeso con la fiducia, il deputato Antonino Russo manda l’esecutivo in minoranza su un ordine del giorno che rimette in pista i neoabilitati all’insegnamento. È l’ennesimo colpo messo a segno anche a nome del battagliero sindacato Anief, una sorta di incubo per la Lega. Ma è proprio il Carroccio a dare i suoi voti a Russo, insieme con l’Idv, pur di “colpire” il governo. Scherzo simile arriva poi proprio per iniziativadei lumbàrd a proposito del canone Rai, per il quale viene preteso sempre via odg un censimento degli apparecchi per i quali è necessario pagarlo. La giungla parlamentare è fitta. E fuori lo scenario non migliora. A fronte di un Monti che, nonostante il pessimismo di Bruxelles, esclude nuove manovre, già si intravedono nuove scintille sulla delega fiscale, con il Pdl pronto a reclamare tagli per ora impossibili. Non mancano previsioni fosche persino da Bonanni, secondo il quale l’esecutivo inciterebbe alla ribellione. Previsione azzardata. A meno di non volersi allarmare per il sostanziale nulla osta di Bersani sulla presenza di Fassina alla manifestazione Fiom. Certo l’ossimoro di lotta e di governo è intramontabile.


il freno dei partiti

pagina 4 • 24 febbraio 2012

Ecco lo scenario descritto dal filosofo e destinato a realizzarsi più in fretta se non ci sarà accordo con le parti sociali

La rottura del Pd

La profezia di Massimo Cacciari: «Così non può reggere, dopo le prossime elezioni politiche si spaccherà. È fallito il progetto di un nuovo grande partito unitario in grado di poter uscire dalle casematte del secolo scorso» di Errico Novi

ROMA. «Sopporteranno Monti fino al 2013, fino alle prossime elezioni. Dopo il voto, Bersani, D’Alema, e insomma una parte importante del Pd, non potrà che acconciarsi a stare in una coalizione diversa dall’attuale maggioranza, senza Monti ma con la sinistra di Vendola e Di Pietro. Un suicidio? Sì, ma inevitabile». Massimo Cacciari ha abbandonato da tempo a se stesso quel «sogno mai realizzato» che aveva intravisto nel promuovere il Pd. «È fallita l’opzione del partito nuovo, che costituisse una novità rispetto alle casematte del Novecento». Da tempo lo sostiene, da anni si è tirato fuori dal travaglio democratico e si dedica al progetto di Verso Nord, il movimento pensato come alternativa modernizzatrice alla Lega. Non si tratta di aspettare la testa di qualcuno in riva al fiume: ma certo non da oggi il filosofo pronostica «una scissione inevitabile» per il partito che ha contribuito a fondare. E adesso già descrive con nitidezza il futuro di quella storia: «Prepareranno insieme

le Politiche. Dopo si divideranno. Bersani e D’Alema da una parte,Veltroni dall’altra, devono prima ottenere il massimo risultato possibile in termini di rappresentanza parlamentare. D’altronde il voto del 2013 sarà regolato da una legge proporzionale. I giochi si faranno dopo, quando nascerà un governo parlamentare».

Ma il pallino del gioco, secondo Cacciari, è tutto nelle mani di Monti. Dalle sue scelte discenderanno i tempi della rottura a sinistra. In particola-

re da come il governo procederà sull’articolo 18. E questo il professore già sindaco di Venezia lo conferma pur alla luce delle misurate parole pronunciate ieri da Bersani sulla riforma del lavoro. «Bisogna vedere fino a che punto intende andare il premier. Premetto che non ho mai creduto al pericolo che qualche forza politica facesse crollare l’esecutivo. I partiti non se lo possono permettere, se ci provassero sarebbero travolti, elettoralmente e non solo. Ciononostante, se Monti decidesse di far tran-

gugiare olio di ricino a una parte assai significativa del Pd, sposterebbe inevitabilmente la sua maggioranza verso il centrodestra. Vede, oltre un certo limite Bersani non può andare, sulla riforma del lavoro. Se Monti toccasse l’articolo 18, si verificherebbe lo sbilanciamento di cui sopra. Probabilmente il premier non procederà in quella direzione. Ma il destino del Pd mi pare comunque segnato».

Monti può decidere di squarciare la «bandiera», come la de-

«Tutto dipende dalle scelte di Monti. Bersani e D’Alema sono rassegnati alla scissione»

finisce Cacciari. Oppure non lo farà. Ma appunto «prima o poi, più probabilmente dopo il voto, la componente del Partito democratico più vicina al premier andrà per conto suo. Potrebbe accadere che esca fuori una coalizione di centro a cui si collegherà il Pd, ma è più probabile che l’ampia area moderata per consolidarsi quale maggioranza di governo dovrà fare i conti dopo il voto con il Partito democratico di ispirazione più riformista». Con i veltroniani, insomma. Ci sarà insomma una fase sofferta con un esito però inevitabile. Sarà un esito infausto per la sinistra, per quella sua parte che rinuncerà all’ancoraggio riformista e modernizzatore e riabbraccierà i nostalgici. «Però questo Pd socialdemocratico che si separerà dai moderati potrebbe anche trovare davanti a sé una prateria, in termini di consenso». Questione di punti di vista. «Diciamo di governabilità. Guidare un Paese con gli ex comunisti, o con la Lega dall’altra parte, è impossibile. Anche nel Pdl


24 febbraio 2012 • pagina 5

Parla Carlo Dell’Aringa: «Occorre combattere la flessibilità cattiva delle partite Iva»

«L’art. 18 va abolito, il governo deve lavorare come previsto»

«Va detto chiaro: la riforma non farà crescere l’occupazione perché è legata ai bisogni delle aziende. Basta prove di forza: fanno male al dialogo» di Francesco Lo Dico

ROMA. «Se l’Italia vuole essere competitiva non può mantenere leggi che sono ostacolo alla flessibilità», ha fatto sapere Monti nell’intervista di ieri a El Mundo. E il pensiero corre a un riferimento preciso: l’abolizione dell’articolo 18. O per primo, o per ultimo. Il professore ha ribadito che la riforma del mercato del lavoro è «fondamentale per la crescita». E ha offerto una sponda autorevole alla strategia della fermezza, che molte critiche ha già attirato sul ministro del Welfare, Elsa Fornero, e sul presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che martedì ha sparato ad alzo zero sui sindacati protettori di ladri e fannulloni. Su liberalizzazioni e riforme del mercato del lavoro, ha rilanciato il presidente del Consiglio, «potremo accogliere modifiche» che non equivarranno a un “arretramento” ma forse a un “miglioramento”. E tuttavia, Monti rievoca la piena sintonia con l’atteggiamento muscolare sfoggiato da Fornero. Altre modifiche, fa sapere, «non potremo accoglierle e non le accoglieremo». Ma che cosa intende il governo quando parla di una riforma buona, e di una cattiva che invece farebbe saltare la trattativa? «Si tratta innanzitutto di mantenere la buona flessibilità, e di cancellare soltanto quella cattiva», spiega a liberal Carlo Dell’Aringa, professore di Economia politica alla Cattolica di Milano. L’economista ha presentato l’altro ieri insieme a Tiziano Treu un volume intitolato Giovani senza futuro? Proposte per una nuova politica, che ha visto l’intervento di Elsa Fornero. Professore, c’è qualche spunto utile per la riforma del lavoro nel libro che avete appena scritto? Sì, e la cosa ha creato molta soddisfazione perché ha fatto emergere delle linee di intervento condivise che hanno riavvicinato il governo e le parti sociali. Siamo molto fiduciosi nel prosieguo di una trattativa difficile che può essere condotta in porto con senso di responsabilità ed equilibrio. Ecco, a proposito di equilibrio. Non le sembra un po’ controproducente la continua sottolineatura di una trattativa che si fa solo se piace al governo, e altrimenti tanti saluti agli intervenuti e si va avanti lo stesso? La delicatezza della questione consiglia misure di prudenza. È piuttosto elementare comprendere che i toni ultimativi creeino molto fastidio a chi deve sedersi a un tavolo. Certe cose si dicono di solito quando si vuole mandare a monte tutto. E sicuramente le prove di forza sono dannose, sarebbe ora di mettervi fine. Tuttavia sono ottimista, credo si siano trovati buoni margini di convergenza da cui ripartire Non ci tenga sulle spine. Si è convenuto che la riforma del mercato del lavoro deve avere come obietti-

vo la flessibilità cattiva, e non la flessibilità tout court. Combattere i rapporti di lavoro autonomo che nascondono subordinazione significa contrastare gli abusi e va bene. Ma obbligare le aziende a stabilizzare i contratti a tempo determinato è invece dannoso. Non è vero che esiste un dualismo tra protetti e non protetti: il vero precariato è nelle partite Iva, perché i contratti di somministrazione hanno tutele equivalenti a quelle

«Non c’è dualismo tra protetti e non protetti: il vero precariato è quello dei finti autonomi» dei lavoratori a tempo determinato. Il numero di contratti flessibili vigenti in Italia è nella media dell’Unione europea. E non c’è buona ragione per convertirli d’imperio. Ma che fine fa il contratto unico che nelle intenzioni del governo doveva “disboscare la selva di contratti precari”? È il contratto di apprendistato che va valorizzato. I contratti a tempo determinato hanno ridotto moltissimo il lavoro nero e hanno creato centinaia di migliaia di posti di lavoro. Ripeto: è la cattiva flessibilità che va combattuta. Lei dice che il precariato va bene così. Vanno eliminati gli abusi, e va fatta una manutenzione dei contratti in essere. Va messa qualche pezza, insomma. Se togliamo alle aziende la possibilità di ricorrere al tempo determinato, rischiamo di

perdere ulteriori posti di lavoro perché scoraggeremmo le assunzioni. Che cosa si intende per mettere qualche pezza? Bisogna sburocratizzare le assunzioni a tempo determinato. I contratti a tempo determinato vanno liberalizzati. Le aziende non devono più indicare le precise causali che giustificano il rapporto di lavoro a tempo determinato. Devono poterlo fare e basta. E che cosa succede alla scadenza del contratto? Le aziende hanno facoltà di rinnovarlo, non rinnovarlo o trasformarlo in un rapporto stabile. Ma senza nessun tipo di obbligo. E perché dovrebbero stabilizzare se il costo del lavoro diventerebbe superiore? Il costo è identico. Semmai si può ragionare su qualche incentivo che spinga l’azienda a reputare l’inderminato vantaggioso. E questo dovrebbe prevenire gli abusi? I sindacati hanno già strumenti a disposizione per prevenirli. Ad esempio i tetti massimi e le soglie temporali. Ma la riforma del mercato del lavoro non doveva servire a creare occupazione? Che cosa ce ne facciamo se tutto resta com’è? Giusta osservazione. La riforma non creerà nessun posto di lavoro. Servirà soltanto a migliorare il lavoro esistente. Le assunzioni non dipendono da una legge, ma dalla necessità delle aziende e dall’andamento dell’economia. Se tutto resta com’è, qual’ è la necessità di abolire l’articolo 18, visto che il precariato resta tale e quale e non gode di questo tipo di tutela? I contratti a tempo determinato costano quanto gli indeterminati. Ma è importante consentire che l’azienda sia incentivata a trasformare il rapporto da precario a stabile. Se per la risoluzione di ogni causa di lavoro passano cinque o sei anni, le aziende sono costrette a versare indennizzi enormi. E questo rende la stabilizzazione un vero azzardo per il datore di lavoro. Vanno abbattuti i costi di licenziamento. Allora perché non creare un tribunale del lavoro espresso, invece che toccare l’articolo 18? Non basta istituire un arbitrato. Occorre che la giustizia sia fatta funzionare e non è facile stabilirlo per decreto.

d’altronde si rafforza ed è destinata a prevalere quella parte che corteggia Monti, e che quindi arriverà a escludere definitivamente Berlusconi. Il quale peraltro si è rassegnato a tale scenario».

Cacciari lo descrive come un panorama egemonizzato da un grande centro. E tutto si può definire in tempi più stretti se «Monti forzerà sulla bandiera». Cioè sull’articolo 18. «Un esercito può accettare tutto, ma non che gli si dica “consegnate la bandiera”. L’articolo 18 lo sarà diventato anche per grazie ai Brunetta e ai Sacconi d’antan, tutti sanno che in realtà non conta nulla, lo sanno i sindacati come gli imprenditori, ma alla fine resta una bandiera. E se viene strappata, l’aggancio con Casini, per Bersani, sarà una partita disperata». E quindi? «Sopporterebbero Monti fino al 2013, poi andrebbero appunto a una coalizione con la sinistra. Bersani e D’Alema sanno bene che si tratta di una prospettiva segnata dall’ingovernabilità, un suicidio appunto, e cercheranno di scongiurarla. Ma se Monti ha deciso di giocare la carta di una coalizione moderata, di centrodestra, c’è poco da fare». E in tale incognita, nella possibile inclinazione cioè dell’attuale premier per un quadro dei moderati ricomposto attorno al suo nome, è tutto il futuro della politica italiana. «È così, la chiave è Monti. Il quale peraltro rappresenta una chiara opzione, definita dall’insieme dei soggetti che gli danno fiducia incondizionata: il Terzo polo, Confindustria, i poteri economico-finanziari dell’Europa, il Vaticano». Cacciari è per le sintesi estreme. «Questo semplicemente ci aiuta a dire cos’è Monti oggi. Non la destra brutalmente intesa, come pretende la sinistra più irrequieta, non i newcon, Bush, il liberismo selvaggio. Monti non è mai andato d’accordo con i Chicago Boys. Ma certo non può gestire una coalizione di forze uliviste. Né un’aggregazione ulivista potrebbe stare con lui. Come ho scritto sull’Espresso, è giusto augurarsi che si formi un’ampia coalizione di centro formata da chi nel Pdl è disposto ad affrancarsi da Berlusconi, con il Terzo polo, Monti e il Pd, diciamo, liberaldemocratico. È possibile che nasca, grazie a una nuova legge elettorale, un governo parlamentare in senso classico e formato da questo insieme di forze? Di sicuro è auspicabile. È il tipo di grosse koalition che credo dovremmo augurarci di avere. Ma come tutte le cose che paiono trovare una base razionale, è destinata a non realizzarsi». Paradosso da filosofo. Utile a una politica che deve già farsi perdonare troppo.


la crisi dell’Europa

pagina 6 • 24 febbraio 2012

Bruxelles rivede al ribasso le previsioni sul Pil di Eurolandia

Warning dell’Europa, Italia terzultima A fine 2012 i Paesi della moneta unica indietreggeranno dello 0,3 per cento. Si ferma la corsa della Germania. Mario Draghi: «La crisi non è finita» di Francesco Pacifico

ROMA. Con la certificazione della Ue l’Europa si avvia verso una nuova recessione. Nel 2012 i Paesi dell’euro vedranno il loro Pil calare dello 0,3 per cento (contro il +0,5 stimato da Bruxelles soltanto qualche mese fa), mentre se si considerano tutti i Ventisette la situazione resterà immutata. Con la Grecia ancora appesa un filo (ieri Die Welt ha annunciato nuovi buchi) e la difficoltà del Vecchio Continente a conquistare i ricchi mercati degli emergenti, gli esperti della commissione non nascondono la difficoltà a tratteggiare scenari, che «restano soggetti a un’elevata e straordinaria incertezza». Rallenteranno le prime due economie dell’area (la locomotiva tedesca con il suo magro +0,6 per cento e la Francia con un +0,4). Faranno decisi passi indietro le economie (Italia con il suo -1,3 per cento e la Spagna con il suo -1) maggiormente colpite dalla speculazione. Avranno performance da default Grecia (-4,4 per cento) e Portogallo (-3,3), cioè le due principali candidate ad abbandonare l’eurozona. Mentre le migliori performance (Polonia con un +2,5 per cento o Gran Bretagna con il il suo +0,6) si registreranno invece fuori dai confini della moneta unica. Non a caso Mario Draghi, attraverso le colonne del Wall Street Journal, ha avvertito che «è difficile dire se la crisi è finita». Certo invece che «la ripresa procede molto lentamente e resta soggetta a rischi al ribasso» e che finora il firewall migliore è risultato «il modello sociale europeo: è tutto fuorchè morto». Modello che però va quanto meno adeguato ai tempi. «Le riforme strutturali più importanti che servono all’Europa ”», ha aggiunto l’ex governatore di

Bankitalia, «sono soprattutto quelle dei mercati dei prodotti e dei servizi, quindi quella del lavoro, che ha forme diverse a seconda dei Paesi». Urgente soprattutto dove «bisogna rendere i mercati del lavoro più flessibili e più giusti». e dove bisogna fare i conti con «un mercato duale che penalizza i più giovani ponendo su di loro tutto il peso della flessibilità». Altrimenti sarà impossibile «aumentare l’occupazione e di conseguenza la spesa e i consumi». Per il presidente della Banca centrale non esistono ricette miracolose né si può vivere «sperando che la Cina corra in nostro soccorso». E poco importa che ieri mattina Pechino, attraverso il portale internet del ministero del Commercio, abbia “consigliato” all’Europa di riporre le armi e la battaglia antidumping sull’acciaio se punta ai soldi cinesi per stabilizzare il proprio debito pubblico. Una minaccia che solo per prudenza è stata diffusa con più di-

plomatico: «Con l’economia mondiale che non è ancora uscita dalla crisi finanziaria, e diversi paesi europei affossati nella crisi sui debiti pubblici, tutti i Paesi possono adottare un atteggiamento cooperativo, aperto e tollerante per superare questa situazione». È anche per questo se al Vecchio Continente non resta che battere la strada della stabilizzazione finanziaria. Lo ricorda Mario Draghi: «Mi sembra che il più grande rischio per la Grecia risieda nella mancanza di implementazione del piano. Alcune misure sono indirizzate a migliorare crescita e creazione di posti di lavoro. Altre sono tese a un radicale consolidamento fiscale. Sono complementari per assicurare il ritorno alla crescita dopo l’inevitabile contrazione dell’attività economica». E sulla stessa linea è anche la Commissione, quando segnala che un’inversione di tendenza in tutta l’aria si potrebbe avere nella seconda metà dell’anno, con «l’attività economica che dovrebbe stabilizzarsi a condizione che non vi siano ulteriori peggioramenti della situazione sui mercati finanziari». L’Italia, per esempio,

deve fare tutti gli sforzi per mantenere «uno spread attorno ai 370 punti base fra i titoli di Stato italiani e tedeschi a 10 anni». Per la cronaca, ieri, il differenziale tra i due bund si è attestato a quota 366 punti, un valore che in ogni caso appesantisce il nostro servizio al debito. Perché Bruxelles su questo punto non transige, l’ha chiarito il commissario agli Affari economici, Olli Rehn. «In questa fase», ha spiegato, «per Paesi come l’Italia è essenziale attuare pienamente tutte le misure approntate nei mesi scorsi sul versante del risanameno dei conti pubblici non si torna indietro». Soltanto disinnescando la bomba finanziara si potrà lavorare con più tranquillità sulle misure espansive e forzare i dubbi della Merkel. Anche ieri, infatti, Olli Rehn ha invitato «l’Eurozona a rafforzare il suo nuovo firewall, l’Esm, contro la crisi del debito», facendo soprattutto pressione su Berlino che rifiuta di aumentare i propri finanziamenti a questo dispositivo. «Soltanto cosi saremo in grado di superare la crisi del debito e di riallacciarsi alla crescita». Proprio la crescita sarà al centro dei prossimi vertici europei, nei quali dovranno vedere la luce quei piani destinati a un migliore utilizzo dei fondi europei e all’apertura dei mercati più chiusi come quelli tedesco e francese. Temi molto a cuore a Mario Monti, visto che il Belpaese – come ricorda la stessa Commissione – pagherà le restrizioni del credito e la debolezza del suo mercato interno dovute alle durissime manovre finanziarie del 2010-2011, per non parlare del peggioramento della disoccupazione. In quest’ottica potrebbe ben presto aprirsi un duro contenzioso tra la Spagna e Bruxelles. Il governo Rajoy inten-


la crisi dell’Europa

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Oggi ci sarà a Roma l’incontro con il premier irlandese Enda Kerry

Monti a Rajoy e Schulz: «L’Ue sia un condominio» «Le previsioni europee ce le aspettavamo, il pareggio di bilancio sarà nel 2013. Senza nuove manovre» di Marco Palombi ono i giorni in cui Mario Monti riceve ospiti internazionali a casa, nel senso di palazzo Chigi: ieri, prima ha visto il partner strategico nella battaglia antirigorista in Europa Mariano Rajoy, premier spagnolo, poi l’inventore della Microsoft Bill Gates, poi ancora il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz (più famoso nel ruolo di “Kapò” assegnatogli da Silvio Berlusconi), infine stamattina sarà il turno del premier irlandese Enda Kenny (nel frattempo, però, il nostro ha trovato modo pure di incontrare Francesco Rutelli e Pierluigi Bersani su, rispettivamente, liberalizzazioni e riforma del lavoro). In realtà il premier - oltre a frequentare gente nuova - aveva da fare due smentite: uno alle pessime previsioni in arrivo da Bruxelles, l’altro a chi gli chiede maggiore attenzione, maggiore gentilezza per così dire, rispetto alle ambasce politiche o culturali dei vari settori della società coinvolti dalle sue riforme. E dunque, spiega Monti ai giornalisti in conferenza stampa col collega spagnolo, «la previsione della Commissione Ue non è una sorpresa. Ora due quesiti possono porsi: occorre una nuova manovra in Italia per conseguire l’obiettivo, che confermiamo, del pareggio di bilancio al 2013? No: abbiamo costruito margini prudenziali che mi consentono di dire che teniamo fermo l’obiettivo pareggio al 2013 che è stato già assunto dal precedente governo e non occorre una manovra aggiuntiva». Altrettanto secco è il secondo no: «L’altra domanda è se cambierà la politica del governo per la crescita. Anche qui la risposta è no. La linea che stiamo seguendo per generare crescita è quella di interventi strutturali. Non vediamo ragioni per introdurre nuovi elementi per la crescita. Siamo convinti che quelli che abbiamo introdotto sono quelli giusti e che produrranno i loro effetti. Inoltre, il fatto che scendano i tassi di interesse dà maggiori spazi e sollievo nei bilanci dello Stato e delle imprese». Insomma, tutto bene madama la marchesa, ma mica tanto. Il premier, infatti, sta facendo i conti con le non secondarie pressioni che le varie corporazioni riescono ad esercitare sul Parlamento: «Gli interessi di categoria sono interessi legittimi, il più delle volte - è la sobria allusione del presidente del Consiglio - è comprensibile che cerchino di tradursi in modifiche ai provvedimenti del governo, ed è doveroso che il governo sia aperto al dialogo col Parlamento». Detto questo, avverte Monti, «il

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de chiedere alla Commissione una deroga sugli obiettivi da raggiungere, portando il deficit sopra il 5 per cento del Pil e non più al 4,4 concordato e previsto dal precedente esecutivo. E a Madrid sono talmente convinti di spuntarla – “forti”anche del record di disoccupazione al 22,85 per cento e di una recessione iniziata nel primo trimestre dell’anno – che ieri El Pais ha scritto di timide aperture da parte della Ue.

Una ricostruzione smentita in toto dallo stesso Olli Rehn. «La Spagna», ha sentenziato il commissario, «deve rispettare gli impegni presi sul consolidamento dei conti pubblici come tutti gli altri Paesi Ue. Per tutta risposta il premier Mariano Rajoy, ospite di Mario Monti a Roma, ha fatto

sapere che non intende aumentare le tasse per abbassare il disavanzo.

Guardando comunque alle performance dell’eurozona nel 2012, rischia di sorprendere quella dell’Irlanda. A fine anno il Paese che aveva chiesto e ottenuto l’intervento del Fondo salva-Stati (Efsf) dopo una disastrosa crisi bancaria, potrebbe crescere dello 0,5 per cento, sfruttando la sua vena esportatrice. Per il resto è facile parlare di bollettino di guerra. Non si salvano neppure i Paesi che in questi anni hanno fatto del rigore una bandiera. L’Olanda segnerà un -0,9 per cento, che stride un po’come la sua tendenza a dare lezioni ai Paesi latini. Negativi anche Belgio e la Slovenia (entrambi a -0,1 per cento) e Cipro (-0,5).

CITTA’ DI PORTICI

PROVINCIA DI NAPOLI INDIRIZZO: VIA CAMPITELLI – 80055 Portici TELEFONO 081/7862111 TELEFAX 081/7862390. SITO INTERNET www.comune.portici.na.it ESTRATTO DI BANDO DI GARA PROCEDURA APERTA CIG. 3946144D08 1.PROGETTAZIONE ED ESECUZIONE LAVORI CON IL CRITERIO DELL’OFFERTA ECONOMICAMENTE PIÙ VANTAGGIOSA 2.IMPORTO DEI LAVORI: €.6.785.617,40 + IVA Importo dei lavori a base di gara soggetto a ribasso: €.6.537.042,37 + IVA Importo spese per progettazione esecutiva soggetto a ribasso d’asta €. 55.626,85 + IVA Importo oneri di sicurezza del cantiere: €. 21.999,67 + IVA 3.LAVORAZIONI DI CUI SI COMPONE L’INTERVENTO: - Progettazione esecutiva ed esecuzione delle opere di riqualificazione e completamento delle urbanizzazioni primarie e secondarie con realizzazione di parco urbano di piazza urbana del comparto via Dalbono - Esecuzione delle opere di realizzazione di due fabbricati E.R.P. per 22 alloggi quale edilizia sostitutiva nel comparto via Dalbono CATEGORIA PREVALENTE: opere ingegneria civile Cat. OG1 IV/bis (classifica V ex DPR 34/2000) importo €. 3.225.107,73 OPERE SCORPORABILI E NON SUBAPPALTABILI : Impianti tecnologici OG11 classifica III/bis ( classifica IV ex DPR 34/2000) importo €. 1.222.093,76 OPERE SCORPORABILI E SUBAPPALTABILI: Opere stradali OG3 classifica III/bis ( classifica IV ex DPR 34/2000) importo €. 1.039.523,85 Verde ed Arredo Urbano OS24 classifica III/bis ( classifica IV ex DPR 34/2000) importo €. 1.243.265,21 4.TERMINE DI ESECUZIONE: • Il tempo utile per la progettazione esecutiva è 45 gg dalla decorrenti dalla data dell’apposito ordine di servizio impartito dal Responsabile Unico del Procedimento; • Il tempo utile per ultimare i lavori compresi nell’appalto è quello definito in sede d’offerta ed accettato dall’amministrazione aggiudicatrice. Esso non dovrà essere superiore a 1095 giorni (millenovantacinque) giorni naturali e consecutivi decorrenti dalla data di consegna e comunque non inferiore a 730 giorni (settecentotrenta) 5.DOCUMENTAZIONE E INFORMAZIONI: Il bando e disciplinare di gara nonché tutti gli elaborati progettuali sono a disposizione dei concorrenti presso la sede della stazione appaltante presso il Servizio Lavori Pubblici del V Settore , il Martedì e Giovedì dalle ore 10 alle ore 13 . Tel. 081/7862281 Fax 081/7862390 L’Avviso di gara è stato pubblicato sulla G.U.R.I. n° 22 del 22/02/2012 L’Avviso integrale di gara sono, altresì, disponibili sul sito Internet dell’ente www.comune.portici.na.it. Tutte le ulteriori informazioni possono essere acquisite presso il Servizio Lavori Pubblici del V Settore. E.mail g.mignano@comune.portici.na.it – tel. 081/7862281 6.TERMINE PER IL RICEVIMENTO DELLE OFFERTE : entro le ore 12.00 del 16 aprile 2012 7. PRESENTAZIONE DELLE OFFERTE E CRITERIO DI AGGIUDICAZIONE: La data e le modalità di presentazione delle offerte sono indicate nel disciplinare di gara. L’aggiudicazione avverrà con il criterio dell’offerta economicamente vantaggiosa con le seguenti ponderazioni: - Offerta tecnica 65 punti - Offerta economica 35 punti Il bando è stato trasmesso all’Ufficio Pubblicazioni dell’U.E.: in data 16 febbraio 2012. Portici, li 17 Febbraio 2012 IL DIRIGENTE DEL V SETTORE Ing. Giovanni Mignano

governo tiene moltissimo» a che questo dialogo produca “riforme alte”ed “è pronto a impiegare tutto il credito di cui può disporre” per arrivare al “risultato”.

Si vedrà a breve, nelle aule parlamentari, se questa sicurezza del premier nella capacità di convincimento del suo esecutivo sono ben riposte. Fin qui, ha spiegato Monti, «abbiamo chiesto sacrifici e abbiamo due obiettivi che guidano la nostra azione: che ci sia un bilanciamento nei sacrifici e che il livello dell’avanzamento verso la modernizzazione sia un livello alto. Ci saranno delle modifiche che possiamo accogliere, e non significa sempre un arretramento, e altre che non potremo accogliere e che non accoglieremo. È nostra responsabilità far prevalere l’interesse generale e quindi ottenere un bilanciamento dei sacrifici, ma che renda il Paese veramente competitivo». Se può valere come viatico, ieri il governo dei tecnici ha sì ottenuto un’ampia fiducia della Camera sul decreto Milleproroghe, ma è pure andato sotto due volte sugli ordini del giorno. La fiducia in se stesso, come detto, non difetta però al premier: «Se l’Italia vuole essere competitiva non può mantenere leggi che sono di ostacolo alla flessibilità», spiegava su El Mundo ieri mattina definendo la riforma del mercato del lavoro in cantiere in Italia “fondamentale per la crescita” ed elogiando quella (assai dura) approvata dal nuovo governo spagnolo. Non proprio un benvenuto a palazzo Chigi al Bersani dilaniato tra liberal Pd e quelli che marciano con la Fiom. Non solo. Queste sono quel genere di parole che irritano anche il solitamente moderato Raffaele Bonanni della Cisl: «Il governo sfida la politica e i sindacati: non capisco che gioco sia questo. L’articolo 18 è un falso problema». Monti ha comunque ben chiaro l’obiettivo: «Siamo un governo breve che vuole aiutare il Paese a conseguire un obiettivo di lungo termine». D’altronde, è la battuta, «abbiamo avuto governi lunghi con obiettivi brevi, forse è arrivato il tempo di compensare…». Sembrerebbe una frecciatina all’uomo con cui ha pranzato mercoledì, Silvio Berlusconi, che si è sempre vantato della lunghezza record dei suoi esecutivi. O no? «Lasciatemi però rivalutare tanti governi del passato – ha specificato il premier - perché il contributo italiano, in particolare alla costruzione europea, è stato in molti casi decisivo». Eh sì, se fanno eccezione gli europeisti allora ce l’aveva proprio col Cavaliere.

Il premier ha fatto due smentite: uno alle pessime previsioni in arrivo da Bruxelles, l’altro a chi gli chiede maggiore attenzione rispetto alle ambasce politiche


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ccademico, filosofo, docente di estetica, editore, avvocato, giornalista, romanziere e perfino compositore (ha scritto due opere), Roger Scruton vive oggi con la moglie e due bambini nella campagna del Wiltshire dove, per dirla con la sua auto-presentazione, “gestisce una fattoria post-moderna specializzata in animali mitologici e narrativa d’evasione”. Postmoderna, ma gestita da un pensatore che è considerato il grande guru del neo-conservatorismo del XXI secolo. Lui stesso racconta che fu a 24 anni quando si trovò di fronte alle proteste del maggio francese proprio al Quartiere Latino di Parigi, e guardando gli studenti che rovesciavano le auto per erigere barricate e svellevano i sanpietrini per tirarli alla polizia capì di «stare dall’altra parte, rispetto a quella marmaglia di pretenziosi teppisti di estrazione borghese». «Fu così che divenni conservatore. Compresi che preferivo conservare le cose che buttarle via».

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Solo una Nazion Un’appassionata difesa dell’idea di appartenenza: ecco come ci si può difendere dallo Stato transnazionale e tornare a pensarci come popolo umano di Maurizio Stefanini

«Una specie di difesa hegeliana dei valori Tory in faccia al loro tradimento da parte dei fanatici del libero mercato», fu una definizione che diede nel 1980, a epoca thatcheriana appena iniziata in The Meaning of Conservatism. Hegel, per la verità, non è un autore particolarmente caro alla tradizione britannica, ma Edmund Burke sì. Burke fu appunto quel whig che dopo aver difeso gli americani e perfino gli indiani nella loro lotta contro il colonialismo indiano nel 1790 stroncò quel che aveva appena iniziato a avvenire oltremanica con quelle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia in cui sostenne appunto che una cosa era difendere libertà concrete ancorate al passato come appunto avevano fatto le Tredici Colonie e gli indiani; una cosa pretendere di rifondare da capo tutta la società sulla base di una razionalità astratta, come pretendevano di fare gli illuministi. È una critica che, secondo Scruton, si può applicare tranquillamente anche al socialismo, e a tutti i progetti di utopismo in generale. Non c’è direzione nella storia, è la lezione che Scruton dice di aver appreso da Burke. E poiché la gente riesce a pensare collettivamente in direzione di uno scopo comune solo durante una crisi di tipo bellico, allora è fatale la tentazione di fabbricarselo questo nemico, al fine di dare alla società questo fine comune. Che è la radice del totalitarismo. Da Burke, e anche da Hegel ma data la Storia tedesca questa correzione anglosassone è indispensabile, Scruton riprende anche l’idea che la società è retta dall’autorità nel senso del diritto all’obbedienza: non di diritti del cittadino più o meno immaginari. È l’obbedienza «la prima virtù degli esseri politici, la disposizione che rende possibile governarli, e senza la quale la società si disintegra nella polvere e nella frammentazione dell’individualità». La libertà reale non è in conflitto con l’obbedienza, ma è il suo esatto risvolto. Appunto questa inscindibile collegamento tra libertà e autorità, che a un orecchio italiano non può non evocare certe pagine di Benedetto Croce, è alla base di The need for Nations: un testo del 2004 che Le Lettere ha ora pubblicato in italiano (pp.98, euro 10), con prefazione di Francesco Perfetti. Titolo: Il bisogno di nazione. «Un sulfureo e vivace

saggio», lo definisce appunto Perfetti, che fa «una bella e suggestiva difesa della nazione e dello Stato nazionale»: in un momento in cui va per la maggiore «una sorta di processo alla nazione e allo stato nazionale, complici proprio la pesante eredità degli autoritarismi e totalitarismi del secolo XX che hanno alterato il binomio nazione-libertà, le spinte alle creazioni di organismi supernazionali nonché le fibrillazioni connesse alla crisi della logica egemonia delle superpotenze dopo la fine del bipolarismo Usa-Urss».

«Le democrazie devono la loro esistenza alla fedeltà nazionale, fedeltà che si suppone venga condivida da governo e opposizione, da tutti i partiti politici e dall’elettorato nella sua interezza», è l’incipit. Un attacco potente, quasi da grande classico del pensiero politico. Anche se dice cose pressoché opposte, il tono evoca quasi “l’uomo nasce libero ma dovunque è in catene”del Contratto Sociale di Rousseau; o “lo spettro del comunismo si aggira per l’Europa” del Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx. C’è quasi una musicalità, in cui il pensatore deve forse qualcosa al compositore e al dicente di Estetica. «Dovunque l’esperienza di nazionalità

L’autore predica «una specie di difesa hegeliana dei valori Tory in faccia al loro tradimento da parte dei fanatici del libero mercato» sia debole o inesistente, la democrazia ha mancato di attecchire».

Infatti, in mancanza di fedeltà nazionale, «l’opposizione diventa una minaccia per il governo, e il disaccordo politico non permette di creare un terreno comune». E quanta Italia c’è davvero in questa descrizione! «Tuttavia, l’idea di nazione è ormai dovunque sotto attacco, o denigrata come forma atavica di unità sociale, o addirittura condannata come causa di guerre e conflitti, a essere demolita e sostituita da forme di giurisdizione più illuminate e universali». Anche qui, quanta Italia che si può riconoscere! «Ma di preciso, cos’è che potrebbe rimpiazzare la nazione e lo Stato nazionale?», chiede Scruton. «E come potrà una nuova forma di ordinamento politico, migliorare o conservare la nostra eredità democratica?». Da tenere

conto che il libro è pubblicato in italiano nel 2012 ma, lo abbiamo già ricordato era stato scritto nel 2004. Quando tutto l’attuale collasso della globalizzazione finanziaria e l’affannoso riscoperta del ruolo degli Stati li poteva intravedere solo qualche profeta particolarmente lucido. «Pochi sembrano preparati a dare questa risposta, e le risposte fin qui offerte sono state rapidamente nascoste dalla verbosità, un esempio delle quali è l’adozione, da parte dell’Unione Europea, della dottrina ecclesiastica della ‘sussidiarietà’ volta a privare di poteri gli Stati membri con la pretesa di garantirne l’esistenza».

Eppure, ricorda Scruton, «i recenti tentativi di trascendere lo Stato nazionale e trasformarlo in qualche tipo di ordinamento transnazionale, si sono conclusi in dittature totalitarie come quella dell’ex Unione Sovietica, o in incomprensibili burocratismi come nel caso dell’odierna Unione Europea. Sebbene molti Stati nazionali siano frammenti sopravvissuti di imperi, pochi si augurano la restaurazione di ordinamenti imperiali come strada per il futuro dell’umanità. Dunque perché e a che scopo dovremmo privarci della forma di sovranità che ci è più familiare e dalla


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one può salvarci

non c’è nessuno che sappia fare delle previsioni sui possibili risultati né che sappia come, (eventualmente), tornare indietro». Alla Rivoluzione Francese di cui Burke aveva già compreso la fatale involuzione a appena un anno dalla presa della Bastiglia, Scruton aggiunge le rivoluzioni Russa e Nazista come esempi di “esperimenti audaci”, ciascuno dei quali ha però «condotto al collasso dell’ordinamento legale, all’omicidio di massa all’interno dei Paesi, e alla guerra verso Paesi esteri».

Le democrazie «devono la loro esistenza alla fedeltà nazionale, fedeltà che si suppone venga condivisa da governo e opposizione» quale dipende così tanto della nostra eredità politica?». La risposta Scruton la dà appunto ricordando la lezione di Burke. Che è poi in fondo la stessa che un altro illustre burkiano di nome Winston Churchill tradusse con sublime umorismo quando spiegò che “la democrazia è la peggior forma di governo, eccettuate tutte le altre”. «In questo volumetto sosterrò la tesi a favore dello stato nazionale riconoscendo che quel che intendo dire non è né esaustivo né definitivo, e che si potrebbero prendere in

Un’immagine del maggio francese: è proprio nel ’68, che Scruton (nella pagina a fianco) capisce di essere un conservatore: «Volevo distinguermi e salvare le cose del passato dalla marmaglia». In alto la copertina del suo saggio

esame molte altre forme di sovranità per rispondere ai bisogni della società moderne. La mia tesi non è che lo Stato nazionale sia l’unica risposta ai problemi dei governi moderni, ma che sia ò’unica risposta che sia stata messa alla prova. Certo, ci potrebbe venire la tentazione di sperimentare altre forme di ordinamento politico. Ma gli esperimenti su questa scala sono pericolosi, perché

Quindi, «una politica saggia è quella di accettare gli equilibri esistenti, per quanto imperfetti, che si sono evoluti attraverso l’uso e l’eredità, per migliorarli attraverso piccoli aggiustamenti, non certo quella di metterli a rischio con cambiamenti su larga scala, di cui nessuno può veramente prevedere le conseguenze». Scruton riconosce esplicitamente il suo debito. «Il criterio ispiratore di questa tesi è stato esposto indiscutibilmente prima di noi da Burke nel suo Riflessioni sulla Rivoluzione Francese (1790) e la storia successiva ha ripetutamente confermato questa visione delle cose. La lezione che dobbiamo trarre, pertanto, è che dato che lo Stato nazionale si è dimostrato un’istituzione stabi-

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le di governo democratico e giurisdizione secolare, dovremmo cercare di migliorarla, di aggiustarla, di diluirla, ma certo non di gettarla via». Oltre che a Burke Scruton si richiama anche alla grande tradizione romantica dell’800, per ricordare che «le nazioni non sono definite dalla stirpe o dalla religione, ma da una terra natale. La fedeltà nazionale è fondata sull’amore per un luogo, per le usanze e le tradizioni che sono state inscritte nel paesaggio e nel desiderio di proteggere quelle cose belle attraverso leggi comuni e una comune fedeltà. L’arte e la letteratura di una nazione sono l’arte e la letteratura di un insediamento, sono la celebrazione di tutto ciò che unisce il luogo al popolo, e il popolo al luogo». Certo, Scruton non si nasconde che nel XX secolo la nazione è poi finita sul banco degli accusati, per aver scatenato le due guerre mondiali. Ma prima di tutto il fatto che gli Stati nazionali siano stati propensi a scatenare guerre non vuol dire affatto che «gli Stati transnazionali saranno in grado di essere migliori». E poi così si finisce per identificare «la normalità dello Stato nazionale attraverso le sue versioni patologiche». Qui Scruton dopo Burke fa ricorso a un’altra icona del conservatorismo inglese: Gilbert Keith Chesterton. «Come ha recentemente dichiarato Chesterton riguardo al patriottismo in generale, condannare il patriottismo perché la gente fa la guerra per ragioni patriottiche, è come condannare l’amore perché alcuni amori conducono all’omicidio. Lo stato nazionale non deve essere inteso come la nazione francese durante la Rivoluzione e come la nazione tedesca nella sua frenesia del Ventesimo secolo. Perché quelle erano nazioni impazzite, in cui i germogli della pace civile erano stati avvelenati e l’organismo sociale colonizzato dalla rabbia, dal risentimento e dalla paura».

È proprio la debolezza del sentimento di nazionalità in gran parte del pianeta a determinare d’altra parte, secondo Scruton, la gran parte dei movimenti di popolazione del nostro tempo. «Mai, nella storia del mondo, ci sono stati così tanti migranti. E la maggioranza di questi migra da regioni in cui la nazionalità è debole o inesistente verso gli Stati nazionali consolidati dell’Occidente. Non migrano perché hanno scoperto qualche sentimento d’amore o di fedeltà precedentemente latente nei confronti delle nazioni sul cui territorio cercano una casa. Al contrario, pochi di loro identificano il proprio vincolo di fedeltà come ‘nazionale’ e praticamente nessuno come relativo alla nazione in cui si stabiliscono, Migrano in cerca di cittadinanza, che è il dono principale delle giurisdizioni nazionali, e che è alle origini della pace, della legge, della stabilità, e della prosperità che ancora prevalgono in Occidente». Drammatico paradosso, però, proprio la debolezza del loro senso di nazione rischia di indebolire quello dei Paesi in cui cercano di inserirsi. E altri pericoli per la nazione vengono da una quantità di fenomeni intellettuali: da quello che Scruton definisce l’”universalismo panglossiano”, a quell’ideologia che rovesciando il concetto di xenofobia ribattezza oicofobia, l’avversione per l’identità da cui si proviene. L’appello finale, dunque, è il ritorno allo sovranità. O se no, «daremmo spazio prima al dispotismo, poi all’anarchia che Kant temeva».


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la sfida ai pirati

E gli Shabaab minacciano: «Combatteremo ogni accordo. Da Londra è partita una crociata occidentale a cui risponderemo con la guerra»

Emergenza Somalia Stop a guerra civile, terrorismo, pirateria. Via alla ricostruzione. Parola di summit di Luisa Arezzo aidoa, piccola cittadina somala a 250 chilometri dalla capitale, è tutto fuorché una ridente cittadina. Fino a una settimana fa era in mano agli shabaab, poi una lotta senza quartiere li ha buttati fuori. Proprio alla vigilia della conferenza internazionale di Londra. Come se il debolissimo governo somalo volesse dire: “la lotta contro gli integralisti islamici è viva e vegeta più che mai. La Somalia ha delle chance di ripresa”. Ieri però, due forti esplosioni hanno devastato il centro di Baioda; ci sono dei

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morti ma non è dato sapere quanti. Gli shabaab hanno rivendicato gli attentati e il loro messaggio politico (rivolto ai leader del vertice britannico) è chiaro: “non vi illudete, i vivi e vegeti siamo noi”.Tanto che Abdulaziz Abu Musab, portavoce del movimento islamico ormai legato ad al Qaida, ha detto che i suoi uomini continueranno la lotta nelle città più strategiche «finché l’Islam non diventerà l’unico principio che governa il paese». Una minaccia che certamente non cadrà nel vuoto. Questo incipit è utile per ricordare la qualità (o meglio la non qualità) della vita in Somalia.

Lasciano dunque non perplessi, ma proprio a bocca aperta, le parole pronunciate ieri a Londra dal premier britannico David Cameron in apertura dei lavori del vertice internazionale sul devastato paese africano: «La Somalia sarà stabilizzata quando vedremo i ragazzi somali con in mano dei libri e non più delle armi». Perché se certo il suo auspicio è sacrosanto, è chiaro come il sole che queste frasi di circostanza hanno un senso solo se pronunciate alla fine di una guerra o all’indomani di un trattato di pace. Altrimenti rischiano di sembrare vacue come “il mondo sarà giusto solo quando nessuno morirà più di fame”. La realtà ci dice che al momento la speranza di vedere i bambini leggere piuttosto che partecipare alla guerra è minima. Ma non per un anno o due, almeno per i prossimi venti. Sempre che le cose vadano come l’Occidente vorrebbe. Al momento, e la conferenza ne è la testimonianza, questo non è. E la Somalia è una delle grandi emergenze (non dimentichiamoci l’Afghanistan, la Libia, la Siria, il Pakistan, il Sudan, lo Yemen, il Pakistan, l’Iran e anche l’Egitto) su cui è arrivato il momento di accen-

dere i riflettori visto che sta davvero sfuggendo di mano. A meno che qualcuno non si voglia “bere” le dichiarazioni del premier dimezzato Abdiweli Mohamed Ali, che recentemente ha detto: «stiamo uscendo da un’era dominata da signori della guerra, terrorismo, estremismo e pirateria e stiamo entrando in una fase di pace, stabilità e normalità». Parole di speranza certamente a lui necessarie per portare avanti la sua campagna a favore di un Piano

Hillary Clinton ha promesso un’ulteriore tranche di aiuti da 64 milioni di dollari. Ma ha anche detto che gli Usa combatteranno «ogni ostacolo» che troveranno sul loro cammino Marshall per la Somalia. Ieri a Londra erano in tanti, ma altrettanti i grandi assenti (nessuno del Brics, ad esempio). Fra i principali leader occidentali, oltre a Cameron, il segretario di Stato Usa Hillary Clinton, il ministro degli Esteri francese Alain Juppé e il nostro ministro degli Esteri Giulio Terzi. Senza dimenticare il segretario dell’Onu Ban Ki-moon e poi una serie di rappresentanti dell’Ua, della Lega araba, dell’Oci e dei dei quattro Paesi che hanno inviato le loro truppe in Somalia. Al centro delle cinque ore di vertice, come risolvere vent’anni di fallimenti (tanto per restare nel paradosso) e mettere fine a guerra civile, pirateria e terrorismo al fine di sviluppare una stabilizzazione politica e porta-

re il Paese sulla via dello sviluppo e della ricostruzione.

Buco nero per ogni tipo di traffico illecito da oltre quattro lustri, la Somalia è uno dei Paesi più poveri del mondo. Secondo i dati del Cia World Factbook, lo Stato del Corno d’Africa con 600 dollari l’anno si piazza al 220esimo al mondo nella classifica del reddito pro-capite, precedendo solo Zimbabwe, Burundi, Liberia e Congo. Su questo dato hanno inciso ovviamente gli oltre 20 anni di guerra civile e la mancanza di governance nazionale, sopperita solo in parte dai vari governi transitori che si sono succeduti. La presenza di shabaab e pirati lungo le coste ha poi deteriorato le condizioni di sicurezza, con

inevitabili ripercussioni sui commerci. La popolazione, sul cui reddito pesa un’inflazione su base annua intorno all’80%, dipende quasi totalmente dagli aiuti delle organizzazioni internazionali come World Food Programme e Fondo Monetario Internazionale. Due istituzioni (la prima soprattutto) da anni al centro di scandali per la gestione (e l’effettiva ripartizione) dei loro fondi. Due istituzioni che giocheranno la parte del leone nell’aumento del livello di trasparenza (questo sì davvero necessario) del Joint financial management board, l’organismo di raccolta e gestione delle future donazioni internazionali.

L’interrogativo fondamentale che nessuno in Occidente si è preso la briga di porsi è per quale motivo la democrazia in stile occidentale attragga così poco la stragrande maggioranza dei somali. E di contro perché l’Islam militante (gli shabaab, esclusi dalla conferenza, controllano a voler essere ottimisti almeno un terzo del paese) abbia la capacità di far presa sulla società somala. Il movimento oggi può contare su uno zoccolo duro formato A lato: aiuti del Wfp alla popolazione; in alto: un soldato somalo protegge una manifestazione contro gli shabaab. A destra, Cameron e a sinistra i marò italiani


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Continua la trattativa diplomatica

India, altri sette giorni di fermo per i nostri marò di Giovanni Radini all’India nessuna nuova. Il che è buono. Il giudice di Kollam ha deciso il fermo di Girone e Latorre per altri sette giorni. Ora non resta che attendere. In realtà, qualche piccolo ma importante movimento è già percepibile. La magistratura ha ammesso che la prova balistica sia effettuata in presenza di un rappresentante del nostro governo. Segno, questo, che la missione del sottosegretario de Mistura sta riscuotendo il risultato voluto. Del resto, il nostro diplomatico gode di limpida stima presso la maggior parte delle cancellerie internazionali. Di fronte all’apertura dimostrata dalle autorità locali, de Mistura ha scelto una linea di altrettanta partecipazione. «Siamo davvero dispiaciuti», ha dichiarato a commento della morte dei due pescatori. E mentre la crisi entra in questa fase di calma, patologica e necessaria, si assiste al sovvertimento degli umori collettivi. Fino all’altro giorno era il Kerala in ebollizione. La piazza ve-

D

Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza

la parola guerra è lungi dall’allontanarsi.

Nelle aree ancora controllate dal governo di Mogadiscio, invece, comincerà la ricostruzione di cui ieri si è parlato a Londra. Gli Usa hanno detto di essere pronti a donare una ulteriore tranche di 64 milioni di dollari facendo altresì sapere di non essere disposti a tollerare alcun tentativo di sabotaggio. E anche l’Italia, parola del nostro ministro degli Esteri Terzi, è pronta a fare la sua parte. Così come gli inglesi ed i francesi. Ma alla corte di Londra, ieri si è anche parlato della nuova configurazione politica dello Stato del Corno d’Africa. L’intesa prevede la trasformazione della Somalia in uno stato federale, con Mogadiscio capitale, la nascita di un nuovo parlamento, con un numero dimezzato di deputati rispetto all’attuale, e di una camera alta composta da saggi. L’accordo, messo a punto al termine di un incontro di qualche giorno fa nella regione semi-autonoma del Puntland, non ha ovviamente visto la presenza dei rappresentanti degli shabaab, che faranno di tutto per ostacolarlo. Ma una cosa va detta: in questi mesi il movimento si è indebolito, dunque se si vuole tentare di estirparlo questo è il momento giusto. Se la crociata londinese avrà successo, è però tutto da vedere.

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

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Un emirato islamico ispirato al modello talebano fondato dal mullah Omar negli anni ’90 in Afghanistan. È questo l’obiettivo delle milizie islamiche che controllano oltre un terzo del Paese da 10mila miliziani, guidati da Ahmed Abdi Godane. Originario della regione settentrionale del Somaliland, il “capo” raramente appare in pubblico dopo aver sostituito ai vertici dell’organizzazione Moalim Aden Hashi Ayro, ucciso in un attacco aereo Usa nel 2008. È stato lui ad aver siglato con al-Zawahiri il recente patto di affiliazione con al-Qaeda, alleanza che ha proiettato immediatamente la pericolosità degli shabaab al di fuori dei loro confini. La Somalia, dunque, non è solo uno stato fallito, ma anche un effettivo rifugio di terroristi. E i suoi vicini (Uganda, Kenya, Etiopia e Burundi in primis), sono sempre più preoccupati che l’escalation di violenza nel paese possa propagarsi ai loro territori. Non a caso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha approvato il 22 febbraio all’unanimità una risoluzione che porta gli effettivi della forza dell’Unione africana in Somalia (Amisom, composta quasi interamente da soldati dei quattro paesi di cui sopra) a 17.731 uomini invece degli attuali 12.000, dandogli altresì spazio di manovra per la prima volta nelle zone del sud e del centro della Somalia, controllate dagli islamisti. Libertà di manovra (si potranno adottare «tute le misure necessarie») e un arricchimento del budget da 300 a 550 milioni di dollari l’anno, chiariscono che in Somalia

e di cronach

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niva fomentata dagli oppositori al partito del congresso, il Bjp soprattutto, e chiedeva la testa (nel vero senso del termine) dei due marò. Oggi la stampa del subcontinente appare attendista. L’Hindustan Times sottolinea la buona collaborazione sorta tra la polizia del Kerala e la delegazione della Farnesina. Times of India è ancora più neutro. Al punto che della notizia se ne parla solo nelle pagine interne. L’atteggiamento suggerisce la disponibilità indiana a non voler versare altra benzina sul fuoco.

La magistratura indiana ha concesso che la prova balistica sia effettuata alla presenza di un rappresentante del governo italiano

Alla moderazione noi non ci siamo ancora arrivati. L’Italia appare vincolata alle emozioni collettive. Si insiste sulla questione dell’Olympic Flair, la nave greca localizzata nelle stesse acque della Lexie e, in quell’esatto momento, abbordata dai pirati. Dimostrata la sua presenza – dato incontrovertibile stando alla fonte, l’International Maritime Bureau – i nostri commentatori prendono posizione. Anzi, pretendono l’immediata liberazione dei due marò. Una richiesta affrettata che fa pari con le proteste indiane dell’altro ieri, quando a Kollim la folla chiedeva una condanna esemplare. Inaccettabile era la linea indiana, altrettanto irrealizzabile è la nostra. Non si può pretendere, infatti, che Delhi chiuda la faccenda senza avervi fatto luce. Bisogna ponderare i toni, quindi, sull’esempio della Farnesina. Ecco perché fa storcere il naso l’affissione delle foto di Girone e Latorre in Campidoglio. Il gesto di solidarietà espresso dal Comune di Roma può avere un’eco di provocazione a Delhi.

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la sfida ai pirati

Le rotte commerciali sono sempre più a rischio. E l’Occidente è a corto di vie alternative perché troppo costose

Acque pericolose Il mare è infestato dai bucanieri, e si teme la chiusura di Hormuz e Suez di Antonio Picasso mmaginiamo che il comandante di una petroliera battente bandiera italiana debba fare rotta da Trieste al Bahrein. Prima ancora di salpare, ha la sensazione di affrontare uno dei viaggi più temerari della sua carriera navale. Non è tanto lo scopo della missione, quanto la rotta da percorrere che lo preoccupa. Gli basta un rapido sguardo alla carta geografica perché si renda conto che la sua nave dovrà affrontare tre punti critici, sia a livello di sicurezza sia politicamente. Sono cambiate molte cose da appena cinque, forse sei anni fa, quando attraversare Suez, tagliare le onde prospicienti il Corno d’Africa e poi risalire verso le calde acque del Golfo persico era un gioco da ragazzi. Oggi questa lunga tratta è segnata da almeno tre chock point, nei quali la petroliera, ma soprattutto l’equipaggio potrebbero trovarsi nei guai. Il Canale di Suez appunto fa pensare a quel che è accaduto lo scorso anno in Egitto. Con la Somalia, la mente corre dritta alla pirateria, che così tanto si è intensificata dal 2008 a oggi. Infine c’è Hormuz: l’ennesima provocazione lanciata dall’Iran al mercato globale. La prima tappa è Suez. Il suo canale è sempre un protagonista essenziale nella storia politica ed economica tra il Mediterraneo e l’Estremo oriente. Da qui passa l’8% degli scambi commerciali di tutto il mondo. Per l’Egitto si tratta della sua terza fonte di reddito, dopo il Nilo e il turismo. È stato calcolato che un eventuale blocco del canale, come avvenuto già in passato, provocherebbe una perdita di 7 milioni di dollari al giorno per il mercato globale.

I

Nella rivoluzione araba del 2011, Suez verrà ricordata come la Sidi-Bouzid dell’Egitto, in riferimento alla città tunisina dove scoppiò la metastasi contro Ben Ali. Sono 450 mila gli abitanti della città sul canale. Un numero esiguo, rispetto ai milioni di cairoti e di alessandrini. In termini di reddito però si tratta di una fetta sociale influente. Le rimesse del passaggio di navi incidono virtuosamente sulla

popolazione locale. Nei primissimi giorni del 2012, il ministro egiziano dello sviluppo e della cooperazione internazionale, Faisa Abul Naga, ha reso pubblico il bilancio delle attività del canale in riferimento all’anno scorso. Sono 12 i miliardi di dollari delle rimesse totali del 2011, 3 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Il 2 gennaio 2012 inoltre, si è raggiunto il record assoluto di introiti nel passaggio di navi in tutta la storia del canale: 18,9 milioni di dollari, per un ammontare di 71 imbarcazioni transitate (3 milioni di tonnellate totali). È un successo per tutto il comparto marittimo nazionale, in barba a chi, caduto Mubarak, temeva un crollo delle attività a Suez.

una vittoria significativa contro l’Egyptian Bloc, l’alleanza formata da liberali e socialdemocratici, oltre che sostenuta dai copti e dall’Islamist Sufi Liberation Party. La sconfitta è risultata dolorosa soprattutto per la comunità cristiana, 28mila elettori, il cui benessere economico è legato ai comparti chiave dell’economia nazionale. Il cocktail di politica, religione ed economia, però, ha trovato in Suez l’ennesimo punto critico. Recentemente, il governo del Cairo ha confiscato 2.100 ettari a nordovest della città, acquistati ancora nel 1996 da Naguib Sawiris e Ahmed Ezz. A suo tempo, l’operazione era volta a fare dell’area un nuovo polo turistico e

Il 2011 si è chiuso con ben sei imbarcazioni di alto tonnellaggio nelle mani dei terroristi, per un totale di 176 persone sequestrate. E le compagnie navali temono i premi assicurativi Tuttavia, se il quadro economico della città resta florido, non si può dire altrettanto del contesto politico. Da qui lo scetticismo del nostro marinaio a dover per forza di cose attraversare il canale. Nelle elezioni parlamentari di novembre e dicembre, la coalizione islamista di Fratelli musulmani e dei salafiti ha ottenuto

industriale. Tuttavia, la mancanza di risultati in questi diciotto anni ha spinto la Giunta militare alle decisioni più estreme. Il fatto poi che le operazioni di acquisto dell’appezzamento fossero gravate dal sospetto di corruzione ha ancor più motivato il governo del Cairo. La vicenda lascia degli strascichi di scetticismo nel momento in cui la si osserva da una prospettiva politica. Sawiris è un cristiano copto. Ezz è un ex esponente del regime di Mubarak, arresta-

to a febbraio e tuttora dietro le sbarre. Possibile che il sequestro dell’immobile sia legato non tanto ai nobili motivi di fare giustizia in seno a un establishment egiziano corrotto, bensì all’intenzione di bloccare le attività di due tycoon pericolosi per la Giunta oggi e per il governo di domani?

Se così fosse, sarebbe la conferma di come la rivoluzione della primavera scorsa si stia traducendo in un’involuzione politico-confessionale. A Suez la Fratellanza ha celebrato la vittoria del conservatorismo. Nulla da obiettare sulla terminologia. Bisogna capire però se l’obiettivo sia di superare il post-Mubarak (cosa necessaria) e imporre al Paese gli abiti di una repubblica moderatamente islamica. Operazione che farebbe storcere il naso ai più. In questo caso a rimetterci non sarebbe solo la classe dirigente nazionale che è riuscita a salvarsi dallo tzunami politico dello scorso anno, bensì anche i rapporti con Occidente ed Estremo oriente. La grande incognita per Suez è: nell’ipotesi di un’affermazione delle fronde più estreme dei Fratelli musulmani e dei salafiti (non tutti, solo alcuni sono fondamentalisti) che succederebbe alle navi che transitano dal Canale? Un anno fa, il vice segretario dei Fratelli Musulmani paventava la chiusura del canale in

caso di conflitto con Israele. Ma ci potrebbero essere anche per altri motivi per un tale azzardo. È infatti il mondo arabo-islamico, inclusi Corno d’Africa e Iran, a essere in crisi, non solo il dialogo tra Egitto e Israele. Il Cairo potrebbe accusare l’Europa di essere troppo vicina alla comunità copta, oppure la Cina eccessivamente amica dell’Iran. C’è da chiedersi del resto quanto gioverebbe a qualsiasi governo egiziano prossimo venturo rinunciare ai milioni di biglietti di verdi che galleggiano tra Mar rosso e Mediterraneo. Laica o multiconfessionale, oppure islamista radicale, o ancora democratica o dittatoriale, la prossima leadership egiziana dovrà comunque garantire a tutta la cittadinanza un tenore di vita migliore di quello che le veniva offerto da Mubarak. Per farlo, le entrate di Suez al bilancio nazionale sono irrinunciabili. Supponiamo comunque che tutte le angosce del comandante siano infondate e che la sua nave passi tranquillamente Suez senza problemi. Tratto il sospiro di sollievo però, la tensione torna ad aumentare avvicinandoci al Corno d’Africa. Già dopo Port Sudan, a metà del Mar rosso, la situazione potrebbe farsi critica e proseguire addirittura fino a Musqat, nell’Oman. Le miglia marine pericolose sono tantissime. Prima ancora di salpare, era stata ventilata la rotta alternati-


la sfida ai pirati Kenya. Nel frattempo la Somalia ondeggia tra shabab, al-Qaeda, signori della guerra e tribù rivali. Quest’anno si dovrebbero tenere le elezioni. Ma il condizionale è inevitabile. Se la comunità internazionale si rendesse conto che per sistemare la pirateria fosse prioritario fare ordine sulla costa, magari anche in Yemen, i mercantili attraverserebbero il Mar rosso con meno palpitazione. Immaginiamo comunque che il nostro Corto Maltese esca indenne anche dal Mar rosso ed entri nel Mare arabico, o Golfo persico che dir si voglia. Qui dovrebbe affrontare le provocazioni di Teheran. La recente ammonizione del governo iraniano di bloccare Hormuz alle navi in transito da e per tutti i grandi hub petroliferi del Golfo ha provocato un’impennata dei prezzi del greggio. «Se ci saranno altre sanzioni contro di noi, bloccheremo lo stretto», ha detto il vice presidente iraniano, Mohammad Rahimi. Dopo appena un giorno però, è arrivata la smentita dello Stato maggiore della marina di Teheran: «Sarebbe facile per noi chiuderlo. Ma non è necessario farlo perché già lo controlliamo». La dichiarazione però suona come una beffarda sfida che si aggiunge a quella precedente. Altrettanto significativa è la riflessione del ministero del petrolio: «Sarebbe un suicidio». Questo impone ai governi occidentali di non reagire,

Per evitare gli abbordaggi è stata ventilata l’ipotesi di circumnavigare l’Africa. Ma è impensabile che il mercato mondiale possa rinunciare al Mar rosso per i corsari ciali. In realtà, India e Giappone sono stati i due Paesi più impegnanti nel quadrante. A quattro anni di distanza dalle prime grandi manovre, sono circa 40 le navi da guerra superaccessoriate che tagliano le onde dinnanzi al Corno.

va di circumnavigare l’Africa. Ma è impensabile che il mercato mondiale debba rinunciare al Mar rosso solo perché tenuto in scacco da un pugno di pirati. Peraltro lo stesso Golfo di Guinea non è un mare tranquillo. Stando all’ultimo report dei Lloyds di Londra, i casi di arrembaggio avvenuti di fronte alla Nigeria sono identici a quelli della filibu-

sta somala. Certo, le iniziative nel Corno sono tutte utili e sembrano funzionare.Vedi Euronavfor e la Combined Task Force 150. Da quando nel 2008 c’è stato il boom di attacchi, Stati Uniti, Unione Europea, insieme a Russia e Cina hanno saputo impiegare le rispettive forze navali per venire in soccorso dei navigli commer-

Tuttavia, questo non basta. Il 2011 si è chiuso con ben sei imbarcazioni di alto tonnellaggio nelle mani dei terroristi del mare, per un totale di 176 persone sequestrate. Le compagnie navali sono preoccupate per la tratta e i premi assicurativi. Gli interventi dei governi, per quanto chirurgici possano apparire, risultano inefficaci. Così come palliativa è la proposta di imbarcare contractor sulle navi civili e sui cargo. A prescindere dal rischio in cui si può incorrere nel far salire a bordo di una nave armi e altri strumenti di difesa. I pirati non sono interessati solo al riscatto percepibile dal sequestro di una superpetroliera, ma anche al recupero di fucili, munizioni, razzi e tutto quanto occorra per proseguire la propria guerra di corsa. Il vero problema è a Mogadiscio, dove il governo non c’è, perché al sicuro in

né a parole né con altre sanzioni, almeno per ora. Gli Ayatollah sono in preda a una fase di riassestamento interno. Non sfuggono le lotte di potere tra i moderati e disponibili dal dialogo da un lato e gli oltranzisti dall’altro, i quali non aspettano altro che un attacco statunitense o israeliano per assumere il pieno controllo del Paese. È il realismo che si scontra con l’estremismo, ma è anche la manifestazione di una frammentazione in casa sciita che forse qui in Occidente non riusciamo a calcolare. Sarebbe bene per Washington e Bruxelles temporeggiare. In gioco c’è la stabilità del mercato energetico mondiale. A Teheran questo lo sanno bene, non a caso ritirano fuori la carta Hormuz. Da qui transita circa un terzo del greggio mondiale, oltre 15 milioni di barili al giorno e di questi 4 milioni vengono dai pozzi iraniani. Dunque la chiusura avrebbe effetti catastrofici sulle nostre economie già in recessione. Ma si ripercuoterebbe anche sui Paesi in via di affermazione, come l’India e la lunga schiera di mercati dell’Estremo Oriente. L’obiettivo di Teheran è semplice. Con la potenziale

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chiusura dello stretto – un budello lungo appena 60 chilometri e largo 30 – si metterebbero in crisi le dinamiche diplomatiche intessute da Washington per creare il cordone sanitario delle sanzioni intorno al regime. Europei, giapponesi e sud coreani si trovano nella non facile situazione di stare al fianco degli Usa e, al tempo stesso, di salvaguardare le relazioni con gli iraniani. Tuttavia, lo spauracchio di Hormuz non è una novità. Nei casi precedenti in cui era stato tirato fuori dall’armadio, gli Ayatollah si erano resi conto che il saldo costi-benefici dell’operazione risultava poco vantaggioso.

Venti di guerra a parte, ci sarebbe un’alternativa per risolvere una volta per tutte il problema. E cioè quella di bypassare Hormuz con un sistema oleodotti. Il progetto non è nuovo. Anzi, il disegno più avveniristico risale a tempi non sospetti, quando in Medioriente a comandare erano davvero i governi occidentali insieme alla Sette sorelle. Il Trans-Arabia Pipeline porta la data del 1947. A quel tempo, gli Stati Uniti non erano ancora presenti in maniera così capillare nel Golfo. Il controllo della zona era nelle mani della Gran Bretagna, grazie ai mandati post prima guerra mondiale e in Persia c’era un scià. L’oleodotto trasportava via terra il greggio partendo da Qaisumah, in Arabia Saudita, fino al porto mediterraneo di Haifa. Con la nascita di Israele l’anno dopo, però, il terminal divenne off limit. Ragionando con lo sguardo rivolto altrove, gli Emirati arabi uniti (Eau) hanno dimostrato ancora una volta di essere all’avanguardia. Ad aprile prossimo sarò inaugurato l’Abu Dhabi Crude Oil Pipeline (Adcop): 360 chilometri, di cui 15 off shore e una capacità stimata di 1,5 milioni di barili giornalieri. L’infrastruttura partirà da Habshan, giacimento prossimo ad Abu Dhabi, e terminerà a Fujairah, emirato membro della federazione. Nella sua essenzialità è quanto basta per tagliar via Hormuz e tutti i suoi problemi senza che nessuno. Anzi. Tenuto conto che, in seno al Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc) c’è una gara a chi riesce a far per primo lo scarpe all’Iran, l’Adcop sembra soddisfare tutti. A questo punto, al nostro capitano appena sbarcato in Bahrein non resta che condividere la ritrovata serenità con i colleghi cinesi e indiani, come pure con i militari statunitensi. Due delle tre criticità che lo angosciavano durante la traversata si sono rivelate fittizie, Suez e Hormuz. Ma il corno d’Africa la questione resta preoccupante. Il comandante non vede all’orizzonte iniziative in soccorso della Somalia. E così si rende conto di una cosa: dal Bahrein, con la sua petroliera che ha appena fatto il pieno, deve tornare a Trieste.


spettacoli

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Quando alla fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta si affacciò sullo schermo, nessuno voleva scommettere su di lei. Poi, conquistò la critica

Meryl per sempre Ripercorrendo i grandi successi dell’attrice statunitense, che ha da poco ritirato l’Orso d’oro alla carriera di Orio Caldiron uando tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta si affaccia sullo schermo nessuno scommetterebbe su di lei. Nonostante le precoci lezioni di canto, gli studi accademici di recitazione, le tenaci esperienze teatrali, Meryl Streep non è ancora la beniamina del pubblico accanto a Faye Dunaway, Jane Fonda, Gena Rowlands, le star incontrastate del periodo. Sigourney Weaver, Sissy Spacek, Jessica Lange nate come lei nel 1949 - sembrano avere più numeri per affermarsi nell’epoca in cui il nuovo cinema americano, dominato dalle star maschili del calibro di Robert De Niro, Al Pacino, Jack Nicholson, non riserva grandi spazi di manovra ai personaggi femminili. Sigourney, bellissima e implacabile si guadagna i gradi di tenente sul set misogino di Alien come la donna forte in grado di assicurarsi un posto di primo piano nell’immaginario contemporaneo. Sissy, minuta e lentigginosa si scatena nel ruolo della studentessa apocalittica di Carrie, in bilico tra fragilità emozionale e superpoteri telecinetici che ne fanno subito un archetipo dell’horror più gettonato dai teenager. Jessica, avvenente e intensa, sigilla con la sua sensualità aggressiva e disperata il fuoco sotto la cenere dell’incubo americano. Senza contare Jill Clayburgh, Susan Sarandon, Diane Keaton che con qualche anno in più si sono già lasciate alle spalle le prime battaglie in cult movie come Una donna tutta sola, The Rocky Horror Picture Show, Io e Annie, altrettanti punti di approdo o di partenza di carriere molto diverse e variamente fortunate. La prima prova importante in cui s’impongono le sue singolari dote di attrice è Kramer contro

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Kramer (1979), dove la dolorosa intensità della moglie separata che si batte per l’affidamento del figlio non esclude la puntigliosa efficacia dell’affondo interpretativo in cui il match con Dustin Hoffman pronto a rubarle la scena sostituisce a tratti lo scontro con il marito.

La prima prova importante nella quale s’impongono le sue singolari dote di attrice è Kramer contro Kramer, insieme a Dustin Hoffman

Successo planetario al botteghino, la radiografia delle frustrazioni di coppia si apre al disagio dell’universo borghese per concludersi nella scena strappalacrime del dibattimento giudiziario. L’improvvisa popolarità coincide con l’Oscar per la migliore non protagonista e le apre la strada al ruolo più prestigioso dell’inizio decennio che ne fa subito una star.

Quello di Sara Woodruff di La donna del tenente francese (1981), in cui la tormentata storia dell’amour fou ottocentesco tra la disinibita governante e il ricco gentleman si alterna alla relazione tra i due attori che la interpretano sul set. Il fascino del melodramma psicologico s’incontra con la vocazione romantica di Meryl a suo agio nei personaggi di donne inquiete e passionali che nel segno dell’emancipazione femminile coniugano le ragioni del cuore con l’imperativo della libertà individuale. L’interprete che vive la finzione romanzesca fatica a togliersi il costume di scena. Se fino a poco fa era la sofferente icona preraffaellita dell’amore infelice, ora è l’attrice americana bruna e oc-

In queste pagine: un’immagine dell’attrice statunitense Meryl Streep; uno scatto del Festival del Cinema di Berlino; una fotografia dei fan della Streep, giunta alla Berlinale lo scorso 14 febbraio per ritirare l’Orso d’oro alla carriera

chialuta che teme di compromettere il proprio equilibrio. Si prepara già a voltare pagina, a affrontare il personaggio difficile e problematico della profuga polacca di La scelta di Sophie (1982) che, scampata al lager nazista, nella Brooklyn del dopoguerra si dibatte tra gli assilli del presente e i fantasmi del passato. Se non sa scegliere tra l’intellettuale ebreo e il giovane scrittore è anche perché in lei convivono la volontà di vivere con la sfida dell’autodistruzione che si misurano nello straziante corpo a corpo pronto a precipitare nella graduale rivelazione del passato. La sofferta partecipazione dell’attrice, la sua totale immedesimazione nei rovelli esistenziali della protagonista, nel suo dramma di donna e di madre, assicurano al film la forza vibrante della testimonianza. Quando la Academy Award le attribuisce il secondo Oscar, il primo come protagonista, i magazine fanno a gara nel raccontare il dietro le quinte della migliore attrice americana, impegnata durante la lavorazione a ingrassare e a dimagrire secondo copione, a imparare il polacco per ricordarsene nelle sfumature della pronuncia inglese. Nello stesso tempo accanto ai riti maniacali della professionista, affiorano le immagini della sua vita privata, dall’adolescenza nel New Jersey dove è nata in una famiglia benestante al matrimonio con lo scultore

Donald Gummer con cui avrà quattro figli, scegliendo di vivere l’assoluta normalità di una vita da diva antidiva nella sua grande casa nel Connecticut. Se La mia Africa (1985) rappresenta una delle sfide più alte quella di annullarsi in Karen Blixen, la grande scrittrice danese che trascorre quasi vent’anni nel Kenya - ci riesce solo in parte. La bravura dell’attrice è fuori discussione, impegnata ancora una volta nel suo acrobatico mimetismo. Ma il regista rema contro, riducendo la vitale esperienza della scoperta dell’Africa a una manciata di belle diapositive di panorami arroventati, maestosi tramonti, abbacinanti controluce. Nonostante lo shampoo tra le rocce della sorgente e Mozart ascoltato in compagnia dei babbuini, la complessità di questa donna fragile e decisa, incantata e curiosa, le magie della sua scrittura sospesa sul mistero della diversità s’intravvedono solo a tratti nel viaggio à rebours nei labirinti del rimpianto per risolversi alla fine nella banalità del triangolo sentimentale.

Solo dieci anni dopo, I ponti di Madison County (1995) le offrono l’occasione di disegnare il personaggio di Francesca Johnson, la casalinga di origine italiana che, sola nella sperduta fattoria dell’Iowa mentre mariti e figli sono lontani, incontra il fotografo Clint Eastwood, jeans


spettacoli

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– Lei, il diavolo (1989), curioso braccio di ferro tra la scrittrice di bestseller tutta di rosa vestita e l’acida casalinga in crisi che si risolve in una fiacca caricatura del femminismo. La morte ti fa bella (1992) cartoonizza il corpo degli attori facendo delle star altrettanti manichini disarticolati in grado di allargarsi, schiacciarsi, dilatarsi come fossero Tom e Jerry. Il diavolo veste Prada (2006) risolleva le quotazioni della commediante con il personaggio della dispotica Miranda Priestly direttrice di Runaway, modellata sull’Anna Wintour di Vogue, che nel numero di gennaio dedica all’attrice la copertina e quattro pagine di elogi.

con bretellone, Nikon a tracolla, Camel senza filtro in tasca, il sorriso che spunta tra le rughe. Se il film è straordinario nel recuperare il tempo sospeso dell’amore impossibile, i due fuoriclasse sanno cogliere la minima vibrazione emotiva nello spazio angusto della cucina di casa promosso a teatro dell’anima in cui i personaggi si mettono a nudo. Nella cornice di oggi, dove i figli della donna ormai scomparsa sfogliano il suo diario, si riaccende la breve avventura di quattro giorni con la sua anticonformistica lezione di libertà. Solenne come una cerimonia in cui un uomo e una donna s’incontrano e si dicono addio, fino all’epilogo sotto la pioggia battente quando al semaforo l’auto di lei e il furgoncino di lui sono vicini per qualche lunghissimo secondo, un blues suadente e crudele raccontato da due fantasmi che il cinema richiama per un momento in vita.

Nel decennio precedente, ma anche in quello successivo, la trepidante verità della casalinga sovrappeso si allontana sempre di più nelle decine e decine di titoli destinati a esaltare HOLDING CIVITAVECCHIA SERVIZI SRL Avviso di gara: CIG 393787988B H.C.S. Srl p.le P. Guglielmotti,7 00053 Civitavecchia fax: 076628757, tel 0766-370035, indice una procedura aperta, essendo andata deserta la prima, come secondo esperimento. PER LAFORNITURADI N. 2AUTOTELAI CABINATI COMPLETO DIATTREZZATURA DI COMPATTAZIONE Importo: 271.000,00 tutto incluso eccetto IVA. Le offerte dovranno essere corredate dalla proposta di un leasing finanziario. Durata: 5 anni Termine ricezione offerte: ore 12 del 16/04/2012. Info: www.hcs-civitavecchia.it Il responsabile del procedimento dott. Antonino D'Este Orioles

il mito dell’attrice versatile fino all’istrionismo. Se sono disastrosi i duetti con Jack Nicholson, con cui si spreca nella commedia tutta vezzi e moine o nel melodramma miserabilista, non vanno meglio neppure quelli con Robert De Niro, dove i due mattatori lasciati a se stessi gigioneggiano imperterriti mentre i film naufragano in un mare di melassa. Se si va a caccia di ricorrenze tematiche non c’è dubbio che prevale la famiglia declinata al presente o al passato, nel dramma o nella commedia, tra le mura domestiche o nel plein air degli esterni. Cambiano i registi, ma siamo sempre nel cinema mainstream in cui le storie edificanti di mamma coraggio hanno spesso il piombo sulle ali per evitare il rischio della leggerezza. Non importa che si misuri con i dingo selvaggi che mangiano i bebè, o affronti le insidiose rapide del Colorado piene di gangster, o si ribelli in tunica bianca alla burocrazia dell’aldilà, o s’imbarchi nelle trame complottistiche dell’odiosa senatrice repubblicana, o elabori il lutto per le malattie terminali che si portano via le persone. Sempre più brava, bravissima, nella sua capacità di reggere da sola il fardello ricattatorio del vittimismo doloristico, la vestale liberal del focolare americano, la santa degli impossibili in odore di cauto femminismo si lascia coinvolgere in progetti ambiziosi che

Dopo un periodo discreto, arriva Il diavolo veste Prada: l’attrice americana spadroneggia con grande classe nell’universo della moda si rivelano deludenti, alimentando il sospetto che la grande attrice in attesa della performance sublime si sia convinta nel frattempo a fare il film da sola, assicurando agli spettatori più affezionati la gratificante possibilità di vederla al lavoro, mentre nel regno dell’artificio s’intravede l’ombra di Frankestein. Non sempre sono fortunati neppure i tentativi di passare alla commedia che si moltiplicano a partire da She-Devil

Spadroneggia con grande classe nell’universo della moda in cui dominano il fascino della seduzione e la tentazione mefistofelica di giocarsi l’anima in una fantasmagoria di giacche, gonne, borse, scarpe, stivali, cappelli che fanno status. Nel frattempo si assottigliano sempre di più i confini tra i generi. Si moltiplicano salti temporali e rivisitazioni d’epoca nella forma capziosa dei percorsi paralleli o nella piatta linearità del

tato lo staff urlando: «Ma che m’avete mannato ‘na racchia, questa qua lo scimmione non se la fila proprio ‘pe niente». Può anche sembrare o persino essere antipatica dal momento che la grande trasformista più di una volta ha giocato la carta dell’antipatia, volontaria o involontaria non fa differenza, per dare forza al personaggio del momento. Ma come si può volergliene? Come si può discutere la diva più premiata degli ultimi vent’anni? Nessun’altra ha collezionato tanti premi come lei, dalle sedici nomination all’Oscar con due vittorie alle venticinque candidature al Golden Globe con otto vittorie fino all’Orso d’oro alla carriera consegnatole in questi giorni al Festival di Berlino. Senza contare tutti gli altri premi e riconoscimenti importanti e meno importanti, né tutte le pagine a stampa o dei siti web che le sono dedicati ogni giorno dappertutto. Sì, una specie di santificazione mediatica - Roberto Vecchioni l’aveva chiesto direttamente a Dio: «Fammi Santa Meryl Streep» - che può lasciare ammirati e sconcertati, come capita con le grandi attrici circondate dal perplesso amore

biopic, in una carriera senza rete in cui ormai può fare di tutto. Sfoderare la grinta della ex hippie che canta e balla sui ritmi degli Abba nel musical (Mamma mia!), impersonare l’editor virginiawoolfiana che organizza la festa di addio per l’amico poeta ammalato di aids (The Hour), indossare i panni e i vezzi di Julie Child per scoprire i segreti della cucina francese (Julie & Julia), diventare grazie all’ossessivo perfezionismo e il make up più evidente del solito una delle più controverse primedonne della politica mondiale (The Iron Lady). Naturalmente Meryl Streep può anche non piacere, come all’inizio della carriera il suo provino per King Kong mandò su tutte le furie il produttore Dino De Laurentiis che con la volgarità manageriale da commedia all’italiana si dice abbia bacchet-

del mondo che si muove con circospezione attorno al loro piedistallo. Scaramanticamente si ripensa a quello che diceva Lee Strasberg, il guru del Metodo che attraverso la mediazione di Robert Lewis le è stato idealmente vicino ai tempi della sua formazione: «Ecco, c’è un attore. Che vibrazione di vitalità! Che magnifica sensibilità! Però, anche le magnifiche sensibilità e vitalità sono soggette alle leggi della natura. Si diventa leggermente più stanchi, la vitalità e la sensibilità non rispondono più quanto si desidera. Sono esitazioni che affiorano solo ora quando recitare diventa cannibalismo. La carriera dell’attore si manifesta in pubblico, ma la sua arte si sviluppa in privato». Coraggio, Meryl. Congratulazioni a parte, non tutti sanno che ne hai bisogno anche tu.


ULTIMAPAGINA Esce oggi “Qualcosa di straordinario”, storia (vera) di un impegno mondiale per salvare tre cetacei in Alaska

La Guerra fredda vista dalle di Martha Nunziata l titolo originale The big miracle è, come capita spesso, nettamente più bello ed evocativo della traduzione italiana. Qualcosa di straordinario, il film di Ken Kwapis, esce oggi nelle sale italiane. Prodotto dalla Universal Studios, Qualcosa di straordinario è tratto dal libro “Freeing the Whales” del giornalista Thomas Rose, ed è ispirato ad una storia veramente accaduta sul finire della Guerra Fredda, prima della caduta del Muro di Berlino, nel 1988: racconta la lotta di un’attivista di Greenpeace che riuscì a sensibilizzare l’opinione pubblica fino a portare il problema all’interno della Casa Bianca, per salvare tre balene intrappolate nel pack artico dell’Alaska. Il miracolo del titolo originale fu, ovviamente, non solo la salvezza della famiglia dei cetacei, ma anche l’impresa di far dimenticare per qualche giorno la guerra fredda e far collaborare Stati Uniti e Unione Sovietica, gli Inuit e la Guardia Nazionale dell’Alaska, e persino la compagnia petrolifera Veeco, in un’operazione congiunta e unica nel suo genere, mai più ripetuta.

I

Il film ha già incassato 8,5 milioni di dollari al botteghino nel primo weekend di programmazione negli States, merito, anche, della protagonista principale, Drew Berrymore, la figlioccia di Steven Spielberg, che la volle in E.T. quando aveva appena compiuto sette anni. La Drew interpreta l’attivista di Greenpeace Rachel Kramer - che nella realtà si chiama Cindy Lowry - direttrice a fine anni Ottanta della sede dell’Associazione in Alaska. È un film che mette in luce forse una delle battaglie più spettacolari di Greenpeace, impegnata, ora come allora, in un’impresa che si fa sempre più difficile. Salvare i giganti del mare dall’estinzione, infatti, diventa sempre più duro, con il moltiplicarsi dei pericoli: lo scioglimento dei ghiacci artici, le reti dei pescatori, nelle quali spesso rimangono impigliati i piccoli esemplari che, non potendo raggiungere la superficie per respirare, muoiono per asfissia, l’inquinamento, anche elettronico, degli oceani, causato dai sonar delle navi e dai test sismici per la ricerca di giacimenti di petrolio che sempre più spesso provocano in loro disturbi dell’orientamento che provocano gli spiaggiamenti. Ma, oggi, è soprattutto più difficile salvare questi cetacei dagli interessi economici dei cacciatori. Greenpeace lanciò la campagna contro la caccia alle balene già nel 1975, e la vittoria più grande sembrava essere arrivata nel 1986, con l’entrata in vigore della moratoria sulla caccia commerciale approvata dall’International Whaling Commission. Negli ultimi anni, però, gli attivisti arcobaleno sono stati costretti ad intervenire sempre più spesso, e con sempre maggiori rischi, per fermare il programma di caccia, in Norvegia, Islanda (che solo nel 2007 ha dichiarato fuorilegge la caccia). E soprattutto in Giappone, Paese che, nonostante la moratoria, continua a praticarla (formalmente esiste una legge che la vieta e che fissa una pena di 15 anni di reclusione per chi venga sorpreso in flagranza di reato a cacciare i cetacei, ma, di fatto, resta inapplicata). Il Giappone, anzi, secondo quanto riportato proprio dagli attivisti di Greenpeace, avrebbe

BALENE

di prammatica, avrebbe preminenti scopi scientifici.

Nonostante la moratoria, molti Paesi praticano ancora la caccia ai giganti del mare. E in Giappone, secondo Greenpeace, i fondi stanziati per Fukushima sono finiti in navi addirittura utilizzato una parte dei fondi destinati ad aiutare le vittime del terremoto, dello tsunami e della catastrofe nucleare di Fukushima dello scorso anno per finanziare il controverso programma annuale di caccia alle balene che, ufficialmente e nelle dichiarazioni

Gli attivisti di Greenpeace Japan, in realtà, non hanno dubbi: secondo loro 2,3 miliardi di yen (22 milioni di euro circa) sono stati usati per sovvenzionare misure di sicurezza extra e per coprire i debiti della flotta baleniera giapponese. Un circolo vizioso mostruoso, quello della caccia ai cetacei, che comporta sfruttamento, imbrogli ed estinzione: interessi miliardari che si nascondono dietro il paravento degli studi scientifici ma che mese dopo mese, anno dopo anno stanno spazzando via una popolazione marina dietro l’altra. Sono ben 87 le specie di mammiferi acquatici che rischiano di scomparire, e a rendere sempre più incerta la loro sopravvivenza è, adesso, anche la voracità dell’essere umano. Per quanto possa essere incredibile, infatti, l’uomo riesce a cibarsi veramente di tutto, comprese balenottere, beluga, delfini, ma anche foche, trichechi e addirittura orsi polari. Un trend aberrante, eppure in crescita costante, soprattutto laddove queste specie sono ormai fra le poche forme di sostentamento: le nazioni in cui ci si ciba di questi animali sono passate dalle 107 del 1981 alle 125 di oggi. Lo rivela uno scioccante studio della Wildlife Conservation Society (WCS) e dell’Okapi Wildlife Associates, che vedono le cause principali di ciò nell’aumento vertiginoso della popolazione mondiale, nella diffusione della povertà e nell’esaurimento delle riserve ittiche.


2012_02_24